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La domanda impossibile

Jiddu Krishnamurti
La domanda impossibile

L'atto di guardare

“Se siete veramente seri, allora quando guardate il vecchio impulso scompare”

In un mondo sommerso da confusione e violenza in cui esiste ogni forma di rivolta e migliaia di giustificazioni per queste rivolte, si spera che ci possano essere una riforma sociale, realtà diverse e maggiore libertà per l'uomo. In ogni paese, in ogni regione, sotto la bandiera della pace, cova la violenza; nel nome della verità si nasconde lo sfruttamento, la miseria, milioni di persone muoiono di fame; grandi tirannie esercitano l'oppressione e c'è profonda ingiustizia sociale. Ci sono guerra, coscrizione e tentativo di sfuggirla: un'enorme confusione e una violenza terribile; l'odio è giustificato; l'evasione in ogni suo aspetto è accettata come norma di vita. Quando si diventa consapevoli di tutto ciò, si resta confusi, incerti su cosa fare, cosa pensare, che posizione assumere. Cosa bisogna fare? Unirsi agli attivisti o rifugiarsi in qualche forma di isolamento interiore? Ritornare alle vecchie idee religiose? Formare una nuova setta, o continuare con i propri pregiudizi e le proprie inclinazioni? Una volta che si sia visto tutto ciò si desidera naturalmente sapere che cosa bisogna fare, pensare, come vivere una vita diversa. Se durante queste discussioni troveremo una luce dentro di noi, un modo di vivere in cui non ci sia violenza alcuna, un modo di vivere che sia del tutto religioso e quindi privo di paura, una vita intimamente stabile, che non possa essere toccata dagli eventi esteriori, allora io credo che saranno veramente utili. Possiamo dedicare attenzione completa e sensibile all'argomento delle nostre conversazioni? Lavoriamo insieme per scoprire come vivere in pace. Non è che l'oratore vi dica cosa fare o cosa pensare – egli non ha autorità, non ha ‘filosofia ». C'è la difficoltà che il nostro cervello funziona secondo vecchi schemi, come un disco che suona lo stesso motivo in continuazione. Mentre il rumore di quel motivo, di quello schema, va avanti, non si è in grado di ascoltare niente di nuovo. Il cervello è stato condizionato a pensare in un determinato modo, a reagire secondo la nostra cultura, la nostra tradizione ed educazione; a questo punto sorge la difficoltà. Un discorso inciso su un nastro può essere cancellato e ricominciato; sfortunatamente l'incisione sul nastro del cervello è stata impressa per un periodo così lungo che è molto difficile cancellarla e ricominciarla. Ripetiamo lo stesso modello, le stesse idee e le stesse abitudini fisiche, ancora e ancora, e così non possiamo impadronirci di niente di fresco. Io vi assicuro che si può mettere da parte il vecchio nastro, il vecchio modo di pensare, di sentire, di reagire, le innumerevoli abitudini che si hanno. Lo si può fare se si presta veramente attenzione. Se ciò che si ascolta è qualcosa di estremamente serio, tremendamente importante, allora si è obbligati ad ascoltare dimodoché proprio l'atto di ascoltare cancellerà tutto ciò che è vecchio. Provate – o piuttosto fatelo. Tutto ciò vi interessa profondamente, altrimenti non sareste qua. Ascoltate con piena attenzione, così che proprio nell'atto di ascoltare i vecchi ricordi, le vecchie abitudini, la tradizione che si è accumulata, tutto sarà cancellato. Bisogna essere seri quando si ha di fronte il caos del mondo, l'incertezza, la guerra e la distruzione, per cui ogni valore è stato rigettato in una società che è in ogni suo aspetto permissiva, sessualmente ed economicamente. Non vi è moralità, né religione, è stato tutto buttato via; dobbiamo essere profondamente e completamente seri; se avete questa serietà in cuore, allora ascolterete. Dipende da voi, non dall'oratore se sarete sufficientemente seri da ascoltare in modo così completo che potrete scoprire da voi una luce non estinguibile, un modo di vivere che non dipende da alcuna idea, da alcuna circostanza, un modo di vivere sempre libero, nuovo, giovane, vitale. Se avete una mente che vuole scoprire ad ogni costo, allora voi e l'oratore potete lavorare insieme e ottenere questa strana cosa che risolverà tutti i nostri problemi – siano essi i problemi della monotonia quotidiana della vita o problemi di natura molto più seria. Dunque come dobbiamo affrontare la questione? Mi sembra che ci sia una sola strada, cioè: giungere al positivo partendo dal negativo; comprendendo ciò che non è, scoprire ciò che è. Vedere ciò che uno realmente è e andare al di là. Cominciate guardando il mondo e tutti i suoi eventi, tutte le cose che succedono; vedete se vi sia o no una certa divisione nel vostro rapporto con il resto del mondo. Si può guardare agli eventi del mondo come se essi non ci riguardassero in quanto individui, e tuttavia tentare di regolarli, tentare di fare qualcosa. In questo modo, c'è una divisione tra noi e il mondo. Si può anche guardare così: con una propria esperienza e conoscenza, con le proprie particolari idiosincrasie, i propri pregiudizi eccetera; ma ciò significa guardare come enti separati dal resto del mondo. Bisogna scoprire come guardare in modo da riuscire a vedere tutte le cose che accadono all'esterno e all'interno di noi come un processo unitario, un movimento totale. O si guarda il mondo da un particolare punto di vista – prendendo una posizione a parole, oppure ideologicamente impegnata in una particolare azione e quindi isolata da tutto il resto o si guarda l'intero fenomeno come un processo vivente, in movimento, un movimento totale di cui si è parte e dal quale non si è distaccati. Ciò che noi siamo – il risultato della cultura, della religione, dell'educazione, della propaganda, del clima, del cibo – è il mondo e il mondo è noi. Si può vedere la cosa nella sua totalità e non solo quello che si deve fare nei suoi riguardi? Sentiamo l'interezza dell'umanità? Non si tratta di identificarsi con il mondo, poiché noi siamo il mondo. La guerra deriva da noi stessi. La violenza, il pregiudizio, la terribile brutalità esistente, è parte di noi stessi. Dipende quindi da come voi osservate questo fenomeno, sia interiormente che esteriormente, ed anche da quanto seri siete. Se siete veramente seri, allora quando osservate, il vecchio impulso – la ripetizione di vecchi schemi, di vecchi modi di pensare, di vivere e di agire – finisce. Siete abbastanza seri da voler scoprire un sistema di vita in cui non esista tutto questo scompiglio, questa miseria e questo dolore? Per molti di noi la difficoltà sta nel liberarsi dei vecchi schemi di pensiero: “Io sono qualcosa”, “Voglio realizzarmi”, “Voglio diventare”, “Credo nelle mie opinioni”, “Questo è il modo”, “Appartengo a questa particolare setta”. Nel momento in cui prendete una posizione vi distaccate e diventate di conseguenza incapaci di osservare il processo totale. Fino a che ci sarà frammentazione nella vita, sia esteriormente che interiormente ci dovranno essere confusione e guerra. Per favore cercate di capirlo con tutto il cuore. Pensate alla guerra che ha luogo nel Medio Oriente. Ne siete a conoscenza; vi sono quantità di libri scritti per darne spiegazione. Siamo prigionieri delle spiegazioni – come se le spiegazioni potessero mai risolvere qualcosa. È essenziale comprendere che non bisogna lasciarsi intrappolare dalle spiegazioni, e non ha la minima importanza chi sia a darle. Quando vedete “ciò che è” non occorre alcuna spiegazione; l'uomo che non vede “ciò che è” è perso nelle spiegazioni. Per favore cercate di capirlo; comprendetelo nell'essenza in modo da non restare più prigionieri delle parole. In India è usanza spiegare ogni cosa secondo il libro sacro, la Gita; migliaia e migliaia di persone danno retta a quelle spiegazioni che chiariscono loro come debbono vivere, cosa debbono fare, come Dio sia questo o quello – ascoltano incantati e continuano a vivere la loro vita di tutti i giorni. Le spiegazioni vi rendono ciechi, vi impediscono di vedere realmente “ciò che è”. È di vitale importanza che scopriate da voi come guardare il problema dell'esistenza. Forse lo fate partendo da una spiegazione, da un particolare punto di vista, o lo fate in modo non-frammentano? Scopritelo. Andate a fare una passeggiata da soli e scopritelo, mettetevi con tutto il cuore a cercare di scoprire in che modo osservate tutti questi fenomeni. Poi potremo decifrare insieme i dettagli; poi potremo entrare nei dettagli più infiniti per scoprire, per comprendere. Ma prima che noi si possa farlo dovete essere certi di essere liberi dalla frammentazione, di non essere più un Inglese, un Americano, un Ebreo – mi seguite? – dovete essere certi di essere liberi dal condizionamento di una particolare religione o cultura, da cui dipendono le vostre esperienze che altro non fanno se non condurvi a un ulteriore condizionamento. Osservate l'intero movimento della vita come una cosa sola; vi è una grande bellezza in ciò e immense possibilità; allora l'azione si fa straordinariamente completa e c'è libertà. E bisogna che una mente sia libera per scoprire cosa sia la realtà, non una realtà inventata o immaginata. Deve esserci libertà totale in cui non ci sia frammentazione. Ciò può avvenire se voi siete realmente seri – non seguendo qualcuno che dice “questo è il modo per essere seri”; disfatevi di tutto ciò, non date retta. Scoprite da soli, non importa se siete vecchi o giovani. Vorreste farmi qualche domanda? Prima di farne, vedete di capire perché le fate e da chi vi aspettate la risposta. Nel fare le domande vi ritenete soddisfatti solamente della spiegazione che può essere contenuta nella risposta? Se uno fa una domanda – e bisogna indagare su ogni cosa – la sta facendo proprio perché nel porre la domanda si comincia ad indagare e quindi ad avere qualcosa in comune, a muoversi, a fare insieme esperienze e a creare?

Interrogante: Mettiamo che qualcuno, per esempio un pazzo, in libertà, vada uccidendo persone, e c'è qualcuno che ha la possibilità di fermarlo uccidendolo, che cosa bisognerebbe fare?

Krishnamurti: Allora uccidiamo tutti i presidenti, tutti i governanti, tutti i tiranni, tutti i vicini, e voi stessi! (risa) No, no, non ridete. Siamo parte di tutto ciò. Abbiamo tutti contribuito con la nostra personale violenza allo stato in cui si trova il mondo. Non lo comprendiamo chiaramente. Pensiamo che sbarazzandoci di un pò di persone e sbarazzandoci dell'ordine costituito riusciremo a risolvere il problema. Tutte le rivoluzioni fisiche si sono basate su questo principio, quella francese, quella comunista, eccetera, e sono andate a finire nella burocrazia e nella tirannia. E dunque amici miei, generare un diverso sistema di vita vuol dire generarlo non per mezzo degli altri ma da noi stessi; poiché l'“altro” è noi stessi, non esiste “noi” e “loro”, c'è solamente il “noi”. Se si riesce veramente a comprenderlo, non a parole, non intellettualmente, ma con il cuore, allora si potrà vedere che ci può essere un'azione totale avente risultati di genere completamente diverso, allora ci sarà una nuova struttura sociale, non lo sbarazzarsi di un ordine costituito per crearne un altro. Bisogna avere la pazienza di indagare; i giovani non ce l'hanno, essi vogliono risultati immediati – caffè istantaneo, thè istantaneo, meditazione istantanea – il che significa che non hanno mai capito l'intero processo della vita. Se si comprende la totalità della vita vi è un'azione che è istantanea, che è del tutto diversa dall'azione istantanea dettata dall'impazienza. Guardate, guardate cosa avviene in America, rivolte razziali, povertà, ghetti, istruzione senza senso – guardate la divisione che regna in Europa e quanto tempo ci vuole per creare una Europa Federata. E guardate cosa succede in India, in Asia, in Russia e in Cina. Quando si osserva tutto ciò e le varie divisioni della religione, vi è una sola risposta, una sola azione, una azione totale, non un'azione parziale o frammentaria. Quell'azione totale non consiste nell'uccidere qualcun altro ma nel vedere le divisioni che hanno generato la distruzione dell'uomo. Quando lo si è compreso veramente in modo serio e sensibile, allora ci sarà un'azione del tutto diversa.

Interrogante: Ma consideriamo qualcuno che sia nato in un paese in cui vi sia una tirannia tale che egli ne è del tutto soffocato, non avendo alcuna possibilità di agire – credo che molte persone qui non possono neppure immaginarselo – egli è nato in questa situazione e così anche i suoi genitori, cosa ha dunque fatto per creare il caos di questo mondo?

Krishnamurti: Con molte probabilità non ha fatto niente. Che cosa può aver fatto un poveraccio che vive nelle regioni selvagge dell'India o in un piccolo villaggio dell'Africa o in una piccola ridente vallata, senza sapere niente di quello che succede nel resto del mondo? In che modo ha egli contribuito a questa mostruosa struttura? Con molte probabilità non ha fatto niente – poveraccio, che cosa può fare?

Interrogante: Che cosa vuoi dire essere seri? Io credo di non esserlo.

Krishnamurti: Scopriamolo insieme. Cosa vuol dire essere seri – tali da dedicarsi completamente a qualcosa, a una vocazione, tanto da volerla approfondire fino in fondo. Non ne sto dando una definizione, non accettate definizioni. Voler scoprire come vivere una vita del tutto diversa, una vita che non sia violenta, in cui ci sia completa libertà interiore; volere scoprire e dedicare a questo scopo tempo, energia, pensiero, tutto. Una persona che agisse in tal modo sarebbe una persona seria. Egli non sarà facilmente distratto – potrà divertirsi, ma la sua strada è stabilita. Questo non vuol dire che sia un ostinato o un dogmatico, che non voglia adattarsi. Ascolterà gli altri, considererà, esaminerà, osserverà. Nella sua serietà potrebbe diventare egocentrico. E proprio quell'egocentrismo gli impedirebbe di esaminare; ma egli sente l'esigenza di ascoltare gli altri, di esaminare, di porre continui quesiti, il che significa che deve essere altamente sensibile. Deve scoprire come e a chi dare ascolto, così egli ascolta sempre, cerca, indaga; va scoprendo con un cervello sensibile, una mente sensibile, un cuore sensibile – non sono cose separate – egli indaga con la totalità e la sensibilità di essi. Scoprite se il corpo è sensibile; siate consapevoli dei suoi gesti, delle sue particolari abitudini. Non potete essere fisicamente sensibili se mangiate troppo, né potete diventarlo morendo di fame o digiunando. Bisogna aver cura di quello che si mangia, bisogna avere un cervello sensibile; cioè un cervello che non funzioni secondo delle abitudini, inseguendo i suoi piccoli piaceri, sessuali o di altra natura.

Interrogante: Ci avete detto di non dar retta alle spiegazioni. Che differenza c'è tra i vostri discorsi e le spiegazioni?

Krishnamurti: Cosa pensate? Che vi sia qualche differenza o che questo sia uno dei soliti sproloqui?

Interrogante: Le parole sono sempre parole.

Krishnamurti: Noi spieghiamo, dando la descrizione della causa e dell'effetto, dicendo ad esempio: l'uomo ha ereditato la brutalità dagli animali. Alcuni hanno posto in rilievo questo punto; ma se nel metterlo in rilievo cessate di essere violenti; non c'è forse qualche differenza? Quel che si richiede è l'azione; ma l'azione potrà scaturire dalle spiegazioni? dalle parole? O piuttosto questa azione totale viene generata solamente quando siete abbastanza sensibili da osservare l'intero movimento della vita, la sua interezza? Cosa stiamo cercando di fare qua? Fornire spiegazioni del “perché” e le cause del “perché”? O stiamo piuttosto cercando di vivere in modo tale che la nostra vita non si basi sulle parole ma sulla scoperta di ciò che realmente è – che non dipende dalle parole. Tra le due cose c'è una grande differenza – nonostante io metta in rilievo il fatto. È un pò come un uomo che ha fame; potete spiegargli la natura e il sapore del cibo, mostrargli il menu, pietanze in mostra nelle vetrine. Ma quello che lui vuole è il cibo in se stesso; e le spiegazioni non glielo danno. Qui sta la differenza.

Libertà

“Dipendere da qualsiasi forma di immaginazione, di fantasia o di cognizione soggettiva, genera paura e distrugge la libertà”

Molte sono le cose di cui dobbiamo discutere, ma come primo punto, mi sembra, dovremmo considerare a fondo cosa sia la libertà. Quando non si sia compreso cosa sia la libertà, non solamente quella esterna ma soprattutto quella interiore, in modo profondo e serio – e non semplicemente come un fatto intellettuale, ma come cosa realmente sentita – qualsiasi argomento di cui si parlasse avrebbe pochissimo valore. L'altro giorno trattavamo della natura della mente. È la mente seria che vive realmente e si gode la vita – non la mente che si limita a cercare svago, soddisfazione e appagamento. La libertà implica la totale rinunzia e il rifiuto di ogni autorità psicologica interiore. I giovani credono che la libertà stia tutta nello sputare in faccia al poliziotto, nel fare ciò che vogliono. Ma il rifiuto dell'autorità esterna non vuol dire anche completa libertà da ogni autorità interiore, psicologica. Quando comprendiamo l'autorità interiore la mente e il cuore sono interamente e completamente liberi; allora potremo capire l'azione esterna della libertà. L'azione esterna della libertà dipende interamente da una mente libera da autorità interiori. Questo richiede una molto paziente indagine e riflessione. È questione di primaria importanza; se lo si capisce allora ci si accosta ad altri fatti riguardanti la vita e il vivere quotidiano con una mente di qualità del tutto diversa. Secondo il vocabolario il significato della parola “autorità” è: “chi dà vita a un'idea originale”, “l'autore di qualcosa che sia interamente nuovo”. Costui stabilisce un modello, un sistema basato su una sua ideazione; altri la seguiranno, ne saranno in qualche modo appagati. Oppure dà inizio a un tipo di vita religioso che altri seguiranno ciecamente. Così i modelli, o i sistemi di vita o di comportamento vengono stabiliti, politicamente o psicologicamente, esteriormente e interiormente. La mente, che è di solito pigra e indolente, trova facile seguire quello che qualcun altro ha detto. Il seguace accetta l'“autorità” come mezzo per ottenere ciò che viene promesso da un particolare sistema filosofico o di pensiero; egli vi si aggrappa, ne dipende e quindi ne rafforza l'“autorità”. Un seguace dunque, è un uomo di seconda mano; e la maggior parte della gente è del tutto di seconda mano. Possono credere di avere qualche idea originale sulla pittura o sulla letteratura o su altro, ma nell'essenza, dal momento che sono condizionati a seguire, a imitare, ad adeguarsi, sono diventati esseri di seconda mano, assurdi. Questo è un aspetto della natura distruttiva dell'autorità. Come esseri umani, seguite psicologicamente qualcuno? Non parliamo dell'obbedienza esteriore, del seguire le leggi – ma interiormente, psicologicamente, seguite? Se lo fate allora siete essenzialmente di seconda mano; potete fare ottimi lavori, condurre una buona vita, ma tutto ciò ha pochissimo valore. C'è anche l'autorità della tradizione. Tradizione significa: “trasportare dal passato al presente” – tradizione religiosa, familiare, razziale. E c'è la tradizione della memoria. È facile vedere che seguire la tradizione a certi livelli ha un valore, ad altri livelli non ne ha affatto. Le buone maniere, la cortesia, il riguardo scaturiti dalla prontezza di una mente che stia osservando, possono diventare gradualmente tradizione; una volta istituito un modello, la mente lo ripete. Si apre la porta a qualcuno, si è puntuali ai pasti, eccetera. Ma tutto si è trasformato in tradizione e non scaturisce più dalla prontezza, dall'acutezza e dalla chiarezza. La mente che abbia coltivato la memoria, agisce in base alla tradizione come un computer – ripetendo ancora e ancora. Non può mai ricevere alcunché di nuovo, o ascoltare in modo del tutto diverso. I nostri cervelli sono come registratori: certi ricordi sono stati coltivati per secoli e continuiamo a ripeterli. È difficile che attraverso il rumore di quella ripetizione si possa giungere a sentire qualcosa di nuovo. Così ci si chiede: “Che debbo fare?”, “Come posso sbarazzarmi del vecchio meccanismo, del vecchio nastro?”. Si può sentire il nuovo solo quando il vecchio nastro taccia del tutto senza sforzo, quando si è seri nell'ascoltare, nello scoprire, e si può dare tutta la propria attenzione. C'è dunque l'autorità di qualcosa da cui dipendiamo, l'autorità della tradizione, delle esperienze passate, come la memoria o la conoscenza. C'è l'autorità dell'esperienza immediata, che viene riconosciuta dalla conoscenza accumulata nel passato; ed essendo riconosciuta non è più una cosa nuova. Come può un cervello, una mente così condizionata dall'autorità, dall'imitazione, dal conformismo, dall'adattamento, ascoltare qualcosa di totalmente nuovo? Come si può vedere la bellezza di una giornata se la mente, il cuore, il cervello sono offuscati dal passato che ha acquistato tanta autorità? Se si può realmente percepire il fatto che la mente è oppressa dal passato e condizionata da varie forme di autorità, che non è libera e quindi è incapace di vedere in modo completo, allora senza sforzo il passato viene eliminato. La libertà implica la totale scomparsa di ogni autorità interiore. Da questa qualità della mente deriva una libertà esteriore – qualcosa di totalmente diverso dal reagire opponendosi o resistendo. Ciò di cui parliamo è veramente semplice ed è a causa della sua semplicità che non capirete. La mente, il cervello, sono condizionati dall'autorità, dall'imitazione e dal conformismo – questo è il fatto. La mente libera non ha alcun tipo di autorità interiore; sa cosa significhi amare e meditare. Quando si comprende la libertà si comprende anche cosa sia la disciplina. E questo può sembrare piuttosto contraddittorio poiché generalmente pensiamo che libertà significhi libertà da ogni disciplina. Qual è la qualità di una mente altamente disciplinata? La libertà non può esistere senza la disciplina; il che non significa che prima dovete essere disciplinato e poi avrete la libertà. Libertà e disciplina vanno insieme, non sono cose separate. Cosa significa dunque “disciplina”? Secondo il vocabolario il significato della parola “disciplina” è “imparare” – non una mente che si costringe a seguire un certo modello di azione secondo un'ideologia o una fede. Una mente capace di imparare è del tutto diversa da un'altra capace solo di conformarsi. Una mente che impari, che osservi, che veda effettivamente “ciò che è”, non interpreta “ciò che è” secondo i propri desideri, il proprio condizionamento, i propri particolari piaceri. Disciplina non vuol dire repressione e controllo, e non è neppure adattamento ad un modello o a un'ideologia; significa che una mente vede “ciò che è” e impara da “ciò che è”. Una simile mente deve essere straordinariamente sveglia, consapevole. Nell'accezione comune “disciplinarsi” implica la presenza di un'entità che disciplini se stessa in base all'autorità di qualcosa. È un processo dualistico: dico a me stesso: “la mattina devo alzarmi presto e non essere pigro”, oppure “non devo arrabbiarmi”. Ciò comporta un processo dualistico. Con la propria volontà si tenta di controllare ciò che si dovrebbe fare, come opposto a ciò che realmente si fa. In questa situazione c'è conflitto. La disciplina imposta dai genitori, dalla società, dalle organizzazioni religiose significa conformismo. E vi è anche una ribellione contro questo conformismo – il desiderio dei genitori che si facciano certe cose, la ribellione contro di ciò, eccetera. È una vita basata sull'obbedienza e il conformismo; e c'è anche l'opposto di essa, rifiutare il conformismo e fare ciò che ci piace. Noi, dunque, scopriremo qual è la mente che non accetta il conformismo, che non imita, non segue né obbedisce, e tuttavia ha in sé una qualità altamente disciplinata – “disciplinata” nel senso che essa continuamente impara. Disciplina è imparare, non conformarsi. Il conformismo comporta il paragonarsi agli altri, misurare se stesso secondo cosa si è o si crede di essere con l'eroe, il santo, e così via. Dove ci sia conformismo deve esserci paragone – per favore comprendete questo punto. Scoprite se siete in grado di vivere senza far paragoni, cioè senza conformarvi. Sin dall'infanzia siamo condizionati a far paragoni: “Devi essere come tuo fratello, o come la tua prozia”; “Devi essere simile ai santi”, oppure “Segui Mao”. Nel corso della nostra educazione ci abituiamo a far paragoni, nelle scuole si assegnano voti e si fanno esami. Non sappiamo cosa voglia dire vivere senza far paragoni e senza essere competitivi, e quindi vivere in modo non aggressivo, non competitivo, non violento. Paragonare se stesso ad un altro è una forma di aggressività e di violenza. Violenza non è solo uccidere o percuotere qualcuno, essa risiede proprio nell'essenza del paragone, “Devo essere come qualcun altro”, oppure “Devo migliorarmi”. Il perfezionamento di se stessi è proprio l'antitesi della libertà e dell'imparare. Scoprite da soli come vivere una vita priva di paragoni, e vedrete avvenire una cosa meravigliosa. Se diventerete realmente consapevoli, senza possibilità di alternative, comprenderete cosa vuol dire vivere senza far paragoni, senza mai usare la parola “sarò”. Siamo schiavi del verbo “essere”, che comporta l'affermazione “In qualche momento del futuro sarò qualcuno”. Paragone e conformismo vanno insieme; non generano altro che repressione, conflitto e dolore senza fine. È dunque importante scoprire un sistema di vita quotidiano in cui non ci sia paragone. Fatelo, e scoprirete che cosa straordinaria sia: vi libera da tanti fardelli. La consapevolezza di ciò genera una mente di qualità altamente sensibile e quindi disciplinata, costantemente tesa ad imparare – non quello che vuole imparare, o quello che è piacevole, o quello che dà soddisfazione, ma imparare. Diventerete così consapevoli del condizionamento interiore che deriva dall'autorità, dal conformarsi a un modello, alla tradizione, alla propaganda, a quello che altri hanno detto, e sarete anche consapevoli dell'esperienza accumulata da voi, dalla razza e dalla famiglia. Tutto ciò è diventato autorità. Dove c'è autorità la mente non può essere libera di scoprire qualsiasi cosa ci sia da scoprire – qualcosa senza tempo, del tutto nuovo. Una mente sensibile non è limitata da alcun modello stabilito; è sempre in movimento, scorre come un fiume, e in quel movimento costante non c'è repressione, né conformismo, né desiderio di appagamento. È di grande importanza comprendere con chiarezza, serietà, in profondità, la natura di una mente che è libera e quindi sinceramente religiosa. Una mente libera vede che dipendere da qualcosa – dalla gente, dagli amici, dal marito o dalla moglie, dall'immaginazione o dall'autorità – genera paura; è qui la fonte della paura. Se per la mia serenità io dipendo da voi, come evasione dalla mia solitudine e meschinità, dalla mia futilità e piccolezza, allora quella dipendenza genera paura. Dipendere da qualsiasi forma di immaginazione, di fantasia e di conoscenza soggettiva, genera paura e distrugge la libertà. Quando vedrete cosa comporta tutto ciò – come non possa esserci libertà quando ci sia dipendenza interiore e quindi paura, e come una mente che dipenda sia una mente confusa e incerta – allora direte: “Come posso liberarmi dal dipendere?”. E questa è un'altra forma di conflitto. Invece, se vi siete resi conto che una mente che dipende deve essere confusa, se sapete la verità, cioè che una mente che interiormente dipenda da qualsiasi forma di autorità crea solo confusione – se lo vedrete, senza chiedervi come liberarvi da quella confusione – allora cesserete di dipendere. Allora la vostra mente diventerà straordinariamente sensibile e quindi in grado di imparare e di disciplinarsi senza coercizione o conformismo. È tutto ciò sufficientemente chiaro – non solo al livello verbale ma nella sua essenza? Posso immaginare, o pensare di vedere con molta chiarezza, ma quella chiarezza è di breve durata. La reale qualità di una percezione chiara si ha solamente quando non vi sia dipendenza, e quindi non ci sia confusione derivata dalla paura. Potete con onestà e serietà cercare di scoprire se siete liberi dall'autorità? Ciò richiede una enorme analisi interiore, una grande consapevolezza. Da questa chiarezza deriverà un tipo di azione del tutto differente, una azione non frammentaria, non frammentata da motivi politici o religiosi – un'azione totale.

Interrogante: Da quello che avete detto potrebbe sembrare che una azione che a un certo punto potrebbe essere considerata come una reazione a qualche autorità esteriore, ad un altro punto, compiuta da un altro individuo, possa essere considerata un'azione totale.

Krishnamurti: Intellettualmente, o a parole, possiamo competere l'uno con l'altro, dare opposte spiegazioni, ma questo non significa niente; quella che a voi può apparire un'azione completa, a me può apparire incompleta – non è questo il punto. Il punto è se la vostra mente, in quanto mente di un essere umano, agisce in modo completo. Un essere umano del mondo – capite? – non è un individuo. “Individuo” vuol dire indivisibile. Un individuo è colui che non è diviso in sé, che non è frammentario, che è intero, equilibrato, sano; inoltre “intero” vuol dire santo. Quando dite “sono un individuo”, non lo siete. Se vivete una vita priva di autorità, di paragoni, scoprirete che cosa straordinaria sia; se non state a competere, a far paragoni e a reprimere avete un'energia eccezionale; siete realmente vivi, equilibrati, integri e quindi sacri.

Interrogante: Non mi è molto chiaro quello che dite. Che posso fare?

Krishnamurti: O quello che ho detto non è molto chiaro in se stesso, o forse non comprendete l'inglese perfettamente, o non siete stato attento tutto il tempo. È molto difficile stare attenti per un'ora e dieci minuti; ci sono momenti in cui non siete del tutto attenti e allora dite: “Non ho ben capito di cosa parlate”. Scoprite se siete attento, ascoltate, osservate, o se vi siete allontanato, vagando. Com'è andata?

Interrogante: Pensate che sia possibile imparare tutto il tempo?

Krishnamurti: Quando ponete una simile domanda, l'avete già resa una cosa difficile. Col fare una simile domanda vi impedite di imparare – vedete questo punto? Non mi interessa se potrò imparare tutto il tempo, lo scoprirò. Quello che mi interessa è: imparo? Se sì, non mi interessa se lo faccio “in ogni momento” – non me ne faccio un problema. È una domanda irrilevante.

Interrogante: Si può imparare da ogni cosa.

Krishnamurti: Cioè, se siete consapevoli che state imparando. È una cosa complessa: potrei approfondirla un pò? “Posso imparare ogni momento?”. Quale fattore è importante qui? “Imparare”, oppure “ogni momento”?; naturalmente è “imparare”. Quando imparo non mi interessa “il resto del tempo” – l'intervallo di tempo e così via. Mi interessa solamente ciò che sto imparando. Naturalmente la mente vaga via, si stanca, si distrae. Una volta disattenta fa stupidaggini di ogni tipo. Non si tratta, dunque, del problema di rendere attenta una mente distratta. Sono consapevole, osservo tutto, il movimento degli alberi, lo scorrere dell'acqua, osservo me stesso – senza tentare di correggermi, senza pensare cosa dovrei essere e cosa non dovrei essere – solamente mi osservo. Quando una mente che stia osservando si stanca e si distrae, ne è immediatamente consapevole, e si sforza di tornare ad essere attenta; c'è quindi un conflitto tra l'attenzione e la distrazione. Dico: non fatelo, ma siate consapevoli di essere distratti – questo è tutto.

Interrogante: Come si è consapevoli di essere disattenti?

Krishnamurti: Sto imparando su me stesso – non secondo quello che dicono gli psicologi o gli specialisti – osservo e vedo qualcosa dentro di me; ma non lo condanno, né lo giudico o lo metto da parte – mi limito ad osservarlo. Vedo che sono orgoglioso – usiamo questo esempio. Non dico: “devo smettere di esserlo, che meschinità essere orgogliosi” – ma mi limito ad osservare. Dal momento che osservo, imparo. Osservare vuol dire imparare cosa implichi l'orgoglio, come esso sia sorto. Non posso osservare più di cinque o sei minuti – se qualcuno potesse osservare di più sarebbe un periodo di tempo davvero lungo – il momento seguente mi distraggo. Essendo stato attento e sapendo cosa sia la distrazione, lotto contro uno stato di distrazione. Non fate così; siate consapevoli di essere distratti – questo è tutto. Fermatevi lì. Non state a dire “Devo passare tutto il mio tempo stando attento”, ma limitatevi ad osservare quando siete distratti. Continuare su questo argomento sarebbe davvero complesso. C'è una qualità per cui la mente è sveglia e osserva sempre, osserva anche se non c'è niente da imparare. Cioè una mente straordinariamente tranquilla, silenziosa. Cos'ha da imparare una mente silenziosa, chiara?

Interrogante: E non potrebbe l'uso di non comunicare con le parole, con le idee, diventare un'abitudine, una tradizione?

Krishnamurti: Diventa una abitudine, una tradizione, solo quando diventa importante tanto quanto le parole. Ci deve essere una comunicazione verbale, cioè l'essere insieme partecipi di qualcosa che si guarda – come la paura; ciò significa che voi e colui che vi parla state osservando, cooperando, condividendo allo stesso livello, nello stesso momento e con la stessa intensità. Ciò genera uno stretto rapporto non verbale che non è abitudine.

Interrogante: Come è possibile che un individuo totale, completo, equilibrato, che non sia frammentato ma indivisibile, possa amare un altro? Come può un essere umano intero amare un essere umano frammentario? E inoltre come può un essere umano completo amare un altro essere umano completo?

Krishnamurti: Non potete essere completi se non sapete cosa sia l'amore. Se siete completo – nel senso che intendiamo – allora non c'è il problema di amare un altro. Avete mai osservato un fiore lungo la strada? Esiste, vive nel sole, nel vento, nella bellezza della luce e del colore, non vi sta a dire: “Vieni, odorami, godi della mia bellezza, guardami” – vive e proprio la sua azione di vivere è amore.

Analisi

“L'analisi non è mai completa; la negazione di questa azione incompleta è azione totale”

È veramente di importanza fondamentale comprendere l'intero problema della vita: dal momento in cui nasciamo sino a quello in cui moriamo, siamo sempre in conflitto. C'è sempre una lotta, non solo dentro di noi, ma anche al di fuori in tutti i nostri rapporti, c'è tensione e conflitto; c'è costante divisione, e il senso dell'esistenza individuale isolata in contrapposizione alla comunità. Nei più intimi rapporti ciascuno va alla ricerca del proprio piacere, nascostamente o apertamente; ciascuno rincorre le proprie ambizioni e la propria soddisfazione, generando di conseguenza frustrazione. Quella che chiamiamo vita, è uno scompiglio. In questo scompiglio tentiamo di essere creativi. Se uno è dotato scrive un libro o una poesia, o dipinge quadri, ecc., ma sempre sotto l'influenza del conflitto, dell'angoscia e della disperazione; e tuttavia ciò è quel che si considera una vita creativa. Andare sulla luna, vivere nel mare, muovere guerre, in ogni cosa c'è il costante accanito conflitto dell'uomo contro l'uomo. Questa è la nostra vita. Mi sembra che si debba trattare l'argomento con molta serietà e molto profondamente, e se possibile, scoprire la via per una qualità della mente in cui sia assente ogni forma di conflitto, sia al livello conscio come negli strati più reconditi dell'inconscio. La bellezza non è risultato di conflitto. Quando vedete la bellezza di una montagna o dell'acqua che scorre veloce, in quella percezione immediata non vi è alcuna sensazione di lotta. Nelle nostre vite non c'è molta bellezza proprio a causa del conflitto esistente. È della più grande importanza scoprire una qualità della mente essenzialmente bella e chiara, per cui essa non sia mai toccata dalla lotta; una volta compreso ciò – non solamente al livello delle parole o intellettualmente, ma proprio nella vita reale di tutti i giorni – potremo avere qualche pò di pace dentro di noi e nel mondo. Forse stamattina, con esitazione e sensibile cautela, potremo comprendere questa battaglia in cui viviamo, e liberarcene. Qual è la causa primaria di questo conflitto e questa contraddizione? Ponete la domanda voi stessi. Non cercate di darne una spiegazione a parole, limitatevi a fare una indagine – se vi è possibile non al livello verbale – fino alle basi di questa contraddizione e divisione, di questa lotta e di questo conflitto. Sia essa una indagine analitica o una immediata percezione della causa primaria. Con il processo analitico potrete districarvi poco per volta e scoprire la natura, la struttura, la causa e l'effetto di questo lotta che si svolge in noi, tra l'individuo e lo Stato. Oppure ne potrete scoprire la causa istantaneamente. In questo modo potremo capire realmente la causa di questo conflitto e percepirne istantaneamente la verità. Cerchiamo di capire cosa vuol dire analizzare, tentare di scoprire al livello intellettuale, o verbale, la causa del conflitto. Perché quando avrete compreso il processo analitico – e ne avrete vista la verità o la falsità – ve ne libererete per sempre; ciò implica una comprensione in cui i vostri occhi, la vostra mente e il vostro cuore percepiranno immediatamente la verità della questione. Siamo abituati e condizionati a usare il processo analitico e l'approccio filosofico o psicologico suggerito da vari specialisti; è diventata una abitudine. Siamo condizionati a servirci di un processo analitico o intellettuale per tentare di capire l'intero e complesso processo della vita. Non sto suggerendo l'opposto – la sentimentalità emotiva. Ma se arriverete a comprendere con molta chiarezza la natura e la struttura del processo analitico, allora avrete uno sguardo d'insieme del tutto diverso; potrete rivolgere quell'energia che avete dedicato all'analisi in direzioni completamente diverse. Analisi implica divisione. C'è colui che analizza e ciò che deve essere analizzato. Sia che siate voi ad analizzare voi stessi o che ciò venga fatto da uno specialista, si crea una divisione, ed ecco quindi la premessa del conflitto. Possiamo fare cose straordinarie solamente quando ci sia grande passione e grande energia, e solamente questa passione può generare un tipo di vita assolutamente diverso dentro noi stessi e nel mondo. Questo è il motivo per cui è di massima importanza comprendere il processo d'analisi nelle cui maglie la mente umana è rimasta impigliata per secoli. Uno dei molti frammenti in cui siamo divisi assume autorità di analizzatore; la cosa che deve essere analizzata è un'altra. Quell'analizzatore diventa il censore; egli, in base alla sua conoscenza accumulata, valuta il bene e il male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che deve o non deve essere represso, e così via. L'analizzatore, inoltre, deve fare analisi complete, altrimenti le sue valutazioni, le sue conclusioni saranno parziali. L'analizzatore deve esaminare ogni pensiero – tutto ciò che viene pensato deve essere analizzato, e ciò prende tempo. Potete passare una vita intera ad analizzare – se avete soldi e l'inclinazione, o se riuscite a trovare uno psicoanalista di cui siete innamorati e via di seguito. Potete passare tutta la vostra giornata ad analizzare e alla fine ritrovarvi esattamente al punto di partenza, con ancor più materiale da analizzare. Vediamo che nel processo d'analisi compare una divisione tra l'analizzatore e la cosa analizzata, e inoltre vediamo che chi analizza deve farlo con molta cura, in modo completo, altrimenti le sue conclusioni intralceranno le analisi seguenti. Vediamo inoltre che il processo analitico richiede una infinità di tempo e durante quel tempo possono succedere una quantità di altre cose. E dunque quando arrivate a vedere l'intera struttura dell'analisi quella visione è in realtà rifiuto, è negarla; vedere cosa essa implichi comporta la negazione di questa azione – e ciò è azione completa.

Interrogante: Cosa intendete con azione?

Krishnamurti: Azione dipendente da una idea, da una ideologia, dalla propria esperienza accumulata. L'azione si avvicina sempre a un ideale, a un prototipo, e ciò comporta una divisione tra azione e ideale. Questo tipo di azione non è mai completo, l'analisi non è mai completa; la negazione di questa azione incompleta è azione totale. Quando la mente abbia visto la futilità, la sciocchezza dell'analisi, con tutti i problemi che vi sono implicati, non la userà più; la mente non cercherà mai di capire una “vera” analisi. La mente che abbia guardato nel processo dell'analisi diventa molto acuta, sensibile, viva, perché ha respinto quella che abbiamo considerato la via e il mezzo della comprensione. Se riuscirete da soli – non forzati o spinti dagli argomenti o dal ragionamento di un altro – a vedere la falsità o la verità dell'analisi, allora la vostra mente sarà libera ed avrà l'energia di guardare in altre direzioni. Che vuol dire “altra direzione”? L'immediatezza della percezione è azione totale. Come abbiamo detto, esiste una divisione tra l'analizzatore e la cosa da analizzare, una divisione tra l'osservatore e la cosa osservata: è questa la causa primaria del conflitto. Quando osservate, lo fate sempre partendo da un centro, partendo dal retroterra di esperienze e di conoscenze; l'“io” cattolico, o comunista, o “specialista”, osserva. Si crea quindi una divisione tra l'“io” e la cosa osservata. Non è molto difficile da capire, è una cosa ovvia. Quando guardate un albero, vostro marito, vostra moglie, esiste una divisione. Esiste tra voi e la comunità. Abbiamo quindi da un lato l'osservatore e dall'altro la cosa osservata; in questa divisione sorge inevitabilmente la contraddizione. La contraddizione è la causa della lotta. Se è questa la causa primaria del conflitto, allora la domanda seguente che si pone è: si può osservare senza l'“io”, il censore, senza tutte le esperienze accumulate di miseria, di conflitto, di brutalità, di vanità e orgoglio e disperazione, che compongono l'“io”? Si può osservare senza tutto il passato – i ricordi, le conclusioni, le speranze, senza tutto il retroterra culturale? Il retroterra – come anche l'“io” e l'“osservatore” – vi divide dalla cosa osservata. Avete mai potuto osservare senza partire dal vostro retroterra? Fatelo ora, per favore. Fatelo come un gioco. Guardate le cose esterne con obiettività; ascoltate il rumore del fiume, guardate i contorni delle montagne, la bellezza, la chiarezza di tutto ciò. È piuttosto facile farlo senza l'“io” come passato, osservando. Ma potete guardarvi nell'intimo, senza l'osservatore? Fatelo, per favore, guardatevi, il vostro condizionamento, la vostra educazione, il vostro modo di pensare, le vostre conclusioni, i vostri pregiudizi, senza alcuna forma di condanna o di spiegazione o di giustificazione – limitatevi ad osservare. Quando osservate in questo modo non compare la figura dell'osservatore e quindi non c'è conflitto. Questo modo di vivere è totalmente diverso dall'altro – non è l'opposto, non è una reazione, è interamente diverso. E in esso risiede una straordinaria libertà, una gran quantità di energia e passione. È osservazione totale, azione completa. Quando avrete visto e capito completamente, ogni vostra azione sarà chiara. È un pò come guardare all'estensione totale di una carta geografica e non solo al dettaglio di quel punto in cui volete andare. Così si scopre da sé, in quanto esseri umani, che è possibile vivere senza alcuna forma di conflitto. Ciò comporta una enorme rivoluzione dentro di noi. Questa è la sola rivoluzione. Ogni forma di rivoluzione fisica, esteriore – politica, economica, sociale – si risolve sempre in una dittatura, in burocrati o idealisti o in qualche conquistatore. Mentre invece questa interiore, completa e totale rivoluzione, che è la conseguenza della comprensione del conflitto causato dalla divisione tra l'osservatore e la cosa osservata, genera un tipo di vita totalmente diverso.

Interrogante: Come ci si può distaccare dai problemi quando si vive un mondo pieno di problemi?

Krishnamurti: Siete forse diverso dal mondo? Voi siete il mondo – non è vero?

Interrogante: Sono solamente una persona che vive nel mondo.

Krishnamurti: “Solamente una persona che vive nel mondo” – dissociata, non collegata con gli eventi del mondo?

Interrogante: No, ne faccio parte. Ma come posso distaccarmene?

Krishnamurti: Non potete in alcun modo distaccarvi dal mondo; siete il mondo. Se vivete nella Cristianità, siete condizionato dalla cultura, dalla religione, dall'educazione, dall'industrializzazione, da tutti i conflitti delle sue guerre. Non potete in alcun modo separarvi da questo mondo. I monaci hanno tentato di ritirarsi dal mondo, rinchiudendosi nei monasteri, ma tuttavia essi sono sempre il risultato del mondo in cui vivono; vogliono sfuggire quella cultura allontanandosene, consacrandosi a quel che considerano essere la verità, all'ideale di Gesù e così via.

Interrogante: Come posso guardare dentro di me con tutte le preoccupazioni che ho in mente, il problema del denaro, di comprare una casa, ecc.?

Krishnamurti: Come guardate il vostro lavoro? come lo considerate?

Interrogante: Come un mezzo per sopravvivere nel mondo.

Krishnamurti: “Devo avere un mezzo di sostentamento per poter sopravvivere”. L'intera struttura della società, sia qua che in Russia, è basata sulla sopravvivenza ad ogni costo, facendo qualcosa che la società ha stabilito. Come si può sopravvivere sicuramente, durevolmente quando permane una divisione tra di noi? Quando io sono asiatico e voi europeo, quando siamo divisi, e ciascuno di noi fa del tutto per essere sicuro, per sopravvivere, e quindi combattiamo l'uno contro l'altro individualmente o collettivamente, come si può sopravvivere? Sopravvivere provvisoriamente? La domanda giusta quindi non è sulla sopravvivenza, ma se è possibile vivere in questo mondo senza divisioni; quando non ci saranno divisioni sopravviveremo, completamente, senza paura. Ci sono state guerre di religione; guerre spaventose tra Cattolici e Protestanti – e ciascuno diceva, “Dobbiamo sopravvivere”. Non si sono mai detti, “Ma guarda che assurda divisione è questa, gli uni credono in questo e gli altri credono in quello”; non videro mai l'assurdità del loro condizionamento. Possiamo dedicare tutta l'energia del nostro pensiero, dei nostri sentimenti, della nostra passione al tentativo di scoprire se è possibile vivere senza divisioni, in modo da vivere in piena e completa sicurezza? Ma questo non vi interessa. Volete solamente sopravvivere. Non ci riuscite – la vostra sopravvivenza è in opposizione alla non sopravvivenza. Guardate signori, i governi sovrani, ciascuno con il proprio esercito, hanno diviso il mondo e si prendono per la gola l'uno con l'altro, mantenendo il prestigio e la sopravvivenza economica. I calcolatori, senza gli uomini politici, messi nelle mani di uomini buoni, potrebbero mutare l'intera struttura del mondo. Ma a noi non interessa l'unità del genere umano. Tuttavia, politicamente è l'unico problema, e potrebbe essere risolto solo quando non ci fossero più uomini politici, né governi sovrani, né sette religiose separate – e voi, voi che ascoltate, siete le persone che dovrebbero farlo.

Interrogante: Non c'è bisogno di un'analisi conscia per arrivare a queste conclusioni?

Krishnamurti: È forse una conclusione che risulti da una analisi? È sufficiente osservare la realtà dei fatti. Guardate come ora il mondo è diviso da governi sovrani e da religioni; potete vederlo – è analisi questa?

Interrogante: Non pensate che per poter cambiare questo stato di cose ci sia anche bisogno di una rivoluzione esterna?

Krishnamurti: Una rivoluzione interiore ed una esteriore contemporaneamente. Non prima l'una e dopo l'altra: devono essere simultanee. Deve essere una rivoluzione esteriore ed interiore contemporaneamente, senza dar rilievo all'una o all'altra. Come può succedere? Solo quando vedete la completa verità, la rivoluzione esteriore è quella interiore. Quando lo capirete – e non intellettualmente, idealmente, o a parole – allora avverrà. Ma c'è dentro di voi una completa rivoluzione interiore? Se non c'è e tuttavia volete una rivoluzione esteriore, allora non fareste che portare altro caos nel mondo. E il caos nel mondo c'è.

Interrogante: Parlate di Governi, di Chiese e di nazionalismo; essi detengono quello che noi consideriamo potere.

Krishnamurti: I burocrati vogliono il potere e ce l'hanno. E voi non vorreste il potere – su vostra moglie o vostro marito? Nelle vostre conclusioni su ciò che pensate sia giusto c'è potere; ogni essere umano vuole un certo tipo di potere. Non attaccate dunque il potere che è assegnato ad altri, ma liberatevi del desiderio di potere che è in voi; la vostra azione sarà allora del tutto diversa. Noi attacchiamo le forme esteriori di potere, vogliamo strapparlo dalle mani di coloro che lo detengono e darlo a qualcun altro; e non diciamo a noi stessi, “Liberiamoci da ogni forma di dominio e di possesso”. Se realmente dedicaste la vostra mente al tentativo di liberarvi da ogni forma di potere – che vuol dire agire senza appartenere a una classe sociale – allora generereste una società assolutamente diversa.

Interrogante: Ma se si è affamati non passa neppure per la testa di occuparsi di questi problemi.

Krishnamurti: Se foste realmente affamato non sareste qui! Non siamo affamati e quindi abbiamo tempo per ascoltare, per osservare. Potreste dirmi, siamo solo un gruppetto di persone, una goccia nell'oceano, cosa potremmo fare? È una domanda valida quando affrontiamo il problema enormemente complesso di questo mondo in cui viviamo? Come essere umano, come semplice individuo, cosa posso fare? Se affrontaste realmente il problema ve la porreste questa domanda? Sareste già al lavoro – capite? Quando dite “Che posso fare?” avete già in voi una nota di disperazione.

Interrogante: Una quantità di gente è affamata, e deve pensare come prima cosa a sopravvivere. Per loro che valore ha tutto ciò?

Krishnamurti: Nessuno. Quando sono affamato voglio cibo – e tutto ciò non ha alcun significato. Quale è dunque la vostra domanda?

Interrogante: Siamo una minoranza, un gruppetto. La grande maggioranza, in India, in Asia, in alcune parti dell'Europa e dell'America è veramente ridotto alla fame. Come può tutto quello che diciamo qui riguardare questa gente?

Krishnamurti: Dipende da voi, da quello che voi fate, anche se siete una piccola minoranza. Si può generare nel mondo una enorme rivoluzione solo grazie al cambiamento di una minoranza. Vi preoccupate per la miseria del mondo, per la povertà, la degradazione, la fame, e dite “Che cosa posso fare?”. O vi buttate stupidamente in una rivoluzione esteriore, tentando di infrangere questo stato di cose per creare una nuova struttura sociale – e in questo modo finite per ristabilire esattamente la stessa miseria – o, prendete in considerazione una rivoluzione totale, non parziale, non solamente fisica, in cui l'interiore struttura della psiche agirebbe in un rapporto del tutto diverso con la società.

Interrogante: Parlate come se la rivoluzione interiore avvenisse in un attimo – succede davvero così?

Krishnamurti: La rivoluzione interiore è una questione di tempo, cioè un cambiamento interiore graduale? È una domanda davvero complessa. Siamo condizionati ad accettare il principio che con una graduale rivoluzione interiore avverrà un cambiamento. Succede gradualmente, un passo dopo l'altro, o avviene piuttosto istantaneamente non appena si capisce la verità della cosa? Quando si vede un pericolo immediato c'è una reazione immediata – non vi sembra? La vostra azione allora non è graduale né analitica; quando c'è pericolo, l'azione che ne consegue è immediata. Mettiamo in rilievo i pericoli – i pericoli dell'analisi, del potere, del rinviare, della divisione. Quando ne vedrete il reale pericolo – non al livello verbale, ma nella realtà, fisicamente e psicologicamente – ci sarà allora una azione istantanea, una rivoluzione istantanea. Per poter vedere questi pericoli psicologici bisogna che la vostra mente sia sensibile, sveglia, attenta. Se dite: “Come devo fare perché la mia mente sia sensibile, attenta?”, di nuovo vi siete fatti intrappolare dal principio della gradualità. Ma quando ne vedrete la necessità, come nel momento in cui siete a faccia a faccia con un pericolo – e la società è pericolo, tutto ciò in cui siete coinvolto è pericoloso – allora ci sarà azione totale.

Frammentazione

“Un problema sorge solamente quando la vita è vista in modo frammentano. Vedetene la bellezza”

Quando affrontiamo i nostri innumerevoli problemi abbiamo l'abitudine di cercare di risolverli ognuno isolatamente. Se è un problema sessuale, lo trattiamo come se fosse totalmente slegato da ogni altro problema. Allo stesso modo ci comportiamo con i problemi della violenza o della fame, cerchiamo di risolverli politicamente, economicamente o socialmente. Mi chiedo come mai cerchiamo sempre di risolvere un problema preso isolatamente. Il mondo è tormentato dalla violenza; le varie potenze esistenti cercano di risolvere ciascun problema come se non fosse collegato con il resto della vita. Non si considerano questi problemi come un tutt'uno, vedendo ciascuno di essi collegato agli altri e non isolato. La violenza, come è evidente in noi stessi, fa parte della nostra eredità animale. Una gran parte di noi è animale, e se non capiamo la struttura di noi stessi come esseri umani totali, il semplice tentativo di risolvere la violenza di per se stessa porta soltanto altra violenza. Trovo che ognuno di noi deve ben capire questo punto. Ci sono migliaia di problemi che appaiono separati, e che noi non abbiamo mai visto in rapporto reciproco, ma nessun problema può essere risolto isolatamente. Dobbiamo vedere la vita come un continuo movimento di problemi e di crisi, grandi o piccole. Approfondiamo con molta cura questo punto, perché se non sarà capito con chiarezza, quando discuteremo i problemi della paura, dell'amore, della morte, della meditazione e della realtà, non capiremo come essi siano in rapporto reciproco. Poiché la bellezza della vita, l'estasi, l'immenso, non è slegato dai nostri problemi quotidiani. Se dite, “Io mi interesso solo della meditazione e della verità”, non la troverete mai; cercate di capire, piuttosto, come tutti i problemi siano in rapporto reciproco. Prendiamo la fame, ad esempio, che non può essere abolita se la si considera come un problema a sé stante, perché invece esso coinvolge le divisioni tra uomo e uomo, di carattere nazionale, politico, economico, sociale, religioso e psicologico. E abbiamo anche il problema dei rapporti personali, il problema della sofferenza – non solo fisica ma anche psicologica – e il problema della intensa afflizione, non solo personale ma l'afflizione del mondo, la sua miseria e confusione. Se cercassimo di dare una risposta ad ogni particolare problema, creeremmo solamente ulteriore divisione e ulteriore conflitto. Se siete seri e maturi vi dovete essere chiesti come mai la mente tenta di risolvere ciascun problema come se fosse slegato dagli altri. Come mai la mente umana, il cervello, divide sempre in “io” e “mio”, “noi” e “loro”, religione e politica, eccetera? Perché c'è questa costante divisione con tutti gli sforzi tesi a risolvere ciascun problema preso da solo? Per rispondere a questa domanda dobbiamo indagare sulle funzioni del pensiero, sul suo significato, la sua sostanza e struttura; perché potrebbe essere proprio il pensiero a dividere; proprio il tentativo di scoprire una risposta tramite il pensiero, il ragionamento potrebbe creare separazione. La gente vuole una rivoluzione fisica per poter creare un ordine migliore, dimenticando tutte le implicazioni di una rivoluzione fisica, dimenticando tutta la natura psicologica dell'uomo. E allora bisogna fare questa domanda. E qual è la risposta? È la risposta del pensiero, o è la risposta derivata dalla comprensione di questa immensa struttura della vita umana? Vogliamo scoprire perché esiste questa divisione. L'altro giorno ne parlammo, quando trattammo dell'“osservatore” e della “cosa osservata”. Dimentichiamocene e affrontiamo l'argomento in modo diverso. È il pensiero che crea questa divisione? Se scopriamo che è così, questo avviene perché il pensiero cerca di scoprire una risposta a un particolare problema come fosse separato da tutti gli altri. Per favore, non dite subito che è così; non si tratta di essere d'accordo con me, bisogna che vediate da voi la verità o la falsità. Non dovete accettare mai in nessuna circostanza quello che dice chi vi parla. Non vi è alcuna autorità, né voi né chi vi parla ha alcuna autorità; stiamo entrambi indagando, osservando, guardando, imparando. Se il pensiero, per sua propria natura e struttura divide la vita in una quantità di problemi, tentare di scoprire una risposta tramite il pensiero condurrà a una risposta isolata, generando ulteriore confusione, ulteriore miseria. Bisogna scoprire da sé, liberamente, senza pregiudizi, senza conclusioni, se il pensiero opera in questo modo. Molti di noi tentano di trovare una risposta intellettualmente o emotivamente, o dicono di farlo in modo intuitivo. Bisogna andarci piano con la parola “intuizione”; può essere ingannevole, poiché si può avere una intuizione dettata dalle proprie speranze, paure, amarezze, desideri e così via. Cerchiamo una risposta intellettualmente o emotivamente, come se l'intelletto fosse separato dall'emozione e l'emozione fosse separata dalla reazione fisica. La nostra educazione e la nostra cultura insieme con i nostri concetti filosofici si basano su questo modo intellettuale di affrontare la vita, la nostra struttura sociale e la nostra moralità si basano su questa divisione. Se dunque il pensiero divide, in che modo lo fa? Se realmente lo osservaste dentro di voi scoprireste qualcosa di eccezionale. Sareste una luce per voi stessi, sareste un essere umano completo che non è alla ricerca di qualcuno che gli dica cosa fare, cosa pensare e come pensare. Il pensiero può essere straordinariamente ragionevole; dovete ragionare in modo coerente, logico, obiettivo, equilibrato; dovete agire alla perfezione, come un calcolatore che funziona senza intralci, senza conflitto. Ragionare è necessario; l'equilibrio fa parte della capacità di ragionare. Può mai il pensiero essere nuovo, fresco? Ogni problema umano – non quelli meccanici, o scientifici – è sempre nuovo e il pensiero cerca di capirlo, di cambiarlo, di interpretarlo, tenta di farne qualcosa. Se noi provassimo veramente un profondo amore l'uno per l'altro – non al livello delle parole ma nella realtà – allora tutte le divisioni finirebbero. E questo può avvenire solo quando non ci sia condizionamento, quando non ci sia un centro come l'“io” e il “tu”. Ma il pensiero, che è l'attività del cervello, dell'intelletto, non può assolutamente amare. Bisogna capire il pensiero e chiederci se il pensiero può vedere qualcosa di nuovo; o se invece il “nuovo” pensiero non sia sempre vecchio, e così quando affronta un problema della vita – che è sempre nuovo – non ne può vedere la novità perché cerca di interpretarlo nei termini del proprio condizionamento. Il pensiero è necessario, e tuttavia vediamo che il pensiero divide, come nel caso dell'“io” e del “non io”; cerca di risolvere il problema della violenza isolatamente, senza collegarlo con tutti gli altri problemi dell'esistenza. Il pensiero appartiene sempre al passato: se non avessimo il cervello, che come il nastro di un registratore ha accumulato ogni sorta di informazione e di esperienze, non saremmo in grado di pensare o rispondere. Il pensiero, incontrando un nuovo problema, deve interpretarlo secondo i propri termini di passato e crea quindi la divisione. Lasciate tutto da parte per un momento e osservate il vostro pensiero: è la risposta del passato. Se non aveste il pensiero non ci sarebbe il passato, ci sarebbe uno stato di amnesia. Inevitabilmente il pensiero divide la vita in passato presente e futuro. Finché ci sarà il pensiero, e il passato, la vita deve essere divisa nel tempo. Per comprendere nella sua completezza e totalità il problema della violenza, perché la mente ne sia del tutto libera, bisogna che io abbia capito la struttura del pensiero. È il pensiero che genera la violenza: la “mia” casa, “mia” moglie, il “mio” paese, la “mia” fede, stupidaggini belle e buone. Chi sarebbe questo eterno “io” che si contrappone a tutto il resto? Cosa lo determina? L'educazione, la società, l'ordine stabilito, la chiesa? Ognuna di queste cose, di cui io stesso faccio parte, lo determina. Il pensiero è materia; esso risiede proprio nella struttura, nelle cellule del cervello, così quando il cervello opera – sia su problemi psicologici, sociali o religiosi – deve inevitabilmente operare nei termini del suo passato condizionamento. Vediamo che il pensiero è essenziale e che deve agire in modo assolutamente logico, obiettivo, impersonale, e tuttavia vediamo anche come il pensiero divide. Non vi voglio costringere ad essere d'accordo con me, ma vedete come il pensiero inevitabilmente divide? Guardate cosa è accaduto: il pensiero ha compreso che il nazionalismo ha condotto ad ogni sorta di guerra e di discordia, così ha detto: “Stiamo uniti, formiamo una lega di nazioni”. Ma il pensiero continua ad operare e a mantenere la separazione – voi, come Italiano, mantenete la vostra sovranità italiana. Si parla di fratellanza e tuttavia si mantiene la separazione, che è ipocrisia. È una caratteristica del pensiero condurre un doppio gioco dentro di sé. La via d'uscita dunque non è il pensiero, e questo non vuol dire uccidere la mente. Che cos'è allora che vede ogni problema al suo sorgere nella sua totalità? Un problema sessuale è un problema totale, connesso con la cultura, il carattere, e i vari problemi della vita – non è quindi un frammento del problema. Quale mente vede ogni problema in modo totale?

Interrogante: Ho capito, ma resta sempre una domanda.

Krishnamurti: Quando avete capito come agisce il pensiero, al livello più elevato e a quello più basso, e tuttavia dite che c'è ancora una domanda, chi è che pone questa domanda? Quando il cervello, l'intero sistema nervoso, la mente – che in sé li comprende – dice, “Ho capito la natura del pensiero”, ne segue che si comprende anche se la mente può osservare l'interezza della vita con tutta la sua vastità e complessità, con il suo dolore apparentemente senza fine. Questa è l'unica domanda e il pensiero non la pone. La mente ha osservato la struttura del pensiero nella sua interezza e ne conosce il valore relativo; può questa mente guardare con occhio non contagiato dal passato? È una domanda veramente molto seria, non un passatempo. Bisogna dare la propria energia, la propria passione e la propria vita per scoprire; perché è questo l'unico modo di uscire da questa terribile brutalità, da questo dolore, da questa degradazione, da tutto ciò che è corrotto. Può la mente, il cervello – che nel tempo si corrompe anch'esso – essere tanto quieto da poter vedere la vita come un intero e quindi senza problemi? Un problema sorge quando si vede la vita in modo frammentario. Vedetene la bellezza. Quando vedete la vita come un intero non c'è assolutamente alcun problema. Solo una mente e un cuore ridotti in frammenti possono creare problemi. Il centro del frammento è l'“io”. L » “io” viene determinato dal pensiero; preso isolatamente non ha alcuna realtà. L'“io” – casa “mia”, la “mia” delusione, il “mio” desiderio di diventare qualcuno – quell'“io” è il prodotto del pensiero che divide. La mente può guardare senza l'“io”? Non essendo in grado di farlo, proprio quell'“io” dice: “Mi dedicherò tutto a Gesù” – “a Buddha, a questo, a quello” – capite? “Sarò un comunista che si interessa del mondo intero”. L'“io” che si identifica con qualcosa che reputa più elevato, resta tuttavia ancora l'“io”. Sorge quindi la domanda: può la mente, il cervello, il cuore, l'intero essere, osservare senza l'“io”. L'“io” appartiene al passato, non ci può essere “io” nel presente. Il presente non è del tempo. Può la mente liberarsi dell'“io” per guardare l'intera vastità della vita? Potrà farlo in modo completo e totale quando voi avrete compreso a fondo, con tutto il vostro essere, la natura del pensiero. Se non avete prestato attenzione, dato tutto per scoprire cosa sia il pensiero, non sarete mai in grado di scoprire se è possibile osservare senza l'“io”. Se non potrete osservare senza l'“io” i problemi continueranno ad esistere – ognuno opposto all'altro. E vi posso assicurare che tutti questi problemi scomparirebbero se l'uomo vivesse una vita del tutto diversa, se la mente potesse guardare al mondo come ad un movimento totale.

Interrogante: All'inizio del discorso avete chiesto cos'è che ci spinge a risolvere i problemi separatamente. La premura non potrebbe essere una delle cause?

Krishnamurti: Quando si vede un pericolo si agisce. In quell'azione non c'è premura né impazienza – si agisce. La premura e la richiesta di una azione immediata compaiono quando vedete un pericolo che sia rivolto contro l'“io” in quanto pensiero. Quando vedete il pericolo totale del pensiero che divide il mondo, quel vedere è in sé premura e azione. Quando vedete realmente la fame, come c'è in India, e vedete come è stata generata, e vedete l'insensibilità della gente, dei governi, l'inefficienza dei politici, cosa fate? Vi occupate di quella zona colpita dalla fame prendendola come a sé stante? O piuttosto dite: “Tutto ciò è un fenomeno psicologico, è centrato sull'“io” che è generalo dal pensiero”? Se comprendete la fame in tutte le sue forme in modo completo e totale – non mi riferisco solo alla fame fisica, ma anche alla fame che deriva all'uomo dalla mancanza di amore – scoprirete la giusta azione. Proprio il cambiamento è premura; non è vero che dalla premura scaturisce il cambiamento.

Interrogante: Mi sembra che diciate che il pensiero deve agire, ma allo stesso tempo dite che non deve farlo.

Krishnamurti: II pensiero deve agire in modo logico e impersonale e deve tutta via essere quieto. Come può avvenire questo? Riuscite a vedere o a comprendere in realtà la natura del pensiero – non secondo quello che dico io o che dice uno specialista – riuscite da voi a vedere come lavora il pensiero? Guardate: quando vi fanno una domanda su un argomento che vi è familiare, la vostra risposta è immediata, non è vero? Quando vi vengono poste domande un pò più complicate avete bisogno di più tempo. Se al cervello viene posta una domanda alla quale non riesce a trovare una risposta pur avendo cercato nei suoi ricordi e nelle conoscenze derivate dai libri esso risponde “Non lo so”. Si è servito del pensiero per dire “Non lo so”? Quando dite “Non lo so”, la vostra mente non cerca, non aspetta; la mente che dice “Non lo so” è del tutto diversa dalla mente che opera servendosi della conoscenza. Può dunque la mente rimanere del tutto libera dalla conoscenza e tuttavia operare in modo funzionale nel campo del conosciuto? Le due cose non sono disgiunte. Quando volete scoprire qualcosa di nuovo dovete metter da parte il passato. Ci può essere del nuovo solo quando si è liberi dal conosciuto. Questa libertà deve essere costante; la mente, cioè, vive in un silenzio assoluto, nel nulla. Il nulla e il silenzio sono vasti, e al di fuori di essi, la conoscenza – la conoscenza tecnica – può essere usata per far funzionare le cose. E inoltre da quel silenzio si può osservare la vita nella sua totalità – senza l'“io”.

Interrogante: Avete detto all'inizio del discorso che volere cambiare le cose dall'esterno porterebbe alla dittatura di un gruppo di persone. Non viviamo forse sotto la dittatura del denaro e dell'industria?

Krishnamurti: Naturalmente. Dove c'è autorità c'è dittatura. Per provocare un cambiamento sociale, religioso o umano, ci deve essere come prima cosa la comprensione dell'intera struttura del pensiero in quanto “io” che è sempre alla ricerca del potere. La mente può vivere senza ricercare il potere? Rispondete a questo.

Interrogante: La ricerca del potere non è una cosa naturale?

Krishnamurti: Naturalmente viene considerata una cosa naturale. Allo stesso modo il cane cerca di aver potere sopra gli altri cani. Ma si suppone che noi siamo colti, educati, intelligenti. Stando alle apparenze, dopo millenni non abbiamo ancora imparato a vivere senza potere.

Interrogante: Mi chiedo se la mente potrà mai porre una domanda su se stessa per la quale non abbia già una risposta pronta.

Krishnamurti: Quando la mente, come “io”, o come pensiero separato, si pone una domanda su se stessa, ha già trovato la risposta, perché parla di se stessa; è sempre la solita campana, anche se fatta suonare con un batacchio diverso.

Interrogante: Possiamo agire senza l'io? – non finiremmo per vivere in contemplazione?

Krishnamurti: Potete vivere isolati, in contemplazione? Chi vi darebbe cibo e vestiti? I monaci e vari altri religiosi imbroglioni lo hanno fatto. C'è gente in India che dice, “Vivo in contemplazione, nutritemi, vestitemi, lavatemi, io sono del tutto disinserito” – è tutto così assolutamente immaturo. Non potete in alcun modo isolarvi, dal momento che siete sempre in rapporto con il passato o con le cose che vi circondano. Vivere in isolamento, e chiamarlo contemplazione, è un puro tentativo di fuga, di autoinganno.

Paura e piacere

“Se si vuole comprendere la paura e liberarsene, bisogna comprendere anche il piacere; le due cose sono in relazione”

L'ultima volta che ci siamo visti abbiamo parlato della struttura del pensiero e delle sue attività, e di come il pensiero divide generando un grande conflitto nei rapporti umani. Trovo che oggi dovremmo prendere in considerazione – non solamente con l'intelletto o le parole – la natura del piacere e della paura, e se è mai possibile liberarsi totalmente del dolore. Nel corso di questa indagine dovremo esaminare con molta cura l'intera questione del tempo. È una delle cose più difficili comunicare qualcosa che non richiede solo l'uso accurato delle parole ma anche una accuratezza di percezione che è al di là delle parole, e un sentimento, una sensazione di intimo contatto con una realtà. Se nell'ascoltare chi vi parla vi limitate a interpretare le parole secondo le vostre personali simpatie e antipatie, senza essere consapevoli del vostro modo di interpretare, allora le parole diventano quella prigione in cui la maggior parte di noi sfortunatamente resta intrappolata. Ma se si è consapevoli del significato delle parole e di cosa sia al di là di esse, la comunicazione diventa possibile. La comunicazione non implica solo comprensione delle parole, ma anche procedere insieme, esaminare, condividere, creare insieme. È molto importante, soprattutto quando parliamo del dolore, del tempo, e della natura del piacere e della paura. Sono argomenti molto complessi. Ogni problema umano è molto complesso e c'è bisogno di una certa severità e semplicità perché sia percepito. Con la parola “severità” non intendo durezza, che è il significato solito attribuito a questa parola; non si vuole intendere un senso di aridità, di disciplina o di controllo. Si intende l'austera semplicità che si deve avere nell'esame e nella comprensione di ciò di cui parleremo. La mente deve essere realmente sensibile. La sensibilità implica una intelligenza che è al di là della interpretazione intellettiva, al di là dell'emotività e degli entusiasmi. Quando si esamina, si ascolta, si guarda, si impara tutto sul tempo, sul piacere, sulla paura e sul dolore, bisogna avere quella sensibilità che ci fornisce l'immediata percezione di qualcosa come vera o falsa. E questo non è possibile se l'intelletto, nella sua qualità di pensiero, divide e interpreta. Spero che l'ultima volta che abbiamo parlato abbiate ben capito come il pensiero, per sua natura, crea divisioni nei rapporti umani – e tuttavia se il pensiero è ragionevole, equilibrato, chiaro, obiettivo, è anche necessario. Per la maggior parte di noi la paura è una compagna costante; se ne sia o no consapevoli essa è lì, nascosta in qualche oscuro recesso della nostra mente; e ci chiediamo se è mai possibile per la mente liberarsi in modo completo e totale di questo fardello. Chi vi parla può suggerire il problema, ma siete voi che dovete rispondere, è un vostro problema: bisogna quindi che siate abbastanza perseveranti e acuti per vederlo e seguirlo sino in fondo, in modo che la mente sia letteralmente libera dalla paura. Forse ciò richiede uno sforzo enorme, ma si può fare. Anche il solo fatto di porre la possibilità di liberarsi completamente dalla paura, è in se stesso un problema per una mente che sia stata condizionata in una cultura di paura, con tutte le complicate conseguenze nevrotiche delle sue azioni. Un problema esiste solamente quando non è risolvibile, quando non ce la fate ad andare sino in fondo ed esso quindi continua a ripresentarsi. Pensate di aver risolto questo problema della paura, ma essa continua a ripresentarsi sotto forme diverse. Se dite “È possibile”, ecco che vi siete già bloccati. Bisogna stare molto attenti a non bloccarsi, a non impedirsi di andare sino al fondo di questo problema della paura e sino alla sua completa soluzione. Qualsiasi senso di paura genera ogni forma di attività dannosa, non solo in campo psicologico e neurotico, ma anche all'esterno. Nasce tutto il problema della sicurezza, sicurezza fisica e psicologica. Cercate di seguire, perché stiamo per approfondire qualcosa che richiede attenzione; non si richiede il vostro consenso, o la vostra interpretazione, ma la vostra percezione, la visione della cosa quale essa è. Non avete bisogno di qualcuno che interpreti; esaminate da soli, scoprite da soli. Molti di noi hanno avuto paure fisiche, paura di una malattia con tutta l'ansietà e il peso di dolore che ne derivano, o paura quando si sono affrontati pericoli fisici. Quando affrontate qualsiasi tipo di pericolo fisico, provate paura? Quando si cammina in qualche luogo selvaggio, in India, o in Africa o in America, si può incontrare un orso, o un serpente o una tigre; allora si ha una azione immediata, non una azione conscia e deliberata, ma una azione istintiva. Ora, questa azione deriva dalla paura, o è intelligenza? Cerchiamo di trovare una azione intelligente da paragonare a una azione che derivi dalla paura. Quando incontrate un serpente avete solo una immediata reazione fisica, scappate. cominciate a sudare, cercate di fare qualcosa; è una reazione condizionata, perché da generazioni si avverte di stare attenti ai serpenti e agli animali selvaggi. Il cervello, il sistema nervoso, reagisce istintivamente per proteggersi; è una reazione naturale e intelligente. È necessaria per proteggere il corpo; il serpente è un pericolo e reagire ad esso per proteggersi è una azione intelligente. Guardiamo ora il dolore fisico. Una volta avete provato un dolore e temete che possa ripetersi. La paura è generata dal pensiero, dal fatto di pensare a qualcosa che è avvenuta un anno fa, o ieri, e che potrebbe ripetersi oggi. Approfondite questo punto, osservate le vostre personali reazioni e quale sia stato il vostro modo di agire. Ecco, la paura è l'effetto di un pensiero conscio o inconscio – del pensiero come tempo, non tempo cronologico, ma pensiero in quanto tempo che pensa a quel che è successo e che genera la paura che ciò possa ripetersi nel futuro. Il pensiero dunque è tempo. E il pensiero genera la paura: “Domani potrei morire”, “Potrei essere smascherato per qualcosa che ho fatto nel passato”, il pensarci genera la paura. Avete fatto qualcosa che non volete rendere noto, o volete fare nel futuro qualcosa che non sarete in grado di fare; tutto ciò è il prodotto del pensiero come tempo. Questo movimento di pensiero, che genera la paura nel tempo e come tempo, può finire? Avete capito la domanda? Si può avere una azione intelligente di protezione, di auto-conservazione, la necessità fisica di sopravvivere, e questa è un'azione naturale, intelligente. Poi c'è l'altra: il pensiero pensa a qualcosa e considera la possibilità che accada nel futuro o che non accada, e questo genera la paura. La domanda e dunque questa: è possibile che questo movimento del pensiero, così immediato, insistente e persuasivo, giunga naturalmente a fine? Non tramite l'opposto: una vostra eventuale opposizione ad esso sarebbe sempre un prodotto del pensiero. Anche il tentativo di allenare la propria volontà a porgli freno è sempre un prodotto del pensiero. Se dite “Non mi permetterò di pensare in questo modo”, chi è l'entità che dice “Non permetterò”? È ancora il pensiero che spera che fermando quel movimento gli sarà possibile ottenere qualcos'altro, e anche questo è un prodotto del pensiero. Il pensiero lo propone ma può anche non ottenere niente, ed ecco che ancora viene implicata la paura. Ci chiediamo dunque se è possibile che tutta l'attività del pensiero, che ha prodotto la paura psicologica – non una paura sola, ma tantissime – possa giungere naturalmente, facilmente, senza sforzo, ad una fine. Qualsiasi sforzo è prodotto del pensiero e quindi causa di paura – ed è sempre tempo. Bisogna trovare un modo in cui il pensiero finisca naturalmente e non crei più paura. C'è una comunicazione tra noi, non limitata alle parole? Forse avete visto l'idea con chiarezza, ma non ci interessa la comprensione verbale dell'idea, ci interessa il fatto che siete alle prese con la paura nella vostra vita quotidiana. Non ci interessa la descrizione della vostra vita, ciò che si descrive non è il reale, la spiegazione non è la cosa spiegata, la parola non è la cosa. Le parole di chi vi parla non spiegano la vostra vita, la vostra paura; ma nell'ascoltare siete voi che dovete spiegare cosa è la paura, e vedere come il pensiero la crei. Ci chiediamo se l'attività del pensiero – che causa, genera, sostiene e nutre la paura – possa finire in modo naturale senza alcuna resistenza. Prima di poter scoprire la vera risposta, dobbiamo anche indagare sulla ricerca del piacere; poiché è di nuovo il pensiero che sostiene il piacere. Potete aver avuto un momento piacevole, come quello di ieri mentre stavate guardando un meraviglioso tramonto, e ne avete tratto un grande piacere; allora interviene il pensiero che dice: “come è stato bello, mi piacerebbe che quella esperienza si ripetesse domani”. Può essere un tramonto o qualcuno che vi ha lusingato, o una esperienza sessuale, o ancora qualcosa che avete ottenuto, che vi dà piacere e che volete mantenere. Esiste il piacere che deriva da qualcosa che si è ottenuto, dall'essere una persona di successo, il piacere che deriva dalla pregustazione di quello che farete domani, dalla ripetizione di una vostra esperienza, sessuale o artistica. La morale sociale si basa sul piacere e quindi non è affatto morale: la morale sociale è immorale. Si può arrivare a scoprirlo, ma questo non significa che ribellandosi alla morale sociale, facendo tutto ciò che si vuole, o dormendo con chi ci piace, si diventi virtuosi. Se si vuole capire la paura e liberarsene, bisogna anche capire il piacere; le due cose sono in rapporto. Questo non significa che bisogna rinunciare al piacere. Tutte le religioni organizzate – che sono state la rovina della civiltà – hanno detto che non si deve provare alcun piacere, niente sesso, che ci si deve accostare a Dio solo come uomini tormentati. Hanno detto che non si deve guardare la donna, o qualsiasi altra cosa che ci possa far venire in mente il sesso, ecc. Dire che non si deve provare alcun piacere vuol dire che non si deve avere alcun desiderio; quando sorge un desiderio si prende la Bibbia e in essa lo si annulla, o si ripetono le parole della Gita. Sono tutte sciocchezze. Paura e piacere sono due facce di una stessa medaglia; non potete liberarvi di una se non vi liberate anche dall'altra. Volete avere il piacere per tutta la vita ed essere tuttavia liberi dalla paura – questo è tutto quello che vi interessa. Ma non vedete che se vi viene negato il piacere di domani vi sentite frustrati, insoddisfatti, arrabbiati, ansiosi e colpevoli, ed ecco sorgere tutte le miserie psicologiche. Bisogna quindi che guardiate paura e piacere contemporaneamente. Per comprendere il piacere dovete anche comprendere la gioia. Il piacere è gioia? La gioia dell'esistenza non è del tutto diversa dal piacere? Ci eravamo chiesti se il pensiero, con tutte le sue attività che generano e sostengono la paura e il piacere, possa finire in modo naturale senza sforzi. Bisogna anche considerare che ci sono paure inconsce che hanno nella nostra vita un ruolo molto più determinante delle paure di cui siamo consapevoli. In che modo intendete individuare queste paure inconsce? – volete portarle alla luce? Con l'analisi? Se dite, “Voglio analizzare le mie paure” allora chi condurrà l'analisi? Non sarà una parte, un frammento di paura a farlo? Una analisi simile delle mie paure non avrà alcun valore. Se poi andaste da uno psicoanalista anche lui, come voi sarebbe condizionato, da Freud, Jung o Adler: vi analizzerebbe secondo il proprio condizionamento, e non vi aiuterebbe quindi a liberarvi della paura. Come abbiamo già detto, l'analisi è negazione dell'azione. Una volta saputo che l'analisi non ha valore, come intendete individuare le paure inconsce? Se dite “Studierò i miei sogni”, ecco che sorge lo stesso problema. Quale entità studierà i sogni? – uno dei tanti frammenti? Vi dovete porre quindi una domanda del tutto diversa, cioè “perché sogno?”. I sogni non sono altro che la continuazione dell'attività diurna; c'è sempre una qualsiasi azione che continua. Come si può comprendere questa attività, e come può finire? Cioè, può la mente durante il giorno essere tanto sveglia da osservare i propri impulsi, i propri stimoli, le proprie complessità, l'orgoglio, le ambizioni e le frustrazioni, il desiderio di soddisfazione di essere qualcuno, ecc.? Si possono osservare, senza l'“osservatore”, tutti i movimenti del pensiero durante il giorno? Perché quando c'è l'osservatore che guarda, è sempre una parte del pensiero, che si è separata dal resto e ha assunto l'autorità di osservare. Se durante il giorno osservate tutto il movimento delle vostre azioni, dei vostri pensieri e sentimenti senza interpretarli, allora vedrete che i sogni hanno veramente poco valore. Allora difficilmente sognerete. Se durante il giorno sarete svegli, e non mezzo addormentati, se non sarete prigionieri delle vostre fedi, dei vostri pregiudizi, delle vostre piccole vanità, della vostra insignificante conoscenza, vedrete non solo finire i sogni, ma anche il pensiero comincerà a placarsi. Il pensiero cerca sempre, o sostiene o sfugge la paura; e produce anche piacere, continuando a coltivare ciò che è stato piacevole. Quando si è prigionieri della paura e del piacere – che sono la causa del dolore – come possono essi finire? Come può la macchina del pensiero – che produce il movimento della paura e del piacere – finire naturalmente? È questo il problema. Come bisogna comportarsi? Smetterla, o continuare a vivere come sempre, nel piacere e nel dolore – e questa è la natura caratteristica di una mente borghese – pur portando capelli lunghi, dormendo sotto i ponti, ribellandosi, lanciando bombe, gridando “pace” mentre continuate a combattere la vostra guerra preferita? Fate quello che volete, è la natura caratteristica di una mente borghese essere prigioniera della paura e del piacere. Affrontate questo! Come risolverete il problema? Lo dovete risolvere se volete una vita del tutto diversa, una diversa società e una diversa morale; dovete risolvere questo problema. Se siete giovani potete dire: “Non è importante”, “Proverò piacere per un istante, paura per un istante”. Nondimeno il problema va maturandosi e un bel giorno vi ritrovate prigionieri. È un problema vostro e nessuna autorità può risolverlo per voi. Avete avuto autorità – i preti e altre autorità di carattere psicologico – ed esse non sono state in grado di risolverlo; vi hanno fornito dei mezzi di evasione, come le droghe, le fedi, e tutto il circo che vive nel nome della religione; vi hanno offerto tutto ciò, ma la questione basilare della paura non l'hanno mai risolta. Dovete risolverla voi. Come? Come farete? Ricordatevi che nessuno la risolverà per voi. Nel momento in cui comprenderete che nessuno la risolverà per voi, comincerete a liberarvi del mondo borghese. Se non risolverete questo problema della paura e del piacere, il dolore sarà inevitabile – e non soltanto il vostro personale dolore, ma anche il dolore di tutto il mondo. Sapete cos'è il dolore del mondo? Sapete cosa avviene nel mondo? Non esteriormente – come le guerre, il male degli uomini politici, ecc. – ma nell'intimo, la spaventosa solitudine dell'uomo, le profonde frustrazioni, la totale assenza dell'amore in questo mondo vasto, impietoso, indifferente. Se non risolvete questo problemi, il dolore, è inevitabile. E il tempo non lo risolverà. Non potete dire “Ci penserò domani”, “Avrò il piacere di un istante e tutta la paura che ne deriva”, “Metterò tutto da parte”. Chi vi darà una risposta? Una volta sorta la domanda, quando ne avrete visto tutta la complessità, e avrete compreso che nessuno sulla terra – e del resto neppure alcuna forza divina come fino ad ora abbiamo creduto – potrà risolvere questo problema essenziale, quale sarà la vostra risposta? Che dite? Non avete alcuna risposta, non è vero? Se volete veramente essere onesti e non fare gli ipocriti, e non volete tentare di sfuggirlo, né di tirarvi in disparte al momento di affrontare questo problema, che è un problema cruciale, non avete risposta. Come farete dunque a scoprire in che modo possa naturalmente finire? – senza però servirsi di metodi, perché i metodi naturalmente vogliono tempo. Se qualcuno vi fornirà un metodo, o un sistema, e voi lo seguirete, ciò renderà la vostra mente sempre più meccanica, e genererà sempre maggior conflitto tra “ciò che è” e quel sistema. Il sistema vi promette qualcosa, ma il fatto è che avete paura; servendovi di un sistema vi allontanate sempre di più da “ciò che è”; e il conflitto ne risulta quindi rafforzato, sia al livello conscio che a quello inconscio. Cosa farete dunque? Ebbene, cosa è accaduto alla mente, al cervello, che ha ascoltato tutto ciò – non ha sentito solamente poche parole, ma ha realmente ascoltato, ha condiviso, comunicato, imparato? Cosa è accaduto alla vostra mente che ha ascoltato con straordinaria attenzione la complessità del problema, con consapevolezza delle proprie paure, e che ha compreso come il pensiero generi e coltivi la paura tanto quanto il piacere? Cosa succede alla qualità di una mente che abbia ascoltato in questo modo? La qualità della mente non è forse completamente diversa da come era nel momento in cui abbiamo cominciato stamattina? O è la stessa mente reiterativa, prigioniera della paura e del piacere? Si è venuta affermando una nuova qualità? Siamo giunti ad avere una mente che non dice più “Bisogna farla finita con la paura e il piacere”, ed invece impara e osserva? La vostra mente è forse diventata un pò più sensibile? Prima, vi limitavate a portare il fardello della paura e del piacere. Mentre venivate imparando quanto sia pesante questo fardello, non avete cominciato a metterlo un pò da parte? Non l'avete lasciato cadere? – e ora camminate con molta attenzione? Se mi avete seguito con la sola osservazione – e non con determinazione o con sforzo – la vostra mente è diventata sensibile e quindi molto intelligente. La prossima volta che la paura si farà viva – come senz'altro accadrà – l'intelligenza risponderà, ma non in termini di piacere, di repressione o di fuga. Questa intelligenza e questa sensibilità vengono generate dall'osservazione del fardello e dal fatto che viene messo da parte. L'intelligenza è diventata straordinariamente viva, può fare una domanda del tutto diversa, cioè: se il piacere non è la strada della vita, come è stato per molti di noi, la vita allora è sterile? Questo vuol dire che non potremo mai gioire della vita? Non c'è differenza tra piacere e gioia? Prima avete vissuto in termini di piacere e paura – inseguendo il piacere di un istante, piacere del sesso, di bere, di uccidere un animale e poi di rimpinzarvi con la sua carne, inseguendo cioè tutte le varie forme del piacere. Questo è stato il vostro modo di vivere fino a che non avete improvvisamente scoperto, con l'esame, che il piacere non è la via giusta, perché porta alla paura, alla frustrazione, alla miseria, al dolore, a turbamenti sociali e personali. A questo punto vi fate una domanda diversa: “Esiste una gioia che non sia inquinata dal pensiero e dal piacere?”. Poiché se è inquinata dal pensiero, si trasforma nuovamente in piacere e quindi in paura. Una volta capita la natura del piacere e della paura, possiamo trovare un modo di vita quotidiano che sia gioioso – e che non sia il solito trasportare da un giorno all'altro piacere e paura? Guardare quelle montagne, la bellezza di questa valle, la luce sulle colline, gli alberi e il fiume che scorre e provarne gioia! Ma non quando dite, “Che cosa meravigliosa”, non quando il pensiero se ne serve come mezzo di piacere. Potete guardare quella montagna, il movimento di un albero, o il viso di una donna, o di un uomo, e trarne una grande gioia. Quando l'avete fatto, è finito. Ma se continuate a portarvelo nel pensiero, intervengono il dolore e il piacere. Vi è possibile allora guardare e concludere? Siate attenti, vigili. Potete guardare quella montagna e il piacere che ve ne viene è sufficiente? Senza portarvelo nel pensiero fino a domani; il che significa che ne comprendete il pericolo. Potete provare un enorme piacere e poi dire “È finito”; ma è veramente finito? O la mente, consciamente o inconsciamente, sta lì a pensarci, col desiderio che accada di nuovo? E così si capisce che il piacere non ha assolutamente niente a che vedere con la gioia. È una scoperta tremenda per voi – non è qualcosa che vi è stato detto, qualcosa su cui scrivere, e da interpretare perché qualcuno la legga. C'è una immensa differenza fra delizia, gioia e beatitudine da una parte e piacere dall'altra. Non so se avete mai notato che le prime pitture di carattere religioso nel mondo occidentale evitano ogni forma di piacere dei sensi; non c'era alcuno scenario, ma solo il corpo umano tormentato, o la Vergine Maria, ecc. Non c'è paesaggio perché quello era piacere, e poteva distrarre l'attenzione dalla figura e dal suo simbolismo. Solo molto più tardi venne introdotto lo scenario, che in Cina e in India era sempre stato parte della vita. Potete osservare tutto ciò e scoprire la bellezza di una vita in cui non ci sia sforzo, di una vita di estasi, in cui piacere, pensiero e paura non hanno accesso.

Interrogante: Quando sogno, mi capita alle volte di vedere qualcosa che accadrà nel futuro, ed è tutto preciso. Ho sognato che vi avrei visto venire a questo incontro e che vi sareste messo quel cappotto marrone e avreste sistemato il microfono; era un sogno ben preciso di quello che sarebbe successo il giorno dopo.

Krishnamurti: Come lo spiegate? Prima di tutto: perché attribuite tanta importanza a quello che succederà nel futuro? Perché? Gli astrologi, le chiromanti, gli indovini dicono che vi succederanno cose meravigliose! Perché vi interessa tanto? Perché non vi interessate piuttosto della reale vita quotidiana, che ha in sé tutti i tesori – e non lo vedete! Sapete che la vostra mente, siccome è stata qui ad ascoltare, è diventata un pochino più sensibile – non dico del tutto sensibile, ma un poco di più – essa quindi osserva di più, sia di quel che accade oggi, sia di quel che accadrà domani. È come guardare giù da un aeroplano e vedere due barche che si avvicinano da direzioni opposte sullo stesso fiume; si capisce che a un certo punto si incontreranno – e quello è il futuro. La mente, un pochino più sensibile, diventa consapevole di certe cose che possono succedere domani, come anche di quelle che stanno per accadere ora; molti di noi attribuiscono eccessiva importanza a quello che accadrà domani e troppo poca a quello che sta accadendo proprio ora. Scoprirete, se studierete a fondo questo problema, che niente “avviene”: ogni “avvenimento” è parte della vita. Perché volete fare “esperienze”? Una mente sensibile, viva, chiara, ha forse bisogno di “esperienze”? Per favore rispondete da soli alla domanda.

Interrogante: Voi ci dite di osservare le nostre azioni nella vita quotidiana, ma quale è l'entità che decide cosa e quando osservare? Chi è che decide se si deve o no osservare?

Krishnamurti: Decidete di osservare? O vi limitate ad osservare? Decidete e dite “Osserverò e imparerò”? Perché allora si presenta la domanda “Chi decide”? È la volontà che dice “Devo”? E quando sbaglia si punisce e dice “Devo, devo, devo”; qui c'è conflitto, e quindi quello stato della mente che ha deciso di osservare non è affatto osservazione. Mettiamo che stiate camminando per la strada e qualcuno vi passi accanto, voi osservate e potete dirvi: “Com'è brutto, come puzza; vorrei che non facesse questo o quello”. Siete consapevole delle vostre reazioni a quel passante, siete consapevole che state giudicando, condannando o giustificando; state osservando. Non dite: “Non devo giudicare, non devo giustificare”. Nell'essere consapevole delle vostre reazioni, non c'è alcuna decisione. Vedete qualcuno che vi ha insultato. Immediatamente vi si rizzano le penne, diventate nervosi e ansiosi, cominciate a provare antipatia; siate consapevoli della vostra antipatia, siate consapevoli di tutto, non “decidete” di essere consapevoli. Osservate, e in quella osservazione non c'è né “osservatore” né “cosa osservata” – c'è solo osservazione. L'“osservatore” compare solamente quando nell'osservazione tendete ad accumulare, quando dite, “È mio amico, perché mi ha adulato”, oppure “Non mi è amico perché ha detto qualcosa di cattivo su di me o qualcosa di vero che a me non fa piacere”. Questa è accumulazione per mezzo dell'osservazione e questa accumulazione rappresenta l'osservatore. Quando osservate senza accumulare, non giudicate. Lo potete fare sempre; è naturale che in questa osservazione si prendano delle decisioni, ma esse scaturiscono come naturali conseguenze, e non come decisioni prese dall'osservatore che accumula.

Interrogante: Avete detto all'inizio che la reazione istintiva che si ha nei confronti di un animale selvaggio è intelligenza e non paura, e che il pensiero che genera paura è interamente diverso.

Krishnamurti: E non sono diversi? Non vedete la differenza tra il pensiero che genera e sostiene la paura, e l'intelligenza che dice “Sta attento”? Il pensiero ha creato il nazionalismo, i pregiudizi razziali, l'accettazione di certi valori morali; ma il pensiero non ne vede il pericolo. Se lo vedesse allora avremmo una reazione di intelligenza e non di paura, il che sarebbe la stessa cosa di quando si incontra un serpente. Quando si incontra un serpente abbiamo una naturale reazione di difesa; quando invece si incontra il nazionalismo, prodotto dal pensiero, causa di divisione dei popoli e causa di guerra, il pensiero non ne vede il pericolo.

L'attività meccanica del pensiero

“Una mente che abbia compreso l'intero movimento del pensiero diventa straordinariamente quieta, assolutamente silenziosa”

Stavamo parlando dell'importanza del pensiero ed anche della sua scarsa importanza; di come il pensiero abbia una grande possibilità di azione e di come nel suo campo goda di una limitata libertà. Abbiamo parlato di uno stato della mente assolutamente privo di condizionamento. Stamattina potremo approfondire questo problema del condizionamento; non parleremo però solo del condizionamento superficiale, culturale, ma anche del motivo per cui esiste il condizionamento. Indagheremo sulla qualità della mente non condizionata, che è andata al di là del condizionamento. Dovremo studiare molto a fondo questo argomento per scoprire cosa sia l'amore. E comprendendo cosa sia l'amore potremo forse capire il pieno significato della morte. E dunque come prima cosa dovremo scoprire se la mente può essere totalmente e completamente libera dal condizionamento. È abbastanza evidente come si sia condizionati superficialmente dalla cultura, dalla società, dalla propaganda che si svolge intorno a noi, come pure dalla nazionalità, da una religione, dall'educazione e dalle influenze ambientali. È abbastanza chiaro e semplice vedere come la maggior parte degli esseri umani, di qualsiasi paese o razza, sia condizionata dalla particolare cultura o religione a cui appartiene. Essi sono plasmati e tenuti avvinti a un particolare modello. Questo condizionamento può comunque essere facilmente messo da parte. C'è poi una forma più profonda di condizionamento, quasi una attitudine aggressiva nei confronti della vita. L'aggressività implica un desiderio di dominio, di ricerca del potere, di possesso, di prestigio. Bisogna andare a fondo alla cosa per liberarsene completamente, perché è molto sottile e assume molte forme. Si può credere di non essere aggressivi, ma quando si ha fede in un ideale, in una opinione, in una valutazione, verbale o no, c'è una forma di dogmaticità che diventa gradualmente aggressiva e violenta. Bisogna scoprire se abbiamo derivato questo condizionamento aggressivo dagli animali o se non lo abbiamo piuttosto derivato dal piacere che ci viene dalla nostra arroganza. Si è aggressivi nel senso etimologico della parola, che voleva dire “farsi avanti”? Il paragone è un'altra forma di condizionamento. Ci paragoniamo con quello che pensiamo sia nobile ed eroico, con quello che vorremmo essere, in opposizione a quello che siamo. La continua spinta comparativa è una forma di condizionamento; e ancora, è straordinariamente sottile. Mi paragono con qualcuno che è un pò più intelligente o un pò più bello. Segretamente o apertamente si svolge un costante soliloquio, discorriamo con noi stessi in termini di paragone. Osservatelo in voi stessi. Dove ci sia paragone c'è una forma di aggressività nascosta nel sentimento di conquista; oppure, quando non avete ottenuto una conquista, provate un senso di frustrazione e di inferiorità. Siamo educati al paragone fin dall'infanzia. Il nostro sistema educativo si basa sul paragone, sui voti, sugli esami. Nel paragone che fate tra voi e qualcuno che è più intelligente, si nasconde l'invidia, la gelosia, e il conflitto che ne deriva. Il paragone implica la misurazione; misuro me stesso nei confronti di qualcosa che reputo migliore o più nobile. Ci si chiede: “Può mai la mente liberarsi da questo condizionamento sociale e culturale, della misura e del paragone, del condizionamento della paura e del piacere, del premio o della punizione?”. La struttura della nostra morale e della nostra religione nella sua globalità si basa su ciò. Come mai siamo condizionati? Vediamo le influenze esterne che ci condizionano e l'intima richiesta volontaria di essere condizionati. Perché accettiamo questo condizionamento? Come mai la mente ha permesso a se stessa di essere condizionata? Cosa si nasconde dietro di ciò? Come mai io, che sono un Indù, nato in un certo paese e in una certa cultura, con tutte le superstizioni e le tradizioni imposte dalla mia famiglia, dalla società, accetto questo condizionamento? Che spinta c'è dietro di ciò? Qual è il fattore che costantemente richiede e accetta, cede o resiste a questo condizionamento? È facile capire che si vuol essere sicuri e tranquilli in una comunità che segue un certo modello. Se non ci si adegua a quel modello si può perdere il lavoro, restare senza soldi, non essere considerati persone rispettabili. È in atto una ribellione a questo stato di cose, ed ogni ribellione crea a sua volta il proprio condizionamento – e tutti i giovani oggi lo stanno subendo. Bisogna scoprire cosa ci spinge a conformarci. Se non lo si scopre da soli, in un modo o nell'altro, positivamente o negativamente si sarà sempre condizionati. Il processo va avanti dal momento della nascita a quello della morte. Ci si può ribellare, si può tentare di sfuggire in un'altra forma di condizionamento, ci si può ritirare in un monastero come fanno quelli che dedicano la propria vita alla contemplazione, ad una filosofia, ma è sempre lo stesso movimento. Qual è questo meccanismo in costante movimento, che si adatta alle varie forme del condizionamento? Il pensiero è eternamente condizionato, perché è la reazione del passato in quanto memoria. Il pensiero è sempre meccanico; cade facilmente nei modelli, diventa schiavo delle abitudini, e mentre vi considerate straordinariamente attivi, siete invece confinati nell'abitudine di essere un comunista o un cattolico, o qualsiasi altra cosa. È la cosa più facile, più meccanica da fare, e crediamo di vivere! Così, sebbene il pensiero abbia una certa libertà limitata nel proprio campo, tutto ciò che fa è in realtà meccanico. Dopo tutto, andare sulla luna è una cosa squisitamente meccanica, è il risultato della conoscenza secolare che si è accumulata. La ricerca del pensiero tecnico vi porta sulla luna, o sotto il mare, eccetera. La mente vuole seguire una abitudine, vuole essere meccanica e in questa strada trova la sicurezza, non c'è turbamento. La vita meccanica è incoraggiata non solamente dalla società, ma anche da ciascuno di noi, perché è il più facile tipo di vita. Il pensiero, quindi, trovandosi in uno stato meccanico, ripetitivo, accetta ogni forma di condizionamento che gli permette di continuare nella sua attività meccanica. Un filosofo inventa una nuova teoria, un economista un nuovo sistema, e noi li accettiamo e li seguiamo. La nostra società, la nostra cultura, i nostri stimoli religiosi, tutto sembra funzionare in modo meccanico; e tuttavia vi è implicato anche un certo stimolo. Quando andate a Messa, sentite una certa eccitazione, una certa emozione, che finisce per diventare un modello. Non so se avete mai provato, ma fatelo una volta e ne coglierete il ridicolo: prendete un bastoncino o una pietra, un pezzo a caso con un pò di forma, mettetelo su una mensola e metteteci accanto un fiore tutti i giorni. Entro un mese vedrete che far ciò è diventata una abitudine, come se quello fosse un simbolo religioso, e voi avrete cominciato ad identificarvi con esso. Il pensiero è la risposta del passato. Se una persona ha seguito la professione dell'ingegnere, accresce e mette a punto quella conoscenza, ma segue sempre quella linea; lo stesso succede con un dottore, ecc. In un certo senso il pensiero gode di un pò di libertà, ma si ritrova sempre nei limiti del funzionamento meccanico. Riuscite a vedere questo fatto, non solamente come comprensione verbale o intellettuale, ma nella realtà? Ne siete tanto consapevoli come quando sentite il rumore: di questo treno? (si sente il rumore di un treno che passa). Può la mente liberarsi delle abitudini che ha tenuto vive, di certe opinioni, giudizi, atteggiamenti e valori? Cioè, può la mente liberarsi del pensiero? Se questo punto non è compreso alla perfezione, quello di cui parlerò poi non avrà alcun significato. La comprensione di ciò porta alla domanda seguente, che è inevitabile se volete approfondire il problema. Se il pensiero è meccanico, se si adatta inevitabilmente al condizionamento della mente, cos'è allora l'amore? L'amore è prodotto del pensiero? L'amore è alimentato, tenuto vivo dal pensiero, ne dipende? Cos'è l'amore? – tenete presente che la descrizione non è la cosa descritta, che la parola non è la cosa. Può la mente liberarsi dell'attività meccanica del pensiero e scoprire così cosa sia l'amore? La maggior parte di noi associa o equipara l'amore al sesso. È una forma di condizionamento. Quando indagate su questa cosa estremamente complessa, intricata e straordinariamente bella, dovete scoprire in che modo la parola “sesso” abbia condizionato la mente. Affermiamo di non essere capaci di uccidere – che non andremo in Vietnam o in altri posti a uccidere, ma non abbiamo niente in contrario all'uccisione degli animali; se doveste uccidere con le vostre mani l'animale che mangiate, e sentiste tutta la crudeltà di questa uccisione, mangereste lo stesso quell'animale? Ne dubito fortemente. Ma non avete niente in contrario che il macellaio lo uccida perché voi poi lo mangiate; che immensa ipocrisia si cela in questo atteggiamento! Ci si chiede quindi non solo cosa sia l'amore, ma anche cosa sia la pietà. Secondo la cultura cristiana gli animali non hanno anima, sono stati messi sulla terra da Dio perché voi li mangiate; e questo è il condizionamento cristiano. In alcune parti dell'India uccidere è male, sia uccidere una mosca, che un animale, che qualsiasi altra cosa. E così non uccidono la minima cosa, giungono all'estremo dell'esagerazione; e di nuovo si tratta di una forma di condizionamento. Ci sono persone che sono contrarie alla vivisezione, però indossano meravigliose pellicce: ancora ipocrisia! Cosa vuol dire provare pietà? Non solo a parole, ma veramente provare pietà? La pietà è forse questione di abitudini, di modo di pensare, deriva dalla ripetizione meccanica dell'essere gentili, premurosi, delicati, teneri? La mente prigioniera dell'attività del pensiero e del condizionamento e della ripetizione meccanica che l'accompagnano può sentire pietà? Quando il pensiero detta, quand'esso è attivo può esserci mai posto per la pietà? Perché la pietà è azione senza motivo, senza interesse personale, senza sentimento di paura, senza sentimento di piacere. Perciò ci si domanda: “L'amore è piacere?”. Il sesso, naturalmente è piacere. Ricaviamo piacere dalla violenza, dal successo, dal farci valere, dall'aggressione. Ricaviamo piacere anche dall'essere qualcuno. E tutto questo è prodotto del pensiero, prodotto della valutazione: “ero quello” e “sarò questo”. Il piacere, nel senso di cui si è parlato, è amore? Come può la mente prigioniera delle abitudini, della valutatone, del confronto, sapere che cos'è l'amore? Si potrà dire, l'amore è questo o quell'altro: sono sempre prodotti del pensiero. Da quest'osservazione nasce la domanda: che cos'è la morte? Che cosa significa, morire? Dev'essere la più meravigliosa delle esperienze! Deve voler dire qualcosa che finisce completamente. Il movimento che è stato iniziato – la lotta, la battaglia, l'affanno, la disperazione e le frustrazioni – tutto improvvisamente cessa. L'uomo che sta cercando di diventare famoso, che vuole affermarsi, che è violento, brutale – la sua attività è troncata! Avete osservato come tutto ciò che ha una continuità psicologica diventa meccanico e ripetitivo? Soltanto quando la continuità psicologica cessa, allora c'è qualcosa di totalmente nuovo; questo potete constatarlo da voi. Creare non è proseguimento di quanto già esiste o esisteva, ma la sua cessazione. Dunque si può morire psicologicamente? Comprendete la mia domanda? Si può morire al conosciuto, morire a quel che è stato – non allo scopo di diventare una cosa diversa – mi riferisco cioè alla cessazione e alla libertà dal conosciuto? Dopotutto la morte è questo. L'organismo fisico morirà, naturalmente; è stato oltraggiato, sbattuto in qua e in là, frustrato; ha mangiato e bevuto ogni sorta di cose. Sapete come vivete e continuate alla stessa maniera finché esso non muore. Il corpo per incidenti, per vecchiaia, per qualche malattia, per la tensione della continua lotta emotiva interna ed esterna, si distorce, imbruttisce e muore. C'è autocommiserazione in questo morire e pietà per se stessi anche quando muore qualcun altro. Quando muore qualcuno che noi riteniamo di amare non c'è molta paura in quel dolore? Perché si è lasciati soli, si è esposti a se stessi, non c'è più nessuno su cui contare, nessuno da confortare. Il nostro dolore è soffuso di autocommiserazione e paura ed è naturale che in questo stato di insicurezza si accetti qualsiasi forma di credenza. L'intera Asia crede nella reincarnazione, cioè che si debba rinascere in un'altra vita. Quando cercate di scoprire cosa deve rinascere nella vita successiva vi imbattete nelle difficoltà. Che cosa rinascerà? Voi stessi? Che cosa siete voi? molte parole, molte opinioni, attaccamento a quanto possedete, alla vostra mobilia, al vostro condizionamento. E tutto ciò – che voi chiamate anima – rinascerà in un'altra vita? La reincarnazione vuole che quel che siete oggi determinerà quel che sarete nella vita successiva. Quindi pensate al vostro comportamento di oggi, non di domani perché quanto fate oggi lo dovrete pagare nella vita successiva. Chi crede nella reincarnazione non si preoccupa affatto della propria condotta; si tratta solo di una credenza e questo non vale niente. Incarnatevi di nuovo oggi! non nella prossima vita! Cambiate completamente ora, cambiate con grande passione, lasciate che la vostra mente si spogli di tutto, di ogni condizionamento, di ogni cognizione, di tutto quel che essa ritiene “giusto”: svuotatela. Allora saprete cosa significa morire; allora saprete cosa significa amore. L'amore infatti non appartiene al passato, al pensiero, alla cultura; non è piacere. La mente che abbia compreso l'intero movimento del pensiero diventa straordinariamente quieta, completamente silenziosa. Questo silenzio è l'inizio del nuovo.

Interrogante: Può esservi un oggetto dell'amore?

Krishnamurti: Chi pone la domanda? Il pensiero o l'amore? Non è l'amore che fa la domanda. Quando si ama, si ama! non ci si chiede: “c'è un oggetto, oppure non c'è alcun oggetto, è personale oppure impersonale?”. Oh, sapete cosa vuol dire, ne conoscete la bellezza! Il nostro amore, così com'è, è una così grave prova! il nostro reciproco rapporto è un tale conflitto! Il nostro amore si fonda sull'immagine che io ho di te e quella che tu hai di me. Studiatelo attentamente, studiate il rapporto fra due immagini isolate che si dicono: “noi amiamo”. Le immagini sono il prodotto del passato, dei ricordi, ricordi di quanto tu hai detto a me ed io a te; e questo rapporto fra due immagini costituisce necessariamente un processo di isolamento. Questo noi chiamiamo rapporto. Essere in rapporto con una persona vuol dire essere in contatto – non un contatto puramente fisico – e questo non è possibile quando esiste un'immagine, quando c'è il processo del pensiero che porta all'autoisolamento, quando c'è il “me” e il “te”. Diciamo: “Può esserci un oggetto dell'amore? oppure, l'amore è divino o profano?” – mi seguite? Signori, quando amate non date né ricevete.

Interrogante: Quando guardiamo dietro queste parole, “bellezza” e “amore”, non scompaiono tutte queste divisioni?

Krishnamurti: Siete mai stati seduti, non sognando a occhi aperti, ma molto quieti, in assoluta consapevolezza? In quella consapevolezza non c'è verbalizzazione, non c'è scelta, non c'è freno né direzione. Avete osservato il silenzio che scaturisce dallo stato di completo rilassamento del corpo? Ciò richiede molto indagare perché la nostra mente non è mai ferma ma chiacchiera in continuazione ed è di conseguenza divisa. Noi dividiamo il vivere in frammenti. Può cessare questa frammentazione? Sapendo che di questa frammentazione è responsabile il pensiero, chiediamo: “può il pensiero tacere totalmente e tuttavia rispondere quando sia necessario, senza violenza, oggettivamente, in modo sano, razionale, e allo stesso tempo lasciarsi pervadere da questo silenzio?” È la sola maniera: scoprire da soli questa qualità della mente che non comporti frammentazione, che non si spezzi in “te” e “me”.

Interrogante: L'uccisione di una mosca sta sullo stesso piano dell'uccisione di un animale o di un essere umano?

Krishnamurti: Da dove inizierete per comprendere cosa sia uccidere? Dite, non andremo in guerra, non uccideremo un essere umano (non so se lo diciate o meno, questo riguarda voi) ma non vi preoccupa il fatto di prendere posizione: il vostro gruppo e il mio gruppo. Non vi preoccupa uccidere la gente con una parola, con un gesto, ma state attenti a non uccidere una mosca! Alcuni anni addietro chi vi parla si trovava in un paese in cui la religione accettata era il Buddhismo. Se siete buddhista praticante uno dei principi accettati è non uccidere. Due persone vennero a trovarmi e dissero: “Abbiamo un problema: non vogliamo uccidere. Siamo ardenti buddhisti e ci hanno allevato nel principio che non si deve uccidere; ma ci piacciono le uova e non vogliamo uccidere un uovo fecondato, perciò come dobbiamo fare?”. Capite? Se non avete ben chiaro dentro di voi quel che uccidere comporta – e non soltanto con un'arma, ma con una parola, un gesto, con il dividere, dicendo “il mio paese”, “il vostro paese”, “il mio Dio”, “il vostro Dio”, ci sarà inevitabilmente qualche forma di uccisione. Non datevi un gran da fare per l'uccisione di una mosca mentre poi andate a “uccidere” il vostro prossimo con una parola. Chi vi parla non ha mai mangiato carne in vita sua, non sa nemmeno che sapore abbia, eppure calza scarpe di cuoio. Si deve vivere, e per quanto in cuor vostro non vorreste uccidere nessuno – e lo intendete veramente – tuttavia dovete “uccidere” la verdura che mangiate; perché se non mangiate niente presto verrete a morire voi. Si deve scoprire da soli con molta chiarezza senza alcuna scelta, senza alcun pregiudizio, si deve essere altamente sensibili e intelligenti, e allora lasciate agire l'intelligenza: non dite “non ucciderò le mosche” per poi dire qualcosa di brutale sul proprio marito.

Religione

“Religione è la qualità che promuove una vita priva di frammentazione”

Penso che stamattina dovremmo discutere insieme del problema della religione. Molta gente non ama questa parola, pensa che sia piuttosto antiquata ed abbia pochissimo significato nel mondo moderno. Vi è poi chi è religioso a fine settimana; quelli cioè che si vestono bene il mattino della domenica e durante la settimana fanno tutto il male che possono. Ma quando usiamo la parola “religione” non ci interessiamo affatto delle religioni costituite, delle chiese, dei dogmi, dei riti, dell'autorità dei salvatori, dei rappresentanti di Dio e via dicendo. Parliamo di una cosa completamente diversa. Gli esseri umani in passato come nel presente, si sono sempre chiesti se esiste qualcosa di trascendentale, ben più reale della vita quotidiana con tutto il suo andazzo faticoso, la sua violenza, disperazione, dolore. Ma non riuscendo a trovarlo hanno adorato un simbolo, conferendogli grande importanza. Per scoprire se esiste qualcosa di realmente genuino e sacro – uso questa parola con qualche esitazione – dobbiamo cercare qualcosa che non sia stato creato dal desiderio e dalla speranza, dalla paura e da un bisogno struggente; che non sia dipendente da quanto ci circonda, dalla cultura e dall'educazione, ma qualcosa che il pensiero non abbia mai toccato, qualcosa di assolutamente e incomprensibilmente nuovo. Forse stamattina possiamo passare un pò di tempo indagando su questo, cercando di scoprire se vi sia una vastità, un'estasi, una vita che non si possa estinguere; se non troviamo questo, per quanto noi si possa essere virtuosi, ordinati, non-violenti, la vita in sé avrà ben poco significato. La religione – nel senso in cui stiamo usando la parola, che non abbia in sé alcun genere di paura o credenza – è la qualità per cui si tende a una vita nella quale non vi sia alcuna frammentazione. Se dobbiamo indagare su questo, dobbiamo non solo liberarci da ogni credenza, ma anche aver ben chiaro come ogni sforzo, ogni direttiva e ogni scopo costituiscano un fattore di distorsione. Vi esorto a comprenderne l'importanza; se siete comunque seri in questo è molto importante capire come ogni forma di sforzo svii da una percezione diretta. E ovviamente anche qualsiasi forma di repressione svia, come anche qualsiasi direttiva derivante da una scelta, da uno scopo prefissato, creato dal nostro desiderio; tutto ciò rende la mente assolutamente incapace di vedere le cose come stanno. Nell'indagare sul problema di cosa sia la verità, se esista veramente l'illuminazione, se esista qualcosa che non appartenga affatto al tempo, una realtà che non sia dipendente dalle nostre esigenze, occorre che ci sia libertà e un certo tipo di ordine. Generalmente associamo l'ordine alla disciplina, ed essendo la disciplina conformismo, imitazione, adattamento, repressione, e così via, costringiamo la mente a seguire un determinato corso, un modello che consideriamo morale. Ma l'ordine non ha proprio niente a che vedere con una simile disciplina; l'ordine scaturisce naturalmente e inevitabilmente quando comprendiamo tutti i fattori di disturbo, il disordine e i conflitti, che hanno luogo in noi e fuori di noi. Quando diventiamo consapevoli di questo disordine, quando vediamo tutto il male, l'odio, la ricerca di confronti, quando comprendiamo, allora l'ordine nasce, e quest'ordine non ha assolutamente niente a che vedere con la disciplina. Dovete possedere l'ordine: dopotutto l'ordine è virtù (forse questa parola non vi piacerà). Virtù non è qualcosa che vada coltivata; se è figlia del pensiero, della volontà, se è risultato di repressione, allora non è più virtù. Ma se voi capite il disordine che è nella vostra vita, la confusione, la totale mancanza di senso della vostra esistenza, quando vedete questo con grande chiarezza, non soltanto intellettualmente o a parole, non condannando, non fuggendo, ma osservando questo disordine nella vita, allora dalla consapevolezza e dall'osservazione nasce l'ordine, naturalmente, ed è virtù. È una virtù del tutto diversa da quella della società, rispettabile e sancita dalle religioni con la loro ipocrisia; ed è completamente diversa dalla disciplina autoimposta. L'ordine deve esserci se dobbiamo scoprire se esista – o non esista – una realtà che non appartenga al tempo, incorruttibile, che non dipenda da nient'altro. Se siete veramente seri in questo, cioè se è per voi un fatto altrettanto importante che guadagnarvi da vivere, o ricercare il piacere, se è una cosa terribilmente importante, allora vi renderete conto che si può trovare l'ordine solamente nella meditazione. Il significato che la parola ha sul vocabolario va ponderato, ripensato, indagato; significa possedere una mente capace di guardare, intelligente, sana, né pervertita né nevrotica, che non desideri qualcosa, da qualche parte. C'è un metodo, un sistema, un sentiero da seguire che vi porti alla comprensione di cosa sia il meditare o la percezione della realtà? Sfortunatamente dall'Oriente giungono persone con metodi, sistemi e via dicendo; dicono, “fate così” e “non fate così”. “Praticate lo Zen e troverete l'illuminazione”. Forse alcuni di voi sono stati in India o in Giappone e hanno trascorso anni a studiare, a imporsi una disciplina, cercando la consapevolezza delle dita dei piedi o del naso, facendo una pratica interminabile. O magari avrete ripetuto certe parole allo scopo di calmare la mente per poi nella calma raggiunta poter percepire qualcosa oltre il pensiero. Questi trucchetti possono essere messi in pratica da una mente molto stupida e ottusa. Uso la parola stupida nel senso di istupidita. Una mente istupidita può praticare qualunque di questi trucchi. Forse tutto questo non vi interessa ma bisogna che scopriate da voi. Dopo aver ascoltato molto attentamente forse andrete per il mondo a insegnare alla gente, forse è questa la vostra vocazione e io spero che lo sia. Dovete conoscere tutta la sostanza, il significato, la pienezza, la bellezza, l'estasi di tutto questo. Una mente ottusa, una mente che è stata istupidita dalla “pratica”, non potrà mai in nessuna possibile circostanza capire cosa sia la realtà. Occorre essere totalmente, assolutamente liberi dal pensiero. Occorre una mente che non sia distorta, che sia molto limpida, che non sia stata resa ottusa, che non continui a perseguire una direttiva, uno scopo. Voi chiederete: “È possibile trovarsi in uno stato della mente nel quale non ci sia alcuna forma di esperienza?” “Fare un'esperienza” comporta un'entità che la faccia, quindi c'è dualità: chi fa l'esperienza e la cosa di cui si fa l'esperienza, l'osservatore e la cosa osservata. La maggior parte di noi vuole una qualche profonda, meravigliosa, mistica esperienza; quelle quotidiane sono così banali, insignificanti, superficiali che desideriamo qualcosa di elettrizzante. In questa assurda idea di un'esperienza meravigliosa sussiste dualità fra soggetto e oggetto dell'esperienza. Fin quando esisterà questa dualità, necessariamente vi sarà distorsione; perché chi fa l'esperienza costituisce la somma del passato con tutte le sue cognizioni, i suoi ricordi; insoddisfatto di tutto ciò vuole qualcosa di molto più grande, perciò lo proietta come idea e quel che trova è questa proiezione. In questo sussiste la dualità e la distorsione. La verità non può essere oggetto di esperienza. La verità non si può ricercarla e trovarla. È al di là del tempo. Il pensiero, che appartiene al tempo, non potrà mai scovarla e afferrarla. Dunque occorre capire bene a fondo la questione del volere un'esperienza. Comprendete, ve ne prego, questo fatto così terribilmente importante. Ogni forma di sforzo, di volontà, di inseguimento della verità, di ricerca di esperienze, non è che l'osservatore che vuole il trascendentale e compie uno sforzo per questo; quindi la mente non è limpida, intatta, non meccanica. La mente che ricerchi un'esperienza per meravigliosa che sia, comporta l'“io” che cerca, l'“io” che è il passato, con tutte le sue frustrazioni, infelicità e speranze. Osservate voi stessi come funziona il cervello. È il magazzino della memoria, del passato. La memoria reagisce in continuazione, nell'aver simpatia o non averla, nel giustificare, nel condannare e così via; reagisce secondo il proprio condizionamento, secondo la cultura, la religione, l'educazione che ha immagazzinato. Il magazzino della memoria da cui deriva il pensiero guida quasi sempre la nostra vita; ogni giorno, in ogni minuto, dirige e modella la nostra vita, consciamente o inconsciamente; genera pensiero, genera l'“io” che è poi l'essenza stessa del pensiero e delle parole. Quel cervello, col suo contenuto di ciò che è vecchio, potrà mai essere assolutamente quieto, risvegliato solo quando è necessario operare, funzionare, parlare, ma per il resto del tempo completamente sterile? La meditazione deve scoprire se il cervello, con tutte le sue attività, le sue esperienze, può stare assolutamente quieto. Non costretto, per che nel momento che c'è costrizione, c'è dualità, l'entità che dice: “Vorrei avere delle esperienze meravigliose, perciò devo costringere il mio cervello a essere quieto”; non ci riuscirete mai. Ma se cominciate a indagare, guardare, osservare come funziona il cervello, allora vedrete che esso diventerà straordinariamente quieto; un silenzio che non è sonno ma è straordinariamente attivo e quindi è quiete. Una grossa dinamo che funzioni perfettamente quasi non fa rumore; soltanto quando c'è attrito c'è rumore. Occorre scoprire se il proprio corpo può stare seduto o steso assolutamente fermo, senza movimento alcuno, senza costrizione. Il corpo e il cervello sono in grado di star fermi? poiché fra loro sono psicologicamente correlati. Esistono varie pratiche intese a far star fermo il corpo, ma anche questo comporta repressione; il corpo vuole alzarsi e camminare, voi insistete perché stia seduto e quieto e incomincia la lotta, voler muoversi e voler star fermi. La parola “yoga” significa “riunire”. La stessa parola “riunire” è sbagliata, implica dualità. Probabilmente lo yoga inteso come una determinata serie di esercizi respiratori fu inventato in India migliaia di anni fa. Suo scopo è mantenere ghiandole, nervi e l'intero sistema corporeo in buona salute, senza farmaci, e ad un alto grado di sensibilità. Il corpo richiede sensibilità altrimenti non si può avere un cervello lucido. Potete capire questo semplice fatto, che bisogna avere un corpo molto sano, sensibile, sveglio e un cervello che funzioni con molta chiarezza, non emotivamente, non personalisticamente; questo cervello potrà stare in assoluta quiete. Ora, come si deve fare perché questo avvenga? Come può il cervello, così terribilmente attivo, – non soltanto durante il giorno, ma anche nel sonno – rilassarsi talmente da essere in assoluta quiete? Evidentemente non riuscirete con un metodo; metodo vuol dire ripetizione meccanica che istupidisce e ottunde il cervello; e in quella ottusità ritenete di poter avere esperienze meravigliose? Come può il cervello, che chiacchiera sempre con se stesso o con altri, che sempre giudica, valuta, prova simpatia e antipatia, si agita in continuazione, come può il cervello essere assolutamente quieto? Voi vedete, per vostro conto, la straordinaria importanza dell'assoluta quiete del cervello? Infatti nel momento che agisce, reagisce al passato in termini di pensiero. Solo un cervello assolutamente fermo può guardare una nuvola, un albero, un fiume che scorre. Può capitarvi di vedere la straordinaria luce sulle montagne mentre il cervello è assolutamente fermo – l'avete osservato, no? Come è avvenuto questo? La mente, di fronte a uno spettacolo di straordinaria magnificenza, come un meccanismo complesso, un meraviglioso calcolatore elettronico, uno stupendo tramonto, si fa assolutamente quieta, anche se per la frazione di un secondo. Avrete osservato, quando date un giocattolo a un bambino, come esso assorba il bambino, come il bambino sia interessato ad esso. Allo stesso modo con la loro grandezza, le montagne, la bellezza di un albero, le acque fluenti, assorbono la mente e la rendono ferma. Ma in questo caso la mente è stata fermata da qualcosa. Può il cervello fermarsi senza che un fattore esterno lo penetri? Non certo “trovando il sistema”. La gente spera nella grazia di Dio, prega, ha fede, è assorta in Gesù, nell'una o nell'altra cosa. Vediamo che questo essere assorti in qualcosa fuori di noi accade alla mente ottusa e istupidita. Il cervello è attivo dal momento in cui vi svegliate fino a quando vi addormentate andando a letto; e persino allora l'attività del cervello continua. L'attività sotto forma di sogni è lo stesso movimento del giorno che si protrae nel sonno. Il cervello non ha mai un minuto di riposo, non dice mai: “ho finito”. I problemi accumulati durante il giorno se li porta dietro nel sonno; quando vi svegliate quei problemi continuano: è un circolo vizioso. Il cervello che deve star quieto non deve far sogno alcuno: quando il cervello è quieto durante il sonno c'è una qualità completamente diversa che penetra la mente. Come avviene che il cervello così terribilmente, entusiasticamente attivo può esser naturalmente, agevolmente quieto, senza nessuno sforzo o repressione? Ve lo mostrerò. Come abbiamo detto durante il giorno il cervello è attivo, incessantemente. Vi svegliate, guardate fuori dalla finestra e vi dite, “Oh, che pioggia terribile”, oppure “È una giornata meravigliosa, ma troppo calda”: avete incominciato! Perciò in quel momento, quando guardate fuori dalla finestra, non dite una parola a voi stessi – il che non vuole dire che dobbiate reprimere la parola – osservate semplicemente senza che intervenga precipitosamente l'attività del cervello, eccovi il punto, eccovi la chiave. Quando il vecchio cervello non reagisce, una nuova qualità scaturisce nel cervello nuovo. Voi riuscite a osservare le montagne, il fiume, le vallate, le ombre, gli alberi bellissimi e le nuvole meravigliose piene di luce oltre le montagne, riuscite a guardarle senza una parola, senza fare confronti. Ma vi riesce molto più difficile quando guardate un'altra persona; in questo caso avete già stabilito delle immagini. Ma osservate semplicemente! Vi accorgerete quando osservate così, quando vedete con chiarezza, come l'azione diventa un'azione completa che non vi portate dietro al minuto che segue. Comprendete? Si hanno dei problemi, gravi o superficiali; non si dorme bene, si litiga con la moglie e questi problemi si portano avanti di giorno in giorno. I sogni sono la ripetizione di questi problemi, la ripetizione della paura e del piacere, ripetizione continua. Questo evidentemente istupidisce la mente e ottunde il cervello. Ora, è possibile far cessare ogni problema appena esso sorga, non portandoselo dietro? Esaminate un problema: qualcuno mi ha insultato, mi ha detto che sono uno stupido; in quel momento il vecchio cervello reagisce istantaneamente dicendo: “Anche tu lo sei”. Se prima che il cervello reagisca io sono pienamente consapevole di quanto è stato detto – qualcosa di spiacevole – ho un intervallo, una pausa, in modo che il cervello non si slanci subito alla battaglia. Perciò se osservate il movimento del pensiero in azione durante il giorno vi renderete conto che esso crea sempre problemi, e che i problemi sono cose incomplete che vanno portate avanti. Ma se osservate con un cervello che sia abbastanza quieto, allora vedrete che l'azione completa se stessa, è istantanea; non ci si porta dietro il problema, non ci si porta dietro l'insulto o la lode, il problema cessa. Allora durante il sonno, il cervello non continua a portarsi dietro l'attività passata, del giorno; è in assoluto riposo. Ed essendo quieto nel sonno, nel cervello avviene un ringiovanimento di tutta la sua struttura. Scaturisce una qualità di innocenza, e la mente innocente riesce a vedere che cosa è vero; non la la mente complicata, non quella del filosofo o del prete. La mente innocente comporta tutto l'insieme del corpo, il cuore, il cervello, e la mente. La mente innocente mai toccata dal pensiero, riesce a vedere che cos'è la verità, che cos'è la realtà, riesce a vedere se esiste qualcosa che non conosce misura. Questa è meditazione. Per giungere alla straordinaria bellezza della verità, con la sua estasi, dovete gettare le fondamenta. Fondamento è capire la natura del pensiero che genera paura e alimenta il piacere, capire la natura dell'ordine e quindi della virtù; in modo che vi sia libertà da ogni conflitto, aggressione, brutalità e violenza. Una volta stabilito questo fondamento di libertà sopravviene una sensibilità che è intelligenza suprema e tutta la vita che si conduce cambia completamente.

Interrogante: Penso che capire voi sia molto importante perché noi si possa capire quel che dite. Mi ha sorpreso sentire quanto avete detto dello yoga, come lo pratichiate regolarmente due ore al giorno. Questa a me sembra decisamente una forma di disciplina. Più importante di questo tuttavia è la questione dell'innocenza: mi interessa l'innocenza della vostra mente.

Krishnamurti: Per riuscire a vedere l'innocenza della mente, che sia la vostra o la mia, dovete prima essere innocente. Non è una ritorsione la mia. Per vedere l'innocenza della mente occorre che siate libero, non dovete avere alcuna paura e dovete possedere una qualità che scaturisce dal cervello che funziona senza sforzo. Praticare lo yoga regolarmente due ore al giorno è una forma di disciplina? Sapete che il corpo vi dice quand'è stanco; il corpo vi dice: “Non fare questo stamattina”. Quando abbiamo maltrattato il corpo in una quantità di modi, rovinandone l'intelligenza – con alimentazione sbagliata, fumando, bevendo e così via – il corpo diventa insensibile. Il pensiero allora dice: “Devo forzarlo”. Questo spingere il corpo, costringerlo, forzarlo, diventa disciplina. Mentre, se fate queste cose regolarmente, agevolmente, senza sforzo, la regolarità dipende dalla sensibilità del corpo. Un giorno lo fate, il giorno seguente il corpo magari è stanco e voi dite: “va bene, non lo farò”. Non si tratta di una regolarità meccanica. Occorre una certa intelligenza non soltanto della mente ma anche del corpo, e quell'intelligenza vi dirà cosa fare o non fare.

Interrogante: Potrebbe accadere che pur volendo che la nostra mente sia in quiete si debbano prendere delle decisioni; questo crea difficoltà e genera problemi.

Krishnamurti: Se la mente non riesce a decidere con chiarezza allora sorge il problema; la stessa decisione è un problema. Quando decidete, decidete fra una o l'altra cosa e questo implica una scelta. Quando c'è scelta, c'è conflitto; da qui sorgono i problemi. Ma quando vedete con chiarezza non c'è scelta e perciò non c'è decisione. Voi sapete bene la strada che vi porta da qui a dove abitate; seguite la via che è chiarissima. Avete percorso quella via centinaia di volte, quindi non c'è scelta, sebbene possiate trovare una scorciatoia che vi potrebbe servire un'altra volta. È diventato un fatto meccanico, non vi sono problemi. Il cervello vuole che i fatti si ripetano in modo da poter funzionare automaticamente, meccanicamente, in modo che non sorgano problemi. Il cervello chiede di funzionare meccanicamente. Di conseguenza dice: “Devo avere una credenza, uno scopo, una direttiva in modo da stabilire un sentiero e seguirlo”; e poi segue quel solco. Cosa avviene? La vita non permette questo, accadono ogni sorta di cose; quindi il pensiero resiste, erge un muro di credenze e proprio con questa resistenza crea problemi. Quando dovete decidere in un senso o nell'altro vuol dire che c'è confusione: “dovrei farlo o non dovrei?”. Mi pongo questa domanda quando non vedo con chiarezza cosa va fatto. Scegliamo in confusione, non in chiarezza. Nel momento in cui vedete chiaramente, la vostra azione è completa.

Interrogante: Ma non può essere sempre completa.

Krishnamurti: Perché no?

Interrogante: Spesso si tratta di una scelta complessa e si deve impiegare del tempo, guardarla attentamente.

Krishnamurti: Sì, impiegate del tempo, abbiate la pazienza di guardarla attentamente. Dovete fare un confronto: che confronto? Un confronto fra due oggetti uno blu e uno bianco, vi chiedete se vi piace più questo o quel colore, oppure se salire su una collina o su un'altra. Voi decidete: “Oggi salirò su questa, domani sull'altra”. Il problema sorge quando si ha da fare con la psiche, su che cosa fare dentro se stessi. Prima osservate cosa comporta la decisione. Decidere se far questo o quell'altro, su cosa si basa tale decisione? Su una scelta, ovviamente. Dovrei fare questo o quell'altro? Mi rendo conto che quando c'è scelta deve esserci confusione. Ora perché sono confuso? Perché non so, oppure perché preferisco una via che si oppone ad un'altra più piacevole, che porterà a risultati migliori, a maggior ricchezza, o comunque possa essere. Allora scelgo quella via. Ma nello scegliere mi accorgo che c'è anche frustrazione in quel che decido, e frustrazione equivale a sofferenza. Così sono di nuovo prigioniero fra paura e piacere. Vedendomi prigioniero chiedo: “Posso agire senza fare scelte?”. Questo vuol dire: devo essere consapevole di tutto quel che comporta il decidere; infatti c'è dualità, c'è chi decide e ciò su cui si decide. Di conseguenza c'è conflitto e perpetuarsi della confusione. Voi direte, essere consapevoli di tutto il groviglio di questo movimento richiederà tempo. Richiederà tempo? Oppure può esser visto istantaneamente, e quindi essere azione istantanea? Richiede tempo solo quando io non ne sono consapevole. Il mio cervello, essendo condizionato, dice: “Devo decidere”, decidere in accordo col passato; tale è la sua abitudine. “Devo decidere cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa è dovere, cosa è responsabilità, cosa è amore”. Le decisioni del cervello generano rinnovato conflitto: questo è quanto in tutto il mondo stanno facendo i politici. Ora potrà quel cervello esser quieto in modo da vedere istantaneamente il problema della confusione e agire perché è limpido? Allora non ci sarà affatto decisione.

Interrogante: Possiamo imparare dall'esperienza?

Krishnamurti: Certamente no. Imparare comporta libertà, curiosità, indagine. Quando un bambino impara è curioso di ciò che sta imparando, vuole sapere, è uno slancio libero; non uno slancio derivante dall'avere acquisito e dal fatto di partire da ciò che si è acquisito. Noi facciamo innumerevoli esperienze; abbiamo avuto cinquemila anni di guerra. Non abbiamo imparato una singola cosa da tutte le guerre tranne che inventare altri meccanismi mortali con cui ucciderci a vicenda. Abbiamo fatto molte esperienze, con gli amici, la moglie, il marito, il paese, e non abbiamo imparato. L'apprendimento, in realtà, può aver luogo dove ci sia libertà dall'esperienza. Quando scoprite qualcosa di nuovo la mente deve essere libera dal vecchio, evidentemente. Di conseguenza meditazione vuol dire lo svuotarsi della mente dal conosciuto in quanto esperienza; perché la verità non la si inventa, è una cosa totalmente nuova, non sta in termini di “conosciuto”, di passato. La sua novità non è l'opposto del vecchio. È qualcosa di incredibilmente nuovo; la mente che vi si avvicina per mezzo dell'esperienza non può vederlo.

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