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Educare alla vita

Jiddu Krishnamurti
Educare alla vita

1 – Educare alla vita

Quando si viaggia, ci si accorge di come la natura umana sia ovunque la stessa, in India e in America, in Europa o in Australia. Questo vale soprattutto per le scuole secondarie e l'università. Stiamo creando, quasi usassimo uno stampo, un tipo di individuo il cui interesse supremo è quello di trovare la sicurezza, di diventare importante o di divertirsi pensando il meno possibile. L'educazione tradizionale rende estremamente difficile il pensiero indipendente e il conformismo porta alla mediocrità. Essere diversi dal gruppo o resistere all'ambiente non è facile, e può essere rischioso se amiamo il successo più di ogni altra cosa. Il bisogno di avere successo, che è poi il perseguimento della ricompensa nella sfera materiale o in quella cosiddetta spirituale, la ricerca di sicurezza interiore o esteriore, il desiderio di conforto: tutto questo frena lo scontento, pone fine alla spontaneità e genera paura; e la paura blocca la comprensione intelligente della vita. Così, con il passare degli anni, l'apatia della mente e del cuore prendono il sopravvento. Cercando di ottenere conforto, di solito ci ritagliamo uno spazio protetto dove il conflitto sia ridotto al minimo, e poi abbiamo paura a uscire dal nostro isolamento. Questa paura della vita, della lotta o di nuove esperienze uccide in noi lo spirito di avventura; l'educazione e l'istruzione ricevute ci hanno inculcato la paura di essere diversi dagli altri, il timore di pensare in contrasto con il modello socialmente stabilito, e ci hanno resi falsamente rispettosi di autorità e tradizione. Per fortuna esistono persone seriamente disposte a esaminare i problemi umani senza pregiudizi di destra o di sinistra; ma nella stragrande maggioranza di noi non c'è un vero spirito di scontento o di rivolta. Quando ci pieghiamo con rassegnazione all'ambiente circostante, qualsiasi spirito di ribellione possiamo avere avuto si spegne, e ben presto le nostre responsabilità vi pongono fine. Esistono due tipi di ribellione: c'è quella violenta, che è mera reazione, senza comprensione, contro l'ordine esistente; e c'è la profonda ribellione psicologica dell'intelligenza. Molti si ribellano alle ortodossie ufficiali solo per cadere in nuove ortodossie e illusioni, o in forme celate di autoindulgenza. Spesso accade che abbandoniamo un gruppo o un insieme di ideali ed entriamo in un nuovo gruppo, abbracciamo altri ideali, creando così un nuovo modello di pensiero a cui ancora una volta dovremo ribellarci. La reazione genera solo opposizione, e una riforma ha sempre bisogno di riforme successive. Esiste però una ribellione intelligente che non è reazione, ma che viene con la conoscenza di sé attraverso la consapevolezza dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. Solo affrontando l'esperienza così come si presenta, senza evitarne gli aspetti negativi, possiamo mantenere l'intelligenza veramente sveglia; e l'intelligenza attiva al suo grado più alto è l'intuizione, che è l'unica vera guida nella vita. Ora, qual è il significato della vita? Per che cosa viviamo e lottiamo? Se riceviamo un'istruzione solo per distinguerci, per avere un lavoro migliore, per essere più efficienti, per meglio dominare gli altri, allora le nostre vite saranno futili e vuote. Se riceviamo un'istruzione solo per diventare scienziati, o studiosi dediti esclusivamente ai libri, o specialisti drogati dal sapere, allora stiamo contribuendo alla distruzione e alla miseria del mondo. Anche se nella vita c'è un significato più ampio e più elevato, che valore ha l'educazione se non ci aiuta a scoprirlo? Possiamo essere molto istruiti, ma senza un'integrazione profonda tra pensiero e sentimento le nostre vite sono incomplete, contraddittorie e lacerate da mille paure; e finché l'educazione non coltiva una visione integra della vita, il suo significato è ben poca cosa. Nella civiltà odierna abbiamo diviso la vita in così tanti scomparti che l'istruzione ha pochissimo peso, se non per imparare una particolare tecnica o una professione. Invece di risvegliare l'intelligenza integra dell'individuo, essa lo incoraggia a conformarsi a un modello, ostacolando così la sua comprensione di sé come processo totale. Cercare di risolvere i tanti problemi dell'esistenza ai loro diversi livelli, separati come sono in varie categorie, denota una totale mancanza di comprensione. L'individuo è formato da elementi diversi, ma enfatizzare le differenze e incoraggiare lo sviluppo di un aspetto specifico produce complicazioni e contraddizioni. L'educazione dovrebbe determinare l'integrazione di questi elementi separati, perché senza integrazione la vita si trasforma in una serie di conflitti e di dolori. Che valore ha studiare da avvocati se perpetuiamo le controversie? Che valore ha il sapere se rimaniamo nella nostra confusione? Che significato hanno le abilità tecniche o industriali se le usiamo per distruggerci a vicenda? Che senso ha la nostra esistenza se ci porta alla violenza e alla desolazione totale? Anche se abbiamo denaro o siamo in grado di guadagnarne, anche se abbiamo i nostri piaceri e le nostre religioni organizzate, siamo in perenne conflitto. Dobbiamo distinguere tra ciò che è personale e l'individuo in sé. Il personale è accidentale, e con questo intendo riferirmi alle circostanze della nascita e all'ambiente in cui per caso siamo cresciuti, con il suo nazionalismo, le sue superstizioni, le distinzioni di classe e i pregiudizi. Il personale o accidentale è solo momentaneo, anche se il momento può durare tutta la vita; e poiché l'attuale sistema educativo si basa sul personale, sull'accidentale, sul momentaneo, esso porta a una perversione del pensiero e inculca paure autodifensive. Siamo stati tutti abituati dall'educazione e dall'ambiente a cercare la sicurezza e il vantaggio personale, e a lottare per noi stessi. Anche se lo dissimuliamo con espressioni gradevoli, siamo stati formati per le varie professioni all'interno di un sistema basato sullo sfruttamento e sull'avidità dettata dalla paura. Questo tipo di preparazione deve per forza portare confusione e miseria a noi e al mondo, perché crea negli individui quelle barriere psicologiche che lo separano e lo tengono lontano dagli altri. L'istruzione non riguarda solo l'addestramento della mente: l'esercizio favorisce l'efficienza, ma non determina la completezza. Una mente che è stata soltanto addestrata è la continuazione del passato, e una mente così non può mai scoprire il nuovo. Ecco perché, per individuare il giusto tipo di educazione, dobbiamo indagare l'intero significato della vita. Per la maggior parte di noi, il senso della vita nella sua totalità non è di primaria importanza, e l'educazione che riceviamo mette l'accento su valori secondari, limitandosi a renderci competenti in qualche campo del sapere. Le conoscenze e l'efficienza sono necessarie, ma dare loro un'importanza eccessiva genera solo conflitto e confusione. Vi è un tipo di efficienza ispirata dall'amore che supera di molto ed è ben più nobile dell'efficienza dell'ambizione; e senza l'amore, che permette una comprensione integra della vita, l'efficienza genera crudeltà. Non è forse questo che accade ora nel mondo? La nostra educazione attuale è funzionale all'industrializzazione e alla guerra, visto che il suo scopo principale è sviluppare l'efficienza; e noi siamo prigionieri di questa macchina di competizione spietata e di distruzione reciproca. Se l'educazione porta alla guerra, se ci insegna a distruggere o a essere distrutti, non ha forse fallito in pieno? Per proporre il giusto tipo di educazione, dobbiamo ovviamente comprendere il significato della vita nella sua totalità, e per farlo dobbiamo essere in grado di pensare, non in modo rigido, ma in modo diretto e vero. Un pensatore rigido è una persona irriflessiva, perché si conforma a un modello; ripete frasi fatte e non esce dagli schemi. Non si può comprendere la vita in astratto o teoricamente; comprendere la vita significa comprendere noi stessi, ed è questo il principio e il fine dell'educazione. L'educazione non consiste solo nell'acquisizione di conoscenze, nel raccogliere dati e metterli in correlazione; essa consiste nel capire il significato della vita nella sua totalità. Ma la totalità non può essere avvicinata attraverso la parte, che è poi quello che tentano di fare i governi, le religioni organizzate e i partiti autoritari. La funzione dell'educazione è creare esseri umani integri, e perciò intelligenti. Possiamo prendere la laurea ed essere meccanicamente efficienti senza essere intelligenti: l'intelligenza non è solo conoscenza; non viene dai libri, e nemmeno consiste di abili risposte autodifensive e di affermazioni aggressive. Una persona che non ha studiato può essere più intelligente di una istruita. Abbiamo fatto di esami e diplomi il criterio per misurare l'intelligenza, e abbiamo sviluppato menti brillanti che evitano però le questioni fondamentali dell'uomo. L'intelligenza è la capacità di percepire l'essenziale, il ciò che è; e risvegliare questa capacità, in noi e negli altri, è vera educazione. L'educazione dovrebbe aiutarci a scoprire valori duraturi, così da non lasciarci aggrappare a formule o alla ripetizione di slogan; dovrebbe aiutarci ad abbattere le barriere sociali o nazionali, invece di accentuarle, poiché generano antagonismo tra gli uomini. Purtroppo l'attuale sistema educativo ci rende sottomessi, meccanici e profondamente ottusi; anche se ci stimola intellettualmente, dentro ci lascia incompleti, vuoti e privi di creatività. Senza una comprensione integra della vita, i nostri problemi individuali e collettivi diventeranno solo più profondi e più ampi. Il fine dell'educazione non è creare semplici eruditi, tecnici e carrieristi, ma uomini e donne integri e liberi dalla paura; poiché solo tra individui di questo genere può esistere una pace durevole. Solo con la comprensione di noi stessi possiamo mettere fine alla paura. Se un individuo deve cimentarsi con la vita momento per momento, se deve affrontarne le complessità, le miserie e gli imprevisti, deve essere assolutamente flessibile e dunque libero da teorie e schemi di pensiero specifici. L'educazione non dovrebbe incoraggiare l'individuo ad adeguarsi o a conformarsi sterilmente alla società, dovrebbe aiutarlo a scoprire i valori veri che derivano da un'indagine obiettiva e dalla consapevolezza di sé. Se non vi è conoscenza di sé, l'espressione individuale diviene autoaffermazione, con il suo fardello di conflitti aggressivi e ambiziosi. L'educazione dovrebbe risvegliare la capacità di essere autoconsapevoli e non limitarsi ad assecondare una gratificante espressione di sé. Cosa c'è di buono nell'apprendere se nel corso della vita non facciamo che distruggerci? Considerata la sequela di guerre devastanti che scoppiano ovunque, una dopo l'altra, deve per forza esserci qualcosa di radicalmente sbagliato nel modo in cui cresciamo i nostri figli. Penso che la maggior parte di noi sia consapevole di questo, ma non sappiamo come affrontarlo. I sistemi, sia educativi che politici, non subiscono trasformazioni misteriose; mutano quando in noi si produce un cambiamento radicale. L'individuo, e non il sistema, è la cosa più importante; e finché l'individuo non comprende interamente il suo processo interiore nessun sistema, di destra o di sinistra, potrà portare nel mondo ordine e pace.

2 – Il giusto tipo di educazione

Non è ignorante chi non ha studiato, ma chi non conosce se stesso; anche una persona istruita è stolta se per raggiungere la comprensione si affida solo ai libri, al sapere e all'autorità altrui. La comprensione giunge solo con la conoscenza di sé, cioè con la consapevolezza del proprio processo psicologico nella sua totalità. L'educazione, nel suo significato più alto, è la comprensione di sé, perché dentro ciascuno di noi è contenuta tutta l'esistenza. Quello che ora definiamo "educazione" è solo un accumulo di informazioni e di conoscenze libresche: per acquisirle è sufficiente saper leggere. Un'educazione di questo tipo ci offre un'abile via di fuga da noi stessi, ma come tutte le fughe anch'essa genera inevitabilmente infelicità. Confusione e conflitto sono il risultato del rapporto sbagliato che abbiamo con le persone, le cose e le idee, e finché non capiamo questo rapporto e non lo modifichiamo, il sapere, la raccolta di dati o l'acquisizione di abilità diverse ci fa solo sprofondare nel caos e nella distruzione. Per come è organizzata ora la società, mandiamo a scuola i nostri figli perché imparino delle tecniche con cui un giorno potranno guadagnarsi da vivere. Prima di tutto vogliamo che diventino degli specialisti, sperando così di garantire loro una posizione economica sicura. Ma coltivare una tecnica ci rende davvero capaci di capire noi stessi? Certo è necessario saper leggere e scrivere, e anche imparare un mestiere, diventare ingegneri o altro, ma la tecnica ci dà forse la capacità di comprendere la vita? Essa non è la cosa più importante, e se diventa l'unico bene per cui lottiamo, vuol dire che stiamo negando la parte più importante dell'esistenza. La vita è gioia, dolore, bellezza, bruttezza, amore, e quando la comprendiamo nella sua totalità, a tutti i livelli, allora la nostra comprensione crea la sua propria tecnica. Ma non vale il contrario: la tecnica non è mai in grado di generare una comprensione creativa. L'educazione odierna è un fallimento totale perché ha sovrastimato la tecnica, e nel fare questo si distrugge la persona. Se coltiviamo la capacità e l'efficienza senza comprendere la vita, senza la percezione totale delle modalità del pensiero e del desiderio, diventiamo sempre più spietati, provochiamo guerre e mettiamo a repentaglio la nostra stessa vita. Lo studio esclusivo della tecnica ha prodotto scienziati, matematici, ingegneri, astronauti, ma davvero essi comprendono il processo globale dell'esistenza? Uno specialista è in grado di sperimentare la vita nella sua totalità? Di certo solo quando smette di essere uno specialista. Il progresso tecnologico risolve alcuni tipi di problemi per un dato numero di persone e a un certo livello, ma genera anche problematiche più profonde e più ampie. Vivere a un solo livello, ignorando il processo totale della vita, comporta infelicità e distruzione. Il bisogno più grande di ogni individuo, il suo problema più urgente, è quello di avere una comprensione integrale della vita, che lo aiuti ad affrontarne la complessità sempre crescente. Il sapere tecnico, benché necessario, non risolverà in alcun modo i nostri conflitti o il nostro disagio psicologico; ed è proprio perché abbiamo acquisito un sapere tecnico senza comprendere il processo totale dell'esistenza che la tecnologia è diventata uno strumento di distruzione. L'uomo che sa scindere l'atomo ma non ha l'amore nel cuore diventa un mostro. Ci scegliamo una professione a seconda delle capacità che abbiamo, ma seguire la nostra inclinazione serve forse a farci uscire dal conflitto e dalla confusione? Sembra necessario ricevere una certa preparazione tecnica, diventare impiegati, ingegneri, medici, e poi? Svolgere una professione è davvero il modo per realizzarsi? Si direbbe di sì, per quasi tutti. Il lavoro può tenerci occupati per quasi tutta l'esistenza, ma gli oggetti che produciamo e che ci mandano in estasi sono gli stessi che causano distruzione e miseria. I nostri atteggiamenti e i nostri valori fanno dei beni materiali e delle professioni gli strumenti di invidia, amarezza e odio. Senza la comprensione di sé, il lavoro genera solo frustrazione, e il desiderio inevitabile di evadere anche attraverso comportamenti nocivi. La tecnica senza comprensione genera odio e crudeltà, che noi mascheriamo con belle parole. Che senso ha enfatizzare la tecnica e diventare efficienti se il risultato è la distruzione reciproca? Il progresso tecnologico è meraviglioso, ma ha di fatto accresciuto la nostra capacità di distruggerci a vicenda, e dappertutto c'è fame e miseria. Non siamo felici né in pace. Quando il dovere diventa la cosa più importante, la vita si fa monotona e noiosa, una routine sterile e meccanica da cui cerchiamo di fuggire distraendoci. L'accumulo di conoscenze e lo sviluppo di abilità, che chiamiamo "educazione", ci ha privati della pienezza di una vita e di un comportamento integri. Poiché non capiamo il processo totale dell'esistenza ci aggrappiamo all'efficienza e alla capacità, che assumono così un'importanza spropositata. Ma la parte non può farci comprendere il tutto, che può essere abbracciato solo con l'azione e l'esperienza. Un altro aspetto dell'istruzione tecnica è che essa ci dà un senso di sicurezza, non solo economica, ma anche psicologica; è rassicurante sapere che siamo capaci ed efficienti. Saper suonare il piano o costruirsi la casa ci dà un senso di vitalità, di indipendenza aggressiva; ma dare enfasi eccessiva alle proprie abilità per un desiderio di sicurezza psicologica significa negare la pienezza della vita. Non si può prevedere cosa essa ci riservi, dobbiamo farne esperienza momento per momento; ma noi temiamo l'ignoto, e così definiamo spazi psicologici di sicurezza sotto forma di sistemi, tecniche e dottrine. Finché cerchiamo la sicurezza interiore non possiamo capire il processo della vita nella sua totalità. Il giusto tipo di educazione, pur incoraggiando l'apprendimento di tecniche, dovrebbe realizzare un fine molto più importante: aiutare l'individuo a sperimentare il processo integrale della vita. Solo così la capacità e la tecnica trovano la loro giusta collocazione. Se si ha davvero qualcosa da dire, il fatto stesso di dirlo crea un suo stile proprio; ma imparare uno stile senza l'esperienza interiore produce solo superficialità. Ovunque ci si affanna a progettare macchine che non abbiano bisogno dell'uomo per funzionare. In un mondo governato quasi interamente dalle macchine, che ne sarà degli esseri umani? Avremo sempre più tempo libero senza sapere come impiegarlo in modo costruttivo, e cercheremo di evadere attraverso il sapere, i divertimenti futili o gli ideali. Si sono scritti tantissimi libri sull'educazione ideale, eppure siamo più confusi che mai. Non esiste un metodo per educare un bambino a essere libero e integro. Finché ci preoccupiamo dei princìpi, degli ideali e dei metodi, non aiutiamo l'individuo a liberarsi dall'egocentrismo, con il suo carico di paure e conflitti. Gli ideali e i programmi per un'utopia perfetta non produrranno mai il mutamento radicale del cuore, essenziale per porre fine alla guerra e alla distruzione universale. Gli ideali non possono trasformare i nostri valori attuali, il cambiamento può avvenire solo grazie a un giusto tipo di educazione, che deve favorire la comprensione di ciò che è. Quando lavoriamo insieme per un ideale, per il futuro, formiamo gli individui secondo il concetto che abbiamo in mente; non siamo affatto interessati agli esseri umani, ma solo alla nostra idea di come dovrebbero essere. Come una persona dovrebbe essere diventa molto più importante di come è realmente, con tutte le sue complessità. Se cominciamo a comprendere l'individuo direttamente, invece di considerarlo per come dovrebbe essere secondo noi, allora siamo interessati a ciò che è. A questo punto non vogliamo più trasformarlo in qualcosa d'altro; la nostra preoccupazione principale diviene quella di aiutarlo a comprendere se stesso, senza motivazioni o vantaggi personali. Se siamo pienamente consapevoli di ciò che è, allora possiamo comprenderlo ed esserne liberi; ma per essere consapevoli di ciò che siamo, dobbiamo smettere di affannarci per ciò che non siamo. Gli ideali non hanno posto nell'educazione perché ostacolano la comprensione del presente: possiamo diventare consapevoli di ciò che è solo se non ci rifugiamo nel futuro. Guardare al futuro, lottare per un ideale, indica pigrizia mentale e il desiderio di evitare il presente. Inseguire un'utopia preconfezionata non equivale forse a negare la libertà e l'integrità dell'individuo? Quando seguiamo un ideale, uno schema, una formula che ci indicano ciò che dovrebbe essere, non viviamo una vita superficiale e da automi? Non abbiamo bisogno di idealisti o di menti meccaniche, ma di persone integre, intelligenti e libere. Il progetto di una società perfetta ci porta solo a batterci e a spargere sangue per ciò che dovrebbe essere, mentre continuiamo a ignorare ciò che è. Se gli uomini fossero degli esseri meccanici, degli automi, allora il futuro sarebbe prevedibile e si potrebbero redigere i piani per un'utopia perfetta; potremmo progettare la società futura nei minimi particolari e operare a questo fine. Ma gli esseri umani non sono macchine da assemblare secondo uno schema definito. Tra ora e il futuro vi è un intervallo immenso durante il quale subiremo molte influenze, e se sacrifichiamo il presente per il futuro stiamo usando mezzi sbagliati per un fine forse anche giusto. Ma i mezzi determinano il fine, e poi chi siamo noi per decidere cosa dovrebbe essere una persona? Con che diritto cerchiamo di plasmarla secondo uno schema preciso, appreso dai libri o determinato dalle nostre ambizioni, dai nostri timori o dalle nostre speranze? Il giusto tipo di educazione non è interessato ad alcuna ideologia, per quanto questa possa promettere un'utopia futura; non si basa su un sistema, neanche se è stato vagliato con cura; non è neppure uno strumento per condizionare l'individuo in un modo particolare. Educare nel vero senso del termine significa aiutare una persona a essere matura e libera, e a fiorire in amore e bontà. Ecco a cosa dovremmo interessarci, invece di modellare i bambini seguendo un qualche schema idealistico. Qualsiasi metodo che classifichi i bambini a seconda del carattere e delle attitudini non fa che enfatizzare le differenze; genera antagonismo, incoraggia le divisioni sociali e non favorisce lo sviluppo di esseri umani integri. Di certo nessun metodo o sistema fornisce il giusto tipo di educazione, e attenersi strettamente a qualcosa di stabilito evidenzia la pigrizia mentale dell'educatore. Finché l'educazione si baserà su princìpi preconfezionati potrà solo sfornare uomini e donne efficienti, ma non produrrà esseri umani creativi. Solo l'amore ci permette di capire l'altro. Dove c'è amore c'è anche comunione immediata, sullo stesso piano e simultaneamente. Siamo così aridi, vuoti e privi di amore che abbiamo permesso ai sistemi e ai governi di prendere le redini dell'educazione dei nostri figli e la direzione delle nostre vite; ma i governi vogliono tecnici efficienti, non esseri umani, poiché questi costituiscono un pericolo per loro e anche per le religioni organizzate. Ecco perché i governi e le organizzazioni religiose cercano di controllare l'educazione. Non si può costringere la vita a conformarsi a un sistema, non la si può forzare nei limiti di una struttura, per quanto nobile nelle intenzioni; una mente che abbia coltivato solo un sapere pratico non è in grado di incontrare la vita con la sua varietà, i suoi dettagli, i suoi picchi e le sue profondità. Quando educhiamo i nostri figli secondo un sistema di pensiero o una disciplina specifica, quando insegniamo loro a pensare secondo divisioni settoriali, impediamo che crescano come uomini e donne integri, e di conseguenza li priviamo della capacità di pensare in modo intelligente, cioè di incontrare la vita come totalità. Lo scopo principale dell'educazione è permettere la formazione di individui integri, capaci di affrontare la vita nella sua pienezza. L'idealista, così come lo specialista, non è interessato al tutto, ma solo alla parte. Non può esserci integrazione se perseguiamo uno schema di azione ideale; molti insegnanti idealisti hanno trascurato l'amore, hanno menti aride e cuori di pietra. Se ci si prende cura di un bambino bisogna essere vigili, attenti, consapevoli di sé, e questo richiede molta più intelligenza e più affetto di quelli necessari a spingerlo verso un ideale. Un'altra funzione dell'educazione consiste nella creazione di nuovi valori. Limitarsi a inculcare i valori esistenti nella mente di un bambino, farlo adeguare a degli ideali, significa condizionarlo senza risvegliarne l'intelligenza. L'educazione è strettamente legata all'attuale crisi mondiale, e l'educatore che capisce l'origine di questo caos universale dovrebbe interrogarsi su come risvegliare l'intelligenza dello studente, aiutando così la prossima generazione a non provocare conflitti e disastri ulteriori. Deve dedicare tutti i suoi pensieri, la sua attenzione e il suo affetto alla creazione dell'ambiente giusto e allo sviluppo della comprensione, così che, crescendo, il bambino sia in grado di affrontare in modo intelligente i problemi che la vita gli pone. Per fare ciò, l'educatore deve per prima cosa comprendere se stesso, anziché affidarsi a ideologie, sistemi o fedi. Invece di pensare in termini di princìpi e ideali, occupiamoci delle cose per come sono; solo la considerazione di ciò che è risveglia l'intelligenza, e questa qualità è molto più importante per l'educatore delle sue conoscenze o di un nuovo metodo educativo. Quando ci atteniamo a un metodo, anche se elaborato da una persona ponderata e intelligente, il metodo stesso diventa la cosa più importante, e i bambini lo sono nella misura in cui vi si adattano. Essi vengono valutati e classificati, per poi essere educati secondo un progetto dato. Questo processo educativo può rivelarsi comodo per l'insegnante, ma né la pratica di un sistema né la tirannia delle idee e dell'apprendimento possono produrre un essere umano integro. Il giusto tipo di educazione consiste nel comprendere il bambino per come è, senza sovrapporgli l'ideale di come noi pensiamo che dovrebbe essere. Racchiuderlo nella struttura di un ideale vuol dire incoraggiarlo a conformarsi, il che genera paura e provoca in lui un conflitto costante tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; e tutti i conflitti interiori hanno delle manifestazioni esteriori nella società. Gli ideali sono un impedimento reale alla nostra comprensione del bambino e alla comprensione che questi ha di se stesso. Un genitore che voglia davvero capire suo figlio non lo guarda attraverso il filtro di un ideale; se lo ama, lo osserva, ne studia le inclinazioni, gli stati d'animo, le peculiarità. Se invece non lo ama, allora gli impone un ideale, cerca di soddisfare le proprie ambizioni attraverso di lui, facendolo diventare ciò che egli desidera. Quando amiamo un bambino, e non un ideale, allora è possibile aiutarlo a comprendere se stesso per come è. Quando un bambino racconta bugie, che senso ha metterlo di fronte a un ideale di verità? Bisogna semmai scoprire perché le dice. Per aiutarlo, dobbiamo dedicare tempo a studiarlo e a osservarlo, il che richiede pazienza, amore e attenzione; ma se non abbiamo né amore né comprensione, allora costringiamo il bambino in un modello di comportamento che definiamo "ideale". Gli ideali sono una comoda via di fuga, e l'insegnante che li segue non è in grado di comprendere i suoi studenti e di trattarli con intelligenza; per lui l'ideale futuro, ciò che dovrebbe essere, è molto più importante del bambino che ha davanti. Il perseguimento di un ideale esclude l'amore, e senza amore nessun problema umano può essere risolto. Un buon insegnante non dipende da un metodo, ma studia ogni singolo alunno. Nel nostro rapporto con i bambini o gli adolescenti non ci troviamo di fronte a congegni meccanici che si possono facilmente riparare, ma a esseri viventi emotivi, volubili, sensibili, impauriti, affettuosi; per dedicarci a loro dobbiamo essere molto comprensivi e possedere la forza della pazienza e dell'amore. Quando ci mancano queste qualità, ci affidiamo a rimedi facili e veloci, sperando di ottenere risultati meravigliosi e automatici. Se non siamo persone consapevoli, ma meccaniche nei comportamenti e nelle azioni, cerchiamo di evitare tutte le richieste che ci infastidiscono e a cui non possiamo fornire una risposta automatica, ed è questa una delle difficoltà maggiori dell'educazione. Un bambino è il risultato dell'incontro tra passato e presente, ed è quindi già condizionato. Se gli trasmettiamo il nostro background, non facciamo che perpetuare il suo condizionamento e il nostro. Una trasformazione radicale è possibile solo se comprendiamo i nostri condizionamenti e ce ne liberiamo. Discutere di cosa dovrebbe essere il giusto tipo di educazione, quando noi stessi siamo condizionati, è assolutamente inutile. Finché i nostri figli sono piccoli, dobbiamo ovviamente proteggerli dai pericoli fisici ed evitare che si sentano fisicamente a rischio. Purtroppo non ci fermiamo a questo; vogliamo plasmare il loro modo di pensare o di sentire, vogliamo modellarli secondo i nostri desideri e le nostre intenzioni. Cerchiamo di realizzarci o di perpetuarci attraverso i nostri figli. Costruiamo muri attorno a loro, li condizioniamo con le nostre credenze e le nostre ideologie, paure e speranze, salvo poi piangere e pregare se sono uccisi o mutilati in guerra, o se le esperienze della vita li fanno soffrire in altro modo. Queste esperienze non ci donano la libertà; al contrario, rafforzano la volontà dell'io. Esso è formato da una serie di reazioni difensive ed espansive, e la sua realizzazione sta sempre nelle proiezioni e nelle identificazioni che lo gratificano. Finché traduciamo l'esperienza nei termini dell'"io" e del "mio", finché l'ego si autoalimenta attraverso le sue reazioni, l'esperienza non può liberarsi dal conflitto, dalla confusione e dal dolore. La libertà giunge solo quando si comprendono le modalità dell'io, che è colui che esperisce. Solo quando l'io, con tutte le sue reazioni, non è colui che esperisce, l'esperienza assume un significato totalmente diverso e diviene creazione. Se vogliamo aiutare il bambino a liberarsi dalle modalità dell'io, che causano così tanta sofferenza, noi tutti dobbiamo cominciare a modificare nel profondo il nostro atteggiamento e la nostra relazione con lui. Genitori o educatori, grazie al loro modo di pensare e al loro comportamento, possono aiutare il bambino a essere libero e a fiorire in amore e bontà. L'educazione attuale non ci aiuta in alcun modo a capire le nostre tendenze ereditarie e le influenze ambientali che ci condizionano la mente e il cuore e tengono viva la paura, e quindi non ci aiuta a superare i condizionamenti e a far nascere un essere umano integro. Qualsiasi tipo di educazione che si occupi della parte e non della totalità della persona genera inevitabilmente conflitto e sofferenza infinita. Amore e bontà possono sbocciare solo nella libertà individuale, e il giusto tipo di educazione è l'unico strumento che può darci questa libertà. Né il conformismo sociale né la promessa di un'utopia futura possono offrire all'individuo quella capacità di insight (intuizione, comprensione) senza la quale egli continua a crearsi problemi. Il bravo educatore, che capisce la natura interiore della libertà, aiuta ogni singolo studente a osservare e a capire i valori e le imposizioni da lui stesso proiettati; lo aiuta a divenire consapevole dei suoi condizionamenti e dei suoi desideri, che limitano la mente e generano paura; lo aiuta, mentre diventa adulto, a osservare e a capire se stesso in relazione a tutto il resto, poiché è il desiderio smodato di realizzarsi che produce conflitto e dolore continui. Sicuramente è possibile aiutare una persona a discernere i valori durevoli dell'esistenza, senza condizionamenti. Qualcuno potrebbe obiettare che questo sviluppo totale dell'individuo porterà al caos, ma ne siamo sicuri? C'è già confusione nel mondo, derivata dal fatto che l'individuo non è stato educato a comprendere se stesso. Gli è stata data un pò di libertà superficiale e nel contempo gli è stato insegnato ad adeguarsi e ad accettare i valori esistenti. Molti si ribellano all'inquadramento, ma sfortunatamente la loro rivolta è una mera reazione egocentrica, che rende l'esistenza ancora più confusa. Il buon educatore, consapevole che la mente tende alla reazione, aiuta lo studente a modificare i valori esistenti, non reagendo a essi, ma attraverso la comprensione del processo totale della vita. Una vera collaborazione tra gli uomini non è possibile senza l'integrazione che può essere risvegliata dalla giusta educazione. Come possiamo essere così certi che né noi né la generazione futura, attraverso una giusta educazione, potremo produrre un cambiamento fondamentale nelle relazioni umane? Non ci abbiamo mai provato, e poiché molti di noi sembrano intimoriti da una giusta educazione, siamo riluttanti a sperimentarla. Senza neppure indagare per davvero la questione, affermiamo che la natura umana non si può modificare, accettiamo le cose come sono e incoraggiamo il bambino ad adeguarsi alla società attuale; lo condizioniamo secondo il nostro modo di vivere, e speriamo per il meglio. Ma possiamo considerare educazione il conformarsi ai valori esistenti, che generano fame e guerra? Non illudiamoci che il condizionamento possa favorire l'intelligenza e la felicità. Se continuiamo ad avere paura, se siamo privi di amore, totalmente apatici, vuol dire che non siamo davvero interessati a incoraggiare l'individuo affinché fiorisca in amore e bontà, ma preferiamo che vada avanti con le stesse miserie di cui noi ci siamo caricati e di cui lui stesso fa parte. Condizionare gli studenti ad accettare l'ambiente esistente è una cosa stupida. Se non determiniamo un cambiamento radicale nell'educazione, saremo direttamente responsabili della perpetuazione del caos e della miseria; e quando alla fine scoppierà una rivoluzione sanguinosa, sarà solo per dare a un altro gruppo di persone l'opportunità di sfruttare gli altri e di comportarsi crudelmente. Tutti i poteri sviluppano sistemi oppressivi propri, attraverso la persuasione psicologica o la forza bruta. Per ragioni politiche e industriali, la disciplina è diventata un fattore importante nell'attuale struttura sociale, e a causa del nostro desiderio di sicurezza psicologica accettiamo e pratichiamo diverse forme di disciplina. Essa ci garantisce un risultato, e per noi il fine giustifica i mezzi, ma non dobbiamo dimenticare che i mezzi determinano il fine. Un pericolo della disciplina è che il sistema diventa più importante degli esseri umani che ne fanno parte. La disciplina diviene allora un sostituto dell'amore, e poiché i nostri cuori sono vuoti ci aggrappiamo a essa. La libertà non proviene dalla disciplina o dalla resistenza; non è uno scopo, un fine da raggiungere. La libertà sta all'inizio, non alla fine, non la si può trovare in qualche ideale remoto. La libertà non è la possibilità di autogratificarsi o di non considerare gli altri. Il vero insegnante protegge i suoi studenti e li aiuta in ogni modo possibile a progredire verso il giusto tipo di libertà; ma non potrà mai farlo se lui stesso dipende da un'ideologia, se è in qualche modo dogmatico o egoista. Non è possibile risvegliare la sensibilità attraverso la coercizione. Possiamo obbligare un bambino a essere esteriormente tranquillo, ma così facendo non comprendiamo ciò che lo rende ostinato, impudente e così via. La coercizione genera antagonismo e paura. Premi e punizioni di qualsiasi tipo rendono solo la mente sottomessa e ottusa; se è questo ciò che desideriamo, allora l'educazione tramite la coercizione è un ottimo modo di procedere. Ma questo tipo di educazione non può aiutarci a capire il bambino, né può creare un ambiente sociale giusto in cui odio e separazione smettano di esistere. Il giusto tipo di educazione è implicito nell'amore per un bambino. Ma la maggior parte di noi non ama i propri figli; abbiamo delle ambizioni per loro, il che significa che nutriamo delle ambizioni per noi stessi. Purtroppo siamo così occupati dalle attività della mente che abbiamo poco tempo per quello che il cuore ci suggerisce. Dopotutto la disciplina implica resistenza, e la resistenza potrà mai generare amore? La disciplina può solo costruire muri attorno a noi: è sempre esclusiva, e provoca sempre conflitto; non conduce mai alla comprensione, perché questa viene con l'osservazione, con l'indagine che esclude ogni pregiudizio. La disciplina è un modo facile per controllare un bambino, ma non lo aiuta a comprendere i problemi che la vita comporta. Una qualche forma di coercizione, o il binomio di premio e punizione, possono essere necessari per mantenere l'ordine e una parvenza di tranquillità in un gruppo numeroso di studenti riuniti in una classe; ma con un buon educatore e un numero ridotto di studenti sarebbe davvero necessaria la repressione, che gentilmente definiamo "disciplina"? Se le classi sono poco numerose e l'insegnante può dedicare tutta la sua attenzione al singolo, osservandolo e aiutandolo, allora qualsiasi forma di coercizione o di autoritarismo è chiaramente superflua. Se in un gruppo del genere uno studente continua a essere turbolento o irragionevolmente irrequieto, l'educatore deve indagare le cause del suo comportamento scorretto, derivato forse da una dieta sbagliata, da mancanza di riposo, da problemi familiari, o forse da qualche paura nascosta. Coltivare la libertà e l'intelligenza è parte integrante del giusto tipo di educazione, e non è possibile se vi è una qualsiasi forma di coercizione con le sue paure. Dopotutto la preoccupazione dell'educatore deve essere quella di aiutare lo studente a comprendere le complessità del suo essere nella sua totalità. Obbligarlo a sopprimere un aspetto della sua natura a favore di un altro significa creare in lui un conflitto senza fine, che ha per conseguenza l'antagonismo sociale. È l'intelligenza, non la disciplina, a portare l'ordine. Conformismo e obbedienza non trovano posto nel giusto tipo di educazione. Non è possibile alcuna cooperazione tra insegnante e studente senza rispetto e affetto reciproci. Quando si esige che i bambini mostrino rispetto per gli adulti, di solito si tratta di un'abitudine, di una pura dimostrazione esteriore, di paura mascherata da venerazione. Una relazione vitale non è possibile senza rispetto e considerazione, specialmente quando l'insegnante è solo uno strumento del proprio sapere. Se l'insegnante esige rispetto dai suoi alunni e ne ha poco per loro, non farà che suscitare la loro indifferenza e irriverenza. Senza rispetto per la vita umana, la conoscenza genera solo miseria e distruzione. La pratica del rispetto per gli altri è una parte essenziale del giusto tipo di educazione, ma se l'educatore stesso non possiede questa qualità, non può aiutare gli studenti a vivere un'esistenza integra. L'intelligenza ci fa discernere cosa è essenziale, e per farlo bisogna essere liberi dagli ostacoli proiettati dalla mente nella sua ricerca di sicurezza e di conforto. La paura è inevitabile finché si cerca la sicurezza e, quando gli esseri umani sono inquadrati, in un modo o nell'altro l'intelligenza e la consapevolezza vengono distrutte. Il fine dell'educazione è quello di coltivare la relazione giusta non solo tra le persone, ma anche tra loro e la società; per questo è essenziale che l'educazione, per prima cosa, aiuti l'individuo a comprendere il proprio processo psicologico. L'intelligenza sta nel capire se stessi e nell'andare oltre, ma non ci può essere intelligenza finché c'è paura. Essa corrompe l'intelligenza ed è una delle cause dell'agire egocentrico. La disciplina può reprimere la paura ma non la sradica, e la conoscenza superficiale che riceviamo con la moderna educazione non fa che nasconderla ancora di più. Quando siamo giovani, molto spesso la famiglia e la scuola instillano in noi la paura. Né i genitori né gli insegnanti hanno la pazienza, il tempo o la saggezza di dissipare le paure istintive della fanciullezza che, a mano a mano che cresciamo, dominano i nostri atteggiamenti e giudizi creando numerosissimi problemi. Il giusto tipo di educazione deve prendere in considerazione il problema della paura, perché essa distorce completamente la nostra visione della vita. Essere privi di paura è l'inizio della saggezza, e solo la giusta educazione può determinare quella libertà dalla paura in cui fiorisce l'intelligenza più profonda e creativa. Premio e punizione per i nostri atti non fanno che rinforzare l'egocentrismo. Agire per amore di qualcuno, in nome della patria o di Dio, conduce alla paura, e questa non può costituire la base di un'azione giusta. Se vogliamo aiutare un bambino a essere premuroso con gli altri, non dobbiamo cercare di comprarlo con l'amore, ma avere il tempo e la pazienza per spiegargli cosa vuol dire essere premurosi. Non esiste vero rispetto per l'altro se ci si aspetta un premio, perché la ricompensa o la punizione diventano più importanti del sentimento di rispetto. Se non rispettiamo il bambino, ma ci limitiamo a offrirgli un rinforzo positivo o negativo, non facciamo che incoraggiare l'avidità e la paura. Poiché anche noi siamo stati abituati ad agire in vista di un risultato, non capiamo come possa esistere un'azione libera dal desiderio di un profitto. Il giusto tipo di educazione incoraggerà la sollecitudine e la considerazione per gli altri senza allettamenti o minacce di alcun tipo. Se smettiamo di cercare dei risultati immediati, cominceremo a capire quanto sia importante che entrambi, l'educatore e il bambino, siano liberi dalla paura della punizione o dalla speranza del premio come da ogni altra forma di coercizione; ma finché l'autorità entrerà nella relazione, continuerà a esistere la costrizione. Seguire l'autorità presenta numerosi vantaggi se pensiamo in termini di convenienza o di ragioni personali, ma un'educazione basata sull'avanzamento individuale e sul profitto può solo contribuire a creare una struttura sociale competitiva, antagonistica e spietata. Questo è il tipo di società in cui siamo stati cresciuti, è ovvio dunque che siamo confusi e pieni di animosità. Ci è stato insegnato a conformarci all'autorità di un insegnante, di un libro, di un partito, perché è vantaggioso fare così. Gli specialisti in ogni campo dell'esistenza, dal prete al burocrate, esercitano la loro autorità e ci dominano; ma qualsiasi governo o insegnante che usi la coercizione non può promuovere la cooperazione nelle relazioni, essenziale per il benessere della società. Affinché le persone instaurino relazioni giuste, non dovrebbero esistere né coercizione né persuasione. Come possono esserci affetto e cooperazione genuini tra coloro che hanno il potere e quelli che lo subiscono? Se si considera in modo imparziale la questione dell'autorità e le sue numerose implicazioni, se si capisce che proprio la brama di potere è in sé distruttiva, sorge spontanea la comprensione dell'intero processo dell'autorità. Non appena eliminiamo l'autorità diventiamo una comunità, e solo allora vi sono collaborazione e affetto. Il vero problema dell'educazione è l'educatore. Anche un piccolo gruppo di studenti diventa lo strumento della sua importanza personale se questi usa l'autorità come un mezzo di sfogo, se insegnare è per lui una forma di realizzazione egoistica. Ma essere d'accordo a parole o intellettualmente sugli effetti paralizzanti dell'autorità è una cosa sciocca e inutile. Deve esserci un profondo insight circa le motivazioni nascoste dell'autorità e del dominio. Se capiamo che l'intelligenza non può risvegliarsi attraverso la coercizione, la semplice consapevolezza di questo fatto spazzerà via le nostre paure e potremo cominciare a coltivare un nuovo mondo opposto all'ordine sociale attuale, e che lo trascenderà di molto. Per comprendere il significato della vita con i suoi conflitti e il suo dolore, dobbiamo pensare in modo indipendente da ogni autorità, inclusa quella della religione organizzata; se invece, per il desiderio di aiutare il bambino, lo mettiamo di fronte a esempi autoritari, non faremo che incoraggiare la paura, l'imitazione e svariate forme di superstizione. Le persone che hanno inclinazioni religiose cercano di imporre ai bambini le credenze, le speranze e le paure che hanno a loro volta ereditato dai genitori; chi è contrario alla religione è ugualmente desideroso di influenzare il bambino ad accettare il particolare modo di pensare da lui seguito, comunque derivato dalla casualità. Vogliamo tutti che i bambini accettino la nostra forma di culto o prendano a cuore l'ideologia che ci siamo scelti. Poiché è molto facile farsi intrappolare da immagini e formule, inventate da noi stessi o da altri, è necessario essere sempre vigili e attenti. Quello che definiamo "religione" è solo un credo organizzato, con i suoi dogmi, rituali, misteri e superstizioni. Ogni religione ha il suo libro sacro, il suo intercessore, i suoi sacerdoti e i suoi modi particolari per minacciare e tenere avvinte le persone. Quasi tutti siamo stati condizionati da ciò che chiamiamo "educazione religiosa"; ma questo condizionamento mette l'uomo contro l'uomo e crea antagonismo, non solo tra i credenti, ma anche contro coloro che hanno altre fedi. Benché tutte le religioni affermino di adorare Dio e dicano che dobbiamo amarci l'un l'altro, instillano la paura con le loro dottrine di premi e punizioni, e con i loro dogmi competitivi perpetuano il sospetto e la rivalità. Dogmi, misteri e rituali non contribuiscono a una vita spirituale. Educare davvero in modo religioso significa incoraggiare il bambino a comprendere la sua relazione con gli altri, con le cose, con la natura. L'esistenza non sussiste senza relazione, e senza la conoscenza di sé qualsiasi relazione, con una sola persona o con molte, genera conflitto e dolore. Certo, è impossibile spiegarlo completamente a un bambino; ma se l'educatore e i genitori afferrano nel profondo il pieno significato della relazione, allora con l'atteggiamento, il comportamento e il modo di parlare saranno sicuramente in grado di trasmettere al bambino il senso di una vita spirituale, senza troppi discorsi o spiegazioni. La nostra cosiddetta istruzione religiosa scoraggia gli interrogativi e i dubbi, ma è solo quando indaghiamo il senso dei valori di cui ci hanno circondato la società e la religione che cominciamo a scoprire cosa è vero. L'educatore deve esaminare nel profondo i propri pensieri e sentimenti e mettere da parte i valori che gli hanno dato sicurezza e conforto, perché solo allora può aiutare i suoi studenti a essere consapevoli di sé e a capire i loro impulsi e le loro paure. La giovinezza è il periodo in cui crescere aperti e limpidi, e se noi adulti abbiamo la capacità di comprendere, possiamo aiutare i giovani a liberarsi dagli ostacoli che la società ha loro imposto, o da quelli che essi stessi proiettano. Se la mente e il cuore del bambino non sono plasmati da preconcetti e pregiudizi religiosi, egli sarà libero di scoprire attraverso la conoscenza di sé ciò che è al di sopra di lui e che va oltre. La vera religiosità non è un insieme di credenze e di rituali, di speranze e paure; se permettiamo al bambino di crescere senza l'ostacolo di queste influenze, allora forse, una volta maturo, comincerà a indagare la natura della realtà e di Dio. Per questo, quando si educa un bambino, sono necessari comprensione e un profondo insight. La maggior parte di coloro che hanno inclinazioni religiose, che parlano di Dio e dell'immortalità, fondamentalmente non credono nella libertà e integrità individuali; eppure la religiosità dovrebbe essere educazione alla libertà in cerca della verità. Non può esserci compromesso con la libertà: se è parziale, è come se non ci fosse; qualsiasi condizionamento, politico o religioso, non è libertà, e non porterà mai la pace. La religiosità non è una forma di condizionamento, è uno stato di tranquillità in cui è presente la realtà, Dio stesso; ma questo stato creativo può prodursi solo quando c'è conoscenza di sé e libertà. La libertà produce virtù, e senza virtù non può esserci tranquillità. La mente quieta non è una mente condizionata, non è disciplinata o allenata a restare tranquilla. La quiete giunge solo quando la mente comprende le proprie modalità, che sono poi quelle dell'io. Ogni religione organizzata è la pietrificazione del pensiero, da cui scaturiscono templi e chiese; è il conforto di chi ha paura, è l'oppio degli afflitti. Ma Dio e la verità vanno molto al di là del pensiero o dei bisogni emotivi. I genitori e gli insegnanti capaci di riconoscere i processi psicologici che sviluppano paura e sofferenza dovrebbero essere in grado di aiutare i giovani a osservare e comprendere i loro conflitti e i loro dolori. Se noi adulti potessimo aiutare i bambini, mentre crescono, a pensare in modo chiaro e imparziale, ad amare e a non generare animosità, non potremmo desiderare di più. Ma se non facciamo che prenderci per il collo a vicenda, se siamo incapaci di portare ordine e pace nel mondo attraverso il cambiamento profondo di noi stessi, che valore hanno i libri sacri e i miti delle varie religioni? Una vera educazione religiosa deve aiutare il bambino a essere consapevole in modo intelligente, a distinguere da sé ciò che è temporaneo da ciò che è reale, ad avere un approccio disinteressato alla vita; non avrebbe più senso iniziare la giornata, a casa o a scuola, con un pensiero profondo o con una lettura che abbia senso e pregnanza piuttosto che mormorare parole e frasi ritrite? Le generazioni passate, con le loro ambizioni, tradizioni e ideali, hanno causato al mondo miseria e distruzione; forse le generazioni future, con un giusto tipo di educazione, potranno mettere fine a questo caos e costruire così un ordine sociale più felice. Se i giovani avranno uno spirito indagatore, se cercheranno costantemente di scoprire la verità di ogni cosa, politica o religiosa, personale o ambientale, diventeranno una forza propulsiva e ci sarà speranza in un mondo migliore. Quasi tutti i bambini sono curiosi, vogliono sapere, ma il loro zelo è indebolito dalle nostre affermazioni dogmatiche, dalla nostra impazienza o dal modo superficiale in cui ignoriamo la loro curiosità. Non incoraggiamo le loro indagini, perché siamo un pò timorosi di quanto ci possono chiedere; non sosteniamo il loro scontento, perché noi per primi abbiamo smesso di porci delle domande. Molti genitori e insegnanti temono lo scontento perché turba la sicurezza, e dunque incoraggiano i giovani a superarlo attraverso un lavoro sicuro, il denaro, il matrimonio e la consolazione dei dogmi religiosi. Gli adulti, che conoscono fin troppo bene i vari modi di ottundere la mente e il cuore, fanno di tutto per rendere il bambino ottuso come loro, inculcando in lui l'autorità, le tradizioni o le credenze che essi stessi hanno accettato. Solo incoraggiando il bambino a mettere in questione il libro, qualunque esso sia, a investigare la validità dei valori sociali esistenti, delle tradizioni, delle forme di governo, delle fedi religiose e così via, l'educatore o i genitori possono sperare di risvegliare e sostenere la sua vivacità critica e la sua capacità di insight. I giovani, se sono almeno un pò vitali, sono pieni di speranza e di scontento; devono essere così, altrimenti sarebbero già vecchi o morti. E i grandi sono quelli che un tempo erano scontenti, ma che sono riusciti perfettamente a soffocare quella fiamma e a trovare sicurezza e conforto in vari modi. Agognano la stabilità per sé e la loro famiglia, desiderano ardentemente la certezza nelle idee, nelle relazioni, nel possesso; e quando si sentono insoddisfatti, si fanno assorbire dalle responsabilità, dal lavoro, da qualsiasi cosa permetta loro di sfuggire a quel fastidioso senso di scontento. La giovinezza è il periodo in cui essere scontenti, non solo di se stessi, ma delle cose che ci circondano. Dovremmo imparare a pensare in modo chiaro e senza pregiudizi, così da non essere interiormente dipendenti e paurosi. L'indipendenza non riguarda la sezione colorata del mappamondo che chiamiamo "la nostra nazione", riguarda noi in quanto individui; e anche se all'esterno dipendiamo l'uno dall'altro, questa dipendenza reciproca non diventa crudele o oppressiva se nel profondo siamo liberi dalla brama di potere, di posizione o di autorità. Dobbiamo comprendere lo scontento, di cui invece quasi tutti abbiamo paura. Esso può provocare un apparente disordine; ma se porterà, come dovrebbe, alla conoscenza di sé e all'abnegazione, sarà in grado di creare un nuovo ordine sociale e una pace durevole. La rinuncia a sé è fonte di una gioia incommensurabile. Lo scontento è lo strumento della libertà; ma per poter investigare in modo diretto, non deve esistere quello sperpero emotivo che spesso assume la forma di riunioni politiche, di slogan urlati, di ricerca di un guru o di un maestro spirituale, di orge religiose di vario tipo. Questo sperpero ottunde la mente e il cuore, rendendoli incapaci di insight e quindi facilmente plasmabili dalle circostanze o dalla paura. Solo un ardente desiderio di ricerca, e non la facile imitazione della massa, produrrà una nuova comprensione delle modalità della vita. I giovani sono facilmente persuasi, dai sacerdoti o dai politici, dai ricchi o dai poveri, a pensare in un modo determinato; ma la giusta educazione dovrebbe aiutarli a diffidare di queste influenze, in modo che non ripetano slogan come pappagalli o non cadano in un'abile trappola di avidità, loro o di qualcun altro. Non devono permettere che l'autorità soffochi le loro menti e i loro cuori. Seguire un altro, per quanto grande, o aderire a un'ideologia gratificante, non aiuterà a creare un mondo pacifico. Una volta terminata la scuola o l'università, molti di noi mettono via i libri e pensano di aver finito con lo studio; altri invece sono stimolati a pensare oltre, continuano a leggere e ad assorbire quanto è stato detto da altri, e sviluppano una dipendenza dal sapere. Finché continueremo a venerare la cultura o la tecnica come strumenti di successo e di dominio, dovranno per forza esserci anche competizione spietata, antagonismo e lotta incessante per la sopravvivenza. Finché il successo sarà il nostro scopo non possiamo liberarci dalla paura, perché il desiderio di riuscire genera inevitabilmente la paura del fallimento. Ecco perché non dovremmo insegnare ai giovani a venerare il successo. Molti di noi lo cercano, sul campo da tennis piuttosto che nel mondo degli affari o in politica. Tutti vogliamo essere vincenti, e questo desiderio genera un conflitto costante all'interno di noi o con il nostro prossimo; porta competizione, invidia, animosità, e infine guerra. Al pari delle vecchie generazioni, anche i giovani perseguono il successo e la sicurezza; in un primo momento sono forse insoddisfatti, ma ben presto diventano rispettabili e temono di dire di no alla società. I muri creati dai loro stessi desideri cominciano a rinchiuderli, loro si mettono in riga e prendono le redini dell'autorità. Il loro scontento, che è la fiamma stessa dell'indagine, della ricerca, della comprensione, si intorpidisce e scompare, e al suo posto subentra il desiderio di un lavoro migliore, di un matrimonio ricco, di una carriera di successo, tutte cose implicite nella brama di una maggiore sicurezza. Non vi è una differenza essenziale tra giovani e vecchi, poiché entrambi sono schiavi dei loro desideri e delle loro soddisfazioni; la maturità non viene con l'età, ma con la comprensione. Uno spirito investigativo appassionato è forse più facile nei giovani, perché gli adulti sono già stati bastonati dalla vita, sfiniti dai conflitti e in un modo o nell'altro vedono la morte davanti a sé. Questo non significa che siano incapaci di indagare in modo propositivo, ma solo che per loro è più difficile. Molti adulti sono immaturi e piuttosto infantili, e questo fattore contribuisce alla confusione e alla miseria del mondo. Le persone adulte sono responsabili della crisi economica e morale corrente; e una nostra deplorevole debolezza è che vogliamo che qualcun altro agisca al nostro posto e cambi il corso delle nostre esistenze. Aspettiamo che altri insorgano e poi ricostruiscano, e restiamo inattivi finché non siamo certi del risultato. La maggior parte di noi cerca sicurezza e successo, ma una mente che brama queste cose non è intelligente, ed è quindi incapace di un'azione integra. Questa può esistere solo se siamo consapevoli dei nostri condizionamenti, dei nostri pregiudizi razziali, nazionali, politici, religiosi; solo se comprendiamo che le strade dell'io tendono sempre a separare. La vita è un pozzo profondo. Possiamo attingervi un pò di acqua con un secchiello, o possiamo arrivare con dei recipienti capaci ed estrarne in abbondanza per nutrirci e sostenerci. Quando si è giovani è il tempo giusto per investigare, per sperimentare tutto. La scuola dovrebbe aiutare i giovani a scoprire le loro inclinazioni e le loro responsabilità, e non limitarsi a imbottire le loro menti di fatti e di conoscenze tecniche; dovrebbe essere il terreno dove farli crescere senza paura, felici e integri. Educare un bambino significa aiutarlo a capire la libertà e l'integrità. Perché ci sia libertà deve esserci ordine, che solo la virtù può dare; e l'integrità si manifesta solo quando c'è una grande semplicità. Dalle nostre innumerevoli complicazioni dobbiamo progredire verso la semplicità, dobbiamo diventare semplici nella nostra vita interiore e nei nostri bisogni esteriori. Oggi l'educazione si preoccupa dell'efficienza esteriore e trascura totalmente, quando non la perverte in modo deliberato, la natura interiore dell'essere umano; ne sviluppa solo una parte, e lascia che il resto segua come meglio può. Ma la nostra confusione interiore, l'antagonismo e la paura sono più forti della struttura esterna della società, per quanto ideata con nobili intenti e costruita con abilità. Senza il giusto tipo di educazione ci distruggiamo l'un l'altro, e non c'è sicurezza per nessuno. Educare lo studente nel modo giusto significa aiutarlo a capire l'intero processo di sé, poiché solo quando nel vivere quotidiano c'è integrazione fra mente e cuore possono esserci intelligenza e trasformazione interiore. Pur continuando a garantire informazione e preparazione tecnica, l'educazione dovrebbe soprattutto incoraggiare una visione integra della vita; dovrebbe aiutare lo studente a riconoscere e ad abbattere tutte le distinzioni sociali e i pregiudizi, scoraggiando l'avida ricerca di potere e dominio. Dovrebbe incoraggiare il giusto tipo di osservazione di sé e la sperimentazione della vita come totalità, che non significa dare importanza alla parte, all'"io" e al "mio", ma aiutare la mente ad andare oltre se stessa per scoprire il reale. La libertà si origina attraverso la conoscenza di sé nelle occupazioni quotidiane, nella nostra relazione con persone, cose, idee, con la natura. Se l'educatore aiuta lo studente a essere integro, non può dare un'enfasi eccessiva o irragionevole a nessuna fase della vita. Solo la comprensione del processo totale dell'esistenza porta integrità; quando c'è conoscenza di sé, la capacità di creare illusioni scompare, e solo allora è possibile il manifestarsi della realtà o di Dio. Gli uomini devono essere integri per uscire da qualsiasi crisi, e specialmente dalla crisi mondiale attuale, senza esserne spezzati; in questo senso, il problema maggiore per i genitori e gli insegnanti davvero interessati all'educazione è quello di sviluppare una persona integra. Per fare questo è ovvio che l'insegnante stesso debba essere integro; dunque il giusto tipo di educazione è della massima importanza non solo per i giovani, ma anche per gli adulti che vogliano imparare e che non siano troppo fissati con i loro modi di agire. Quello che noi siamo è molto più importante del solito problema di cosa insegnare ai bambini, e se li amiamo faremo attenzione che abbiano il giusto tipo di educatori. L'insegnamento non dovrebbe diventare una professione da specialisti. Quando questo succede, come è spesso il caso, l'amore si spegne, ma esso è essenziale per il processo dell'integrità. Per essere integri dobbiamo essere liberi dalla paura. L'assenza di paura genera indipendenza senza crudeltà, senza disprezzo per l'altro, ed è questo l'elemento essenziale della vita. Senza amore non possiamo risolvere i nostri numerosi problemi contrastanti; senza amore l'acquisizione di conoscenze non fa che aumentare la confusione e provocare autodistruzione. L'essere umano integro perverrà alla tecnica attraverso l'esperienza, poiché l'impulso creativo genera la sua propria tecnica, ed è questa l'arte più grande. Quando un bambino sente l'impulso creativo di dipingere lo fa, non si cura della tecnica. In modo analogo le persone che si dedicano a fare esperienza, e quindi a insegnare, sono i soli veri insegnanti, e anch'essi creeranno una loro tecnica personale. Tutto questo sembra molto semplice, ma è davvero una rivoluzione profonda. Se ci riflettiamo, possiamo capire che effetti straordinari avrà sulla società. Oggigiorno, a quarantacinque o cinquant'anni, la schiavitù della routine ci ha già resi quasi tutti l'ombra di noi stessi; siamo distrutti dalla condiscendenza, dalla paura, dall'accettazione, anche se continuiamo ad affannarci in una società che ha pochissimo senso se non per coloro che la dominano e se ne stanno al sicuro. Se l'insegnante capisce questo e se davvero lui stesso ne fa esperienza, il suo insegnamento non sarà una questione di routine, ma diventerà uno strumento di aiuto indipendentemente dal suo temperamento e dalle sue capacità. Per capire un bambino dobbiamo guardarlo mentre gioca, studiarlo nei suoi diversi stati d'animo; non possiamo proiettare su di lui i nostri pregiudizi, le nostre paure o speranze, o foggiarlo perché rientri nello schema dei nostri desideri. Se lo giudichiamo costantemente a seconda di quello che ci piace o non ci piace, siamo destinati a creare barriere e ostacoli nella nostra relazione con lui e in quella che lui ha con il mondo. Sfortunatamente la maggior parte di noi desidera plasmare il bambino in un modo che risulti gratificante per le nostre vanità e idiosincrasie; proviamo vari gradi di conforto e di soddisfazione nel possesso esclusivo e nel dominio. Certamente questo processo non è relazione, ma pura imposizione, ed è quindi essenziale comprendere il difficile e complesso desiderio di dominio. Esso assume molte forme sottili, e nel suo aspetto ipocrita è molto caparbio. Il desiderio di "servire" insieme con la brama inconscia di dominare è difficile da comprendere. Può esserci amore quando siamo possessivi? Possiamo essere in comunione con quelli che cerchiamo di controllare? Dominare significa usare l'altro per la nostra gratificazione, e là dove l'altro viene usato non c'è amore. Quando c'è amore c'è considerazione, non solo per i bambini ma per tutti gli esseri umani. Se questo problema non ci tocca nel profondo, non troveremo mai il giusto modo di educare. La semplice istruzione tecnica favorisce inevitabilmente la crudeltà, mentre per educare i nostri figli dobbiamo essere sensibili all'intero movimento della vita. Quello che pensiamo, che diciamo o che facciamo ha un'importanza infinita, perché crea l'ambiente, e l'ambiente può aiutare il bambino o ostacolarlo. È quindi logico che chi tra noi è davvero interessato a questo problema dovrà cominciare a capire se stesso, favorendo così la trasformazione della società; ci prenderemo la diretta responsabilità di inventare un nuovo approccio all'educazione. Se amiamo i nostri figli, non troveremo forse un modo di porre fine alla guerra? Ma se usiamo semplicemente la parola "amore" senza il suo vero significato, allora tutto il complesso problema della miseria umana continuerà. La via d'uscita passa attraverso di noi. Dobbiamo cominciare a capire la nostra relazione con il prossimo, con la natura, con le idee e le cose, perché senza questa comprensione non c'è speranza, non c'è via di scampo dal conflitto e dalla sofferenza. Crescere un bambino richiede attenzione e osservazione intelligente. Gli esperti, con tutto il loro sapere, non possono sostituirsi all'amore dei genitori, ma molti genitori guastano l'amore con le loro paure e le loro ambizioni, che condizionano e deformano il modo di vedere del bambino. Pochi di noi si preoccupano davvero dell'amore, ma siamo molto interessati alla sua parvenza. La struttura sociale ed educativa attuale non favorisce la libertà e l'integrità dell'individuo; se i genitori desiderano seriamente che il loro figlio cresca nella pienezza del suo potenziale integrale, devono cominciare a trasformare l'ascendente della famiglia e a creare scuole con i giusti educatori. L'influsso della famiglia e quello della scuola non devono essere contraddittori in alcun modo, perciò sia i genitori che gli insegnanti devono rieducarsi. La contraddizione così frequente, tra la vita privata di un individuo e la sua vita in quanto membro di un gruppo, crea una lotta infinita dentro di lui e nelle sue relazioni. Questo conflitto è incoraggiato e alimentato da un'educazione sbagliata, e sia i governi che le religioni organizzate accrescono la confusione con le loro dottrine contraddittorie. Il bambino è già scisso dentro di sé dall'inizio, e questo si risolve in disastri personali e sociali. Se quelli di noi che amano i loro figli e capiscono l'urgenza di questo problema vi si dedicheranno con la mente e con il cuore, allora anche se saremo in pochi, con una giusta educazione e un ambiente familiare intelligente potremo contribuire alla fioritura di esseri umani integri; ma se, come molti, ci riempiamo il cuore con gli abili giochi della mente, allora continueremo a vedere i nostri figli distrutti dalla guerra, dalla fame, o dai loro stessi conflitti psicologici. La giusta educazione è il risultato della nostra trasformazione. Dobbiamo rieducarci per non ucciderci a vicenda per nessuna ragione, per quanto legittima, per nessuna ideologia, per quanto possa apparire promettente per la futura felicità del mondo. Dobbiamo imparare a essere compassionevoli, a essere contenti con poco, a cercare il Supremo, perché solo allora potrà esserci la vera salvezza del genere umano.

3 – Intelletto, autorità, intelligenza

Molti di noi sembrano convinti che basti insegnare a tutti a leggere e a scrivere per risolvere i problemi umani, ma questa idea si è rivelata falsa. Le persone cosiddette "istruite" non sono né integre né amanti della pace, e sono anch'esse responsabili della confusione e della miseria nel mondo. Educare nel modo giusto significa risvegliare l'intelligenza, incoraggiare una vita integra, e solo un'educazione di questo tipo può creare una nuova cultura e un mondo pacifico; ma per metterla in pratica dobbiamo ricominciare daccapo su basi completamente nuove. Mentre il mondo cade a pezzi attorno a noi, continuiamo a discutere di teorie e di vane questioni politiche, e ci gingilliamo con riforme superficiali. Questo non mostra forse la nostra totale sconsideratezza? Alcuni magari lo pensano, ma poi continuano a comportarsi come hanno sempre fatto, ed è questo l'aspetto più triste dell'esistenza. Quando veniamo a conoscenza di una verità e poi non agiamo di conseguenza, essa si trasforma in un veleno interiore, un veleno che si diffonde, provocando disturbi psicologici, squilibrio e malattia. Solo quando l'intelligenza creativa si risveglia nell'individuo vi è la possibilità di una vita pacifica e felice. Essere intelligenti non significa semplicemente sostituire un governo con un altro, un partito o una classe con un'altra, uno sfruttatore con uno diverso. Nessuna rivoluzione cruenta risolverà mai i nostri problemi. Solo una profonda rivoluzione interiore che cambi tutti i nostri valori potrà creare un ambiente diverso, una struttura sociale intelligente, e questa rivoluzione può essere messa in atto solo da voi e da me. Nessun nuovo ordine sarà possibile finché ognuno di noi non spezzerà le sue barriere psicologiche e sarà libero. Sulla carta possiamo stendere il programma di un'utopia perfetta, di un mondo nuovo; ma sacrificare il presente a un futuro ignoto non risolverà di certo mai i nostri problemi. Ci sono così tanti elementi che entreranno in gioco tra ora e il futuro che nessuno può sapere cosa esso sarà. Se siamo seri nelle nostre intenzioni, possiamo e dobbiamo affrontare i nostri problemi adesso, senza rimandarli al futuro. L'eternità non è nel futuro, è ora. I nostri problemi esistono nel presente, ed è solo nel presente che possiamo risolverli. Quelli tra noi che sono veramente seri devono rigenerarsi; ma questo sarà possibile solo quando abbandoneremo i valori che abbiamo creato con i nostri desideri autoprotettivi e aggressivi. La conoscenza di sé è l'inizio della libertà, e solo conoscendoci possiamo generare ordine e pace. Ora, qualcuno potrebbe chiedere: "Ma come può il singolo influenzare la storia? Può davvero realizzare qualcosa con il suo modo di vivere?". Certo che può. Ovviamente né voi né io fermeremo le prossime guerre, o riusciremo a creare una comprensione immediata fra le nazioni; ma se non altro possiamo provocare, nel mondo delle nostre relazioni quotidiane, un cambiamento fondamentale che avrà il suo effetto. L'illuminazione di un singolo individuo influisce su un gran numero di persone, ma solo se non si bramano i risultati. Se pensiamo in termini di vantaggio o di effetto, la giusta trasformazione di sé diviene impossibile. I problemi dell'uomo non sono semplici, sono molto complessi. Per capirli ci vogliono pazienza e capacità di insight, ed è davvero importante che ognuno di noi li capisca e li risolva per conto proprio. Non possono essere compresi con formule facili o slogan; né possono essere risolti da specialisti che operino seguendo una loro falsariga, che porta solo confusione e miseria ulteriori. Possiamo capire e risolvere i nostri numerosi problemi solo quando siamo consapevoli di noi stessi come processo totale, cioè quando comprendiamo la nostra struttura psicologica; e nessun leader religioso o politico ci darà la chiave di questa comprensione. Per capire noi stessi dobbiamo essere consapevoli delle nostre relazioni, non solo con gli altri, ma anche con le cose che possediamo, con le idee e la natura. Se vogliamo provocare una vera rivoluzione nella relazione tra le persone, che è la base di tutta la società, deve esserci un cambiamento fondamentale nei nostri valori e nel nostro modo di vedere; ma noi evitiamo la trasformazione necessaria e fondamentale di noi stessi e cerchiamo di attuare rivoluzioni politiche che portano sempre a massacri e a disastri. Una relazione che si basi sulle sensazioni non può mai essere uno strumento di liberazione dall'io; eppure molte nostre relazioni si basano sulle sensazioni, e sono la conseguenza del nostro desiderio di un vantaggio personale, di conforto, di sicurezza psicologica. Anche se possono offrirci una fuga momentanea dall'io, queste relazioni non fanno che rafforzarlo, insieme con tutte le sue attività limitate e vincolanti. La relazione è uno specchio dove si possono vedere l'io e le sue attività; e solo quando si capiscono le sue modalità nelle reazioni all'interno della relazione vi può essere una liberazione creativa dall'io stesso. Per trasformare il mondo dobbiamo rigenerarci interiormente. Non si può realizzare niente con la violenza, con la semplice eliminazione reciproca. Possiamo provare un sollievo temporaneo unendoci a gruppi, studiando metodi di riforme economiche e sociali, emanando leggi o pregando; ma qualsiasi cosa facciamo, senza la conoscenza di sé e l'amore che è insito in essa, i nostri problemi non faranno che ampliarsi e moltiplicarsi. Se invece dedichiamo la mente e il cuore al compito di conoscerci, risolveremo di certo i nostri numerosi conflitti e dispiaceri. L'educazione attuale sta facendo di noi degli esseri sconsiderati; fa pochissimo per aiutarci a scoprire la nostra vocazione individuale. Superiamo un certo numero di esami e poi, con un pò di fortuna, troviamo un lavoro, che spesso si traduce in un'eterna routine per il resto della nostra vita. Il lavoro può non piacerci, ma siamo obbligati a continuare perché non abbiamo altri mezzi di sostentamento. Forse abbiamo voglia di fare qualcosa di completamente diverso, ma gli obblighi e le responsabilità ci frenano, e siamo circondati dalle nostre ansie e dalle nostre paure. Frustrati, cerchiamo una via di fuga attraverso il sesso, l'alcol, la politica o attraverso religioni stravaganti. Quando le nostre ambizioni falliscono, diamo eccessiva importanza a ciò che dovrebbe essere normale, e creiamo un problema psicologico. Finché non avremo una comprensione completa della vita e dell'amore, dei nostri desideri politici, religiosi, sociali, con le loro esigenze e i loro ostacoli, avremo sempre più problemi nelle nostre relazioni, che ci porteranno all'infelicità e alla distruzione. L'ignoranza è la non conoscenza del funzionamento dell'io, e non può essere dissolta con attività o riforme superficiali; possiamo eliminarla solo con la consapevolezza costante dei movimenti e delle reazioni dell'io in tutte le relazioni. Dobbiamo renderci conto che non siamo solo condizionati dall'ambiente, ma che noi stessi siamo l'ambiente, non siamo qualcosa di separato da esso. I nostri pensieri e le nostre reazioni sono condizionati dai valori che la società, di cui facciamo parte, ci ha imposto. Non ci accorgiamo mai di essere l'ambiente nella sua totalità perché in noi coesistono più entità, che ruotano tutte attorno all'"io", all'ego. L'ego è formato da queste entità, che sono poi i desideri nelle loro svariate forme. Da questo aggregato di desideri nasce la figura centrale, colui che pensa, la volontà dell'"io" e del "mio"; si determina così la divisione tra io e non-io, tra l'io e l'ambiente o la società. Questa separazione è l'inizio del conflitto, interiore ed esteriore. La consapevolezza di questo intero processo, nella sua parte cosciente e in quella nascosta, è meditazione; e attraverso la meditazione l'io, con i suoi desideri e conflitti, viene trasceso. La conoscenza di sé è necessaria se si vuole essere liberi dalle influenze e dai valori che danno rifugio all'io; e solo in questa libertà vi sono creazione, verità, Dio o quello che preferite. Le opinioni e la tradizione modellano i nostri pensieri e sentimenti fin dalla più tenera età. Le influenze e le impressioni immediate producono un effetto potente e durevole, che plasma l'intero corso della nostra vita cosciente e inconscia. Il conformismo inizia nell'infanzia attraverso l'educazione e l'impatto della società. Il desiderio di imitazione è un fattore molto importante nella nostra vita, non solo a livelli superficiali, ma anche nel profondo. Non abbiamo quasi nessun pensiero o sentimento indipendente; quando questo succede, si tratta di semplici reazioni, non libere quindi dallo schema stabilito, poiché non vi è libertà nella reazione. La filosofia e la religione impongono dei metodi attraverso cui possiamo giungere alla comprensione della verità o di Dio; eppure limitarsi a seguire un metodo significa rimanere sprovveduti e divisi, per quanto il metodo possa sembrare efficace nella vita sociale di tutti i giorni. L'impulso a conformarsi, che è poi il desiderio di sicurezza, genera paura e fa salire alla ribalta le autorità politiche e religiose, i leader e gli eroi che incoraggiano la nostra remissività e che ci dominano in maniera subdola o evidente; ma non conformarsi è solo una reazione all'autorità, e non ci aiuta in alcun modo a diventare esseri integri. La reazione è senza fine, porta solo a reazioni successive. Il conformismo, con il suo strascico di paura, è un ostacolo; ma riconoscere questo fatto intellettualmente non lo eliminerà. Solo quando siamo consapevoli degli ostacoli con tutto il nostro essere possiamo liberarcene senza creare blocchi ulteriori e più profondi. Se non abbiamo l'indipendenza interiore, la tradizione ha una forte presa su di noi; e una mente che pensa seguendo linee tradizionali non può mai scoprire il nuovo. Conformandoci diventiamo imitatori mediocri, semplici ruote nell'ingranaggio di una crudele macchina sociale. Ma è importante quello che noi pensiamo, non ciò che gli altri vogliono che pensiamo. Quando ci conformiamo alla tradizione, diventiamo ben presto semplici copie di ciò che dovremmo essere. Questa imitazione di ciò che dovremmo essere genera paura, e la paura uccide il pensiero creativo. Essa ottunde la mente e il cuore, per cui non siamo attenti al senso totale della vita; diventiamo insensibili ai nostri stessi dolori, al volo degli uccelli, ai sorrisi e alle miserie altrui. La paura, conscia o inconscia, ha molte cause diverse, ed è necessaria una vigilanza attenta per liberarsene. La paura non può essere eliminata con la disciplina, la sublimazione o attraverso qualsiasi altro atto di volontà: bisogna scoprirne le cause e capirle. Questo richiede pazienza e una consapevolezza priva di qualsiasi giudizio. È relativamente facile comprendere e dissolvere le paure coscienti. Ma le paure inconsce non sono neanche riconosciute da molti di noi, perché non permettiamo loro di venire alla superficie; e quando in rare occasioni esse si rivelano, ci affrettiamo a nasconderle, a fuggire da loro. Le paure nascoste spesso si presentano sotto forma di sogni o altri segnali, e provocano un deterioramento e un conflitto superiori a quelli delle paure superficiali. La vita non è solo ciò che appare in superficie, la sua parte più consistente è celata all'osservazione generica. Se vogliamo che le nostre paure più oscure vengano allo scoperto e si dissolvano, la mente cosciente deve essere silenziosa, non continuamente occupata; e quando le paure salgono alla superficie, bisogna osservarle senza intralci o impedimenti, perché qualunque forma di condanna o di giustificazione non fa che rafforzarle. Per essere liberi dalla paura dobbiamo essere consapevoli della sua influenza nefasta, e solo una vigilanza costante può rivelarne le molteplici cause. Un risultato della paura è l'accettazione dell'autorità nelle relazioni umane. L'autorità è prodotta dal nostro desiderio di avere ragione, di sentirci sicuri e tranquilli, di non avere conflitti o turbamenti coscienti; ma nulla di ciò che proviene dalla paura può aiutarci a capire i nostri problemi, anche se la stessa può assumere talvolta le sembianze del rispetto e della deferenza verso i cosiddetti saggi. Ma il saggio non esercita alcuna autorità, e quelli che lo fanno non sono saggi. Qualunque forma di paura ci impedisce la comprensione di noi stessi e della nostra relazione con le cose della vita. Seguire l'autorità significa negare l'intelligenza. Accettare l'autorità vuol dire sottoporsi a un dominio, assoggettarsi a un individuo, un gruppo, un'ideologia, religiosa o politica; e questa sottomissione dell'individuo all'autorità è non solo la negazione dell'intelligenza, ma anche della libertà individuale. L'adesione a un credo o a un sistema di idee è una reazione autoprotettiva. Accettare l'autorità può aiutarci temporaneamente a mascherare le difficoltà o i problemi; ma evitare un problema significa solo intensificarlo, e in questo processo si rinuncia alla libertà e alla conoscenza di sé. Come può esserci compromesso tra la libertà e l'accettazione dell'autorità? Se c'è compromesso, quelli che sostengono di perseguire la conoscenza di sé e la libertà non sono seri nei loro sforzi. Sembra che la libertà sia per noi il fine ultimo, uno scopo, e che per essere liberi dobbiamo dapprima sottoporci a forme varie di repressione e di intimidazione. Speriamo di ottenere la libertà attraverso il conformismo, ma i mezzi non sono forse importanti quanto il fine? E non sono forse gli stessi mezzi che lo determinano? Per avere la pace dobbiamo impiegare mezzi pacifici, perché se i mezzi sono violenti, come può il fine essere pacifico? Se il fine è la libertà, l'inizio deve essere libero, poiché inizio e fine sono una cosa sola. Possono esserci conoscenza di sé e intelligenza solo quando c'è libertà fin dal principio; e la libertà viene negata dall'accettazione dell'autorità. Veneriamo l'autorità sotto diverse sembianze: sapere, successo, potere e così via; la esercitiamo sui giovani, e al contempo temiamo quella dei superiori. Se siamo privi di visione interiore, il potere esterno e la posizione assumono grande importanza, e così l'individuo diviene sempre più soggetto all'autorità e alla coercizione, diventa uno strumento in mani altrui. Possiamo vedere come si svolge questo processo intorno a noi: nei momenti di crisi, le nazioni democratiche si comportano come i totalitarismi, dimenticano la democrazia e obbligano gli uomini a conformarsi. Se comprendiamo la compulsione che sta alla base del nostro desiderio di dominare o di essere dominati, allora forse potremo liberarci dagli effetti paralizzanti dell'autorità. Desideriamo con tutto il cuore di sentirci sicuri, di avere ragione e successo, di sapere; e questo desiderio di sicurezza e di permanenza rafforza dentro di noi l'autorità dell'esperienza personale, mentre all'esterno crea l'autorità della società, della famiglia, della religione e così via. Ma limitarsi a ignorare l'autorità, a scrollarsi di dosso i suoi simboli visibili, è gran poca cosa. Rompere con una tradizione per conformarsi a un'altra, lasciare il leader del momento per quello successivo, è solo un gesto superficiale. Se vogliamo essere consapevoli dell'intero processo dell'autorità, se vogliamo capirne l'essenza, se vogliamo comprendere il desiderio di certezza e trascenderlo, allora dobbiamo possedere una grande consapevolezza e capacità di insight, dobbiamo essere liberi, non alla fine, ma al principio. Desiderare certezze e sicurezza è una delle attività principali dell'io, è un impulso irrefrenabile che deve essere costantemente osservato, e non semplicemente sviato o forzato in un'altra direzione, o reso conforme a un modello desiderato. L'ego, nelle sue forme di "io" e "mio", è molto forte in quasi tutti noi; sia che dormiamo o siamo svegli, esso è sempre all'erta, e diviene sempre più forte. Ma quando c'è la consapevolezza dell'io e la comprensione che tutte le sue attività, anche le più sottili, portano inevitabilmente conflitto e dolore, allora il desiderio di certezza e di continuità di sé viene meno. Bisogna essere sempre vigili perché l'io sveli le sue modalità e i suoi trucchi; ma quando cominciamo a capirli, e a comprendere le implicazioni dell'autorità e della sua accettazione o negazione da parte nostra, allora ci stiamo già liberando dall'autorità. Finché la mente si lascia dominare e controllare dal desiderio di sentirsi sicura, non può esserci liberazione dall'io e dai suoi problemi; per la stessa ragione non c'è liberazione attraverso i dogmi e il credo organizzato, che chiamiamo "religione". Dogmi e credenze sono solo proiezioni della mente. I riti, le preghiere, le forme diffuse di meditazione, le parole e le frasi ripetute all'infinito, anche se possono produrre reazioni piacevoli, non liberano la mente dall'io e dalle sue attività; poiché l'io è essenzialmente il prodotto delle sensazioni. Nei momenti di afflizione ci rivolgiamo al nostro Dio, che è solo un'immagine della mente; oppure troviamo spiegazioni che ci soddisfino, dandoci un conforto temporaneo. Le religioni che seguiamo sono create dalle nostre paure e speranze, dal nostro desiderio di sicurezza interiore e di rassicurazione; e quando veneriamo l'autorità, che sia quella di un salvatore, di un maestro o di un sacerdote, ecco comparire la sottomissione, l'accettazione e l'imitazione. Così veniamo sfruttati in nome di Dio allo stesso modo in cui siamo sfruttati in nome dei partiti o delle ideologie, e continuiamo a soffrire. Siamo tutti esseri umani, comunque possiamo definirci, e la sofferenza è il nostro destino. Il dolore ci accomuna tutti, l'idealista e il materialista. L'idealismo è una fuga da ciò che è, e il materialismo è un altro modo di negare la sconfinata profondità del presente. Sia l'idealista che il materialista hanno i loro modi particolari di evitare il complesso problema della sofferenza; entrambi sono rosi dai loro desideri, dalle ambizioni e dai conflitti, e i loro stili di vita non tendono certo alla serenità. Entrambi sono responsabili della confusione e della miseria del mondo. Quando siamo in una condizione di conflitto e di sofferenza non c'è capacità di comprensione: in questo stato le nostre azioni possono solo portarci a confusione e dolore maggiori, anche se sono il frutto di una riflessione scaltra e attenta. Per capire il conflitto e quindi liberarcene, dobbiamo essere consapevoli delle modalità della mente conscia e inconscia. Nessun idealismo, nessun sistema e nessun modello di alcun tipo può aiutarci a dipanare le attività recondite della mente; al contrario, qualsiasi formulazione o conclusione ne ostacolerà la scoperta. Il perseguimento di ciò che dovrebbe essere, l'attaccamento ai princìpi, agli ideali, la creazione di uno scopo: tutto questo crea molte illusioni. Se vogliamo conoscerci, deve esserci una certa spontaneità, la libertà di osservare, e questo non è possibile quando la mente è limitata da ciò che è superficiale, da valori idealistici o materialistici. L'esistenza è relazione; possiamo appartenere a una religione organizzata o no, essere mondani o tutti presi dagli ideali, ma la nostra sofferenza può essere risolta solo attraverso la comprensione di noi stessi nella relazione. Solo la conoscenza di sé può dare all'uomo serenità e felicità, poiché essa è l'inizio dell'intelligenza e dell'integrità. L'intelligenza non è solo una superficiale capacità di adattamento, non è la coltivazione della mente né l'acquisizione di conoscenza; è la capacità di comprendere le modalità della vita, è la percezione dei valori giusti. L'educazione moderna, sviluppando l'intelletto, offre sempre più teorie e fatti, senza determinare la comprensione dell'intero processo dell'esistenza umana. Siamo profondamente intellettuali; abbiamo sviluppato menti abili, e siamo tutti presi dalle spiegazioni. L'intelletto si accontenta di teorie e spiegazioni, ma l'intelligenza no; e per la comprensione del processo totale dell'esistenza deve esserci un'integrazione della mente e del cuore nell'azione. L'intelligenza non è separata dall'amore. Per la maggior parte di noi è estremamente arduo compiere questa rivoluzione interiore. Siamo capaci di meditare, di suonare il piano, di scrivere, ma non conosciamo colui che medita, non conosciamo il pianista, lo scrittore. Non siamo creatori, perché ci siamo riempiti i cuori e le menti di conoscenze, di informazioni e di arroganza; possiamo citare moltissimi passi di ciò che altri hanno detto o pensato. Ma la cosa più importante è l'atto dell'esperienza, non la sua modalità. Deve esserci l'amore prima che lo possiamo esprimere. È chiaro dunque che limitarsi a coltivare l'intelletto, cioè a sviluppare capacità o conoscenze, non si traduce in intelligenza. Bisogna distinguere tra intelletto e intelligenza. L'intelletto è il pensiero che funziona indipendentemente dalle emozioni, mentre l'intelligenza è la capacità di sentire così come di ragionare; e finché non ci avvicineremo alla vita con l'intelligenza, invece che solo con l'intelletto o solo con le emozioni, nessun sistema politico o educativo al mondo potrà salvarci dal peso del caos e della distruzione. La conoscenza non è saggezza, e non può essere paragonata all'intelligenza. La saggezza non è in vendita, non è una merce che possiamo comperare con lo studio o la disciplina. Non la troviamo nei libri; non possiamo accumularla, impararla a memoria o farne provvista. La saggezza viene solo con la rinuncia all'io. Avere una mente aperta è più importante dello studio; e possiamo avere una mente aperta non quando la imbottiamo di informazioni, ma quando siamo consapevoli dei nostri pensieri e sentimenti, quando osserviamo noi stessi e quello che ci influenza, quando ascoltiamo gli altri, quando osserviamo il povero e il ricco, il potente e l'umile. La saggezza non viene con la paura e l'oppressione ma con l'osservazione e la comprensione degli avvenimenti quotidiani nelle relazioni umane. Cerchiamo la conoscenza, siamo posseduti da desideri avidi, e così facendo perdiamo l'amore, smorziamo il senso del bello e la sensibilità verso il male; siamo sempre più specializzati e sempre meno integri. La saggezza non può essere sostituita dal sapere, e né una grande quantità di spiegazioni né l'accumulo di fatti libererà l'uomo dalla sofferenza. La conoscenza è necessaria, la scienza ha il suo valore; ma se la mente e il cuore sono soffocati dalle conoscenze, e se la causa della sofferenza viene giustificata con le spiegazioni, allora la vita diventa vana e senza senso. Non è forse quello che accade alla maggior parte di noi? L'educazione ci sta rendendo sempre più superficiali; non ci aiuta a svelare gli strati più profondi del nostro essere, e le nostre vite sono sempre più disarmoniche e vuote. L'informazione e la conoscenza dei fatti aumentano sempre più, ma sono per loro natura limitate. La saggezza è infinita, include conoscenza e capacità di azione; ma noi ci aggrappiamo a un ramo e pensiamo che sia tutto l'albero. Conoscendo la parte, non potremo mai renderci conto della gioia del tutto. L'intelletto non potrà mai condurci alla totalità, perché esso è solo un segmento, una parte. Abbiamo separato l'intelletto dal sentimento, e abbiamo sviluppato il primo a spese del secondo. Siamo come un oggetto con tre gambe, una molto più lunga delle altre, e non stiamo in piedi. Siamo addestrati a essere intellettuali; la nostra educazione coltiva l'intelletto per renderlo acuto, scaltro, avido, e così esso gioca il ruolo più importante nelle nostre vite. L'intelligenza è molto più ampia dell'intelletto, perché è l'integrazione fra ragione e amore; ma ci può essere intelligenza solo quando c'è conoscenza di sé, quando c'è la comprensione profonda del processo dell'io nella sua totalità. Ciò che è essenziale per gli uomini, giovani o vecchi, è vivere pienamente, in modo integro, e proprio per questo il problema più grande è coltivare un'intelligenza che renda integri. Dare eccessiva importanza a una parte della nostra personalità totale fornisce una visione parziale e distorta della vita, e questa distorsione è la causa delle nostre difficoltà. Qualsiasi sviluppo parziale del nostro temperamento totale è per forza disastroso, sia per noi che per la società, ed è quindi davvero molto importante che ci accostiamo ai problemi esistenziali con un punto di vista integro. Essere degli individui integri significa comprendere l'intero processo della nostra coscienza, nella sua parte nascosta e in quella consapevole. Questo non è possibile se diamo un'enfasi eccessiva all'intelletto. Attribuiamo grande importanza all'educazione della mente, ma nel profondo siamo inadeguati, poveri e confusi. Vivere nell'intelletto è la strada per la disgregazione; perché le idee, come le fedi, non possono riunire le persone se non in gruppi contrapposti. Finché dipenderemo dal pensiero come mezzo di integrazione, dovrà esserci disgregazione; e comprendere l'azione disgregatrice del pensiero significa essere consapevoli del funzionamento dell'io e dei nostri desideri. Dobbiamo essere consapevoli del nostro condizionamento e delle sue reazioni, collettive e personali. Solo quando si è pienamente consapevoli delle attività dell'io con i suoi desideri e le sue occupazioni, le sue speranze e le sue paure, c'è una possibilità di andare oltre l'io stesso. Solo l'amore e un modo giusto di pensare produrranno la vera rivoluzione, la rivoluzione interiore. Ma come si fa ad avere l'amore? Non con la ricerca dell'ideale dell'amore, ma solo quando non c'è odio, quando non c'è avidità, quando il senso dell'io, che è la causa dell'antagonismo, ha smesso di esistere. Un uomo tutto preso a sfruttare, a essere avido, a invidiare, non saprà mai amare. Senza l'amore e il giusto modo di pensare, l'oppressione e la crudeltà aumenteranno sempre. Il problema dell'antagonismo tra gli uomini può essere risolto non attraverso un ideale di pace, ma con la comprensione delle cause della guerra che stanno nel nostro atteggiamento verso la vita, verso il nostro prossimo; e questa comprensione può esistere solo con il giusto tipo di educazione. Senza un cambiamento del cuore, senza benevolenza, senza la trasformazione interiore che nasce dalla consapevolezza di sé, non potrà mai esserci pace, né felicità per gli uomini.

4 – Educazione e pace nel mondo

Se vogliamo scoprire il possibile ruolo dell'educazione nella crisi mondiale attuale dobbiamo capire l'origine della crisi stessa. Essa è il risultato dei valori sbagliati che abbiamo nella nostra relazione con le persone, con le cose che possediamo, con le idee. Se la nostra relazione con gli altri è fondata sul bisogno di sentirci importanti, e quella con il possesso è fatta di avidità, la struttura della società sarà per forza competitiva e tenderà alla chiusura. Se nella relazione che abbiamo con le idee sosteniamo un'ideologia in contrapposizione a un'altra, i risultati inevitabili saranno sospetto e ostilità reciproci. Un'altra ragione del caos attuale sta nella dipendenza dall'autorità e dai leader, nella vita quotidiana, a scuola o all'università. I leader e la loro autorità sono fattori di deterioramento in tutte le culture. Quando seguiamo qualcuno non può esserci comprensione, ci sono solo paura e conformismo, che alla fine portano alla crudeltà degli stati totalitari e al dogmatismo delle religioni organizzate. Fidarsi dei governi, contare su organizzazioni e autorità per quella pace che deve iniziare con la comprensione di noi stessi significa creare un nuovo e più grande conflitto; e non può esserci felicità duratura se accettiamo un ordine sociale in cui sono costanti il conflitto e l'antagonismo tra gli uomini. Se vogliamo cambiare le condizioni esistenti, dobbiamo per prima cosa cambiare noi stessi, il che significa diventare consapevoli delle nostre azioni, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni quotidiane. Ma noi non vogliamo veramente la pace, non vogliamo porre fine allo sfruttamento. Non permettiamo che vi siano intralci alla nostra avidità, o che le basi della struttura sociale esistente vengano cambiate; vogliamo che le cose continuino come sono, con modifiche solo superficiali, e così i potenti e i furbi governano inevitabilmente le nostre vite. La pace non si raggiunge attraverso un'ideologia, e non dipende dalle leggi; giunge solo quando ognuno di noi comincia a comprendere il proprio processo psicologico. Se evitiamo la responsabilità di agire individualmente e aspettiamo che sia un nuovo sistema a promuovere la pace, diventeremo semplicemente schiavi del sistema stesso. Quando i governi, i dittatori, le potenze economiche e clericali cominciano a rendersi conto che l'antagonismo crescente tra gli uomini genera solo distruzione indiscriminata, e di conseguenza non è più proficuo, talvolta ci obbligano, con leggi o altri mezzi coercitivi, a sopprimere i nostri desideri e le nostre ambizioni personali e a cooperare per il benessere dell'umanità. Così come ora siamo educati e incoraggiati a essere competitivi e spietati, allo stesso modo un domani saremo costretti a rispettarci l'un l'altro e a lavorare per il mondo intero. E anche se forse saremo tutti ben nutriti, vestiti e alloggiati, non saremo liberi dai conflitti e dall'antagonismo, che si saranno semplicemente spostati su un altro piano, dove saranno ancora più diabolici e distruttivi. L'unica azione morale o giusta è volontaria, e solo la comprensione può dare pace e felicità agli uomini. Le fedi, le ideologie e le religioni organizzate ci mettono contro i nostri vicini; il conflitto non si manifesta solo tra civiltà diverse, ma anche tra gruppi appartenenti alla stessa comunità. Dobbiamo capire che finché ci identifichiamo con una nazione, finché ci aggrappiamo a ciò che è sicuro, finché siamo condizionati dai dogmi, vi saranno conflitto e miseria dentro di noi e nel mondo. Poi c'è la questione del patriottismo. Quando ci sentiamo patriottici? Non è di certo un'emozione quotidiana. Ma siamo assiduamente incoraggiati a essere patriottici attraverso i testi scolastici, i giornali o altri mezzi di propaganda, che sollecitano un certo egocentrismo razziale lodando gli eroi nazionali e dicendoci che la nostra nazione e il nostro stile di vita sono migliori di altri. Questo spirito patriottico nutre la nostra vanità dall'infanzia alla vecchiaia. L'affermazione, continuamente ripetuta, che apparteniamo a un certo gruppo politico o religioso, a una nazione o all'altra, lusinga il nostro piccolo ego, lo gonfia come una vela, finché siamo pronti a uccidere o a essere uccisi per il nostro paese, per la razza o l'ideologia. È tutto così stupido e innaturale. Di certo, gli esseri umani sono più importanti dei confini nazionali o ideologici. Lo spirito separatore del nazionalismo sta divampando come un incendio in tutto il mondo. Il patriottismo viene coltivato e abilmente sfruttato da coloro che cercano di espandersi, di ampliare il loro potere o di diventare più ricchi; e tutti noi partecipiamo a questo processo, perché anche noi desideriamo le stesse cose. Conquistare altre terre e altri popoli ci fornisce nuovi mercati, sia per i beni materiali che per le ideologie politiche o religiose. Dobbiamo osservare tutte queste espressioni della violenza e dell'antagonismo con una mente imparziale, che non si identifichi cioè con una nazione, con una razza o un'ideologia, ma che cerchi di scoprire ciò che è vero. Vi è una gioia immensa nel vedere le cose con chiarezza, senza essere influenzati dalle opinioni o dalle istruzioni altrui, che siano quelle di un governo, degli specialisti o degli eruditi. Una volta capito che il patriottismo è un ostacolo alla felicità umana, non abbiamo più la necessità di lottare contro questa falsa emozione, perché essa è sparita da noi per sempre. Nazionalismo, spirito patriottico, coscienza di classe e di razza sono tutte modalità dell'io, e quindi tendono a separare. Dopotutto che cosa è una nazione se non un gruppo di individui che vivono insieme per ragioni economiche o di autodifesa? Dalla paura e dalla natura avida della difesa personale nasce il concetto "la mia nazione", con i suoi confini e le sue barriere doganali, che rendono impossibili la fratellanza e l'unità tra gli uomini. La brama di guadagno e di possesso e il desiderio di identificarci con qualcosa di più grande di noi creano lo spirito nazionalista, e il nazionalismo genera guerra. In tutti i paesi, i governi, appoggiati dalle religioni organizzate, sostengono il nazionalismo e lo spirito separatore. Il nazionalismo è un male, e non determinerà mai l'unità mondiale. Non possiamo ottenere la salute attraverso la malattia, prima dobbiamo liberarcene. Poiché siamo nazionalisti, pronti a difendere i nostri Stati sovrani, le nostre convinzioni e i nostri possessi, dobbiamo essere sempre armati. I beni materiali e le idee sono diventati più importanti della vita umana, per cui vi sono antagonismo e violenza continui tra noi e gli altri. Per mantenere la sovranità dello Stato distruggiamo i nostri figli; venerando lo Stato, che è poi solo una proiezione di noi stessi, li sacrifichiamo alla nostra gratificazione. Il nazionalismo e i governi sovrani sono la causa e gli strumenti della guerra. Le istituzioni della società attuale non possono evolvere in direzione di una federazione mondiale, perché il loro stesso fondamento è malsano. I parlamenti, e i sistemi educativi che sostengono le sovranità nazionali ed enfatizzano l'importanza del gruppo, non metteranno mai fine alla guerra. Ogni singolo gruppo di persone, con i suoi governanti e i suoi governati, è causa di guerra. Finché non cambieremo in modo radicale la relazione esistente ora tra gli uomini, l'operosità produrrà inevitabilmente confusione, e diventerà uno strumento di distruzione e miseria; finché ci saranno violenza e tirannia, inganno e propaganda, non si potrà realizzare la fratellanza tra gli uomini. Limitarsi a educare gli individui perché diventino eccellenti ingegneri, scienziati brillanti, dirigenti capaci, abili operai non unirà mai gli oppressori e gli oppressi; e possiamo vedere come il sistema educativo attuale, che sostiene le molteplici cause dell'ostilità e dell'odio tra gli uomini, non abbia saputo impedire le carneficine compiute in nome della patria o di Dio. Le religioni organizzate, con la loro autorità temporale e spirituale, sono ugualmente incapaci di portare la pace, perché sono anch'esse il risultato della nostra ignoranza e della nostra paura, delle nostre finzioni e del nostro egoismo. Bramiamo la sicurezza per questa vita e per l'aldilà, e così creiamo istituzioni e ideologie che ce la garantiscano; ma più ci affanniamo per la sicurezza e meno ne abbiamo. Il desiderio di sentirci sicuri favorisce solo la divisione e aumenta l'antagonismo. Se nel profondo sentiamo e comprendiamo la verità di ciò, non solo a parole o intellettualmente, ma con tutto il nostro essere, allora cominceremo a cambiare radicalmente la relazione che abbiamo con gli altri nel mondo che ci circonda; e solo allora sarà possibile realizzare l'unità e la fratellanza tra gli uomini. Siamo quasi tutti logorati da paure di ogni specie, ed esageratamente preoccupati per la nostra sicurezza personale. Speriamo che le guerre finiranno per miracolo, e nel frattempo accusiamo altri popoli di essere gli istigatori del conflitto, mentre a loro volta essi ci accusano del disastro. Ci prepariamo alla guerra pur sapendo quanto sia dannosa per la società, e sviluppiamo nei giovani lo spirito militare. Ma è proprio necessario che la preparazione militare faccia parte dell'educazione? Dipende da cosa vogliamo far diventare i nostri figli. Se vogliamo che siano abili assassini, allora l'addestramento militare è necessario. Se vogliamo educarli alla disciplina e inquadrare le loro menti, se il nostro proposito è farne dei nazionalisti e cioè degli irresponsabili verso la società nel suo insieme, allora l'addestramento militare è un buon modo di procedere. Se amiamo la morte e la distruzione, l'addestramento militare è ovviamente importante. È compito dei generali pianificare e condurre la guerra; se abbiamo intenzione di continuare a combattere contro i nostri vicini, allora dobbiamo assolutamente avere più generali! Se viviamo solo per il conflitto eterno dentro e fuori di noi, se desideriamo perpetuare gli spargimenti di sangue e la miseria, allora devono esistere più soldati, più politici, più odio, che è poi quello che sta succedendo. La civiltà moderna è fondata sulla violenza, di conseguenza va in cerca della morte; finché adoreremo la forza, la violenza sarà il nostro modo di vivere. Ma se vogliamo la pace, se vogliamo relazioni giuste tra gli uomini, cristiani o indù, russi o americani, se vogliamo che i nostri figli siano esseri umani integri, allora l'addestramento militare è un ostacolo assoluto, è un modo di agire completamente sbagliato. Una delle ragioni principali dell'odio e del conflitto è la convinzione che una classe o una razza determinata sia superiore a un'altra. Un bambino non ha coscienza di classe né di razza; è l'ambiente familiare o scolastico, o entrambi, a fargli sentire questa divisione. A lui non interessa se il suo compagno di giochi è africano o ebreo, di casta brahmanica o no; ma, a forza di insistere, l'influenza dell'intera struttura sociale incide sulla sua mente e la modella. Anche qui il problema non riguarda il bambino, ma gli adulti, che hanno creato un ambiente assurdo fatto di separazione e di falsi valori. Su quali basi reali possiamo distinguere gli esseri umani? I nostri corpi sono forse diversi nella struttura e nel colore, i nostri volti possono essere dissimili, ma dentro siamo praticamente uguali: orgogliosi, ambiziosi, invidiosi, violenti, sensuali, avidi di potere e via di seguito. Toglieteci di dosso la nostra etichetta e siamo nudi; ma noi non vogliamo affrontare la nostra nudità, e così insistiamo con l'etichetta, che mostra fino a che punto siamo immaturi e infantili. Se vogliamo far sì che un bambino cresca libero dal pregiudizio, dobbiamo innanzitutto abbattere il pregiudizio dentro di noi, e poi nel nostro ambiente: il che vuol dire distruggere la struttura della società sconsiderata che abbiamo creato. A casa possiamo spiegare a nostro figlio quanto sia assurda la coscienza di classe o di razza, e lui sarà probabilmente d'accordo con noi; ma quando poi va a scuola e gioca con gli altri bambini, viene contaminato dallo spirito separatore. Può anche accadere il contrario: la famiglia è tradizionale, limitata, e la scuola aiuta ad ampliare gli orizzonti. In entrambi i casi vi è una lotta costante tra l'ambiente familiare e quello scolastico, e il bambino è diviso tra i due. Per crescere un bambino in modo sano, per aiutarlo a sviluppare la percettività necessaria a non farsi ingannare da stupidi pregiudizi, dobbiamo avere con lui una relazione di grande confidenza. Dobbiamo discutere di tutto e permettergli di ascoltare conversazioni intelligenti; dobbiamo incoraggiare lo spirito di indagine e lo scontento che già possiede, per aiutarlo a scoprire da sé ciò che è vero e ciò che è falso. L'indagine costante e l'insoddisfazione genuina sollecitano l'intelligenza creativa; ma è estremamente difficile mantenerle vive, e molte persone non vogliono che i loro figli abbiano questo tipo di intelligenza, perché è piuttosto faticoso vivere con qualcuno che mette costantemente in discussione i valori condivisi. Da giovani siamo tutti insoddisfatti, ma purtroppo il nostro scontento si spegne quasi subito, soffocato dalla tendenza all'imitazione e dalla venerazione che abbiamo per l'autorità. Quando invecchiamo, poi, cominciamo a cristallizzarci, a sentirci soddisfatti ma apprensivi. Diventiamo dirigenti, preti, bancari, direttori di fabbrica, tecnici, e ha inizio il nostro lento declino. Poiché desideriamo mantenere la nostra posizione, sosteniamo la società distruttiva che ce l'ha assegnata e che ci ha offerto anche una certa sicurezza. Il controllo del governo sull'educazione è una vera calamità. Non ci sarà speranza di pace e di ordine nel mondo finché l'educazione sarà asservita allo Stato o alla religione organizzata. Eppure sono sempre più numerosi i governi che si occupano dei bambini e del loro futuro; e quando non lo fanno i governi, sono le organizzazioni religiose che cercano di controllare l'educazione. Condizionare la mente di un bambino affinché si adatti a un'ideologia specifica, politica o religiosa, produce ostilità tra gli uomini. In una società competitiva non può esserci fratellanza, e nessuna riforma, nessuna dittatura, nessun metodo educativo potrà farla nascere. Finché chi mi sta di fronte resta per me un neozelandese, mentre io resto un indù, è assurdo parlare di unità tra gli uomini. Come possiamo essere uniti se, tu nel tuo paese e io nel mio, manteniamo i nostri rispettivi pregiudizi religiosi e le nostre consuetudini economiche? Come può esserci fratellanza finché il patriottismo separa gli uomini, e milioni di individui vivono in condizioni economiche svantaggiate mentre altri sono abbienti? Come può esistere unità tra gli uomini quando siamo divisi dalle diverse fedi, quando vi è il predominio di un gruppo su un altro, quando i ricchi sono potenti e i poveri cercano lo stesso potere, quando le terre non sono ripartite equamente, quando alcuni sono ben nutriti mentre intere moltitudini muoiono di fame? Un nostro limite è che non siamo davvero interessati a questi argomenti, perché non vogliamo esserne troppo disturbati. Preferiamo cambiare le cose solo in una prospettiva vantaggiosa per noi, così non ci preoccupiamo veramente della nostra vacuità e crudeltà.

Potremo mai ottenere la pace attraverso la violenza? La pace è forse qualcosa che si raggiunge gradualmente, tramite un lento processo temporale? Di certo l'amore non è una questione di allenamento o di tempo. Le ultime due guerre sono state combattute per la democrazia, a quanto dicono; e ora ci stiamo preparando a una guerra ancora più grave e distruttiva, e le persone sono meno libere. Ma cosa accadrebbe se mettessimo da parte gli ostacoli più ovvi alla comprensione, come l'autorità, le convinzioni religiose, il nazionalismo e tutto lo spirito gerarchico? Saremmo persone non soggette all'autorità, esseri umani in relazione diretta con gli altri, e allora, forse, ci sarebbero amore e compassione. Ciò che è essenziale nell'educazione, come in tutti gli altri campi, è avere persone comprensive e amorevoli, i cui cuori non siano pieni di frasi vuote o di concetti mentali. Se vogliamo vivere una vita felice, con considerazione, affetto, attenzione, è fondamentale la comprensione di noi stessi; e se desideriamo costruire una società davvero illuminata dobbiamo avere educatori che capiscano come si diventa individui integri, e che di conseguenza siano capaci di trasmettere al bambino questa comprensione. Educatori del genere costituirebbero un pericolo per la struttura attuale della società. Noi però non vogliamo davvero costruire una società illuminata; un insegnante che comprendesse in pieno le implicazioni della pace, e cominciasse a far notare il vero significato del nazionalismo e la stupidità della guerra, perderebbe ben presto il posto di lavoro. Sapendo questo, molti insegnanti scendono a compromessi, e di conseguenza aiutano a mantenere il sistema esistente di sfruttamento e di violenza. Di certo per scoprire la verità si deve essere liberi dal conflitto, sia dentro di noi che con i nostri vicini. Se non siamo in conflitto con noi stessi, non lo siamo neppure al di fuori. È il conflitto interiore che, proiettato all'esterno, diventa mondiale. La guerra è una proiezione spettacolare e sanguinosa della nostra vita di tutti i giorni, prende slancio dall'esistenza quotidiana. Senza la nostra trasformazione individuale gli antagonismi nazionali e razziali continueranno a esistere, così come le infantili divergenze ideologiche, la moltiplicazione dei soldati, il saluto alla bandiera e tutte le azioni brutali che contribuiscono alla creazione dei massacri organizzati. L'educazione ha fallito in tutto il mondo, ha prodotto sempre più distruzione e miseria. I governi addestrano i giovani a essere i soldati e i tecnici efficienti di cui hanno bisogno; l'inquadramento e il pregiudizio vengono coltivati e rafforzati. Considerati questi fatti, dobbiamo investigare il significato dell'esistenza così come il senso e lo scopo delle nostre vite. Dobbiamo scoprire i modi benefici di creare un ambiente nuovo, poiché l'ambiente può fare di un bambino un bruto, un arido specialista, o può aiutarlo a diventare un essere sensibile e intelligente. Dobbiamo creare un governo radicalmente diverso, che non sia fondato sul nazionalismo, sulle ideologie o sulla forza. Tutto ciò implica la comprensione della nostra responsabilità reciproca nelle relazioni; ma per capire la nostra responsabilità dobbiamo avere l'amore nel cuore, e non solo cultura e conoscenza. Più grande è il nostro amore, più profonda sarà la sua influenza sulla società. Ma noi siamo tutto cervello e niente cuore, coltiviamo l'intelletto e disprezziamo l'umiltà. Se amassimo davvero i nostri figli, vorremmo proteggerli e salvarli, non li lasceremmo sacrificare in guerra. Credo che noi desideriamo per davvero le armi; ci piace lo spettacolo del potere militare, le uniformi, i rituali, le bevute, il rumore, la violenza. La nostra vita quotidiana è un riflesso in miniatura della stessa brutale superficialità, e ci stiamo distruggendo l'un l'altro con l'invidia e la sconsideratezza. Vogliamo essere ricchi, ma più lo siamo, più diventiamo crudeli, anche se magari doniamo somme cospicue per le opere di carità o per l'educazione. Dopo avere derubato la nostra vittima, le restituiamo un pò del bottino, e definiamo questo atteggiamento "filantropia". Credo che non ci rendiamo conto delle catastrofi che si preparano. La maggior parte di noi vive il quotidiano nel modo più rapido e irriflessivo possibile, lasciando ai governi e all'astuzia dei politici la direzione delle nostre vite. Tutti gli stati sovrani devono prepararsi alla guerra, nessuno escluso. Per rendere i cittadini efficienti a questo scopo, per prepararli a compiere il loro dovere in modo efficace, il governo deve naturalmente controllarli e dominarli. Devono imparare ad agire come macchine, a essere efficienti e spietati. Se il fine e lo scopo della vita è quello di distruggere o essere distrutti, allora l'educazione deve incoraggiare la crudeltà; e non sono del tutto sicuro che questo non sia ciò che desideriamo dentro di noi, visto che l'essere spietati va di pari passo con l'adorazione del successo. Lo stato sovrano non vuole che i suoi cittadini siano liberi, che pensino in modo autonomo, e li controlla con la propaganda, con interpretazioni distorte della storia e via dicendo. Ecco perché l'educazione sta diventando sempre più un mezzo per insegnare cosa pensare e non come pensare. Se dovessimo pensare in modo indipendente dal sistema politico prevalente saremmo un pericolo; le libere istituzioni potrebbero produrre dei pacifisti, o persone che pensano in modo opposto al regime esistente. La giusta educazione è chiaramente un pericolo per i governi sovrani, ed è per questo che cercano di ostacolarla con mezzi più o meno sottili. Il fatto che l'educazione e l'alimentazione siano nelle mani di pochi è diventato uno strumento di controllo degli individui; e i governi, di sinistra o di destra, possono stare tranquilli finché noi siamo macchine efficienti nella produzione di merci e di proiettili. Ora, il fatto che stia accadendo ovunque la stessa cosa significa che a noi, cittadini ed educatori, responsabili dei governi esistenti, non importa veramente che ci sia la libertà o la schiavitù, la pace o la guerra, il benessere o la miseria. Vogliamo qualche piccola riforma qua e là, ma siamo per lo più spaventati all'idea di abbattere la società attuale e di fondare una struttura completamente nuova, perché questo richiederebbe la nostra trasformazione radicale. Dall'altra parte ci sono quelli che cercano di provocare una rivoluzione violenta. Dopo avere contribuito alla costituzione dell'ordine sociale esistente con i suoi conflitti, la sua miseria e confusione, ora vogliono organizzare una società perfetta. Ma possiamo forse organizzare una società perfetta quando siamo proprio noi ad avere dato vita a quella esistente? Credere che si possa ottenere la pace attraverso la violenza significa sacrificare il presente a un ideale futuro; e perseguire un fine giusto con mezzi sbagliati è una delle cause del disastro attuale. L'espansione e il predominio di valori sensazionali crea necessariamente il veleno del nazionalismo, delle frontiere economiche, i governi sovrani e lo spirito patriottico, tutte cose che escludono la collaborazione tra gli uomini e corrompono le relazioni umane, che sono poi la società. La società è infatti la relazione tra te e l'altro; e se non si comprende nel profondo questa relazione, non a un solo livello, ma integralmente, come un processo complessivo, continueremo a creare lo stesso tipo di struttura sociale, anche se diversa in superficie. Se vogliamo cambiare radicalmente l'attuale relazione tra gli uomini, che ha provocato un'incredibile infelicità in tutto il mondo, il nostro compito unico e immediato è quello di trasformarci attraverso la conoscenza di sé. Così siamo tornati al punto centrale, che siamo noi stessi; ma noi preferiamo evitare questo punto e scarichiamo la responsabilità sui governi, sulle religioni e sulle ideologie. Il governo è ciò che siamo noi, le religioni e le ideologie sono solo una proiezione di noi stessi; e finché non siamo noi a cambiare radicalmente, non potranno esserci né il giusto tipo di educazione né un mondo pacifico. Può esserci sicurezza esteriore per tutti solo quando vi sono amore e intelligenza; e il fatto che abbiamo creato un mondo di conflitto e di miseria in cui la sicurezza fisica sta diventando rapidamente impossibile per chiunque non indica forse l'inutilità totale dell'educazione passata e presente? In qualità di genitori e di insegnanti abbiamo la responsabilità diretta di allontanarci dal modo di pensare tradizionale, senza affidarci semplicemente agli esperti e alle loro scoperte. L'efficienza nelle cose tecniche ci ha dato una certa capacità di guadagnare denaro, ed è per questo che molti di noi sono soddisfatti della struttura sociale attuale; ma il vero educatore si preoccupa solo del modo giusto di vivere, della giusta educazione e dei giusti mezzi per guadagnarsi il pane. Più noi siamo irresponsabili in queste faccende, più gli stati si assumono tutta la responsabilità. Non ci troviamo di fronte a una crisi politica o economica, ma alla crisi dovuta al deterioramento umano, che nessun partito politico e nessun sistema economico può evitare. Un disastro ancora maggiore si sta avvicinando, e noi non facciamo niente per impedirlo. Viviamo la nostra vita giorno per giorno esattamente come prima; non vogliamo toglierci di dosso i nostri falsi valori per ricominciare daccapo. Vogliamo delle riforme raffazzonate, che creano solo il problema di altre riforme. Ma l'edificio sta crollando, le pareti cadono a pezzi, il fuoco lo distrugge; dobbiamo andarcene e ricominciare su un terreno nuovo, con nuove fondamenta e valori diversi. Non possiamo rinunciare alla conoscenza tecnica, ma possiamo diventare interiormente consapevoli della nostra bruttura, della nostra crudeltà, degli inganni e della disonestà, della nostra totale mancanza di amore. Solo se sapremo liberarci con intelligenza dallo spirito nazionalista, dall'invidia e dalla sete di potere, potremo creare un nuovo ordine sociale. La pace non si può ottenere con riforme raffazzonate, né con un semplice riordinamento di vecchie idee o superstizioni. Potrà esserci la pace solo quando avremo capito cosa sta oltre la superficie e avremo fermato l'ondata di distruzione cui la nostra aggressività e le nostre paure hanno dato via libera; e solo allora ci sarà speranza per i nostri figli e salvezza per il mondo.

5 – La scuola

Il giusto tipo di educazione deve occuparsi della libertà individuale, che sola può generare una vera collaborazione con il tutto e con la molteplicità; ma questa libertà non si raggiunge con la ricerca del prestigio e del successo personali. La libertà giunge con la conoscenza di sé, quando la mente supera e oltrepassa gli ostacoli che essa stessa ha creato con la sua brama di sicurezza. L'educazione deve aiutare il singolo a scoprire tutti gli intralci psicologici, senza limitarsi a imporre nuovi schemi di comportamento o nuove modalità di pensiero. Le imposizioni non risveglieranno mai l'intelligenza e la comprensione creativa, ma condizioneranno solo di più l'individuo. Certo, è quanto sta accadendo in tutto il mondo, ed è per questo che i nostri problemi continuano a moltiplicarsi. Solo quando cominceremo a comprendere il senso profondo della vita umana potrà esserci vera educazione; ma, per capire, la mente deve liberarsi con intelligenza dal desiderio della ricompensa, che genera paura e conformismo. Se consideriamo i nostri figli come una proprietà privata, se sono per noi la continuazione del nostro piccolo ego e la realizzazione delle nostre ambizioni, costruiremo un ambiente e una struttura sociale in cui non c'è amore, ma solo la ricerca di vantaggi egoistici. Una scuola di successo in termini mondani è di solito un fallimento come centro educativo. Un istituto grande e fiorente in cui vengono educati centinaia di bambini, con il suo seguito di ostentazione e di successo, può produrre impiegati di banca e ottimi venditori, industriali o ministri, persone superficiali ma tecnicamente efficienti; ma c'è speranza solo nell'individuo integro, che può essere formato soltanto in scuole di piccole dimensioni. Ecco perché è molto più importante avere scuole con un numero limitato di allievi e il giusto tipo di educatori, piuttosto che mettere in pratica i metodi migliori e più innovativi in istituti di grandi dimensioni. Purtroppo una nostra fonte di confusione è l'idea che dobbiamo operare su vasta scala. Vogliamo quasi tutti scuole grandi in edifici imponenti, anche se è ovvio che non sono le istituzioni educative adeguate, perché vogliamo trasformare o influenzare quelle che definiamo "masse". Ma chi sono le masse? Voi e io. Non perdiamoci dietro all'idea che anche le masse debbano ricevere la giusta educazione. La considerazione della massa è una forma di fuga dall'azione immediata. La giusta educazione diventerà universale se cominciamo con l'immediato, se siamo consapevoli di noi stessi nella relazione che abbiamo con i nostri figli, con i nostri amici o con i nostri vicini. Le azioni che compiamo nel nostro mondo, in quello della nostra famiglia e degli amici, diffonderanno la loro influenza e il loro effetto. Grazie alla consapevolezza di noi stessi nelle relazioni cominceremo a scoprire le confusioni e i limiti che sono dentro di noi e che ora ignoriamo, ed essendone consapevoli potremo capirli e dissolverli. Senza questa consapevolezza e la conoscenza di sé che ne consegue qualsiasi riforma nell'educazione o in altri campi accrescerà solo l'antagonismo e l'infelicità. Con la costruzione di istituti enormi e l'impiego di insegnanti che dipendono da un sistema, invece di essere vigili e attenti nella relazione con il singolo studente, non facciamo che incoraggiare l'accumulo di dati, lo sviluppo di abilità e l'abitudine a pensare meccanicamente, seguendo uno schema; ma di certo niente di tutto ciò aiuta lo studente a diventare un essere umano integro. I sistemi possono avere un utilizzo limitato nelle mani di educatori attenti e ponderati, ma non promuovono l'intelligenza. È strano che parole come "sistema" o "istituzione" siano diventate così importanti per noi. I simboli hanno sostituito la realtà, e siamo contenti che sia così; perché la realtà ci turba, mentre le ombre danno conforto. Non è con l'istruzione di massa che si realizza qualcosa di fondamentalmente importante, ma solo con lo studio attento e con la comprensione delle difficoltà, delle tendenze e capacità di ogni bambino; e quelli che ne sono consapevoli, e che desiderano seriamente capire se stessi e aiutare i giovani, dovrebbero unirsi e dare inizio a una scuola che abbia un'importanza vitale nella vita del bambino, aiutandolo a essere integro e intelligente. Per avviare una scuola così non devono aspettare di avere i mezzi necessari. Si può essere un vero insegnante anche a casa, e coloro che sono sinceri avranno molte opportunità. Chi ama davvero i propri figli e i bambini in generale farà in modo che una scuola giusta sia creata vicino a casa, o magari nella propria abitazione. Poi i soldi arriveranno: sono la cosa meno importante. Mantenere una buona scuola di piccole dimensioni è certamente difficile in termini finanziari; può svilupparsi solo con spirito di sacrificio, non con un grosso conto in banca. I soldi corrompono sempre, a meno che vi siano amore e comprensione. Ma se la scuola è davvero valida, si troverà anche l'aiuto necessario: se c'è amore per i bambini, tutto è possibile. Finché l'istituzione resta la cosa più importante, il bambino non lo è affatto. Il bravo educatore si preoccupa del singolo individuo, e non di quanti studenti ha; si accorgerà così che ci sono genitori disposti a sostenere una scuola vitale e che abbia un senso. Ma l'insegnante deve sentire dentro di sé la fiamma dell'interesse; se è tiepido, la sua scuola sarà come tutte le altre. Se i genitori amano davvero i loro figli, useranno le leggi e altri strumenti per creare delle scuole piccole con educatori del giusto tipo; non si faranno scoraggiare dal fatto che esse siano costose e i bravi insegnanti difficili da trovare. Dovrebbero comunque sapere che incontreranno sempre l'opposizione degli interessi costituiti, dei governi o delle religioni, perché scuole così sono sempre profondamente rivoluzionarie. La vera rivoluzione non è quella violenta, ma quella che avviene quando si coltivano l'integrità e l'intelligenza di persone che, con il loro esempio, porteranno gradualmente dei cambiamenti radicali nella società. È indispensabile che tutti gli insegnanti di una scuola del genere vi lavorino di loro spontanea volontà, senza essere convinti a farlo o essere selezionati; la libertà volontaria dalle cose di questo mondo è infatti l'unico fondamento di un vero centro educativo. Se gli insegnanti vogliono aiutare i colleghi e gli studenti a comprendere i valori giusti, deve esserci una consapevolezza vigile e costante nella loro relazione quotidiana. Nell'ambiente protetto di una scuola piccola è possibile dimenticare che c'è un mondo esterno, con i suoi numerosi conflitti, pieno di distruzione e miseria. Quel mondo non è separato da noi, anzi, fa parte di noi, perché siamo stati noi a renderlo come è. Per questa ragione, se si vuole produrre un mutamento radicale nella struttura della società, la giusta educazione è il primo passo. Solo un'educazione giusta, e non le ideologie, i leader o le rivoluzioni economiche, può offrire una soluzione duratura ai nostri problemi e alla nostra infelicità; e capire questa verità non è questione di convinzione intellettuale o emotiva, né di abile argomentazione. Se le persone di riferimento in una scuola del giusto tipo sono vitali e impegnate, richiameranno attorno a sé altre ugualmente motivate, e quelli che non sono davvero interessati si troveranno presto fuori posto. Se il nucleo centrale è saldo e vigile, la periferia non motivata perde forza e se ne va; ma se il centro è indifferente, allora tutto il gruppo è debole e incerto. Il centro non può essere composto solo dal direttore scolastico. Se l'entusiasmo o l'interesse dipende solo da una persona è destinato a svanire; è un interesse superficiale, mutevole e senza valore, che può essere dirottato al servizio dei capricci e delle fantasie di qualcun altro. Se il direttore tende a dominare, non possono esserci spirito di libertà e di collaborazione. Una personalità forte può creare una scuola di prim'ordine, dove però si insinuano paura e servilismo, e così accade di solito che il resto del personale sia composto da nullità. Un gruppo così non contribuisce alla libertà e alla comprensione individuali. Il personale non dovrebbe essere dominato dal direttore, e questi non dovrebbe assumersi tutte le responsabilità; al contrario, ogni insegnante dovrebbe sentirsi responsabile del tutto. Se soltanto qualcuno è interessato, l'indifferenza o l'opposizione degli altri intralcerà e renderà vano lo sforzo generale. Qualcuno dubiterà che sia possibile far funzionare una scuola senza un'autorità centrale; ma non lo sappiamo veramente, perché non ci abbiamo mai provato. Di sicuro, in un gruppo di veri educatori, il problema dell'autorità non si presenterà mai. Quando ognuno si sforza di essere libero e intelligente, la collaborazione reciproca è possibile a tutti i livelli. L'assenza di un'autorità centrale può sembrare una teoria irrealizzabile per chi non si dedica da tempo e con profondità al giusto tipo di educazione; ma chi è totalmente votato a questo compito non ha bisogno di essere spronato, diretto o controllato. Gli insegnanti intelligenti sono flessibili nell'esercizio delle loro abilità; cercando di essere liberi individualmente, rispettano le regole e fanno il necessario per il beneficio di tutta la scuola. Un interesse serio è l'inizio della capacità, e sia l'uno che l'altra sono rafforzati dall'applicazione delle regole. Se non si comprendono le implicazioni psicologiche dell'obbedienza, decidere semplicemente di non seguire l'autorità genera solo confusione. Questa non è dovuta all'assenza di un leader, ma alla mancanza di un interesse profondo e comune per la giusta educazione. Se l'interesse è reale, tutti gli insegnanti si adeguano costantemente e con senso di responsabilità alle esigenze e alle necessità della gestione scolastica. Contrasti e incomprensioni sono inevitabili in ogni relazione; ma vengono ingigantiti quando non c'è il legame affettuoso di un interesse comune. In una scuola del giusto tipo deve esserci collaborazione illimitata tra gli insegnanti. Tutto il personale dovrebbe riunirsi spesso, per discutere dei vari problemi della scuola; una volta concordata la linea di azione da seguire, non dovrebbero esserci difficoltà a portare avanti quanto stabilito. Nel caso che una decisione presa dalla maggioranza non incontri l'approvazione di un insegnante, se ne potrà discutere nuovamente nell'incontro successivo. Nessun insegnante dovrebbe temere il proprio direttore, e questi a sua volta non dovrebbe sentirsi intimidito dai professori anziani. Un'intesa felice è possibile solo quando c'è un senso di uguaglianza assoluta tra tutti. È fondamentale che questa sensazione predomini in una scuola del giusto tipo, perché può esserci vera collaborazione solo in assenza del senso di superiorità e del suo opposto. Se c'è fiducia reciproca, le difficoltà e le incomprensioni non saranno semplicemente ignorate, saranno affrontate, e la fiducia ristabilita. Se gli insegnanti non sono sicuri della loro vocazione e del loro interesse, ci saranno per forza invidia e antagonismo, ed essi consumeranno tutte le loro energie per dettagli da nulla e litigi inutili; se invece c'è un interesse appassionato per la giusta educazione, le irritazioni e i disaccordi superficiali saranno superati in fretta. In questo caso i dettagli che si profilano così gravi assumono le loro normali proporzioni, gli attriti e gli antagonismi personali vengono riconosciuti vani e distruttivi, i discorsi e le discussioni aiutano a scoprire cosa è giusto e non chi ha ragione. Le persone che lavorano insieme con un'intenzione comune dovrebbero sempre parlare a fondo delle loro difficoltà e incomprensioni, perché questo aiuta a chiarire la confusione che può essere presente nel pensiero. Se c'è un interesse saldo, ci sono anche sincerità e amicizia tra gli insegnanti, e nessun antagonismo può nascere tra loro; ma se non c'è questo interesse, ci saranno sempre conflitto e inimicizia, anche se in superficie potrà esserci collaborazione per il vantaggio comune. Possono esserci ovviamente altri fattori che causano attrito tra i membri dello staff. Un insegnante può essere affaticato dal lavoro, un altro può avere preoccupazioni personali o familiari, e forse altri ancora non sono davvero interessati a quello che fanno. Di certo tutti questi problemi possono essere discussi nelle riunioni, perché l'interesse comune favorisce la cooperazione; è chiaro che non si può creare niente di vitale se alcuni fanno tutto e gli altri stanno a guardare. Una distribuzione equa del lavoro permette a ognuno di avere del tempo libero, tutti ne abbiamo bisogno. Un insegnante oberato dal lavoro diventa un problema per sé e per gli altri; se siamo troppo sotto pressione è facile diventare apatici e indolenti, specialmente se stiamo facendo qualcosa che non è di nostro gradimento. Non è possibile riprendersi se l'attività fisica o mentale è costante; ma la questione del tempo libero può essere regolata in un modo amichevole soddisfacente per tutti. In che cosa consista questo tempo varia da individuo a individuo. Per chi ha un grande interesse per ciò che fa, il lavoro è uno svago; l'azione stessa del proprio interesse, come per esempio studiare, è una forma di rilassamento. Per altri, il tempo libero può consistere nel ritirarsi in solitudine. Se l'educatore deve avere del tempo per sé, deve essere responsabile di un numero di studenti non superiore alle sue forze. Una relazione diretta e vitale tra insegnante e allievo è quasi impossibile se il primo è gravato da un gruppo troppo ampio e che non riesce a gestire. C'è anche un'altra ragione per cui le scuole dovrebbero restare di piccole dimensioni. È sicuramente importante avere un numero limitato di studenti per classe, in modo che l'educatore possa dare piena attenzione a ognuno. Non lo può fare se il gruppo è troppo numeroso, nel qual caso premio e punizione diventano un modo comodo per ottenere la disciplina. La giusta educazione non è realizzabile in massa. Studiare ogni singolo bambino richiede pazienza, attenzione e intelligenza. Osservare le sue tendenze e attitudini, il suo temperamento, capirne le difficoltà, tenere conto della sua eredità e dell'influenza dei genitori anziché considerarlo come appartenente a una certa categoria: tutto questo richiede una mente pronta e flessibile, non ostacolata da sistemi o pregiudizi. Necessita di abilità, di interesse profondo e, soprattutto, di affetto; e ottenere educatori dotati di queste qualità è oggi uno dei problemi maggiori. Lo spirito di intelligenza e di libertà individuale dovrebbe permeare sempre tutta la scuola. Questo non può essere lasciato al caso, e limitarsi a parlare occasionalmente di libertà e intelligenza ha ben poco significato. In particolare è importante che studenti e insegnanti si incontrino regolarmente per discutere tutte le questioni relative al benessere dell'intero gruppo. Si dovrebbe costituire un consiglio degli studenti, in cui siano rappresentati anche gli insegnanti, per chiarire tutti i problemi di disciplina, pulizia, alimentazione e via di seguito, e per contribuire a guidare gli eventuali studenti autoindulgenti, indifferenti o ostinati. Gli studenti dovrebbero scegliere chi tra loro avrà la responsabilità di attuare le decisioni e di aiutare nella supervisione generale. Dopotutto l'autogoverno a scuola prepara a quello della vita successiva. Se il bambino impara a essere sollecito, obiettivo e intelligente nelle discussioni che riguardano i suoi problemi quotidiani finché è ancora a scuola, da adulto sarà in grado di affrontare in modo efficace e spassionato le prove più grandi e più complesse dell'esistenza. La scuola dovrebbe incoraggiare i bambini a comprendere le loro difficoltà e le loro caratteristiche reciproche, gli stati d'animo e i temperamenti; così, una volta cresciuti, saranno più ponderati e pazienti nelle relazioni con gli altri. Lo stesso spirito di libertà e di intelligenza dovrebbe essere evidente anche negli studi del bambino. Se vuole essere creativo e non ridursi a un automa, uno studente non dovrebbe essere sollecitato ad accettare formule e conclusioni. Anche nello studio di una disciplina scientifica si dovrebbe ragionare con lui, aiutandolo a considerare il problema nella sua totalità e a usare il suo giudizio personale. Ma chi dovrebbe gestire questo processo? Non dovrebbe esserci una guida di alcun genere? La risposta a questa domanda dipende da cosa si intende per "guida". Se gli insegnanti hanno eliminato dal loro cuore ogni paura e desiderio di dominio, possono aiutare lo studente a raggiungere la comprensione creativa e la libertà; ma se hanno il desiderio conscio o inconscio di dirigerlo verso uno scopo particolare, ostacolano sicuramente il suo sviluppo. Guidare qualcuno verso un obiettivo specifico, da lui stesso creato o imposto da un altro, indebolisce la creatività. Se l'educatore si occupa della libertà dell'individuo, e non dei suoi stessi preconcetti, aiuterà il bambino a scoprire la libertà incoraggiandolo a capire l'ambiente in cui vive, il suo carattere, il retroterra religioso e familiare cui appartiene, con le influenze e gli effetti che tutte queste cose possono avere su di lui. Se nel cuore degli insegnanti ci sono amore e libertà, essi si accosteranno a ogni studente consapevoli dei suoi bisogni e delle sue difficoltà, e allora questi non sarà un semplice automa, che opera secondo metodi e formule, ma una persona spontanea, sempre vigile e attenta. La giusta educazione dovrebbe anche aiutare lo studente a scoprire cosa lo interessa di più. Se non trova la sua vera vocazione, tutta la vita gli sembrerà sprecata; si sentirà frustrato facendo quello che non vuole fare. Se vuole essere un artista e diventa invece un impiegato d'ufficio, passerà la vita a lamentarsi e a struggersi. È dunque importante che ognuno scopra cosa vuole fare, e poi veda se ne vale la pena. Un ragazzo può voler fare il soldato, ma prima che inizi questa carriera dovrebbe essere aiutato a scoprire se la vocazione militare giova o no all'umanità intera. La giusta educazione non dovrebbe aiutare lo studente solo a sviluppare le sue capacità, ma anche a capire qual è il suo interesse più elevato. In un mondo lacerato dalle guerre, dalla distruzione e dalla miseria, dobbiamo essere in grado di costituire un nuovo ordine sociale e di creare uno stile di vita diverso. La responsabilità di costruire una società pacifica e illuminata tocca soprattutto all'educatore, ed è chiaro, senza diventare troppo sentimentali, che a lui viene offerta la grande opportunità di contribuire al raggiungimento della trasformazione sociale. Il giusto tipo di educazione non dipende dalle regole di un governo o dai metodi di un sistema particolare; è nelle nostre mani, in quelle dei genitori e degli insegnanti. Se i genitori si prendessero davvero cura dei figli, costruirebbero una nuova società; ma per la maggior parte di loro non è così, e dunque non trovano il tempo per questo problema così urgente. Ne trovano per fare i soldi, per divertirsi, per i riti o per il culto, ma non per riflettere su cosa sia la giusta educazione per i loro figli. Questo è un fatto che la maggioranza delle persone non vuole affrontare. Per farlo dovrebbero rinunciare ai divertimenti e alle distrazioni, cosa che di certo non sono disposte a fare. Così mandano i figli in scuole dove gli insegnanti non si interessano a loro più di quanto facciano i genitori. Perché poi dovrebbero? Per loro l'insegnamento è solo un lavoro, un mezzo per guadagnarsi da vivere. Il mondo che abbiamo creato è così superficiale, brutto, artificiale, se solo guardiamo dietro il sipario; e noi ci limitiamo a decorarlo, sperando che in un modo o nell'altro andrà tutto bene. Purtroppo la maggior parte delle persone non prende la vita seriamente, tranne forse quando si tratta di fare soldi, di ottenere potere o di ricercare il piacere sessuale. Non vogliono affrontare le altre complessità della vita, ed è per questo che anche i loro figli, una volta cresciuti, sono altrettanto immaturi e scissi quanto i loro genitori, sempre in lotta con se stessi e con il mondo. Diciamo con facilità di amare i nostri figli; ma c'è amore nei nostri cuori quando accettiamo le condizioni sociali esistenti, quando non vogliamo provocare una trasformazione totale in questa società distruttiva? Finché insisteremo nel ricorrere agli specialisti per educare i bambini, continueranno a esserci confusione e miseria; perché gli specialisti, interessandosi alla parte anziché al tutto, sono essi stessi non integri. Invece di essere l'attività più rispettata e di responsabilità, l'educazione è oggi considerata con disprezzo, e molti insegnanti sono immobili nella loro routine. Non sono veramente interessati all'integrità e all'intelligenza, ma alla trasmissione di informazioni; ma chi si limita a questo mentre il mondo cade a pezzi attorno a lui non è un educatore. Un educatore non è solo un dispensatore di informazioni, è qualcuno che indica la via per la saggezza, per la verità. La verità è molto più importante dell'insegnante. Ricercarla è religione, ed essa non appartiene ad alcuna nazione, ad alcun credo, non la si trova nei templi, e neppure nelle chiese o nelle moschee. Se non persegue la verità, una società decade in fretta. Per creare una nuova società, ognuno di noi deve essere un vero insegnante, il che vuol dire che dobbiamo essere sia l'allievo che il maestro; dobbiamo educare noi stessi. Se vogliamo instaurare un nuovo ordine sociale, chi insegna solo per lo stipendio non può lavorare come insegnante. Considerare l'educazione un mezzo di sussistenza significa sfruttare i bambini per il proprio tornaconto personale. In una società illuminata gli insegnanti non dovranno preoccuparsi del loro mantenimento, e la comunità provvederà ai loro bisogni. Il vero insegnante non è chi costruisce un'organizzazione imponente per l'educazione, non è neppure lo strumento dei politici o una persona vincolata a un ideale, a una fede o a una nazione. Il vero insegnante è ricco interiormente e quindi non chiede nulla per sé; non è ambizioso e non cerca alcuna forma di potere; non usa l'insegnamento come un mezzo per acquisire posizione o autorità, ed è quindi libero dalle costrizioni della società e dal controllo dei governi. Insegnanti del genere hanno una posizione di grande rilievo in una civiltà illuminata, perché la vera cultura si fonda non tanto sui tecnici e sugli ingegneri, quanto sugli educatori.

6 – Genitori e insegnanti

Il giusto tipo di educazione inizia dall'educatore, che deve comprendere se stesso ed essere libero da schemi di pensiero prestabiliti, poiché egli insegna ciò che lui stesso è. Se non è stato educato nel modo giusto, cosa può insegnare se non qualche conoscenza meccanica che ha ricevuto a sua volta? Il problema, dunque, non è il bambino, ma il genitore e l'insegnante; la difficoltà sta nell'educare l'educatore. Se noi educatori non comprendiamo noi stessi, se non capiamo la nostra relazione con il bambino ma ci limitiamo a imbottirlo di informazioni e a fargli passare gli esami, come possiamo dare vita a un nuovo tipo di educazione? Lo studente è lì per essere guidato e aiutato; ma se chi lo deve aiutare è a sua volta confuso e limitato, nazionalista e schiavo delle teorie, il suo allievo sarà come lui, e l'educazione diventerà così una fonte di confusione ulteriore e di conflitto. Se capiamo questa verità, ci renderemo conto di come sia importante cominciare a educare correttamente noi stessi. Occuparsi della propria rieducazione è molto più importante che preoccuparsi del benessere e della sicurezza futuri del bambino. Educare l'educatore – aiutarlo cioè a capire se stesso – è una delle imprese più difficili, perché la maggior parte di noi è già cristallizzata in un sistema di pensiero o in uno schema di azione; abbiamo già assunto un'ideologia, una religione o un modello di comportamento. Ecco perché insegniamo al bambino cosa pensare e non come pensare. Per di più, genitori e insegnanti sono molto presi dai loro conflitti e dispiaceri; ricchi o poveri, gran parte dei genitori sono assorbiti da preoccupazioni e crucci personali. Non sono granché turbati dal deterioramento sociale e morale di oggi, desiderano solo che i loro figli siano equipaggiati per farsi strada nel mondo. Sono ansiosi per il futuro dei figli, impazienti di farli studiare perché possano occupare posizioni sicure o sposarsi bene. Contrariamente a quanto si crede di solito, la maggior parte dei genitori non ama i propri figli, anche se dicono il contrario. Se li amassero davvero, non darebbero così tanta importanza alla famiglia e alla nazione come contrapposte al tutto, cosa che crea solo divisioni sociali e razziali tra gli uomini e provoca guerra e fame. È davvero incredibile: per diventare avvocati o dottori ci vuole una preparazione rigorosa, mentre tutti possono diventare genitori senza sottoporsi ad alcun tipo di addestramento per un compito così importante. Di solito la famiglia, con le sue tendenze individuali, favorisce il processo generale dell'isolamento, diventando un fattore di deterioramento per la società. Solo quando ci sono amore e comprensione si possono abbattere i muri dell'isolamento, e allora la famiglia non è più un circolo chiuso, non è una prigione né un rifugio; allora i genitori sono in comunione, non solo con i loro figli, ma anche con i vicini. Tutti presi dai loro problemi, molti genitori demandano all'insegnante la responsabilità del benessere dei figli; ed è allora importante che l'educatore contribuisca a educare anche i genitori. Deve parlare con loro, spiegando che lo stato di confusione del mondo rispecchia la loro stessa confusione come individui. Deve far notare che il progresso scientifico in sé non può provocare un cambiamento radicale nei valori esistenti; che l'istruzione tecnica, comunemente definita "educazione", non ha dato all'uomo la libertà né l'ha reso più felice; e che condizionare lo studente ad accettare l'ambiente esistente non contribuisce all'intelligenza. Deve spiegare cosa cerca di fare per il loro figlio, e come vuole procedere. Deve suscitare la fiducia dei genitori, non ostentando l'autorità di uno specialista che si rivolga a profani, ma discutendo con loro del carattere del bambino, delle sue difficoltà e attitudini e così via. Se l'insegnante prova un interesse sincero per il bambino come persona, i genitori avranno fiducia in lui. In questo processo l'insegnante educa i genitori oltre che se stesso, e in cambio impara da loro. La giusta educazione è un compito comune che richiede pazienza, considerazione e affetto. Degli educatori illuminati in una comunità illuminata potrebbero risolvere il problema di come crescere i bambini; insieme con i genitori più seri, gli insegnanti interessati dovrebbero fare esperimenti su scala ridotta in questa direzione. I genitori si chiedono mai perché hanno figli? Lo fanno per perpetuare il nome o per mandare avanti la proprietà? Vogliono dei figli solo per il loro piacere, per soddisfare i loro bisogni emotivi? Se è così, i bambini diventano una mera proiezione dei desideri e delle paure dei genitori. I genitori possono forse sostenere di amare i figli quando, con un'educazione sbagliata, favoriscono l'invidia, l'inimicizia e l'ambizione? È forse l'amore a stimolare gli antagonismi nazionali e razziali che portano guerra, distruzione e miseria, a mettere gli uomini gli uni contro gli altri in nome delle religioni o delle ideologie? Molti genitori incamminano i figli sulla strada del conflitto e del dolore, non solo lasciando che subiscano un'educazione sbagliata, ma con il loro stesso modo di vivere; e poi, quando il bambino cresce e soffre, pregano per lui o trovano scuse per il suo comportamento. La sofferenza dei genitori per i figli è una forma possessiva di autocommiserazione, che esiste solo quando non c'è amore. Se i genitori amano i loro figli, non possono essere nazionalisti, non si identificano con alcun paese; perché la venerazione dello Stato conduce alla guerra, che uccide o mutila i loro ragazzi. Se i genitori amano i loro figli, scopriranno qual è la giusta relazione con la proprietà; perché l'istinto di possesso attribuisce ai beni un significato esagerato e ingannevole che sta distruggendo il mondo. Se i genitori amano i loro figli, non apparterranno ad alcuna religione organizzata; perché i dogmi e le fedi dividono le persone in gruppi di conflitto, creando antagonismo tra gli uomini. Se i genitori amano i loro figli, si sbarazzeranno dell'invidia e del conflitto, e cominceranno a cambiare in modo radicale la struttura della società esistente. Finché desideriamo che i nostri figli diventino importanti, che raggiungano le più alte posizioni o abbiano sempre più successo, non c'è amore nei nostri cuori; perché la venerazione del successo crea conflitto e infelicità. Amare i propri figli significa essere in comunione totale con loro; vuol dire assicurarsi che abbiano il tipo di educazione che li aiuterà a essere sensibili, intelligenti e integri. La prima cosa che un insegnante deve chiedersi, quando decide di seguire questa vocazione, è cosa intende esattamente per "insegnamento". Ha forse intenzione di insegnare le materie consuete nel solito modo? Vuole condizionare il bambino a diventare una ruota nell'ingranaggio sociale o vuole aiutarlo a essere una persona integra e creativa, una minaccia per i falsi valori? E se l'educatore vuole aiutare lo studente a esaminare e a capire i valori e le influenze che lo circondano e di cui è parte, non deve forse esserne consapevole lui per primo? Una persona cieca può forse aiutare un'altra ad attraversare la strada? È chiaro che l'insegnante deve per prima cosa cominciare a vedere. Deve essere sempre vigile, profondamente consapevole dei suoi pensieri e sentimenti, dei suoi condizionamenti, delle sue attività e reazioni; perché da questa capacità di attenzione sorge l'intelligenza, e con essa la trasformazione radicale nella relazione con le persone e le cose. L'intelligenza non ha niente a che vedere con il superamento degli esami, è la percezione spontanea che rende una persona forte e libera. Per poter risvegliare l'intelligenza in un bambino dobbiamo cominciare noi stessi a capire che cosa è; come possiamo infatti chiedere a un bambino di essere intelligente se noi per primi non lo siamo in così tante occasioni? Il problema non viene solo dalle difficoltà dello studente, ma anche dalle nostre: le paure che si accumulano, l'infelicità e le frustrazioni da cui non siamo liberi. Per aiutare il bambino a essere intelligente dobbiamo abbattere dentro di noi gli ostacoli che ci rendono ottusi e sconsiderati. Come possiamo insegnare ai bambini a non cercare la sicurezza personale quando noi stessi non facciamo che ricercarla? Che speranza c'è per il bambino se noi per primi, genitori e insegnanti, non siamo completamente vulnerabili alla vita, se erigiamo dei muri di protezione attorno a noi? Per scoprire il senso profondo di questa lotta per la sicurezza, che provoca nel mondo un disordine incredibile, dobbiamo cominciare a risvegliare l'intelligenza diventando consapevoli dei nostri processi psicologici; dobbiamo cominciare a mettere in discussione tutti i valori che ora ci circondano. Non dovremmo continuare ad adattarci senza riflettere allo schema fortuito nel quale siamo cresciuti. Come può esserci armonia nell'individuo e quindi nella società se non comprendiamo noi stessi? Finché l'educatore non capisce se stesso, finché non vede le sue risposte condizionate e non inizia a liberarsi dai valori esistenti, come può risvegliare l'intelligenza nel bambino? E se non riesce in questo compito, qual è la sua funzione? Possiamo davvero aiutare il bambino a essere un individuo libero solo se capiamo le modalità del nostro pensiero e dei nostri sentimenti; e se l'educatore è davvero interessato a questo processo, avrà una consapevolezza acuta, non solo del bambino, ma anche di sé. Solo pochi di noi osservano i propri pensieri e sentimenti; se questi sono sgradevoli, non capiamo il loro pieno significato e cerchiamo semplicemente di controllarli o di allontanarli. Non siamo profondamente consapevoli di noi stessi, i nostri pensieri e sentimenti sono stereotipati, automatici; impariamo alcune materie, raccogliamo un pò di informazioni e poi cerchiamo di passare queste cose ai bambini. Ma se il nostro interesse è vitale, non cercheremo solo di scoprire quali sono gli esperimenti educativi in atto nel mondo, vorremo fare chiarezza riguardo al nostro approccio all'intera questione; ci chiederemo perché e a che scopo educhiamo noi stessi e i bambini; indagheremo il senso dell'esistenza, la relazione tra l'individuo e la società e così via. Gli educatori devono essere coscienti di questi problemi e devono aiutare il bambino a scoprire la verità degli stessi, senza proiettare su di lui le loro idiosincrasie e il loro modo di pensare abituale. Limitarsi a seguire un sistema, politico o educativo, non risolverà mai i nostri problemi sociali; ed è molto più importante comprendere il modo in cui ci accostiamo a un problema, piuttosto che capire il problema stesso. Se i bambini devono essere liberi dalla paura – dei genitori, dell'ambiente che li circonda, di Dio –, l'educatore per primo non deve avere paura. Ma qui sta la difficoltà: trovare insegnanti che non siano preda di qualche paura. Essa restringe il pensiero e limita l'iniziativa, e un insegnante pauroso non può certo trasmettere il senso profondo dell'essere senza paura. Questo sentimento è contagioso, come la bontà. Se l'educatore è segretamente pauroso, trasmetterà il suo stato d'animo agli studenti, anche se la contaminazione può non essere subito visibile. Supponiamo per esempio che un insegnante tema l'opinione pubblica; si rende conto dell'assurdità della sua paura, eppure non riesce a superarla. Cosa deve fare? Può almeno riconoscerla, e poi può aiutare gli studenti a comprenderla spiegando le sue reazioni psicologiche e parlandone apertamente con loro. Questo approccio onesto e sincero incoraggerà molto gli studenti a essere ugualmente aperti e diretti con se stessi e con l'insegnante. Per dare libertà al bambino, anche l'educatore deve essere consapevole delle sue implicazioni e del suo significato profondo. L'esempio e la costrizione non aiutano a generare la libertà, ed è solo in essa che possono esserci scoperta di sé e possibilità di insight. Il bambino è influenzato dalle persone e dalle cose che lo circondano, e il bravo educatore dovrebbe aiutarlo a svelare queste influenze e il loro reale valore. I valori giusti non si scoprono attraverso l'autorità della società o della tradizione, solo la riflessione individuale può rivelarli. Una persona che capisca a fondo queste cose incoraggerà lo studente fin dall'inizio a risvegliare la propria capacità di insight riguardo ai valori individuali e sociali di oggi. Lo esorterà a scoprire il vero valore di ogni cosa, e non un insieme specifico di valori. Lo aiuterà a non avere paura, a essere cioè libero da ogni dominio, dell'insegnante, della famiglia o della società, così che possa fiorire in amore e bontà. Aiutando lo studente a perseguire la libertà, anche l'insegnante modifica i suoi valori; anche lui comincia a sbarazzarsi dell'"io" e del "mio", anche lui fiorisce in amore e bontà. Questo processo di educazione reciproca crea una relazione completamente diversa tra l'insegnante e lo studente. Tutti i tipi di dominio o di coercizione sono un ostacolo diretto alla libertà e all'intelligenza; il bravo educatore non ha autorità né potere nella società, è al di là delle sue regole e sanzioni. Se vogliamo aiutare lo studente a liberarsi dagli ostacoli, creati da lui stesso o dall'ambiente, tutte le forme di coercizione o di dominio devono essere comprese e accantonate, ma lo si può fare solo se anche l'educatore si libera dall'autorità che lo paralizza. Seguire un altro, per quanto grande, impedisce la scoperta delle modalità dell'io; rincorrere la promessa di un'utopia preconfezionata rende la mente inconsapevole dell'azione limitante del suo stesso desiderio di conforto, di autorità, di aiuto da parte di qualcun altro. Il prete, il politico, l'avvocato, il soldato sono tutti lì per "aiutarci"; ma il loro aiuto distrugge l'intelligenza e la libertà. L'aiuto di cui abbiamo bisogno non si trova al di fuori di noi, e non è necessario implorarlo da alcuno; arriva senza che lo cerchiamo quando siamo umili nel lavoro cui ci dedichiamo, quando siamo aperti alla comprensione dei nostri problemi e delle nostre disgrazie quotidiane. Dobbiamo evitare la brama conscia o inconscia di sostegno e di incoraggiamento, perché questo crea una risposta che è sempre gratificante. È confortante avere qualcuno che ci incoraggia, ci dirige, ci tranquillizza; ma l'abitudine di ricorrere a qualcun altro come guida e autorità diventa ben presto un veleno per il nostro sistema. Nel momento in cui dipendiamo da un altro che ci indichi la direzione, scordiamo la nostra intenzione originaria, che era quella di risvegliare la libertà e l'intelligenza individuali. Qualsiasi autorità è un ostacolo, ed è essenziale che l'educatore non diventi tale per lo studente. Lo sviluppo dell'autorità è un processo sia conscio che inconscio. Lo studente è incerto, pieno di dubbi, ma l'insegnante è sicuro delle sue conoscenze, forte della sua esperienza. La sua forza e la sua sicurezza tranquillizzano lo studente, che tende a crogiolarsi in questo tepore; ma la sua certezza non è né durevole né vera. Un insegnante che incoraggi la dipendenza, in modo più o meno conscio, non può mai essere di grande aiuto ai suoi studenti. Può sommergerli di conoscenze, abbagliarli con la sua personalità, ma non è un buon educatore perché la sua cultura e le sue esperienze sono per lui una forma di dipendenza, di sicurezza, sono una prigione; e finché egli stesso non se ne libera, non può aiutare gli studenti a essere individui integri. Per essere un buon educatore, un insegnante deve liberarsi in continuazione dai libri e dai laboratori; deve fare sempre attenzione che i suoi studenti non lo considerino un esempio, un ideale, un'autorità. Quando un insegnante desidera realizzarsi attraverso i suoi studenti, quando fa suo il loro successo, l'insegnamento è per lui una forma di prolungamento di sé, dannosa sia per l'autoconoscenza che per la libertà. Il buon educatore deve essere consapevole di tutti questi ostacoli per aiutare gli studenti a esseri liberi, non solo dalla sua autorità, ma anche dai loro interessi egoistici. Purtroppo, quando si deve comprendere un problema, molti insegnanti non trattano lo studente alla pari; dalla loro posizione di superiorità gli danno delle istruzioni, e questi resta in una posizione subalterna. Una relazione così non fa che rafforzare la paura nell'insegnante e nello studente. Ma come mai si crea questa relazione impari? È forse perché l'insegnante teme di essere scoperto? Mantiene una distanza dignitosa per proteggere la sua suscettibilità e la sua importanza? Questo senso di superiorità non contribuisce in alcun modo ad abbattere le barriere che separano gli individui. Dopotutto l'educatore e l'allievo dovrebbero aiutarsi a vicenda a educare se stessi. Tutte le relazioni dovrebbero essere una forma di educazione reciproca; e visto che l'isolamento protettivo offerto dal sapere, dal successo, dall'ambizione genera solo invidia e antagonismo, il buon educatore deve trascendere questi muri di cui si è circondato. Poiché si dedica unicamente alla libertà e all'integrazione dell'individuo, il buon educatore è religioso nel senso più vero e più profondo. Non appartiene ad alcuna setta, ad alcuna religione organizzata; è libero da credenze e da rituali, perché sa che sono solo illusioni, fantasie, superstizioni proiettate dai desideri di coloro che le creano. Sa che il reale o Dio vengono in essere solo se c'è conoscenza di sé e quindi libertà. Spesso coloro che non hanno un titolo di studio specifico diventano gli insegnanti migliori, perché sono più disposti a sperimentare; non essendo degli specialisti, sono interessati ad apprendere, a comprendere la vita. Per il vero insegnante, l'insegnamento non è una tecnica, è il suo modo di vivere; al pari di un grande artista, preferirebbe morire di fame che rinunciare al suo lavoro creativo. Se non si ha questo desiderio ardente di insegnare, non si dovrebbe diventare insegnanti. È importantissimo scoprire da sé se si possiede questo dono, e non farsi semplicemente trascinare in questa attività perché è un mezzo di sostentamento. Finché l'insegnamento resta solo una professione, un modo per guadagnarsi da vivere e non una vocazione cui dedicarsi, esisterà sempre un grande divario tra noi e il mondo; la nostra vita personale e il lavoro resteranno separati e distinti. Finché insegnare sarà un'occupazione come un'altra, i conflitti e l'ostilità tra persone e classi sociali saranno inevitabili; la competizione continuerà a crescere, insieme al perseguimento spietato dell'ambizione personale e al rafforzamento delle divisioni nazionali e razziali che creano antagonismo e guerra senza fine. Ma se ci siamo votati al giusto tipo di educazione, non frapponiamo barriere tra la nostra vita personale e la vita a scuola, perché in ogni dove ci preoccupiamo della libertà e dell'intelligenza. Valutiamo allo stesso modo i bambini del ricco e quelli del povero, considerando ognuno di loro come un individuo con il suo carattere peculiare, la sua eredità, le sue ambizioni e così via. Non ci interessiamo a una classe, al potente o al debole, ma alla libertà e all'integrità dell'individuo. Dedicarsi al giusto tipo di educazione deve essere una scelta completamente volontaria. Non dovrebbe essere il risultato della persuasione o della speranza in un vantaggio personale, e non dovrebbe implicare la paura che deriva dalla brama di successo e di risultati. Identificarsi con il successo o il fallimento di una scuola rientra ancora nella sfera delle motivazioni personali. Chi insegna per vocazione, e considera il giusto tipo di educazione come un bisogno vitale per la persona, non si farà intralciare o sviare in alcun modo dalle sue ambizioni o da quelle di un altro; troverà tempo e opportunità per questo lavoro, e lo comincerà senza desiderio di ricompensa, di gloria o di fama. Allora tutte le altre cose – la famiglia, la sicurezza personale, le comodità – diventano di secondaria importanza. Se prendiamo sul serio il compito di essere dei veri insegnanti, saremo insoddisfatti di ogni sistema educativo, non di uno nella fattispecie, perché vedremo che nessun metodo può liberare l'individuo. Un metodo o un sistema può condizionarlo in direzione di un nuovo insieme di valori, ma non può renderlo libero. Dobbiamo anche fare molta attenzione a non cadere nel nostro particolare sistema, che la mente crea di continuo. Avere un modello di comportamento e di azione è un modo di procedere comodo e sicuro, ed è per questo che la mente si rifugia nelle sue stesse formulazioni. Essere sempre vigili è faticoso e impegnativo, mentre sviluppare un metodo e seguirlo non richiede alcuna riflessione. La ripetizione e l'abitudine favoriscono la pigrizia mentale, e per svegliare la mente ci vuole una scossa, che noi definiamo "problema"; quando esso si presenta, cerchiamo di risolverlo con le nostre spiegazioni ritrite, con giustificazioni o condanne che fanno riaddormentare la mente. La mente è sempre intrappolata in questa specie di indolenza, e il buon educatore non solo cerca di mettervi fine dentro di sé, ma aiuta anche gli studenti a diventarne consapevoli. Qualcuno potrebbe chiedere: "Ma come si fa a diventare un buon educatore?". Già il fatto di chiedere "come" indica una mente non libera ma timorosa, una mente che cerca un vantaggio o un risultato. La speranza e lo sforzo di diventare qualcosa rendono la mente conforme al fine che si desidera, mentre una mente libera osserva e impara costantemente, vincendo così gli ostacoli che essa stessa ha proiettato. La libertà è all'inizio, non è qualcosa che si conquista alla fine. Nel momento in cui si chiede "come", ci si presentano difficoltà insormontabili; l'insegnante davvero motivato a dedicare la vita all'educazione non farà mai questa domanda, perché sa che non esiste un metodo con cui si diventa veri educatori. Se ha un interesse vitale, non chiederà mai un metodo che garantisca un risultato desiderato. Un sistema può forse renderci intelligenti? Possiamo sopportare le fatiche di un sistema, conseguire dei titoli di studio, ma diventeremo così degli educatori o saremo semplicemente la personificazione di un sistema? Ricercare la ricompensa, voler essere considerati insegnanti eccezionali significa desiderare il riconoscimento e la lode; è piacevole ogni tanto sentirsi apprezzati e incoraggiati, ma se dipendiamo da ciò per sostenere il nostro interesse, questo bisogno diventa una droga di cui ci stancheremo ben presto. Aspettarsi apprezzamento e incoraggiamento denota una certa immaturità. Per creare qualcosa di nuovo devono esserci energia e prontezza, non litigi e bisticci. Se siamo frustrati nel lavoro, saremo di conseguenza stanchi e annoiati; non dovremmo continuare a insegnare se questo non è il nostro interesse. Ma perché c'è così spesso una mancanza di interesse vitale tra gli insegnanti? Per quale ragione si sentono frustrati? La frustrazione non dipende dal fatto che le circostanze ci obblighino a fare una cosa o l'altra; nasce quando non sappiamo cosa vogliamo fare realmente. Nella nostra confusione, veniamo spinti in tutte le direzioni, e andiamo a finire in qualcosa che non ha per noi alcuna attrattiva. Se l'insegnamento è la nostra vera vocazione, possiamo sentirci temporaneamente frustrati perché non abbiamo ancora visto una via d'uscita dalla confusione educativa di oggi; ma nel momento in cui realizziamo e comprendiamo le implicazioni del giusto tipo di educazione, abbiamo di nuovo tutta l'energia e l'entusiasmo necessari. Non è questione di volontà o di determinazione, ma di percezione e di comprensione. Se l'insegnamento è la nostra vocazione, e se percepiamo la grande importanza del giusto tipo di educazione, non possiamo non essere dei buoni educatori. Non c'è bisogno di seguire alcun metodo. Il fatto stesso di capire che la giusta educazione è indispensabile per la libertà e l'integrità dell'individuo produce un cambiamento fondamentale in noi. Se diventiamo consapevoli che può esserci pace e felicità per gli uomini solo con il giusto tipo di educazione, dedicheremo naturalmente a esso tutta la nostra vita e il nostro interesse. Chi insegna vuole che il bambino sia ricco interiormente, perché solo così darà il giusto valore alle cose materiali. Senza ricchezza interiore i beni terreni diventano eccessivamente importanti e questo genera diverse forme di distruzione e di infelicità. Chi insegna desidera incoraggiare lo studente a scoprire la sua vera vocazione, evitando le occupazioni che favoriscono l'antagonismo tra gli uomini. Chi insegna vuole aiutare i giovani nella conoscenza di sé, senza la quale non possono esserci pace né felicità duratura. L'insegnamento non è realizzazione di sé, ma abnegazione. Senza il giusto tipo di educazione si scambia l'illusione per la realtà, e la persona è in conflitto perenne con se stessa, ed è in conflitto nella sua relazione con gli altri, cioè con la società. Chi insegna capisce che solo la conoscenza di sé, e non i dogmi o i riti delle religioni organizzate, può far nascere una mente tranquilla; e che la creazione, la verità, Dio vengono in essere solo quando l'"io" e il "mio" sono trascesi.

7 – Sessualità e matrimonio

Al pari di altri problemi umani, quello relativo alle passioni e agli impulsi sessuali è difficile e complesso, e come può l'educatore aiutare quelli che sta educando, se lui per primo non lo ha indagato in profondità e non ne ha visto le numerose implicazioni? Se il genitore o l'insegnante è tutto preso dai turbamenti della sessualità, come può guidare il bambino? Possiamo farlo se noi per primi non capiamo il senso di questo problema? Il modo in cui l'educatore trasmette la comprensione della sessualità dipende dal suo stato mentale, dalla possibilità che egli sia tranquillamente padrone di sé o consumato dai suoi stessi desideri. Ora, come mai il sesso è un problema per la maggior parte delle persone, così carico di confusione e di conflitto? Per quale motivo è diventato un fattore dominante nelle nostre vite? Una delle ragioni principali è che non siamo creativi, e non lo siamo perché tutta la nostra cultura sociale e morale, così come i nostri metodi educativi, si basano sullo sviluppo dell'intelletto. La soluzione al problema della sessualità sta nel capire che la creazione non avviene attraverso il funzionamento dell'intelletto; al contrario, vi è creazione solo quando questo è silenzioso. L'intelletto, la mente in quanto tale, sa solo ripetere e assemblare elementi, tesse continuamente nuove parole e riordina quelle vecchie; e poiché la maggior parte di noi prova emozioni e fa esperienze solo con il cervello, viviamo unicamente di parole e di ripetizioni meccaniche. Questo non è essere creativi, e poiché non lo siamo, l'unico strumento di creatività che ci resta è la sessualità. Il sesso appartiene alla mente e, come tutto ciò che rientra in questa sfera, deve essere soddisfatto, pena la frustrazione. I nostri pensieri e le nostre vite sono all'apparenza brillanti, ma in realtà sono aridi e vuoti; siamo emotivamente poveri, ripetitivi e ottusi intellettualmente e spiritualmente, siamo inquadrati e controllati in politica, nella società e nella sfera economica. Non siamo persone felici, non siamo vitali né gioiosi; a casa, sul lavoro, in chiesa, a scuola, non sperimentiamo mai uno stato creativo dell'essere, non c'è mai un senso di sollievo profondo nei nostri pensieri e nelle nostre azioni quotidiane. Poiché ci sentiamo intrappolati e bloccati in tutti i modi, il sesso diventa il nostro unico sfogo, un'esperienza da ricercare continuamente perché offre per un istante quello stato di felicità che si sperimenta in assenza dell'io. Non è il sesso a costituire il problema, ma il desiderio di riconquistare lo stato di felicità, di raggiungere e di mantenere il piacere, sessuale o di altro tipo. Ciò che cerchiamo veramente è quella passione intensa nella quale scordiamo noi stessi, è l'identificazione con qualcosa in cui perderci completamente. Poiché l'io è piccolo, meschino, e causa di dolore, più o meno coscientemente vogliamo perderci nell'eccitazione individuale o collettiva, in pensieri fumosi o in sensazioni grossolane. Quando cerchiamo di sfuggire all'io, i mezzi che utilizziamo sono molto importanti, e anch'essi tendono a trasformarsi in problemi dolorosi. Se non indaghiamo e comprendiamo gli ostacoli che ci impediscono una vita creativa, che è poi la libertà dall'io, non capiremo mai il problema della sessualità. Un ostacolo al vivere creativo è la paura, di cui la rispettabilità è una manifestazione. Le persone rispettabili, vincolate dalla morale, non sono consapevoli del senso pieno e profondo della vita; sono circondate dai muri della loro rettitudine e non riescono a vedere oltre. La loro moralità edulcorata, fondata sugli ideali e le convinzioni religiose, non ha niente a che vedere con la realtà; e quando vi trovano rifugio, vivono nel mondo delle loro stesse illusioni. Nonostante la loro morale autoimposta e gratificante, anche le persone rispettabili sono confuse, infelici e piene di conflitti. La paura, che deriva dal desiderio di sicurezza, ci rende conformisti, sottomessi, bisognosi di imitare gli altri, e con ciò impedisce un'esistenza creativa. Vivere creativamente significa vivere in libertà, cioè senza paura; può esistere uno stato di creatività solo quando la mente non è tutta presa dal desiderio e dal suo soddisfacimento. Solo quando osserviamo il nostro cuore e la nostra mente con delicata attenzione possiamo dipanare le modalità nascoste del desiderio; più siamo riflessivi e amorevoli, e meno le nostre menti ne sono dominate. Le sensazioni diventano un problema assillante solo quando non c'è amore. Per comprendere il problema delle sensazioni, non dobbiamo affrontarlo da un solo punto di vista, dobbiamo considerarne ogni aspetto: educativo, religioso, sociale, morale. Le sensazioni sono diventate quasi la cosa più importante perché diamo un'enfasi eccessiva ai valori legati ai sensi. I vari aspetti delle sensazioni sono continuamente messi in risalto dai libri, dalla pubblicità, dal cinema e in molti altri modi. Le cerimonie politiche o religiose, il teatro e altre forme di svago, tutto ci spinge a cercare stimoli a vari livelli del nostro essere; e noi ci dilettiamo di questi stimoli. La sensualità è valorizzata in tutti i modi, e al contempo si sostiene l'ideale della castità. Si sviluppa così una contraddizione dentro di noi, ma, anche se può sembrare strano, questa stessa contraddizione è di per sé eccitante. Solo quando comprendiamo il senso della nostra ricerca di sensazioni, che è una delle attività principali della mente, il piacere, l'eccitazione e la violenza smettono di costituire i tratti dominanti delle nostre vite. Il sesso e l'inseguimento delle sensazioni sono diventati un problema che ci assilla perché non sappiamo amare. Quando c'è amore, c'è purezza; ma non si può essere casti se ci si sforza di esserlo. La virtù giunge con la libertà, quando si comprende il ciò che è. Da giovani abbiamo forti impulsi sessuali, e tentiamo di solito di risolvere questo problema attraverso il controllo e la disciplina dei desideri, convinti che senza qualche forma di limitazione saremmo consumati dalla lussuria. Le religioni organizzate sono molto preoccupate della nostra morale sessuale, ma allo stesso tempo ci permettono di perpetrare violenze e omicidi in nome del patriottismo, di abbandonarci all'invidia e a una crudeltà sottile, di inseguire il potere e il successo. Come mai si preoccupano tanto di questo aspetto della moralità e non si rivoltano contro lo sfruttamento, l'avidità e la guerra? Non è forse perché le religioni organizzate, facendo parte dell'ambiente che noi stessi abbiamo creato, dipendono per la loro esistenza dalle nostre paure e speranze, dalla nostra invidia e dalla nostra volontà di separazione? Così, sia nell'ambito religioso che in tutti gli altri, la mente è imbrigliata dalle proiezioni dei suoi stessi desideri. Senza una comprensione profonda dell'intero processo del desiderio l'istituzione del matrimonio come è ora intesa, sia in Occidente che in Oriente, non può dare una risposta al problema della sessualità. L'amore non è la conseguenza della firma di un contratto, non si fonda su uno scambio di gratificazioni, né sulla sicurezza o il conforto reciproci. Tutte queste cose appartengono alla mente, ed è per questo che l'amore occupa un posto così piccolo nelle nostre vite. L'amore non appartiene alla mente, è totalmente indipendente dal pensiero con i suoi abili calcoli, le sue esigenze autoprotettive e le sue reazioni. Quando c'è amore, il sesso non è mai un problema: è l'assenza di amore che crea il problema. Sono gli ostacoli e le scappatoie della mente a costituire il problema, non il sesso né alcun altro elemento specifico. Per questo è importante capire il processo della mente, le sue attrazioni e repulsioni, le sue reazioni alla bellezza o alla bruttezza. Dovremmo osservare noi stessi, diventare consapevoli di come consideriamo le persone, di come guardiamo gli uomini e le donne. Dovremmo capire che la famiglia diviene un centro di separazione e di attività antisociali quando è usata come uno strumento di perpetuazione di sé o a beneficio della propria presunzione. La famiglia e la proprietà, quando sono incentrate sull'io con i suoi desideri e le sue occupazioni sempre più limitanti, diventano strumenti di potere e di dominio, una fonte di conflitto tra l'individuo e la società. La difficoltà in queste faccende umane sta nel fatto che anche noi, genitori e insegnanti, siamo stanchi e disperati, totalmente confusi e senza pace; la vita ci pesa troppo, e noi abbiamo bisogno di conforto, vogliamo essere amati. Poveri e inadeguati come siamo dentro di noi, come possiamo sperare di offrire il giusto tipo di educazione ai bambini? Ecco perché il problema principale non è l'allievo ma l'educatore; dobbiamo purificare i nostri cuori e le nostre menti se vogliamo essere in grado di educare gli altri. Se l'educatore stesso è confuso, tortuoso, perso nel labirinto dei suoi desideri, come può comunicare la saggezza o contribuire a spianare la strada a un altro? Ma noi non siamo macchine che qualche esperto possa capire e aggiustare; siamo il risultato di una lunga serie di influenze e di casi fortuiti, e ognuno di noi deve dipanare e capire individualmente la confusione della sua natura.

8 – Arte, bellezza e creazione

La maggior parte di noi cerca costantemente di fuggire da se stessa; e l'arte, poiché offre un mezzo rispettabile e semplice per farlo, gioca un ruolo significativo nella vita di molti. Nel desiderio di non pensare a sé, qualcuno fa ricorso all'arte, altri iniziano a bere e altri ancora seguono dottrine religiose misteriose o stravaganti. Quando, più o meno consciamente, utilizziamo qualcosa per sfuggire a noi stessi, creiamo una dipendenza. Ma dipendere da una persona, da una poesia o da qualsiasi altra cosa, come un mezzo per alleviare le preoccupazioni o l'ansia, può forse arricchirci al momento, ma in realtà crea nuovi conflitti e contraddizioni nelle nostre vite. Non può esistere stato creativo se c'è conflitto, e la giusta educazione dovrebbe quindi aiutare la persona ad affrontare i problemi invece di esaltare le vie di fuga; dovrebbe aiutare a comprendere il conflitto e a eliminarlo, perché solo allora può sorgere uno stato di creatività. L'arte separata dalla vita non ha granché senso. Quando l'arte è scollegata dall'esistenza quotidiana, quando c'è un divario tra la vita istintiva e i nostri sforzi con la pittura, la scultura o la poesia, l'arte diventa semplicemente l'espressione del nostro desiderio superficiale di fuggire la realtà di ciò che è. Superare questo divario è molto difficile, specialmente per chi è dotato e abile tecnicamente; ma è solo quando questa discrepanza viene colmata che la nostra vita diventa integra e l'arte diviene vera espressione di noi stessi. La mente ha il potere di creare illusioni; e, se non se ne capiscono le modalità, cercare l'ispirazione significa solo favorire l'autoinganno. L'ispirazione si presenta quando siamo aperti, non quando ne andiamo in cerca; sforzarsi di ottenerla attraverso uno stimolo genera solo illusioni di ogni tipo. Se non si è consapevoli del senso dell'esistenza, le capacità e le doti personali non fanno che dare risalto e importanza all'io e ai suoi desideri, e tendono a rendere l'individuo egocentrico e isolato; egli comincia a sentirsi un essere a parte, una creatura superiore, cosa che genera molti danni e causa conflitto e dolore. L'io è un insieme di entità diverse, ognuna delle quali è in opposizione alle altre. È un campo di battaglia su cui si scontrano desideri contrastanti, un centro di lotta incessante tra il "mio" e il "non-mio"; e finché diamo importanza all'"io" e al "mio", ci sarà un conflitto sempre maggiore dentro di noi e nel mondo. Un artista vero è al di là della vanità dell'io e delle sue ambizioni. Avere la capacità di esprimersi in modo brillante ed essere tuttavia intrappolati nelle abitudini mondane rende la vita piena di contraddizioni e di conflitto. Gli elogi e l'adulazione, quando sono presi a cuore, gonfiano l'ego e distruggono la ricettività, e venerare il successo, in qualsiasi campo, è certamente dannoso per l'intelligenza. Tutte le attitudini o i talenti che contribuiscono all'isolamento, tutte le forme di identificazione di sé, per quanto stimolanti, distorcono l'espressione della sensibilità e generano insensibilità. La sensibilità viene offuscata quando un talento diventa personale, quando si dà importanza all'"io" e al "mio": sono io che dipingo, sono io che scrivo o che invento. Solo quando siamo consapevoli di tutti i movimenti del pensiero e del sentimento nelle nostre relazioni con le persone, gli oggetti, la natura, la mente è aperta, flessibile, non impastoiata dall'esigenza e dal tentativo di proteggersi; e solo allora può esserci sensibilità al brutto e al bello, senza gli intralci dell'io. La sensibilità alla bellezza e alla bruttezza non sorge attraverso l'attaccamento; sgorga dall'amore, quando non ci sono conflitti generati dall'io. Se dentro di noi siamo poveri, cerchiamo soddisfazione in forme di esibizione esteriore, nella ricchezza, nel potere o nel possesso. Quando i nostri cuori sono vuoti, accumuliamo cose materiali. Se possiamo permettercelo, ci circondiamo di oggetti che ci paiono belli, e poiché attribuiamo loro un'enorme importanza, siamo responsabili di tanta miseria e distruzione nel mondo. La tendenza ad accumulare non c'entra con l'amore del bello; deriva dal desiderio di sicurezza, e sentirsi sicuri vuole dire essere insensibili. Il desiderio di sicurezza genera paura; mette in moto un processo di isolamento che crea attorno a noi muri di resistenza che impediscono qualsiasi sensibilità. Per quanto un oggetto possa essere bello, ai nostri occhi perde ben presto la sua attrattiva, e noi diventiamo indifferenti. La bellezza è ancora lì, ma noi non siamo più aperti di fronte a essa, che viene riassorbita nella nostra monotona esistenza quotidiana. Poiché i nostri cuori sono aridi e abbiamo scordato come si fa a essere gentili d'animo, a guardare le stelle, gli alberi, i riflessi sull'acqua, abbiamo bisogno dello stimolo di quadri e gioielli, di libri e passatempi continui. Cerchiamo sempre nuove forme di eccitazione, nuovi brividi, desideriamo una varietà di sensazioni sempre crescente. Sono proprio questo desiderio e la sua soddisfazione a rendere la mente e il cuore fiacchi e ottusi. Finché rincorriamo le sensazioni, le cose che definiamo "belle" e "brutte" hanno solo un significato molto superficiale. Può esserci gioia duratura solo quando siamo in grado di avvicinarci a tutte le cose come se fosse la prima volta: il che non è possibile finché dipendiamo dai desideri. La brama di sensazioni e di gratificazione impedisce l'esperienza di ciò che è sempre nuovo. Le sensazioni si possono comprare, ma non l'amore per la bellezza. Solo quando diventiamo consapevoli del vuoto delle nostre menti e dei nostri cuori, senza cercare di fuggirlo per rifugiarci negli stimoli o nelle sensazioni, solo quando siamo completamente aperti ed estremamente sensibili può esserci creazione, possiamo trovare la gioia creativa. Coltivare il fuori senza comprendere ciò che sta all'interno sviluppa per forza quei valori che portano gli uomini alla distruzione e al dolore. Imparare una tecnica può procurarci un lavoro, ma non ci rende creativi; mentre se c'è la gioia, se c'è il fuoco creativo, esso troverà il modo di esprimersi, senza bisogno di studiare un metodo espressivo. Chi vuole davvero scrivere una poesia la scrive e, se possiede la tecnica, tanto meglio; ma perché dare un'enfasi eccessiva a ciò che costituisce solo un mezzo di comunicazione se poi non si ha niente da dire? Quando c'è amore nel cuore, non abbiamo bisogno di cercare il modo di mettere insieme le parole. I grandi artisti e i grandi scrittori possono essere creativi, ma noi non lo siamo, siamo semplici spettatori. Leggiamo tantissimi libri, ascoltiamo musiche meravigliose, ammiriamo le opere d'arte, ma non facciamo mai l'esperienza diretta del sublime. La nostra esperienza avviene sempre attraverso una poesia, un quadro, attraverso la personalità di un santo. Per cantare dobbiamo avere un canto nel cuore, ma poiché l'abbiamo perso ci limitiamo a inseguire il cantante. Senza un intermediario ci sentiamo persi, ma dobbiamo perderci prima di poter scoprire qualsiasi cosa. La scoperta è l'inizio della creatività, e senza creatività, per quanto facciamo, non possono esserci né pace né felicità. Pensiamo che vivremo felici e in modo creativo se impariamo un metodo, una tecnica, uno stile; ma la felicità creativa nasce solo se si è ricchi interiormente, non la si può ottenere grazie a un sistema. Il tentativo di migliorarsi, che è un altro modo per garantire la sicurezza dell'"io" e del "mio", non è creativo, e non lo è neppure l'amore del bello. La creatività si manifesta quando si è costantemente consapevoli delle modalità della mente, e degli ostacoli che essa ha costruito. La libertà di creare giunge con la conoscenza di sé, ma la conoscenza di sé non è un dono. Si può essere creativi anche se non si ha un talento particolare. La creatività è una condizione dell'essere in cui sono assenti i conflitti e i dolori dell'io, è uno stato in cui la mente non è tutta presa dalle esigenze e dalle attività del desiderio. Essere creativi non significa semplicemente scrivere poesie, scolpire statue o fare figli; significa trovarsi in quello stato in cui la verità può venire in essere. La verità si manifesta quando c'è la cessazione totale del pensiero, e il pensiero tace solo in assenza dell'io, quando la mente ha smesso di creare, quando cioè non è più presa dalle sue occupazioni. Quando la mente è perfettamente tranquilla, senza bisogno di obbligarla o di allenarla a questo scopo, quando è silenziosa perché l'io non è attivo, allora c'è creazione. L'amore per la bellezza può esprimersi in una canzone, in un sorriso o nel silenzio; ma pochi hanno la propensione al silenzio. Non abbiamo tempo per osservare gli uccellini, le nuvole che passano, perché siamo troppo occupati con le nostre attività e i nostri piaceri. Se non c'è bellezza nei nostri cuori, come possiamo aiutare i bambini a essere attenti e sensibili? Cerchiamo di essere sensibili al bello ed evitiamo il brutto, ma cercare di sfuggire a ciò che non ci piace favorisce l'insensibilità. Se vogliamo sviluppare la sensibilità nei giovani, noi per primi dobbiamo essere sensibili al bello e al brutto, e dobbiamo cogliere ogni occasione per risvegliare in loro la gioia che c'è nel vedere non solo la bellezza creata dall'uomo, ma anche quella della natura.

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