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L'Educazione E Il Significato Della Vita

L'Educazione E Il Significato Della Vita
Titolo originale dell'opera: Education and the Significance of Life
Prefazione e traduzione di Aldo Visalberghi

Nato a Madanapalle (Madras) in India, nel 1897, studiò in India e in Europa, dove fu, ancora giovane, ospite di ambienti teosofici. La Società Teosofica Internazionale giunse ben presto ad attribuirgli una sorta di ruolo messianico che egli piú tardi decisamente respinse. Egli sciolse altresi la vasta organizzazione che si era formata intorno alla sua persona e che finiva col travisare involontariamente il suo insegnamento (1929). La sua concezione filosofico-religiosa era infatti assolutamente incompatibile sia con ogni attesa messianica, sia con ogni vincolo volto a organizzare credenze o a elaborare dogmi. La conoscenza di sé, il dominio e la coerenza interiori non possono realizzarsi che come conquistepersonali e libere. Andò in seguito articolando questi motivi fino a trarne le piú radicali conseguenze sul piano politico, sociale ed educativo. Ma il rifiuto delle forme sociali, politiche ed educative del mondo moderno non implicava la loro violenta soppressione, che non potrebbe non generare (ed in effetti ha generato) altre forme altrettanto e piú tiranniche, bensí un appassionato sforzo di riforma interiore. Questo sforzo d'amore è il solo che può realizzare l'unità umana svuotando dall'interno gli strumenti del fanatismo e dell'oppressione. Krishnamurti ha espresso queste convinzioni in innumerevoli discorsi tenuti nelle piú diverse contrade della terra, e oggi raccolti in piú di venti volumi, alcuni dei quali sono stati tradotti in gran parte delle lingue parlate.

Prefazione

« Un uomo camminava lungo una strada, dietro a lui venivano due forestieri. Ora accadde che quest'uomo vide sul suo cammino qualcosa che brillava, lo raccolse, l'osservò e lo mise nella tasca. I due che lo seguivano notarono l'atto, e l'uno disse all'altro: "Brutta faccenda per voi, non è vero ?" Ma l'altro, che era il diavolo, rispose: "No, ciò che quell'uomo ha appena trovato è la verità, ma io ora lo aiuterò ad organizzarla" ». Questa sorta di apologo, che Krishnamurti stesso raccontò una volta per spiegare ai suoi ascoltatori perché avesse voluto sciogliere l'organizzazione teosoficoreligiosa che si era formata intorno al suo insegnamento, delinea con singolare efficacia l'istanza che motiva il rifiuto totale che egli è andato sviluppando contro ogni forma di dogma, sistema o credo, cioè contro ogni tentativo di vincolare le credenze degli uomini. Il particolare radicalismo anarchico predicato da questo Indiano di educazione europea che si ribellò a chi voleva considerarlo un « messia », ha infatti questa caratteristica, di non rifiutare l'organizzazione sociale per se stessa, nei suoi aspetti pratici, ma di rifiutare qualunque organizzazione che, dichiaratamente o meno, voglia « organizzare la verità », poggi cioè su di un sistema di credenze e pretenda di propagandarlo. Buona parte delle forme esistenti di organizzazione sociale hanno peraltro questa pretesa, che non è meno pericolosa quand'è inconfessata. La proprietà o la patria o il progresso o l'efficienza sono i miti nascosti che reggono le nostre strutture sociali e che, corroborati dalla nostra stessa paura ed inerzia, dal nostro desiderio di sicurezza, ci impediscono di veder chiaro dentro di noi, presupposto per veder chiaro nelle cose del mondo. Contro i miti che impoveriscono la nostra esistenza va riaffermata l'istanza, antica quanto la saggezza umana, che non v'è altra conoscenza costruttiva e feconda che la conoscenza di noi medesimi, né altra riforma non illusoria che quella del nostro piú intimo essere. Questa conoscenza, ch'è anche redenzione, è la sola « verità », una verità non mai data una volta per tutte, non mai completamente formulabile in termini intellettuali. Asserire seriamente questo motivo significa totale e radicale rifiuto di ogni autorità e insieme di ogni violenza, compresa la violenza della ribellione. Una fede tolstoiana nelle intime forze del cuore umano ci addita allora, in una retta educazione, l'unico varco verso il meglio, l'unica via per una rivoluzione che non diventi a sua volta reazione. Ma com'è possibile, sui presupposti di una professata anarchia che rifugge dai mezzi termini, fondare una qualsiasi forma di educazione ? L'educazione non implica autorità? L'educazione non dev'essere preparazione alla vita, e perciò accettazione dei valori della vita, degli « ideali » per cui merita vivere? La semplice affermazione del pieno sviluppo dell'individuo « integrato », cioè armonica unità di mente e cuore, non porta semplicemente al caos ? Può aversi un'educazione senza metodi prefissati, senza « sistemi »? Nei saggi raccolti in questo volumetto Krishnamurti affronta siffatte questioni senza deflettere dalle sue radicali posizioni di partenza. L'interesse che essi presentano per chiunque si occupi di problemi educativi sta in una sorprendente convergenza fra le esi genze che rampollano da una cosí totale iconoclastia, e quelle che la migliore pedagogia contemporanea è andata lentamente maturando, partendo da una problematíca assai diversa ed assai piú articolata. Il tono di queste pagine può apparire monocorde e leggermente predicatorio (si tratta di rielaborazioni di discorsi tenuti in diverse occasioni), l'argomentazione può apparire a volte sommaria, a volte paradossale, ma i motivi che vi ricorrono sono tutti degni di meditazione accurata, sia quando appaiono informati al piú violento anticonformísmo, sia quando invece sembrano sfiorare il luogo comune. Fra i primi va certamente annoverata la negazione di qualsiasi funzione educativa agli « idealo. Quando ci preoccupiamo di ciò che dovrebbe essere tendiamo a dimenticarci di ciò che è, dell'individuo concreto, sede di ogni valore, e che ha diritto al nostro più incondizionato rispetto. Dimentichiamo che sono i mezzi che determinano il fine, e che «il sacrificio del presente a un futuro ignoto non risolverà certamente nessuno dei nostri ». Non c'è nessun ideale al quale sia lecito sacrificare anche un solo individuo, non c'è nessun futuro che valga pi del presente. Noi "dobbiamo essere seri, affrontare ora i nostri problemi, e non posporli in vista del futuro. L » eter nità non è nel futuro, l » eternità è ora ". Questo motivo è stato affermato con altrettanto vigore soltanto da Dewey e da Whitehead, ed ha trovato il suo usi consista estetico in Aldous Huxley. Ma più in generale può dirsi che tutta l'educazione pi spregiudicatamente moderna rifiuta di essere semplice preparazione alla vita, e vuol essere vita essa stessa, vita quanto pi piena, integrata, ricca è possibile. Un altro motivo che può apparire a tutta prima sconcertante, e che a ben riflettere è perfettamente congruente con gli sviluppi della migliore pedagogia contemporanea, è quello del rifiuto di ogni sorta di autorità e « guida spirituale, e finanche di un ruolo di direzione scolastica che sia vero ruolo di comando. Gli educatori non devono essere persone che trasmettono verità, bensì «persone che stanno facendo esperienza, e p e rciò insegnano », e la direzione di una scuola dovrebbe avere carattere collegiale, fondarsi sulla libera associazione di insegnanti mossi da aspirazioni comuni e decidenti collegialmente su tutte le questioni principali. E gli studenti stessi, tramite loro comitati, dovrebbero collaborare all'affermarsi di un'atmosfera donde i personalismi siano sbanditi, e dove la cosa importante sia « scoprire cosa sia giusto, e non chi abbia ragione ». Ma non è proprio in questa direzione che stanno operando le piú, serie associazioni di insegnanti, in svariati paesi del mondo? Il nuovo impulso dato alla cooperazione, alle discussioni di gruppo senza leader prefissato, alla pianificazione democratica del lavoro nei convegni e negli stages, non punta forse verso forme di organizzazione educativa che solo vecchi pregiudizi verbali ci impediscono di chiamare anarchiche ? Forse l'obiezione da muoversi sarebbe invece che qui Krishnamurti stesso delinea un « ideale ». Ma la probabile risposta preciserebbe che si tratta piuttosto di una semplice, naturale espressione di libertà, di quella libertà che è un punto di partenza prima di essere un punto di arrivo, e circa la quale « non ci possono essere compromessi »; solo il lungo condizionamento a una falsa disciplina può farci vedere come meta distante la forma d'azione educativa piú semplice e piú umana, fondata sulla mutua comprensione ed il mutuo rispetto fra insegnanti ed allievi, e degli insegnanti fra loro. La nettezza aliena da ogni compromesso con cui Krishnamurti prospetta le esigenze di un'educazione rigeneratrice si rivela dunque come un salutare lavacro contro le piú subdole forme di conformismo, che son quelle che si nascondono sotto il nome di « buon senso ». Essa suscita nel lettore di mente aperta quello « spirito d'avventura », quel divino « scontento » che sono l'unico « varco verso la libertà ». Forse si dirà che non è saggio prendersela cosí contro i poteri costituiti, che non è sensato affermare che la nostra civilizzazione, « basata sulla violenza, fa la corte alla morte », che non è coerente nutrire tanta sfiducia nelle istituzioni e confidare insieme cosí pienamente nelle possibilità di rigenerazione attraverso un libero « fiorire in amore e bontà » dell'indivíduo. Ma se le vie battute ci hanno portato sull'orlo dell'abisso, anzi hanno già precipitato l'umanità in spaventose carneficine, e non le danno tuttavia vera speranza di tregua, perché impedirci una visione radicalmente nuova, che rompa i ponti con un passato di miseria e di distruzione ? Se i valori accettati hanno fallito cosí totalmente, quale ipoteca essi possono porre contro nuovi valori ? Naturalmente, molto c'è di discutibile nelle affermazioni di Krishnamurti, anzi esse sono tutte essenzialmente discutibili. Ma l'importante è appunto discuterle, e non solo negli aspetti piú radicali, ma anche in quelli apparentemente ovvii e banali. Cosí la sfiducia verso le tecniche e i metodi educativi può sembrare che indulga a un facile andazzo di stampo idealistico, malgrado la violenza delle critiche anti-idealistiche altrove svil uppate. Cosí la critica verso l'economicismo e il culto dell'efficienza può sembrare logoro luogo comune. Cosí il richiamo continuo all'interiorità e alla conoscenza di sé può sembrare un motivo che elude una impostazione scientifica delle questioni. Eppure tutto ciò ci appare sotto una luce diversa quando tentiamo di approfondire maggiormente proprio quest'ultimo punto. Conoscere noi stessi significa riconoscere in noi una natura attiva e potenzialmente creativa esposta non meno alla frustrazione della routine che a quella degli scacchi che il nostro stesso fare abitudinario necessariamente incontra: donde l'ambivalenza che ha per noi il nuovo, l'imprevisto, il precario. Qualunque sia il grado di eccellenza spirituale che crediamo di aver raggiunto, conoscere noi stessi vorrà dire riconoscere l'umanità in noi, sostanzialmente uguale in tutti gli individui e sotto tutti i cieli. A dire il vero, a noi sembra che per una siffatta penetrazíone della natura umana, l'apporto delle moderne scienze dell'uomo sia fondamentale e insostituibile, piú di quanto l'autore di questo libro non sembri concedere. Non che egli indulga a forme statiche di autocontemplazione, o che neghi il valore dell'indagine scientifica: la sua preoccupazione è piuttosto di evitare che provvisori schemi intellettuali incapsulino e coartino la viva interiorità dell'esperienza umana. Ma questa preoccupazione è in fondo intima allo stesso atteggiamento scíentífico píú maturo, è costítutíva dell'istanza critica che riconosce nel « circolo « di esperíenza e natura insieme il limite e il fermento della realtà o dell » essere ». « L'esistenza è relazione », afferma Krishnamurti in consonanza con la riflessione filosofica piú aggiornata, respingendo ogni pretesa conoscenza che isoli l'individuo dagli altri individui e dall'ambiente. Ma che altro, se non l'indagine scientifica accurata e precisa, può fornire articolata concretezza a una tale asserzione ? Tutta la scienza moderna, in tutti i suoi settori, va aprendosi ad una visione relazionale della realtà. In particolare le scienze dell'uomo mostrano sempre meglio la natura culturale e sociale dei suoi modi di pensiero e di esperienza. La rottura violenta con il condizionamento storico che ingenera chiusura, egoismo di gruppo e pregiudizio, implica una conoscenza precisa dell'intero processo storico-sociale. Ciò è tanto piú necessario quanto piú attenti si vuol essere ad evitare che il moto di reazione si limiti a rinnovare in forma mutata i vecchi errori. Lo scarto tradizionale fra conoscenza scientifica e conoscenza introspettiva di noi stessi è andato sempre piú riducendosi; non può dirsi annullato, tant'è vero che psicologi sociali e antropologi scrivono libri volti a colmarlo, ma quel che è certo è il progressivo attenuarsi del contrasto di fondo che ancor pochi decenni fa sembrava opporre l'intersoggettività del dato scientifico all'incomunicabilità di quello introspettivo. L'istanza socratica dell'esame di sé viene ad assumere oggi un nuovo valore e perde nel contempo la pretesa antinaturalistica che storicamente l'accompagnava. Questa pretesa è assente del tutto nell'opera di Krishnamurti che rifiuta del pari idealismo e materialismo, ma afferma la piena continuità fra l'uomo e il suo ambiente, fra l'uomo e la natura. In ciò sta la miglior premessa all'inserimento delle esigenze espresse in questo libro nella realtà sociale della scuola, pur senza che esse debban perdere alcunché del loro carattere radicale e rivoluzionarlo. Ma se non v'è conflitto fra le istanze della rigenerazione interiore e della non-violenza, e lo spirito scientifico, permane tuttavia il pericolo di un irrigidimento acritico del dato scientifico in credo o in dogma. Contro queste forme aggiornate di conformismo e di quietismo suona piú che mai appropriato il monito a mantenere intatta la nostra disponibilità, il nostro «scontento», rifiutando di irrigidire in formule, di «organízzare» in sillabi gli strumenti del nostro quotidiano lavoro educativo.

Aldo Visalberghi

1. L'Educazione e il significato della vita

Chi viaggia per il mondo si accorge di quanto la natura umana sia dovunque la stessa, cosi in India come in America, cosí in Europa come in Australia. Questo è specialmente vero nel settore delle scuole superiori e delle Università. Dovunque, noi andiamo producendo, quasi usassimo di uno stesso stampo, un tipo di essere umano il cui interesse preminente è di trovare la sicurezza, di diventare un personaggio importante, o di passarsela bene con il minimo possibile di pensieri. L'educazione convenzionale rende estremamente difficile pensare con spirito d'indipendenza. Il conformismo conduce alla mediocrità. Essere differente dal gruppo o resistere all'ambiente non è facile ed è spesso rischioso, se ciò che idoleggiamo è il successo. Il desiderio di successo, cioè la ricerca di una ricompensa nella sfera materiale o in quella cosiddetta spirituale, l'aspirazione alla sicurezza interiore o esteriore, l'amore delle comodità, tutto ciò soffoca lo scontento, mette fine alla spontaneità e genera paura. E la paura blocca l'intelligente comprensione della vita. Col crescere dell'età, s'instaura in noi la pigrizia della mente e del cuore. Nella ricerca della comodità ciò che generalmente troviamo è un quieto angolo di vita dove c'è un minimo di conflitti, e noi allora diventiamo timorosi di uscire da quel rifugio. Questa paura della vita, questa paura della lotta e dell'esperienza nuova, uccide in noi lo spirito d'avventura; il modo in cui siamo stati allevati ed educati ci ha resi timorosi di essere differenti dal nostro vicino, paurosi di pensare in modo contrario ai modelli fissati nella nostra società, falsamente rispettosi dell'autorità e della tradizione. Fortunatamente, vi sono alcuni pochi capaci di serio impegno, desiderosi di esaminare i nostri problemi umani senza pregiudizi di destra o di sinistra; ma la gran maggioranza di noi non possiede nessuno spirito di scontentezza, di rivolta. Quando cediamo senza accorgercene alle pressioni dell'ambiente, quello spirito di rivolta che possiamo aver nutrito è subito spento, e le nostre responsabilità ne fanno dileguare presto ogni traccia. La rivolta è di due specie: c'è la rivolta violenta, che è mera reazione, senza intendimento, contro l'ordine esistente; e c'è la profonda rivolta psicologica della intelligenza. Vi sono molti che si rivoltano contro le ortodossie stabilite solo per cadere in nuove ortodossie, per abbandonarsi ad ulteriori illusioni e per indulgere ancora segretamente a se stessi. Ciò che generalmente accade è che noi rompiamo con un gruppo di ideali per abbracciarne un altro, di altri ideali, creando cos un nuovo modello di pensiero contro cui dovremo ancora rivoltarci. La reazione genera solo opposizione e la riforma esige ulteriore riforma. Ma c'è una rivolta intelligente che non è reazione, e che è il portato della conoscenza di sé raggiunta tramite la consapevolezza del proprio pensiero e del proprio sentimento. Essa si produce soltanto quando affrontiamo l'esperienza com'è e non rifuggiamo dal tenere acutamente sveglia l'intelligenza: l'intelligenza acutamente sveglia è intuizione, che è la sola vera guida nella vita. Ora, qual è il significato della vita ? Per cosa viviamo e lottiamo ? Se il fine per cui veniamo educati è solamente quello di distinguerci, di procurarci un migliore impiego, di riuscire piú efficienti, di conseguire un piú ampio dominio sugli altri, allora le nostre vite saranno superficiali e vuote. Se veniamo educati soltanto per divenire scienziati, studiosi legati ai libri, o specialisti votati alla pura conoscenza, allora finiremo col contribuire alla distruzione e alla miseria del mondo.

Se esiste un significato della vita piú alto e piú vasto, a che vale la nostra educazione se non giungiamo mai a scoprirlo ? Possiamo aver ricevuto la piú squisita educazione, ma se non v'è in noi una profonda integrazione di pensiero e sentimento, le nostre vite sono incomplete, contraddittorie e agitate da molti timori; e finché l'educazione non coltiva una visione integrata della vita, essa ha certo assai scarso significato. Nella nostra presente civiltà abbiamo diviso la vita in così numerosi compartimenti separati che l'educazione ha ben poco senso fuori dal semplice apprendimento di una particolare tecnica o professione. Anziché destare l'intelligenza integrata dell'individuo, l'educazione lo incoraggia a conformarsi a un modello ed ostacola cosí la sua comprensione di se medesimo come processo totale. Il tentativo di risolvere i molti problemi dell'esistenza ai loro rispettivi livelli, isolati come sono in categorie diverse, indica una decisa mancanza di comprensione. L'individuo è fatto di entità diverse, ma accentuare le differenze e incoraggiare lo sviluppo di tipi definiti ci avvolge in complicazioni e contraddizioni. L'educazione dovrebbe realizzare l'integrazione di queste entità separate: infatti, senza integrazione, la vita diventa una serie di conflitti e di dolori. Che valore ha l'abilità acquisita da un avvocato se serve a perpetuare la litigiosità ? Che valore ha la conoscenza che ci mantiene in uno stato di confusione ? Che significato hanno le capacità tecniche e industriali se le impieghiamo a distruggerci a vicenda? A che serve la nostra esistenza se porta alla violenza ed alla desolazione? Pur potendo avere danaro o la capacità di guadagnarlo, pur potendo avere le nostre gioie e le nostre religioni organizzate, noi siamo in perpetuo conflitto. Dobbiamo distinguere fra il personale e l'individuale. Il personale è l'accidentale, e per accidentale intendo le circostanze della nascita, l'ambiente in cui ci siamo trovati a venir allevati, con il suo nazionalismo, le sue superstizioni, le sue distinzioni di classe ed i suoi pregiudizi. Il personale o accidentale è soltanto momentaneo, sebbene si tratti di un momento che può durare la vita intera. E poiché il presente sistema di educazione è basato sul personale, sull'accidentale, sul momentaneo, esso conduce a pervertire il pensiero e a inculcare paure autodifensive. Tutti noi siamo stati avviati dall'educazione e dall'ambiente a cercare il guadagno personale e la sicurezza, ed a combattere per noi stessi. A dispetto delle piacevoli frasi con cui lo mascheriamo, il sistema entro il quale siamo stati educati ad esercitare le nostre svariate professioni è fondato sullo sfruttamento e su paure inculcate. Un siffatto tirocinio deve inevitabilmente comportare confusione e miseria per noi stessi e per il mondo, giacché, crea in ciascun individuo quelle barriere psicologiche che lo separano e lo mantengono isolato dagli altri. L'educazione non è soltanto questione di allenamento mentale. Allenare la mente dà efficienza, ma non completezza. Una mente soltanto esercitata è la continuazione del passato, e non può mai scoprire il nuovo. E » per questo che, per trovare che cosa sia la retta educazione, noi dovremo indagare quale sia l'intero significato della vita. Per gran parte di noi, il significato della vita come un tutto non è cosa di importanza primaria, e la nostra educazione accentua valori secondari, limitandosi a farci progredire in qualche branca della conoscenza. Sebbene conoscenza ed efficienza siano necessarie, dar loro la preminenza produce solo conflitto e confusione. Esiste un'efficienza ispirata dall'amore che giunge ben piú lontano ed è ben piú grande dell'efficienza dell'ambizione; e senza l'amore che reca una comprensione integrata della vita, l'efficienza produce brutalità. Non è forse questo che avviene ora in tutto il mondo? La nostra presente educazione si innesta sull'industrializzazione e la guerra, avendo per scopo principale lo sviluppo dell'efficienza; e noi siamo afferrati in questo ingranaggio di competizione spietata e di distruzione reciproca. Se l'educazione porta alla guerra, se essa ci insegna a distruggere o essere distrutti, il suo fallimento non è completo? Per realizzare la retta educazione, dobbiamo ovviamente comprendere il significato della vita nella sua interezza, e a questo scopo dobbiamo esser capaci di pensare non con rigore logico, ma con franchezza e verità. Un pensatore troppo logico in realtà non pensa, perché si conforma a un modello; egli ripete delle frasi e segue tracce precostituite. Non possiamo comprendere l'esistenza astrattamente o teoricamente. Comprendere la vita è comprendere noi stessi, e ciò costituisce insieme il principio e il termine dell'educazione. L'educazione non è semplice acquisizione di conoscenza, non è un ammassare fatti e collegarli: è vedere il significato della vita come un tutto. Ma al tutto non ci si può accostare attraverso le parti, che è quanto i governi, le religioni organizzate ed i partiti autoritari tentano di fare. La funzione dell'educazione è di creare esseri umani che siano integrati e perciò intelligenti. Noi possiamo conseguire diplomi ed essere meccanicamente efficienti senza essere intelligenti. L'intelligenza non è semplice informazione; essa non deriva dai libri né consiste di abili risposte di autodifesa e di asserzioni aggressive. Chi non ha studiato può essere piú intelligente del dotto. Noi abbiam fatto di esami e diplomi il criterio dell'intelligenza ed abbiamo formato menti accorte che rifuggono dalle vitali questioni umane. L'intelligenza è la capacità di percepire l'essenziale, il che cos'è; e risvegliare questa capacità, in sé e negli altri, questa è educazione. L'educazione dovrebbe aiutarci a scoprire stabili valori in modo che non ci si aggrappi soltanto a delle formule o si ripeta degli slogans; essa dovrebbe aiutarci a infrangere le nostre barriere nazionali e sociali, anziché rafforzarle, giacché esse generano antagonismo fra uomo e uomo. Sfortunatamente, il presente sistema di educazione fa di noi degli esseri sottomessi, meccanici e profondamente irriflessivi; per quanto stimoli l'intelletto, lascia il nostro intimo incompleto, torpido e sterile. Senza una comprensione integrata della vita, i nostri problemi individuali e collettivi non faranno che estendersi e aggravarsi. Lo scopo dell'educazione non è di produrre semplicemente dei dotti, dei tecnici e degli abili cacciatori d'impieghi, bensí degli uomini e delle donne integrati, che siano liberi dalla paura. Infatti, solo fra esseri umani siffatti ci può essere pace durevole. E » con la comprensione di noi stessi che si distrugge la paura. Se l'individuo deve essere alle prese con la vita un momento dopo l'altro, se deve affrontare le sue complicazioni, le sue miserie e le sue improvvise necessità, egli deve essere estremamente elastico, e libero perciò da teorie e da particolari schemi intellettuali. L'educazione non deve incoraggiare l'individuo a conformarsi alla società o ad armouizzarsi con essa negativamente, ma deve aiutarlo a scoprire i veri valori che si attingono con l'investigazione imparziale e la coscienza di sé. Quando manchi la coscienza di sé, l'autoespressione diventa autoasserzione, con tutti i conflitti di natura aggressiva ed ambiziosa che questa comporta. L'educazione dovrebbe rendere capaci di autoconsapevolezza e non soltanto indulgere alle gratificazioni dell'autoespressione. Che vale imparare se nel processo della vita distruggiamo noi stessi? Per il fatto stesso che abbiamo una serie continua di guerre devastatrici, c'è ovviamente qualcosa di radicalmente sbagliato nel modo in cui alleviamo i nostri bambini. Io penso che una gran parte di noi ne è consapevole, ma non sappiamo come affrontare il problema. Tanto i sistemi educativi che i sistemi politici non cambiano misteriosamente da soli. Essi vengono trasformati quando si verifica un cambiamento fondamentale in noi stessi. D'importanza primaria è l'individuo, non il sistema; e finché l'individuo non comprende il processo totale di se medesimo, nessun sistema, né di destra né di sinistra, può portare ordine e pace nel mondo. L'ignorante non è colui che manca d'istruzione, ma chi non conosce se stesso, e l'uomo istruito è sciocco quando si affida solo ai libri, alle dottrine e all'autorità per giungere all'intendimento. Un vero intendimento si realizza solo attraverso la conoscenza di sé, che è consapevolezza del totale processo psicologico di una persona. Cosi l'educazione, nel senso vero, è l'intendimento di se stessi, perché è in ciascuno di noi che si raccoglie la totalità dell'esistenza. Ciò che ora chiamiamo educazione è un mero accumulo di informazioni e conoscenze tratte dai libri, che è alla portata di chiunque sappia leggere. Una tale educazione offre una forma sottile di evasione da noi stessi e, come tutte le evasioni, è fonte inevitabile di crescente povertà spirituale. Solo conflitto e confusione possono generarsi da un tale falso rapporto con persone, cose ed idee. Finché noi non intendiamo e non mutiamo quel rapporto, il mero imparare, l'accumulo di fatti e l'acquisizione di abilità svariate, possono soltanto sprofondarci nel caos e nella distruzione.Nell'attuale organizzazione della società, noi mandiamo i nostri figli a scuola ad imparare qualche tecnica con cui essi forse potranno guadagnarsi da vivere. Soprattutto ci preoccupiamo che diventino degli specialisti, perché speriamo di dar loro cosi una sicura posizione economica. Ala coltivare una tecnica ci abilita forse a comprendere noi stessi? Nessuno mette in dubbio la necessità di saper leggere e scrivere, e di imparare l'ingegneria o qualche altra professione: ma la tecnica ci dà la capacità di capire la vita? Non c'è dubbio che la tecnica ha un valore secondario, e finché noi non ci preoccupiamo che di essa, è ovvio che neghiamo ciò che costituisce la parte di gran lunga piú importante della vita. La vita è dolore, gioia, bellezza, bruttura, amore: quando la comprendiamo come un tutto, a ciascun suo livello, quest'intendimento crea la sua propria tecnica. Ma non è vero il contrario: la tecnica non può mai produrre l'intendimento creativo. L'educazione di oggi è un completo fallimento, perché ha dato troppa importanza alla tecnica. Sopravalutando la tecnica distruggiamo l'uomo. Coltivare la capacità e l'efficienza senza comprendere la vita, senza avere una percezione che abbracci insieme i modi del pensiero e del desiderio, ci farà solo e sempre piú spietati, e non ne potranno venire che guerre e minacce alla nostra stessa sicurezza fisica. Lo sviluppo esclusivo della tecnica ha prodotto scienziati, matematici, ingegneri e conquistatori dello spazio; ma si può dire che tutti costoro intendano il processo totale della vita? Può uno specialista quale che sia esperire la vita come un tutto ? Soltanto quando cessi di essere uno specialista. Il progresso tecnologico risolve certi generi di problemi per certe persone e ad un determinato livello, ma insieme introduce altri problemi, piú vasti e piú gravi. Vivere ad un solo livello, senza curarsi della totalità del processo vitale, è un invito alla miseria e alla distruzione. Per ogni individuo l'esigenza più profonda e il problema piú pressante è di conseguire una integrata comprensione della vita, che lo renda capace di affrontare le sue complessità sempre maggiori. La conoscenza tecnica, per quanto necessaria, non può risolvere in nessun modo le nostre intime tensioni, i nostri conflitti psicologici; e se la tecnologia è diventata un mezzo per distruggere noi stessi, ciò è avvenuto perché abbiamo acquistata conoscenza tecnica senza intendere la totalità del processo vitale. L'uomo che sa come scindere l'atomo, ma non ha amore nel suo cuore, diventa un mostro. Scegliamo la professione tenendo conto delle capacità; ma cosa ne ritrarremo che sia capace di salvarci dal conflitto e dalla confusione ? Qualche forma di tirocinio tecnico sembra necessaria; ma quando siamo diventati ingegneri, medici, contabili, che viene dopo ? La pratica di una professione può rappresentare il compimento della vita ? Sembra che sia cosí per molti di noi. Le nostre varie professioni ci occupano « forse, per la massima parte della nostra esistenza; ma le cose stesse che produciamo con tanto entusiasmo non causano altro che distruzione e miseria. I nostri atteggiamenti e i nostri valori trasformano cose e occupazioni in strumenti di invidia, amarezza ed odio. Se non giungiamo a intendere noi stessi, la mera occupazione porta a frustrazioni ed agli inevitabili tentativi di evadere attraverso ogni sorta Ai attività malefiche. La tecnica disgiunta da comprensione porta all'inimicizia ed alla spietatezza, che poi noi tentiamo di mascherare con frasi dal suono piacevole. Ma che valore può avere il dar tanta importanza alla tecnica e il perseguire l'efficienza piú perfetta, se poi il risultato sarà la distruzione reciproca ? Il nostro progresso tecnico è fantastico, ma non ha fatto altro che aumentare i nostri poteri di distruzione reciproca, e intanto c'è denutrizione e miseria in ogni paese. Noi non siamo gente pacifica e felice.

Quando la funzionalità è tutto ciò che conta, la vita diventa sciocca e noiosa, una routine meccanica e sterile dalla quale cerchiamo di evadere con ogni sorta di distrazioni. L'accumulo di fatti e lo sviluppo di abilità, che noi chiamiamo educazione., ci ha privati della pienezza di una vita e di un'azione integrata. Proprio perché non intendiamo il processo totale della vita, ci aggrappiamo all'abilità e all'efficienza, che vengono cosí ad assumere importanza straordinaria. Ma la totalità non può essere compresa mediante una sua parte; può essere compresa soltanto pel tramite dell'azione e dell'esperienza. Un altro incentivo a coltivare la tecnica è il fatto che la tecnica ci dà un senso di sicurezza, non soltanto abili ed efficienti è una cosa rassicurante. Sapere che sappiamo suonare il piano o costruire una casa ci dà un senso di vitalità, di aggressiva indipendenza; ma esagerarne l'importanza pel desiderio di sicurezza psicologica significa negare la pienezza della vita. Il contenuto della vita non può mai venir previsto, deve essere esperito ex novo di momento in momento. Ma noi abbiamo paura di ciò che non conosciamo, e stabiliamo perciò delle zone di protezione psicologica in cui rifugiarci, in forma di sistemi, di tecniche e di credenze. Finché siamo in cerca di una siffatta sicurezza intima, non possiamo comprendere il processo totale della vita. Invece una retta educazione, mentre incoraggia l'apprendimento di una tecnica, dovrebbe realizzare qualcosa di assai piú importante: dovrebbe aiutare l'uomo ad esperire il processo integrato della vita. Una siffatta esperienza colloca abilità e tecnica al loro giusto posto. Se uno ha veramente qualcosa da dire, l'atto stesso di dirlo crea il suo proprio stile. Ma imparare uno stile senza intima esperienza può condurre soltanto alla superficialità.

In tutto il mondo gli ingegneri sono in gara frenetica nel disegnare macchine che non abbiano bisogno di nessuno che le manovri. In una vita servita quasi interamente da macchine, cosa son destinati a diventare gli esseri umani? Avremo sempre piú tempo libero a disposizione, senza sapere come saggiamente impiegarlo, e cercheremo un'evasione attraverso la conoscenza, attraverso divertimenti debilitanti, o attraverso gli ideali.Credo che innumeri volumi siano stati scritti sugli ideali educativi, e tuttavia rispetto ad essi ci troviamo in uno stato di crescente confusione. Non abbiamo un metodo con cui educare un fanciullo ad essere integrato e libero. Finché ci occupiamo di principi, ideali e metodi, non educhiamo l'individuo a rendersi libero dalla sua propria attività egocentrica con tutte le sue paure e i suoi conflitti. Gli ideali e i perfetti piani utopistici non produrranno mai la radicale conversione del cuore che è essenziale se si vuol finirla con la guerra e la distruzione universale. Gli ideali non possono cambiare i nostri valori presenti: per mutare questi valori occorre il giusto tipo di educazione, che consiste nel promuovere la comprensione di ciò che è Quando lavoriamo insieme per un ideale, per il futuro, foggiamo gli individui in modo rispondente alla nostra concezione di quel futuro; ci occupiamo non già di esseri umani, ma della nostra idea di ciò che dovrebbero essere. Ciò che si dovrebbe essere diventa assai piú importante per noi di ciò che è, cioè dell'individuo con la sua complessa natura. Ma se partiamo dalla comprensione diretta dell'individuo anziché considerarlo attraverso lo schermo di ciò che pensiamo dovrebb'essere, allora ci occupiamo di e i ò eh e è. Allora non vogliamo piú trasformare l'individuo in qualcos'altro, ci occupiamo soltanto di aiutarlo a comprendere se stesso, e non per un motivo o un vantaggio personale. Se siamo pienamente consapevoli di ciò che è, lo comprendiamo e con ciò ce ne liberiamo; ma per essere consapevoli di ciò che siamo, dobbiamo smetterla di correr dietro a qualcosa che non siamo. Gli ideali non hanno nessun posto nell'educazione perché impediscono la comprensione del presente. Di certo, consapevoli di ciò che è possiamo esserlo soltanto se non sfuggiamo nel futuro. Esser rivolti al futuro, sforzarsi d'attingere un ideale, indica pigrizia di spirito e desiderio di evadere dal presente. Il perseguimento di un'Utopia precostituita non nega forse la libertà e l'integrazione degli individui ? Quando uno segue un ideale, un modello, quando uno possiede una formula di ciò che dovrebb'essere, non vive forse una vita assai superficiale, automatica ? Non abbiamo bisogno di idealisti o di esseri forniti di mente meccanica, ma di spiriti integrati che siano intelligenti e liberi. Vagheggiare un progetto di società perfetta significa lottare e magari versare il sangue per ciò che dovrebbe essere, mentre si ignora ciò che è . Se gli esseri umani fossero entità meccaniche, macchine automatiche, allora il futuro sarebbe prevedibile e i piani per una perfetta Utopia sarebbero tracciabili; allora noi saremmo capaci di delineare accuratamente una società futura e di lavorare a realizzarla. Ma ali esseri umani non sono macchine che si possano installare e far funzionare secondo un modello definito.Fra il presente e il futuro c'è, a separarli, uno spazio immenso nel quale sono all'opera influenze molteplici su ciascuno di noi, e sacrificando il presente al futuro noi mettiamo in gioco mezzi sbagliati per un probabile fine giusto. Ma i mezzi determinano il fine; e inoltre, noi chi siamo per decidere ciò che l'uomo dovrebb'essere? Con che diritto tentiamo di plasmarlo secondo un particolare modello, appreso da qualche libro o determinato dalle nostre proprie ambizioni, speranze e paure?

Una retta educazione non ha niente a che fare con nessuna ideologia, a dispetto di tutto, ciò che una futura Utopia possa prometterci; non si appoggia su nessun sistema, per accurato che possa essere; e non è un mezzo per condizionare gli individui in qualche modo speciale. Educazione nel vero senso è aiutare l'individuo a farsi maturo e libero, e a fiorire in amore e bontà. A questo dovremmo interessarci, e non a modellare il fanciullo secondo qualche schema idealistico. Qualunque metodo che classifichi i fanciulli a seconda del temperamento e delle attitudini non fa altro che accentuare le loro differenze: fa nascere l'antagonismo, incoraggia le divisioni sociali e non aiuta a sviluppare esseri umani integrati. E » ovvio che nessun metodo o sistema può realizzare la retta educazione, e che la stretta aderenza a un particolare metodo indica pigrizia da parte dell'educatore. Finché l'educazione è basata su principi rigidi, essa può produrre uomini e donne efficienti, ma non può produrre esseri umani creativi. Solo l'amore può portare alla comprensione di un altro essere. Dove c'è amore c'è istantanea comunione con gli altri, sullo stesso livello e allo stesso tempo. t perché noi stessi siamo aridi, vuoti e senza amore che abbiamo permesso ai governi e ai sistemi di assumersi l'educazione dei nostri figli e la direzione delle nostre vite; ma i governi hanno bisogno di tecnici efficienti, non di esseri umani, perché gli esseri umani diventano pericolosi per i governi – ed anche per le religioni organizzate. Questa è la ragione che spinge i governi e le religioni organizzate a controllare l'educazione. La vita non può essere resa conforme a un sistema, non può venir costretta in una forma fissa, per quanto nobilmente concepita; e una mente che sia stata soltanto addestrata a conoscenze fattuali è incapace di affrontare la vita nella sua varietà e nelle sue sottigliezze, nelle sue profondità ed altezze sublimi. Quando istruiamo i nostri bambini in un sistema di pensiero o in una disciplina particolare, quando insegnamo loro a pensare a compartimenti stagni, rendiamo impossibile che si sviluppino come esseri umani integrati, e li rendiamo perciò incapaci di pensare intelligentemente, cioè di affrontare la vita come un tutto. La piú alta funzione dell'educazione è quella di realizzare individui integrati capaci di affrontare la vita come un tutto unitario. L'idealista, come lo specialista, non si preoccupa del tutto, ma soltanto di una parte. Non ci può essere integrazione finché si persegue un modello ideale di azione; e gran parte degli insegnanti con mentalità idealistica hanno messo da parte l'amore, hanno cervelli aridi e cuori duri. Per studiare un bambino bisogna essere attenti, vigili, coscienti di sé, e questo richiede un livello di intelligenza e di affetto piú alto di quello necessario a spronarlo verso un ideale. Un'altra funzione dell'educazione è di creare nuovi valori. Il semplice inculcare valori esistenti nella mente del bambino, l'indurlo a conformarsi ad ideali, significa condizionarlo senza destare la sua intelligenza. L'educazione ha un intimo rapporto con la presente crisi del mondo, e l'educatore che scorge le cause di questo caos universale dovrebbe chiedersi come deve fare per destare l'intelligenza nello studente, giacché cosí aiuterebbe la prossima generazione a non promuovere conflitti e disastri ulteriori. Egli deve dedicare ogni suo pensiero, ogni sua cura ed affetto alla creazione dell'ambiente opportuno ed allo sviluppo dell'intendimento di modo che, quando il fanciullo cresca e maturi, diventi capace di affrontare intelligentemente i problemi che incomberanno su di lui. Ma per poter far questo, l'educatore deve comprendere se stesso anziché affidarsi ad ideologie, sistemi e credenze. Cerchiamo di non pensare in termini di principi e ideali, ma di preoccuparci delle cose come sono; è infatti la considerazione di ciò che è che sveglia l'intelligenza, e l'intelligenza dell'educatore è di gran lunga piú importante della sua conoscenza di un nuovo metodo di educazione. Quando uno segue un metodo, sia pure un metodo elaborato da persona riflessiva e intelligente, il metodo diventa molto importante, ed i bambini finiscono con l'essere importanti solo nella misura in cui vi si adattano. Si misura e si classifica il bambino, e poi si procede ad educarlo in base ad un sillabo. Questo procedimento educativo può riuscire conveniente per l'insegnante, ma né la pratica di un sistema, né la tirannia dell'opinione e dell'apprendimento possono realizzare un essere umano integrato. La retta educazione consiste nell'intendere il bambino com'è, senza imporre su di lui l'ideale di ciò che noi pensiamo che dovrebbe essere. Imprigionarlo nella rigida struttura di un ideale significa avviarlo al conformismo, che promuove la paura e produce in lui un costante conflitto fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; e tutti i conflitti interni hanno poi le loro manifestazioni aperte nella società. Gli ideali costituiscono un'effettiva rèmora alla nostra comprensione del bambino e alla comprensione che il bambino ha di se stesso. Un genitore che realmente desideri di capire il suo bambino, non guarda a lui attraverso lo schermo di un ideale. Se lo ama davvero, lo osserva, ne studia le tendenze, gli umori e le peculiarità. Soltanto chi non nutra affetto genuino per il bambino può imporre su di lui un ideale, giacché allora sono le sue ambizioni che cercano nel bambino il proprio appagamento, che esigono che egli diventi questo o quello. Solo chiama non l'ideale, ma il bambino, ha la possibilità di aiutarlo a comprendere se stesso cosí com'egli è.

Se un bambino dice bugie, per esempio, che va!ore può avere il porgli dinanzi l'ideale della verità? Occorre scoprire perché egli dice bugie. Per aiutare lì bambino, occorre spendere del tempo a studiarlo e osservarlo, il che esige pazienza, cura ed amore; ma se non c'è amore, se non c'è intendimento, allora si forza il bambino in uno schema di azione cui diamo il nome di ideale. Gli ideali sono convenienti evasioni, e il maestro che li segue è incapace di intendere i suoi allievi e di trattare con loro intelligentemente. Per lui, l'ideale futuro, quel che dovrebbe essere, è di gran lunga piú importante del fanciullo presente. Il perseguimento di un ideale esclude l'amore, e senza amore non si può risolvere nessun problema umano. Se un insegnante è quel che dev'essere, egli non si affiderà ad un metodo, ma studierà individualmente ciascun allievo. Nei nostri rapporti con i bambini ed i giovani, noi non abbiamo a che fare con congegni meccanici che possono venir rapidamente riparati, ma con esseri umani viventi, che sono impressionabili, volubili, sensitivi, paurosi, affettivi « e, per trattare con essi, ci è necessaria una grande comprensione e la forza della pazienza e dell'amore. Se manchiamo di queste doti, cerchiamo rapidi e facili rimedi e speriamo in meravigliosi, automatici risultati. Se la nostra consapevolezza non è profonda, se i nostri atteggiamenti e le nostre azioni sono meccanici, ci ritraiamo davanti ad ogni richiesta che ci venga fatta e ci disturbi, alla quale cioè non sappiamo rispondere in modo automatico, e questa è una delle maggiori difficoltà dell'educazione. Il bambino è insieme il risultato del passato e del presente ed è perciò già condizionato. Se trasmettiamo il nostro sfondo culturale al bambino, perpetuiamo insieme il suo proprio e il nostro proprio condizionamento. C'è radicale trasformazione soltanto quando riusciamo a renderci conto del nostro proprio condizionamento e con ciò ce ne liberiamo. Discutere quale dovrebb'essere il giusto tipo di educazione quando noi stessi siamo condizionati è cosa decisamente futile. Finché i bambini sono piccoli, noi dobbiamo naturalmente proteggerli dal danno fisico e impedir loro di sentirsi fisicamente insicuri. Ma sfortunatamente non ci fermiamo qui; vogliamo plasmare i loro modi di pensare e di sentire, vogliamo modellarli conforme ai nostri desideri ed alle nostre intenzioni. Noi cerchiamo di realizzare completamente noi stessi nei nostri bambini, di perpetuare noi stessi attraverso di loro. Costruiamo muraglie attorno ad essi, li condizioniamo con le nostre credenze e ideologie, paure e speranze – e poi piangiamo e preghiamo quando vengono uccisi o storpiati nelle guerre, o costretti altrimenti a soffrire delle esperienze della vita. Esperienze siffatte non producono libertà; al contrario, rafforzano la volontà egocentrica. Il nostro io è fatto di una serie di reazioni difensive ed espansive, e il suo appagamento è sempre nelle sue proprie proiezioni e identificazioni gratificanti. Finché noi traduciamo l'esperienza in termini individualistici, dell" io » e del « mio », finché l'Ego mantiene se stesso attraverso le sue reazioni, l'esperienza non può venir liberata dal conflitto, dalla confusione e dalla pena. La libertà giunge solo quando noi comprendiamo le modalità dell'io, del soggetto di esperienza. R solo quando l'io, con le sue reazioni accumulate, non è il soggetto di esperienza, che l'esperienza assume un significato interamente diverso e diviene creazione. Se vogliamo aiutare il bambino a liberarsi dalle modalità dell'io, che causano tanta sofferenza, allora ciascuno di noi deve impegnarsi ad alterare profondamente il suo atteggiamento verso il fanciullo, il suo rapporto con lui. Genitori ed educatori, con il pensiero e la condotta loro propri, possono aiutare il bambino ad essere libero ed a fiorire in amore e bontà. L'educazione, come oggi si presenta, non incoraggia in nessun modo l'intendimento delle tendenze ereditate e delle influenze ambientali che condizionano la mente e il cuore e sono alla base della paura, e perciò essa non ci aiuta ad infrangere quei condizionamenti e a realizzare un essere umano integrato. Ogni forma di educazione che si preoccupa solo di una parte dell'uomo e non dell'uomo intero porta inevitabilmente ad inasprire il conflitto e la sofferenza. L'amore e la bontà posson fiorire soltanto nella libertà dell'individuo; e solo una retta educazione può offrire questa libertà. Né la conformità alla società presente, né la promessa di una futura Utopia, possono mai dare all'individuo quella penetrante intuizione senza la quale egli si crea costantemente nuovi problemi. L'educatore genuino, considerando la natura intima della libertà, aiuta ogni singolo allievo ad osservare ed intendere i suoi propri valori, le sue proprie esigenze, come proiezioni dell'io; egli lo aiuta a farsi consapevole delle influenze condizionanti che lo circondano, e dei suoi propri desideri, le une e gli altri limitanti il suo spirito e generanti timore; lo aiuta, mentre si fa piú maturo, ad osservare e intendere se stesso in relazione a tutte le cose, giacché è il desiderio di autoappagamento che porta conflitto e tristezza senza fine. Si, è davvero possibile aiutare l'individuo a percepire duraturi valori di vita, senza condizionamenti. Qualcuno potrà dire che questo pieno sviluppo dell'individuo porterebbe al caos; ma è poi vero? C'è già tanta confusione nel mondo, ed è sorta perché l'individuo non è stato educato a comprendere se stesso, Pur gratificato di qualche superficiale libertà, all'individuo è stato insegnato a conformarsi, ad accettare i valori esistenti. Contro questa irreggimentazione, molti si stanno rivoltando; ma sfortunatamente la loro rivolta è una mera reazione di autoaffermazione, che non fa che oscurare ulteriormente la nostra esistenza. L'educatore genuino, consapevole di questa tendenza dello spirito a reagire in tal modo, aiuta l'allievo a modificare i valori presenti non già reagendo ad essi, ma tramite la comprensione del processo totale della vita. Una piena cooperazione fra gli uomini è impossibile senza quell'integrazione che una retta educazione può contribuire a realizzare nell'individuo. Perché siamo tanto sicuri che né la nostra generazione, né quella avvenire potranno conseguire un fondamentale mutamento nelle relazioni umane per il tramite di una retta educazione? In fondo non lo abbiamo mai tentato, e per il fatto che gran parte di noi sembra aver paura di una retta educazione, ci sentiamo poco propensi a tentarla. Senza un esame serio e completo della questione, noi affermiamo che la natura umana non può venir cambiata, noi accettiamo le cose come sono ed incoraggiamo il bambino ad adattarsi alla società presente. Lo condizioniamo ai nostri presenti modi di vita, e confidiamo che tutto andrà per il meglio. Ma un siffatto conformarsi ai valori presenti, che portano alla guerra e alla fame, può considerarsi educazione ? Non lasciamoci ingannare dall'illusione che un tale condizionamento contribuirà a renderci piú intelligenti e piú felici. Finché rimarremo timorosi, disamorati, incurabilmente apatici, ciò vorrà dire che non ci vogliamo impegnare realmente a che l'individuo singolo possa fiorire in amore e bontà, ma preferiamo che anch'egli si sottoponga al carico delle miserie con cui abbiamo gravato noi stessi e di cui egli medesimo è parte. Condizionare l'allievo ad accettare l'ambiente attuale è cosa evidentemente sciocca. Se non realizzeremo deliberatamente un cambiamento radicale dell'educazione, saremo direttamente responsabili del perpetuarsi del caos e della miseria. E quando infine si produca qualche rivoluzione mostruosa e brutale, essa riuscirà solo a dare ad un altro gruppo l'opportunità di farsi spietato sfruttatore dei suoi simili. Qualunque gruppo infatti, quand'é al potere, sviluppa. mezzi di oppressione suoi propri, che possono consistere nella forza brutale o nella persuasione psicologica. Per ragioni legate alla politica e alla vita industriale, la disciplina è diventata un fattore importante nella presente struttura sociale. Il nostro desiderio di sicurezza psicologica ci fa accettare e praticare varie forme di disciplina. La disciplina garantisce un risultato, e per noi il fine è piú importante dei mezzi; tuttavia sono i mezzi che determinano il fine. Uno dei pericoli della disciplina è che il sistema si faccia piú importante degli esseri umani che vivono in esso. La disciplina diventa cosi un surrogato dell'amore, e noi ci aggrappiamo alla disciplina perché i nostri cuori sono vuoti. La libertà non si può mai conseguire attraverso la disciplina, attraverso la resistenza. La libertà non è una mèta, non è un fine da raggiungere. La libertà è al principio, non alla fine. La libertà non potrà mai esser trovata in qualche remoto ideale.

Libertà non significa opportunità di autogratificazione o diminuita considerazione degli altri. Un maestro che sia sincero proteggerà il bambino e lo aiuterà in ogni modo possibile affinché si sviluppi nel senso di una retta libertà. Ma gli sarà impossibile farlo se sarà egli stesso schiavo di qualche ideologia, o se sarà comunque un dogmatico o un uomo preoccupato in primo luogo di sé. Non è possibile risvegliare la sensibilità attraverso la costrizione. Si può costringere un bambino ad essere esteriormente quieto, ma con questo non si giunge.ad affrontare ciò che lo rende ostinato, impudente, o che altro. La costrizione suscita antagonismo e paura. Le ricompense e le punizioni, in qualsiasi forma, non fanno altro che rendere lo spirito servile e tardo. Se questo è quel che desideriamo, allora l'educazione costrittiva è un modo di procedere eccellente. Ma un'educazione siffatta non ci aiuta a comprendere il bambino, né può realizzare quell'opportuno ambiente sociale in cui l'isolamento geloso e la cattiva volontà cessino di esistere. Nell'atteggiamento di, chi ami davvero un fanciullo, è già implicita una retta educazione. Ma gran parte di noi non ama i suoi propri bambini. Noi siamo soltanto pieni di ambizione per essi, il che significa che siamo ambiziosi per noi stessi. Disgraziatamente, siamo tanto presi da occupazioni mentali che poco tempo ci rimane per i suggerimenti del cuore. Dopo tutto, la disciplina implica resistenza, ed è mai possibile che la resistenza ingeneri amore ? La disciplina può soltanto costruire delle muraglie attorno a noi; essa è sempre esclusiva, è sempre fonte di conflitto. Essa non guida certo alla comprensione, giacché la comprensione ha bisogno di osservazione, di un'attenta indagine scevra da ogni pregiudizio. La disciplina rappresenta una maniera facile di controllare un bambino, ma non lo aiuta a capire i problemi della sua vita. Qualche forma di costrizione, come la disciplina fondata sui premi e sui « castighi, può essere necessaria per mantenere l'ordine e una quiete apparente fra un largo numero di studenti ammassati in un'aula; ma con un educatore come si deve ed un piccolo numero di studenti perché dovrebb'essere necessaria quella forma di repressione che eufemisticamente si chiama disciplina? Se le classi sono piccole ed il maestro può dedicare pienamente la sua attenzione a ciascun fanciullo, osservandolo ed aiutandolo, allora ogni forma di costrizione o di controllo autoritario cessa ovviamente di essere necessaria. Se, in un gruppo del genere, un allievo persiste a far gazzarra o a comportarsi male, senza ragione, l'educatore deve ricercare la causa del suo cattivo comportamento, che può essere di assai varia natura: da una dieta inadatta all'insufficienza di sonno, dal litigio familiare a qualche nascosta paura. Diritto all'educazione vuol dire anche diritto ad aver coltivate libertà e intelligenza, il che non è possibile quando vi sia coercizione con relative apprensioni. Compito dell'educatore è in fondo quello di aiutare lo studente a comprendere la complessità di tutto il suo essere. Chiedergli di sopprimere una parte della sua natura a profitto di qualche altra parte significa creare in lui un conflitto irrisolvibile che si traduce in antagonismi sociali. L'intelligenza, non la disciplina, reca ordine. Il conformismo e l'obbedienza non hanno posto nella retta educazione. Nessuna cooperazione fra maestro e scolaro è possibile se non c'è reciproco affetto e reciproco rispetto. Quando si pretende che i bambini dimostrino rispetto verso i maggiori d'età, generalmente si istilla un'abitudine, un modo di comportamento puramente esteriore, e la paura assume la forma della venerazione. Senza reale rispetto e considerazione, nessuna, relazione vitale è possibile, specialmente quando il maestro si riduce a semplice strumento di trasmissione delle sue conoscenze. Se l'insegnante pretende rispetto da parte dei suoi allievi e ne ha molto poco per essi, otterrà da loro indifferenza e ostilità. Senza rispetto per la vita umana, la conoscenza reca soltanto distruzione e miseria. Coltivare il rispetto per gli altri è parte essenziale d'una retta educazione, ma se l'educatore non possiede egli stesso questa qualità, non può certo avviare i suoi scolari verso una vita integrata. L'intelligenza è capacità di discernere l'essenziale, e per discernere l'essenziale occorre essere liberi da quelle rèmore che la mente stessa si crea nella ricerca della sicurezza e del conforto personali. La paura è inevitabile finché la mente cerca la sicurezza, e quando gli esseri umani vengono irreggimentati in un qualsasi modo, ogni forma di acuta consapevolezza ed intelligenza va tosto distrutta. La finalità dell'educazione è di coltivare il giusto rapporto non solo fra gli individui, ma anche fra l'individuo e la società: per questo è essenziale che l'educazione debba soprattutto aiutare l'individuo a comprendere il suo proprio processo psicologico. L'intelligenza consiste nel comprendere noi stessi e nello spingerci al di sopra e al di là di noi stessi; ma non ci può essere intelligenza finché ci sia paura. La paura perverte l'intelligenza ed è una delle cause dell'agire egocentrico. La disciplina può reprimere la paura, ma non la può sradicare, ed il tipo di conoscenza superficiale, che l'educazione moderna ci fornisce, semplicemente aiuta a nasconderla meglio. Quando siamo piccoli, sia in casa che a scuola in gran parte di noi viene istillata la paura. Né i genitori, né gli insegnanti hanno la pazienza, il tempo o la saggezza di dissipare le istintive paure dell'infanzia, le quali, quando cresciamo, dominano i nostri atteggiamenti e giudizi e creano un gran numero di problemi. Una retta educazione deve prendere in considerazione questo argomento, perché la paura distorce la nostra intera visione della vita. Non aver paura è l'inizio della saggezza, e solo una retta educazione può realizzare quella libertà dalla paura che sola permette lo sviluppo di un'intelligenza profonda e creativa. Il ricevere ricompense o punizioni per una qualunque azione non fa che rafforzare la condotta egocentrica. L'azione fatta in vista di qualcos'altro, sia pure della patria o di Dio, è generatrice di paura, e la paura non può costituire la base di un retto modo d'agire. Se vogliamo indurre un fanciullo ad avere considerazione per gli altri, non dobbiamo usare del nostro affetto come di un allettamento, ma dobbiamo dedicare tempo e pazienza sufficienti a spiegare cosa significa aver rispetto per gli altri. Non si ha rispetto di un altro quando ci si aspetta di averne una ricompensa: l'allettamento o la punizione assumono allora per noi assai maggior significato che il sentimento di rispetto. Quando non abbiamo rispetto per il bambino, ma semplicemente gli offriamo una ricompensa o lo minacciamo di una punizione, incoraggiamo in lui l'avidità e la paura. Siccome noi stessi siamo stati educati ad agire in vista di un risultato, non siamo capaci di scorgere la possibilità di agire senza desiderio di vantaggi. La retta educazione incoraggerà la preoccupazione e la considerazione per gli altri senza allettamenti o minacce di sorta. Quando non saremo piú in cerca di risultati immediati, cominceremo a vedere come sia importante che tanto l'educatore quanto il fanciullo siano liberi dalla paura di punizioni e dalla speranza di ricompense, e da ogni altra forma di costrizíone. Ma la costrizione continuerà ad esserci finché una qualsiasi forma di autorità entrerà nel rapporto educativo. Seguire l'autorità è cosa che offre molti vantaggi a chi pensi in termini di motivi e guadagni personali. Ma un'educazione fondata sul profitto dell'individuo singolo genera una struttura sociale improntata a competizione, antagonismo e spietatezza. Tale è il tipo di società in cui siamo stati allevati, e il nostro stato di ostilità e di confusione è a tutti evidente. Ci insegnano a conformarci all'autorità di un maestro, di un libro, di un partito perché è vantaggioso farlo. Gli specialisti di ciascun settore della vita associata, dal prete al burocrate, detengono un'autorità che si traduce in assoggettamento degli altri. Ma nessun governo e nessun educatore che ricorrano alla costrizione possono mai realizzare, nelle relazioni umane, quella cooperazione che è essenziale al benessere della società. Se vogliamo che fra gli esseri umani vigano giusti rapporti, non dobbiamo ricorrere a nessuna costrizione e nemmeno alla persuasione. Quale affetto, quale genuina cooperazione volete che vi sia fra coloro che detengono il potere e coloro che vi sono soggetti? Quando si consideri spassionatamente questa questione del potere con le sue molte complicazioni, quando si veda che il desiderio stesso del potere è per se medesimo distruttivo, si giunge spontaneamente a comprendere l'intero processo dell'autorità. Nel momento in cui scartiamo l'idea di autorità, ci troviamo in rapporto di associazione con i nostri simili, ed allora soltanto può esserci cooperazione ed affetto. Il problema reale dell'educazione è l'educatore. Persino un piccolo gruppo di allievi diventa per lui lo strumento per affermare la sua personale importanza se egli usa l'autorità come mezzo di sfogo personale, se l'insegnamento è per lui un modo di appagare il suo bisogno di affermazione. Ma un semplice riconoscimento intellettuale o verbale degli effetti paralizzanti dell'autorità è stupido e vano: occorre vedere in profondità, penetrando le motivazioni nascoste dello spirito di autorità e di dominio. Se ci rendiamo conto che l'intelligenza non può mai venir destata tramite la costrizione, la sola consapevolezza di ciò annullerà le nostre paure, e cominceremo allora a coltivare un nuovo tipo di ambiente che sarà insieme negazione e superamento dell'ordine sociale presente. Per capire il significato della vita con i suoi conflitti e le sue pene, dobbiamo pensare in modo indipendente da ogni autorità, ivi compresa l'autorità della religione organizzata. Se, nel nostro desiderio di aiutare il fanciullo, gli mettiamo innanzi esempi dotati di un'estrinseca autorità, non faremo altro che incoraggiare in lui la paura, le disposizioni imitative e forme svariate di superstizione. Coloro che si professano religiosi tentano d'imporre al fanciullo le credenze, le speranze e le paure che essi hanno a loro volta assimilato dai loro genitori. Coloro invece che sono antireligiosi dimostrano altrettanta cura nell'influenzare il bambino affinché accetti il loro particolare modo di pensare, qualunque esso sia. Tutti vogliamo che i nostri bambini accettino la nostra forma di culto o prendano a cuore l'ideologia che abbiamo scelto. E » cosí facile farsi irretire dalle immagini e dai formulari, inventati da noi stessi o da altri; e proprio per questo è necessario invece porre ogni cura e attenzione per non cadere in siffatte tentazioni. Ciò che chiamiamo religione non è altro che credenza organizzata, con i suoi dogmi, i suoi riti, i suoi misteri e le sue superstizioni. Ogni religione ha i suoi particolari libri sacri, il suo mediatore, i suoi preti ed i suoi modi di minacciare e dominare la gente. Molti di noi sono stati condizionati ad accettare tutto ciò, e questo lo si considera educazione religiosa. Ma un tale condizionamento mette gli uomini gli uni contro gli altri, crea antagonismi, sia fra i credenti in una stessa fede che contro quelli con altre credenze. Sebbene tutte le religioni affermino di onorare Dio e dicano che dobbiamo amarci fra di noi, esse istillano paura con le loro dottrine circa i premi e le punizioni, e con la rivalità dei loro dogmi che perpetua il sospetto e l'antagonismo. Dogmi, misteri e riti non conducono ad una vita spirituale. Un'educazione religiosa genuina consiste nell'incoraggiare il fanciullo a capire i suoi propri rapporti con gli uomini, con le cose e con la natura. Non c'è esistenza senza rapporto, e senza conoscenza di sé ogni rapporto, con l'uno e coi molti, porta conflitto e pena. Va da sé che non è possibile spiegare tutto ciò pienamente a un fanciullo. Ma se l'educatore e i genitori penetrano intimamente il pieno significato del rapporto, allora il loro atteggiamento, la loro condotta ed il loro linguaggio saranno certamente atti a recare al fanciullo, senza troppe parole e spiegazioni, il significato di una vita spirituale. La nostra cosiddetta istruzione religiosa scoraggia l'interrogazione e il dubbio, mentre soltanto quando indaghiamo circa il significato dei valori che la società e la religione ci hanno trasmesso noi cominciamo a sceverarvi ciò che vi può essere di vero. Il compito dell'educatore è di esaminare a fondo i suoi propri pensieri e sentimenti: proprio i valori che gli hanno dato sicurezza e conforto, egli deve metterli da parte, perché soltanto allora egli può aiutare i suoi allievi a conseguire l'autoconsapevolezza e a capire i loro propri impulsi, le loro proprie paure. L'età della giovinezza è la sola in cui si può crescere dritti e schietti. E se noi, piú anziani, abbiamo comprensione sufficiente, dobbiamo aiutare i giovani a liberarsi dagli ostacoli che la società ha posto sulla loro strada, e insieme da quelli che vi pongono essi stessi. Se la mente e il cuore di un fanciullo non vengono manipolati da preconcetti e pregiudizi religiosi, egli avrà allora libertà di scoprire, per il tramite della conoscenza di sé, ciò che è al di sopra e al di là di lui stesso. La vera religione non consiste di un insieme di credenze e di riti, di speranze e di paure: proprio se noi consentiamo al fanciullo di svilupparsi senza l'impaccio di simili influenze, egli potrà forse iniziare, facendosi piú maturo, un'indagine sincera circa la natura della realtà e della divinità. E » per questo che, nell'educare un bambino, occorre la piú profonda penetrazione e comprensione. Gran parte della gente che si professa religiosa, che parla di Dio e dell'immortalità, in ultima analisi non crede nella libertà individuale e nell'integrazione. Eppure la religione è culto della libertà nella ricerca del vero. In fatto di libertà non ci possono essere compromessi: una libertà parziale data all'individuo non è libertà affatto. Ogni genere di condizionamento, sia politico che religioso, non è libertà e non porterà mai la pace. La religione non è una forma di condizionamento: è uno stato di tranquillità dove c'è la realtà, c'è Dio. Ma questo stato creativo si realizza soltanto quando vi sia conoscenza di sé e libertà. La libertà porta con sé la virtú, e senza virtú non ci può essere tranquillità. La mente quieta non è una mente condizionata, essa non è stata disciplinata o addestrata ad essere quieta. La quiete si realizza soltanto quando lo spirito comprende i suoi propri modi di essere, i modi dell'Io. La religione organizzata è il pensiero congelato dell'uomo: l'uomo se ne fa templi e chiese, ne trae calmanti per i suoi terrori, sedativi per le sue pene.Ma Iddio, la verità è ben al di là del pensiero e dei bisogni emotivi. I genitori e i maestri che riconoscono i processi psicologici che determinano paure e sofferenze dovrebbero essere capaci di aiutare i giovani a osservare e comprendere i conflitti e le prove cui sono sottoposti. Se noi più anziani possiamo aiutare i fanciulli che crescono a pensare in modo chiaro e spassionato, ad amare e a non nutrire animosità di sorta, che più ci resta da fare ? Ma se continuamente ci saltiamo alla gola, se siamo incapaci di realizzare ordine e pace nel mondo tramite un profondo cambiamento di noi stessi, che valore potranno avere i libri sacri e i miti delle varie religioni ? La vera educazione religiosa consiste nell'aiutare il fanciullo a conseguire un'intelligente consapevolezza, a distinguere da solo il reale dall'effimero, a sviluppare un atteggiamento disinteressato verso la vita. Non avrebbe maggior significato iniziare ciascuna giornata, a casa o a scuola, con una seria riflessione, con una lettura ricca di senso, piuttosto che iniziarla borbottando parole o frasi mille volte ripetute ? Le passate generazioni, con le loro ambizioni, tradizioni e ideali, hanno portato miseria e distruzione nel mondo. Forse le generazioni future, fornite di una retta educazione, potranno porre fine a questo caos e costruire un ordine sociale migliore. Se coloro che sono giovani hanno spirito d'indagine, se persistono con costanza a spremere la verità da ogni cosa, in politica e in religione, nelle faccende personali e nei misteri dell'universo, allora la loro gioventú sarà ricca di significato e ci sarà speranza di un mondo migliore. La maggior parte dei fanciulli è piena di curiosità, ha bisogno di conoscere. Ma la loro avida ricerca è frustrata dalla nostra pontificante saggezza, dalla nostra autoritaria impazienza o dalla leggerezza con cui ci liberiamo dal fastidio della loro curiosità. Non incoraggiamo la loro indagine, perché ci preoccupa ciò che essi potrebbero chiederci; non alimentiamo la loro irrequietezza, perché noi stessi abbiamo cessato di interrogare. Genitori e insegnanti sono in gran parte preoccupati dell'irrequieto spirito d'indagine perché esso disturba tutte le forme di sicurezza, e perciò essi incoraggiano i giovani a superarlo per tramite di occupazioni sicure, di eredità, di buone sistemazioni matrimoniali e di consolanti dogmi religiosi. Gli anziani, anche troppo esperti dei molti modi di ottundere la mente e il cuore, si affrettano a rendere il fanciullo pigro come loro, imponendogli le autorità, le tradizioni e le credenze che essi stessi hanno accettato. Solo incoraggiando il fanciullo a mettere ogni testo in questione, a indagare sulla validità dei valori sociali esistenti, delle tradizioni, delle forme di governo, delle credenze religiose e di ogni altra cosa, l'educatore e i genitori possono sperare di destare e incoraggiare in lui il senso critico e un'acuta penetrazione. I giovani, purché siano vivi, sono pieni di speranza e di scontento: essi devono essere cosí, altrimenti sono già vecchi e morti. E vecchi sono coloro che una volta furono scontenti, ma che sono riusciti a smorzare quella fiamma ed a trovare, in modi diversi, sicurezza e comodi. Essi vogliono stabilità per se stessi e le loro famiglie, essi desiderano ardentemente certezza nelle idee, nelle relazioni sociali, nei possessi: perciò, non appena si sentono scontenti, si fanno assorbire dalle loro responsabilità, dalle loro professioni, o da qualunque altra cosa, al fine di sottrarsi al sentimento di scontentezza che li disturba. L'età della giovinezza è l'età dello scontento: siamo scontenti non solo di noi stessi, ma anche delle cose che ci circondano. E » allora che dovremmo imparare a pensare chiaramente e senza preconcetti, in modo da non essere intimamente legati e timorosi. L'indipendenza non è una cosa che riguardi quell'area colorata della carta geografica che chiamiamo la nostra patria: l'indipendenza è prima di tutto qualcosa che riguarda noi stessi come individui. E sebbene esteriormente noi dipendiamo l'uno dall'altro, questa dipendenza reciproca non ha nulla di crudele o di oppressivo quando dentro di , noi siamo liberi da ogni bramosia di potenza, posizione e autorità. Noi dobbiamo comprendere il valore di quella scontentezza, che invece dalla maggior parte di noi è semplicemente temuta. La scontentezza può portare ad un apparente disordine. Ma se porta anche, come dovrebbe, alla conoscenza ed all'abnegazione di sé, allora essa contribuirà alla creazione di un nuovo ordine sociale e di una pace durevole. L'abnegazione di sé è latrice d'incommensurabile gioia. La scontentezza è un varco verso la libertà. Ma se si vuol realizzare una ricerca indenne da preconcetti, occorre evitare tutte quelle diversioni emotive, che spesso prendono forma di riunioni politiche, di slogans gridati e ripetuti, di ansiosa ricerca di guide spirituali o di guru, di orge religiose di vario tipo. Queste pratiche dispersive ottundono la mente e il cuore e li rendono incapaci di penetrazione originale e ne fanno lo zimbello delle circostanze e della paura. Solo un ardente desiderio di ricerca, non certo la passiva imitazione della moltitudine, potrà produrre una nuova comprensione della vita.

I giovani vengono facilmente persuasi dal prete o dal politico, dal ricco o dal povero, a pensare in un determinato modo, ma una retta educazione dovrebbe aiutarli a guardarsi da queste influenze e a non diventare pappagalleschi ripetitori di slogans, né a lasciarsi dominare dall'avidità propria o altrui. Essi non devono permettere che una qualche autorità soffochi lo slancio delle loro menti e dei loro cuori. Seguire l'autorità d'altri, per quanto rispettabile possa essere, o affidarsi ad un'ideologia che ci promette felicità, non son cose che servano a costruire un mondo pacifico. Quando ci licenziamo dalle scuole o dall'università, molti di noi mettono da parte i libri e sembra che pensino di aver finito di imparare; altri vi sono che si sentono portati a progredire nel campo del pensiero, che continuano a leggere e ad assimilare ciò che gli altri hanno detto, e dedicano la loro vita alla conoscenza. Ma finché si coltiverà la conoscenza o la tecnica come mezzi di successo e di dominio, non ci potrà essere altro che competizione spietata, antagonismo e lotta incessante per il pane quotidiano. Fino a che nostra meta sarà il successo, non potremo liberarci dalla paura, giacché il desiderio di successo genera inevitabilmente la paura di fallimento. E » per questo che non bisogna insegnare alla gioventù il culto del successo. Gran parte della gente cerca il successo in una forma o in un'altra, sul campo da tennis o nel mondo degli affari o nella politica. Tutti vogliamo primeggiare, e questo desiderio crea un costante conflitto in noi stessi e con il nostro prossimo. Esso porta alla competizione, all'invidia, all'ostilità e infine alla guerra. Come la generazione piú anziana, anche la gioventú cerca il successo e la sicurezza. La sua iniziale possibile scontentezza dà luogo ben presto al gusto della rispettabilità e al timore di mettersi in urto con la società. I giovani diventano cosi prigionieri dei loro stessi desideri, finiscono con l'allinearsi ed assumere anch'essi le redini dell'autorità. Il loro scontento, che dovrebbe infiammare lo spirito di ricerca e rendere possibile la comprensione, si estingue e muore, ed in suo luogo compare il desiderio di un posto migliore, di un ricco matrimonio, di una brillante carriera, che son tutte espressioni della brama di maggior sicurezza. Non c'è piú nessuna differenza essenziale fra il vecchio e il giovane, giacché ambedue sono schiavi dei loro propri desideri e soddisfazioni. La maturità non è questione di età, essa viene con la comprensione. L'ardente spirito di ricerca è forse piú facile a trovarsi nei giovani, perché gli anziani sono stati maltrattati dalla vita, i conflitti li hanno logorati e la morte, sotto forme differenti, li attende. Questo non significa che essi siano incapaci di indagine deliberata, ma soltanto che essa riesce loro sempre piú difficile. Molti adulti sono immaturi e piuttosto puerili, ed è questo un fattore di confusione e miseria nel mondo. E » la gente anziana che è responsabile dello scatenarsi di crisi economiche e sociali, ed è una nostra deplorevole debolezza la tendenza ad affidare! ad altri perché agiscano in nostra vece e mutino il corso delle nostre vite. Noi aspettiamo che altri rigenerino il mondo, e da parte nostra restiamo inattivi finché non siamo sicuri del loro successo. La maggior parte di noi persegue la sicurezza e il successo, e uno spirito che cerca la sicurezza, che brama il successo, non può essere intelligente e capace di azione integrata. Capace di azione integrata -è soltanto colui che è consapevole dei suoi propri condizionamenti, dei suoi propri pregiudizi razziali, nazionali, politici e religiosi. Occorre, insomma, giungere a rendersi conto che gli atteggiamenti egocentrici ci allontanano e ci separano.

La vita è un pozzo dalle acque profonde. Uno può venirvi con piccoli secchi ed attingervi soltanto poca acqua, oppure può venirvi con grandi recipienti e trarne gran quantità d'acqua, che gli fornirà nutrimento e sostanza. L'età giovanile è il tempo dell'investigazione, della sperimentazione curiosa di tutto. La scuola deve aiutare i giovani a scoprire le loro vocazioni e responsabilità, e non già limitarsi a stipare le loro menti di fatti e dì conoscenza tecnica. La scuola deve essere il terreno in cui i giovani possano crescere senza paura, felicemente e integralmente. Educare un fanciullo significa aiutarlo a comprendere la libertà e l'integrazione. Perché si abbia libertà dev'esserci ordine, un ordine che solo la virtú può dare, e l'integrazione può aver luogo solo dove ci sia una grande semplicità. Partendo dalle complessità innumerevoli del nostro essere, dobbiamo svilupparci verso la semplicità, dobbiamo diventare semplici nella nostra vita interiore e nei nostri bisogni esteriori. L'educazione attualmente si preoccupa dell'efficienza esteriore, e trascura completamente, o deliberatamente perverte, la natura intima dell'uomo; essa sviluppa solo una parte di lui e lascia che il resto proceda da solo e alla meglio. La confusione, l'antagonismo e la paura, che dominano dentro di noi, finiscono con l'aver sempre la meglio sulla struttura esterna della società, per quanto nobilmente concepita e abilmente costruita essa sia. Quando manchi la retta educazione noi finiamo con il distruggerci a vicenda, e viene negata ai singoli individui la stessa sicurezza fisica. Educare rettamente l'allievo significa aiutarlo a comprendere il processo totale della sua stessa vita, giacché solo ove vi sia integrazione di mente e di cuore nell'azione quotidiana può esservi insieme intelligenza ed intima trasformazione. Pur offrendo informazione ed addestramento tecnico, l'educazione dovrebbe soprattutto promuovere una visione integrata della vita, dovrebbe aiutare lo studente a riconoscere e a superare le distinzioni e i pregiudizi sociali infiltratisi in lui, dovrebbe scoraggiare l'egoistica ricerca di potenza e di dominio. Dovrebbe invece incoraggiare una corretta autosservazione, e la capacità di esperire la vita come un tutto, il che significa, non dare significato alla parte, all" io « e al » mio », ma aiutare la mente a trascendere se medesima nella scoperta del reale. La libertà si realizza soltanto attraverso la conoscenza di se medesimi attuata nelle stesse occupazioni quotidiane, cioè nel corso dei rapporti con le persone, con le cose, con le idee e con la natura. Se l'educatore aiuta l'allievo a conseguire una buona integrazione, allora ogni fanatica o irragionevole accentuazione di un solo aspetto isolato della vita diventa impossibile. L'integrazione è il portato dell'intendimento del processo totale dell'esistenza. Quando si giunga alla conoscenza di se medesimi, vien meno la capacità di creare illusioni, e soltanto allora c'è possibilità di emergere per la Realtà o per Dio. Gli esseri umani devono conseguire l'integrazione perché possano uscire, senza irreparabili rotture, dalla crisi, particolarmente dalla presente crisi mondiale. Perciò il maggior problema di genitori e maestri realmente interessati nell'educazione è quello di sviluppare individui integrati. Ma è ovvio che, per farlo, l'educatore stesso dev'essere integrato: sicché una retta educazione è della. piú alta importanza non solo per la giovane generazione, ma anche per la precedente, se i membri di questa sono ancora disposti ad imparare e non sono troppo cristallizzati nelle loro abitudini. Ciò che noi siamo nel nostro intimo è molto piú importante della tradizionale questione delle « materie che devono esser fatte oggetto d'insegnamento. Se amiamo i nostri bambini dobbiamo anzitutto provvedere affinché abbiano degni educatori. L'insegnamento non dovrebb'essere una professione da specialisti. Quando ciò avviene, e avviene spesso, svanisce il rapporto affettivo, quel rapporto affettivo che è essenziale al processo d'integrazione. Solo la libertà dalla paura permette di essere integrati. La mancanza di paura comporta indipendenza senza brutalità, senza disprezzo per gli altri, ed è questo il fattore piú essenziale nella vita. Senz'amore non possiamo risolvere i nostri numerosi problemi contrastanti; senz'amore l'acquisto di conoscenza serve soltanto ad aumentare la confusione e porta all'autodistruzione. L'uomo integrato giungerà alla tecnica attraverso l'esperienza, perché il suo impulso creativo produce la sua propria tecnica: è questa l'arte piú alta. Quando un fanciullo ha l'impulso creativo di dipingere, egli dipinge, e non si preoccupa della tecnica. Analogamente le persone che stanno facendo esperienza, e perciò insegnano, sono i soli veri insegnanti, ed anch'essi creeranno la loro propria tecnica. Ciò suona molto semplice, ma in realtà costituisce una rivoluzione profonda. Riflettendo su questo punto possiamo scorgere lo straordinario effetto che la sua realizzazione avrà sulla società. Attualmente la maggior parte di noi a quarantacinque o cinquant'anni è intimamente svuotata dalla schiavitù alla routine. Il docile conformismo e la paura ci hanno finiti, malgrado noi lottiamo in una società che ha assai poco significato per quelli che non vi occupano sicure posizioni dominanti. Se l'educatore vede tutto ciò e ne fa egli stesso reale esperienza, allora, quali che possano essere il suo temperamento e le sue capacità, il suo insegnamento non sarà più questione di routine, ma diverrà un effìcace, strumento di aiuto. Per comprendere un bambino dobbiamo osservarlo mentre gioca, studiarlo nelle differenti manifestazioni del suo carattere. Non possiamo proiettare su di lui i nostri propri pregiudizi, le nostre speranze e paure, e neppure modellarlo in modo che risponda al modello foggiato dai nostri desideri. Noi siamo troppo propensi a giudicare il bambino in base alle nostre personali simpatie e antipatie, siamo incapaci di permettere che le sue relazioni con noi e con il mondo si svolgano senza che vi siano frapposte barriere e impedimenti. Malauguratamente, gran parte di noi ama foggiare il fanciullo nel modo che riesca il piú rispondente alle nostre proprie vanità ed idiosincrasie. Il nostro senso di esclusivo possesso e di dominio ci permette di gustare vari gradi di confortevole soddisfazione. Questo processo non realizza certo una vera relazione, ma è mera imposizione: donde l'importanza di capire in che consista la difficile e complessa tendenza umana al dominio. Essa assume molte forme sottili, e la piú ostinata è quella che si presenta con aspetto virtuoso. E desiderio di « servire », accompagnato dall'inconscio bisogno di dominare, non è un atteggiamento facile a capirsi. Ci può essere amore dove c'è gusto del possesso ? Ci può essere comunione con coloro che cerchiamo di controllare ? Dominare significa far uso di altre persone per averne personale gratificazione, e dove c'è uso di altri non può essere amore. L'amore comporta considerazione, non solo per i bambini, ma per qualunque essere umano. Se questo problema non ci tocca profondamente, non troveremo mai il giusto modo di educazione. Il mero addestramento tecnico genera naturalmente brutalità, e per educare i nostri bambini noi dobbiamo farli sensibili all'intero movimento della vita. Tutto ciò che pensiamo, che facciamo, che diciamo, viene ad assumere un’enorme importanza, perché crea l'ambiente, e l'ambiente o aiuta o ostacola il bambino. E » perciò evidente che coloro che sono interessati a questo problema devono cominciare dal comprendere, e solo in seguito possono contribuire a trasformare la società; allora, infatti, sarà nostra responsabilità diretta realizzare un nuovo atteggiamento educativo. Possibile che, se amiamo i nostri bambini, non siamo capaci di trovare un modo di metter fine alla guerra? Ma se ci limitiamo ad usare senza costrutto la parola « amore », allora l'intero complesso problema dell'umana miseria resterà insoluto. La via della soluzione di questo problema passa attraverso noi stessi. Dobbiamo cominciare col comprendere il nostro rapporto con gli altri esseri umani, con la natura, con le idee e con le cose, giacché senza una tale comprensione non c'è speranza, non c'è modo di uscire dal conflitto e dalla sofferenza. Allevare un fanciullo richiede intelligente osservazione e molta cura. Gli esperti, con le loro conoscenze specializzate, non possono mai sostituire l'amore dei genitori, ma gran parte dei genitori corrompono quest'amore con le loro proprie paure e ambizioni, che condizionano e distorcono la visione del bambino. Quanto pochi amano veramente! Gran parte di noi si preoccupa solo dell'apparenza dell'amore.

L'attuale struttura educativa e sociale non aiuta l'individuo a progredire verso la libertà e l'integrazione. Se i genitori sono davvero sinceri nel desiderare che i loro figli si sviluppino fino a raggiungere l'integrale pienezza delle loro capacità, essi devono cominciare da una trasformazione dell'ambiente familiare e dallo sforzo di creare scuole dove insegnino educatori rettamente orientati. L'influenza dell'ambiente familiare e quella della scuola non devono in nessun modo essere in conflitto, perciò occorre che genitori e insegnanti rieduchino se stessi. La contraddizione cosi comune fra la vita privata dell'individuo e la sua vita come membro del gruppo crea un conflitto senza sbocco fra lui stesso e le sue relazioni. Si tratta di un conflitto che un'errata educazione incoraggia e favorisce, e che tanto i governi che le religioni organizzate rendono piú confuso con le loro contraddittorie dottrine. Il fanciullo si trova ad essere intimamente diviso fin dal suo affacciarsi alla vita sociale, con risultati che sono disastrosi tanto sul piano personale che su quello sociale. Se quelli fra noi che amano i loro figli e vedono l'urgenza di questo problema vi dedicheranno mente e cuore, allora, anche se il loro numero risulti piccolo, sarà possibile che attraverso una retta educazione e un'intelligente trasformazione dell'ambiente familiare si riescano a formare esseri umani integrati. Ma se anche noi, come tanti altri, ci limiteremo a riempire i nostri cuori di abili costruzioni intellettuali, continueremo a vedere i nostri figli distrutti dalle guerre, dalle carestie, e dal loro stessi conflitti psicologici. Una retta educazione comincia dalla trasformazione di noi stessi. Noi dobbiamo rieducare noi stessi a non ucciderci a vicenda per una qualche « causa », per giusta che possa sembrare, per una qualche ideologia, per promettente che possa apparire in rapporto ad una futura felicità del mondo. Dobbiamo imparare ad aver compassione, ad accontentarci di poco, e a ricercare il Supremo Bene, perché allora soltanto potrà esservi vera salvezza per l'umanità.

2.Intelletto, Autorità e Intelligenza

Molti sembrano credere che, insegnando ad ogni essere umano a leggere e a scrivere, tutti i problemi umani saranno risolti. Ma quest'idea è risultata falsa. La gente cosiddetta istruita non è per ciò solo amante della pace e bene integrata, ed è anch'essa responsabile della confusione e della miseria del mondo. Una retta educazione significa risveglio d'intelligenza, promozione di una vita integrata, e solo un'educazione del genere può creare una nuova cultura e un mondo pacifico. Ma per realizzare questo nuovo tipo di educazione dobbiamo partire da nuovi fondamenti interamente diversi. Mentre il mondo cade in rovina attorno a noi, noi stiamo discutendo di teorie e di vane questioni politiche, e ci gingilliamo con riforme superficiali. Non è ciò un segno di completa sventatezza da parte nostra? Certuni lo ammettono facilmente, ma poi proseguono come sempre sulla via battuta: è questo uno dei lati piú tristi dell'esistenza. Udire una verità, riconoscerla e non metterla in pratica, significa farla diventare un veleno dentro di noi. Questo veleno si diffonde, dà luogo a disturbi psicologici, a squilibri, a infermità. Se nell'individuo non si desta l'intelligenza creativa non è possibile una vita pacifica e felice. La nostra intelligenza non può trovare la sua vera espressione in azioni come quella di sostituire semplicemente un governo ad un altro governo, un partito ad un altro partito, una classe al potere ad una altra classe al potere, uno sfruttatore ad un altro sfruttatore. Una rivoluzione sanguinosa non può mai risolvere i nostri problemi. Solo una profonda rivoluzione interiore che trasformi tutti i nostri valori può creare un ambiente differente, una struttura sociale intelligente. Una rivoluzione del genere può essere realizzata solo da individui come me e come te. Nessun nuovo ordine può sorgere finché noi non riusciamo individualmente ad abbattere le nostre proprie barriere psicologiche ed a farci liberi. Sulla carta noi possiamo tracciare gli schemi di una brillante Utopia, di un brave new world, ma il sacrificio del presente a un futuro ignoto non risolverà certamente nessuno dei nostri problemi. Tanti imponderabili vengono ad inserirsi fra noi e il futuro che nessuno può sapere quale poi questo futuro sarà. Quel che possiamo e dobbiamo fare è di essere seri, di affrontare ora i nostri problemi, e di non posporli in vista del futuro. L'eternità non è nel futuro, l'eternità è ora. I nostri problemi esistono nel presente, ed è soltanto nel presente che essi possono venir risolti. Il dovere di una persona seria è di rigenerare anzitutto se stessa. Ma non vi può essere rigenerazione senza rottura con quei valori che sono la proiezione dei nostri desideri autoprotettivi ed aggressivi. La conoscenza di sé è il principio della libertà, ed è soltanto quando la si abbia raggiunta che è possibile realizzare ordine e pace.

Ora, qualcuno può domandare: «Che mai può fare un individuo isolato, che possa influenzare il futuro? Col suo semplice modo di vivere si può dire che compia una cosa qualsiasi ? ». Lo si può dire certamente. Ovviamente, non saremo io e te che potremo far cessare le guerre in corso, o creare un'immediata intesa fra le nazioni. Ma almeno noi possiamo realizzare un fondamentale cambiamento nel mondo delle nostre relazioni quotidiane, un cambiamento che avrà le sue conseguenze. L'illuminazione individuale può influenzare larghi gruppi di persone, ma solo a condizione che non vi sia brama di risultati. Se uno pensa in termini di guadagno e di risultati, non è più possibile la sua retta trasformazione interiore. I problemi umani non sono semplici, bensí estremamente complessi. Per comprenderli occorre pazienza e penetrazione, ed è della massima importanza che noi come individui giungiamo ad intenderli e a risolverli da noi stessi. Non è possibile comprenderli per mezzo di formule semplici o di slogans, e neppure è possibile risolverli veramente, al livello che è loro proprio, mediante un lavoro specialistico che segua una linea particolare d'indagine. Tentativi del genere non portano che ad ulteriore confusione e miseria. Per comprendere e risolvere la messe dei nostri problemi occorre anzitutto la consapevolezza di noi medesimi come processi totali, occorre l'intendimento dell'intera struttura psicologica che ci costituisce. Un tale intendimento non può certo fornircelo nessun leader politico o religioso. Per comprendere noi stessi dobbiamo essere consapevoli del nostro rapporto non solo con la gente, ma anche con le cose, con le idee e con la natura. Per operare un'effettiva rivoluzione nei rapporti umani sui quali si fonda la società, i nostri valori e le nostre concezioni devono essere sostanzialmente mutati. Invece noi rifuggiamo da quelle fondamentali trasformazioni di noi stessi che sono necessarie, e tentiamo di realizzare nel mondo rivoluzioni politiche, che portano sempre a sanguinosi disastri. Le relazioni fondate sulla sensazione non possono mai costituire un mezzo di liberazione dal chiuso dell » « io « . E tuttavia gran parte delle nostre relazioni sono fondate sulla sensazione, essendo il risultato del nostro desiderio di vantaggio personale, di comodità, di sicurezza psicologica. Sebbene esse offrano una momentanea evasione dall » « io », relazioni del genere in fondo ne rafforzano le attività preclusive e vincolative. Ogni relazione è come uno specchio in cui si può vedere l » « io » e tutto il novero delle sue attività: soltanto quando è dato comprendere i suoi modi di essere in quanto reazioni costituenti una relazione, si può realizzare una liberazione creativa dall » « io ». Per trasformare il mondo occorre un'intima rigenerazione di noi stessi. Con la violenza, con la facile soluzione di eliminarsi a vicenda, non si può conseguire nulla di costruttivo. Possiamo trovare un temporaneo sollievo aderendo a gruppi e associazioni, studiando metodi di riforma sociale e economica, promuovendo nuove leggi, o pregando: ma qualunque cosa noi facciamo, senza conoscenza di noi stessi e senza l'amore che vi inerisce, i nostri problemi continueranno ad allargarsi e a moltiplicarsi. Quando invece si applichino mente e cuore al compito di conoscere noi stessi, giungiamo indubitabilmente a risolvere i nostri numerosi e penosi conflitti.

L'educazione del mondo d'oggi sta trasformandoci in entità irriflessive. Essa fa molto poco per aiutarci a trovare la nostra vocazione individuale. Passiamo certi esami e poi, se abbiamo fortuna, troviamo un lavoro: un lavoro che spesso significa ininterrotta routine per tutto il resto della nostra vita. Se anche non lo amiamo, siamo costretti a continuarlo, perché non abbiamo altro mezzo di sussistenza. Forse vorremmo fare qualcosa di totalmente diverso, ma gli impegni e le responsabilità ci trattengono, e le nostre ansie e paure ci pongono invalicabili barriere. Cerchiamo allora di evadere dal senso di frustrazione che ne deriva per mezzo del sesso, l'alcool, la politica o gli aspetti fantastici di qualche religione. Quando le nostre ambizioni sono deluse, attribuiamo indebita importanza a ciò che dovrebb'essere normale, e ci aggrovigliamo in complicazioni psicologiche. Finché non si giunga a realizzare una comprensione profonda del vivere e dell'amare, e insieme dei nostri interessi politici, religiosi e sociali, con le esigenze e le resistenze che comportano, vedremo crescere costantemente il numero dei problemi che le nostre relazioni sollevano e che ci avviano alla miseria e alla distruzione. La vera ignoranza sta nel non conoscere i modi d'essere dell » « io « : non la si può dissipare con attività e riforme superficiali. Si può superarla soltanto tramite la costante consapevolezza dei moti e delle reazioni che il nostro « io « presenta in tutte le sue relazioni. Ciò di cui dobbiamo renderci conto è che non solo siamo condizionati dall » ambiente, ma s i a m o l'ambiente, e non qualcosa di scisso dall'ambiente. I nostri pensieri e le nostre reazioni sono condizionati dai valori impostici dalla società di cui facciamo parte. Non ci accorgiamo mai di essere l'ambiente totale, perché vi sono in noi come diverse entità che tutte ruotano intorno all » « io « , al soggetto. Il soggetto è anzi costituito da queste entità, che non sono altro che desideri che hanno assunto forme svariate. Da questo agglomerato di desideri sorge la figura centrale, l'essere pensante, e insieme la volontà dell » « io » e del « mio ». Si stabilisce così una divisione fra l'Io e il Non-io, fra il soggetto e l'ambiente o la società. Questa separazione è l'inizio del conflitto, sia interiore che esteriore. Rendersi consapevoli di questo intero processo, tanto nei suoi aspetti consapevoli che in quelli nascosti, significa meditare, e attraverso una tale meditazione si perviene a trascendere l » io », con i suoi desideri e conflitti. La conoscenza di sé è necessaria per esser liberi dalle influenze e dai valori che forniscono un rifugio all » « io « : solo in questa libertà può esservi creazione, verità, Dio, o come altrimenti vogliate chiamare l'esperienza piú alta. L'opinione e la tradizione modellano i vostri pensieri e sentimenti fin dalla piú tenera età. Le influenze e le impressioni ricevute nella loro immediata vivezza producono un effetto insieme potente e durevole; esse plasmano l'intero corso della vostra vita conscia ed inconscia. Il conformismo ha i primi inizi nella fanciullezza tramite l'educazione e l'influenza della società. Il desiderio d'imitazione è un fattore che ha molta importanza nella nostra vita, non solo a livelli superficiali, ma anche nel profondo. Difficilmente noi abbiamo, in qualunque campo, pensieri e sentimenti originali. Quando si verificano, si tratta di mere reazioni, come tali non libere dal modello stabilito: la mera reazione non è certo un atto libero. La filosofia e la religione codificano certi metodi tramite i quali noi potremmo giungere alla realizzazione della verità e di Dio. Ma il semplice fatto di seguire un metodo significa già carenza di pensiero originale e di integrazione, qualunque sia l'utilità che esso appaia avere nella nostra quotidiana vita sociale. La spinta a conformarsi, ch'è data dal desiderio di sicurezza, genera paura e porta in primo piano le autorità politiche e religiose, i condottieri e gli eroi che incoraggiano il servilismo e giungono a dominarci con arti sottili o grossolane. Ma il non conformarsi è soltanto una reazione contro l'autorità, e non aiuta per nulla a diventare esseri umani integrati. La reazione non ha mai una fine e porta soltanto ad una ulteriore reazione. Il conformismo, con la sua corrente sotterranea di paura, è paralizzante, ma il semplice riconoscimento intellettuale di questo fatto non serve ad evitare la paralisi. Solo se ce ne rendiamo consapevoli con tutto il nostro essere, possiamo liberarcene senza creare ulteriori e piú profondi bloccaggi. Quando siamo intimamente dipendenti, allora la tradizione ha su di noi un grande peso, ed uno spirito che pensa secondo direttive tradizionali non è in grado di scoprire ciò che è nuovo. Con l'abitudine a conformarci diventiamo mediocri imitatori, ingranaggi di una crudele macchina sociale. Ciò che conta è quello che n o i pensiamo, non quello che gli altri v o gl i o n o che noi pensiamo. Conformandoci alla tradizione diventiamo presto mere copie di ciò che dovremmo essere.

Quest'imitazione di ciò che dovremmo essere genera timore, e il timore uccide il pensiero creativo. La paura ottunde la mente e il cuore, impedendoci di essere attenti all'intero significato della vita. Diventiamo insensibili alle nostre stesse pene, al volo degli uccelli, al sorriso della gente, alla miseria del prossimo. La paura conscia ed inconscia ha molte cause diverse, per liberarsi dalle quali occorre la cura più attenta. Ciò non si ottiene per mezzo della disciplina, o con tentativi di sublimazione, né attraverso nessun altro atto di volontà: occorre cercare e comprendere le cause, e ciò importa pazienza ed una forma di consapevolezza che non può sintetizzarsi in un semplice giudizio. E » comparativamente facile comprendere e risolvere le nostre paure coscienti. Ma delle paure inconscie molti di noi non giungono neppure ad accorgersene, perché non permettiamo loro di venire alla superficie. E quando, in rare occasioni, vi arrivano, ci affrettiamo a mascherarle, nel tentativo di sfuggirle. Le paure nascoste rivelano spesso la loro presenza tramite i sogni ed altre forme allusive, e causano piú danno e conflitto che non le paure superficiali.

La nostra vita non si svolge soltanto alla superficie, gran parte di essa è sottratta all'osservazione normale. Se vogliamo che le nostre oscure paure vengano alla superficie e si dissolvano, occorre che la nostra desta consapevolezza goda di una qualche tranquillità, non sia troppo indaffarata: allora è possibile che gli affioranti timori siano osservati senza indulgenza né ostilità. Ciò è necessario perché ogni forma di condanna o di giustificazione non fa che rafforzare la paura. Per essere liberi da ogni timore dobbiamo stare in guardia contro la sua influenza obnubilante. Solo una costante attenzione può rivelarne le molteplici cause. Uno dei risultati della paura è l'accettazione dell'autorità nelle faccende umane. L'autorità è creata dal nostro desiderio di essere nel giusto, di essere sicuri, di star comodi, di non avere consci conflitti o disturbi. Ma nulla che derivi dalla paura può aiutarci a comprendere i nostri problemi, neppure quando la paura assuma la forma di rispetto e sommissione ad un cosiddetto saggio. Il saggio non esercita autorità, e chi esercita autorità non è saggio. La paura in tutte le sue forme impedisce la comprensione di noi stessi ed il nostro rapporto con tutte le altre cose. Seguire un'autorità è la negazione dell'intelligenza. Accettare un'autorità significa sottomettersi al dominio di un individuo, di un gruppo o di un'ideologia religiosa o politica, e questa sommissione ad un'autorità è negazione non solo dell'intelligenza, ma anche della libertà individuale. Indulgere ad un credo o ad un sistema di idee è una reazione autoprotettiva. L'accettazione dell'autorità può temporaneamente aiutarci a nascondere le nostre difficoltà e i nostri problemi. Ma eludere un problema vuol dire soltanto complicarlo, e alla lunga la conoscenza di sé e la libertà vanno perdute. Com'è possibile un compromesso fra la libertà e l'accettazione dell'autorità? Se un compomesso c'è allora coloro che si proclamano in cerca della cono scenza di sé e della vera libertà non perseguono con serietà il loro scopo dichiarato. Noi pensiamo, sembra, che la libertà sia una meta finale, un termine, e che per giungervi sia prima necessario sottometterci a va rie forme di coercizione e intimidazione. Speriamo di raggiungere la libertà attraverso il conformismo. Ma l'importanza dei mezzi non è pari a quella dei fini? Non sono i mezzi che foggiano i fini ? Per aver pace, occorre impiegare mezzi pacifici; come può infatti esser pacifico il fine, se i mezzi sono violenti? Se il fine è la libertà, già il cominciamento deve esser libero, giacché fine e principio sono una sola cosa. Ci possono essere conoscenza e intelligenza di sé, solo dove vi sia libertà fin da principio. L'accettazione dell'autorità è invece negazione della libertà. Il nostro culto dell'autorità assume varie forme: è culto del sapere, del successo, del potere, e così via. Esercitiamo autorità sui giovani e nello stesso tempo temiamo un'autorità superiore. Quando l'uomo stesso non ha una sua visione interiore, il potere ester no e la posizione sociale assumono grande importanza, ed allora l'individuo viene sempre piú assoggettato all'autorità e alla coercizione, e diventa uno strumento in mani altrui. Questo processo lo vediamo largamente in atto intorno a noi: nei momenti di crisi, le nazioni democratiche agiscono come quelle totalitarie, dimenticando la loro democrazia, ed obbligando l'uomo a conformarsi. Quando giungessimo a comprendere come la coercizione si nasconde dietro il nostro stesso desiderio di dominare o di essere dominati, allora potremmo forse essere liberi dagli effetti paralizzanti dell'autorità. Noi bramiamo di essere certi, di aver ragione, di aver successo, di sapere, e questo desiderio di certezza e di stabilità fonda dentro di noi l'autorità dell'esperienza individuale, mentre crea fuori di noi l'autorità della società, della famiglia, della religione, e cosí via. Ma il semplice fatto di ignorare l'autorità, di sbarazzarsi dei suoi simboli esterni, ha in sé ben poco significato. Rompere con una tradizione e conformarsi ad un'altra, lasciare questo leader per seguire quell'altro, non è che un gesto superficiale. Per renderci consapevoli dell'intero processo dell'autorità, per scorgerne l'aspetto intimo, per comprendere e trascendere il desiderio di certezza, dobbiamo disporre di una consapevolezza ed una penetrazione profonde, dobbiamo essere liberi non già alla fine soltanto, ma fin dal principio. Perseguire la certezza e la sicurezza è una delle attività piú importariti dell » « io': occorre sorvegliare costantemente l'urgere di quest'impulso, e non limitarsi soltanto a deviarlo costringendolo in un'altra direzione o a renderlo conforme a un modello auspicato. Il soggetto, l"io » e il « mio », è un fattore molto potente nella maggior parte di noi: nel sonno e nella veglia, esso è sempre attivo, e va continuamente rafforzandosi. Ma quando si abbia consapevolezza dell"io » e ci si renda conto che tutte le sue attività, per quanto sottili possano essere, devono condurre inevitabilmente a dolorosi conflitti, allora la brama di certezza, di autoconservazione viene a cessare. La persona pone allora ogni cura per scoprire gli accorgimenti segreti della propria soggettività; ma nell'atto in cui giunge a comprenderli, ed a comprendere insieme quali implicazioni abbiano l'autorità ed il nostro accettarla o respingerla, giunge anche ad affrancarsene. Finché lo spirito tollera di essere dominato e controllato dal desiderio di sicurezza, non può liberarsi in alcun modo dai problemi della sua soggettività, giacché nessuna liberazione del genere può provenirci dal dogma e dalla credenza organizzata che chiamiamo religione. Dogma e credenza non sono che proiezioni della nostra stessa mente. I riti, il puja, le forme accettate di meditazione, le parole e le frasi mille volte ripetute, non affrancano lo spirito dal dominio del soggettivo, quand'anche valgano a produrre certe forme di soddisfazione passiva: la soggettività, l « io » non è infatti che un prodotto del sensibile. In momenti di pena ci rivolgiamo a ciò che chiamiamo Dio e che non è che un'immagine delle nostre menti individuali. Oppure perveniamo a spiegazioni che sembrano soddisfarci, e ciò ci dà un temporaneo sollievo. Le religioni che seguiamo sono create dalle nostre speranze e dalle nostre paure, dal nostro desiderio di intima, rassicurante certezza. Cosí, col culto di un'autorità, sia essa quella di un salvatore, di un maestro o di un sacerdote, si realizza la sommissione, l'accettazione e la docile imitazione. Siamo cosí sfruttati nel nome di Dio, come lo possiamo essere nel nome di partiti o di ideologie: col risultato finale che continuiamo a soffrire. Comunque si ambisca di chiamarci, noi siamo tutti esseri umani, ed abbiamo in sorte di soffrire. Il dolore è comune a tutti noi, cosí all'idealista come al materialista. L'idealismo è un'evasione da ciò che è, e il materialismo è un altro modo di negare le profondità insondabili del presente. Tanto l'idealista che, il materialista hanno i loro modi particolari di eludere il complesso problema della sofferenza. L'uno e l'altro si consumano in desideri, ambizioni e conflitti, e non conoscono la via che conduce alla tranquillità. L'uno e l'altro hanno una parte di responsabilità per la confusione e la miseria che dominano nel mondo. Conflitto e sofferenza caratterizzano la nostra situazione, e tuttavia non v'è per essa comprensione di sorta: tale essendo il nostro stato, non c'è azione, per abile ed accurata, che possa portare ad altro che ad ulteriore confusione e pena. Per comprendere il conflitto e liberarsene, occorre rendersi consapevoli dei processi consci ed inconsci della nostra mente. Nessun idealismo, nessun sistema o modello di qualunque sorta, può aiutarci a rivelare l'attività profonda della mente. Al contrario, ogni formula o conclusione fissa ne impedisce la scoperta. Il perseguimento di un dover essere, l'attaccamento a un corpo di principi ideali, la fissazione di una meta, sono tutti atteggiamenti che generano molteplici illusioni. Per conoscere noi stessi, è necessaria una certa spontaneità, una certa libertà di osservazione, che sono impedite quando la mente è prigioniera del superficiale, è irretita da pretesi valori di marca idealistica o materialistica. L'esistenza è relazione: si appartenga o no a una religione organizzata, si sia volti al valori mondani o ci si libri verso gl'ideali, non c'è altro modo di risolvere la nostra sofferenza che con la comprensione di noi stessi, in quanto termini di una relazione. Solo la conoscenza di sé reca tranquillità e felicità all'uomo, giacché è principio d'intelligenza ed integrazione. L'intelligenza non è semplice aggiustamento superficiale, non è un semplice coltivare lo spirito o acquisire conoscenze. L'intelligenza è la capacità di comprendere i modi di essere della vita, è la percezione di giusti valori. L'educazione moderna, nel tentativo di sviluppare l » intelletto, offre un cumulo crescente di teorie e di fatti, ma manca di realizzare la comprensione dell'intero processo dell'esistenza umana. Noi siamo altamente intellettuali, abbiamo sviluppato grandi abilità mentali ed abbiamo il gusto delle complicate spiegazioni. Teorie e spiegazioni soddisfano l'intelletto, ma non l'intelligenza: per realizzare la comprensione del processo totale dell'esistenza occorre un'integrazione attiva della mente e del cuore. L'intelligenza non è distinguibile dall'amore. Per la maggior parte di noi riesce estremamente arduo compiere una rivoluzione del genere. Sappiamo come meditare, come suonare il piano, come scrivere, ma non abbiamo conoscenza di colui che medita, di colui che suona, di colui che scrive. Ci manca lo spirito creativo, perché abbiamo riempito mente e cuore di conoscenze, informazioni e arroganza; siamo pieni di citazioni di ciò che gli altri hanno pensato o detto. Ma in primo luogo viene l'esperienza, non il modo di compiere l'esperienza. Ci dev'essere amore prima che ci sia l'espressione di amore. Perciò è chiaro che il semplice coltivare l'intelletto, sviluppandone la capacità o la conoscenza, non genera intelligenza. Intelletto e intelligenza non sono la stessa cosa. L'intelletto è qualcosa che si pensa operante indipendentemente dall'emozione, mentre la intelligenza è capacità di sentire non meno che capacità di ragionare. Finché non si affronti la vita con l'intelligenza, anziché con l'intelletto soltanto, o soltanto con l'emozione, nessun sistema politico o educativo di questo mondo potrà salvarci dal caos e dalla distruzione. La conoscenza non è comparabile con l'intelligenza, giacché la conoscenza non è saggezza. La saggezza non è qualcosa che possa venir venduta e comprata, non è acquisibile al prezzo di studio e di disciplina. La saggezza non la si trova nei libri, non può venir accumulata, memorizzata o immagazzinata. Essa si accompagna alla genuina abnegazione. Avere una mente aperta è piú importante che imparare, e per avere una mente aperta bisogna non già stiparla di informazioni, ma farsi consapevoli dei propri pensieri e sentimenti, essere attenti osservatori di se stessi e delle influenze che si esercitano intorno a noi, ascoltare gli altri, guardare egualmente il ricco e il povero, il potente e l'umile. Non con il timore e l'oppressione si ha la saggezza, ma con l'osservazione e la comprensione degli incidenti quotidiani che accompagnano le relazioni fra gli uomini. Nella ricerca di conoscenza, nel desiderio di acquisizione, noi stiamo perdendo l'amore, stiamo ottundendo la nostra sensibilità per il bello, la nostra ripulsa per la crudeltà, e diventiamo sempre piú specializzati e sempre meno integrati. La saggezza non può venir sostituita dalla conoscenza, e non c'è quantità di spiegazioni o accumulo di fatti che possa liberare l'uomo dalla sofferenza. La conoscenza è necessaria, la scienza ha un suo proprio posto. Ma se la mente e il cuore sono soffocati dalla conoscenza, e se la causa della sofferenza è male interpretata, la vita diventa vana e senza senso. Non è forse ciò che capita a gran parte di noi? La nostra educazione ci rende sempre piú superficiali, non ci aiuta a scoprire gli strati piú profondi del nostro essere, e le nostre vite perdono sempre piú la loro armonia e si svuotano. L'informazione, cioè la conoscenza dei fatti, malgrado sia in continuo aumento, è per la sua stessa natura limitata. La saggezza invece è infinita: essa include la conoscenza ed il modo di metterla in atto. Ma noi ci afferriamo ad un ramo, e pensiamo che sia tutto l'albero. La conoscenza di una parte non può mai farci capire la gioia della totalità. L'intelletto non può mai introdurci alla totalità, perché esso stesso non è che un segmento, una parte. Noi abbiamo separato l'intellettc dal sentimento, ed abbiamo sviluppato l'intelletto a spese del sentimento. Siamo come dei treppiedi che abbiano una gamba molto piú lunga delle altre, e che non possano piú stare in piedi perché sbilanciati. Ci si addestra ad essere intellettuali; la nostra educazione coltiva l'intelletto in modo da renderlo acuto, abile, assorbente, sicché finisce con l'avere la parte piú importante nella nostra vita. L'intelligenza è ben piú importante dell'intelletto, perché è integrazione di ragione ed amore; ma perché vi sia intelligenza deve esserci genuina conoscenza di sé, cioè quella profonda comprensione che abbraccia il processo totale dell » « io « . Essenziale per l'uomo, tanto giovane che vecchio, è vivere pienamente e integralmente: per questo il nostro problema piú importante è di coltivare quella intelligenza che sola realizza l'integrazione. L'indebita accentuazione di qualsiasi parte della nostra struttura totale fornisce una visione parziale e perciò distorta della vita, ed è questa distorsione che provoca gran parte delle nostre difficoltà. Qualsiasi sviluppo parziale della nostra complessa indole è destinato a riuscir disastroso sia per noi stessi che per la società: è perciò estremamente importante che riusciamo ad affrontare i nostri problemi umani da un punto di vista integrato. Per essere persone integrate occorre comprendere l'intero processo della nostra propria consapevolezza, tanto negli aspetti nascosti che in quelli palesi. Non è possibile pervenirvi se si concede un'indebita preminenza all'intelletto. Noi annettiamo una grande importanza all'educazione della mente, ma intimamente siamo vuoti, confusi, insufficienti: vivere nell'intelletto è la via della disintegrazione. Idee e credenze non possono riunire gli uomini altro che in gruppi ostili, in conflitto fra loro. La disintegrazione è il naturale risultato del tentativo di fare del pensiero l'unico mezzo d'integrazione: capire quest'azione disgregatrice del pensiero significa rendersi consapevoli dei modi d'essere dell" io », cioè dei modi in cui si configurano i propri stessi desideri. Dobbiamo renderci conto dei nostri condizionamenti e dei loro effetti, sia collettivi che personali. Soltanto la consapevolezza dei nostri intimi moti contrassegnati da desideri e intenti contraddittori, da speranze e paure, ci permette di trascendere noi stessi. La vera rivoluzione, la rivoluzione che si compie dentro noi stessi, è un prodotto dell'amore congiunto al retto pensiero. Ma come giungere ad amare? Non certo perseguendo un ideale di amore, bensí bandendo l'odio, bandendo la cupidigia, bandendo l'egoismo ed ogni causa di antagonismo ed ostilità. Chi è irretito nello sforzo di appagare la propria avidità, la propria invidiosa sete di guadagno, è incapace di amore. Senza amore e senza retto pensiero, l'oppressione e la crudeltà saranno in continuo aumento. Il problema dell'ostilità dell'uomo per l'uomo non può risolversi perseguendo un ideale di pace, bensí con la comprensione delle cause profonde di conflitto che si annidano nel nostro atteggiamento verso la vita, verso il nostro prossimo. Solo una retta educazione può realizzare tale comprensione. Senza una conversione del cuore, senza buona volontà, senza l'intima trasformazione che nasce dalla coscienza di sé, non ci può essere pace, non ci può essere felicità per gli uomini.

3. Educazione e pace mondiale

Quale parte può avere l'educazione nell'attuale crisi del mondo? Per scoprirlo, dobbiamo comprendere come questa crisi si sia prodotta. Essa è l'ovvio risultato di falsi valori che influenzano i nostri rapporti con le persone, la proprietà e le idee. Se nei rapporti con gli altri non tendiamo ad altro che ad affermare noi stessi, e in quelli con le cose il nostro atteggiamento è puramente acquisitivo, la struttura sociale che ne risulta deve per forza aver carattere competitivo e portare al reciproco isolamento. Se i nostri rapporti con le idee si riducono a giustificare un'ideologia in opposizione ad un'altra, ne risulta inevitabilmente una mutua sfiducia e cattiva volontà. Un'altra causa del presente stato di caos è la dipendenza dall'autorità, dai leaders, sia nella vita quotidiana che nelle scuole o nella vita universitaria. La esistenza di leaders e la loro autorità costituiscono fattori di deterioramento in qualunque tipo di cultura. Seguire un altro non è cosa che dimostri comprensione, ma soltanto quel timore e conformismo, che possono giungere fino alle crudeltà dello stato totalitario e al dogmatismo della religione organizzata. L'affidarsi ai governi, il ricorrere ad organizzazioni e autorità in vista di quella pace che deve invece iniziare dalla comprensione di noi stessi, a che altro può approdare se non ad ulteriori e più gravi conflitti?Nessuna durevole felicità è possibile finché si accetti un ordine sociale contrassegnato da lotta ed antagonismo incessanti fra uomo e uomo. Se vogliamo mutare le condizioni esistenti, per prima cosa dobbiamo trasformare noi stessi, il che significa che dobbiamo farei consapevoli delle nostre azioni, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti nella vita quotidiana.

Ma noi non vogliamo veramente la pace, non vogliamo metter fine allo sfruttamento. Non vogliamo che nulla interferisca con la nostra ingordigia, né che i fondamenti della nostra presente struttura sociale vengano alterati. Vogliamo che le cose continuino a procedere cosí come sono, con solo superficiali modifiche, e perciò chi è potente ed astuto domina inevitabilmente le nostre vite. La pace non ci è data da nessuna ideologia; essa non dipende da nessuna legislazione. Soltanto quando gli individui cominciano a comprendere i loro propri processi psicologici si può attingere la pace. Quando evitiamo la responsabilità di agire individualmente ed aspettiamo che qualche nuovo sistema venga a stabilire la pace, non facciamo altro che diventare schiavi di quel sistema. Quando i governi, i dittatori, i potenti della finanza e del mondo ecclesiastico cominceranno a rendersi conto del fatto che questo crescente antagonismo, che divide gli uomini, genera soltanto indiscriminata distruzione e non offre piú, quindi, nessuna utilità, può darsi che si decidano a costringerci, con misure legislative ed altri mezzi di coazione, ad annullare le nostre personali brame ed ambizioni ed a cooperare per il benessere dell'umanità. E allora, esattamente allo stesso modo in cui ora ci si educa e incoraggia ad essere competitivi e spietati, ci si costringerà a rispettarci a vicenda ed a lavorare per il bene del mondo tutt'intero. Può darsi che allora saremo tutti ben nutriti, ben vestiti e bene alloggiati. Ma non ci saremo liberati, nonostante ciò, dai nostri conflitti e dai nostri antagonismí, i quali saranno stati soltanto trasposti su di un altro piano, dove diventeranno piú diabolici e perniciosi che mai. La sola azione retta o morale è infatti quella volontaria, e non c'è altro che la comprensione che possa recare all'uomo pace e felicità. Le credenze, le ideologie e le religioni organizzate, ci mobilitano contro il nostro prossimo. Il conflitto che ne deriva non è soltanto un conflitto fra società diverse, ma anche fra gruppi diversi della stessa società. Dobbiamo finalmente capire che finché ci identifichiamo con un paese determinato, finché ci aggrappiamo alla nostra sicurezza, finché siamo condizionati da dogmi, ci sarà sempre lotta e miseria in noi stessi non meno che nel mondo. E » dunque il problema del patriottismo che occorre affrontare. Quand'è che sorge il sentimento patriottico? Non si tratta, ovviamente, di una comune emozione quotidiana. Ma siamo abilmente indotti a sentimenti patriottici tramite i libri scolastici, i giornali e gli altri mezzi di propaganda, che tutti insieme stimolano l'egoismo razziale esaltando eroi nazionali e persuadendoci della superiorità del nostro paese e del nostro modo di vita su quelli altrui. Un tale spirito patriottico alimenta la nostra vanità dalla fanciullezza alla vecchiaia. L'asserzione costantemente ripetuta che noi apparteniamo a un certo gruppo politico o religioso, che siamo di questa o di quella nazione, adula il nostro piccolo « io « , lo gonfia come una vela, e infine ci rende capaci di uccidere o di essere uccisi per il nostro paese, la nostra razza o la nostra ideologia. Quanto è stupido e innaturale, tutto ciò ! Chi può infatti dubitare che gli esseri umani siano piú importanti delle barriere nazionali o ideologiche? Lo spirito conflittuale del nazionalismo si propaga come un incendio nel mondo intero. Il patriottismo è abilmente coltivato e sfruttato da coloro che vogliono espandersi sempre piú, e acquistare poteri e ricchezza sempre maggiori. Ciascuno di noi collabora a questo processo, perché ciascuno di noi desidera queste cose. Conquistando altri paesi ed altri popoli si hanno non solo nuovi mercati per i nostri prodotti, ma anche, nuovi terreni per trapiantarvi le nostre ideologie politiche e religiose. Tutte queste espressioni di violenza e di antagonismo occorre saperle considerare con mente indenne da pregiudizi, cioè con mente che non si identifichi con nessun paese, razza o ideologia, ma si impegni unicamente a scoprire la verità. Si prova una soddisfazione profonda a cercare qualcosa senza essere influenzati dalle nozioni e dalle istruzioni altrui, senza ascoltare né i poteri politici, né gli specialisti o gli « esperti « . Quando si giunga a ravvisare nel patriottismo una rèmora alla felicità umana, non abbiamo piú da lottare dentro di noi contro questa falsa emozione: essa è svanita per sempre. Il nazionalismo, lo spirito patriottico, la coscienza di classe o di razza, sono tutte espressioni dell'egoismo, e perciò gravide di conflitto. Cos'è, dopotutto, una nazione, se non un gruppo di individui che vivono assieme per ragioni economiche e di autodifesa? Il « mio paese » è un'idea che nasce dal timore e dallo spirito di autoprotezione e di conquista, e crea confini e barriere economiche, e rende impossibili la fratellanza e l'unità umana. Lo spirito nazionalistico nasce dal desiderio di guadagno e di possesso, dalla volontà di identificarsi con qualcosa di piú grande di noi, e il nazionalismo produce la guerra. Il potere politico, incoraggiato da qualche religione organizzata, alimenta in ogni paese il nazionalismo e lo spirito conflittuale. Il nazionalismo è una malattia, che non potrà mai realizzare l'unità del mondo. La salute non si consegue attraverso la malattia; occorre invece, per prima cosa, liberarsi dalla malattia. E » il nostro nazionalismo, la nostra tendenza a difendere a tutti i costi i nostri stati sovrani, le nostre credenze e le nostre conquiste, che ci obbliga a mantenerci perpetuamente armati. La proprietà e le idee sono diventate piú importanti per noi della vita umana, e perciò v'è costante e violento antagonismo fra noi e gli altri. Nel mantenere la sovranità del nostro paese distruggiamo i nostri figli; adorando lo Stato, che non è che una proiezione di noi stessi, sacrifichiamo i nostri bambini per soddisfare noi stessi. Il nazionalismo e i governi sovrani sono le cause e gli strumenti della guerra. Le nostre presenti istituzioni sociali non possono evolvere nel senso di una federazione mondiale, perché i loro stessi fondamenti sono tutt'altro che sani. Parlamenti e sistemi educativi volti a sostenere ed ampliare la sovranità nazionale e ad esaltare l'importanza di quel dato gruppo umano sono incapaci di metter fine alla guerra. Ogni gruppo umano separatamente preso, con i suoi governanti e i suoi governati, è una fonte potenziale di guerra. Finché non muteremo dalle fondamenta gli attuali rapporti fra uomo e uomo, lo sviluppo industriale porterà inevitabilmente al caos, diventando uno strumento di distruzione e di miseria. Finché ci sarà violenza e tirannia, inganno e propaganda, non potrà realizzarsi la fratellanza fra gli uomini. Un'educazione volta unicamente a fare ottimi ingegneri, brillanti scienziati, capaci dirigenti industriali, abili lavoratori, non giungerà mai a fondere insieme gli oppressi e gli oppressori. Ed è di tutta evidenza che il nostro presente sistema educativo, corrivo com'è, a favorire le cause d'inimicizia e d'odio fra esseri umani, non ha saputo prevenire l'assassinio in massa operato in nome del proprio paese o in nome di Dio. Le religioni organizzate, con la loro autorità temporale e spirituale, sono egualmente incapaci di portar pace all'uomo perché anch'esse sono il risultato della nostra ignoranza e della nostra paura, delle nostre illusioni e del nostro egoismo. Anelando alla sicurezza, quaggiú o nell'al di là, crediamo a istituzioni e ideologie che garantiscano una tale sicurezza. Ma quanto piú lottiamo per la sicurezza, tanto meno riusciamo a conseguirla. Il desiderio di sicurezza produce soltanto la divisione e aumenta l'antagonismo. Questa verità occorre sentirla e comprenderla, non solo a parole o intellettualmente, ma con tutto il nostro essere: soltanto allora corninceremo a mutare dalle fondamenta i modi del nostro rapporto con gli uomini che ci stanno accanto in questo mondo, e solo allora ci sarà possibile realizzare un clima di unità e di fratellanza. La maggior parte di noi si consuma in ogni sorta di paure e si preoccupa enormemente della sua sicurezza. Noi speriamo che, per qualche miracolo, le guerre cesseranno, pur continuando noi ad accusare gli altri gruppi nazionali di essere istigatori di guerra, mentre essi, a loro volta, accusano noi di voler provocare il disastro. Malgrado sia evidente che la guerra è la rovina della società, ci prepariamo ad essa e cerchiamo di promuovere uno spirito bellicoso nella gioventú. Ma l'addestramento militare può avere un posto qualsiasi nell'educazione ? Tutto dipende da che genere di esseri umani noi vogliamo fare dei nostri figli. Se li vogliamo efficienti assassini, allora l'addestramento militare è necessario. Se vogliamo disciplinare ed irreggimentare le loro menti, se intendiamo insufflar loro lo spirito nazionalistico e renderli irresponsabili verso la società come un tutto, allora l'addestramento militare è un mezzo efficace per ottenere tutto ciò. Se amiamo la morte e la distruzione, allora tale addestramento è ovviamente importante. Fare i piani di guerra e condurre le operazioni è compito dei generali, e se è nostra intenzione di essere in lotta perpetua contro i nostri vicini, non dobbiamo trascurar nulla che ci permetta di avere piú generali. Se viviamo al solo fine di una perpetua rissa dentro di noi e fra noi e gli altri, se è nostro desiderio di perpetuare stragi e miseria, occorrono allora più dati, piú politici, piú inimicizie. Ed è ciò che andiamo realizzando. La civilizzazione moderna è basata sulla violenza, e perciò fa la corte alla morte. Finché avremo il culto della forza, la nostra vita si ispirerà alla vio lenza. Ma se invece vogliamo la pace, se vogliamo che fra gli uomini prevalga la giustizia, si tratti di Cri stiani o di Indú, di Russi o di Americani, se vogliamo che i nostri figli siano esseri umani integrati, in tal caso l'addestramento militare rappresenta un puro dan no, costituisce il modo sbagliato di affrontare il pro blema. Una delle cause principali di odio e di conflitto è la credenza che una classe o una razza particolare siano superiori ad un'altra. Il bambino non ha mai coscienza di classe o di razza. Soltanto l'ambiente familiare o scolastico ge nerano in lui sentimenti particolaristici. Da sé, non curerebbe affatto che il suo compagno di giochi sia un negro o un ebreo, un bramino o un non bramino, ma l'influenza dell'intera struttura sociale si esercita di continuo sulla sua mente, la modifica e foggia a suo modo. Anche qui, il problema riguarda non il fanciullo, ma gli adulti, che hanno creato un ambiente improntato ad insensato particolarismo ed a falsi valori. Qual è allora il fondamento reale che autorizza una differenziazione fra esseri umani ? I nostri corpi possono differire nella complessione e nel colore della pelle, le nostre fisionomie possono esser diverse, ma sotto la pelle noi siamo estremamente simili: orgogliosi, ambiziosi, violenti, lussuriosi, avidi di potenza, e cosí via. Togliete l'etichetta, e restiamo nudi del tutto. Ma non amiamo affrontare la nostra nudità, e perci_ insistiamo sull'etichetta. Ci_ dimostra quanto siamo immaturi, quanto siamo infantili nel nostro intimo. Perché il fanciullo possa crescere indenne dal pre giudizio, chi lo educa deve, per prima cosa, sradicare ogni pregiudizio in se stesso, e subito dopo anche nell'ambiente. Ciò significa abbattere la struttura fon damentale di questa società insensata che abbiamo creato. E » possibile che a casa nostra noi spieghiamo al bambino quanto sia assurdo l'orgoglio di classe o di razza, ed è probabile che otteniamo il suo assenso; ma quando va a scuola e giuoca con gli altri bambini, viene contaminato dallo spirito particolaristico. Oppure può verificarsi l'altr o caso, altrettanto comune: l'ambiente domestico può essere tradizionale e ristretto, e l'influenza della scuola piú aperta e liberale. Ambedue le eventualità comportano un conflitto costante fra gli ambienti della casa e della scuola, conflitto cui il bambino rimane esposto. Per allevare sanamente un bambino, per sensibilizzarlo contro tali stupidi pregiudizi, occorre saper istituire una stretta relazione affettiva con lui. Dobbiamo parlare di ogni cosa e lasciarlo ascoltare una conversazione intelligente, dobbiamo incoraggiare lo spirito di ricerca e di scontento che già sono in lui, aiutandolo in tal modo a scoprire da sé ciò che è vero e ciò che è falso. Solo la ricerca costante e la genuina insoddisfazione promuovono l'intelligenza creativa. Ma mantener vive la ricerca e l'insoddisfazione è cosa estremamente ardua, e la maggioranza della gente non vuole che i loro bambini abbiano questa sorta di intelligenza, perché è molto scomodo vivere con chi mette continuamente in questione i valori accettati. Noi tutti siamo scontenti quando siamo giovani, ma sfortunatamente il nostro scontento presto svanisce, annullato dalle nostre tendenze imitative e dal nostro culto dell'autorità. Crescendo cominciamo a cristallizzarci, diventiamo soddisfatti e apprensivi. Diventiamo dirigenti d'industria, preti, impiegati di banca, amministratori, tecnici, e si profila un lento decadimento. Desiderando mantenere le nostre posizioni, diamo il nostro appoggio alla società distruttiva che ci ha c ollocato dove siamo e ci ha dato una certa sicurezza. Il controllo del governo sull'educazione è una calamità. Non c'è speranza di pace e di ordine finché l'educazione resta al servizio dello stato o di una religione organizzata. Tuttavia il numero dei governi che si occupano sempre píú dei fanciulli e del loro avvenire cresce continuamente, e quando non è il governo, sono le organizzazioni religiose che tentano di controllare l'educazione. Questo condizionamento della mente infantile, che viene adattata ad una particolare ideologia politica o religiosa, genera inimicizia fra gli uomini. In una società competitiva non può esservi fratellanza e nessuna riforma, nessuna dittatura, nessun metodo educativo può farvela essere. Finché voi rimarrete un Neozelandese ed io un Indú, è assurdo parlare dell'unità umana. Come pos siamo veramente incontrarci come esseri umani, se voi al vostro paese, ed io nel mio, manteniamo i nostri rispettivi pregiudizi religiosi e comportamenti economici? Come può esserci fratellanza finché il patriottismo separa l'uomo dall'uomo, e mentre milioni di esseri umani vivono sotto l'assillo di condizioni economiche depresse, altri milioni vivono nell'abbondanza? Come ci può essere unità umana, quando le credenze ci dividono, quando un gruppo domina l'altro, quando il ricco è potente e il povero brama quella stessa potenza, quando la terra è mal distribuita, quando una minoranza è ben nutrita e le moltitudini languiscono affamate ? Una delle nostre difficoltà è che noi non prendiamo veramente sul serio queste cose perché rifuggiamo dall'essere disturbati nella nostra quiete. Preferiamo operare soltanto quei mutamenti che in qualche modo ci riescono di vantaggio, e perciò non ci preoccupiamo gran che della nostra vuotezza spirituale e della nostra crudeltà. E » mai possibile conseguire la pace attraverso la violenza? La pace non è forse, invece, da conseguirsi gradualmente, tramite un lungo processo temporale ? L'amore non è certo questione di addestramento o di tempo. Le ultime due guerre sono state combattute in difesa della democrazia, cosí almeno si ha ragione di credere. Ora ci stiamo preparando per una guerra ancora piú grande e piú distruttiva, e la gente è meno libera di prima. Ma che accadrebbe se dovessimo metter da parte quegli ovvii ostacoli alla comprensione, che sono l'autorità, la credenza cieca, il nazionalismo, ed ogni specie di spirito gerarchico ? Niente altro che questo: saremmo gente senza un'autorità sopra di noi, saremmo esseri umani con rapporti diretti fra noi, capaci, forse, di provare amore e compassione. Ciò che è essenziale, nell'educazione non meno che in ogni altro campo, è la capacità di comprensione e di affetto che si giunge a ingenerare nella gente, la possibilità di riempirne i cuori con altro che vuote frasi o costruzioni mentali. Se la vita è fatta per esser vissuta felicemente, impegnando in essa pensiero, cure ed affetto, si rende allora estremamente importante la comprensione di noi stessi. E se desideriamo fondare una società veramente illuminata, dobbiamo avere educatori che conoscano le vie della personale integrazione e che perciò siano capaci di comunicare al bambino una siffatta comprensione. Educatori di questo genere costituirebbero un pericolo per l'attuale struttura della società. Ma in realtà noi non abbiamo l'ambizione di fondare una società illuminata, di modo che ogni insegnante il quale, rendendosi conto di tutte le implicazioni di un serio sforzo volto a perseguire la pace, cominciasse a denunciare il vero significato del nazionalismo e la stupidità della guerra, perderebbe ben presto il suo posto. Sapendo questo, gran parte degli insegnanti si piegano al compromesso, e concorrono perciò a mantenere in essere l'attuale sistema di sfruttamento e di violenza. Non c'è dubbio che, per scoprire la verità, bisogna essere indenni da conflitti, sia da quelli intimi che da quelli contro il nostro prossimo. Quando non c'è conflitto dentro di noi, non c'è neppure conflitto fuori di noi. E » sempre il conflitto intimo che, proiettato all'esterno, diventa conflitto nel mondo. La guerra è la proiezione spettacolare e sanguinosa del nostro vivere quotidiano. E » un precipitato delle nostre vite di tutti i giorni. Senza una trasformazione di noi stessi, è ineluttabile che vi siano antagonismi nazionali e razziali, puerili dispute ideologiche, un numero sempre crescente di soldati, solenni saluti alla bandiera, e infine le innumerevoli brutalità che concorrono a creare l'assassinio organizzato. L'educazione ha fallito dovunque, nel mondo intero: ha prodotto distruzione e miseria crescenti. I governi addestrano i giovani a diventare quegli efficienti soldati e tecnici di cui essi hanno bisogno. La irreggimentazione e il pregiudizio sono coltivati e promossi senza sosta. Tenendo presenti questi fatti, dobbiamo reiterare le nostre domande circa il significato dell'esistenza, circa il valore e lo scopo delle nostre vite. Dobbiamo scoprire modi fecondi per la creazione di un nuovo ambiente. E » infatti l'ambiente che può fare di un fanciullo un bruto, o un arido specialista, com'è pure l'ambiente che può aiutarlo a diventare un essere umano sensibile e intelligente. Dobbiamo giungere a creare un governo mondiale che sia radicalmente diverso, che non si fondi sul nazionalismo, sulle ideologie, sulla forza. Tutto ciò implica la comprensione della nostra responsabilità reciproca nei nostri rapporti vitali. Ma per comprendere la nostra responsabilità, occorre che nei nostri cuori alberghi l'amore, non soltanto l'astratto sapere. Tanto piú grande sarà quest'amore, tanto piú profonda influenza avrà sulla società. Ma noi siamo tutto cervello e niente cuore, coltiviamo l'intelligenza e disprezziamo l'umiltà. Se veramente amassimo i nostri bambini, ci sforzeremmo di salvarli e proteggerli, non permetteremmo che vengano sacrificati nelle guerre. Io penso che in realtà ciò che vogliamo sono le armi: amiamo far mostra di potenza militare, sciorinare uniformi, ostentare cerimonie, brindisi, clamori, violenze. La nostra vita quotidiana è un riflesso in miniatura di questa stessa brutale superficialità, impegnati come siamo a distruggerci a vicenda con l'invidia e la sconsideratezza. Noi vogliamo essere ricchi, e quanto piú ricchi siamo, tanto piú spietati diventiamo, anche se effettuiamo generose elargizioni a scopi caritatevoli ed educativi. Avendo spogliata la vittima, le restituiamo una piccola parte del bottino, e chiamiamo questo filantropia. Credo che non ci rendiamo conto del genere di catastrofi che andiamo preparando. Gran parte di noi vive i suoi giorni con la massima rapidità e sconsideratezza possibili, lasciando ai governi ed agli astuti politici la direzione delle nostre vite. Tutti i governi sovrani devono prepararsi alla guerra, ed il nostro proprio governo non può costituire un'eccezione. Per rendere i propri cittadini efficienti in vista di una guerra, per prepararli ad assolvere efficacemente i loro compiti, un governo deve ovviamente controllarli e dominarli. Occorre che siano educati ad agire come macchine, ad essere spietatamente efficienti. Se lo scopo e il fine della vita è di distruggere o di essere distrutti, allora l'educazione d e v e incoraggiare la spietatezza. Personalmente non sono affatto sicuro che questo non risponda ad un nostro intimo desiderio, giacché la spietatezza si accompagna assai bene col culto del successo. Lo stato sovrano non vuole che i suoi cittadini siano liberi, pensino in modo autonomo, e li controlla attraverso la propaganda, le interpretazioni storiche distorte e cosí via. E » per questo che l'educazione diventa sempre piú un mezzo di insegnare c o sa pensare anziché co m e pensare. Se dovessimo pensare in modo indipendente sul conto del sistema politico prevalente, noi riusciremmo pericolosi per il sistema stesso. Istituzioni veramente libere potrebbero produrre dei pacifisti o della gente che pensa in modo contrario agli interessi del regime esistente. La retta educazione costituisce ovviamente un pericolo per i governi sovrani: ecco perché la si previene con mezzi violenti o subdoli. Quando le opportunità di educazione e della stessa sussistenza sono concentrate nelle mani di pochi diventano potenti mezzi di controllo, ed i governi, siano di sinistra o di destra, non hanno fastidi finché vi siano macchine efficienti che producano mercanzie e proiettili. Ebbene, il fatto che questo stia succedendo in tutto il mondo, significa che noi, cittadini ed educatori, responsabili dell'esistenza dei governi, non ci curiamo in fondo per nulla del fatto che ci sia libertà o schiavitú, pace o guerra, benessere o miseria. Richiediamo qualche piccola riforma su questo o quel punto, ma la maggior parte di noi ha paura di far crollare la società attuale e di costruire una struttura completamente nuova, perché ciò richiederebbe una completa trasformazione di noi stessi.

Ci sono, d'altra parte, quelli che cercano di realizzare una rivoluzione violenta. Avendo contribuito a costruire il presente ordine sociale, con tutti i suoi conflitti, con la sua confusione e la sua miseria, essi desiderano ora costruire una società perfetta. Ma come può qualcuno di noi costruire una società perfetta, se siamo noi stessi che abbiamo posto in essere quella presente? Credere che si possa conseguire la pace con la violenza significa sacrificare il presente a un ideale futuro. Questi tentativi di perseguire fini lodevoli con mezzi sbagliati, sono fra le cause del presente disastroso stato di cose. L'espansione e il predominio dei valori del senso crea necessariamente i veleni del nazionalismo, delle barriere economiche, dei governi sovrani e dello spirito patriottico, che escludono tutti la cooperazione del l'uomo con l'uomo e corrompono i rapporti umani, cioè la società. Società è già il rapporto fra voi e un'altra persona, e senza una comprensione profonda di questo rapporto, non in qualche suo aspetto accidentale, ma come processo totale, noi siamo destinati a creare un'altra volta la stessa struttura sociale che lamentiamo, sia pur superficialmente modificata. Se vogliamo mutare radicalmente le nostre attuali relazioni umane, fonte di indicibile miseria per il mondo intero, il nostro compito unico e immediato è di trasformare noi stessi attraverso la conoscenza di noi stessi. Torniamo con ciò al punto centrale, che è noi stessi; ma è proprio il punto che cerchiamo di evitare, riversando le responsabilità sui governi, sulle religioni e sulle ideologie. Il governo è ciò che noi siamo, le religioni e le ideologie non sono che una proiezione di noi stessi, e finché noi non mutiamo radicalmente, non ci potranno essere né retta educazione, né un mondo pacifico. La sicurezza esteriore per tutti non può accompagnarsi che all'amore e all'intelligenza. Il fatto che abbiamo creato un mondo di conflitto e di miseria in cui la sicurezza esteriore è rapidamente diventata impossibile per chicchessia, non è forse indizio certo della completa futilità dell'educazione passata e presente? E » nostra responsabilità diretta di genitori e insegnanti di romperla col modo tradizionale di pensare, e di non fidarci unicamente degli esperti e dei loro ritrovati. L'efficienza tecnica ci ha dato una certa capacità di far quattrini, ragion per cui molti sono soddisfatti della presente struttura sociale; ma il vero educatore si preoccupa soltanto della retta via, della retta educazione, e della retta maniera di provvedere alla propria sussistenza. Quanto piú ci mostriamo irresponsabili in questa materia, tanto piú lo stato si assume lui tutte le responsabilità. Noi siamo di fronte non ad una crisi politica o economica, ma a una crisi di umano deterioramento che nessun partito politico o sistema economico può allontanare. Un altro e ancor piú grave disastro ci sta minacciando da vicino, e gran parte di noi non se ne cura affatto. Noi procediamo un giorno dopo l'altro a fare esattamente le stesse cose; non ci sognamo di farla finita con i nostri falsi valori e di ricominciare dalle fondamenta. Vogliamo soltanto riforme-rattoppo, che non fanno altro che esigerne altre a breve scadenza. Ma l'edificio sta per crollare, le pareti si squarciano, il fuoco lo sta divorando. Dobbiamo abbandonare la rovinante costruzione e cominciarne un'altra su terreno nuovo, con fondamenta diverse, con valori diversi. Non possiamo fare a meno della conoscenza tecnica, ma possiamo nello stesso tempo diventare consapevoli della nostra malvagità, della nostra spietatezza, dello spirito ingannatore e disonesto che ci anima, del completo disamore che ci fa vuoti. Soltanto se sapremo liberarci intelligentemente dallo spirito di nazionalismo, dall'invidia e dalla sete di potere, sarà possibile fondare un nuovo ordine sociale. La pace non si consegue con riforme-rattoppo, né rimettendo in sesto alla buona vecchie idee e vecchie superstizioni. Può esservi pace soltanto quando giungiamo a comprendere ciò che sta sotto la superficie, e con ciò ad arrestare quest'ondata di distruzione scatenata dalla nostra aggressività e dalle nostre paure. Soltanto allora ci sarà speranza per i nostri bambini e salvezza per il mondo.

4. La scuola

Una retta educazione si preoccupa della libertà dell'individuo, che soltanto può sfociare in una vera cooperazione con il tutto, con i molti. Ma questa libertà non la si consegue quando si cercano l'affermazione e il successo personali. La libertà è generata dalla conoscenza di sé, quando lo spirito supera e trascende le rèmore che la nostra brama di sicurezza ci pone. Funzione dell'educazione è di aiutare ciascun individuo a scoprire in sé tutte le rèmore psicologiche, e non di imporgli semplicemente nuovi modelli di condotta, nuovi modi di pensare. Siffatte imposizioni mai varranno a svegliare l'intelligenza, la comprensione creativa, al contrario condizioneranno piú che mai l'individuo. Ed è proprio quanto sta succedendo in tutto il mondo, col risultato che i nostri problemi non vengono risolti ed anzi si moltiplicano. Vera educazione può esservi soltanto quando cominciamo a comprendere il significato profondo della vita umana. Ma per giungere a tale comprensione, la nostra mente deve intelligentemente liberarsi dalla tendenza ad agire in modo grettamente interessato, donde si genera la paura e il conformismo. Se consideriamo i nostri bambini come proprietà personali, se per noi essi rappresentano la continuazione dei nostri meschini « io » e l'appagamento delle nostre ambizioni, allora noi costruiremo un ambiente, una struttura sociale, dove non ha luogo l'amore, ma soltanto l'ansia di chi ricerca sempre nuovi egoistici vantaggi. Una scuola che riscuota successo in un senso mondano ha buone probabilità di riuscire un fallimento come centro educativo. Una grande e fiorente istituzione, in cui centinaia di bambini vengono educati insieme, con tutto il solito accompagnamento di messa in scena e di ostentato successo, potrà sfornare ottimi impiegati di banca, assi del commercio e della industria, influenti membri di comitati, cioè gente superficiale tecnicamente efficiente. Non in gente cosiffatta, bensí in individui intimamente integrati, è lecito appuntare le nostre speranze; e a formare individui intimamente integrati possono riuscire solo delle piccole scuole. Per questa ragione è assai piú importante avere scuole con un numero limitato di ragazzi e ragazze e con educatori che sappiano il fatto loro, che non praticare i metodi migliori e piú recenti in grandi istituzioni. Disgraziatamente, fra le difficoltà che generano confusione c'è la convinzione di dover operare su larghissima scala. Gran parte di noi vuole grandi scuole con imponenti edifici, pur sapendo che non possono costituire centri educativi del tipo piú auspicabile, perché si vogliono trasformare ciò che chiamiamo le « masse », o almeno influire largamente su di esse. Ma queste « masse, cosa sono ? Voi e me. Non lasciamoci fuorviare dalla preoccupazione che le masse debbano essere anch'esse rettamente educate. Questa preoccupazione può costituire una forma di evasione dal dovere di un'azione immediata. La retta educazione si farà universale se cominciamo ad agire su quelli con cui siamo in rapporto immediato, se siamo consapevoli di noi stessi nei nostri rapporti con i figli, con gli amici e con i vicini. La nostra azione nel mondo in cui viviamo, nella nostra famiglia e nella cerchia dei nostri amici, avrà influenza ed effetto espansivi. Conseguita la consapevolezza di noi stessi in tutte le nostre relazioni, cominceremo a scoprire quelle confusioni e limitazioni intime che normalmente ci sfuggono; prendendone coscienza, giungeremo a comprenderle e ad eliminarle. Soltanto la consapevolezza e conoscenza di sé cosí realizzate possono costituire, in educazione come in ogni altro campo, la base di una riforma che non produca soltanto antagonismo e miseria ulteriori. Quando si organizzano istituzioni scolastiche enormi, e si reclutano insegnanti che dipendono da un complesso sistema e non impegnano la loro cura ed attenzione nel seguire i singoli studenti, l » insegnamento che ne viene incoraggiato riguarda il mero accumulo di fatti, lo sviluppo di abilità particolari e l'abitudine a pensare meccanicamente in conformità ad un modello. Ma certamente non si aiuta, in quel modo, la formazione dello studente come essere umano integrato. I sistemi possono avere un limitato impiego nelle mani di educatori attenti e riflessivi, ma non contribuiscono a promuovere l'intelligenza. E » curioso come invece siano diventati importanti per noi termini quali « sistema « , « istituzione « , ecc. i simboli hanno preso il posto della realtà, e noi in fondo ne siamo lieti, perché la realtà disturba, mentre le ombre sono comode. Niente che abbia valore fondamentale può essere effettuato tramite un'istruzione di massa: ciò che occorre è un accurato studio e intendimento delle difficoltà, delle tendenze e della capacità di ciascun fanciullo. Coloro che ne sono consapevoli, e che seriamente desiderano comprendere se stessi ed aiutare i giovani, dovrebbero riunirsi e dar vita a una scuola che abbia un significato vitale nella vita del bambino e lo aiuti in un intelligente processo di integrazione. Per dar vita ad una scuola siffatta essi non dovrebbero attendere di avere tutti i mezzi necessari. Si può essere veri maestri anche in una casa privata, e ben presto a chi è piú serio non mancheranno i mezzi. Coloro che amano i loro figli e tutti i bambini, e che perciò affrontano con serietà il problema della loro educazione, si interesseranno della possibilità che venga aperta una scuola rettamente impostata nelle immediate vicinanze o nella loro stessa casa. E allora non mancherà il denaro, che è poi sempre la cosa meno importante. Naturalmente, mantenere una piccola scuola impostata a dovere non è finanziariamente facile, ma essa può fiorire assai piú sulla base dell'abnegazione con cui si lavora per essa, che non per virtú di un pingue conto in banca. Il danaro da solo è fonte d'inevitabile corruzione quando non ci siano insieme amore e comprensione. D'altronde, una scuola che valga veramente troverà l'aiuto necessario. Quando ci sia l'amore del bambino, non c'è piú nulla di impossibile. Finché tutta la nostra attenzione si concentrerà sull'istituzione, il fanciullo sarà scarsamente considerato. L'educatore vero si occupa dell'individuo, e non del numero di allievi che ha. Egli vedrà che in tal modo è sempre possibile avere, con l'aiuto di alcuni genitori, una scuola veramente vitale e significativa. Ma l'insegnante deve essere ricco d'entusiasmo, in lui la fiamma dell'interesse educativo deve ardere inestinguibile se è un tiepido, la sua sarà un'istituzione come un'altra. Se i genitori amano veramente i loro bambini, sapranno impiegare ogni mezzo, legislativo o meno, per promuovere l'istituzione di piccole scuole curate da educatori come si deve. Essi non si spaventeranno per il fatto che le piccole scuole sono costose e gli educatori come si deve difficili a trovarsi. Essi dovrebbero comunque aspettarsi un'inevitabile opposizione da parte degli interessi costituiti, soprattutto dei governi e delle religioni organizzate, dovuta al fatto che scuole del genere non possono non aver carattere profondamente rivoluzionario. Vera rivoluzione non è quella fondata sulla violenza, bensí quella che si realizza coltivando l'integrazione e l'intelligenza degli esseri umani resi cosi capaci di creare gradualmente, col loro stesso modo di vivere, mutamenti radicali nella società. Ma è cosa della piú grande importanza che tutti gli insegnanti di una scuola di questo genere si raccolgano insieme volontariamente, e non perché indottivi dall'esterno o perché scelti: l'affrancamento dai valori mondani è infatti il solo fondamento saldo di un vero centro educativo. Se gli insegnanti devono collaborare fra loro e gli allievi devono giungere alla comprensione di valori genuini, ciò che occorre è una costante e attenta consapevolezza del significato dei loro quotidiani rapporti. Nell'isolamento di una piccola scuola è però facile dimenticare che c'è un mondo esterno, dove conflitto, distruzione e miseria sono in continuo aumento. Questo mondo esterno non è separato da noi. Al contrario, esso è parte di noi, perché noi lo abbiamo fatto cosí com'è. E » per questo che per operare un rivolgimento radicale nella struttura della società occorre, come primo passo, una retta educazione. Soltanto una retta educazione (e non le ideologie, i leaders e le rivoluzioni economiche) può provvedere una soluzione durevole dei nostri problemi e delle nostre miserie; riconoscere la verità di questo fatto non è questione di persuasione intellettuale o emozionale, né di abili argomentazioni. Se il primo nucleo degli insegnanti di una scuola del tipo desiderato ha qualità di abnegazione e di vivezza, riuscirà ad attrarre intorno a sé altri elementi analogamente orientati, mentre quelli che eventualmente si scoprissero privi del necessario interesse si sentirebbero presto fuori posto. Se il centro è alacre e sa quel che vuole, la parte indifferente della periferia se ne distaccherà; ma se indifferente è il centro stesso, allora tutto il gruppo sarà debole e incerto. Il centro non può essere costituito dal solo direttore della scuola. L'entusiasmo o l'interesse che dipendano da una sola persona sono destinati a svanire. Si tratta di un interesse superficiale, incostante e privo di valore, perché pronamente affidato ai capricci ed alla fantasia di un altro. Se il direttore è la personalità dominante in modo egemonico, non potrà ovviamente esistere spirito di libera cooperazione. Un forte carattere può riuscire ad organizzare una scuola di prima qualità, ma lo spirito di timore e di ossequio presto vi si insinua, ed allora capita generalmente che il resto del corpo insegnante viene ad essere costituito da nullità. Un gruppo del genere non è capace di guidare alla libertà individuale ed alla comprensione. Il corpo insegnante non dovrebbe subire il dominio egemonico del direttore, e il direttore non dovrebbe concentrare nelle sue mani tutta la responsabilità. Al contrario, ciascun insegnante si dovrebbe sentire corresponsabile dell'andamento generale. Quando troppo pochi nutrono un vero interesse, gli altri finiranno con l'impedire o frustrare lo sforzo collettivo. Si può dubitare che una scuola possa funzionare senza un'autorità centrale, ma in effetti non ne sappiamo gran che, perché la cosa non è mai stata tentata. Quel che è certo, è che in un gruppo di veri educatori questo problema dell'autorità non sorgerà mai.  Quando tutti si sforzano di essere liberi e comprensivi, la cooperazione reciproca è possibile ad ogni livello. A coloro che non si sono mai dedicati con impegno profondo e costante a realizzare una retta forma di educazione, l'assenza di un'autorità centrale farà l'effetto di una teoria alquanto utopistica. Ma chi è impegnato senza riserve nell'educazione genuina, non sente certo nessun bisogno di essere stimolato, diretto o controllato. Gli insegnanti intelligenti esercitano in un modo elastico le loro capacità. Avendo in vista la libertà individuale, essi rispettano le norme e fanno quanto è necessario per il bene dell'intera scuola. Un serio interesse è l'inizio dell'effettiva capacità, ed ambedue vengono rafforzati dall'esercizio. Se non si capiscono le implicazioni psicologiche dell'obbedienza, la mera decisione di non rispettare l'autorità non produce che confusione. Non è la sola assenza d'autorità a produrla, ma la mancanza di un profondo, mutuo interesse per la retta educazione. Dove esiste un reale interesse, c'è anche un adattamento costante e meditato da parte di ciascun insegnante alle esigenze e necessità di un buon funzionamento scolastico. In qualunque rapporto umano, qualche frizione e qualche incomprensione sono inevitabili, ma esse raggiungono un livello rovinoso quando non vi sia il legame affettivo di un interesse comune. In una scuola rettamente impostata la cooperazione fra gli insegnanti deve essere la piú piena possibile. Il corpo insegnante deve riunirsi spesso, per parlare dei vari problemi della scuola. Raggiunto l'accordo su di un certo corso d'azione, è chiaro che non dovrebbero esserci difficoltà a realizzare ciò che è stato deciso. Se qualche decisione presa a maggioranza non incontra l'approvazione di un particolare insegnante, la si può discutere di nuovo in una riunione successiva. Nessun insegnante dovrebbe aver timore del direttore, né il direttore sentirsi intimidito di fronte agli insegnanti piú anziani. Un felice accordo è possibile soltanto quando fra tutti regni un'assoluta eguaglianza. E » essenziale che questo sentimento di eguaglianza prevalga nel retto tipo di scuola, giacché la cooperazione effettiva è incompatibile sia col senso di superiorità che col suo opposto. La reciproca fiducia non maschera le difficoltà e le incomprensioni, ma ci abilita ad affrontarle con quella chiarezza che è alla base della vera confidenza. Se gli educatori non sono sicuri della loro vocazione e dei loro interessi, non si potrà evitare che sorgano fra di essi invidia e antagonismo, col risultato che tutte le loro energie andranno spese in frivole minuzie e gare dannose. Le irritazioni e le divergenze saranno invece rapidamente superate quando vi sia un vivido interesse a realizzare il retto tipo di educazione. Allora le minuzie che cosí facilmente assumono proporzioni artificiose sono ridotte a proporzioni normali, ogni genere di frizione e di antagonismo personali appaiono vani e distruttivi, e i colloqui e le discussioni servono a scoprire cosa sia giusto e non chi abbia ragione.

Ogni difficoltà ed ogni incomprensione dovrebbe sempre esser discussa da coloro che lavorano assieme con un intento comune, giacché cosí si elimina ogni confusione che possa nascondersi nel modo di pensare di ciascuno. Quando c'è un interesse relativo a uno scopo, c'è anche, fra gli insegnanti, franchezza e cameratismo, e non c'è pericolo che nascano fra loro antagonismi. Ma mancando un tale interesse vi sarà sempre conflitto e inimicizia, quantunque in superficie possano profilarsi forme di cooperazione intese a ottenere reciproci vantaggi. Ci possono essere, naturalmente, altri fattori che provocano frizione fra i membri del corpo insegnante. Un insegnante può essere sovraccarico di lavoro, un altro può avere dei guai personali o in famiglia, altri forse non sentono un interesse profondo per quello che stanno facendo. Ma è certo che tutti questi problemi possono venir risolti nelle riunioni degli insegnanti, in quanto l'interesse reciproco spinge alla cooperazione. E » chiaro che non si può creare niente di vitale se pochi fanno tutto e gli altri stanno a guardare. L'equa distribuzione del lavoro concede a tutti quel comodo e riposo che, in qualche misura, è ovviamente necessario. Un insegnante troppo sovraccarico di lavoro diventa un problema per sé e per gli altri. L'eccessiva tensione rende indolenti e apatici, soprattutto se si è impegnati contraggenio. Finché duri costante l'attività, fisica o mentale, non è possibile ristorare le forze. Ma questa questione del riposo e della distensione può esser facilmente risolta in maniera amichevole ed accettabile per tutti. Ma cos'è che riesce distensivo ? La risposta è diversa da individuo a individuo. Per certuni, profondamente interessati al loro lavoro, riesce distensivo e ricreante il lavoro stesso: l'azione stessa dell'interesse può avere quest'effetto, per esempio nello studio. Per altri riesce invece distensivo il ritiro in solitudine. Perché l'educatore possa disporre di una certa quantità di tempo libero, non deve aver responsabilità che di quel numero di allievi di cui può facilmente assumersi il carico. E » quasi impossibile che si istituisca un rapporto diretto e vitale fra insegnante ed allievo quando il primo sia quasi schiacciato dall'eccessivo carico. C'è ancora un'altra ragione a favore delle piccole scuole, ed è l'evidente necessità che il numero di allievi di ogni classe sia assai limitato, in modo che l'educatore possa dedicare a ciascuno tutta la sua at tenzione. Quando il gruppo è troppo numeroso, ciò non è possibile, ed allora le punizioni e le ricompense diventano modi convenienti di assicurare la disciplina. La retta educazione non è mai educazione " en masse". Per studiare ciascun fanciullo sono necessarie pazienza, alacrità e intelligenza. Per osservare le sue tendenze, le sue attitudini, il suo temperamento, per comprendere le sue difficoltà, per prenderne in considerazione l'eredità e l'influenza familiare, anziché limitarsi a incasellarlo in una certa categoria, per tutto ciò si richiede mente vivace ed elastica, libera da pregiudizi e sistemi. Si richiede abilità, interesse intenso e, soprattutto, un sentimento di affetto. Formare educatori che abbiano tutte queste qualità è uno dei maggiori problemi del giorno d'oggi. Lo spirito di libertà individuale e d'intelligente comprensione dovrebbe pervadere tutta la scuola in ogni momento. Questa non è cosa che possa esser lasciata al caso; nominare casualmente, di tanto in tanto, la « libertà » e l « intelligenza » serve a poco. E » particolarmente importante che studenti e insegnanti si radunino regolarmente per discutere tutto ciò che si rapporta al benessere dell'intero gruppo. Bisognerebbe formare un consiglio studentesco, in cui fossero rappresentati anche gli insegnanti e che potesse dirimere tutti i problemi di disciplina, pulizia, vitto, ecc., e fosse anche in grado di cooperare alla guida di quegli studenti che si dimostrino in qualche misura pigri, indifferenti o ostinati. Gli studenti dovrebbero scegliere essi stessi quelli cui affidare la responsabilità di prendere decisioni e di collaborare all'opera generale di supervisione. Dopo tutto, l'autogoverno scolastico è una preparazione all'autogoverno nella vita adulta. Se il fanciullo impara, mentre è a scuola, ad essere riflessivo, equilibrato e comprensivo in ogni discussione relativa ai suoi problemi quotidiani, sarà poi capace da grande di affrontare in modo spassionato ed efficace le piú impegnative e complesse prove della vita. La scuola dovrebbe incoraggiare i bambini a comprendere le difficoltà e particolarità, gli umori e gli impulsi dei loro coetanei. In tal modo essi svilupperanno una maggior dose di comprensione e di pazienza nei rapporti con le altre persone. Questo medesimo spirito di comprensione dovrebbe trovare il dovuto rilievo anche nelle attività di studio. Non bisogna incoraggiare lo studente ad accettare formule e conclusioni belle e fatte, se vogliamo che si sviluppi come personalità creativa e non come un mero automa. Anche nelle discipline scientifiche, occorre ragionare con lui, aiutandolo a vedere il problema nella sua interezza e ad usare il suo proprio giudizio. Ma che dire dell'orientamento ? Non si deve tentare in nessun modo di orientare il bambino? La risposta a queste domande dipende da ciò che si intende per « orientamento ». Se gli educatori si sono liberati da ogni timore e da ogni desiderio di dominio, allora essi possono aiutare l'allievo a procedere verso la comprensione creativa e la libertà. Ma finché sussista il desiderio conscio od inconscio di guidarlo verso una mèta determinata, allora essi non fanno che disturbarne lo sviluppo. Orientare verso un particolare obiettivo, posto da noi o imposto da altri, significa soffocare la creatività. Se l'educatore si preoccupa della libertà dell'individuo, e non dei suoi propri preconcetti, aiuterà il fanciullo a scoprire tale sua libertà incoraggiandolo a capire l'ambiente che lo circonda, il suo proprio temperamento, il suo sfondo religioso e familiare, con tutte le influenze e gli effetti che possono essergliene derivati. Se c'è amore e libertà nei cuori degli inse gnanti stessi, il loro modo d'approccio verso ciascun allievo sarà improntato ad interesse e comprensione per le sue esigenze e difficoltà. Essi allora non saranno meri automi, operanti secondo determinati metodi e formule, ma esseri umani spontanei, sempre vigili e attenti. Una retta educazione dovrebbe anche aiutare lo studente a scoprire ciò che è oggetto dei suoi piú spiccati interessi. Se egli non trova la sua vera vocazione, tutta la sua vita apparirà sprecata; egli si sentirà frustrato nel dover fare qualcosa che non ha voglia di fare. Se vuol essere un artista e diventa invece un impiegato in qualche ufficio, passerà la sua vita a consumarsi in recriminazioni. Perciò è importante che ciascuno trovi ciò che vuol fare, ed abbia poi modo di considerare se meriti farlo. Un ragazzo può voler diventare un soldato, ma prima che egli imprenda la carriera militare, lo si può aiutare a scoprire se la vocazione militare è benefica per il complesso dell'umanità. Una retta educazione dovrebbe aiutare l'allievo non solo a sviluppare le sue capacità, ma anche a comprendere il suo piú alto interesse. In un mondo afflitto dalle guerre, dalla distruzione e dalla miseria, occorre rendersi capaci di costruire un nuovo ordine sociale e di realizzare un differente modo di vita. La responsabilità della costruzione di una società pacifica e illuminata pesa soprattutto su chi educa, ed è ovvio, pur senza che ciò debba paralizzarlo per l'emozione, che chi educa ha la massima opportunità di cooperare alla realizzazione di tale trasformazione sociale. La retta educazione non dipende dalle norme di un governo o dai metodi di un qualche particolare sistema: essa sta nelle nostre mani, nelle mani dei genitori e degli insegnanti. Se i genitori avessero cura realmente dei loro figli, costruirebbero una nuova società; ma in fondo gran parte dei genitori non ha preoccupazioni del genere, anche perché non ha tempo da dedicare a questo problema, che pure è il piú urgente. Ha tempo, è vero, per far quattrini, per divertirsi, per mettersi l'anima in pace con riti e con culti, ma non ne ha per porsi seriamente la questione di quale sia la retta educazione da impartire ai figli. E » una questione che la maggioranza della gente non vuole affrontare, perché affrontarla potrebbe significare dover rinunciare ai suoi divertimenti ed alle sue distrazioni, cosa che non è certo disposta a fare. Perciò i genitori mandano i figli in scuole dove l'insegnante non se ne cura piú di quel che essi stessi non facciano. Perché dovrebbe curarsene? L'insegnamento non è per lui che un impiego, un modo di guadagnare. Il mondo che abbiamo creato è cosí superficiale, cosí artificiale, cosí brutto se appena si guarda dietro il sipario ! Noi decoriamo il sipario, sperando che tutto si metterà a posto in qualche modo. Disgraziatamente la maggioranza delle persone non prende la vita molto seriamente, con la possibile eccezione degli aspetti relativi al far quattrini, all'acquisizione di potenza o all'eccitazione sessuale. La maggioranza non vuol affrontare le altre complessità della vita, e perciò anche i figli, quando crescono, sono altrettanto immaturi e male integrati quanto i genitori, e si trovano continuamente in conflitto con se stessi e con il mondo. Diciamo tanto volentieri che amiamo i nostri figli! Ma c'è amore nei nostri cuori dal momento che accettiamo le condizioni sociali esistenti e non vogliamo realizzare una trasformazione radicale di questa società distruttiva ? E finché ci rivolgiamo agli specialisti perché educhino i nostri figli, questa confusione e questa miseria continueranno, giacché gli specialisti, preoccupati piuttosto della parte che del tutto, sono essi stessi mal integrati. L'insegnamento, invece di venir considerato come l'occupazione piú onorevole e ricca di responsabilità, gode di assai scarsa reputazione, e gran parte degli educatori sono cristallizzati nella routine. Essi non si preoccupano in realtà dell'integrazione e della comprensione, ma soltanto dell'informazione che devono impartire. E un uomo che si limiti a impartire informazione mentre il mondo rovina attorno a lui non è un educatore. Un educatore non è semplice trasmettitore di informazioni, è un uomo che indica la via verso la saggezza e la verità. La verità è di gran lunga piú im portante del maestro. La ricerca della verità è religione, ma la verità non ha patria, non ha credo, non si trova in nessun tempio, chiesa o moschea. Senza ricerca della verità, la società subito decade. Per creare una nuova società, ciascuno di noi dev'essere un vero maestro, il che significa che dobbiamo essere insieme maestri ed allievi, perché dobbiamo educare noi stessi. Perché un nuovo ordine sociale sia edificato, è chiaro che non devono avere nessuna funzione educativa coloro che insegnano unicamente per guadagnarsi un salario. Considerare l'educazione come un mezzo di sostentamento significa sfruttare i bambini per il proprio personale vantaggio. In una società illuminata, gli insegnanti non dovranno preoccuparsi affatto del loro proprio benessere, e la comunità provvederà ai loro bisogni. Vero maestro non è chi ha organizzato istituti di impressionante efficienza, né chi fa da strumento per le ambizioni dei politici, né chi è legato a un ideale, a una credenza o a una patria. Il vero educatore è intimamente ricco e perciò non chiede nulla per se medesimo; egli non è ambizioso e non aspira a nessun genere di potenza; egli non usa dell'insegnamento come di un mezzo per farsi una buona posizione o procurarsi autorità, ed è libero, quindi, da ogni pressione della società e da ogni controllo dei governi. Educatori di questo tipo occupano il primo posto in una società illuminata, giacché la cultura si fonda non sugli ingegneri e sui tecnici, ma sugli educatori.

5. Genitori e insegnanti

La retta educazione inizia con l'educatore, che deve comprendere se stesso ed essere libero dai modelli correnti di pensiero. Infatti il suo insegnamento si esempla su ciò che egli è. Se non è stato rettamente educato, che cosa può insegnare d'altro che non sia la conoscenza meccanica che è stata impartita a lui stesso? Il problema, perciò, non è del fanciullo, ma del genitore e dell'educatore; il problema è cioè di educare l'educatore. Se noi che siamo gli educatori non comprendiamo noi stessi, se non comprendiamo il nostro rapporto col bambino ma semplicemente lo imbottiamo di informazioni e gli facciamo superare esami, com'è possibile che si realizzi un nuovo tipo di educazione? Ecco qui il bambino da guidare e aiutare. Ma se colui che dovrebbe guidare e aiutare ha egli stesso una mente confusa e ristretta, ha pregiudizi nazionalistici ed è ingombro di falsi problemi teorici, allora è naturale che il suo allievo si esempli su di lui, e che l'educazione diventi una fonte di confusione e conflitti ulteriori. Se ci rendiamo conto di queste verità, comprendiamo quanto sia importante che si cominci dall'educare rettamente noi stessi. Curare la nostra stessa rieducazione è di gran lunga piú necessario che non preoccuparci del benessere e della sicurezza futuri del fanciullo. Educare l'educatore, cioè renderlo capace di comprendere se stesso, è una delle imprese piú difficili, perché gran parte di noi è già cristallizzata in un sistema di pensiero o in un modello di azione. Noi ci siamo già votati a qualche ideologia, ad una religione o ad una particolare norma di condotta. Perciò insegnamo al bambino cosa pensare e non come pensare.

Inoltre, genitori e insegnanti sono molto occupati con i loro propri conflitti e con le loro pene. Ricchi o poveri, quasi tutti i genitori sono assorbiti da preoccupazioni e difficoltà personali. Non si preoccupano sul serio del decadimento sociale e morale del mondo in cui vivono, ma desiderano unicamente che i loro figli vengano equipaggiati a dovere prima di fare il loro ingresso nel mondo. Sono ansiosi circa il futuro dei loro bambini, vogliono che siano educati in modo da poter occupare posizioni sicure, o da poter fare buoni matrimoni. Contrariamente a quanto generalmente si crede, gran parte dei genitori non ha vero amore per i figli, sebbene non risparmi parole al riguardo. Se i genitori amassero davvero i loro bambini, non esalterebbero tanto ai loro occhi la famiglia e la nazione in contrasto con la totalità degli uomini, creando cosi divisioni sociali e razziali fra di essi e favorendo la guerra e la fame. E » veramente straordinario che, mentre non si può diventare avvocati o medici senza un rigoroso tirocinio, si possa diventare genitori senza la minima preparazione che renda idonei ad espletare questo compito d'importanza senza pari. E » abbastanza comune che la famiglia, con le sue tendenze particolaristiche, incoraggi il generale processo di isolamento, diventando cosi un fattore di deterioramento della società. Solamente l'amore e la comprensione contribuiscono a diroccare le muraglie dell'isolamento, ed allora la famiglia non costituisce piú un circolo chiuso, non è piú una prigione né un rifugio. Allora i genitori realizzano una comunione vitale non con i figli soltanto, ma anche con i loro vicini. Assorbiti come sono nei loro propri problemi, molti genitori trasferiscono sull'insegnante la responsabilità per il benessere dei loro bambini, ed allora diventa importante che l'educatore coadiuvi a migliorare anche l'educazione degli stessi genitori. Egli deve parlar loro e spiegare che il confuso stato del mondo rispecchia la loro propria personale confusione. Deve mostrar loro come il progresso scientifico non possa, per sé solo, mutare radicalmente i valori esistenti e come quell'addestramento tecnico, che ora si chiama educazione, non ha dato all'uomo la libertà né lo ha reso comunque piú felice. Deve spiegare come, condizionando l'allievo ad accettare l'ambiente attuale, non lo si guida alla comprensione intelligente, deve dire infine ai genitori cosa egli sta tentando di fare per i loro figli, ed in che modo lo stia facendo. A tal fine deve cattivarsi la fiducia dei genitori, non già arrogandosi l'autorità dello specialista che tratta con profani ignoranti, ma parlando loro in termini piani del temperamento, delle difficoltà, delle attitudini del fanciullo. Se l'insegnante sviluppa un reale interesse per il fanciullo nella sua individualità, i genitori avranno fiducia in lui. In questo processo, l'insegnante si impegna ad educare i genitori non meno che se stesso, ed a sua volta impara da essi molte cose. La retta educazione è una sorta di azione reciproca che esige pazienza, considerazione ed affetto. Insegnanti illuminati operanti in una comunità illuminata potrebbero elaborare meglio il problema ed indicare le linee direttive per gli esperimenti su piccola scala che educatori e genitori, specialmente interessati e riflessivi, dovrebbero compiere. Si chiedono mai, i genitori, perché hanno bambini? Li hanno forse per perpetuare il loro nome, per trasmettere la loro proprietà? Vogliono aver bambini soltanto per proprio diletto, per soddisfare i loro bisogni emotivi? In questi casi, i bambini diventano mere proiezioni dei desideri e delle paure dei loro genitori. Che senso ha che i genitori protestino il loro amore verso i figli, quando promuovono in loro l'invidia, la inimicizia e l'ambizione per mezzo di un'educazione sbagliata? Può chiamarsi amore un atteggiamento che stimola gli antagonismi nazionali e razziali, che sono fonti inesauribili di guerre, di distruzioni e di miseria indicibile ? E » amore quello di chi mette un uomo contro l'altro nel nome di religioni e di ideologie ? Molti genitori avviano i figli verso luttuosi conflitti non solo lasciandoli in balia di un'educazione sbagliata, ma anche per riflesso del modo in cui conducono la loro stessa vita privata. Poi, quando i figli crescono e sono infelici, essi pregano per loro o cercano delle scuse per il loro comportamento. I genitori che soffrono per i figli molto spesso non fanno altro che indulgere ad una forma possessiva di autocompassione che è affatto incompatibile con l'amore. Se i genitori amano i loro bambini, si guardano dai sentimenti nazionalistici, evitano di identificarsi con una qualsiasi patria, giacché il culto dello stato porta alla guerra, che uccide o mutila i loro figli. Se i genitori amano i loro bambini, giungono a scoprire l'atteggiamento corretto da assumere verso la proprietà, ed a rendersi conto di come l'istinto possessivo conferisca alla proprietà un valore falso ed enorme che sta distruggendo il mondo. Se i genitori amano i loro bambini, rifiutano di appartenere a una religione organizzata, giacché dogmi e credenze dividono i popoli in gruppi ostili, creando antagonismo fra uomo e uomo. Se i genitori amano i loro figli, ripudieranno l'invidia e la lotta, e si sforzeranno di mutare radicalmente la struttura della società attuale. Finché vorremo che i nostri figli siano potenti, occupino le posizioni piú brillanti e sicure, conseguano successi sempre maggiori, il nostro cuore resterà arido, giacché il culto del successo genera conflitti e miseria. Amare i propri figli vuol dire realizzare con essi una comunione completa, e vegliare a che essi abbiano il tipo di educazione che li aiuterà ad essere sensibili, intelligenti e integrati.

La prima cosa che un insegnante deve chiedersi, quando decide di dedicarsi all'insegnamento, è che cosa egli intende esattamente per insegnamento. Si appresta a insegnare le solite materie nel modo abituale? Vuol fare dell'allievo un perfetto ingranaggio della macchina sociale, o vuol aiutarlo a diventare un essere umano integrato e creativo, cioè una minaccia per i falsi valori? Ma l'educatore che si accinga ad aiutare l'allievo nell'esame e nell'intendimento dei valori e delle influenze cui partecipa, non deve forse esserne consapevole lui stesso? Se uno è cieco, può aiutare altri a raggiungere l'altra sponda? Non c'è dubbio che il primo ad aver buona vista deve essere il maestro. Egli deve stare costantemente all'erta, dev'essere intensamente consapevole dei suoi propri pensieri e sentimenti, deve rendersi conto dei suoi condizionamenti, delle sue attività e delle sue risposte. E » infatti da questa solerte attenzione che si genera l'intelligenza, e insieme la radicale trasformazione dei suoi rapporti con le persone e con le cose. L'intelligenza non ha niente a che con la promozione agli esami. L'intelligenza è la percezione spontanea che rende un uomo forte e libero. Per destare l'intelligenza di un bambino, dobbiamo anzitutto capire noi stessi che cosa l'intelligenza sia. Come sarebbe infatti possibile pretendere che un bambino sia intelligente, se noi ci mostriamo inintelligenti in tanti modi ? Il problema non riguarda, dunque, soltanto le difficoltà incontrate dall'allievo, ma anche quelle che incontriamo noi stessi: le crescenti paure, l'infelicità e le frustrazioni da cui non riusciamo a liberarci. Per aiutare il bambino ad essere intelligente dobbiamo abbattere questi ostacoli intimi a noi stessi, che ottundono le nostre capacità di pensiero. Come possiamo insegnare ai fanciulli a non cercare la sicurezza personale, se noi stessi facciamo ogni sforzo per perseguirla? Che speranza ci sarà per loro se proprio noi, educatori e genitori, temiamo di esporci alla vita ed erigiamo intorno a noi muraglie protettive? Per scoprire il vero significato di questa lotta per la sicurezza, donde viene tanto caos nel mondo, dobbiamo anzitutto destare la nostra propria intelligenza rendendoci consapevoli dei nostri processi psicologici, dobbiamo cominciare dal mettere in discussione tutti i valori che attualmente ci tengono prigionieri. Noi dovremmo smetterla di adattarci al modello al quale ci è capitato di venir educati. Potrà mai esserci armonia nell'individuo e nella società se non comprendiamo noi stessi? Finché l'educatore non comprenderà se stesso, finché non vedrà chiaro nelle sue risposte frutto di condizionamento e non comincerà a liberarsi dai valori esistenti, sarà mai possibile che riesca a destare l'intelligenza nell'allievo? E se non può far questo, qual'è allora la sua funzione? Solo chi comprende l'intimo svolgimento dei propri pensieri e dei propri sentimenti è veramente in grado di aiutare il fanciullo a farsi un libero essere umano, e se l'educatore è vitalmente impegnato in questa direzione, svilupperà una precisa consapevolezza non solo di ciò che sia il fanciullo, ma anche di ciò che è egli stesso. Pochissimi fra noi osservano i propri pensieri e sentimenti. Se sono manifestamente brutti, non comprendiamo il loro pieno significato, ma ci limitiamo a controllarli o a respingerli. Non abbiamo una profonda consapevolezza di noi stessi. I nostri pensieri e sentimenti sono stereotipi, automatici. Impariamo un certo numero di materie, accumuliamo qualche informazione, e poi cerchiamo di trasmetterle agli allievi. Ma se invece nutriamo un vitale interesse educativo, dobbiamo non solo cercar di conoscere gli esperimenti educativi condotti nelle varie parti del mondo, ma dobbiamo anche cercar di conseguire la massima chiarezza circa il nostro atteggiamento verso l'intera questione; dobbiamo chiederci perché ed a che scopo stiamo educando i giovani e noi stessi; dobbiamo indagare il significato dell'esistenza, il rapporto fra individui e società, e cosi via. Non c'è dubbio circa la necessità che i veri educatori siano consapevoli di questi problemi e tentino di aiutare gli allievi a scoprire la verità al riguardo, senza proiettare su di essi le loro proprie idiosincrasie e modi di pensare. Chi segua semplicemente un sistema, sia politico che educativo, non risolverà mai nessuno dei tanti problemi sociali che ci preoccupano. Ed è di gran lunga piú importante comprendere i nostri modi di affrontare un problema quale che sia, che comprendere il problema stesso.

Perché il bambino possa esser libero dalla paura – sia da quella dei suoi genitori, sia da quella del suo ambiente, sia da quella di Dio – l'educatore non deve avere egli stesso paura. Ma la difficoltà è proprio questa: trovare insegnanti che non siano essi stessi in preda a qualche genere di paura. La paura restringe il pensiero e limita l'iniziativa, e l'insegnante timoroso non può ovviamente testimoniare del profondo significato racchiuso nell'essere senza paura. La paura è contagiosa come la bontà. Se l'educatore è esso stesso segretamente pauroso, trasmetterà la sua paura ai suoi allievi, anche se tale contagio non sarà immediatamente visibile. Si supponga, ad esempio, che un insegnante tema la pubblica opinione; egli vede l'assurdità della sua paura, e tuttavia non la supera. Che cosa deve fare? Egli può almeno riconoscerla di fronte a se stesso, e può aiutare i suoi allievi a comprendere la paura esponendo la sua propria reazione psicologica e parlandone liberamente con loro. Questo atteggiamento onesto e sincero incoraggerà validamente gli allievi ad essere egualmente aperti e sinceri con se stessi e con l » insegnante. Per concedere libertà al fanciullo, l'insegnante stesso deve essere consapevole delle implicazioni e del pieno significato della libertà. Né gli esempi istruttivi, né le costrizioni di qualunque genere servono a realizzare la libertà, ed è soltanto in clima di libertà che può realizzarsi la scoperta di sé e l'intelligente penetrazione. Il fanciullo è influenzato dalle persone e dalle cose che lo circondano, e l'educatore avvertito dovrebbe aiutarlo a scoprire tali influenze nel loro vero valore. I valori genuini non si possono scoprire attraverso l'autorità sociale o della tradizione: solo la riflessione individuale può rivelarli. Se uno riesce a comprendere veramente tutto ciò, incoraggerà sin da principio l'allievo a sviluppare la sua capacità di penetrazione rispetto ai presenti valori individuali e sociali. Lo incoraggerà a perseguire non un particolare insieme di valori, ma il vero valore di tutte le cose. Lo aiuterà ad essere senza paura, cioè libero dal dominio di chiunque, dell'insegnante non meno che della famiglia o della società, in modo da poter fiorire in amore e bontà come individuo. Cosí avviando l'allievo verso la libertà, l'educatore va mutando anche i suoi propri valori. Anch'egli comincia a liberarsi dalla schiavitù dell » « io » e del « mio », anch'egli fiorisce in amore e bontà. Questo processo di mutua educazione crea altresí un diverso rapporto fra l'insegnante e l'allievo. Qualunque genere di dominio o di costrizione costituisce un diretto impedimento per la libertà e l'intelligenza. La retta educazione non conosce autorità, non conosce potere socialmente affermato: essa è al di là dei limiti raggiunti dalle leggi e dalle sanzioni della società. Se dobbiamo aiutare l'allievo ad esser libero dagli impedimenti creati da lui stesso e dal suo ambiente, occorre che ogni forma di costrizione e di dominio sia riconosciuta per tale e messa da parte. Ciò non può avvenire se anche l'educatore non va liberandosi da ogni paralizzante autorità. Seguire un'altra persona, per grandi che ne siano i meriti, impedisce di scoprire i modi di realizzarsi dell'io. Lasciarsi allettare dalle promesse di qualche prefabbricata Utopia significa rendere il proprio spirito affatto ignaro della tendenza a farsi schiavo del suo proprio desiderio di comodità, di autorità, di aiuto altrui. Il prete, il politico, l'avvocato, il militare, tutti sono là pronti ad « aiutarci », ma un simile aiuto distrugge l'intelligenza e la libertà. L'aiuto di cui abbiamo bisogno non si trova fuori di noi. Non dobbiamo invocarlo: esso giunge senza che lo si cerchi, quando ci impegnamo umilmente nel nostro lavoro, quando siamo aperti alla comprensione delle nostre prove e occorrenze quotidiane. Dobbiamo evitare la sete, conscia o inconscia, di sostegno ed incoraggiamento, giacché questa sete viene tosto appagata, e in maniera lí per lí gradevole: è bello aver qualcuno che ci incoraggi, che ci guidi, che ci pacifichi. Ma questa disposizione a rivolgerci ad altri come a guide e autorità ha ben presto dentro di noi un'azione rovinosa. Dal momento in cui dipendiamo dall'altrui guida dimentichiamo la nostra intenzione originaria, che era di destare la libertà e l'intelligenza individuali. Ogni autorità è un impedimento, ed è essenziale che l'educatore non diventi un'autorità per l'allievo. Costituire un'autorità è il risultato di un processo conscio ed inconscio insieme. L'allievo è incerto, imbarazzato, ma l'insegnante è sicuro nella sua conoscenza, forte nella ricchezza della sua esperienza. La forza e la certezza dimostrate dall'insegnante danno un senso di sicurezza all'allievo, che tende ad abbeverarsi di quella luce solare. Ma tanta confidenza non è né duratura, né meritata. Un insegnante che consciamente o inconsciamente incoraggi una tale dipendenza non potrà mai riuscire di grande aiuto per i suoi allievi. Egli può sommergerli con le sue conoscenze, abbagliarli con la sua brillante personalità, ma egli non sarà allora l'educatore che si conviene, perché quella scienza e ricchezza di esperienza costituiscono per lui una sorta di droga inebriante che gli dà sicurezza ed è la sua prigione. Finché non riuscirà a liberarsene, non potrà aiutare i suoi allievi a divenire esseri umani integrati. Per essere l'educatore che si conviene, un insegnante deve sforzarsi senza posa di liberarsi dai libri e dai laboratori, e deve cercare continuamente di evitare che gli allievi facciano di lui un modello, un ideale, un'autorità. Quando l'insegnante desidera completare se stesso nei suoi allievi, quando il loro successo è il suo, allora il suo insegnamento è una forma di autoperpetuazione, che va a detrimento della conoscenza di sé e della libertà. Il vero educatore dev'essere consapevole di tutti questi impedimenti se vuole aiutare i suoi allievi ad essere liberi rispetto non soltanto alla sua autorità, ma anche alle loro stesse aspirazioni, di cui essi sono schiavi. Disgraziatamente la maggior parte degli insegnanti, quando si presenta la necessità di comprendere un problema, non considerano l'allievo su di un piede di eguaglianza: dall'alto della loro superiorità gli danno istruzioni come ad un inferiore che sta molto al di sotto. Un siffatto rapporto non può che rafforzare un senso di paura sia nell'insegnanto che nell'allievo. Qual'è l'origine di tale ineguaglianza ? Forse il maestro teme di essere colto in fallo? Mantiene quella dignitosa distanza per salvaguardare le sue suscettibilità e la sua importanza? Questa superiore indifferenza non aiuta certo ad abbattere le barriere che separano gli individui. Dopo tutto, l'educatore e il suo allievo si aiutano a vicenda nell'educare se stessi. Ogni rapporto umano dovrebb'essere una forma di scambievole educazione, e mentre l'isolamento protettivo offerto dal sapere, dai successi, dall'ambizione genera soltanto invidia e antagonismo, l'educatore genuino deve superare questi ripari da cui è circondato. L'educatore genuino, proprio per la sua dedizione alla libertà e all'integrazione dell'indìviduo, è profondamente e veramente religioso. Egli non appartiene a nessuna setta, a nessuna religione organizzata, ed è indenne da credi e riti, che sa essere solo illusioni, fantasie, superstizioni in cui si proiettavano i desideri di chi li ha creati. Egli sa che la realtà o Dio si realizzano soltanto quando vi sia conoscenza di sé e perciò libertà. Le persone che non hanno titoli accademici sono spesso i migliori maestri, perché non chiedono di meglio che di sperimentare; non essendo specialisti hanno interesse a imparare, a capire la vita. Per il vero maestro, l'insegnamento non è una tecnica, è il suo modo di vita; come il grande artista, egli morrebbe di fame, piuttosto che abbandonare la sua opera creativa. Uno non dovrebbe fare il maestro finché non senta questo ardente desiderio di insegnare. E » estremamente importante che, a scoprire il possesso di questo dono, si giunga da soli, e non si sia indotti a insegnare solo perché è'un modo di campare la vita. Finché l'insegnamento sarà solo una professione, un mezzo di sussistenza, e non una vocazione cui ci si dedichi con entusiasmo, ci sarà necessariamente un largo spacco fra il mondo e noi: la nostra vita domestica e il nostro lavoro rimangono separati e distinti. Finché l'educazione sarà un lavoro come un altro qualunque, i conflitti e l'ostilità fra gli uomini e le classi saranno inevitabili. Vi sarà competizione crescente, perseguimento spietato di private ambizioni, consolidamento di quelle divisioni nazionali e razziali che creano gli antagonismi e le guerre senza fine. Ma se ci siamo impegnati con sicura dedizione a diventare educatori veri, non possiamo porre barriere di sorta fra la nostra vita domestica e quella scolastica, giacché dovunque ciò che ci importa è la libertà e l'intelligenza. Abbiamo egual riguardo per i figli del ricco e del povero, giacché consideriamo ciascun bambino come un individuo dotato di un suo particolare temperamento, di suoi tratti ereditari, di sue ambizioni, ecc. Non ci interessa la classe di provenienza, non se sia di famiglia potente o modesta, ci interessa soltanto la libertà e l'integrazione di quel singolo individuo. La dedizione al giusto tipo di educazione deve essere completamente volontaria. Non dev'essere il risultato di nessun genere di persuasione, né di alcuna speranza di personali vantaggi. Dev'essere indenne dalle paure generate dalla brama di successo e di affermazione. Persino l'identificarsi col successo o il fallimento di una scuola è cosa che ancora rientra nel campo delle motivazioni particolaristiche. Chi ha la vocazione di insegnare, chi considera una retta educazione come un bisogno vitale dell'individuo, non consente di essere impedito o messo da parte a causa di ambizioni, proprie o altrui, ma trova il tempo e l'opportunità, per il suo lavoro educativo, e vi si dedica senza curarsi di ricompense, onori e fama. Tutte le altre cose – famiglia, sicurezza personale, comodità – diventano allora di secondaria importanza. Se mettiamo veramente il piú serio impegno nel tentativo di diventare educatori veri, saremo completamente insoddisfatti non di un particolare sistema di educazione, ma di tutti i sistemi, perché ci renderemo conto del fatto che nessun metodo educativo può liberare l'individuo. Un metodo o un sistema lo può condizionare per un gruppo differente di valori, ma non può renderlo libero. Occorre stare in guardia anche contro il pericolo di diventar prigionieri di un proprio sistema personale, ché la nostra mente tende sempre a costruire sistemi. Avere un modello di condotta e di azione è cosa conveniente e prudente, e per questo lo spirito si rifugia nelle sue proprie formulazioni. Stare continuamente sul chi vive è seccante ed estenuante, ma per sviluppare e seguire un metodo non c'è bisogno di pensare troppo. La ripetizione e l'abitudine incoraggiano la pigrizia di spirito. Per svegliarci c'è bisogno di uno shock, che è ciò che chiamiamo problema. Noi tentiamo di risolvere un tale problema mediante le ben congegnate spiegazioni, giustificazioni e condanne, che tutte tendono a rimettere a dormire il nostro spirito. Esso è continuamente insidiato da questa forma di pigrizia, e il vero educatore non solo taglia corto con tali inclinazioni in se stesso, ma aiuta anche i suoi allievi a rendersene consapevoli. Qualcuno può chiedere: «Come si diventa veri educatori ? » Questo « come » indica chiaramente che l'interrogante non è uno spirito libero, ma è spinto dal timore, cerca dei vantaggi, dei risultati. Sperare di diventare qualcosa, sforzarsi di conseguire lo scopo vuol dire soltanto subordinare a tale scopo la nostra mente, mentre uno spirito libero studia e osserva di continuo, e finisce perciò per farsi largo fra gli ostacoli che sono poi proiezioni dei suoi timori. La libertà è all'inizio, non è qualcosa che sarà conseguita alla fine. Quando si chiede « come », già si è di fronte a difficoltà insormontabili. L'insegnante che è ansioso di dedicare la sua vita all'educazione non fa mai questa domanda, perché sa che non c'è nessun metodo con cui uno possa diventare vero educatore. Chi ha un vitale interesse per l'educazione, non cerca un metodo che gli assicuri il risultato voluto. Esiste un sistema per renderci intelligenti? Possiamo passare fra gli ingranaggi di un sistema, conseguire dei titoli, e cosí via, ma con ciò saremo educatori, o non soltanto le personificazioni di un sistema ? Chi vuole premi, chi vuol essere considerato educatore insigne, non brama altro che riconoscimenti e lodi. Sebbene l'essere apprezzato e incoraggiato possa essere talvolta cosa assai gradita, chi ne ha bisogno per mantener vivo il suo interesse finisce col trarne gli effetti che si hanno da una droga, che prima ci stimola, poi, ben presto, ci debilita. L'aspettarsi apprezzamenti e incoraggiamenti è segno d'immaturità. Per creare qualcosa di nuovo occorre solerzia e energia, e non perdersi in liti e querimonie. Chi si sente frustrato nel suo lavoro, finisce col soffrire la noia e ben presto è spossato. Chi non sente interesse per l'educazione, si guardi dal dedicarvisi. Ma perché gli insegnanti mancano cosí spesso di un vitale interesse per ciò che fanno ? Donde viene il loro senso di frustrazione? La frustrazione non deriva dal fatto che le circostanze ci costringono a fare questo o quello, deriva dal fatto che non sappiamo trovare da noi ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Nella nostra confusione, siamo spinti qua e là, ed alla fine prendiamo terra proprio in qualche luogo che non ha per noi nessuna attrattiva. Se l'insegnamento è la nostra vocazione vera, potremo sentirei temporaneamente turbati perché non vediamo una via d'uscita dallo stato di confusione in cui l'educazione oggi si trova. Ma quando giungiamo a scorgere e ad intendere le implicazioni di una retta educazione, non ci mancheranno piú l'impulso e l'entusiasmo necessari. Non è questione di volontà o di risolutezza, ma di percezione e comprensione. Chi ha la vocazione dell'insegnamento, e percepisce l'importanza di una retta educazione, non può non riuscire vero educatore. Non c'è bisogno di seguire nessun metodo. Se solo si comprende come una retta educazione sia indispensabile per conseguire la libertà e l'integrazione dell'individuo, ciò produce in noi un mutamento fondamentale. Se ci si rende conto che non può esservi pace e gioia per l'uomo senza una retta educazione, allora si dedica ad essa naturalmente tutta la propria vita e tutti i propri interessi.

L'insegnamento tende allora a rendere il fanciullo intimamente ricco, si che sappia attribuire al possessi materiali il loro giusto valore. Le cose del mondo diventano sproporzionatamente importanti per chi non possieda una tale intima ricchezza, e quest'errore di valutazione genera molteplici forme di distruzione e di miseria. Un retto insegnamento incoraggia l'allievo a trovare la sua vera vocazione e ad evitare quelle occupazioni che promuovono l'antagonismo fra uomo e uomo. Un retto insegnamento aiuta i giovani a conoscere se stessi, senza di che non c'è pace né durevole felicità. Un retto insegnamento non è autoappagamento, ma autoabnegazione. Senza un tale insegnamento giustamente orientato, si scambia l'illusione per la realtà, donde il conflitto dell'individuo con se stesso, e quindi il conflitto con altri, cioè nei rapporti sociali. Chi insegna rettamente sa che solo la conoscenza di se medesimi, e non i dogmi e i riti delle religioni organizzate, possono pacificare lo spirito, e che la creazione, la verità, Dio si realizzano solo quando l » « io » e il « mio » siano trascesi.

6. Sesso e matrimonio

Il problema delle nostre passioni e dei nostri impulsi sessuali è, come altri problemi umani, di natura complessa e difficile, e non è possibile che un educatore, che non lo abbia affrontato e non ne abbia viste le molteplici implicazioni, possa aiutare in questa materia i giovani che sta educando. Un genitore o un maestro che siano essi stessi trasportati dalla tempesta del sesso, come potrebbero guidare il bambino? Che aiuto noi potremmo dargli, se per primi non comprendiamo il significato dell'intero problema ? Il modo in cui l'educatore avvia a comprendere il sesso dipende dallo stato del suo spirito, dipende cioè dal grado di spassionato equilibrio raggiunto, o dall'ardore dei desideri che lo consumano. Ma perché il sesso rappresenta per gran parte di noi un problema cosí gravido di confusione e dì conflitti ? Perché è diventato un fattore dominante nelle nostre vite? Uno dei motivi principali è la nostra mancanza di spirito creativo, che è dovuta al fatto che tutta la nostra cultura sociale e morale, non meno che i nostri metodi educativi, sono basati sul solo sviluppo intellettuale. La soluzione del problema del sesso sta nel comprendere che la creazione non è un prodotto del funzionamento dell'intelletto. Al contrario, c'è creazione solo quando l'intelletto è in riposo. L'intelletto, la mente come tale, possono solo ripetere, riportare alla memoria il passato, pur non cessando di formare nuovi termini e di ricombinare insieme termini vecchi. Nella misura in cui molti di noi non sentono e non esperiscono che attraverso il cervello, possiamo dire che viviamo unicamente di parole e di ripetizioni meccaniche. Ciò non è ovviamente creazione; e poiché non abbiamo capacità creative, il solo mezzo di creatività che ci rimane è il sesso. Il sesso è nel nostro spirito, e ciò che è nel nostro spirito deve trovare appagamento, altrimenti si dà una frustrazione.

I nostri pensieri, le nostre vite sono lucide, aride, vuote e senza sostanza. Dal punto di vista emotivo, siamo denutriti; religiosamente e intellettualmente non facciamo che ripeterci nel modo piú sciocco; socialmente, politicamente ed economicamente siamo irreggimentati e controllati. Non siamo gente felice, non siamo vitali e gioiosi; a casa, negli affari, in chiesa, a scuola non sperimentiamo mai uno stato d'animo creativo, non proviamo mai un profondo senso di liberazione nel quotidiano pensare ed agire. Controllati e prigionieri in ogni aspetto della vita, il sesso diventa naturalmente per noi il solo varco di libertà, e ne ricerchiamo piú e piú volte l'esperienza perché essa ci offre momentaneamente quello stato di felicità e di abbandono che è possibile solo in assenza dell » « io ». Non il sesso come tale costituisce un problema, ma il desiderio di rinnovare quello stato di felicità, di realizzare e mantenere il piacere, sia sessuale che d'altro genere. Ciò che veramente cerchiamo è quell'intensa passione in cui si dimentica noi stessi, quell'identificazione con qualcosa in cui possiamo perderci completamente. Il nostro io è piccolo, meschino ed è fonte di pena, e perciò noi vogliamo, consciamente o inconsciamente, perderci in un'eccitazione individuale o collettiva, in pensieri sublimi, o in qualche rozza forma di sensazione.

Quando cerchiamo di sfuggire al nostro « io », il mezzo di evasione prescelto è cosa di molta importanza, e ne derivano penosi problemi che ci tormentano. Finché non studiamo e non penetriamo gli ostacoli che ci impediscono una vita creativa, libera dalla schiavitú dell » « io », non comprenderemo il problema del sesso. Uno degli ostacoli alla vita creativa è la paura, e la rispettabilità è una manifestazione di questa paura. Chi ci tiene alla rispettabilità, chi è moralmente legato, non conosce il significato pieno e profondo della vita. Chiuso fra le pareti delle convenienze, non vede piú in là. La sua moralità preconcetta, legata a ideali e credenze religiose, non ha niente a che fare con la realtà, e quando si rifugia dietro ad essa, vive in un mondo di pure illusioni. Ma a dispetto di questa forma di moralità compiaciuta e comoda, il « rispettabile » è anche lui un groviglio di miseria intima e di conflitti. La paura, che è il risultato del nostro desiderio di sicurezza, ci induce al conformismo, all'imitazione e alla sommissione, e perciò ci impedisce di vivere creativamente. Vivere creativamente è vivere in libertà, cioè vivere senza paura. Uno stato d'animo creativo esige che lo spirito non sia prigioniero del desiderio e delle sue gratificazioni. Solo osservando con ogni attenzione i nostri cuori e le nostre menti possiamo svelare le vie segrete dei nostri desideri. Quanto piú siamo riflessivi e affettuosi, tanto meno il desiderio domina il nostro spirito. Soltanto l'assenza di amore fa dei sensi un problema impellente. Per capire questo problema dei sensi, dobbiamo affrontarlo non da un lato soltanto, ma da diversi punti di vista: educativo, religioso, sociale e morale. I sensi hanno finito per avere l'importanza quasi esclusiva che hanno, perché noi diamo un rilievo spropositato ai valori sensibili. Libri, manifesti, cinematografo e vari altri mezzi di diffusione mettono costantemente in rilievo vari aspetti del richiamo dei sensi. Le manifestazioni politiche e religiose, il teatro ed altre forme di trattenimento, tutti ci spingono a cercare delle stimolazioni del nostro essere, sia pur a livelli ben diversi e noi ce ne compiacciamo. La sensualità viene sviluppata in ogni modo possibile, e nello stesso tempo si mantiene l'ideale della castità. Viene allora a determinarsi una situazione contraddittoria dentro di noi, ma la contraddizione stessa riesce, cosa strana, stimolante. Soltanto quando giungiamo a comprendere il meccanismo di questa ricerca dei piaceri sensibili, che costituisce una delle attività piú comuni del nostro spirito, l'eccitamento e la violenza cessano di essere una caratteristica dominante nelle nostre vite. E » perché non amiamo veramente, che il sesso e la ricerca dei piaceri del senso son diventati problemi cosi gravi. Dove c'è amore, c'è castità; ma chi cerca di essere casto, non vi riesce. La virtú si realizza solo nella libertà, e poggia sulla comprensione dell'effettiva realtà delle cose. Da giovani i nostri impulsi sessuali sono molto forti, e gran parte di noi cerca di controllare e disciplinare tali suoi desideri, perché pensa che senza qualche genere di limitazione diverremmo preda della sensualità piú rovinosa. Le religioni organizzate si preoccupano molto della moralità sessuale. Eppure esse ci permettono di perpetrare violenze ed assassinii in nome del patriottismo, di indulgere all'invidia, alla prepotenza, all'abile perseguimento del potere e del successo. Come mai esse devono essere tanto attente a questo particolare tipo di moralità, e non combattere invece lo sfruttamento, l'avidità, e la guerra ? Ciò non accade forse perché le religioni organizzate, che fanno parte di quegli aspetti del nostro ambiente che abbiamo creato noi stessi, dipendono per la loro stessa esistenza dalle nostre paure e speranze, dalle nostre invidie e dal nostro spirito particolaristico? Cosí, nel campo religioso non meno che altrove, il nostro spirito resta irretito nelle proiezioni dei nostri stessi desideri. Finché manchi una comprensione profonda di tutto il meccanismo del desiderio sensuale, non è certo la istituzione del matrimonio, cosí come oggi esiste sia in Occidente che in Oriente, che possa rispondere al problema sessuale. L'amore non si genera firmando un contratto, né si fonda su di uno scambio di piacere, né sulla mutua sicurezza e comodità. Tutto ciò appartiene alla mente, ed è per questo che occupa un posto cosí piccolo nella nostra vita. L'amore non è cosa della mente, esso è completamente indipendente dal pensiero in quanto capace di abili calcoli, di richieste e reazioni autoprotettive. Quando c'è amore, il sesso non è mai un problema – il problema è creato dalla mancanza di amore. Gli ostacoli e le scappatoie posti dalla nostra mente, e non il sesso o alcun » altra specifica questione, costituiscono il problema. E » perciò di somma importanza comprendere il processo della mente, le sue attrazioni e repulsioni, le sue risposte alla visione del bello e a quella del brutto. Dovremmo osservare noi stessi, farci consapevoli di come guardiamo la gente, gli uomini e le donne. Dovremmo renderci conto del fatto che le famiglie diventano centri di particolarismo e di attività antisociali quando diventano un mezzo di autoperpetuazione, che promuove il senso della nostra personale importanza. Quando la famiglia e la proprietà s'incentrano sull » « io « e sulle sue meschine brame e ambizioni, diventano strumenti di potenza e di dominio, sorgenti di conflitto fra l » individuo e la società. In tutti questi problemi umani la difficoltà è che noi stessi, i nostri genitori e i nostri insegnanti, soffriamo di una noia senza speranza, siamo confusi ed inquieti. La vita ci pesa, e vorremmo essere confortati ed amati. Poveri e sprovvisti come siamo, come possiamo sperare di dare ai fanciulli una retta educazione? Ecco perché il problema piú grave non riguarda l'allievo, ma l'educatore. Bisogna purificare i nostri cuori e le nostre menti per esser capaci di educare gli altri. Quando lo stesso educatore è un essere confuso, deformato, perduto nel labirinto dei suoi propri desideri, come può comunicare la saggezza o tracciare la diritta via ad un altro ? Ma noi non siamo macchine i cui guasti possano venir individuati e riparati dagli esperti; noi siamo il risultato di una lunga serie di influenze e di occorrenze, ed è compito di ciascuno quello di scoprire e di comprendere la confusione della sua propria natura.

7. Arte, Bellezza e creazione

Noi tentiamo, per lo piú, di sfuggire a noi stessi, e poiché l'arte offre un mezzo facile e rispettabile di farlo, essa ha una parte importante nella vita di molta gente. Il desiderio di dimenticare se stessi spinge alcuni verso l'arte, induce altri all'alcool, di altri ancora fa dei seguaci di misteriose e fantastiche dottrine religiose. Quando, consciamente o inconsciamente, usiamo qualcosa per sfuggire a noi stessi, ciò diventa presto un vizio ineliminabile. Quando si giunge a dipendere da una persona, da un'opera di poesia, o da un'altra cosa qualsiasi, come da mezzi necessari per sollevarci sopra le nostre pene e ansietà, ciò alla lunga, dopo aver costituito un momentaneo arricchimento, crea soltanto ulteriori conflitti e contraddizioni nella nostra vita. Uno stato d'animo creativo non può esistere dove vi sia conflitto, e una retta educazione dovrebbe perciò aiutare l'individuo ad affrontare i suoi problemi e non già magnificarli le vie dell'evasione, dovrebbe aiutarlo a comprendere e a eliminare i conflitti, giacché allora soltanto questo stato d'animo creativo può prodursi. L'arte staccata dalla vita non ha grande significato. Quando l'arte è separata dal vivere quotidiano, quando c'è un abisso fra la nostra vita istintiva ed i nostri sforzi sulla tela, o i nostri tentativi di espressione plastica o letteraria, allora l'arte diviene unicamente un'espressione del nostro superficiale desiderio di evasione dalla realtà della nostra esistenza. Valicare quest'abisso è molto difficile, specialmente per coloro che hanno buone doti e sono tecnicamente abili. Eppure soltanto quando quel distacco sia colmato, la nostra vita si fa integrata e l'arte espressione integrale di noi stessi. Fra le capacità della mente c'è quella di creare illusioni. Cercare l'ispirazione senza intenderne l'intimo funzionamento, è un invito all'illusione che ci inganna. L'ispirazione si realizza quando siamo aperti ad essa; non quando la corteggiamo. Il tentativo di raggiungere l'ispirazione tramite qualche genere di stimolo estrinseco produce delusioni varie e ripetute. Finché non siamo consapevoli del significato dell'esistenza, le doti di bravura o abilità danno rilievo e importanza all » « io » e al suoi desideri. Esse tendono a rendere l'individuo egocentrico e chiuso in sé, persuaso di essere un'entità a parte, un essere superiore, col risultato che si troverà ad affrontare mali e lotte e dolori senza fine. L » « io » è un fascio di molti elementi che si contrastano. 2 il campo di lotta di desideri in conflitto, il centro di un perenne contrasto fra il « mio » e il « non-mio ». Finché noi diamo importanza alla nostra persona particolare, all » « io » e al « mio », ci sarà crescente conflitto in noi stessi e nel mondo. Un vero artista è al di sopra di ogni vanità ed ambizione personali. Possedere una brillante capacità di espressione, ed essere tuttavia irretito nelle mondanità, rende la vita contraddittoria e agitata. La lode e l'adulazione, prese sul serio, gonfiano il nostro orgoglio e distruggono la ricettività, e il culto del successo è in ogni campo di detrimento all'intelligenza. Ogni tendenza o talento che porti all'isolamento, ogni forma di autoidentificazione, per stimolante che possa essere, deforma l'espressione della sensibilità e porta ad attutire la sensibilità stessa. Essa si fa sorda quando diventa personalistica, quando attribuisce importanza all » « io » e al « rnio': io dipingo, io scrivo, io invento. Soltanto quando ci facciamo consapevoli di ogni moto dei nostri pensieri e sentimenti in rapporto alle altre persone, alle cose e alla natura, la mente si apre, si fa agile e indenne da esigenze e sforzi autoprotettivi. Soltanto allora si afferma la sensibilità genuina per il bello e il brutto, senza piú remore personalistiche. La sensibilità al bello e al brutto non si consegue con l'attaccamento, ma con l'amore che fiorisce in assenza di conflitti da noi stessi creati. Se siamo poveri intimamente, indulgiamo ad ogni forma di pompa esterna, che dimostri ricchezza o potenza. Se i nostri cuori sono vuoti, ci diamo a raccogliere cose. Ci circondiamo allora, se possiamo, di oggetti che consideriamo belli, e poiché annettiamo loro enorme importanza, ci rendiamo responsabili della miseria e della distruzione. Lo spirito di acquisizione non è amore della bellezza, ma nasce dal desiderio di sicurezza. Essere sicuri significa essere insensibili. Il desiderio di sicurezza crea la paura, e dà inizio ad un processo di isolamento che crea resistenti muraglie intorno a noi, e ci impedisce di rimanere sensibili. Un oggetto, per bello che possa essere, perde presto il suo fascino su di noi. Ci abituiamo ad esso, e ciò che prima costituiva una gioia al solo sguardo, diventa qualcosa di vuoto ed opaco. La sua bellezza sussiste, ma noi non siamo aperti ad essa, perché è stata come assorbita nella monotonia della nostra esistenza quotidiana. Poiché i nostri cuori si sono seccati ed abbiamo dimenticato la benevolenza, e non sappiamo piú guardare le stelle, gli alberi, i riflessi delle cose sull'acqua, noi abbiamo bisogno dello stimolo di quadri e gioielli e libri e continui trattenimenti. Cerchiamo continuamente nuovi eccitamenti, nuovi brividi, desideriamo una sempre maggior varietà di sensazioni. Questo desiderio e il suo soddisfacimento rendono lo spirito tardo ed opaco. Finché cerchiamo la sensazione, le cose che chiamiamo belle e brutte hanno un significato molto superficiale. Gioia duratura c'è soltanto quando siamo capaci di porci di fronte alle cose con occhi nuovi, il che non è possibile finché siamo schiavi dei nostri desideri. La sete di sensazioni e di piacere ci impedisce di esperire ciò che è sempre nuovo. Le sensazioni si possono comperare, ma non si può comperare l'amore della bellezza. Quando ci facciamo consapevoli di quanto le nostre menti e i nostri cuori siano vuoti senza per questo evadere alla ricerca di stimoli e sensazioni di qualunque genere, quando ci apriamo completamente fino alla piena disponibilità e sensibilità, solo allora può esservi creazione, solo allora troveremo la gioia creativa. Coltivare l'esteriorità senza comprendere l'intimità porta inevitabilmente a rafforzare quegli pseudovalori che portano lutto e distruzione fra gli uomini. Imparare una tecnica può procurarci un buon impiego, ma non può renderci creativi. Invece, quando vi siano gioia e ardore creativi, ognuno troverà una maniera di esprimersi senza bisogno di studiare un metodo di espressione. Se uno sente veramente il bisogno di scrivere dei versi, li scriverà, e se ne possiede anche la tecnica, tanto meglio. Ma perché dar tanta importanza a ciò che non è che un mezzo di comunicazione, quando non si ha niente da dire? Quando invece il nostro cuore è pieno d'amore, non ci mettiamo certo a cercare un metodo per mettere assieme le parole. I grandi artisti e i grandi scrittori possono essere dei creatori, ma noi non lo siamo, noi siamo semplici spettatori. Leggiamo un gran numero di libri, ascoltiamo magnifica musica, ammiriamo opere d'arte, ma non abbiamo mai diretta esperienza del sublime. La nostra esperienza si compie sempre attraverso una poesia, una pittura, o la personalità di un santo. Per cantare dobbiamo avere una canzone nel cuore; se non l'abbiamo, cerchiamo un cantante. Senza, un intermediario ci sentiamo perduti; ma dobbiamo essere perduti prima che ci sia dato di scoprire alcunché. La scoperta è l'inizio della creatività, e senza creatività, qualunque cosa si faccia, non c'è pace e gioia per l'uomo. Noi crediamo che saremo capaci di vivere felicemente, creativamente, se impareremo un metodo, una tecnica, uno stile. Ma la gioia creativa si realizza soltanto quando vi sia intima ricchezza, non la si può mai conseguire con l'aiuto di un sistema. Perfezionare noi stessi, come un altro modo di dar sicurezza all » « io » e al « mio », non è opera creativa, non è amore di bellezza. La creatività si realizza solo nella piena e costante consapevolezza dei processi dello spirito e degli impedimenti che esso stesso si pone. La libertà creativa si genera dalla conoscenza di sé, ma la conoscenza di sé non è una dote naturale. Si può essere creativi senza aver nessun particolare talento. La creatività è uno stato dell'essere in cui i conflitti e le pene sono assenti, uno stato in cui lo spirito non è prigioniero delle esigenze e dell'agitazione dei desideri. Essere creativo non significa semplicemente produrre poesie, o statue, o bambini, ma piuttosto conseguire quello stato di spirito in cui si realizza la verità. La verità emerge quando il pensiero è completamente in quiete, e il pensiero è in quiete quando, l » « io » è assente, quando lo spirito ha cessato di agitarsi, cioè quando non è piú prigioniero dei suoi desideri. Quando questa quiete totale si realizza senza intervento o addestramento esterni, quando c'è silenzio nel nostro spirito perché l » « io » è inattivo, allora c'è creazione. L'amore della bellezza può esprimersi in un canto, in un sorriso, o nel silenzio. Ma gran parte di noi non prova inclinazione alcuna a starsene in silenzio. Non abbiamo tempo per osservare gli uccelli e le nuvole che passano, perché siamo troppo occupati con i nostri progetti e con i nostri piaceri. Ma se non c'è bellezza nei nostri cuori, come potremo aiutare i nostri figli ad essere desti e sensibili ? Cerchiamo di farci sensibili alla bellezza rifuggendo dal brutto, ma rifuggire dal brutto è proprio un modo di rendersi insensibili. Se vogliamo sviluppare la sensibilità nei giovani, dobbiamo farei noi stessi sensibili tanto al bello quanto al brutto, e dobbiamo cogliere ogni occasione per suscitare in loro la gioia che è nel contemplare non solo la bellezza creata dall'uomo, ma anche la bellezza della natura.

Finito di stampare nella Tipocalcografia Classica

Via Mannelli, 29 r. – Firenze

il 12 Dicembre 1958

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