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Il silenzio della mente

Il silenzio della mente
Meditazioni sul vivere – vol 2°
Traduzione di Anna Mola

1. Felicità creativa

Una città respira sulle rive del grande fiume; ampi e lunghi gradini conducono giù fino all’acqua, e il mondo sembra vivere su quei gradini. Dall’alba sino a sera inoltrata sono sempre affollati e pieni di voci e grida; quasi a livello dell’acqua, altri piccoli gradini si protendono verso il fiume, e la gente vi siede perduta nelle speranze e nei desideri, nelle meditazioni e nelle recitazioni. Le campane del tempio suonano, il muezzin chiama; qualcuno sta cantando, una folla enorme si è radunata e ascolta in un silenzio ammirato.

Più oltre, dietro l’ansa, e più su, risalendo il fiume, si scorgono moltissimi edifici. Divisi dalle larghe strade costeggiate dagli alberi, i palazzi si susseguono verso l’interno per molti chilometri; proseguendo lungo il fiume, un viottolo stretto e sudicio conduce in questo angolo separato dove si studia. Tanti e tanti allievi provenienti da tutto il paese vivono qui, e sono seri, attivi e vivaci; invece gli insegnanti hanno un atteggiamento arrogante e appaiono solo interessati a tramare per ottenere posizioni e salari migliori. Nessuno sembra avere veramente a cuore ciò che potrà accadere agli studenti una volta terminati gli studi: gli insegnanti si limitano a impartire determinate conoscenze e tecniche che i ragazzi più svegli apprendono facilmente; e quando si diplomano, è tutto. Gli insegnanti hanno un lavoro garantito, hanno famiglia e sicurezza; invece quando gli studenti lasceranno la scuola, dovranno affrontare gli sconvolgimenti e le incertezze della vita. Esistono palazzi, insegnanti e studenti di questo tipo un po’ in tutto il paese. Alcuni studenti raggiungono la fama e conquistano una posizione di prestigio nel mondo; altri sopravvivono, lottano e muoiono. Lo Stato esige tecnici competenti, amministratori che reggano le sorti del paese; e non dimentichiamo l’esercito, la Chiesa e la carriera. In tutto il mondo è la stessa storia.

Non è forse solo per imparare una tecnica e ottenere un buon lavoro, una professione prestigiosa, che intraprendiamo un percorso che ci riempie la mente superiore di fatti e conoscenze? Naturalmente, nel mondo moderno, un buon tecnico ha le possibilità migliori per guadagnarsi da vivere; ma poi? Un buon tecnico è forse in grado di affrontare meglio il difficile mestiere di vivere rispetto a colui che non lo è? Una professione è solo una parte della vita; esistono altre parti che sono nascoste, sottili e misteriose. Enfatizzarne una e negarne o contrastarne un’altra non può che portare inevitabilmente a un insieme di azioni fuorviate e disgreganti, come con triste puntualità si sta verificando nel mondo attuale, dove i conflitti e la confusione, la miseria e la sofferenza aumentano di giorno in giorno. Anche se per fortuna esistono rare eccezioni: i creativi, le persone felici, coloro che non hanno a che fare con ciò che è strettamente determinato dall’uomo, che non sono dipendenti dalle istanze della mente.

Voi e io intrinsecamente possediamo la capacità di essere felici, di essere creativi, di metterci in contatto con quel qualcosa che sfugge alle grinfie del tempo. La felicità creativa non è un dono riservato a pochi; e allora com’è che la grande maggioranza sembra non sospettarne nemmeno l’esistenza? Perché alcuni di noi sembrano riuscire a restare in contatto con il proprio io profondo a dispetto delle circostanze e degli accadimenti avversi, mentre altri ne vengono semplicemente distrutti? Qual è la ragione per cui alcuni di noi riescono a mantenere una particolare elasticità e possedere quindi ottime capacità di ripresa, mentre altri sono caratterizzati da un atteggiamento di rigidità e vengono quindi travolti? A dispetto d’ogni sapere, alcuni lasciano la porta aperta a ciò che nessuna persona e nessun libro possono offrire, mentre altri vengono soffocati dalla tecnica e dall’autorità. Perché? È abbastanza chiaro che la mente ha bisogno di essere impegnata e coinvolta in determinate attività, lasciando da parte i contenuti più profondi e vasti: in questo modo si muove su un terreno più sicuro. L’educazione, gli esercizi e le attività della mente vengono incoraggiati e sostenuti solo se si mantengono a un livello superficiale e tutti noi ci inventiamo scuse per non andare oltre.

Prima di essere contaminati dalla cosiddetta educazione, molti bambini sono in contatto con l’inconoscibile: e lo dimostrano in tantissimi modi. Ma presto l’ambiente incomincia a richiudersi su di loro, e crescendo sono destinati a perdere quella luce, quella bellezza che non si trova in nessun libro e non si impara in nessuna scuola. Perché? Non diciamo che la vita è troppo per loro, che devono affrontare la dura realtà dell’esistenza, che è il loro karma, che è il peccato originale: tali affermazioni sono senza senso. La felicità creativa è per tutti e non solo per pochi: tu puoi esprimerla in un modo e io in un altro, ma continua a essere per tutti. La felicità creativa non ha un valore di mercato; non è un bene che può essere venduto al miglior offerente, ma è la sola cosa che può essere di tutti, per tutti.

La felicità creativa è quindi realizzabile? La mente è in grado di mantenersi in contatto con ciò che rappresenta la fonte di tutte le felicità? Questa sorta di apertura può essere presente in noi per tutta la vita, a dispetto della conoscenza e della tecnica, dell’educazione e dell’accavallarsi degli accadimenti della vita? Sì, è possibile, ma solo a patto che l’educatore sia egli stesso educato a questa realtà; solo a patto che colui che insegna continui a restare in contatto con la sorgente della felicità creativa. Il nostro problema non è quindi l’alunno, il bambino, ma l’insegnante e i genitori. L’educazione diventa un circolo vizioso solo quando non riusciamo a vedere l’importanza e la necessità essenziale di questa felicità suprema. Essere aperti alla sorgente di tutte le felicità è la più alta delle religioni; ma per realizzare una tale felicità bisogna dedicarle molte attenzioni, così come si farebbe per una qualsiasi altra importante attività. La professione dell’insegnante non può essere un semplice impiego di routine: dovrebbe invece incarnare l’espressione stessa della bellezza e della gioia, che non possono essere certo misurate in termini di traguardi e di successi.

Quando la mente, sede dell’io, assume il controllo, offusca la luce, lo splendore e la meraviglia della realtà. La conoscenza profonda di se stessi è l’inizio della saggezza: senza una conoscenza intima del nostro io più profondo, l’apprendere non potrà che condurci all’ignoranza, al conflitto e al dolore.

2. Condizionamento

Era molto compreso nel suo modo: aiutare l’umanità e compiere opere buone. Oltre a essere molto attivo in numerose organizzazioni umanitarie e di assistenza sociale, affermava anche di non essersi mai concesso una lunga vacanza, e che sin dai tempi della sua laurea non aveva fatto altro che adoperarsi con costante impegno per migliorare la vita dei meno fortunati: naturalmente, non percepiva alcun compenso per il lavoro che svolgeva, e che era sempre stato di estrema importanza per lui; era infatti molto attaccato a ciò che faceva: era riuscito a diventare un operatore sociale di grande prestigio, e ne era assai orgoglioso. Ma durante una conversazione aveva sentito qualcosa sulle diverse modalità di fuga che condizionano la mente, e voleva discuterne e andare a fondo della questione.

«Pensi che lavorare nel sociale possa essere condizionante? E che questo condizionamento potrebbe portare a ulteriori conflitti?»

Innanzitutto, dobbiamo chiarire cosa intendiamo per condizionamento. Quando siamo consapevoli di essere condizionati? O piuttosto, ce ne rendiamo mai conto? Siete consapevoli del vostro condizionamento, o semplicemente consci delle lotte e dei conflitti ai vari livelli del vostro essere? Penso che non siamo consapevoli del nostro condizionamento, ma solo dei conflitti, del dolore e del piacere.

«Cosa intendi per conflitti?»

Tutti i tipi di conflitto: fra le nazioni, fra diversi gruppi sociali, fra individui, e nel rapporto con noi stessi. Il conflitto non è forse inevitabile fino a che non si riesce a realizzare una integrazione fra chi agisce e l’azione, fra sfida e risposta? Il nostro problema è il conflitto, giusto? Non un conflitto particolare, ma qualsiasi tipo di conflitto: la lotta fra diverse idee, credenze, ideologie; la lotta fra opposti. Se non ci fosse alcun conflitto non ci sarebbe alcun problema.

«Stai quindi dicendo che dovremmo cercare di perseguire una vita solitaria e dedita alla meditazione?»

La meditazione è difficile e impegnativa, è una delle dimensioni più ardue da comprendere. La vita solitaria e isolata non è una risposta ai nostri problemi, anche se consciamente o inconsciamente siamo liberi di cercarla e perseguirla ognuno con le proprie modalità di percorso; al contrario, spesso determina un aumento dei nostri problemi. Stiamo invece cercando di capire quali siano i fattori di condizionamento che possono portare a ulteriori conflitti: noi siamo consapevoli solamente del conflitto, del dolore e del piacere, e non siamo invece consapevoli del nostro condizionamento. Cosa lo crea e lo determina?

«Le influenze sociali e dell’ambiente: il contesto sociale in cui siamo nati, l’ambiente culturale nel quale siamo cresciuti, le pressioni politiche ed economiche e così via.»

Questo, quindi; ma è davvero tutto? Tali influenze determinano veramente il nostro prodotto, o non sono sufficienti? La società è il risultato della relazione che si crea e intercorre fra gli uomini, il che è abbastanza ovvio. È una relazione di utilizzo, di bisogno, di conforto, di gratificazione, e crea di conseguenza influenze e valori che ci legano gli uni agli altri: e il legame è ciò che ci condiziona. Siamo legati dai nostri stessi pensieri e azioni; ma non siamo consapevoli di questo legame, lo siamo solamente del conflitto, del dolore e del piacere. Sembra che non si riesca ad andare oltre; e se anche tentiamo di farlo, è solo per addentrarci in un ulteriore conflitto. Non siamo consapevoli del nostro condizionamento; e fino a che non lo saremo, riusciremo solo a creare ulteriore conflitto e confusione.

«Come si può riuscire a essere consapevoli del proprio condizionamento?»

È possibile solo attraverso la comprensione di un altro processo, il processo dell’attaccamento. Se riuscissimo a comprendere come mai proviamo attaccamento, allora forse diventeremmo consapevoli del nostro condizionamento.

«Ma non è un percorso un po’ tortuoso per arrivare a una questione diretta?»

Davvero lo è? Cercate di diventare consapevoli del vostro condizionamento: si può riconoscere solo in maniera indiretta, in relazione con qualcos’altro. Non potete essere consapevoli del vostro condizionamento in modo astratto, altrimenti diventa un puro gioco verbale, senza molto significato. Siamo solo consapevoli del conflitto: esiste quando non c’è integrazione tra sfida e risposta ed è il risultato del nostro condizionamento.

Il condizionamento è attaccamento: al lavoro, alla tradizione, alla proprietà, alle persone, alle idee. Se non ci fosse attaccamento, ci sarebbe condizionamento? Naturalmente no. Allora perché proviamo attaccamento? Provo attaccamento per il mio paese perché attraverso l’identificazione con la mia patria acquisisco una mia dimensione, una mia identità. Quindi mi identifico con il mio lavoro, e il lavoro diventa importante. Io divento la mia famiglia, la mia proprietà: provo un grande attaccamento per esse. L’oggetto dell’attaccamento mi offre l’opportunità di fuggire dal mio vuoto interiore. L’attaccamento è una via di fuga, una fuga che va a rafforzare il condizionamento. Se provo attaccamento per te, è perché tu rappresenti un mezzo per sfuggire me stesso; quindi sei estremamente importante per me, perciò ti devo possedere, e mi devo aggrappare a te. Tu diventi il fattore condizionante, e la fuga è il condizionamento. Se fossimo consapevoli delle nostre vie di fuga, potremmo vedere più chiaramente i fattori e le influenze che creano il condizionamento.

«Sto quindi fuggendo da me stesso usando il lavoro nel sociale?»

Sei attaccato o eccessivamente legato al tuo lavoro? Ti sentiresti perduto, vuoto, annoiato, se non svolgessi il tuo lavoro nel sociale?

«Sono sicuro di sì.»

L’attaccamento al tuo lavoro è la tua via di fuga. Esistono vie di fuga a ogni livello della nostra esistenza. Tu fuggi da te stesso attraverso il tuo lavoro, altri dedicandosi al bere, altri ancora per mezzo di cerimonie religiose; e c’è chi fugge con la conoscenza, con la ricerca di Dio, e chi è dipendente e drogato dal divertimento. Tutte le fughe si equivalgono, non esiste una fuga superiore o inferiore. Dio e l’alcol sono sullo stesso piano nel momento in cui rappresentano una fuga da ciò che noi veramente siamo: solo quando riusciremo a essere finalmente consapevoli delle nostre fughe potremo riconoscere il nostro condizionamento.

«Cosa potrei fare se smettessi di fuggire usando il mio lavoro nel sociale? A questo punto, sono ancora in grado di fare una qualsiasi cosa senza che sia un altro tentativo di fuggire? Non è che ogni mia azione sia in fondo null’altro che una forma di fuga da ciò che sono?»

Si tratta di una questione puramente verbale, o riflette un tuo momento attuale, un’esperienza reale che stai attraversando? Se tu non scappassi, cosa accadrebbe? Hai mai provato?

«Ciò che dici è davvero pessimistico, se così posso dire. Tu non offri alcuna alternativa all’impegno nel lavoro.»

Ma qualsiasi sostituzione non rappresenta forse null’altro se non l’ennesima via di fuga? Quando una certa forma di attività non è sufficientemente soddisfacente o porta con sé ulteriori conflitti, ci rivolgiamo a un’altra. Continuare a sostituire un’attività con un’altra senza comprendere il meccanismo sotteso della fuga è abbastanza sciocco e superficiale, non credi? Sono infatti proprio queste fughe e il nostro attaccamento a esse che creano il condizionamento, che porta con sé problemi, conflitti e ci impedisce di comprendere la sfida: siccome siamo condizionati, la nostra reazione non potrà che generare altro conflitto.

«Allora come possiamo liberarci dal condizionamento?»

Solamente con la comprensione, e la consapevolezza delle nostre fughe. Il nostro attaccamento a una persona, al lavoro, a un’ideologia rappresenta il fattore condizionante: questo è ciò che dobbiamo comprendere, e non cercare una via di fuga che ci appare migliore o più facile e attraente. Nessuna via di fuga è intelligente, poiché porta inevitabilmente al conflitto. Coltivare la capacità di distaccarsi è un’altra forma di fuga, di isolamento: è l’attaccamento a un’astrazione, a un ideale chiamato distacco. L’ideale è fittizio, centrato sull’io, e nel suo divenire esso è una fuga da ciò che è: solo quando la mente non starà più cercando una qualsiasi via di fuga, solo allora ci sarà la comprensione di ciò che è, e un’adeguata azione verso ciò che è. Lo stesso pensiero su ciò che è rappresenta una fuga da ciò che è. Concentrarsi sul problema è già una fuga dal problema: poiché il pensare stesso è il problema, il solo problema. La mente, insoddisfatta della sua natura e spaventata dalla sua essenza, cerca continue scappatoie: e la via di fuga è il pensiero. Fino a che ci sarà il pensiero, esisteranno vie di fuga, attaccamenti, che non potranno fare altro che rafforzare il condizionamento.

La libertà dal condizionamento è una conseguenza della libertà dal processo del pensare. Solo quando la mente si troverà in uno stato di assoluto silenzio ci sarà quella libertà attraverso cui il reale potrà finalmente essere e rivelarsi.

3. Paura della solitudine interiore

Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione. Il peso del passato fa nascere la sua stessa continuità, e la preoccupazione di ieri dà nuova vita alla preoccupazione di oggi. Lo ieri si perpetua nell’oggi, e il domani è ancora ieri: non esiste alcun sollievo da questa continuità se non nella morte. C’è gioia nel morire. Questa nuova mattina, fresca e chiara, è libera dalla luce e dall’oscurità di ieri; il canto di quell’uccello lo sentiamo per la prima volta, e il vocio di quei bimbi non è lo stesso di ieri. Portiamo con noi la memoria di ieri, e questa oscura le nostre esistenze. Fino a che la nostra mente resterà un meccanismo meccanico della memoria, non conoscerà tregua, quiete, riposo, silenzio; continuerà a logorarsi. Ciò che è immobile può ancora rinascere, ma ciò che è in costante movimento si consuma, si logora e diventa inutile. La fonte perenne si va esaurendo, e la morte è vicina come la vita.

Disse che aveva studiato per un certo numero di anni con uno dei più famosi psicanalisti e che era stata in analisi da lui, percorso che aveva richiesto un tempo considerevole. Sebbene fosse stata cresciuta come cristiana e avesse anche studiato la filosofia induista e i suoi maestri, non aveva mai aderito a nessun gruppo in particolare né a un qualsiasi sistema di pensiero. Come sempre, era inquieta e insoddisfatta, e aveva persino abbandonato la psicanalisi; ora era impegnata in una qualche attività nell’assistenza pubblica. Era stata sposata: aveva quindi conosciuto tutte le gioie e i dolori della vita coniugale. S’era rifugiata in molte cose: nel prestigio sociale, nel lavoro, nel denaro e nella calda delizia di questo paese vicino al mare azzurro. Era stata in grado di sopportare i dolori che si erano moltiplicati nel corso degli anni, ma non era mai stata capace di raggiungere la profondità delle cose, fermandosi sempre a un livello decisamente superficiale.

Quasi tutto è superficiale e presto arriva alla fine, solamente per ricominciare ancora con ulteriore superficialità: l’inesauribile non si rivela attraverso alcun processo mentale.

«Sono passata da un’attività a un’altra, da una disgrazia all’altra, sempre sospinta e sempre cercando qualcosa di indefinito. Ora che ho esaurito un impulso, e prima di ricominciare a seguirne un altro che forse mi porterà via altri anni, ho agito sotto l’urgenza di un impulso ancora più forte, ed eccomi qua. Ho avuto una bella vita, ricca e felice: mi sono interessata a molte cose e ho studiato abbastanza a fondo certi argomenti; ma dopo tutti questi anni, in qualche modo è ancora come se mi ritrovassi sempre al margine delle cose, come se non riuscissi a penetrare oltre a un certo punto; vorrei arrivare nel profondo, ma non ci riesco. Mi dicono che sono brava in ciò che faccio, ed è proprio questa gran virtù che mi lega. Il mio condizionamento è del tipo benefico: fare del bene agli altri, aiutare i bisognosi, avere considerazione, essere generosa e quant’altro; ma ha il medesimo effetto di un qualsiasi altro condizionamento negativo: costringe comunque, anche se si tratta di un condizionamento positivo. Il mio problema è essere libera: non solo da questo condizionamento, ma da tutti e di ogni tipo, e finalmente riuscire ad andare oltre. È diventata una necessità impellente, non soltanto perché ho ascoltato le argomentazioni al riguardo, ma anche come naturale conseguenza del mio punto d’osservazione, della mia esperienza. Per il momento ho abbandonato il mio lavoro nel sociale, e se continuarlo o no lo deciderò più avanti.»

Perché non ti sei mai chiesta prima la ragione che ti spinge a intraprendere tutte queste attività?

«Non mi è mai capitato prima di chiedermi perché lavoro nel sociale. Ho sempre voluto essere d’aiuto, rendermi utile, fare del bene, e non si trattava semplicemente di vuoto sentimentalismo. A un certo punto mi sono resa conto che le persone con cui vivo non sono autentiche e reali, ma solo delle maschere; sono coloro che hanno bisogno d’aiuto a essere reali. Vivere con chi indossa una maschera è vuoto e stupido: con le altre persone c’è la lotta, il dolore.»

Perché ti impegni nel sociale o in un qualsiasi altro ambito lavorativo?

«Penso sia solamente per tirare avanti. Una persona deve vivere e agire, e il mio condizionamento è stato quello di cercare di agire il più decentemente possibile. Non mi sono mai chiesta perché faccio queste cose, ma ora devo scoprirlo. Prima però di andare avanti, vorrei precisare che sono una persona solitaria: anche se frequento molta gente, sono sola e mi piace esserlo. C’è qualcosa di entusiasmante nell’essere soli.»

Essere soli, nel senso più alto del termine, è fondamentale; ma la solitudine di chi si ritira dal mondo dà una sorta di senso di potenza, di forza, di invulnerabilità. Questo tipo di solitudine non è altro che isolamento: è una fuga, un rifugio. Ma non è invece importante che tu scopra la ragione per cui non ti sei mai chiesta le reali motivazioni che ti hanno portato a dedicarti a queste presunte buone attività? Non dovresti andare a fondo di tale questione?

«Va bene, facciamolo. Almeno proviamoci. Penso che la paura della solitudine interiore mi abbia spinto a fare tutte quelle cose.»

Perché associ il termine «paura» alla solitudine interiore? Apparentemente non ti importa di essere sola, ma volgi le spalle alla solitudine interiore. Perché? La paura non è un’astrazione, esiste solamente in relazione a qualcosa; non esiste di per se stessa: esiste come vocabolo, ma si prova solo in associazione con qualcos’altro. Cos’è che ti spaventa?

«Proprio questa solitudine interiore.»

La paura della solitudine interiore può esistere solo in relazione a qualcos’altro. Non puoi avere paura della solitudine interiore, poiché in realtà non l’hai mai neanche guardata: la stai misurando ora in relazione a ciò che già conosci. Conosci il tuo valore, ammesso che il valore si possa misurare in questi termini, come lavoratrice nel sociale, come madre, come persona efficiente e capace; conosci il valore della tua solitudine esteriore. È in relazione a tutto questo che valuti e ti avvicini alla solitudine interiore: sai ciò che è stato, ma non sai cosa è. Il conosciuto che contempla l’inconoscibile arreca con sé la paura: questo è il meccanismo che causa la tua ansia.

«Sì, è assolutamente vero. Confronto la solitudine interiore con le cose che ho conosciuto attraverso l’esperienza. E queste esperienze innescano la paura di qualcosa che in realtà non ho ancora sperimentato per niente.»

Così la tua non è paura della solitudine interiore: il passato ha timore di qualcosa che non conosce, che non ha ancora sperimentato. Il passato vuole assorbire il nuovo, rendendolo esperienza. Ma può allora il passato, che sei tu stessa, sperimentare il nuovo, ciò che non si conosce? Il conosciuto può solamente sperimentare ciò che già gli appartiene, non potrà mai sperimentare il nuovo, l’inconoscibile. Dando all’inconoscibile un nome, chiamandolo «solitudine interiore», l’hai solo riconosciuto verbalmente, e la parola sta prendendo il posto dell’esperienza: poiché la parola altro non è che lo schermo della paura. Le parole «solitudine interiore»celano il fatto, nascondono ciò che è, e la parola stessa crea paura.

«Ma in qualche modo sembra proprio che io non sia capace di guardarla.»

Cerchiamo innanzitutto di capire perché non siamo capaci di guardare il fatto, e cosa ci renda così passivamente circospetti. Non sforzarti di guardarlo ora, ma cerca di ascoltare serenamente ciò che dirò.

Il conosciuto, cioè l’esperienza passata, cerca di ridurre a un’esperienza assimilabile ciò che chiama solitudine interiore; ma non può sperimentarla, poiché non sa cos’è; conosce le parole che la definiscono, però ignora cosa ci sia dietro le parole. L’inconoscibile non può essere sperimentato. Tu puoi pensare e speculare su ciò che non conosci, o averne timore; ma il pensiero non lo può comprendere, poiché il pensiero è l’espressione del conosciuto, dell’esperienza. E dal momento che il pensiero non può conoscere ciò che non conosce, ne ha paura. E la paura ci sarà sempre, sino a che il pensiero desidererà sperimentare e comprendere l’inconoscibile.

«E quindi...?»

Per favore, ascolta. Se ascolterai correttamente, vedrai la verità di tutto questo, e allora la verità sarà l’unica azione. Qualsiasi cosa il pensiero faccia in relazione alla solitudine interiore è una fuga, un modo di evitare ciò che è. Nel tentativo di evitare ciò che è, il pensiero creerà il proprio condizionamento che impedirà di sperimentare il nuovo, ciò che non conosce. La paura è l’unica risposta del pensiero all’inconoscibile: il pensiero potrà chiamarla in mille modi, ma sarà sempre paura. Cerca solo di comprendere che il pensiero non può intervenire in alcun modo sull’inconoscibile, su ciò che sta al di là delle parole «solitudine interiore»: solo a questo punto ciò che è si rivelerà, e sarà inesauribile.

Ora, se posso darti un consiglio, lascia perdere, non ci pensare più. Hai ascoltato: lascia che ciò che abbiamo detto lavori dentro di te. Quietarsi dopo aver coltivato e seminato significa ridare vita alla creazione.

4. Il processo dell’odio

Era un’insegnante, o almeno lo era stata. Era una persona dal carattere affettuoso e gentile, e questo suo modo di essere era diventato per lei quasi un’abitudine, una veste. Raccontò di aver insegnato per più di venticinque anni e che era stata felice di farlo; e sebbene verso la fine della sua carriera avesse avuto molta voglia di allontanarsi da tutto quanto, era comunque rimasta. Solo di recente aveva incominciato a rendersi conto di ciò che giaceva in profondità dentro di lei: se n’era improvvisamente accorta durante una delle discussioni, ed era rimasta molto sorpresa e turbata. Era li, e non si trattava semplicemente di un’autoaccusa; e adesso, guardando indietro negli anni poteva vedere che era sempre stato lì. L’odio. Lei odiava. Profondamente. Non si trattava di odio per qualcuno in particolare: era un sentimento generalizzato, un antagonismo represso e pronto a esplodere verso chiunque e contro qualsiasi cosa. Quando lo scoprì per la prima volta, pensò che si trattasse di qualcosa di molto superficiale e perciò credette che sarebbe stato facile per lei provare a estirparlo; ma con il passare del tempo si rese conto che non si trattava di una cosa da poco, ma di un odio profondamente radicato che l’aveva accompagnata per tutta la vita. E ciò che più la colpiva era che si era sempre considerata una persona affettuosa e gentile.

L’amore è una cosa strana; e finché si intreccia con il pensiero, non è amore. Quando si pensa a qualcuno che si ama, questi diventa il simbolo di tutte le sensazioni, i ricordi e le immagini piacevoli; ma questo non è amore. Il pensiero è sensazione, e la sensazione non è amore: il processo stesso del pensare rappresenta la negazione dell’amore. L’amore è la fiamma senza il fumo del pensiero, della gelosia, dell’antagonismo, della convenienza, creazioni che appartengono alla mente. Finché il cuore sarà appesantito con le creazioni della mente, ci sarà spazio per l’odio; poiché la mente è la sede dell’odio, dell’antagonismo, dell’opposizione, del conflitto. Il pensiero è una reazione, e la reazione è sempre, in un modo o nell’altro, origine di conflitto. Il pensiero è opposizione, odio; il pensiero è sempre in competizione, sempre persegue un fine, un obiettivo; la sua soddisfazione è il piacere e la sua frustrazione è l’odio. Il conflitto è il pensiero conteso tra gli opposti; e la sintesi degli opposti è ancora odio, antagonismo.

«Sai, ho sempre pensato di amare i bambini. Anche una volta cresciuti, i miei alunni tornavano a trovarmi per cercare conforto quando erano nei guai. Davo per scontato il mio amore per i bambini, specialmente per quelli che restavano i miei preferiti anche dopo che avevano lasciato la scuola; ma ora mi rendo conto che dentro di me è sempre stata presente una corrente nascosta di odio, di antagonismo profondamente radicato. Ma cosa c’entro io con questa scoperta? Non hai idea di quanto io sia sconvolta, e sebbene tu sostenga che non dobbiamo condannarci, scoprire questa mia parte negativa e nascosta è stata per me una scossa molto salutare.»

Ma hai anche scoperto cosa determina il processo dell’odio? Vedere la causa, comprendere perché odi è in fondo abbastanza facile; ma sei consapevole delle modalità attraverso cui agisce l’odio? Lo stai osservando così come osserveresti uno strano nuovo animale?

«È tutto così nuovo per me, e non ho mai osservato il processo dell’odio.»

Allora cerchiamo di farlo adesso, e vediamo cosa succede: proviamo a osservare passivamente l’odio nel momento stesso in cui si manifesta. Non essere turbata, non condannarti e non trovare giustificazioni; solo, osservalo passivamente. L’odio è una forma di frustrazione, non sei d’accordo? E appagamento e frustrazione vanno sempre insieme.

Cos’è che ti interessa? Intendo dire, non da un punto di vista professionale, ma profondamente.

«Avrei sempre voluto dipingere.»

E perché non l’hai fatto?

«Mio padre continuava a insistere che non avrei dovuto dedicarmi a una qualsiasi attività che non portasse denaro. Era un uomo molto intraprendente, e i soldi erano per lui il fine di tutto; non si è mai dedicato a qualcosa se dietro non c’era un guadagno, o se non arrecava maggior prestigio, maggior potere. «Di più»era il suo dio, e noi eravamo tutti suoi figli. Mio padre in fondo mi piaceva, ma ero diversa da lui per molti aspetti. L’idea dell’importanza del denaro mi fu profondamente inculcata. Mi allettava la prospettiva di potermi dedicare all’insegnamento, probabilmente perché mi appariva come una professione che mi avrebbe forse dato la possibilità di comandare, di essere il capo. Così dipingevo solamente in vacanza, ma per me era molto frustrante: avrei voluto dedicarci la vita, e invece riuscivo a farlo solo un paio di mesi all’anno. Alla fine smisi di dipingere, ma questa rinuncia mi logorò dentro. Ora capisco quanto tutto questo non fosse altro che una forma di antagonismo divorante.»

Ti sei mai sposata? Hai dei bambini?

«Mi sono innamorata di un uomo sposato, e ci vedevamo di nascosto. Ero gelosa di sua moglie e dei suoi figli in maniera furiosa, ed ero spaventata all’idea di avere dei bambini, nonostante lo desiderassi tantissimo. Tutte le piccole cose della normale vita di una coppia, la compagnia quotidiana e tutto quanto, mi erano negate, e la gelosia era un sentimento sordo che mi divorava. Si trasferì in un’altra città, e la mia gelosia non si placò mai. Era una cosa insopportabile. Per cercare di dimenticare tutto, mi dedicai sempre più intensamente all’insegnamento. Solo ora mi accorgo di essere ancora gelosa; non di lui, che è morto, ma delle persone felici, delle persone sposate, delle persone che hanno successo, praticamente di tutti. Ciò che avremmo potuto essere insieme ci era stato negato!»

La gelosia è odio, non credi? Se uno ama, non c’è spazio per nient’altro. Ma noi non amiamo: il fumo soffoca le nostre vite, e la fiamma si estingue.

«Adesso capisco che nella mia vita a scuola, nel rapporto con mia sorella sposata, e in tutte le mie relazioni, era come se fosse sempre in corso una guerra, solo che non me ne rendevo conto, perché era nascosta. Diventare l’insegnante ideale era il mio obiettivo, e iniziavo a rendermene conto.»

Più forte è l’ideale, più profonda è la repressione, più profondi il conflitto e l’antagonismo.

«Sì, adesso vedo tutto in modo molto chiaro; e stranamente, nel momento in cui guardo, non mi importa di vedere quello che sono.»

Non ti importa perché c’è una specie di riconoscimento brutale, non è così? Questo riconoscimento arreca una sorta di piacere; dona vitalità, un senso di fiducia nel comprendere finalmente chi siamo: è il potere della conoscenza. Così come la gelosia, anche se dolorosa, ti dava una sensazione vitale, oggi la consapevolezza del tuo passato ti dona un senso di padronanza altrettanto piacevole. Hai trovato ora una nuova definizione per la gelosia, la frustrazione, l’essere abbandonata: è l’odio, e l’esserne consapevole. Esiste una sorta di orgoglio nella conoscenza, e non è altro che un’ennesima forma di antagonismo. Passiamo da un surrogato a un altro, ma essenzialmente tutte le sostituzioni si equivalgono, anche se da un punto di vista puramente verbale possono apparire molto diverse. Così adesso sei catturata nella rete dei tuoi stessi pensieri, non è così?

«Sì, ma cos’altro si può fare?»

Non chiedere, osserva solo il processo del tuo pensiero. Com’è abile e ingannevole! Promette sollievo, invece crea solamente un’altra crisi, altro antagonismo. Devi solo osservare tutto questo passivamente e lasciare che la verità al riguardo si riveli.

«Ma può esistere libertà dalla gelosia, dall’odio, da questa battaglia incessante e sotterranea?»

Quando speri in qualcosa, sia in positivo che in negativo, stai semplicemente proiettando il tuo desiderio; così facendo, riuscirai a realizzarlo, ma si tratterà solo di una nuova sostituzione, perciò la battaglia non potrà che ricominciare. Questo desiderio di ottenere o evitare qualcosa è ancora nel campo dell’opposizione, non pensi? Riconosci il falso come falso, e la verità si rivelerà. Non devi cercarla. Se cercherai, troverai quello che cerchi, ma non sarà la verità: comportarsi in questo modo è abbastanza facile e stupido. Mi ricorda un uomo sospettoso che a furia di cercare riesce infine a trovare le prove dei suoi sospetti. Ciò che devi fare è provare a essere passivamente consapevole dell’intero processo del pensiero, e anche del desiderio di esserne finalmente affrancata.

«Tutto questo è stato per me una scoperta straordinaria, e sto incominciando a scorgere la verità delle tue parole. Spero che non mi ci vogliano ancora molti anni per superare questo conflitto. Ecco che spero ancora! Guarderò in silenzio e vedrò cosa accade.»

5. Progresso e rivoluzione

Salmodiavano nel tempio. Era un bianco tempio di pietra scolpita, e dava una sensazione di solidità e indistruttibilità. Più di trenta monaci a torso nudo stavano recitando e la loro pronuncia delle parole sanscrite era chiara e precisa: conoscevano il significato del mantra. La profondità sonora della recitazione faceva quasi tremare le pareti e le colonne, e il gruppo che si trovava lì, istintivamente fece silenzio. Nei mantra si narrava della creazione, dell’inizio del mondo, di come l’uomo fosse venuto alla luce. Le persone avevano chiuso gli occhi, poiché la recitazione dei mantra induceva una sorta di piacevole turbamento: ricordi nostalgici dell’infanzia, pensieri sui progressi compiuti da quei giorni di gioventù, lo strano effetto delle parole sanscrite, un immenso piacere nell’ascoltare di nuovo il canto. Alcuni lo ripetevano a se stessi, e le loro labbra si muovevano: l’atmosfera si stava caricando di forti emozioni, ma i monaci proseguirono con la recitazione e gli dei rimasero silenziosi.

Quanto ci teniamo stretti l’idea di progresso: ci piace pensare di poter raggiungere una condizione migliore, o di riuscire a diventare più caritatevoli, pacifici e virtuosi. Amiamo restare aggrappati a questa illusione, e solo pochi sono profondamente consapevoli che la possibilità di divenire altro non è che una sorta di chimera, un mito di soddisfazione. Vogliamo fermamente credere che domani saremo migliori, ma nel frattempo non ci resta che tirare avanti. “Progresso” è una parola così rassicurante, così confortante, una parola dall’effetto quasi ipnotico in cui culliamo le nostre vite. Ma ciò che è non può diventare qualcosa di diverso: l’avidità non può trasformarsi in non-avidità, così come la violenza non può mutarsi in non-violenza. Possiamo trasformare la ghisa in un macchinario meraviglioso e complicato, ma il progresso è illusione se applicato al nostro divenire. L’idea dell’“io” che può diventare qualcosa di glorioso è il vero inganno del nostro disperato desiderio di poter fare qualcosa di straordinario o diventare qualcuno. Noi adoriamo il successo dello Stato, dell’ideologia, dell’io, cullandoci nell’illusione rassicurante del progresso: ma anche se il pensiero può progredire, diventare qualcosa di più, andare verso un fine più perfetto, o ridursi al silenzio, sarà sempre e solo una semplice reazione, fino a che rimarrà un semplice movimento di acquisizione o di rinuncia. La reazione porta sempre conflitto: e il progresso nel conflitto produrrà solo ulteriore confusione, ancora antagonismo.

Disse che era un rivoluzionario, pronto a uccidere o a farsi uccidere per la sua causa, in nome della sua ideologia, per l’idea di un mondo migliore. Distruggere l’attuale ordine sociale avrebbe naturalmente creato ancora più caos, ma questo disordine poteva essere funzionale alla ricostruzione di una società senza classi. Che cosa importava quindi se si annientavano molti o pochi nel cammino verso la costituzione di un ordine sociale perfetto? Ciò che importava non era l’uomo del presente, ma quello del futuro: il nuovo mondo che stavano per costruire non avrebbe avuto ineguaglianze, ci sarebbe stato lavoro per tutti, e felicità in abbondanza.

Come si può essere così sicuri del futuro? Cosa ti rende così certo su ciò che accadrà? I religiosi promettono il paradiso, e tu prometti un mondo migliore per il futuro: hai il tuo credo e i tuoi sacerdoti, esattamente come loro, quindi non c’è poi molta differenza fra di voi. Ma cosa ti rende così sicuro di avere una visione lucida del futuro?

«Secondo logica, se seguiamo un determinato percorso, il raggiungimento del fine è certo. D’altra parte, ci sono moltissime evidenze storiche che confermano la nostra posizione.»

Tutti noi traduciamo il passato a seconda del nostro particolare condizionamento e lo interpretiamo cercando di farlo combaciare con le nostre convinzioni. Tu sei incerto del domani esattamente come il resto di noi, e grazie al cielo che è così! Ma sacrificare il presente per un futuro illusorio è evidentemente la cosa più illogica.

«Credi nel cambiamento, o sei uno strumento della borghesia capitalista?»

Il cambiamento è una continuità modificata: possiamo chiamarlo rivoluzione, anche se la rivoluzione fondamentale è un processo totalmente differente, perché non ha niente a che fare con l’evidenza logica o storica.

La rivoluzione fondamentale si avrà solo se si arriva alla comprensione del processo globale dell’azione: non a un qualsiasi livello, economico o ideologico, ma considerando l’azione come un tutto integrato. Solamente in questi termini l’azione non sarà reazione. Tu conosci invece la reazione: la reazione dell’antitesi, e l’ulteriore reazione che chiami sintesi; mentre l’integrazione non è una sintesi intellettuale, una conclusione verbale basata su uno studio storico. L’integrazione può realizzarsi e divenire solo attraverso la comprensione della reazione.

La mente è una serie di reazioni; e la rivoluzione basata sulle reazioni, sulle idee, non è per niente una rivoluzione, ma solamente una continuità modificata di ciò che è già stato. Puoi anche chiamarla rivoluzione, ma di fatto non lo è.

«Cos’è per te la rivoluzione?»

Il cambiamento basato su un’idea non è rivoluzione; poiché l’idea è la risposta della memoria, il che è di nuovo una reazione. La rivoluzione fondamentale è possibile solo quando le idee non sono più importanti e hanno smesso quindi di esistere; mentre una rivoluzione nata dall’antagonismo cessa di essere ciò che dice di essere dal momento che è solo opposizione, e l’opposizione non può mai essere creativa.

«Il genere di rivoluzione di cui stai parlando è puramente un’astrazione, non ha alcun riscontro reale nel mondo moderno. Sei un vago idealista, senza alcuna pratica.»

Al contrario, proprio l’idealista non è un rivoluzionario, poiché è l’uomo con un’idea: le idee dividono, e la separazione è disintegrazione, non è assolutamente rivoluzione. L’uomo con un’ideologia si occupa di idee, di parole, e non di azione diretta; anzi, evita l’azione diretta: un’ideologia rappresenta solo un impedimento all’azione diretta.

«Non pensi che ci possa essere eguaglianza attraverso la rivoluzione?»

La rivoluzione basata su un’idea, per quanto logica e in accordo con l’evidenza storica, non può portare all’eguaglianza, poiché, come abbiamo detto, la funzione stessa dell’idea è quella di separare le persone. Un qualsivoglia credo, religioso o politico, pone gli uomini contro gli uomini. Non a caso, le cosiddette religioni hanno diviso le persone, e continuano a farlo: il credo organizzato, chiamato religione, è, come una qualsiasi altra ideologia, un’istanza della mente e quindi separativa in quanto tale. Voi con la vostra ideologia state facendo la stessa cosa, non ti sembra? Anche voi state aggregando un nucleo o un gruppo intorno a un’idea; vorreste includere tutti quanti nel vostro gruppo, esattamente come lo vorrebbero i credenti. Vorreste salvare il mondo secondo la vostra modalità, come i credenti lo vorrebbero salvare secondo la loro. Vi assassinate ed eliminate l’un l’altro, e tutto per un mondo migliore; ma nessuno di voi vuole realizzare un mondo migliore: il vostro obiettivo sta solo nel plasmare il mondo in ossequio alla vostra idea. Come può quindi l’idea portare all’eguaglianza?

«Nel dispiegarsi dell’idea noi siamo tutti uguali, sebbene si possano avere modi diversi. Noi siamo prima di tutto ciò che l’idea rappresenta, e solo in seguito siamo degli individui con funzioni diverse, in cui possono esistere sfumature, che però esulano dall’ideologia.»

Questo è precisamente ciò che ogni credo organizzato ha proclamato. Agli occhi di Dio siamo tutti uguali, ma nelle capacità individuali c’è variazione; la vita è una, ma le divisioni sociali sono inevitabili e sostituendo un’ideologia con un’altra non hai cambiato il fatto fondamentale: ogni gruppo o individuo tende a trattare l’altro come inferiore. La diseguaglianza è presente a tutti i livelli dell’esistenza: uno ha una capacità, un altro no; uno comanda, e gli altri lo seguono; uno è ottuso, e l’altro è sensibile, sveglio, adattabile; c’è chi scrive o dipinge, e chi vanga; chi è scienziato, e chi spazzino. L’ineguaglianza è un fatto, una realtà, e nessuna rivoluzione potrà mai cambiarla. La cosiddetta rivoluzione non fa altro che sostituire un gruppo con un altro: e il nuovo gruppo assume quindi il potere, politico ed economico, diventando così la nuova classe dirigente che per rafforzarsi mantiene e determina i propri privilegi; conosce tutti i trucchi della classe dirigente che ha appena spodestato. Ma così non è stata abolita l’ineguaglianza, non credi?

«E invece forse potrebbe esserlo: quando il mondo intero la penserà nel nostro stesso modo, allora ci sarà l’eguaglianza ideologica.»

Che non è assolutamente eguaglianza, ma solamente un’idea, una pura teoria, il sogno di un altro mondo, come quello dei credenti religiosi. Come siete vicini l’un l’altro! Le idee dividono, sono separative, oppositive, fomentano il conflitto. Un’idea non potrà mai portare all’eguaglianza, nemmeno nel suo stesso mondo: se noi credessimo tutti la stessa cosa, nello stesso momento, allo stesso livello, allora potrebbe forse esserci una sorta di eguaglianza; ma questo è impossibile, è una pura speculazione che può solamente condurre all’illusione.

«Stai disprezzando l’eguaglianza? Stai facendo il cinico, condannando tutti gli sforzi per cercare di realizzare pari opportunità per tutti?»

Non sto facendo il cinico, sto semplicemente esponendo dei fatti oggettivi; né sono contro le pari opportunità per tutti. Ma solo quando comprenderemo il reale, il ciò che è, sarà forse possibile andare oltre e trovare un approccio concreto al problema dell’ineguaglianza. Avvicinarsi a ciò che è con un’idea, una conclusione, un sogno, significa non comprendere ciò che è: poiché un’osservazione pregiudiziale non è per niente un’osservazione. La realtà dello stato delle cose è che l’ineguaglianza esiste a tutti i livelli della consapevolezza, della vita, e qualsiasi cosa noi potessimo cercare di fare non porterebbe comunque ad alcun cambiamento sostanziale.

Ora, è possibile affrontare la questione dell’ineguaglianza senza creare ulteriore antagonismo e divisione? La rivoluzione ha usato l’uomo come mezzo per raggiungere un fine: era importante il fine, non l’uomo. Anche se le religioni hanno cercato di mantenere, quantomeno a livello formale, la centralità dell’uomo, in realtà anch’esse hanno usato l’uomo per portare avanti il loro credo, i loro dogmi. L’utilizzo dell’uomo per uno scopo porta necessariamente ad alimentare il concetto di superiore e inferiore, di colui che mi è vicino e colui che mi è lontano, di colui che conosce e di colui che non conosce. Un tale processo di separazione determina uno stato di ineguaglianza psicologica, e rappresenta il fattore di disintegrazione nella società. Fino a oggi, abbiamo conosciuto e vissuto le relazioni solo in termini di utilità: la società usa l’individuo, esattamente come gli individui si usano a vicenda, in modo da ottenerne benefici e vantaggi. L’utilizzo dell’altro è la causa fondamentale della divisione psicologica dell’uomo dall’uomo; riusciamo a smettere di usarci l’un l’altro solo quando il fattore motivante della relazione non è più l’idea: essa è causa di sfruttamento, che a sua volta alimenta l’antagonismo.

«Allora qual è il fattore che si rivela quando l’idea smette finalmente di essere?»

È l’amore, l’unico fattore che può portare a una rivoluzione fondamentale; l’amore è l’unica autentica rivoluzione; ma l’amore non è un’idea: è quando il pensiero non è. L’amore non è uno strumento di propaganda; non è qualcosa che si studia e si urla dai tetti delle case. Solo quando la bandiera, il credo, il leader, l’idea come azione pianificata scompariranno, allora potrà esserci amore; ed è l’unica rivoluzione costante e creativa.

«Ma l’amore non fa funzionare le macchine in fabbrica, vero?»

6. Noia

Aveva appena smesso di piovere; le strade erano pulite, e la polvere era stata lavata via dagli alberi. La terra era stata rinfrescata, e le rane gracidavano rumorose nello stagno; erano grosse, e gonfiavano le loro gole con evidente piacere. L’erba era brillante di minuscole gocce d’acqua, e la pace regnava nel paesaggio dopo il violento temporale. Gli armenti erano bagnati fradici, ma durante la pioggia non avevano mai cercato riparo, e ora stavano pascolando tranquilli. Alcuni bambini stavano giocando nel piccolo ruscello che la pioggia aveva formato vicino al bordo dei marciapiede; erano nudi, ed era bello vedere i loro corpi lucidi d’acqua e i loro occhi brillanti. Stavano vivendo il tempo della loro vita, e com’erano felici! Nient’altro importava, e sorrisero di una gioia traboccante quando qualcuno disse loro qualcosa, anche se non avevano capito nemmeno una parola. Il sole stava uscendo di nuovo e le ombre erano lunghe.

Quanto è necessario per la mente purificarsi da ogni pensiero, essere costantemente vuota, non resa vuota, ma semplicemente vuota; morire a tutti i pensieri, a tutti i ricordi di ieri, e all’ora da venire! È semplice morire, ed è difficile continuare: poiché la continuità è lo sforzo tra essere o non essere; è desiderio, e il desiderio può morire solo quando la mente cessa di elaborare. Quanto è semplice solamente vivere! Ma non significa stagnazione: esiste una grande felicità nel non volere, nel non essere qualcosa, nel non andare da nessuna parte; e il silenzio della creazione si raggiunge solo quando la mente finalmente si purifica da ogni pensiero. La mente non è tranquilla fino a che viaggia con lo scopo di arrivare, poiché per la mente arrivare è avere successo, e il successo è sempre lo stesso, sia all’inizio sia alla fine. Non può esistere purificazione della mente se essa sta tessendo il modello del proprio divenire.

Disse che era sempre stata attiva in un modo o nell’altro, riuscendo anche a far fronte a molti impegni: si era dedicata ai figli, alla vita sociale, allo sport; ma dietro a questa attività frenetica c’era sempre stata la noia, pressante e costante. Era annoiata dalla routine della vita, dal piacere, dal dolore, dall’ipocrisia, e da qualsiasi altra cosa: sin da quando ne aveva memoria, la noia era stata come una nuvola incombente su ogni attimo della sua vita. Aveva cercato di sfuggirle, ma qualunque nuovo interesse presto diventava un’ulteriore noia, una nuova causa di stanchezza infinita; aveva letto molto, e aveva vissuto i consueti turbamenti della vita familiare, ma una sensazione di noia mortale aveva continuato ad aleggiare su ogni cosa. Questa sensazione non aveva niente a che vedere con la sua salute: fisicamente stava molto bene.

Perché credi di annoiarti? È il risultato di possibili frustrazioni, di alcuni desideri fondamentali che sono stati contrastati?

«Non in particolar modo. Nella vita ho incontrato vari ostacoli, ma non mi hanno mai creato problemi; e quando li ho incontrati, li ho affrontati in maniera intelligente e non ne sono mai stata sopraffatta. Non credo che il mio problema sia la frustrazione, poiché sono sempre riuscita a ottenere ciò che volevo: non ho mai chiesto né preteso la luna, sono stata sempre ragionevole nelle mie richieste; ciò nonostante, questo senso di noia per tutto, per la mia famiglia e per il mio lavoro, non mi ha mai abbandonata.»

Cosa intendi per noia? Vuoi dire insoddisfazione? Significa che niente ti ha mai dato completa soddisfazione?

«Non è proprio così. Sono insoddisfatta come una qualsiasi altra persona normale, ma sono stata capace di riconciliarmi con le inevitabili delusioni.»

Che cosa ti piace? C’è un qualche profondo interesse nella tua vita?

«No, nessun interesse particolare. Se ne avessi avuto uno speciale di certo non mi sarei mai annoiata. Sono una persona entusiasta, te l’assicuro, e se avessi avuto un interesse non me lo sarei lasciato scappare tanto facilmente. Ho avuto vari interessi intermittenti, ma tutti mi hanno portato alla fine verso questa nuvola carica di noia.»

Cosa intendi per interesse? Come si verifica questo cambiamento dall’interesse alla noia? Cosa significa interesse? Tu sei interessata a ciò che ti piace e ti gratifica, vero? L’interesse non è forse un processo di acquisizione? Credo che non saresti interessata a nulla se non pensassi di ricavarne qualcosa, non è così? Si mantiene un interesse fino a che si sta acquisendo; l’acquisizione è interesse, sei d’accordo? Hai cercato di ricavare soddisfazione da tutto ciò con cui sei venuta in contatto nella tua vita; ma quando l’hai usato ed esaurito interamente, ti è venuto a noia. Ogni acquisizione è una forma di noia, di stanchezza: il nostro desiderio è cambiare continuamente giocattolo; non appena perdiamo interesse per uno, ne ricerchiamo un altro, e c’è sempre un nuovo giocattolo da guardare e verso cui rivolgere la nostra attenzione e il nostro interesse. Ci dedichiamo a qualcosa allo scopo di acquisirla: l’acquisizione è nel piacere, nella conoscenza, nella fama, nel potere, nell’efficienza, nell’avere una famiglia, in tutte queste e altre cose. Quando non c’è più nulla da acquisire in una religione, in un salvatore, perdiamo interesse e ci rivolgiamo a qualcos’altro. Alcuni vanno a dormire in una qualche associazione e non si svegliano più, e coloro che si svegliano si rimettono a dormire semplicemente passando a un’altra. Questo movimento acquisitivo viene chiamato espansione di pensiero, progresso.

«Ma l’interesse è sempre acquisizione?»

In questo momento, sei forse interessata a qualcosa che non ti dia qualcos’altro in cambio, sia esso una commedia, un gioco, una conversazione, un libro o una persona? Se un dipinto non ti dà nulla, passi oltre; se una persona non ti stimola o non ti turba in qualche modo, se non c’è alcun piacere o sofferenza in una particolare relazione, perdi interesse, ti annoi. Non lo hai notato?

«Sì, ma non lo avevo mai fatto in questi termini.»

Non saresti venuta qui se non volessi qualcosa: tu vuoi essere libera dalla noia. E siccome io non posso darti questa libertà, è probabile che ti annoierai di nuovo; ma se noi riuscissimo insieme a comprendere il processo dell’acquisizione, dell’interesse, della noia, allora forse troveremmo la libertà. La libertà non può essere acquisita: se la acquisisci, ne sarai presto annoiata. L’acquisizione non offusca forse la mente? Positiva o negativa che sia, è comunque un fardello, poiché man mano che acquisiamo, perdiamo interesse: nel tentativo di possedere, sei attenta, interessata; ma il possesso è noia. Puoi voler possedere di più, ma la ricerca di qualcosa di più è solamente un altro movimento verso la noia: allora tenti nuove forme di acquisizione, e fino a che è presente lo sforzo di acquisire, ci sarà interesse; ma c’è sempre una fine all’acquisizione, e così ci sarà sempre noia. Non è forse questo quello che è continuato ad accadere?

«Penso di sì, ma non ne ho colto il significato profondo.»

Eccolo.

Il possesso estenua la mente. L’acquisizione conduce alla mancanza di sensibilità in qualsiasi ambito si esplichi: nella conoscenza, nella proprietà, nella virtù. La natura della mente è acquisire, assorbire, non è così? O piuttosto, il modello che la mente si è creata per se stessa è quello di accumulare; e in questa stessa attività la mente predispone la propria estenuazione, la propria noia: poiché l’interesse e la curiosità sono l’inizio dell’acquisizione, che presto però si trasforma in noia; e l’urgenza di essere liberi dalla noia non è altro che l’ennesima forma di possesso. Così la mente vaga dalla noia all’interesse e ancora alla noia, fino a che è completamente esausta; e queste continue e altalenanti ondate di interesse ed esaurimento sono ciò che noi riconosciamo come esistenza.

«Ma come si può allora essere liberi dall’acquisire senza impegnarci in ulteriori acquisizioni?»

Solamente cercando di sperimentare e verificare la verità dell’intero processo di acquisizione, e non certo sforzandoci di essere non acquisitivi, distaccati. Essere non acquisitivi è un’altra forma di acquisizione che presto si trasformerebbe in estenuazione. La difficoltà, se possiamo usare questa parola, non sta nella comprensione verbale di ciò che è stato detto, ma nello sperimentare il falso come falso: vedere la verità nella falsità è l’inizio della saggezza. Per la mente è difficile riuscire a restare immobile, silenziosa: è perennemente preoccupata, è sempre concentrata su qualcosa, acquisendolo o negandolo, cercando e trovando. La mente non è mai ferma, è in continuo movimento; e il passato, incombendo sul presente, determina il proprio futuro. È un movimento nel tempo, ed è molto raro che ci sia mai un intervallo fra i pensieri, perché un pensiero segue l’altro senza pausa, e la mente in questo processo incessante si affina sempre più, determinando così le prerogative per la propria estenuazione e il proprio esaurimento. Se temperiamo in continuazione una matita, presto non ne resterà più nulla; allo stesso modo, la mente, lavorando ed elaborando senza posa, si esaurisce, si consuma. La mente ha sempre paura di arrivare a una conclusione; ma lo stesso vivere è concludere, finire giorno dopo giorno; è la morte a tutte le acquisizioni, ai ricordi, alle esperienze, al passato. Come si può quindi vivere fino a che esiste l’esperienza? L’esperienza è conoscenza, memoria; e la memoria è lo stato dello sperimentare? Nello stato dello sperimentare, è presente la memoria in qualità di sperimentatore? La purificazione della mente è vivere, creare. La bellezza sta nello sperimentare, non nell’esperienza malata; poiché l’esperienza è comunque del passato, e il passato non è lo sperimentare, non è il vivere. La purificazione della mente è la tranquillità del cuore.

7. Disciplina

Avevamo appena svoltato, dopo aver guidato nel traffico intenso, abbandonando la strada principale per addentrarci in un viottolo più riparato e tranquillo. Lasciata la macchina, seguimmo un sentiero che si snodava tra boschetti di palme e costeggiava risaie verdi e lussureggianti, le spighe di riso mature. Che meraviglia quello spettacolo a perdita d’occhio di sinuose terrazze a riso circondate dalle palme svettanti! Era una serata fresca, e una brezza si insinuava tra gli alberi muovendo le foglie grandi e pesanti. Inaspettatamente, dietro una curva, trovammo un lago: era di forma allungata, stretto e profondo, e su entrambe le rive le palme erano così fitte da apparire impenetrabili. La brezza giocava con l’acqua, e si udiva una specie di mormorio lungo le sponde. Alcuni ragazzi stavano facendo il bagno, nudi, liberi e senza vergogna; i loro corpi erano come scolpiti, belli e luccicanti d’acqua, slanciati e agili. Avrebbero nuotato fino al centro del lago, poi indietro a riva e poi di nuovo verso il centro. Il sentiero conduceva sino alla fine di un villaggio, e sulla via del ritorno la luna piena proiettava ombre profonde; i ragazzi se n’erano andati, il riflesso della luna risplendeva sulla superficie del lago, e le palme sembravano bianche colonne nell’oscurità piena di ombre.

Era venuto da lontano, ed era ansioso di scoprire come sottomettere la mente. Raccontò di essersi deliberatamente ritirato dal mondo: viveva con alcuni parenti, conducendo una vita molto spartana e dedicando il suo tempo al tentativo di dominare la mente. Sebbene si fosse impegnato in alcune discipline per un certo numero di anni, la sua mente non era ancora sotto il suo controllo: era sempre desiderosa di andarsene a zonzo, come un animale tenuto al guinzaglio. Aveva praticato il digiuno, ma non era servito; con il digiuno aveva pur sperimentato qualcosa, e questo un po’ lo aveva aiutato, ma non trovava mai pace. La sua mente elaborava senza posa, ricordava immagini, evocava scenari passati, sensazioni e avvenimenti; oppure pensava a come sarebbe stata quieta il giorno seguente: ma il domani non arrivava mai, e l’intero processo si trasformò ben presto in una sorta di incubo a occhi aperti. La sua mente era tranquilla solo in rare occasioni; e presto anche la calma divenne un ricordo, uno stato appartenente al passato.

Ciò che si domina deve essere conquistato e ancora riconquistato: la repressione è una forma di dominio, così come la sostituzione e la sublimazione. Desiderare di conquistare significa far nascere ulteriore conflitto, quindi perché per calmare la mente vuoi conquistare?

«Mi sono sempre interessato alle materie religiose; ho studiato varie religioni, e tutte sostengono che per conoscere Dio è necessario che la mente sia silente, in pace, immobile. Sin da quando io mi possa ricordare ho sempre voluto trovare Dio, lo splendore che pervade il mondo intero, la bellezza delle terrazze di riso e del misero villaggio. Avevo una carriera molto promettente, sono stato all’estero e ho fatto tutto quanto sembrava servisse alla mia vita; ma una mattina semplicemente mi sono svegliato e ho incominciato a vagare alla ricerca di questa immobilità silente. Ho sentito quello che hai detto su questo argomento l’altro giorno, e perciò sono venuto.»

Per trovare Dio, tu cerchi di sottomettere la mente. Ma la calma della mente è una via verso Dio? La calma è forse la moneta di scambio che farà aprire i cancelli del cielo? Tu vuoi comprare la tua strada verso Dio, verso la verità, o come la vuoi chiamare: ma si può comprare l’eterno con la virtù, la rinuncia, la mortificazione? Noi pensiamo che se facciamo certe cose, pratichiamo la virtù, perseguiamo la castità, ci ritiriamo dal mondo, saremo poi in grado di misurare l’incommensurabile; così tutto si riduce solo a una specie di baratto, di scambio, di patto, non credi? La tua «virtù» è un mezzo per ottenere un fine.

«Ma la disciplina è necessaria per tenere a freno la mente, altrimenti non c’è pace. Non sono riuscito a disciplinarla a sufficienza: la colpa è mia, non della disciplina.»

La disciplina è un mezzo per ottenere un fine: ma il fine è l’inconoscibile. La verità è l’inconoscibile, non può essere conosciuta; se è conosciuta, non è la verità. Se puoi misurare l’incommensurabile, allora l’incommensurabile non sarà più: la nostra misurazione è la parola, e la parola non è il reale. La disciplina è il mezzo; ma il mezzo e il fine non sono due cose diverse, sei d’accordo? Sicuramente, il fine e il mezzo sono uno: il mezzo è il fine, l’unico fine; poiché non esiste alcuno scopo separato dal mezzo. La violenza come mezzo per arrivare alla pace è solamente la perpetuazione della violenza. Tutto ciò che conta, non è il fine, ma il mezzo: e il fine è determinato dal mezzo, non è separato, non è altro dal mezzo.

«Sto ascoltando e cercando di capire cosa stai dicendo. Quando non capirò, te lo dirò.»

Tu usi la disciplina, il controllo sulla tua mente, come un mezzo per ottenere la tranquillità, non è così? La disciplina implica la conformità a un modello, l’esplicarsi del tuo controllo in modo da arrivare a essere questo o quello. Ma la disciplina, nella sua vera natura, non è una forma di violenza? Potrà anche darti piacere importi una disciplina, ma questo piacere non è forse un tipo di resistenza che genererà ulteriore conflitto? La pratica della disciplina non è forse la coltivazione della difesa? E ciò che è difeso è sempre attaccato. La disciplina non implica la repressione di ciò che è per cercare di ottenere un fine desiderato? La repressione, la sostituzione e la sublimazione semplicemente aumentano lo sforzo e arrecano ancora conflitto: puoi pensare di riuscire a sconfiggere una malattia, ma continuerà a ripresentarsi in forme diverse se non sarà stata definitivamente debellata alla radice. La disciplina è repressione, è il sopraffare ciò che è; è una forma di violenza: usando un mezzo «sbagliato» speriamo di ottenere il fine «giusto». Come possono esistere il libero, il vero se la nostra modalità è la resistenza? La libertà è all’inizio, non alla fine; l’obiettivo è il primo passo, il mezzo è alla fine: e il primo passo deve essere libero, non l’ultimo. La disciplina implica comunque una sorta di costrizione, sottile o violenta, esterna o autoimposta; e dove c’è costrizione, c’è paura. La paura, la costrizione, sono usate come mezzi per ottenere un fine, e questo fine è l’amore: ma come può esserci amore attraverso la paura? l’amore è quando non c’è alcuna paura a nessun livello.

«Ma la mente, senza costrizione, senza una sorta di adattamento, come può funzionare?»

L’attività della mente è una barriera alla sua stessa comprensione. Non hai mai notato che c’è comprensione solo quando la mente, come pensiero, non sta funzionando? La comprensione arriva con la conclusione del processo-pensiero, nell’intervallo fra due pensieri. Tu dici che desideri che la mente sia immobile, e allo stesso tempo vuoi che funzioni. Se invece riuscissimo a essere semplici e disarmati nell’attenzione, allora comprenderemmo; ma il nostro approccio è così complesso che ci impedisce di comprendere. Ora non ci interessano la disciplina, il controllo, la repressione, la resistenza, ma il processo e la conclusione del pensiero in sé. Cosa intendiamo dire quando affermiamo che la mente vaga? Semplicemente che il pensiero è trascinato incessantemente da un’attrazione all’altra, da un’associazione a un’altra, trovandosi quindi in uno stato di agitazione costante. È possibile per il pensiero arrivare a una conclusione?

«Questo è esattamente il mio problema: voglio fermare il pensiero. Adesso riesco a vedere la futilità della disciplina; davvero ne vedo la falsità, la stupidità, e non perseguirò mai più questa linea. Ma come posso fermare il pensiero?»

Proseguiamo. Ascolta senza pregiudizio, senza interporre conclusioni, tue o di altri; ascolta per comprendere e non solamente per rifiutare o accettare. Mi chiedi come porre fine al pensiero. Ora, tu, il pensatore, sei forse un’entità separata dai tuoi pensieri? Sei completamente dissimile dai tuoi pensieri? Non sei tu stesso i tuoi pensieri? Il pensiero può posizionare il pensatore a un livello molto alto e dargli un nome, separarlo dal pensiero stesso; però il pensatore resta comunque all’interno del processo del pensiero, non è così? Esiste solo il pensiero, e il pensiero crea il pensatore; il pensiero dà forma al pensatore come entità separata, permanente. Il pensiero guarda a se stesso come impermanente, in flusso costante, nutrendo il pensatore come entità permanente e separata e altro da sé. Allora il pensatore opera sul pensiero; il pensatore dice: «Devo porre fine al pensiero». Ma esiste solo il processo del pensare: non c’è alcun pensatore separato dal pensiero. La sperimentazione di questa verità è vitale, non deve essere una pura e semplice ripetizione di frasi: esistono solo i pensieri, e non un pensatore che pensa i pensieri.

«Ma come sorge originariamente il pensiero?»

Attraverso la percezione, il contatto, la sensazione, il desiderio e l’identificazione: «Voglio», «Non voglio»e così via. È abbastanza semplice, vero? Ma il nostro problema è: come può finire il pensiero? Qualsiasi forma di costrizione, conscia o inconscia, è completamente inutile, poiché implica un controllore, qualcuno che disciplini; e, come abbiamo visto, una tale entità è non esistente. La disciplina è un processo di condanna, di confronto, o di giustificazione; e quando si è visto chiaramente che non esiste alcuna entità separata in qualità di pensatore, di colui che disciplina, allora non restano che i pensieri, il processo del pensare. Il pensare è la risposta, la reazione della memoria, dell’esperienza, del passato. Ancora una volta, non dobbiamo percepire questo passaggio a un mero livello verbale: dovremmo cercare di sperimentarlo, poiché solo allora potremo raggiungere uno stato di osservazione e attenzione passiva in cui il pensatore semplicemente non è, e arrivare quindi a una consapevolezza nella quale il pensiero sia assente. La mente, la totalità dell’esperienza, l’autocoscienza che è sempre nel passato, diventa quiete solo quando non si sta proiettando; e questa proiezione è il desiderio di divenire.

La mente è sgombra e libera solo quando il pensiero non è: il pensiero non può arrivare a una fine se non attraverso l’osservazione passiva di ogni pensiero. In questa consapevolezza non c’è nessun osservatore e nessun censore; e senza censore, rimane solamente l’esperienza, lo sperimentare: non esistono più né lo sperimentatore né ciò che è stato sperimentato, cioè il pensiero, che fa nascere il pensatore. Solo quando la mente starà sperimentando avremo il silenzio, la calma, l’immobilità, che non sono una creazione o un prodotto di qualcosa o di qualcuno; e solamente in questa tranquillità il reale potrà trasformarsi in essere. La realtà non appartiene al tempo e non è misurabile.

8. Conflitto; libertà; relazione

«Il conflitto fra tesi e antitesi è inevitabile e necessario; sfocia nella sintesi, da cui di nuovo deriva una tesi con la propria antitesi corrispondente e così via. Non c’è fine al conflitto: la crescita, il progresso possono scaturire solo dal conflitto.»

Stai dicendo che il conflitto porta alla comprensione dei nostri problemi e ci può condurre alla crescita, al progresso? Forse potrà aiutarci a compiere alcuni miglioramenti secondari, ma nella sua vera natura il conflitto non è forse un fattore di disintegrazione? Perciò perché insisti nel dire che il conflitto è essenziale?

«Sappiamo che il conflitto esiste a qualsiasi livello della nostra esistenza, allora perché negarlo o essere ciechi?»

Non siamo certo ciechi davanti alla lotta interminabile dentro e fuori di noi; ma torno a chiedertelo, perché insisti nel sostenere che è essenziale?

«Il conflitto non può essere negato, è una parte della natura umana: lo utilizziamo come mezzo per ottenere un fine, che è la giusta collocazione e realizzazione dell’individuo. Noi lavoriamo e ci impegniamo per cercare di raggiungere questo obiettivo e usiamo ogni mezzo affinché si verifichi. Lambizione, il conflitto sono la modalità umana per esistere, e possono essere usati contro di noi o a nostro favore. Passando attraverso il conflitto procediamo verso cose più grandi.»

Cosa intendi per conflitto? Conflitto tra cosa?

«Tra ciò che è stato e ciò che sarà.»

Il “ciò che sarà” è l’ulteriore risposta di ciò che è stato e di ciò che è. Per conflitto intendiamo la lotta fra due idee opposte: ma l’opposizione è forse una modalità che può rivelarsi favorevole al raggiungimento della comprensione? Quando si arriva alla comprensione di tutti i problemi?

«Esiste il conflitto tra le classi, le nazioni, le idee. Il conflitto è opposizione, resistenza dovuta all’ignoranza di alcuni fondamentali eventi storici. Con l’opposizione ci avviamo verso la crescita, lavoriamo per il progresso, e questo intero processo è la vita.»

Sappiamo che il conflitto esiste a tutti i differenti livelli dell’esistenza, e sarebbe stupido negarlo. Ma esso è davvero essenziale? Sinora abbiamo presupposto che lo sia, e abbiamo giustificato più o meno intelligentemente questa teoria. In natura, il significato di conflitto può essere molto diverso: fra gli animali, il conflitto come noi l’intendiamo può non esistere per nulla; per gli esseri umani il conflitto sembra invece essere diventato un fattore di estrema importanza. Perché ha assunto un significato così primario per le nostre vite? La competizione, l’ambizione, lo sforzo di essere o non essere, la volontà di arrivare: tutte queste cose fanno parte del conflitto. Perché accettiamo il conflitto come parte integrante della nostra esistenza? Certo, questo non implica che dobbiamo per contro rassegnarci all’indolenza. Ma perché tolleriamo il conflitto dentro e fuori di noi? È davvero essenziale per la comprensione, per la risoluzione di un problema; o invece di affermare o negare, non dovremmo piuttosto esaminare e cercare di trovare la verità della questione senza aggrapparci alle nostre conclusioni e opinioni?

«Senza conflitto, come può verificarsi il progresso da una forma di società a un’altra? I “padroni” non rinunceranno mai volontariamente alle loro ricchezze, devono essere forzati, e questo tipo di conflitto porterà a un nuovo ordine sociale, a un nuovo modo di vivere. Una tale trasformazione non può essere realizzata pacificamente: non vogliamo essere violenti, ma dobbiamo affrontare i fatti.»

Tu dai per scontato che tu solo sai cosa dovrebbe essere la nuova società, e credi che gli altri non lo sappiano; pensi di essere (unico depositario di questa straordinaria conoscenza, e hai intenzione di eliminare coloro che stanno sulla tua strada. Ma con questo metodo, che tu credi essenziale, non farai altro che perpetuare opposizione e odio: ciò che conosci è solo un’altra forma di pregiudizio, un aspetto diverso del condizionamento. Tu e i tuoi leader interpretate la storia secondo un vostro retroterra culturale particolare che determina la vostra reazione; e tu chiami questa reazione il nuovo approccio, la nuova ideologia. Tutte le reazioni del pensiero sono condizionate, e portare avanti una rivoluzione basandosi sul pensiero o sull’idea significa solo ricreare una forma modificata di ciò che era. Essenzialmente siete dei riformatori, e non dei veri rivoluzionari: riforma e rivoluzione basate sull’idea sono fattori di regressione in una società.

Hai detto o no che il conflitto fra tesi e antitesi è essenziale, e che questo conflitto di opposti produce una sintesi?

«Sotto la spinta degli eventi storici, il conflitto fra la società attuale e il suo opposto porterà finalmente a un nuovo ordine sociale.»

L’opposto è diverso o dissimile da ciò che è? Com’è che l’opposto diventa reale: non è forse una proiezione modificata di ciò che è? L’antitesi non ha già in sé gli elementi della propria stessa tesi? L’una non è poi così completamente diversa o dissimile dall’altra, e la sintesi è ancora una tesi modificata: la tesi è sempre la tesi, anche se periodicamente rivestita di un colore diverso, anche se modificata, riformata, rimodellata a seconda delle circostanze e delle pressioni. Il conflitto fra gli opposti è del tutto inutile e stupido: intellettualmente o dialetticamente puoi provare o confutare qualsiasi cosa, ma questo non può alterare alcuni fatti ovvi. La società attuale è basata sulla tendenza individuale ad accumulare, sul materialismo individuale; e il suo opposto, con la conseguente sintesi, è ciò che chiami la nuova società. Nella tua nuova società, il materialismo individuale trova la sua contrapposizione nel materialismo dello Stato, essendo quest’ultimo il solo sovrano; lo Stato diventa ora importantissimo, cruciale, e non più l’individuo. Da questa antitesi tu affermi che scaturirà finalmente una sintesi in cui tutti gli individui saranno riconosciuti come unici. Si tratta di un futuro immaginario, ideale: è la proiezione del pensiero, e il pensiero è sempre la risposta della memoria, del condizionamento. È veramente un circolo vizioso senza via d’uscita: il conflitto, questo eterno dibattersi nella gabbia del pensiero, è ciò che tu chiami progresso.

«Stai quindi dicendo che dobbiamo restare ciò che siamo, con tutto lo sfruttamento e la corruzione della società attuale?»

Assolutamente no; ma la tua rivoluzione non è rivoluzione, è solo un passaggio di potere da un gruppo a un altro, la sostituzione di una classe dominante con un’altra. La tua rivoluzione è solo una struttura diversa costruita con il medesimo materiale e all’interno di uno stesso primario modello di base. Esiste una rivoluzione radicale che non è conflitto, che non è basata sul pensiero con le sue proiezioni egotiche, i suoi ideali, i suoi dogmi, le sue utopie; ma finché continueremo a pensare di poter cambiare questo con quello, di diventare di più o diventare di meno, di perseguire e ottenere un fine, non potremo mai realizzare questa rivoluzione fondamentale.

«La rivoluzione di cui parli sembra una cosa impossibile. La stai proponendo seriamente?»

È l’unica rivoluzione, la sola vera trasformazione fondamentale.

«E come pensi di realizzarla?»

Vedendo il falso per il falso; vedendo la verità nel falso. Naturalmente, prima è necessario che si verifichi una rivoluzione fondamentale nella relazione tra uomo e uomo: siamo tutti consapevoli che le cose ormai non possono andare avanti così come sono ancora a lungo. Il protrarsi della situazione attuale non può che condurci alla rovina e a sempre maggiori sofferenze. Il problema, però, è che tutti i riformatori, e i cosiddetti rivoluzionari, si prefiggono un fine, un obiettivo da raggiungere: e l’uomo è il mezzo per l’ottenimento del fine. La vera questione non è quindi più il raggiungimento di un fine particolare, ma l’utilizzo dell’uomo per uno scopo. Non potete separare il fine dal mezzo, poiché rappresentano i due estremi di un processo unico e inscindibile: il mezzo è il fine; e non ci può essere una società senza classi ottenuta attraverso il mezzo di un conflitto tra le classi. È inutile descrivere i risultati che si possono conseguire attraverso l’utilizzo di mezzi errati per un cosiddetto giusto fine: è evidente che non può esserci nessuna pace attraverso la guerra, o pensando di prepararsi alla guerra. Tutti gli opposti contengono già in sé la loro previsione di realizzazione; l’ideale è una reazione causata da ciò che è, e passare per il conflitto per arrivare all’ideale è solo una lotta vana e illusoria all’interno della gabbia del pensiero. Un tale conflitto non arreca alcun sollievo, nessuna libertà per l’uomo, e senza la libertà, non ci potrà essere nessuna felicità. La libertà non è un ideale: è l’unico mezzo per arrivare alla libertà.

Ma finché l’uomo verrà usato psicologicamente e fisicamente, in nome di Dio o dello Stato, continuerà a esistere una società basata sulla violenza. Usare l’uomo per ottenere uno scopo è uno stratagemma utilizzato dai politici e dai preti, e nega la relazione.

«Cosa intendi dire con queste affermazioni?»

Se ci usiamo l’un l’altro per la nostra mutua gratificazione, resta forse spazio tra noi per un qualsiasi tipo di relazione? Quando usi un’altra persona per il tuo comodo, così come usi uno dei tuoi mobili, hai forse una relazione con questa persona? Hai forse un rapporto con i tuoi mobili? Puoi dire che sono (noi, e questo è tutto; ma non hai alcuna relazione con essi. Allo stesso modo, quando utilizzi qualcuno per un tuo vantaggio fisico o psicologico, generalmente definisci quella persona come tua, la possiedi; e il possesso è forse una forma di relazione? Lo Stato usa l’individuo, e lo chiama il suo cittadino; ma non ha alcuna relazione con l’individuo, semplicemente lo usa come userebbe un attrezzo. Uno strumento è una cosa morta, e non può esserci alcuna relazione con qualcosa che è morto: quando utilizziamo un uomo per uno scopo, anche se nobile, vogliamo che sia come uno strumento, come una cosa morta. Non possiamo ovviamente usare una cosa viva, così la nostra esigenza è di cose morte; la nostra società è basata sull’utilizzo di cose morte. L’uso di una persona da parte nostra la rende lo strumento morto della nostra gratificazione. La relazione può esistere solamente tra cose che vivono, e lo sfruttamento è invece un processo di isolamento, che porta al conflitto e all’antagonismo tra uomo e uomo.

«Perché poni così tanta enfasi sulla relazione?»

L’esistenza è relazione; essere significa essere in relazione. La relazione è la società. La struttura della nostra società attuale, basata sul mutuo utilizzo, non può che portare violenza, distruzione e sofferenza; e se il cosiddetto Stato rivoluzionario non sarà in grado di mutare radicalmente l’orientamento all’utilizzo, potrà solo creare ancora conflitto, confusione e antagonismo, magari forse a un livello diverso. Finché il nostro bisogno psicologico degli altri si estrinsecherà esclusivamente nello sfruttamento vicendevole, non potrà mai esistere nessuna relazione fra uomo e uomo: la relazione è comunione; e come può esserci comunione se c’è sfruttamento? Lo sfruttamento implica paura, e la paura inevitabilmente conduce alle illusioni e alla sofferenza. Il conflitto esiste solo all’interno dello sfruttamento e non nella relazione. Conflitto, opposizione, inimicizia si verificano quando usiamo l’altro come mezzo di piacere, di ottenimento. E un tale conflitto ovviamente non può essere risolto usandolo come un mezzo per ottenere uno scopo che ha già in sé la propria proiezione; e tutti gli ideali, tutte le utopie hanno già in sé la propria proiezione. Vedere questo è essenziale, perché così possiamo sperimentare la verità che il conflitto in qualsiasi forma si presenti distrugge la relazione e la comprensione. Esiste comprensione solo se la mente è quieta; e la mente non è quieta quando è invasa da una qualsiasi ideologia, dogma o credo o quando è legata al modello della propria esperienza e dei propri ricordi. La mente non è quieta quando sta acquisendo o è in divenire. Tutte le acquisizioni sono conflitto; tutto il divenire è un processo di isolamento. La mente non è quieta quando è disciplinata, controllata e ispezionata; una mente di questo tipo è una mente morta, che si sta isolando attraverso varie forme di resistenza, e così crea inevitabilmente sofferenza per sé e gli altri.

La mente è quieta solo quando non è presa nel pensiero, che è la rete della sua stessa attività. Quando la mente sarà immobile e silente, e non resa immobile e silente, allora un elemento reale, l’amore, si rivelerà.

9. Sforzo

Stava piovigginando, quando improvvisamente fu come se il cielo si aprisse e sì scatenò un diluvio. Nella strada l’acqua arrivava ormai quasi alle ginocchia, e superava di gran lunga il bordo del marciapiede. Non si sentiva un fruscio tra le foglie, ammutolite nella loro sorpresa. Passò una macchina e poi si bloccò, poiché l’acqua era filtrata nel motore. La gente si faceva strada per la via, fradicia fino alle ossa, ma godeva di questo acquazzone; le aiuole sparirono sott’acqua e i prati all’inglese furono allagati e sommersi da parecchi centimetri di acqua marrone. Un uccello blu scuro dalle ali dorate cercò di trovare rifugio tra il fogliame fitto, ma si bagnava sempre di più e continuava a scuotersi per scrollarsi via l’acqua. L’acquazzone durò per qualche tempo, poi smise improvvisamente come era incominciato. Tutte le cose sembravano lavate di fresco.

Com’è semplice essere innocenti! Senza l’innocenza, è impossibile essere felici: il piacere sensoriale non è la felicità dell’innocenza. L’innocenza è la libertà dal fardello dell’esperienza: ciò che corrompe non è l’esperienza in sé, ma la memoria dell’esperienza, poiché la conoscenza, fardello del passato, è corruzione. La brama di accumulare e lo sforzo di divenire distruggono l’innocenza; e senza innocenza, come può esserci saggezza? Coloro che sono semplicemente curiosi non potranno mai conoscere la saggezza: troveranno, ma ciò che troveranno non sarà mai la verità. I sospettosi non potranno mai conoscere la felicità, poiché il sospetto è l’ansia delle loro stesse esistenze, e la paura alimenta la corruzione. Essere senza paura non è coraggio, ma libertà dall’accumulazione.

«Ho avuto la possibilità di girare il mondo, e sono diventato un uomo ricco e di successo; i miei sforzi in questa direzione hanno prodotto i risultati che desideravo. Ho anche cercato con tutte le mie forze di fare della mia famiglia una famiglia felice, ma sai come vanno queste cose: la vita familiare non è come fare soldi o condurre un’impresa. Anche nella vita professionale si ha a che fare con la natura umana, ma è decisamente tutta un’altra cosa. A casa c’è sempre molto nervosismo per un nonnulla, e gli sforzi in questo ambito sembrano solo aumentare i problemi. Non mi sto lamentando, non è nella mia natura, ma secondo me il sistema del matrimonio è tutto sbagliato: ci sposiamo per soddisfare i nostri impulsi sessuali, senza sapere poi molto l’uno dell’altro; e sebbene si viva nella stessa casa e per caso o per scelta si faccia anche un bambino, siamo come estranei, e la tensione che solo le persone sposate conoscono è sempre lì presente. Ho fatto ciò che ritenevo fosse il mio dovere, ma questo impegno non ha certo dato i risultati migliori, per dirla con un eufemismo. Siamo entrambi dominanti e aggressivi, e non è facile. I nostri sforzi per collaborare non ci hanno portato a realizzare una profonda complicità, e anche la mia passione per la psicologia non mi è stata comunque di grande aiuto; vorrei invece approfondire questo problema il più possibile.»

Era uscito il sole, gli uccelli cinguettavano, e il cielo era terso e blu dopo la tempesta.

Cosa intendi per sforzo?

«Lottare per ottenere qualcosa. Ho lottato per avere soldi e una posizione sociale e professionale, e li ho ottenuti entrambi. Ho anche lottato per avere una vita familiare felice, ma questo sforzo non ha sortito i risultati sperati; perciò ora sto cercando qualcosa di più profondo.»

Noi lottiamo con un obiettivo in mente: per ottenere la realizzazione; e continuiamo a sforzarci costantemente per diventare qualcosa, in positivo o in negativo. Si lotta sempre per sentirsi in qualche modo al sicuro, è uno sforzo per andare verso qualcosa o via da qualcosa. Lo sforzo è in realtà una battaglia senza fine per ottenere qualcosa, non trovi?

«È forse sbagliato cercare di ottenere qualcosa?»

Adesso affronteremo la questione: ciò che chiamiamo sforzo è questo costante processo di partenze e arrivi, di acquisizioni in direzioni diverse. Ci stanchiamo di un’acquisizione, e subito rivolgiamo il nostro interesse verso un’altra; e quando anche questa è stata raggiunta, di nuovo ricerchiamo qualcos’altro. Lo sforzo è un processo che raccoglie conoscenza, esperienza, efficienza, virtù, possesso, potere, e quant’altro; è un eterno divenire, espandersi, crescere. Lo sforzo verso un fine, sia che ne valga la pena oppure no, porta sempre con sé il conflitto; e il conflitto è antagonismo, opposizione, resistenza. È necessario?

«Necessario per cosa?»

Cerchiamo di scoprirlo. Lo sforzo a livello fisico può essere necessario: lo sforzo di costruire un ponte, di produrre petrolio, carbone e altro è o può essere benefico; ma il modo in cui è svolto il lavoro, in cui i beni vengono prodotti e distribuiti, e come poi vengono suddivisi i profitti, è tutta un’altra questione. Se a livello fisico l’uomo è usato per un fine, per un ideale, sia per un interesse privato sia dello Stato, lo sforzo produrrà solamente maggiore confusione, miseria e sofferenza. Lo sforzo di acquisire non farà altro che alimentare opposizione, che si tratti dello sforzo di un individuo, dello Stato, o di un’organizzazione religiosa. Se non si riesce a comprendere questa lotta per acquisire, lo sforzo a livello fisico sortirà inevitabilmente un effetto disastroso sulla società.

Lo sforzo a livello psicologico – lo sforzo di essere, di ottenere, di avere successo – è necessario o benefico?

«Se non facessimo un tale sforzo, semplicemente non ci dissolveremmo?»

Davvero credi? Finora, cosa abbiamo prodotto attraverso lo sforzo a livello psicologico?

«Non molto, lo ammetto. Lo sforzo è sempre andato nella direzione sbagliata. La direzione è importante, e uno sforzo indirizzato in maniera corretta ha un grande peso e significato. Noi siamo messi così male per la mancanza di uno sforzo correttamente diretto.»

Quindi mi stai dicendo che esistono uno sforzo giusto e uno sbagliato, è questo che intendi? Non voglio giocare con le parole, ma come fai a distinguere tra sforzo giusto e sbagliato? Secondo quale criterio giudichi, qual è il tuo metro di giudizio: la tradizione, un ideale futuro, ciò che “dovrebbe essere”?

«I miei criteri sono determinati da ciò che arreca risultati. Importante è il risultato: senza l’attrattiva di un obiettivo finale da raggiungere non faremmo alcuno sforzo.»

Se il risultato è la tua unità di misura, allora sicuramente non ti importa il mezzo; o invece sì?

«Userei il mezzo a seconda del fine. Se il fine è la felicità, allora bisogna trovare un mezzo felice.»

Ma il mezzo felice non è il fine felice? Il fine è compreso nel mezzo, non è così? Allora esiste solo il mezzo: il mezzo stesso è il fine, il risultato.

«Non l’ho mai vista in questa prospettiva, ma adesso mi rendo conto che è così.»

Stiamo cercando di capire cos’è il mezzo felice. Se lo sforzo produce conflitto, opposizione dentro e fuori di noi, potrà mai condurci alla felicità? Se il fine è nel mezzo, come potrà esserci felicità attraverso il conflitto e l’antagonismo? Se lo sforzo quindi produce più problemi, più conflitto, significa ovviamente che è distruttivo e disgregante. E allora perché ci sforziamo? Non è che ci sforziamo per essere di più, per avanzare, per guadagnare e ottenere? Lo sforzo è per qualcosa in più in una direzione, e per qualcosa in meno in un’altra direzione; implica acquisizione per se stessi o per un gruppo, non credi?

«Sì, è così. Acquisire per se stessi equivale a un altro livello alla tendenza all’accumulo, al materialismo, ad acquisire sempre più da parte dello Stato o della Chiesa.»

Lo sforzo è acquisizione, positiva o negativa. Allora cosa acquisiamo? A un determinato livello acquisiamo le necessità materiali, e a un altro le utilizziamo come mezzo per aumentare il nostro prestigio; se invece ci accontentiamo di poche necessità materiali, cerchiamo allora di acquisire potere, posizione, fama. I governanti, i rappresentanti dello Stato, possono anche apparentemente condurre una vita semplice e possedere solo pochi beni, perché ciò che conta è che hanno acquisito potere, quindi rinunceranno e domineranno.

«Credi quindi che tutte le acquisizioni siano dannose?»

Vediamo. Una cosa è la sicurezza, che è determinata dalla soddisfazione degli essenziali bisogni fisici, e un’altra è la tendenza all’accumulo, all’acquisizione eccessiva. La tendenza all’accumulo in nome della razza o del paese, in nome di Dio, o in nome dell’individuo, sta distruggendo e vanificando qualsiasi possibilità di un’organizzazione equa dei beni necessari al benessere dell’uomo. Tutti dobbiamo avere cibo a sufficienza, abiti e riparo, questo è semplice e chiaro: quindi, cos’è questa brama di acquisire, che va ben oltre ciò che ci sarebbe necessario?

Si acquisisce denaro come mezzo per arrivare al potere, a certe gratificazioni sociali o psicologiche, come mezzo per essere liberi di fare ciò che si vuole. Si lotta per ottenere ricchezza e posizione così da esercitare il potere in vari modi; e una volta ottenuto il successo esteriore e materiale, poi si vuole anche avere successo, come dici tu, nelle pratiche interiori.

Cosa intendiamo per potere? Essere potenti significa dominare, sopraffare, sopprimere, sentirsi superiori, essere efficienti e tante altre cose. Consciamente o inconsciamente l’asceta così come la persona di mondo pensano e lottano per diventare potenti. Il potere è una delle più complete espressioni dell’io, che si tratti del potere della conoscenza, del potere su qualcuno, del potere mondiale, o del potere dell’astinenza, poiché la sensazione del potere, del dominio, è straordinariamente gratificante. Tu puoi cercare gratificazione attraverso il potere, altri nel bere, nell’idolatria, nella conoscenza, e altri ancora tentando di essere virtuosi. Anche se tutti questi tentativi possono avere un particolare effetto psicologico o sociologico, tutte le acquisizioni restano comunque gratificazioni. E la gratificazione a qualsiasi livello è sensazione, o no? Noi compiamo sforzi per cercare di acquisire una gamma di sensazioni più o meno forti, più o meno profonde: talvolta la possiamo chiamare esperienza, altrevolte conoscenza, altre ancora amore, o la ricerca di Dio o della verità; e aggiungiamo anche la sensazione di essere nel giusto, o di essere il valido interprete di un’ideologia. Lo sforzo è acquisire gratificazione, che è sensazione. Tu hai trovato gratificazione a un certo livello, e ora la stai cercando a un altro; e quando anche qui l’avrai ottenuta, ti sposterai verso un altro livello ancora, e andrai avanti così. Il desiderio costante di gratificazione alla ricerca di nuove e sempre più sottili forme di sensazioni, viene chiamato progresso, anche se in realtà si tratta solo di conflitto incessante: la ricerca di gratificazioni ogni volta più grandi è senza fine, e così non ci sarà mai termine al conflitto, all’antagonismo, e perciò nessuna felicità.

«Capisco il tuo punto di vista: stai dicendo che la ricerca della gratificazione in ogni sua forma è in realtà la ricerca della sofferenza. Lo sforzo verso la gratificazione non è altro che un’eterna sofferenza. Ma allora cosa bisogna fare? Smettere di cercare gratificazioni e semplicemente vegetare?»

Se smettessimo di cercare gratificazioni, sarebbe forse inevitabile vegetare? Lo stato di non rabbia è necessariamente uno stato senza vita? Certo, a un qualsiasi livello, la gratificazione è sensazione; e la finezza della sensazione è solamente la finezza della parola. La parola, il termine, il simbolo, l’immagine giocano un ruolo di importanza straordinaria nelle nostre vite, vero? Anche se smettessimo di ricercare un abbraccio, il calore del contatto fisico, la parola e l’immagine stesse resterebbero comunque evocative. Collezioniamo gratificazioni utilizzando mezzi rozzi o più sottili e raffinati, a seconda del tipo e del livello; ma lo scopo per cui collezioniamo parole è lo stesso per cui accumuliamo cose? Perché collezioniamo, accumuliamo?

«Non so, credo che sia perché siamo così scontenti, così assolutamente annoiati di noi stessi, che faremmo qualsiasi cosa pur di scappare dal nostro vuoto interiore. Credo sia proprio così. E quello che mi colpisce è che mi rendo conto solo adesso di essere proprio in questa posizione. È assolutamente straordinario!»

Le nostre acquisizioni sono un mezzo per occultare il nostro vuoto interiore, la nostra vacuità e superficialità; le nostre menti sono come dei tamburi vuoti: tutte le mani che passano li colpiscono e i tamburi continuano a rimbombare. Questa è la nostra vita: il conflitto fra fughe che non ci soddisfano mai e la conseguente sofferenza crescente. E strano come noi non si sia mai soli, mai veramente soli. Siamo sempre con qualcosa, con un problema, con un libro, con una persona; e quando siamo soli, i nostri pensieri sono con noi. Essere soli, nudi, completamente spogliati, è essenziale. Tutte le fughe, tutte le accumulazioni, tutti gli sforzi per essere o non essere, devono arrivare alla fine: e avremo finalmente realizzato la solitudine che potrà accogliere e ricevere il solo, l’incommensurabile.

«Come si può smettere di fuggire?»

Vedendo la verità: riuscendo a comprendere che tutte le fughe conducono solamente all’illusione e alla sofferenza e che solo la verità rende liberi; non ci si può fare niente. La tua più grande azione per smettere di fuggire non sarà altro che un’ennesima fuga: lo stato più alto dell’inazione è l’azione della verità.

10. Devozione e adorazione

Una madre stava picchiando suo figlio, e si sentivano grida di dolore. Era molto arrabbiata, e mentre lo picchiava gli parlava in maniera alterata e violenta. Quando tornammo indietro, la madre stava accarezzando suo figlio, stringendolo e abbracciandolo come se dovesse spremergli la vita da dentro. Lei aveva le lacrime agli occhi; e nonostante sembrasse stravolto, il bambino guardava la madre e le sorrideva.

L’amore è una cosa strana, e quanto facilmente ne smarriamo la calda fiamma! La fiamma è spenta, e resta il fumo, che riempie i nostri cuori e le nostre menti, e i giorni trascorrono nelle lacrime e nell’amarezza. La canzone è dimenticata, e le parole hanno perso il loro significato; il profumo è svanito, e le nostre mani sono vuote. Non sappiamo mai come mantenere la fiamma sgombra dal fumo, e il fumo soffoca sempre la fiamma; ma l’amore non è della mente, non è nella rete dei pensieri, non può essere cercato, coltivato, nutrito; è lì quando la mente è silenziosa e il cuore è vuoto dalle creazioni della mente.

La stanza si affacciava sul fiume, e il sole risplendeva sull’acqua.

Era senza dubbio una persona sciocca, ma era piena di sentimento, un sentimento esuberante da cui aveva ricavato evidente benessere, dal momento che sembrava stare molto bene. Non vedeva l’ora di parlare; e quando un uccello verde e oro gli fu indicato, questo suo sentimento traboccò: riempi l’uccellino di effusioni. Quindi si mise a parlare della bellezza del fiume, e cantò una canzone che ne tesseva le lodi. Aveva una bella voce, ma la stanza era troppo piccola. All’uccello verdedorato se ne aggiunse un altro, e i due si accoccolarono molto vicini, lisciandosi le piume a vicenda.

«La devozione è un percorso verso Dio? Il sacrificio della devozione non rappresenta la purificazione del cuore? La devozione non è una componente essenziale della nostra vita?»

Cosa intendi per devozione?

«L’amore verso le cose più alte; l’offerta di un fiore davanti a un’icona, il simbolo di Dio. La devozione è completa sublimazione, è l’amore che sublima l’amore della carne. Sono stato seduto per ore completamente perso nell’amore di Dio. In questo stato non sono niente e non so niente. Quando sono così, sento che tutta la vita è un’unità, che lo spazzino e il re sono una persona sola. È uno stato meraviglioso: sicuramente anche tu lo conosci.»

La devozione è amore? E qualcosa di separato dalla nostra esistenza quotidiana? È un atto di sacrificio essere devoti a un oggetto, alla conoscenza, a un servizio, o a un’azione? Possiamo parlare di sacrificio quando siamo persi nella nostra devozione? E una volta che ti sei completamente identificato con l’oggetto della tua devozione, si può parlare di assoluta abnegazione? È altruismo perdersi in un libro, in una recitazione, in un’idea? È devozione l’adorazione di un’immagine, di una persona, di un simbolo? La realtà possiede forse dei simboli? Può un simbolo in ogni caso rappresentare la verità? Non è invece che il simbolo è statico? E allora come può mai una cosa statica rappresentare qualcosa che vive? Tu sei forse la tua immagine?

Cerchiamo di capire cosa intendiamo con devozione. Tu trascorri molte ore al giorno in quello che tu chiami l’amore, la contemplazione di Dio. E questa è devozione? L’uomo che dona la sua vita per il miglioramento sociale è devoto al suo lavoro; e il generale, il cui mestiere è pianificare la distruzione, è anch’egli devoto al suo lavoro. E questa è devozione? Se posso dire così, tu trascorri il tuo tempo inebriandoti con l’immagine o l’idea di Dio, e altri fanno la stessa cosa in modi diversi. C’è una distinzione fondamentale fra le due modalità? È la devozione che ha un oggetto?

«Ma questa adorazione di Dio consuma tutta la mia vita. Non sono consapevole di niente se non di Dio. Egli riempie il mio cuore.»

E l’uomo che idolatra il suo lavoro, il suo capo, la sua ideologia è altrettanto consumato da ciò di cui si occupa. Tu riempi il tuo cuore con la parola «Dio», e un altro con l’attività; e questa è devozione? Tu sei felice con la tua immagine, il tuo simbolo, e un altro con i suoi libri e la sua musica; e questa è devozione? Devozione significa perdersi in qualcosa? Un uomo è devoto a sua moglie per varie ragioni gratificanti; e la gratificazione è devozione? Identificarsi con il proprio paese è molto inebriante; e l’identificazione è devozione?

«Ma il mio donarmi interamente a Dio non fa del male a nessuno. Al contrario, mi tengo lontano dal male e non ne faccio agli altri.»

Questo è già qualcosa; ma anche se non fai nulla di male esteriormente, l’illusione non è forse qualcosa che nuoce a te e alla società a un livello più profondo?

«Non mi interessa la società. I miei bisogni sono pochi; ho soggiogato le mie passioni e trascorro i miei giorni all’ombra di Dio.»

Ma non è importante cercare di scoprire se quest’ombra ha dietro di sé anche una qualche sostanza? Adorare l’illusione significa restare aggrappati alla propria gratificazione; cedere all’appetito a qualsiasi livello significa essere libidinosi.

«Sei molto indisponente, e non sono neanche tanto sicuro di voler proseguire questa conversazione. Vedi, io sono venuto per adorare al tuo stesso altare; ma trovo che il tuo modo di adorare sia completamente diverso dal mio, e quello che tu dici va al di là di me. Ma vorrei comunque sapere qual è la bellezza del tuo adorare. Non hai foto, immagini e rituali, ma devi adorare. Di che natura è la tua adorazione?»

Colui che adora è l’adorato. Adorare qualcun altro è adorare se stessi; l’immagine, il simbolo sono una proiezione di se stessi. Prima di tutto, il tuo idolo, il tuo libro, la tua preghiera sono il riflesso della tua esperienza, del tuo vissuto; sono la tua creazione, anche se può essere stata fatta da qualcun altro. Tu scegli assecondando la tua gratificazione; la tua scelta è il tuo pregiudizio. La tua immagine è la tua droga ed è scolpita nella tua memoria; stai adorando te stesso attraverso l’immagine creata dal tuo stesso pensiero; e la tua devozione non è altro che l’amore per te stesso occultato dal canto della tua mente. L’immagine sei tu, è il riflesso della tua mente. Una tale devozione è solo una forma di autoinganno che non può che condurre a sofferenza e isolamento, ovvero alla morte.

La ricerca è devozione? Cercare qualcosa non è cercare: cercare la verità non significa trovarla. Noi fuggiamo da noi stessi attraverso la ricerca, che è illusione; cerchiamo in ogni modo di volar via da ciò che siamo. Il nostro io profondo è così misero e meschino, così essenzialmente nulla, e l’adorazione di qualcosa di infinitamente più grande di noi è altrettanto misera e stupida come noi. L’identificazione con il grande non è altro che la proiezione del piccolo: il più è solo un’estensione del meno; e il piccolo alla ricerca del grande troverà soltanto ciò che è in grado di trovare. Le fughe sono molte e varie, ma la mente in fuga è solo piena di paura, limitata e ignorante.

La comprensione della fuga è la libertà da ciò che è. Ciò che è può essere compreso solo quando la mente non è più alla ricerca di una risposta, poiché la ricerca di una risposta è una fuga da ciò che è. E questa ricerca viene chiamata in vari modi, uno dei quali è devozione; ma per comprendere ciò che è, la mente deve essere silenziosa.

«Cosa intendi con “ciò che è”?»

Ciò che è è ciò che è di momento in momento. La comprensione dell’intero processo della tua adorazione, della tua devozione a quello che tu chiami Dio, è la consapevolezza di ciò che è. Ma tu non desideri comprendere ciò che è; perché la tua fuga da ciò che è, che tu chiami devozione, è fonte di grande piacere, e perciò l’illusione acquista un significato più grande della realtà. La comprensione di ciò che è non dipende dal pensiero, poiché il pensiero è esso stesso una fuga. Pensare a un problema non significa certo comprenderlo. La verità di ciò che è si può rivelare solo quando la mente è silenziosa.

«Sono soddisfatto di ciò che ho. Sono felice del mio Dio, dellle mie recitazioni e della mia devozione. La devozione a Dio è la canzone del mio cuore, e la mia felicità risiede in quella musica. La tua musica potrà forse essere più chiara e aperta, ma quando canto il mio cuore è pieno. E cosa può chiedere di più un uomo se non avere il cuore pieno? Nella mia canzone siamo fratelli, e non sono disturbato dalla tua canzone.»

Quando la canzone è reale non esistono il tu o l’io, ma solo il silenzio dell’eterno. La canzone non è suono ma silenzio. Non lasciare che il suono della tua canzone riempia il tuo cuore.

11. interesse

Aveva conseguito varie lauree e faceva il preside. Si era dedicato all’educazione con interesse autentico, e aveva lavorato con grande impegno nell’ambito delle riforme sociali; ma ora, diceva, sebbene ancora relativamente giovane, aveva perso la voglia di vivere. Portava avanti in maniera abbastanza meccanica i suoi doveri, trascinandosi nella routine quotidiana con stanca noia; non c’era più alcuna gioia di vivere in ciò che faceva, e lo stimolo ad agire che una volta sentiva era completamente svanito. Si era impegnato anche nell’ambito religioso e aveva lottato per portare avanti certe riforme nella sua religione, ma anche questo afflato ora si era spento. Non riusciva a scorgere più alcun valore in nessuna azione particolare.

Perché?

«Tutte le azioni conducono alla confusione, creano altri problemi, altre cattiverie, altri danni. Ho sempre cercato di muovermi con ponderazione e intelligenza, ma comunque io agissi il mio comportamento determinava invariabilmente una qualche situazione di confusione; le molte attività in cui mi sono impegnato non hanno fatto altro che farmi sentire depresso, ansioso ed esausto, e non hanno portato a niente. Ora ho paura di agire, e il terrore di procurare più male che bene è il motivo del mio astenermi dall’intraprendere una qualsiasi azione che non sia la minima necessaria.»

Qual è la causa di questa paura: è la paura di far male, di arrecare danno? Ti stai ritirando dalla vita a causa del timore di creare ancora più confusione? Ma di quale confusione hai paura: di quella che potresti creare, o della confusione dentro te stesso? Se tu avessi chiarezza dentro te stesso e da questa chiarezza provenisse l’azione, allora saresti ancora spaventato dalla possibile confusione che la tua azione potrebbe creare? Hai paura della confusione dentro o fuori?

«Non l’avevo mai vista in questo modo prima, e devo prendere in considerazione ciò che stai dicendo.»

Se tu avessi chiarezza dentro di te, vorresti ancora impegnarti nella risoluzione di nuovi problemi? Noi vogliamo fuggire dai nostri problemi con qualsiasi mezzo e in questo modo non facciamo altro che aumentarli. Esporre i nostri problemi può sembrare fonte di confusione, ma la capacità di affrontarli dipende dalla chiarezza dell’approccio. Se tu fossi chiaro, le tue azioni sarebbero ancora confuse?

«Non sono chiaro. Non so cosa voglio fare. Potrei seguire qualche “ismo” di sinistra o di destra, ma questo non porterebbe alcuna chiarezza nell’azione. Possiamo anche chiudere gli occhi sulle assurdità di un “ismo” particolare e comunque lavorare per quello, ma il fatto rimane: essenzialmente esiste più male che bene nell’azione di tutti gli “ismi”. Se io fossi chiaro dentro di me, affronterei i problemi e cercherei di venirne a capo, di definirli. Ma non sono chiaro. Ho perso qualsiasi stimolo, qualsiasi motivazione all’azione.»

Perché hai perso la tua motivazione? L’hai persa nell’aver speso oltre misura un’energia limitata? Ti sei esaurito nel dedicarti ad attività che non avevano alcun interesse fondamentale per te? O forse il problema è che non hai ancora trovato qualcosa cui tu sia genuinamente interessato?

«Vedi, dopo l’università mi appassionava molto la riforma sociale, e mi ci sono dedicato ardentemente per alcuni anni; ma poi ho incominciato a vederne la piccolezza, così smisi di occuparmene e mi dedicai all’educazione. Ho lavorato veramente duro nell’educazione per molti anni, senza interessarmi a nient’altro; ma alla fine ho abbandonato anche questa perché stavo diventando sempre più confuso. Ero ambizioso, non per me stesso, ma perché volevo che ne venisse fuori un buon lavoro; però la gente con cui ho lavorato litigava sempre, erano gelosi e personalmente ambiziosi.»

L’ambizione è una cosa strana. Tu dici che non eri ambizioso per te stesso, ma solo per la riuscita di un buon lavoro. Ma esiste una qualche differenza tra l’ambizione personale e quella cosiddetta impersonale? Non considereresti personale o meschino identificarti con un’ideologia e lavorare ambiziosamente alla sua realizzazione; la chiameresti un’ambizione di valore, non è così? Ma è realmente così? Sicuramente, tu hai solo sostituito un termine con un altro, «impersonale» con «personale», ma la spinta, la motivazione sono le stesse. Tu vuoi successo per il lavoro in cui ti identifichi. Al termine «io» hai sostituito i termini «lavoro», «sistema», «paese», «Dio», ma tu sei sempre importante. L’ambizione è sempre all’opera, spietata, gelosa, piena di paure. Hai lasciato il tuo lavoro perché non era un successo? Saresti andato avanti se lo fosse stato?

«Non credo di averlo lasciato per questo. Il lavoro non andava affatto male, come un qualsiasi altro lavoro se uno vi dedica tempo, energia e intelligenza. L’ho lasciato perché non portava a niente, da nessuna parte; mi arrecava solo una sorta di temporaneo sollievo, ma non vedevo alcun cambiamento fondamentale e durevole.»

Quando lavoravi avevi la spinta, poi cosa è successo? Cosa è successo all’urgenza, alla fiamma? È questo il problema?

«Si, è questo il problema. Una volta avevo la fiamma, ma ora si è spenta.»

Sta solo dormendo sotto la cenere, o ne hai fatto un uso sbagliato cosicché si è estinta definitivamente? Credi che la fiamma sia spenta e che sia rimasta solo la cenere? Forse non hai ancora trovato il tuo interesse reale. Ti senti frustrato? Sei sposato?

«No, non penso di essere frustrato, né penso di aver bisogno di una famiglia o della compagnia di una particolare persona. Economicamente mi accontento di poco. Sono sempre stato attirato dalla religione nel senso più profondo del termine, ma suppongo di aver voluto essere «di successo» anche in questo ambito.»

Se non sei frustrato, perché non sei contento già solo di vivere?

«Non sto certo ringiovanendo, e non voglio arrivare a vegetare, a marcire.»

Cerchiamo di porre il problema in maniera diversa. A cosa sei interessato? Non a cosa dovresti essere interessato, ma cosa davvero ti stimola in questo momento?

«Davvero non lo so.»

Non sei interessato a scoprirlo?

«E come posso scoprirlo?»

Pensi che esista un metodo, un modo per scoprire ciò che ti interessa? È molto importante per te scoprire in quale direzione si rivolga il tuo interesse. Finora hai provato a fare certe cose, hai profuso in esse energia e intelligenza, ma non ti hanno soddisfatto profondamente. Sia che tu ti sia bruciato facendo cose che non erano di interesse fondamentale per te, sia che il tuo reale interesse sia sopito, e sia in attesa di essere risvegliato. Ora, qual è?

«Ripeto, non lo so. Puoi aiutarmi a scoprirlo?»

Non vuoi conoscere per te stesso la verità sulla questione? Se ti sei bruciato, il problema richiede un certo approccio; ma se il tuo fuoco è ancora dormiente, allora il suo risveglio è importante. Ora, qual è? Trascurando questa mia domanda, non vorresti scoprire la sua verità per te stesso? La verità di ciò che è è la sua stessa azione. Se sei bruciato, allora è questione di guarigione, riabilitazione, di rimanere creativamente a riposo. Questo maggese creativo segue la coltivazione e la semina; è inazione volta a una futura azione completa. Oppure potrebbe essere che il tuo reale interesse non sia ancora stato risvegliato. Per favore, ascoltati e cerca di scoprirlo. Se l’intenzione di scoprire è lì, allora scoprirai, non con un’indagine approfondita, ma essendo chiaro e ardente nella tua intenzione. Allora vedrai che durante le ore del risveglio sarà presente un’attenzione vigile in cui raccoglierai ogni piccolo accenno di questo latente interesse, e vedrai che anche i sogni giocano un loro ruolo. In altre parole, l’intenzione farà partire il meccanismo della scoperta.

«Ma come farò a sapere quale interesse è quello vero? Ho avuto tanti interessi, e si sono tutti esauriti, sono svaniti. Come faccio a sapere che quello che posso scoprire come mio reale interesse non svanisca di nuovo?»

Non c’è alcuna garanzia, naturalmente; ma finché tu sarai consapevole di questo processo di dissoluzione e dissolvimento, significherà che avrai un grado di attenzione che ti aiuterà a scoprire il reale. Se posso metterla in questo modo, non stai cercando il tuo vero interesse, ma restando in uno stato di attenzione passiva, il vero interesse si mostrerà da solo, ti si rivelerà. Se invece cerchi di scoprire qual è il tuo reale interesse, ne sceglierai uno in contrapposizione a un altro, soppeserai, calcolerai, valuterai, giudicherai. Un tale processo coltiva solamente opposizione: sprechi tutte le tue energie per domandarti se hai scelto bene, nel modo giusto. Ma quando c’è una consapevolezza passiva, e non uno sforzo positivo su una tua parte per trovare, allora in quella consapevolezza si insedierà il movimento dell’interesse. Sperimentalo e vedrai.

«Se non avrò troppa fretta e ansia, credo che incomincerò a sentire il mio genuino interesse. C’è un’accelerazione vitale, un nuovo slancio.»

12. Educazione e integrazione

Era una bellissima serata. Il sole stava tramontando dietro enormi nuvole nere, e all’orizzonte si stagliava una macchia di palme alte e slanciate. Il fiume era diventato color oro, e le colline in lontananza erano splendenti del sole che tramontava. Si udivano dei tuoni, ma verso le montagne il cielo era chiaro e azzurro. Gli armenti stavano lasciando il pascolo, e un ragazzino li stava guidando verso casa. Non poteva avere più di dieci o dodici anni, e anche se aveva trascorso l’intera giornata da solo, stava cantando; di tanto in tanto, dava un colpetto al bestiame che indugiava o si allontanava dal cammino. Sorrise, e la sua faccina scura si illuminò. Si fermò preso dalla curiosità, e con un interesse distaccato incominciò a pormi delle domande. Era un ragazzo del villaggio ed era destinato a non ricevere alcuna educazione: non avrebbe mai imparato a leggere e a scrivere, ma già sapeva cosa significava stare da solo con se stesso. Non si rendeva conto che era solo; probabilmente non gli capitava mai di chiederselo, né la cosa sembrava deprimerlo. Semplicemente era da solo e contento di esserlo: non era contento di qualcosa, era soltanto contento. Essere contenti di o per qualcosa significa essere scontenti, insoddisfatti. Cercare la soddisfazione attraverso la relazione significa essere in uno stato di paura, poiché la soddisfazione che dipende dalle relazioni è solamente gratificazione. La vera soddisfazione è invece uno stato di non dipendenza. La dipendenza arreca sempre conflitto e opposizione e la libertà è la condizione necessaria per la felicità. La libertà è e deve sempre essere all’inizio; non è un fine, o un obiettivo da raggiungere; non si può pensare di essere liberi in futuro: la libertà futura non ha alcun riscontro con la realtà, è solo un’idea. La realtà è ciò che è; e la consapevolezza passiva di ciò che è è la soddisfazione.

Il professore disse di aver insegnato per molti anni, sin da quando si era laureato, e di aver avuto come allievi un gran numero di ragazzi in uno degli istituti statali. Preparava studenti in grado di superare gli esami, e questo era ciò che volevano il ministero e i genitori. Naturalmente, aveva incontrato anche ragazzi eccezionalmente dotati a cui venivano offerte speciali occasioni, come borse di studio e altre opportunità; ma la grande maggioranza era fatta di ragazzi indifferenti, ottusi, pigri, e talvolta anche monelli. Alcuni di loro riuscivano comunque a fare qualcosa di se stessi, e in ogni ambito in cui si cimentavano; ma solo davvero pochi possedevano la fiamma della creatività. Durante tutti i suoi anni di insegnamento, aveva incontrato molto raramente ragazzi davvero eccezionali; qualcuno talvolta aveva addirittura dimostrato le qualità del genio, ma di solito anche questi finivano per essere soffocati dall’ambiente circostante. In qualità di insegnante aveva visitato molte parti del mondo per studiare a fondo e da vicino le potenzialità dei ragazzi eccezionalmente dotati, e dappertutto era la stessa storia. Ora si stava ritirando dalla professione di insegnante, dal momento che dopo tutti quegli anni era abbastanza rattristato dall’intera faccenda. Non importava quanto bene fossero educati: la quasi totalità dei giovani studenti si trasformava in una massa stupida. Alcuni erano brillanti o determinati e raggiungevano posizioni sociali alte, ma dietro lo schermo del loro prestigio e del loro dominio erano solo squallidi e guidati dall’ansia, esattamente come tutti gli altri.

«Il moderno sistema educativo è un fallimento, poiché ha prodotto due guerre devastanti e una miseria impressionante. Imparare a leggere e a scrivere, acquisire varie tecniche, quali l’esercizio della memoria, è evidente che non è abbastanza, dal momento che ha prodotto sofferenza inenarrabile. Quale pensi che sia lo scopo ultimo dell’educazione?»

Non sarebbe quello di creare un individuo integrato? Se questo è lo «scopo ultimo» dell’educazione, allora dobbiamo avere chiaro se l’individuo esista per la società, o se invece sia la società a esistere per l’individuo. Se pensiamo che la società ha bisogno dell’individuo e lo vuole usare per l’ottenimento dei propri obiettivi, allora non sarà certo interessata alla coltivazione di un essere umano integrato; ciò che vorrà la società sarà una macchina efficiente, un cittadino che si conformi e sia rispettabile, e per avere un tale risultato è sufficiente solamente un’integrazione molto superficiale. Finché l’individuo obbedisce e ha voglia ed è contento di essere interamente condizionato, la società lo troverà utile e investirà tempo e denaro su di lui. Ma se invece è la società che esiste per l’individuo, allora dovrebbe aiutarlo a liberarsi dalla propria influenza condizionante: lo deve educare a diventare un essere umano integrato.

«Cosa intendi per essere umano integrato?»

Per rispondere a questa domanda bisogna affrontarla negativamente, trasversalmente; non possiamo considerarne l’aspetto positivo.

«Non riesco a capire cosa vuoi dire.»

Stabilire positivamente cosa sia un essere umano integrato, crea solamente un modello, una forma, un esempio che cercheremo di imitare; e non è forse l’imitazione di un modello già un’indicazione di disintegrazione? Quando ci sforziamo di copiare un esempio, può esserci integrazione? Sicuramente l’imitazione è un processo di disintegrazione; e non è forse quello che sta accadendo nel mondo? Stiamo diventando tutti quanti dei dischi ben registrati: ripetiamo ciò che le cosiddette religioni ci hanno insegnato, o quello che ha detto l’ultimo leader politico, economico o religioso. Aderiamo alle ideologie e partecipiamo alle manifestazioni politiche di massa; c’è una fruizione di massa del divertimento, dello sport, c’è un’adorazione di massa, un’ipnosi di massa. Questo è un segno di integrazione? La conformità non è integrazione, non sei d’accordo?

«Ecco che arriviamo alla questione veramente fondamentale: la disciplina. Come ti poni: sei contrario?»

Cosa intendi con disciplina?

«Ne esistono molte forme: scolastica, civica, di partito, sociale, religiosa e autoimposta. La disciplina può derivare da un’autorità interna o esterna.»

Fondamentalmente, la disciplina implica una certa dose di conformità, giusto? È conformità a un ideale, a un’autorità; è la coltivazione della tenacia, che per necessità alimenta l’opposizione, poiché la tenacia è opposizione. La disciplina è un processo di isolamento, sia che si tratti dell’isolamento all’interno di un gruppo particolare o di quello della tenacia individuale. L’imitazione è una forma di tenacia, non è così?

«Intendi dire che la disciplina distrugge l’integrazione? Cosa accadrebbe se in una scuola non ci fosse disciplina?»

Non credi che sia importante comprendere il significato essenziale di disciplina, invece di saltare alle conclusioni o rifarsi a degli esempi? Stiamo cercando di vedere quali siano i fattori di disintegrazione, o cosa ostacoli l’integrazione. La disciplina intesa come conformità, tenacia, opposizione, conflitto, non è forse uno dei fattori di disintegrazione? Perché ci conformiamo? Non solo per la nostra sicurezza fisica, ma anche per la nostra tranquillità e il nostro benessere psicologico. La paura a livello più o meno conscio di sentirsi insicuri ci fa aderire alla conformità sia esteriormente sia interiormente. Noi tutti dobbiamo sentirci sicuri fisicamente; ma la paura di essere psicologicamente insicuri mina la tranquillità della sicurezza fisica, tranne che per pochi. La paura è la base di ogni disciplina: la paura di non avere successo, di essere puniti, di non ottenere e guadagnare. La disciplina è imitazione, repressione, tenacia e, che tutto ciò sia conscio o inconscio, è il risultato della paura. La paura non è uno dei fattori di disintegrazione?

«Con che cosa sostituiresti la disciplina? Senza disciplina ci sarebbe ancora più caos di quello che c’è ora. Una qualche forma di disciplina non è forse necessaria per l’azione?»

La genesi dell’intelligenza passa attraverso la comprensione del falso come falso, la visione del vero nel falso, e il riconoscimento del vero come vero: non è una questione di sostituzione, poiché non possiamo sovrapporre qualcos’altro alla paura; se anche lo facciamo, la paura resta comunque li. Possiamo forse riuscire a nasconderla o a sfuggirla, ma la paura rimane. L’eliminazione della paura è importante, e non il trovarne una sostituzione. La disciplina in qualsivoglia forma si esplichi non potrà mai portare libertà dalla paura, che deve essere osservata, studiata, compresa. La paura non è un’astrazione; arriva in essere solamente in relazione con qualcosa, ed è questa relazione che deve essere compresa. Comprendere non significa resistere o opporsi. La disciplina quindi, nel suo significato più ampio e profondo, non è allora un fattore di disintegrazione? La paura non è forse, con la sua conseguente imitazione e repressione, una forza disintegrante?

«Ma allora cosa dobbiamo fare per essere liberi dalla paura? In una classe numerosa, a meno che non regni un qualche tipo di disciplina, o, se preferisci, di paura, come potrebbe esserci ordine?»

Attuando il giusto tipo di educazione con classi di pochi studenti. E questo, naturalmente, non è possibile fino a che lo Stato sarà interessato ad avere cittadini che producano in massa. Lo Stato predilige l’educazione di massa; i governanti non vogliono incoraggiare lo scontento, poiché la loro posizione diverrebbe più difficile da mantenere. Lo Stato controlla l’educazione, vi si intromette e condiziona l’entità umana per i propri propositi; e il modo più facile per ottenere tutto questo è attraverso la paura, la disciplina, la punizione e la ricompensa. La libertà dalla paura è un’altra questione; la paura deve essere compresa e non si deve resisterle, sopprimerla, o sublimarla.

Il problema della disintegrazione è molto complesso, come un qualsiasi altro problema umano. Il conflitto non è forse un altro fattore di disintegrazione?

«Ma il conflitto è essenziale, altrimenti vegeteremmo. Senza la lotta non ci sarebbe alcun progresso, alcun avanzamento, alcuna cultura: senza lo sforzo e il conflitto, saremmo ancora dei selvaggi.»

Forse lo siamo anche adesso. Perché saltiamo sempre alle conclusioni o ci opponiamo ogniqualvolta viene proposto qualcosa di nuovo? È ovvio che siamo dei selvaggi quando uccidiamo migliaia di esseri umani per una causa o per l’altra, o per il nostro paese; uccidere un altro essere umano è il massimo dellaferocia selvaggia. Ma andiamo avanti con quello che stavamo dicendo. Il conflitto non è un segno di disintegrazione?

«Cosa intendi per conflitto?»

Conflitto in ogni sua forma: tra marito e moglie, tra due gruppi di persone con idee contrastanti, tra ciò che è e la tradizione, tra ciò che è e l’ideale, ciò che dovrebbe essere, il futuro. Il conflitto è lotta interna ed esterna. Al momento il conflitto è presente a tutti i vari livelli della nostra esistenza, consci o inconsci. La nostra vita è come un campo di battaglia; e per cosa? Arriviamo forse alla comprensione attraverso la lotta? Posso forse capirti se sono in conflitto con te? La base della possibilità di comprensione è la pace: la creazione può esistere solo nella pace, nella felicità, non certo nel conflitto. La nostra lotta costante è tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, tra la tesi e l’antitesi; abbiamo ormai accettato questo conflitto come inevitabile, e l’inevitabile è diventato la norma, il vero, anche se potrebbe essere falso. Può ciò che è essere trasformato nel suo opposto dal conflitto? Io sono questo, e lottando per essere quello, che è l’opposto, ho forse cambiato questo? Non è forse l’opposto, l’antitesi, una proiezione modificata di ciò che è? L’opposto non ha sempre in sé gli elementi del suo stesso opposto? Attraverso il paragone c’è comprensione di ciò che è? Ma una qualsiasi conclusione su ciò che è non è forse un ostacolo alla comprensione di ciò che è? Se tu volessi comprendere qualcosa, non la dovresti osservare, non la dovresti studiare? E la puoi studiare liberamente se hai dei pregiudizi a favore o contro? Se tu volessi comprendere tuo figlio, non dovresti studiarlo senza identificarti con lui né condannarlo? Di certo, se sei in conflitto con tuo figlio non potrà esserci alcuna comprensione. Quindi, il conflitto è essenziale alla comprensione?

«Non c’è forse un altro tipo di conflitto, quello intrinseco all’imparare come fare una cosa, all’apprendere una tecnica? Si può avere una visione intuitiva di qualcosa, ma deve comunque essere resa manifesta, e portarla a effetto è conflitto, lotta, e implica una grande quantità di tribolazioni e sofferenze.»

In un certo senso, è vero; ma la creazione stessa non è il mezzo? Il mezzo non è separato dal fine; il fine è una conseguenza del mezzo. L’espressione è concorde alla creazione; lo stile dipende da ciò che devi dire. Sarà la cosa stessa che hai da dire che determinerà il proprio stile. Ma se uno è solo un tecnico, allora non si pone il problema.

Il conflitto in qualsiasi ambito può creare le premesse per la comprensione? Non esiste forse una continua e interminabile catena di conflitto nello sforzo, nella volontà di essere, di diventare, sia in positivo sia in negativo? E la causa del conflitto non diventa forse l’effetto, che a sua volta poi diventa la causa? Finché non arriveremo alla comprensione di ciò che è non avremo alcun sollievo dal conflitto. Ciò che è non potrà mai essere compreso attraverso lo schermo dell’idea; ciò che è non è mai statico, e la mente per comprenderlo deve avvicinarlo in maniera pura, libera dai condizionamenti della conoscenza, dell’ideologia, di un credo, di una conclusione. Come tutte le opposizioni, il conflitto nella sua vera natura è separativo; e l’esclusione, la separazione, non sono forse fattori di disintegrazione? Qualsiasi forma di potere, sia esso individuale o dello Stato, qualsiasi sforzo per diventare di più o di meno sono processi di disintegrazione: tutte le idee, le credenze, i sistemi di pensiero, sono separativi, esclusivi. Lo sforzo, il conflitto, non possono in nessuna circostanza portare alla comprensione, e quindi siamo di fronte a un fattore degenerativo sia nell’individuo sia nella società.

«Allora, cos’è l’integrazione? Ho capito più o meno quali sono i fattori di disintegrazione, ma in realtà si tratta solo di fattori negativi, e attraverso la negazione non si può arrivare all’integrazione. Posso sapere cosa è sbagliato, ma questo non vuol dire che io sappia cosa è giusto.»

Sicuramente, quando il falso viene visto in quanto falso, il vero è. Quando una persona è profondamente consapevole dei fattori della degenerazione e non solo da un punto di vista superficiale e dialettico, non è allora che si ha l’integrazione? L’integrazione è statica, è qualcosa che deve essere ottenuto e poi concluso? Non si può arrivare all’integrazione; l’arrivo è la morte; l’integrazione non è un obiettivo, un fine: è un modo di essere, è una cosa che vive, e come può una cosa che vive essere un obiettivo, uno scopo? Il desiderio di essere integrati non è diverso da qualsiasi altro desiderio, e tutti i desideri sono causa di conflitto. Invece l’integrazione c’è solo quando non c’è conflitto. L’integrazione è uno stato di completa attenzione, e nonci può essere completa attenzione se ci sono sforzo, conflitto, resistenza, concentrazione. La concentrazione è una fissazione; è un processo di separazione, di esclusione, e l’attenzione completa non è possibile quando c’è esclusione. Escludere è ridurre, e ciò che è stato ridotto non potrà mai essere consapevole del completo. Un’attenzione completa e piena non è possibile quando c’è la condanna, la giustificazione o l’identificazione, o quando la mente è obnubilata da conclusioni, speculazioni, teorie. La libertà arriverà con la comprensione degli ostacoli: per l’uomo in prigione la libertà è solo un’astrazione; ma l’osservazione attenta e passiva disvela gli ostacoli. E l’integrazione potrà finalmente rivelarsi quando saremo liberi da ogni impedimento.

13. Castità

Il riso era maturo, il verde delle spighe aveva una sfumatura dorata, e il sole della sera lo faceva risplendere. I lunghi e stretti canali d’irrigazione erano pieni d’acqua che catturava la luce del crepuscolo. Le palme vegliavano sulle terrazze coltivate a riso ritte sui loro bordi, e tra le palme si intravvedevano delle piccole case, scure e nascoste. Il sentiero si inerpicava pigramente su per le terrazze e le macchie di palme. Era un sentiero molto musicale. Un ragazzo suonava il flauto di fronte alle risaie. Aveva un fisico pulito e sano, ben proporzionato e delicato, e indossava solo un telo bianco e lindo intorno ai fianchi; il sole tramontando illuminava il suo viso, e i suoi occhi sorridevano. Stava impratichendosi con il solfeggio, e quando se ne stancò, si mise a suonare una canzone: era molto felice di ciò, e la sua felicità era contagiosa. Anche se ero seduto poco lontano da lui, non smise mai di suonare. La luce della sera, il mare verde e oro dei campi di riso, il sole tra le palme, e questo ragazzo che suonava il flauto sembravano dare alla sera un raro incanto. A un certo punto smise di suonare, si avviò verso di me e mi si sedette accanto; nessuno di noi due disse una parola, ma il ragazzo sorrideva e il suo sorriso sembrava riempire i cieli. La madre lo chiamò da una qualche casa nascosta tra le palme; il ragazzo non rispose immediatamente, ma al terzo richiamo si alzò, sorrise e se ne andò. Più avanti lungo il sentiero una ragazza stava cantando accompagnata da uno strumento a corda, e aveva una voce molto bella. Dall’altra parte dei campi, qualcuno riprese la canzone e la cantò a squarciagola, e allora la ragazza si interruppe e ascoltò finché la voce maschile non smise di cantare. Stava diventando buio adesso. La stella della sera si rifletteva sui campi, e le rane incominciarono a gracidare.

Quanto desideriamo il possesso: la noce di cocco, la donna e i cieli! Vogliamo monopolizzare, e le cose sembrano acquistare maggior valore attraverso il possesso. Quando diciamo «è mio», l’immagine sembra diventare più bella, più piena di valore; sembra acquistare più finezza, più profondità e pienezza. C’è una strana caratteristica di violenza nel possesso: nel momento in cui diciamo «è mio», l’oggetto del possesso diventa una cosa di cui aver cura, che deve essere difesa, e in questo stesso atto è presente una resistenza che alimenterà la violenza. Poiché la violenza sta nel cercare continuamente il successo: è soddisfazione di sé. Avere successo è sempre fallire: l’arrivo è la morte e il viaggio è eterno. Ottenere, essere vittoriosi in questo mondo, è perdere la vita. Quanto tenacemente perseguiamo un fine! Ma il fine è eterno, e così il conflitto per raggiungerlo. Il conflitto è il superamento incessante, e ciò che è stato conquistato deve essere riconquistato ancora e ancora. Il vincitore è sempre nella paura, e il possesso è la sua oscurità. Lo sconfitto, bramando la vittoria, perde ciò che è stato ottenuto, e così diventa uguale al vincitore. Avere la ciotola vuota è avere una vita che è senza morte.

Erano sposati da poco e non avevano ancora un bambino. Sembravano così giovani, così distanti dalla vera vita, così timidi. Volevano parlare in maniera molto tranquilla, senza che venisse loro messa fretta e senza la sensazione di scavalcare gli altri, in attesa del loro turno. Erano una coppia bella da vedere, ma c’era ansia nei loro occhi; i loro sorrisi sembravano spontanei e sinceri, ma nascondevano una certa angoscia. Erano freschi e puliti, ma c’era come un sussurro di lotta interiore. L’amore è una cosa strana: quanto presto svanisce, quanto presto il fumo soffoca la fiamma! La fiamma non è né tua né mia; è solofiamma, chiara e a sé bastante; non è né personale né impersonale; non è di ieri né di domani. Ha un calore che guarisce, e un profumo che non è mai costante. Non può essere posseduta, monopolizzata e tenuta stretta in una mano. Se viene trattenuta, brucia e distrugge, e il fumo pervade il nostro essere; e allora non ci sarà più spazio per la fiamma.

Lui raccontava che erano sposati da due anni, e che ora vivevano quietamente non molto lontano da una cittadina abbastanza grande. Avevano una piccola fattoria, venti o trenta acri di risaie e alberi da frutta, e del bestiame; lui si occupava dell’allevamento e lei lavorava nell’ospedale locale. Le loro giornate erano piene, ma non era la pienezza della fuga: non avevano mai cercato di scappare via da nulla, tranne che dai loro parenti, che erano molto tradizionalisti e abbastanza noiosi. Si erano sposati nonostante il parere contrario delle famiglie, e vivevano soli con ben poco aiuto. Prima di sposarsi si erano parlati e avevano deciso di non avere figli.

Perché?

«Entrambi ci siamo resi conto di che razza di spaventoso caos sia ormai il mondo, e fare altri bambini ci sembrava una specie di crimine. I bambini inevitabilmente sarebbero solo diventati altri funzionari burocrati, o schiavi di un qualche sistema religioso-economico. Lambiente li avrebbe resi stupidi, o brillanti e cinici. Inoltre, non abbiamo abbastanza soldi per educare un bambino come si deve.»

Cosa intendete dire con «come si deve»?

«Per educare dei bambini nel modo più appropriato avremmo dovuto farli studiare non solo qui, ma anche all’estero. Avremmo dovuto coltivarne l’intelligenza, il senso dei valori e del bello, e aiutarli ad arrivare ad affrontare la vita ricchi e felici, cosicché avrebbero trovato pace; e naturalmente, avremmo dovuto fare in modo che imparassero una qualche professione che non devastasse le loro anime. Oltre a tutto questo, considerando la nostra insipienza, sentivamo che non avremmo dovuto trasmettere loro i nostri modi di essere e i nostri condizionamenti. Non volevamo creare degli esemplari modificati di noi stessi.»

Volete forse dire che avete pensato ed espresso tutto questo in maniera così logica, fredda e razionale prima di sposarvi? Avete stilato un buon contratto; ma può essere onorato così facilmente come è stato stilato? La vita è un poco più complicata di un mero contratto verbale, non siete d’accordo?

«E infatti è quello che stiamo scoprendo. Nessuno di noi due ha parlato di tutto questo a nessun altro sia prima sia durante il nostro matrimonio, e già questa è stata una delle nostre difficoltà. Non abbiamo conosciuto nessuno con cui poter parlare liberamente, poiché la maggior parte della gente più grande sembra provare un piacere così arrogante nel disapprovarti o nel darti una pacca sulla spalla. Abbiamo assistito a una delle tue conversazioni, ed entrambi siamo voluti venire per discutere con te del nostro problema. Un’altra cosa che ci siamo promessi prima del nostro matrimonio è che non avremmo mai avuto alcun rapporto sessuale.»

Di nuovo, perché?

«Siamo entrambi molto religiosi e volevamo cercare di condurre una vita spirituale. Sin da ragazzo ho sempre voluto essere poco materialista e vivere la vita di un sannyasi. In passato ho letto moltissimi libri di argomento religioso, che hanno ulteriormente rafforzato questo mio desiderio. A dir la verità, ho indossato la veste arancione per quasi un anno.»

Anche tu?

«Non sono così brillante o colta come lui, ma anch’io ho un profondo retroterra religioso. Mio nonno aveva un gran bel lavoro, ma lasciò sua moglie e i suoi figli per diventare sannyasi, e ora anche mio padre vuole fare la stessa cosa; finora l’ha avuta vinta mia madre, ma anche mio padre potrebbe un giorno sparire come mio nonno, e io provo il loro medesimo impulso a condurre una vita religiosa.»

Allora, se posso chiedere, perché vi siete sposati?

«Volevamo la compagnia l’uno dell’altro,» – rispose lui – «ci volevamo bene e sentivamo di avere qualcosa in comune. E questo lo sentivamo sin da quando ci siamo conosciuti molto giovani, e non riuscivamo a vedere alcuna ragione valida per cui non avremmo dovuto sposarci legalmente. Avevamo anche pensato di non sposarci e di vivere insieme senza fare sesso, ma questa soluzione avrebbe creato problemi inutili. Dopo il nostro matrimonio, tutto è filato liscio per il primo anno, ma la nostra voglia dell’altro diventò alla lunga intollerabile. Poi la situazione divenne così insopportabile che presi l’abitudine di andarmene via; non potevo lavorare, non riuscivo a pensare a nient’altro, e facevo sogni terribili. Divenni lunatico e intrattabile, anche se in tutto questo non ci fu mai una parola dura fra noi. Ci amavamo e non potevamo ferirci con le parole o con i comportamenti; ma bruciavamo l’uno per l’altra come il sole di mezzogiorno, e alla fine abbiamo deciso di venire qui e parlarne con te. Io non posso letteralmente mantenere la promessa che io e lei ci siamo scambiati prima di sposarci. Non hai idea di quello che è stato per me.»

E per te?

«Quale donna non desidera un figlio dall’uomo che ama? Non sapevo che sarei stata capace di un amore così grande, e anch’io ho avuto giorni di tortura e notti di agonia. Diventai nevrotica: piangevo alla minima cosa, e durante certi periodi del mese il tutto se possibile peggiorava e diventava un incubo. Speravo che accadesse qualcosa, qualsiasi cosa, ma anche se ne parlavamo, le cose non miglioravano. Fu a questo punto che aprirono un ospedale vicino a casa: chiesero il mio aiuto e la mia collaborazione, e fui felice di scappare da tutto. Ma anche così le cose non andarono meglio. Averlo così vicino tutti i giorni...»

Ora stava piangendo, con tutto il cuore. «Perciò siamo venuti a parlarti. Cosa ne pensi?»

Una vita religiosa significa punirsi? La mortificazione del corpo o della mente è un segno di comprensione? Torturarsi è una via verso la realtà? La castità è negazione? Pensate di poter andare lontano sottoponendovi alla rinuncia? Credete davvero che ci possa essere pace attraverso il conflitto? Il mezzo non conta infinitamente più del fine? Il fine potrebbe essere, ma il mezzo è. L’ora, il ciò che è, deve essere compreso e non soffocato da risoluzioni, ideali e intelligenti razionalizzazioni: la sofferenza non è la via verso la felicità. Quella cosa chiamata passione ha bisogno di essere compresa e non certo repressa o sublimata, e non è neanche positivo cercare di trovare una sostituzione. Qualsiasi cosa possiate fare, qualsiasi espediente possiate inventarvi, non potrà altro che rafforzare ciò che non è stato amato e compreso. Amare ciò che noi chiamiamo passione significa comprenderla; perchè amare significa essere in comunione diretta; e non puoi amare qualcosa se la offendi, se te ne fai delle idee preconcette, se arrivi a conclusioni arbitrarie. Avete fatto un voto contro la passione: come potrete allora amarla e comprenderla? Un voto è una forma di resistenza, e ciò a cui cercate di resistere alla fine vi conquisterà; ma la verità non è da conquistare, non puoi aggredirla; scivolerà dalle tue mani se tenterai di afferrarla. La verità giunge in silenzio, senza che tu te ne accorga. Ciò che conosci non è la verità, è solo un’idea, un simbolo: l’ombra non è il reale.

Il nostro problema è cercare di capirci e non di distruggerci. Distruggere è più facile. Tu hai un modello di azione che speri ti possa condurre alla verità; ma il modello è sempre creato da noi, è conforme ai nostri condizionamenti, e anche il fine lo è. Ti crei un modello e poi fai un voto per mantenerlo: questa è davvero la fuga ultima da te stesso, perché tu non sei quel modello che ha in sé già la sua proiezione né appartieni al suo processo; tu sei quello che sei in questo momento, tu sei il desiderio bruciante. Se veramente vuoi trascendere ed essere libero dal desiderio bruciante, allora devi comprenderlo totalmente, senza condannarlo né accettarlo; ma questa è un’arte che si affina solo attraverso l’osservazione attenta temperata dalla passività profonda.

«Ho letto alcuni dei tuoi discorsi e quindi riesco a seguire ciò che dici. Ma cosa dobbiamo fare in questa situazione?»

È la vostra vita, la vostra sofferenza, la vostra felicità, e lasciate che un altro vi dica cosa dovreste o non dovreste fare? Gli altri non ve l’hanno già detto? Gli altri sono il passato, la tradizione, il condizionamento di cui anche voi comunque siete parte. Avete ascoltato gli altri, e voi stessi, e siete ancora in questa situazione difficile; e ancora cercate un consiglio dagli altri, che siete poi voi stessi? Ascolterete, ma accetterete la parte piacevole e rifiuterete la parte di sofferenza, ed entrambe sono condizionanti. Il vostro voto contro la passione è l’inizio della sofferenza, così come sofferenza è indulgervi; ma ciò che è importante è comprendere l’intero processo dell’ideale, del fare un voto, della disciplina, della sofferenza, tutte fughe radicali dalla miseria interiore, dal dolore dell’inadeguatezza e della solitudine interiori. E questo intero processo siete voi.

«Ma, e i bambini?»

Di nuovo, non ci può essere un «sì» o un «no». La ricerca diuna risposta attraverso la mente non conduce da nessuna parte. Noi usiamo i bambini come pedine nel gioco della nostra vanità, e accumuliamo sofferenza; li usiamo come ennesimo mezzo per fuggire da noi stessi. Quando i bambini non sono usati come mezzo, riacquistano il significato e l’importanza che né voi, né la società, né lo Stato attribuite loro. La castità non è un oggetto mentale; la castità è la vera natura dell’amore. Senza amore, qualsiasi cosa facciate, non ci potrà essere castità; e se invece c’è amore, la vostra domanda troverà la giusta e vera risposta.

Rimasero nella sala, completamente in silenzio, a lungo: parole e gesti erano arrivati alla meta.

14. Paura della morte

Sulla terra rossa di fronte alla casa c’era una distesa di campanule dai cuori dorati: avevano grandi petali color malva e un profumo delicato. Sarebbero state spazzate via durante il giorno, ma nell’oscurità della notte ricoprivano la terra rossa. Il rampicante era robusto, con le foglie seghettate che brillavano nella mattinata di sole. Alcuni bambini camminarono noncuranti sui fiori, e un uomo che stava salendo precipitosamente in macchina nemmeno li notò; un passante ne raccolse uno, lo annusò, e se lo portò via, per buttarlo subito dopo; una donna, che doveva essere a servizio, uscì dalla casa, raccolse un fiore e se lo mise fra i capelli. Quant’erano belli quei fiori, e quanto velocemente stavano appassendo sotto il sole!

«Sono sempre stata ossessionata da un qualche tipo di paura. Da bambina ero molto timida, chiusa e sensibile, e ora ho paura della vecchiaia e della morte. So bene che tutti dobbiamo morire, ma nessun tipo di razionalizzazione sembra in grado di sedare questa mia paura. Mi sono avvicinata alla Società di ricerche sul paranormale, ho partecipato ad alcune sedute spiritiche, e ho letto ciò che i grandi maestri hanno detto sulla morte; ma la paura è ancora lì. Ho anche tentato la strada della psicanalisi, ma anche qui senza successo. Questa paura è diventata ormai un problema per me: mi sveglio nel cuore della notte in seguito a sogni spaventosi, e tutti sono in un modo o nell’altro connessi con la morte. Sono spaventata in maniera non comune dalla violenza e dalla morte; la guerra è stata un mio incubo ricorrente, e ora incomincio a sentirmi veramente molto turbata. Non si tratta ancora di una nevrosi, ma sento che potrebbe diventarlo. Ho fatto tutto ciò che ho potuto per tenere questa paura sotto controllo; ho cercato di sfuggirla, ma al termine della mia fuga non riesco mai a scuotermela di dosso. Ho partecipato ad alcune stupide conferenze sulla reincarnazione, e si può dire che ho studiacchiato la letteratura induista e buddhista sull’argomento, ma tutto questo non è stato abbastanza, non per me. Non ho paura della morte in maniera semplicemente superficiale, la mia è una paura molto profonda.»

Come affronti il futuro, il domani, la morte? Stai cercando di trovarne la verità, o stai cercando rassicurazione, un’asserzione gratificante di continuità o di annichilimento? Vuoi la verità o una risposta consolante?

«Se la metti in questo modo, non riesco veramente a capire di che cosa ho paura; ma la paura è sempre lì ed è pressante, opprimente.»

Qual è il tuo problema? Vuoi essere libera dalla paura, o stai cercando la verità riguardo alla morte?

«Cosa intendi con «verità riguardo alla morte»?»

La morte è un fatto inevitabile, fai pure ciò che vuoi, ma è irrevocabile, definitiva e vera. Vuoi conoscere la verità di ciò che c’è oltre la morte?

«Quello che ho studiato e le poche materializzazioni a cui ho assistito durante le sedute spiritiche sembrano indicare una certa continuità dopo la morte. Il pensiero in qualche modo continua, e questo l’hai affermato anche tu: come la trasmissione di canzoni, parole e immagini richiede dall’altra parte la presenza di un ricevitore, così anche il pensiero che continua dopo la morte ha bisogno di uno strumento attraverso il quale si possa esprimere. Lo strumento può essere un medium, oppure il pensiero si può materializzare in altri modi. Ciò per me è molto chiaro e può anche essere sperimentato e compreso; ma anche se ho studiato l’argomento molto a fondo, dentro di me vive ancora un’imperscrutabile paura che io penso sia decisamente connessa con la morte.»

La morte è inevitabile: la continuità può essere conclusa, o può essere nutrita e mantenuta, poiché ciò che ha continuità non può mai rinnovarsi, non può mai comprendere l’inconoscibile. La continuità è durata, e ciò che dura per sempre non è l’infinito, l’eterno: attraverso il tempo e la durata, l’eternità non è. Affinché il nuovo sia, è necessaria una conclusione; il nuovo non appartiene alla continuità del pensiero, perché il pensiero è movimento continuo nel tempo; e questo movimento non può includere dentro di sé uno stato d’essere che non appartenga al tempo. Il pensiero è basato sul passato, la sua vera essenza appartiene al tempo, non solo cronologico, ma pensato come un movimento del passato attraverso il presente verso il futuro; è il movimento della memoria, della parola; è l’immagine, il simbolo, la testimonianza, la ripetizione. Il pensiero e la memoria si perpetuano attraverso la parola e la ripetizione; la conclusione del pensiero è l’inizio del nuovo; la morte del pensiero è la vita eterna. Deve esistere una fine incessante affinché il nuovo sia. Ciò che è nuovo non è continuo e non potrà mai essere dentro i limiti del tempo; il nuovo è solo nella morte di momento in momento: ci deve essere morte ogni giorno affinché l’inconoscibile possa rivelarsi. La fine è l’inizio, ma la paura impedisce la fine.

«So di aver paura, e non so cosa ci sia al di là di essa.»

Cosa intendi per paura? Cos’è la paura? La paura non è un’astrazione, non esiste indipendentemente, da sola. Insorge solo in relazione con qualcos’altro. La paura si manifesta nei rapporti: non c’è alcuna paura se non nell’ambito dei rapporti. Ora, di che cosa hai paura? Tu dici di aver paura della morte. Cosa intendi per morte? Nonostante esistano teorie, speculazioni, e ci siano anche alcuni fatti riscontrabili, la morte resta ancora l’inconoscibile. Qualsiasi cosa noi si riesca a sapere su di essa, per sua stessa natura non potrà essere mai portata nel campo del conosciuto; possiamo anche allungare una mano per afferrarla, ma non vi riusciremo. Ciò a cui puoi relazionarti è il conosciuto, e l’inconoscibile non può essere reso familiare; l’abitudine non può appropriarsene, quindi sorge la paura.

Il conosciuto e la mente potranno mai comprendere o anche solo contenere l’inconoscibile? La mano che si allunga può ricevere solo ciò che già conosce o che si può conoscere, ma non può afferrare l’inconoscibile. Desiderare l’esperienza significa dare continuità al pensiero, dare forza al passato, promuovere il conosciuto. Tu vuoi sperimentare la morte, non è così? Anche se stai vivendo, tu vuoi sapere cos’è la morte. Ma sai cos’è vivere? Conosci la vita solo come conflitto, confusione, antagonismo, gioia e dolore che si alternano. Ma questa è la vita? La vita è dolore e lotta? In questo stato che noi chiamiamo vita vogliamo sperimentare qualcosa che non appartiene al nostro campo di coscienza, conoscenza e consapevolezza. Questa sofferenza, questa lotta, l’odio che si intreccia alla gioia sono ciò che chiamiamo vita; e vogliamo sperimentare qualcosa che ne è l’opposto: la continuazione di ciò che è, forse modificato. Ma la morte non è l’opposto: è l’inconoscibile; e il conosciuto desidera disperatamente sperimentare la morte, ciò che non conosce; ma qualsiasi cosa facessimo, non potremmo mai sperimentare la morte, perché è spaventosa. Si tratta di questo?

«L’hai spiegato molto chiaramente. Se io potessi conoscere o sperimentare cosa è la morte mentre vivo, allora sicuramente la paura cesserebbe.»

Poiché non puoi sperimentare la morte, allora ne hai paura. Il conscio può sperimentare quello stato che non può essere portato in essere attraverso il conscio? Ciò che può essere sperimentato è la proiezione del conscio, di quello che già conosciamo, poiché il conosciuto può solo sperimentare il conosciuto; l’esperienza è sempre all’interno del campo del conosciuto; il conosciuto non può sperimentare cosa ci sia oltre il suo campo. Lo sperimentare è altamente diverso dall’esperienza. Lo sperimentare non è dentro il campo dello sperimentatore; ma nel momento in cui lo sperimentare svanisce, lo sperimentatore e l’esperienza arrivano nell’essere, e allora lo sperimentare viene portato nel campo del conosciuto. Il conoscitore, lo sperimentatore, desidera ardentemente lo stato dello sperimentare, il non conosciuto; e dal momento che lo sperimentatore, il conoscitore, non può entrare nello stato dello sperimentare, allora ha paura. Egli è la paura, non è separato dalla paura. Lo sperimentatore della paura non ne è un osservatore; è lui stesso la paura, il vero strumento della paura.

«Cosa intendi per paura? Io so di aver paura della morte. Non sento di essere io la paura, ma sono spaventata da qualcosa. Ho paura e sono separata dalla paura. La paura è una sensazione distinta dall»‘io»che l’osserva, l’analizza. Io sono l’osservatore, e la paura è l’osservato. Come possono l’osservatore e l’osservato essere una cosa sola?»

Tu dici di essere l’osservatore, e la paura è l’osservato. Ma è proprio così? Tu sei veramente un’entità separata dalle tue qualità? Non sei invece identica, una cosa sola con le tue qualità? Non sei forse pensieri, emozioni e così via? Tu non sei separata dalle tue qualità, dai tuoi pensieri. Tu sei i tuoi pensieri. Il pensiero crea il «tu», l’entità apparentemente separata; senza pensiero, il pensatore non esiste. Vedendo l’impermanenza di se stesso, il pensiero crea il pensatore come permanente, duraturo; e allora il pensatore diventa lo sperimentatore, l’analizzatore, l’osservatore separato dal transitorio. Noi tutti desideriamo ardentemente una certa qual permanenza, e vedendo l’impermanenza intorno a noi il pensiero crea il pensatore che si suppone essere permanente. Il pensatore allora procede per costruire altri e più alti stati di permanenza: l’anima, l’atman, il nostro sé più alto e così via. Il pensiero è la base, il fondamento dell’intera struttura. Ma questa è un’altra questione. Noi siamo preoccupati dalla paura. Cos’è la paura? Vediamo cos’è.

Tu dici di aver paura della morte. Dal momento che non puoi sperimentarla, allora ne hai paura. La morte è il non conosciuto, e tu hai paura del non conosciuto. È di questo che si tratta? Ora, si può aver paura di qualcosa che non si conosce? Se qualcosa ti è sconosciuto, come puoi averne paura? Ciò di cui hai veramente paura non è il non conosciuto, la morte, ma la perdita del conosciuto, perché questo può causare dolore, sofferenza, o portare via il tuo piacere, la tua gratificazione. È il conosciuto che causa la paura, non il non conosciuto. Come può il non conosciuto causare la paura? Non è misurabile in termini di piacere e sofferenza: è non conosciuto.

La paura non può esistere di per se stessa, arriva in relazione con qualcosa. In questo momento tu hai paura del conosciuto nella sua relazione con la morte, non è così? Poiché ti aggrappi al conosciuto, a un’esperienza, sei terrorizzata da ciò che il futuro potrebbe essere. Ma «ciò che potrebbe essere», il futuro, è puramente una reazione, una speculazione, l’opposto di ciò che è. È così, non è vero?

«Sì, sembra essere giusto.»

E conosci ciò che è? Lo comprendi? Hai aperto l’armadio del conosciuto e ci hai guardato dentro? Non sei spaventata pure da ciò che potresti scoprire lì dentro? Ti sei mai interrogata a fondo sul conosciuto, su ciò che già possiedi?

«No, non l’ho fatto. Ho sempre dato per assodato, scontato il conosciuto. Ho accettato il passato così come si accetta il sole o la pioggia. Non l’ho mai considerato; non si è quasi consapevoli di ciò, così come non lo si è della propria ombra. Ora che ne parli, suppongo di avere anche paura di scoprire cosa ci potrebbe essere lì.»

Non è forse vero che la maggior parte di noi ha paura di guardarsi dentro? Potremmo scoprire cose spiacevoli, così preferiamo non guardare, preferiamo restare ignoranti su ciò che è. Non solo abbiamo paura di ciò che potrebbe esserci nel futuro, ma abbiamo anche paura di ciò che potrebbe esserci nel presente. Abbiamo paura di conoscerci per ciò che siamo, e questo evitare ciò che è ci fa aver paura di ciò che potrebbe essere. Avviciniamo e affrontiamo il cosiddetto conosciuto con paura, e così anche l’ignoto, la morte. Ignorare ed evitare ciò che è rappresenta il desiderio verso la gratificazione. Cerchiamo sicurezza, esigendo costantemente che non ci sia alcuna interferenza, disturbo; ed è proprio questo desiderio di non essere disturbati, di stare tranquilli, che ci fa evitare ciò che è e ci fa avere paura di ciò che potrebbe essere. La paura è l’ignoranza di ciò che è, e la nostra vita trascorre in un costante stato di paura.

«Ma allora come ci si può liberare da questa paura?»

Per liberarsi da qualcosa bisogna capire prima cos’è. È paura o solo il desiderio di non vedere? È il desiderio di non vedere che porta avanti la paura; e quando non vuoi capire il pieno significato di ciò che è, la paura agisce come un deterrente. Puoi condurre una vita gratificante evitando deliberatamente tutte le domande su ciò che è, e molti lo fanno; ma non sono felici, né lo sono coloro che si trastullano con uno studio superficiale di ciò che è. Solamente i più onesti nelle loro domande possono essere consapevoli della loro felicità; e solo per loro ci sarà la libertà dalla paura.

«Ma allora, come si fa a comprendere ciò che è?»

Ciò che è va visto nello specchio della relazione, della relazione con tutte le cose. Ciò che è non può essere compreso, ritirandosi, nell’isolamento; non può essere compreso se c’è un interprete, un traduttore che nega o accetta. Il ciò che è può essere compreso solo quando la mente è altamente passiva, quando non sta operando su ciò che è.

«Ma non è estremamente difficile essere passivamente consapevoli?»

Certo che lo è, fino a che ci sarà il pensiero.

15. La fusione tra il pensatore e i suoi pensieri

Era un piccolo lago, ma molto bello. L’erba ricopriva le sue rive, e pochi gradini conducevano allo specchio d’acqua. C’era un tempietto bianco a un’estremità, e tutt’intorno palme alte e slanciate. Il tempio era ben costruito e ben conservato; era lindo e pulitissimo, e a quell’ora, quando il sole era ormai da tempo dietro la macchia di palme, non c’era nessuno, nemmeno il monaco, che trattava il tempio e il suo contenuto con grande venerazione. Questo tempio piccolo e decorativo donava al lago un’atmosfera di pace; il luogo era così silenzioso che persino gli uccelli stavano in silenzio. La leggera brezza che scuoteva le palme si stava calmando, e poche nuvole vagavano nel cielo, radiose del sole della sera. Un serpente stava nuotando attraverso il lago, scivolando tra le foglie di loto. L’acqua era molto pulita e cristallina, e c’erano fiori di loto rosa e violetti: il loro profumo delicato impregnava l’acqua e le rive verdi. Non c’era più nulla che si muovesse ora, e l’incanto del posto sembrava riempire la terra. Ma la bellezza di quei fiori! Erano immobili, e uno o due stavano incominciando a chiudersi per la notte, lasciando fuori l’oscurità. Il serpente aveva attraversato il lago, era risalito sulla riva e stava passando vicino; i suoi occhi sembravano perline nere e brillanti, e la sua lingua biforcuta saettava davanti a lui come una piccola fiamma, quasi segnalandogli una strada da seguire.

La speculazione e l’immaginazione sono un ostacolo alla verità. La mente che specula non può mai conoscere la bellezza di ciò che è; è presa nella rete delle proprie immagini e parole. Per quanto lontano possa vagare nella sua creazione di immagini, la mente è sempre e ancora dentro l’ombra della propria struttura e non potrà mai vedere cosa c’è al di là di se stessa. La mente sensibile non è una mente immaginifica: la facoltà di creare immagini la limita, la lega al passato, alla memoria, e questo la rende inerte. Solamente la mente ferma è sensibile. L’accumulazione in ogni sua forma è un fardello; e come può una mente essere libera quando è appesantita da un fardello? Solo la mente libera è sensibile; l’aperto è l’imponderabile, l’implicito, l’inconoscibile. L’immaginazione e la speculazione impediscono e ostacolano l’aperto, il sensibile.

Diceva che aveva trascorso molti anni alla ricerca della verità. Aveva ascoltato molti maestri, molti guru, ed essendo ancora nel cammino del suo pellegrinaggio, si era fermato qui per chiedere. Abbronzato dal sole e reso asciutto nel fisico dal suo vagare, era un asceta che aveva rinunciato al mondo e lasciato il suo paese lontano. Attraverso la pratica di determinate discipline aveva imparato con grande difficoltà a concentrarsi, e disciplinato i suoi desideri. Era un erudito, con risposte e citazioni pronte, bravo nell’argomentare e veloce nelle sue conclusioni; aveva studiato il sanscrito, e le frasi risonanti di quella lingua erano molto facili per lui. Tutte esperienze che gli avevano conferito una notevole acutezza di mente, ma una mente che è stata resa acuta non è flessibile e libera.

Per comprendere, per scoprire, la mente non deve forse essere libera proprio all’inizio? Una mente che è stata disciplinata, repressa, potrà mai essere libera? La libertà non è una meta ultima; deve essere proprio all’inizio, o no? Una mente che è disciplinata, controllata, è libera all’interno del proprio modello; ma questa non è libertà. Il fine della disciplina è la conformità; il suo percorso conduce al conosciuto, e il conosciuto non è mai il libero. La disciplina con la sua paura è il desiderio smodato, l’avidità dell’ottenimento.

«Sto incominciando a rendermi conto che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in tutte queste discipline. Sebbene io abbia trascorso molti anni cercando di plasmare i miei pensieri sul modello desiderato, mi sembra di non andare da nessuna parte.»

Se il mezzo è l’imitazione, il fine sarà una copia. Il mezzo determina il fine, non è così? Se la mente è modellata all’inizio, allora deve anche essere condizionata alla fine; e come potrà mai una mente condizionata essere libera? Il mezzo è il fine, non sono due processi separati: ed è quindi un’illusione pensare che attraverso un mezzo sbagliato possa essere ottenuto il vero. Quando il mezzo è repressione, il fine a sua volta sarà un prodotto della paura.

«Persino quando le pratico, come ancora faccio adesso, ho la vaga sensazione che le discipline siano inadeguate; per me le discipline sono tutto tranne che un’abitudine inconscia. Sin dall’infanzia la mia educazione è stata un processo di conformità: perciò la disciplina è sempre stata qualcosa di istintivo per me, sin da quando ho indossato per la prima volta questa veste. La maggior parte dei libri che ho letto, e tutti i guru da cui mi sono recato, prescrivono in una forma o nell’altra il controllo, e tu non hai idea di quanto io mi ci sia dedicato. Così quello che tu dici mi suona quasi blasfemo; è veramente uno shock per me, ma vedo che è vero. Ho sprecato tutti i miei anni?»

Sarebbero stati sprecati se le tue pratiche ti avessero inibito ora la comprensione, la ricettività alla verità: se non riuscissi a osservare saggiamente e a comprendere a fondo questi impedimenti. Siamo così immersi nelle credenze che noi stessi ci siamo creati che la maggior parte di noi non osa nemmeno guardare questi ostacoli o cercare di vedere cosa ci potrebbe essere oltre. La voglia sincera di comprendere è l’inizio della libertà. Quindi, qual è il nostro problema?

«Sto cercando la verità, e ho fatto di discipline e pratiche di vario tipo il mezzo per questo fine. Il mio istinto più profondo mi spinge a cercare e trovare, e non sono interessato a nient’altro.»

Incominciamo da vicino per andare lontano. Cosa intendi per ricerca? Stai cercando la verità? E può essere trovata cercandola? Per cercare la verità, devi innanzitutto sapere cos’è. La ricerca implica una sorta di preconoscenza, un qualcosa che abbiamo già provato o conosciuto, non è forse così? La verità è qualcosa che può essere conosciuto, accumulato e trattenuto? Il suo suggerirsi non è una proiezione del passato e quindi assolutamente non la verità, ma un ricordo? La ricerca implica un processo esteriore o interiore, non è così? E la mente non deve essere immobile affinché la realtà venga in essere? La ricerca è lo sforzo per ottenere di più o di meno, è tendenza all’acquisire, negativa o positiva; e fino a che la mente è la concentrazione, il fulcro dello sforzo, del conflitto, come potrà restare immobile? Può essere resa immobile attraverso la costrizione; ma ciò che viene fatto può anche essere disfatto.

«Ma un qualsivoglia sforzo non è essenziale?»

Vediamo. Addentriamoci nella verità della ricerca. Per cercare, ci deve essere il cercatore, un’entità separata da ciò che egli stesso sta cercando. Ed esiste un’entità separata di questo tipo? Il pensatore, lo sperimentatore sono diversi o separati dai loro pensieri e dalle loro esperienze? Senza approfondire questo argomento, la meditazione non ha alcun senso. Quindi dobbiamo cercare di comprendere la mente, il processo dell’io. Cos’è la mente che cerca, che sceglie, che è spaventata, che nega e giustifica? Cos’è il pensiero?

«Non ho mai affrontato il problema in questi termini, e ora sono abbastanza confuso; ma, per favore, vai avanti.»

Il pensiero è sensazione, non è così? Attraverso la percezione e il contatto c’è la sensazione; da qui sorge il desiderio, il desiderio per questo e non per quello. Il desiderio è l’inizio dell’identificazione, il «mio» e il «non mio». Il pensiero è una sensazione verbalizzata; il pensiero è la risposta, il riscontro della memoria, la parola, l’esperienza, l’immagine; è transitorio, mutevole, impermanente, e ricerca la permanenza. Così il pensiero crea il pensatore, che diventa quindi il permanente; egli assume il ruolo di censore, di guida, di controllore, di plasmatore del pensiero. Questa illusoria entità permanente è il prodotto del pensiero, del transitorio. L’entità è il pensiero; senza il pensiero egli non è. Il pensatore è fatto di qualità; e le sue qualità non possono essere separate da lui stesso. Il controllore è il controllato, sta semplicemente giocando un gioco ingannevole con se stesso. Fino a che il falso non verrà visto come falso, allora la verità non sarà.

«Allora chi è colui che vede, che sperimenta, l’entità che dice «Io comprendo»?»

Finché c’è lo sperimentatore che ricorda l’esperienza, la verità non è: poiché la verità non è qualcosa che va ricordato, immagazzinato, registrato e infine ritirato fuori. Ciò che è accumulato non è la verità. È il desiderio di sperimentare che crea lo sperimentatore, che quindi accumula e ricorda. Il desiderio contribuisce alla separazione del pensatore dai suoi pensieri; il desiderio di diventare, di sperimentare, di essere di più o di meno determina la divisione tra lo sperimentatore e l’esperienza. La consapevolezza delle modalità del desiderio è la conoscenza profonda di noi stessi: la conoscenza intima del nostro vero io è l’inizio della meditazione.

«Come si può verificare una fusione del pensatore con i suoi pensieri?»

Non attraverso l’azione della volontà o della disciplina, o di una qualsiasi forma di sforzo, controllo o concentrazione, o di un qualsiasi altro mezzo. L’uso di un mezzo implica un agente che sta agendo, giusto? Fino a che ci sarà un attore, ci sarà una divisione, mentre la fusione ha luogo solo quando la mente è completamente immobile senza cercare di essere immobile. Una tale immobilità si verifica non quando il pensatore arriva a una fine, ma solo quando il pensiero stesso è arrivato a una fine: bisogna raggiungere la libertà dalla risposta del condizionamento, che è il pensiero. Ogni problema si risolve solo quando l’idea, la conclusione non sono; la conclusione, l’idea, il pensiero sono infatti l’agitazione della mente. Come può esserci comprensione quando la mente è agitata? La serietà deve essere temperata col gioco veloce della spontaneità. Se hai ascoltato tutto ciò che è stato detto, troverai che la verità arriverà nel momento in cui non la stai aspettando. Se posso darti un consiglio, sii aperto, sensibile, completamente consapevole di ciò che è di momento in momento. Non costruire intorno a te un muro di pensiero impenetrabile e inattaccabile. Lo splendore della verità arriva quando la mente non è occupata con le proprie attività e le proprie lotte.

16. La ricerca del potere

La mucca era in travaglio, e le stavano vicino le due o tre persone che solitamente si occupavano di lei mungendola, nutrendola e pulendola. Lei li stava guardando, e se uno di loro si allontanava per una ragione qualsiasi, gentilmente lo richiamava indietro. In questo momento delicato voleva intorno a sé tutti i suoi amici; loro erano venuti, e lei era contenta, anche se il travaglio era molto pesante e doloroso. Il piccolo vitello nacque ed era veramente una bellezza: una giovenca. La madre si alzò, e continuò a girare intorno alla sua nuova piccola, urtandola dolcemente; era così felice che ci spinse da parte. Continuò a comportarsi così per un bel po’, finché alla fine fu veramente stanca. Tenemmo la piccola per farla succhiare, ma la madre era troppo eccitata. Alla fine si calmò, e fu allora che non volle lasciarci andare via. Una delle donne si sedette per terra, e la neomamma si sdraiò su un fianco e appoggiò la testa sul grembo della donna. Aveva improvvisamente perso ogni interesse per la sua vitellina: in quel momento i suoi amici per lei contavano di più. Faceva molto freddo, ma finalmente il sole si decise a uscire da dietro le colline, e cominciava a riscaldare.

Era un membro del governo ed era timidamente consapevole della sua importanza. Parlò della responsabilità verso il suo popolo; spiegò come il suo partito fosse superiore all’opposizione e potesse fare delle azioni migliori, di come stavano cercando di sconfiggere la corruzione e il mercato nero, ma anche di come fosse difficile trovare persone incorruttibili ed efficienti, e fosse invece facile da fuori criticare e colpevolizzare il governo per le cose che ancora non erano state fatte. Proseguì dicendo che quando le persone raggiungono la sua età prendono le cose molto meglio; ma la maggior parte della gente è avida di potere, anche gli incapaci. In fondo, diceva, siamo tutti infelici e cerchiamo tutti qualcosa, anche se alcuni di noi sono molto abili nel nascondere l’infelicità e il desiderio smodato di potere. Perché esiste questo impulso irrefrenabile verso il potere?

Cosa intendiamo per potere? Ogni gruppo o individuo persegue il potere: per se stessi, per il partito, per l’ideologia. Il partito e l’ideologia rappresentano un’estensione di noi stessi. L’asceta ricerca il potere attraverso l’abnegazione, e così fa anche la madre con il proprio figlio. C’è il potere dell’efficienza con la sua spietatezza, e il potere della macchina nelle mani di pochi; c’è il dominio di un individuo su di un altro, lo sfruttamento dell’intelligente sullo stupido, il potere del denaro, quello del nome e della parola, e quello della mente sul contenuto. Tutti noi aneliamo a un qualche tipo di potere, sia su di noi sia sugli altri. Questa smania arreca una sorta di felicità, una gratificazione che non è poi troppo transitoria. Il potere della rinuncia è come quello della ricchezza: il desiderio smodato per la gratificazione, per la felicità, ci guida alla ricerca del potere. E come facilmente veniamo soddisfatti! La facilità con cui otteniamo una qualsiasi forma di soddisfazione ci acceca: tutte le gratificazioni sono accecanti. Perché cerchiamo questo potere?

«Suppongo principalmente perché ci dona conforto, una posizione sociale e rispettabilità in tutti i canali riconosciuti.»

La brama di potere sta solo a un livello della nostra esistenza? Non lo cerchiamo forse interiormente come esteriormente? Perché? Perché idolatriamo l’autorità, che sia di un libro, di una persona, dello Stato, o di un credo? Perché c’è questo impulso ad aggrapparsi a una persona o a un’idea? Una volta c’era l’autorità del clero che ci teneva in pugno, e ora è l’autorità dell’esperto, dello specialista. Non hai notato come tratti un uomo con un titolo, una posizione, un alto dirigente con tanti poteri? Alcune forme di potere sembrano dominare le nostre vite: il potere di uno su molti, l’utilizzo di uno da parte di un altro, o il reciproco utilizzo.

«Cosa intendi dire quando parli di usare un altro?»

È abbastanza semplice, no? Ci usiamo l’un l’altro per mutua gratificazione. L’attuale struttura della società, che altro non è che la nostra relazione con gli altri, è basata sul bisogno e sull’utilizzo. Hai bisogno di voti per salire al potere; allora usi le persone per ottenere ciò che vuoi, e loro hanno bisogno di ciò che tu prometti. La donna ha bisogno dell’uomo e l’uomo della donna. La nostra relazione attuale è basata sul bisogno e l’utilizzo: una relazione con queste caratteristiche è intrinsecamente violenta, ed è la ragione per cui la vera base della nostra società è la violenza. Fino a che la struttura sociale sarà fondata sul reciproco bisogno e utilizzo, sarà necessariamente violenta e negativa; fino a che io userò un altro per la mia personale gratificazione, o per la realizzazione di un’ideologia in cui mi identifico, ci potranno essere solo paura, diffidenza e opposizione. La relazione diventa allora un processo di autoisolamento e disintegrazione; e questo è dolorosamente palese nella vita dell’individuo e nelle faccende del mondo.

«Ma è impossibile vivere senza aver bisogno l’uno dell’altro!»

Certo, ho bisogno del postino; ma se lo uso per soddisfare un qualche desiderio interiore, allora il bisogno sociale diventa una necessità psicologica e la nostra relazione avrà subito un cambiamento radicale: il bisogno e l’utilizzo psicologico dell’altro creano violenza e sofferenza. Il bisogno psicologico fa nascere la ricerca del potere, e il potere è usato per la gratificazione ai vari livelli della nostra esistenza. L’uomo che è ambizioso per se stesso o per il suo partito, o che vuole realizzare un ideale, è di certo un fattore disgregante per la società.

«L’ambizione non è inevitabile?»

È inevitabile solo fino a che non si verifica alcuna trasformazione fondamentale nell’individuo. Perché dovremmo accettarla come inevitabile? La crudeltà dell’uomo sull’uomo è inevitabile? Non vorresti porvi una fine? Accettarla come inevitabile non indica forse enorme sventatezza?

«Se tu non sei crudele con qualcuno, qualcun altro sarà crudele con te, così è meglio essere i primi.»

Essere i primi è ciò che ogni individuo, ogni gruppo, ogni ideologia sta cercando di fare, e quindi così si sostengono e si avvallano la crudeltà e la violenza. La creazione può essere solo nella pace; e come può esserci pace se c’è reciproco utilizzo? Parlare di pace è una totale assurdità finché la nostra relazione con uno o con molti è basata sul bisogno e sull’uso. Il bisogno e l’uso dell’altro conducono al potere e al predominio: è inevitabile. Il potere di un’idea e quello della spada sono simili, entrambi sono distruttivi; e l’idea e il credo pongono l’uomo contro l’uomo, così come la spada. L’idea e il credo sono la vera antitesi dell’amore.

«Allora perché siamo inconsciamente o consciamente consumati da questo desiderio di potere?»

La ricerca del potere non è forse una delle più riconosciute erispettate vie di fuga da noi stessi, da ciò che è? Ognuno di noi cerca di fuggire dalla propria inadeguatezza, dalla propria miseria interiore, dalla solitudine, dall’isolamento. Il presente non è piacevole, mentre la fuga è attraente e invitante. Pensa a cosa potrebbe accadere se ti trovassi nella situazione in cui ti stiano per venire strappati il tuo potere, la tua posizione, la tua ricchezza faticosamente conquistata: resisteresti, vero? Noi ci consideriamo essenziali per il benessere della società, quindi resisteremmo con violenza, o con argomentazioni razionali e ingegnose. Se tu fossi in grado di accantonare volontariamente tutte le tue molte acquisizioni ai vari livelli, non conteresti più niente, non pensi?

«Penso di sì, il che è molto deprimente. Naturalmente, non voglio essere uguale a niente, non voglio non contare più nulla.»

Così tu hai tutte le manifestazioni esterne senza la sostanza interna, l’incorruttibile tesoro intimo. Tu vuoi le tue manifestazioni esteriori, e così le vuole anche un altro, e da questo conflitto nascono l’odio e la paura, la violenza e la disintegrazione. Tu con la tua ideologia sei inadeguato tanto quanto l’opposizione, e così vi state distruggendo l’un l’altro in nome della pace, della quantità sufficiente di beni, del lavoro per tutti, o in nome di Dio. Dal momento che tutti vogliamo disperatamente essere in cima, essere i primi, abbiamo costruito una società di violenza, conflitto e inimicizia.

«Ma come si fa a sradicare tutto questo?»

Cercando di non essere ambiziosi e avidi di potere, di un nome, di una posizione; essendo ciò che si è, semplici, dei signori nessuno. Il pensiero negativo è la più alta forma di intelligenza.

«Ma la crudeltà e la violenza del mondo non possono essere fermati dal mio sforzo individuale. E non ci vorrebbe un tempo infinito affinché tutti gli individui cambino?»

L’altro sei tu. Questa domanda nasce dal desiderio di evitare la tua immediata trasformazione, non è forse così? Tu stai dicendo, in pratica: «Dove sta l’utilità del mio cambiamento se nessun altro intorno a me cambia?». Bisogna incominciare vicino per andare lontano. Ma tu non vuoi veramente cambiare; tu vuoi che le cose vadano avanti come sono, specialmente se ti trovi in cima, e così dici che ci vorrà un tempo infinito per riuscire a cambiare il mondo attraverso la trasformazione individuale. Il mondo sei tu; tu sei il problema; il problema non è separato da te; il mondo è la proiezione di te stesso, e il mondo non potrà essere trasformato fino a che tu sei. La felicità è nella trasformazione e non nell’acquisizione.

«Ma io sono moderatamente felice. Naturalmente, ci sono tante cose in me che non mi piacciono, ma non ho né il tempo né l’inclinazione per occuparmene.»

Solo un uomo felice può realizzare un nuovo ordine sociale; ma non è felice chi si identifica con un’ideologia o un credo, o chi è perso in una qualsiasi attività sociale o individuale. La felicità non è un fine in se stessa, ma arriva con la comprensione di ciò che è. Solo quando la mente è libera dalle proprie proiezioni ci potrà essere la felicità, poiché una felicità che è acquistata è puramente gratificazione; la felicità ottenuta attraverso l’azione e il potere è solo sensazione; e in quanto sensazione svanisce presto, e resta la brama per qualcosa di più e ancora di più. Finché «di più» sarà un mezzo per la felicità, il fine sarà sempre insoddisfazione, conflitto e sofferenza. La felicità non è un ricordo; è quello stato che si rivela con la verità, sempre nuova, mai continua.

17. Cosa ti rende apatico?

Aveva un lavoro modesto, con un salario molto misero; arrivò con sua moglie, che voleva parlare del loro problema. Erano entrambi abbastanza giovani, e, sebbene fossero sposati da parecchi anni, non avevano bambini; ma non era questo il problema. Il suo stipendio era appena sufficiente per sbarcare il lunario in questi tempi difficili, ma dal momento che non avevano figli bastava loro per sopravvivere. Nessuno sa cosa ci riserva il futuro, anche se difficilmente potrebbe essere peggiore del presente. Lui non sembrava avere molta voglia di parlare, ma sua moglie insisteva che doveva farlo. Lo aveva portato con sé quasi forzandolo, si sarebbe detto, perché appariva molto riluttante; ma lui ora era qui, e lei era felice. Non riusciva a parlare facilmente, disse, perché non aveva mai parlato a nessuno di sé, tranne che a sua moglie. Aveva pochi amici, e anche con loro non aveva mai aperto il suo cuore, perché non lo avrebbero capito. Man mano che parlava si stava lentamente sciogliendo, e sua moglie ascoltava con ansia. Egli spiegò che il problema non era il suo lavoro: era abbastanza interessante, e comunque dava loro da mangiare. Erano gente semplice, modesta e senza pretese, ed entrambi avevano studiato in una delle nostre università.

Poi lei incominciò a spiegare il loro problema: da un paio d’anni a questa parte suo marito sembrava aver perso tutto il suo interesse per la vita. Svolgeva il suo lavoro in ufficio, e questo era praticamente tutto; andava al lavoro alla mattina e tornava a casa alla sera, e i suoi datori di lavoro non si lamentavano di lui.

«Il mio lavoro è una questione di routine e non richiede troppa attenzione. Sono interessato a ciò che faccio, ma in qualche modo è un po’ tutto una fatica. La mia difficoltà non è in ufficio o con le persone con cui lavoro, ma sta dentro di me. Come ha detto mia moglie, ho perso interesse per la vita, e non riesco proprio a capire quale ne sia la ragione.»

«È sempre stato entusiasta, sensibile e molto affettuoso, ma negli ultimi anni è diventato come spento e indifferente a tutto. È sempre stato molto carino, presente e attento con me, ma ora la nostra vita è diventata molto triste per entrambi. Sembra che non gli importi neanche che io ci sia o no, ed è diventato un supplizio convivere nella stessa casa. Non che sia scortese o cose del genere, è semplicemente diventato apatico e totalmente indifferente.»

È perché non avete bambini?

«Non è questo.» rispose lui. «La nostra relazione fisica va più o meno bene. Nessun matrimonio è perfetto, e noi abbiamo i nostri alti e bassi, ma non credo che questa inerzia sia il risultato di un qualsiasi scompenso sessuale. Anche se mia moglie e io non abbiamo avuto rapporti per qualche tempo a causa di questa mia apatia, non penso che sia la mancanza di figli che ci ha condotti qui.»

Perché dici questo?

«Prima che questa inerzia si abbattesse su di me, mia moglie e io scoprimmo che non potevamo avere bambini. La cosa non mi ha mai disturbato più di tanto, ma lei spesso piangeva per questo problema. Lei voleva dei figli, ma sembra che uno di noi due abbia dei problemi a livello riproduttivo. Ho suggerito molte alternative che avrebbero reso possibile per lei avere un bambino, ma lei non ne ha voluto provare nessuna. Avrebbe avuto un figlio da me o altrimenti nessuno, ed era ed è molto scossa e turbata. Dopotutto, senza il frutto, un albero è puramente decorativo. Siamo rimasti notti intere svegli a parlarne, ma tutto qui, non ne siamo mai usciti. Mi rendo conto che nella vita non si può avere tutto, e non è certo la mancanza di figli ad avermi portato a questa apatia; almeno, sono quasi sicuro di no.»

È dovuta allora alla tristezza di tua moglie, al suo senso di frustrazione?

«Vedi, maestro, mio marito e io abbiamo sviscerato profondamente questo argomento. Io sono più che triste per non aver avuto bambini, e prego Dio di riuscire ad averne uno un giorno o l’altro. Mio marito ovviamente desidera che io sia felice, ma la sua apatia non è dovuta alla mia tristezza. Se noi ora avessimo un figlio, io sarei estremamente felice, ma per lui probabilmente sarebbe solo una distrazione, e credo che sia così per molti uomini. Questa apatia si è insinuata in lui negli ultimi due anni come una specie di malattia interiore. Era solito parlarmi di tutto, degli uccellini, del suo lavoro in ufficio, delle sue ambizioni, della sua considerazione e del suo amore per me: lui mi apriva il suo cuore. Ma ora il suo cuore si è chiuso e la sua mente è da qualche parte molto lontano da qui. Ho cercato di parlargli, ma non ne è uscito nulla di buono.»

Vi siete separati per qualche tempo per vedere che cosa poteva succedere?

«Sì. Sono tornata dalla mia famiglia per sei mesi, e in quel periodo ci scrivevamo; ma questa separazione non ha fatto alcuna differenza: anzi, se possibile, ha peggiorato le cose. Stava a casa a cucinare per sé, non usciva quasi mai, non frequentava più i suoi amici, e si stava ritirando sempre di più in se stesso. Vero è che non è mai stato un uomo particolarmente socievole. Persino dopo questa separazione non ha mostrato alcuna scintilla stimolante.»

Pensi che questa apatia sia una copertura, una posa, una fuga da un qualche forte desiderio intimo insoddisfatto, mai realizzato?

«Temo di non riuscire assolutamente a capire cosa intendi dire.»

Puoi avere un desiderio intenso per qualcosa che ha bisogno di realizzarsi, e se questo desiderio non ha alcuno sfogo, alcuno sbocco, forse cerchi di fuggire da questa sofferenza diventando apatico.

«Non ho mai pensato a una cosa del genere, non mi è mai capitato prima. Come faccio a scoprirlo?»

Perché non ti è mai capitato prima? Non ti sei mai chiesto come mai sei diventato apatico? Non vuoi saperlo?

«È strano, ma non mi sono mai chiesto quale sia la causa di questa stupida inerzia. Non mi sono mai posto questa domanda.»

E ora che te la stai ponendo, qual è la tua risposta?

«Non penso di averne una. Ma sono veramente stupito di quanto io sia diventato apatico. Non sono mai stato così. Sono sconvolto dal mio stesso stato.»

Innanzitutto, è una buona cosa rendersi conto in quale stato uno si trovi. Almeno è un inizio. Non ti sei mai chiesto prima come mai tu sia così apatico, letargico; hai semplicemente accettato lo stato delle cose e hai cercato di tirare avanti, vero? Vuoi scoprire cosa ti abbia ridotto così, o ti sei rassegnato al tuo stato attuale?

«Temo che abbia solamente accettato il suo stato senza neanche tentare di combatterlo.»

Tu vuoi andare oltre questo stato, vero? Vuoi parlarne senza tua moglie?

«Oh, no! Non c’è niente che io non possa dire davanti a lei. Sono sicuro che non è stata una mancanza o un eccesso di rapporti sessuali che mi ha ridotto in questo stato, e non c’è nemmeno un’altra donna. Non potrei andare con un’altra donna. E non è la mancanza di bambini.»

Dipingi o scrivi?

«Ho sempre desiderato scrivere, ma non ho mai dipinto. Nelle mie passeggiate di solito mi veniva qualche idea, ma ora anche questo non accade più.»

Perché non cerchi di mettere qualcosa sulla carta? Non importa quanto sia stupido; non devi mostrarlo a nessuno. Perché non cerchi di scrivere qualcosa?

Ma torniamo indietro. Vuoi cercare di scoprire cosa ti ha scatenato questa apatia, o vuoi restare come sei?

«Mi piacerebbe andarmene via da qualche parte per conto mio, rinunciare a tutto e trovare una qualche felicità.»

È questo quello che vuoi fare? Allora perché non lo fai? Stai esitando perché pensi a tua moglie?

«Così come sono, non sono più niente di buono per mia moglie; sono solo un disastro.»

Pensi di trovare la felicità ritirandoti dalla vita, isolandoti? Non ti sei già isolato abbastanza finora? Rinunciare per trovare non è certo una rinuncia; è solo un patto ingegnoso, uno scambio, una mossa calcolata per guadagnare qualcosa. Tu rinunci a questo per ottenere quello. La rinuncia con un fine in vista è solo arrendersi a un ulteriore guadagno. Ma puoi avere la felicità attraverso l’isolamento, la dissociazione? La vita non è forse associazione, contatto, comunione? Ti puoi ritirare da un’associazione per trovare felicità in un’altra, ma non puoi ritirarti completamente da qualsiasi forma di contatto. Persino nel completo isolamento tu resti in contatto con i tuoi pensieri, con te stesso. Il suicidio è la sola completa forma di isolamento.

«Ma naturalmente non voglio suicidarmi. Voglio vivere, ma non voglio andare avanti così.»

Sei sicuro di non voler andare avanti così? Vedi, è abbastanza chiaro che c’è qualcosa che ti rende apatico, e tu vuoi scappare via da questo qualcosa per rifugiarti in un isolamento ancora più profondo. Scappare via da ciò che è significa isolare se stessi. Tu ti vuoi isolare, forse solo per qualche tempo, sperando nella felicità; ma tu ti sei già isolato, e quasi completamente; un altro isolamento, che tu chiami rinuncia, è solamente un ennesimo ritirarsi dalla vita. E credi di raggiungere la felicità attraverso un autoisolamento sempre più profondo? La natura dell’io è isolarsi, la sua vera qualità è l’esclusività. Essere esclusivi vuol dire rinunciare allo scopo di ottenere. Più ti ritiri dall’associazione, più grande diventa il conflitto, la resistenza. Nulla può esistere nell’isolamento. Per quanto dolorosa possa essere una relazione, merita di essere compresa pazientemente e interamente. Il conflitto crea l’apatia, poiché lo sforzo di diventare qualcosa porta solo problemi, consci o inconsci. Non puoi essere apatico senza una qualche causa: come dici tu stesso, una volta eri vivace ed entusiasta; non sei sempre stato apatico. Che cosa ha determinato questo cambiamento?

«Tu sembri saperlo, e allora, per favore, perché non glielo dici?»

Potrei anche farlo, ma che bene porterebbe? Tuo marito potrebbe accettare o respingere la mia teoria a seconda del suo stato d’animo o se la cosa gli procura più o meno piacere; ma non è invece importante che sia egli stesso a rendersene conto? Non è forse essenziale che sia lui a svelare l’intero processo e vederne la verità? La verità è qualcosa che non può essere detta a un altro. Ognuno di noi deve essere pronto a riceverla, e nessuno può prepararci a questo. Non è indifferenza da parte mia; ma tuo marito deve arrivarci in modo aperto, libero e inaspettato.

Cosa ti rende apatico? Non dovresti saperlo per te stesso? Il conflitto, la resistenza creano l’apatia, l’inerzia. Noi crediamo che attraverso la lotta potremo comprendere, che attraverso la competizione potremo illuminarci. La lotta certamente ci affina, ma quel che è affilato presto si spunta; ciò che è usato in continuazione presto si consuma, si esaurisce, si logora. Accettiamo il conflitto come inevitabile ed elaboriamo la nostra struttura di pensieri e azioni sopra questa supposta inevitabilità. Ma davvero il conflitto è inevitabile? Non esiste un modo diverso di vivere? Sì, esiste, se riusciamo a comprendere il processo e il significato del conflitto.

Torno a chiedere, com’è che hai fatto di te stesso un apatico?

«Ho fatto di me stesso un apatico?»

Può qualsiasi cosa renderti apatico a meno che tu non voglia essere reso apatico? E questa volontà può essere conscia o nascosta. Perché hai permesso a te stesso di essere reso apatico? C’è un conflitto molto radicato in te?

«Se anche ci fosse, ne sono totalmente inconsapevole.»

Ma non vuoi sapere? Non vuoi comprenderlo?

«Sto incominciando a capire dove vuoi arrivare,» si intromise lei «ma io non posso dire a mio marito la causa della sua apatia perché non ne sono ben sicura nemmeno io.»

Tu puoi vedere o non vedere il modo in cui questa apatia lo ha pervaso; ma gli saresti veramente di aiuto se glielo indicassi proprio tu a parole? Non è invece essenziale che lo scopra da solo? Per favore, cerca di vedere l’importanza di queste due diverse possibilità, e allora smetterai di essere impaziente e ansiosa. Possiamo anche aiutare un altro, ma sta a lui solo intraprendere il viaggio della scoperta. La vita non è semplice, è anzi molto complicata, ma dobbiamo affrontarla semplicemente. Noi siamo il problema, non ciò che chiamiamo vita. Potremo comprendere il problema, che siamo noi stessi, solo se sapremo come affrontarlo. L’approccio è cruciale, importantissimo, non il problema.

«Ma allora cosa dobbiamo fare?»

Dovreste aver sentito tutto ciò che è stato detto; se l’avete fatto, allora vedrete che solo la verità porta con sé la libertà. Per favore, non preoccupatevi, ma lasciate che il seme attecchisca.

Dopo qualche settimana entrambi tornarono. C’era speranza nei loro occhi e un sorriso sulle loro labbra.

18. Karma

Il silenzio non deve essere coltivato, né deliberatamente provocato; non deve essere ricercato, pensato o meditato. Coltivare il silenzio in maniera voluta e calcolata è come godersi il divertimento di un piacere desiderato da tanto: e il desiderio di zittire la mente non è altro che la ricerca della sensazione. Un silenzio così ottenuto è solo una forma di resistenza, un isolamento che porta alla disintegrazione. Il silenzio comprato come una cosa al mercato mantiene il rumore dell’attività. Il silenzio arriva solo con l’assenza del desiderio. E il desiderio è rapido, astuto e profondo. Il ricordo non rende possibile il dispiegarsi del silenzio, e una mente coinvolta nell’esperienza non può essere silente. Il tempo, il movimento di ieri che scorre dentro all’oggi e al domani, non è silenzio. Solo quando il movimento del tempo avrà fine ci sarà Finalmente il silenzio, e solo allora ciò che non ha nome potrà rivelarsi.

«Sono venuto per parlare con te del karma. Naturalmente ho già delle opinioni sull’argomento, ma mi piacerebbe conoscere le tue.»

L’opinione non è la verità; dobbiamo mettere da parte le opinioni per trovare la verità. Esistono innumerevoli opinioni, mala verità non è di questo o di quel gruppo. Per arrivare alla comprensione della verità, dobbiamo scrollarci di dosso tutte le idee, le conclusioni e le opinioni come foglie secche che cadono dall’albero. La verità non si trova nei libri, nella conoscenza, nell’esperienza: se stai cercando opinioni, qui non ne troverai nessuna.

«Ma possiamo comunque parlare del karma e cercare di comprenderne il significato e l’importanza, vero?»

Questa, ovviamente, è tutta un’altra questione. Per poter comprendere, le opinioni e le conclusioni devono cessare.

«Perché insisti su questo punto?»

Puoi forse comprendere qualcosa se te ne sei già fatto un’idea, o se riprendi le conclusioni di qualcun altro? Per trovare la verità su tale questione, non dovremmo arrivarci puliti, con una mente non annebbiata e confusa dal pregiudizio? Cos’è più importante, essere liberi dalle conclusioni, dai pregiudizi, o speculare su una qualche astrazione? E non è forse più importante trovare la verità invece di discutere su cosa sia la verità? Un’opinione su cosa sia la verità non è la verità.

«Non è importante scoprire la verità riguardo al karma?»

Vedere il falso come falso significa incominciare a comprenderlo, non credi? Come possiamo vedere sia il vero sia il falso se le nostre menti sono rigidamente abbarbicate alla tradizione, alle parole e alle spiegazioni? La mente come può riuscire ad andare oltre se è vincolata alla fede in un credo? La mente deve essere libera per poter viaggiare lontano: la libertà non deve essere qualcosa che si ottiene alla fine di un grande sforzo, la dovremmo trovare proprio all’inizio del nostro viaggio.

«Voglio capire cosa significhi karma per te.»

Allora incominciamo insieme il viaggio della scoperta. Ripetere solamente le parole di un altro ha assai poco senso. È come mettere su un disco: la ripetizione o l’imitazione non conducono alla libertà. Cosa intendi tu per karma?

«È una parola sanscrita che significa fare, essere, agire, e ha anche altri significati. Il karma è azione, e l’azione è il risultato del passato. L’azione non può esistere senza il condizionamento dell’accumulo di esperienze. Il nostro bagaglio di tradizione è il frutto delle esperienze, del condizionamento e della conoscenza che fanno parte non solo della vita presente dell’individuo o del gruppo, ma anche di un percorso di reincarnazioni. L’azione incessante e l’interazione tra il bagaglio di esperienze, cioè l’“io”, e la società, la vita, creano quello che chiamiamo karma; e il karma condiziona la mente, l’“io”. Ciò che ho fatto nella mia vita passata, o anche solo ieri, mi determina e mi modella, causando piacere o sofferenza nel presente. Esiste un karma di gruppo o collettivo, così come un karma individuale. Sia il gruppo sia l’individuo sono trattenuti nella catena della legge di causa ed effetto. Ci saranno dispiaceri o gioie, punizioni o ricompense, a seconda di quello che abbiamo fatto nel passato.»

Tu dici che l’azione è il risultato del passato. Tuttavia una tale azione non è per niente un’azione, ma solamente una reazione, giusto? Il condizionamento, il bagaglio di esperienze, reagiscono alle sollecitazioni; e questa reazione è la risposta della memoria, che non è azione, ma karma. Al momento non ci stiamo ancora occupando di cosa sia l’azione. Il karma è la reazione che deriva da certe cause e produce determinati risultati: è la catena di causa ed effetto. Essenzialmente, il processo del tempo è karma, vero? Fino a che ci sarà un passato, ci dovranno essere il presente e il futuro; oggi e domani sono gli effetti di ieri; ieri in congiunzione con oggi determina domani. Il karma in generale è recepito come un processo di compensazione.

«Secondo quello che dici, il karma è un processo del tempo, e la mente è il risultato del tempo. Solo pochi fortunati riescono a sfuggire alla stretta del tempo; il resto di noi ne è condizionato. Qualsiasi cosa abbiamo fatto in passato, buona o cattiva, determina ciò che siamo nel presente.»

Ma il bagaglio di esperienze, il passato, è uno stato immobile? Non subisce invece modificazioni costanti? Tu oggi non sei lo stesso di ieri; sia fisiologicamente sia psicologicamente è in atto un cambiamento continuo e incessante che procede comunque, non credi?

«Naturalmente.»

La mente quindi non è uno stato fisso: i nostri pensieri sono transitori, mutano incessantemente, sono la risposta al bagaglio di esperienze. Se io sono stato allevato e cresciuto in una determinata classe sociale, in un certo ambiente culturale, risponderò alla sfida e alle sollecitazioni secondo il mio condizionamento. Nella maggior parte di noi, questo condizionamento è così profondamente radicato che la risposta è quasi sempre concorde e conforme al modello: i nostri pensieri non sono altro che la risposta del nostro bagaglio d’esperienze. Noi siamo le nostre esperienze; quel condizionamento non è separato o diverso da noi: con il mutamento delle esperienze anche i nostri pensieri cambieranno.

«Ma sei d’accordo che il pensatore è completamente diverso dal suo bagaglio di esperienze?»

Lo è? Ma il pensatore non è il risultato dei suoi pensieri? Non è composto dai suoi stessi pensieri? Esiste forse un’entità separata, un pensatore distinto, altro dai suoi pensieri? Non è il pensiero che ha creato il pensatore, dandogli la permanenza in mezzo all’impermanenza dei pensieri? Il pensatore è il rifugio del pensiero, e si pone a differenti livelli di permanenza.

«Vedo che è così, ma è quasi un trauma per me rendermi conto degli scherzi che il pensiero gioca a se stesso.»

Il pensiero è la risposta dell’esperienza, della memoria; e la memoria è conoscenza, è il risultato dell’esperienza. Così strutturata, la memoria procede fra continue esperienze e risposte, diventando sempre più resistente, grande, acuta, efficiente. Una forma di condizionamento può sostituirne un’altra, anche se rimane comunque condizionante. E la risposta di questo condizionamento è il karma, giusto? Anche se la risposta della memoria è chiamata azione, è solamente reazione; e questa «azione» alimenta ulteriore reazione, determinando la catena della cosiddetta legge di causa ed effetto. Ma la causa non è anche l’effetto? Né la causa né l’effetto sono statici: oggi è il risultato di ieri, e oggi è anche la causa di domani; ciò che era la causa diventa l’effetto, e l’effetto si trasforma nella causa, e l’una scorre dentro l’altro. Non esiste alcun momento in cui la causa non sia anche l’effetto. Solo ciò che è specifico è fisso nella sua causa e quindi nel suo effetto: una ghianda non può diventare altro che una quercia. Nello specifico, nella fissità, c’è la morte; ma l’uomo è un’entità mutevole, egli può essere ciò che vuole. Se vuole, può aprirsi un varco nel suo condizionamento; e deve farlo, se vorrà scoprire il reale. Devi smettere di essere un bramino per comprendere Dio.

Il karma è il processo del tempo, il passato che si muove dal presente verso il futuro; e questa catena è la via del pensiero. Il pensiero è il risultato del tempo, e l’incommensurabile, il senza tempo, potranno disvelarsi solo quando il processo del pensiero sarà cessato. L’immobilità silente della mente non può essere indotta, non può essere provocata da nessuna pratica o disciplina. Se la mente è resa silente e immobile, allora qualsiasi cosa troveremo nella nostra mente sarà solamente una proiezione di sé, la risposta della memoria. La tranquillità arriva alla mente con la comprensione del suo stesso condizionamento, con la chiara consapevolezza delle sue risposte: il pensiero e il sentimento. Spezzare la catena del karma non è una questione di tempo, poiché attraverso il tempo, l’eterno, il senza tempo, semplicemente non è.

Il karma deve essere affrontato e valutato come processo globale, e non come qualcosa che riguarda solo il passato. Il passato è tempo, e il tempo è anche presente e futuro. Il tempo è memoria, parola, idea. La mente sarà immobile e silente, e non solamente negli strati superiori, ma completamente, integralmente, quando la parola, il nome, l’associazione, l’esperienza non saranno più.

19. L’individuo e l’ideale

«La nostra vita qui in India è praticamente distrutta; noi vogliamo farne ancora qualcosa, ma non sappiamo da dove incominciare. Penso che l’azione di massa sia importante, ma anche pericolosa. Ho perseguito l’ideale della non violenza, ma sono stato testimone di spargimenti di sangue e sofferenza. Sin dalla separazione col Pakistan, questo paese ha avuto il sangue sulle sue mani, e adesso siamo arrivati al punto che stiamo costituendo le forze armate: parliamo di non violenza e invece ci prepariamo alla guerra. Sono confuso come i nostri leader politici. In prigione ho letto tantissimo, ma questo comunque non mi ha aiutato a chiarire la mia posizione.

Possiamo affrontare e cercare di sviscerare una questione alla volta? Per prima cosa, tu poni una grande enfasi sull’individuo; ma allora, secondo te l’azione collettiva non è necessaria? »

L’individuo è essenzialmente la collettività e la società è la creazione dell’individuo. L’individuo e la società sono correlati, giusto? Non sono separati. L’individuo costituisce la struttura della società, e la società e l’ambiente formano l’individuo. Sebbene l’ambiente condizioni l’individuo, egli può sempre cercare di liberarsene, alleggerendosi del proprio bagaglio di esperienze. L’individuo stesso è il creatore dell’ambiente di cui diventa schiavo; ma possiede anche il potere di distaccarsene e di creare un ambiente che non spenga la sua mente o il suo spirito. L’importanza dell’individuo consiste esclusivamente nella sua capacità di liberarsi dal proprio condizionamento e di comprendere la realtà. L’individualità che si arrende al proprio condizionamento determina una società le cui fondamenta sono appoggiate sulla violenza e sull’antagonismo. L’individuo esiste solo nella relazione, altrimenti egli non è; e la mancanza di comprensione della relazione fra uomo e uomo alimenta il conflitto e la confusione. L’individuo tradirà la sua stessa finalità ultima se non comprenderà la vera natura della sua relazione con la gente, con la proprietà e con le idee e le fedi, dando la priorità alla collettività o a un qualsiasi altro modello. Portare avanti l’imposizione di un nuovo modello richiederà la cosiddetta azione di massa; ma il nuovo modello è l’invenzione di pochi individui, e la massa è ipnotizzata dall’ultimo slogan, la promessa di una nuova utopia. La massa rimarrà la stessa di prima, solo che ora avrà nuovi governanti, nuove parole d’ordine, nuovi preti, nuove dottrine. Questa massa è formata da te e me, è composta da individui: è fittizia, è un’astrazione conveniente allo sfruttatore e al politico affinché possano giocarci. I pochi spingono la moltitudine all’azione, alla guerra, a queste e altre imprese; e i pochi si arrogano il diritto di rappresentare i desideri e gli impulsi dei molti. Ma la vera grande realizzazione è la trasformazione dell’individuo, e non certo nei termini di conformità a un qualsiasi modello. l modelli condizionano sempre, e un’entità condizionata è sempre in conflitto con se stessa e quindi con la società. È relativamente facile sostituire il vecchio modello di «condizionamento» con uno nuovo; ma liberarsi da tutti i condizionamenti è un discorso più complicato.

«Le tue affermazioni richiedono un pensiero attento e concentrato, ma credo di incominciare a capire. Tu poni l’enfasi nell’individualità, qua intesa non come una forza separata e antagonista all’interno della società.

Ora il secondo punto. Ho sempre lavorato per un ideale e non capisco il tuo rifiuto di esso. Ti dispiacerebbe approfondire questo tema?»

La nostra attuale moralità è basata sul passato o sul futuro, su ciò che è tradizione o ciò che dovrebbe essere. Il ciò che dovrebbe essere è l’ideale in opposizione con ciò che è stato, il futuro in conflitto con il passato. La non violenza è l’ideale, ciò che dovrebbe essere; e ciò che è stato è la violenza. Il ciò che è stato proietta ciò che dovrebbe essere; l’ideale è autoprodotto, è proiettato dal proprio opposto, il presente. L’antitesi è un’estensione della tesi: l’opposto contiene l’elemento del proprio opposto. Essendo violenta, la mente proietta il suo opposto, l’ideale della non violenza. Si dice che l’ideale aiuti a superare il proprio opposto; ma è vero? L’ideale non è invece un evitare, una fuga da ciò che è stato o da ciò che è? Il conflitto tra il reale e l’ideale è ovviamente un mezzo per rinviare la comprensione del reale, e questo conflitto semplicemente introduce un altro problema che aiuta a nascondere il problema immediato: l’ideale è una fuga dal reale meravigliosa e rispettabile. L’ideale della non violenza, così come l’ideale dell’utopia collettiva sono fittizi; l’ideale, ciò che dovrebbe essere, ci aiuta a nascondere e a evitare ciò che è. La ricerca dell’ideale è infatti la ricerca della ricompensa: tu puoi sottrarti alle ricompense mondane considerandole stupide e barbare, e in verità è quello che sono, ma il tuo perseguire l’ideale è solo la tua ricerca della ricompensa a livelli diversi, il che è altrettanto stupido. L’ideale è una compensazione, uno stato fittizio che la mente ha evocato. Essendo violenta, separativa, e cercando qualcosa per se stessa, la mente proietta la compensazione gratificante, la finzione che chiama ideale, utopia, futuro, e cerca di perseguirla vanamente. Questa stessa ricerca è conflitto, ma è anche una piacevole procrastinazione del presente e del reale. L’ideale, ciò che dovrebbe essere, non ci aiuta nella comprensione di ciò che è; al contrario, ne impedisce la comprensione.

«Intendi dire che i nostri leader e i nostri maestri hanno sbagliato nel difendere e sostenere la validità dell’ideale?»

Tu che cosa ne pensi?

«Se ho capito correttamente quello che hai detto...»

Per favore, non si tratta di capire correttamente ciò che un altro dice, ma di scoprire se è vero. La verità non è un’opinione; non è dipendente da un qualsiasi leader o maestro. La valutazione delle opinioni ci impedisce la percezione della verità: sia che l’ideale rappresenti una finzione autoprodotta che contiene il proprio opposto, sia che non lo faccia. Non ci sono due modi per affrontare l’argomento. E questo non dipende da alcun maestro: tu devi cercare di riuscire a percepirne la verità da solo.

«Se è vero che l’ideale è fittizio, questo rivoluziona tutto il mio pensiero e le mie convinzioni. Intendi dire che la nostra ricerca dell’ideale è quindi totalmente inutile?»

È una lotta vana, un autoinganno gratificante, non sei d’accordo?

«Un’affermazione del genere turba molto, ma sono costretto ad ammettere che è così. Noi abbiamo dato così tante cose per scontate da non essere mai stati in grado di osservare da vicino cosa avevamo in mano. Ci siamo illusi, e quello che tu fai notare stravolge totalmente la struttura del mio pensiero e della mia azione: rivoluzionerà l’educazione, avrà ripercussioni sul nostro intero modo di vivere e lavorare. Penso di riuscire a vedere le implicazioni di una mente libera dall’ideale, da ciò che dovrebbe essere: per una mente così, l’azione assume un significato molto diverso da quello che le ho dato finora. L’azione compensativa non è per niente un’azione, ma solo una reazione, anche se ci vantiamo dell’azione!.., Ma senza l’ideale, come possiamo avere a che fare con il reale, o con ciò che è stato?»

La comprensione del reale è possibile solamente quando l’ideale, il ciò che dovrebbe essere, è cancellato dalla mente; cioè, solo quando il falso viene visto come falso. Il ciò che dovrebbe essere è anche ciò che non dovrebbe essere: non potremo mai arrivare ad alcuna comprensione del reale fino a che la mente lo affronterà con la compensazione, positiva o negativa che sia. Per poter comprendere il reale bisogna essere in comunione diretta: la tua relazione con il reale non può passare attraverso lo schermo dell’ideale o del passato, della tradizione o dell’esperienza. Il vero e unico problema è cercare di liberarsi dall’approccio sbagliato; e se vi riusciremo, allora arriveremo realmente alla comprensione del condizionamento, cioè della mente. Il problema è la mente stessa, e non i problemi che alimenta; la risoluzione dei problemi alimentati dalla mente si riduce solamente a una riconciliazione degli effetti, che non potrà che arrecarci nuovamente confusione e illusione.

«Come si fa allora a comprendere la mente?»

La via della mente è la via della vita; non la vita ideale, ma quella reale di sofferenza e piacere, di inganno e chiarezza, di presunzione e umiltà. Comprendere la mente significa essere consapevoli del desiderio e della paura.

«Per favore, questo sta diventando un po’ troppo per me. Come faccio a comprendere la mia mente?»

Per conoscere la mente, non devi forse essere consapevole delle sue attività? La mente è solamente esperienza, non solo quella immediata ma anche quella accumulata: è il passato in risposta al presente che crea il futuro. Ciò che devi comprendere è il processo globale della mente.

«Da dove devo cominciare?»

Dall’unico vero inizio: la relazione. La relazione è vita; essere significa essere in relazione, correlati. La mente si può comprendere unicamente nello specchio della relazione, e devi incominciare a guardarti in quello specchio.

«Intendi dire nella relazione con mia moglie, con i miei vicini e così via? Non è forse un processo un po’ limitato?»

Se affrontato nella maniera giusta, ciò che può sembrare piccolo, limitato, rivela invece l’insondabile, l’incomprensibile. È come un imbuto: la parte stretta si apre nella parte più ampia. Se osservato con attenzione vigile e passiva, il limitato rivela l’illimitato. Dopotutto alla sorgente il fiume è piccolo, a malapena visibile.

«Così devo incominciare da me stesso e dalle mie relazioni più vicine.»

Sicuramente. La relazione non è mai stretta o piccola: è un processo complesso, che si parli della relazione con uno o con molti, e ci si può avvicinare a essa in maniera meschina, o con un atteggiamento libero e aperto. Di nuovo, l’approccio è dipendente dallo stato della mente: perciò, se non cominci da te stesso, da quale altra parte vorresti incominciare? Anche se tu incominciassi da altre cose più marginali, di fatto sei in relazione con questa cosa, la mente è comunque il centro di questa cosa. Sia che inizi da lontano o da vicino, tu sei sempre lì: senza lacomprensione di te stesso, qualsiasi cosa tu possa fare inevitabilmente arrecherà confusione e sofferenza. L’inizio è la fine.

«Ho vagato in paesi lontani, ho visto e fatto molte cose, ho pianto e riso come tanti altri, e ora devo ritornare a me stesso. Sono come quel sannyasi che partì alla ricerca della verità: trascorse molti anni vagando di maestro in maestro, e ognuno gli indicava un cammino diverso. Alla fine ritornò esausto verso casa, e lì trovò il gioiello! Ora vedo quanto siamo sciocchi, cercando nell’universo quello splendore che si può trovare solo nei nostri cuori quando la mente è purificata dalle sue attività. Hai perfettamente ragione. Ricomincerò da dove sono partito. Ricomincerò da ciò che sono.»

20. La vulnerabilità è vita, ritirarsi dalla vita è morire

L’uragano aveva distrutto il raccolto, e il mare aveva invaso la terra. Il treno avanzava faticosamente: ai lati dei binari gli alberi erano stati abbattuti, le case erano state scoperchiate, e i campi completamente abbandonati. La tempesta aveva fatto parecchi danni per molti chilometri intorno; tutto ciò che viveva era stato distrutto, e la nuda terra era spalancata sotto il cielo.

Noi non siamo mai soli: siamo circondati dagli altri e dai nostri stessi pensieri; e anche quando siamo lontani dalle persone, vediamo il mondo attraverso lo schermo dei nostri pensieri. Non c’è momento in cui il pensiero non sia, oppure accade raramente. Non sappiamo cosa significhi essere soli, liberi da tutte le associazioni, dalla continuità, dalle parole e dalle immagini. Siamo soli, ma non sappiamo cosa significhi esserlo. Il dolore della solitudine riempie i nostri cuori, e la mente lo riveste di paura: la solitudine, quell’isolamento profondo, è l’ombra scura della nostra vita, e noi facciamo tutto ciò che ci è possibile per sfuggirla; ma anche se ci precipitiamo in ogni via di fuga che conosciamo, essa ci insegue e siamo sempre in sua compagnia. L’isolamento è la modalità della nostra vita; raramente riusciamo a fonderci con l’altro, perché dentro di noi siamo spezzati, tormentati, devastati, distrutti e senza possibilità di guarigione: non siamo interi, completi, e la fusione con l’altro è possibile solo quando dentro di noi siamo integri. Abbiamo paura della solitudine, poiché spalanca la porta alla nostra inadeguatezza, alla miseria del nostro essere; ma è la solitudine che risana la ferita profonda dell’essere soli. Camminare da soli, non intralciati dal pensiero e dai solchi dei nostri desideri, significa riuscire ad andare oltre la portata della nostra mente. La mente isola, separa e impedisce la comunione; e non possiamo cercare di rendere intera, unica e completa la mente, perché questo stesso sforzo è un processo di isolamento, è una parte di solitudine che niente può celare. La mente è il prodotto di molte cose, e ciò che è composto non può mai essere singolo. Essere soli non è effetto del pensiero: il volo dell’unico verso l’unico si realizzerà quando il processo del pensare sarà completamente immobile e silente.

La casa era molto lontana dalla strada, e il giardino era rigoglioso di fiori. Era una mattina fresca, e il cielo era di un blu intenso; il primo sole era molto piacevole e nel giardino ombroso e nascosto tutto sembrava assai distante: il rumore del traffico, i richiami dei venditori e il trottare dei cavalli sulla strada. Una capra vagava nel giardino, brucava i fiori agitando la sua piccola coda, fino a quando arrivò il giardiniere che la cacciò via.

Diceva che si sentiva molto turbata, ma che non voleva sentirsi così; voleva evitare lo stato penoso dell’incertezza. Perché quel turbamento la metteva così in apprensione?

Cosa intendi quando dici di sentirti turbata? E come mai te ne preoccupi così tanto?

«Voglio stare tranquilla, e voglio essere lasciata in pace. Mi sento turbata persino da te: anche se ti ho visto solo due o tre volte, la paura che tu mi inquieti mi sta quasi soffocando. Voglio scoprire perché ho così paura di essere minacciata interiormente. Voglio stare tranquilla e in pace con me stessa, ma sono perennemente turbata da qualcuno o da qualcosa. Fino a poco tempo fa sono riuscita a stare più o meno tranquilla; ma poi un mio amico mi ha portato a uno dei tuoi incontri, e ora mi sento stranamente turbata. Pensavo che tu mi avresti rafforzato nella mia pace, invece l’hai praticamente distrutta. Non volevo venire qui, perché sapevo che avrei fatto la figura della stupida; ma ormai ci sono.»

Perché insisti così tanto sul fatto che devi stare in pace? Perché ne stai facendo un problema? La richiesta stessa di essere lasciata in pace è già conflitto, non credi? Se posso chiedertelo, cosa vuoi davvero? Se vuoi stare per conto tuo, indisturbata e in pace, allora perché permetti che ti si inquieti? È relativamente facile chiudere tutte le porte e le finestre del nostro intimo, isolarsi e condurre una vita ritirata. Anzi, è il desiderio della gran parte delle persone: alcuni coltivano deliberatamente l’isolamento; mentre altri lo evitano attraverso le loro ambizioni e le loro attività, siano esse nascoste o evidenti. Coloro che sono sinceri si difendono dietro i loro ideali e le loro virtù che sono solo delle difese e ne diventano molto orgogliosi; e gli sconsiderati scivolano gradualmente nell’isolamento oppressi dai problemi economici e dalle influenze sociali. La maggior parte di noi cerca di innalzare intorno a sé alte mura in modo da sentirsi invulnerabile, ma sfortunatamente resta sempre una breccia attraverso cui la vita comunque si insinua.

«Di solito sono riuscita a scongiurare la maggior parte dei turbamenti, ma durante le ultime due settimane, a causa tua, sono stata più inquieta del solito. Per favore, spiegami come mai mi sento così. Quale ne è la causa?»

Perché vuoi saperne la causa? Certo, conoscendone la causa tu speri di sradicarne l’effetto. Ma tu non vuoi veramente sapere perché sei turbata, giusto? Tu vuoi solamente evitare il turbamento.

«Voglio solo essere lasciata sola, in pace, tranquilla; e allora perché sono continuamente turbata?»

Tu ti sei difesa per tutta la tua vita, non è così? La cosa che veramente ti interessa è scoprire come bloccare tutte le aperture, e non come vivere senza paura, senza dipendenza. Da quello che hai detto e lasciato intendere, è ovvio che hai cercato di rendere sicura la tua vita cercando di ignorare l’esterno e difendendoti da qualsiasi tipo di turbamento interiore; ti sei ritirata da qualsiasi relazione che potesse causarti sofferenza. Hai cercato sempre di salvaguardarti contro ogni possibile trauma, e di vivere dietro porte e finestre sbarrate. Alcuni sono molto bravi in questo, anche se un tale processo, spinto al suo eccesso, può addirittura portare al manicomio; altri per fortuna non arrivano a tanto, e diventano solo cinici, e disillusi; e altri ancora cercano di arricchirsi il più possibile di beni materiali e conoscenza, che rappresentano la loro difesa dal mondo. La maggior parte delle persone, anche i cosiddetti religiosi, desidera una pace duratura, uno stato in cui tutti i conflitti siano finalmente esauriti. E poi ci sono coloro che elogiano il conflitto come unica vera espressione di vita, e il conflitto diventa il loro scudo contro la vita stessa.

Potrai mai avere pace cercando la sicurezza dietro le mura delle tue paure e delle tue speranze? Per tutta la tua vita ti sei ritirata, perché vuoi sentirti al sicuro dentro le mura di una relazione delimitata che puoi tranquillamente dominare e controllare. Non è questo il tuo problema? Dal momento che dipendi, tu vuoi possedere la cosa da cui dipendi. Tu hai paura di qualsiasi relazione che non puoi dominare e quindi la eviti. Non è così?

«Questo è un modo molto crudo di porre la questione, ma forse hai ragione.»

Se tu potessi dominare la causa del tuo attuale turbamento, saresti in pace; ma dal momento che non ci riesci, sei molto preoccupata. Noi tutti vogliamo dominare quando non comprendiamo; vogliamo possedere o essere posseduti quando abbiamo paura di noi stessi. La nostra insicurezza ci fa provare un sentimento di superiorità, esclusione e isolamento.

Posso chiederti di cosa hai paura? Hai paura di essere sola, di essere abbandonata, o che gli altri ti rendano insicura?

«Vedi, ho vissuto tutta la mia vita per gli altri, o almeno così pensavo. Ho difeso un ideale e sono stata elogiata per la mia efficienza nello svolgere quel tipo di lavoro che è considerato positivo e socialmente utile; ho vissuto una vita di abnegazione e sacrificio, senza sicurezze, senza bambini, senza una casa. Le mie sorelle sono ben maritate e socialmente in vista, e i miei fratelli maggiori sono alti funzionari del governo. Quando li vado a trovare, sento di aver sprecato la mia vita: sono amareggiata e risentita, e rimpiango profondamente tutte le cose che non ho mai avuto. Ora disprezzo il lavoro che facevo, non mi portava più alcuna felicità, e l’ho lasciato ad altri: ho voltato le spalle a tutto. Come hai sottolineato, sono diventata dura nella miaautodifesa. Mi sono molto legata a uno dei miei fratelli più piccoli, che non è benestante e si considera un uomo alla ricerca di Dio. Ho provato a rendermi sicura interiormente, ma è stata una lotta lunga e dolorosa. Questo fratello più giovane mi ha portato a uno dei tuoi incontri, e quella specie di impalcatura che avevo cercato di costruirmi con così tanta fatica ha incominciato a sgretolarsi, vacillare e crollare. Dio mi è testimone che non avrei mai voluto venire ad ascoltarti, ma ormai non posso più ricostruire quell’impalcatura, non posso passare ancora attraverso tutta quella sofferenza e quell’angoscia. Tu non hai idea di cosa abbia significato per me vedere i miei fratelli e le mie sorelle con posizioni, prestigio e soldi. Ma non voglio parlarne più: ho tagliato i ponti con loro, e ormai quasi non li vedo più. Come hai detto tu, ho chiuso gradualmente la porta a tutte le relazioni, tranne una o due; ma sfortuna ha voluto che tu capitassi in questa città, e ora di nuovo tutto si è spalancato, tutte le vecchie ferite si sono riaperte, e soffro profondamente. Cosa devo fare?»

Più ci difendiamo, più veniamo attaccati; più cerchiamo sicurezza, meno ne troviamo; più vogliamo pace, più grande sarà il nostro conflitto; più chiediamo, meno avremo. Hai cercato di renderti invulnerabile, di renderti impermeabile a ogni possibile trauma; ti sei resa inavvicinabile e inaccessibile interiormente tranne che per una o due persone, e hai chiuso tutte le porte alla vita. È una specie di lento suicidio. Allora, perché hai fatto tutto questo? Non te lo sei mai chiesta? Non lo vuoi sapere? Tu potresti essere venuta per cercare un modo per chiudere tutte le porte, o per scoprire come essere invece aperta e vulnerabile nei confronti della vita. Cosa vuoi? Non pensarci sopra, ma rispondi spontaneamente, istintivamente.

«Naturalmente mi rendo conto di quanto sia impossibile chiudere tutte le porte, perché rimane sempre uno spiraglio. Capisco cosa ho continuato a fare; vedo che la mia paura dell’incertezza ha creato dipendenza e la necessità di controllo. È chiaro che non posso dominare tutte le situazioni, anche se mi piacerebbe molto, e questa è la ragione per cui ho limitato i miei contatti a quei pochi che riesco a controllare e conservare. È molto chiaro. Ma come posso riaprirmi di nuovo, essere di nuovo libera e senza la paura della mia insicurezza interiore?»

Riesci a vedere la necessità di essere aperta e vulnerabile? Se non ne vedi la verità, allora costruirai di nuovo surrettiziamente delle mura intorno a te. Vedere la verità nella falsità è l’inizio della saggezza; riconoscere il falso come falso è la comprensione più alta. Devi riuscire chiaramente a vedere che ciò che hai continuato a fare in tutti questi anni può solo condurti a ulteriori lotte e sofferenze: una tale consapevolezza farà finalmente terminare questa attività; e per farlo devi sperimentarne ora la verità, e la sperimentazione non è una pura accettazione verbale. Non puoi riaprirti volontariamente: l’azione della volontà non può renderti vulnerabile, poiché il desiderio stesso di essere vulnerabile crea resistenza e solamente con la comprensione del falso come falso ci sarà la libertà dal falso. Devi osservare in maniera attenta e passiva le tue reazioni e risposte abituali; devi semplicemente esserne consapevole, senza resistervi; osservale senza fare nulla, così come guarderesti un bimbo, senza il piacere o il rifiuto dell’identificazione. L’osservazione passiva attenta e vigile è libertà dalla difesa, dalla chiusura delle porte. La vulnerabilità è vita, ritirarsi dalla vita è morire.

21. Disperazione e speranza

Il suono del piccolo tamburo aveva un ritmo allegro; dopo un attimo uno strumento ad ancia si unì alla melodia, e le note riempivano l’aria. Anche se erano le percussioni a dominare, si sentiva chiaramente anche l’altro strumento, che a un certo punto però smise; il piccolo tamburo andò invece avanti a suonare, forte e chiaro, fino a che fu di nuovo accompagnato dal suono dello strumento ad ancia. L’alba era ancora lontana e gli uccelli erano silenziosi: la musica riempiva il silenzio. Nel piccolo villaggio avevano festeggiato un matrimonio; la sera precedente c’era stata molta allegria: le canzoni e le risate erano andate avanti fino a notte inoltrata, e ora gli invitati stavano per essere svegliati dalla musica. I rami spogli incominciavano a stagliarsi contro il cielo pallido e le stelle stavano scomparendo a una a una; la musica era finita. Si sentivano le grida e i richiami dei bambini, e rumorose liti intorno all’unico rubinetto d’acqua del villaggio, il sole era ancora sotto l’orizzonte, ma il giorno era già incominciato.

Amare è sperimentare tutte le cose, ma sperimentare senza amore è vivere invano. L’amore è vulnerabile, ma sperimentare senza questa vulnerabilità significa solamente rafforzare il desiderio. Il desiderio non è amore e non può contenere e trattenere l’amore; presto si consuma e velocemente passa, e il suo svanire è sofferenza. Il desiderio non può essere fermato; e la sua fine determinata dalla volontà, o da qualsiasi mezzo la mente possa escogitare, porta unicamente alla rovina e alla sofferenza. Solo l’amore può domare il desiderio, e l’amore non è della mente: affinché l’amore possa essere, la mente che osserva deve smettere di elaborare. L’amore non è una cosa che può essere pianificata e coltivata; non può derivare dal sacrificio e dall’adorazione; non esiste alcun mezzo per l’amore: la ricerca di un mezzo deve anzi concludersi affinché l’amore possa essere. Gli istintivi conosceranno la bellezza dell’amore, solo la sua ricerca porta alla libertà; e solo per coloro che sono liberi c’è amore, soltanto la libertà mai dirige e mai trattiene. L’amore è la sua stessa eternità.

Parlava facilmente, e le parole le venivano naturali; nonostante fosse ancora giovane, intorno a lei si percepiva come un alone di tristezza; sorrideva con atteggiamento distaccato, e il suo sorriso era forzato. Era stata sposata, ma non aveva avuto bambini, e suo marito era morto recentemente; il loro non era stato un matrimonio combinato, ma neppure un’unione fondata sul desiderio. Lei non voleva quasi neanche usare la parola «amore», perché abusata in ogni libro e in tante conversazioni; ma la loro relazione era stata davvero qualcosa di straordinario. Dal giorno in cui si erano sposati fino al giorno in cui lui era morto, non c’era mai stata una parola meno che gentile fra loro né un gesto di impazienza, e nemmeno si erano mai separati, neanche per un giorno. Era stata una specie di fusione simbiotica, e qualsiasi altra cosa, bambini, soldi, lavoro, società, era diventata di secondaria importanza. Questa sorta di simbiosi non era il frutto di un mero sentimentalismo romantico o qualcosa che lei si era immaginata dopo la morte di lui, ma era stata da subito una realtà: la loro felicità non era fatta di desiderio, ma di qualcosa che andava ben al di là e al di sopra della fisicità. Poi, improvvisamente, un paio di mesi prima, lui rimase ucciso in un incidente: l’autobus affrontò una curva a velocità troppo elevata e per lui non ci fu più niente da fare.

«Ora sono disperata; ho cercato di uccidermi, ma in qualche modo non ci riesco. Per dimenticare, per cercare di diventare insensibile al dolore, ho fatto qualsiasi cosa, ma non sono neanche riuscita a buttarmi nel fiume, e non dormo da due mesi. Brancolo nell’oscurità più assoluta; è una crisi che va oltre il mio controllo e che non riesco a comprendere, e mi sento persa.»

Si coprì il volto con le mani. Poi continuò.

«Non e una disperazione a cui si possa porre rimedio o che possa essere spazzata via: con la sua morte, sono morte anche tutte le speranze. La gente mi dice che dimenticherò e mi risposerò, e che in qualche modo ce la farò. Ma anche se riuscissi a dimenticare, la fiamma si è ormai completamente spenta; e non può riaccendersi, né voglio trovare qualcosa che sostituisca questa mancanza. Viviamo e moriamo con la speranza, e io non ne ho più; tuttavia, pur non avendo più speranza, non sono amareggiata; semplicemente, sono disperata e vivo nell’oscurità, e non voglio più ritrovare la luce. La mia vita è uno stato di morte vivente, e non voglio la compassione, l’amore o il cordoglio di nessuno: voglio solo restare nella mia oscurità, senza sentire, senza ricordare.»

Ed è per questo che sei venuta, per diventare ancora più insensibile, per essere confermata nella tua disperazione? È questo che vuoi? Se è questo, allora avrai ciò che desideri; il desiderio è mutevole e improvviso come la mente; si adatta a qualsiasi cosa, si modella a qualsiasi circostanza, erige muri che non fanno filtrare la luce. La sua stessa disperazione è la sua delizia. Il desiderio crea l’immagine che poi adorerà: se tu desideri vivere nell’oscurità, ci riuscirai e il tuo desiderio si avvererà. È per questo che sei venuta, per essere rafforzata nel tuo desiderio?

«Vedi, un mio amico mi ha parlato di te, e sono venuta sull’onda di un impulso, istintivamente. Se mi fossi fermata a pensare, forse non sarei mai arrivata fino a qui. Ho sempre agito piuttosto impulsivamente, e questa mia predisposizione non mi ha mai portato a nulla di negativo. Se però tu mi chiedi perché sono venuta, tutto quello che ti posso dire è che non lo so. Credo solo che tutti noi vogliamo avere una qualche speranza: non si può vivere nell’oscurità per sempre.»

Ciò che si è fuso non può venire diviso di nuovo; ciò che è integrato non può essere distrutto: se è esistita questa fusione, allora la morte non vi può separare. L’integrazione non è con qualcuno, ma è con e dentro se stessi: la fusione di entità diverse in se stessi è la completezza con l’altro; ma completezza con l’altro significa incompletezza di se stessi. La fusione con l’altro è ancora incompletezza. L’entità integrata non è resa intera da un altro, perché quest’ultimo è completo, è completezza in tutte le sue relazioni. Ciò che è incompleto non può essere reso completo tramite una relazione: è un’illusione pensare che un altro ci renderà completi.

«Lui mi completava: conosco la gioia e la bellezza di una tale sensazione.»

Ma è arrivata alla fine: c’è sempre una fine per ciò che è incompleto. La fusione con l’altro è sempre soggetta a rottura; deve sempre finire per poter essere; poiché l’integrazione deve incominciare da se stessi, e solo allora la fusione sarà indistruttibile. La via all’integrazione è il processo del pensiero negativo, che è la più alta forma di comprensione. Stai cercando l’integrazione?

«Non so cosa sto cercando, ma mi piacerebbe comprendere la speranza, perché la speranza sembra avere una parte importante nelle nostre vite. Quando lui era vivo, non ho mai pensato al futuro, non ho mai pensato alla speranza o alla felicità; il domani non esisteva, per ciò che mi riguardava. Semplicemente vivevo, senza preoccuparmene.»

Perché eri felice. Ma ora l’infelicità, l’insoddisfazione stanno delineando il futuro, e quindi la speranza; o meglio, il suo opposto, la disperazione e l’assoluta mancanza di speranza. È strano, vero? Quando si è felici, il tempo non esiste, ieri e domani sono completamente assenti; non si pensa al passato o al futuro; ma l’infelicità determina la disperazione e la voglia di speranza.

«Siamo nati con la speranza e la portiamo con noi fino alla morte.»

Sì, è esattamente quello che facciamo; o piuttosto, siamo nati nella sofferenza, e la speranza ci conduce fino alla morte. Cosa intendi quando parli di speranza?

«La speranza è il domani, il futuro, la voglia di felicità, il miglioramento dell’oggi, l’andare avanti; è il desiderio di avere una casa più bella, un pianoforte o una radio più nuovi; è il sogno di realizzazione sociale, di un mondo migliore...»

La speranza appartiene solamente al futuro? Non sta anche in ciò che è stato, nella stretta del passato? La speranza è presente sia nel movimento del pensiero che si rivolge al passato sia in quello che guarda al futuro: è nel processo del tempo, non trovi? È il desiderio di continuità per ciò che è stato piacevole, e per quello che potrà essere migliorato, e reso più bello; e il suo opposto è l’assenza di speranza, la disperazione. Noi oscilliamo tra speranza e disperazione: affermiamo di poter vivere perché c’è la speranza; e la speranza è nel passato, o, più frequentemente, nel futuro. Il futuro è la speranza di ogni politico, di ogni riformatore e rivoluzionario, di colui che ricerca la virtù, ed è ciò che chiamiamo Dio. Diciamo di vivere di speranza, ma è davvero così? È forse vivere quando il futuro o il passato ci dominano? Possiamo chiamare vivere il movimento del passato verso il futuro? Quando siamo in balia della preoccupazione per il domani, stiamo forse vivendo? L’assenza di speranza e la disperazione si palesano quando il domani diventa estremamente importante. E se ciò che sarà assume una grande importanza e tu vivi per il futuro e dipendi dal futuro, allora il passato è il mezzo della disperazione: per la speranza del domani, tu sacrifichi l’oggi; ma la felicità è sempre nel qui e ora. Gli infelici riempiono la loro vita di preoccupazioni per il domani, e le chiamano speranze: vivere felicemente significa vivere senza speranza. L’uomo che spera non è un uomo felice, poiché conosce la disperazione; mentre lo stato di assenza di speranza allontana sia la speranza sia il rancore, sia la disperazione sia un futuro luminoso.

«Stai dicendo che dobbiamo vivere senza speranza?»

Ma non esiste uno stato che non sia né la speranza né l’assenza di speranza, uno stato che sia splendore? Prima di tutto, quando pensavi di essere felice, hai detto che non avevi speranze, giusto?

«Capisco cosa vuoi dire: non avevo speranze perché egli era accanto a me e io ero felice di vivere giorno per giorno. Ma ora lui non c’è più e... Siamo liberi dalla speranza solo quando siamo felici: quando siamo infelici, sopraffatti da una malattia, oppressi, sfruttati, il domani diventa importante; e se il domani ci sembra impossibile, allora precipitiamo nell’oscurità più completa, nella disperazione. Ma come si può rimanere nello stato di felicità?»

Prima devi cercare di comprendere la verità della speranza e dell’assenza di speranza: cerca solo di vedere quanto tu sia stata trattenuta dal falso, dall’illusione di speranza, e quindi dalla disperazione. Osserva attentamente e passivamente questo processo, che non è così semplice come sembra. Tu mi hai chiesto come riuscire a restare nello stato di felicità; ma questa stessa domanda non è basata essenzialmente sulla speranza? Tu vorresti riguadagnare ciò che hai perduto, o cercare di possederlo di nuovo con qualsiasi mezzo. Una tale richiesta indica il desiderio di ottenere, di diventare, di arrivare, non è forse così? Quando hai un obiettivo, uno scopo in mente, significa che stai sperando; quindi sei di nuovo catturata nella tua stessa infelicità. La via della speranza è la via del futuro, ma la felicità non è mai una questione di tempo: quando c’era la felicità, non ti sei mai chiesta come perpetuarla; se te lo fossi chiesto, avresti già assaggiato l’infelicità.

«Capisco cosa vuoi dire: che l’intero problema sorge solo quando ci si trova nel conflitto, nella sofferenza. Poiché quando sei immerso nel dolore, ne vuoi uscire al più presto, è naturale.»

Il desiderio di trovare una via d’uscita conduce semplicemente a un altro problema: non comprendendo il primo problema, ne introduci molti altri. Il tuo problema è l’infelicità, e per comprenderlo deve esserci la libertà da tutti gli altri problemi. L’infelicità è l’unico problema che hai; non incominciare a confonderti sovrapponendo l’ulteriore problema di come fare a liberartene. La mente sta cercando una speranza, una risposta al problema, una via d’uscita: devi arrivare a vedere la falsità di questa fuga, e allora ti troverai direttamente a confronto con il tuo problema. È proprio nella relazione diretta con il problema che andiamo in crisi, e infatti tutte le volte cerchiamo di evitarlo; ma sono solo la pienezza e l’intensità della crisi che ci potranno portare verso la sua risoluzione.

«Dal giorno del fatale incidente ho sentito che dovevo perdermi nella mia disperazione, che dovevo nutrire la mia assenza di speranza; ma in qualche modo era troppo per me. Adesso capisco che devo affrontare tutto ciò senza paura, e senza provare un sentimento di slealtà nei confronti di mio marito. Vedi, io sentivo molto profondamente dentro di me che sarei stata in un certo senso sleale verso di lui se avessi continuato a essere felice; ma ora il fardello sembra già alleggerirsi, e provo una felicità che non appartiene al tempo.»

22. La mente e il conosciuto

La vita quotidiana ripeteva il suo schema eterno intorno all’unico rubinetto del villaggio; l’acqua scorreva lentamente e un gruppo di donne aspettava il proprio turno. Tre di loro stavano litigando in modo aspro e rumoroso, erano completamente immerse nella loro rabbia e non prestavano la minima attenzione a nessun altro, e nessuno sembrava comunque accorgersene. Era una sorta di rituale quotidiano. E come tutti i rituali, era stimolante, e queste donne sembravano vivere di questo stimolo. Una ragazza doveva poggiare sul capo una grossa e lucida brocca di rame, e una donna anziana la stava aiutando a sollevarla. La giovane aveva uno straccio arrotolato sul capo per reggere e distribuire il peso della brocca, che poi tenne in equilibrio con il tocco leggero di una mano: il suo incedere era regale, e aveva una grande dignità. Una ragazzina arrivò silenziosamente, fece scivolare la sua brocca sotto il getto d’acqua, e la trasportò via senza dire una parola. Giunse un’altra donna, poi se ne andò, ma il litigio continuava, e sembrava che non sarebbe mai finito. Improvvisamente le tre donne smisero di litigare, riempirono d’acqua i loro vasi, e se ne andarono come se non fosse successo niente. Il sole adesso era molto forte, e il fumo saliva oltre i tetti di paglia del villaggio: si stava cucinando il primo pasto della giornata. Che pace improvvisa! Tutto era tranquillo: si sentivano solo i richiami delle cornacchie. Spenti gli ultimi rumorosi echi del litigio, si poteva avvertire distintamente il rombo del mare dietro le case, i giardini e le macchie di palme.

Noi trasciniamo la nostra stanca routine quotidiana in modo automatico. La mente accetta con entusiasmo un modello di esistenza, e quanto tenacemente vi si aggrappa! Come da un artiglio ben serrato, la mente è tenuta stretta dall’idea, e intorno all’idea vive e ha la sua ragione di essere. La mente non è mai libera, duttile, poiché è sempre ancorata, si muove intorno al raggio, stretto o ampio, del suo stesso centro. Non osa allontanarsi dal suo centro; e quando lo fa, è persa nella paura: non dell’inconoscibile, ma della perdita di ciò che già conosce. L’inconoscibile non suscita la paura, ma la dipendenza da ciò che si conosce sì. La paura si accompagna sempre al desiderio, il desiderio per qualcosa di più o qualcosa di meno. La mente, con il suo incessante lavorio di modelli, è il creatore del tempo; e con il tempo esistono la paura, la speranza e la morte. La speranza conduce alla morte.

Disse che era un rivoluzionario; voleva spazzare via l’intera struttura sociale e ricominciare tutto da capo. Aveva militato con grande convinzione nell’estrema sinistra, aveva lottato per la rivoluzione proletaria, ma era stato un fallimento. Guardate cosa è successo nei paesi in cui quel tipo di rivoluzione è stata gloriosamente messa in atto! La dittatura, con la sua polizia e il suo esercito, aveva inevitabilmente determinato nuove distinzioni di classi, e tutto questo in pochi anni; ciò che era stata una promessa gloriosa era approdata al nulla. Egli desiderava una rivoluzione più vasta e profonda, che potesse far ricominciare di nuovo tutto da capo, e bisognava agire facendo molta attenzione a evitare tutti i tranelli della rivoluzione precedente.

Cosa intendi quando parli di rivoluzione?

«Un cambiamento totale e radicale dell’intera struttura sociale attuale, con o senza spargimenti di sangue, secondo un progetto molto lucido. Per essere efficace, deve essere pensato molto bene, organizzato nei minimi particolari ed eseguito scrupolosamente. Una rivoluzione così concepita è l’unica speranza, non c’è altra via per uscire da questo caos.»

Ma non otterresti forse gli stessi risultati: costrizione e quel che ne consegue?

«Forse all’inizio, ma supereremo anche questa fase. Ci sarà sempre un gruppo compatto e separato dal governo che lo controllerà e lo guiderà.»

Tu desideri una rivoluzione secondo un modello, e la tua speranza è riposta nel domani, e per il domani sei disposto a sacrificare te stesso e gli altri. Ma può esistere una rivoluzione fondamentale basata su un’idea? Le idee inevitabilmente alimentano altre idee, altra resistenza e repressione. La fede cieca in qualcosa, la convinzione assoluta generano antagonismo; e una convinzione ne fa sorgere molte altre, e presto arrivano l’ostilità e il conflitto. L’uniformità delle convinzioni non è la pace: le idee e le opinioni non possono che creare opposizione, che coloro che si trovano al potere devono continuamente preoccuparsi di cercare di sopprimere. Una rivoluzione basata su un’idea crea semplicemente una sorta di controrivoluzione, e il rivoluzionario passerà la sua vita a combattere altri rivoluzionari, e avrà la meglio sul più debole colui che sarà meglio organizzato. Non farai altro che perpetuare lo stesso modello, non credi? Proviamo invece a parlare del significato più profondo di rivoluzione?

«Avrebbe un valore limitato se non portasse a un fine ben definito. Una nuova società deve essere costruita, e l’unico modo per realizzarla è una rivoluzione secondo un piano ben studiato. Non penso che cambierò i miei punti di vista, ma vediamo cos’hai da dire. Quello che dirai probabilmente è già stato detto da Buddha, Cristo e dagli altri maestri religiosi, e dove ci ha portato? Duemila anni e più a pregare per la bontà, e guarda i disastri combinati nel frattempo dai capitalisti!»

Una società basata su un’idea, disegnata secondo un particolare modello, porta solo violenza e si mantiene in uno stato costante di disintegrazione. Una società così progettata funziona esclusivamente all’interno dei confini delimitati dalla proiezione dei suoi stessi ideali. La società, il gruppo, non possono mai essere in uno stato di rivoluzione: solo l’individuo può esserlo. Ma se l’individuo è un rivoluzionario che si assoggetta a un piano precostituito, a una conclusione già stabilita, si sta solamente conformando a un ideale o a una speranza che altro non sono che proiezioni di se stessi: sta mettendo in pratica solo le rare risposte condizionate, forse modificate, ma comunque limitate. Una rivoluzione limitata non è assolutamente una rivoluzione; come la riforma, è una regressione. Una rivoluzione basata su un’idea, su deduzioni o conclusioni, non è altro che una continuità modificata di un vecchio modello. Per una rivoluzione fondamentale e duratura dobbiamo comprendere la mente e l’idea.

«Cosa intendi dire con idea? Vuoi dire conoscenza?»

L’idea è una proiezione della mente; l’idea è il risultato dell’esperienza, e l’esperienza è conoscenza. L’esperienza è sempre Interpretata secondo il condizionamento conscio o inconscio della mente. La mente è esperienza, la mente è idea; la mente non è separata dalla qualità del pensiero. La conoscenza che abbiamo accumulato e che stiamo accumulando, è il processo della mente. La mente è esperienza, memoria, idea, è il processo mentale della risposta. Fino a che non comprenderemo il modo di pensare della mente, della coscienza, non ci potrà essere alcuna trasformazione fondamentale dell’uomo e delle sue relazioni, che costituiscono la società.

«Stai forse suggerendo che la mente in quanto conoscenza sia il reale nemico della rivoluzione, e che la mente non potrà mai pianificare il nuovo piano, il nuovo Stato? Se tu sei convinto che la mente sia ancora legata al passato e quindi non possa comprendere il nuovo, e perciò qualsiasi cosa si possa creare o pianificare non sarà che il risultato del vecchio, allora come potremo mai realizzare un qualsivoglia cambiamento?»

Vediamo. La mente è circoscritta in un modello; la sua stessa esistenza è la cornice delimitata entro cui opera e si muove. Il modello è del passato o del futuro, è disperazione e speranza, confusione e utopia, ciò che è stato e ciò che dovrebbe essere. Tutto questo ormai ci è familiare. Tu vuoi rompere il vecchio modello e sostituirlo con uno «nuovo», anche se il nuovo non è altro che il vecchio modificato. Lo chiami nuovo per i tuoi scopi e le tue trame, ma resta comunque il vecchio. Il cosiddetto nuovo ha le sue radici nel vecchio: l’avidità, l’invidia, la violenza, l’odio, il potere, l’esclusione. Tu sei immerso in tutto ciò, e vuoi creare il nuovo mondo: è impossibile. Puoi forse ingannare te stesso e gli altri, ma finché il vecchio modello non sarà distrutto completamente non ci potrà mai essere una trasformazione radicale. Puoi giocarci finché vuoi, ma tu non sei la speranza del mondo. Ciò che è di fondamentale importanza è la distruzione del modello, il vecchio e il cosiddetto nuovo, se vogliamo che da questo caos scaturisca l’ordine. Ecco perché è importante ed essenziale comprendere le modalità della mente. La mente funziona solamente all’interno del campo del conosciuto, dell’esperienza, conscia o inconscia, collettiva o superficiale. Ci può essere azione senza un modello? Fino a ora abbiamo conosciuto l’azione solo in relazione a un modello, e questa azione è sempre un’approssimazione di ciò che è stato o ciò che dovrebbe essere. Finora l’azione è stata una sorta di adattamento alla speranza e alla paura, al passato o al futuro.

«Se l’azione non è un movimento del passato verso il futuro, o tra il passato e il futuro, allora quale altro tipo di azione potrebbe verosimilmente esistere? Non ci starai certo esortando all’inazione, vero?»

Sarebbe un mondo migliore se ognuno di noi fosse consapevole del valore della vera e autentica inazione, che non è l’opposto di azione. Ma questa è un’al tra questione. È possibile per la mente essere senza un modello, essere libera dall’altalena del desiderio che la spinge avanti e indietro? È assolutamente possibile. Questa azione è vivere nel momento. Vivere significa essere senza speranza, senza la preoccupazione del domani; e non è disperazione o indifferenza. Ma noi non stiamo vivendo, siamo sempre perseguendo la morte, il passato o il futuro. Vivere è la più grande delle rivoluzioni. Vivere non ha un modello, mentre la morte ce l’ha: il passato o il futuro, ciò che è stato o l’utopia. Tu vivi per l’utopia, e così stai evocando la morte e non la vita.

«Questo va tutto molto bene, ma non ci porta da nessuna parte. Dov’è la tua rivoluzione? Dov’è l’azione? Dov’è un nuovo modo di vivere?»

Non nella morte ma nella vita. Tu persegui l’ideale, la speranza, e questa ricerca la chiami azione, rivoluzione. Il tuo ideale, la tua speranza non sono che la fuga della mente da ciò che e. La mente, che è il risultato del passato, estrapola da se stessa un modello per il nuovo, e tu lo chiami rivoluzione. La tua nuova vita è sempre la stessa vecchia vita sotto spoglie diverse. Il passato e il futuro non hanno in sé la vita; sono il ricordo e la speranza di essa, ma non sono la vita. L’azione della mente non è vivere: la mente può agire solo all’interno dei confini delimitati dalla morte, e la rivoluzione basata sulla morte non può essere altro che ulteriore oscurità, distruzione e disperazione.

«Mi lasci completamente svuotato, quasi nudo. Potrà forse essere spiritualmente positivo per me, sento leggerezza nel mio cuore e nella mia mente, ma quel che mi hai detto non contribuisce certo a un’azione rivoluzionaria collettiva.»

23. Conformità e libertà

La tempesta esplose con tuoni e fulmini la mattina presto, e ora stava ancora piovendo molto forte; non aveva smesso per tutto il giorno, e i campi di terra rossa erano allagati. Il bestiame si era rifugiato sotto un grande albero, dove c’era anche un piccolo tempio bianco; la base dell’albero era enorme, e il prato tutt’intorno era di un verde brillante. Sull’altro lato del prato si intravedevano i binari della ferrovia, e i treni arrancavano sulla piccola salita, e celebravano con un fischio trionfante il suo superamento. Camminando lungo i binari, talvolta si poteva vedere un grosso cobra, con delle bellissime striature, tranciato in due da uno degli ultimi treni. Gli uccelli si sarebbero presto avventati sulle carni morte, e in breve tempo non sarebbe rimasta più alcuna traccia di quel serpente.

Vivere da soli richiede una grande intelligenza; e riuscire anche a restare comunque duttili, elastici e adattabili è un’impresa ancora più ardua. Vivere da soli, senza le mura delle gratificazioni che ci proteggono, richiede un’estrema attenzione vigile; poiché una vita solitaria incoraggia la pigrizia, le abitudini che ci confortano e che diventano perciò quasi impossibili da abbandonare. Una vita solitaria è un incentivo all’isolamento, e solo i saggi riescono a vivere da soli senza fare del male a se stessi e agli altri. La saggezza è solitudine, ma un percorso solitario non conduce alla saggezza. L’isolamento è morte, e la saggezza non la si ritrova nel ritrarsi dalla vita: non c’è alcun sentiero che conduce alla saggezza, poiché ogni sentiero è separativo, esclusivo.

Per loro stessa natura, i sentieri possono solo condurre all’isolamento, anche se questi isolamenti vengono chiamati unità, intero, uno. Un sentiero è un processo esclusivo; il mezzo è esclusivo, e il fine è come il mezzo, poiché il mezzo non è separato dalla meta, da ciò che dovrebbe essere. La saggezza arriva con la comprensione della nostra relazione con il prato, con il passante, con il pensiero fluttuante. Ritirarsi, isolarsi per ricercare, significa mettere la parola fine alla scoperta. La relazione conduce a una sorta di solitudine che non attiene all’isolamento, e dobbiamo cercare di arrivare a questa solitudine, che non è della mente che si rinchiude, ma appartiene alla libertà. Il completo è il solitario, mentre l’incompletezza cerca la via dell’isolamento.

Era stata una scrittrice, e i suoi libri avevano avuto una larga diffusione. Disse che era riuscita ad arrivare in India solo dopo molti anni. Quando partì non aveva alcuna idea di dove sarebbe finita; ma ora, dopo tutto quel tempo, la sua destinazione era diventata finalmente chiara. Suo marito e la sua famiglia si erano tutti interessati alla religione, non occasionalmente, ma in modo molto serio; lei aveva deciso di lasciarli, ed era venuta in questo paese nella speranza di trovare pace. Quando arrivò in India non conosceva nessuno, e il primo anno fu davvero duro. Dapprima andò in un certo ashram o ritiro di cui aveva letto: il guru era un uomo anziano e mite che aveva avuto in passato particolari esperienze religiose sulle quali ancora viveva, e che ripeteva costantemente alcune frasi sanscrite che i suoi discepoli comprendevano. In questo ritiro fu la benvenuta e le fu quindi facile adattarsi alle sue regole; restò nell’ashram per molti mesi, ma non trovò pace, così un giorno annunciò che se ne sarebbe andata. I discepoli erano stupiti che lei potesse anche solo pensare di poter lasciare un tale maestro di saggezza; ma lei se ne andò comunque. Si recò in un ashram tra le montagne e lì restò per qualche tempo; all’inizio molto felicemente, perché era magnifico, circondato dagli alberi, dai ruscelli e dalla natura selvaggia. La disciplina di questo ashram era molto rigorosa, ma non le importava; anche se si rese conto che, di nuovo, ciò che viveva erano i morti: i discepoli adoravano una conoscenza morta, una tradizione morta, un maestro morto. Quando se neandò, anche questi discepoli si mostrarono sconvolti e turbati, e le predissero che sarebbe precipitata nell’oscurità spirituale. Allora andò in un ritiro molto rinomato e conosciuto, dove si ripetevano varie formule religiose e si praticavano regolarmente alcune meditazioni dallo schema assai rigido; ma piano piano si rese conto di sentire che stava per essere intrappolata e distrutta: né il maestro né i discepoli volevano la libertà, sebbene ne parlassero sempre; erano solo interessati a mantenere la posizione, trattenendo quanti più discepoli nel nome del guru. Di nuovo lasciò tutto e si recò da un’altra parte; e ancora tutto si ripeté, solo con modalità leggermente differenti.

«Ti assicuro, sono stata nella maggior parte degli ashram più seri, e tutti ti vogliono tenere, schiacciare e opprimere per assoggettarti al loro modello di pensiero che chiamano verità. Perché tutti vogliono che ci si conformi a una determinata disciplina, alla modalità di vita stabilita dal maestro? Com’è che non danno mai la libertà, ma la promettono solamente?»

La conformità è gratificante: garantisce sicurezza ai discepoli, e potere sia al discepolo sia al maestro; attraverso la conformità si rafforza l’autorità, secolare o religiosa; essa rende apatici, e questa inanità la chiamano pace. Se si vuole evitare la sofferenza attraverso una qualche forma di resistenza, perché comunque non perseguire questo percorso, anche se implica una certa quantità di dolore? La conformità anestetizza la mente nei confronti del conflitto. Noi vogliamo diventare apatici e insensibili; cerchiamo di escludere ciò che è brutto, ma così facendo diventiamo insensibili anche alla bellezza. Conformarsi all’autorità dei morti o dei vivi dona un senso di intensa soddisfazione. Il maestro sa e tu non sai; e sembrerebbe sciocco da parte tua cercare di scoprire qualcosa da te stesso, quando il tuo maestro, così confortante, sa già tutto; allora diventi suo schiavo, e la schiavitù ti fa sentire comunque meglio della confusione. Il maestro e il discepolo prosperano nello sfruttamento reciproco. Non dirmi che sei andata in un ashram per trovare la libertà, vero? Sei andata in un ashram per essere confortata, per condurre una vita reclusa di fede e disciplina, per adorare ed essere adorata, e tutto questo viene chiamato ricerca della verità. Non possono offrire la libertà, perché sarebbe controproducente per loro. La libertà non può essere trovata in nessun ritiro, in nessun sistema o credo, e nemmeno attraverso il conformarsi e la paura chiamata disciplina. La disciplina non può offrire la libertà; la può promettere, ma la speranza non è la libertà. L’imitazione come mezzo per arrivare alla libertà è la negazione stessa della libertà, poiché il mezzo è il fine; una copia creerà solo altre copie, e non certo la libertà. Ma a noi piace illuderci, ed ecco perché la costrizione o la promessa di una ricompensa esistono e si manifestano in tante forme differenti. La speranza è la negazione della vita.

«Ora sto evitando come la peste qualsiasi ashram. Ero andata in questi luoghi per trovare la pace, e mi sono state offerte solo costrizioni, dottrine autoritarie e promesse vane. Come accettiamo facilmente e con entusiasmo le promesse dei guru! Come siamo ciechi! Alla fine, dopo tutti questi anni, sono completamente priva di qualsiasi desiderio di perseguire queste ricompense promesse. Fisicamente sono sfinita, come puoi ben vedere; perché, molto stupidamente, ho cercato sul serio di sperimentare le loro formule. In uno di questi ashram, il cui maestro sta avendo sempre più successo ed è molto popolare, quando dissi loro che sarei venuta da te, alzarono le braccia al cielo dalla disperazione, e alcuni avevano le lacrime agli occhi. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso! Sono venuta qui perché voglio parlare di qualcosa che mi stringe il cuore. Ne ho accennato una volta a uno dei maestri, e la sua risposta è stata che devo imparare a controllare il mio pensiero. Si tratta di questo: il dolore della solitudine è più di quanto io sia in grado di sopportare; non la solitudine fisica, che è solo la benvenuta, ma il profondo dolore interiore dell’essere soli. Cosa devo fare? Come devo considerare questo vuoto?»

Quando chiedi la via, diventi un seguace. Poiché c’è questo dolore della solitudine, tu vuoi aiuto, e la stessa domanda di guida apre la porta alla costrizione, all’imitazione e alla paura. Il «come» non è la cosa più importante; proviamo invece a comprendere la natura di questo dolore, piuttosto che cercare di superarlo, evitarlo, o andare oltre. Fino a che non ci sarà una completa comprensione del dolore della solitudine, non potrà esserci pace, quiete, ma solo lotta incessante; e che ne siamo consapevoli o no, la maggior parte di noi cerca di sfuggire da questa paura, violentemente o sottilmente. Questo dolore è da considerarsi solo in relazione con il passato, e non in relazione con ciò che è. Ciò che è deve essere scoperto, non a livello verbale e teorico, ma tramite l’esperienza diretta. E come potrà esserci una scoperta di ciò che veramente è se lo affrontiamo con un senso di dolore o paura? Per comprenderlo, non è forse invece necessario avvicinarlo liberamente, spogliati della conoscenza del passato che lo riguarda? Non bisognerebbe arrivare con una mente fresca, sgombra dai ricordi e dalle risposte abituali? Per favore, non chiedere come dovrebbe essere la mente per essere libera di vedere il nuovo, ma ascoltane la verità: solo la verità libera, e non il tuo desiderio di essere libera. Il desiderio e lo sforzo di essere liberi sono essi stessi un ostacolo alla liberazione.

Per comprendere il nuovo, non deve forse la mente, con tutte le sue conclusioni e difese, cessare la sua attività? Non dovrebbe essere ferma e silenziosa, senza cercare una via di fuga e un rimedio alla solitudine? Non dovremmo osservare il dolore della solitudine, con la sua alternanza di disperazione e speranza, e comprendere che è proprio questo movimento altalenante che crea la solitudine e ne determina la paura? Non è forse l’attività stessa della mente un processo di isolamento, di resistenza e ogni forma di relazione della mente un modo per separarsi, ritirarsi? L’esperienza stessa non è un processo di autoisolamento? Quindi il problema non è il dolore della solitudine, ma la mente che proietta il problema. La comprensione della mente è l’inizio della libertà, che non è qualcosa nel futuro, ma è il solo e unico primo passo. L’attività della mente può essere compresa solamente nel processo di risposta a ogni tipo di stimolo e lo stimolo e la risposta sono relazione a ogni livello. L’accumulazione in ogni forma, come conoscenza, come esperienza, come fede, impedisce la libertà; e invece solo con la libertà la verità può essere.

«Ma lo sforzo di comprendere non è necessario?»

Comprendiamo forse qualcosa attraverso la lotta e il conflitto? La comprensione non arriva invece quando la mente è completamente silenziosa, quando l’azione dello sforzo si è finalmente conclusa? La mente che è resa silente non è una mente tranquilla: è una mente morta, insensibile, spenta. Se è presente il desiderio, la bellezza del silenzio non può essere.

24. Tempo e continuità

La luce della sera si rifletteva nelle acque del fiume, e le ombre scure degli alberi si stagliavano contro il tramonto. Un autobus molto affollato procedeva lungo la strada, seguito da una grande automobile piena di gente elegante; un bambino giocava con un cerchio; una donna con un carico pesante si fermò per sistemarselo, quindi proseguì faticosamente. Un ragazzo in bicicletta salutò qualcuno e continuò la strada verso casa; alcune donne passeggiavano, e un uomo si fermò, si accese una sigaretta, gettò il fiammifero nell’acqua, si guardò intorno e proseguì. Nessuno sembrava notare i colori dell’acqua e le ombre scure degli alberi contro il cielo. Una ragazza venne avanti con in braccio un bambino, parlandogli e indicandogli le acque che si stavano scurendo per divertirlo e distrarlo. Le luci nelle case incominciavano ad accendersi, e la stella della sera stava per solcare il cielo.

C’è una tristezza di cui siamo così poco consapevoli: conosciamo il dolore e la pena della lotta e della confusione personale; conosciamo la futilità e la sofferenza della frustrazione; conosciamo la pienezza della gioia e la sua transitorietà; conosciamo i nostri dispiaceri, ma non siamo consapevoli della tristezza degli altri. E come potremmo esserlo dal momento che siamo rinchiusi nelle nostre disgrazie e nelle nostre sfide? Se i nostri cuori sono sfiniti e insensibili, come possiamo sentire la disillusione degli altri? La tristezza è così esclusiva, isolante e distruttiva. Come svanisce velocemente il sorriso! Tutto sembra concludersi nel dolore, nell’isolamento supremo.

Era molto colta, competente e concreta; aveva fatto studi scientifici e religiosi, e si era cautamente avvicinata alla psicologia moderna. Sebbene ancora abbastanza giovane, era già stata sposata; e aveva già conosciuto le consuete miserie del matrimonio, aveva aggiunto. Ora era indipendente e desiderosa di trovare qualcosa di più del solito condizionamento, di sentire e trovare la sua strada oltre i limiti della mente. I suoi studi le avevano aperto la mente alle possibilità oltre il conscio e al di là dei carichi del passato. Raccontò di aver partecipato a molti incontri e discussioni, e di aver sentito dentro di sé l’esistenza di una sorta di sorgente comune a cui attingevano tutti i grandi maestri; aveva ascoltato con attenzione e aveva compreso molte cose, e ora era venuta per parlare dell’inesauribile e del problema del tempo.

«Qual è la fonte oltre il tempo, quello stato dell’essere che non è all’interno del ragionamento della mente? Cos’è il senza tempo, l’infinito, quella creatività di cui hai parlato?»

È possibile essere consapevoli dell’infinito? Qual è la prova della conoscenza o della consapevolezza di esso? Come lo riconosci? Con quale unità puoi misurarlo?

«Possiamo solo giudicare dai suoi effetti.»

Ma il giudicare attiene al tempo; e gli effetti dell’infinito sono giudicabili secondo la misurazione del tempo? Se noi comprendessimo cosa intendiamo quando parliamo di tempo, forse per l’infinito sarebbe possibile essere; ma è possibile discettare su cosa sia questo infinito? Anche se noi due ne fossimo entrambi consapevoli, ne potremmo forse parlare? Potremmo anche parlarne, ma la nostra esperienza non sarebbe l’infinito. Non se ne può parlare e non può essere comunicato se non attraverso il mezzo del tempo; ma la parola non è l’oggetto, e quindi attraverso il tempo non si potrà ovviamente comprendere l’infinito. L’eternità è uno stato che sopravviene solamente quando il tempo non è. Allora cerchiamo piuttosto di capire cosa intendiamo quando parliamo di tempo.

«Ne esistono forme diverse: tempo come crescita, come distanza, come movimento.»

Il tempo è cronologico e anche psicologico. Il tempo in quanto crescita è il piccolo che diventa grande, il carro trainato dai buoi che diventa un aeroplano supersonico, il bambino che diventa uomo. I cieli sono pieni di crescita, e così anche la terra. Si tratta di una constatazione ovvia, e sarebbe sciocco negare ciò. Il tempo in quanto distanza è più complesso.

«È noto che un essere umano si può trovare in due posti diversi nello stesso momento: in un luogo per molte ore, e in un altro per pochi minuti, durante il medesimo lasso di tempo.»

Il pensiero può vagare molto lontano mentre il pensatore resta nello stesso luogo.

«Non mi sto riferendo a questo fenomeno. Una persona, un’entità fisica, si dice che possa trovarsi simultaneamente in due luoghi diversi e separati. Ma naturalmente, il nostro argomento è il tempo,»

Lo ieri che utilizza l’oggi come passaggio verso il domani, il passato che fluisce attraverso il presente nel futuro, è un unico movimento del tempo: non si tratta di tre movimenti separati. Conosciamo il tempo come cronologico e psicologico, crescita e divenire. C’è la crescita del seme che si trasforma in albero, e c’è il processo del divenire psicologico. La crescita è abbastanza evidente, quindi lasciamola un attimo da parte. Il divenire psicologico implica tempo. Io sono questo e diventerò quello, usando il tempo come passaggio, come mezzo; il ciò che è stato sta diventando ciò che sarà. Questo processo ci è molto familiare. Quindi il pensiero è il tempo, il pensiero che è stato e il pensiero che sarà, il ciò che è e l’ideale. Il pensiero è il prodotto del tempo, e senza il processo del pensare, il tempo non è, La mente è l’artefice del tempo, è il tempo.

«Questo è indubitabilmente vero. La mente è al contempo artefice e fruitrice del tempo. Senza il processo mentale, il tempo non è. Ma è possibile andare oltre la mente? Esiste uno stato che non sia del pensiero?»

Proviamo a scoprire insieme se esista un tale stato. L’amore è pensiero? Possiamo pensare a qualcuno che amiamo; quando la persona è assente, la pensiamo, o ne richiamiamo alla mente un’immagine, o guardiamo una sua fotografia. È la separazione che crea il pensiero.

«Intendi dire che quando ci sono unità e interezza, allora il pensiero cessa e resta solo l’amore?»

L’unità implica dualità, ma non è questo il punto. L’amore è un processo del pensiero? Il pensiero è del tempo; e l’amore è forse vincolato dal tempo? Il pensiero è limitato dal tempo, e tu stai chiedendo se e possibile essere liberi dalla qualità vincolante del tempo.

«Ma deve essere così, altrimenti non potrebbe esserci alcuna creazione. La creazione è possibile solo quando cessa il processo della continuità. La creazione è il nuovo, è la nuova visione, la nuova invenzione, la nuova scoperta, la nuova formulazione, non la continuità del vecchio.»

La continuità è la morte della creazione.

«Ma come è possibile porre fine alla continuità?»

Cosa intendiamo per continuità? Cosa crea e determina la continuità? Cosa unisce il momento al momento, come il filo unisce le perle di una collana? Il momento è il nuovo, ma il nuovo viene subito assorbito nel vecchio e così si forma la catena della continuità. Ci sarà mai il nuovo, o anche solo il riconoscimento del nuovo da parte del vecchio? Se il vecchio riconosce il nuovo, allora il nuovo è nuovo? Il vecchio può riconoscere solamente la sua proiezione; può anche chiamarla nuovo, ma non lo è. Il nuovo non è riconoscibile; è uno stato di non riconoscimento, di non associazione. Il vecchio provvede alla propria continuità attraverso le proprie proiezioni; non potrà mai conoscere il nuovo. Il nuovo può essere tradotto nel vecchio, ma non può essere insieme al vecchio. Sperimentare il nuovo è l’assenza del vecchio. L’esperienza e la sua espressione sono il pensiero, l’idea; il pensiero traduce il nuovo nei termini del vecchio. Il vecchio dà la continuità; il vecchio è memoria, la parola, che sono il tempo.

«Come è possibile porre fine alla memoria?»

È possibile? L’entità che desidera porre fine alla memoria è essa stessa la fucina della memoria; non è isolata, separata dalla memoria. È così, sei d’accordo?

«Sì, chi compie quello sforzo è nato dalla memoria, dal pensiero; il pensiero è il risultato del passato, conscio o inconscio. Allora cosa bisogna fare?»

Per favore ascolta, e allora farai naturalmente ciò che è essenziale, senza alcuno sforzo. Il desiderio è pensiero; il desiderio forgia la catena della memoria. Il desiderio è sforzo, è l’azione della volontà. L’accumulazione è la modalità del desiderio; accumulare è continuare. Raccogliere esperienza, conoscenza, potere, o cose materiali, determina la continuità, e negare queste cose è continuare negativamente. Positiva o negativa la continuazione è identica. Il centro della raccolta è il desiderio, il desiderio per qualcosa di più o qualcosa di meno. Questo centro è l’io, posto a diversi livelli a seconda del tipo di condizionamento. Qualsiasi attività di questo centro porta soltanto a un’ulteriore continuità di se stessi. Qualsiasi movimento della mente è vincolato dal tempo; impedisce la creazione. L’infinito, il senza tempo, l’eterno non è con la qualità che vincola la memoria al tempo. L’illimitato non è da misurarsi con la memoria e l’esperienza. Ciò che non si può nominare è solo quando l’esperienza e la conoscenza sono completamente cessate. Soltanto la verità libera la mente dalla schiavitù dei suoi limiti.

25. La famiglia e il desiderio di sicurezza.

Che brutto essere soddisfatti! Una cosa è la contentezza, ben altra la soddisfazione, che rende la mente insensibile e il cuore debole; conduce alla superstizione e all’inerzia, e ci fa perdere il limite della sensibilità. Coloro che ricercano la soddisfazione o che l’hanno ottenuta sono solo portatori di confusione e sofferenza; sono quelli che incrementano il villaggio fetido e la città rumorosa. Costruiscono templi per le immagini dei morti e per celebrare rituali soddisfacenti; incoraggiano la segregazione di classe e la guerra; moltiplicano incessantemente i mezzi di gratificazione: denaro, politica, potere e organizzazioni religiose sono le modalità con cui si esprimono. Opprimono la terra con la loro rispettabilità e le loro lamentele.

Ma la contentezza è un’altra questione: è difficile essere contenti. La contentezza non può essere scovata in luoghi segreti; non può essere perseguita, come il piacere; non può essere acquisita; non può essere comprata al prezzo della rinuncia, poiché non ha alcun prezzo; non può essere raggiunta con nessun mezzo; non ci si può meditare sopra e non può essere accumulata. Il perseguimento della contentezza è solamente la ricerca di una soddisfazione ancora più grande. La contentezza è invece la completa comprensione di ciò che è di momento in momento; è la più alta forma di comprensione negativa. La gratificazione conosce la frustrazione e il successo, ma la contentezza non conosce gli estremi con i loro vuoti conflitti: sta sopra e oltre gli estremi; non è una sintesi, perché non ha alcuna relazione con il conflitto. Il conflitto può solo produrre maggior conflitto, alimentare illusione e sofferenza. Con la contentezza arriva quell’azione che non è contraddittoria. La contentezza del cuore libera la mente dalle sue attività di confusione e distrazione. La contentezza è un movimento che non appartiene al tempo.

Raccontò che si era laureata in scienze con lode, che aveva quindi insegnato, e aveva operato nel sociale. Nel breve tempo precedente alla laurea aveva viaggiato per il paese facendo un po’ di tutto: aveva insegnato matematica in un posto, aveva svolto del lavoro in ambito sociale in un altro, aveva aiutato sua madre, e si era occupata dell’organizzazione di una società di cui lei stessa faceva parte. Non si era dedicata alla politica, perché la considerava una sorta di glorificazione dell’ambizione personale e una stupida perdita di tempo. Non si era lasciata ingannare da tutto questo, e ora stava per sposarsi.

Hai deciso tu chi sposare, o i tuoi genitori stanno organizzando il tuo matrimonio?

«I miei genitori stanno combinando il mio matrimonio. Credo che sia il modo migliore di sposarsi.»

Perché, se posso chiedertelo?

«In altre nazioni un ragazzo e una ragazza si innamorano, e all’inizio può anche andare tutto bene, ma presto incominciano i disaccordi e la sofferenza, i litigi e le rappacificazioni, l’appannamento del piacere e la noia della routine quotidiana. I matrimoni combinati in questo paese finiscono più o meno nello stesso modo, la parte bella svanisce, quindi credo che non ci sia molto da scegliere fra i due sistemi. Sono entrambi abbastanza orribili, ma cosa bisogna fare? Prima di tutto, ci si deve sposare, non si può rimanere soli per tutta la vita. È tutto molto triste, ma almeno un marito ti offre una certa sicurezza e i bambini sono una gioia; e non si può avere una cosa senza l’altra.»

Ma cosa ne sarà di tutti gli anni che hai dedicato ai tuoi studi per conseguire la laurea?

«Credo che per un po’ farò finta che mi siano serviti a qualcosa, ma temo che i bambini e i lavori di casa mi occuperanno la maggior parte del tempo.»

Allora qual è stato lo scopo della tua cosiddetta educazione? Perché dedicare così tanto tempo, soldi e sforzi per finire in cucina? Non vorresti insegnare o lavorare nel sociale anche dopo il tuo matrimonio?

«Solo se ne avrò il tempo. A meno che non si sia particolarmente benestanti, è impossibile avere del personale di servizio e altri aiuti. Temo che possibilità del genere mi saranno precluse una volta sposata: e io voglio sposarmi. Sei contro il matrimonio?»

Consideri il matrimonio come un’istituzione per costruire una famiglia? La famiglia non è un’unità opposta alla società? Non è un centro da cui si irradia ogni forma di attività, una relazione esclusiva che domina qualsiasi altra forma di relazione? Non è forse un tipo di situazione molto chiusa che porta con sé divisione, separazione, l’alto e il basso, il potente e il debole? La famiglia come istituzione sembra resistere a tutto il resto; ogni famiglia si oppone alle altre famiglie, agli altri gruppi. Le caratteristiche del sistema familiare non sono forse le stesse che causano la guerra?

«Se sei contrario alla famiglia, allora devi essere favorevole alla collettivizzazione di donne e uomini, i cui figli appartengono allo Stato.»

Non saltare alle conclusioni, per favore. Pensare in termini di formule e sistemi può solo generare opposizione e contrasti. Tu hai il tuo sistema, e un’altra persona ha il suo; i due sistemi si scontrano, e ognuno cerca di prevalere sull’altro, ma il problema rimane.

«Ma se sei contrario alla famiglia, allora cosa pensi sia giusto?»

Perché porre la questione in questo modo? Se c’è un problema, non è forse sciocco prendere posizione secondo i propri pregiudizi? Non è meglio cercare di comprendere la questione invece di alimentare opposizione e discordia, moltiplicando così i nostri problemi?

La famiglia attuale è un’unità di relazione limitata, esclusiva e tendente a rinchiudersi in se stessa. I riformatori e i cosiddetti rivoluzionari hanno cercato di abolire questo esclusivo spirito familiare che alimenta ogni tipo di attività antisociale; ma si tratta di un centro di stabilità opposto all’insicurezza, e l’attuale struttura sociale in tutto il mondo non può esistere senza questa sicurezza. La famiglia non è solamente una pura e semplice unità economica, e qualsiasi sforzo di risolvere la questione a quel livello è ovviamente destinata a fallire. Il desiderio di sicurezza non è soltanto economico, ma molto più profondo e complesso. Se l’uomo distrugge la famiglia, dovrà trovare altre forme di sicurezza attraverso lo Stato, attraverso la collettività, attraverso la fede, che a loro volta genereranno i loro propri problemi. Dobbiamo comprendere il desiderio della sicurezza psicologica e interiore e non semplicemente sostituire un modello di sicurezza con un altro.

Così il problema non è la famiglia, ma il desiderio di sentirsi al sicuro. Il desiderio di sicurezza, a ogni livello, non è forse esclusivo? Lo spirito di esclusività si palesa in quanto famiglia, proprietà, Stato, religione e così via. E questo desiderio di sicurezza interiore non contribuisce forse a costituire forme di sicurezza esteriori che sono sempre esclusive? Il desiderio stesso di essere sicuri distrugge la sicurezza. L’esclusione, la separazione portano inevitabilmente alla disintegrazione; il nazionalismo, l’antagonismo di classe e la guerra ne sono i sintomi. La famiglia come mezzo per la sicurezza interiore è una fonte di disordine e di potenziale catastrofe sociale.

«Allora come bisogna vivere, se non nella famiglia?»

Non è strano come la mente sia sempre alla ricerca di un modello, di un’impronta? La nostra educazione è nelle formule e nelle conclusioni. Il «come» è la richiesta di una formula, ma le formule non possono risolvere il problema. Per favore, comprendi la verità di ciò che affermo. Solo quando smetteremo di ricercare la sicurezza interiore potremo vivere sicuri esteriormente. Fino a che la famiglia rappresenterà il centro della sicurezza, ci sarà disintegrazione sociale; fino a che la famiglia sarà usata come un mezzo al fine di proteggerci, ci saranno conflitti e sofferenza. Per favore, non stupirti, in realtà è molto semplice. Fino a che io userò te o qualcun altro per la mia sicurezza interiore e psicologica, dovrò essere esclusivo; io sono il più importante di tutti, ho il significato più alto; è la mia famiglia, la mia proprietà. La relazione di utilità è basata sulla violenza; la famiglia come mezzo per garantirsi reciprocamente la sicurezza interiore crea solo conflitto e confusione.

«Da un punto di vista puramente intellettuale, capisco cosa vuoi dire, ma è possibile vivere senza questo desiderio interiore di sentirsi al sicuro?»

Comprendere intellettualmente significa non comprendere per nulla. Significa che tu senti le parole e ne afferri il significato, e questo è tutto; ma questo non produrrà azione. Usare un altro come mezzo di soddisfazione e sicurezza non è amore. L'amore non è mai sicurezza; l'amore è uno stato in cui non c'è alcun desiderio di essere sicuri; è uno stato di vulnerabilità; è l'unico stato in cui l'esclusività, la discordia e l'odio sono im­possibili. In uno stato del genere può formarsi anche una fami­glia, ma non sarà mai esclusiva e tendente a rinchiudersi in se stessa.

«Ma non conosciamo questo tipo di amore. Come si può...?»

È bene essere consapevoli dei percorsi del proprio pensiero. Il desiderio interiore di sicurezza si esprime all'esterno attraver­so l'esclusione e la violenza, e fino a che un tale processo non sarà completamente compreso, non ci potrà essere amore. L'a­more non è un altro rifugio alla ricerca della sicurezza. Il desi­derio di sicurezza deve completamente esaurirsi affinché l'amore possa essere. L'amore non è qualcosa che può essere ottenuto attraverso la costrizione. Qualsiasi forma di costrizione, a qual­siasi livello, è la negazione stessa dell'amore. Un rivoluzionario con un'ideologia non è assolutamente un rivoluzionario; offre semplicemente un surrogato, un tipo diverso di sicurezza, una nuova speranza; e la speranza è morte. Solo l'amore è in grado di portare avanti una rivoluzione radicale o trasformazioni nella relazione; e l'amore non è una cosa della mente. Il pensiero può progettare e formulare grandiose strutture di speranza, ma il pensiero può solo portare a ulteriore conflitto, confusione e sofferenza. L'amore insorge quando la mente scaltra che si rin­chiude su se stessa non è.

26 – L’“io”

«La meditazione è di estrema importanza per me; medito regolarmente due volte al giorno da più di venticinque anni. All'ini­zio era tutto molto difficile, non avevo alcun controllo sui miei pensieri e mi perdevo in moltissime distrazioni; ma procedendo per gradi, sono arrivato ad arginarle quasi completamente. Ho cercato sempre più di convogliare il mio tempo e la mia energia verso il raggiungimento della meta finale. Sono stato da molti maestri e ho seguito tanti e diversi metodi di meditazione, ma in qualche modo non ero mai soddisfatto di nessuno, anche se forse «soddisfazione» non è la parola esatta. Tali metodi portavano tutti a un certo punto, a seconda delle loro caratteristiche, e un giorno mi ritrovai a sentire che stavo diventando un semplice risultato del metodo stesso, il che non era certo la meta finale che mi ero prefisso. Ma da tutte queste sperimentazioni ho almeno imparato a padroneggiare completamente i miei pensieri, e anche le mie emozioni sono ormai sotto il mio controllo. Ho praticato la respirazione profonda per tranquillizzare il corpo e la mente; ho ripetuto le parole sacre e ho digiunato per lunghi periodi; moralmente sono stato retto, e le cose mondane non esercitano più alcuna attrazione su di me. Ma dopo tutti questi anni di lotte e sforzi, di disciplina e negazioni, ancora non ho trovato la pace e lo splendore di cui parlano i Grandi. In rare occasioni ho provato attimi illuminanti di profonda estasi, l’intuitiva promessa di accadimenti grandiosi; ma mi sembra di non essere capace di penetrare l’illusione della mia stessa mente, e continuo perciò a esserne eternamente catturato. Una nube di disperazione confusa sta scendendo su di me, avvolgendomi; e il mio dolore sta aumentando.»

Eravamo seduti sulle rive di un fiume molto grande, e sfioravamo le sue acque; poco distante, la città dominava il corso d’acqua. Un ragazzo stava cantando sulla riva opposta; il sole tramontava dietro di noi e grandi ombre si allungavano sull’acqua. Era una sera splendida e immobile: verso est, enormi nuvole erano come dipinte e il fiume profondo non sembrava quasi scorrere. Ma la straordinaria bellezza che pervadeva ogni cosa a lui era completamente indifferente: era totalmente assorto nel suo problema. Eravamo in silenzio, ed egli aveva chiuso gli occhi; nonostante il suo volto severo apparisse rilassato, dentro di lui si intuiva il dibattersi di un’intensa lotta. Uno stormo di uccelli si fermò sul bordo dell’acqua; i loro stridii dovevano aver attraversato il fiume, poiché quasi subito un altro stormo raggiunse il primo dalla riva opposta. Un silenzio senza tempo ricopriva la terra.

Durante tutti questi anni non hai mai smesso di sforzarti per ottenere la meta finale? La volontà e lo sforzo non creano l’«io», come può quindi il processo del tempo portarci all’eterno?

«Non ho mai deciso scientemente di smettere di sforzarmi per tutto ciò che il mio cuore e il mio intero essere desiderano sopra ogni altra cosa. Non oso fermarmi; se lo facessi, cadrei e non riuscirei più a rialzarmi. È la vera natura di tutte le cose: sempre lottare per andare avanti, e senza volontà e sforzo resteremmo immobili; senza questa lotta per uno scopo, non potrei mai andare oltre me stesso e superarmi.»

Può forse l’“Io” mai liberarsi dalla propria schiavitù e dalle proprie illusioni? L’“io” non dovrebbe smettere di essere affinché ciò che non ha nome possa rivelarsi? E questa lotta incessante verso la meta finale non dovrebbe semplicemente rafforzare il sé, per quanto concentrato il suo desiderio possa essere? Tu lotti per raggiungere la meta finale, e un altro per ottenere beni materiali e gratificazioni mondane; il tuo sforzo potrà forse essere più nobilitante, ma non si tratta pur sempre di desiderio di ottenere?

«Ho domato tutte le passioni, tutti i desideri, eccetto questo, che è molto più di un desiderio: è la mia unica ragione di vita.»

Allora non ti resta che morire anche a questo, dal momento che sei già morto a tutte le altre sollecitazioni e ai desideri. Attraverso questi anni di lotta e di costante eliminazione, ti sei rafforzato in un unico scopo, ma siamo sempre nei confini dell’“io”. E invece tu vuoi sperimentare ciò che non ha nome: è questo il tuo desiderio, vero?

«Certo. Voglio arrivare a conoscere la meta finale, oltre la cortina del dubbio: voglio arrivare a conoscere Dio.»

Lo sperimentatore è sempre condizionato dalla sua esperienza. Se lo sperimentatore è consapevole che sta sperimentando, allora l’esperienza sarà il risultato della proiezione che egli stesso avrà fatto dei suoi desideri. Se sai che stai sperimentando Dio, allora quel Dio non sarà altro che la proiezione delle tue speranze e delle tue illusioni. Non c’è alcuna libertà per lo sperimentatore, poiché è perennemente intrappolato nella sua stessa esperienza; egli è il demiurgo del tempo e non potrà mai sperimentare l’eterno.

«Intendi forse dire che ciò che ho pazientemente costruito con notevole sforzo e attraverso sagge scelte, debba venire distrutto? E che io debba essere lo strumento stesso di questa distruzione?»

Può forse l’“io” concretamente costituirsi in modo tale da annullare se stesso? Se così fosse, la sua ragione, le sue intenzioni sarebbero di ottenere ciò che non può essere posseduto. Qualunque sia la sua azione, per quanto nobile sia il suo scopo, qualsiasi sforzo da parte dell’“io” è ancora nell’ambito dei suoi stessi ricordi, idiosincrasie e proiezioni, siano essi consci o inconsci. L’“io” può suddividersi nell’“io” organico e nel “non-io” o sé trascendentale; ma questa separazione dualistica è solo l’ennesima illusione in cui è intrappolata la mente. Qualsiasi possa essere il movimento della mente, dell’“io”, non potrà mai arrivare a essere libero; potrà passare di livello in livello, da una scelta stupida a una intelligente, ma il suo movimento resterà sempre nella sfera della sua stessa creazione.

«Così sembri negare ogni speranza. Cosa bisogna fare allora?»

Devi spogliarti completamente, disfarti del peso del passato e dell’attrattiva ingannevole di un futuro di speranza: e questo non significa disperazione, poiché se sei disperato, non c’è vuoto né nudità. Non puoi «fare» qualsiasi cosa: tu puoi e devi rimanere immobile, senza nessuna speranza, voglia o desiderio; ma non puoi determinare di restare immobile, sopprimendo ogni rumore, poiché in questo stesso sforzo già risiede il rumore. Il silenzio non è l’opposto del rumore.

«Ma nelle mie attuali condizioni, cosa devo fare?»

Tu sei così ansioso di procedere, così impaziente di avere una qualche indicazione positiva, che se io anche te la suggerissi adesso, non staresti veramente ascoltando.

La stella della sera si rifletteva nel fiume tranquillo.

L’indomani all’alba ritornò. Il sole stava appena facendo capolino tra le cime degli alberi, e una leggera bruma saliva dal fiume. Una barca con le vele spiegate, con un pesante carico di legna da ardere, discendeva pigramente il fiume; gli uomini dell’equipaggio dormivano tutti, sparsi sul ponte, tranne l’uomo al timone. L’atmosfera era molto calma e silenziosa, e le quotidiane attività degli uomini lungo il fiume non erano ancora incominciate.

«Nonostante la mia ansia e impazienza esteriori, probabilmente qualcosa dentro di me è stato molto ricettivo e attento a ciò che dicevi ieri, dal momento che stamane quando mi sono svegliato ho provato uno strano senso di libertà e chiarezza che si accompagnava alla comprensione. Ho fatto la mia solita ora di meditazione giornaliera prima che il sole sorgesse, e non sono del tutto sicuro che la mia mente non sia invece stata catturata in innumerevoli illusioni sempre più coinvolgenti. Potremmo proseguire dal punto in cui ci siamo interrotti?»

Non possiamo riprendere esattamente dal punto in cui eravamo rimasti, ma possiamo riprendere il nostro problema dall’inizio. La mente, interiore ed esteriore, è incessantemente attiva, poiché riceve impressioni senza sosta; presa nei suoi ricordi e nelle sue reazioni, è un aggregato di molti desideri e conflitti. Funziona solamente all’interno dei confini del tempo, e all’interno di questi confini c’è contraddizione, cioè l’opposizione di volontà e desiderio, che altro non è che sforzo. L’attività psicologica dell’“io”, del «me» e del «mio» deve cessare, perché questo tipo di attività è causa di problemi e conduce solo a varie forme di agitazione e disordine. Ma qualsiasi sforzo per fare cessare questa attività non fa altro che generare un’attività e un’agitazione ancora più grandi.

«Questo è vero, l’ho sempre notato. Più si cerca di rendere la mente immobile e silente, più si incontra resistenza, e tutto lo sforzo si esaurisce nel tentare di contrastare e superare questa resistenza; così si entra in un circolo vizioso da cui non si riesce più a uscire.»

Se sei consapevole che questo sia un circolo vizioso e ti rendi conto che tu non puoi fare nulla per uscirne, allora finalmente, in seguito a una tale realizzazione, il censore, l’osservatore, cessa di esistere.

«Questa sembra la prova più difficile da superare: annullare l’osservatore. Ho tentato, ma finora non ci sono mai riuscito. Come si può fare?»

Mi sembra che tu stia ancora pensando nei termini di «io» e «non-io», vero? Stai mantenendo questo dualismo all’interno della mente tramite la parola, la costante ripetizione di esperienza e abitudine? Prima di tutto, il pensatore e il suo pensiero non sono due processi distinti: siamo noi a crearne la distinzione per poter raggiungere la meta desiderata. Il censore nascecon il desiderio. Comunque, il nostro problema non è come sopprimere il censore, ma arrivare a comprendere il desiderio.

«Deve esistere un’entità capace di comprensione, uno stato separato dall’ignoranza.»

L’entità che afferma: «Io comprendo» è ancora nei confini del territorio della mente; è ancora l’osservatore, il censore, non sei d’accordo?

«Certo che è così; ma ancora non riesco a capire come si possa eliminare questo osservatore. E, soprattutto, davvero lo si può eliminare?»

Vediamo. Stavamo dicendo che è fondamentale comprendere il desiderio. Il desiderio può dividersi, e di fatto si divide, tra piacere e dolore, saggezza e ignoranza; un desiderio si oppone all’altro, i desideri più vantaggiosi contro i meno vantaggiosi e via di questo passo. Sebbene per varie ragioni si possa anche separare, il desiderio in realtà resta un processo indivisibile, giusto?

«Questo è un concetto difficile da afferrare. Sono così abituato a opporre un desiderio a un altro, a soffocare e a trasformare il desiderio, da non riuscire ancora a essere completamente consapevole del desiderio in quanto processo unico e unitario; ma ora che lo hai sottolineato, incomincio a sentire che è proprio così.»

Il desiderio si può spezzettare in tante esigenze opposte e in conflitto tra loro, ma resta comunque desiderio. Queste varie esigenze vanno a creare l’“io”, con i suoi ricordi, ansie, paure, e quant’altro, e l’intera attività di questo “io” si svolge all’interno dell’ambito del desiderio; non ha altri terreni di attività. È così, giusto?

«Per favore, vai avanti. Sto ascoltando con tutto il mio essere, cercando di andare oltre le parole, profondamente e senza sforzo.»

Il nostro problema, allora, è questo: l’attività del desiderio può arrivare a una fine volontariamente, liberamente, senza alcuna forma di costrizione? La mente può essere immobile e silente solo quando tutto questo accade. Se tu sei consapevole di ciò come di una realtà, allora l’attività del desiderio non arriva forse a una fine?

«Solo per un periodo molto breve; poi di nuovo ricomincia l’attività abituale. Come si fa a fermare tutto questo?... Ma nel momento in cui lo domando, vedo tutta l’assurdità della domanda!»

Tu vedi quanto siamo avidi. Vogliamo sempre di più. La richiesta che l’“io” cessi di essere diventa la nuova attività dell’“io”; ma non è nulla di nuovo, è solo l’ennesima forma del desiderio. Solo quando la mente sarà spontaneamente immobile e silente, tutto il resto, che non appartiene alla mente, potrà finalmente essere.

27. La natura del desiderio

Era una serata tranquilla, e molte barche dalle vele bianche scivolavano lentamente sul lago. In lontananza la cima di una montagna ricoperta di neve sembrava sospesa nel cielo. La brezza della sera proveniente da nordest non si era ancora alzata, ma verso nord si vedevano increspature sull’acqua, e molte barche stavano prendendo il largo. L’acqua era di un blu intenso e il cielo era sorprendentemente terso. Era un lago molto grande, ma nei giorni di sole si potevano distinguere le cittadine sulla riva opposta. In questa piccola baia, nascosta e dimenticata, regnava un’atmosfera di pace: non c’erano turisti, e il battello a vapore che faceva il giro del lago non passava mai da qui. Vicino c’era un villaggio di pescatori; e siccome il tempo prometteva il sereno, si sarebbero viste piccole barche con le lanterne uscire a pesca fino a notte inoltrata. Nell’incanto della sera i pescatori stavano preparando le reti e le piccole imbarcazioni. Le vallate erano ormai immerse nell’ombra, ma le montagne risplendevano ancora dell’ultimo sole.

Avevamo camminato per un po’ e ci sedemmo lungo il sentiero, perché era venuto per parlare della sua esperienza.

«Fino a quando mi possa ricordare, ho sempre vissuto eterni conflitti, per la maggior parte dentro di me, anche se talvolta questo stato di agitazione si manifesta anche all’esterno. Non mi preoccupano più di tanto i conflitti esterni, dal momento che ho imparato a adattarmi alle circostanze, anche se non si ècerto trattato di un processo indolore e privo di sofferenza, perché non sono una persona che si convince o si fa facilmente dominare. La vita è stata difficile, ma sono abbastanza in gamba per cercare comunque di vivere bene. Infatti non è questo il mio problema. Ciò che non riesco a comprendere è l’incessante conflitto interiore che non sono assolutamente in grado di controllare. Spesso mi sveglio nel cuore della notte in preda agli incubi, e non mi sembra di avere mai un momento di tregua dal mio conflitto; si agita comunque in mezzo alle mie occupazioni quotidiane, e di frequente esplode nelle mie relazioni più intime.»

Cosa intendi per conflitto? Qual è la sua natura?

«Visto dall’esterno posso sembrare un uomo molto impegnato, e il mio lavoro richiede concentrazione e attenzione. Quando la mia mente è occupata, riesco a dimenticare i miei conflitti interiori; ma non appena cè un momento di calma nel mio lavoro, mi ritrovo nuovamente immerso nei miei conflitti. Sono conflitti di varia natura e di diversi livelli: voglio avere successo, essere il migliore tra coloro che svolgono la mia professione, avere un mucchio di soldi e tutto ciò che ne consegue, e so che posso farcela. Ma a un altro livello, sono consapevole della stupidità della mia ambizione. Mi piacciono le cose belle della vita, ma per converso vorrei condurre un’esistenza molto semplice, quasi ascetica. Odio un gran numero di persone, ma nel contempo voglio dimenticare e perdonare. Potrei andare avanti a farti altri esempi, ma sono sicuro che puoi comprendere la natura dei miei conflitti. Istintivamente sono una persona pacifica, ma sono anche facile alla rabbia. Godo di ottima salute; il che potrebbe anche essere una sfortuna, almeno nel mio caso. All’esterno penso di dare l’impressione di essere calmo ed equilibrato, mentre invece sono agitato e confuso dai miei conflitti interiori. Ho superato i trent’anni da un pezzo, e ho veramente voglia di finirla e far luce finalmente nella confusione dei miei desideri. Vedi, un’altra delle mie difficoltà è che trovo praticamente impossibile parlare di me e di quello che provo: questa è la prima volta che mi sono aperto con qualcuno in molti anni. Non che sia un tipo riservato, ma detesto parlare di me, e penso che non potrei farlo neanche con uno psicologo. Sapendo tutto questo, mi sai dire se sia possibile per me raggiungere una qualche serenità interiore?»

Invece di cercare di disfarti del conflitto, vediamo se riusciamo a comprendere questo agglomerato di desiderio. Il nostro problema è vedere la natura del conflitto e non semplicemente cercare di superarlo; poiché il desiderio è la causa del conflitto. Il desiderio è stimolato dall’associazione e dalla memoria; e il ricordo è una parte del desiderio. Richiamare alla memoria le cose piacevoli e quelle spiacevoli nutre il desiderio ed esplode in desideri opposti e contrastanti. La mente si identifica con la parte piacevole in contrasto con la parte spiacevole; attraverso la scelta di sofferenza e piacere la mente separa il desiderio, suddividendolo in diverse categorie di conseguimenti e valori.

«Anche se ci sono molti desideri opposti e contrastanti, tutti i desideri sono uno. Non è così?»

Sì, è così, Ed è molto importante comprenderlo, altrimenti il conflitto fra desideri opposti sarà infinito. Il dualismo del desiderio, che la mente evidenzia, è in realtà un’illusione. Non esiste alcun dualismo nel desiderio, ma solo tanti tipi diversi di desiderio. Il dualismo esiste solo tra il tempo e l’eternità. La nostra preoccupazione sarà vedere l’irrealtà del dualismo del desiderio. Il desiderio si divide in volere e non volere, ma evitare il volere per perseguire il non volere è ancora desiderio. Non c’è alcuna via di fuga dal conflitto attraverso uno qualsiasi dei desideri opposti, dal momento che il desiderio stesso alimenta la propria opposizione.

«Riesco a comprendere a fatica che ciò che stai dicendo è una realtà, ma è pure un fatto che sono ancora dibattuto tra una moltitudine di desideri.»

La realtà è che tutti i desideri sono uno e il medesimo, e non possiamo cambiare questa realtà, rivoltarla per adattarla alla nostra convenienza e al nostro piacere, o usarla come uno strumento per liberarci dai conflitti e dai desideri; ma se la riconosciamo come vera, allora avrà il potere di rendere la mente libera dalle illusioni che la alimentano. Perciò dobbiamo essere consapevoli del desiderio che si spezzetta in tante piccole parti separate e contrastanti. Noi siamo questi desideri opposti e contrastanti, noi siamo l’intero ammasso di questi desideri, e ognuno di essi ci trascina in direzioni diverse.

«Sì, ma cosa dobbiamo fare?»

Senza intravedere il desiderio in quanto unità, qualsiasi cosa noi si possa o non si possa fare sarebbe di ben poco significato, poiché il desiderio semplicemente moltiplica il desiderio e la mente è intrappolata in questo conflitto. Esiste libertà dal conflitto solo quando il desiderio, che crea l’Io»con i suoi ricordi e riconoscimenti, arriva a una fine.

«Quando affermi che il conflitto cessa con la cessazione del desiderio, questo implica anche una fine della vita attiva?»

Può essere e può non essere. È stupido speculare su quale tipo di vita sia possibile senza il desiderio.

«Sicuramente non intendi dire che le necessità organiche debbano cessare.»

Le necessità organiche sono modellate e ingigantite dai nostri desideri psicologici; stiamo parlando di questi desideri.

«Potremmo addentrarci più profondamente nel funzionamento di questi desideri estremi interiori?»

I desideri sono insieme palesi e nascosti, consci e celati. I desideri nascosti sono di gran lunga più significativi dei desideri palesi; ma non possiamo entrare in confidenza con gli aspetti più profondi se prima non comprendiamo e padroneggiamo quelli superficiali. Non dobbiamo sopprimere, sublimare, o cercare di conformare a un determinato modello i nostri desideri consci, ma dobbiamo invece osservarli e placarli. Se plachiamo l’agitazione superficiale, esiste una possibilità che i desideri più profondi, le motivazioni e le intenzioni più nascoste vengano alla superficie.

«Ma come si fa a calmare la superficie agitata? Riesco a capire l’importanza di ciò che stai dicendo, ma non capisco come si possa riuscire ad affrontare concretamente il problema, come si riesca a sperimentare le tue affermazioni.»

Lo sperimentatore non è mai separato da ciò che sta sperimentando: questa verità va vista. Tu che stai sperimentando i tuoi desideri non sei certo un’entità separata da quegli stessi desideri, vero? L’“io” che afferma: «Soffocherò questo desiderio e inseguirò quest’altra cosa» è egli stesso il risultato di tutti i desideri, non è forse così?

«Forse si può intuire che è così, ma arrivare a rendersene realmente conto, è un’altra faccenda.»

Se ogniqualvolta un desiderio fa capolino sarà presente una consapevolezza di questa verità, allora avremo la libertà dall’illusione dello sperimentatore in quanto unità separata, non correlata al desiderio. Fino a che l’“io” si sforzerà di essere libero dal desiderio, non farà altro che rafforzare il desiderio in un’altra direzione e quindi perpetuare il conflitto. Se c’è una consapevolezza di questa realtà di momento in momento, la volontà del censore cessa; e quando lo sperimentatore diventa l’esperienza, allora scoprirai che il desiderio con i suoi molteplici conflitti arriva a una fine.

«E questo mi aiuterà a condurre una vita più calma e più piena?»

Certamente non all’inizio. Anzi, insorgeranno altri disagi, e bisognerà provvedere a ulteriori e più profondi adattamenti; ma più a fondo, più ampiamente ci si addentra in questo complesso problema di desiderio e conflitto, più semplice diventa affrontarlo.

28. Lo scopo della vita

La strada davanti alla casa scendeva verso il mare, costeggiando molti piccoli negozi, grandi appartamenti, garage, templi, e un giardino polveroso e dimenticato. Vicino al mare, la strada diventava una grande arteria, ingombra di taxi, autobus sferraglianti, e invasa da tutto il rumore della città moderna. Uscendo da questa arteria si incontrava un viale riparato e pieno di pace, sovrastato da enormi alberi tropicali: al mattino e alla sera era pieno di automobili che si dirigevano al locale alla moda lì vicino, con il suo campo da golf e giardini lussureggianti. Mentre passeggiavo nel viale notai molti mendicanti sdraiati sui marciapiedi; non erano chiassosi, anzi, non stendevano neppure la mano per chiedere ai passanti. Una bambina di circa dieci anni era sdraiata con la testa appoggiata a una lattina, e riposava con gli occhi spalancati; era sporca, con i capelli unti e ingarbugliati, ma rispose con un sorriso al mio sorriso. Poco più avanti, una bimba ancora più piccola, avrà avuto al massimo tre anni, spuntò da chissà dove con la manina tesa e un sorriso incantevole. La madre la stava osservando da dietro un albero poco distante. Presi la manina protesa, facemmo insieme pochi passi e la riaccompagnai dalla madre. Dal momento che non avevo nessuna monetina, ritornai il giorno dopo per offrirgliene una, ma la piccola non la volle prendere: voleva giocare. Così giocammo, e diedi la moneta a sua madre. Ogni volta che passeggiavo per quel viale, la bimba era sempre lì, con un sorriso timido e occhi splendenti.

Dalla parte opposta all’entrata del locale alla moda era seduto per terra un mendicante; era coperto da un rudimentale e lurido sacco a pelo, e i suoi capelli sporchi e unti erano pieni di polvere. Alcuni giorni dopo, quando ripassai di lì, era sdraiato per terra, la testa appoggiata nella sporcizia, il corpo nudo ricoperto dal sacco; altre volte, invece, lo vidi seduto con la schiena eretta, perfettamente immobile e silenzioso, guardare senza vedere, sovrastato dall’impressionante e rigoglioso albero tropicale. Una sera c’era festa nel locale; tutte le luci erano accese, e automobili lussuose piene di gente allegra e schiamazzante entravano suonando i clacson. Dal locale veniva una musica piacevole che riempiva l’aria. C’erano molti poliziotti all’entrata, dove si era radunata una folla di curiosi che voleva cercare almeno di vedere le persone elegantemente vestite e ben nutrite che passavano con le loro automobili scintillanti. Il mendicante dava la schiena alla folla e al locale. Un uomo gli offrì qualcosa da mangiare, e un altro una sigaretta, ma egli rifiutò silenziosamente entrambe le offerte senza fare un gesto. Stava morendo lentamente, giorno dopo giorno, e la gente passava oltre.

Quegli alberi tropicali erano davvero imponenti contro il cielo che si andava scurendo, e avevano una struttura fantastica. Le foglie erano molto piccole, ma i rami sembravano enormi e possedevano una sorta di insolita regalità e distacco in quella città sovrappopolata, soffocata dal rumore e dalla sofferenza. Il mare comunque era lì, perennemente in movimento, infinito e senza riposo. C’erano delle vele bianche, semplici puntini in quella infinità, e sulle acque danzanti la luna tracciava un sentiero d’argento. La piena bellezza della terra, le stelle lontane, e l’umanità immortale: una vastità incommensurabile sembrava ricoprire tutte le cose.

Era un uomo abbastanza giovane: era venuto dall’altra parte del paese, ed era stato un viaggio molto faticoso. Aveva fatto voto di non sposarsi finché non avesse compreso appieno il significato e lo scopo della vita. Determinato e aggressivo, svolgeva un qualche lavoro d’ufficio: aveva preso un’aspettativa di un certo periodo per cercare di trovare una risposta alla sua domanda. Aveva una mente fervida e assertiva, ed era così coinvolto dalle sue risposte e da quelle delle altre persone, che a malapena ascoltava. Le sue parole non erano veloci quanto il suo pensiero, e citava in continuazione ciò che filosofi e maestri avevano detto sullo scopo della vita. Era tormentato e profondamente ansioso.

«Senza sapere quale sia lo scopo della vita, la mia esistenza non ha alcun significato, e tutte le mie azioni non possono che essere distruttive. Mi guadagno quel poco che mi serve per tirare avanti; soffro, e la morte mi attende. Questa è la vita, ma qual è lo scopo di tutto ciò? Non lo so. Sono stato da coloro che hanno studiato, e da vari guru: alcuni dicono una cosa, altri ne sostengono un’altra. Tu cosa ne pensi?»

Me lo stai chiedendo per paragonare ciò che verrà detto ora con quello che hai sentito da altre parti?

«Sì. Così poi potrò scegliere, e la mia scelta sarà determinata da ciò che io considero sia la verità.»

Pensi che la comprensione di ciò che è vero sia una questione di opinione personale e dipendente da una scelta? Con una scelta tu scoprirai cosa è vero?

«In che altro modo si può trovare il reale, se non attraverso la discriminazione e la scelta? Ti ascolterò molto attentamente, e se quel che dirai mi convincerà, rinnegherò ciò che è stato detto dagli altri e rimodellerò la mia vita per raggiungere l’obiettivo che mi avrai indicato. Sono assolutamente motivato e molto sincero nel mio desiderio di scoprire quale sia il vero e unico scopo della vita.»

Prima di andare avanti, non è forse importante chiedersi se si è capaci di andare a cercare la verità? E te lo suggerisco con rispetto, e non con spirito denigratorio. La verità è una questione di opinione, di piacere, di gratificazione? Dici che accetterai ciò che ti attira di più, il che significa che non sei interessato alla verità, ma stai semplicemente cercando ciò che ti appare più gratificante. Sei preparato ad attraversare il dolore, la costrizione, per arrivare a ottenere quello che, in fondo, alla fine dà piacere. Stai cercando il piacere, non la verità. La verità dovrebbeessere qualcosa che va al di là della dicotomia piacere-dispiacere, non sei d’accordo? L’umiltà dovrebbe essere la base di partenza di ogni ricerca.

«Ed è per questo che sono venuto da te. Sto sinceramente ricercando; voglio trovare maestri che mi dicano cos’è la verità, e allora li seguirò con una disposizione dell’animo contrita e umile.»

Seguire significa negare l’umiltà. Tu segui perché desideri avere successo, ottenere uno scopo. Un uomo ambizioso, per quanto nascosta e sottile sia la sua ambizione, non è mai umile.

Perseguire l’autorità e costituirla e riconoscerla come guida significa distruggere l’introspezione, la comprensione. Perseguire un ideale impedisce l’umiltà, poiché l’ideale altro non è che la glorificazione del sé, dell’ego. E come può mai essere umile l’uomo che, in modi così diversi, dà importanza al «me»? Senza umiltà, la realtà non potrà mai essere.

«Ma la mia sola preoccupazione nel venire qui è cercare di scoprire quale sia il vero scopo della vita.»

Se posso permettermi di esprimermi così, mi sembra che tu sia semplicemente intrappolato in un’idea, che sta diventando una fissazione, quasi un’ossessione. E questa è una cosa a cui bisogna prestare sempre attenzione. Nella tua smania di scoprire quale sia il vero scopo della vita, hai letto molti testi di filosofi e sei andato a cercare molti maestri. Alcuni dicono una cosa, altri ne sostengono un’altra, e tu vuoi sapere la verità. Allora, vuoi sapere la verità di ciò che dicono, o la verità sottesa alla tua domanda?

«Quando formuli una domanda così diretta ed esplicita, non so bene cosa rispondere. Ci sono persone che hanno studiato e sperimentato molto più di quanto io abbia potuto fare, e sarebbe anche solo assurdo da parte mia pensare di scartare a priori ciò che dicono, che potrebbe aiutarmi a scoprire il significato della vita. Ma ognuno parla a seconda della propria esperienza e comprensione, e talvolta addirittura si contraddicono l’un l’altro. I marxisti dicono una cosa, e i religiosi affermano qualcosa di completamente differente. Aiutami a trovare la verità in tutto questo, per favore.»

Vedere il falso come falso, e la verità nel falso, e il vero come vero, non è facile. Per percepire chiaramente, deve esserci la libertà dal desiderio, che distorce e condiziona la mente. Tu sei così desideroso di trovare il vero significato della vita che il tuo stesso desiderio diventa l’ostacolo che ti impedisce la comprensione della tua stessa domanda. Vuoi sapere la verità di ciò che hai letto e di ciò che hanno detto i tuoi maestri, giusto?

«Sì, decisamente.»

Allora devi riuscire a scoprire da solo cosa ci sia di vero in tutte quelle affermazioni: la tua mente deve arrivare a riuscire ad avere una percezione diretta; se non fosse così, saresti solo perso in una giungla di idee, opinioni e credenze. Se la tua mente non ha la capacità di vedere ciò che è vero, sarai come una foglia al vento: per te non devono essere importanti le conclusioni e le asserzioni degli altri, chiunque essi siano. Devi cercare di avere una visione profonda di ciò che è vero: non è questa la cosa essenziale?

«Penso di sì, ma come posso avere questo dono?»

La comprensione non è un dono riservato a pochi: arriva a coloro che sono sinceri nella conoscenza di se stessi. Il confronto non porta alla comprensione: è solo un’altra forma di distrazione, così come il giudizio è evasione. Affinché la verità sia, la mente deve essere sgombra da confronti e valutazioni. Quando la mente confronta e valuta, non è quieta, è occupata: e una mente occupata è incapace di arrivare a una percezione chiara e semplice.

«Allora questo significa che devo distaccarmi da tutti i valori che mi sono costruito, da tutta la conoscenza che ho accumulato?»

La mente non deve essere libera per poter scoprire? La conoscenza, l’informazione le conclusioni e le esperienze degli uni e degli altri, questo vasto cumulo carico di memoria portano la libertà? Può esistere la libertà fino a che esiste il censore che giudica, condanna, confronta? La mente non è mai tranquilla se sta continuamente acquisendo e calcolando; e non abbiamo detto che la mente deve essere immobile e silente affinché la verità possa essere?

«Capisco, ma non stai chiedendo troppo a una mente semplice e ignorante come la mia?»

Semplice e ignorante, tu? Se lo fossi veramente, sarebbe molto bello incominciare con delle vere domande; ma sfortunatamente non lo sei. La saggezza e la verità arrivano all’uomo che sinceramente dice: «Sono ignorante, non conosco». I semplici e gli innocenti vedranno la luce, poiché sono umili, e non certo coloro che sono oppressi dal peso della conoscenza.

«Voglio solo una cosa, sapere quale sia il vero scopo della vita, e tu mi investi con cose che vanno al di là di me. Non potresti dirmi per favore con parole semplici quale sia il vero significato della vita?»

Bisogna partire da molto vicino per arrivare molto lontano. Tu vuoi l’immenso senza vedere ciò che è accanto a te. Vuoi sapere il significato della vita. La vita non ha inizio e non ha fine; è morte e vita; è la foglia verde e la foglia secca portata dal vento; è l’amore e la sua bellezza incommensurabile; è il dolore della solitudine e la beatitudine dell’essere soli. Non può essere misurata, e la mente non può scoprirla.

29. Dare valore all’esperienza

Le donne del villaggio adagiavano sulla roccia calda sotto il sole bruciante le spighe di riso precedentemente immagazzinate. Avevano trasportato grandi fasci di spighe verso la roccia piatta e liscia, leggermente inclinata, e i due buoi legati all’albero avrebbero dovuto calpestare le spighe per farne uscire i chicchi. La vallata era distante dalle città, e l’imponente albero di tamarindo proiettava un’ombra grande e fresca. Una strada polverosa attraversava la valle e portava sino al villaggio, per proseguire oltre le case; capre e bestiame popolavano le colline. I campi di riso erano sommersi d’acqua, e i bianchi padda volteggiavano pigramente da un campo all’altro: anche se sembravano non avere paura, in realtà erano diffidenti e non si sarebbero lasciati avvicinare da nessuno. Gli alberi di mango stavano incominciando a fiorire, e le acque chiare, trasparenti e gorgoglianti del fiume diffondevano nell’aria un suono cristallino. Era una terra bella e feconda, ma la povertà la minacciava come una vera maledizione: la povertà volontaria è una cosa, ben altra quella che non si è scelta. Gli abitanti del villaggio erano poveri e ammalati, e la presenza di un piccolo centro medico e la regolare distribuzione del cibo non potevano certo rimediare in pochi anni al dramma causato da secoli di privazioni. Il problema della fame non è solo di una comunità o di un paese, ma del mondo intero.

Il sole tramontò e una leggera brezza si levò da est, soffiando forte dalle colline. Esse non erano molto alte, ma abbastanza da rinfrescare dolcemente l’aria, rendendola diversa da quella proveniente dalle pianure.

Nel silenzio si poteva sentire il flebile ruggito di un leopardo; le stelle sembravano toccare le colline, che stavano ricoprendosi di ombra, e la luce che risplendeva da dietro le loro cime, in quella sera particolare, d’un tratto sembrò donare a ogni cosa un significato recondito e una bellezza sublime. Se qualcuno stava seduto sul ponte, gli abitanti del villaggio che tornavano alle loro case si fermavano a parlare con lui, e continuavano la loro conversazione finché non venivano inghiottiti dall’oscurità. Le visioni che la mente può evocare sono così vuote e insensate; ma quando la mente smette di produrre le sue creazioni, la memoria e il tempo, allora ciò che non ha nome si rivela.

Un carro trainato da buoi, con accesa una lanterna controvento, stava risalendo la strada; lentamente, ogni parte della ruota col cerchio in acciaio toccava la dura terra. Il conducente si era addormentato, ma i buoi conoscevano la strada di casa; procedettero sicuri, finché sparirono nel buio. Ora regnava un silenzio intenso: la stella della sera era sopra la collina, e presto sarebbe scomparsa dalla vista. Lontano si sentiva il richiamo di una civetta, e il mondo degli insetti notturni era di nuovo vivo e indaffarato; ma ancora quel silenzio immobile non era turbato: in sé racchiudeva tutto, le stelle, la civetta solitaria, la miriade di insetti. Se lo si ascoltava, ci si poteva perdere; ma se gli si apparteneva, ti dava il benvenuto. L’osservatore non potrà mai appartenere al silenzio immobile: gli resta estraneo, non ne farà mai parte. L’osservatore semplicemente sperimenta, non è mai l’esperienza, la cosa in se stessa.

Aveva viaggiato in tutto il mondo, conosceva molte lingue, era stato professore e diplomatico; da giovane aveva studiato a Oxford; farsi strada nella vita era stato piuttosto duro per lui, perciò era andato in pensione molto prima dell’età consueta. Gli piaceva la musica occidentale, ma preferiva di gran lunga quella del suo paese; aveva studiato le diverse religioni, e in particolare era stato colpito dal buddhismo; ma pensava che se spogliate delle loro superstizioni, dei dogmi e dei rituali, le religioni essenzialmente dicono tutte la stessa cosa. Riconosceva la grande bellezza di alcuni rituali, ma denaro e spirito profano avevano avuto il sopravvento sulla maggior parte delle religioni, ed egli stesso si considerava libero da tutti i rituali e dalle illusioni dogmatiche. Si era dilettato con la lettura del pensiero e l’ipnosi, e aveva giocato con la chiaroveggenza, ma non le aveva mai considerate un fine serio e concreto: potevano offrire la possibilità di sviluppare facoltà di osservazione molto profonde, e una più grande capacità di controllo sulla materia, ma tutto questo gli sembrava comunque abbastanza rozzo e scontato. Aveva assunto anche droghe, incluse le più recenti droghe chimiche, che sul momento gli avevano anche fatto provare un’intensità percettiva e sensoriale che andava ben oltre le sensazioni superficiali; ma non aveva comunque attribuito molta importanza a queste esperienze, poiché non gli avevano in alcun modo rivelato il significato di ciò che egli sentiva dovesse esistere oltre l’effimero.

«Ho provato varie forme di meditazione,» disse «e per un intero anno mi sono ritirato da ogni attività per restare da solo con me stesso e meditare. In momenti diversi mi è capitato di leggere quello che hai detto sulla meditazione, e mi ha molto impressionato. A cominciare dalla mia adolescenza, la parola stessa «meditazione», o il suo equivalente in sanscrito, ha continuato a esercitare uno strano effetto su di me. Ho sempre trovato una straordinaria bellezza e provato un immenso piacere nella meditazione, ed è una delle poche cose di cui ho autenticamente gioito nella mia vita, se si può parlare così di una pratica tanto profonda come la meditazione. E questa gioia non mi ha mai lasciato, anzi si è radicata in me e mi ha pervaso nel corso degli anni, e quello che hai detto sulla meditazione mi ha spalancato nuovi orizzonti. Non voglio chiederti altro su di essa, perché ho già letto praticamente tutto quello che hai detto finora sull’argomento: mentre invece mi piacerebbe parlare con te, se posso, di un evento che è accaduto di recente.»

Si fermò per un momento, poi proseguì.

«Da ciò che ti ho detto, spero avrai capito che non sono il tipo di persona che si crea immagini simboliche per adorarle. Ho sempre scrupolosamente evitato qualsiasi identificazione con concetti e immagini religiose che potevano essere frutto di proiezioni. Si legge o si sente di santi, o almeno di qualcuno di coloro che la gente chiama santi, che hanno avuto visioni di Krishna, Cristo, o della Madre nelle vesti di Kali, o della Vergine Maria, e altre apparizioni di questo genere. Riesco chiaramente a vedere quanto possa essere facile arrivare ad autosuggestionarsi per mezzo della fede ed evocare quindi alcune visioni che potrebbero anche trasformare radicalmente la vita di una persona. Ma io non voglio espormi ad alcun tipo di allucinazione; e avendo fatto questa premessa, vorrei descriverti un avvenimento che si è verificato qualche settimana fa.

Un gruppo che frequento si riuniva molto spesso per discettare su vari argomenti, e una sera stavamo discutendo in modo abbastanza accalorato sulle notevoli somiglianze tra comunismo e cattolicesimo, quando improvvisamente lì nella stanza dove eravamo apparve una figura seduta, con la veste arancione e la testa rapata a zero. Ero veramente spaventato. Mi strofinai gli occhi e guardai i volti dei miei amici: erano completamente ignari dell’apparizione, ed erano così presi dalla loro discussione da non accorgersi del mio silenzio attonito. Scossi la testa, tossii, e di nuovo mi strofinai gli occhi, ma la figura seduta era sempre lì. Non riesco a descriverti la bellezza del suo volto; e la sua bellezza non apparteneva solo alle fattezze, ma proveniva da qualcosa di infinitamente più grande. Non potevo distogliere il mio sguardo da quel viso; a un certo punto, mi alzai e uscii in veranda, perché stava diventando troppo per me, e non volevo che i miei compagni si accorgessero del mio silenzio e del mio sbalordimento. L’aria della notte era fredda e pungente; camminai avanti e indietro, quindi ritornai dentro. I miei amici stavano ancora discutendo, ma l’atmosfera nella stanza era come cambiata, e la figura era sempre lì dove era prima, seduta sul pavimento, la strana testa rasata di fresco. Non riuscivo più a partecipare alla discussione, ma in quel momento tutti ci apprestammo a uscire; e mentre camminavo verso casa, la figura mi precedeva. È successo molte settimane fa, e questa immagine non mi ha ancora lasciato, anche se ha perso quella potente immanenza. Quando chiudo gli occhi, la vedo; mi sta accadendo qualcosa di molto strano. Ma prima di parlarne, vorrei capire cos’è questa esperienza? È una proiezione proveniente dall’inconscio più profondo, fuori dalla mia consapevolezza e dalla mia volontà conscia, o è qualcosa di totalmente indipendente da me, senza alcuna relazione con la mia coscienza? Ho riflettuto a lungo su questa esperienza, ma non sono ancora riuscito a scoprirne la verità.»

Ora che hai avuto questa esperienza, le dai valore? È importante per te? E se posso chiedertelo, pensi di essertici aggrappato?

«In un certo senso, credo di sì, se devo rispondere onestamente. Mi ha donato una sorta di sollievo liberatorio e creativo: non che io adesso mi sia messo a scrivere poesie o a dipingere, ma mi ha arrecato un senso profondo di libertà e pace. Le attribuisco un grande valore, perché ha determinato in me una profonda trasformazione; ed è quindi di vitale importanza per me, e non vorrei perderla per tutto l’oro del mondo.»

Non hai il terrore di perderla? La ricerchi coscientemente, o vive di vita propria?

«Penso di avere una grande paura di perderla, dal momento che non faccio altro che ripensare a quella figura e ne uso sempre il ricordo per arrivare a un determinato stato che desidero raggiungere. Non ho mai pensato a questa esperienza nei termini in cui tu la descrivi, ma adesso che me lo chiedi, vedo cosa sto facendo.»

È una figura vivente, o è la memoria di qualcosa che è venuto e andato?

«Ho quasi paura di risponderti. Per favore, non pensare che io sia un sentimentale, ma questa esperienza ha significato molto per me. Anche se sono venuto fino a qui per parlarne con te e cercare di vederne la verità, adesso mi sento abbastanza esitante e riluttante ad approfondire l’argomento; ma so che devo. Qualche volta è un’immagine vivente, ma più spesso si tratta del ricordo di una esperienza passata.»

Vedi quanto sia importante essere consapevoli di ciò che è e non essere ingannati da ciò che si vorrebbe che fosse: è facile crearsi un’illusione e viverne. Cerchiamo di approfondire l’argomento senza fretta. Vivere nel passato, per quanto piacevole e edificante possa essere, impedisce l’esperienza di ciò che è. Ciò che è è sempre nuovo, mentre la mente trova estremamente difficile e arduo non continuare a vivere nei mille ieri. Dal momento che resti aggrappato a quel ricordo, l’esperienza di ciò che vive ti è negata: il passato ha una fine, e ciò che vive è eterno. La memoria di quell’apparizione ti incanta, ti ispira, ti dona un senso di sollievo: ciò che è morto dona la vita a ciò che vive. La maggior parte di noi non arriva mai a conoscere cosa sia vivere, poiché vive con ciò che è morto.

Se posso fartelo notare, la preoccupazione di perdere qualcosa di veramente prezioso si è insinuata dentro di te: la paura è aumentata. Questa esperienza ha fatto scaturire molti problemi: la possessivitè, la paura, il fardello dell’esperienza e il senso di vacuità del tuo stesso essere. Se la mente potesse liberarsi da tutte le spinte al possesso, l’esperienza avrebbe un significato completamente diverso, e allora la paura scomparirebbe in maniera definitiva: la paura è un’ombra, e non una cosa in sé.

«Sto davvero incominciando a vedere quello che sto facendo. Non voglio giustificarmi, ma l’esperienza è stata così intensa da determinare un desiderio altrettanto forte di mantenerla e reiterarla. Com’è difficile non farsi coinvolgere da una profonda esperienza emotiva! Il ricordo è altrettanto forte e invitante dell’esperienza stessa.»

È molto difficile distinguere tra esperienza e memoria, vero, quando l’esperienza diventa memoria, cioè una cosa appartenente al passato? E dove sta la sottile differenza? È una questione di tempo? Il tempo non è quando l’esperienza è: ogni esperienza diventa un movimento all’interno del passato; il presente, lo stato dell’azione dello sperimentare, fluisce impercettibilmente ma inesorabilmente verso il passato. Ogni esperienza di ciò che vive, dopo un secondo è già diventata un ricordo, una cosa del passato: questo è il processo che tutti conosciamo, e sembra essere inevitabile. Ma è davvero così?

«Sto seguendo molto attentamente quello che stai esponendo, e sono più che contento che tu stia affrontando questo argomento, perché sono consapevole di me stesso solo come di una serie di ricordi, a qualsiasi livello del mio essere. Io sono un ricordo. E possibile essere, esistere nello stato dell’esperienza? È quello che ti stai domandando, vero?»

Le parole hanno un significato che ci può ingannare, e se perun attimo riuscissimo ad andare oltre le informazioni che veicolano, oltre le risposte, forse riusciremmo ad arrivare alla verità. Per la maggior parte di noi, l’esperienza è sempre diventata memoria. Perché? L’attività costante della mente non è quella di accogliere e assorbire, di respingere e negare? La mente non cerca forse di restare aggrappata a ciò che è piacevole, edificante, significativo, e di eliminare tutto ciò che non le torna utile? E potrebbe mai esistere senza tale processo? Certo, questa è una domanda inutile, dal momento che possiamo scoprirne la risposta nell’attimo stesso in cui la formuliamo.

Ma andiamo oltre. Questa accumulazione positiva o negativa, il processo valutativo della mente, diventa il censore, l’osservatore, lo sperimentatore, il pensatore, l’io. Nel momento dell’esperienza, lo sperimentatore non è: lo sperimentatore si palesa quando incomincia la scelta, cioè quando l’azione del vivere è conclusa e inizia il processo di accumulazione. L’ansia dell’acquisizione cancella il vivere, lo sperimentare, facendone una cosa del passato, della memoria: fino a che esisterà l’osservatore, lo sperimentatore, ci sarà inevitabilmente la spinta all’acquisizione, al processo di raccolta; fino a che esisterà un’entità separata che osserva e sceglie, l’esperienza sarà sempre un processo del divenire. Essere o sperimentare è, quando l’entità separata non è.

«Come può l’entità separata cessare di esistere?»

Perché fai questa domanda? Il “come” è un nuovo modo di acquisire. Ora siamo concentrati sull’acquisizione, e non su come ottenere la libertà da essa. Libertà da qualcosa non è assolutamente libertà; è una reazione, una resistenza, che può solo alimentare ulteriore opposizione.

Ma torniamo alla prima domanda. L’immagine era una tua proiezione, o si materializzava al di là della tua influenza? Era indipendente da te? La coscienza è una questione complicata, e sarebbe stupido cercare di dare una risposta definitiva, non credi? Ma si può comunque comprendere che il riconoscimento è basato sul condizionamento della mente: hai studiato il buddhismo e, come hai detto, ti ha impressionato molto più di qualsiasi altra religione; così il processo di condizionamento ha preso il via. Questo condizionamento può aver proiettato l’immagine, anche se la mente conscia era occupata in altre faccende. Ancora, la tua mente era in uno stato di particolare sensibilità e ricettività a causa della tua condotta e della tua ricerca di vita, e forse anche in seguito al dibattito che era in corso con i tuoi compagni; a quel punto, forse hai «visualizzato» il tuo pensiero rivestito da abiti buddhisti, così come un altro poteva «vederlo» in abiti cristiani. Ma cercare di stabilire se fosse una proiezione o qualcos’altro non è poi di così vitale importanza, non credi?

«Forse no, ma mi ha comunque rivelato molto.»

Credi? Non ti ha rivelato l’opera della tua mente, e sei invece diventato prigioniero della tua esperienza. Tutte le esperienze hanno un significato solo quando si accompagnano alla conoscenza di sé, che è l’unico fattore di liberazione o integrazione; senza la conoscenza di sé, l’esperienza resta solo un pesante fardello che ti condurrà unicamente verso l’illusione in tutte le sue forme.

30. Un problema chiamato amore

Una piccola anatra risaliva il grande canale come una barca a vela, solitaria, con starnazzante orgoglio. Le morbide anse del canale si susseguivano dentro e fuori la città. Non si vedevano altre anatre, ma quest’unica faceva rumore per venti: chi la sentiva non le badava, ma questo non le importava. Non aveva paura, al contrario: sapeva di essere qualcuno lì nel canale. Di più: il canale le apparteneva. Oltre la città, la campagna era dolce di pascoli verdeggianti e di grasse mucche bianche e nere. Enormi nuvole erano all’orizzonte e il cielo pareva basso, molto vicino alla terra, ed emanava quella luce particolare che solo questa parte del mondo sembra possedere. La terra era piatta come il palmo di una mano, e la strada si inerpicava solo per risalire i ponti che attraversavano i canali più grandi. Era una bella serata; il sole stava tramontando sul mare del Nord, e le nuvole stavano colorandosi degli ultimi raggi: larghe strisce di luce indaco e rosa acceso solcavano il cielo.

Era la moglie di un uomo molto conosciuto, che rivestiva un’alta carica all’interno del governo, quasi al vertice. Assai ben vestita e dalle maniere eleganti, possedeva quell’alone particolare conferito dal potere e dalla ricchezza, quel senso di sicurezza della persona da sempre abituata a essere obbedita e ad avere le cose facilmente. Da una o due affermazioni che fece, fu subito evidente che suo marito era la mente e lei il braccio: e insieme erano saliti molto in alto, ma proprio nel momento in cui avevano raggiunto l’apice del potere e della posizione sociale, suo marito si era gravemente ammalato. A questo punto del suo racconto quasi non riusciva a continuare, e le lacrime le solcavano il viso: l’atteggiamento di serena sicurezza che l’aveva accompagnata fino a quel momento ormai era completamente scomparso. Si sedette, stette per un attimo in silenzio, poi proseguì.

«Ho letto alcuni dei tuoi discorsi e ho partecipato senza intervenire a un paio di conversazioni. Mentre ti ascoltavo, mi sembrava che quello che dicevi avesse per me un grande significato, che presto però mi è sfuggito; ma ora che mi trovo veramente in gravi difficoltà, ho pensato che dovevo venire a incontrarti di persona e parlarti. Sono sicura che capisci quel che mi è successo. La malattia di mio marito è senza speranza di guarigione, e tutte le cose per cui abbiamo vissuto e lavorato sembrano crollare in mille pezzi. Il partito e la sua opera andranno avanti, ma... Anche se è assistito da infermiere e dottori, l’ho curato e accudito io stessa, e per mesi non ho quasi dormito. Non riesco a sopportare l’idea di perderlo, anche se i dottori dicono che ci sono davvero pochissime speranze di ripresa. Ho pensato e ripensato a tutto questo, e mi sono quasi ammalata di angoscia. Come sai, non abbiamo figli, e abbiamo significato tantissimo l’uno per l’altra. E ora...»

Vuoi davvero parlarne seriamente e penetrare il senso di ciò che ti sta accadendo?

«Mi sento così confusa e disperata, e non credo di essere capace di affrontarne anche solo il pensiero in maniera lucida; ma so che devo comunque cercare di arrivare a una certa chiarezza dentro me stessa.»

Ami tuo marito, o ami le cose che provengono da lui?

«Io amo...» Era troppo turbata per continuare.

Per favore, non far caso alla domanda brutale, comunque cerca di trovarne la vera risposta, altrimenti il dolore non ti abbandonerà mai. Se riuscirai a svelare la verità di questa domanda potresti arrivare a scoprire cosa sia l’amore.

«Nel mio stato attuale non riesco a concentrarmi su un argomento del genere.»

Ma questo problema dell’amore non ti è mai passato per la mente?

«Una volta, forse, ma l’ho abbandonato subito. Ho sempre avuto molto da fare prima che lui si ammalasse; e ora, naturalmente, ogni pensiero al riguardo è fonte di dolore. Lo amavo per la sua posizione e per il suo potere, o semplicemente lo amavo? Ne sto parlando come se fosse già morto! Non so veramente in che modo io lo ami. Al momento sono troppo confusa, e il mio cervello si rifiuta di lavorare. Se me lo permetti, preferirei tornare un’altra volta, forse dopo che sarò riuscita ad accettare l’inevitabile.»

Se posso sottolinearlo, l’accettazione è anch’essa una forma di morte.

Passarono molti mesi prima che ci incontrassimo di nuovo. I giornali avevano ampiamente parlato della sua morte, ma ormai anch’egli era stato dimenticato. La morte del marito aveva lasciato i segni sul volto di lei: incominciò a parlare e nel suo discorso furono subito evidenti amarezza e risentimento.

«Non ho mai parlato a nessuno di queste cose» spiegò. «Mi sono ritirata da tutte le mie precedenti attività e sono andata a seppellirmi in campagna. È stato terribile, e spero mi scuserai se parlerò a lungo. Tutta la mia vita è stata caratterizzata da un’ambizione divorante, e prima di sposarmi mi sono concessa il lusso di dedicarmi a opere di bene di vario genere. Non appena sposata, e soprattutto a causa di mio marito, ho subito abbandonato le piccole battaglie delle opere umanitarie e mi sono tuffata nella politica con tutta me stessa. Era un ambito di lotta vastissimo, e gioivo di ogni attimo, delle ascese e delle cadute, degli intrighi e delle gelosie. Nei suoi modi molto pacati, mio marito era molto brillante, e guidati dalla mia ambizione stavamo veramente scalando il potere. Dal momento che non avevamo figli, tutto il mio tempo e le mie energie erano dedicati a sospingere e sostenere la sua carriera. Insieme abbiamo lavorato splendidamente, completandoci l’un l’altra in maniera straordinaria. Ogni cosa procedeva come avevamo pianificato, anche se io sono sempre stata attanagliata dal terrore che tutto stesse andando fin troppo bene. Finché un giorno, due anni fa, quando mio marito si sottopose ad alcuni esami per piccoli ma fastidiosi malesseri, il medico notò una strana macchia che andava analizzata con urgenza: era un tumore maligno. Per qualche tempo riuscimmo a mantenere strettamente segreta l’intera faccenda; ma sei mesi fa tutto peggiorò, ed è stata una terribile ordalia. Quando sono venuta da te ero troppo provata e sofferente per poter riuscire anche solo a pensare, ma ora forse riesco a guardare a questa esperienza con maggiore chiarezza. La tua domanda mi ha turbato oltre ogni dire, molto più di quanto tu possa immaginare: ti ricorderai che mi avevi chiesto se amavo mio marito, o le cose che provenivano da lui. Ci ho pensato moltissimo; ma non è una domanda troppo complessa per riuscire a rispondersi da soli?»

Forse, ma fino a che non si riesce a scoprire cosa sia l’amore, ci saranno sempre dolore e tristi disillusioni. Ed è anche molto difficile scoprire dove finisca l’amore e incominci la confusione, vero?

«Mi stai chiedendo se l’amore che io provavo per mio marito era mescolato e confuso con quello per la posizione sociale e il potere. Amavo mio marito perché mi dava i mezzi per soddisfare la mia ambizione? Forse in parte è così, ma c’è anche l’amore per l’uomo. L’amore è una strana miscela di così tanti fattori.»

È amore quando siamo di fronte alla completa identificazione con l’altro? E l’identificazione non è forse un modo indiretto per dare importanza a se stessi? È amore quando c’è il dolore della solitudine, la sofferenza di venire privati delle cose che ci sembrano dare significato alla nostra vita? Essere privati della possibilità di intraprendere le strade della realizzazione di sé; dover rinunciare alle cose per cui il nostro io ha vissuto; tutto questo significa la negazione del nostro valore in quanto individui, e porta solo al disincanto, all’amarezza, al dolore dell’isolamento. E questa miseria è amore?

«Stai forse cercando di dirmi che io non amavo per nulla mio marito? Resto veramente stupita quando poni la questione in questo modo. E non esiste un altro modo di porla, vero? Non avevo mai pensato a tutto questo, e solo quando sono stata colpita duramente ho scoperto il dolore nella mia vita. Certo, non avere figli è stata una grande delusione, ma era mitigata dal fatto che avevo mio marito e il mio lavoro: penso che siano stati loro i miei figli. Esiste una irrevocabilità spaventosa nella morte: improvvisamente mi ritrovo sola, senza nulla per cui lavorare, messa da parte e dimenticata. Solo ora mi rendo conto della verità di ciò che dici; ma se tu mi avessi detto queste stesse cose tre o quattro anni fa, non ti avrei ascoltato. Mi chiedo anzi se io sia riuscita ad ascoltarti almeno ora, o se non abbia invece solamente cercato delle ragioni per giustificarmi! Posso tornare per parlare ancora con te?»

31. Qual è il vero ruolo di un insegnante?

I banani e i tamarindi dominavano la piccola vallata, ritornata verdissima e viva dopo le piogge; il sole era forte, bruciante, ma all’ombra si godeva una frescura molto piacevole. Le ombre erano profonde, e i contorni degli alberi secolari si stagliavano contro il cielo blu. Una varietà sorprendente di uccelli popolava la vallata: uccelli che appartenevano a molte specie differenti, e che volavano verso gli alberi per scomparire velocemente tra le fronde fittissime. Forse non sarebbe piovuto più per molti mesi, ma ora il paesaggio era verde e tranquillo, i pozzi erano pieni, e la speranza aleggiava su ogni cosa. Le città corrotte erano lontane, ben oltre le colline, ma gli stessi villaggi della vallata erano sudici e le persone morivano di fame: il governo continuava a promettere, e gli abitanti sembravano ormai non preoccuparsene nemmeno più. Bellezza e felicità erano intorno a loro, ma non avevano occhi per apprezzarle, né per cercare le loro ricchezze interiori: in tutta questa meraviglia, le persone erano ormai spente e come svuotate.

Era un insegnante con una modesta paga e una grande famiglia, ed era molto interessato all’educazione. Disse di aver fatto sempre molta fatica a sbarcare il lunario, ma che in qualche modo se l’era ogni volta cavata, e che la povertà non aveva pesato in modo eccessivo. Anche se il cibo non abbondava, avevano abbastanza da mangiare, e siccome i suoi figli erano educati gratuitamente nella scuola in cui insegnava, riuscivano comunque a tirare avanti. Era molto preparato nella sua materia e insegnava anche altre discipline, cosa che, diceva, con un po’ d’intelligenza qualunque insegnante era in grado di fare. Di nuovo, sottolineò il suo grande interesse per l’educazione.

« Qual è il ruolo di un insegnante?» chiese.

È semplicemente colui che fornisce informazioni, che trasmette la conoscenza?

«Deve essere almeno questo. In ogni società, i ragazzi e le ragazze devono essere preparati a guadagnarsi da vivere, a seconda delle loro capacità. Una parte del ruolo di un insegnante consiste nell’impartire allo studente una conoscenza tale da permettergli di avere un lavoro quando dovrà incominciare a guadagnarsi da vivere; e l’insegnante dovrebbe forse anche contribuire a creare una migliore struttura sociale. Lo studente deve essere preparato ad affrontare la vita.»

Certo, è così; ma non stiamo forse cercando di scoprire quale sia il ruolo di un insegnante? È solo quello di preparare lo studente a una carriera di successo? L’insegnante non ha invece una connotazione più ampia ed elevata?

«Naturalmente. Innanzitutto, può essere un esempio per gli studenti: con il suo modo di vivere, la sua condotta, il suo atteggiamento e la sua concezione del mondo e della vita, può influenzare e ispirare lo studente.»

Il ruolo dell’insegnante consiste nell’essere un esempio per gli studenti? Non ci sono già abbastanza modelli, eroi, leader, senza bisogno di doverne aggiungere un altro alla lista già lunga? L’esempio è una modalità educativa? La missione dell’insegnante non dovrebbe essere quella di aiutare lo studente a diventare un individuo libero e creativo? E c’è forse libertà nell’imitazione, nella conformità, sia esteriore sia interiore? Quando lo studente è incoraggiato a seguire un esempio, questo non è forse un modo per perpetuare la paura in una forma solo più profonda e ambigua? Se l’insegnante diventa un esempio, questo stesso esempio non modella e stravolge la vita dello studente, e non sta quindi incoraggiando così l’eterno conflitto tra ciò che lui è e ciò che dovrebbe essere? Il vero ruolo del maestro non dovrebbe invece consistere nell’aiutare lo studente a comprendere chi veramente egli sia?

«Ma l’insegnante deve guidare lo studente verso una vita migliore e più nobile.»

Per guidare, devi conoscere; ma tu conosci? Che cosa conosci? Conosci solo ciò che hai appreso attraverso lo schermo dei tuoi pregiudizi, del tuo condizionamento come induista, cristiano o comunista; e questa forma di guida può solo portare a miserie e spargimenti di sangue ancora più grandi, come puntualmente si verifica in tutto il mondo. Il ruolo dell’insegnante non dovrebbe invece essere quello di aiutare lo studente a liberarsi in modo intelligente da tutte queste influenze condizionanti, così da riuscire ad andare incontro alla vita profondamente e pienamente, senza paura, senza frustrazione che si trasformerà in aggressività? L’insoddisfazione è parte dell’intelligenza, ma non lo è la facile pacificazione dell’insoddisfazione: l’insoddisfazione da possesso è infatti presto pacificata, poiché persegue il modello più che logoro dell’azione acquisitiva. Ma la funzione del maestro non dovrebbe essere quella di disvelare l’illusione gratificante che ci fa affidare a guide, esempi e leader?

«Ma almeno l’insegnante può indirizzare lo studente verso mete più elevate.»

Non stai ancora accostando il problema dal punto di vista sbagliato? Se tu in quanto insegnante infondi negli studenti pensiero e sentimento, non li stai forse rendendo psicologicamente dipendenti da te? Quando tu agisci come sua ispirazione, quando lo studente ti guarda come guarderebbe a un leader o a un ideale, sicuramente in quel momento dipende da te. E la dipendenza non alimenta la paura? E la paura non paralizza l’intelligenza?

«Ma se il maestro non deve essere un ispiratore, un esempio, o una guida, allora quale deve essere il suo vero ruolo?»

Nel momento in cui tu non sei nessuna di queste cose, che cosa sei? Qual è la tua relazione con lo studente? Hai mai avuto un autentico rapporto con gli studenti? La tua relazione con lo studente era basata sull’idea di ciò che era giusto per lui, e lui doveva arrivare a essere questo o quello. Tu eri il maestro e lui l’alunno; tu agivi sopra di lui, lo influenzavi secondo i tuoi particolari condizionamenti, così, consciamente o inconsciamente, lo modellavi a tua immagine e somiglianza. Ma se tu smettessi di agire su di lui, allora egli acquisterebbe valore per se stesso: questo significa che saresti tu a doverlo comprendere, invece di pretendere che sia lui a comprendere te e i tuoi ideali, comunque fasulli. Allora ti confronterai finalmente con ciò che è e non con ciò che dovrebbe essere.

E quando l’insegnante tratterà ogni studente come un individuo unico e quindi non paragonabile a nessun altro, sicuramente non sarà più assillato dai sistemi e dal metodo: la sua unica preoccupazione sarà quella di «aiutare» lo studente a comprendere le influenze condizionanti intorno e dentro di lui, in modo che possa affrontare con intelligenza, senza paura, il complesso processo del vivere; l’insegnante non deve certo aggiungere altri problemi alla confusione già esistente.

«Non stai richiedendo all’insegnante un compito di gran lunga al di fuori della sua portata?»

Se non sei capace di agire in questo modo, allora perché essere un insegnante? La tua domanda ha un senso solo se per te insegnare rappresenta unicamente una possibilità di carriera, o un lavoro come un altro, perché io credo che nulla sia impossibile per un vero educatore.

32. I figli e il loro successo

Era una serata bellissima, quasi magica. Le cime delle colline erano illuminate dal sole che stava tramontando, e quattro picchi sembrava sguazzassero nella polvere del sentiero sterrato che attraversava la valle. Si gettavano addosso il terriccio con i loro becchi appuntiti, e le loro ali sbattevano mentre i loro corpi affondavano nella polvere; poi ricominciavano tutto da capo, e i ciuffi sulle loro teste ondeggiavano. Si chiamavano l’un l’altro e sembravano veramente divertirsi. Per non disturbarli, camminammo fuori dal sentiero sull’erba bassa e fitta per le recenti piogge; e lì, nell’erba, pochi passi più avanti, si annidava un grosso, poderoso serpente giallastro, la testa liscia e lucente, colorata e dalla forma terribile. Era troppo concentrato sugli uccelli per poter essere disturbato da noi: gli occhi neri osservavano senza muoversi, e la lingua nera e biforcuta saettava avanti e indietro. Si stava muovendo verso gli uccelli in maniera quasi impercettibile, le squame silenziose mentre strisciava nell’erba. Era un cobra, e la morte gli aleggiava intorno. Pericoloso ma splendido, scintillava nella luce della sera: doveva aver mutato la sua pelle di recente. Improvvisamente i quattro uccelli presero il volo stridendo, e allora assistemmo a un evento straordinario: il riposo del cobra. Era stato così vigile, così teso, e ora sembrava quasi senza vita, parte del terreno; ma in un secondo sarebbe potuto tornare a essere fatale. Si muoveva con estrema calma e sollevò la testa solo per un attimo quando facemmo un leggero rumore, che sembrò cristallizzarsi in un silenzio inquietante, quello della paura e della morte.

Era una vecchia signora minuta, dai capelli candidi, ma portava molto bene i suoi anni. Sebbene parlasse con toni gentili, tutto in lei, la sua figura, il suo portamento, la sua gestualità e persino il modo in cui teneva la testa, tradiva un’aggressività profondamente radicata che neppure la sua voce riusciva a nascondere. Aveva una famiglia numerosa, con molti figli e figlie: il marito era morto ormai da tempo e aveva dovuto allevarli da sola. Uno dei suoi figli, disse con evidente orgoglio, era un medico di successo, con numerosi pazienti, ed era anche un valido chirurgo; una delle sue figlie era un personaggio politico molto in vista e apprezzato, e senza troppe difficoltà stava facendo una grande carriera; e fece tale affermazione con un sorriso che sottintendeva: «Sai come sono le donne». Andò avanti spiegando che questa figlia aveva delle aspirazioni spirituali.

Cosa intendi dire con aspirazioni spirituali?

«Le piacerebbe diventare il leader di un gruppo religioso o filosofico.»

Avere potere sugli altri tramite un’organizzazione è sicuramente un male, non sei d’accordo? Questa è la modalità di tutti i politici, che facciano o no politica. Puoi nascondere le intenzioni dietro parole piacevoli e ingannevoli, ma il desiderio di potere non è comunque sempre un male?

La donna ascoltava, ma quello che dicevo sembrava non avere un senso per lei. Sul suo viso si leggeva che stava pensando a qualcos’altro, che in breve tempo si palesò. Proseguì descrivendo le attività degli altri figli: erano tutti in gamba e si distinguevano in ciò che facevano, eccetto uno, l’unico che veramente amasse.

«Cos’è il dolore?» chiese improvvisamente. «In fondo, a guardarmi indietro, mi sembra che mi abbia accompagnata per tutta la vita. Anche se tutti i miei figli, tranne uno, sono realizzati e soddisfatti, la sofferenza è sempre stata accanto a me: non posso toccarla, ma mi ha sempre perseguitata, e spesso la notte resto sveglia a chiedermi da dove provenga. Mi preoccupo sempre del mio figlio più giovane. Vedi, è un fallito; qualsiasi cosa tocchi va in frantumi: il suo matrimonio, la relazione con i suoi fratelli e le sue sorelle, e i rapporti con i suoi amici. Non ha quasi mai avuto un lavoro, e quando finalmente riesce ad averne uno, succede sempre qualcosa che glielo fa perdere. Sembra persino impossibile poterlo aiutare; sono costantemente preoccupata per lui, ma sebbene lui sia un problema che si aggiunge alla mia sofferenza, non penso proprio che ne sia la causa principale. Cos’è il dolore? Ho avuto ansie, delusioni e ho patito il dolore fisico, ma questa sofferenza che mi pervade è qualcosa che va oltre, e non sono ancora riuscita a comprenderne la vera causa. Ne potremmo parlare?»

Tu sei molto orgogliosa dei tuoi figli, e soprattutto del loro successo, vero?

«Penso che qualsiasi genitore lo sarebbe, poiché si sono comportati benissimo, tranne l’ultimo. Sono ricchi e felici; ma perché mi fai questa domanda?»

Potrebbe avere qualcosa a che fare con la tua sofferenza: sei sicura che non abbia nulla a che vedere con il loro successo?

«Certo che no; anzi, ne sono estremamente felice.»

Allora quale pensi che sia la causa della tua infelicità? Posso chiederti se la morte di tuo marito ti ha colpito molto profondamente? E se ancora non l’hai superata?

«E stato un trauma sconvolgente e mi sentivo molto sola dopo la sua morte, ma ho dovuto ben presto dimenticare la mia solitudine e il mio dolore, perché dovevo occuparmi dei bambini e non avevo tempo per pensare a me.»

Pensi che il tempo spazzi via la solitudine e il dolore? Non sono invece ancora li, seppelliti nelle pieghe più recondite della tua mente, anche se pensi di averli completamente dimenticati e superati? Non potrebbero essere queste le cause inconsce del tuo dolore conscio?

«Come ho detto, la morte di mio marito è stata un trauma, ma in qualche modo me l’aspettavo, e tra le lacrime l’ho accettata. Da ragazza, prima di sposarmi, ho assistito alla morte di mio padre, e alcuni anni dopo a quella di mia madre; non mi sono mai accostata alla religione ufficiale, e tutto questo gran parlare sulle ragioni della morte e di quello che c’è dopo non mi ha mai riguardato. La morte è inevitabile, e a noi non resta che accettarla in silenzio, per quanto possibile.»

Questo è il tuo punto di vista sulla morte, ma la solitudine può essere razionalizzata altrettanto facilmente? La morte riguarda il domani, ed è da affrontare, forse, nel momento in cui arriva; la solitudine non è invece sempre presente? Puoi anche cercare di chiuderla fuori, ma resterà comunque lì, dietro la porta. Non dovresti invitarla a entrare e provare a guardarla?

«Non so nulla di queste cose. La solitudine è decisamente sgradevole, e dubito di potermi spingere così avanti da invitarla addirittura a entrare, poiché è una sensazione orribile. E davvero quasi spaventosa.»

Non credi che finché non la comprenderai pienamente, continuerà a essere la causa della tua sofferenza?

«Come posso davvero comprenderla, quando è proprio essa la vera radice del mio dolore?»

La solitudine non arreca dolore, ma l’idea di solitudine causa la paura. Non hai mai sperimentato lo stato di solitudine: l’hai semplicemente accostato con apprensione, con terrore, con l’urgenza di allontanartene o di trovare un modo per superarlo; così l’hai evitato, vero? Ma non sei mai veramente arrivata a diretto contatto con lo stato della solitudine: per allontanare la solitudine da te, sei scappata dedicandoti alle attività dei tuoi figli e al loro successo. Il loro successo è diventato il tuo; ma dietro questa idolatria del successo, non si nasconde qualcosa di più profondo?

«Come lo sai?»

Loggetto in cui ci si rifugia fuggendo – la radio, l’attività nel sociale, un dogma particolare, il cosiddetto amore, e altre numerose vie di fuga – acquista un’importanza esagerata, ma necessaria come l’alcol per l’alcolista. Ci si può perdere nell’adorazione del successo, o di un’immagine, o di un qualche ideale; ma tutti gli ideali sono illusori, e nel tentativo di fuggire per perderci, incontriamo l’ansia. Ripeto, il successo dei tuoi figli è stato per te una fonte di dolore, e questo a causa del tuo eccessivo interesse per loro e per te stessa. Dietro all’ammirazione per il loro successo e per il plauso che hanno ricevuto dalla società, mi sembra di scorgere un senso di vergogna, di disgusto, di delusione; perdonami se te lo chiedo, ma non sei invece profondamente angosciata e addolorata per il loro successo?

«Sai, non ho mai osato riconoscere, nemmeno con me stessa, la natura di questo dolore e di questa angoscia, ma temo che sia come dici tu.»

Vuoi approfondire questa scoperta?

«Ora voglio assolutamente arrivare a comprendere. Vedi, sono sempre stata religiosa senza mai appartenere a nessun culto; ho letto qua e là di argomenti religiosi, ma non mi sono mai avvicinata ad alcuna organizzazione: la religione organizzata mi è sempre sembrata troppo lontana da me e non abbastanza intima. Nella mia vita quotidiana, però, c’è sempre stato un vago senso di ricerca religiosa, e quando incominciai ad avere bambini, questa ricerca di qualcosa si materializzò in una grande speranza che almeno uno dei miei figli avesse delle forti inclinazioni religiose. Ma nessuno di loro le ha manifestate; sono tutti diventati molto benestanti e mondani, se si eccettua l’ultimo, che è un miscuglio di tutto. I miei figli sono assolutamente mediocri, e questo è ciò che mi fa male: non hanno fatto altro che immergersi nella materialità del mondo. Mi sembra tutto così stupido e superficiale, ma non ne ho mai parlato con nessuno di loro; e anche se lo avessi fatto, temo che non avrebbero neanche capito di cosa stessi parlando. Pensavo che almeno uno di loro sarebbe stato diverso. Mi fa orrore la nostra mediocrità. È questa, credo, la causa del mio dolore. Cosa si può fare per uscire da questa stupida condizione?»

Tu o gli altri? Si può solo cercare di uscire dalla propria mediocrità, e forse allora una nuova relazione con gli altri sarà possibile e potrà verificarsi. Sapere di essere mediocri è già l’inizio del cambiamento, non sei d’accordo? Ma una mente ristretta, diventando consapevole di se stessa, cercherà freneticamente di cambiare, di migliorare, e questa stessa frenesia sarà mediocre. Qualsiasi desiderio di migliorarsi sarà mediocre e limitato: solo quando la mente riconoscerà la propria mediocrità e non cercherà di agire su se stessa, allora si verificherà il superamento della mediocrità.

«Cosa vuoi dire con «agire su se stessa»?»

Se una mente limitata, rendendosi conto di essere limitata, fa uno sforzo per cercare di cambiare se stessa, non resta pur sempre limitata? Lo sforzo di cambiare è stato concepito da una mente mediocre, perciò questo stesso sforzo sarà mediocre.

«Sì, capisco. Ma allora, cosa bisogna fare?»

Qualsiasi azione della mente è piccola e limitata. La mente deve smettere di agire: e solo allora la mediocrità scomparirà.

33. L’impulso che ci spinge a ricercare

Due uccelli verdi e oro dalle lunghe code erano soliti venire in quel giardino e poggiarsi sempre sullo stesso ramo, giocando e richiamandosi senza posa. Erano sempre agitati, sempre in movimento, i loro corpi fremevano, ma erano deliziosi, e non sembravano mai stancarsi di volare e giocare. Era un giardino nascosto e segreto, e molti altri uccelli venivano e se ne volavano via, incessantemente. Due giovani manguste, eleganti e scattanti, le pellicce dai toni gialli splendenti nel sole, si rincorrevano sulla sommità del muretto che circondava il giardino, e poi vi si intrufolavano scivolando attraverso un buco; ma quanto caute e attente erano persino nei loro giochi, sempre vicino al muro, i loro occhietti rossi attenti e vigili. Talvolta una vecchia mangusta, orgogliosamente grassa, raggiungeva con estrema lentezza il giardino, passando a fatica nel medesimo buco; doveva essere il padre, oppure la madre, perché una volta i tre erano arrivati insieme: erano entrati nel giardino uno dopo l’altro attraverso la solita apertura, avevano attraversato l’intera lunghezza del prato in fila indiana ed erano scomparsi nei cespugli.

«Perché cerchiamo?»chiese P. «Qual è lo scopo della nostra ricerca? Quanto stanchi e sfiniti ci rende questa perenne ricerca! Ma non c’è una fine?»

«Cerchiamo ciò che vogliamo trovare,»rispose M. «e dopo aver trovato ciò che stavamo cercando, procediamo verso un’altra scoperta. Se non cercassimo, tutta la nostra vita arriverebbe alla sua conclusione: sarebbe una lunga stasi senza alcun significato.»

«Cerca e troverai» citò R. «Troviamo ciò che vogliamo trovare, ciò che desideriamo ardentemente a livello conscio o inconscio. Non abbiamo mai messo in discussione questa ansia di ricerca; abbiamo sempre cercato e sembra proprio che continueremo a farlo.»

«Il desiderio di ricerca è ineludibile» constatò L. «È come domandarsi perché respiriamo, o perché i capelli crescono. L’impulso alla ricerca è inevitabile, come il succedersi del giorno e della notte.»

Quando affermi con tanta convinzione che l’ansia di ricercare è inevitabile, scoprire la verità ricercata diventa impossibile, non credi? Quando accetti qualsiasi cosa come finale, definitiva, allora tutte le domande non arrivano forse a un punto morto?

«Ma esistono alcune leggi indiscutibili, come la legge di gravità, ed è molto più saggio accettarle che sbatterci invano la testa contro»rispose L.

Accettiamo i dogmi e le fedi per varie ragioni psicologiche, e attraverso il processo del tempo ciò che è stato accettato a un certo punto diventa «inevitabile», una cosiddetta necessità per l’uomo.

«Se L. accetta come inevitabile l’esigenza di cercare, allora andrà avanti a cercare, e per lui non sarà un problema» disse M.

Lo scienziato, l’abile politico, l’infelice, il malato, ognuno sta cercando la propria via e cambia l’oggetto della sua ricerca di volta in volta: stiamo tutti cercando, ma sembra che non ci siamo mai chiesti perché stiamo cercando. Non stiamo mettendo in discussione l’oggetto della nostra ricerca, sia esso nobile o meno nobile: stiamo invece cercando di scoprire perché, comunque, ricerchiamo, giusto? Cos’è questa urgenza, questa perenne costrizione? È davvero inevitabile? Ricercare possiede una continuità interminabile, senza fine?

«Se non ricercassimo,» chiese Y. «non diventeremmo pigri e statici?»

Il conflitto in ogni sua forma sembra essere la nostra modalità di vita, e pensiamo che senza conflitto la nostra esistenza non abbia più alcun significato: per molti di noi, smettere di lottare significa morire. La ricerca implica lotta, conflitto: ma questo processo è davvero essenziale per l’uomo, o può esistere un modo diverso di vivere in cui non ci sia più spazio per la ricerca e la lotta? Perché cerchiamo e cosa cerchiamo?

«Io ricerco modi e mezzi per assicurare non la mia sopravvivenza, ma quella della mia nazione» disse L.

Esiste una differenza così grande tra la propria sopravvivenza e quella della nazione? L’individuo si identifica con la nazione, o con una particolare forma di società, e quindi poi desidera la sopravvivenza di questa nazione e di questa società. La sopravvivenza di questa o quella nazione rappresenta anche la sopravvivenza dell’individuo. L’individuo non cerca forse sempre di sopravvivere, di avere continuità, identificandosi con qualcosa di più grande e nobile che se stesso?

«Non arriva poi un punto o un momento in cui improvvisamente ci ritroviamo a non cercare, a non lottare?» chiese M.

«Quel momento non è altro che il risultato della stanchezza,» rispose R. «una breve pausa prima di rituffarci di nuovo nel circolo vizioso di ricerca e paura.»

«O può essere al di fuori del tempo» disse M.

Il momento di cui stiamo parlando è al di fuori del tempo, o è solamente una pausa di riposo prima di ricominciare a cercare di nuovo? Perché cerchiamo, ed è possibile che questa ricerca arrivi prima o poi a una fine? Se non scopriremo dentro noi stessi perché cerchiamo e lottiamo, lo stato in cui la ricerca giunge alla meta rimarrà per noi un’illusione, senza alcun significato.

«Ma non c’è alcuna differenza tra i vari oggetti della ricerca?»chiese B.

Naturalmente esistono delle differenze, ma in ogni ricerca l’esigenza è essenzialmente la stessa, non è così? Sia che si cerchi di sopravvivere in quanto individuo o nazione; sia che si vada da un maestro, un guru, un salvatore; sia che si segua una particolare disciplina, o si cerchi qualche altro mezzo per migliorarsi, ognuno di noi non sta forse cercando, nel suo modo più o meno limitato, una qualche forma di soddisfazione, continuità,permanenza? Allora chiediamoci non cosa cerchiamo, ma perché cerchiamo. E domandiamoci se sia possibile per tutte le ricerche arrivare a una fine, non attraverso la costrizione o la frustrazione, o perché abbiamo trovato, ma perché l’esigenza di cercare si è completamente esaurita.

«Noi siamo intrappolati nell’abitudine alla ricerca, e credo che sia il risultato della nostra insoddisfazione» disse B.

Siccome siamo scontenti e insoddisfatti, ricerchiamo la contentezza, la soddisfazione: fino a che ci sarà questa urgenza di soddisfazione e gratificazione, allora saranno sempre presenti la ricerca e la lotta. L’urgenza di essere appagati è accompagnata sempre dall’ombra della paura, non siete d’accordo?

«E come possiamo sfuggire alla paura?» chiese B.

Voi volete sentirvi appagati e soddisfatti senza il morso della paura; ma esiste forse un appagamento duraturo? Il desiderio stesso di realizzazione è la causa della frustrazione e della paura, e arriverà a una fine solo quando vedremo chiaramente il significato di appagamento. Divenire ed essere sono due stati enormemente differenti, e non possiamo passare dall’uno all’altro; ma con la fine del divenire, allora l’essere sarà.

34. Ascoltare

La luna piena era appena sorta dietro il fiume; la foschia la colorava di rosso, e il fumo dei camini saliva dai molti villaggi, perché faceva un gran freddo. Sul fiume non c’era un’increspatura: la corrente era nascosta, potente e profonda. Le rondini volavano basse, e le punte delle loro ali sfioravano le acque, agitando impercettibilmente la placida superficie. Appena sopra il fiume, la stella della sera brillava in lontananza, sopra un minareto della popolosa città. I pappagalli tornavano ad avvicinarsi alle abitazioni degli uomini, e il loro volo non era lineare; si sarebbero abbassati emettendo uno stridio, avrebbero beccato un chicco di riso, e sarebbero di nuovo volati via procedendo di traverso, dirigendosi verso un albero frondoso, dove si radunavano a centinaia; poi ancora sarebbero andati in cerca di un albero più accogliente, e con l’oscurità sarebbe sceso anche il silenzio. La luna ora era ben oltre la cima degli alberi, e disegnava un sentiero d’argento sulle acque immobili.

«Capisco l’importanza di ascoltare, ma mi chiedo se io abbia mai veramente ascoltato ciò che hai detto» sottolineò. «Devo fare un grande sforzo per ascoltare.»

Quando stai facendo uno sforzo per ascoltare, stai forse ascoltando? Lo sforzo non è una distrazione che ci impedisce di ascoltare? Ti sembra di fare uno sforzo quando ascolti qualcosa che ti piace molto? Sicuramente, questo sforzo è una forma di costrizione; e la costrizione è resistenza, sei d’accordo? E la resistenza alimenta i problemi, quindi ascoltare diventa uno dei problemi. Ascoltare in sé non è mai un problema.

«Ma per me lo è. Voglio ascoltarti correttamente, perché sento che quello che dici ha un significato profondo, ma non riesco ad andare oltre l’aspetto puramente verbale.»

Se posso fartelo notare, tu ora non hai ascoltato ciò che è appena stato detto: hai trasformato l’ascolto in un problema, e questo problema ti ha impedito di ascoltare. Qualsiasi cosa noi tocchiamo diventa un problema; una questione porta con sé molte altre questioni. Una volta compreso questo, sarà possibile cercare di non alimentare i problemi nella maniera più assoluta?

«Sarebbe meraviglioso, ma come si può raggiungere questo stato felice?»

Di nuovo, vedi, la questione del «come», della maniera in cui si possa ottenere un certo stato, diventa subito un altro problema, e noi invece stiamo cercando di non far sorgere ulteriori problemi. Tieni ben presente questo: devi cercare di essere consapevole della modalità con cui la mente crea il problema. Tu vuoi raggiungere lo stato di ascolto perfetto; in altre parole, tu non stai ascoltando, ma vuoi ottenere quello stato, e hai bisogno di tempo e interesse per guadagnarti quello o qualsiasi altro stato; e la necessità stessa di dover disporre di tempo e interesse genera problemi. Tu semplicemente non sei consapevole che non stai ascoltando: quando ne sarai consapevole, il fatto stesso che tu non stai ascoltando avrà già in sé la sua propria azione; ciò che agirà sarà la verità del fatto, e tu non dovrai agire sul fatto. Ma tu invece vuoi agire sul fatto, cambiarlo, coltivare ilsuo opposto, arrivare a uno stato desiderato: il tuo sforzo di agire sul fatto alimenta altri problemi, laddove il vedere la verità del fatto contiene già intrinsecamente l’azione liberatoria. Tu non sarai consapevole della verità, e nemmeno riuscirai a vedere il falso in quanto falso, fino a che la tua mente sarà completamente occupata dallo sforzo, dal confronto, dalla giustificazione o dalla condanna.

«Potrà anche essere così, ma con tutti i conflitti e le contraddizioni che si agitano all’interno di ognuno di noi, ancora mi sembra impossibile riuscire ad ascoltare veramente.»

L’ascolto in se stesso è un atto completo; l’atto stesso di ascoltare porta con sé la sua libertà. Ma sei veramente interessato ad ascoltare, o piuttosto a trasformare l’agitazione dentro di te? Se tu ascoltassi, nel senso autentico dell’essere, essere consapevole dei tuoi conflitti e delle tue contraddizioni, senza costringerli in un determinato modello di pensiero, forse essi cesserebbero. Vedi, noi cerchiamo costantemente di essere questo o quello, di raggiungere un particolare stato, di catturare una determinata esperienza ed evitarne un’altra, così la mente è perennemente occupata in qualcosa; non è mai immobile e silenziosa per poter ascoltare il frastuono delle proprie lotte e sofferenze. Cerca di essere semplice e non tentare di diventare qualcosa o di catturare una qualsiasi esperienza.

35. La fiamma e l’insoddisfazione

Aveva piovuto molto forte per parecchi giorni, e i torrenti erano in piena, rombanti. Sporchi e marroni, scendevano da ogni anfratto della vallata e andavano a creare un torrente ancora più grande che scorreva nel mezzo della valle, e che andava a ingrossare qualche chilometro più avanti il fiume che scendeva fino al mare. Il livello del fiume era alto e le acque scorrevano impetuose, serpeggiando tra i frutteti e l’aperta campagna. Anche in estate il fiume non era mai in secca, persino quando gli affluenti scoprivano il loro letto di rocce e sabbia asciutta. Ora il fiume scorreva molto più veloce di quanto un uomo potesse camminare, e su entrambe le rive le persone osservavano le acque fangose. Non accadeva spesso che il livello del fiume fosse così alto: la gente era eccitata, gli occhi spalancati, poiché lo scorrere impetuoso dell’acqua era uno spettacolo maestoso. La città vicina avrebbe potuto soffrirne: il fiume avrebbe potuto straripare oltre gli argini, inondare i campi e i boschi e distruggere le case; ma qui, da sopra il ponte solitario, le acque marroni sembravano cantare. Alcuni uomini stavano pescando, ma non dovevano aver preso molto, perché la corrente era troppo forte e trascinava con sé i detriti di tutti gli affluenti. Ricominciò a piovere, tuttavia le persone rimasero ferme a osservare e a ricavare piacere dalle piccole cose.

«Ho sempre cercato e ricercato» disse. «Ho letto moltissimi libri su così tanti argomenti! Ero una cattolica, ma ho lasciato quella religione per abbracciarne un’altra; in seguito, abbandonai anche questa, e mi unii a una società religiosa. Recentemente, ho accostato la filosofia orientale, ho letto gli insegnamenti del Buddha; sono anche stata in analisi, però neanche questo mi ha fatto smettere di ricercare, e ora eccomi qua, a parlare con te. Stavo quasi per andare in India alla ricerca di un maestro, ma le circostanze me lo hanno impedito.»

Andò avanti a parlare: raccontò che era sposata, aveva due figli, brillanti e intelligenti, che frequentavano l’università; non si preoccupava per loro, poiché era sicura che fossero perfettamente in grado di cavarsela da soli. Non aveva più alcun interesse nel sociale. Ultimamente aveva cercato di impegnarsi nella meditazione, ma non aveva avuto risultati, e la sua mente era, come prima, vuota ed errabonda.

«Quello che tu dici sulla meditazione e la preghiera è così diverso da tutto ciò che ho letto e pensato sull’argomento, e mi ha molto impressionato» disse. «In tutta questa estenuante confusione, voglio veramente andare avanti, trovare la verità e comprenderne il mistero.»

Pensi che cercando la verità alla fine la troverai? Non può invece essere che i cosiddetti cercatori non la troveranno mai? Non sei mai riuscita a comprendere fino in fondo questa ansia di ricerca, vero? Ciò nonostante, continui a cercare, passando da una cosa all’altra nella speranza di trovare quello che vuoi, che chiami verità e credi sia un mistero.

«Ma cosa c’è di sbagliato nel cercare di arrivare a ciò che si vuole? Ho sempre cercato di perseguire ciò che volevo, e molto spesso l’ho ottenuto.»

È probabile; ma pensi forse di poter mettere insieme verità come faresti con il denaro o con dei dipinti? Credi che si tratti semplicemente di un altro ornamento per la propria vanità? O pensi che la mente, essendo acquisitiva, dovrebbe invece cessare completamente affinché l’altro possa essere?

«Penso di essere troppo impaziente per scoprirlo.»

Per niente: troverai ciò che stai cercando nella tua impazienza, ma non sarà ciò che è reale.

«Allora cosa dovrei fare, stare immobile e vegetare?»

Mi sembra che tu stia saltando troppo in fretta alle conclusioni: non è invece importante tentare di capire perché stai cercando?

«Lo so perché sto cercando. Sono assolutamente scontenta e insoddisfatta di tutto, persino delle cose che ho trovato. Il dolore dell’insoddisfazione ritorna incessantemente e mi tormenta; ogni tanto penso di aver trovato qualcosa, ma presto svanisce e di nuovo il dolore dell’insoddisfazione mi sommerge. Per cercare di lenirlo, ho tentato tutte le strade che mi sono venute in mente; ma è troppo forte e radicato in me, e devo assolutamente trovare qualcosa, che sia la verità o altro non importa, devo trovare qualcosa che mi dia finalmente pace e contentezza.»

Non dovresti essere grata di non essere ancora riuscita a soffocare la fiamma dell’insoddisfazione? Superare lo scontento è stato il tuo problema, giusto? Hai ricercato la contentezza, e per fortuna non l’hai trovata: trovare è stagnazione, è vegetare.

«Penso che questo sia esattamente ciò che cerco: una fuga da questa insoddisfazione tormentosa.»

La maggior parte delle persone sono scontente, non è forse così? Ma trovano soddisfazione nelle cose che la vita offre, che sia scalare le montagne o la realizzazione di una qualche ambizione. A livello superficiale, l’irrequietezza dell’insoddisfazione si trasforma nei conseguimenti che ci gratificano. Se siamo in balia del desiderio di soddisfazione, presto troveremo modi per superare il dolore dell’insoddisfazione, così continueremo a vivere sulla superficie e non sonderemo mai le profondità dell’insoddisfazione.

«E come si fa ad andare sotto la superficie dell’insoddisfazione?»

La tua domanda indica ancora il tuo desiderio di fuggire dall’insoddisfazione, vero? Riuscire a convivere con questa sofferenza, senza cercare di sfuggirla o di trasformarla, significa penetrare le profondità dell’insoddisfazione. Fino a che cercheremo di andare o di essere da un’altra parte, sarà sempre presente il dolore del conflitto, ed essendo noi stessi la causa di questa sofferenza, desideriamo fuggirla; e la sfuggiamo dedicandoci totalmente a qualsiasi tipo di attività. Per essere integrati con l’insoddisfazione, per restare con l’insoddisfazione ed esserne parte, senza che l’osservatore la costringa dentro grovigli di soddisfazione o ce la faccia accettare come inevitabile, dobbiamo permettere a ciò che non ha opposto, non ha controparti, di arrivare a essere.

«Sto seguendo ciò che stai dicendo, ma ho combattuto l’insoddisfazione per così tanti anni, che per me ora è molto difficile pensare di esserne parte.»

Più combatti un’abitudine, più la tieni in vita: l’abitudine è una cosa morta, non combatterla, non resisterle; solo con la percezione della verità dell’insoddisfazione, il passato potrà perdere il suo significato. Anche se doloroso, è una cosa stupenda essere insoddisfatti senza soffocare la fiamma con la conoscenza, la tradizione, la speranza, la realizzazione. Ci perdiamo nel mistero delle imprese umane, in quello della Chiesa, o di un jet supersonico. Di nuovo, questo atteggiamento è superficiale, vuoto, e conduce solo alla distruzione e alla miseria della sofferenza. Esiste un mistero che va oltre le capacità e i poteri della mente; non puoi ricercarlo o evocarlo: deve palesarsi senza che tu glielo chieda, e porterà con sé una benedizione per l’uomo.

36. L’esperienza dello splendore

Era una giornata molto calda, afosa. Nel parco diverse persone erano sdraiate sull’erba o sedute sulle panchine all’ombra dei grandi alberi; bevevano bibite ghiacciate e ricercavano aria fresca e pulita. Il cielo era grigio, non c’era la minima brezza, e lo smog della grande città industrializzata riempiva l’aria. In campagna doveva essere splendido, perché la primavera stava diventando estate: su alcuni alberi stavano spuntando le prime foglie, e gli argini del grande fiume lucente, che scorreva vicino alla strada, tra poco sarebbero stati un tripudio di fiori. Nella foresta avrebbe regnato quel particolare silenzio nel quale sembra quasi di sentire il nascere delle cose; e le montagne, con le loro vallate profonde, sarebbero state azzurre e profumate. Ma qui in città...!

L’immaginazione distorce la percezione di ciò che è; e nonostante ciò, quanto siamo orgogliosi della nostra immaginazione e delle nostre speculazioni. La mente speculativa, con i suoi pensieri intricati, non è capace di una trasformazione fondamentale; non è una mente rivoluzionaria. Si è data l’abito di ciò che dovrebbe essere e segue il modello delle sue stesse proiezioni limitate e portate alla chiusura. Il bene non è in ciò che dovrebbe essere, ma sta nella comprensione di ciò che è. L’immaginazione impedisce la percezione di ciò che è, e così anche il confronto. La mente deve riuscire ad accantonare totalmente l’immaginazione e le speculazioni, affinché il reale possa essere.

Era abbastanza giovane, ma aveva già una famiglia ed era un uomo di affari di una certa reputazione. Sembrava molto preoccupato e sofferente, e davvero desideroso di dire qualcosa.

«Qualche tempo fa ho avuto un’esperienza notevole, e siccome non ne ho mai parlato con nessuno, mi domando se sarò capace di descrivertela; lo spero, perché non saprei da chi altro andare. È stata un’esperienza che ha completamente rapito il mio cuore; ma è passata, e ora me ne rimane solamente il ricordo sfocato. Forse mi potrai aiutare a riportarla indietro. Cercherò di dirti, meglio che posso, quanto estatica sia stata. Ho letto di cose del genere, e mi sono sempre sembrate parole vuote e affascinavano solo i miei sensi; ma ciò che mi è accaduto è stato al di là di ogni pensiero, oltre l’immaginazione e il desiderio, e ora l’ho perso. Aiutami per favore a riportarlo indietro.»

Si fermò per un attimo, poi continuò.

«Una mattina mi sono svegliato molto presto; la città era ancora addormentata, e il suo mormorio non era ancora incominciato. Sentii di dover uscire, così mi vestii velocemente e andai in strada. Nemmeno il camion del latte aveva incominciato il suo giro. Era l’inizio della primavera, e il cielo era azzurro pallido. Sentivo in maniera molto forte che dovevo dirigermi verso il parco, distante un chilometro e mezzo. Sin dal momento in cui ero uscito di casa avevo avuto una strana sensazione di leggerezza, come se stessi camminando sospeso nell’aria. L’isolato di fronte a casa, un orrendo e tetro caseggiato, aveva perso tutto il suo orrore: persino i mattoni sembravano vivi e allegri. Ogni più piccolo oggetto che solitamente non avrei neanche notato, sembrava possedere intrinseche qualità straordinarie, e stranamente tutto sembrava essere parte di me. Nulla era separato, altro da me: l’Io»in quanto osservatore, colui che percepisce, era assente, capisci cosa voglio dire? Non esisteva più alcun «io» separato dall’albero, o dalla cartaccia nel cestino, o dagli uccelli che si richiamavano l’un l’altro cinguettando: era uno stato della coscienza che non avevo mai conosciuto.

Lungo la strada per raggiungere il parco,» prosegui «c’è un negozio di fiori. Ci sono passato davanti centinaia di volte, dando sempre un’occhiata distratta e procedendo. Ma in quella mattina così particolare mi ci fermai davanti: la vetrina era leggermente appannata per il calore e l’umidità dell’interno del negozio, tuttavia questo non mi impedì di ammirare le diverse varietà di fiori esposti. Mentre ero in piedi e li stavo guardando, mi ritrovai a sorridere e poi a ridere con una gioia che non avevo mai provato prima: era come se quei fiori mi stessero parlando, e io stessi parlando a loro; io ero tra loro, ed essi erano parte di me. Nel dirti questo, forse ti potrò dare l’impressione che io fossi isterico e fuori di me, ma non era così. Mi ero vestito molto accuratamente, con abiti freschi e puliti; avevo guardato l’orologio; avevo notato i nomi dei negozi, incluso quello del mio sarto, e avevo persino letto i titoli dei volumi esposti nella vetrina di una libreria. Tutto era vivo, e io amavo ogni cosa. Ero il profumo di quei fiori, ma non c’era nessun «io» che annusava i fiori, capisci? Non esisteva alcuna separazione tra loro e me. Quel negozio di fiori era incredibilmente vivo di colori, e la bellezza di tutto ciò doveva essere stata così sbalorditiva e fantastica, che il tempo e la sua cognizione si erano completamente fermati; credo di essere rimasto lì fermo in piedi per almeno venti minuti, ma ti assicuro che non avevo più la benché minima cognizione del tempo: semplicemente, non riuscivo a staccarmi da quei fiori. Il mondo di lotta, dolore e sofferenza era lì, ma al contempo non c’era. Vedi, in quello stato, le parole non hanno più significato: le parole sono descrittive, separative, comparative, ma in quello stato non c’erano più parole; L’«io»non stava più sperimentando, esisteva solo quello stato, quell’esperienza. Il tempo si era come fermato; non c’erano passato, presente e futuro. C’era solo... non riesco a esprimerlo con le parole, ma non importa. C’era come una Presenza... no, neanche questa definizione va bene. Era come se la terra, e tutto quello che sta sopra e dentro di essa, fosse in uno stato di beatitudine, e io, che camminavo verso il parco, ne facessi parte. Man mano che mi avvicinavo al parco ero come irresistibilmente attratto e incantato dalla bellezza di quegli alberi a me familiari. Dal giallo pallido al verde scurissimo, le foglie danzavano con la vita; ogni foglia spiccava, separata dalle altre, e l’intera ricchezza della terra era contenuta in ogni singola foglia. Mi rendevo conto di quanto il mio cuore battesse forte; ho un cuore molto sano, eppure respiravo a fatica mentre entravo nel parco, e mi sembrava di stare per svenire; mi sedetti su una panchina, e le lacrime inondavano le mie guance. C’era un silenzio quasi insopportabile, ma quel silenzio stava come lavando via tutta la sofferenza e il dolore. Quando mi inoltrai nel parco, sentii come una musica librarsi nell’aria. Ero sorpreso, poiché non c’era alcuna abitazione nelle vicinanze, e nessuno poteva avere una radio accesa nel parco a quell’ora del mattino. La musica faceva parte dell’esperienza: tutta la bontà, tutta la compassione del mondo erano in quel parco, e Dio era lì.

Non sono un teologo, e nemmeno una persona religiosa,» continuò. «Sarò stato in chiesa una dozzina di volte al massimo, e questa esperienza non ha mai avuto alcun significato per me: non riesco a sopportare tutte quelle cose senza senso che si fanno nelle chiese. Ma in quel parco c’era un’Entità, se posso usare questa parola, in cui tutte le cose vivevano e avevano la loro essenza. Le mie gambe tremavano e fui costretto a sedermi di nuovo, con la schiena appoggiata a un albero: il tronco era una cosa vivente, come me, e io facevo parte di quell’albero, parte di quell’Entità, parte del mondo. Devo essere svenuto. Era stato tutto troppo per me: i colori così accesi e vivi, le foglie, le rocce, i fiori, l’incredibile splendore di tutto quanto. E su tutto aleggiava la benedizione di...

Quando mi risvegliai, il sole era alto. Di solito mi ci vogliono venti minuti per andare al parco, ma erano già trascorse più di due ore da quando ero uscito di casa. Mi sembrava di non avere neanche più fisicamente la forza di tornare indietro; così rimasi seduto li, cercando di raccogliere le forze e non osando pensare a nulla. Mentre stavo lentamente ritornando verso casa, l’intera essenza di quell’esperienza era dentro di me; durò due giorni, poi scomparve così come era arrivata, all’improvviso. Fu allora che incominciò la mia tortura. Per almeno una settimana, non mi avvicinai neanche al mio ufficio: volevo riprovare quella strana esperienza vitale, volevo riviverla ancora una volta e restare per sempre in quel mondo di beatitudine. Tutto questo è successo due anni fa. Ho pensato seriamente di mollare tutto quanto e andarmi a rifugiare in un qualche angolo sperduto del mondo, ma il mio cuore sa che così comunque non potrei riportare indietro quell’esperienza: nessun monastero me la potrebbe offrire di nuovo, e nessuna chiesa illuminata dalle candele: essi hanno solo a che fare con l’oscurità e la morte. Avevo anche pensato di andarmene in India, ma ho abbandonato anche questa idea. Sono arrivato ad assumere droghe, che hanno reso le mie sensazioni più vivide, ma non è un oppiaceo ciò che voglio: è solo un modo mediocre e infimo di accostarsi all’esperienza, una sorta di inganno, non è la realtà.

«Così eccomi qua» concluse. «Darei qualsiasi cosa, la mia vita e tutto ciò che possiedo, per vivere ancora in quel mondo, in quella dimensione. Cosa devo fare?»

È venuto da te, non invitato. Non l’hai mai cercato. E finché lo cercherai, non lo potrai mai avere. Il desiderio stesso di vivere ancora in quello stato di estasi ti sta impedendo una nuova, fresca esperienza dello splendore. Considera cosa è accaduto: hai avuto quell’esperienza, e ora stai vivendo nel ricordo morto del passato, poiché ciò che è stato impedisce il nuovo.

«Vuoi dire che devo accantonare e dimenticare tutto quello che è stato, e andare avanti con la mia vita misera, morendo dentro giorno dopo giorno?»

Se non continui a guardarti indietro e a chiedere di più, il che è quasi un rimprovero, allora forse proprio quella cosa su cuinon hai alcun controllo potrà agire come crede. L’avidità, anche se del sublime, non porta altro che sofferenza; l’ansia per qualcosa di più spalanca la porta del tempo. Quello splendore non può essere riportato indietro attraverso alcun sacrificio, alcuna virtù, alcuna droga; non è una ricompensa, o un risultato: arriva quando vuole; non cercarlo.

«Ma si è trattato di un’esperienza reale, di un’esperienza mistica?»

Noi ne vogliamo vivere un’altra per averne la conferma, per essere certi di ciò che è stato, così da potervi trovare rifugio. Essere resi certi e sicuri di ciò che è stato, anche se si è trattato di un’esperienza reale, significa rafforzare ciò che non è reale e alimentare l’illusione. Riportare al presente ciò che è passato, sia esso piacevole o doloroso, significa inibire il reale, poiché la realtà non ha continuità: è di momento in momento, incommensurabile e senza tempo.

37. Un politico che voleva fare del bene

Aveva piovuto durante la notte, e la terra profumata era ancora umida. Il sentiero si allontanava dal fiume passando attraverso alberi secolari e macchie di manghi. Era un cammino di pellegrinaggio calpestato da migliaia di persone, poiché era tradizione, da oltre duemila anni, che ogni buon pellegrino dovesse percorrerlo; ma adesso non era periodo di pellegrinaggio, e in questa mattina vi passavano solo gli abitanti del villaggio. Erano belli da vedere illuminati dal sole nei loro abiti dai colori vivaci; i carichi di fieno, verdura e legna da ardere sulla sommità delle loro teste; il loro incedere pieno di grazia e dignità; era bello vederli ridere e chiacchierare degli avvenimenti del villaggio. Su entrambi i lati del sentiero, si stendevano a perdita d’occhio campi verdi di frumento non ancora maturo, intervallati da ampi appezzamenti coltivati a piselli e altre verdure destinate al mercato. Era una splendida mattinata, il cielo era limpido e azzurro, e una specie di benedizione sembrava aleggiare sul paesaggio. La terra era una cosa vivente, feconda, ricca e sacra: non era la sacralità delle sovrastrutture costruite dall’uomo, dei templi, dei prelati e delle scritture; era la bellezza della pace completa e del silenzio assoluto. Si era come immersi in questa sacralità; gli alberi, l’erba e il toro possente ne facevano parte; i bambini che giocavano nella polvere ne erano consapevoli, anche se non la conoscevano. Non era qualcosa di passeggero; era lì, senza un inizio e senza una fine.

Era un politico e voleva fare del bene; disse che si sentiva diverso dagli altri politici, perché veramente si preoccupava del benessere delle persone, delle loro esigenze, della loro salute e della loro crescita. Naturalmente era ambizioso, ma chi non lo è? Lambizione lo aiutava a essere più attivo, senza di essa sarebbe stato più pigro, incapace di fare del bene agli altri. Voleva diventare un membro del Consiglio dei ministri, e ci stava riuscendo; e una volta eletto avrebbe finalmente visto realizzate le sue idee. Aveva viaggiato per tutto il mondo, visitando vari paesi e studiando le diverse impostazioni di governo, e dopo un’attenta valutazione era riuscito a elaborare un progetto che avrebbe realmente beneficato il suo paese.

«Ma ora non so se sarò in grado di portarlo avanti»disse con evidente dispiacere. «Vedi, ultimamente non sono stato molto bene: i medici dicono che devo prendere le cose con più calma, e che devo sottopormi a un’operazione molto seria; ma non riesco a rassegnarmi ad accettare questa situazione.»

Posso chiederti cosa ti impedisce di prendere le cose con più calma?

«Mi rifiuto di accettare la prospettiva di essere un invalido per il resto della mia vita e di non riuscire a realizzare ciò che avevo in programma di fare. So bene, almeno a livello verbale, che non potrò più sostenere i ritmi che ho tenuto finora, ma se mi lascio andare il mio progetto non potrà mai essere realizzato. Naturalmente ci sono altre persone ambiziose, ed è solo una questione di tutti contro tutti. Ho assistito a molti dei tuoi incontri, così ho pensato di venire e di parlarne con te.»

Il tuo problema è la frustrazione? C’è la possibilità di una lunga malattia, con un conseguente declino della tua efficienza e popolarità, e tu trovi di non poterlo accettare, perché la vita sarebbe estremamente sterile senza la realizzazione dei tuoi progetti; è di questo che si tratta?

«Come ho già detto, sono ambizioso come ogni altro, ma voglio anche fare del bene. D’altra parte, sono molto malato, e semplicemente non riesco ad accettare questa malattia, quindi è in corso dentro di me un aspro conflitto, che credo mi stia rendendo ancora più malato. Ho anche un altro timore; non per la mia famiglia, che ho provveduto a sistemare adeguatamente; è la paura di qualcosa che non riesco nemmeno a esprimere con le parole, persino a me stesso.»

Vuoi dire la paura della morte?

«Sì, penso che sia questo; o piuttosto, di arrivare alla fine senza essere riuscito a realizzare ciò che avevo progettato. Probabilmente è questa la mia più grande paura, e non so come alleviarla.»

Ma questa malattia ti impedirà completamente di dedicarti alla tua attività politica?

«Sai bene come vanno queste cose. Quando non sarò più al centro dell’attenzione, verrò dimenticato e i miei progetti non avranno alcuna possibilità di realizzazione: ciò significherebbe di fatto la mia sparizione politica, e mi sento male al solo pensiero.»

Quindi, conoscendo la seria natura della tua malattia, potresti cercare di accettare volontariamente e tranquillamente il fatto che devi allontanarti dalla politica, così come potresti cercare di portare comunque felicemente a termine i tuoi progetti politici. Però la malattia potrebbe ostacolare le tue ambizioni. La vita è strana, vero? Se posso darti un consiglio, perché non cerchi di accettare l’inevitabile senza amarezza? Se sei preda del cinismo e dell’amarezza, la mente non farà che peggiorare la tua malattia.

«Anche se ne sono pienamente consapevole, non riesco ad accettare, tantomeno “felicemente”, come tu suggerisci, le mie condizioni fisiche. Potrei forse cercare di andare avanti con solo una piccola parte dei miei progetti politici, ma per me non è abbastanza.»

Pensi che la realizzazione della tua ambizione di fare del bene sia per te l’unico modo di vivere, e che il tuo paese possa essere salvato solamente da te e dai tuoi progetti? Tu sei il centro di questo supposto buon lavoro, vero? Tu non sei veramente preoccupato del bene delle persone, ma del bene in quanto manifestazione, emanazione di te stesso. Tu sei importante, e non il bene delle persone: ti sei identificato a tal punto con i tuoi progetti e con il cosiddetto benessere delle persone, da arrivare a confondere la tua realizzazione con la loro felicità. I tuoi progetti potranno anche essere eccellenti, e potranno anche, per qualche fortunata coincidenza, veramente fare del bene alle persone; ma tu vuoi che il tuo nome venga associato a quel bene. La vita è strana; la malattia ti ha sorpreso, e ora ti è quasi impossibile continuare a far crescere il tuo nome e la tua importanza: questa è la causa del tuo conflitto, e non certo l’ansia che la gente possa non essere aiutata. Se tu davvero amassi le persone e non indulgessi invece in semplici elucubrazioni verbali, questo amore potrebbe anche avere il suo effetto spontaneo, il che sarebbe comunque un aiuto significativo; ma tu non ami le persone: sono un semplice strumento per perseguire la tua ambizione e la tua vanità. Fare del bene è solo una tappa sulla tua strada verso la gloria. Spero che queste mie parole non ti offendano.

«Sono davvero contento che tu abbia espresso in modo franco e aperto i dubbi che sono così profondamente nascosti nel mio cuore, mi ha fatto molto bene. In qualche modo sentivo tutto questo, ma non ho mai avuto il coraggio di affrontarlo direttamente. È un grande sollievo sentirlo da te, che lo hai descritto in maniera così piana e semplice; e spero che ora potrò finalmente comprendere e gestire il mio conflitto. Mi sembra di riuscire a vedere come tutto sia potuto accadere, e già mi sembra di sentirmi più distaccato dalle mie ansie e speranze. Ma… la morte?»

È un problema molto complesso e richiede una profonda introspezione. Puoi razionalizzare la morte, dicendoti che tutte le cose muoiono, che la foglia verde e tenera della primavera viene spazzata via dall’autunno e quant’altro; puoi ragionare e trovare spiegazioni alla morte, o cercare di vincere con la volontà la sua paura, o trovare una fede che sostituisca la paura; ma tutto questo non è altro che l’azione della mente. E la cosiddetta intuizione che riguarda la verità della reincarnazione, o della vita dopo la morte, potrebbe semplicemente essere il desiderio di sopravvivenza. Tutti i ragionamenti, le intuizioni, le spiegazioni sono all’interno dei confini della mente, sei d’accordo? Sono tutte attività del pensiero per superare la paura della morte; ma la paura della morte non la si vince così facilmente. Il desiderio dell’individuo di sopravvivere attraverso la nazione, la famiglia, il nome e l’idea, o la fede, è ancora il desiderio sfrenato per la sua stessa continuità, giusto? E questo desiderio, con il suo complesso equilibrio di resistenze e speranze, deve arrivare alla fine, volontariamente, senza sforzo e felicemente. Si deve morire ogni giorno ai ricordi, alle esperienze, alla conoscenza e alle speranze; le accumulazioni di piacere, pentimento, virtù devono cessare da un momento all’altro. Non sono solo parole, ma l’affermazione di una realtà: ciò che continua non potrà mai conoscere lo splendore dell’inconoscibile. Il senza tempo si potrà rivelare quando moriremo ogni giorno, ogni minuto, e smetteremo di accumulare: l’ansia di realizzare, con tutti i suoi conflitti, non potrà che eternare la paura della morte.

38. Lo stile di vita competitivo

Le scimmie erano sulla strada, e nel mezzo della carreggiata una scimmietta stava giocando con la sua coda, mentre la madre la controllava con lo sguardo. Erano tutte ben consapevoli della presenza di qualcun altro, a distanza di sicurezza. I maschi adulti erano molto grandi, goffi, pesanti e decisamente aggressivi, e la maggior parte delle altre scimmie li evitava; mangiavano in continuazione delle specie di bacche che erano cadute sulla strada da un albero grande e frondoso dalle foglie spesse. Le piogge recenti avevano gonfiato il fiume, e la corrente gorgogliava scorrendo sotto lo stretto ponte. Le scimmie evitavano l’acqua e le pozzanghere, e ogni volta che passava una macchina, spruzzando fango ovunque, sparivano dalla strada in un secondo, e la madre era sveltissima a prendere con sé la piccola scimmia. Alcune si arrampicavano sull’albero, altre raggiungevano la riva del fiume, ma ritornavano subito sulla strada non appena l’automobile era passata: erano ormai abituate alla presenza dell’uomo. Erano senza requie, esattamente come la mente umana, e architettavano una grande quantità di scherzi.

I campi di riso su entrambi i lati della strada erano una distesa lussureggiante d’un verde splendente sotto il tepore del sole, e contro le colline azzurre, oltre i campi, i padda volavano lenti e bianchi. Un lungo serpente marroncino era uscito strisciando fuori dall’acqua e si stava crogiolando al sole. Un martin pescatore blu brillante si era posato sul ponte e si stava preparando a un’altra immersione. Era una splendida mattina, non troppo calda, e le palme solitarie vegliavano sparse sui campi, custodi di molti segreti. Una sorta di comunione univa i prati verdi e le colline azzurre, come se vi aleggiasse una specie di musica. Il tempo sembrava passare così in fretta. Nel cielo blu volteggiavano i nibbi; ogni tanto si appoggiavano a un ramo per lisciarsi le piume, e quindi tornavano a volteggiare, lanciandosi richiami e tracciando cerchi nel cielo, dove volavano anche molte aquile, dal collare bianco e dalle ali e dai corpi marrone dorato. Tra l’erba spuntata di fresco si aggiravano grandi formiche rosse; correvano convulsamente in avanti, per fermarsi d’un tratto e tornare indietro. La vita era così ricca, feconda e pure inosservata, come probabilmente desiderato da tutte queste piccole e grandi creature viventi.

Un giovane bue con delle campanelle intorno al collo stava trainando un piccolo carretto molto grazioso, le due larghe ruote tenute insieme da una sottile barra di acciaio su cui era montata una piattaforma di legno. Su questa piattaforma sedeva un uomo, molto fiero dell’andatura veloce del suo giovane animale e dell’eleganza del carretto. Il bue, robusto ma slanciato, accresceva l’importanza dell’uomo; tutti gli abitanti del villaggio si fermavano a osservare la scena: guardavano il bue e il carretto con occhi ammirati, facevano commenti, e proseguivano. Come stava seduto eretto e pieno d’orgoglio l’uomo, guardando dritto davanti a sé! L’orgoglio, per le piccole cose o per i grandi traguardi, è essenzialmente lo stesso. Ciò che si fa e ciò che si ha ci conferiscono importanza e prestigio; ma l’uomo in se stesso, nel suo intero essere, sembra invece non avere alcun significato.

Arrivò con due amici. Erano tutti laureati con merito, e stavano riuscendo molto bene nelle rispettive professioni; erano tutti sposati e avevano figli, e sembravano al contempo compiaciuti e inquietati dalle loro vite.

«Se posso,» disse «vorrei fare una domanda giusto per iniziare. Non è una domanda oziosa; anzi, è un tema che mi ha turbato sin da quando ti ho ascoltato sull’argomento qualche sera fa. Tra le tante cose che hai detto, hai sottolineato che la competizione e l’ambizione sono stimoli distruttivi che l’uomo deve comprendere per poi cercare di liberarsene, se vuole vivere in una società pacifica. Ma la lotta e il conflitto non fanno parte della natura stessa dell’esistenza?»

La società così come è attualmente costituita si basa sull’ambizione e sul conflitto, e la maggior parte di noi accetta questo fatto come inevitabile. L’individuo è condizionato dall’inevitabilità che egli stesso ha determinato; con l’educazione, e con varie forme di costrizione interiori ed esteriori, l’individuo viene forgiato per essere competitivo. Deve adattarsi in tutto e per tutto alla società, deve accettarne le condizioni, altrimenti è destinato a soccombere. Sembriamo tutti d’accordo nel pensare di doverci completamente adattare a questa società; ma perché dovremmo?

«L’hai detto tu: se non lo facciamo, soccombiamo.»

Mi chiedo se ciò accadrebbe se riuscissimo a vedere il significato globale del problema; forse riusciremmo persino a non vivere secondo il solito modello: potremmo provare a vivere in modo creativo e felice, seguendo una concezione della vita totalmente diversa; ma uno stato del genere non può essere conseguito se accettiamo come inevitabile l’attuale modello sociale. Ma tornando al tuo punto: l’ambizione, la competizione e il conflitto costituiscono uno stile di vita predestinato e inevitabile? È evidente che tu la pensi così. Incominciamo allora da qui: perché ritieni che un tale stile di vita competitivo sia l’unico possibile svolgersi dell’esistenza?

«Io sono competitivo, ambizioso, come tutti intorno a me. È una realtà di fatto che talvolta è fonte di piacere, talaltra di sofferenza, ma la accetto senza avversarla, poiché non conosco un modo alternativo di vivere; e anche se lo conoscessi, credo che avrei paura di provare a sperimentarlo. Ho parecchie responsabilità, e sarei preoccupato molto seriamente per il futuro dei miei figli se dovessi decidere all’improvviso di rompere con le solite modalità di pensiero e abitudini di vita.»

Potrai anche avere delle responsabilità verso altre persone, ma non hai anche la responsabilità di creare un mondo di pace? Non potrà esistere alcuna pace, alcuna felicità duratura per l’uomo, fino a che noi, l’individuo, il gruppo e la nazione, accetteremo il modello competitivo di vita come inevitabile. La competitività, l’ambizione comportano conflitti fuori e dentro di noi, sei d’accordo? Un uomo ambizioso non è un uomo di pace, anche se può parlare di pace e fratellanza: i politici non potranno mai portare la pace nel mondo, né ci riusciranno coloro che appartengono a una fede organizzata, poiché sono condizionati da un mondo di leader, di salvatori, di guide ed esempi; e quando segui l’altro, stai solo perseguendo la realizzazione della tua ambizione, che sia di questo mondo o di un mondo di idee, il cosiddetto mondo spirituale. La competitività, l’ambizione implicano conflitto, sei d’accordo?

«Certo, ma cosa si può fare? Dal momento che siamo tutti presi in questa rete di competizione, come è possibile liberarsene? E anche se ci si dovesse riuscire, quale certezza abbiamo che allora regnerà la pace fra gli uomini? Fino a che tutti noi non ne vedremo la verità all’unisono, la percezione di questa verità da parte di una o due persone non avrà comunque alcun valore.»

Tu vuoi sapere come uscire da questa ragnatela di conflitto, realizzazione, frustrazione. La domanda stessa, «come?», implica che vuoi essere rassicurato che il tuo tentativo non sarà inutile: vuoi comunque avere successo, anche se a un livello diverso, e continui a non vedere che tutta l’ambizione, tutto il desiderio di successo in qualsiasi direzione creano solamente conflitto dentro e fuori di noi. Il «come?» è ancora la modalità dell’ambizione e del conflitto, e la stessa domanda ti impedisce di vedere la verità del problema. Il «come?» è la scala che ci deve fare raggiungere l’ennesimo successo. Ma ora non stiamo pensando in termini di successo o fallimento, stiamo piuttosto pensando in termini di eliminazione del conflitto; e allora ne consegue che, senza conflitto, la stagnazione è inevitabile? Sicuramente, la pace arriva in essere, non attraverso salvaguardie, sanzioni e garanzie: è lì quando tu non ci sei, tu che sei l’agente del conflitto con le tue ambizioni e frustrazioni.

L’altro punto: secondo te, dovremmo tutti vedere la verità di questo problema nello stesso momento; tuttavia ti renderai conto che è un’ovvia impossibilità. Ma rimane possibile vederla per te; e quando riuscirai a farlo, quella verità che avrai visto, e che porta con sé la libertà, influirà sugli altri: deve partire da te, poiché tu sei il mondo, come lo è l’altro.

L’ambizione alimenta la mediocrità della mente e del cuore; è superficiale, perché cerca incessantemente un risultato. L’uomo che vuole diventare un santo, o un uomo politico di successo, o un grande imprenditore, è solo preoccupato della propria realizzazione personale. Che ci si identifichi con un’idea, una nazione, un sistema, religioso o economico, l’urgenza di avere successo rafforza l’io, il sé, la cui vera struttura è fragile, superficiale e limitata. Tutto questo è abbastanza evidente se lo si osserva con attenzione, non trovi?

«Potrà essere evidente per te, ma per la maggior parte di noi il conflitto dà un senso all’esistenza, ci fa sentire vivi: le nostre esistenze sarebbero tristi e inutili senza l’ambizione e la competizione.»

Finché manterrai questo stile di vita competitivo, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli continueranno ad alimentare ancora antagonismo, invidie e guerre; né tu né loro avrete mai pace. Siccome sei stato condizionato a conformarti a questo tradizionale modello di esistenza, a tua volta stai educando i tuoi figli nella sua totale accettazione; così il mondo non fa che perpetuarsi nel suo dolore.

«Noi vogliamo cambiare, ma...» Si rese conto della futilità di ciò che stava per dire e smise di parlare.

39. Meditazione; sforzo; coscienza

Dietro le montagne, verso est, c’era il mare. Lungo la vallata un fiume scorreva senza fretta. Il fiume non andava mai in secca nel corso dell’anno, ed era maestoso persino quando attraversava la grande città, nonostante gli abitanti lo utilizzassero per qualsiasi cosa: nelle sue acque pescavano, facevano il bagno, bevevano, vi gettavano i rifiuti; anche i materiali di scarto di una fabbrica ci finivano dentro, ma il fiume riusciva a purificarsi comunque dal sudiciume dell’uomo, e non appena oltrepassava le abitazioni, le sue acque tornavano di nuovo a essere chiare e azzurre.

Una strada ampia lo seguiva a ovest, e conduceva alle piantagioni di tè sulle montagne; era piena di curve, e talvolta si discostava dal fiume, ma per la gran parte del suo percorso lo costeggiava. Man mano che la strada saliva, seguendo il fiume, le piantagioni si susseguivano a perdita d’occhio, e qui e là si notavano piccole fabbriche che essiccavano e lavoravano il tè; le tenute diventavano sempre più estese, e il fiume rumoroso di cascate. Alla mattina si potevano vedere donne vestite vivacemente intente a raccogliere le piccole foglie delicate delle piantine di tè: i loro corpi chinati, la loro pelle scurita dal sole infuocato. Tutte le foglioline del tè dovevano essere raccolte prima di una certa ora del giorno, e quindi trasportate alla fabbrica più vicina, molto prima che il sole diventasse troppo cocente. A quella altitudine il sole era forte e poteva far male, e anche se abituate, alcune delle donne si coprivano la testa con parte dei vestiti che indossavano; erano allegre e gioiose, veloci e abili nel loro lavoro, e presto anche questa incombenza mattutina sarebbe finita, per quel giorno: ma erano anche mamme e mogli, e avrebbero ancora dovuto cucinare e occuparsi dei bambini. Avevano un sindacato, e i proprietari delle piantagioni le trattavano bene, perché uno sciopero sarebbe stato disastroso: le tenere foglie sarebbero cresciute fino a raggiungere la taglia normale.

La strada saliva e saliva, e l’aria diventava sempre più fredda: a duemilacinquecento metri d’altitudine le piantagioni di tè scomparivano, per lasciare il posto agli uomini che lavoravano la terra, coltivando una grande varietà di prodotti destinati alle città, dove sarebbero arrivati risalendo il fiume. Da quell’altezza il panorama delle foreste e delle pianure era magnifico, e il fiume, che sembrava d’argento, dominava ogni cosa. La strada discendeva con morbide curve in un’altra direzione, attraverso campi di riso verdi e splendenti di luce, e fitte foreste di palme e manghi, e fiori ovunque. La gente era ospitale e allegra, e lungo la strada esponeva di tutto: ciondoli, collanine e frutta succulenta. Erano persone pigre e accomodanti, e sembravano avere cibo a sufficienza, a differenza degli abitanti delle pianure: le città erano sovraffollate e la vita era dura e fatta di stenti.

Era un sannyasi, un monaco, ma non apparteneva ad alcun ordine particolare, e parlava di sé in terza persona; ancora molto giovane, aveva rinunciato al mondo e ai suoi percorsi, e aveva vagato per tutto il paese, fermandosi da alcuni dei più conosciuti maestri religiosi, parlando con loro e seguendone discipline e rituali. Aveva digiunato per molti giorni, vissuto in solitudine sulle montagne, e fatto tutto ciò che ci si aspetta da un sannyasi; si era rovinato fisicamente sottoponendosi a pratiche ascetiche eccessive, e sebbene fosse accaduto molto tempo prima, il suo fisico ancora ne risentiva; poi un giorno aveva deciso di abbandonare tutte le pratiche, i rituali e le discipline, ritenendoli inutili e privi di significato, e si era ritirato in un villaggio di montagna solitario e lontano da tutto, dove aveva trascorso molti anni in profonda contemplazione. Ed era accaduto quello che sempre accadeva, disse con un sorriso: a sua volta, anch’egli era diventato famoso e aveva avuto un grande seguito di discepoli a cui aveva impartito insegnamenti molto semplici. Aveva anche letto gli antichi testi sanscriti, ma ora anch’essi erano stati messi da parte. Aveva ritenuto necessario darmi una breve descrizione del suo percorso di vita, ma il motivo per cui era venuto era un altro.

«La meditazione sta sopra ogni cosa, sopra la virtù, il sacrificio e l’azione di altruismo generoso e disinteressato» affermò. «Senza la meditazione, la conoscenza e l’azione diventano un fardello estenuante senza alcun significato; ma pochi sanno veramente cosa sia. Se ne hai voglia, ne potremmo parlare. Colui che parla nella meditazione ha provato l’esperienza di raggiungere diversi stati di coscienza; è passato attraverso le esperienze che tutti gli esseri umani che vi aspirano prima o poi attraversano: le visioni incarnate di Krishna, Cristo, Buddha, che altro non sono se non il risultato della propria educazione e del proprio pensiero, e di ciò che possiamo chiamare bagaglio culturale. Sono visioni, esperienze, poteri di diverse intensità; ma sfortunatamente molti ricercatori restano intrappolati nella rete dei pensieri e dei desideri, persino alcuni dei più grandi esponenti della verità; possedendo il potere di sanare e il dono della parola, diventano prigionieri delle loro stesse capacità ed esperienze. Anche chi sta parlando è passato attraverso queste fasi e questi pericoli, e all’apice della sua capacità ha finalmente compreso, ed è riuscito a passare oltre; o almeno, lo spera. Dunque, cos’è la meditazione?»

Per cercare di penetrare il significato della meditazione, dobbiamo prima tentare di comprendere che cosa sia lo sforzo e chi lo compia: uno sforzo positivo conduce a un risultato, e uno sforzo negativo a un altro, ma entrambi ci legano e ci condizionano, sei d’accordo?

«Si dice che tu non abbia letto le Upanishad e le altre Scritture, ma si ha l’impressione del contrario, e che tu sappia.»

È vero: non ho letto nulla di quello che dici, ma non è importante. Lo sforzo positivo e quello negativo sono entrambi condizionanti, e questo legame deve essere compreso e spezzato: lo stato della meditazione dovrebbe essere lo scioglimento da tutti i legami; è uno stato di libertà, ma non da qualcosa, poiché la libertà da qualcosa è solamente la coltivazione della resistenza. La consapevolezza di essere liberi non è la libertà: la coscienza è l’esperienza della libertà o del legame, e tale coscienza è lo sperimentatore, colui che compie lo sforzo. La meditazione dovrebbe invece arrivare all’annullamento dello sperimentatore, e questa operazione non può realizzarsi a livello conscio; poiché se lo sperimentatore verrà eliminato consciamente, si verificherà solo un rafforzamento della volontà, che è ancora una parte della coscienza. Il nostro problema, allora, riguarda l’intero processo della coscienza, e non solo di una sua parte, piccola o grande, dominante o sottomessa.

«Quello che dici sembra essere molto vero: le vie della coscienza sono profonde, ingannevoli e contraddittorie. Solo un’osservazione spassionata e un attento studio possono aiutarci a dipanare questo groviglio, così l’ordine potrà finalmente prevalere.»

Ma colui che dipana il groviglio è ancora lì; lo si può chiamare anima, vero io, atman, ma è sempre parte della coscienza, colui che compie lo sforzo e che cerca incessantemente di andare da qualche altra parte. Lo sforzo è desiderio e un desiderio può essere solo sopravanzato da un desiderio ancora più grande, e poi da un altro ancora, in un processo compulsivo infinito. Il desiderio alimenta l’inganno, l’illusione, la contraddizione e le visioni di speranza. La brama pervadente per il definitivo o la volontà di raggiungere ciò che non ha nome restano ancora solo una modalità della coscienza, dello sperimentatore del bene e del male, dello sperimentatore che aspetta, osserva, spera: e la coscienza non appartiene a un particolare livello o a un altro, ma rappresenta la totalità del nostro essere.

«Ciò che è stato detto finora mi sembra importante e significativo; ma allora viene da chiedersi cosa potrà indurre pace e immobilità silente nella nostra coscienza.»

Nulla. Certo, la mente è sempre alla ricerca di un risultato, di una via verso un ottenimento: è uno strumento che è la combinazione di molti fattori, è la fibra del tempo, e può solo pensare in termini di risultato, ottenimento, di qualcosa che deve essere raggiunto o evitato.

«È così. È stato provato che finché la mente è attiva, cercando, perseguendo, sperimentando, sarà sempre presente anche colui che compie lo sforzo e che crea e perpetua la propria unica immagine, anche se la chiamerà in molti modi diversi: questa è la rete in cui il pensiero viene catturato.»

Il pensiero stesso è il demiurgo della rete: il pensiero è la rete. Il pensiero è legame: può solo portare all’espansione del tempo, l’ambito in cui diventano importanti conoscenza, azione, virtù. Sia esso sofisticato o semplificato, il processo del pensare non potrà mai eliminare tutto il pensiero: la coscienza in quanto sperimentatore, osservatore, colui che sceglie, censore, volontà, deve arrivare alla fine, spontaneamente e felicemente, senza alcuna speranza di ricompensa. Il ricercatore cessa: questa è la meditazione. Il silenzio della mente non può essere ottenuto attraverso l’azione della volontà; poiché il silenzio è quando la volontà cessa: questa è la meditazione. La realtà non può essere cercata: si rivela quando colui che cerca non è. La mente è il tempo, e il pensiero non è in grado di disvelare l’incommensurabile.

40. La psicanalisi e il problema dell’uomo

Gli uccelli e le capre erano come spariti, e regnava una quiete inusuale e distante sotto l’albero grande e frondoso che si ergeva solitario, in un tripudio di campi verdissimi e perfettamente coltivati. Le colline erano lontane, brulle e poco invitanti nel sole pomeridiano, ma sotto l’albero si trovava ombra, frescura e piacere. Questo albero, enorme e straordinario, aveva raggiunto nella sua solitudine una grande forza e simmetria; era qualcosa di vitale: anche se solitario, sembrava dominare tutto ciò che c’era intorno, persino le colline in lontananza. Gli abitanti del villaggio lo adoravano; contro il suo grande tronco stava appoggiata una pietra levigata su cui qualcuno aveva posto dei fiori di un giallo vivace. Nessuno veniva all’albero di sera: la sua solitudine era ancora più impressionante, e sembrava più rassicurante adorarlo di giorno, quando si vedevano le ombre allungate dal sole, e si udivano il cinguettio degli uccelli e il suono delle voci umane; ma a quest’ora tutti gli abitanti del villaggio erano intorno alle loro capanne, e sotto l’albero regnava la pace. Il sole non riusciva mai a raggiungere la base del tronco, e in questa frescura i fiori duravano fino al giorno seguente, quando sarebbero arrivate le nuove offerte. Uno stretto sentiero conduceva all’albero, per proseguire attraverso i campi verdi: le capre erano guidate attentamente lungo il sentiero, fino a che raggiungevano le colline; poi potevano correre libere, mangiando qualsiasi cosa trovassero a tiro. Ma la piena gloria dell’albero era verso sera: quando il sole tramontava dietro le colline, i campi diventavano di un verde ancora più intenso, e solo le cime degli alberi riuscivano a catturare gli ultimi raggi dorati e trasparenti. Quando scendeva l’oscurità, l’albero pareva quasi ritrarsi da ciò che aveva intorno e rinchiudersi su se stesso per affrontare la notte: il suo mistero sembrava crescere, diventando il mistero di tutte le cose.

Era uno psicologo e analista, e aveva al suo attivo anni di pratica e molti percorsi terapeutici; esercitava in ospedale e privatamente. I suoi numerosi e benestanti pazienti lo avevano reso ricco, dandogli la possibilità di possedere automobili costose, una tenuta in campagna, e altri prestigiosi simboli di ricchezza. Prendeva il suo lavoro seriamente: non lo considerava un semplice modo per fare soldi; e utilizzava diversi metodi di analisi a seconda delle problematiche del paziente; aveva studiato le tecniche di ipnosi, e aveva tentato di applicarle su alcuni dei suoi pazienti.

«È molto curioso»disse «quanto, durante lo stato ipnotico, la gente esprima liberamente e facilmente le proprie reazioni ecompulsioni nascoste, e ogni volta che metto un paziente sotto ipnosi non posso fare a meno di continuare a notarne la stranezza. Sono sempre stato scrupolosamente onesto, ma sono molto consapevole dei gravi rischi dell’ipnosi, soprattutto se esercitata da persone non serie e da medici non attenti. L’ipnosi potrà anche essere una scorciatoia, ma credo che sia giustificata solo in certi casi particolarmente difficili: ci vuole tempo per curare un paziente, di solito almeno diversi mesi, ed è una faccenda molto stancante.

Qualche tempo fa,» proseguì «una paziente che avevo avuto in cura per qualche mese ritornò da me. Non era assolutamente una stupida; anzi, era molto colta e aveva numerosi interessi; e con straordinaria eccitazione e un sorriso che non le avevo mai visto, mi disse che un suo amico l’aveva convinta a partecipare ad alcune delle tue conversazioni. E mi raccontò che durante gli incontri con te, lei si sentì come sollevata dalle sue depressioni, che erano abbastanza gravi; e che la prima volta si sentì molto turbata: i pensieri e le parole erano come nuovi per lei e le sembravano contraddittori, e non voleva partecipare a una seconda conversazione; ma il suo amico le spiegò che questo era normale e che accadeva spesso, e che avrebbe dovuto ascoltare molte conversazioni prima di farsene un’idea. Alla fine, decise di partecipare a tutte, e, come ho appena detto, sentì come un senso di sollievo. Le tue parole sembravano aver toccato certe corde della sua coscienza profonda; e senza fare alcuno sforzo per liberarsi dalle sue frustrazioni e depressioni, si accorse che se ne erano andate: avevano semplicemente cessato di esistere. Questo è accaduto alcuni mesi fa; l’ho rivista l’altro giorno, e le sue depressioni si sono davvero risolte: ora è una persona normale e felice, in special modo sembra aver risolto la sua relazione con la famiglia, e le cose paiono procedere decisamente bene.

Questo è solo l’inizio» continuò. «Vedi, grazie alla mia paziente, ho letto alcuni dei tuoi insegnamenti, e in realtà vorrei parlarti di un’altra questione: esiste una maniera o un metodo attraverso il quale possiamo arrivare velocemente alla radice di tutta la sofferenza umana? Le nostre attuali tecniche prendono molto tempo e richiedono una considerevole indagine su un certo numero di pazienti, prima di poterne valutare i risultati e la validità.»

Posso chiederti cosa stai cercando di fare con i tuoi pazienti?

«Detto semplicemente, evitando il gergo psicanalitico, cerchiamo di aiutarli a superare le loro difficoltà e depressioni, in modo che possano reintegrarsi nella società.»

Pensi che sia molto importante aiutare la gente a riadattarsi alla nostra società corrotta?

«Potrà anche essere corrotta, ma la riforma della società non è un nostro problema: il nostro compito è aiutare il paziente a ritrovarsi di nuovo nel suo ambiente e a ritornare a essere un cittadino felice e produttivo. Trattiamo casi di persone che si allontanano dalla normalità, non vogliamo certo creare persone straordinarie, dei superuomini. Non credo che sia questo il nostro ruolo.»

Pensi di poter separare te stesso dal tuo ruolo? Non è forse anche il tuo ruolo che contribuirà a creare un ordine completamente nuovo, un mondo in cui non ci siano guerre, antagonismi, ansia di competere? Non pensi che tutte queste ansie e costrizioni siano responsabili di un ordinamento sociale tale da determinare il discostarsi dalla normalità di un grande numero di persone? Se cerchi solamente di aiutare l’individuo a conformarsi al modello sociale esistente, qui o da qualsiasi altra parte nel mondo, non stai forse eternando le cause stesse responsabili della frustrazione, della sofferenza e della distruzione?

«C’è certamente qualcosa di vero in quello che dici, ma in qualità di analista non credo che la mia categoria sia preparata a scavare così profondamente, fino alle radici della sofferenza umana.»

Allora sembra che tu sia interessato non allo sviluppo completo dell’uomo, ma solo a una piccola parte della sua coscienza totale. Curare una certa parte potrà anche essere necessario, ma senza la comprensione del processo totale dell’uomo possiamo solo causare altre forme di malattia: e questo non è un argomento puramente dialettico e speculativo, è un fatto ovvio che dovrebbe essere preso in considerazione, non solo dagli specialisti, ma da ognuno di noi.

«Stai affrontando argomenti molto profondi ai quali non sono abituato, e mi ritrovo oltre la mia capacità di comprensione. Ho pensato solo marginalmente a queste eventualità, e a cosanoi si stia davvero cercando di ottenere con i nostri pazienti, a parte le solite procedure di routine. Vedi, molti di noi non posseggono né l’inclinazione né il tempo necessario per studiare tali argomenti; anche se a questo punto, credo che dovremmo veramente studiare e comprendere questi temi se vogliamo liberare noi stessi e aiutare i nostri pazienti ad affrancarsi dalla confusione e dalla sofferenza della civiltà occidentale contemporanea.»

La confusione e la sofferenza non sono solo dell’Occidente: gli esseri umani di tutto il mondo condividono la medesima situazione, poiché il problema dell’individuo è il problema del mondo; non si tratta di due processi distinti e separati. Siamo interessati al problema dell’essere umano, sia che viva in Oriente sia che viva in Occidente, suddivisione geografica peraltro assolutamente arbitraria; e l’intera coscienza umana riguarda Dio, la morte, un’esistenza giusta e felice, i bambini e la loro educazione, la guerra e la pace: senza una serena comprensione, non potrà mai esistere alcuna cura per l’uomo.

«Tu hai ragione, ma io credo che solo pochi siano veramente capaci di un’indagine così ampia e profonda: la maggior parte di noi è educata nel modo sbagliato. Diventiamo specialisti, tecnici, il che ha la sua utilità, ma sfortunatamente lì si resta, e non si va oltre: che la sua specialità sia il cuore o il tutto, ogni specialista si costruisce il proprio piccolo paradiso, così come i preti, e se anche occasionalmente potrà loro capitare di leggere qualcosa di diverso, lì resteranno fino alla morte. Hai ragione, ma la realtà purtroppo è questa. Ora, però, vorrei tornare alla mia domanda: esiste un metodo o una tecnica attraverso cui si possa arrivare direttamente alla causa delle nostre sofferenze, soprattutto quelle dei pazienti, e riuscire quindi a sradicarle in modo rapido e veloce?»

Di nuovo, se posso chiedertelo, perché continui a pensare in termini di metodi e tecniche? Un metodo o una tecnica possono rendere l’uomo libero, o invece non faranno altro che modellarlo e conformarlo all’interno dei limiti di un fine desiderato? E questo fine, essendo l’opposto delle ansie, delle paure, delle frustrazioni, delle pressioni dell’uomo, ne diventa a sua volta il risultato: poiché la reazione degli opposti non è la vera azione, sia nel mondo economico sia in quello psicologico. A parte la tecnica e il metodo, deve esistere un altro fattore che aiuti realmente l’uomo.

«E qual è?»

Forse l’amore.

41. Purificato dal passato

Una strada molto ben curata arrivava fino ai piedi della collina, e da lì partiva un sentiero. Sulla sommità della collina si stagliavano le rovine di una fortezza molto antica; migliaia di anni fa doveva essere stato un luogo formidabile: una fortezza di rocce giganti, di imponenti sale colonnate dai pavimenti di mosaico, dai bagni di marmo e dalle splendide stanze. Più ci si avvicinava alla cittadella, più alte e spesse diventavano le sue mura. Doveva essere stata difesa vigorosamente; ciò nonostante, era stata conquistata, distrutta e ricostruita. Le mura esterne erano fatte di enormi blocchi di roccia, semplicemente appoggiati l’uno sull’altro, senza malta; all’interno delle mura c’era un antico pozzo, profondo molti metri, con una scala per scendervi: i gradini erano lisci e scivolosi, e i bordi del pozzo brillanti di umidità. Ora era tutto in rovina, ma la vista meravigliosa che si godeva dalla sommità della collina era rimasta intatta: a sinistra in lontananza si vedeva il luccichio del mare, che costeggiava grandi pianure aperte, e dietro, a fare da sfondo, le colline. In quei giorni lontani, le due colline più piccole e vicine furono anch’esse fortezze, anche se poca cosa a paragone di questa nobile cittadella che sovrastava l’intero paesaggio. Era una mattina splendida, e la brezza proveniente dal mare agitava i fiori che crescevano spontanei tra le rovine: erano fiori molto belli, dai colori intensi e vivaci, spuntati in posti straordinari, sulle rocce, tra le crepe delle mura crollate e nei cortili. Erano cresciuti lì, liberi e selvaggi, per innumerevoli secoli, e, poiché affollavano il sentiero, sembrava un sacrilegio persino calpestarli; era il loro mondo, e noi eravamo degli intrusi; ma loro non sembravano accorgersene.

La vista dalla sommità di questa collina non era però mozzafiato, come altri panorami: visioni che annullano la coscienza attraverso la grandiosità e il silenzio. Qui non era così. Era una sorta di incanto soffuso di pace, delicato e pervasivo; qui si poteva vivere senza tempo, senza un passato e senza un futuro, perché si diventava una cosa sola con questo mondo interamente estatico; non eri più un essere umano, uno straniero appartenente ad altri luoghi: eri quelle colline, quelle capre, e il guardiano delle capre. Tu eri il cielo e la terra in fiore; non eri altro dal mondo: tu eri del mondo, ma non ne eri consapevole, non più di quanto non lo fossero quei fiori. Tu eri quei campi splendenti, il mare azzurro, e il treno lontano con i suoi passeggeri: non esistevi più tu che scegli, confronti, agisci e ricerchi; tu eri con tutto, in tutto, eri tutto.

Alcuni dissero che era troppo tardi e che bisognava affrettarsi; così scendemmo lungo il sentiero dall’altro lato della collina, e proseguimmo seguendo la strada che portava al mare.

Eravamo seduti sotto un albero: stava raccontando di quando, negli anni tra le due guerre mondiali, aveva lavorato in diverse parti d’Europa, da giovane e in età adulta. Durante la Seconda guerra mondiale, non aveva una casa, era spesso affamato, e aveva rischiato più volte di essere ucciso dai vari eserciti conquistatori; aveva anche trascorso notti in prigione, dove era stato tenuto sveglio e torturato, perché nel suo vagabondare aveva perso il passaporto, e nessuno credeva alle sue sincere affermazioni su dove fosse nato e quale fosse il suo paese. Parlava molte lingue, era stato un ingegnere; si era quindi dedicato ad altre attività, e ora dipingeva. Finalmente aveva un passaporto, disse con un sorriso, e un posto dove stare.

«Ci sono molte persone come me, che sono state distrutte e che sono riuscite di nuovo a tornare alla vita» proseguì. «Non rinnego niente, ma è come se in qualche modo avessi perso il contatto intimo con la vita, almeno con quello che chiamiamo vita. Sono stufo di eserciti e re, bandiere e politica: hanno causato tanti danni e sofferenze quanti la nostra religione ufficiale, che ha determinato così tanto spargimento di sangue, più di qualsiasi altra cosa; neppure il mondo musulmano può competere con noi per violenza e orrori, e ora siamo di nuovo daccapo. Una volta ero molto cinico, ma anche questo mio atteggiamento è cambiato. Vivo solo, perché mia moglie e mio figlio sono morti durante la guerra, e qualsiasi nazione va bene per me, basta che abbia un clima abbastanza caldo. Non mi interessa vivere in un modo o nell’altro: ogni tanto vendo i miei quadri, e questo mi basta per tirare avanti. Talvolta sembra difficile sopravvivere, ma succede sempre qualcosa, e siccome le mie esigenze sono modeste, non sono mai molto preoccupato per i soldi. Sono un monaco nel cuore, ma fuori sono la prigione di un monastero. Ti sto dicendo tutto questo, non certo per dilungarmi inutilmente su di me, ma per darti un’idea dei miei trascorsi, perché parlando con te vorrei poter comprendere qualcosa che per me è diventato di vitale importanza. Non mi interessa altro a tal punto, neanche i miei dipinti.

Un giorno mi avviai verso le colline con la mia attrezzatura, perché avevo visto qualcosa da quelle parti che mi sarebbe piaciuto dipingere. Quando arrivai nel luogo che volevo raggiungere era ancora molto presto, e pochissime nuvole solcavano il cielo: da dove mi trovavo potevo vedere, oltre la vallata, il mare luminoso. Ero molto felice di essere lì da solo, e incominciai a dipingere; doveva esser passato del tempo, e la mia attività procedeva meravigliosamente, senza alcuno sforzo o fatica, quando diventai d’un tratto consapevole che qualcosa stava come prendendo postp nella mia mente, se posso metterla così. Ero così assorbito dalla pittura che per un attimo non mi accorsi di quel che mi stava succedendo; poi me ne resi conto. Non potei continuare a dipingere, e dovetti sedermi immobile e in silenzio.»

Dopo un momento di pausa, continuò. «Non pensare che io sia pazzo, perché non lo sono: ma mentre stavo lì seduto sentivo come un’energia creativa straordinaria. Non ero io a essere creativo, ma qualcosa dentro di me, qualcosa che era presente nello stesso momento anche in quelle formiche che passavano e in quello scoiattolo sempre in movimento. Non credo di riuscire a spiegarti molto bene come mi sentivo, ma sicuramente tu capirai cosa intendo: non era la creatività di qualcuno che scrive una poesia, o la mia quando dipingo uno stupido quadro; era solo creazione, pura e semplice, e le cose prodotte dalla mente o dalle mani erano ai bordi esterni di questa creazione, e contavano molto poco. Mi sembrava di esservi immerso; c’era una sorta di sacralità che la riguardava, una benedizione. Se dovessi dirlo in modo religioso,direi... Ma non voglio dirlo. Le parole della religione mi si bloccano in gola, non hanno più alcun significato per me. Era come il centro della Creazione, era Dio... Di nuovo queste parole! Ma ti dico, era qualcosa di santo, non la santità creata dall’uomo nelle chiese, con l’incenso e gli inni, tutte assurdità senza senso. Era qualcosa di incontaminato, di non pensato, e le lacrime scorrevano copiose lungo le mie guance; era come se stessi lavando via tutto il mio passato.»

Lo scoiattolo aveva finalmente smesso di agitarsi per procurarsi il pasto successivo, e c’era un silenzio incredibile: non quello della notte, quando tutto dorme, ma un silenzio in cui tutto era sveglio.

«Devo essere rimasto seduto lì, senza muovermi, per molto tempo, poiché il sole era già a ovest; ero indolenzito, una gamba mi si era addormentata, e riuscivo a stare in piedi con difficoltà. Non sto esagerando, ma il tempo sembrava essersi fermato; o piuttosto: il tempo non esisteva più. Non avevo l’orologio, ma dovevano essere trascorse diverse ore dal momento in cui avevo posato il mio pennello all’istante in cui mi ero alzato. Non ero isterico, né avevo perso conoscenza, come qualcuno potrebbe pensare; al contrario, ero estremamente vigile e consapevole di tutto ciò che accadeva intorno a me. Raccolsi tutte le mie cose, le infilai con molta cura nel mio zaino e me ne andai, e in quello stato straordinario mi diressi verso casa. Tutti i rumori della piccola città non riuscivano ad alterare in alcun modo il mio stato, che durò per molte ore dopo che arrivai a casa. Quando mi svegliai la mattina seguente, era completamente svanito; guardai il mio dipinto: era buono, ma nulla di eccezionale.

Scusa se ho parlato così a lungo,» concluse «ma questa esperienza è stata chiusa in me per così tanto tempo, e non avrei potuto parlarne con nessun altro. Se l’avessi fatto, avrebbero chiamato un prete, o mi avrebbero suggerito uno psicologo. Non ti sto chiedendo una spiegazione, ma come è possibile che sia accaduta una cosa del genere? Quali sono le circostanze necessarie affinché si verifichi?»

Me lo stai chiedendo perché vorresti sperimentare nuovamente quello stato, vero?

«Penso che sia la ragione nascosta della mia domanda, ma...»

Per favore, cerchiamo di procedere oltre questo punto. La cosa importante non è che sia accaduto, ma che tu non ti metta a inseguire. L’avidità porta arroganza, e invece è necessaria l’umiltà. Non puoi coltivare l’umiltà; se lo facessi, non sarebbe più umiltà, ma un’altra forma di possesso. È importante che ci sia innocenza, libertà dalla memoria dell’esperienza, positiva o negativa, piacevole o dolorosa, e non che tu abbia un’altra esperienza del genere.

«Buon Dio, mi stai dicendo di dimenticare qualcosa che è diventato di un’importanza eccezionale per me: mi stai chiedendo l’impossibile. Non posso dimenticare, e nemmeno lo voglio.»

Sì, è difficile. Per favore, ascolta con pazienza e cerca di guardare dentro di te. Cos’hai ora? Un ricordo morto; mentre accadeva era una cosa viva e non c’era nessun «io» per sperimentare quella cosa viva, nessuna memoria che si potesse aggrappare a ciò che era stato. La tua mente si trovava in uno stato di innocenza, senza cercare, chiedere, o trattenere; era libera; ma ora stai cercando e ti stai aggrappando al passato morto. Si, è morto; il tuo ricordo lo ha distrutto e sta creando il conflitto della dualità, il conflitto tra ciò che è stato e ciò che speri. E stai vivendo nell’oscurità, perché il conflitto è morte. Un tale stato si verifica quando il sé è assente; ma il ricordo, il desiderio sfrenato di ottenere ancora di più, rafforza l’“io” e impedisce alla realtà vivente di palesarsi di nuovo.

«Allora come faccio a liberarmi da questo ricordo straordinario?»

Ancora, la tua domanda indica il desiderio di ricatturare quello stato: tu vuoi liberarti dal ricordo di quello stato per avere la possibilità di sperimentarlo ancora, così il desiderio sfrenato resta, anche se dici di voler dimenticare ciò che hai vissuto. Il tuo desiderio senza limiti per quello stato straordinario è simile a quello dell’uomo assuefatto al bere o alla droga: ciò che è veramente importante è arrivare alla comprensione di questo desiderio sfrenato e riuscire a dissolverlo spontaneamente e senza resistenza, senza l’azione della volontà; non devi ricercare un’ulteriore esperienza di quella realtà.

«Vuoi dire che il solo ricordare quello stato, e la mia ansia intensa di riprovarlo, stanno impedendo che si verifichi ancora qualcosa di simile o forse di natura diversa? Non devo fare qualcosa, a livello conscio o inconscio, per facilitarne il ritorno?»

Se hai compreso veramente, questo è tutto.

«Mi stai chiedendo una cosa quasi impossibile: ma nella vita non si sa mai.»

42. Autorità e cooperazione

Raccontò di essere stata la segretaria di un alto dirigente, e di aver lavorato con lui per molti anni: il suo modo di fare e le sue parole facevano trasparire una vera attitudine a una grande efficienza. Aveva messo da parte una considerevole somma di denaro che le aveva permesso di lasciare quel lavoro da un paio d’anni, per soddisfare finalmente un suo grande desiderio: aiutare il mondo. Ancora giovane e vitale, voleva dedicare il resto della sua vita a qualcosa che ne valesse la pena, così aveva incominciato a prendere in considerazione le varie possibilità che le potevano offrire le organizzazioni spirituali. Prima di andare all’università era stata educata in un convento, ma gli insegnamenti lì ricevuti ora le sembravano limitati, dogmatici e autoritari, e naturalmente lei non si sentiva di appartenere a questo genere di istituzioni religiose. Dopo aver riflettuto sulle opportunità offerte da molte altre organizzazioni, aveva alla fine optato per quella che le sembrava essere la più aperta e significativa: ora era attiva e impegnata a un livello molto alto in questa organizzazione, e collaborava con uno dei suoi dirigenti.

«Finalmente ho trovato qualcosa che offre una spiegazione soddisfacente alle domande sull’esistenza» disse. «Naturalmente anche questa organizzazione fa discendere la propria autorità dai maestri, ma uno non è obbligato a credere, può succedere, ma anche no; appartengo al gruppo interno, e come sai, pratichiamo alcune forme di meditazione. Recentemente ci sono state pochissime iniziazioni da parte dei maestri, non tante come qualche tempo fa: sono molto più cauti nell’elargirle, in questo periodo.»

Posso chiederti perché stai spiegando tutto questo?

«Ero presente l’altro pomeriggio alla discussione in cui si diceva che conformarsi è male. Ho partecipato finora a molte discussioni, e naturalmente sono turbata da quello che è stato detto. Vedi, lavorare per i maestri non significa necessariamente conformarsi: esiste l’autorità, ma siamo noi che ne abbiamo bisogno. Loro non ci richiedono obbedienza, però noi gliela offriamo comunque, a loro o ai loro rappresentanti.»

Se, come hai detto, hai preso parte alle discussioni, non pensi che quello che stai dicendo ora sia abbastanza immaturo? Prendere rifugio nei maestri o nei loro rappresentanti, la cui autorità deve essere basata sulle loro scelte autonome di dovere e piacere, è essenzialmente la stessa cosa che prendere rifugio nell’autorità della Chiesa, non credi? Una scelta può essere considerata più limitata e l’altra più aperta, ma riconoscerai che entrambe sono cogenti e condizionanti. Quando siamo confusi cerchiamo una guida, ma ciò che troveremo non potrà che essere invariabilmente il risultato della nostra confusione. Il leader è altrettanto confuso del proprio seguace che, nel suo conflitto e nella sua sofferenza, ha scelto il leader. Seguire un altro, che sia un leader, un salvatore, o un maestro, non conduce certo alla chiarezza e alla felicità. Solamente con la comprensione della confusione e della sua causa potremo realizzare la libertà dal conflitto e dalla sofferenza. Questo sembra abbastanza ovvio, non ti pare?

«Porse potrà esserlo per te, ma io continuo a non comprendere. Abbiamo bisogno di lavorare nei giusti confini, e coloro che sanno possono elaborare progetti per la nostra guida: e questo non significa necessariamente conformarsi in modo cieco.»

Non esiste un modo illuminato di conformarsi; tutto il conformarsi è male; l’autorità corrompe, sia a livelli alti sia in ambiti più superficiali; le persone di poco valore non vengono migliorate e rese più valide conformandosi a un altro, per quanto grande e nobile egli possa essere.

«Mi piace collaborare con i miei compagni, lavorando per qualcosa che abbia un significato a livello mondiale. Per lavorare insieme, abbiamo bisogno di essere guidati da una qualche autorità.»

Ma è cooperazione quando c’è l’influenza costrittiva dell’autorità, per quanto piacevole o spiacevole possa essere? Possiamo parlare di collaborazione quando stai lavorando a un progetto che è stato pensato ed elaborato da un altro? Non ti stai invece consciamente o inconsciamente conformando attraversola paura, e la speranza di una ricompensa? E la conformità è cooperazione? Quando l’autorità è sopra di te, benevola o tirannica, può forse esserci cooperazione? Sicuramente, la cooperazione si realizza solo quando c’è l’amore per la cosa in se stessa, senza la paura della punizione o del fallimento, e senza la fame del successo o di un riconoscimento. La cooperazione è possibile solo quando c’è la libertà dall’invidia, dalla brama di possesso, e dal desiderio sfrenato per il dominio personale o collettivo, per il potere.

«Ma non sei un po’ troppo drastico nell’affrontare tali questioni? Niente potrà mai essere ottenuto se prima dovessimo aspettare di esserci liberati da tutte queste cause interne, che sono ovviamente il male.»

Ma cosa stai ottenendo ora? Per fare sì che si realizzi un mondo migliore, occorrono una grande serietà e onestà e una rivoluzione interiore; o almeno dovrà esserci qualcuno che non perpetui inconsciamente o consciamente il conflitto e la sofferenza. L’ambizione personale e l’ambizione collettiva devono essere abbandonate, poiché l’ambizione in ogni sua forma impedisce l’amore.

«Sono troppo turbata da quello che hai detto, e spero di riuscire a tornare un altro giorno, quando sarò più calma.»

Ritornò molti giorni dopo.

«Dopo averti visto me ne sono andata via da sola per ripensare con oggettività e chiarezza, e ho trascorso molte notti insonni. I miei amici mi avevano messo in guardia da te, e mi avevano consigliato di cercare di non farmi turbare troppo da ciò che avevi detto, ma non ci sono riuscita, e dovevo sistemare alcune cose. Allora ho letto alcuni dei tuoi discorsi con un atteggiamento più attento, senza alzare il livello della mia resistenza, e le cose si sono chiarite. Non c’è alcun pentimento, e non sto drammatizzando: ho dato le dimissioni dall’organizzazione, con tutto quello che una scelta del genere comporta. I miei amici sono sconvolti, e pensano che comunque tornerò sui miei passi; ma temo di no. Ho agito così perché vedo la verità di ciò che è stato detto. Vedremo che succederà ora.»

43. Mediocrità

La tempesta era durata diversi giorni, con venti forti e piogge torrenziali: la terra riarsa aveva assorbito tutta l’acqua, e la polvere di molte estati era stata lavata via dagli alberi. Erano anni che non pioveva a sufficienza in questa parte del paese, ma ora sembrava che il cielo si fosse finalmente deciso, o almeno tutti l’avevano sperato, e la felicità sembrava cantare nel rumore della pioggia scrosciante e delle acque rombanti. Stava ancora piovendo quando andammo tutti a letto, e il tamburellio della pioggia sul tetto era molto forte: aveva un ritmo, sembrava una danza, e conteneva il mormorio di molti ruscelli. Il giorno dopo: che mattina meravigliosa! Le nuvole se n’erano andate, e le colline intorno erano splendenti nel sole mattutino; erano state lavate di fresco, e nell’aria si respirava come una sorta di benedizione. Nulla si era ancora risvegliato, e solo le cime delle colline più alte risplendevano delle prime luci dell’alba. In pochi minuti il giorno con il suo rumore sarebbe incominciato; ma ora c’era una grande pace nella vallata, malgrado i torrenti continuassero a gorgogliare e un gallo in lontananza stesse già cantando. Tutti i colori erano tornati vivi; tutto era così acceso: l’erba appena spuntata e l’albero enorme che sembrava dominare la valle. C’era come una nuova vita, e pareva caratterizzata dall’abbondanza; ora le divinità avrebbero ricevuto le loro offerte, portate con gioia e libertà; ora i campi si sarebbero arricchiti del riso maturo, e il foraggio sarebbe stato copioso per le mucche e le capre; ora i pozzi sarebbero stati pieni, e i matrimoni celebrati con felicità. La terra era rossa, e ci sarebbero stati festeggiamenti.

«Sono molto consapevole dello stato della mia mente»spiegò. «Sono stato all’università e ho ricevuto quella che chiamiamo educazione, e mi sono dedicato moltissimo alla lettura. Politicamente ho militato nell’estrema sinistra, e conosco bene la loro letteratura; anche se purtroppo ormai ritengo che il partito sia diventato come una qualsiasi organizzazione di stampo religioso; si è trasformato in quello che il cattolicesimo è stato e continua a essere, con le scomuniche, le minacce e le limitazioni della libertà. Per un certo periodo mi sono impegnato nella politica, e vi ho profuso grande ambizione, sperando in un mondo migliore; ma sono riuscito a vedere oltre l’inganno, anche se sarei comunque potuto andare avanti nella mia militanza. Tempo fa mi sono reso conto che una vera riforma non passa attraverso la politica: poiché politica e religione non si fondono. So bene che diciamo che dovremmo portare la religione nella politica; ma nel momento in cui lo facciamo, non è più religione, diventa solamente un’assurdità. Dio non ci parla con la terminologia della politica, ma noi ci creiamo il nostro Dio secondo il nostro condizionamento politico o economico.

Ma non sono venuto per discutere di politica con te, e tu hai ragione a rifiutarti di parlarne. Sono venuto per raccontarti di qualcosa che mi sta letteralmente divorando. E altra sera tu hai parlato riguardo la mediocrità: ascoltavo, ma non riuscivo a trattenere nulla dentro di me, perché ero troppo turbato; e mentre parlavi, la parola «mediocrità» mi ha colpito con molta forza. Non ho mai pensato a me come a una persona mediocre; e non sto usando questa parola in senso sociale, anche perché, come tu stesso hai sottolineato, non ha niente a che fare con le differenze di classe o economiche odi nascita.»

Infatti: la mediocrità sta completamente al di fuori dall’ambito di arbitrarie suddivisioni sociali.

«Questo è molto chiaro. Se non ricordo male, hai anche detto che l’unico vero rivoluzionario è la persona autenticamente religiosa, e che una tale persona non è certo mediocre; sto parlando della mediocrità della mente, non di caratteristiche che riguardino la professione o la posizione sociale. Anche coloro che occupano le posizioni più alte e potenti, o che hanno delle professioni straordinarie e interessanti, possono comunque essere mediocri. Non ho una posizione di prestigio né un’occupazione stimolante, e sono consapevole dello stato della mia mente: è semplicemente mediocre. Nonostante abbia studiato le filosofie occidentali e orientali, e mi sia interessato a molti altri argomenti e discipline, mi rendo conto che la mia mente è decisamente ordinaria; mi riconosco alcune notevoli capacità di pensiero logico, ma la mia mente resta comunque mediocre e per nulla creativa.»

Quindi qual è il problema?

«Per prima cosa, mi vergogno molto dello stato in cui mi trovo, della mia totale stupidità, e lo dico senza alcuna autocommiserazione. A dispetto di tutte le mie letture, vedo con molta chiarezza che dentro di me c’è un’assoluta mancanza di creatività nel senso più autentico della parola. Eppure deve essere possibile sperimentare quella creatività di cui parlavi l’altro giorno; ma da che parte bisogna incominciare? È una domanda troppo brusca?»

Possiamo cercare di affrontare questo problema in maniera molto semplice? Cosa rende mediocri il nostro cuore e la nostra mente? Una persona può avere conoscenze enciclopediche e grandi capacità; ma al di là di acquisizioni generiche e talenti superficiali, cosa rende la mente profondamente stupida? E, in ogni caso, la mente può essere qualcosa di diverso da ciò che è sempre stata?

«Sto incominciando a vedere che la mente, anche se intelligente, anche se brillante, può pure essere stupida. Non può diventare qualcos’altro, poiché sarà sempre ciò che è: potrà anche essere infinitamente abile a ragionare, speculare, progettare, calcolare; ma per quanto si possa espandere, continuerà a restare all’interno dei suoi stessi confini. Ora ho colto il significato della tua domanda: stai chiedendo se la mente, capace di imprese così sbalorditive, possa trascendere se stessa tramite la propria volontà e il proprio sforzo.»

Questa è una delle domande che sorgono spontanee. Anche se brillante e capace, nel momento in cui la mente continua a restare mediocre, potrà mai andare oltre se stessa solo tramite la sua stessa volizione? La condanna pura e semplice della mediocrità, con tutto ciò che comporta, non potrà in alcun modo cambiare la realtà della mediocrità della mente. E una volta che la condanna, con tutte le implicazioni che l’accompagnano, si sarà esaurita, avremo poi comunque raggiunto uno stato che ci renderà possibile scoprire cosa determini lo stato di mediocrità? Cerchiamo di comprendere il significato di questa parola. Uno dei fattori della mediocrità non è forse l’impulso ad acquisire, a ottenere un risultato, ad avere successo? E quando desideriamo diventare creativi, stiamo ancora trattando l’argomento da un punto di vista superficiale, giusto? Io sono questo, che vuole tramutarsi in quello, e allora chiedo come; ma nel momento stesso in cui la creatività diventa un risultato da raggiungere, qualcosa per cui lottare al fine di ottenerla, significa che la mente l’avrà già circoscritta nei confini della sua condizione: e questo è il processo che dobbiamo comprendere, invece di tentare di cambiare la mediocrità in qualcos’altro.

«Vuoi dire che ogni sforzo su una qualsiasi parte della mente per cambiare ciò che è, conduce semplicemente alla perpetuazione della mente stessa in un’altra forma, e quindi non porterà mai ad alcun cambiamento?»

È proprio così, non sei d’accordo? La mente ha determinato il suo stato attuale con il suo stesso sforzo, attraverso i suoi desideri e le sue paure, le sue speranze, gioie e sofferenze; e qualsiasi tentativo su una sua parte per cercare di cambiare quello stato sarà ancora nella stessa direzione: una mente limitata che cerca di non esserlo, resta comunque una mente limitata. Il problema è sicuramente la cessazione di tutti gli sforzi sulla parte della mente che vuole essere qualcosa, in qualsiasi direzione.

«Naturalmente. Ma questo non implica qualcosa che va in senso opposto, uno stato di vacuità?»

Se si ascoltano solo le parole senza cercare di catturarne il significato, senza sperimentare ed esperire, allora le conclusioni non avranno alcuna validità.

«Quindi la creatività non può essere strenuamente perseguita; non può essere imparata, praticata, o determinata tramite una qualsivoglia azione, o forma di costrizione. Vedo la verità di tutto questo. Vorrei cercare, se posso, di pensare ad alta voce e di elaborare con te ciò che è stato detto finora: la mia mente, che si è vergognata della sua mediocrità, è ora consapevole del significato della condanna. L’atteggiamento di condanna è determinato dal desiderio di cambiamento; ma questo stesso desiderio di cambiamento è il risultato della limitatezza, perciò la mente è ancora ciò che era e non si potrà verificare alcun cambiamento. Fino a qui mi sembra di aver capito.»

Qual è lo stato della mente quando non sta cercando di cambiarsi, di diventare qualcos’altro?

«Accetta ciò che è.»

L’accettazione implica l’esistenza di un’entità che accetti, giusto? E allora questa accettazione non è ancora una forma di sforzo per acquisire di più, sperimentare di più? Si è quindi instaurato di nuovo un conflitto di dualità, il che non fa che reiterare il problema: perché è il conflitto che alimenta la mediocrità di mente e cuore. La libertà dalla mediocrità è quello stato che arriva in essere quando tutti i conflitti si sono esauriti; ma l’accettazione non è altro che rassegnazione. O forse la parola «accettazione» ha per te un altro significato?

«Riesco a vedere le implicazioni dell’accettazione, dal momento che mi hai svelato una nuova interpretazione del suo significato. Ma qual è lo stato della mente che smette di accettare e condannare?»

Perché lo chiedi? È una cosa che va scoperta, non semplicemente spiegata.

«Non sto cercando una spiegazione né voglio essere speculativo; ma mi chiedo se la mente riesca a essere immobile, senza alcun movimento, e al contempo inconsapevole della propria immobilità.»

Esserne consapevoli alimenta il conflitto di dualità, giusto?

44. Insegnamento positivo e negativo

Il sentiero era accidentato e polveroso, e scendeva verso una piccola cittadina. Sui fianchi della collina si potevano vedere solo rari alberi: la maggior parte era stata tagliata per farne legna da ardere, e bisognava arrampicarsi fino a una certa altezza per raggiungerne uno e godere di un po’ di ombra. Verso la cima della collina gli alberi non erano più contorti e maltrattati dall’uomo: crescevano in tutta la loro altezza, con rami robusti e fogliame fitto. C’era chi tagliava un ramo per dar da mangiare le foglie alle capre; e quando il ramo era completamente spoglio, lo usava per arderlo. Alle pendici della collina scarseggiava la legna, e ora gli uomini stavano salendo sempre più su, distruggendo tutto. Le piogge non erano state copiose come al solito; la popolazione stava diventando sempre più numerosa, e le persone dovevano sopravvivere: c’era la fame, e si viveva nell’indifferenza, così come si moriva. Non si vedevano più animali selvatici a quest’altitudine, dovevano essere saliti più in alto; c’erano solo alcuni uccelli che si aggiravano tra i cespugli: persino loro sembravano sfiniti, alcuni erano spennacchiati. Una ghiandaia bianca e nera emise un grido sguaiato volando da un ramo all’altro di un albero solitario.

Stava diventando molto caldo, e avrebbe fatto ancora più caldo a mezzogiorno. Per anni aveva piovuto pochissimo; la terra era riarsa e spaccata, i rari alberi ricoperti da una polvere bruna, e nemmeno la rugiada del mattino riusciva a condensarsi: il sole era implacabile, giorno dopo giorno, mese dopo mese; e l’improbabile stagione delle piogge di là da venire. Alcune capre risalirono la collina, custodite da un ragazzo: era sorpreso di trovare qualcuno da quelle parti, ma non sorrise, e con uno sguardo grave seguì le capre. Era un luogo solitario, e su tutto incombeva il silenzio dell’immensa calura che stava per arrivare.

Due donne discesero il sentiero trasportando sul capo legna da ardere: una era anziana e l’altra abbastanza giovane, e i carichi che portavano sembravano molto pesanti; ognuna teneva sul capo, protetto da una stoffa arrotolata, una lunga fascina di rami secchi legati da un ramo verde di rampicante mantenuta in equilibrio con il tocco leggero di una mano. I loro corpi ondeggiavano flessuosi mentre scendevano la collina con un’andatura veloce e leggera; ai piedi non indossavano nulla, sebbene il sentiero fosse impervio. I piedi sembravano trovare da soli la propria strada: le donne non guardavano mai il sentiero; tenevano le loro teste molto erette, gli occhi iniettati di sangue e lo sguardo distante. Erano molto magre, le costole in evidenza, e i capelli della donna più anziana erano sporchi e arruffati; i capelli della ragazza, invece, dovevano essere stati lavati e profumati con oli di recente, poiché si notavano ancora alcune ciocche pulite e lucenti; ma anch’ella era sfinita, e intorno a lei si poteva quasi tastare la stanchezza. Non molto tempo prima doveva aver cantato e giocato con altri bimbi, ma adesso era tutto finito: ora, raccogliere legna sulle colline era la sua vita, e lo sarebbe stata fino al giorno della sua morte, con una tregua per ogni bambino che avrebbe dato alla luce.

Tutti scendevamo giù per il sentiero. La piccola cittadina di campagna era molto lontana, e lì le due donne avrebbero venduto il loro carico per pochi soldi, solo per ricominciare tutto il giorno seguente. Chiacchieravano, con lunghi intervalli di silenzio; d’un tratto la giovane disse alla madre che aveva fame, e la madre le rispose che erano nati con la fame, vissuti con la fame, e sarebbero morti con la fame: questo era il loro destino. Era una semplice constatazione: la sua voce non tradiva alcun rimprovero, alcuna rabbia, nessuna speranza. Continuammo a scendere per il sentiero pieno di sassi. Non c’era alcun osservatore che le ascoltasse, le compiangesse, o camminasse dietro di loro; non era una parte di loro per amore o compassione; l’osservatore era loro: egli aveva cessato di esistere e loro erano. Non erano più le estranee che aveva incrociato sulla collina: le due donne erano lui; sue erano le mani che tenevano le fascine; e il sudore, lo sfinimento, l’odore, la fame, non appartenevano più alle donne, ma erano un comune dolore da condividere. Il tempo e lo spazio erano cessati. Non c’era alcun pensiero nelle nostre teste, troppo stanche per pensare; e se anche fossimo riusciti a formulare un pensiero, avremmo pensato a vendere la legna, mangiare, riposare, e a ricominciare tutto da capo. I piedi sul sentiero accidentato non dolevano, né bruciava il sole alto nel cielo: c’erano solo due di noi che discendevano la collina ormai familiare, passavano davanti al solito pozzo dove sostavamo sempre per bere, e che attraversavano il letto asciutto di un torrente conosciuto.

«Ho letto alcuni dei tuoi discorsi e ascoltato qualche tua conversazione,» disse «e secondo me quello che dici è molto negativo: non c’è alcuna impostazione, nessun modo positivo di affrontare la vita. Questa visione orientale è assolutamente distruttiva, e guarda a cosa è approdato l’Oriente. Il tuo atteggiamento negativo, e soprattutto la tua insistenza sulla necessità dell’esistenza della libertà da ogni pensiero, è molto fuorviante per noi occidentali, che siamo attivi e produttivi per temperamento e necessità. I tuoi insegnamenti sono assolutamente contrari al nostro stile di vita.»

Vorrei innanzitutto sottolineare che la divisione tra Est e Ovest è puramente geografica e arbitraria: non ha una valenza reale; che si viva a est o a ovest di una certa linea, che si sia neri, bianchi o gialli, siamo tutti esseri umani, che soffrono e sperano, spaventati e portati a credere; la gioia e il dolore esistono da ogni parte. Il pensiero non è dell’Est o dell’Ovest, ma l’uomolo suddivide a seconda del proprio condizionamento; l’amore non è geografico, considerato sacro in un continente e rinnegato in un altro. La suddivisione degli esseri umani segue obiettivi economici e di sfruttamento, anche se non significa che gli individui non siano differenti nel temperamento o in altre caratteristiche; esistono similitudini e differenze. Ma tutto questo è abbastanza ovvio e reale, anche da un punto di vista psicologico, non credi?

«Forse sarà ovvio per te, ma la nostra cultura, il nostro modo di vivere sono completamente differenti da quelli orientali. Le nostre conoscenze scientifiche, che si sono sviluppate sin dall’antica Grecia, ora sono immense. L’Oriente e l’Occidente stanno percorrendo due binari diversi.»

Tenendo ben presenti le differenze, dobbiamo cercare di renderci conto delle somiglianze. Le manifestazioni esterne possono variare, ma dietro diverse forme ed espressioni, gli stimoli, le costrizioni, i desideri e le paure restano invece molto simili. Non facciamoci ingannare dalle parole: sia in Oriente sia in Occidente gli uomini vogliono la pace e l’abbondanza, e sperano di trovare qualcosa di più della felicità materiale. La civilizzazione può differenziarsi a seconda del clima, dell’ambiente, del cibo, e di altre variabili; ma in tutto il mondo la cultura è essenzialmente la stessa: essere compassionevoli, evitare il male, essere generosi, non essere invidiosi, perdonare. Senza questa cultura fondamentale, qualsiasi civiltà, a est o a ovest, si disintegrerebbe o verrebbe distrutta. La conoscenza può essere acquisita da tutti, anche dai popoli che riteniamo arretrati: anch’essi in breve tempo possono imparare il cosiddetto know-how dell’Occidente; anch’essi possono diventare guerrafondai, generali, avvocati, poliziotti, tiranni, con campi di concentramento e tutto ciò che ne consegue. Ma la cultura è tutta un’altra faccenda: l’amore di Dio e la libertà dell’uomo non si possono ottenere facilmente e, senza queste fondamentali prerogative, il benessere materiale viene a contare ben poco.

«Hai ragione, ma vorrei che considerassi ciò che ho detto riguardo alla negatività dei tuoi insegnamenti. Vorrei davvero comprenderli, e non pensare che io sia scortese perché sono molto diretto nelle mie affermazioni.»

Cosa è negativo e cosa è positivo? La maggior parte di noi è abituata a farsi dire cosa deve fare; quindi, il dare e il seguire direttive vengono considerati un insegnamento positivo: essere guidati sembra essere positivo, costruttivo, e a coloro che sono condizionati a seguire, la verità che il seguire è male appare negativa, distruttiva. La verità è la negazione del falso, non l’opposto del falso; è completamente differente dal positivo e dal negativo, e una mente che pensa in termini di opposti non potrà mai esserne consapevole.

«Ho paura di non riuscire a comprendere completamente ciò che stai dicendo. Lo spiegheresti meglio?»

Vedi, noi siamo abituati all’autorità e alla guida: l’urgenza di essere guidati sorge dal desiderio di essere sicuri, di essere protetti, e anche dal desiderio di avere successo. Sembrano essere le nostre esigenze più profonde, sei d’accordo?

«Penso di sì, ma senza protezione e sicurezza, l’uomo sarebbe...»

Cerchiamo per favore di approfondire l’argomento prima di saltare alle conclusioni. Nella nostra esigenza di essere sicuri, non solo come individui, ma come gruppo, nazione, razza, non abbiamo forse edificato un mondo in cui la guerra, dentro e fuori una particolare società, è diventata la preoccupazione principale?

«Lo so: mio figlio è stato ucciso in guerra, sul mare.»

La pace è uno stato della mente: è la libertà da ogni desiderio di sentirsi sicuri, poiché la mente e il cuore che cercano sicurezza devono sempre restare all’ombra della paura. Il nostro desiderio non è solo di sicurezza materiale, ma soprattutto di sicurezza interiore e psicologica: e proprio questo desiderio di sicurezza interiore ci spinge a ricercare la virtù, la fede, la nazione; ciò determinerà limitazioni e conseguenti gruppi e idee in conflitto. Il desiderio di sentirsi sicuri, di raggiungere un fine bramato, ci porta ad alimentare l’accettazione della direttiva, il seguire un esempio, l’idolatria del successo, l’autorità dei leader, dei salvatori, dei maestri, dei guru: e tutto questo viene chiamato insegnamento positivo, quando, in realtà, altro non è che sconsideratezza e imitazione.

«Capisco; ma non è possibile dirigere o essere diretti senza affidarsi a un’autorità, a un salvatore?»

Stiamo cercando di comprendere l’impulso a essere diretti,giusto? Cos’è questo impulso? Non è forse il risultato della paura? Siccome siamo insicuri, poiché vediamo la nostra impermanenza, sorge in noi l’impulso a trovare qualcosa di sicuro e permanente; ma questo stimolo è l’impulso della paura: invece di cercare di comprendere cosa sia la paura, noi la fuggiamo, e lo stesso fuggire è paura. Scappiamo e ci rifugiamo nel conosciuto, e il conosciuto è la fede, sono i rituali, il patriottismo, le formule rassicuranti dei maestri religiosi, le assicurazioni dei prelati: fughe e rifugi che non faranno che scatenare di volta in volta il conflitto tra uomo e uomo, così il problema si tramanda e perpetua da una generazione all’altra. Se qualcuno volesse risolvere il problema, dovrebbe esplorarne e comprenderne le radici e le cause: il cosiddetto insegnamento positivo, ciò che le religioni, incluso il comunismo, ci consigliano di pensare non farà che dare continuità alla paura; perciò l’insegnamento positivo è distruttivo.

«Penso di incominciare a capire quale sia il tuo approccio, e spero che la mia percezione sia corretta.»

Non si tratta di un approccio personale, secondo la mia opinione; non esiste alcun approccio personale alla verità, non più di quanto non ci sia nella scoperta di fatti scientifici. L’idea che esistano due diversi percorsi che portano alla verità, e che la verità abbia aspetti diversi, è irreale; è il pensiero speculativo dell’intollerante che cerca di essere tollerante.

«Vedo che bisogna essere molto attenti a usare le parole. Ma, se posso, vorrei tornare al punto che avevo sollevato in precedenza. Dal momento che molti di noi sono stati educati a pensare, o è stato loro suggerito cosa pensare, come dici tu, non ci precipiterà in uno stato di ulteriore confusione il tuo continuo sostenere, in modi diversi, che tutto il pensiero è condizionato e che quindi si debba andare oltre il pensiero?»

Per molti di noi, pensare è di straordinaria importanza; ma lo è veramente? Ha una certa importanza, ma il pensiero non può trovare ciò che non è prodotto dal pensiero: il pensiero è il risultato del conosciuto, perciò non può prefigurarsi il non conosciuto, l’inconoscibile. Il pensiero non è forse desiderio, desiderio per le necessità materiali, o per i più alti raggiungimenti spirituali? Non stiamo parlando del pensiero di uno scienziato al lavoro nel suo laboratorio, o del pensiero di un matematico intento nelle sue elucubrazioni, ma del pensiero così come opera nella nostra vita quotidiana, nei nostri contatti e nelle nostre risposte quotidiane. Per sopravvivere, siamo obbligati a pensare: è un processo di sopravvivenza, di un individuo o di una nazione. L’azione del pensare, che è desiderio nella sua forma più bassa e più alta, sarà sempre necessariamente condizionante e continuerà a essere racchiusa su se stessa e i suoi confini: sia che si pensi all’universo, al nostro vicino, a noi stessi, a Dio, tutto il nostro pensiero è limitato, condizionato, sei d’accordo?

«Per il significato che attribuisci alla parola «pensare», credo di essere d’accordo. Ma la conoscenza non dovrebbe aiutarci a spezzare questo condizionamento?»

Aiuta, secondo te? Abbiamo accumulato così tanta conoscenza in ogni ambito della nostra vita, medicina, guerra, legge, scienza, e sappiamo così poco di noi stessi, delle nostre coscienze, interiorità, del nostro vero essere. Questo enorme magazzino di informazioni di cui disponiamo ci rende forse liberi dal dolore, dalle guerre, dall’odio? Ulteriore conoscenza potrà forse liberarci? Siamo ben consapevoli che la guerra è inevitabile fintantoché l’individuo, il gruppo o la nazione continueranno a essere ambiziosi, a ricercare il potere: ma nonostante la coscienza delle cause, continuiamo a perpetuarle, pur sapendo che non potranno che condurci ad altre guerre. Il centro che alimenta antagonismo e odio può forse essere trasformato radicalmente con la conoscenza? L’amore non è l’opposto dell’odio; se l’odio si trasformerà in amore con la conoscenza, allora il risultato di questa trasformazione non sarà amore: sarà un cambiamento posto in essere dal pensiero, dalla volontà; non sarà amore, ma semplicemente l’ennesima soluzione di comodo escogitata dalla mente per proteggere se stessa.

«Non riesco assolutamente a seguirti, se posso esprimermi in questo modo.»

Il pensiero è la risposta di ciò che è stato, è la risposta della memoria, giusto? La memoria è tradizione, esperienza, e la sua reazione a qualsiasi nuova esperienza è il risultato del passato; perciò possiamo dire che l’esperienza rafforza sempre il passato. La mente è il risultato del passato, del tempo; il pensiero è il prodotto di molti ieri. Quando il pensiero tenta di cambiarsi, cercando di essere o non essere questo o quello, non fa che perpetuare se stesso sotto vesti diverse: essendo il prodotto del conosciuto, il pensiero non potrà mai sperimentare l’inconoscibile; essendo il risultato del tempo, non potrà mai sperimentare l’infinito, l’eterno. Il pensiero deve cessare affinché il reale possa essere.

Vedi, abbiamo così paura di perdere ciò che pensiamo di avere che non affrontiamo mai molto profondamente questi temi: guardiamo solo alla superficie di noi stessi e ripetiamo parole e frasi che hanno assai poco significato; così rimaniamo limitati e sulla superficie, e non facciamo che alimentare sventatamente antagonismo come se nutrissimo un bambino.

«Come hai detto, noi siamo molto sventati nel nostro apparire coscienziosi. Verrò di nuovo, se posso.»

45. Aiuto

Le strade erano affollate e i negozi esponevano ogni sorta di merce. Era la zona benestante della città, ma nelle vie c’era gente di ogni tipo, ricca e povera, operai e impiegati; erano uomini e donne di ogni parte del mondo: alcuni indossavano i loro costumi tradizionali, ma la maggioranza era vestita all’occidentale. C’erano molte automobili, vecchie e nuove, e in quella chiara mattina di primavera le macchine costose risplendevano di cromature e recenti lucidature, e i volti delle persone erano luminosi e sorridenti. Anche i negozi erano pieni, e pochi sembravano consapevoli del blu del cielo: erano attratti dalle vetrine, dagli abiti, dalle scarpe, dalle automobili nuove, e da una grande quantità di cibo disposto in bella mostra. I piccioni erano dappertutto, muovendosi avanti e indietro tra i molti piedi e le macchine che passavano senza sosta. Una libreria esponeva gli ultimi libri di innumerevoli autori. La gente sembrava non avere una preoccupazione al mondo; la guerra era lontana, dall’altra parte del globo; aveva soldi, cibo e lavoro in abbondanza, e quindi prendeva e spendeva. Le strade sembravano canyon fra i palazzi altissimi, e non c’erano alberi; il rumore sovrastava ogni cosa e si respirava quella strana agitazione della gente che ha tutto, ma non ha niente.

Una chiesa enorme sembrava faticare a ergersi, schiacciata com’era tra i negozi alla moda; di fronte c’era l’edificio di una banca, altrettanto grande; entrambi erano maestosi e apparentemente necessari. Nella grande chiesa un prete in cotta e stola stava parlando di Colui che aveva sofferto per la salvezza dell’uomo; la gente era inginocchiata in preghiera; c’erano candele, statue e incenso. Il prete intonava alcuni versi e la congregazione rispondeva; alla fine le persone si alzarono e uscirono nelle strade inondate di sole per riversarsi nei negozi straripanti di merci e oggetti. Ora nella chiesa regnava il silenzio; solo alcuni erano rimasti, persi nei loro pensieri. Le decorazioni, le finestre riccamente colorate e istoriate, il pulpito, l’altare, le candele, tutto sembrava pensato per placare la mente umana.

Dove dobbiamo trovare Dio: nelle chiese o nei nostri cuori? Il bisogno di essere confortati alimenta l’illusione; e l’urgenza crea le chiese, i templi e le moschee. E noi ci perdiamo nei nostri luoghi di culto, o nell’illusione di uno stato onnipotente, e ciò che è reale scorre via, ciò che è trascurabile e superfluo diventa invece divorante. La verità, o quel che cerchi, non può essere trovata dalla mente; il pensiero non la può seguire; non esiste un percorso per arrivarci; non può essere comprata con l’adorazione, la preghiera o il sacrificio. Se quello che vogliamo è il conforto, la consolazione, in un modo o nell’altro potremo anche ottenerli; ma saranno accompagnati da dolore e sofferenza. Il desiderio di conforto, di sicurezza, ha il potere di creare tutte le forme di illusione: solo quando la mente è immobile e silente esiste una possibilità che il reale si disveli.

Eravamo in molti, e B. iniziò col chiedere se un aiuto non fosse in fondo necessario per arrivare a comprendere l’intero e complesso problema del vivere: non ci dovrebbe essere una guida, un essere illuminato che ci possa mostrare il sentiero della verità?

«Ma non ne abbiamo già parlato abbastanza in tutti questi anni?» chiese S. «Io non sto assolutamente cercando un guru o un maestro.»

«Se davvero non stai cercando aiuto, allora perché sei qui?» continuò a insistere B. «Vuoi forse dire di avere completamente accantonato il desiderio di una guida?»

«No, non penso; infatti vorrei approfondire questo grande impulso a ricercare una guida o un aiuto. Certo, non farei più come una volta, cercando febbrilmente come in un supermercato, correndo da un maestro a un altro, antichi e moderni; ma comunque riconosco di aver bisogno d’aiuto, e vorrei capirne il perché. E ci sarà mai un giorno in cui non avrò più bisogno d’aiuto?»

«Personalmente non sarei qui se non pensassi di trovare aiuto disponibile da qualcuno» disse M. «Sono stato aiutato in altre precedenti occasioni, ed è per questo che sono qui adesso. Anche se hai sempre evidenziato i pericoli dell’essere un seguace, io sono stato aiutato da te, e perciò continuerò ad assistere alle tue conversazioni e discussioni ogni volta che potrò.»

State cercando prove: volete appurare se noi si sia aiutati oppure no? Un medico, il sorriso di un bambino o di un passante, una relazione, una foglia mossa dal vento, il clima che cambia, persino un maestro, un guru: tutte queste cose possono essere d’aiuto. L’aiuto è ovunque per l’uomo attento e vigile; ma molti di noi sono come addormentati a tutto ciò che hanno intorno, e vedono solo un maestro o un libro particolari, ed é questo il problema. Voi mi prestate attenzione quando dico qualcosa, vero? Ma quando qualcun altro dice la stessa cosa, magari con parole diverse, allora diventate improvvisamente sordi: ascoltate solo colui che considerate essere l’autorità, e non siete attenti quando altri parlano.

«Ma io ho verificato che di solito quello che tu dici è molto significativo,» rispose M. «così ti ascolto attentamente. Quando qualcun altro dice qualcosa, spesso si tratta di banalità e luoghi comuni, di risposte vuote; o forse sono io che sono apatico e poco disposto all’ascolto. Il punto è: ascoltarti mi aiuta, allora perché non dovrei? Anche se qualcuno potrebbe insistere nel dire che io ti stia semplicemente seguendo, continuerò ugualmente a venire da te fino a che mi sarà possibile.

Perché siamo aperti all’aiuto che proviene da una particolare direzione, e invece chiusi a tutte le altre direzioni? Tu puoi, consciamente o inconsciamente, darmi amore, compassione, puoi aiutarmi a comprendere i miei problemi; ma perché io continuo a credere che tu possa essere l’unica fonte di aiuto, l’unico salvatore? Perché ti ho conferito tutta questa autorità? Io ti ascolto, sono molto attento a qualsiasi cosa tu dica, ma sono indifferente o sordo alle affermazioni di un altro. Perché? Non è questa la questione?»

«Tu non stai dicendo che non dobbiamo cercare aiuto,» disse L. «ma ci stai chiedendo come mai diamo così importanza a colui che ci aiuta, conferendogli una grande autorità. Non è così?»

Sto anche chiedendo perché cercate aiuto. Quando qualcuno cerca aiuto, qual è l’impulso che lo sospinge? Quando, consciamente e deliberatamente, ci si predispone alla ricerca di aiuto, è veramente l’aiuto ciò che vogliamo, o non si tratta piuttosto di una fuga, di una consolazione? Cosa stiamo cercando davvero?

«Ci sono molti generi d’aiuto» disse B. «Dalla domestica al chirurgo più abile, dall’insegnante di liceo al più grande scienziato, tutti danno un qualche tipo d’aiuto. In ogni civiltà l’aiuto è necessario, e non solo di tipo ordinario: anche la guida di un maestro spirituale, che ha raggiunto l’illuminazione e può aiutare a portare ordine e pace all’uomo, è indispensabile.»

Cerchiamo per favore di lasciare da parte argomenti generici e consideriamo invece cosa significhi guida o aiuto per ognuno di noi. Non significa forse la risoluzione delle difficoltà individuali, dei nostri dolori e delle nostre sofferenze? Se sei un maestro spirituale, o un medico, io vengo da te affinché tu mi possa indicare un modo per vivere felice, o mi possa curare qualche malattia. Dall’uomo illuminato ci aspettiamo consigli sul modo di vivere, e conoscenza e nozioni dall’erudito. Vogliamo ottenere, avere successo, essere felici, così ricerchiamo un modello di vita che ci aiuterà a raggiungere ciò che desideriamo, sacro o profano che sia. Dopo aver ricercato molte altre cose, pensiamo che la verità sia la meta suprema, la felicità ultima e la pace sublime, e vogliamo ottenerla; così siamo nella prospettiva di trovare ciò che desideriamo. Ma il desiderio potrà mai farsi strada verso la realtà? Non abbiamo detto che il desiderio per qualcosa, anche nobile, alimenta l’illusione? E dal momento che il desiderio agisce, non mette forse le basi per una struttura fatta di autorità, imitazione e paura? Questo è l’effettivo processo psicologico, giusto? Ed è aiuto o autoinganno?

«La mia maggior difficoltà è nel cercare di non essere convinto da ciò che dici!» esclamò B. «Ne vedo la ragione, il significato: ma io so che tu mi hai aiutato, e come faccio a negarlo?»

Se qualcuno ti ha aiutato e tu ne hai fatto la tua autorità di riferimento, allora non ti stai forse precludendo ogni eventuale altro aiuto, che non proviene solo da lui, ma da ogni cosa intorno a te? L’aiuto non sta forse ovunque intorno a te? Perché guardare solo in una direzione? E quando tu sei così chiuso su te stesso, così legato e condizionato, come potrà raggiungerti un qualsiasi aiuto? Ma quando sei aperto, c’è aiuto infinito in tutte le cose, dal canto di un uccello al richiamo di un essere umano, dallo stelo d’erba all’immensità dei cieli. Il veleno e la corruzione incominciano quando guardi a un’unica persona come a una tua autorità, una tua guida, un tuo salvatore. È così, non sei d’accordo?

«Penso di capire cosa stai dicendo,» disse L. «ma ho una perplessità: per molti anni sono stato un seguace, uno in cerca di una guida. Quando tu sottolinei il significato profondo del seguire, razionalmente sono d’accordo con te, ma c’è una parte di me che si ribella. Ora, come posso integrare questa mia contraddizione interiore in modo da non seguire più?»

Due desideri o impulsi opposti non possono essere integrati, e quando introduci un terzo elemento, che è il desiderio stesso di integrazione, semplicemente complichi ancora di più il problema, certo non lo risolvi. Ma quando vedrai l’intero significato del chiedere aiuto, del seguire l’autorità, sia che si tratti di un’autorità esterna, sia che si tratti di un modello interiore che ti sarai imposto, allora questa stessa percezione porrà fine a tutto il problema del seguire una guida.

46. Il silenzio della mente

In lontananza, oltre la foschia, si vedevano le spiagge bianche e il mare freddo, ma qui nell’interno era insopportabilmente caldo, persino sotto gli alberi e in casa. Il cielo non era neanche più blu, e il sole sembrava aver assorbito ogni più piccola particella di umidità; la brezza proveniente dal mare aveva smesso di soffiare, e le montagne sullo sfondo, chiare e vicine, riflettevano i raggi brucianti del sole. Il cane, che era sempre in movimento, stava sdraiato e ansante come se il cuore gli dovesse scoppiare per l’intollerabile calura. C’erano stati giorni limpidi e assolati, settimana dopo settimana, per molti mesi, e le colline, non più verdi e soffici per le piogge primaverili, erano come bruciacchiate, la terra riarsa e dura: ma persino ora c’era bellezza in quelle colline, cangianti dal verde delle querce all’oro del fieno, con le rocce nude delle montagne che le sovrastavano.

Il sentiero che risaliva attraverso le colline su fino alle montagne era polveroso, sassoso e impervio; non c’erano ruscelli: non si sentiva alcun suono di acque che scorrevano. La calura era implacabile sulle colline, ma all’ombra di qualche albero lungo il letto asciutto del fiume, era ancora sopportabile, perché lì seduti si riusciva a catturare una leggerissima brezza che saliva dal fondo della valle. Da questa altitudine il blu del mare era visibile per molti chilometri. C’era molta calma, persino gli uccelli stavano in silenzio, e anche una ghiandaia blu, che era stata molto rumorosa e litigiosa, ora si stava riposando. Un cervo bruno stava scendendo per il sentiero, attento e vigile, procedendo verso una piccola polla d’acqua nel letto del torrente altrimenti asciutto; si muoveva silenziosamente sulle rocce, le grandi orecchie si drizzavano in continuazione e gli occhi attenti osservavano ogni movimento fra i cespugli. Bevve a sazietà e si sarebbe sdraiato all’ombra vicino alla polla d’acqua, se non fosse stato in qualche modo consapevole della presenza dell’uomo, anche se non poteva vederlo, perché continuò a discendere faticosamente il sentiero e sparì. E com’era difficile cercare di osservare un coyote, una specie di cane selvatico, tra le colline! Era dello stesso colore delle rocce, e stava facendo del suo meglio per non essere visto: bisognava cercare di fissarlo senza perderlo d’occhio, ma anche così ogni tanto sembrava scomparire, e non si riusciva più a localizzarlo; si guardava e guardava alla ricerca di un qualsiasi movimento fra le rocce, ma non si vedeva più nulla. Forse sarebbe venuto ad abbeverarsi alla polla d’acqua. Non molto tempo fa c’era stato un incendio terribile e devastante in queste colline, e gli animali selvatici se ne erano andati; ma ora qualcuno stava ritornando. Una quaglia stava facendo attraversare il sentiero ai suoi piccoli appena nati, che erano più di una dozzina; li incoraggiava dolcemente, guidandoli verso un cespuglio molto fitto. Erano delle palle di delicate piume grigio giallastre, così nuovi in questo mondo pericoloso,ma vivi e incantati. Lì sotto al cespuglio molti erano saliti sopra la madre, ma la maggior parte si erano rifugiati sotto le sue ali protettive, riposandosi e riprendendosi dalle fatiche traumatiche della loro venuta al mondo.

Cosa ci unisce e ci lega? Non sono i nostri bisogni. E neanche il commercio e le grandi industrie, e nemmeno le banche e le chiese; queste sono solo idee e il risultato delle idee. E le idee non uniscono. Possiamo forse ritrovarci uniti per convenienza, necessità, pericolo, odio, o adorazione, ma nessuna di queste cose riuscirà a mantenerci insieme. Scivoleranno via da noi, e ci ritroveremo soli: e in questa solitudine c’è l’amore, ed è l’amore che ci unisce e ci tiene insieme.

Una mente pensierosa non è mai una mente libera, sia che stia pensando al sublime sia all’ordinario.

Era venuto da una terra molto lontana. Sebbene avesse contratto la poliomielite, una malattia infettiva paralizzante, ora era in grado di camminare e guidare una macchina.

«Come molti altri, e soprattutto quelli nelle mie condizioni, ho appartenuto a diverse Chiese e organizzazioni religiose,» disse «e nessuna di esse rni ha dato la minima soddisfazione; ma non si smette mai di cercare. Penso di essere una persona a posto, ma la mia grande difficoltà è che sono invidioso. Molti di noi sono fuorviati dall’ambizione, dall’avidità, o dall’invidia; sono nemici implacabili dell’uomo, ma senza di esse sembra impossibile esistere. Ho cercato di costruirmi vari tipi di resistenza contro l’invidia, ma nonostante tutti i miei sforzi ne vengo ogni volta catturato; è come l’acqua che filtra dal tetto, e prima di poterci pensare, mi scopro a essere ancora più invidioso dell’attimo precedente. Probabilmente hai già risposto a questa domanda decine di volte, ma se hai pazienza ti vorrei chiedere: come ci si può districare da questo ginepraio di invidia?»

Avrai notato che il desiderio di non essere invidioso innesca subito il conflitto degli opposti. Il desiderio o la volontà di non essere questo, ma di essere quello, crea il conflitto. Generalmente consideriamo questo conflitto il processo naturale della vita; ma è davvero così? L’eterna lotta tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere viene considerata nobile, idealistica; ma il desiderio e il tentativo di essere non invidioso sono equivalenti all’essere invidioso, sei d’accordo? Se si riesce a comprenderlo, allora non ci sarà alcuna battaglia fra opposti; il conflitto della dualità si esaurisce. Non è un argomento a cui pensare quando tornerai a casa, è una realtà che devi vedere subito, e questa percezione è la sola e unica che conta: non è importante arrivare a capire come essere liberi dall’invidia, poiché la libertà dall’invidia arriva con la comprensione di ciò che è, e non certo con il conflitto dei suoi opposti; ma questa comprensione non sarà possibile fino a che la mente sarà occupata dalla preoccupazione di cambiare ciò che è.

«Ma il cambiamento non è necessario?»

Può esistere un cambiamento attraverso un atto di volontà? La volontà non è forse nient’altro che desiderio concentrato? Avendo alimentato l’invidia, ora il desiderio ricerca uno stato in cui non ci sia invidia; ed entrambi gli stati sono il prodotto del desiderio: e il desiderio non può determinare un cambiamento fondamentale.

«Allora cosa resta?»

Percepire la verità di ciò che è. Fino a che la mente, o il desiderio, cercherà di trasformarsi da questo in quello, tutti i cambiamenti saranno superficiali e di poco conto. Il pieno significato di questa realtà deve essere sentito e compreso, e solo allora sarà possibile che si verifichi una trasformazione radicale: fino a che la mente starà confrontando, giudicando, ricercando un risultato, non ci sarà alcuna possibilità di cambiamento, ma solo una serie di lotte infinite che chiamiamo vivere.

«Ciò che dici sembra essere vero, ma anche se ti ascolto, mi ritrovo intrappolato nella lotta del cambiamento, del raggiungimento di un fine, dell’ottenimento di un risultato.»

Più si lotta contro un’abitudine, quanto che sia radicata, più le si regala forza. Essere consapevoli di un’abitudine senza sceglierne o coltivarne un’altra, significa la fine dell’abitudine.

«Allora devo rimanere in silenzio con ciò che è, senza accettarlo o rifiutarlo. È un compito molto impegnativo, ma vedo che è l’unica strada se la libertà deve arrivare a essere.

Ora posso farti un’altra domanda? Il corpo influenza la mente, e a sua volta, la mente influenza il corpo? L’ho notato soprattutto nel mio caso: i miei pensieri sono talmente occupati a ricordare ciò che ero, sano, forte, svelto e agile nei movimenti, a confronto di come sono ora, e a sperare di tornare come allora, che mi sembra mi rendano incapace di accettare il mio stato attuale. Cosa devo fare?»

Questo continuo paragone del presente con il passato e con il futuro porta solo alla sofferenza e al deterioramento della mente, vero? Ti impedisce di considerare la realtà del tuo stato attuale. Il passato non potrà mai più essere, e il futuro è imprevedibile, così hai solo il presente: e potrai riuscire a vivere il presente in maniera adeguata solo quando la mente sarà libera dal fardello della memoria del passato e dalla speranza del futuro. Quando la mente è concentrata sul presente, senza confronti, allora ci sarà una possibilità che le altre cose accadano.

«Cosa intendi con «altre cose»?»

Quando la mente è occupata con le proprie sofferenze, speranze e paure, non c’è spazio per la libertà, che può esistere solo senza sofferenze, speranze e paure. Il processo di chiusura su di sé del pensiero ha come unico effetto quello di paralizzare ancora di più la mente, e così si innesca il circolo vizioso: la preoccupazione rende quindi la mente ordinaria, limitata e superficiale. Una mente preoccupata non è una mente libera, e la preoccupazione della libertà non farà altro che alimentarne la limitatezza. La mente è limitata quando si preoccupa di Dio, dello Stato, della virtù, o del nostro stesso corpo. La tua preoccupazione per il corpo ti impedisce di adattarti al presente, di provare a raggiungere una maggiore vitalità e agilità di movimenti, anche se inferiore a prima. L’io, con le sue preoccupazioni, porta avanti i propri dolori e i propri problemi, che affliggono il corpo; e la preoccupazione sui malanni del corpo semplicemente non fa che intralciare ancora il corpo. Questo non significa che si debba trascurare la salute; ma la preoccupazione della salute, come quella della verità, delle idee, non fa altro che avviluppare sempre più la mente nella sua stessa limitatezza. Esiste un’enorme differenza fra una mente preoccupata e una mente attiva: una mente attiva è silente, consapevole e senza alternativa.

«È molto difficile comprendere a livello conscio, ma probabilmente l’inconscio sta assorbendo ciò che stai dicendo, o almeno lo spero.

Vorrei chiederti un’altra cosa. Vedi, ci sono alcuni momenti in cui la mia mente è silente, ma questi attimi sono molto rari. Ho ponderato a lungo sul problema della meditazione, e ho letto alcune delle cose che tu hai detto sull’argomento, ma per lungo tempo il mio corpo è stato troppo per me. Ora che mi sono più o meno assuefatto al mio stato fisico, sento quanto sia importante coltivare questo silenzio. Come posso fare per ritrovarlo?»

Il silenzio deve essere coltivato, nutrito con molta attenzione e rafforzato? E chi è il coltivatore? È diverso dalla totalità del tuo essere? Esiste il silenzio, una mente immobile, quando un desiderio domina tutti gli altri, o quando istituisce delle resistenze contro di essi? C’è il silenzio quando la mente è disciplinata, modellata, controllata? E tutto questo non implica forse un censore, il cosiddetto io superiore che controlla, giudica, sceglie? Ed esiste una tale entità? E se esiste, non è forse solo un prodotto del pensiero? Il pensiero si suddivide in alto e basso, permanente e impermanente, è ancora il risultato del passato, della tradizione, del tempo; e in questa divisione sta la sua sicurezza. Il pensiero o il desiderio ora cerca la sicurezza nel silenzio, e quindi chiede un metodo o un sistema che possa offrirgli ciò che vuole. Al posto delle cose mondane ora desidera ardentemente il piacere del silenzio, così alimenta il conflitto fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Non c’è alcun silenzio dove ci sono conflitto, repressione, resistenza.

«Allora non si dovrebbe ricercare il silenzio?»

Non ci può essere alcun silenzio fino a che ci sarà colui che cerca. Il silenzio della mente immobile sarà solo quando non ci sarà più alcun ricercatore, quando non ci sarà più desiderio. Fatti questa domanda, che non richiede risposta: «La totalità del tuo essere può essere silente? La totalità della tua mente, il conscio così come l’inconscio, può essere silente?».

47. Contentezza

L’aereo affollato stava volando sull’Atlantico a circa seimila metri d’altezza, sopra una spessa coltre di nuvole; il cielo sopra di noi era blu intenso, e avevamo il sole alle spalle, perché stavamo volando verso ovest. I bambini avevano continuato a giocare, correndo su e giù per il corridoio, e ora, sfiniti, stavano dormendo; dopo la lunga notte, gli adulti erano tutti svegli e fumavano e bevevano. L’uomo seduto di fronte stava parlando di lavoro con l’uomo seduto accanto a lui, e la donna nel sedile dietro il mio stava descrivendo con voce piacevole le cose che era riuscita a comprare tirando sul prezzo. A quella altitudine il volo era tranquillo, senza scossoni, anche se sotto di noi i venti erano forti; le ali dell’aereo luccicavano nella chiara luce del sole, e i motori andavano molto dolcemente, divorando l’aria a una velocità fantastica; il vento soffiava nella nostra direzione e stavamo volando a quasi cinquecento chilometri orari.

Due uomini, dall’altra parte dello stretto corridoio, stavano parlando a voce abbastanza alta, e quindi, anche non volendo, era difficile non ascoltare ciò che stavano dicendo. Erano entrambi robusti, e uno di loro aveva una faccia rossa, segnata dalle intemperie; stava spiegando che il suo mestiere era uccidere le balene: raccontava di quanto fosse rischioso, ma anche quanto profittevole, e di quanto spaventose fossero le burrasche in mare. Alcune balene pesavano centinaia di tonnellate: non era permesso uccidere la madre con i cuccioli, né più di un certo numero di balene entro un determinato lasso di tempo. La caccia a questi bestioni era stata pianificata in modo scientifico: ogni gruppo aveva un compito particolare, per cui era stato addestrato alle varie tecniche. L’odore della baleniera era assolutamente insopportabile, ma alla fine ci si abituava, come ci si abitua a quasi tutte le cose, e, se tutto andava bene, si trattava di una faccenda che poteva fruttare molti soldi. L’uomo stava incominciando a spiegare quale strana fascinazione avesse per lui l’ammazzare, quando portarono da bere e l’argomento della conversazione cambiò.

Agli esseri umani piace uccidere, che si tratti di un altro essere umano, di un cerbiatto indifeso dai grandi occhi lucidi nella foresta profonda, o di una tigre che ha fatto razzia del bestiame. Investiamo deliberatamente un serpente sulla strada, e mettiamo trappole in cui un lupo o un coyote verranno catturati. Uomini ben vestiti e sorridenti si aggirano con le loro armi preziose e uccidono uccelli che si stavano ancora richiamando l’un l’altro. Un ragazzo spara a una ghiandaia blu cinguettante con il suo fucile ad aria compressa, e gli adulti non hanno una parola di rimprovero per lui, né lo sgridano; anzi, si complimentano per la sua buona mira. Uccidere per quel che chiamiamo sport, per mangiare, per la propria patria, per la pace: non fa molta differenza. La giustificazione non è la risposta; solo una è la risposta giusta: non uccidere. In Occidente pensiamo che gli animali esistano solo per riempire il nostro stomaco, per soddisfare il piacere di uccidere, o per fornirci la loro pelliccia. In Oriente per secoli si è insegnato e tramandato di padre in figlio: non uccidere, abbi pietà, sii compassionevole. In Occidente crediamo che gli animali non abbiano un’anima, e che possano quindi essere uccisi impunemente; in Oriente gli animali hanno l’anima, perciò vengono considerati e amati. Mangiare gli animali qui viene considerato normale e naturale, è giustificato e avallato persino dalla Chiesa, per non dire della pubblicità; là non lo è, e per tradizione e cultura, gli uomini di pensiero e i religiosi non si nutrono di animali. Ma anche questa distinzione si sta rapidamente dissolvendo: in Occidente abbiamo sempre ucciso nel nome di Dio e della patria, e ora lo si sta facendo ovunque. L’usanza di uccidere si sta diffondendo; le antiche culture sono state messe da parte quasi da un giorno all’altro, e la durezza, la spietatezza e i mezzi di distruzione sono stati incentivati e rafforzati. La pace non sta con i politici o i prelati, né con gli avvocati o i poliziotti: la pace è uno stato della mente quando c’è l’amore.

Era un uomo con un lavoro modesto, che lottava per vivere, ma che riusciva in ogni caso a sbarcare il lunario.

«Non sono venuto per parlare del mio lavoro» disse. «Mi offre ciò di cui ho bisogno, e dal momento che le mie necessità sono limitate, riesco comunque a tirare avanti. Non sono molto ambizioso, perciò non mi sento parte del gioco al massacro di questa società competitiva. Un giorno, mentre stavo passeggiando, vidi una folla sotto gli alberi, e mi fermai ad ascoltarti; è successo un paio d’anni fa, e quello che hai detto allora mi ha in qualche modo toccato e commosso. Non ho ricevuto una particolare istruzione, ma leggo tutti i tuoi discorsi, e ora eccomi qua. Ero contento della mia vita, dei miei pensieri, e delle poche convinzioni che allignavano nella mia mente; ma da quando quella domenica mattina passai con la mia auto in questa vallee mi capitò per caso di sentirti, mi sono ritrovato scontento e insoddisfatto; non tanto del mio lavoro: è un’insoddisfazione che investe la totalità del mio essere. E dire che ho sempre compianto le persone insoddisfatte: mi sembravano così infelici, nulla le accontentava; e ora io faccio parte della loro schiera. Una volta ero contento della mia vita, dei miei amici e delle cose che facevo, ma ora sono scontento, infelice.»

Posso chiederti cosa intendi con la parola «scontento»?

«Prima di quella domenica mattina in cui ascoltai i tuoi discorsi, ero una persona contenta, talmente soddisfatta da essere quasi una noia per gli altri; ora vedo quanto ero stupido, e sto cercando di agire con intelligenza e di essere attento a tutto ciò che c’è intorno a me. Non voglio altro che arrivare a qualcosa, da qualche parte, e questo forte impulso naturalmente crea lo scontento. Ero addormentato, se vogliamo metterla in questi termini, e ora mi sto risvegliando.»

Ti stai risvegliando, o stai solo cercando di rimetterti a dormire attraverso il desiderio di diventare qualcosa? Tu dici che eri addormentato, e che ora sei sveglio; ma questo tuo nuovo stato risvegliato ti rende scontento, e la cosa ti dispiace, ti dà dolore; e per sfuggire a questa sofferenza stai cercando di diventare qualcosa, di perseguire un ideale. Questa imitazione ti sta solamente rimettendo a dormire, non credi?

«Ma non voglio ritornare al mio vecchio stato, e voglio davvero restare sveglio.»

Non è molto strano come la mente inganni se stessa? Alla mente non piace essere disturbata, non vuole doversi distogliere dai suoi vecchi modelli, dalle sue confortanti abitudini e consuetudini di pensiero e azione; dal momento che si sente disturbata, cerca allora modalità e mezzi per ristabilire nuovi legami e condizionamenti in cui possa vivere sentendosi ancora al sicuro. È questa l’area di sicurezza che molti di noi ricercano, e altro non è se non il desiderio di sentirsi in salvo, sicuri, e che ci fa ritornare a dormire. È ciò che accade ogni volta alla maggior parte di noi, e non si tratta certo di uno stato in cui si è svegli. Dobbiamo invece provare a comprendere i vari percorsi che la mente intraprende solo per cercare di rimettersi a dormire. È così, non sei d’accordo?

«Ma ci deve pur essere un modo superiore in cui la mente si rimette a dormire. È possibile conoscere ed evitare tutti i possibili percorsi?»

Alcuni possono essere evidenziati; ma questo non risolverebbe il problema, non credi?

«Perché no?»

Provare semplicemente a imparare a distinguere le modalità utilizzate dalla mente per rimettersi di nuovo a dormire è solo trovare un altro mezzo, forse diverso, per rimanere comunque indisturbati e al sicuro. himportante è restare svegli, e non chiedersi come restare svegli; la ricerca del «come» rappresenta unicamente l’urgenza di essere sicuri,

«Allora cosa si deve fare?»

Restare con lo scontento senza desiderare di pacificarlo; e provare invece a comprendere il desiderio di rimanere indisturbati: è un desiderio che assume molte forme, e altro non è che l’urgenza di fuggire da ciò che è. Solo quando svanirà l’urgenza di fuggire da ciò che è, ma non attraverso una forma di costrizione conscia o inconscia, allora la sofferenza dello scontento cesserà di essere. Il confronto fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere arreca sofferenza; la cessazione del confronto non è uno stato di contentezza: è uno stato di veglia senza le attività del sé.

«Tutto questo è nuovo per me. Mi sembra che tu dia alle parole un significato completamente diverso dal solito, ma credo che la comunicazione sia possibile solo quando entrambi diamo lo stesso significato alle stesse parole nello stesso momento.»

La comunicazione è relazione, vero?

«Tu mi proponi concetti più grandi di quelli che io sia in grado di cogliere e afferrare ora. Mi devo addentrare più profondamente in tutto questo, e allora forse potrò arrivare a comprendere.»

48. L’attore

La strada serpeggiava intorno alle colline basse chilometro dopo chilometro, senza fine. I raggi cocenti del sole pomeridiano regalavano riflessi dorati alle colline, e allungavano ombre nere sotto i rari alberi sparsi, che parlavano della loro solitaria esistenza. Per chilometri intorno non si incontrava una casa o una fattoria; qua e là pascolava qualche mucca isolata, ed era raro incrociare un’altra macchina sulla strada piana e ben tenuta. A nord il cielo era blu intenso, più luminoso verso est; il paesaggio era stranamente vivo, seppure arido e desolato, e molto lontano dalla gioia e dalla sofferenza umane. Non c’erano uccelli, e non si vedevano animali selvatici, tranne uno sparuto gruppo di scoiattoli che scorrazzava lungo la strada; non c’era acqua, escluse un paio di pozze vicino al bestiame. Con la pioggia le colline sarebbero ritornate verdi, invitanti, e dalla terra soffice, ma ora erano spoglie, severe e austere, con la bellezza della grande immobilità.

Era una strana serata, piena e intensa: e mentre la strada continuava a curvare tra le colline rotonde, il tempo era arrivato a una fine. Il segnale stradale diceva che mancavano trenta chilometri per arrivare alla strada principale che conduceva a nord; ci sarebbe voluta più o meno mezz’ora per raggiungere il bivio: tempo e distanza. E invece, proprio in quel momento, mentre fissavo il cartello sul ciglio della strada, il tempo e la distanza avevano cessato di esistere. Non era un attimo che si potesse misurare: non aveva inizio e non aveva fine. Il cielo blu e le colline tonde e dorate erano lì, vasti e infiniti, parte di quest’immensità senza tempo. Gli occhi e la mente erano concentrati sulla strada; gli alberi scuri e solitari erano vividi e intensi, e sulla collina dalle linee morbide ogni stelo di fieno si stagliava, semplice e chiaro. La luce del tardo pomeriggio era immobile intorno agli alberi e fra le colline, e l’unica cosa che si muoveva era l’auto, che andava veloce. Il silenzio fra le parole apparteneva a quell’immobilità incommensurabile. La strada sarebbe arrivata a una fine; presto ne avrebbe raggiunta un’altra, e anche quella sarebbe finita da qualche altra parte; quegli alberi scuri e immobili sarebbero caduti e la loro polvere si sarebbe dispersa nell’aria; l’erba verde e tenera sarebbe spuntata con le piogge, e poi sarebbe appassita.

La vita e la morte sono inseparabili, e nella loro separazione si cela la paura infinita; poiché la separazione è l’inizio del tempo, e la paura di una fine fa nascere la sofferenza dell’inizio. E la mente è presa in questo cerchio infinito, senza inizio e senza fine, e continua a tessere la ragnatela del tempo. Il pensiero è il processo e il risultato del tempo, e non può quindi coltivare l’amore.

Era un attore con una certa reputazione che cercava di far crescere, ma era ancora troppo giovane per indagare, per soffrire.

«Perché si recita?» chiese. «Il palcoscenico per alcuni è solo un mezzo per sopravvivere; mentre ad altri offre la possibilità di esprimere la propria vanità; e per altri ancora, recitare vari ruoli è un grande stimolo. Il palco offre anche un’ottima occasione per sfuggire dalle durezze della vita. Io lo faccio per tutte queste ragioni, e forse anche perché, e lo dico esitando, spero che recitando potrò riuscire a fare qualcosa di buono.»

Ma recitare non rafforza il sé, l’io? Fingiamo, indossiamo una maschera, e gradualmente la finzione e la maschera diventano una consuetudine quotidiana, che copre e nasconde i molti sé della contraddizione, dell’avidità, dell’odio. L’ideale è una finzione, una maschera che copre e nasconde la realtà, il presente. Si può quindi fare qualcosa di buono con la recitazione?

«Vuoi dire che non è possibile?»

No, non sto dicendo che non sia possibile: è una domanda, non un giudizio. Nello scrivere una commedia l’autore ha alcune idee e intenzioni che vuole comunicare; l’attore è il tramite, la maschera, e il pubblico viene di volta in volta divertito o educato. E questa educazione fa bene? O non sta solamente condizionando la mente a conformarsi a un modello, buono o cattivo, intelligente o stupido, concepito dall’autore?

«Buon Dio, non ho mai pensato a tutto questo. Vedi, credo di avere le capacità per diventare un attore di successo, e prima che mi ci dedichi completamente, mi sto chiedendo se recitare potrebbe davvero rappresentare il mio modo di vivere. Recitare esercita già di per sé una strana fascinazione, talvolta anche distruttiva, e altre volte invece assai piacevole: puoi anche prendere sul serio la recitazione, ma di per se stessa non è molto seria. Dal momento che la mia indole è invece tendenzialmente seria, mi sto domandando se potrei fare del palcoscenico la mia carriera. Nonostante ci sia qualcosa in me che si ribella contro l’assurda superficialità di tutto quanto, nel contempo ne sono potentemente attratto; così sono molto turbato, per dirla in modo tranquillo, poiché su tutto predomina la mia necessità di serietà.»

Ma qualcun altro può decidere quale possa essere lo stile di vita di qualcuno?

«No, però parlandone con qualcun altro, talvolta le cose si chiariscono.»

Se posso sottolinearlo, ogni attività che pone l’accento sul sé ed enfatizza l’io è distruttiva; arreca sofferenza. Questa è l’istanza principale, giusto? Prima hai detto di voler fare qualcosa di buono; ma sicuramente ciò non è possibile quando, consciamente o inconsciamente, il sé viene alimentato e sostenuto attraverso una qualsiasi carriera o attività.

«Ma tutte le azioni non sono forse basate sulla sopravvivenza del sé?»

Forse non sempre. Esteriormente potrà sembrare che un’azione tenda alla protezione del sé, ma interiormente può non farlo per niente; quello che pensano o dicono gli altri al riguardo è poco importante, ma non ci si deve lasciare ingannare. E l’autoinganno è invece una tendenza molto frequente e comune nella psicologia umana.

«Credo però che se fossi realmente interessato alla rinuncia del sé, dovrei ritirarmi in un monastero o condurre una vita da eremita.»

È forse necessario condurre una vita da eremita per arrivare alla rinuncia del sé? Vedi, noi abbiamo un concetto egoistico della vita, ed è proprio questo concetto che ci impedisce la comprensione di una vita in cui non ci sia spazio per il sé: il concetto egoistico non è altro che l’ennesima forma del sé. Senza doversi rifugiare in un monastero o arrivare a decisioni estreme, non è dunque possibile essere passivamente attenti alle attività del sé? Questa consapevolezza potrebbe determinare un’attività totalmente differente che non continui ad alimentare miseria e sofferenza.

«Penso che esistano determinate professioni che per loro stessa natura pregiudicano una vita sana, e includo la mia tra queste. Sono ancora abbastanza giovane: posso abbandonare il palcoscenico, e dopo che sarò andato a fondo di tutto questo, credo proprio che non mi resterà altra decisione e sono sicuro che la prenderò; ma poi cosa dovrei fare? Credo di essere in possesso di talenti che possono maturare ed essere utili.»

Il talento può diventare una maledizione. Il sé può usare le capacità e infiltrarsi in esse, e il talento diventa allora la modalità e la glorificazione del sé. L’uomo dotato potrebbe offrire i suoi doni a Dio, conoscendone il pericolo sotteso; ma una tale possibilità significherebbe che l’uomo è consapevole dei suoi doni, altrimenti non potrebbe offrirli, ed è proprio questa consapevolezza di essere o avere qualcosa che deve essere compresa. L’offerta di ciò che uno è o ha, per arrivare all’umiltà, non è altro che vanità.

«Incomincio ad avere un’idea di tutto ciò che è stato detto, ma resta ancora molto complesso e difficile da comprendere.»

Forse; tuttavia ciò che è importante è la netta consapevolezza delle attività del sé, sia evidenti sia sottili.

49. La via della conoscenza

Il sole era tramontato dietro alle montagne, e il riflesso rosato indugiava ancora sul versante roccioso verso est; il sentiero discendeva vagando dentro e fuori la valle verde. Era una serata tranquilla, e una brezza soffiava leggera fra le foglie; la stella della sera era appena visibile alta sull’orizzonte, e presto sarebbe diventato molto buio, perché non c’era la luna. Gli alberi, che erano stati ospitali, invitanti, si stavano richiudendo su loro stessi per affrontare il buio della notte. Era fresco e silenzioso fra quelle colline, e ora il cielo era pieno di stelle, e i profili delle montagne si stagliavano netti e affilati su quel fondale. Il profumo caratteristico della notte stava riempiendo l’aria, e lontano un cane stava latrando: era una notte immobile e silenziosa, e questa immobilità sembrava penetrare le rocce, gli alberi, tutte le cose, nessuna esclusa, e il rumore dei passi sul sentiero impervio non bastava a disturbarla.

Anche la mente era completamente immobile e silente. La meditazione non è un mezzo per produrre un risultato, per giungere a un livello di coscienza conosciuto o ancora da conoscere. Se nella meditazione c’è intenzione, il risultato desideratopotrà anche essere raggiunto, ma allora non sarà meditazione, sarà solo l’ottenimento del desiderio: e il desiderio non è mai soddisfatto, poiché non c’è fine al desiderio. La comprensione del desiderio, senza che si provi a fermarlo, o addirittura foraggiandolo, è l’inizio e la fine della meditazione. Ma c’è qualcos’altro: è strano quanto colui che medita persista; cerca di procedere, diventa l’osservatore, lo sperimentatore, un meccanismo della memoria, colui che valuta, accumula, respinge. Quando la meditazione è di colui che medita, non farà che rafforzare colui che medita, lo sperimentatore. L’immobilità e il silenzio della mente sono invece l’assenza dello sperimentatore, l’assenza dell’osservatore consapevole di essere immobile e silente. Quando la mente è silenziosa, c’è lo stato di veglia: tu puoi risvegliarti in modo intermittente a molte cose, puoi provare, cercare, indagare, ma queste sono attività del desiderio, della volontà, del riconoscimento e dell’ottenimento. Ciò che è eternamente sveglio non è il desiderio né il prodotto del desiderio. Il desiderio alimenta il conflitto della dualità, e il conflitto è oscurità.

Ricca e ben introdotta nella società da amicizie influenti, ora si era dedicata all’esplorazione della sfera spirituale. Aveva interrogato i teologi cattolici e i maestri indù, aveva studiato con i sufi e si era dilettata con il buddhismo.

«Naturalmente,» aggiunse «ho anche spaziato nell’ambito dell’occulto, e ora sono qui per imparare da te.»

La saggezza è forse l’accumulazione di conoscenze? Posso chiederti cosa stai veramente cercando?

«Mi sono dedicata a molte attività diverse in differenti periodi della mia vita, e quello che cercavo spesso l’ho anche trovato. Ho accumulato molta esperienza, e ho avuto una vita ricca e varia; ho letto tanto su una grande varietà di argomenti, e sono stata anche da uno dei più eminenti analisti, ma sto ancora cercando.»

Perché stai facendo tutto questo? Perché questa ricerca, superficiale o profonda che sia?

«Che strana domanda mi fai! Se non si ricerca si vegeta; se non si imparasse costantemente, la vita non avrebbe alcun significato, e non resterebbe che morire.»

Ripeto, cosa stai imparando? Nel leggere ciò che altri hanno detto sull’indole e il comportamento degli esseri umani, nell’analizzare le differenze sociali e culturali, nello studiare alcune scienze o scuole di filosofia, che cosa stai davvero raccogliendo?

«Sento che se solo una persona avesse abbastanza conoscenza sarebbe in grado di evitarsi lotte e sofferenza, perciò raccolgo più conoscenza che posso. La conoscenza è essenziale per la comprensione.»

La comprensione arriva tramite la conoscenza? Sembriamo pensare che accumulando fatti e informazioni, raggiungendo una conoscenza enciclopedica, potremo finalmente liberarci da ogni legame. Semplicemente non è così: l’antagonismo, l’odio e la guerra non si sono ancora fermati, anche se noi tutti sappiamo quanto distruttivi siano e quanta energia positiva ci sottraggano. La conoscenza non è necessariamente un deterrente alla negatività; al contrario, può addirittura stimolarla e incoraggiarla. Perciò non credi che sia importante scoprire la ragione per cui continuiamo ad accumulare conoscenza?

«Ho parlato con molti educatori che pensano che se si riuscisse a diffondere in una maniera sufficientemente ampia la conoscenza, essa potrebbe dissipare l’odio dell’uomo per l’uomo e impedire la completa distruzione del mondo. Io penso che questo sia il tema e lo sforzo su cui si concentrano la maggior parte degli educatori più seri.»

Così tanta conoscenza in così tanti campi non ha certo fermato la brutalità dell’uomo sull’uomo, neanche fra uomini dello stesso gruppo, nazione o religione. Forse invece la conoscenza ci rende ciechi verso altri fattori che rappresentano la reale soluzione a tutto questo caos e sofferenza.

«E quali sarebbero?»

Con quale spirito stai facendo questa domanda? Ti potrei dare una risposta puramente verbale, ma aggiungerebbe solo altre parole in una mente già sovraccarica. Per la maggior parte degli uomini, conoscenza significa accumulare parole o rafforzare i propri pregiudizi e credenze; le parole e i pensieri sono solo la cornice in cui esiste il concetto di sé; e questo concetto si contrae o si espande attraverso l’esperienza e la conoscenza, ma la vera essenza del sé rimane, e né la conoscenza né l’erudizione potranno mai dissolverla. La rivoluzione è lo spontaneo dissolvimento di questa vera essenza, di questo concetto, laddove l’azione nata dal perpetuarsi della conoscenza può invece solo condurre a miserie e distruzioni ancora più grandi.

«Stai dicendo che esisterebbe un fattore differente che è la vera soluzione di tutte le nostre miserie e sofferenze; allora io ti chiedo in tutta serietà quale sia questo fattore. Se un tale fattore dovesse esistere e uno potesse conoscerlo e costruirci intorno tutta la sua vita, il risultato non potrebbe che essere una cultura totalmente nuova.»

Il pensiero non potrà mai trovarlo, la mente non potrà mai ricercarlo. Tu vuoi conoscerlo e costruire la tua vita intorno a esso; ma il «tu» con la sua conoscenza, con le sue paure, le sue speranze, le sue frustrazioni e illusioni, non lo potrà mai scoprire; e se ciò non avviene, continuare semplicemente ad accumulare altra conoscenza, altri insegnamenti, agirà solo come un’ulteriore barriera che impedirà che un tale stato possa arrivare in essere.

«Se tu non mi ci vuoi guidare, lo dovrò cercare da sola; e tuttavia tu sottintendi che tutte le ricerche devono cessare.»

Se ci fosse una guida, non ci sarebbe alcuna scoperta; poiché per scoprire ci deve essere libertà, non guida: la scoperta non è una ricompensa.

«Temo di non riuscire a comprendere.»

Tu cerchi una guida per poter trovare; ma se sei guidata, non sei più libera: diventi una schiava di colui che conosce; e colui che afferma di conoscere è a sua volta schiavo della sua conoscenza, e anch’egli dovrebbe invece essere libero per poter trovare. Si trova solo di momento in momento, perciò la conoscenza diventa un impedimento.

«Potresti spiegare meglio questi concetti?»

La conoscenza è sempre del passato: ciò che sai si trova già nel passato, giusto? Non conosci il presente o il futuro. Il rafforzamento del passato è la via della conoscenza; e ciò che può essere disvelato potrebbe essere totalmente nuovo, e la tua conoscenza, che altro non è che un’accumulazione del passato, non può penetrare il nuovo, il non conosciuto.

«Intendi quindi dire che bisogna disfarsi di tutta la conoscenza se si vuole trovare Dio, l’amore, o qualsiasi cosa sia?»

Il sé è il passato, il potere di accumulare cose, virtù, idee. Il pensiero è il risultato di questo condizionamento che appartiene a ieri, e con un tale strumento tu stai cercando di disvelare l’inconoscibile: semplicemente non è possibile. La conoscenza deve cessare affinché l’altro possa essere.

«E allora come si fa a svuotare la mente da tutta la conoscenza?»

Non c’è nessun «come». La pratica di un metodo non fa altro che condizionare ulteriormente la mente, poiché otterrai solo un risultato, e non una mente libera dalla conoscenza e dal sé. Non c’è alcun modo, nessuna via: solo la consapevolezza passiva della verità di ciò che è stato detto sulla vera natura della conoscenza.

50. Convinzioni; sogni

Com’è bella la terra con i deserti e i campi ubertosi, le foreste, i fiumi e le montagne, gli innumerevoli uccelli e animali e gli esseri umani! Ci sono villaggi, luridi e malati, dove da molte stagioni non piove abbastanza; i pozzi sono asciutti e il bestiame è pelle e ossa; la terra nei campi è spaccata, e le arachidi stanno avvizzendo; la canna da zucchero non viene più piantata, e il fiume non scorre da molti anni. Chiedono l’elemosina, rubano e restano affamati; muoiono aspettando la pioggia. Poi ci sono le città opulente con le strade linde e le auto nuove e luccicanti, la gente pulita e ben vestita, la lunga fila infinita di negozi che espongono ogni cosa, le biblioteche, le università e i quartieri malfamati. La terra è bella e il suo suolo è sacro, intorno al tempio e nell’arido deserto.

Immaginare è una cosa; un’altra è percepire ciò che è; ma entrambe sono dei legami condizionanti. È facile percepire ciò che è, ma esserne liberi è un’altra questione; poiché la percezione è ottenebrata dal giudizio, dal confronto, dal desiderio. Percepire senza l’interferenza del censore è arduo: dal momento che l’immaginazione costruisce l’immagine del sé, e il pensiero allora non può che funzionare all’interno delle sue stesse ombre. Da questo concetto del sé nasce e si sviluppa il conflitto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, il conflitto nella dualità. La percezione della realtà e l’idea della realtà sono due stati completamente differenti, e solo una mente che non sia legata e condizionata dalle opinioni, dai valori di confronto, può essere in grado di percepire ciò che è vero.

Veniva da molto lontano: aveva dovuto prendere il treno e un autobus, e l’ultimo tratto di strada aveva dovuto percorrerlo a piedi; ma era una giornata fresca, e la salita non era poi troppo ripida.

«Ho un problema abbastanza urgente di cui vorrei parlare» esordì. «Quando due persone che si amano sono irremovibili nelle loro convinzioni diametralmente opposte, cosa bisogna fare? Uno dei due dovrebbe cedere e arrendersi? L’amore può colmare questa lacuna così separativa e distruttiva?»

Se ci fosse amore, ci sarebbero anche queste convinzioni rigide che separano e condizionano?

«Forse no, ma ora tutto è andato oltre la condizione dell’amore: le posizioni sono diventate opposte, ostili, rigide e inflessibili. Uno dei due potrebbe anche pensare di dimostrarsi flessibile, ma se l’altro non lo è, ci si ritrova sempre sull’orlo di un’esplosione. Si può fare qualcosa per evitarlo? Uno dei due può anche cedere, cercare di adattarsi, ma se l’altro manifesta una totale intransigenza, la vita diventa impossibile, non c’è più spazio per alcuna relazione con questa persona. L’intransigenza sta portando a risultati pericolosi, ma la persona in questione non sembra temere il martirio in nome della salvaguardia delle sue posizioni. Sembra tutto abbastanza assurdo quando si considera la natura illusoria delle idee, ma le idee si radicano profondamente quando non si ha nient’altro. La gentilezza e la considerazione dell’altro svaniscono nell’austera brillantezza delle idee. La persona in questione è infatti assolutamente convinta che le sue idee, teorie che ha appreso nelle sue letture, stiano per salvare il mondo portando pace e abbondanza per tutti, e pensa che uccidere o distruggere, quando necessario, siano un mezzo giustificato per raggiungere quel fine idealistico. Il fine è fondamentale, e non il mezzo; a nessuno importa quanto tempo e quanto sangue ci vorranno per raggiungere il fine.»

Per una mente del genere, la salvezza sta nella distruzione di coloro che non hanno le sue stesse convinzioni. Alcune religioni hanno creduto in passato che questa fosse la via indicata da Dio, e ancora mantengono scomuniche, minacce di inferno eterno e moniti del genere. Ciò di cui tu hai parlato è l’ultima religione: noi vogliamo trovare speranza nelle Chiese, nelle idee, nei «dischi volanti», nei maestri, nei guru, e tutto questo non può che condurci a una miseria e a una distruzione sempre più grandi. Dentro di sé l’uomo deve essere libero dalla propria tendenza intransigente, poiché le idee sono illusorie, separano e distruggono, per quanto grandi, sofisticate o convincenti possano essere. Quando la mente non sarà più intrappolata nella rete delle idee, delle opinioni, delle convinzioni, allora davvero si realizzerà qualcosa di completamente diverso dalle pure e semplici proiezioni della mente. La mente non è la nostra ultima risorsa per risolvere i problemi; al contrario, è quel che li crea.

«So che d’abitudine tu non consigli le persone; ma comunque, puoi dirmi cosa devo fare? Me lo sono chiesta per molti mesi, e non ho ancora trovato una risposta. Ma mentre ti sto facendo la domanda, mi sto incominciando a rendere conto che non c’è una risposta definitiva, che bisogna vivere momento per momento, prendendo le cose come vengono, lasciando perdere e dimenticandosi di se stessi. Solo allora forse sarà possibile essere concilianti, e perdonare. Ma quanto sarà difficile!»

Nell’attimo in cui dici «ma quanto sarà difficile!», hai già finito di vivere momento per momento con amore e conciliazione. La mente si è già proiettata nel futuro, creando un problema, il che è la vera natura del sé: il passato e il futuro sono il suo sostentamento.

«Ti posso chiedere un’altra cosa? È possibile che io riesca a interpretare i miei sogni? Negli ultimi tempi ho sognato moltissimo e so che questi sogni stanno cercando di dirmi qualcosa, ma non riesco a interpretarne i simboli, le immagini che continuano a ripetersi notte dopo notte. I simboli e le immagini non sono sempre gli stessi, cambiano, ma fondamentalmente hanno tutti il medesimo contenuto e significato, almeno credo, potrei anche sbagliarmi.»

Cosa significa la parola «interpretare»in riferimento ai sogni?

«Come ti ho spiegato, sono assillata da molti mesi da questo grave problema, e i miei sogni non fanno che parlarmene.

Stanno cercando di dirmi qualcosa, magari darmi un suggerimento su cosa dovrei fare, e se solo potessi interpretarli in maniera corretta, saprei finalmente cosa stanno cercando di comunicarmi.»

È certo che il sognatore non è separato dal suo sogno: il sognatore è il sogno. Non pensi che sia importante comprenderlo?

«Non capisco cosa vuoi dire. Me lo spieghi, per favore?»

La nostra coscienza è un processo totale, anche se al suo interno può avere delle contraddizioni. Si potrà anche suddividere in conscia e inconscia, nascosta e palese, al suo interno potranno anche coesistere desideri e valori opposti, e urgenze diverse ma, nonostante tutto, la coscienza rimane un processo totale e unitario. La mente conscia può essere consapevole di un sogno, ma il sogno altro non è che il risultato dell’attività dell’intera coscienza. Quando lo strato più superficiale della coscienza cerca di interpretare un sogno che è la proiezione dell’intera coscienza, allora questa interpretazione non potrà che essere parziale, incompleta, stravolta. L’interprete inevitabilmente traviserà il simbolo, il sogno.

«Mi spiace, ma non mi è chiaro.»

La mente conscia e superficiale è occupata dall’ansia, preoccupata di trovare una soluzione al suo problema, perciò durante il periodo di veglia non è mai quieta. In quel che chiamiamo sonno, la mente è più tranquilla, meno disturbata, e quindi in grado di distinguere un indizio dell’attività dell’intera coscienza. Questo indizio è il sogno, che la mente ansiosa non appena sveglia cerca di interpretare; ma la sua interpretazione sarà scorretta, poiché riguarderà l’azione immediata e i suoi risultati. L’urgenza di interpretare deve cessare affinché possa esserci la comprensione dell’intero processo della coscienza. Tu sei molto ansiosa di scoprire quale sia la cosa giusta da fare riguardo al tuo problema, vero? Questa stessa ansia sta impedendo la comprensione del problema, quindi incontriamo un cambiamento continuo di simbologia dietro cui il contenuto sembra essere sempre lo stesso. Dunque, qual è il problema ora?

«Non aver più paura di qualsiasi cosa possa accadere.»

Puoi allontanare facilmente la paura? Una semplice decisione verbale non può liberarti dall’ansia. Ma è poi questo il problema? Tu potrai anche volerti liberare dalla paura, ma allora il «come», il metodo, diventano importanti, e il risultato sarà solo un nuovo problema da affrontare, esattamente come prima c’era un problema vecchio. Così non facciamo altro che spostarci di problema in problema senza mai riuscire a liberarcene. Ma noi ora stiamo parlando di qualcosa di totalmente differente, sei d’accordo? Non ci stiamo occupando della sostituzione di un problema con un altro.

«Allora credo che il vero problema sia quello di avere una mente quieta.»

Sicuramente, questa è l’unica questione: una mente immobile e silente.

«E come posso avere una mente immobile e silente?»

Pensa a quello che hai appena detto: vuoi possedere una mente immobile e silente, così come vorresti possedere un vestito o una casa. Avendo un nuovo obiettivo, cioè l’immobilità della mente, incominci subito a addentrarti nelle modalità e nei mezzi per ottenerlo, così ti ritrovi per le mani un altro problema; invece devi solo essere consapevole dell’assoluta necessità e importanza di una mente immobile e silente. Non lottare per ottenere l’immobilità, non torturarti con discipline per poterla acquisire, non coltivarla e non praticarla: poiché tutti questi sforzi produrranno un unico risultato, e quel risultato non sarà certo l’immobilità. Ciò che è stato messo insieme può anche essere disfatto. Non cercare la continuità dell’immobilità; poiché l’immobilità va sperimentata momento per momento; non può essere raccolta, accumulata.

51. La morte

In questo punto il fiume era davvero ampio, quasi un chilometro e mezzo, e molto profondo; nella corrente che scorreva al centro, le acque erano azzurre, ma verso gli argini erano sporche e stagnanti, e vi galleggiavano chiazze di sudiciume. Il sole stava tramontando dietro la grande città, che si estendeva irregolarmente intorno al fiume; il fumo e la polvere della città regalavano colori meravigliosi al sole che tramontava, riflessi nelle grandi acque danzanti. Era una bella serata e tutto, ogni filo d’erba, gli alberi e gli uccelli cinguettanti, faceva parte di quella bellezza infinita e senza tempo. Nulla era separato, altro dal resto che lo circondava: anche il rumore di un treno che stava sferragliando sul ponte lontano apparteneva a questa immobilità silente. Non molto distante un pescatore stava cantando. Lungo entrambi gli argini ampie parti di terra erano coltivate, e durante il giorno i campi verdi e lussureggianti erano splendenti e invitanti; ma ora erano bui, silenziosi e come chiusi su loro stessi. In un grande slargo non coltivato su questo lato del fiume, fra le reti dei pescatori stese ad asciugare, i bambini del villaggio facevano volare gli aquiloni e scorrazzavano, giocando e divertendosi, fra grida e richiami; le barche dei pescatori erano ormeggiate lì vicino.

Il villaggio era appena sopra, a poca distanza dagli argini; e qualcosa di divertente e chiassoso succedeva sempre lassù: gli abitanti erano soliti cantare e ballare; ma stasera erano tranquilli e stranamente pensierosi, anche se tutti erano comunque seduti all’aperto fuori dalle capanne. Un gruppo stava discendendo dall’argine ripido, trasportando una specie di portantina di bambù: sopra, stava disteso un cadavere coperto da un telo bianco. Mi passarono di fianco e li seguii. Arrivati alla riva del fiume, appoggiarono la portantina, così vicina alla riva che quasi toccava l’acqua. Avevano portato con loro della legna molto secca che sarebbe bruciata subito, e dei ceppi pesanti, che usarono per innalzare una pira; misero il corpo sulla pira, lo aspersero di acqua del fiume e lo ricoprirono con la legna secca e il fieno. Un uomo molto giovane accese la pira; eravamo circa una ventina, e ci stringemmo gli uni agli altri. Non era presente nessuna donna, e gli uomini stavano accoccolati, avvolti nelle loro vesti bianche, immobili e silenziosi. Il calore del fuoco stava aumentando intensamente, e dovemmo arretrare. Una gamba nera e carbonizzata spuntò fuori dal fuoco e fu risospinta sulla pira con un lungo bastone; ma continuava a ricadere: allora vi gettarono sopra un ceppo pesante. Le fiamme giallo acceso si riflettevano sul fiume scuro, come le stelle; la brezza leggera era calata con il tramontare del sole. A parte lo scoppiettio del fuoco, tutto intorno era silenzioso. La morte era lì, ardeva. Fra tutti quegli uomini senza un gesto e la fiamma viva e guizzante c’era uno spazio infinito, una distanza incommensurabile, una solitudine enorme; non era qualcosa di separato, diviso dalla vita: l’inizio era lì, ancora e sempre inizio.

Ora il teschio si era spezzato e gli abitanti del villaggio incominciarono ad allontanarsi. L’ultimo ad andarsene doveva essere un parente; giunse le mani, porse l’ultimo saluto, e lentamente si avviò verso la salita. Non era rimasto molto; le fiamme alte si erano acquietate, ed erano restate solo le braci ardenti. Le poche ossa che non erano bruciate sarebbero state gettate nel fiume la mattina seguente. L’immensità della morte, la sua immediatezza, e la sua imperscrutabile vicinanza! Ognuno era morto un poco bruciando quel corpo. Si respirava una solitudine assoluta che non era separatezza, una solitudine che non era isolamento: poiché l’isolamento è della mente, non della morte.

Era un signore molto avanti con l’età, dai modi calmi e dignitosi; aveva occhi chiari e un sorriso sempre pronto e aperto. Era avvolto in uno scialle, poiché nella sala faceva un gran freddo. Parlando in inglese, dal momento che era stato educato all’estero, spiegò di aver svolto un lavoro governativo; ma ora era andato in pensione e disponeva di moltissimo tempo libero. Aveva studiato varie religioni e filosofie, disse, ma non aveva fatto tutta questa strada per discutere di ciò.

Il sole del primo mattino si rifletteva nel fiume e le acque brillavano come cosparse da innumerevoli frammenti di pietre preziose. Un piccolo uccello verde e oro si stava scaldando al sole sulla veranda, al sicuro, tranquillo.

«La vera ragione per cui sono venuto,» disse «è che voglio discutere con te la cosa che più mi inquieta: la morte. Ho letto Il libro tibetano dei morti, e so bene ciò che dicono i nostri libri sull’argomento; e le spiegazioni cristiane e islamiche riguardo alla morte mi sembrano troppo superficiali; ho parlato con molti maestri religiosi qui e all’estero, ma nessuna delle loro teorie mi appare soddisfacente; ho pensato molto all’argomento e spesso vi ho dedicato la meditazione, ma non sono arrivato a concludere granché. Un mio amico che ti ha ascoltato recentemente mi ha riferito alcune tue parole, e perciò sono venuto. Per me il problema non è solo la paura della morte, la paura di non essere più, ma anche sapere ciò che accadrà dopo la morte: è stato un dilemma per molti nel corso dei secoli, ma nessuno sembra esserne venuto a capo. Cosa mi puoi dire?»

Incominciamo ad affrontare l’urgenza di fuggire dalla realtà della morte utilizzando alcune convinzioni, quali la reincarnazione, la resurrezione, o una facile razionalizzazione. La mente è così desiderosa di trovare una spiegazione ragionevole alla morte, o una risposta soddisfacente, da cadere con facilità nelle illusioni; e bisogna essere estremamente consapevoli di un tale atteggiamento.

«Ma non è forse una delle nostre più grandi difficoltà? Desideriamo disperatamente qualsiasi tipo di rassicurazione, soprattutto da coloro che consideriamo maestri di conoscenza ed esperti su questi temi; e quando non riusciamo a trovare alcuna rassicurazione ci rivolgiamo, per disperazione e speranza, alle nostre teorie e fedi confortanti. Così la fede, il credere in qualcosa, che sia la più improbabile o la più ragionevole delle teorie, diventa una necessità.»

Per quanto gratificante possa essere una via di fuga, non ci condurrà mai in alcun modo alla comprensione del problema; anzi, la fuga stessa è la causa della paura. La paura è insita nel movimento che vuole prendere le distanze dalla realtà, da ciò che è. La fede, per quanto confortante, contiene quindi già in sé il seme della paura: ci allontaniamo dalla realtà della morte perché non vogliamo vedere, e le fedi e le teorie ci offrono un’agevole via d’uscita. Se davvero la mente vuole scoprire lo straordinario significato della morte dovrà abbandonare, facilmente, senza resistenza, il desiderio ardente di un qualsiasi conforto di speranza. Questo è abbastanza ovvio, non credi?

«Ma non stai chiedendo troppo? Per comprendere la morte dobbiamo essere disperati; non è quello che stai dicendo?»

Assolutamente no. Siamo forse disperati quando non esiste quello stato che chiamiamo speranza? Perché dobbiamo sempre pensare in termini oppositivi? La speranza è l’opposto della disperazione? Se così fosse, allora questa speranza conterrebbe già in sé il seme della disperazione, e una speranza tale non potrà che avere una sfumatura di paura. Se ci deve essere comprensione, non è anche necessario essere liberi dagli opposti? Lo stato della mente è della più grande importanza: e le attività di disperazione e speranza impediscono la comprensione o la sperimentazione della morte. Il movimento degli opposti deve cessare. La mente deve affrontare il problema della morte con una consapevolezza totalmente nuova, in cui il consueto processo di riconoscimento sia assente.

«Credo di non riuscire a capire queste affermazioni. Mi sembra di afferrare solo vagamente il concetto della mente libera dagli opposti. Sebbene io creda che sia un compito estremamente difficile, ne vedo e comprendo l’assoluta necessità. Ma cosa significhi essere liberi dal processo di riconoscimento mi è davvero oscuro.»

Riconoscere è il processo del conosciuto, è il risultato del passato; e la mente è spaventata da tutto ciò che non le è familiare e noto. Se tu conoscessi la morte, allora non ne avresti alcuna paura, e non avresti nessun bisogno di spiegazioni elaborate. Ma non puoi conoscere la morte, si tratta di qualcosa di totalmente nuovo, mai sperimentato prima. Ciò che è sperimentato diventa il conosciuto, il passato, ed è da questo passato, da questo conosciuto che il riconoscimento inizia a definirsi; e fino a che esisterà questo movimento dal passato, il nuovo non potrà mai essere.

«Sì, sì, incomincio a intuirlo.»

Ciò di cui stiamo parlando non è qualcosa a cui si possa pensare più tardi, ma deve essere sperimentato direttamente mentre procediamo. Questa esperienza non può essere immagazzinata, perché se lo fosse, diverrebbe memoria, e la memoria, la via del riconoscimento, blocca e impedisce il nuovo, il non conosciuto. E dal momento che la morte è il non conosciuto, l’inconoscibile, il nostro problema allora non è determinare cosa sia la morte e cosa accada dopo la morte, ma fare sì che la mente si ripulisca dal passato, dal conosciuto. Allora la mente vivente potrà penetrare la dimora della morte, potrà incontrare la morte, il non conosciuto.

«Stai forse dicendo che si può arrivare a conoscere la morte mentre si è ancora vivi?»

Incidenti, malattie e vecchiaia portano alla morte, e in queste circostanze non è certo possibile essere completamente consapevoli: sofferenza, speranza e disperazione, paura dell’isolamento ci soffocano; e intanto la mente, il sé, consciamente o inconsciamente, combattono contro la morte, contro l’inevitabile. E mentre cerchiamo di resistere strenuamente alla morte, noi moriamo. Ma è possibile, senza resistenza, senza morbosità, senza un’urgenza sadica o suicida, e tuttavia ancora vivi, e con la mente lucida e vigorosa, entrare nella casa della morte? Sì, ma solo quando la mente muore al conosciuto, al sé: perciò il nostro problema non è la morte, ma che la mente si liberi da secoli di accumulo di esperienze psicologiche, di ricordi sempre crescenti, che altro non sono se non il rafforzamento e il perfezionamento del sé.

«Ma come si può fare? Come può la mente liberarsi dai suoi stessi legami? Mi sembra che sia necessario un agente esterno, o che la parte più alta e nobile della mente debba intervenire per purificare se stessa dal passato.»

È una questione molto complicata, vero? l’agente esterno potrebbe essere l’influenza dell’ambiente, o potrebbe essere anche qualcosa oltre i confini della mente. Se l’agente esterno è l’influenza dell’ambiente, allora sarà stata questa stessa influenza, con le sue tradizioni, fedi e culture, a trattenere la mente nei legami e nei condizionamenti. Se l’agente esterno è invece qualcosa al di là della mente, allora il pensiero in qualsiasi forma non potrà toccarlo; poiché il pensiero è il risultato del tempo, è ancorato al passato, non potrà mai essere libero dal passato: se si libera dal passato, cessa di essere pensiero. Speculare quindi su cosa ci sia oltre la mente è assolutamente inutile, poiché il pensiero, che è il sé, dovrà cessare di esistere, affinché si possa realizzare l’intervento di ciò che si trova al di là del pensiero. La mente dovrà quindi essere senza alcun movimento, dovrà essere immobile dell’immobilità di nessuna motivazione. La mente non può evocare ciò che è oltre la mente: può dividere, e di fatto divide, il proprio campo di attività fra nobile e ignobile, desiderabile e indesiderabile, più alto e più basso, ma tutte queste divisioni e suddivisioni saranno sempre all’interno dei confini della mente stessa; perciò qualsiasi movimento della mente, in qualsiasi direzione, altro non è che la reazione del passato, del «me», del tempo. Questa verità è l’unico fattore di liberazione, e colui che non riuscirà a percepirla sarà per sempre condizionato dai legami, qualsiasi cosa possa fare: penitenze, voti, discipline, sacrifici, potranno anche avere un significato sociologico e confortante, ma non avranno alcun valore in relazione con la verità.

52. Valutazione

La meditazione è un’azione molto importante nella vita; è forse l’azione che ha il significato più grande e più profondo. E una sorta di profumo che non può essere facilmente colto; non può acquistarsi con la lotta e la pratica. Un sistema può produrre solo i frutti che gli sono propri, e il sistema, il metodo sono basati sull’invidia e sull’avidità.

Non esser capaci di meditare è come non riuscire a vedere la luce del sole, le ombre profonde, le acque scintillanti e la foglia tenera. Ma pochi vedono queste cose! La meditazione non ha mente da offrire; non puoi venire elemosinando con le mani giunte. Non ti salva da nessuna sofferenza: può rendere le cose abbondantemente chiare e semplici, ma per poter percepire questa semplicità la mente deve liberarsi, senza nessuna causa o motivo, da tutte le cose che ha accumulato attraverso la causa e il motivo. Questa è l’intera questione nella meditazione. La meditazione è la catarsi del conosciuto. Perseguire il conosciuto in forme differenti è un gioco di autoinganno, e quando colui che medita è il maestro, allora non c’è più il semplice atto del meditare. Colui che medita può agire solamente nel campo del conosciuto; deve quindi cessare di agire affinché il non conosciuto possa essere. L’inconoscibile non ti chiama, e non puoi evocarlo: viene e va come il vento, e non puoi catturarlo e immagazzinarlo a tuo beneficio e per il tuo utilizzo. Non ha un valore utilitaristico, ma senza di esso la vita è incommensurabilmente vuota.

La questione non è come meditare, che sistema seguire, ma: cos’è la meditazione? Il «come» può solo produrre ciò che il metodo offre, invece la stessa indagine su cosa sia la meditazione aprirà le porte della meditazione. L’indagine non sta al di fuori della mente, ma all’interno del movimento della mente stessa. In questa indagine, ciò che diventa di importanza fondamentale è comprendere il ricercatore stesso, e non cosa stia cercando, poiché ciò che sta cercando è la proiezione delle sue brame, delle sue compulsioni, dei suoi desideri. Quando si riuscirà a vedere questa realtà, tutte le ricerche cesseranno, il che in sé è già estremamente significativo. Allora la mente non starà più cercando di afferrare qualcosa al di là di se stessa, non ci sarà più nessun movimento verso l’esterno con la conseguente reazione all’interno; ma quando la ricerca sarà completamente terminata, ci sarà un movimento della mente che non sarà né verso l’esterno né verso l’interno. L’azione del cercare non arriverà a una fine per un atto di volontà, o per un complesso processo di conclusioni. Smettere di cercare richiede una grande comprensione: e la fine della ricerca è l’inizio di una mente immobile e silente.

Una mente che è capace di concentrazione non è necessariamente capace di meditazione. Il proprio interesse porta alla concentrazione, come un qualsiasi altro interesse, ma una tale concentrazione implica un motivo, una causa, conscia o inconscia; c’è sempre una cosa che deve essere ottenuta o messa da parte, uno sforzo da comprendere, o la necessità di arrivare sull’altra riva. L’attenzione a una meta ha a che fare con l’accumulazione. L’attenzione che con questo movimento si avvicina o si allontana da qualcosa è l’attrazione del piacere o il rifiuto della sofferenza, ma la meditazione è quella straordinaria attenzione in cui non è presente alcun creatore o sforzo, nessun fine o oggetto da conquistare. Lo sforzo è una parte del processo acquisitivo, è la raccolta dell’esperienza da parte dello sperimentatore. Lo sperimentatore può concentrarsi, porre attenzione, essere consapevole; ma la brama dello sperimentatore per l’esperienza deve cessare completamente, poiché lo sperimentatore non è altro che l’accumulazione del conosciuto.

C’è un grande splendore nella meditazione.

Raccontò di aver studiato filosofia e psicologia, e di aver letto gli scritti di Patànjali. Considerava piuttosto superficiale e solo riformatore il pensiero cristiano, così era partita per l’Oriente, aveva praticato discipline yoga, e aveva familiarità con il pensiero indù.

«Ho letto qualcosa che tu hai detto e penso di poterlo seguire fino a un certo punto. Vedo l’importanza di non condannare, anche se trovo estremamente difficile non farlo; ma non riesco proprio a capirti quando dici: «Non valutate, non giudicate». Tutto il pensare, mi sembra, non è altro che un processo di valutazione. La nostra vita, la nostra intera concezione, è basata su una scelta, su valori, sul bene e sul male. Senza valori semplicemente ci disintegreremmo, e sicuramente non è questo che intendi. Ho cercato di svuotare la mia mente da tutte le norme e i valori, ma per ciò che mi riguarda è impossibile.»

Il pensare esiste senza verbalizzazione, senza simboli? Le parole sono necessarie per pensare? Se non ci fossero simboli, referenti, ci sarebbe quello che noi chiamiamo pensare? E tutto il pensare è verbale, o esiste anche un pensare senza parole?

«Non lo so, non ho mai considerato la questione. Per quel che posso percepire, senza immagini e parole non ci sarebbe alcun pensiero.»

Non dovremmo scoprire la verità di questa questione ora, mentre ne stiamo parlando? Non è possibile scoprire se esista o no il pensare senza parole e simboli?

«Ma in che modo questo argomento è collegato con la valutazione?»

La mente è fatta di referenti, astrazioni, associazioni, immagini e parole: e la valutazione proviene da questo scenario. Parole come Dio, amore, socialismo, comunismo giocano un ruolo straordinariamente importante nelle nostre vite. Da un punto di vista sia neurologico sia psicologico è appurato che le parole assumono una valenza a seconda della cultura nella quale siamo cresciuti e stati educati: per un cristiano certe parole e simboli avranno un enorme significato, e per un musulmano un altro insieme di parole e simboli avrà un uguale significato vitale. La valutazione si realizza all’interno di questo ambito.

«Ma si riesce ad andare oltre questo ambito? E ammesso che si riesca, perché si dovrebbe?»

Il pensiero è sempre condizionato; non esiste la libertà del pensiero: puoi pensare ciò che vuoi, ma il tuo pensiero è e sarà sempre limitato. La valutazione è un processo del pensiero, di scelta. Se la mente è contenta, come generalmente è, di rimanere nei limiti di un recinto, ampio o ristretto, allora non si preoccuperà di alcuna questione fondamentale; avrà già la sua ricompensa. Ma se vorrà trovare se esiste qualcosa oltre al pensiero, allora la valutazione dovrà cessare; il processo del pensiero dovrà arrivare a una fine.

«Ma la mente stessa è sia parte sia contenitore di questo processo del pensare, perciò quale sforzo o pratica potranno condurre a una fine il pensiero?»

La valutazione, la condanna, il confronto sono modalità del pensiero, e nel momento in cui chiedi quale sforzo o metodo possa portare alla fine il processo del pensiero, non stai ancora cercando di ottenere qualcosa? Questa urgenza di praticare un metodo o di fare uno sforzo ulteriore è il risultato della valutazione, ed è ancora un processo della mente. Né la pratica di un metodo né un qualsiasi sforzo in qualsivoglia direzione potranno portare il pensiero alla fine. Perché facciamo uno sforzo?

«Per l’unica semplice ragione che se non lo facessimo vivremmo nella stasi e moriremmo. Tutti fanno uno sforzo, tutta la natura lotta per sopravvivere.»

Lottiamo solo per sopravvivere, o lottiamo per sopravvivere all’interno di un determinato modello psicologico o ideologico? Noi vogliamo essere qualcosa; l’urgenza dell’ambizione, della soddisfazione, della voglia di realizzazione, della paura plasma la nostra lotta all’interno di un modello di società che è il prodotto dell’ambizione, della soddisfazione, della voglia di realizzazione, della paura collettive. Noi facciamo degli sforzi per ottenere o evitare; se fossimo preoccupati solamente della sopravvivenza, allora la nostra intera concezione e visione dell’esistenza sarebbe fondamentalmente diversa. Lo sforzo implica una scelta; e la scelta è confronto, valutazione, condanna. Il pensiero è la somma di queste lotte e contraddizioni; e un tale pensiero potrà mai liberarsi dalle proprie barriere che non fanno altro che perpetuare se stesse?

«Allora ci dovrà essere un agente esterno, chiamalo grazia divina o altro, che si inserisca in questo processo e ponga una fine alle modalità di chiusura della mente. È questo quello che stai dicendo?»

Quanto ardentemente vogliamo raggiungere uno stato soddisfacente! Se posso fartelo notare, non sei troppo preoccupato dell’arrivo, della realizzazione, della liberazione della mente da una condizione particolare? La mente è catturata nella prigione delle proprie stesse creazioni, dei suoi desideri e sforzi, e ogni movimento, in qualsiasi direzione, non fa che riportarla alla prigione, perché si muove sempre nei confini della prigione; ma non ne è consapevole, così nella sua sofferenza e nel suo conflitto, prega, e cerca un agente esterno che la possa liberare. Generalmente trova ciò che cerca, ma non avrà trovato altro che il risultato del suo stesso movimento: la mente sarà ancora prigioniera, solo in una nuova prigione, magari più gratificante e confortante.

«Ma in nome del cielo, cosa bisogna fare allora? Se ogni movimento della mente non è altro che un’estensione della sua stessa prigione, allora bisogna abbandonare ogni speranza.»

La speranza è un altro movimento del pensiero catturato nella disperazione. La speranza e la disperazione sono parole che paralizzano la mente con il loro contenuto emotivo, con le loro urgenze apparentemente opposte e contraddittorie. Non è possibile restare nello stato della disperazione, o in qualsiasi altro stato simile, senza precipitarsi lontano, verso un’idea opposta, o senza aggrapparsi disperatamente a uno stato che chiamiamo gioia, speranza e così via? Il conflitto si palesa quando la mente fugge dallo stato che chiamiamo miseria e sofferenza, verso un altro chiamato speranza, felicità. Comprendere lo stato in cui ci si trova non significa accettarlo, poiché l’accettazione e il rifiuto sono entrambi nell’area della valutazione.

«Temo di non essere ancora riuscito ad afferrare come il pensiero possa arrivare a una fine senza intraprendere una qualche azione in quella direzione.»

Tutte le azioni di volontà, di desiderio, di urgenza compulsiva nascono dalla mente: la mente che valuta, confronta, condanna. Se e quando la mente riuscirà a percepire la verità di questa realtà, non con argomentazioni, convinzioni, o con la fede, ma restando vigile e attenta, allora il pensiero arriverà alla fine. La fine del pensiero non è il sonno, l’indebolirsi della vita, uno stato di negazione; è uno stato completamente differente.

«La nostra conversazione mi ha dimostrato che non avevo pensato abbastanza profondamente a tutto questo. Sebbene abbia letto molto, ho solo assimilato ciò che gli altri hanno detto. Per la prima volta sento che sto finalmente sperimentando lo stato del mio stesso pensiero e forse sarò capace di ascoltare qualcosa di più delle semplici parole.»

53. Invidia e solitudine

Sotto l’albero quella sera c’era molta pace. Una lucertola si spingeva avanti e indietro su una roccia ancora calda. La notte sarebbe stata fredda, e il sole non sarebbe sorto da lì a molte ore. Il bestiame era esausto e tornava lentamente dai campi lontani dove aveva lavorato con gli uomini. Una civetta cantava con toni profondi dalla cima della collina, la sua casa. Ogni sera verso quest’ora incominciava a cantare, e il suo «chiuchiu» diventava sempre meno frequente man mano che il buio aumentava; ma talvolta, a notte fonda, la si sentiva ancora. Una civetta chiamava l’altra attraverso la valle, e i loro suoni gutturali sembravano conferire alla notte ancora più silenzio e bellezza. Era una sera splendida, e la luna nuova stava tramontando dietro la collina nera.

La compassione non è difficile da procurarsi quando il cuore non è pieno delle astuzie della mente. La mente distrugge l’amore, con le sue richieste e le sue paure, i suoi attaccamenti e i suoi rifiuti, le sue determinazioni e le sue urgenze. E come è difficile essere semplici in tutto questo! Non c’è bisogno di filosofie e dottrine per essere buoni e gentili. Gli uomini efficienti e potenti della terra provvederanno affinché tutti abbiano cibo e vestiario, forniranno riparo e cure mediche. Questo è inevitabile con l’aumento rapido della produzione; è la funzione dei governi ben organizzati e di una società equilibrata. Ma l’organizzazione non offre la generosità del cuore e della mano. La generosità proviene da una sorgente ben diversa, una sorgente oltre tutte le misure. L’ambizione e l’invidia la distruggono come è vero che il fuoco brucia. Questa sorgente deve essere toccata, ma bisogna arrivarci con le mani vuote, senza preghiere, senza sacrificio. I libri non possono esserci d’aiuto e nessun guru può condurci a questa sorgente. Non può essere raggiunta con la coltivazione della virtù, anche se la virtù è necessaria, né attraverso la capacità e l’obbedienza. Quando la mente è serena, senza alcun movimento, allora sarà lì. La serenità è senza motivazione, senza l’urgenza per qualcosa di più.

Era una donna giovane, ma quasi sopraffatta dal dolore: non era il dolore fisico che la angustiava, ma una sofferenza d’altro genere. Aveva controllato il dolore fisico con le medicine, però non era mai riuscita ad attenuare e placare l’angoscia della gelosia. Era stata con lei, spiegò, sin da quando era bambina; a quell’età era appunto una cosa da bimbi, che si poteva tollerare e di cui si poteva anche sorridere, ma ora era diventata quasi una sorta di malattia. Era sposata e aveva due figli, e la gelosia stava distruggendo tutte le sue relazioni.

«Mi sembra di essere gelosa, non solo di mio marito e dei miei figli, ma praticamente di chiunque abbia più di me, che sia un giardino più curato o un vestito più elegante. Tutto questo può sembrare molto sciocco, ma per me è una tortura. Qualche tempo fa sono andata da uno psicanalista, e per qualche tempo mi è sembrato di aver trovato pace; ma presto tutto è ricominciato.»

La cultura in cui viviamo non incoraggia forse l’invidia? La pubblicità, la competitività, il confronto, l’idolatria del successo nei suoi numerosi aspetti: tutto questo non sembra sostenere l’invidia? La richiesta di qualcosa di più è gelosia, giusto?

«Ma...»

Consideriamo per adesso l’invidia in sé, e non la tua lotta per combatterla; ci ritorneremo sopra più avanti. Va bene?

«Certamente.»

L’invidia è incoraggiata e rispettata, vero? Lo spirito di competizione viene alimentato sin dalla più tenera età: l’idea che tu debba fare di più o essere migliore di un altro viene costantemente reiterata e riproposta in modi diversi; l’esempio del successo, l’eroe e la sua impresa coraggiosa sono perennemente instillati nella mente. La cultura attuale è basata sull’invidia, sull’acquisizione; e se non sarai acquisitivo nei confronti dei traguardi mondani e materiali, e invece seguirai gli insegnamenti dei maestri religiosi, ti verrà promesso il posto meritato nell’aldilà. Cresciamo tutti così, e il desiderio di farcela, di avere successo è impresso e radicato profondamente in ognuno di noi. Il successo viene perseguito e ricercato in mille modi: come artisti, come uomini d’affari, ma anche come religiosi. E un tale modello di vita altro non è che una forma di invidia; ma cerchiamo di disfarcene solo quando diventa ingestibile e dolorosa: fino a che è compensativa e fonte di piacere, l’invidia è accettata come una parte della natura umana, e non vediamo che in questo piacere si cela la sofferenza. L’attaccamento dà piacere, ma alimenta anche gelosia e sofferenza, e non è amore: e in questa dimensione si vive, si soffre, si muore. E quando la sofferenza di questa azione di chiusura diventa insopportabile, ci accorgiamo di dover lottare per cercare di uscirne.

«Penso di afferrare qualcosa di tutto quello che stai dicendo, ma cosa devo fare?»

Prima di pensare a cosa fare, proviamo a capire quale sia il problema. Qual è il problema?

«Sono torturata dalla gelosia e me ne voglio liberare.»

Tu vuoi essere libera dalla sofferenza che la gelosia ti causa; ma non vuoi anche rimanere aggrappata al piacere particolare che deriva dal possesso e dall’attaccamento?

«Certo che sì. Non pretenderai che rinunci a tutto ciò che possiedo, vero?»

Non stiamo parlando di rinuncia, ma della smania di possedere. Vogliamo possedere le persone e le cose, ci attacchiamo alla fede come alle speranze. Perché esiste questo desiderio di possedere cose e persone, questo attaccamento bruciante?

«Non lo so, non ci ho mai pensato. Sembra naturale essere invidiosi, ma è diventato un veleno, un fattore violentemente disturbante nella mia vita.»

Abbiamo sicuramente bisogno di determinate cose: cibo, abiti, riparo; ma spesso vengono usati per la nostra soddisfazione psicologica, il che dà origine a molti altri problemi. Allo stesso modo, la dipendenza psicologica verso le persone alimenta ansia, gelosia e paura.

«Allora credo che in un certo senso io dipenda da alcune persone. Sono una necessità compulsiva per me, e senza di loro sarei totalmente persa. Se non avessi mio marito e i miei figli penso che impazzirei, o mi attaccherei subito a qualcun altro; ma non vedo cosa ci sia di strano o sbagliato in un tale attaccamento.»

Non stiamo dicendo se sia giusto o sbagliato, ma stiamo considerandone le cause e gli effetti, giusto? Non stiamo condannando o giustificando la dipendenza. Perché si è psicologicamente dipendenti da un altro? Non è forse questo il problema, e non invece come essere liberi dalle torture della gelosia? La gelosia è puramente un effetto, il sintomo, e sarebbe inutile trattare solo il sintomo. Perché si è psicologicamente dipendenti da un altro?

«So di essere dipendente, ma non ci ho mai veramente pensato. Do per scontato che ognuno sia dipendente da un altro.»

Certo siamo fisicamente dipendenti l’uno dall’altro, e sempre lo saremo, il che è naturale e inevitabile. Ma finché non comprenderemo la nostra dipendenza psicologica da un altro, non pensi che la sofferenza della gelosia potrà solo continuare? Allora, perché c’è questo bisogno psicologico dell’altro?

«Ho bisogno della mia famiglia perché la amo. Se non l’amassi, non mi importerebbe.»

Stai dicendo che amore e gelosia vanno insieme?

«Così sembra. Se non amassi mio marito e i miei figli, certamente non ne sarei gelosa.»

In questo caso, se tu fossi libera dalla gelosia saresti anche libera dall’amore, non credi? Allora perché vuoi liberarti dalla gelosia? Vuoi mantenere il piacere dell’attaccamento e lasciarne andare l’intrinseca sofferenza. Ma è possibile?

«Perché no?»

Attaccamento implica paura, giusto? Hai paura di ciò che sei, o di ciò che sarai se gli altri ti lasciano o muoiono, e a causa di questa paura sviluppi attaccamento. Fino a che sarai occupata con il piacere dell’attaccamento, la paura resterà nascosta, rinchiusa da qualche parte, ma sfortunatamente sarà sempre lì; e finché non sarai libera da questa paura, le torture della gelosia proseguiranno.

«Di che cosa ho paura?»

La domanda non è di che cosa hai paura, ma se sei consapevole di aver paura.

«Ora che mi stai esplicitamente facendo questa domanda, credo di sì. Va bene, ho paura.»

Di cosa?

«Di sentirmi persa, insicura; di non essere amata; che nessuno si occupi di me; di essere sola, abbandonata. Penso che sia questo: ho paura di restare da sola, di non essere capace di affrontare la vita per conto mio, perciò dipendo da mio marito e dai miei figli, mi aggrappo disperatamente a loro. In me è sempre presente la paura che possa accadere loro qualcosa. Talvolta la mia disperazione prende la forma della gelosia, di un’incontenibile furia. Sono assolutamente terrorizzata che mio marito possa andare con un’altra donna. Sono divorata dall’ansia. Ti assicuro, ho passato molte ore a piangere. Tutte queste contraddizioni e turbamenti sono ciò che noi chiamiamo amore, e tu mi stai chiedendo se questo è amore. É amore quando c’è attaccamento? Vedo che non è così. È una cosa brutta, completamente egoista; sto pensando a me stessa tutto il tempo. Ma cosa devo fare?»

Condannarsi, definirsi odiosa, brutta, egoista, non diminuirà in alcun modo il problema; al contrario, lo farà aumentare. É importante comprendere questo passaggio: la condanna o la giustificazione ti impediscono di guardare cosa ci sia dietro la paura, sono una distrazione attiva per non affrontare la realtà di ciò che sta davvero accadendo. Quando dici: «Sono brutta, egoista», usi parole cariche di condanna, e così facendo stai solo rafforzando le modalità censorie, che sono una parte del sé.

«Non sono sicura di capire.»

Se condanni o giustifichi un’azione di tuo figlio, forse lo comprendi? Non hai il tempo o l’inclinazione per spiegare, perciò ottieni un risultato immediato dicendo «fallo» oppure «non farlo»; ma questo atteggiamento non ti avrà certo fatto comprendere la complessità di tuo figlio. Similarmente, la condanna, la giustificazione, o il confronto, impediscono la comprensione di noi stessi. Devi riuscire a comprendere quell’entità complessa che sei tu.

«Sì, si, adesso ho capito.»

Allora affronta tranquillamente il problema, senza condannare o giustificare. Troverai molto arduo non condannare o giustificare, poiché secoli di negazione e affermazione hanno reso questi atteggiamenti abituali e radicati. Osserva le tue reazioni mentre stiamo parlando.

Il problema allora non è la gelosia e come liberarsene, ma la paura. Cos’è la paura? Come si palesa?

«Che esista, è certo; ma cosa sia, proprio non lo so.»

La paura non può esistere nell’isolamento, esiste solo in relazione a qualcosa, sei d’accordo? Esiste uno stato che tu chiami solitudine, e quando sei conscia di quello stato, la paura insorge. Perciò la paura non esiste di per se stessa. Di che cosa hai paura al momento?

«Credo della mia solitudine, come hai detto.»

Perché «credi»? Non ne sei sicura?

«Non riesco più a essere sicura di nulla, ma so che la solitudine è uno dei miei problemi più profondi. È sempre rimasta lì sullo sfondo; ma solo ora, in questa conversazione, sono obbligata a guardarla di nuovo in faccia, e mi accorgo che è ancora lì. È una sorta di vuoto enorme, ineluttabile e spaventoso.»

Riesci a guardare quel vuoto senza dargli un nome, senza nessun tentativo di descrizione? Etichettare semplicemente uno stato non significa averlo compreso; al contrario, è un impedimento alla comprensione.

«Capisco cosa vuoi dire, ma non riesco a evitare di etichettarlo; è una reazione assolutamente istantanea.»

Sentire e dare un nome sono simultanei, vero? Possono essere separati? Ci può essere un intervallo fra il sentire e il dare un nome? Se si riesce a sperimentare veramente questo intervallo, allora si scoprirà che il pensatore cessa di essere un’entità separata e distinta dal pensiero. Il processo di verbalizzazione è una parte del sé, il «me», l’entità che è gelosa e che tenta di superare la sua gelosia. Se tu comprenderai davvero la verità di questo, allora la paura cesserà. Il dare un nome ha un effetto fisiologico e psicologico al contempo. Quando non si dà un nome, solo allora sarà possibile essere completamente consapevoli di quello che chiamiamo il vuoto della solitudine. Allora la mente non si separerà da ciò che è.

«Trovo estremamente difficile seguire tutto questo, ma sento di aver compreso almeno qualcosa, e permetterò che questa comprensione si disveli.»

54. La tempesta nella mente

La nebbia era durata tutto il giorno, e verso sera, mentre si stava diradando, irruppe un vento da est, secco e violento, che spazzava via le foglie morte e disseccava la terra. Era una notte tempestosa e minacciosa; il vento aumentava, le case scricchiolavano e i rami venivano strappati dagli alberi. La mattina seguente l’aria era così tersa che sembrava quasi di poter toccare le montagne. Con il vento era ritornata la calura; ma quando il vento smise di soffiare nel tardo pomeriggio, la nebbia si alzò ancora dal mare.

Com’è straordinariamente bella e feconda la terra! Non ci si stanca mai di lei. I letti asciutti dei fiumi sono pieni di cose vive: ginestroni, papaveri, alti girasoli gialli. Sui massi si aggirano le lucertole; un grande serpente a strisce bianche e marroni sta scaldandosi al sole, la lingua nera che saetta dentro e fuori, e di là dal burrone un cane abbaia, mentre dà la caccia a un citello o a un coniglio.

La contentezza non è mai il risultato della realizzazione, dell’ottenimento o del possesso di cose; non nasce dall’azione o dall’inazione. Deriva dalla pienezza di ciò che è, non dalla sua alterazione. E ciò che è pieno non ha bisogno dell’alterazione, del cambiamento: l’incompleto che cerca di diventare completo conosce invece i turbamenti dello scontento e del cambiamento. Il ciò che è è l’incompleto, non è il completo: poiché il completo è irreale, e il perseguimento dell’irreale è la sofferenza dello scontento che non potrà mai essere sanata; anzi, il tentativo stesso di sanare quella sofferenza è la ricerca dell’irreale, da cui sorge lo scontento. Non c’è nessuna via di uscita dallo scontento. Essere consapevoli dello scontento è essere consapevoli di ciò che è, e nella sua pienezza c’è uno stato che può essere chiamato contentezza: non ha opposti.

La casa dominava la vallata, e la cima più alta delle montagne lontane era risplendente della luce del tramonto. Quella massa rocciosa sembrava appesa al cielo e la luce pareva risplendere e provenire da dentro, e nello spazio che si andava rabbuiando la bellezza di quella luce era oltre ogni misura.

Era un uomo abbastanza giovane, entusiasta e alla ricerca.

«Ho letto molti libri sulla religione e sulle pratiche religiose, sulla meditazione e i vari metodi consigliati per raggiungere le vette più alte. Per un certo periodo fui affascinato dal comunismo, ma presto mi resi conto che era un movimento retrogrado, nonostante molti intellettuali vi appartenessero. Sono anche stato attratto dal cattolicesimo: alcune sue dottrine mi piacevano, e per un certo periodo ho pensato seriamente di diventare cattolico; ma un giorno, mentre parlavo con un prete molto colto, mi accorsi improvvisamente di quanto il cattolicesimo fosse simile alla prigione comunista. Durante i miei vagabondaggi come marinaio su una nave cargo arrivai in India, dove trascorsi quasi un anno, e pensai di diventare un monaco; ma era una scelta di ritiro troppo estrema per me e troppo irreale da un punto di vista idealistico. Ho cercato di vivere in solitudine per meditare, ma anche questo periodo si esaurì. Dopo tutti questi anni sembro ancora assolutamente incapace di controllare i miei pensieri, e questo è ciò di cui voglio parlare. Naturalmente ho altri problemi, il sesso per esempio, ma se fossi il signore assoluto dei miei pensieri allora potrei riuscire a tenere a freno anche i miei desideri e i miei impulsi brucianti.»

Non pensi che il controllo del pensiero condurrà alla tranquillizzazione del desiderio, o alla sua mera soppressione, che porterà a sua volta altri e ben più gravi problemi?

«Certo non starai sostenendo la bontà del dare libero corso al desiderio. Il desiderio è la modalità del pensiero, e nei miei tentativi di controllare il pensiero avevo anche sperato di soggiogare i miei desideri. I desideri devono essere soggiogati o sublimati, ma anche solo per poterli sublimare devono prima essere tenuti in conto. La maggior parte dei maestri insiste che i desideri devono venire trascesi, e prescrivono vari metodi per arrivare a questo traguardo.»

A parte quello che hanno detto gli altri, tu cosa ne pensi? Il puro e semplice controllo del desiderio potrà risolverne i molti problemi connessi? La soppressione o la sublimazione del desiderio potranno determinarne la comprensione, o fare sì che tu te ne possa liberare? Tenendo occupata la mente in impegni religiosi o di altro tipo, resterà disciplinata per molte ore al giorno; ma una mente occupata non è una mente libera, e sicuramente solo la mente libera può essere consapevole della creatività senza tempo.

«Non c’è nessuna libertà nel trascendere il desiderio?»

Cosa intendi con trascendere il desiderio?

«Per la realizzazione della propria felicità, e anche per raggiungere le vette più alte, è necessario non essere guidati dal desiderio, non essere catturati nei suoi turbamenti e nella sua confusione. Per tenere il desiderio sotto controllo è necessaria qualche forma di soggiogamento. Invece di perseguire gli istinti più bassi della vita, quello stesso desiderio può dedicarsi alla ricerca del sublime.»

Potrai anche cambiare l’oggetto del desiderio, dall’avere una casa alla conoscenza, dal basso verso l’alto, ma resta sempre l’attività del desiderio, sei d’accordo? Forse non si vorrà più un riconoscimento mondano, ma l’urgenza di ottenere il cielo è pur sempre la ricerca di un ottenimento. Il desiderio ricerca sempre soddisfazione, realizzazioni, risultati, ed è questo movimento del desiderio che deve essere compreso, e non allontanato o sottomesso: senza comprendere le vie del desiderio, un semplice controllo del pensiero ha ben poco significato.

«Ma devo ritornare al punto da cui ho incominciato. Anche solo per comprendere il desiderio, è necessaria la concentrazione, e questa è la mia vera difficoltà: mi sembra di non riuscire a controllare i miei pensieri; vagano ovunque, affastellandosi gli uni sugli altri. Non c’è un singolo pensiero che sia predominante e continuo nel magma di pensieri irrilevanti.»

La mente è come una macchina che lavora giorno e notte, parlando in continuazione, perennemente occupata, che sia sveglia o addormentata. È veloce, senza requie come il mare. Una parte di questo intricato e complesso meccanismo cerca di controllarne l’intero movimento, e quindi incomincia il conflitto fra desideri e stimoli opposti. Si possono anche chiamare l’alto sé e il basso sé, ma entrambi restano nell’area della mente. L’azione e la reazione della mente, del pensiero, sono quasi simultanei e automatici. L’intero processo conscio e inconscio di accettazione e negazione, del conformarsi e del lottare per essere liberi, è estremamente rapido. Così la questione non è come controllare questo meccanismo complesso, poiché il controllo porta frizione e dispendio inutile di energie, ma se questa mente così veloce possa davvero riuscire a rallentare.

«Ma come?»

Vorrei sottolineare che la questione non è «come». Il «come» produce semplicemente un risultato, un fine senza molto significato; e dopo che è stato raggiunto, inizierà subito un’altra ricerca per un altro scopo desiderabile, con il suo carico di sofferenza e conflitto.

«Allora cosa bisogna fare?»

Non stai facendo la domanda giusta, non credi? Non stai cercando di scoprire da te la verità o la falsità del rallentamento della mente, ma sei solo preoccupato di ottenere un risultato. Ottenere un risultato è relativamente facile, vero? È possibile per la mente rallentare senza mettere dei freni?

«Cosa intendi per rallentare?»

Quando in macchina stai andando molto veloce, il paesaggio circostante è solo una massa indistinta e confusa; quando cammini puoi invece osservare in dettaglio gli alberi, gli uccelli e i fiori. La conoscenza del sé arriva con il rallentamento della mente, ma questo non significa dover obbligare la mente a rallentare: la costrizione crea solamente resistenza, e non ci deve essere alcun dispendio di energie nel rallentare la mente. È così, giusto?

«Penso di incominciare a vedere che lo sforzo che si fa per controllare la mente è una perdita di tempo, ma non capisco cos’altro si debba fare.»

Non siamo ancora arrivati alla questione dell’azione, vero? Stiamo cercando di vedere quanto per la mente sia importante rallentare; non stiamo considerando come rallentarla. La mente può rallentare? E quando accade?

«Non lo so, non ci ho mai pensato prima.»

Non hai mai notato che mentre stai osservando qualcosa la mente rallenta? Quando guardi quella macchina che si muove laggiù lungo la strada, o sei assorto nel l’osservazione di un qualsiasi oggetto fisico, la tua mente non sta forse funzionando più lentamente? Guardare e osservare rallentano la mente. Guardare un quadro, un’immagine, un oggetto, aiuta ad acquietare la mente, così come la ripetizione di una frase; ma poi accade che l’oggetto o la frase diventino molto importanti, più del rallentamento della mente e di ciò che si è scoperto.

«Osservo ciò che stai dicendo, c’è una consapevolezza dell’immobilità della mente.»

Ma osserviamo mai veramente qualcosa, o invece non interponiamo sempre fra l’osservatore e l’osservato uno schermo di vari pregiudizi, valori, verdetti, confronti, condanne?

«E praticamente impossibile non avere questo schermo. Non penso di poter essere capace di osservare in una maniera incondizionata.»

Se posso suggerirti, non fermarti alle parole o a una conclusione, positiva o negativa. Può esistere un’osservazione senza questo schermo? Per metterla in un altro modo, c’è attenzione quando la mente è occupata? Solo la mente non occupata può prestare attenzione: la mente è lenta, vigile e attenta, solo quando c’è attenzione vigile, cioè l’attenzione di una mente non occupata.

«Sto incominciando a sperimentare ciò che stai dicendo.»

Procediamo. Se non c’è alcuna valutazione, nessuno schermo tra l’osservatore e l’osservato, c’è allora una separazione, una divisione fra loro? L’osservatore non è invece anche l’osservato?

«Temo di non riuscire a seguire.»

Il diamante non può essere separato dalle proprie qualità, vero? Il sentimento dell’invidia non può essere separato da chi lo prova, sebbene esista una divisione illusoria che alimenta il conflitto, e in questo conflitto è intrappolata la mente. Quando questa falsa separazione scomparirà, allora esisterà una possibilità di libertà, e solo allora la mente sarà finalmente immobile e silente. Il movimento creativo del reale arriva in essere solo quando lo sperimentatore cessa di esistere.

55. II controllo del pensiero

A qualsiasi velocità si andasse, si sollevava comunque una polvere sottile e penetrante, che entrava nell’auto. Anche se era molto presto e il sole non sarebbe ancora sorto per un’ora o due, si sentiva già una sorta di calura secca e frizzante, che non era neanche spiacevole. Persino a quell’ora lungo la strada passavano carri trainati dai buoi: i conducenti erano addormentati, ma i buoi, seguendo la strada, stavano comunque rientrando lentamente verso i villaggi. Qualche volta erano due o tre carri, altre dieci, e una addirittura venticinque, una lunga fila di carri con i conducenti tutti addormentati e un’unica lampada a cherosene accesa sul carro di testa. L’auto doveva uscire dalla carreggiata per superarli, investendo montagne di polvere, e i buoi, con i campanacci che suonavano ritmicamente, non scartavano mai dalla strada.

Dopo un’ora di guida sostenuta era ancora abbastanza buio; gli alberi erano neri, misteriosi e ritirati su loro stessi. Ora la strada era asfaltata ma stretta, e ogni carro significava ancora più polvere, ancora più risuonare di campanacci, e altri carri più avanti. Stavamo andando verso est, e presto si sarebbe incominciata a intravvedere la luce dell’alba, opaca, leggera e senza ombre: non era un’alba chiara, luccicante di rugiada, ma una di quelle mattine in cui già si respira la pesantezza dell’aria di una giornata afosa. Ma che bello era tutt’intorno! Lontano c’erano le montagne; ancora non si riusciva a vederle bene, ma si poteva sentire che erano lì, immense, fredde e senza tempo.

La strada passava attraverso ogni tipologia di villaggio, alcuni lindi, ordinati e ben tenuti, altri sudici e nella putrefazione della povertà, del degrado, disperati. Gli uomini stavano andando nei campi, le donne ai pozzi, e i bambini gridavano e ridevano per le strade; si vedevano chilometri di fattorie dello Stato, con trattori, laghetti da pesca e scuole sperimentali di agricoltura. Un’automobile nuova e potente ci superò, piena di persone ricche e ben nutrite. Le montagne erano ancora molto lontane, e la terra era feconda. In diversi tratti la strada attraversava il letto asciutto del fiume dove non c’era più un percorso segnato, ma gli autobus e i carri avevano come scavato un passaggio. I pappagalli, verdi e rossi, si richiamavano l’un l’altro nel loro pazzo volo; cerano anche uccelli più piccoli, verdi e oro, e i candidi padda.

Ora la strada stava lasciando le pianure e incominciava a salire. La fitta vegetazione ai piedi delle colline era stata decimata dai bulldozer, ed erano stati piantati chilometri di alberi da frutto. L’auto continuava a inerpicarsi, mentre le colline diventavano montagne ricoperte da noccioli e pini; i pini snelli e diritti, e i noccioli carichi di frutti. La vista si stava aprendo ora, valli a perdita d’occhio che si stendevano fino all’orizzonte, e più in alto le cime innevate.

Infine, alla sommità della salita, dopo una curva ci apparvero le montagne chiare e abbaglianti; erano a circa novanta chilometri, e una vasta vallata blu ci separava da esse; distendendosi per oltre trecento chilometri, riempivano l’orizzonte da un punto all’altro, e girando la testa potevamo vederle tutt’intorno: era una vista meravigliosa. La distanza sembrò scomparire, e rimasero solo la forza e la solitudine. Quelle cime, alcune superiori agli ottomila metri, avevano nomi di divinità, poiché gli dei vivevano lì, e gli uomini vi giungevano in pellegrinaggio da grandi distanze, per devozione, o per morire.

Era stato educato all’estero, disse, e aveva ricoperto una carica importante all’interno del governo; ma più di vent’anni or sono aveva deciso di lasciare lavoro e pratiche terrene per trascorrere in meditazione i giorni che gli restavano.

«Ho praticato molti metodi diversi di meditazione,» disse «fino a raggiungere il controllo completo dei miei pensieri, e questa conquista ha portato con sé determinati poteri e forme di dominio su me stesso. Ciò nonostante, un mio amico mi ha portato ad assistere ad alcune delle tue conversazioni in cui tu rispondevi a una domanda sulla meditazione, dicendo che generalmente, per come è praticata, essa è solo una forma di autoipnosi, una semplice coltivazione di desideri proiettati da noi stessi, anche se sofisticata. Mi ha colpito al punto da ricercare questa conversazione con te; e considerando che ho dedicato la mia vita alla meditazione, spero che potremo approfondire l’argomento.

Vorrei innanzitutto spiegare il mio percorso di crescita. Mi resi conto da tutto ciò che avevo letto che la priorità era diventare completamente padroni dei propri pensieri. E questo era molto difficile per me: la concentrazione nel mio lavoro era qualcosa di totalmente differente dallo stabilizzare la mente e imbrigliare l’intero processo del pensiero. Secondo alcuni testi, bisognava tenere saldamente in mano le redini del pensiero, poiché esso non sarebbe stato sufficientemente affinato per penetrare nelle molte illusioni fino a che non fosse stato controllato e diretto; perciò questo fu il mio primo impegno e obiettivo.»

Posso chiederti, senza interrompere la tua narrazione, se il controllo del pensiero è davvero il primo impegno?

«Ho sentito quello che hai detto nelle tue conversazioni sulla concentrazione, ma se posso preferirei descrivere il più possibile la mia intera esperienza e dopo cercare di analizzare alcune questioni di vitale importanza connesse con la mia esperienza.»

Come vuoi.

«Sin dall’inizio non ero soddisfatto della mia occupazione, ed è stato dunque abbastanza facile abbandonare una promettente carriera. Avevo letto tantissimi libri sulla meditazione e la contemplazione, inclusi gli scritti di molti mistici, sia orientali sia occidentali, e mi sembrava ovvio che il controllo del pensiero fosse il traguardo più importante. Richiedeva però uno sforzo considerevole, convinto e risoluto. Mentre progredivo nella meditazione ebbi molte esperienze: visioni di Krishna, di Cristo, e di alcune delle divinità indù. Diventai chiaroveggente e incominciai a leggere nei pensieri della gente, e acquisii certi altri siddhis o poteri yogici. Passai di esperienza in esperienza, da una visione, con il suo significato simbolico, a un’altra, dalla disperazione all’esperienza del più alto splendore. Conobbi l’orgoglio del conquistatore, di colui che è padrone di se stesso. (‘‘ascetismo, la padronanza di sé donano un senso di potere e alimentano vanità, forza e fiducia in se stessi: io ero nella ricca pienezza di tutto ciò. Anche se avevo sentito parlare di te da molti anni, l’orgoglio dei miei traguardi raggiunti mi aveva sempre impedito di venire ad ascoltarti; ma il mio amico, un altro sannyasi, insistette che dovevo assolutamente farlo, e quello che ho sentito mi ha turbato. E pensare che credevo di essere ormai oltre qualsiasi turbamento! In breve, questa è la storia del mio percorso nella meditazione.

Tu hai detto nelle tue conversazioni che la mente deve andare oltre tutta l’esperienza, altrimenti resta imprigionata nelle sue stesse proiezioni, nei suoi desideri e nelle sue ricerche, e fui profondamente sorpreso quando riconobbi che la mia mente era intrappolata in queste stesse cose. Essendone consapevole, come può la mente abbattere le mura di una prigionia che essa stessa si è costruita? Ho sprecato questi miei ultimi vent’anni? Ho semplicemente vagato nell’illusione?»

Parleremo più tardi di quale sia l’azione che dovrà essere fatta; ma consideriamo ora, se vuoi, il controllo del pensiero. Il controllo è necessario? È benefico o dannoso? Molti maestri religiosi hanno indicato come passaggio primario il controllo del pensiero, ma hanno ragione? Chi è colui che controlla? Non è una parte dello stesso pensiero che cerca di controllare? Può riferirsi a se stesso come a un’entità separata, diversa, altra dal pensiero, ma non è invece il risultato del pensiero? Sicuramente, il controllo implica l’azione coercitiva della volontà per soggiogare, sopprimere, dominare, costruire una resistenza contro quello che non è desiderato.

In questo intero processo c’è un grandissimo, penoso conflitto, non sei d’accordo? E qualcosa di buono può forse scaturire e provenire dal conflitto?

La concentrazione nella meditazione è una forma di miglioramento egocentrico: enfatizza l’azione all’interno dei confini del sé, dell’io, del «me». La concentrazione è un processo di riduzione del pensiero: sei come un bambino tutto preso dal suo giocattolo. Il giocattolo, l’immagine, il simbolo, la parola arrestano i vagabondaggi senza posa della mente, e un tale assorbimento è chiamato concentrazione. La mente viene controllata dall’immagine, dall’oggetto, esteriori o interiori. L’immagine o l’oggetto assumono allora un’importanza fondamentale, e non più la comprensione della mente. La concentrazione su qualcosa è relativamente facile: il giocattolo assorbe la mente, ma non la libera, dandole la possibilità di esplorare, di scoprire cosa ci sia, ammesso che ci sia qualcosa, oltre le sue stesse frontiere.

«Ciò che stai dicendo è così diverso da quello che uno legge o che gli è stato insegnato, ma comunque mi sembra vero e sto iniziando a comprendere le implicazioni del controllo. Ma come può la mente raggiungere la libertà senza disciplina?»

La soppressione e la conformità non sono passaggi che conducono alla libertà: il primo passo da fare verso la libertà è la comprensione dei legami, del condizionamento. La disciplina imbriglia il comportamento e plasma il pensiero entro un desiderato modello, ma senza la comprensione del desiderio, il semplice controllo e la disciplina travisano il pensiero; laddove, quando esiste una consapevolezza delle modalità del desiderio, questa porta invece ordine e chiarezza. Prima di tutto, la concentrazione è la via del desiderio. Un uomo d’affari è concentrato perché vuole ammassare ricchezza e potere, e quando un altro è concentrato nella meditazione, anch’egli sta ricercando una realizzazione, una ricompensa: entrambi stanno perseguendo il successo, che regala fiducia e stima in se stessi e la sensazione di sentirsi al sicuro. E così, non pensi?

«Ti sto seguendo.»

La pura e semplice comprensione verbale, che altro non è se non cogliere a livello intellettuale ciò che è stato detto, ha ben poco valore, non sei d’accordo? Il fattore liberatorio non è mai una pura e semplice comprensione verbale, ma la percezione della verità o della falsità della questione. Se noi riuscissimo a comprendere le implicazioni della concentrazione e a vedere il falso come falso, allora ci sarebbe la libertà dal desiderio di realizzare, sperimentare, diventare. Da questo proviene l’attenzione, che è completamente diversa dalla concentrazione. La concentrazione implica un duplice processo, una scelta, uno sforzo, giusto? C’è l’autore dello sforzo e il fine verso cui lo sforzo è diretto; perciò la concentrazione rafforza l’ io», il sé, l’ego in quanto autore dello sforzo: il conquistatore, il virtuoso. Ma nell’attenzione questa attività dualistica non è presente; c’è un’assenza dello sperimentatore, di colui che accumula, immagazzina e reitera. In questo stato di attenzione il conflitto della realizzazione, dell’ottenimento e la paura del fallimento sono cessati.

«Ma sfortunatamente non tutti noi siamo benedetti da questo potere dell’attenzione.»

Non è un dono, non è una ricompensa, una cosa che debba essere acquistata attraverso la disciplina, la pratica e altro: arriva in essere con la comprensione del desiderio, che è la conoscenza di sé. Questo stato di attenzione è il bene, l’assenza del sé.

«Ma allora tutti i miei sforzi e la disciplina di questi anni non sono stati altro che una completa perdita di tempo e non hanno alcun valore? E pur facendo questa domanda, sto incominciando a rendermi conto della verità della questione. Vedo ora che per oltre vent’anni ho perseguito una via che ha inevitabilmente condotto a una prigione che mi sono creato da solo e in cui ho vissuto, sperimentato e sofferto. Piangere sul passato significa indulgere nell’autocommiserazione, e invece bisogna ricominciare con spirito rinnovato. Ma cosa mi dici di tutte le visioni e le esperienze che ho vissuto? Anch’esse erano false, senza alcun valore?»

La mente non è una sorta di enorme magazzino di tutte le esperienze, le visioni e i pensieri dell’uomo? La mente è il risultato di molte migliaia di anni di tradizione ed esperienza; è capace di invenzioni fantastiche, dalla più elementare alla più complessa e sofisticata; è capace di straordinarie delusioni o di incredibili percezioni e intuizioni. Le esperienze e le speranze, le angosce, le gioie e la conoscenza, collettive o individuali, accumulate nel corso del tempo, sono tutte li, immagazzinate negli strati più profondi della coscienza, e ognuno di noi può rivivere le esperienze e le visioni ereditate o acquisite. Dicono che certe droghe possano portare chiarezza, una visione delle profondità e delle altezze, che possano liberare la mente dai suoi turbamenti, donando una grande energia e una lucida introspezione. Ma la mente può viaggiare attraverso tutti questi passaggi oscuri e nascosti per arrivare alla luce? E quando attraverso uno qualsiasi di questi mezzi arriva veramente alla luce, si tratta della luce dell’eterno? O è la luce del conosciuto, del riconoscimento, un’esperienza nata dalla ricerca, dalla lotta, dalla speranza? Bisogna per forza passare attraverso questo processo estenuante per trovare ciò che non è misurabile, l’incommensurabile? Non potremmo invece evitare tutto questo e arrivare direttamente a quello che si chiama amore? Dal momento che hai avuto visioni, poteri, esperienze, che cosa mi dici?

«Mentre li vivevo, naturalmente pensavo che fossero importanti e significativi; mi donavano un senso soddisfacente di potere, e una certa felicità per le realizzazioni gratificanti. Quando i poteri arrivano, danno una grande fiducia e sicurezza, una sensazione di padronanza su di sé in cui è presente un intenso orgoglio. Dopo che abbiamo parlato di tutto questo, non sono sicuro che le visioni e le esperienze che ho vissuto abbiano più questo grande significato, anche se prima mi sembrava lo avessero. Sembrano come scemare e allontanarsi nella luce della mia nuova comprensione.»

Si deve passare attraverso tutte queste esperienze? Sono necessarie per spalancare le porte dell’eterno? Non possono essere evitate? Prima di tutto, ciò che è essenziale è la conoscenza di sé, che porta a una mente immobile e silente. Una mente immobile e silente non è il prodotto della volontà, della disciplina, delle varie pratiche per soggiogare il desiderio; pratiche e discipline non fanno altro che rafforzare il sé, e la virtù diventa allora un’altra roccia su cui il sé può costruire una casa di importanza e rispettabilità. La mente deve invece essere vuota dal conosciuto affinché l’inconoscibile possa essere e rivelarsi. Senza la comprensione delle vie del sé, la virtù incomincia a rivestirsi di importanza; perciò, è necessario che il movimento del sé, con la sua volontà e il suo desiderio, la sua ricerca e la sua accumulazione, debba interamente cessare. Solo allora l’eterno, il senza tempo, potrà palesarsi e disvelarsi: non può essere evocato. La mente che cerca di evocare il reale attraverso varie pratiche, discipline, preghiere e atteggiamenti e comportamenti, può solo ricevere le proprie proiezioni gratificanti, ma non saranno il reale.

«Ora percepisco, dopo tutti questi anni di ascetismo, disciplina e automortificazione, che la mia mente è tenuta prigioniera dalle sue stesse creazioni, e che le mura di questa prigione vanno abbattute. Come si può fare?»

La semplice consapevolezza che vadano abbattute è già abbastanza. Una qualsiasi azione per abbatterle non farà altro che mettere in moto il desiderio di realizzare, di ottenere, e quindi innescherà il conflitto degli opposti, lo sperimentatore e l’esperienza, il ricercatore e la ricerca. Vedere il falso in quanto falso, in se stesso è già abbastanza, poiché la vera percezione libera la mente dal falso.

56. Esiste il pensiero profondo?

Lontano, oltre le palme, si udiva il mare, agitato e crudele; mai calmo, sempre spumeggiante di onde e forti correnti. Nel silenzio della notte il suo rombo echeggiava per qualche distanza verso l’interno, e in quella voce profonda pareva di sentire come un monito, una minaccia. Ma qui, fra le palme, le ombre erano profonde e regnava la tranquillità. C’era la luna piena e sembrava giorno, senza la sua calura e il suo bagliore accecante; e la luce su quelle palme ondeggianti era morbida e splendida. La bellezza non apparteneva solo alla luce, ma anche alle ombre, ai tronchi arrotondati, alle acque scintillanti e alla terra feconda. La terra, il cielo, l’uomo che camminava, le rane gracidanti e il fischio lontano di un treno: tutto era un’unica cosa vivente non misurabile dalla mente.

La mente è uno strumento stupefacente; non esiste alcun macchinario creato dall’uomo tanto complesso, sottile, con così infinite possibilità. Noi siamo consapevoli solo dei livelli superficiali della mente, e forse neppure di questi, e ci accontentiamo di vivere e di mantenere il nostro essere sullo strato più esterno e superficiale della mente. Accettiamo e diamo per assodato che pensare sia l’attività peculiare della mente: il pensiero dei generali che progettano lo sterminio di massa, dei politicanti astuti, dei professori eruditi, dei carpentieri. Ma esiste il pensiero profondo? Tutto il pensare non è altro che un’attività superficiale della mente? Nel pensiero, la mente è profonda? La mente, che è l’insieme del tempo, della memoria, dell’esperienza, può essere consapevole di qualcosa che non fa parte di essa? La mente brancola continuamente, alla ricerca di qualcosa che sia oltre le proprie attività di chiusura, ma il centro da cui parte la ricerca resta sempre il medesimo.

La mente non è solo attività superficiale, ma anche secolari movimenti sotterranei: essi modificano e controllano l’attività esteriore, così la mente sviluppa il proprio conflitto dualistico. Non esiste una mente intera, totale: è spezzettata in tante piccole parti, l’una in opposizione all’altra. La mente che cerca di integrarsi e di coordinare se stessa, non riuscirà a portare la pace fra tutte le sue parti spezzate. La mente resa intera dal pensiero, dalla conoscenza, dall’esperienza, è ancora il risultato del tempo e della sofferenza; essendo stata messa o rimessa insieme, resta ancora dipendente dalle circostanze.

Stiamo però affrontando in maniera sbagliata il problema dell’integrazione: la parte non può mai diventare il tutto; e attraverso la parte non può essere realizzato l’intero; ma noi non lo vediamo. Ciò che vediamo è invece il particolare che si espande per contenere le parti molteplici; ma cercare di mettere insieme le parti molteplici non crea l’integrazione, né è di grande significato l’armonia fra le varie parti. Non sono l’armonia o l’integrazione a essere importanti, poiché possono essere realizzate con la cura e l’attenzione, e con la giusta educazione; ciò che è fondamentale è lasciare che l’inconoscibile arrivi in essere. Il conosciuto non potrà mai ricevere ciò che non conosce. La mente senza tregua cerca di vivere felicemente nella pozza dell’integrazione che si è creata da sola, ma questo non la porterà a realizzare la creatività dell’inconoscibile.

Essenzialmente, il proprio tentativo di miglioramento non è altro che mediocrità: cercare di migliorarsi attraverso la virtù, l’identificazione con la capacità, con qualsiasi forma di sicurezza positiva o negativa, è un processo di chiusura, per ampio che possa essere. L’ambizione alimenta la mediocrità, poiché l’ambizione è la realizzazione del sé attraverso l’azione, il gruppo, l’idea. Il sé è il centro di tutto ciò che si conosce ed è conosciuto, è il passato che si muove nel presente per arrivare al futuro, e tutte le attività nell’ambito del conosciuto creano e determinano la piccolezza superficiale della mente. La mente non potrà mai essere grande, poiché la grandezza è incommensurabile. Il conosciuto è paragonabile, misurabile, e tutte le attività del conosciuto possono solo arrecare sofferenza.

57. Immensità

La grande vallata si distendeva laggiù in lontananza e ferveva della vita tipica di ogni valle. Il sole stava appena tramontando dietro le montagne lontane, e le ombre erano lunghe e nere; era una serata tranquilla, con una brezza leggera che arrivava dal mare. Gli aranci, fila dopo fila, sembravano quasi annerire, e sulla lunga strada diritta che correva attraverso la valle brillavano improvvisi luccichii quando le macchine di passaggio catturavano il riflesso degli ultimi raggi del sole. Era una sera magica e piena di pace.

La mente sembrava ricoprire lo spazio immenso e la distanza infinita; o piuttosto, la mente sembrava espandersi senza fine, e dietro e oltre la mente c’era qualcosa che racchiudeva in sé tutte le cose. La mente vagamente lottava per riconoscere e ricordare ciò che non le apparteneva, e così interrompeva il suo usuale lavorio; ma non riusciva ad afferrare ciò che non era della sua stessa natura, e al momento tutte le cose, compresa la mente stessa, erano avvolte in quella immensità. La sera diventava sempre più buia, e anche il lontano abbaiare dei cani non riusciva a disturbare ciò che è oltre l’intera coscienza, che non può essere pensato, quindi non può essere sperimentato dalla mente.

Ma cos’è allora che ha percepito ed è consapevole di qualcosa di totalmente diverso dalle proiezioni della mente? Chi sta facendo questa esperienza? Certo non è la mente dei ricordi, delle risposte e delle ansie di tutti i giorni. Esiste allora un’altra mente, o una parte della mente che è come dormiente, che si fa risvegliare solo da quello che sta sopra e oltre tutta la mente? Se è così, allora dentro la mente è sempre presente ciò che è oltre il pensiero e il tempo. E ancora però questo non può essere, poiché è solo un pensiero speculativo e perciò solo l’ennesima delle tante invenzioni della mente.

Dal momento che questa immensità non è nata da un processo della mente, allora cos’è che ne è consapevole? La mente come sperimentatore ne è consapevole, o è questa immensità che è consapevole di se stessa perché non c’è alcuno sperimentatore? Non c’era nessuno sperimentatore quando questo accadde scendendo giù dalle montagne, e ancora la consapevolezza della mente era totalmente differente, in genere e grado, da ciò che non è misurabile. La mente non stava lavorando; era vigile e passiva, e sebbene conscia della brezza che giocava con il fogliame, non c’era alcun movimento, di nessun tipo, dentro di essa. Non c’era nessun osservatore a valutare l’osservato. C’era solo quello, e quello era consapevole di se stesso senza valutazione. Era senza inizio né verbo.

La mente è consapevole di non poter catturare con l’esperienza e la parola ciò che non potrà mai restare con essa e appartenerle: l’eterno, l’incommensurabile.

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