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Gli ultimi discorsi

Jiddu Krishnamurti
Gli Ultimi Discorsi – Saanen 1985

Prima conversazione

Se ci è concesso, vorremo far notare che questa è una riunione di persone serie che si occupano della vita quotidiana. Fedi, ideologie, supposizioni, conclusioni teoriche o concetti teologici non ci interessano affatto, né stiamo cercando di fondare una setta, un gruppo di persone che segua qualcuno. Non siamo, mi auguro, frivoli ma ci occupiamo insieme di ciò che avviene nel mondo – tutte le tragedie, l'estrema sofferenza, la povertà – e della nostra responsabilità in tutto questo. Vorremo anche far notare, se è concesso, che voi e io, che vi parlo, stiamo camminando, viaggiando, insieme, non in un aeroplano che vola all'altezza di 10.000 o 13.000 metri, ma procedendo quietamente su un lungo, infinito cammino attorno al mondo, dove vediamo uno spaventoso terrorismo, l'uccisione senza scopo di persone, che vengono minacciate, rapite, dirottamenti, assassinii, guerre. Noi non sembriamo preoccuparcene troppo. È solo quando accade qualcosa che ci riguarda da vicino che ci interessiamo, ci preoccupiamo, ci impauriamo. Quando gli avvenimenti sono distanti, siamo più indifferenti. Ecco che cosa accade nel mondo – divisione economica, politica, religiosa, e tutte le divisioni settarie all'interno delle religioni. È una situazione molto pericolosa, rischiosa. Non sappiamo che cosa può succedere nel futuro, non solo per quanto riguarda la nostra vita, ma anche quella dei nostri figli e dei nostri nipoti. L'intero mondo è in uno stato di grande crisi, crisi che non è solamente esterna ma è anche in ciascuno di noi. Ammesso che si sia consapevoli di tutto ciò, quanto ciascuno di noi ne è responsabile? Dobbiamo esserci posti questa domanda molto spesso: che cosa dobbiamo fare? Dove dobbiamo incominciare? Che cosa si deve fare di fronte a questa terribile società in cui viviamo, dove ciascuno si occupa solo di se stesso, della propria realizzazione, della propria infelicità, della lotta economica, e così via? Ciascuno di noi si preoccupa solo di se stesso. Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo pregare Dio? – continuare e continuare a ripetere le stesse preghiere? O si deve appartenere a una setta, seguire un guru, fuggire dal mondo, indossare un abito medioevale o una divisa moderna di colore speciale? Possiamo davvero ritirarci dal mondo, come i monaci? Una volta che si è visto tutto ciò, che lo si è osservato profondamente – non come qualcosa di cui si è letto nei giornali o che ci è stato detto dai giornalisti, dai romanzi, dalla televisione – qual è il nostro ruolo, la nostra responsabilità? Come abbiamo detto, non stiamo cercando di intrattenervi, né vogliamo dirvi che cosa dovreste fare – che cosa ciascuno di noi dovrebbe fare. Abbiamo avuto capi in abbondanza, politici, economici, religiosi, settari, e sono stati completamente impotenti, capi che hanno le proprie teorie, i propri metodi, e ci sono migliaia di persone che li seguono, in tutto il mondo. Essi possiedono veramente un'enorme ricchezza: non solo la Chiesa Cattolica Romana è ricca, ma anche i guru. Tutto si risolve in denaro. Allora, se è lecito chiederlo: che cosa faremo insieme? Ci stiamo veramente impegnando, o stiamo semplicemente cercando una qualche privilegiata soddisfazione e gratificazione per noi stessi? Siamo legati a certi simboli, religiosi o d'altro tipo, a cui aderiamo nella speranza che quello che sta dietro il simbolo ci aiuterà? È una domanda molto seria. E sta diventando ancor più seria ora, nella minaccia della guerra e nell'incertezza totale. Posso io, può colui che vi parla, raccontarvi di una conversazione avuta con un certo signor X, durata parecchi giorni? Il signor X ha viaggiato più o meno in tutto il mondo, come ha detto a chi vi parla. È alquanto istruito, è stato in varie organizzazioni, talvolta aderendovi, per poi uscirne in tutta fretta. Ha seguito questo e quel guru per poi abbandonarli. Per alcune settimane ha tentato di diventare un monaco, e ancora una volta se ne è andato. Poi ha preso in considerazione i vari partiti politici, l'intero spettro delle attività politiche, e alla fine mi ha detto: "Sono venuto per parlarle. Vorrei avere una conversazione con lei, sullo stesso livello: non intendo dire che lei è pretenzioso, non conosco la sua reale posizione né che cosa lei sia, anche se ho letto qualcosa di lei". Posso proseguire con questa conversazione? Vi interessa? Mi disse: "Discutiamo insieme, come due amici, lei e io – come due amici che hanno vissuto insieme nel mondo, che hanno dovuto affrontare fatiche di ogni tipo. Che senso ha tutto questo? Perché l'uomo è nato così? Perché dopo tanti, tanti, tanti millenni è diventato come ora è – sofferente, ansioso, solo, disperato, afflitto dalla malattia e dalla morte e sempre circondato dagli dèi? Dimentichiamoci del tutto di questi dèi e parliamo insieme come due esseri umani, che vivono in questo mondo, in questo meraviglioso paese, sulla terra, che è così bella, che è la madre di tutte le cose". E così il signor X mi fece conoscere parte dei suoi pensieri interiori e delle sue attività esteriori. Poi disse: "Qual è il senso di tutto questo? Perché gli esseri umani, che sono sofisticati, si sono istruiti, sono divenuti esperti nella tecnologia, possono dividere un capello in quattro con le loro argomentazioni, possono inventare dèi e dèe e tutto il resto – perché gli esseri umani di tutto il mondo sono in perpetuo conflitto – non solo con l'ambiente, non solo con i governi che essi stessi hanno eletto, o con qualche dogma inventato dai preti in tempi antichi? Perché ogni essere umano vive in continuazione in questo conflitto, dal momento della nascita fino al momento della morte?". Questa è stata la prima domanda che il signor X mi ha posto. Perché? Qual è la causa di questo conflitto, che non è solamente esterno, ma anche profondo, intimo, soggettivo, che è nel sangue, per così dire. Perché si trova in conflitto? Per secoli, prima del Cristianesimo, le religioni hanno parlato a non finire della pace – siate calmi, siate quieti, siate gentili, generosi, affettuosi, amate. Nonostante la loro propaganda, il conflitto continua. C'è una risposta a questa domanda, una risposta definitiva, irrefutabile? Vale a dire, è possibile per gli esseri umani di questo mondo, che vivono la loro vita quotidiana, che vanno in ufficio, che debbono mantenere una casa, con il sesso, i bambini e tutto il resto, e per di più con questa ricerca, questo desiderio di qualcosa ben al di là delle semplici cose materiali della vita – è possibile per loro porre fine a questo conflitto? Si potrà mai risolvere questo problema? Apparentemente l'uomo non l'ha risolto, anche se è vissuto su questa terra come essere umano per così tanti milioni di anni. "Abbiamo accumulato un'enorme esperienza", ha detto il signor X a chi vi sta parlando. "Abbiamo accumulato una grande quantità di conoscenza; l'ammontare delle nostre informazioni tecnologiche è immenso, ma interiormente rimaniamo dei barbari, che cercano di uccidersi a vicenda, di competere, di distruggersi". E così il signor X aveva fatto tutto quel viaggio, aveva percorso una lunga distanza con l'autobus, il treno, l'aeroplano per dirmi: "Risponda a questa domanda: c'è una causa per questo conflitto? E se c'è, allora scopriamola questa causa. Non è che lei debba guidarmi o che lei mi dirà e io assentirò, o che io me ne andrò per pensarci sopra e giungere a una qualche mia conclusione, ma piuttosto stiamo insieme come due esseri umani – non uno che siede su un palco e l'altro che siede di sotto – ma insieme come due esseri umani che hanno avuto una grande esperienza della vita, con la sua solitudine, la disperazione, l'angoscia, l'incertezza, il bisogno d'amore frustrato, o l'amore che ci lascia insoddisfatti, sempre spingendo, spingendo, spingendo, sempre desiderosi di ottenere qualcosa, o il cielo o l'illuminazione o la chiarezza o di divenire un miliardario, che alla fin fine è la stessa cosa, mai contenti, senza mai conoscere pace, senza mai sedere in quiete sotto un albero a guardare le montagne, i fiumi, i fili d'erba, ignari della bellezza della terra e della luce del sole, dello splendore delle prime ore del mattino – come due esseri umani che si chiedono se questo conflitto ha una causa". E il signor X disse a chi vi sta parlando: "Parliamo, interroghiamoci a vicenda, senza mai accettare ciò che l'altro dice. Non accetterò nulla da lei, e lei non accetterà nulla da me. Siamo sullo stesso livello. Lei può essere molto intelligente, lei può avere una reputazione, ma è una sciocchezza, lei può andare da un posto all'altro sulla terra, o una certa parte della terra, tutto questo non conta. Non ha alcun valore". E rispetto a ciò chi vi parla fu completamente d'accordo. "Allora esaminiamo questa maledizione che l'uomo ha dovuto sopportare dagli inizi del tempo: perché l'uomo, che include anche la donna, se permette, vive in questo modo; perché l'uomo è in conflitto nelle sue relazioni più intime, sessualmente, nella famiglia – in tutta la rete di conflitti". E così il signor X ritornò il giorno seguente, e continuammo la nostra conversazione. Eravamo seduti sulla veranda in una bella giornata e dominavamo dall'alto della vallata, circondati dalle grandi montagne, ammantate di neve, le valli erano meravigliose, il cielo blu e azzurro, e il sole scintillava sulle foglie, sulla terra chiazzata. Tutto sembrava così meravigliosamente vivo, vibrante, colmo d'energia. E c'eravamo noi, chi vi parla e il suo ospite, che guardavamo questa grande bellezza senza mai essere uniti alla bellezza, sempre a osservare, senza mai sentire la bellezza con il nostro cuore, nell'animo, senza mai essere completamente sensibili a tutta la gloria della terra. Mi disse: "Non parleremo della bellezza, questo è affar suo, sarà lei a parlarmene". E chi ora vi parla gli rispose che l'avrebbe fatto un pò più tardi. "Prima esaminiamo insieme questo problema del conflitto. La domanda è: gli esseri umani debbono aver pazienza, abituarvisi, sostenerlo, senza mai, mai essere capaci di allontanarlo completamente, così che i loro cervelli possano funzionare come dovrebbero, completamente svincolati, completamente liberi, senza programmazioni e condizionamenti?". E ora chi vi parla pone la stessa domanda a voi. Abbiamo anche discusso, parlato, considerato il problema: quale ne è la causa? Noi stiamo facendo un viaggio insieme, non vi chiedo di rispondermi, né posso darvi una risposta. Qual è la causa? La lotta è ovunque. Si può dire che c'è lotta nella natura, gli animali grandi si nutrono degli animali più piccoli e così via. Nella foresta il piccolo albero lotta per la luce contro gli alberi giganteschi. Si può dire che ovunque sulla terra, nella natura, c'è conflitto, c'è un qualche tipo di lotta, allora perché noi, che siamo parte della natura, non dovremmo andare avanti in questo modo? Quello che gli esseri umani chiamano conflitto potrebbe non essere affatto conflitto in quel contesto; potrebbe essere il modo d'azione più naturale per la natura: il falco, l'aquila uccide il coniglio, gli orsi uccidono il salmone, la tigre o il ghepardo uccidono ancora più rapidamente; in natura c'è un continuo uccidere, uccidere, uccidere, e si potrebbe dire che, essendo parte della natura, è inevitabile che dobbiamo essere costantemente in lotta. Se si accetta che ciò è naturale, inevitabile, non c'è più nulla da dire; se diciamo che è naturale, continueremo ad andare avanti così perché facciamo parte del complesso della terra, ma se si incomincia a porre in questione tutto ciò, allora qual è la vostra posizione? Siete disposti a scoprire, insieme, perché noi dovremmo essere un pò più attivi e intelligenti degli alberi, delle tigri, degli elefanti (gli elefanti, fortunatamente, non uccidono troppe cose, ma distruggono gli alberi)? Pertanto, se non accettiamo il conflitto come sistema di vita, che cosa dobbiamo fare allora? Da dove si può cominciare per capire tutto il meccanismo del conflitto? Come ci si può far strada in tutto ciò? Come colui che vi parla disse al signor X, c'è un modo che consiste nell'analizzare molto accuratamente tutti i fattori del conflitto, uno dopo l'altro – tramite l'analisi di se stessi o l'analisi fatta da qualcun altro, o accettando i consigli dei professori, dei filosofi, degli psicologi. Ma è possibile tramite l'analisi scoprire la causa, anche se essa può portarvi a certe conclusioni intellettuali, ovvero è possibile riunire tutti i fattori analitici e vedere il tutto? È possibile? O c'è un differente approccio alla questione? E mi chiedo se il signor X capisce ciò che sta dicendo chi vi parla. Chi parla sta dicendo al signor X che l'analisi implica un analizzatore – giusto? Pertanto c'è un analizzatore e ciò che è analizzato, un soggetto e un oggetto. In noi stessi esiste una tale differenza, tra soggetto e oggetto? È questo che chi vi parla chiede al signor X. Voi siete il signor X. L'analizzatore è stato incoraggiato e programmato tramite l'educazione e i condizionamenti a credere che lui, l'analizzatore, è completamente diverso da ciò che sta analizzando, ma chi parla dice: "Voglio mettere totalmente in discussione questo approccio all'analisi". Chi parla dice: "Io non accetto quello che i professionisti, inclusi quelli che vengono da Vienna, o i più recenti psicologi americani, dicono dell'analisi". Chi parla dice al signor X: "Non accetto nulla di tutto ciò. Lo metto in discussione; metto in discussione non solamente l'attività dell'analisi, ma anche quello che è l'analizzatore. Che bisogno c'è dell'analisi se si può piuttosto capire l'analizzatore?". Capisce, signore? Sto andando troppo in fretta? Possiamo esaminare questo insieme? Analizzo me stesso. Mi sono arrabbiato, o sono stato avido, o sensuale, non importa, quando lo analizzo, cioè quando smonto il tutto e lo esamino attentamente pezzo per pezzo, chi è l'osservatore? Non è forse l'osservatore, l'analizzatore, un cumulo di tutte le memorie del passato? Egli è condizionato dall'esperienza, dalla sua conoscenza, dal suo modo di considerare la vita, dalle sue tendenze personali, dai suoi pregiudizi, dalla sua programmazione religiosa: tutto ciò è il passato, tutto ciò è lo sfondo della sua vita, a partire dall'infanzia. E lui è l'osservatore, è lui l'analizzatore, che tale sfondo includa o no una memoria comune, una memoria e una coscienza razziale, è lui l'osservatore. E poi l'osservatore fa una divisione tra ciò che è osservato e chi osserva, e questa stessa divisione ai fini dell'analisi crea un conflitto. Siamo insieme? Voi siete il signor X, io sono quello che parla. Stiamo facendo lo stesso viaggio insieme? Chi vi parla dice che nel momento in cui c'è una divisione tra colui che analizza e ciò che è analizzato si viene inevitabilmente a creare un conflitto di qualche genere, sottile, vuoto, senza senso, ma è un conflitto – da vincere, sormontare, reprimere, trascendere – tutti questi sono sforzi in forma minore o maggiore. E così si scopre che laddove c'è divisione tra svizzeri e tedeschi, tra francesi e inglesi, io e tu, noi e loro – dovunque c'è divisione ci deve essere conflitto. Non è che la divisione di fatto non esista; i ricchi sono davvero potenti. Ma se noi creiamo soggettivamente una divisione – io faccio parte di questo e tu fai parte di quello, io sono un cattolico, tu sei un protestante, io sono un ebreo e tu sei un arabo – allora c'è un conflitto. Pertanto, ogni volta che c'è divisione tra due persone, tra uomo e donna, tra Dio e la terra, tra « ciò che dovrebbe essere » e « ciò che è » – mi chiedo se il signor X sta seguendo tutto questo, non solo verbalmente, intellettualmente, cosa che ha un valore insignificante, ma con il suo cuore, con il suo essere, con la sua vitalità, energia e passione – dovunque c'è divisione, c'è conflitto. Così si comincia a scoprire la radice del conflitto. È possibile per un essere umano che vive nel mondo moderno, che va al lavoro, che si guadagna da vivere, gli affari da una parte, la famiglia dall'altra, aggressivo negli affari e sottomesso alla moglie – è possibile per lui vivere in modo tale che la sua vita non divenga una contraddizione? Ed è possibile porre fine a questa contraddizione? Altrimenti si vive nel conflitto, si diviene un ipocrita. Se si vuole essere degli ipocriti, d'accordo, ma se si vuole vivere molto onestamente, cosa che è assolutamente necessaria, vivere con grande e austera onestà, non in relazione a qualcuno, alla propria patria, al proprio ideale, ma nel senso di dire esattamente ciò che si pensa e pensare ciò che si dice, senza ripetere ciò che altri hanno detto, o credere in qualcosa e poi agire in modo opposto, cose che non sono affatto oneste – se si vuole vivere davvero onestamente non ci può essere contraddizione. Tutti parlano di pace. Ogni governo, ogni religione e ogni predicatore, incluso chi vi sta parlando, parla di pace. E vivere in pace richiede un'enorme onestà e intelligenza. Pertanto è possibile, nel ventesimo secolo, vivere interiormente, psicologicamente, soggettivamente, senza avere in se stessi alcun tipo di divisione? Per favore indagate, cercate, chiedete con passione. Passione non vuol dire fanatismo, e non richiede il martirio. Non è qualcosa a cui voi siete così attaccati che questo stesso attaccamento crea in voi la passione – capite? Quella non è passione, è l'essere attaccati a qualcosa che vi dà la sensazione della passione, di energia, è come un asino legato a un palo; può continuare a girare in tondo e in tondo, ma continua a essere legato. Pertanto, possiamo noi, il signor X e chi sta parlando, senza dirci l'un l'altro che cosa dovremmo fare, scoprire da noi stessi in tutta onestà, senza alcun senso di inganno, senza alcun senso di illusione, se sia possibile vivere in questo mondo – di cui conoscete tutti gli orrori che vi succedono – senza conflitto, senza divisione? Non dormite, per favore, è ancora troppo presto, è mattino. Se vi fosse posta questa domanda – voi siete il signor X – che risposta dareste dentro di voi? E se voi siete uno svizzero, un induista, un musulmano, o un seguace di qualche congrega, o di qualche gruppo, o di qualche guru, non dovreste forse abbandonare completamente tutto ciò? Forse avete un passaporto svizzero (chi vi parla ha un passaporto indiano ma non è un indiano – in India non gradiscono molto questo, ma abbiamo detto loro più volte di non appartenere a nessun culto, a nessun guru, a nulla) – e troverete che è terribilmente difficile. Alla fine vi troverete soli, ma con la comprensione, la consapevolezza interiore, vedendo chiaramente che tutto ciò in realtà non ha senso. L'appartenere a qualcosa, a un gruppo, a una qualche setta, può causare una soddisfazione momentanea ma poi diviene alquanto noioso, deprimente e sgradevole. Pertanto è possibile non essere attaccati a nulla – incluso, specialmente, ciò che chi vi parla sta dicendo? Stranamente, il vostro cervello, sebbene non sia il cervello di un altro, è anche non solo vostro – capite? Il vostro cervello è come il cervello di ogni altro essere umano. Esso ha un « immensa capacità, un'immensa energia. Guardate che cosa hanno fatto nel mondo della tecnologia. In America tutti gli scienziati si stanno ora impegnando per le Guerre Stellari. Ma lasciamo da parte tutto ciò. Il cervello possiede una straordinaria energia se vi concentrate su qualche cosa, se prestate attenzione a qualcosa. La bomba atomica è nata perché alcuni si sono interessati all'uccisione di altri esseri umani. I nostri cervelli non sono nostri, si sono evoluti in un lungo periodo di tempo, e in tale evoluzione abbiamo accumulato un'enorme conoscenza ed esperienza, ma in tutto ciò c'è ben poco di quello che è chiamato amore. Posso amare mia moglie, o i miei bambini, o il mio paese. Il mio paese è stato separato dal pensiero, geograficamente, ma in realtà è il mondo. Il mondo in cui viviamo è il mondo intero. Così il mio cervello che si è evoluto in un lungo periodo di tempo, questo cervello con la sua consapevolezza non è mio perché la mia consapevolezza è condivisa da ogni altro essere umano. Il signor X dice: "Ho letto qualcosa di ciò che lei ha detto, non voglio ripetere quello che lei ha detto, ma questo è ciò che anch'io sento. Dovunque sono stato, ho visto, in ogni angolo della terra, che ci sono esseri umani in preda al dolore, all'angoscia, in una solitudine disperata, e così la nostra consapevolezza è condivisa da ogni altro essere umano". Vi rendete conto di ciò – non intellettualmente ma nella realtà? Se sentite davvero così, allora non ci sarà alcuna divisione. Io chiedo al signor X: "Vedete questa realtà, non il concetto di realtà, non l'idea di realtà, non la bellezza della conclusione ma la sua realtà? La realtà è differente dall'idea della realtà – giusto? Voi siete seduti qui, questo è reale, ma io posso immaginare che voi siete seduti qui e questo è totalmente differente". Pertanto, il nostro cervello, che è il centro della nostra coscienza, con tutte le reazioni nervose, le reazioni sensoriali, che è il centro di tutta la nostra conoscenza, di tutta la nostra esperienza, di tutta la nostra memoria (la vostra memoria può venirvi da un altro, eppure è ancora memoria; anche se voi siete molto istruito, e l'altro non possiede alcuna istruzione, può persino non sapere né leggere né scrivere, e tuttavia fa ancora parte del tutto) – pertanto la vostra consapevolezza è condivisa da ogni essere umano su questa terra. Dunque voi siete l'intera umanità. Capite, signori? Voi lo siete in realtà, non in teoria o per una presupposizione teologica, o agli occhi di Dio – probabilmente gli dèi non hanno occhi! – ma in realtà accade questo strano irrevocabile fatto che siamo tutti fatti dello stesso stampo, che facciamo esperienza della stessa angoscia, speranza, paura, morte, solitudine che causano una tale disperazione. E così noi siamo l'umanità. E quando si comprende questo profondamente, il conflitto con gli altri cessa perché tu sei come me. Ecco di che cosa abbiamo parlato, il signor X e il signor K. E continuammo anche a parlare di altre cose, perché rimase per parecchi giorni. Ma dapprima stabilimmo un reale rapporto che è così necessario quando c'è un qualsiasi tipo di discussione, un qualsiasi tipo di comunicazione, non solamente verbale, perché le parole non trasmettono la profondità di ciò che si desidera trasmettere. Così, alla fine del secondo giorno, ci siamo detti, dove siamo? Signor X e signor K, a che punto stiamo? Che cosa abbiamo ottenuto, non un cambiamento, il cambiamento richiede tempo (lo esamineremo un'altra volta) – o abbiamo semplicemente raccolto, come si raccolgono i frutti? C'è stata la semina – cioè, voi siete venuti qui, che fa parte della semina, e avete ascoltato K e il signor X – che cosa avete raccolto? Raccogliere significa accumulare. Avete raccolto tante informazioni – per favore seguitemi, tra poco finiremo, non addormentatevi e non innervositevi. Voi avete raccolto tante informazioni dai professionisti, dagli psicologi, dagli psichiatri – raccolto, raccolto, raccolto. Il cervello è come una calamita, attrae a sé. E K chiede al signor X: "Avete raccolto anche voi? Se avete raccolto, allora questo non è altro che uno dei tanti incontri". Pertanto K chiede al signor X: "Che cosa avete raccolto? O vi siete liberati della tendenza a raccogliere?". Per piacere, se ne avete la pazienza, ascoltatemi. Riusciamo mai a smettere di raccogliere? A livello pratico, nella vita si deve raccogliere, ma l'arte di vivere comincia quando vediamo dove non è necessario raccogliere. Perché se stiamo raccogliendo, il nostro cervello non è mai libero, non è mai vuoto – non vogliamo parlare della questione della vacuità perché quello è un altro argomento – ma siamo consapevoli che stiamo raccogliendo, raccogliendo, raccogliendo, che stiamo accumulando abitudini? E quando si è raccolto troppo è molto difficile sbarazzarsene. Questo accumulo condiziona il cervello. L'essere nato in India, l'appartenenza a un certo tipo di persone, di tradizione, di religione o l'essere molto, molto ortodosso, tutto questo è stato accumulato. E per liberarsene occorre un'immensa indagine e ricerca, occorre guardare, osservare, essere attenti. È possibile allora non raccogliere affatto? Per favore, prendete in considerazione quello che sto dicendo, non respingetelo. Cercate di scoprire da voi stessi. Dovete accumulare conoscenza per arrivare alla vostra casa, per guidare l'auto, per parlare una lingua straniera, ma interiormente non è del tutto inutile l'accumulare? L'illuminazione non è accumulare. È, al contrario, totale libertà da tutto ciò. E questo, dopo tutto, è l'amore, non è vero? Non ti amo perché ti ho « raccolto ». Mi hai soddisfatto sessualmente, o gradisco la tua compagnia, o mi sento solo e perciò dipendo da te; e allora incomincia il mercanteggiare; allora ci sfruttiamo l'un l'altro, ci usiamo a vicenda, l'uno tradisce l'altro per i propri fini. Certamente questo non è amore, non è vero? L'amore è la qualità di un cervello che non raccoglie nulla, e allora ciò che viene detto è ciò che si è scoperto, non la ripetizione di quello che hanno detto gli altri. E in questo c'è una tremenda passione, non brama, passione. Ma non è fanatismo. Non è che all'improvviso divengo un rigoroso vegetariano o che non toccherò più sale. Tutti i fanatici hanno un certo tipo di passione ma sono divenuti violenti, inclini al martirio, e tutto il resto. Dunque, chi parla, K, sta chiedendo al signor X di scoprire se si può vivere senza raccogliere. Non è che questo vi possa essere detto. Noi possiamo fare indagini in proposito insieme, ma la realtà del non accumulare, dell'assenza di azione dei ricordi accumulati, è davvero molto sottile; richiede una grande quantità di indagini. Possiamo fermarci ora? Abbiamo parlato per un'ora. Voi non avete parlato, chi ha parlato è stato K. Abbiamo stabilito il fondamento di una comunicazione reciproca in cui non c'è né superiore né inferiore, chi sa e chi non sa.

domenica 7 luglio

Seconda conversazione

Possiamo continuare con quello di cui stavamo parlando l'altro giorno? Penso che sia importante capire che qui non c'è nessun culto della personalità. La persona chiamata K non è affatto importante. È importante ciò che dice, non il suo aspetto, la sua personalità, o tutte le altre sciocchezze. Dunque, per puntualizzare con precisione e definitivamente, la persona che sta parlando sul palco non è affatto importante. L'altro giorno abbiamo parlato delle varie forme di conflitto, di quale ne sia la causa, di come per tutta la storia dell'umanità, l'uomo, intendendo naturalmente anche la donna, sia vissuto nel conflitto e non sia riuscito affatto a risolvere tale problema. Per tutto il tempo, in questo lungo periodo d'evoluzione, di molti, molti millenni, abbiamo continuato a essere in conflitto gli uni con gli altri – conflitto tra uomo e donna, tra esseri umani, all'interno di un gruppo di persone, tra nazioni, sessi, religioni. Sono sicuro che siamo coscienti di tutto questo. Terrorismo, brutalità, incredibile crudeltà, tutte le terribili cose che succedono nel mondo – chi ne è il responsabile? Come abbiamo detto l'altro giorno, questo è un incontro serio, non ce ne stiamo qui, un bel mattino, sotto una tenda o ad ascoltare qualcuno; questo è un incontro serio, attivo, cooperativo, ben determinato. Questa mattina ci chiediamo: chi è il responsabile di tutto questo? Responsabilità implica cura, attenzione, non solo a ciò che sta accadendo fuori nel mondo, ma anche dentro tutti noi: chi è il responsabile? Sono responsabili i politici? Vale a dire, che facciano quello che vogliono perché noi li abbiamo eletti in una cosiddetta società democratica. Negli stati totalitari non sono eletti, vanno semplicemente al potere e dominano tutto. Allora chi è il responsabile? Le religioni? Il mondo islamico? Il mondo cristiano? Il mondo induista? I Buddhisti, e così via? O non siamo noi i responsabili, ciascuno di noi? Per favore, prendete in considerazione quanto vi dico. Siamo noi responsabili di tutto ciò, ognuno di noi, che vive in questo mondo, in questo ambiente, non solo nella bella Svizzera ma anche in tutto il resto del mondo, è ciascuno di noi – voi che siete seduti lì, e io che vi parlo – siamo noi responsabili di tutto questo? Spero che vi poniate questa domanda – siete voi responsabili della creazione di questo spaventoso e pericoloso mondo, questo mondo brutale e terrificante? Se avete visitato diversi paesi, avrete veduto tutto ciò, un'enorme povertà, milioni e milioni di povera gente, che fa la fame, e coloro che sono incredibilmente ricchi, che nascono in posizioni elevate e che per il resto della loro vita mantengono le loro ricchezze, i loro castelli, i loro palazzi e così via. Chi è il responsabile? Siamo noi responsabili della creazione della società che ci circonda, della cultura, della religione, degli dèi, e di tutti gli altri effetti e ripetizioni rituali, perché siamo irati, avidi, violenti, disordinati, pieni di odio e limitiamo il nostro affetto solamente a un numero molto, molto ridotto di persone – questa società in cui viviamo è stata creata da ciascuno di noi? È vero? Il responsabile non è ognuno di noi? Voi dite: "Mi scusi, io non lo sono", oppure rimanete indifferenti a tutta la faccenda finché ve ne state al sicuro in un certo paese, protetti dalle frontiere. E così arriviamo a una domanda molto seria: cos'è l'ordine e cos'è il disordine? Stiamo discutendo, esaminando insieme questa domanda. Non è che dovete accettare, o in alcun modo acconsentire a ciò che sta dicendo chi vi parla, perché sarebbe completamente inutile, ma non potremmo fare insieme un viaggio molto lungo, non solo intellettualmente e verbalmente, ma con assai maggiore profondità, per scoprire perché la società di cui siamo responsabili sta creando una crudeltà e un disordine così terribili? Siamo noi differenti dalla società, da ciò che abbiamo creato? Non è forse che ci deve essere ordine in primo luogo nella nostra casa – non solo nei muri esterni della casa e nel giardino, ma anche nel mondo interiore in cui tutti viviamo, nel mondo soggettivo e psicologico? C'è disordine in esso? Capite la mia domanda? Spero che chi parla si stia spiegando alquanto chiaramente. Fino a che noi, ciascuno di noi, viviamo nel disordine, psicologicamente, soggettivamente, interiormente, qualunque cosa facciamo creerà disordine. Gli stati totalitari hanno detto che cambiando la società, l'ambiente, forzandola, costringendola, cambieranno l'umanità, il cervello umano. Non ci sono riusciti. Il dissenso, la rivolta e tutto il resto sono costanti. Dunque, se vedete questo, che abbiamo creato questo disordine, e che questo disordine è la società in cui viviamo, allora che cosa si deve fare? Da dove partite? Volete cambiare la società come fanno i riformatori sociali, quelli che vogliono fare il bene, gli uomini che intendono modificare le leggi, con il terrorismo e con la forza? Oppure mettete in ordine l'interno della vostra casa? È chiara la domanda? Dunque, come possiamo, io o voi, mettere in ordine la nostra casa? Perché solo da qui posso incominciare, non dalle riforme esteriori, dal cambiamento esteriore delle leggi, dall'organizzare le Nazioni Unite. Se mi è concessa una piccola digressione, sia l'anno scorso che quest'anno siamo stati invitati a parlare alle Nazioni Unite. Dopo che K ebbe parlato, uno dei loro pezzi grossi si alzò e disse: "Finalmente dopo aver lavorato in questa istituzione, e molto sodo, per quarant'anni, sono giunto alla conclusione che non dobbiamo ucciderci a vicenda". Quarant'anni! E noi siamo uguali, speriamo che ci accadrà qualcosa dal di fuori, qualcosa che ci costringerà, ci forzerà, ci persuaderà, ci trascinerà. Siamo divenuti dipendenti dall'esterno – dalle prove esteriori, dalle guerre esteriori e così via. Allora, che cosa dobbiamo fare? L'associarsi a una piccola comunità, il seguire un guru non serve a nulla. È completa irresponsabilità. Il darvi, l'abbandonarvi a qualcuno che si proclama illuminato, vi conduce... dovunque egli vorrà condurvi, in generale al denaro – allora, come possiamo incominciare a fare ordine dentro di noi? Ordine implica assenza di conflitto, non è vero? Nessun conflitto dentro di noi, assolutamente nessun conflitto. Ne abbiamo parlato l'altro giorno, qual è la causa del conflitto? Su questo argomento sono stati scritti volumi su volumi. Psicologi, psichiatri, terapeuti, e tutti gli altri hanno dato spiegazioni verbali; milioni di parole sono state profuse a questo riguardo, eppure noi, tutti, rimaniamo in preda al conflitto. Quando nella mente, nel cervello c'è disordine, che è l'essenza del conflitto, il cervello non può essere tranquillo, semplice, chiaro. Questo si può dare per scontato, è una legge, come la legge di gravità, la legge per cui il sole sorge a oriente e tramonta a occidente: se vi è un conflitto soggettivo o interiore deve esserci disordine. Pensateci, per favore con attenzione. E qual è la natura del disordine? Non sto a chiedere che cosa è l'ordine perché una mente confusa può inventarsi un ordine e dire: "Questo è l'ordine". Un cervello in preda all'illusione, come avviene per la maggior parte delle persone, farà della propria confusione un ordine – giusto? Allora, qual è la natura del disordine? Perché diciamo che ci deve essere ordine e poi restiamo in disordine? Perché separiamo queste due cose? Diciamo di capire che siamo nel disordine, il che è abbastanza semplice, e poi cerchiamo di fare ordine a partire da questo. I politici sanno che c'è disordine e cercano di stabilire l'ordine. È chiaro? Naturalmente. Non solo i politici ma ciascuno di noi sa che la nostra vita è in disordine. Al mattino in ufficio dalle nove fino alle cinque – che vita! – lottare, combattere, ambizione, avidità, aggressività, arrampicarsi, per poi tornare a casa e divenire tutto docile, sottomesso alla moglie, o al marito, o chiunque sia. Questo è disordine, e il cervello continuamente cerca un ordine – continuamente – perché non può vivere nel disordine; quando c'è disordine non può funzionare con chiarezza, bellezza, acutezza, al massimo della sua capacità. Perciò in tutti noi c'è una superficiale ricerca di ordine. Dunque chiediamo: perché c'è questa divisione – perché vogliamo l'ordine e poi viviamo in disordine? Non so se state seguendo tutto questo. Non siate perplessi, è molto semplice. Noi viviamo nel disordine, questo è certo. Perché preoccuparsi dell'ordine? Vediamo se possiamo liberarci del disordine. Se possiamo liberarcene allora c'è ordine. Tra ordine e disordine non c'è conflitto. Attenti: è molto semplice. Siamo violenti, aggressivi, non solo fisicamente ma anche psicologicamente, interiormente. Vogliamo ferire gli altri. Parliamo degli altri con brutalità. La violenza non è solamente un'azione fisica; la violenza è anche psicologica – l'aggressività, la simulazione, il confrontare se stessi con gli altri e così via, tutto ciò è una forma di violenza. Noi siamo naturalmente, animalmente violenti. E non ci accontentiamo di riconoscere: "Io sono violento"; inventiamo la non-violenza. Diciamo: "Non devo essere violento". Che senso ha il non essere violenti? Voi siete violenti. Rendiamocene conto, sopportiamolo, accettiamolo, non evitiamo questo fatto, allora potremo esaminarlo insieme e vedere fino a dove dobbiamo arrivare per eliminarlo. Ma se voi state in continuazione lottando per divenire non-violenti, voi non potete risolvere il problema, perché cercando di divenire non-violenti continuate a seminare i semi della violenza. Sono violento, spero di essere senza violenza un giorno, ma quel giorno è alquanto lontano, e nel frattempo semino, sono ancora violento, forse non eccessivamente ma ancora violento. Pertanto, io dico, che senso ha preoccuparsi di non essere violenti, comprendiamo la violenza invece, quale è la sua natura, perché esiste, è possibile esserne completamente liberi? Questo è molto più interessante e di vitale importanza che il perseguire la non-violenza. E così, analogamente, è importante capire il disordine, e lasciar perdere l'ordine. Perché se capiamo questo, e ci allontaniamo da quel tipo di comprensione intellettuale e verbale, possiamo scoprire come vivere una vita che è completamente non-violenta. Spero che riguardo a questo siamo chiari. Allora, che cos'è il disordine? Il cervello continua a cercare un ordine, non è concentrato, attento a scoprire che cosa è il disordine. Questo è un dialogo tra voi e chi vi sta parlando. Non aspettate la sua risposta a questa domanda, perché allora non farete che ripetere. Se potete scoprire e trovare la verità, allora è vostra, allora potete agire, ma se vi limitate ad ascoltare ciò che sta dicendo chi vi parla, allora voi ripetete, non sapete – "Non capisco, è così difficile ", e tutte le altre sciocchezze che si dicono. Allora, che cos'è il disordine? Dire una cosa e pensarne un'altra, agire in un certo modo, nascondendo i propri pensieri e sentimenti che sono opposti. È davvero molto semplice. Dire le cose che si pensano – non quello che gli altri vi hanno detto di pensare, richiede una grande onestà. Probabilmente tutti voi avete letto abbondantemente, e così i vostri cervelli sono pieni della conoscenza degli altri, dei concetti degli altri, dei loro pregiudizi che si aggiungono ai vostri. E così ripetete. Non vi sedete mai, né camminate nei boschi per scoprire che cos'è il disordine. Per scoprirlo, si deve possedere un'enorme onestà – affrontare le cose così come sono. Se ho paura, ho paura, non pretendo di non avere paura. Se ho detto una bugia, dico di aver detto una bugia, senza difendermi. Guardate che cosa precisamente si è, e non cosa si dovrebbe essere. Mi seguite? Allora gradualmente, o istantaneamente, scoprite da voi stessi ogni tipo di relazione tra causa ed effetto, sia essa fisica , o soggettiva, o psicologica. Il conflitto si manifesta quando nella vita ci sono due aspetti contrapposti, il bene e il male. Il bene è qualcosa di completamente separato dal male? Oppure c'è nel bene una parte di male? Mi sto spiegando chiaramente? No. Che cos'è il male? E che cos'è il bene? Ovviamente uccidere un altro, in nome di Dio, in nome di un altro essere umano, ecc., ecc., è male. E che cosa è bene? Essere nel bene. Siete in attesa della mia definizione? Probabilmente non avete mai preso in considerazione tutto questo. Il bene è separato dal male? Oppure il bene ha le sue radici, il suo inizio nel male – capite? Negli esseri umani ci sono due elementi, il bene e il male. Per esempio, arrabbiarsi è bene. Ma ho conosciuto l'ira e quando dico: "Non debbo arrabbiarmi, sarò bravo", il bene nasce dalla mia rabbia. Quando dico: "Debbo essere bravo", ho conosciuto che cosa significa essere cattivo. Quando non conosco il male allora sono nel bene. Non nei beni! Sono nel bene. Mi chiedo se lo capite. Ovvero, finché sono violento non so che cosa sia l'opposto. Se sono non violento allora si manifesta anche l'opposto. Dunque, è dal male che nasce il bene? Ma se nasce dal male, allora il bene non è bene. Ci siamo? Sembra un pò confuso ma non lo è. È molto semplice. Ecco perché ho detto, per piacere, pensiamo semplicemente, chiaramente, senza pregiudizi, senza preconcetti. Dunque l'amore non è odio – giusto? Se l'amore nasce dall'odio allora non è amore. È chiaro? Chi parla non odia nessuno, ma supponiamo che ciò avvenga, se allora egli dice: "Non debbo odiare, debbo amare" – questo non è amore. Fa ancora parte dell'odio. È una decisione, un atto del pensiero. E il pensiero non è amore. Pertanto, possiamo noi, ciascuno di noi, che ci sentiamo responsabili di aver creato questa società in cui viviamo, che è mostruosa, incredibilmente immorale – possiamo, ciascuno di noi, che viviamo in questo mondo, in questa società, essere completamente liberati del disordine? Ciò significa la fine definitiva del conflitto, la fine di questa sensazione di dualità dentro di noi – della dualità degli elementi che si contrappongono dentro di noi. Pertanto non si tratta forse di essere enormemente attenti – di essere consapevoli di ogni pensiero? Possiamo esserlo? Questo ci rimanda alla prossima domanda: che cos'è il pensiero? Che cosa significa pensare? Se vi chiedono: che cosa significa pensare, quale sarà la vostra risposta? Ve lo chiedo io, chi parla ve lo chiede: che cosa significa pensare? E voi cominciate a pensare. Tutta la nostra vita è pensiero e sensazione. Il bambino dice: "Il mio libro", "Quella è la mia altalena" – questo è pensare. Grazie al pensiero l'umanità ha inviato un razzo sulla luna. Ma lo stesso pensiero vi ha anche piantato una bandiera. Fare tutto quel viaggio sino alla luna per piantarvi una bandiera! No, non ridete. Osservate che cosa fa il pensiero. L'intero mondo della tecnologia è stato creato dal pensiero. Vengono fatte cose straordinarie, che a malapena immaginiamo, di cui sappiamo ben poco – i computer, sommergibili eccezionali, e così via. Tutto questo è stato fatto dal pensiero – giusto? E il pensiero ha costruito i più incredibili edifici. Se scrivete una lettera dovete pensare, se guidate l'auto dovete pensare, così il pensiero è divenuto straordinariamente importante per tutti noi. Il pensiero fa parte della nostra programmazione. Siamo stati programmati: io sono cattolico, tu sei protestante, io sono musulmano, tu sei induista, tu sei comunista, io sono democratico – mi seguite? Fa parte del nostro condizionamento. Siamo stati programmati dai giornali, dalle riviste, dai politici, dai preti, dall'arcivescovo, dal Papa – voi conoscete tutta la storia, di come siamo stati programmati. Allora che cosa significa pensare? Perché pensate? Che ragione c'è di pensare? Perché semplicemente non agite? Non potete. Innanzitutto stabilite con estrema precisione che cosa farete – è giusto o è sbagliato, è come dovrebbe essere o come dovrebbe non essere? – poi le vostre emozioni e sensazioni dicono che va bene o che è sbagliato, e finalmente procedete e agite. Tutto questo è processo di pensiero. Debbo sposarmi o no? Quella ragazza è quella giusta, quell'altra no, o viceversa. Il pensare ha causato un'enorme quantità di danni – guerra, odio, gelosia, il desiderio di ferire gli altri. Allora che cosa significa pensare? Il pensare per così dire bene e il pensare per così dire male, il pensare giusto e il pensare sbagliato; è pur sempre pensare. Il pensiero orientale e il pensiero occidentale; è pur sempre pensare. Che cosa significa pensare? Non aspettate me. Ponete questa domanda a voi stessi. Che cosa significa pensare? Senza la memoria non potete pensare. E allora cos'è la memoria? Continuate. Usate la vostra intelligenza. Ricordo una lunga associazione di idee, un ingombrante fardello di ricordi: mi ricordo della casa dove ho vissuto, mi ricordo della mia infanzia. Questo che cos'è? Il passato. Il passato è ricordo. Non sapete che cosa accadrà domani, ma potete prevedere che cosa potrebbe accadere. Questa è ancora l'azione della memoria nel tempo. Da dove viene la memoria? È tutto molto semplice. La memoria non può esistere senza la conoscenza. Se io ho conoscenza dell'incidente automobilistico che mi è successo ieri – in realtà non mi è accaduto nulla – quell'incidente è ricordato. Ma prima del ricordo c'è stato l'incidente, cioè la conoscenza – giusto? L'incidente diviene conoscenza, poi da questa conoscenza viene il ricordo. Se non avessi avuto alcun incidente non ci sarebbe alcun ricordo di un incidente. Pertanto la conoscenza si fonda sull'esperienza, e l'esperienza è sempre limitata, sempre. Non posso fare esperienza dell'immenso ordine dell » universo. Non posso farne esperienza, ma posso immaginarlo. È meraviglioso! L'esperienza è limitata e pertanto la conoscenza è limitata, sia nel futuro che ora perché viene aggiunta sempre più conoscenza. La conoscenza scientifica si basa su questo. La conoscenza è sempre limitata sia ora che nel futuro, e pertanto la memoria è limitata. E pertanto il pensiero è limitato. Giusto? Ecco dove sta la difficoltà. Il pensiero è limitato. Il pensiero è sempre limitato, sia esso nobile o ignobile, religioso o non religioso, virtuoso o non virtuoso, morale o immorale. Qualunque cosa esso faccia è limitata. Mi seguite? Dunque, può il pensiero essere fonte di ordine, quando il pensiero stesso, nella sua limitazione, può essere la causa del disordine? Mi chiedo se afferrate. Capite la mia domanda? È molto interessante. Prendetela in esame. Tutto ciò che è limitato non può che creare disordine; se sono un musulmano, che è molto limitato, non posso che creare disordine; se sono un israelita, non posso che creare disordine, e così se sono un induista, un buddhista, un cristiano, e tutto il resto. Allora è forse il pensiero la radice stessa del disordine? Esaminate questo, signori. Siate scettici, per favore, non accettate nulla di ciò che dice chi vi parla. Scoprite voi stessi, investigate, non domani, ma ora, stando qui seduti, esaminate, scoprite. Metteteci tutta la vostra passione, non il vostro fanatismo. Allora comincerete a scoprire. Così, in quanto esseri umani, abbiamo vissuto per milioni di anni in uno stato di violenza, di disordine, di conflitto – e tutto ciò è stato causato dal pensiero. Tutto. Allora ci si comincia a chiedere: c'è qualcos'altro che è altrettanto attivo, chiaro, preciso ed energico quanto il pensiero? K ha scoperto molto tempo fa che il pensiero è molto limitato. Non glielo ha detto nessuno; l'ha scoperto, se ne è accorto. Allora ha cominciato a chiedersi, esiste un altro strumento simile? Il pensiero è nel cervello, nel cranio. Il cervello è il sostegno di ogni pensiero, ogni ricordo, ogni esperienza. E anche ogni emozione, sensazione, reazione nervosa. È la vasta memoria che vi è contenuta, razziale, non razziale, personale – è tutto lì. E il centro di tutto questo è il pensiero. Si può dire: "No, è qualcos'altro", ma questo è ancora un pensiero. Quello che dice di essere alla ricerca di ciò che supera la coscienza, è ancora il pensiero. Pertanto chiediamo, K chiede, esiste un altro strumento, o meglio non uno strumento, ma un'onda, un movimento che non sia su questo piano? Vi state ponendo questa domanda? Se sì, chi vi risponderà? State attenti, per favore. Questo richiede una grande sottigliezza, una grande abilità, perché il pensiero può essere molto ingannevole. Esso dice: "D'accordo, ho capito, il pensiero è limitato", ma è ancora attivo. E allora comincia a fantasticare: "So che il pensiero è limitato ma Dio è illimitato, e io cerco Dio". Il pensiero è limitato ma inventa i rituali, gli abiti medievali dei monaci, dei preti e tutto il resto. Pertanto può il cervello usare il pensiero – agire seguendo il pensiero quando è necessario ma altrimenti essere senza pensieri? Capite? Può il cervello usare il pensiero quando è necessario? Vivere seguendo il pensiero è necessario quando si guida l'auto, quando si mangia, quando si scrive una lettera, quando si fa qualche cosa. Tutto ciò è il movimento del pensare limitato – vale a dire, quando è necessario il pensiero può agire. Ma altrimenti perché dovrebbe continuare a ciarlare tutto il giorno? Dunque, esiste un altro strumento che non è affatto pensiero – che non è messo insieme dal pensiero, o da esso concepito, o costruito sottilmente dal pensiero? Scopritelo. Questo richiede la comprensione del tempo. Posso continuare? Non siete stanchi? Dovete capire che cosa è il tempo. Non il tempo che va dal sorgere al tramontare del sole, non il tempo della luna nuova, non il tempo di un giorno dal mattino sino alla sera. È tempo anche tutto ciò che ci è accaduto nella vita, che è fatta di mille ieri, e tutto quello che potrebbe succederci domani. Il tempo è orizzontale e verticale. Il tempo è il passato, il tempo è ora, mentre siamo seduti qui, e il tempo è anche domani. E questo è il ciclo in cui siamo intrappolati. Mille ieri, tanti giorni della nostra vita, e prima della nostra morte un altro pò di giorni. Tutto questo movimento ciclico è il tempo. Il tempo è necessario perché il piccolo seme possa svilupparsi e divenire il grande albero, perché il piccolo neonato possa crescere e divenire adulto. C'è un tempo fisico e anche un tempo psicologico: sono questo, ma in seguito sarò quello. Per divenire quello ho bisogno del tempo. State seguendo tutto questo? Dunque, il cervello vive nel tempo. Il cervello è stato coltivato, cresciuto, sviluppato nel tempo. L'intero movimento della vita quale la conosciamo è tempo – giusto? Noi sappiamo che cosa è stato ieri. Potete ricordare la vostra infanzia, potete ricordare la vostra vita di vent'anni fa o di dieci giorni fa, questo è il passato. Il passato è il presente, leggermente cambiato, leggermente modificato dalle presenti circostanze. Mi state seguendo o sto parlando a me stesso? Concedetemi altri dieci minuti. Non addormentatevi, non lasciatevi prendere dalla noia. Stiamo parlando della vostra vita, non della mia. Si tratta della vostra vita, della vostra vita quotidiana – quale è nella realtà, non come dovrebbe essere. La vostra quotidiana, monotona, solitaria, disperata, ansiosa, incerta vita. E questa vita fa parte del movimento del tempo. Il tempo è anche giungere alla fine quando muoio. Pertanto ci preoccupiamo del tempo. Se continuo avrò un lavoro migliore; se divento più abile avrò più denaro. Tutto questo è tempo. E ieri, i mille ieri, leggermente modificati dalle circostanze, dalle pressioni, è ora. Tutto quello che è accaduto a partire da mille ieri viene leggermente ripulito, leggermente modificato e va nel futuro – giusto? Il passato che si modifica da sé tramite il presente diviene il futuro. Dunque il futuro è ora. Mi chiedo se capite. Per favore, concedetevi un pò di tempo per capire. Abbiamo vissuto in India, con tutte le sue credenze culturali, superstiziose, i dogmi, le immense tradizioni, vecchie da tremila a cinquemila anni: siamo stati allevati in base a tutto questo e abbiamo vissuto nel cerchio ristretto del Bramanesimo, e se non ci fossimo risvegliati saremmo rimasti là per tutto il resto della vita, sino alla morte. Ma le circostanze, le circostanze economiche, i viaggi, questo e quello, ci hanno fatto abbandonare tutto ciò; la tradizione vecchia da tre a cinquemila anni è cambiata a causa di modificazioni, cioè a causa dell'economia: debbo guadagnare più denaro; mia moglie, i miei bambini debbono avere più vestiti. Ma il passato si sta ancora muovendo e viene modificato dalle circostanze, e il cambiamento va nel futuro. Questo è chiaro. Allora chiedete: che cosa è il futuro? Il vostro futuro è quello che voi siete ora, modificato, ma ancora futuro? C'è una continuità dal passato, che cambia lievemente, al futuro – giusto? Abbiamo vissuto su questa terra in quanto esseri umani, homo sapiens, per milioni di anni. Agli inizi eravamo dei selvaggi, e lo siamo ancora, ma con gli abiti puliti, sbarbati, lavati, ripuliti, e interiormente ci odiamo l'un l'altro, ci uccidiamo l'un l'altro, siamo tribali, e tutto il resto. Non siamo cambiati di molto. Pertanto il futuro è ora, perché ciò che sono stato io lo sono ancora, in modo diverso, e continuerò ad andare avanti così. Dunque il futuro è ora; e se non riesco a spezzare questo ciclo, il futuro sarà sempre quello che è ora. Mi chiedo se lo capite. Non è molto difficile; per piacere non fatelo diventare difficile. Negli ultimi trent'anni sono stato avido e questa avidità si è modificata perché non posso guadagnare troppo e soddisfare i miei desideri, ma sono sempre avido; continuo a esserlo. Dunque se non pongo fine all'avidità ora, il domani sarà avido. È molto semplice. Allora, la nostra domanda è: può « ciò che è », il passato, cambiare, finire completamente? Solo allora spezzate il ciclo. Quando spezzate il ciclo le cellule stesse del cervello cambiano. Abbiamo discusso questo argomento con alcuni specialisti del cervello – ma non preoccupatevi di tutto questo. Vedete, signori, ho vissuto novant'anni – chi vi parla ha novant'anni. Non fatemi le vostre congratulazioni, per amor di Dio. Tutto ciò che è accaduto durante questi novant'anni, o cinquant'anni, o dieci anni, o anche dieci giorni, è il passato – ricordi, esperienze, discorsi qui, discorsi là, un piccolo pubblico, un grande pubblico, una reputazione e tutte le altre sciocchezze – tutto ciò è nel passato. Lui, chi vi parla, si sente importante perché è seduto su un palco, ha una reputazione, e deve mantenere questa reputazione. Pertanto vuole che questa reputazione, lo stare sul palco e tutta la faccenda continuino – giusto? Ma può diventare vecchio – non può, è vecchio – e può perdere il pubblico perché il suo cervello può diventare rimbambito – no, ascoltatemi con attenzione, per piacere, ascoltate; non c'è nulla da ridere. Può essere buffo, ma limitatevi a osservare. Se non si libera del suo pubblico ora, se non si libera ora della sua reputazione – rimarrà bloccato. E così la fa finita. Anche se l'anno prossimo diventerà rimbambito, è già giunto alla conclusione. Il cervello ha rotto il ciclo del tempo. Il cervello è composto di milioni e milioni di cellule e queste cellule mutano. Se vi siete allontanati da una certa direzione per andare in un'altra direzione, c'è una specie di cellule differente. Mi seguite? Per esempio, per tutta la vita voi siete andati a nord. Arriva qualcuno che vi dice: "Attenti, a nord non c'è nulla, per l'amor di Dio non sprecate le vostre energie andando a nord, andate a sud o a est". Nel momento in cui andate a est avete infranto la norma. Avete infranto la norma predisposta dalle cellule del cervello e siete andati a est. È proprio così semplice, se si riesce a farlo. Potete giocare con le parole all'infinito, potete scrivere libri all'infinito, ma una volta che avete compreso la natura del tempo, capite che in questi milioni di anni siamo cambiati ben poco. Ci stiamo ancora uccidendo a vicenda, solamente in maniera più diabolica. La bomba atomica ci può spazzar via in un secondo, può dissolverci. Non esisteremo più, nulla esisterà. Ma è lo stesso che l'uccisione di un uomo da parte di un altro uomo due milioni di anni fa. Continuiamo a uccidere. Se non infrangiamo la norma, faremo la stessa cosa anche domani. È molto semplice. Due milioni di anni fa uccidevano con la clava, poi inventarono le frecce. Le frecce, pensarono, sarebbero state la fine di ogni guerra. Ora possediamo i terribili mezzi di distruzione d'oggi. Ma è lo stesso che due milioni d'anni fa; stiamo ancora uccidendo. Questa è la norma che il cervello ha accettato, con la quale ha vissuto; il cervello ha creato la norma. Se il cervello può capire da sé, non per pressioni esterne, non per costrizione, ma capire da sé che il tempo non ha alcun valore nel movimento del cambiamento, allora avete infranto la norma. Allora inizia un modo di vivere totalmente differente.

mercoledì 10 luglio

Terza conversazione

Possiamo continuare con la nostra conversazione? Stavamo parlando del conflitto e delle cause del conflitto. C'è sempre più conflitto nel mondo, in ogni forma, in ogni settore sociale. Abbiamo detto che la causa del conflitto è questa costante contrapposizione, non solo in noi ma anche nella società in cui viviamo. La società è come noi l'abbiamo fatta. Penso che questo sia alquanto chiaro e ovvio, perché, dal momento della nascita sino alla morte, dentro di noi siamo in continua lotta, competizione, conflitto, con ogni tipo di atteggiamenti distruttivi o positivi, di pregiudizi e opinioni. Questo è stato il nostro modo di vivere, non solo in questo periodo ma anche probabilmente negli ultimi due milioni e mezzo di anni. E continuiamo ad andare avanti così, seguendo le stesse norme, le stesse forme – guerre, più distruttive che mai, divisioni tra nazioni, secondo una coscienza tribale, divisioni religiose, divisioni familiari, frammentazioni settarie e così via. Se possiamo sottolinearlo ancora una volta questa mattina, noi non siamo qui nella qualità di un gruppo di intellettuali, né questa è una riunione un pò romantica, fantasiosa, sentimentale. Voi e chi vi parla state per viaggiare insieme, egli non vi guiderà né voi lo seguirete, ma viaggerete insieme, a fianco a fianco, talvolta tenendovi per mano se è necessario. Stiamo facendo un viaggio alquanto complesso, tortuoso, sottile e probabilmente senza fine, un viaggio che non ha inizio né fine. Un viaggio, secondo la nostra comprensione, ha un inizio e una fine, qualcosa comincia, continua e poi giunge alla fine, ma forse può succedere del tutto diversamente. Può essere un movimento continuo, non all'interno del ciclo del tempo ma piuttosto al di fuori del campo del moto quale noi lo conosciamo. E siamo insieme. Scusate, chi parla deve insistere su questo fatto. Voi non siete semplicemente degli ascoltatori, che accettano o rifiutano ciò che egli dice, ma, invece, state cooperando con lui, siete corresponsabili, camminate allo stesso passo, non uno dietro l'altro, e sullo stesso sentiero, o viottolo. Pertanto siete responsabili tanto quanto chi parla di non accettare o rifiutare, essere o non essere d'accordo. Siamo stati allevati, educati, secondo questo sistema dell'accettazione e del rifiuto. Accettiamo alcune cose e ne rifiutiamo completamente altre, così c'è sempre questa divisione – quelli che sono d'accordo, che fanno qualcosa insieme, e quelli che si oppongono a ciò che stanno facendo. Questa mattina ci è possibile eliminare completamente dai nostri cervelli, sradicare dal nostro sangue, l'idea di accettare o rifiutare? Perché se siete d'accordo con chi parla, e ci sono altri che non sono d'accordo, allora inevitabilmente c'è un conflitto tra i due gruppi. Possiamo tollerarla, sopportarla, accettarla questa divisione, ma essa c'è sempre – chiaro? Pertanto, vedendo le conseguenze dell'accettare e del rifiutare, dell'approvare e del disapprovare, possiamo noi osservare insieme, vedere insieme non solo ciò che sta avvenendo esternamente, per quanto possiamo – questo è abbastanza semplice perché non ci dicono molto di quello che sta realmente succedendo nel mondo politico, nel mondo degli armamenti, nel mondo scientifico e in tutti i mondi tecnologici – ma vedere esattamente che cosa sta succedendo interiormente, soggettivamente, senza dire: "Allora, questo è male, questo è bene. Accetto questo, non accetto quello", semplicemente osservando, mantenendo questo osservare libero da ogni pregiudizio? Siamo capaci di fare questo? Riusciamo a osservare noi stessi, la nostra condotta, il nostro comportamento, il modo in cui pensiamo, le nostre reazioni, le nostre fedi, credenze, conclusioni e così via? Riusciamo a osservare tutto questo così come è, non come desidereremmo che fosse, o come deve essere, limitandoci semplicemente a guardare? Questo richiede moltissima attenzione, il cervello deve essere straordinariamente attivo per essere in grado di rigettare ogni tipo di reazione nell'osservazione di se stessi perché, dopo tutto, quello che gli altri hanno detto di noi, i professori, gli psicologi, gli psichiatri e i guru è quello che essi dicono; non è quello che noi vediamo di noi stessi. Spero che ci stiamo seguendo a vicenda. Chi parla sta usando parole molto semplici, le parole che noi usiamo quotidianamente nelle nostre conversazioni. Non c'è nessun gergo, nessuna linguistica specializzata, nessun gergo semantico. Stiamo parlando insieme, come due amici, usando il linguaggio ordinario di ogni giorno. Dunque, ci chiediamo: riusciamo a vedere esattamente ciò che siamo senza propensioni, senza accettare e rifiutare, osservando le conseguenze di ogni atteggiamento, senza valutazioni, apprezzamenti, giudizi, semplicemente osservando come si osserva il cielo di una sera piena di stelle, o quei monti che si ergono maestosi sullo sfondo del cielo azzurro? Riusciamo a osservare noi stessi e la nostra relazione con il mondo, e la relazione del mondo con noi, nello stesso modo? È un'operazione alquanto complicata. Siamo insieme? O sto andando avanti, lasciandovi alle mie spalle? Possiamo procedere insieme, allo stesso passo? Chi siamo? Perché la preoccupazione per i nostri interessi personali ha radici così profonde? Il nostro egoismo è solamente esteriore – esteriormente dobbiamo in un certo modo proteggere i nostri interessi, altrimenti è la fine – oppure è anche dentro, psicologicamente, soggettivamente? Perché c'è un tale profondo, impenetrabile egoismo in tutti noi? Egoismo – sapete il significato di questa parola? Significa interessarsi di se stessi, dei propri vantaggi, dei propri fallimenti, della propria frammentazione, dei propri pregiudizi, opinioni, di tutto ciò che la nostra vita contiene. Egoismo – perché siamo così legati? È possibile vivere in questo mondo senza questo egoismo – innanzitutto psicologicamente per poi vedere se sia possibile anche esternamente? Siamo insieme o sto parlando a qualcuno che non è in questa tenda, al di là del recinto? Avete mai notato che abbiamo costruito un recinto attorno a noi: un recinto di autoprotezione, un recinto per evitare ogni ferita, una barriera tra voi e gli altri, tra voi e la famiglia, e così via? Tra voi e chi parla c'è una barriera. È naturale. Voi non conoscete chi vi parla, chi vi parla non conosce voi, pertanto state ascoltando alquanto educatamente, con curiosità, cosa diavolo sta dicendo, nella speranza di ricavarne qualcosa, dopo esser rimasti seduti quasi un'ora sotto questa torrida tenda, in attesa di qualcosa, curiosi, scegliendo ciò che vi va bene e quello che non vi va bene, ascoltando solo in parte, non completamente, nel timore di rivelare voi stessi, così, naturalmente, si crea una barriera molto, molto sottile, quasi inesistente, o un muro ben determinato. Perché facciamo questo? Non è forse anche questo egoismo? E questo egoismo deve inevitabilmente causare una frammentazione, una rottura. Nazionalmente, le barriere sono visibili – da una parte l'Inghilterra e dall'altra tutta l'Europa, e oltre. Questa divisione è costante, e dove c'è divisione ci deve essere conflitto, è inevitabile. Anche se la vostra relazione con vostra moglie o vostro marito, o figlia o figlio, e così via, è molto profonda e intima, se c'è divisione ci deve essere frammentazione, ci deve essere conflitto. È una legge – giusto? Che vi piaccia o no, è una legge. Ma quando si vede questo, il fatto stesso di vedere diviene il modo di abbattere la barriera. Pertanto dobbiamo domandare: che cosa significa vedere? Che cosa significa osservare? Sto osservando me stesso – giusto? Sto guardando ciò che sono, i miei divertimenti, i miei pregiudizi, le mie convinzioni, le mie idiosincrasie, le tradizioni nelle quali sono stato allevato, la reputazione, tutte queste stupidaggini. Sto guardando. Se non guardo molto, molto attentamente, se non ascolto ogni suono che si manifesta mentre guardo, finisco con lo stabilire una direzione che poi debbo seguire. State seguendo? Sto parlando con me stesso? Abbiamo parlato in America, a Washington, e hanno applaudito ciò che ho detto, approvando, incoraggiando. Qui, ve ne state seduti molto tranquilli. Non si sa se state realmente seguendo chi vi parla, ascoltando realmente, o se siete venuti per caso a una predica della domenica mattina. Invece di andare in chiesa capitate qui, o per passatempo, o soltanto per ascoltare quello che dice questo tale, oppure dite: "Bene, sono d'accordo con lui per certe cose ma riguardo ad altre cose non ha affatto ragione". Non guardiamo mai il tutto, tutto il problema della vita, tutta l'esistenza dall'infanzia alla morte. Non accettiamo mai il tutto per osservarlo, non impariamo mai, non nel senso di accumulare conoscenze, che è piuttosto semplice, ma nel senso di imparare che cosa sta succedendo dentro di noi, le richieste che ci imponiamo gli uni gli altri, le ferite, la profonda solitudine, la depressione, l'angoscia, l'incertezza, le paure, e anche tutte le cose piacevoli che abbiamo, e anche la sofferenza, e finalmente il dolore della morte. Noi non osserviamo mai tutto questo movimento nella sua unità, ma lo prendiamo invece in considerazione frammentariamente. Ora, se è possibile, vedremo insieme non solo qual è la causa di tale frammentazione ma anche se il cervello, che per milioni di anni è stato condizionato alla guerra, al conflitto, a lavorare, lavorare, lavorare tutto il tempo, che chiacchiera senza sosta, che è diviso secondo le nazioni – il tuo dio e il mio dio, la filosofia orientale contrapposta alla filosofia occidentale – se il cervello può abbandonare del tutto l'intero movimento dell'accettare e del rifiutare, in cui c'è scelta. Scelgo di andare in questa direzione e tu scegli di andare in quella direzione; scelgo di credere in Dio, o in nessun dio, e voi dite: "No, mi dispiace, non posso accettarlo; Dio deve esistere, perché io lo credo, mi piace che sia così" – o: " È la mia tradizione" – e così via. Una volta che abbiamo riconosciuto la divisione, l'accettare, il rifiutare, la ricompensa e il castigo, allora possiamo incominciare realmente a osservare noi stessi, perché « noi stessi » è il mondo. Il mondo è ciò che noi siamo. Se siamo violenti, sospettosi, meschini, anche il mondo è così. Ciò è ovvio perché siamo noi che abbiamo fatto questa società, questo mostruoso, brutto, immorale mondo in cui viviamo, con tutti gli dèi. È diventato un grande circo, un circo di dolori, o un circo di piaceri. Allora possiamo vedere esattamente ciò che siamo senza nessuna distorsione? Ciò che noi siamo – psicologicamente, non biologicamente? Biologicamente, ci sono voluti millenni su millenni per metterci insieme. Psicologicamente, sin dagli inizi dell'umanità, ci sono stati violenza, odio, gelosia, aggressività, abbiamo sempre tentato di divenire qualcosa di più, di più, di più, e molto di più di ciò che siamo. Stiamo solamente ascoltando una descrizione o vediamo il fatto, non l'idea del fatto? Capite? Il fatto è differente dall'idea del fatto. Cioè, abbiamo un'idea, vediamo qualcosa e poi seguiamo l'idea: "Non dovrei essere così, debbo essere così". Questa è un'idea. Quando vedo esattamente ciò che sono, questo è un fatto. Il fatto non ha bisogno di un'idea, di un concetto, di un'ideologia. È così. Sono arrabbiato. Questo è un fatto. Ma se dico: "Non debbo arrabbiarmi", allora diviene un'idea. Siamo insieme in questo? Allora che cosa ne deducete? Ne traete un insieme d'idee, oppure vedete il fatto come è – che siamo gelosi, aggressivi, soli, paurosi e tutto il resto? L'intera psiche, la persona, l'io, è tutto questo, e tutto questo è il passato, i ricordi che abbiamo collezionato – giusto? Ho avuto paura, so che cosa è la paura, e nel momento in cui si manifesta quella sensazione dico: "Questa è paura". Il dire così: "Questa è paura" è un'idea, non un fatto. Non so se mi state seguendo. Signori, la parola « albero » non è l'albero reale. Il nome K non è il vero K. La parola non è la cosa. Così, quando osservate, il vostro cervello è avvolto in una rete di parole, parole, parole. Potete osservare voi stessi senza parola? Oh, su, signori, giocate con me, lo farete? Ora tocca a voi. Cioè, potete guardare vostra moglie, vostro marito, i vostri bambini, o la vostra ragazza, o chiunque altro, senza parole? Senza immagini? Quelle parole, quelle immagini sono la divisione. Potete osservare chi parla senza parole? – le parole non sono che tutti i ricordi relativi a chi vi parla, la reputazione, quello che avete letto o non letto, e così via, limitatevi a osservare. Ciò significa che si deve afferrare, capire, come funziona il cervello – il vostro cervello, non il cervello dei filosofi, o degli scrittori di cose spirituali, o dei preti o di qualcun altro. Semplicemente osservate voi stessi senza parole, allora potete vedere certi fatti, perché gli esseri umani si sentono feriti. È molto importante scoprirlo. Noi ci sentiamo feriti sin dall'infanzia. C'è sempre una pressione, sempre il senso di essere ricompensati o puniti. Mi dici qualcosa che mi fa arrabbiare e questo mi ferisce – giusto? Così abbiamo capito un fatto molto semplice, che ci sentiamo feriti sin dall'infanzia, e portiamo questa ferita per tutto il resto della nostra vita – con la paura di essere ulteriormente feriti, o tentando di non essere feriti, che è un'altra forma di resistenza. Siamo noi consapevoli di queste ferite che ci inducono a creare una barriera intorno a noi, la barriera della paura? Possiamo esaminare questa faccenda della paura? Possiamo farlo? Non per mio divertimento, sto parlando per voi. Possiamo esaminarla molto, molto profondamente e vedere perché gli esseri umani, cioè tutti noi, hanno sopportato la paura per migliaia di anni? Noi vediamo le conseguenze della paura – la paura di non essere ricompensati, la paura di essere un fallimento, la paura delle vostre debolezze, la paura del vostro sentire che dovete arrivare a un certo punto e non ce la fate. Vi interessa esaminare questo problema? Ciò significa esaminarlo completamente sino alla fine, non potete dire: "Scusi, è troppo difficile". Nulla è troppo difficile se siete intenzionati a farlo. La parola « difficile » vi impedisce ogni ulteriore azione. Ma se potete lasciare da parte questa parola, « difficile », allora possiamo addentrarci in questo problema che è molto, molto complicato. Innanzitutto, perché continuiamo a sopportare la paura? Se nella vostra auto si rompe qualcosa, andate al garage più vicino, se potete, e allora vi aggiustano il motore e poi proseguite. Forse che non c'è nessuno da cui possiamo andare per essere aiutati a non avere paura? – capite? Abbiamo bisogno dell'aiuto di qualcuno per essere liberi dalla paura – degli psicologi, degli psicoterapeuti, degli psichiatri, o del prete, o del guru che dice: "Abbandonate tutto a me, compreso il vostro denaro, e starete perfettamente bene"? Noi facciamo questo. Potete ridere, potete divertirvi, ma è questo che facciamo interiormente, in continuazione. Pertanto, abbiamo bisogno d'aiuto? La preghiera è una forma d'aiuto; chiedere di essere liberi dalla paura è una forma d'aiuto. È una forma di aiuto il fatto che chi vi parla sta dicendo come essere liberi dalla paura. Ma egli non vi darà alcuna istruzione al riguardo, perché noi stiamo camminando insieme, stiamo impiegando la nostra energia per scoprire da noi stessi la causa della paura. Se vedete qualcosa molto chiaramente, allora non dovete decidere, o scegliere, o chiedere aiuto – voi agite – giusto? Riusciamo a vedere con chiarezza l'intera struttura, la natura interiore della paura? Avete avuto paura e il ricordo di questo ritorna e vi dice che è paura. Capite che cosa sto dicendo? Allora esaminiamo tutto questo con cura – non lasciamo che chi parla faccia le sue considerazioni, per poi essere o non essere d'accordo, ma fate voi stessi il viaggio con chi parla, non verbalmente o intellettualmente, ma scavando, sondando, investigando. Stiamo scoprendo; vogliamo scavare come si scava nel giardino o per trovare l'acqua. Dovete scavare in profondità, non starvene sopra e dire: "Mi serve l'acqua". Dovete scavare o andare al fiume. Pertanto siamo molto chiari, innanzitutto: avete bisogno d'aiuto per essere liberi dalla paura? Se ne avete bisogno allora siete responsabili dell'instaurazione di un'autorità, di un capo, di un prete. Allora, prima di esaminare questa faccenda della paura, ci si deve chiedere se si ha bisogno di aiuto. Naturalmente, se avete dolori, o il mal di testa, o qualche tipo di malattia, andate dal dottore. Lui conosce molto meglio la vostra natura organica e può dirvi cosa fare. Non stiamo parlando di questo tipo di aiuto. Ci stiamo chiedendo se voi avete bisogno di aiuto, di qualcuno che vi dia istruzioni, vi guidi e vi dica: "Fate questo, fate quello, giorno dopo giorno e sarete liberi dalla paura". Chi parla non vi aiuterà. Questo è sicuro, perché voi avete già decine di aiutanti, dai grandi capi religiosi – Dio ce ne guardi! – giù fino al povero psicologo dietro l'angolo. Pertanto, che sia molto chiaro tra di noi che chi parla non vuole aiutarvi psicologicamente in nessun modo. Potete essere così gentili da accettare questo? Accettarlo sinceramente? Non dite sì, è molto difficile. Per tutta la vita avete cercato aiuto in varie direzioni, anche se alcuni dicono: "No, non voglio aiuto". Occorre una percezione che non sia rivolta solamente all'esterno per vedere che cosa hanno fatto all'umanità le richieste d'aiuto. Si chiede aiuto solo quando si è confusi, quando non si sa cosa fare, quando si è incerti. Ma quando si vedono le cose con chiarezza – si vedono, osservano, percepiscono, non solo esternamente, ma soprattutto interiormente – quando si vedono le cose molto, molto chiaramente non si ha alcun bisogno di aiuto; tutto qui. E l'azione viene da questo. Ci siamo? Se non vi dispiace, ripetiamo ancora una volta. Chi parla non vi sta dicendo il come. Non fate mai questa domanda, « come », perché allora ci sarà sempre qualcuno che vi offrirà false indicazioni. Chi parla non vi aiuterà in nessun modo, stiamo procedendo sulla stessa strada insieme, anche se forse non allo stesso passo. Trovate il vostro passo e cammineremo insieme. Chiaro? D'accordo? Se non siete chiari riguardo al domandare aiuto, dovete andare altrove. Ed è probabilmente ciò che farete. Vi rivolgerete a un libro, oppure a qualcuno, non a chi parla. Mi dispiace deprimervi, dicendo che non allungherò la mano; non è il caso. Se stiamo camminando insieme, ci stiamo tenendo per mano. Non c'è alcun bisogno di allungare la mano e di cercare aiuto. Stiamo lavorando insieme? O sono io quello che si dà da fare e che si scalda? Qual è la causa della paura? Procedete lentamente, per favore. La causa. Se voi potete scoprire la causa allora potete fare qualcosa, potete cambiare la causa – giusto? Se un dottore mi dice, dice a chi parla, che ha un cancro – che in questo caso non è vero – ma supponiamo che mi dica che ho un cancro e affermi: "Posso estirparlo con facilità e lei starà benissimo", vado da lui. Egli lo rimuove e la causa viene eliminata. Dunque la causa può essere sempre cambiata, sradicata. Se vi è venuto il mal di testa potete trovarne la causa; forse state mangiando in modo errato, oppure fumate e bevete troppo. Allora o smettete di bere, di fumare e tutto il resto, oppure prendete una pillola per eliminarlo. La pillola allora diviene l'effetto che ferma per il momento la causa – giusto? Dunque la causa e l'effetto possono sempre essere cambiati, immediatamente o impiegando un certo tempo. Se si impiega del tempo, durante l'intervallo necessario sopravvengono altri fattori. Così non cambiate mai l'effetto, continuate con la stessa causa. Ci siamo? Allora qual è la causa della paura? Perché non l'abbiamo presa in esame? Perché la tolleriamo, conoscendo gli effetti della paura, le conseguenze della paura? Se non aveste affatto paura psicologicamente, assolutamente nessuna paura, non ci sarebbero dèi, né simboli da adorare, né personalità da venerare. Allora voi siete incredibilmente liberi, psicologicamente. La paura fa anche indietreggiare, rende apprensivi, induce il desiderio di sfuggire, e pertanto la fuga diviene più importante della paura. State seguendo? Stiamo esaminando questo insieme per scoprire qual è la causa della paura – la causa che ne è la radice. E se la scopriamo da noi stessi, allora è finita. Se vedete la causa, o le molte cause, questa stessa percezione pone fine alla causa. State ascoltando me, chi vi parla, per trovare la spiegazione della causa? Oppure non vi siete mai neppure posti una tale domanda. Ho tollerato la paura, come ha fatto mio padre, mio nonno, l'intera razza in cui sono nato, l'intera comunità; tutta la struttura degli dèi e dei rituali si basa sulla paura e sul desiderio di raggiungere un qualche stato straordinario. Dunque, continuiamo a esaminare. Non stiamo parlando delle varie forme della paura – la paura del buio, la paura del marito, della moglie, la paura della società, la paura di morire, ecc. È come un albero che ha molti, molti rami, molti fiori, molti frutti, ma noi stiamo parlando della radice stessa di quest'albero. Della radice – non della vostra particolare forma di paura. Voi potete far risalire la vostra forma particolare di paura alla radice stessa. Pertanto chiediamo: ci stiamo interessando delle nostre paure, o di tutta la paura? Di tutto l'albero, o solamente di un suo ramo? Perché se non capite come vive l'albero, di quanta acqua ha bisogno, a quale profondità va piantato e così via, la semplice potatura dei rami non servirà a nulla; dobbiamo giungere alla radice stessa della paura. Dunque qual è la radice della paura? Non aspettate la mia risposta. Non sono il vostro capo, non sono il vostro soccorritore, non sono il vostro guru – grazie a Dio! Noi siamo insieme come due fratelli, dico davvero, chi parla vuol dire proprio così, non sono solo parole. Noi esamineremo questo insieme come due buoni amici che si conoscono dagli inizi del tempo, che procedono sul medesimo sentiero, con lo stesso passo, guardando tutto ciò che è intorno a noi e dentro di noi. Per piacere, insieme. Altrimenti sono solo parole, e alla fine della conversazione direte: "In realtà cosa debbo fare della mia paura?". La paura è molto complicata. È una reazione tremenda. Se voi ne siete consapevoli, è un forte colpo, non solo biologicamente, organicamente, ma anche un colpo per il cervello. Il cervello ha la capacità, come scopriamo da noi stessi, non per quello che dicono gli altri, di mantenere la sua sanità nonostante i colpi. Le mie informazioni sono limitate, ma è certo che il colpo stesso provoca una controreazione protettiva. Se indagate dentro di voi, lo vedrete. Pertanto la paura è un forte colpo – momentaneo, o perdurante in forme diverse, con differenti espressioni, in modi diversi. Dunque stiamo giungendo proprio alla sua radice stessa. Per capirne la radice stessa, dobbiamo capire il tempo – giusto? Il tempo in quanto ieri, il tempo in quanto oggi, il tempo in quanto domani. Mi ricordo di qualcosa che ho fatto, a causa di questo qualcosa mi vergogno, o sono nervoso, o apprensivo, o timoroso; mi ricordo di tutto questo e ciò continua nel futuro. Mi sono arrabbiato, sono stato geloso, invidioso – questo è il passato. Sono ancora invidioso, in modo leggermente diverso; sono abbastanza generoso ma l'invidia perdura. Questo intero processo è il tempo, non è vero? Capite? Dite di sì, per l'amor di Dio! No, non dite di sì! Ricominciamo da capo. Che cosa pensate che sia il tempo? Ciò che è delimitato dall'orologio, dall'alba, dal tramonto, dalla stella vespertina, dalla luna nuova seguita dalla luna piena dopo due settimane? Che cosa è per voi il tempo? Il tempo di imparare un'arte? Il tempo di imparare una lingua? Il tempo necessario per scrivere una lettera? Il tempo necessario per andare da qui a casa vostra? Tutto ciò è tempo in quanto distanza – giusto? Debbo andare da qui a lì. Questa è una distanza che viene coperta in un certo tempo. Ma il tempo è anche interiore, psicologico: sono questo, debbo divenire quello. Il divenire viene chiamato evoluzione. Evoluzione significa lo sviluppo del seme nell'albero. E anche, sono ignorante ma imparerò. Non so ma poi saprò. Datemi tempo per liberarmi della violenza. State seguendo tutto ciò? Datemi tempo. Datemi pochi giorni, un mese, o un anno e io ne sarò libero. Dunque, noi viviamo nel tempo, che non è solamente l'andare in ufficio ogni giorno dalle nove alle cinque, Dio ce ne guardi!, ma anche il tempo di divenire qualcosa. Attenti, capite tutto ciò? Il tempo, il movimento del tempo? Ho avuto paura di te e mi ricordo di quella paura; quella paura persiste e io avrò paura di te anche domani. Spero di no, ma se non prendo provvedimenti molto drastici al riguardo, avrò paura di te anche domani. Dunque, noi viviamo nel tempo. Per favore, siamo chiari a questo proposito. Noi viviamo nel tempo, cioè, vivo, morirò. Cercherò di ritardare la morte finché è possibile; sono vivo e farò tutto il possibile per evitare la morte, anche se è inevitabile. Dunque, noi viviamo nel tempo sia psicologicamente che biologicamente. È il tempo una causa della paura? Per favore, indagate. Il tempo, cioè, ho detto una bugia, non voglio che tu lo sappia, ma tu sei molto furbo; mi guardi e mi dici: "Hai detto una bugia". "No, no, non è vero" – immediatamente comincio a difendermi perché temo che tu scopra che sono un bugiardo. Sono timoroso a causa di qualcosa che ho fatto, che non voglio che tu sappia. Cioè, di cosa? Del pensiero, non è vero? Ho fatto qualcosa di cui mi ricordo, e quel ricordo mi dice, attento, non fargli scoprire che hai detto una bugia perché tu hai una buona reputazione, di persona onesta, dunque proteggi te stesso. Pertanto, il pensiero e il tempo vanno insieme. Non c'è divisione alcuna tra tempo e pensiero. Per favore, siate chiari a questo riguardo, altrimenti vi troverete alquanto confusi in seguito. La causa della paura, la sua radice è il tempo/pensiero – giusto? Ci è chiaro che il tempo, cioè il passato, con tutte le cose che si sono fatte, e il pensiero, piacevole o spiacevole, ma specialmente se spiacevole, sono la radice della paura? Questo è ovvio. È una constatazione verbale molto semplice. Ma se volete andare al di là delle parole e vedere la verità di questo fatto, del tempo/pensiero, finirete inevitabilmente con il chiedervi: come si può fermare il pensiero? È una domanda naturale, no? Se è il pensiero a creare la paura, come è molto ovvio, come posso allora fermare il pensiero? "Per favore mi aiuti a fermare il mio pensiero". Solo un asino potrebbe fare tale richiesta, ma la faccio egualmente. Come posso arrestare il pensiero? È possibile? Procedete, signori, ricercate, non lasciatemi avanzare da solo. Il pensiero. Noi viviamo pensando. Noi facciamo tutto tramite il pensiero. Questo lo abbiamo esaminato accuratamente l'altro giorno. Non sprecheremo tempo a ricercarne la causa, l'inizio del pensiero, come avviene – l'esperienza, la conoscenza, che è sempre limitata, la memoria e poi il pensiero. Sto semplicemente riassumendo brevemente. Allora, è possibile fermare il pensiero? È possibile non continuare a chiacchierare tutto il giorno, far riposare il cervello, che pure ha un suo ritmo, una sua attività, quando è irrorato dal sangue? Un suo ritmo, che non è l'attività imposta dal pensiero – capite? Posso far notare, può chi parla far notare che questa è una domanda errata? Chi è che arresta il pensiero? È ancora il pensiero, non è vero? Quando dico: "Se solo potessi arrestare il pensiero allora non avrei più paura", chi è a desiderare di fermare il pensiero? È ancora il pensiero, non è vero, che vuole qualcos'altro? Allora, che cosa potete fare? Qualunque movimento del pensiero per essere altro da ciò che esso è, è ancora pensiero. Sono avido, ma non debbo essere avido – è ancora pensiero. È il pensiero che ha escogitato tutto l'armamentario, tutte le faccende che succedono nelle chiese. Tutto costruito dal pensiero, come questa tenda. Apparentemente il pensiero sta alla radice stessa della nostra esistenza. Stiamo dunque facendo una domanda molto seria, se si considera che cosa ha fatto il pensiero, che ha inventato le cose più straordinarie, il computer, le navi da guerra, i missili, la bomba atomica, la chirurgia, la medicina, e anche cosa ha permesso all'uomo di fare, come andare sulla luna e così via. Il pensiero è la radice stessa della paura. Lo possiamo vedere? Non come mettere fine al pensiero, ma vedere realmente che il pensiero è la radice della paura, che è tempo? Vedere, non a parole, vedere realmente. Quando siete in preda a un intenso dolore, il dolore non è separato da voi e voi agite istantaneamente – giusto? Dunque, potete vedere che il pensiero è la causa della paura allo stesso modo in cui vedete l'orologio, chi vi sta parlando e il vostro amico che siede presso a voi? Per piacere non chiedete: "Come faccio a vedere?". Nel momento in cui chiedete come fare, c'è sempre qualcuno che si offre per aiutarvi, e voi finite per diventare suoi schiavi. Ma se voi vedete da voi stessi che tempo/pensiero sono realmente la radice della paura, non c'è bisogno di nessuna riflessione o decisione. Uno scorpione è velenoso, un serpente è velenoso – nel momento stesso in cui li scorgete, voi agite. Allora ci si chiede, perché non riusciamo a vedere? Perché non riusciamo a vedere che una delle cause della guerra è la divisione in nazionalità? Perché non riusciamo a vedere che alcuni si possono chiamare musulmani, e altri cristiani – perché lottiamo a causa di nomi, a causa della propaganda? Lo vedete, o state semplicemente memorizzando e pensando? Capite, signori, la vostra coscienza è il resto dell'umanità. L'umanità, come voi e gli altri, deve affrontare ogni forma di difficoltà, dolore, travaglio, angoscia, solitudine, depressione, dispiacere, piacere – ogni essere umano deve affrontare ciò – ogni essere umano, in tutto il mondo. Pertanto la nostra coscienza, il nostro essere, è l'intera umanità. Proprio così. Noi siamo restii ad accettare un tale semplice fatto, perché siamo troppo abituati all'individualismo – l'io e il mio, innanzitutto. Ma se vedete che la vostra consapevolezza è condivisa da tutti gli altri esseri umani che vivono su questa meravigliosa terra, allora l'intero vostro modo di vivere cambia. Ma voi non lo vedete. Avete bisogno di discussioni, di tanta persuasione, pressione, propaganda, che sono tutte così incredibilmente inutili perché siete voi che lo dovete vedere da voi stessi. Pertanto, possiamo noi, ciascuno di noi, che siamo il resto dell'umanità, che siamo l'umanità, vedere un fatto molto semplice? Osservare, vedere, che la causa della paura è il pensiero/tempo? La percezione stessa di ciò è azione. E a partire da questo momento non dipendiamo più da nessuno. Il guru non è diverso da voi. Il capo può indossare vesti differenti e tutti i gioielli, ma se lo spogliate di tutto ciò egli è proprio come voi e me, anche se ha ottenuto un potere maggiore, ma anche noi vogliamo più potere, più denaro, una posizione e un rango più elevati. Dunque, noi potremo riuscire a osservare tutto questo, vederlo chiaramente; allora il fatto stesso di percepirlo pone fine a tutte queste sciocchezze. Allora voi siete una persona libera.

domenica 14 luglio

Quarta conversazione

Avete udito tutti gli annunci. Posso anche annunciare che sto per incominciare a parlare? E anche che voi prenderete parte alla conversazione. Non è un assolo, siamo insieme, e chi parla intende davvero dire insieme, perché egli non vi sta conducendo, né aiutando o cercando di persuadervi; insieme, e questa parola è importante – insieme intraprendiamo un viaggio molto, molto lungo. È un sentiero alquanto difficile – ma non voglio usare questa parola, è una parola pericolosa – è un viottolo, una via che sarà piuttosto complicata perché parleremo dell'egoismo, dell'austerità, della condotta e se sia possibile porre fine a ogni pena, nella nostra vita quotidiana. Questa è una domanda molto importante: perché dopo tante e tante migliaia di anni l'umanità non è stata ancora liberata dal dolore, non solo il dolore di ciascuno, con la pena, l'angoscia, la solitudine implicite in questo dolore, ma anche dal dolore dell'umanità. Parleremo di questo. E, se abbiamo tempo, parleremo anche del piacere, e pure della morte. È una mattina davvero deliziosa, è così bello, il cielo azzurro e chiaro, le dolci colline e le ombre profonde, il fluire delle acque, il prato, il boschetto e l'erba verde, non potremmo dunque discutere insieme che cosa sia la bellezza in questa mattina così bella, perché anche questa è una domanda molto importante? Non parleremo della bellezza della natura o della straordinaria vitalità, dell'energia dinamica di una tigre. Probabilmente voi avete visto delle tigri solamente in uno zoo, dove le poverette sono imprigionate per il vostro divertimento. Ma chi vi parla, quando era in altre parti del mondo, è stato molto vicino a una tigre in libertà, che non era distante più di mezzo metro. Dovremmo esaminare tale domanda, perché senza bellezza e amore non c'è verità. Dovremmo esaminare molto attentamente la parola « bellezza ». Che cosa è la bellezza? Siete voi che fate questa domanda così come la fa chi parla; noi, insieme, stiamo prendendo in considerazione non solo la parola, ma anche le implicazioni di questa parola, l'immensa, incalcolabile profondità della bellezza. Noi possiamo parlarne, ma i discorsi, le parole, le spiegazioni e le descrizioni non sono la bellezza. La parola « bellezza » non è la bellezza. La bellezza è qualcosa di totalmente differente. Pertanto si deve, se mi è consentito insistere, stare molto, molto all'erta con le parole perché il nostro cervello opera, è attivo, in un movimento di parole. Le parole trasmettono ciò che si sente, ciò che si pensa, e il cervello accetta le spiegazioni e le descrizioni perché la maggior parte della struttura del nostro cervello è verbale. Pertanto si deve indagare con molta, molta attenzione, non solo riguardo alla bellezza ma anche riguardo all'austerità e all'egoismo. Questa mattina potremo esaminare tutte queste domande, se vogliamo. Dunque ci chiediamo: che cos'è la bellezza? La bellezza è in una persona, è in un volto? La bellezza è nei musei, nella pittura – pittura classica, pittura moderna? È nella musica la bellezza – Beethoven, Mozart, Bach e tutto quel rumore che c'è nel mondo odierno e che chiamano musica? La bellezza è in una poesia? Nella letteratura? Nella danza? Tutto questo è bellezza? Oppure la bellezza è qualcosa di completamente differente? Lo stiamo per esaminare insieme. Per favore, se si può rispettosamente sottolineare, non accettate le parole, non accontentatevi solamente delle descrizioni e delle spiegazioni, ma, se è possibile, allontaniamo dal nostro cervello tutto l'accettare e il rifiutare e osserviamo molto accuratamente, perseveriamo, penetriamo oltre le parole. Come abbiamo detto, senza la qualità della bellezza, che è sensibilità, non c'è verità. Questa qualità implica non solo la bellezza della natura – i deserti, le foreste, i fiumi e le maestose montagne con la loro immensa dignità, grandezza, ma anche la sensibilità che la percepisce, che non vuol dire immaginazioni romantiche o stati d'animo sentimentali – che sono semplici sensazioni. E ci chiediamo, forse che la bellezza è una sensazione? Perché noi viviamo di sensazioni – sensazione sessuale accompagnata dal piacere, e anche dal dolore implicito nella sensazione perdurante di insoddisfazione, e così via. Possiamo dunque, questa mattina, allontanare dal cervello tutte queste parole ed esaminare questa enorme, molto complicata e sottile domanda: qual'è la natura della bellezza? Non stiamo scrivendo una poesia. Quando guardate quei monti, quelle immense rocce che si protendono verso il cielo – se li guardate rimanendo in silenzio, voi ne percepite l'immensità, l'enorme maestosità, e per un momento, per un secondo, la loro incredibile dignità e solidità allontana tutti i vostri pensieri, i vostri problemi – giusto? E voi dite: "Che meraviglia". Che cosa è accaduto, allora? La maestà di quei monti, l'immensità stessa del cielo e i monti ammantati di neve, per un secondo scacciano tutti i vostri problemi. Per un secondo vi fanno totalmente dimenticare di voi stessi. Ne siete affascinati, colpiti, come un bambino, che è stato dispettoso per tutto il giorno, o solo per un pò, come è suo diritto, a cui è dato un giocattolo complicato. Giocattolo che per un pò assorbe la sua attenzione, e infine è rotto. Il giocattolo lo ha conquistato e il bimbo è tranquillo, se lo gode. Ha dimenticato la famiglia, il "fa questo, non fare quello": il giocattolo diviene per lui la cosa più eccitante. E così i monti, il fiume, i prati e le macchie d'alberi vi assorbono, vi fanno dimenticare di voi stessi. È bellezza questa? L'essere presi dai monti, dal fiume, o dai campi verdi, significa che voi siete come un bambino preso da un giocattolo, e per un momento siete in silenzio, avvinti, abbandonati a qualcosa. È bellezza questa? L'essere avvinti? Capite? L'abbandonarvi a qualcosa di grande che per un secondo vi costringe a dimenticarvi di voi stessi? Ma allora voi siete dipendenti, dipendenti come il bimbo dal suo giocattolo, o come al cinema o alla televisione, quando per un momento vi siete identificati con l'attore o l'attrice. Potete dire che questo stato – l'essere avvinti, abbandonarsi, l'essere presi – potete dire che questo secondo di quiete è bellezza? Quando andate in chiesa, o a un tempio o alla moschea, il canto, i rituali, l'intonazione della voce sono accuratamente prestabiliti per creare una certa sensazione, che voi chiamate culto, che voi chiamate senso di religiosità. È bellezza questa? Oppure la bellezza è qualcosa di interamente differente? Stiamo comprendendo insieme questa domanda? C'è bellezza quando c'è uno sforzo cosciente? Oppure c'è bellezza solamente quando non c'è io – quando il me, l'osservatore, scompare? Dunque è possibile, senza essere presi, avvinti, senza abbandonarsi, essere nello stato privo di coscienza di sé, privo di io, senza il me che pensa sempre a se stesso? È del tutto possibile, in questo mondo moderno con tutte le sue specializzazioni, la sua volgarità, il suo immenso rumore – che non è il suono dell'acqua che scorre o del canto di un uccello? È possibile vivere in questo mondo senza il sé, il me, l'io, la persona, l'affermazione dell'individuo? Solo in questo stato, solo quando c'è una reale libertà da tutto questo, solo allora c'è bellezza. Potete dire: "È troppo difficile, non è possibile". Ma io chiedo: è possibile vivere in questo mondo senza interessi egoistici? Che cosa significa « interessi egoistici »? Quali sono le implicazioni di questa parola? Fino a che punto possiamo essere senza interessi egoistici e vivere qui, nel trambusto, nel rumore, nella volgarità, nella competizione, tra le ambizioni personali, eccetera, eccetera? Lo andremo a scoprire insieme. L'egoismo si nasconde in molti modi, si nasconde sotto ogni pietra, dietro ogni azione – si nasconde nella preghiera, nel culto, nell'avere una professione che ha successo, una grande conoscenza, una speciale reputazione, come chi parla. Quando un guru vi dice : "So tutto. Vi dirò tutto" – non è forse egoismo? Il seme dell'egoismo è stato in noi per un milione d'anni. Il nostro cervello è condizionato dall'egoismo. Se ne siamo consapevoli, semplicemente consapevoli, senza dire: "Non sono egoista", o: "Come si può vivere senza egoismo?", ma semplicemente consapevoli, allora fino a che punto bisogna arrivare, fino a che punto bisogna indagare, dentro di noi, per scoprire da noi stessi, ciascuno di noi, quanto profondamente si possa vivere senza il senso dell'egoismo, nell'azione, nell'attività d'ogni giorno, nel nostro comportamento? Pertanto, se vorremo, esamineremo tutto ciò. L'egoismo divide, l'egoismo è la più grande corruzione (la parola « corruzione » significa spezzare e dividere) e dove c'è egoismo c'è frammentazione – il tuo interesse opposto al mio interesse, il mio desiderio opposto al tuo desiderio, la mia ansia di salire la scala del successo opposta alla tua. Osservate, semplicemente, tutto ciò; voi non potete fare nulla a questo riguardo – capite? – potete solamente osservare, perseverare e vedere che cosa sta succedendo. Una volta che avete smontato un'auto, come ha fatto chi vi parla, ne conoscete tutte le parti, imparate tutto di essa, sapete come funziona. (Sto parlando delle auto del 1925; allora erano auto molto semplici, molto dirette, molto oneste, forti e belle). E quando ne conoscete la meccanica, vi sentite a vostro agio; sapete quanto forte potete andare e quanto piano, ecc. Dunque se noi siamo consapevoli del nostro egoismo, cominciamo a imparare qualcosa al riguardo – giusto? Non dite: "Debbo vincerlo, o debbo rafforzarlo, o come posso vivere senza o chi è lei per dirmi cose che riguardano me stesso?". Quando iniziate a essere spassionatamente consapevoli del vostro egoismo, a sopportarlo, studiandolo, imparando, osservandone tutte le complicazioni, allora potete scoprire da voi stessi quando è necessario e quando è completamente inutile. È necessario nella vita quotidiana – per trovare cibo, abiti, riparo e tutte le cose materiali – ma è necessario avere un qualche tipo di egoismo psicologicamente, interiormente? A questo riguardo dobbiamo esaminare le relazioni. Nelle nostre relazioni con gli altri l'egoismo è reciproco. Tu soddisfi me e io soddisfo te; tu usi me e io uso te. Dove c'è egoismo ci deve essere frammentazione, rottura – giusto? Io sono diverso da te – egoismo. Che cosa vuol dire relazione? relazione con la terra, con tutta la bellezza del mondo, con la natura e con gli altri esseri umani, e con la propria moglie, il proprio marito, la propria ragazza o ragazzo, ecc.: che cosa è questo legame, questa cosa per cui diciamo: "Sono in relazione"? Vi prego di esaminare questo, insieme. Non fate affidamento, per favore, sulla descrizione a cui chi parla si sta abbandonando. Osserviamo attentamente. Che cosa vuol dire relazione? Quando non abbiamo alcuna relazione ci sentiamo così soli, depressi, ansiosi – ovvero, sperimentiamo l'intera serie di movimenti nascosti che fanno parte della struttura dell'egoismo. Che cosa è una relazione? Quando dite: "Mia moglie", "Mio marito", che cosa significa? Quando entrate in relazione con Dio, se un Dio c'è, che cosa significa? È molto importante capire questa parola, « relazione ». Io sono in relazione con mia moglie, i miei bambini, la famiglia. Specialmente nel mondo asiatico, la famiglia significa moltissimo; è straordinariamente importante – il figlio, il nipote, la nonna, il nonno. È il centro di tutta la società. Dunque, quando si dice: "Mia moglie", "la mia ragazza", "il mio amico", che cosa significa? Probabilmente la maggior parte di voi è sposata, o ha una ragazza o un ragazzo. Che cosa significa avere una relazione con essi? Con cosa voi avete una relazione? Per un momento abbandoniamo moglie e marito. Quando seguite qualcuno, un guru, un profeta, un politico, chi parla, o qualcun altro, cosa state seguendo, cosa state lasciando, a cosa state rinunciando? È l'immagine che vi siete creati, del guru o di chi vi parla, oppure il vostro cervello sta immaginando che è la cosa giusta da fare e pertanto seguite? Non state forse seguendo un'immagine, una visione, un simbolo che voi avete costruito, e non la persona, non cosa sta dicendo? Chi parla, lo sta facendo da settant'anni. Mi dispiace per lui! E sfortunatamente si è fatto una certa reputazione, a causa dei libri e tutto il resto, così voi vi siete naturalmente fatti un'immagine di lui e questa è ciò che state seguendo; non ciò che dice l'insegnamento. L'insegnamento dice: "Non seguite nessuno". Ma voi avete costruito un'immagine, e state seguendo ciò che desiderate, che vi soddisfa, che riguarda incredibilmente il vostro egoismo – giusto? Ora ritorniamo alla moglie e al marito. Quando dite: "Mia moglie", che cosa volete dire con questa parola, qual è il contenuto di questa parola, che cosa sta dietro questa parola? Osservate. Tutti i ricordi, le sensazioni, il piacere, il dolore, l'angoscia, la gelosia – tutto questo è contenuto nella parola « moglie » o « marito »? Il marito è ambizioso, vuole ottenere una posizione migliore, più denaro, e la moglie non si limita a rimanere a casa ma ha anch'essa le proprie ambizioni, i propri desideri. Ecco com'è. Possono andare a letto insieme, ma i due sono separati per tutto il tempo. Siamo sinceri e onesti. C'è sempre conflitto. Si può esserne non consapevoli e dire: "Oh, no, non c'è conflitto tra di noi", ma scrostate la superficie con una pala, o con uno scalpello, e troverete alla radice di tutto ciò l'egoismo. E ci può essere egoismo nei professionisti. E c'è, naturalmente – dottori, scienziati, filosofi, preti, tutto questo non è che desiderio di affermazione. Non stiamo esagerando, stiamo semplicemente asserendo « ciò che è », senza tentativi di coperture, senza cercare di tralasciare: è così. Questo seme è in noi sin dalla nascita, e continua a fiorire, a crescere finché moriamo. E quando cerchiamo di controllare l'egoismo, questo stesso controllo è un'altra forma di egoismo. Come opera astutamente l'egoismo. E si nasconde anche dietro l'austerità. Ora, dunque, dobbiamo esaminare che cosa intendiamo con austerità. Che cosa è l'austerità? Il mondo intero, specialmente il mondo religioso, ha usato questa parola, ha stabilito certe leggi al riguardo, in particolare per i monaci dei vari monasteri. (In India non ci sono monasteri a parte quelli buddhisti. Non ci sono monasteri organizzati, fortunatamente.) Pertanto che cosa vogliamo dire con questa parola, « austero », alla quale si associa una grande dignità? Abbiamo ricercato questa parola nel dizionario. Viene dal greco, significa avere la bocca secca, cioè secco, severo, non solo riguardo alla bocca. Severità. È questa l'austerità? Severità: negare a se stessi il lusso di un bagno caldo, avere pochi abiti, o indossare un tipo speciale di abito, o far voto di celibato, essere poveri o digiunare o rimanere seduti con la schiena diritta all'infinito, controllare i propri desideri. Certamente tutto questo non è austerità. Non è che un'esibizione esteriore. C'è dunque un'austerità che non vuol fare sensazione, che non è artificiosa, che non è lusinghiera, che non dice: "Sarò austero per..."? Esiste un'austerità che non è affatto visibile agli altri? Capite tutto ciò? C'è un'austerità che non richiede alcuna disciplina – che possiede un senso di completezza interiore in cui non c'è nessun desiderio, nessuna rottura, nessuna frammentazione? Questo tipo di austerità è accompagnato da dignità e quiete. Dobbiamo capire anche la natura del desiderio. Questo può essere la radice di tutta la struttura dell'egoismo. Il desiderio. Ci siamo, siamo insieme? Il desiderio è una grande sensazione – giusto? Il desiderio è l'attivazione dei sensi. Come abbiamo detto precedentemente, le sensazioni sono molto importanti per noi – la sensazione del sesso, la sensazione di nuove esperienze, la sensazione di incontrare qualcuno famoso. (Debbo raccontarvi questa deliziosa storia. Una nostra amica incontrò la regina d'Inghilterra e le strinse la mano. Alla fine, un signore le si avvicinò e le disse: "Posso stringerle la mano, a lei che ha stretto la mano della regina?"!). Noi viviamo sempre in base alle sensazioni – la sensazione di essere sicuri – per favore, state attenti – la sensazione di avere portato a compimento, la sensazione di grande piacere, di gratificazione e così via. Che relazione c'è tra sensazione e desiderio? Il desiderio è qualcosa di separato dalla sensazione? Esaminate questo, per piacere. Capirlo è importante. Non sto dando spiegazioni. Stiamo esaminando insieme. Che relazione c'è tra desiderio e sensazione? Quand'è che la sensazione diviene desiderio? O sono invece inseparabili? Seguite? Sono sempre insieme – giusto? Vi state impegnando tanto quanto chi vi parla? O state semplicemente dicendo: "Sì, continuate pure"? Oppure lo avete già udito e dite: "Oh Dio, ecco che ricomincia"? Voi sapete che quanto più capite l'attività del pensiero, tanto più potete giungere in profondità alle radici del pensiero; allora iniziate a capire tante cose. Allora vedete l'intero fenomeno del mondo, della natura, la verità della natura; allora vi chiedete: "Che cosa è la verità?". Ma non voglio parlare di questo per il momento. La nostra vita è basata sulla sensazione e sul desiderio, e chiediamo: che relazione c'è in realtà? Quand'è che la sensazione diviene desiderio? State seguendo? Qual è l'attimo in cui il desiderio diviene dominante? Vedo una bella macchina fotografica, l'ultimo modello. La prendo tra le mani e la guardo, e c'è una sensazione di osservazione – si vede nella macchina fotografica, costruita magnificamente, assai complessa, di gran valore, il piacere del possesso, il piacere di fare fotografie. Dunque, questa sensazione che cosa ha a che fare con il desiderio? Quand'è che il desiderio comincia a fiorire in azione, e dice: "Debbo averla"? Avete mai osservato il movimento della sensazione, sia essa dovuta al sesso, o al camminare nelle valli o al salire sui colli, quando si guarda tutto il mondo da una grande altezza, o al vedere un bel giardino mentre dietro casa avete soltanto un minuscolo prato? Voi vedete tutto ciò; che cosa accade, poi, che cosa trasforma la sensazione in desiderio? State seguendo tutto questo? Per piacere, non addormentatevi. È una mattina troppo bella. Perseverate in questa domanda: che relazione c'è tra sensazione e desiderio? Perseverate, senza cercare di trovare una risposta, ma guardando, osservando, vedendone le implicazioni; allora scoprirete che la sensazione, che è naturale, viene trasformata in desiderio quando il pensiero crea un'immagine a partire dalla sensazione. Cioè, c'è la sensazione di vedere quella costosa e bella macchina fotografica; poi interviene il pensiero e dice: "Vorrei avere quella macchina fotografica". Dunque il pensiero crea l'immagine a partire da quella sensazione e in quel momento nasce il desiderio. Osservate da voi stessi, indagate. Non avete bisogno di nessun libro, di nessun filosofo, di nessuno – semplicemente osservate, con pazienza, a titolo di prova, e in pochissimo tempo arriverete a questo. Cioè, la sensazione è schiava del pensiero, e il pensiero crea un'immagine, e in quel momento nasce il desiderio. E noi viviamo di desideri: "Debbo avere questo". "Non lo voglio". "Debbo diventare...". Seguite? Questo è l'intero movimento del desiderio. Ora, che relazione c'è tra desiderio ed egoismo? Stiamo seguendo lo stesso filo. Finché c'è desiderio, che crea immagini a partire dalle sensazioni, per mezzo del pensiero, non ci può essere che egoismo. Non fa alcuna differenza se io voglio raggiungere il cielo, o diventare un direttore di banca, o una persona ricca. Voler meritare il paradiso o voler diventare ricchi è esattamente la stessa cosa. Tra la persona che desidera diventare un santo e chi vuole perfezionare la sua abilità non c'è nessuna differenza. Ma quello viene detto religioso, questo mondano. Che storpiatura le parole. E ora dobbiamo chiedere: che cosa è il dolore? È vero che c'è dolore finché c'è egoismo? Per favore indagate. Se capite tutto questo non dovete leggere un solo libro. Se vivete realmente questo, si apriranno le porte del paradiso – ma non sto parlando del paradiso, capitemi, è solamente un modo di dire. Dunque sto facendo una domanda molto seria che ha perseguitato l'uomo sin dall'inizio della sua esistenza: che cosa è il dolore, che cosa sono le lacrime, la risata, la pena, l'angoscia, la solitudine, la disperazione? E potrà mai giungere alla fine? Oppure l'uomo è condannato per sempre a vivere nella sofferenza? Sulla terra ciascuno, ciascuno, da coloro che godono di un'alta posizione a chi non è nessuno, ciascuno deve subire il turbamento che viene dalla sofferenza, i suoi colpi, il suo dolore, la sua incertezza, la sua completa solitudine. La sofferenza di un povero che non sa né leggere né scrivere, non ha che un pasto al giorno e dorme sul marciapiede è come la vostra; è la sua sofferenza personale. C'è la sofferenza dei milioni di persone che sono state massacrate dai potenti, dai fanatici, torturate dalle religioni – dagli infedeli e dai credenti – capite? Il Cristianesimo in particolare ha assassinato più gente di chiunque altro – se non vi dispiace! Dunque c'è la sofferenza. Che cosa significa questa parola? È il semplice ricordo di qualcosa che avete perduto? Avevate un fratello, un figlio, una moglie, che sono morti, e ne conservate la foto, la tenete sul piano, sulla mensola del camino, o vicino al letto, e avete il ricordo di tutti quei giorni in cui erano vivi. È sofferenza questa? La sofferenza è generata, coltivata dal ricordare? Capite la mia domanda? La sofferenza è quando qualcuno è abbattuto dalla morte, da un incidente, dalla vecchiaia, o qualunque altra cosa, e il suo ricordo continua? Dipende dal ricordare la sofferenza? Su, signori. Avevo un figlio, o un fratello, o una madre a cui ero affezionato – userò la parola « affezionato » per il momento. Io chiamo quell'affetto », amore. Ero molto affezionato a quelle persone. Ho vissuto con loro. Ho chiacchierato con loro. Abbiamo giocato insieme. Tutti questi ricordi vengono accumulati. E mio figlio, mio fratello, mia madre, o qualcun altro, muore, se ne va, per sempre, e io sono fortemente colpito, mi sento terribilmente solo e piango. E fuggo in chiesa, o al tempio, prendo un libro, faccio questa o quella cosa, per sfuggire; oppure dico: "Pregherò e supererò anche questo. Gesù mi salverà". Conoscete tutta la faccenda. Chiedo scusa, non intendo disprezzare questo nome. Potete usare altri nomi – Buddha o Krishna – è la stessa cosa con un nome differente, o lo stesso simbolo, lo stesso significato del simbolo. I simboli variano ma hanno lo stesso significato. La sofferenza è pertanto semplicemente la fine della realtà che è alla base di certe memorie? La realtà che ha creato, che ha messo insieme queste memorie è finita e allora mi sento perduto. Ho perduto mio figlio. È sofferenza questa o è semplicemente autocommiserazione (non vogliamo affatto essere duri), interessata più ai propri ricordi, dolore, angoscia che della scomparsa di qualcuno? Questa sofferenza è egoismo? Per piacere indagate. Io coltivo quel ricordo; sono fedele a mio figlio; sono fedele alla mia precedente moglie, anche se ho sposato una nuova moglie. Sono molto fedele al ricordo di quelle cose che sono successe nel passato. È sofferenza questa? C'è poi la sofferenza del fallimento – voi conoscete tutto il meccanismo dell'egoismo che si identifica con questa parola per poi piangere le sue lacrime. Lacrime che sono state versate dall'uomo e dalla donna per milioni di anni. E noi stiamo ancora piangendo. Piange chi è in guerra, chi viene ucciso e fatto a pezzi a causa di un'idea, che si deve dominare, che si deve essere differenti. L'idea. Ciascuno di noi viene distrutto dal pensiero. E pensate a tutte le persone che hanno pianto prima di voi. Dunque, c'è una fine alla sofferenza? La parola « sofferenza » significa anche passione. Finché c'è l'egoismo che si identifica con i ricordi che perdurano anche quando la realtà è mutata, questo stesso egoismo è parte integrante del movimento della sofferenza. Può aver fine tutto questo? Dove c'è sofferenza non ci può essere amore. Che cos'è l'amore, allora? Vedete, stiamo esaminando argomenti molto, molto seri. Non si tratta solamente di qualcosa con cui vi divertite per una mattina, che sia domenica o mercoledì. Tutto ciò è qualcosa di profondamente serio. Non c'è una strada, non si può galoppare. Ma c'è un sentiero e bisogna camminare lentamente, osservando le cose – osservando, osservando, osservando, sopportando le cose che vi disturbano, sopportando le cose che vi fanno piacere, sopportando le cose che non sono che astrazioni – tutte le immaginazioni, tutte le cose messe insieme dal cervello, non escluso Dio. È opera del pensiero. Dio non ci ha creati. Noi abbiamo creato Dio, a nostra immagine, cioè – non parlerò di questo, è così chiaro e semplice. Parlare dell'amore significa anche parlare della morte. L'amore, la morte e la creazione. Capite? A questo riguardo si può impiegare un'ora, perché è molto, molto serio. Chiediamo: che cosa è la creazione? Non che cosa è l'invenzione. Per piacere fate una differenza tra creazione e invenzione. « Invenzione » è un nuovo sistema di idee, tecnologiche, psicologiche, scientifiche e così via. Noi non stiamo parlando di idee. Noi stiamo parlando di cose molto serie: amore, morte, creazione. Non si può trovare una risposta a tutto ciò in cinque minuti. Perdonatemi. Ne tratteremo domenica prossima. Non vi sto invitando. Esamineremo questo, e anche che cosa è la religione, che cosa è la meditazione e se ci sia qualcosa che è al di là di ogni parola, di ogni limite e pensiero – qualcosa che non è escogitato dal pensiero, qualcosa di inesprimibile, di infinito, senza tempo. Vedremo tutto ciò. Ma non possiamo arrivarci se c'è paura, o la mancanza di un giusto rapporto, mi seguite? Se il vostro cervello non è libero da tutto ciò non potete capire il resto.

mercoledì 17 luglio

Quinta conversazione

Questa sarà l'ultima conversazione a Saanen. Possiamo continuare con quello di cui stavamo parlando l'ultima volta che ci siamo incontrati qui? Tra le altre cose abbiamo detto che questa non è una conferenza; una conferenza ha lo scopo di informare, di istruire riguardo a un particolare argomento. Non è un passatempo. Passatempo significa divertirsi, andare al cinema, o a una funzione in chiesa o al tempio o alla moschea. Né si tratta semplicemente di una ricerca intellettuale, teorica – che altra parola possiamo usare? – psicologica. È piuttosto una ricerca filosofica, perché filosofia significa amore della verità, e non il parlare di quello di cui hanno già parlato, noi non stiamo discutendo né ci stiamo interessando di ciò che hanno detto gli altri. Noi siamo insieme, voi e chi parla, come due esseri umani – non è questo vasto pubblico ma voi, in quanto persona, che state avendo una conversazione con chi parla, insieme, sulla vostra vita, i vostri problemi, su tutto il travaglio della vita – sulla vostra confusione, paure, aspirazioni, desideri di ottenere il successo, negli affari o nel cosiddetto mondo religioso, spirituale; il successo del raggiungere il Nirvana, il Paradiso o l'Illuminazione non è diverso dal successo negli affari. Spero che ci comprendiamo. Un uomo che ha successo nella vita, che guadagna moltissimo denaro, cresce, si espande, cambia e continua sulla linea del successo. Non c'è molta differenza tra questa persona e chi ricerca la verità. Entrambi stanno cercando il successo. Voi chiamate l'uno mondano, l'altro non mondano, spirituale, religioso. Noi non ci stiamo interessando né dell'uno né dell'altro. Noi ci stiamo interessando di voi in quanto esseri umani. Voi e chi parla state avendo una conversazione insieme. Davvero insieme, anche se voi state seduti laggiù e chi parla sta sfortunatamente sul palco. Voi e chi parla avete discusso delle relazioni, tra uomo e donna, tra ragazzo e ragazza e così via. Abbiamo anche parlato della paura, se sia del tutto possibile, vivendo nel mondo d'oggi, essere completamente liberi psicologicamente da ogni paura. Abbiamo esaminato ciò molto, molto attentamente. E abbiamo anche parlato del tempo, il tempo in cui viviamo, il ciclo del tempo, che è il passato modificato nel presente che continua nel futuro, passato che è l'intera nostra esperienza, razziale, comune, religiosa, tutte le esperienze e i ricordi. Tutto questo è esperienza comune a tutti noi, che siamo nati nel lontano Oriente o in Europa o in America. L'esperienza è sottoposta a cambiamenti, è modificata nel presente e continua nel futuro. Gli esseri umani, voi e gli altri, sono prigionieri di questo ciclo. Che va avanti da milioni e milioni di anni. Pertanto il passato che diventa il presente, modificando se stesso, è il futuro. Questa è stata la nostra evoluzione. Anche se biologicamente siamo diversi da un milione di anni fa, psicologicamente, interiormente, soggettivamente, siamo più o meno quello che eravamo un milione di anni fa – barbari, crudeli, violenti, competitivi, egocentrici. Questo è ovvio. Dunque il futuro è il presente. È chiaro questo, per voi e per chi parla? Il passato modificandosi diviene il futuro, dunque il futuro è ora a meno che non ci sia un cambiamento fondamentale, psicologico. Ecco cosa ci interessa: se sia possibile per degli esseri umani, voi e gli altri, indurre una mutazione psicologica, una totale rivoluzione psicologica in se stessi, sapendo che se siamo colpiti ora, se siamo psicologicamente feriti ora, come avviene per la maggior parte delle persone, la ferita futura è ora. È chiaro? Pertanto, è possibile per degli esseri umani, per voi, ottenere un completo cambiamento? Un tale cambiamento trasforma le stesse cellule del cervello. Cioè, si è andati a nord per tutta la vita, e arriva qualcuno che dice: "Andare a nord non ha alcuna importanza, nessun valore, non c'è nulla là. Andate a est, oppure a ovest, a sud". E poiché voi ascoltate, poiché vi preoccupate e siete cauti, andate a est. Nello stesso momento in cui cambiate direzione e andate a est, avviene una mutazione nelle cellule del cervello perché l'andare a nord era divenuto la norma, l'abitudine, e quando andate a est voi rompete la norma – giusto? È proprio così semplice. Ma questo richiede l'ascolto, non delle mere parole, e non solo con la facoltà dell'udito, bensì l'ascolto senza nessuna interpretazione, senza paragoni, diretto, libero da tutte le vostre tradizioni, dalla vostra esperienza, dalle vostre interpretazioni. Allora, il fatto stesso dell'ascolto distrugge il vostro condizionamento. Abbiamo anche parlato del vedere – del vedere con estrema chiarezza ciò che sta avvenendo nel mondo d'oggi; ovunque, guerre e le cose più terribili. Uno o due milioni di anni fa l'uomo uccideva con la clava, poi inventò la freccia. E pensò che sarebbe stata la fine di ogni guerra. Ora si possono far sparire milioni e milioni di persone con una sola bomba. Esternamente, tecnologicamente, abbiamo fatto tremendi progressi. Probabilmente tutta la nostra attività pensante sta per essere affidata al computer. Che può operare assai meglio di quanto noi possiamo fare, in un secondo. Non so se vi siete mai posti questa domanda, che comunque dovreste porvi. Che cosa ne sarà del cervello umano ora che il computer può fare quasi ogni cosa che voi fate, eccetto, naturalmente, il sesso? E c'è anche un'altra cosa che non può fare: guardare alle stelle e dire: "Che sera meravigliosa"; non gli è assolutamente possibile apprezzare la bellezza. Dunque, che cosa ne sarà del cervello umano? Avvizzirà quando il computer al laser potrà pensare per voi? Ci risparmierà molto lavoro. Allora o ci daremo al divertimento o ci volgeremo in una direzione totalmente differente, perché psicologicamente, interiormente, possiamo procedere illimitatamente. Il cervello, il cervello di ognuno, possiede una straordinaria capacità. Guardate che cosa ha fatto la tecnologia. Eppure psicologicamente, soggettivamente, noi rimaniamo ciò che siamo, anno dopo anno, secolo dopo secolo: conflitto, lotta, dolore, angoscia e tutto il resto. Ecco di che cosa abbiamo parlato nelle ultime quattro conversazioni. Abbiamo anche parlato del pensiero: qual è la natura del pensiero, che cosa significa pensare. Abbiamo esaminato questo molto attentamente. Tutto il pensiero è memoria, basata sulla conoscenza e la conoscenza è sempre limitata, sia ora che nel passato o nel futuro. La conoscenza è perpetuamente, eternamente limitata, perché è basata sull'esperienza che è anche sempre limitata. Questa mattina dovremmo parlare insieme, chi parla e voi, non in quanto pubblico (non c'è nessun pubblico, ci siete solamente voi e chi parla) – dovremmo parlare insieme dell'amore, della morte, di cosa è la religione, di cosa è la meditazione, e se c'è qualcosa che è al di là di ogni sforzo umano – oppure la sola misura è l'uomo? C'è qualcosa oltre la struttura del pensiero, c'è qualcosa che è senza tempo? Ecco di che cosa ci dobbiamo interessare questa mattina, voi e chi parla. Va bene? Noi viviamo di sensazioni. Abbiamo parlato di questo. La nostra intera struttura è basata sulla sensazione – sessuale, immaginativa, romantica, di fantasia e così via. Inoltre, come abbiamo detto, l'egoismo è la maggiore corruzione. La sensazione, vale a dire, la stimolazione dei sensi – è amore, la sensazione? Noi stiamo indagando a questo riguardo, voi e chi parla, insieme. Il sentiero è stretto e lungo, voi e chi parla state procedendo insieme – egli non vi precede né voi lo seguite, ma procedete insieme, allo stesso passo; magari tenendovi per mano, amichevolmente, senza desideri di supremazia, senza cercare di fare bella figura. Così voi e chi parla state camminando quietamente, esplorando, investigando, osservando, ascoltando, guardando. Dunque ci stiamo chiedendo l'un l'altro: che cos'è l'amore? Questa parola è stata deturpata, disprezzata, degradata, pertanto dobbiamo essere molto consapevoli dell'abuso che ne è stato fatto. Che cosa è l'amore? È una semplice sensazione? Io ti amo e dipendo da te, tu dipendi da me; forse ti venderò e tu mi venderai; io uso te, tu usi me. Se chi parla dice: "Vi amo", perché siete un pubblico numeroso e questo alimenta la mia vanità e io mi sento felice, compiaciuto, gratificato – è amore questo? È gratificazione, soddisfazione, attaccamento, l'amore? È una costruzione del pensiero l'amore? Voi e chi parla state investigando insieme, non addormentatevi in questa bella mattina. È una sensazione l'amore? È gratificazione l'amore? È soddisfazione l'amore? Dipendenza? È desiderio l'amore? Per favore, non dite né sì né no? Abbiamo già esaminato questo – come entriamo sempre in relazione con le cose tramite l'accettazione o il rifiuto. Possiamo eliminare del tutto dal nostro vocabolario, dal nostro cervello, « Sono d'accordo », o « Non sono d'accordo » e semplicemente vedere le cose così come stanno, non solo nel mondo, ma anche in noi stessi? Questo richiede una grande onestà, la necessità pressante di onestà. Possiamo far questo, questa mattina – vedere le cose così come sono? Allora possiamo incominciare a interrogarci, a ricercare che cosa sia l'amore. È desiderio l'amore? Precedentemente in queste conversazioni, abbiamo esaminato molto profondamente l'intera struttura del desiderio. Non abbiamo il tempo per farlo di nuovo. Molto brevemente, il desiderio deriva dalla sensazione; il pensiero dà forma a questa sensazione, crea un'immagine; nel momento in cui il pensiero dà forma alla sensazione nasce il desiderio. Pertanto chiediamo: è desiderio l'amore? È pensiero l'amore? Per favore, indagate. Noi ci stiamo interessando della vostra vita – le nostre vite, le nostre vite quotidiane, non di una qualche vita spirituale, non del seguire un qualche guru e le sue sciocchezze, non dell'indossare abiti particolari, che siano le vesti medioevali, o ecclesiastiche, o le divise di recenti guru. È semplicemente una costruzione del pensiero l'amore? C'è dipendenza nelle nostre relazioni, tra uomo, donna, ragazzo, ragazza, e così via, quando si dice: "Ti amo"? Si trova il proprio completamento in un altro e allora il pensiero si intromette nella relazione, poi il pensiero forma un'immagine, e questa immagine la chiamiamo amore. Pertanto chiediamo: è l'amore – il dover usare questa parola è una disgrazia – è l'amore una costruzione del pensiero? Ci può essere amore quando c'è ambizione, quando stiamo competendo tra di noi? C'è amore quando c'è egoismo? Per piacere, non limitatevi ad ascoltare chi vi parla. Ascoltate voi stessi. Scoprite da voi stessi. Quando scoprite qualcosa perché vedete ciò che realmente è, potete andare molto lontano, ma se vi limitate a dipendere da un altro, dalle sue parole, dai suoi libri, dalla sua reputazione, non serve a nulla. Gettate via tutto ciò, e guardate dentro di voi. Ci sia passione in voi. Passione che può esistere, come abbiamo detto l'altro giorno, solo quando termina la sofferenza. Passione senza fanatismo, perché se c'è fanatismo diventa terrorismo. C'è una tremenda passione in tutti i movimenti fanatici del mondo. Il fanatismo alimenta la passione. Questa passione non è la passione che si origina quando termina la sofferenza. Ne abbiamo già parlato. Pertanto chiediamo: tutto questo è amore? Gelosia, che è uno stato di odio, rabbia, desiderio, piacere, e così via – è amore tutto questo? Siamo capaci di affrontare tutto questo? Voi e chi parla siete abbastanza onesti per scoprire da voi il profumo di questa parola? Poi dovremmo considerare che posto ha la morte nella nostra vita. La morte, il parlare della morte, non è morboso. Fa parte della nostra vita. Probabilmente, c'è sempre questa tremenda paura di morire, dall'infanzia sino a quando veramente moriamo. Non avete forse paura della morte? L'abbiamo tenuta per quanto è possibile lontana. Indaghiamo dunque, insieme, che cosa è questa straordinaria cosa che noi chiamiamo morte. Deve essere straordinaria. Indaghiamo senza nessuna romantica, confortante credenza nella reincarnazione o nella vita dopo la morte. La reincarnazione è un'idea che ci conforta incredibilmente. Se si crede in essa, sinceramente, profondamente, come fanno milioni di persone, allora ciò che voi fate ora, ciò che siete ora, la vostra condotta, ciò che è la vostra vita quotidiana, è importante, perché, se c'è una continuità, allora nella prossima vita potrete avere un castello migliore, un miglior frigorifero, un'auto migliore, una moglie o un marito migliori. Possiamo dunque lasciare da parte questa confortante idea? Allora che cos'è la morte? Innanzitutto dobbiamo indagare che cosa significa vivere – che cosa vogliamo dire con ciò? Che cosa intendiamo, dicendo « una buona vita »? È una buona vita avere tanto denaro, tante auto, cambiare tante mogli, o ragazze, o andare da un guru all'altro per essere imprigionati nei loro campi di concentramento? Non ridete, per favore, questo è ciò che succede in realtà. È « una buona vita » godere, provare un enorme piacere, essere eccitati, una serie di sensazioni, andare in ufficio dalla mattina alla sera per quarantanni? Per l'amor di Dio, guardate in faccia tutto questo. Lavorare, lavorare, e poi morire. È questo che chiamiamo vivere – continui conflitti, continui problemi, uno dopo l'altro? In questa vita, alla quale siamo così attaccati, abbiamo acquisito un'enorme quantità di informazioni e di conoscenza riguardo praticamente a tutto, e siamo attaccati a questa conoscenza. Siamo profondamente attaccati ai ricordi che abbiamo. Tutto questo è chiamato vivere – dolore, ansietà, incertezza, sofferenza e conflitti all'infinito. E viene la morte, a causa di un incidente, della vecchiaia, per senilità. Questa è una bella parola. Che cosa è la senilità? Perché l'attribuite alla vecchiaia? Perché dite: " È vecchio e senile"? Forse io lo sono. Siete senili, voi? Senilità significa dimenticare, ripetersi, ritornare ai vecchi ricordi, essere vivi a metà – giusto? In generale si dice che questo è senile. Chi vi parla si è posto questa domanda molto spesso. La senilità è un problema della vecchiaia? Oppure la senilità inizia quando continuate a ripetere, ripetere e ripetere? Seguite? Quando aderite a una tradizione, voi continuate ad andare nelle chiese, nei templi, nelle moschee, e ripetete, ripetete, ripetete. I cristiani si inginocchiano, gli altri toccano il suolo con la fronte, e gli induisti si prostrano. Dunque ci può essere senilità indipendentemente dall'età – giusto? Ponetevi questa domanda. La morte può avvenire per vecchiaia, per un incidente, per un terribile dolore, per malattia; e quando viene è la fine di tutta la vostra continuità, di tutti i vostri ricordi, di tutti i vostri attaccamenti, del vostro conto in banca, della vostra fama. Pertanto dovremmo chiederci che cosa significa continuare e che cosa significa finire? Possiamo prendere in esame questo? Cos'è che continua e cos'è che finisce? Perché abbiamo tanto paura di porre fine a qualcosa, sia che si tratti di una tradizione, di un'abitudine, di un ricordo, di un'esperienza? Non stiamo parlando di una fine prestabilita, del finire qualcosa per ottenere qualcos'altro. Con la morte non si discute. C'è una magnifica storia dell'antica India. Non so se abbiamo tempo, perché dobbiamo parlare della religione, della meditazione e vedere se esista qualcosa che è oltre tutti questi sforzi umani. Va bene, ripeterò questa storia, molto, molto brevemente. Un bramino – un bramino, mi capite, un bramino dell'antica India – ha accumulato molte cose, mucche e tutto il resto, e decide di darle via, una a una. E suo figlio va da lui e gli chiede: "Perché stai dando via tutto questo?". Il padre risponde che quando si accumulano tante cose, bisogna darle via e ricominciare daccapo. Capite che cosa vuol dire, ne capite il significato? Accumulate e poi date via tutto quello che avete accumulato. (Non vi sto chiedendo di far questo). Il ragazzo allora continua a ripetere la domanda. E il padre si arrabbia con lui e dice: "Se mi fai ancora altre domande, ti manderò dalla Morte". E il ragazzo chiede: "Perché mi vuoi mandare dalla Morte?". Quando un bramino dice che farà qualcosa, deve mantenere la parola, e dunque invia il ragazzo dalla Morte. Dopo aver parlato a tutti i maestri, i filosofi, i guru e tutto il resto, il ragazzo arriva alla casa della Morte. (La sto facendo molto, molto breve). E attende là per tre giorni. Seguite il significato di tutto questo, seguitene la sottigliezza. Attende là per tre giorni. Allora arriva la Morte che si scusa di averlo fatto aspettare, perché dopo tutto è un bramino, così si scusa e dice: "Ti darò tutto quello che vuoi, ricchezze, donne, mucche, proprietà, tutto quello che vuoi". E il ragazzo dice: "Ma tu sarai alla fine di tutto ciò. Tu sarai sempre alla fine di ogni cosa". La Morte allora parla di varie cose che il ragazzo non può capire. È davvero una storia meravigliosa. Allora ritorniamo alla realtà. Cos'è la morte? Ha qualcosa a che fare con il tempo? La morte è il tempo? Ve lo sto chiedendo, per piacere, riflettete. Il tempo, non solo quello misurato dall'orologio, dalle albe e dai tramonti, ma anche quello psicologico, interiore. Finché c'è egoismo, che è la ruota del tempo, non può che esserci morte. Dunque, è il tempo in relazione con la morte? Oh, su, signori. C'è morte se non c'è il tempo? Scusate, questa è vera meditazione, non tutti quegli imbrogli. Il tempo è molto importante per noi – il tempo di riuscire, il tempo di crescere nel successo ottenuto, e di apportare cambiamenti a quel successo. Tempo significa continuità. Sono stato, sono, sarò. In noi c'è una costante continuità, che è tempo. Se non esiste un domani – posso addentrarmi in questo? È un argomento pericoloso. Per favore, se siete interessati, state attenti, altrimenti sbadigliate e riposatevi comodamente. Se non ci fosse domani, avreste paura della morte? Se la morte è ora, imminente, non c'è paura, non è vero? Non c'è tempo. State cogliendo quello che sto dicendo? Pertanto, finché il pensiero funziona nel campo del tempo – cosa che fa per tutto il giorno – c'è inevitabilmente la sensazione che la vita potrebbe finire e allora ho paura. Così, il tempo può essere il nemico della morte. Oppure il tempo è la morte. Per esempio, se chi parla è attaccato al suo pubblico perché da tale attaccamento egli trae molta eccitazione, molte sensazioni, molta importanza, perché alimenta il suo egoismo o per invidia di chi ha un pubblico più grande – se chi parla è attaccato, non importa se a un pubblico, a un libro, a un'esperienza, a un titolo, a una fama, allora egli è spaventato dalla morte. Attaccamento significa tempo. Mi chiedo se capite tutto ciò. Attaccamento significa tempo. Allora, posso io, potete voi, essere completamente liberi dall'attaccamento, ora! Senza stare ad aspettare la morte, ma essere liberi da quell'attaccamento, completamente, ora! Sì, signori. Affrontate questa realtà. Dunque vivere è morire, e pertanto la vita è morte. Capite che cosa sto dicendo? Oh, su, signori. Ecco perché si debbono porre le fondamenta della conoscenza in se stessi, e non nel seguire i filosofi, gli psichiatri, i libri, e così via, ma nel capire se stessi, osservando il proprio comportamento, la propria condotta, le proprie abitudini – il cumulo razziale, sociale, tradizionale, personale che abbiamo ammucchiato un millennio dopo l'altro – conoscendo tutto quello che c'è dentro di voi. La conoscenza, la consapevolezza di questo non appartiene al tempo; può essere immediata. E lo specchio in cui voi vedete questo è la relazione che c'è tra voi e gli altri – in questa relazione potete vedere tutto il passato, le abitudini del presente, il futuro; c'è tutto. Per sapere come guardare, come osservare, come ascoltare ogni parola, ogni movimento del pensiero, ci vuole una grande attenzione, bisogna essere molto svegli. Dunque la morte non è nel futuro. La morte è ora, quando non c'è tempo, quando non c'è un io che diventa qualcosa, quando non c'è egoismo, nessuna attività interessata, in cui consiste tutto il processo del tempo. Dunque la vita e la morte sono sempre insieme. Non sapete ancora quanto è bello. C'è una grande energia in questo. Noi viviamo di energia. Mangiate a sufficienza, seguite la dieta giusta e così via, e questo vi dà una certa qualità di energia. Energia che viene alterata quando fumate, bevete e tutto il resto. Il cervello possiede una straordinaria energia. E abbiamo bisogno di quella straordinaria energia per trovare da noi stessi, per scoprire da noi stessi, senza essere guidati dagli altri. Andremo ora a indagare che cos'è la religione. Abbiamo parlato della paura, abbiamo parlato delle ferite psicologiche, che non dobbiamo trascinarci dietro per il resto della vita. Abbiamo parlato dell'importanza delle relazioni. Senza relazioni nulla può esistere su questa terra, queste relazioni vengono distrutte ogni volta che ciascuno di noi segue le proprie ambizioni, la propria avidità, cerca la propria soddisfazione, e così via. Abbiamo parlato della paura. Abbiamo esaminato insieme la questione del pensiero, del tempo, della sofferenza e della fine della fine della sofferenza. E questa mattina abbiamo parlato della morte. Ora siamo capaci, abbiamo abbastanza coscienza per scoprire che cosa è la religione perché c'è energia in noi. Capite? Perché abbiamo messo da parte tutti i conflitti umani e l'egoismo. L'aver fatto questo vi dà un'immensa passione ed energia, un'incalcolabile energia. Dunque, che cos'è la religione? La religione è tutte le cose escogitate dal pensiero? I riti, gli abiti, i guru, le continue ripetizioni, le preghiere – è religione questo? O si tratta di grandi affari? Nell'India del Sud c'è un tempio che guadagna un milione di dollari ogni tre giorni. Capite che cosa sto dicendo? Ogni tre giorni quel tempio prende un milione di dollari. E chiamano questa religione. È religione questa? Andare ogni domenica mattina ad ascoltare un qualche predicatore, a ripetere un rito, è religione questa? Oppure la religione non ha nulla a che fare con tutto quel commercio? Potete fare questa domanda solamente quando siete liberi da tutto ciò, quando non fate parte dell'impiccio, della rappresentazione, del potere, della gerarchia, quando non avete una posizione in tutto ciò. Solo allora potete fare la domanda: che cos'è la religione? È Dio una creazione del pensiero, della paura? È l'uomo l'immagine di Dio? O è Dio l'immagine dell'uomo? Si può mettere da parte tutto questo per poter scoprire ciò che non è creato dal pensiero, dalle sensazioni, dalla ripetizione, dai rituali? Perché tutto questo non è religione – per lo meno non lo è per chi vi parla. Tutto questo non ha nulla a che fare con ciò che è sacro. Allora, che cos'è la verità? Esiste la verità? Esiste – una verità assoluta, irrevocabile, che non dipende dal tempo, dall'ambiente, dalla tradizione, dalla conoscenza, o da ciò che ha detto Buddha, o da ciò che ha detto qualcun altro? Le parole non sono la verità. Pertanto non c'è culto della personalità. K non è affatto importante. Noi stiamo cercando che cos'è la verità. Se pure c'è. E se ci sia qualcosa che è oltre il tempo. La fine di ogni tempo. Hanno detto che per trovare questo è necessaria la meditazione, una mente molto sveglia. Andremo a esaminare questo, se me lo permettete. Che cos'è la meditazione? Secondo il dizionario, questa parola significa ponderare. Riflettere. In sanscrito e latino ha anche un altro significato, che è « misurare ». E misurare significa comparare, naturalmente. Senza comparare non si può misurare. Allora, può il cervello essere libero dal misurare? Non parlo del misurare con il metro, in chilometri, in miglia, ma del misurare che consiste nel divenire e nel non divenire, nel comparare e nel non comparare. Capite? Può il cervello essere libero da questo sistema di misura? Per farmi fare un abito, devo prendere le misure. Per andare da qui a un altro luogo, debbo misurare. La distanza è misurare, il tempo è misurare. Oh, andiamo. Può il cervello essere libero dal misurare? Cioè, dal comparare – non fate alcuna comparazione, e il cervello sarà totalmente libero. Questa è la vera meditazione. È possibile questo quando si vive nel mondo moderno, si guadagna denaro, si allevano i bambini, con il sesso, tutto il rumore, la volgarità, tutto lo spettacolo da circo che ha luogo in nome della religione? Si può essere liberi da tutto ciò? Non in vista di qualcosa da ottenere. Essere liberi. Dunque la meditazione non significa meditazione cosciente. Capite questo? Non può essere meditazione cosciente, il seguire un sistema, un guru – meditazione collettiva, meditazione di gruppo, meditazione individuale, secondo lo Zen o qualche altro sistema. Non può essere un sistema perché allora voi praticate, praticate, praticate e il vostro cervello diviene sempre più stupido, sempre più meccanico. Dunque, c'è una meditazione che è senza direzione, che non è cosciente, intenzionale? Scopritelo. Questo richiede una grande energia, una grande attenzione, una grande passione. Allora quella stessa passione, energia, la sua intensità, è silenzio. Non un silenzio forzato. È l'immenso silenzio in cui non c'è tempo, non c'è spazio. Allora c'è quello che è innominabile, che è santo, eterno.

domenica 21 luglio

Domande e risposte: primo incontro

Mi hanno detto che molti sono tristi all'idea di lasciare Saanen, per la fine dei nostri incontri. Se si è tristi, allora è proprio il momento di andarcene! E, come è stato annunciato, ce ne stiamo andando. Questa è l'ultima riunione a Saanen. Sono state poste parecchie domande. Evidentemente non potete aspettarvi una risposta a tutte queste domande, sono troppe. Probabilmente ci vorrebbero molti giorni per rispondere. Chi vi parla non ha esaminato le domande, preferisce affrontarle spontaneamente, ma sono state scelte con molta cura. Prima di esaminare queste domande da voi poste, posso farvi io qualche domanda? Posso? Siete proprio sicuri? Perché venite qui? Questa è una buona domanda. Qual è la raison d'étre o la causa della vostra venuta? È la curiosità? È la reputazione che quest'uomo, chi parla, si è fatta negli ultimi settant'anni? È la bellezza di questa vallata – le meravigliose montagne, il fiume che scorre, le grandi ombre e le deliziose colline? Che cosa vi ha condotto qui? O quello che vi interessa è la vostra vita quotidiana, il modo in cui la state vivendo, i vostri problemi, probabilmente di ogni tipo, vecchiaia, morte, sesso – voi conoscete tutti gli invadenti problemi a cui il vostro cervello è abituato – e vi aspettate che qualcuno vi dica come vivere, come esaminarli, che cosa fare? È per questa ragione che siete qui? Oppure si vuol vedere ciò che si è in realtà, mentre siamo qui seduti, esaminarlo molto attentamente per poi vedere se sia possibile andare oltre – è questa la ragione? Dunque, poiché non potete evidentemente rispondere a tutte le domande che vi sto facendo, che chi parla vi sta facendo, che senso ha tutto questo? Queste riunioni a Saanen sono state tenute per venticinque anni. Una buona parte della nostra vita. E, se è possibile chiedervi questo, che cosa rimane alla fine di tutto ciò, che cosa contiene la nostra vita? C'è stata una rottura della norma? Oppure la norma o il modello continuano a essere ripetuti all'infinito? Sembra così difficile rompere le proprie abitudini invariabili e cristallizzate – le abitudini del pensiero, le abitudini della propria vita quotidiana. Se guardiamo a tutto ciò dopo venticinque anni, c'è stata una rottura della norma delle nostre vite? Oppure semplicemente andiamo avanti, aggiungendo un pò, togliendo un pò, giorno dopo giorno, per poi rammaricarci, alla fine della nostra esistenza, di non aver vissuto diversamente? È questo che ci sta succedendo? Chiedo: che senso ha tutto questo? Il senso di tutto questo è la nostra vita. Che dire di tutte le cose spaventose che stanno succedendo intorno a noi, lontano da questo bel paese? Qual è il nostro posto, in quanto individui, in tutta la struttura dell'esistenza? Che cosa è rimasto nel setaccio? Che cosa è rimasto in noi? Siamo consapevoli di ciò che accade dentro di noi nei nostri pensieri di ogni giorno, consapevoli di ogni emozione, reazione, risposta, abitudine? Oppure tutto sta semplicemente scorrendo via, come un fiume? A quale di queste domande volete rispondere per prima? (Vengono lette a voce alta). Che cosa intende con « Creazione »? Vari maestri e guru dicono che i loro insegnamenti sono fondamentalmente gli stessi dei vostri. Che cosa ne dice? Che cosa è il senso di colpa? Si è disperati perché le azioni che sono state la causa del senso di colpa non possono esser mai sradicate. Possiamo incominciare con i « vari maestri »? Va bene? Vari maestri e guru dicono che i loro insegnamenti sono fondamentalmente gli stessi dei vostri. Che cosa ne dice? Mi chiedo perché questi si debbano paragonare a chi sta parlando. Mi chiedo perché mai debbano pensare che quello che sta dicendo chi parla è ciò che anche essi stanno dicendo. Perché debbano dire queste cose. So di fatto che in India, in Europa e in America, parecchi falsi guru, parecchi gruppi, dicono: "Noi pure tendiamo allo stesso fine, stiamo navigando sullo stesso vostro fiume". Ciò è stato affermato a me, che vi parlo, personalmente, e abbiamo discusso la faccenda con questi guru, con questi – come possiamo chiamarli? – capi, locali o stranieri. Abbiamo esaminato tale questione. Innanzitutto, perché paragonano quel che dicono con K? Qual è il motivo nascosto? È per stare dalla parte del vincente? È perché pensano di non essere « del tutto in regola » ma che, paragonandosi a K, potrebbero diventare « del tutto in regola »? Così, parlando con alcuni di loro, abbiamo esaminato la faccenda. Innanzitutto, io dubito di quello che dicono e dubito delle esperienze personali di chi parla. Vi è un dubbio, un'incredulità, non dico affatto: "Sì, siamo sulla stessa barca". Possiamo dunque affrontare la questione dubitando, con un certo senso di scetticismo da entrambe le parti? Alcuni dicono che siamo sulla stessa barca, sullo stesso fiume; è possibile che loro siano ben più avanti e chi parla sia più indietro, ma tuttavia è sempre lo stesso fiume. Pertanto, parlando con loro, voi dubitate, ponete questioni, fate domande, continuate a spingere sempre più in fondo, e alla fine, chi parla ha udito molti di loro dire: "Quello che lei dice è perfetto, è la verità. Lei è l'incarnazione della verità", e tutto il resto. Allora salutano e se ne vanno dicendo: "Noi abbiamo a che fare con persone ordinarie, e questo è solo per l'elite". Io dico: " È doppiamente assurdo!". Capite? Dunque, perché non possiamo fare a meno di paragonare – il mio guru è meglio del tuo guru? Perché non possiamo guardare alle cose così come sono? Dobbiamo mettere in questione, dubitare, domandare, esplorare, senza mai dire che la nostra parte è meglio della vostra, o che questa parte è meglio di quella, o che stiamo tutti facendo la stessa cosa. L'altro giorno ho sentito dire: "Quello che lei dice, lo dico anch'io, che differenza c'è?". Ho risposto: "Nessuna, assolutamente". Ci serviamo della medesima lingua, inglese o francese, un pò d'italiano, ma il contenuto, la profondità che sta dietro le parole può essere alquanto diversa. Siamo così facilmente soddisfatti dalle spiegazioni, dalle descrizioni, dal senso di tutto quel successo, tutta quella fama, tutto l'armamentario. I nostri cervelli non funzionano molto semplicemente. Avete mai osservato, veduto come funziona il vostro cervello? Questa è una delle domande che vorrei farvi. Avete mai osservato il vostro cervello in azione così come potrebbe farlo un estraneo? Capite? L'avete mai fatto? Oppure il cervello continua a tirare avanti, con le sue vecchie abitudini, credenze, dogmi, riti, affari e così via – continuando a funzionare solo meccanicamente? Se mi è lecito chiederlo, è così il vostro cervello? Silenzio! Avete mai osservato un pensiero sostituirsi a un altro pensiero, una serie di associazioni, una serie di ricordi, interferire con la vostra esperienza? L'altro giorno, in America, una persona che abbiamo conosciuto per un certo tempo ha detto di vivere secondo la propria esperienza, secondo quanto dice la sua esperienza. La sua esperienza era reale, vera, molto profonda, ed era tutto per lui. Noi abbiamo detto: "Perché non dubiti della tua esperienza, non potrebbe essere irreale? Può essere immaginaria; può essere romantica, sentimentale e tutto il resto. Perché non dubiti proprio di quella cosa che dici: « La mia esperienza mi dice »?". Non abbiamo più veduto quella persona – capite? Dunque, non è necessario essere coscienti di tutte queste cose: perché paragonare? Perché dicono che siamo tutti nella stessa barca? Forse siamo nella stessa barca, probabilmente lo siamo davvero, tutti noi. Ma perché presumere che siamo nella stessa barca? Siamo capaci di rifiutare di accettare tutti i guru, tutti i capi, in particolare chi parla? Non accettate psicologicamente nulla all'infuori di quello che avete osservato in voi stessi, nelle vostre relazioni, nel vostro modo di parlare, nel tono della voce, nelle parole che usate, in tutto ciò. Si può essere consapevoli di tutto questo per tutto il giorno, o almeno per una parte del giorno? Allora forse non avrete bisogno di nessun guru, di nessun capo, di nessun libro, compreso quello di chi vi parla. Allora, quando si è realmente attenti, accade qualcosa che è totalmente differente. Possiamo passare alla domanda successiva? Buon Dio! Il senso di colpa. Non è necessario che legga la domanda. È tutto piuttosto confuso. Perché ci sentiamo colpevoli? Succede a molte persone. Tortura la loro vita. Allora diviene un problema enorme, e tale è l'esperienza del senso di colpa per molte, molte persone. Senso di colpa perché non si crede, senso di colpa perché non si è con il resto del gruppo. Voi lo conoscete questo sentirsi in colpa, non la parola ma la sensazione significata dalla parola – che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato e perciò proviamo rimorso, siamo ansiosi, e dunque spaventati, insicuri. Questo senso di colpa altera davvero la nostra vita. Ciò è ovvio. Allora perché ci sentiamo così? Forse che abbiamo fatto qualcosa di scorretto, che non corrisponde al dogma, che è contro ciò che il nostro ambiente ha inventato? Il senso di colpa di un uomo o di una donna che sentono di non aver sostenuto la causa della guerra del proprio paese. Voi conoscete le varie forme del senso di colpa e le loro cause. Chiediamo: perché esiste questa sensazione? È perché non siamo responsabili, perché non esigiamo il massimo da noi stessi? Ora, chi parla chiede, un momento, ciò significa che noi siamo pigri, indolenti, disattenti e dunque un pò irresponsabili? E che ci sentiamo colpevoli quando dobbiamo affrontare questa irresponsabilità? Supponiamo che io abbia seguito qualcuno, il mio guru, che si è concesso ogni genere di cose, sesso e così via, e che io abbia fatto lo stesso, poi questi cambia opinione, divenuto vecchio, dice: "Non più", e il discepolo dice: "Non più". Abbiamo fatto tutte quelle cose per seguire quel guru e poi il guru dice: "Non più", e sento che non avrei dovuto fare quello che ho fatto, che ho sbagliato. Mi seguite? È tutta la faccenda del senso di colpa. Come possiamo affrontarlo? Questo è più importante. Pertanto scopriamo che cosa fare al riguardo, d'accordo? Non dobbiamo ricercarne le cause, le conosciamo già. Ho fatto qualcosa di improprio, di scorretto, che non corrisponde alla verità e in seguito capisco che la mia reazione è stata infelice, che ha causato un danno a me stesso e l'infelicità degli altri e mi sento colpevole. Allora che cosa dobbiamo fare quando ci sentiamo in colpa? Che cosa fareste voi? Quale sarebbe il vostro approccio? Come avvicinereste il problema? Volete risolverlo, volete eliminarlo in modo che il vostro cervello non ne sia più prigioniero? Come lo affrontate – con il desiderio di risolverlo, di esserne liberi? Il modo in cui affrontate un problema è molto importante, non è vero? Se voi avete una direzione riguardo a questo problema, allora deve essere risolto in questa o in quella maniera. Se invece avete una certa motivazione, allora quella motivazione dirigerà la faccenda. Dunque, possiamo affrontare un problema come il senso di colpa senza alcuna motivazione? Capite la mia domanda? Oppure dobbiamo sempre affrontare un problema con una motivazione? Mi chiedo se stiamo rispondendo insieme a questo. È possibile affrontare un problema senza alcun senso della conoscenza basata sull'esperienza, che è la motivazione, e considerarlo come se fosse la prima volta? Ci è possibile? Dunque, si tratta di due cose: come affrontare un problema e che cos'è un problema. Voi avete dei problemi, non è vero, sono molti, molti. Perché? Non stiamo condannando il problema, né dicendo che deve essere risolto in questo o quel modo; stiamo mettendo in discussione il problema in quanto tale, la parola, e il contenuto di questa parola: una domanda, qualcosa cui dovete rispondere, sia che si tratti di un problema di affari, di un problema familiare, sessuale, spirituale – scusate, « spirituale » dovrebbe essere tra virgolette – del problema di quale capo seguire. Perché abbiamo dei problemi? Innanzitutto esaminiamo la parola « problema ». Secondo il dizionario, un problema significa qualcosa che vi viene gettato dinanzi, qualcosa che è spinto contro di voi, una sfida, una cosa cui dovete rispondere. Qualcosa che vi viene gettato dinanzi. E noi chiamiamo questo un problema. Perché il nostro cervello ha dei problemi? Possiamo esaminare un pò questo? Per favore, non accettate nulla di quello che dice chi parla, nulla. Ma indaghiamo insieme. Quando mandate un bambino a scuola, questi deve imparare a leggere e a scrivere. Non ha mai letto né scritto in precedenza, pertanto leggere e scrivere diventano un problema per lui. Man mano che cresce, il suo cervello viene esercitato ai problemi. Ovviamente. L'intero processo dell'apprendimento è un problema e così il cervello viene condizionato mediante i problemi. È la realtà. Mia moglie diviene un problema, come vivere, che cosa fare, eccetera, eccetera. Il nostro cervello, il vostro cervello, è condizionato, educato a vivere con dei problemi. Questa è la verità, non un'invenzione di chi parla. È così. Pertanto tutta la nostra vita diventa un problema. Possiamo vedere questo come un fatto, non come un'idea, o come una teoria, ma come un fatto e scoprire che cosa possiamo fare – se il cervello può essere libero di risolvere i problemi, se sia possibile affrontarli senza una mente che è già riempita di problemi. Capite la mia domanda? No? Vado a scuola dove nulla di ciò che dice l'insegnante mi interessa. Guardo fuori della finestra, e mi diverto; l'insegnante mi dà un colpo sulla testa. Mi riprendo, ed egli dice: "Scrivi". Mi dico: "Buon Dio, debbo imparare", e per me diventa un problema. La mia intera istruzione – non sono contro l'istruzione, sto solo facendo notare – la mia intera istruzione diventa un tremendo problema. Dunque, il cervello è condizionato a vivere con dei problemi sin dall'infanzia – giusto? Ora, la nostra domanda è: è possibile essere liberi dai problemi e poi affrontarli, perché non posso risolverli se il mio cervello non è libero? Se non è libero, la soluzione di un problema crea altri problemi. Pertanto chi parla chiede: possiamo innanzitutto essere liberi dai problemi – decondizionare il cervello che è stato educato a vivere con i problemi? è chiaro? Finalmente. Procediamo. È possibile essere liberi e poi affrontare i problemi? Cosa rispondete a questa domanda? Dite che è possibile o dite che è impossibile? Nel momento in cui dite che è possibile o impossibile, vi siete già bloccati da voi stessi. Avete già chiuso le porte. Avete impedito a voi stessi di investigare, di esaminare la questione. Dunque, ecco la domanda, ancora una volta: è possibile liberare il cervello dai condizionamenti della sua istruzione? Chi parla non vuol convincervi di nulla, ma solamente farvi vedere. Voi non dovete fare nulla. Solamente ascoltate ciò che sta dicendo, senza accettare o rifiutare, semplicemente guardate, ascoltate. Il cervello è condizionato da tutta questa cultura di problemi. È una bella espressione – cultura di problemi. Il cervello condizionato è altra cosa da colui che osserva? Il cervello, il mio cervello, è differente da me, da chi sta analizzando, guardando, dividendo, esaminando, accettando, non accettando – l'osservatore, la persona che dice: "Io sto guardando", è in qualche modo diversa dal cervello? È una domanda molto semplice, non rendetela complicata. L'ira, l'avidità, l'invidia sono differenti da me? Oppure io sono l'ira? L'ira è me. L'avidità è me. La qualità è me. Non c'è alcuna differenza. Ma la cultura, l'istruzione, ce ne hanno separati. C'è invidia: se dico di essere differente da essa, che debbo controllarla, o indulgervi, c'è un conflitto. Non so se state seguendo tutto ciò. L'invidia è me stesso? La violenza è me stesso? La violenza non è qualcosa di diverso da me; « me » è violento. Vedete questo? Una volta che si è capito questo fatto, che tra me e la qualità non c'è nessuna differenza, allora ha luogo un movimento totalmente differente. Non c'è nessun conflitto. Capite? Non c'è nessun conflitto. C'è conflitto in me finché c'è una separazione. Ora capisco questo, che io sono la qualità. Io sono la violenza. Io, il « me », è avido, invidioso, geloso e tutto il resto, pertanto ho completamente abolito questa divisione dentro di me. Io sono quello. Io sono quella qualità. Dunque, può il mio cervello accettare questo fatto, perseverare in questa realtà? Può il mio cervello, che è così attivo, così vivo, che pensa, che osserva, ascolta, cerca, fa sforzi – può questo cervello fermarsi al fatto che io sono quello? Fermarsi, non fuggir via, non cercare di controllare, perché nel momento in cui controllate, c'è chi controlla e chi è controllato, e allora diviene sforzo. Coraggio, sto parlando molto semplicemente. Se voi afferrate realmente questa verità, questo fatto, eliminate completamente lo sforzo. Sforzo significa contraddizione. Sforzo significa "io sono diverso da quello". Potete vedere il fatto reale, non l'idea ma la realtà che voi siete la vostra qualità, la vostra ira, la vostra invidia, la vostra gelosia, il vostro odio, la vostra incertezza, la vostra confusione – che voi siete tutto questo? Non dovete riconoscerlo verbalmente o essere d'accordo a parole, perché allora non ci troviamo insieme, ma vedere realmente questo fatto e accettarlo. Lo potete? Quando lo accettate, che cosa ne deriva? L'attenzione – giusto? Non c'è nessun movimento di allontanamento. Vi limitate ad accettarlo. Se siete in preda a un forte dolore, voi non potete accettarlo, ma se lo sopportate psicologicamente, dite interiormente sì, è così – che vuol dire non allontanarsi minimamente dal fatto – allora essenzialmente non c'è conflitto, allora voi avete infranto la norma meccanica del cervello. Il meccanismo dice: "Debbo fare qualcosa. Qual è la cosa giusta da fare? Chi mi dirà qual è la cosa giusta da fare? Debbo andare da uno psichiatra" – voi lo sapete tutto quello che succede. Una volta che avete veduto il fatto, è come tenere tra le mani un gioiello, cesellato meravigliosamente; voi lo osservate, ne guardate tutto l'interno, l'esterno, come è stato fatto, il platino, l'oro, i diamanti. Voi l'osservate perché voi siete il gioiello, voi siete il centro di questo intricatissimo, delicato gioiello, che voi siete. Tutto diventa differente nel momento in cui si vede il fatto. Dunque, il senso di colpa – scusatemi, ho divagato. Era necessario. Il senso di colpa. Non è un problema, ora lo capite. È un fatto. Non è qualcosa che avete risolto, qualcosa che deve essere superato. Vi sentite colpevoli di qualcosa che avete fatto; questa è una realtà, e voi la accettate. Quando voi la accettate, la sopportate, essa comincia – per piacere, ascoltate – comincia a fiorire per poi appassire. Capite, signori? È come con un fiore, se continuate a tirarlo fuori dal suolo per vedere se le radici funzionano correttamente, non fiorirà mai, ma una volta che avete veduto la realtà, che è il seme, e poi la accettate, il fiore si dischiuderà completamente. Tutte le implicazioni del senso di colpa, tutte le implicazioni della sua sottigliezza, dove si nasconde, sono come un fiore che si apre. E se voi lo lasciate aprire, senza agire, senza dire: "Debbo fare o non debbo fare", allora comincia ad appassire e muore. Per favore, cercate di capire. Potete fare lo stesso in ogni altro caso. Con Dio, con ogni altra cosa. Questa è visione interiore, non è semplicemente ricordare, aggiungere. È chiaro? Se voi scoprite questo, se vedete che è proprio così, sarà psicologicamente di un'enorme importanza e vi libererà da tutti gli sforzi e le lotte passati e presenti. Ora passiamo alla prima domanda: Che cosa intende con « creazione »? Vogliamo esaminarla? È una domanda piuttosto complicata. Ve la rileggerò. Che cosa intende con « creazione »? Che cosa intende dire chi parla? Mi piacerebbe fare questa domanda a voi. Molti parlano di creazione – gli astrofisici e i filosofi teorici. Dio creò e così via. Questa è una domanda molto seria che si sono posti gli antichi induisti e gli antichi ebrei, non solo gli scienziati moderni. Era un tremendo problema che essi volevano comprendere. Possiamo esaminarlo? Che cos'è la creazione? Quando fate questa domanda dovete anche chiedere, che cos'è l'invenzione? L'invenzione è creazione? È creazione inventare qualcosa di nuovo? Attenti, per favore, non dite né sì né no, semplicemente considerate. L'invenzione si basa sulla conoscenza – giusto? Si basa sui precedenti esperimenti fatti da qualcun altro; tutti questi esperimenti sono la conoscenza presente e voi potete incrementarla. Proprio così. Chi ha inventato il motore a reazione ha dovuto prima conoscere tutto sui propulsori e sui motori a combustione interna; poi, partendo da questa conoscenza, gli è venuta un'idea. La mia definizione può essere inesatta o esagerata ma corrisponde a realtà: una grande quantità di conoscenza è fonte di nuova ispirazione, e tale ispirazione è un'invenzione. Dunque c'è un incremento continuo. È creazione questa – qualcosa che si basa sulla conoscenza e le conseguenze della conoscenza? Oppure la creazione non ha nulla a che fare con la conoscenza? La creazione è il susseguirsi di invenzioni nell'universo? Ovviamente quando gli scienziati osservano Marte, Mercurio, Venere, Saturno e ancora più oltre, sanno di che cosa è fatto Venere – vari gas, eccetera, eccetera, eccetera – ma ciò che hanno interpretato come gas non è Venere. Capite? Su, signori. La parola « Venere » non è Venere. I gas che costituiscono Venere non sono la bellezza che voi vedete nel primo mattino o al tramonto. Pertanto chiediamo, l'invenzione è totalmente differente dalla creazione? Allora significa che la creazione non ha nulla a che fare con la conoscenza. Probabilmente troverete questo piuttosto difficile. Se non vi dispiace, se non siete troppo stanchi, se avete ancora l'energia per investigare, andremo ad esaminarlo. Non accettate ciò che dice chi vi parla, sarebbe terribile. Vi distruggerebbe. Non limitatevi a dire sì, sì, sì. Distruggerebbe il vostro cervello, come è già stato fatto da altri. Chi vi parla non ha alcuna intenzione di distruggere il vostro cervello, o di incrementare il danno di un cervello già danneggiato. Pertanto egli vi dice, siate scettici, mettete tutto in questione, non accettate né negate, solamente scoprite. Sappiamo che cos'è l'invenzione – o almeno è molto chiaro per chi parla. Questo non vuol dire che è chiaro per voi. Chiediamo, che cos'è la creazione? Dipende dagli sforzi dell'uomo la creazione? Dipende da tutte le esperienze? Dalla durata del tempo? Per piacere, esaminate tutto ciò. Vale a dire dipende dalla guerra, dall'uccidere, dal commercio, da tutti i ricordi che l'uomo ha accumulato, acquisito, raccolto? Se è così, allora fa ancora parte della conoscenza. Pertanto non può essere creazione. Va bene? Allora che cos'è la creazione? È in relazione – per favore ascoltate, semplicemente ascoltate, non fate nulla al riguardo – è in relazione con l'amore? L'amore che non è odio, gelosia, angoscia, insicurezza, l'amore per vostra moglie, che è l'amore dell'immagine che vi siete costruiti di lei, o per il vostro marito o la vostra ragazza, o per l'immagine che vi siete fatti del vostro guru per il quale avete una grande devozione, o per l'immagine di un tempio, di una moschea o di una chiesa. Dunque chiediamo: la creazione ha bisogno dell'amore? Oppure l'amore, che è anche compassione, è la creazione? La creazione o l'amore sono in relazione con la morte? Capite tutte queste domande? Scusatemi per aver chiesto se capite – ritiro quanto ho detto. Ascoltate, semplicemente. Dunque, l'amore non è forse oltre tutti gli esseri umani che hanno dato un significato specifico a questa parola? Oltre tutto ciò. C'è relazione tra l'amore e la morte? L'amore è compassione e morte? Tutto questo è creazione? Ci può essere creazione senza morte? Cioè, senza una fine. La fine di ogni conoscenza – Vedanta. Avete udito questa parola, ne sono sicuro. La parola Vedanta significa la fine della conoscenza – la fine della conoscenza, cioè della morte, e questo significa senza tempo, eterno, cioè amore. Capite? Scusatemi, non lo dirò più. Sono stato stupido a ripeterlo! Dunque amore, morte. Amore significa compassione. Amore, compassione significa suprema intelligenza, non l'intelligenza dei libri, degli eruditi e dell'esperienza. Questa è necessaria fino a un certo punto, ma quando c'è amore, compassione, c'è la quintessenza di ogni intelligenza. Non ci può essere compassione e amore senza la morte, che è la fine di tutto. Allora c'è creazione. Vale a dire, l'universo, contrariamente a ciò che pensano gli astrofisici e gli scienziati, è supremo ordine. È evidente. Alba e tramonto. Supremo ordine. E questo ordine può esistere solo quando c'è una suprema intelligenza. E questa intelligenza non può esistere senza compassione e amore e morte. Questo non è un metodo di meditazione ma una profonda e vasta ricerca. Una ricerca in grande silenzio, in cui non c'è un "Io sto indagando". Grande silenzio, grande spazio. Ciò che è essenzialmente amore e compassione e morte, è quell'intelligenza che è creazione. C'è creazione quando ci sono anche gli altri due elementi, la morte e l'amore. Tutto il resto è invenzione.

martedì 23 luglio

Domande e risposte: secondo incontro

Per il momento, dimentichiamoci delle domande. Le riprenderemo in seguito. Che cosa sta accadendo a tutti noi, che viviamo in questo mondo, che è così terribile? Se avete mai viaggiato, avrete visto tutti i pericoli – esplosioni negli aeroporti, terroristi, e tutto il resto. Quando vedete tutto questo, come affrontate il mondo? Noi possiamo essere vecchi, ma che cosa sarà della prossima generazione, dei figli, dei nipoti, e così via? Qual è il futuro della prossima generazione di cui siete in parte responsabili? Come educarla, qual è lo scopo dell'educazione? Presumibilmente noi siamo tutti istruiti. Voi siete stati a scuola, alle superiori, all'università, se siete fortunati, oppure ci si è istruiti da sé, osservando tutti questi eventi che hanno luogo nel mondo e imparando da essi. Ma questo sapere è molto limitato, molto esiguo, ristretto. Se si hanno figli e nipoti, come li si deve trattare? Come reagiamo? Forse che non ci interessa affatto di loro? In America credo che ci sono quasi 500.000 bambini fuggiti di casa e finiti a New York, con tutto ciò che questo comporta, prostituzione e tutto il resto – capite che cosa significa? In questo paese, che fa parte del resto del mondo, non c'è povertà, non ci sono quartieri miserabili, non c'è letteralmente nessuno che fa la fame. Ma ci sono quartieri miserabili in America, Inghilterra, Francia e tutta quella gente che fa la fame in India e in Asia; è così terribile, degradante. E se guardiamo a noi stessi e alla futura generazione, che cosa succederà? Si continuerà a ripetere gli stessi meccanismi? Ci sarà la stessa durezza di cuore? Si perpetuerà l'irresponsabilità dell'addestramento nell'esercito al fine di uccidere migliaia e migliaia di persone, ed essere uccisi? Qual è la nostra responsabilità? Oppure non vogliamo affatto pensare a tutto ciò? Ci interessiamo soltanto del nostro piacere, dei nostri problemi, della nostra egoistica e presuntuosa attività personale? È veramente una questione molto seria, spaventosa, tormentosa. Se vediamo tutto questo, che cosa dobbiamo fare? Abbiamo scuole appropriate? In tutto ciò che parte ha la conoscenza, sia teorica che pratica? In che relazione siamo a tutto ciò? Le torture. Non c'è paese che non si è abbandonato alla tortura di altri esseri umani. Può essere torturata mia madre, può essere torturato mio figlio, per delle informazioni, per una qualche ragione nazionalistica, comunista o democratica. Ci mettiamo a piangere? Oppure, non potendo far nulla al riguardo, diventiamo cinici, amari, e diamo partita vinta? Dunque dobbiamo prendere in considerazione tutte queste cose, e non solamente il nostro progresso individuale, la nostra felicità, le nostre attività egocentriche. Possiamo ora procedere con le domande? Probabilmente sarà più piacevole, meno provocatorio, e non richiederà troppo dalle nostre energie e dalle capacità del cervello. Il cervello possiede una straordinaria capacità ed energia, come si può vedere da tutto il progresso nei campi della medicina, della chirurgia, della tecnologia, dei computer – progressi straordinari, incalcolabili. Che continuano ad aumentare. In altri campi il cervello è molto limitato, e tale limitazione è sfruttata dal mondo tecnologico, che approfitta di noi spietatamente. I comunisti continuano ad avere i loro campi di concentramento, ma non ci sono soltanto i campi di concentramento delle tirannie, ci sono anche quelli dei guru. Non vi disturbo dicendo questo? E i campi di concentramento di tutti i monaci del mondo. Questo è davvero un terribile problema. Quando si comprende qualcosa si deve agire sulla base di tale comprensione, oppure la comprensione agisce da se stessa? Va bene? È chiara la domanda? Ora, che cosa intendiamo con « comprensione »? Noi usiamo questa parola così facilmente. Dobbiamo dunque indagare, esplorare il significato della parola. Stiamo discutendo ed esplorando insieme, chi vi parla non sta rispondendo alla domanda. Noi la stiamo esaminando insieme. Stiamo indagando insieme, innanzitutto approfondendo il significato delle parole, secondo il dizionario, che riporta l'uso comune della lingua. Qual è il significato di comprensione, di capire qualcosa? Capire se stessi, capire come funziona il computer, che è così meraviglioso, capire l'intera operazione chirurgica. Che cosa intendiamo dire con questa parola? È puramente intellettuale, cioè una comunicazione veloce tra due persone, o poche persone o cento persone, una comprensione del significato della parola, rapidamente trasmesso al cervello e all'intelletto che dicono: "Sì, capisco"? Ovvero, ho un problema, ci ragiono sopra, giungo a una conclusione, lo capisco. O comprendo come smontare un'auto, eccetera. È dunque la comprensione una faccenda puramente intellettuale, una faccenda teorica di cui posso parlare all'infinito, aggiungendovi sempre nuove idee e credendo di ampliarla, di crescere? C'è un'emotività in questa comprensione? C'è qualcosa che dice: "Questo non è ancora proprio perfetto... bisogna aggiungere di più"? C'è l'intelletto, c'è l'emozione, c'è l'azione – giusto? Le emozioni esistono naturalmente – si spera – ma quando queste emozioni divengono romantiche, sentimentali e molto, molto superficiali, allora debbono essere riconosciute dal cervello, e pertanto ne divengono parte – parte della sensazione di sentire, della sensazione dell'immaginazione, del guardare una montagna, la sua bellezza e il suo silenzio e dignità e maestosità, per poi dipingerla su una tela o scriverne una poesia. Tutto questo fa ancora parte dell'attività del cervello. L'intelletto che dice: "Io capisco" è dunque la capacità di discernere, di distinguere, di decidere e di intraprendere un'azione e pertanto di dominare ogni altra cosa? Allora chiediamo, il capire è un intero movimento, e non un atto del solo cervello, un atto del solo intelletto? Capite la domanda? Vogliamo ora esaminare che cosa è l'azione? Che cosa è che si deve fare? Che cosa determina l'azione? Che cosa causa l'azione? Che cosa intendiamo con azione? Agire. Fare. Questa azione si fonda su un ideale, su una teoria, o una conclusione, dialettica o immaginaria? Cioè, io agisco in base a un'idea – giusto? Dunque che cosa è un'idea? Perché abbiamo così tante idee? Stiamo esaminando la parola « idea », non se questa sia giusta o sbagliata. Gli scienziati, i fisici e i filosofi teorici hanno bisogno di idee, altrimenti si sentono perduti. Vogliono sempre nuove idee. Pertanto dobbiamo esaminare che cosa vogliamo intendere con un » « idea ». C'è un fatto. C'è un orologio, laggiù. Dice che mancano dieci minuti alle undici, e questo è un fatto. E ci sono cose che non sono fatti. Che sono del tutto lontane dal fatto. Distanza. Dunque c'è il fatto e l'idea riguardo al fatto; noi seguiamo l'idea, senza indagare il fatto. E l'idea diviene molto più importante del fatto. I socialisti, i comunisti e tutti gli altri, di sinistra, di destra, del centro, tutti hanno idee, teorie, conclusioni, e cercano di adeguare l'uomo a queste idee. E per adeguare gli uomini alle idee, li torturano, dicono: "Non potete far questo, non potete far quello". Dunque per loro le idee diventano ben più importanti degli uomini, che sono il fatto. E noi, ciascuno di noi, non ci stiamo sempre allontanando dai fatti per seguire un'idea e agire secondo quest'idea che probabilmente non ha nulla a che fare con il fatto? Che cosa dunque intendiamo con « agire »? Se agite in base ai vostri ricordi passati, alle vostre esperienze, o a qualche conclusione ideologica futura, questa azione, basata sul passato o sul futuro, non è un'azione. È chiaro? Se si agisce in base a certi ricordi, conclusioni, esperienze, a una certa conoscenza, allora si agisce in base al passato. La parola « atto » significa fare, non dipende dal passato o dal futuro. Dunque, la domanda è – prendetela in considerazione, è molto seria – se ci sia un'azione che non dipende dal tempo. Non siate perplessi. Possiamo capire il significato, il contenuto, il profondo significato del passato, come il passato, modificato, si proietta nel futuro, e che se si agisce in base al passato o in base a qualche concetto futuro, non è azione; è semplicemente ricordo, l'essere giunti a una certa conclusione, una finzione. Questo è sempre racchiuso nel campo del tempo, nel ciclo del tempo – giusto? Ora noi chiediamo, c'è un'azione che non è basata sul tempo? Pensateci, signori. Pensate, non aspettate la mia risposta, la risposta di chi parla; pensate. È una domanda molto semplice, ma che ha una straordinaria importanza. Cioè, ho sempre agito secondo la mia tradizione. Tradizione che può essere vecchia di un giorno, o di cinquemila anni. Sapete che cosa vuol dire tradizione, tradere, consegnare. Così i miei genitori, i miei nonni, migliaia di genitori, hanno consegnato, tramandato certe tradizioni, le conseguenze dei loro pensieri, delle loro sensazioni, filtrate gradualmente attraverso più generazioni; e io sono questo, parte di questo. È la mia educazione e io agisco in base a essa. Oppure rifiuto tutto ciò, dicendo: "Che stupidità", e guardo al futuro; debbo fare così, non devo fare così, secondo le direzioni di un qualche capo che sto seguendo. E chiamo entrambi azione. Ma chi parla chiede, esiste un'azione che non deriva da nessuno di questi due comportamenti, un'azione che non fa parte del processo del tempo? Scusatemi, dovete usare il vostro cervello. Che cosa si deve fare quando ci viene fatta questa domanda: "C'è un'azione che non è rinchiusa nella ruota del tempo?". Come reagisce a questa domanda il nostro cervello – il cervello che è stato condizionato, formato in base al passato e al futuro, vale a dire, preso nel campo del tempo, nella rete del tempo? Il cervello subito si ritrae, non è capace di rispondere; dice: "È troppo faticoso, per l'amor del cielo, lasciatemi in pace. Ci sono abituato, è normale per me, ma sebbene abbia causato infelicità e sofferenza, c'è un altro aspetto compensatorio. Non fatemi queste domande così difficili". Non sono difficili. È la parola « difficile » che le rende difficili. Pertanto non userò questa parola. Ma debbo scoprire se c'è un'azione che non appartiene al tempo. Posso parlare di questo? Volete che ve ne parli? L'azione dipende dall'amore, non dalla memoria. La memoria, il ricordo delle immagini, non è amore; è una sensazione tramite la quale io agisco, e la sensazione non è amore. Pertanto qual è la relazione tra l'amore e l'azione? Mi seguite? L'amore è memoria? Ci siamo incontrati, abbiamo dormito insieme, abbiamo fatto ogni genere di cose insieme, abbiamo salito il monte, siamo discesi nella valle, abbiamo camminato per le colline, siamo stati amici, ci siamo tenuti per mano, abbiamo litigato – e questo è chiamato affetto, amore, ma la maggior parte di tutto ciò dipende dalla sensazione, dall'immagine, dall'attaccamento. Senza attaccamento mi sento perduto, mi sento terribilmente solo. Mi sento solo e allora sono disperato, mi amareggio, e tutto il resto. Tutto questo è amore? Ovviamente no. Lo abbiamo già esaminato. Allora che relazione c'è tra l'amore e l'azione? Procedete, signori. Se l'amore fa parte del tempo, allora non è amore. Dunque, l'amore è azione – mi chiedo se lo capite; non c'è prima l'amore e poi l'azione. Per chi vi parla – non accettatelo – per chi vi parla non c'è alcuna divisione tra la percezione, la qualità di questo amore e l'azione. Quando c'è questa qualità, c'è azione. Non si tratta di un processo intellettuale di decisione o di scelta. È un'azione che viene intuita immediatamente. Ora dobbiamo procedere. Ieri abbiamo risposto solamente a tre domande e ce ne restano ancora molte. Lei ha detto molte cose riguardo alla violenza. Lei permetterebbe che aggrediscano un suo amico davanti a lei? È una vecchia e buona domanda. Che cosa fareste se vostra sorella fosse assalita davanti a voi? È la stessa domanda. Che cosa fareste – voi? Picchiereste l'avversario? Gli sparereste? Usereste il karate? Sapete che cosa significa la parola « karate »? Me lo hanno spiegato. Non io. Non me. Non l'arte marziale di autodifesa. Allora che cosa fareste? Scopritelo, signori. Voi siete con vostra moglie o con vostro marito o con la vostra ragazza, e incontrate qualcuno che è violento nei confronti di vostra moglie o di vostro marito. Che cosa fareste istintivamente? Assalireste a vostra volta, non è vero? Ovviamente. Lo colpireste. Se conoscete il karate, o qualche genere di trucco yogico, lo stendereste a terra. Ora questa domanda è fatta a me, a chi parla – giusto? Noi conosciamo la normale reazione della gente, violenza. Se tu sei violento io sarò violento. Se ti arrabbi con me io sarò doppiamente arrabbiato con te. Se mi dici stupido, dico che tu lo sei ancora di più. Eccetera, eccetera. Questa domanda è fatta a me, a chi parla. È una vecchia domanda, ma io tratto tutte le domande come nuove. Che cosa dovrei fare? State aspettando la mia risposta? Se avessi vissuto una vita violenta allora la mia reazione sarebbe naturalmente violenta. Ma se io ho vissuto senza violenza, come è stato, non solo senza violenza fisica ma anche senza violenza psicologica, cioè senza aggressività, competizione, senza comparare, imitare, conformarmi (tutto ciò fa parte della violenza) – se ho vissuto come ha vissuto K – allora se il mio amico, o mia sorella, o mia moglie, fosse assalito, agirei come ho vissuto. Una risposta semplice. Non vi crea problemi, vero? No. Un'altra domanda: Che cos'è l'intelligenza? Che cos'è l'intelligenza? Che cosa pensate che sia? Un significato di questa parola, se guardate in un buon dizionario etimologico, è inter legere, scegliere tra. Un altro significato è raccogliere informazioni di ogni tipo e distinguere tra queste quale è quella corretta. Ciò dipende da una scelta, dalla propria educazione, dal proprio modo di vivere e così via. C'è poi l'intelligenza del corpo, se lo lasciate stare. Il corpo è uno strumento straordinario – le ramificazioni del cervello nei nervi, il funzionamento del fegato, del cuore. Il cuore continua a battere dal momento della nascita al momento della morte. È un meccanismo straordinario. Quando alla televisione fanno vedere alcune foto del corpo umano, si resta stupiti di fronte a ciò che ha fatto la natura in uno o due milioni di anni. Ma noi distruggiamo l'intelligenza originaria del corpo facendo ogni genere di cose stravaganti – bere, droghe, sesso (anche se c'è posto pure per il sesso) e voi ne conoscete le conseguenze, ambizione, avidità, lotte, combattimenti, la tremenda tensione fisica, l'infarto: tutto ciò colpisce il cervello, i nervi, l'organismo, e pertanto lo strumento fisico e biologico viene gradualmente distrutto; a poco a poco appassisce e perde la sua vitalità, la sua energia. Ma se lo lasciate in pace, è autonomo, e voi non dovete far nulla, tranne che nel caso di una persona come K, che ha novant'anni e che deve stare un pò attento. Poi c'è l'intelligenza di un bravo medico, o di un tecnico, o di chi costruisce macchine molto, molto complicate, o delle migliaia di persone che lavorano insieme per inviare un razzo sulla luna – questo richiede grande intelligenza e cooperazione, un certo tipo di intelligenza. C'è anche l'intelligenza molto astuta, calcolatrice, che ha inventato tutti i riti del mondo – i templi, le moschee, le chiese – che controllano le persone con la loro successione apostolica; se siete cattolici, scusatemi, dimenticate ciò che ho detto! (C'è una parola in sanscrito per questo, per il tramandare, anche in India). Ci vuole una grande intelligenza per controllare le persone, per farle credere in qualcosa che può esistere o no, per far sì che abbiano fede, che siano battezzate. Tutto ciò è molto astuto, molto intelligente, come potete aver osservato. I comunisti stanno facendo questo; hanno il loro dio, Lenin, e dopo di lui Stalin, e così via sino ai signori di adesso. È lo stesso meccanismo. Tutto ciò è in parte molto intelligente. E gli scienziati, i fisici teorici, sono anche parzialmente molto intelligenti. Allora che cosa è un'intelligenza integrale? Capite? Un'intelligenza che è completa, che non è frammentaria. Per certi aspetti sono molto intelligente, ma per altri sono stupido. C'è un'intelligenza parziale in diverse fasi della vita. Ma, stiamo chiedendo, c'è un'intelligenza che è completa, che non è frammentaria? Lo scoprirete? O dovrò scoprirlo io e poi dirvelo? Scusate, sarò io a rispondere alla domanda o sarete voi? Esiste un'intelligenza incorruttibile, indipendente dalle circostanze, che non è prammatica, non è egoista e pertanto frammentaria, non intera? C'è un'intelligenza che è impeccabile, che non ha falle, che copre ogni aspetto dell'uomo? Per poter indagare questo, il cervello deve essere completamente sgombro da ogni conclusione, da ogni tipo di attaccamento, da ogni tipo di movimento egocentrico, dall'egoismo, e pertanto essere un cervello completamente libero dalla paura e dalla sofferenza. Quando si pone fine alla sofferenza c'è passione. La parola « sofferenza » etimologicamente ha un significato più profondo dello spargere lacrime, accompagnato da dolore, afflizione e angoscia. La passione non è per qualcosa. La passione è di per sé, è, di per se stessa. Una credenza, o la devozione a un simbolo, a una comunità, a qualcosa che immagino, può evocare in me la passione, ma tutto ciò è ancora molto limitato. Pertanto bisogna scoprire, trovare, questa passione che non è concupiscenza e che non ha nessuna motivazione. Esiste una tale passione? Sì, c'è quando finisce la sofferenza. Quando la sofferenza finisce, c'è amore e compassione. E quando c'è compassione, non per questo o per quello, ma semplicemente compassione, allora tale compassione possiede la quintessenza ultima dell'intelligenza. Vale a dire che non fa parte del tempo, né dipende da alcuna teoria o tecnologia, non appartiene a nessuno; questa intelligenza non è né personale né universale, e non è esaurita dalle parole. La malattia fisica è di qualche beneficio all'essere umano? L'uomo riceve un qualche beneficio, un qualche compenso, un qualche vantaggio dalla malattia fisica? Dall'essere ammalato? Ora io faccio a voi questa domanda. Sono sicuro che la maggior parte di noi è stata ammalata una volta o l'altra, ammalata mentalmente, cioè di una malattia del cervello, come la nevrosi, la psicopatia, eccetera, oppure ammalata fisicamente, a causa di qualche organo che non funziona nel modo dovuto. Ora, ascoltate, semplicemente: qual è la differenza tra malattia e salute? Che cosa è la salute? Che cosa significa stare straordinariamente bene? La domanda è: c'è un qualche vantaggio, un qualche beneficio che proviene dalla malattia? Che cosa pensate? A questa domanda chi parla risponderebbe di sì, che c'è – mi dispiace! Quando siete ammalati, quali sono le vostre reazioni, le vostre risposte? Quando si è ammalati si desidera evitare il dolore, prendendo subito una pillola, oppure si va immediatamente da un dottore, che ci dice che cosa fare. Voi volete superare la malattia in fretta, perché potreste perdere il lavoro, eccetera, eccetera. Ma se non avete paura della malattia, essa ha un significato alquanto differente. Chi parla, se posso raccontarvi di cose personali, è stato paralizzato per un mese, in Kashmir, per diverse ragioni; al poveretto fu somministrata una dose eccessiva di antibiotici, e pochi giorni dopo era paralizzato, per un mese. Pensavo che fosse la fine. Pensavo, ecco, ci siamo. Chi parla non era spaventato. Diceva: "Va bene, sarò paralizzato per tutto il resto della vita". Questo è successo veramente. Non sto esagerando. Mi portavano di peso, mi lavavano e tutto il resto, per un mese intero. Sapete che cosa vuol dire? Fortunatamente non lo sapete. Ma se avessi lottato contro tutto ciò e avessi detto: "Che medici stupidi. Io sono reattivo agli antibiotici", sarebbe stato peggio e non avrei imparato nulla da questo; non ci sarebbe stata nessuna purificazione per il mio corpo, non ne avrei ricevuto alcun beneficio. Chi parla è stato parecchie volte molto, molto ammalato. Non parlerò di ciò. Ma se non si ha paura di accettare questo, di sopportare, se non si ricorre immediatamente a un dottore o a una pillola, la malattia fisica procura un certo vantaggio naturale, un certo beneficio. In un secondo tempo si può anche prendere una pillola, ma procedete lentamente, con pazienza, osservando le vostre reazioni, esaminando perché c'è questa smania di essere sani, di non avere alcun dolore, che vi fa opporre resistenza alla malattia. Questo egoismo può essere uno dei fattori della malattia. Può essere la vera ragione della malattia. Capite tutto questo? È chiaro? Va bene? Perché fa una differenza tra il cervello e la mente? Ho paura che questa dovrà essere l'ultima domanda. Ne sono rimaste molte altre, ma questa dovrà essere l'ultima. Innanzitutto, che cosa è il cervello? Ricordatevi che noi non siamo dei professionisti; siamo persone comuni che non sono specialisti del cervello. Sebbene chi vi parla abbia discusso con alcuni specialisti del cervello, egli non è, sottolineato non, uno specialista del cervello. Dunque ci stiamo chiedendo l'un l'altro che cos'è il cervello, non che cos'è la struttura biologica e fisica del cervello. Di tutto ciò, non so assolutamente nulla. Ma che cos'è questa cosa con cui viviamo che opera nella vostra vita quotidiana, e che non è consapevolezza superiore o inferiore? Voi lo conoscete questo trucco. È quello che adoperano i guru. Vi aiutano a far discendere la consapevolezza superiore a livello di quella inferiore, oppure a realizzare la consapevolezza suprema tramite la meditazione, la ripetizione di certe pratiche, l'obbedienza a loro. Tutte queste cose non ci riguardano. Per quanto riguarda la consapevolezza, ne tratteremo fra poco. Vi dispiace se passiamo a esaminare questo? Allora come funziona, come funziona quotidianamente il nostro cervello – il vostro cervello, non il mio cervello, il vostro cervello, il cervello umano, che voi viviate in Svizzera, America, Russia o nell'Estremo Oriente – che cosa accade nella nostra vita d'ogni giorno, che consiste nella capacità di usare il cervello, il pensiero, nella possibilità di scegliere, di decidere e di agire? Dovunque viviamo, l'attività del cervello occupa una parte molto importante nella nostra vita. Allora, che cosa è il cervello? Noi non siamo dei professionisti, stiamo imparando. Osserviamo il nostro cervello. Azioni e reazioni. Sensazioni. Condizionamenti del passato – io sono un induista, tu sei un cristiano, io sono un buddhista, tu sei un musulmano e così via; io appartengo a questo paese e tu appartieni a quel paese; io credo con molta forza; sono giunto a certe conclusioni, e non le mollo; i miei pregiudizi e le mie opinioni sono forti, e io mi attacco, voglio realizzarmi, voglio diventare qualcosa – seguite? Questa è la nostra routine quotidiana, e inoltre: l'angoscia dell'ansietà, una solitudine tremendamente depressiva, e la fuga da questa solitudine tramite la televisione, i libri, i riti, il tempio, la chiesa, la moschea, Dio. Conflitti. Conflitti. Conflitti. Ecco in che cosa è imprigionato il cervello per tutto il tempo. Non è un'esagerazione. Sono fatti. È così. Il cervello è il centro di tutto questo – le memorie, le reazioni nervose, le preferenze e le avversioni – è il centro stesso di tutta la nostra esistenza, emozionalmente e immaginativamente: arte, scienza, conoscenza. Dunque questo cervello è molto, molto limitato e tuttavia straordinariamente capace. Tecnologicamente ha fatto cose incredibili, che cinquant'anni fa erano inimmaginabili. Tutto ciò è l'attività del cervello condizionato. E vivendo all'interno di questo condizionamento – religioso, politico, commerciale, eccetera – esso è molto limitato, si interessa solo di se stesso, è autosufficiente. Questo è ovvio. Il cervello dice: "Io sono un materialista", e dice anche: "No, no, io sono meglio di questo. Ho un'anima". Per usare la parola sanscrita: "C'è un Atman", e così via. Dunque, tutto ciò è coscienza, giusto? Si sono scritti libri su libri a proposito della coscienza, da parte di specialisti e di non specialisti, ma noi non siamo degli specialisti, noi ci stiamo occupando di ciò che è. La coscienza è ciò che contiene. Quello che essa contiene fa la coscienza. Essa contiene angoscia, credenze, fede, amarezza, solitudine, gelosia, odio, violenza – tutte le qualità, le esperienze degli esseri umani. Cioè, la coscienza non è solo la vostra, perché ogni essere umano di questa terra, dai più poveri, più ignoranti e degradati sino ai più sofisticati e istruiti, ha questi problemi. Possono indossare mantelli e corone e qualsivoglia abito spettacolare, ma se li spogliate di tutto ciò, sono come voi e me. Dunque noi condividiamo la coscienza di ogni essere umano del mondo. So che non accetterete questo, ma non importa: è la realtà, perché voi soffrite e soffre anche quel contadino dell'India che vive di un solo pasto al giorno, non soffre nello stesso modo di voi, ma è sempre sofferenza. I vostri ricordi possono essere diversi da quelli di un altro, ma è sempre ricordo. Le vostre esperienze possono essere diverse, ma è sempre esperienza. Dunque la vostra coscienza non è vostra. È, psicologicamente, la coscienza dell'intera umanità. Tu puoi essere alto e biondo, io posso essere nero, o viola, ma ciò nondimeno questa coscienza ci è comune – psicologicamente. Così voi siete l'intera umanità. Sapete che cosa significa? Se lo accettate come un'idea, allora vi allontanate dalla realtà dei fatti, dalla sua verità, dalla sua reale essenza. Quando c'è questa realtà, questa verità, che voi siete il resto dell'umanità, allora l'intero movimento della vita cambia. Voi non ucciderete gli altri, perché è come uccidere voi stessi. C'era un generale americano – oh, ne ho dimenticato il nome. Durante la guerra, si trova di fronte al nemico. E riferisce al suo capo: "Abbiamo incontrato il nemico. Noi siamo il nemico" Capite? Abbiamo incontrato il nemico che sta dall'altra parte del campo, ma noi siamo il nemico, il nemico è in noi. Allora, quando c'è questa verità che voi siete l'intera umanità, dormiteci insieme, addentratevici, introducetevici, senza accettarla né rifiutarla; addentratevici come in un fiume che scorre. E vedrete che profonda trasformazione ci sarà, una trasformazione che non è intellettuale, immaginaria, sentimentale o romantica. In essa c'è un incredibile senso di compassione, di amore. E quando c'è questo, voi agite secondo la suprema intelligenza.

mercoledì 24 luglio

Domande e risposte: terzo incontro

Ci sono troppe domande e non è possibile rispondere a tutte, ma se ne sono scelte alcune. Ripeto, chi parla non le ha viste. Prima di esaminare queste domande, posso parlarvi di qualcosa? Si è discusso moltissimo sull'arte, che cosa sia l'arte. Io credo che il significato fondamentale di questa parola sia: mettere ogni cosa nel posto che le spetta. Possiamo prima parlare un pò di questo? Quale pensate che sia l'arte più grande, l'arte suprema? È l'arte dell'ascoltare, dell'udire, del vedere, dell'osservare, del percepire e dell'imparare? Per piacere, esaminiamo insieme questa domanda, non lasciate che sia un monologo di chi vi parla. Incominciamo con l'arte dell'udire. Noi udiamo non solo con le orecchie – vibrazioni di parole trasmesse al cervello; certamente è molto più di questo. Ascoltiamo mai qualcuno? Voi ascoltate vostra moglie o vostro marito, o la vostra ragazza, ascoltate realmente ciò che stanno comunicando, stanno cercando di dire? Oppure traducete ciò che vi è detto nella vostra terminologia personale, paragonandolo a quello che già sapete, giudicando, valutando, accettando o rifiutando? È ascoltare questo? Chi sta parlando ora è, sfortunatamente, l'oratore; e voi state ascoltando, state davvero facendo attenzione al significato delle parole, al contenuto delle parole, senza tradurre, senza paragonare, giudicare, essere o non essere d'accordo – state semplicemente ascoltando? State facendo questo, ora? Il modo in cui ascoltiamo gli altri non è forse una delle cose più importanti? Forse l'altro si è messo un profumo troppo forte e voi lo trovate disgustoso, oppure vi piace, e questo fatto che vi piace o non vi piace il profumo, o altri fattori, possono impedirvi di ascoltare ciò che l'altra persona ha da dire. Se avete esaminato la questione abbastanza profondamente, troverete che ascoltare un altro, completamente, è una delle cose più difficili. Voi lo state facendo, ora? Oppure siete irrequieti, e così via? Dunque c'è un'arte dell'udire, dell'ascoltare – giusto? E c'è un'arte del vedere – del vedere le cose così come sono. Quando guardate un albero, lo traducete immediatamente in parole e dite « albero »? Oppure lo osservate, lo percepite, ne vedete la forma, vedete la bellezza della luce che brilla su una foglia, vedete la qualità di quell'albero? Non è qualcosa fatto dall'uomo, fortunatamente; c'è. Così dobbiamo vedere noi stessi come siamo, senza condannare, senza giudicare, senza valutazioni e così via, semplicemente vedere ciò che noi siamo, le nostre reazioni e risposte, i nostri pregiudizi, opinioni – semplicemente vederli, senza far nulla al riguardo, solamente osservarli. Possiamo farlo? Dunque c'è un'arte del vedere le cose così come sono, senza nominarle, senza rimanere impigliati nella rete delle parole, senza che tutto il processo del pensare interferisca con la percezione. Questa è una grande arte. E c'è anche un'arte dell'imparare, non è vero? Che cosa intendete con « imparare »? Generalmente si pensa che imparare significhi memorizzare, accumulare, immagazzinare per poi usare, più o meno abilmente, imparare una lingua, a leggere, a scrivere, a comunicare, e così via. I moderni computer possono fare la maggior parte di ciò meglio di noi. Sono straordinariamente rapidi. Allora qual è la differenza tra noi e il computer? Il computer deve essere programmato. Anche noi siamo stati programmati in diversi modi: dalla tradizione, dalla cosiddetta cultura, dalla conoscenza. E siamo stati anche programmati a essere induisti, buddhisti, cristiani, comunisti, e tutto il resto. È tutto qui, per quanto riguarda l'imparare? Stiamo facendo domande. Non stiamo dicendo che ciò non serve. Imparare a guidare l'auto, imparare una lingua, e così via, è necessario. Ma, stiamo chiedendo, imparare non è qualcosa di più? Siamo insieme riguardo a questo? Per favore, non limitatevi a guardarmi – questa persona non è molto interessante. Quello che noi chiediamo è: l'imparare è semplicemente memorizzare? Perché se questo è tutto, allora il computer può far meglio di noi. Ma non è forse l'imparare qualcosa di molto di più? Imparare significa imparare in continuazione, non accumulare, non raccogliere ciò che si è visto, ciò che si è osservato, udito, studiato e immagazzinarlo. Per chi vi parla imparare significa un'osservazione costante, ascoltare, muoversi, non dire mai la propria opinione, non prendere mai posizione, non ricorrere mai alla memoria, non lasciarla mai agire. Questa è una grande arte. Poi c'è l'arte della disciplina. Questa parola viene da « discepolo », chi impara da qualcun altro, non necessariamente da un maestro o da un guru – che sono generalmente piuttosto stupidi – chi impara a disciplinarsi secondo una norma, come un soldato, un monaco, come coloro che vogliono essere molto austeri e disciplinano il proprio corpo: è l'intero processo del controllo, della direzione, dell'obbedienza, della subordinazione, dell'educazione. Per me, per chi vi parla, la disciplina è una cosa terribile. Ma se il vostro udito è penetrante, non solo quello delle orecchie, ma anche quello che consiste nell'ascoltare profondamente voi stessi, tutto ciò che sta succedendo attorno a voi, nell'ascoltare gli uccelli, il fiume, la foresta, la montagna, nell'osservare il più piccolo insetto sul pavimento, se i vostri occhi sono abbastanza buoni per vederlo – tutto ciò costituisce una forma di vita che diviene di per sé una disciplina, in costante movimento. Ritorniamo alle domande. Accidenti! Fa piuttosto caldo! Abbiamo avuto giornate meravigliose, per tre settimane, deliziose mattine, belle serate, le lunghe ombre e le profonde valli azzurre e il cielo blu e limpido e la neve. Abbiamo avuto tre settimane meravigliose. Non abbiamo mai avuto un'intera estate tutta così. E dunque le montagne, le valli, gli alberi e il fiume ci danno l'addio. Possiamo procedere con le nostre domande? Vedo che la causa della mia confusione è il pensiero. Ma se cerco dì approfondire, si produce ancor più pensiero, in un processo senza fine. Per favore, cosa ne pensa? Un pensiero si associa ad altri pensieri – giusto? Non esistono pensieri che stanno da soli. Ciò che noi chiamiamo pensare è una serie di movimenti. Penso alle mie scarpe, poi a come tenerle pulite; le lucido (come io faccio). Pertanto un pensiero da solo non può esistere – cioè, un unico pensiero senza tutte le associazioni connesse. E il pensare è la nostra stessa vita. Ciò è davvero ovvio. Voi non sareste lì e chi parla non sarebbe qui, se noi non ci avessimo pensato. Ci abbiamo pensato perché ci sono state precedenti associazioni – reputazione, libri e tutto il « bla, bla, bla », e voi venite qui e anch'io vengo, chi parla viene. Dunque non c'è pensiero che stia da solo. Scoprire questo è importante. Il pensiero è sempre in relazione a qualcos'altro; e nel seguire un pensiero sorgono altri pensieri. Chi parla si sta lucidando le scarpe, guarda fuori della finestra e vede le montagne e si perde! E deve ritornare in sé e lucidarsi le scarpe. Io voglio concentrarmi su qualcosa e il pensiero sfreccia via in un'altra direzione. Lo trattengo e cerco di concentrarmi. Questo continua a succedere per tutto il tempo, dall'infanzia fino alla morte. E più penso riguardo al pensiero, più c'è pensiero: "Non dovrei pensare così, debbo pensare in modo giusto, c'è un pensare giusto, c'è un pensare sbagliato, c'è un pensare che ha un significato, che scopo ha la mia vita?", e così via. Inizia l'intero processo del pensare, che non conosce fine. Ha fatto le cose più straordinarie. Nel campo della tecnologia, ha fatto le cose più spaventose, cose terrificanti. Ha fabbricato tutti i riti di ogni religione, e ha torturato esseri umani. Ha cacciato delle persone da una parte del mondo all'altra, eccetera, eccetera. Il pensiero, che sia orientale o occidentale, è sempre pensare. Non ci sono due cose separate, un pensare orientale e un pensare occidentale. Perché il filo è il pensiero – giusto? Siamo insieme? Dunque la domanda è: può finire il pensiero – non il vostro modo di pensare, o il mio, o il dire che noi tutti stiamo pensando insieme, che ci stiamo tutti muovendo nella stessa direzione? Stiamo chiedendo se il pensiero potrà mai aver fine. Cioè, può finire il tempo? Il pensare deriva dalla conoscenza, dalla memoria. Per acquisire conoscenza, ci vuol tempo. Anche il computer, che è così straordinario, ha bisogno di una frazione di secondo prima di potere affrettarsi a dire ciò che vuole. Così quando chiediamo se il pensiero potrà mai finire, stiamo anche chiedendo se c'è una fine al tempo. È una domanda piuttosto interessante, se la esaminate. Il tempo, che cosa significa per noi, non solo psicologicamente ma anche esteriormente – tramonto, alba, imparare una lingua, eccetera, eccetera? Per andare da un posto all'altro avete bisogno di tempo. Anche i treni e gli aerei più veloci hanno bisogno di tempo per arrivare in qualche posto. Dunque... per piacere, seguite questo – finché c'è una distanza tra « ciò che è » e « ciò che potrebbe essere », tra « ciò che sono » e « ciò che sarò » – può essere una distanza molto breve oppure una distanza di secoli – questa distanza può essere coperta solamente tramite il tempo. Pertanto il tempo implica un'evoluzione – va bene? Voi piantate il seme nel suolo, e ci vuole una stagione intera perché maturi, perché cresca, o un migliaio di anni perché divenga un albero completamente sviluppato. Tutto ciò che cresce o diviene ha bisogno di tempo. Tutto. Dunque tempo e pensiero non sono due movimenti separati. Costituiscono un unico e compatto movimento. E noi chiediamo se il pensiero e il tempo hanno una fine, se possono arrestarsi. Come lo scoprirete? Questo è uno dei problemi che l'essere umano ha dovuto affrontare fino dagli inizi dell'umanità. Il movimento del tempo è un cerchio; il tempo è una schiavitù. La speranza, io spero, implica il tempo. Pertanto l'uomo si è chiesto non se c'è l'eternità ma piuttosto se c'è una fine al tempo. Capite la differenza? Questa è veramente una domanda molto seria. Noi non stiamo indagando sull'eternità. Noi stiamo indagando se il tempo, cioè il pensiero, ha una fine. Ora come scoprirete questo? Tramite l'analisi? Tramite la cosiddetta intuizione? Questa parola, intuizione, che si usa così tanto, può essere molto pericolosa, può celare i nostri desideri nascosti. Può essere la nostra profonda motivazione inconscia. Può essere la suggestione delle nostre tendenze, delle nostre idiosincrasie, del nostro particolare cumulo personale di conoscenza. Allora chiediamo, se voi lasciate da parte tutto ciò, può fermarsi il tempo? E abbiamo chiesto, come lo scoprirete? Voi, non chi parla o qualcun altro, perché ciò che dicono gli altri non ha importanza. Pertanto dobbiamo indagare molto, molto profondamente, la natura del tempo, cosa che abbiamo fatto nelle ultime conversazioni. Abbiamo anche esaminato molto profondamente qual è la natura del pensiero. Tutto questo può giungere alla fine? Oppure è un processo graduale? Se è un processo graduale, questa stessa gradualità è tempo, pertanto non può essere graduale – giusto? Non può essere « alla fine ». Non può succedere il prossimo fine settimana o domani, o tra pochi minuti. Non può succedere neppure tra un secondo. Tutto ciò lascia spazio al tempo. Se si afferra veramente tutto questo, se si comprende profondamente la natura del pensiero, la natura del tempo, la disciplina, l'arte della vita – se si accetta questo, quietamente, senza offuscarlo con ogni genere di movimenti, se semplicemente si accetta questo – allora si può intravedere quale sia la sua natura, intuire direttamente, ciò che non dipende dalla memoria, da nulla. Scopritelo! Chi vi parla può dire con facilità, sì, è vero. Ma questo sarebbe troppo infantile. Se non proviamo – senza limitarci a dire sì, sì, o a essere d'accordo – se non indaghiamo veramente, se non proviamo, se non ci sforziamo, se non esaminiamo in profondità, non ci è possibile trovare questo strano senso di assenza del tempo. La seconda domanda dice: Per piacere ci parli di più del tempo e della morte. Abbiamo discusso molto del tempo, del pensiero, e della relazione tra il tempo e la morte. Che relazione c'è tra il pensiero, il pensare, e questa straordinaria cosa che è chiamata morte? Se si è spaventati dalla morte, allora non si vedrà mai la dignità, la bellezza e la profondità della morte. La paura è causata dal pensiero e dal tempo. Noi l'abbiamo esaminata molto attentamente. La paura di per sé non esiste. La paura esiste quando c'è bisogno di sicurezza, non solo di una sicurezza fisica e biologica, ma di molto di più. Apparentemente gli esseri umani insistono, necessitano, richiedono di essere psicologicamente sicuri. Pertanto dobbiamo indagare sulla sicurezza, vale a dire sull'essere al sicuro, protetti. Sicurezza significa protezione – giusto? Debbo proteggere ciò che mi dà sicurezza, non importa se è la sicurezza della posizione, la sicurezza del potere, la sicurezza di tantissimi possedimenti. Avere dei milioni in una banca vi dà un grande senso di sicurezza. Il possedere una bella villetta vi dà sicurezza. La sicurezza implica anche avere una compagna che vi starà a fianco, che vi aiuterà, che vi conforterà, che vi darà ciò che voi volete e ciò che lei vuole. Dunque, nella famiglia noi cerchiamo sicurezza. La cerchiamo nella comunità. Nella nazione, nella tribù, e questo stesso tribalismo, nazionalismo impedisce tale sicurezza, perché causa la guerra, una tribù che uccide l'altra tribù, un gruppo che distrugge un altro gruppo. Così, sta diventando materialmente sempre più difficile essere al sicuro. I terroristi potrebbero entrare in questa tenda e far saltare tutto. Noi abbiamo bisogno non solo di sicurezza fisica ma anche di sicurezza psicologica. La sicurezza psicologica è la più grande necessità. Ma noi chiediamo: esiste davvero una sicurezza psicologica? Per favore, ponetevi questa domanda che è veramente molto, molto importante: esiste davvero una sicurezza interiore, soggettiva, che, per così dire, scorre nelle vostre vene? Io posso far conto su di voi in quanto pubblico, e voi potete far conto su di me in quanto oratore. Se chi vi parla cerca in voi una sicurezza, allora si sente terribilmente insicuro se non ha nessuno a cui parlare. Dunque, esiste davvero una sicurezza psicologica? Il mondo cambia costantemente di giorno in giorno, cambia continuamente e tremendamente. È davvero ovvio. Materialmente si ha bisogno di un pò di sicurezza per potere stare seduti qui e parlare insieme, ma questa viene gradualmente a mancare. Voi non potete far questo nei paesi comunisti. Allora si riconosce il fatto che psicologicamente non c'è sicurezza. Questa è la verità; non c'è nessuna sicurezza psicologica. Io posso credere, io posso aver fede, ma potete arrivare voi e fare tutto a pezzi. Tanto più mi rafforzo in ciò che credo, quanto più ciò che credo può essere fatto a pezzi. Posso avere fede in qualcosa, in un simbolo, in una persona, ma questa può essere distrutta dall'argomentazione, dalla logica. Dunque non c'è affatto alcuna sicurezza psicologica. Anche se l'abbiamo cercata, anche se abbiamo tentato di ottenerla, di fare qualsiasi cosa per essere sicuri psicologicamente, alla fine c'è la morte. C'è la morte. E la morte è la cosa più straordinaria. È il porre fine a un lungo senso di continuità. Noi speriamo di trovare una sicurezza in tale continuità, perché il cervello può funzionare perfettamente solo quando si sente completamente al sicuro – sicuro dal terrorismo, sicuro in una fede, sicuro della conoscenza, eccetera, eccetera. Tutto questo giunge alla fine quando arriva la morte. Anche se ci può essere la speranza in una vita futura e tutta quella roba, è veramente la fine di una lunga continuità. E io mi sono identificato con questa continuità. Questa continuità è me stesso. E la morte dice: "Mi dispiace, vecchio mio, questa è la fine". E non si è spaventati dalla morte, veramente non spaventati, perché si vive in continuazione con la morte – cioè, con il continuo finire. Non si tratta di continuare e finire, ma di porre fine ogni giorno a ciò che si è accumulato, che si è memorizzato, a ciò di cui abbiamo fatto esperienza. Il tempo ci offre speranza, il pensiero ci dà conforto, il pensiero ci assicura una continuità, e noi diciamo: "Bene, nella prossima vita...". Ma se io non pongo fine ora a queste sciocchezze, alla stupidita, alle illusioni, e a tutto il resto, esse continueranno anche nella prossima vita – se c'è una prossima vita. Pertanto il pensiero, il tempo, danno il senso della continuità, e noi ci attacchiamo a questo senso di continuità e allora c'è paura. E la paura distrugge l'amore. Amore, compassione, morte. Non sono movimenti separati. Dunque chiediamo: possiamo vivere con la morte, e, possono fermarsi il pensiero e il tempo? Ciascuno dipende dall'altro. Non separate tempo, pensiero e morte. Sono una cosa sola. Non è forse un atto di violenza e corruzione avere una sicurezza materiale mentre altri stanno morendo di fame? Chi è che pone questa domanda? Chi parla vi sta chiedendo, scusate, chi ha posto questa domanda? Si tratta di chi possiede la sicurezza materiale e pensa ai poveri, agli affamati, oppure chi pone la domanda è l'affamato? Se voi e io stiamo economicamente bene, ci possiamo permettere di fare questa domanda. Ma se voi e io fossimo veramente poveri, la faremmo questa domanda? Vedete, ci sono tanti riformatori sociali nel mondo, i benefattori. Non voglio parlare di ciò ora, perché non ne abbiamo il tempo. Osservate attentamente. Si stanno forse realizzando nel lavoro sociale, nel far qualcosa per i poveri? Questa domanda è stata fatta a chi vi parla, quando era in India – che cosa fate per i poveri? Stanno morendo di fame, lei sembra ben nutrito, che cosa fa per loro? Allora chiedo, chi pone questa domanda? Chi parla non sta evitandola. Egli è cresciuto in povertà. È dunque chi parla quando era giovane, quando viveva in povertà, che fa questa domanda? Nel mondo c'è povertà; ci sono quartieri miserabili, condizioni di vita spaventose. (Sembra che in Svizzera non ci siano quartieri miserabili. Grazie a Dio!). Ci sono i baraccamenti, i ghetti, coloro che sono molto, molto, molto poveri, un pasto al giorno e tutto il resto. E noi che cosa facciamo? È questa la vera domanda, non è vero? Forse voi siete ricchi, io non sono forse così ricco, ma la domanda è: vedendo tutto ciò, noi, in quanto esseri umani, che cosa facciamo? Qual è la nostra responsabilità? Ci stiamo interessando – scusate, non stiamo evitando la domanda – ci stiamo interessando della povertà? Povertà. Che cosa significa? Povertà materiale? Oppure povertà psicologica? Capite? Essere poveri, psicologicamente, nel senso che potete sapere molte cose sulla psiche e tuttavia continuate a essere poveri. L'analista è povero, e cerca di risanare gli altri, che sono pure poveri. Dunque cos'è la povertà? Essere povero è non essere raffinato, è essere ignorante. Allora che cosa è l'ignoranza? È non leggere libri, non saper scrivere, avere un solo pasto al giorno, un solo vestito? Oppure la povertà è prima di tutto psicologica? Se sono ricco interiormente posso fare qualcosa. Se sono povero interiormente, la povertà non è un problema esteriore. E dobbiamo capire non solo che cosa è la povertà, ma anche tutto ciò che essa implica – compassione, generosità. Se avete una camicia, la date via. Una volta chi parla stava camminando sotto la pioggia in India e incontrò un bambino che gli disse: "Dammi la tua camicia". Io risposi: "Va bene". E gliela diedi. Poi disse: "Dammi la tua maglietta". Io dissi: "Un momento. Vieni a casa con me. Puoi avere tutto ciò che vuoi, cibo, vestiti, tutto ciò che vuoi, entro certi limiti, naturalmente". Così mi seguì, tenendomi per mano; era molto povero, sporco. Stava diluviando e camminammo insieme verso casa. Lo lasciai, e andai di sopra per prendere dei vestiti per lui. E il bambino si aggirò per la casa, curiosando in ogni armadio, dappertutto. La persona con la quale chi parla abitava lo scovò e disse: "Che cosa stai facendo in questa parte della casa?". "Mi ha chiesto di entrare", egli disse. "Ma non ti ha detto di venire di sopra e di curiosare dappertutto. Perché lo stai facendo allora?". E il bambino ebbe un pò paura e disse: "Mio padre è un ladro". Era pronto a portarsi via la casa. Dunque dobbiamo occuparci non solo della povertà esteriore ma anche di quella interiore. Probabilmente nel mondo non ci sarebbe povertà se tutte le nazioni si riunissero e decidessero di risolvere questo problema. Lo potrebbero risolvere. Ma sono divise dai nazionalismi, dalle organizzazioni sociali, dalle credenze religiose. Così il mondo intero rifiuta ogni genere di azione che trascende tutti i nostri nazionalismi, le nostre credenze e religioni e che aiuta realmente, con lo sforzo comune, a risolvere questo problema della povertà esteriore. Nessuno vuole fare questo. Abbiamo parlato ai politici, a gente che occupa posti importanti, ma non sono interessati. Allora cominciamo con noi stessi. Può il nostro limitato cervello comprendere l'illimitato, che è bellezza e verità? Qual è il fondamento della compassione e dell'intelligenza e come può veramente manifestarsi in ciascuno di noi? Va bene? È chiara la domanda? Come può il nostro cervello, che è limitato, comprendere l'illimitato? Non può, perché è limitato. Possiamo comprendere il significato, la profondità, della qualità del cervello e riconoscere il fatto – il fatto, non l'idea – che i nostri cervelli sono limitati dalla conoscenza, dalle specializzazioni, dalle diverse discipline particolari, dall'appartenere a un gruppo, a una nazionalità, e tutto il resto, e che questo è fondamentalmente egoismo, camuffato, celato, da ogni genere di cose – mantelli, corone, riti? Essenzialmente, questa limitazione si manifesta quando c'è egoismo. È davvero ovvio. Quando mi interesso della mia felicità, della mia realizzazione, del mio successo, questo stesso egoismo limita la qualità del cervello e la sua energia – chi vi parla, come abbiamo detto, non è uno specialista del cervello, anche se ne ha discusso con diversi professionisti. Il cervello, per milioni di anni, si è evoluto secondo il tempo, la morte e il pensiero. Evoluzione non significa forse tutta una serie di eventi temporali? Per inventare tutti i riti religiosi ci vuol tempo. E così il cervello è stato condizionato, limitato dal suo stesso volere, dalla sua ricerca di sicurezza, dal rimanere chiuso in se stesso, dicendo: "Io credo", "Io non credo", "Sono d'accordo", "Non sono d'accordo", "Questa è la mia opinione", "Questo è il mio giudizio" – egoismo. E tutto si riduce all'egoismo, sia nelle gerarchie religiose, che tra i vari eminenti politici, in chi cerca il potere nel denaro, o nel professore con la sua incredibile conoscenza accademica, o tra i guru, che parlano tutti di bontà, pace e tutto il resto. Riconoscetelo. Così il nostro cervello è divenuto molto, molto piccolo – non nella forma o nella dimensione, ma nel senso che noi abbiamo ridotto la sua qualità, che ha un'immensa capacità. Immensa. Tecnologicamente è migliorato, ha anche un'immensa capacità di introspezione che può essere molto, molto, molto profonda, ma che è limitata dall'egoismo. Lo scoprire da se stessi dove si nasconde l'egoismo richiede molta sagacia. Si può nascondere dietro un'illusione, nella nevrosi, nelle finzioni, in qualche cognome. Per scoprirlo, sollevate ogni pietra, ogni filo d'erba. Potete concedervi del tempo per scoprirlo, e ciò diviene un'ulteriore schiavitù, oppure potete vederlo, afferrarlo, intuirlo in profondità immediatamente. Quando la vostra visione profonda è completa, include tutto. Dunque, chi fa la domanda dice, come può il cervello, che è condizionato, comprendere l'illimitato, che è bellezza, amore e verità? Qual è il fondamento della compassione e dell'intelligenza, ed è possibile che si manifesti in noi – in ciascuno di noi? È un invito alla compassione? È un invito all'intelligenza? È un invito alla bellezza, all'amore e alla verità? State cercando di capire tutto ciò? Vi sto facendo una domanda. State cercando di comprendere che cosa è la qualità dell'intelligenza, che cosa è la compassione, l'immenso senso della bellezza, il profumo dell'amore e di quella verità che nessun sentiero può raggiungere? È questo ciò che volete capire, afferrare – volete trovarne il fondamento? Può il cervello, che è limitato, capire questo? Non potete assolutamente capirlo, né afferrarlo, anche se fate ogni genere di meditazioni, se digiunate, vi torturate o divenite terribilmente austeri, e indossate un solo pezzo di stoffa o un solo abito. La verità non può essere raggiunta né dai ricchi, né dai poveri, né da coloro che hanno fatto voto di celibato, di silenzio, di austerità. Tutto questo è stabilito dal pensiero, è stato costruito dal pensiero secondo una successione; tutto ciò è frutto del pensiero intenzionale, del desiderio di ottenere uno scopo. Come qualcuno disse a chi vi parla: "Datemi dodici anni e vi farò vedere Dio". Pertanto, poiché il cervello è limitato, fate quello che volete, sedetevi a gambe incrociate, nella posizione del loto, andate in trance, meditate, state sulla vostra testa, o su di una gamba sola – qualunque cosa facciate, non otterrete nulla. Perché non c'è compassione. Pertanto si deve capire che cos'è l'amore. L'amore non è sensazione, l'amore non è piacere, desiderio, soddisfazione. L'amore non è gelosia, odio. L'amore è comprensivo, generoso, garbato, ma queste qualità non sono l'amore. Per capire questo, per arrivare a ciò, ci vuole un grande senso della bellezza, la capacità di apprezzarla. Non si tratta della bellezza di una donna o di un uomo, o di una stella del cinema. La bellezza non è nelle montagne, nei cieli, nelle valli o nel fiume che scorre. La bellezza esiste solo quando c'è l'amore. E la bellezza, l'amore sono compassione. La compassione non si basa su nulla; non esiste per i vostri comodi. Questa bellezza, questo amore, questa verità è la più alta forma di intelligenza. Quando c'è tale intelligenza c'è azione, chiarezza, uno straordinario senso di dignità. È qualcosa di inimmaginabile. E ciò che non può essere immaginato, l'illimitato, non può essere espresso in parole. Può essere descritto; i filosofi l'hanno descritto, ma i filosofi che l'hanno descritto non sono ciò che hanno descritto. Dunque per trovare questo grande senso, ci deve essere l'assenza del me, dell'io, dell'attività egocentrica, del divenire. Ci deve essere un grande silenzio. Silenzio significa svuotarsi di tutto. In esso c'è un vasto spazio. Dove c'è un vasto spazio c'è un'immensa energia, un'energia che non è egoistica – un'energia illimitata.

giovedì 25 luglio

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