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La mia strada è la tua strada

La mia strada è la tua strada
Traduzione di Giorgio Monicelli
Titolo originale dell'opera: Commentaries on Living, Series 1

1. Tre pii egoisti

L’altro giorno son venuti a trovarmi tre pii egoisti. Il primo era un sanyasi, un uomo cioè che aveva rinunciato al mondo; il secondo, un orientalista e fermo credente nella fratellanza del genere umano; e il terzo un saldo fautore di una meravigliosa utopia. Ognuno dei tre era un fervente apostolo della sua fede e considerava gli atteggiamenti e le azioni altrui un po’ dall’alto, e attingeva forza dalle sue proprie convinzioni. Ognuno amava ardentemente il suo credo e tutti e tre erano, in uno strano loro modo, spietati.

Mi dissero, più di tutti l’utopista, d’essere pronti a rinnegare o sacrificare se stessi e i loro amici per amore della loro fede. Apparivano umili e dolci, segnatamente l’uomo che credeva nella fratellanza, ma mostravano una durezza di cuore e quell’intolleranza peculiare che è caratteristica del superiore. Essi erano gli eletti, i ministri; essi erano gli iniziati e possedevano la verità.

Il sanyasi disse, durante una conversazione molto seria, che si stava preparando alla sua prossima vita. Quella presente, dichiarò, aveva ben poco da offrirgli, perché egli aveva visto in fondo a tutte le illusioni delle cose mondane e abbandonato le vie del mondo. Aveva alcune debolezze personali e certe difficoltà a raccogliersi, aggiunse, ma nella prossima vita egli sarebbe stato l’ideale che si era proposto di essere.

Tutti i suoi interessi, tutta la sua vitalità erano riposti nella convinzione che egli sarebbe stato qualche cosa d’importante nell’altra vita. Chiacchierammo abbastanza diffusamente, ed egli poneva l’accento sempre sul domani, sul futuro. Il passato, disse, esisteva, ma sempre in rapporto al futuro; il presente non era che un passaggio al futuro e l’oggi interessava solo per il domani. Se non ci fosse stato nessun domani, si chiedeva, allora perché affaticarsi? Tanto sarebbe valso vegetare o essere come la mucca pacifica.

Tutta la vita non era che un movimento continuo dal passato, attraverso il presente momentaneo, al futuro. Noi dobbiamo usare il presente, disse, per essere qualche cosa nel futuro: essere saggi, essere forti, essere compassionevoli. Tanto il presente quanto il futuro erano transeunti, ma il domani maturava il frutto. Insistette che l’oggi non è che un mezzo per raggiungere un fine e noi non dovremmo essere troppo ansiosi o esigenti riguardo all’oggi: dobbiamo avere ben chiaro in mente l’ideale del domani e compiere il viaggio con risultati soddisfacenti. Tutto sommato, non poteva sopportare il presente.

L’uomo della fratellanza era più colto e il suo modo di parlare più poetico; sapeva adoperare con abilità le parole ed era del tutto soave e convincente. Egli pure s’era intagliato una divina nicchia nel futuro. Doveva essere anche lui qualche cosa. Idea che gli confortava il cuore e per cui aveva raccolto proseliti. La morte, disse, è una cosa bella, perché porta l’uomo più vicino alla nicchia divina, e ciò rende possibile la vita in questo brutto mondo di lacrime.

Egli era tutto volto a cambiare e abbellire il mondo e operava con ardore per la fratellanza umana. Stimava che l’ambizione, con le sue dipendenti crudeltà e corruzione, fosse inevitabile in un mondo dove occorre agire; e sfortunatamente, se si voleva che si eseguissero certe attività organizzative, bisognava schierarsi un po’ dal lato della durezza. Operare era importante, perché aiutava il genere umano, e chiunque si opponesse a questo operare andava messo da parte: ma con dolcezza, naturalmente. L’organizzazione di questo operare era del massimo valore e non andava trascurata. «Altri hanno le loro vie» egli disse «ma la nostra è essenziale e chiunque si intrometta non è uno di noi.»

L’utopista era uno strano miscuglio d’idealista e di uomo pratico. La sua Bibbia era non il vecchio, ma il nuovo. Egli credeva implicitamente nel nuovo. Sapeva l’esito del futuro, perché il libro nuovo prediceva quale sarebbe stato. Il suo piano consisteva nel disorientare, organizzare, eseguire. Il presente, disse, era corrotto, andava distrutto e su questa distruzione si sarebbe costruito il nuovo. Il presente andava sacrificato per il futuro. Importantissimo era l’uomo futuro, non quello presente.

«Noi sappiamo come creare l’uomo futuro» disse «possiamo foggiare la sua mente e il suo cuore; ma dobbiamo avere il potere per fare il bene. Sacrificheremo noi stessi e altri per portare in essere uno stato nuovo. Uccideremo chiunque si ponga sulla nostra strada, poiché i mezzi non hanno importanza: il fine giustifica i mezzi.»

Per la pace definitiva, si sarebbe dovuta usare ogni forma di violenza; per la definitiva libertà dell’individuo, la tirannide nel presente era inevitabile.

«Quando avremo il potere nelle nostre mani» dichiarò «ricorreremo a ogni forma di coazione per creare un mondo nuovo senza distinzioni di classe, senza preti. Dalla nostra tesi centrale non ci scosteremo mai; noi vi siamo radicati, ma la nostra strategia e la nostra tattica dipenderanno dalla variabilità delle circostanze. Noi facciamo progetti, organizziamo e agiamo per distruggere l’uomo presente per l’uomo futuro.»

Il sanyasi, l’uomo della fratellanza e l’utopista vivono tutti per il domani, per il futuro. Non sono ambiziosi nel senso mondano, non vogliono grandi onori, ricchezza o riconoscimenti; ma sono ambiziosi in un modo molto più sottile. L’utopista s’identifica con un gruppo che, egli ritiene, avrà il potere di orientare in altro senso il mondo; l’uomo della fratellanza aspira ad essere esaltato e il sannyasi a raggiungere il suo fine. Tutti sono consumati dal loro divenire, dalla loro meta e dalla loro espansione. Essi non vedono che questo desiderio nega la pace, la fratellanza e la felicità suprema.

L’ambizione, sotto ogni specie, (per la comunità, per la salvezza individuale, o per il compimento spirituale), non è che azione posposta. Il desiderio è sempre del futuro; il desiderio di divenire non è che inazione nel presente. L’oggi ha un significato più grande del domani. Nell’oggi è contenuto tutto il tempo e comprendere l’oggi vuol dire essere liberi dal tempo. Il divenire è la continuazione del tempo, del dolore. Il divenire non contiene l’essere.

L’essere è sempre nel presente ed essere è la più alta forma di trasformazione. Il divenire non è che continuità modificata e c’è radicale trasformazione soltanto nel presente, nell’essere.

2. Identificazione

Perché vi identificate con un altro, con una comunità, con una nazione? Perché vi definite cristiano, indù, buddista, o perché appartenete a una delle innumerevoli sette? Religiosamente e politicamente ci si identifica con questo o quel gruppo per tradizione o abitudine, impulso, pregiudizio, spirito d’imitazione, pigrizia. Questa identificazione pone fine a ogni comprensione creativa, e allora si diviene un semplice strumento nelle mani del capopartito, del prete o del capo favorito.

L’altro giorno qualcuno ha detto di essere un «krishnamurtiano», mentre il tal dei tali apparteneva a un altro gruppo. Mentre affermava ciò, non si rendeva assolutamente conto dei sottintesi di questa identificazione. Era tutt’altro che uno sciocco, era un uomo colto, provveduto e così via: nemmeno si può dire che l’argomento lo rendesse particolarmente sensitivo o eccitabile; anzi, egli era lucido e preciso.

Perché era diventato un «krishnamurtiano»? Aveva seguito altri, era appartenuto a gruppi e organismi forse tediosi e alla fine si era identificato con questa particolare persona. Da quanto aveva detto, si poteva dedurre che il viaggio era finito. Egli aveva preso posizione e non c’era altro da dire; aveva scelto e nulla avrebbe potuto scuoterlo dalla sua scelta. D’ora in poi, sistemato, avrebbe seguito tutto quanto era stato detto e doveva essere ancora detto.

Quando ci identifichiamo con un altro, è forse questa un’indicazione d’amore? Identificazione sottintende esperimento? L’identificazione non pone forse fine all’amare e allo sperimentare? L’identificazione, certo, è possesso, l’asserzione di una proprietà; e la proprietà nega l’amore, non è vero? Possedere è essere sicuri; il possesso è difesa, invulnerabilità. Nell’identificazione, c’è resistenza, sia grossolana, sia sottile; e l’amore è forse una forma di resistenza autoprotettiva? C’è amore quando c’é difesa?

L’amore è vulnerabile, docile, ricettivo; è la più alta forma di sensibilità, e l’identificazione porta all’insensibilità. Identificazione e amore non vanno d’accordo, perché una distrugge l’altro. L’identificazione è essenzialmente un processo del pensiero per il quale la mente si salvaguarda e si espande; e nel divenire qualcosa essa deve resistere e difendere, deve possedere e scartare. In questo processo di divenire, la mente, o l’io, si fa più dura e più capace; ma questo non è amore. L’identificazione distrugge la libertà e soltanto nella libertà si può trovare la forma più alta di sensibilità.

Per esperimentare, cè bisogno d’identificazione? Lo stesso atto dell’identificare non pone fine all’indagine, alla scoperta? La felicità che la verità comporta non può essere se non c’è sperimentazione nella scoperta di sé. L’identificazione pone fine alla scoperta; è un’altra forma di pigrizia. L’identificazione è esperienza interposta e pertanto falsa all’estremo.

Per esperimentare, ogni identificazione deve cessare. Per fare esperimenti, non ci deve essere paura. La paura inibisce l’esperimento. È la paura che conduce all’identificazione: all’identificazione con un altro, con un gruppo, con un’ideologia, e avanti di questo passo. La paura deve resistere, sopprimere; e in stato di autodifesa come ci si può avventurare su mari sconosciuti? La verità o la felicità non possono venire senza che si sia intrapreso il viaggio sulla via di se stesso. Non potete spingervi lontano se siete ancorato. L’identificazione è un rifugio. Un rifugio necessita di protezione, e ciò che è protetto è in breve distrutto. L’identificazione porta la distruzione su di sé e quindi il conflitto continuo tra varie identificazioni.

Più lottiamo pro o contro l’identificazione, maggiore è la resistenza alla comprensione. Se si è consapevoli dell’intero processo d’identificazione, verso l’esterno e verso l’interno, se si vede che la propria espressione esterna è proiettata dalla richiesta interiore, allora c’è possibilità di scoperta e di felicità. Colui che ha identificato se stesso non potrà mai conoscere la libertà, nella quale sola ogni verità viene in essere.

3. Chiacchiere e preoccupazioni

Come stranamente simili sono chiacchiere e preoccupazioni. Tanto le une quanto le altre sono il prodotto di una mente inquieta. Una mente inquieta deve avere una mutevole varietà di espressioni e di azioni, deve essere occupata; deve avere sensazioni sempre più accentuate, interessi passeggeri, e le chiacchiere contengono gli elementi di tutte queste cose.

Le ciarle sono l’antitesi medesima dell’intensità e del fervore. Parlare di un altro, simpaticamente o con cattiveria, è una evasione dal proprio io, e l’evasione è causa di irrequietezza. L’evasione è di per se stessa irrequieta. Interessarsi degli affari degli altri sembra occupare la maggior parte della gente, e questo interessamento si rivela nella lettura d’innumerevoli riviste e giornali, con le loro colonne di pettegolezzi, i loro resoconti di delitti, divorzi e così via.

Come ci interessa ciò che gli altri pensano di noi, così siamo bramosi di sapere tutto di loro; e da ciò sorgono le crude e sottili forme di snobismo e di adorazione dell’autorità. Diveniamo così sempre più esteriori e interiormente vacui. Più siamo esteriori, più debbono esserci sensazioni e distrazioni, e ciò dà origine a una mente che non è mai tranquilla, che non è capace di profonda ricerca e di scoperta.

Il pettegolezzo è un’espressione della mente irrequieta; ma il solo fatto di essere silenziosi non indica una mente tranquilla. La tranquillità non viene in essere con l’astinenza o il diniego; viene dalla comprensione di ciò che è. Comprendere ciò che è richiede una pronta consapevolezza, perché ciò che è non è statico.

Se non ci preoccupassimo, in massima parte non ci accorgeremmo di essere vivi; lottare con un problema è per la maggioranza di noi indicazione della nostra esistenza. Non possiamo immaginare la vita senza un problema; e più siamo assorti in un problema, più vivi crediamo di essere. La costante tensione su di un problema che soltanto il pensiero ha creato non fa che ottundere la mente, rendendola insensibile e stanca.

Perché questo incessante preoccuparsi di un problema? Il preoccuparsi risolverà il problema? O la risposta al problema viene quando la mente è tranquilla? Ma per la maggioranza delle persone, una mente tranquilla è cosa piuttosto temibile; hanno paura di essere tranquilli, perché sa il cielo che cosa potrebbero scoprire in se stessi, e preoccuparsi è prevenire ciò. Una mente che tema di scoprire deve stare sempre sulla difensiva e l’irrequietezza è la sua difesa.

Per la tensione continua, per l’abitudine e l’influsso delle circostanze, gli strati consapevoli della mente si sono fatti agitati e irrequieti. L’esistenza moderna incoraggia questa superficiale attività, questa distrazione, che sono un’altra forma di autodifesa. La difesa è resistenza, che inibisce la comprensione.

La preoccupazione, come il pettegolezzo, assomiglia all’intensità e alla serietà; ma quando si osservi più attentamente, si vedrà che essa deriva dall’attrazione e non dall’ardore. L’attrazione è sempre mutevole ed è per questo che gli oggetti della preoccupazione e del pettegolezzo cangiano. Il cambiamento non è che continuità modificata. Ciarle e preoccupazioni possono avere fine solo quando l’irrequietezza della mente sia compresa. La mera astinenza, il controllo e la disciplina soltanto non procureranno la tranquillità, ma ottunderanno la mente, rendendola insensibile e ristretta.

La curiosità non rappresenta la via della comprensione. La comprensione viene dalla conoscenza di se stessi. Colui che soffre non è curioso; e la semplice curiosità, coi suoi eccessi meditativi, è un intralcio alla conoscenza di se stessi. La meditazione filosofica, come la curiosità, è un indizio di irrequietezza; e una mente irrequieta, per dotata che sia, distrugge la comprensione e la felicità.

4. Pensiero e amore

Il pensiero, col suo contenuto di emozione e di sensazione, non è amore. Invariabilmente, il pensiero nega l’amore. Il pensiero si basa sulla memoria, e l’amore non è memoria. Quando pensate a qualcuno che amate, quel pensiero non è amore. Potete ricordare le abitudini di un amico, i modi, le idiosincrasie e pensare a incidenti piacevoli o spiacevoli nei vostri rapporti con quella persona, ma le immagini che il pensiero evoca non sono amore. Per la sua stessa natura, il pensiero separa. Il senso del tempo e dello spazio, della separazione e del dolore, nasce dal processo del pensiero ed è soltanto quando il processo del pensiero ha fine che può esservi amore.

Il pensiero inevitabilmente genera la sensazione di possesso, quella possessività che, consciamente o inconsciamente, coltiva la gelosia. Dove è gelosia ovviamente non è amore; e tuttavia presso la maggioranza delle persone la gelosia è considerata un’indicazione d’amore. La gelosia è conseguenza del pensiero, una risposta del contenuto emozionale del pensiero. Quando la sensazione di possedere o di essere posseduti è bloccata, si determina un tal vuoto che l’invidia prende il posto dell’amore. È perché il pensiero recita la parte dell’amore che sorgono tutte le complicazioni e le pene.

Se non vi pensaste reciprocamente, direste che non amate quella persona. Ma è proprio amore quando pensate alla persona? Se non pensaste a un amico che voi ritenete di amare, rimarreste inorriditi, non è vero? Se non pensaste a un amico che è morto, vi considerereste infedele, arido, e così via. Riterreste il vostro uno stato di durezza, d’indifferenza, e così comincereste a pensare a quella persona, vorreste fotografie, immagini, fatte dalla mano o dalla mente; ma così, colmarvi il cuore con le cose della mente significa non lasciare luogo per l’amore. Quando siete con un amico non pensate a lui; è soltanto durante la sua assenza che i pensieri cominciano a ricreare scene ed esperienze che sono morte. Questa resurrezione del passato è chiamata amore. Così, per i più di noi, l’amore è morte, un rinnegare la vita; viviamo col passato, coi morti, pertanto siamo noi stessi morti, ma chiamiamo tutto ciò amore.

Il processo del pensiero nega sempre l’amore. E il pensiero che ha complicazioni emozionali, non l’amore. Il pensiero è il più grande ostacolo all’amore. Il pensiero crea una divisione tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere e su questa divisione si basa la morale; ma né il morale né l’immorale conoscono l’amore. Questa struttura morale, creata dalla mente per tenere insieme i rapporti sociali, non è amore, ma un processo d’indurimento come quello del cemento. Il pensiero non porta all’amore, il pensiero non coltiva l’amore; perché l’amore non può essere coltivato come una pianta del giardino. Lo stesso desiderio di coltivare l’amore è azione del pensiero.

Solo che ne siate appena consapevoli, vedrete che parte importante abbia il pensiero nella vostra vita. Il pensiero ovviamente ha il suo posto, ma non è in modo alcuno connesso all’amore. Ciò che è connesso al pensiero può essere connesso al pensiero, ma ciò che non è connesso al pensiero non può essere afferrato dalla mente.

Che cosa è dunque l’amore? voi chiederete. L’amore è una condizione dell’essere in cui non è il pensiero; ma la stessa definizione dell’amore è un processo del pensiero, e pertanto non è amore.

Dobbiamo comprendere il pensiero stesso e non cercare di cogliere l’amore mediante il pensiero. Rinnegare il pensiero non suscita l’amore. Si è liberi dal pensiero solo quando il suo profondo significato sia pienamente inteso; e per giungere a ciò è essenziale una profonda conoscenza di sé, non vane e superficiali asserzioni. La meditazione e non la ripetizione, la coscienza e non la definizione, rivelano i modi del pensiero. Se non si è consapevoli e non si sperimentano i modi del pensiero, l’amore non può essere.

5. Solitudine e isolamento

Il sole era tramontato e gli alberi erano oscuri e ben netti sullo sfondo del cielo che si veniva oscurando. Il fiume ampio e possente era pieno di pace e di silenzio. La luna si mostrava appena sull’orizzonte; saliva fra due grandi alberi, ma non gettava ancora ombre.

Camminavamo sulla riva scoscesa del fiume e imboccammo un sentiero che sfiorava i verdi campi di grano. Quel sentiero era un’antichissima strada; molte migliaia di persone vi erano passate, ed era una via ricca di tradizione e di silenzio. Serpeggiava tra campi e manghi, tamarindi e tempietti abbandonati. Si vedevano vasti tratti a giardino e i piselli odorosi profumavano deliziosamente l’aria. Gli uccelli si preparavano per la notte nei loro nidi e un ampio stagno cominciava a specchiare le stelle. La natura non era comunicativa quella sera. Gli alberi se ne stavano alteri, si erano ritirati nel loro silenzio e nel loro buio. Alcuni villici passarono in quei pressi, chiacchierando, sulle loro biciclette, e ancora una volta si ristabilì quel profondo silenzio e ci fu quella pace che viene quando tutte le cose se ne stanno sole.

Questa solitudine non è doloroso, malinconico abbandono; è la solitudine di essere; è incorrotta, ricca, completa. Quel tamarindo non ha altra esistenza che essere se stesso. Così fatta è questa solitudine. Si è soli come lo è il fuoco, come il fiore, ma non si è consapevoli della purezza e dell’immensità di questa solitudine. Si può veramente comunicare soltanto ove sia solitudine. L’essere soli non è conseguenza della negazione, del chiudersi in sé. La solitudine è l’affrancamento da ogni motivo, da ogni perseguimento del desiderio, di tutti i fini. La solitudine non è un sottoprodotto della mente. Non potete desiderare di essere soli. Un siffatto desiderio è semplicemente un’evasione dal dolore di non poter comunicare.

La solitudine, con la sua paura e il suo dolore, è isolamento, l’inevitabile azione dell’io. Questo processo d’isolamento, sia espansivo, sia ristretto, genera confusione, conflitto e dolore. L’isolamento non può mai dare nascita alla solitudine; quello deve cessare perché questa sia. La solitudine è indivisibile e l’essere soli è separazione. Ciò che è solo è malleabile e pertanto resistente. Soltanto il solo può essere in comune con ciò che è senza causa, con l’incommensurabile. Per il solo, la vita è eterna; per il solo non c’è morte. Il solo non può mai cessare di essere.

La luna stava proprio apparendo sulle cime degli alberi e le ombre erano dense, oscure. Un cane cominciò a latrare mentre passavamo per il piccolo villaggio e ritornavamo sui nostri passi lungo il fiume. Il fiume era così in pace da cogliere tra le sue acque le stelle e le luci del lungo ponte che lo attraversava. Bene in alto sulla riva, dei fanciulli in piedi ridevano e un piccolino stava piangendo. I pescatori pulivano e arrotolavano le loro reti. Un uccello notturno volò là presso in silenzio. Qualcuno cominciò a cantare sull’altra riva del grande fiume, e le sue parole erano limpide e penetranti. Ancora quella solitudine, che tutto pervade, della vita.

6. Allievo e maestro

«Sai, mi hanno detto che io sono allievo di un certo maestro» – egli cominciò. «Credi che lo sia veramente? Ci tengo proprio a conoscere il tuo pensiero sull’argomento. Appartengo a una società che tu conosci, e i capi esterni che rappresentano quelli interni, o maestri, mi hanno detto che come conseguenza del mio lavoro per la società sono stato dichiarato allievo. Mi è stato detto che ho l’occasione di diventare un iniziato di primo grado in questa vita». Egli prendeva tutto ciò molto sul serio e parlammo abbastanza lungamente.

Una ricompensa sotto qualsiasi forma è cosa quanto mai grata, soprattutto una ricompensa cosiddetta spirituale, quand’uno sia piuttosto indifferente agli onori del mondo. Oppure quando uno non ha ottenuto molto successo in questo mondo, è cosa molto grata appartenere a un gruppo specialmente scelto da qualcuno che ha fama di persona spiritualmente assai progredita, perché allora si è parte di un gruppo operante per una grande idea, e naturalmente si deve essere ricompensati per la propria obbedienza e per i sacrifici fatti per la causa. Non si tratta di ricompensa nel senso comune della parola, ma di un riconoscimento dell’evoluzione spirituale compiuta; o, come in un’organizzazione ben diretta, si dà riconoscimento ufficiale dell’efficienza di un dipendente per spronarlo a fare ancor meglio.

In un mondo in cui si adora il successo, questo genere di avanzamento è compreso e incoraggiato. Ma sentirsi dire da un altro che si è allievo di un maestro, o credere di esserlo, porta ovviamente a molte odiose forme di sfruttamento. Purtroppo, tanto lo sfruttatore quanto lo sfruttato si sentono euforici nel loro reciproco rapporto. Questo espansivo senso di soddisfazione è considerato un progresso spirituale e diventa particolarmente brutale quando vi siano intermediari tra l’allievo e il maestro, quando il maestro si trovi in un altro paese o sia comunque inaccessibile e non ci si trovi in diretto contatto fisico con lui. Questa inaccessibilità e la mancanza di un contatto diretto aprono la porta alla delusione e a meravigliose, ma infantili, illusioni; e queste illusioni sono sfruttate dagli scaltri, da coloro che perseguono la gloria e il potere.

Ricompensa e punizione esistono soltanto ove non sia umiltà. L’umiltà non è il prodotto finale di pratiche spirituali e di abnegazione. Essa non è una conquista, non è una virtù da coltivarsi. Una virtù che sia da coltivarsi cessa di essere virtù, perché in questo caso non è che un’altra forma di conquista, un primato da battere. Una virtù coltivata non è abnegazione, ma asserzione negativa dell’io.

[umiltà è ignara della divisione tra superiore e inferiore, tra maestro e allievo. Fino a quando vi sia divisione tra maestro e allievo, fra la realtà e noi stessi, la comprensione non è possibile. Nella comprensione della verità non c’è maestro o allievo, ne’ superiori né inferiori. La verità è la comprensione di ciò che è di momento in momento senza il fardello o il residuo del momento passato.

Ricompensa e punizione non rafforzano che l’io, cosa che di per sé nega l’umiltà. L’umiltà è nel presente, non nel futuro. Non si può diventare umili. Nel semplice divenire è la continuazione dell’importanza di sé, la quale si nasconde nell’esercizio di una virtù. Quanto la nostra volontà di riuscire, di diventare è forte! Come possono andare insieme umiltà e successo? Eppure è proprio questo che sfruttatore e sfruttato «spirituali» perseguono e proprio in questo si trovano conflitto e dolore.

«Vuoi forse dire che il maestro non esiste e che il mio essere un allievo è un’illusione, semplice polvere negli occhi?» egli mi domandò.

Se il maestro esista o no, è cosa priva d’importanza. È importante per lo sfruttatore, perle scuole e società segrete; ma per l’uomo che cerca la verità, la quale porta felicità somma, è questa senza dubbio questione priva totalmente d’importanza. Il ricco e il più povero facchino sono altrettanto importanti quanto il maestro e l’allievo. Se il maestro esista o non esista, se ci siano distinzioni fra iniziati, allievi e così via, non è affatto importante, ma ciò che è importante è comprendere se stessi. Senza la conoscenza di sé, il nostro pensiero, con cui ragioniamo, non ha basi. Senza prima conoscere te stesso, come puoi sapere ciò che è vero? L’illusione è inevitabile senza conoscenza di sé. È infantile sentirsi dire e accettare che si è questo o quello. Attento all’uomo che ti offre una ricompensa in questo mondo o in quell’altro.

7. Il ricco e il povero

Era caldo e umido e il frastuono della grandissima città riempiva l’aria. La brezza che alitava dal mare era calda e c’era odore di pece e di petrolio. Sebbene il sole fosse al tramonto, tutto rosso in acque lontane, faceva ancora un caldo implacabile. Le numerose persone che riempivano la stanza se ne andarono alla fine e noi uscimmo in instrada.

I pappagalli, come vividi lampi di luce verde, tornavano a casa ad appollaiarsi. Il mattino presto volavano al nord, dove cerano frutteti, campi verdi, aperta campagna, e a sera ritornavano per passar la notte sugli alberi della città. Il loro volo non era mai tranquillo e regolare, ma sempre irrequieto, rumoroso, abbagliante. Non volavano mai in linea retta come altri uccelli, ma deviando di continuo ora a destra, ora a sinistra, o calando bruscamente su di un albero. In volo erano gli uccelli più irrequieti che si potesse immaginare, ma come eran belli, coi loro becchi rossi e d’un verde dorato che era il fulgore stesso della luce. Gli avvoltoi, brutti e pesanti, roteavano e si posavano per la notte sulle palme.

Un uomo ci venne incontro suonando il flauto; era un servo di qualche sorta. Si avviò su per il colle, sempre suonando, e noi lo seguimmo; piegò in una delle strade laterali, senza mai cessar di suonare. Era strano udire il canto del flauto in una città rumorosa, e il suo suono ci giungeva profondamente al cuore. Era una cosa molto bella e noi seguimmo il flautista per un tratto di strada. Attraversammo parecchie vie fino a quando giungemmo a un’altra strada, più ampia e meglio illuminata. Più avanti, un crocchio sedeva a gambe incrociate sul margine della strada e il flautista si unì a loro. Noi facemmo altrettanto; e tutti eravamo seduti ora intorno a lui, che suonava. Erano quasi tutti autisti, servi, guardiani notturni, con numerosi bambini e un cane o due. Automobili ci passavano accanto; una era guidata da un autista e dentro c’era una signora, elegantemente vestita, tutta sola, con la luce accesa. Un’altra automobile si fermò; l’autista scese e venne a sedersi con noi. Parlavano tutti insieme e si divertivano, ridendo e gesticolando, ma il canto del flauto non scemava mai, e una gran gioia era intorno.

Infine ce ne andammo e prendemmo una strada che portava al mare, oltre le case bene illuminate dei ricchi. I ricchi hanno una peculiare atmosfera loro propria. Per raffinati, discreti, antichi ed evoluti che siano, i ricchi hanno un’alterezza impenetrabile e sicura dì sé, quella inviolabile certezza e durezza che sono difficili a infrangersi. Non sono i possessori della ricchezza, ma è la ricchezza che li possiede, e questo è ancor peggio della morte. La loro presunzione è filantropia; credono d’essere i fiduciari della loro ricchezza; hanno istituzioni benefiche, creano dotazioni; sono i costruttori, i creatori, i donatori. Erigono chiese, templi, ma il loro dio é il dio del loro oro. Con tanta povertà e degradazione nel mondo, bisogna avere un’epidermide ben dura per essere ricchi. Alcuni di loro vengono a fàr domande, a discutere, a trovar la realtà. Per il ricco come per il povero è supremamente difficile trovare la realtà. Il povero brama essere ricco e potente, e i ricchi sono già presi nella rete della loro stessa azione; eppure credono e si avventurano più vicino. Speculano, non sul mercato, ma sul fondamentale. Si gingillano con entrambi, ma hanno il successo soltanto con ciò che hanno nel cuore. Le loro opinioni e le loro cerimonie, le loro speranze e paure non hanno nulla a che fare con la realtà, perché i loro cuori sono vuoti. Più grande la mostra esteriore, più profonda la povertà interiore.

Rinunciare al mondo della ricchezza, delle comodità e dello stato sociale è faccenda relativamente semplice; ma mettere da parte il desiderio di essere, di diventare, esige grande intelligenza e molta comprensione. Il potere che dà la ricchezza è un ostacolo alla comprensione della realtà, come lo è anche il potere di donare. Questa forma particolare di fiducia è evidentemente un’attività dell’io; e sebbene sia difficile, questa specie di sicurezza e di potere possono essere messi da parte. Ma ciò che è molto più sottile e nascosto è il potere e l’impulso che si trovano nella brama di divenire. L’espansione dell’io sotto ogni forma, tanto attraverso la ricchezza quanto attraverso la virtù, è un processo di conflitto, causa di antagonismo e confusione. Una mente appesantita dal divenire non può essere mai tranquilla, perché la tranquillità non è mai un risultato né dell’esercizio né del tempo. La tranquillità è uno stato di comprensione e il divenire nega questa comprensione. Il divenire crea il senso del tempo, che è realmente la posposizione della comprensione. L’»io sarò» è un’illusione nata dall’importanza di sé.

Il mare era irrequieto come la città, ma la sua irrequietezza aveva profondità e sostanza. La stella della sera era all’orizzonte. Ritornammo per una strada affollata di autobus, di auto e di gente. Un uomo giaceva nudo e addormentato sul marciapiede; era un mendicante, esausto, fatalmente malnutrito, ed era difficile svegliarlo. Oltre, si stendevano i verdi prati e i fiori smaglianti di un giardino pubblico.

8. Cerimonie e conversione

In un vasto recinto, tra molti alberi, sorgeva una chiesa. Uomini di colore e bianchi vi entravano. Nell’interno, c’era più luce che nelle chiese europee, ma gli arredi erano gli stessi. Il rito era in atto e c’era bellezza. Quando ebbe fine, pochissimi uomini di colore parlarono ai bianchi, o viceversa, dopo di che tutti ce ne andammo ognuno per la sua strada.

In un altro continente, c’era un tempio, e stavano cantando una litania sanscrita; il Puja, un rito indù, era in corso. La congregazione apparteneva a un’altra cultura. La tonalità delle parole sanscrite è molto penetrante e piena di forza; ha uno strano peso e una bizzarra profondità.

Ci si può convertire da una fede all’altra, si può passare da un dogma all’altro, ma non ci si può convertire alla comprensione della realtà. Credere non è realtà. Potete cambiare le vostre idee, cambiare opinione, ma la verità, Dio, non sono una convinzione: sono un’esperienza che non si basa su nessuna fede o dogma, nemmeno su nessuna precedente esperienza. Se avete avuto un’esperienza nata dalla fede, la vostra esperienza è il riflesso condizionato di quella fede. Se avete un’esperienza inaspettatamente, spontaneamente, e costruite altre esperienze sulla prima, allora l’esperienza non è che la continuazione del ricordo che risponde al contatto col presente. Il ricordo è sempre morto, viene in essere soltanto in contatto col presente vivo.

La conversione è un cambiamento da una fede, o dogma, a un’altra, da una cerimonia a un’altra più edificante, e non apre la porta alla realtà. Anzi, una cerimonia edificante è un ostacolo alla realtà. Eppure è proprio questo ciò che le religioni organizzate e i gruppi religiosi tentano di fare: convertirvi a un dogma più o meno ragionevole, a superstizioni o speranze più o meno ragionevoli. Vi offrono una gabbia migliore. Essa può, o non può essere comoda, ciò dipende dal vostro temperamento, ma è sempre una prigione.

Religiosamente e politicamente, a livelli di cultura differenti, questa conversione è continuamente in corso. Le organizzazioni, coi loro capi, si sforzano di mantenere l’uomo nei quadri ideologici che esse offrono, sia religiosi sia economici. In questo processo si trova il reciproco sfruttamento. La verità è al di fuori di ogni schema, paura o speranza. Se volete scoprire la suprema felicità della verità, dovete rompere con ogni cerimonia e tutti gli schemi ideologici.

La mente trova forza e sicurezza in schemi religiosi e politici, ed è proprio questo che dà base e resistenza alle organizzazioni. Ci sono sempre i duri a morire e le nuove reclute. Costoro mantengono le organizzazioni, coi loro investimenti e proprietà, in funzione, e la potenza e il prestigio delle organizzazioni attraggono coloro che adorano il successo e la saggezza mondana. Quando la mente si accorge che gli antichi schemi non sono più soddisfacenti e vitalizzati, si converte ad altri dogmi e altre fedi di maggior conforto e dispensatori di nuove energie. Onde la mente non è che il prodotto dell’ambiente, e si ricrea e si sostiene con sensazioni e identificazioni; ed è per questo che la mente aderisce a norme di condotta, a scuole di pensiero e così via. Finché la mente non sarà che il prodotto del passato, non potrà mai scoprire la verità né permettere alla verità di venire in essere. Restando aggrappata alle organizzazioni, rinuncia alla ricerca della verità.

Ovviamente, i riti offrono ai partecipanti un’atmosfera in cui essi si trovano a loro agio. Tanto i riti collettivi quanto quelli individuali danno una certa serenità alla mente; offrono un contrasto vitale col tedio e la monotonia della vita quotidiana. C’è una certa quantità di bellezza e di ordine nelle cerimonie, ma fondamentalmente, non sono che degli eccitanti; e come tutti gli eccitanti in breve ottundono la mente e il cuore. I riti divengono abitudine; divengono una necessità, e non se ne può più fare a meno. Questa necessità è considerata una rinascita spirituale, un raduno delle forze necessarie per affrontare la vita, una meditazione quotidiana o settimanale, e così via; ma se si osservi più attentamente questo processo, si vedrà che i riti sono una vana ripetizione, la quale offre un’evasione mirabile e decente dalla conoscenza di sé. Senza conoscenza di sé, l’azione conta ben poco.

La ripetizione di canti sacri, inni e litanie, di parole e frasi, fa dormire la mente, anche se di primo acchito sembra abbastanza stimolante. In questo stato di assopimento, si verificano delle esperienze, ma non sono che proiezioni di se stesse. Per edificanti che siano, queste esperienze sono illusorie. La sperimentazione della realtà non viene in essere mediante nessuna ripetizione, mediante nessuna pratica. La verità non è un fine, un risultato, una meta; non la si può inventare, perché non è un oggetto della mente.

9. Il sapere

Stavamo aspettando il treno, che era in ritardo. Lo spiazzo della stazione era sporco e rumoroso, l’aria corrotta. C’erano molte persone in attesa, come noi. Dei bambini piangevano, una madre stava allattando il suo piccino, i venditori urlavano esibendo la loro merce, tè e caffè si vendevano in abbondanza, sì che la stazione era un luogo quanto mai indaffarato e rumoroso. Passeggiavamo su e giù per il piazzale, guardando dove mettevamo i piedi e il fermento di vita intorno a noi. Un uomo ci venne incontro e cominciò a parlare in un inglese stentato. Disse che ci osservava da un pezzo e si era sentito spinto a rivolgerci la parola. Con molto sentimento promise che avrebbe condotto una vita ammodo e che da quel momento non avrebbe fumato più. Disse di non avere ricevuto né istruzione né educazione, era soltanto un tiratore di risciò. Aveva occhi energici e un sorriso simpatico.

Finalmente arrivò il treno. Nella vettura, un uomo si presentò. Era un erudito di notevole fama; conosceva molte lingue e ricorreva frequentemente a citazioni ora nell’una ora nell’altra. Era carico di anni e di sapere, molto dabbene e ambizioso. Parlò della meditazione, ma dette l’impressione che non parlasse per esperienza sua propria. Il suo dio era il dio dei libri. La sua visione della vita era tradizionale e conformistica; credeva nei matrimoni precoci, stabiliti in precedenza e in norme di vita molto severe. Aveva sempre presenti la sua casta o classe e le differenze nelle capacità intellettuali delle caste. Era bizzarramente vano del suo sapere e della sua posizione sociale.

Il sole stava tramontando e il treno correva per una deliziosa campagna. Il bestiame tornava nelle stalle e nell’aria era sospesa una polvere d’oro. Nuvoloni neri, enormi, incombevano all’orizzonte e s’udì a un tratto il lontano rombare del tuono. Quanta gioia è in un gran campo tutto verde e che ameno spettacolo quello di un villaggio raccolto nella piega di una montagna ricurva! Si stava facendo buio. Un gran cervo azzurro brucava nei campi; non sollevò nemmeno il capo al passaggio rombante del treno.

Il sapere è un lampo di luce fra due tenebre; ma il sapere non può andare al di sopra e al di là di quelle tenebre. Il sapere è essenziale per la tecnica, come il carbone per la locomotiva; ma non può spingersi nell’ignoto. L’ignoto non si lascia cogliere nella rete del noto. Il sapere deve essere messo da parte perché l’ignoto sia; ma come è difficile ciò!

Noi abbiamo il nostro essere nel passato, il nostro pensiero si fonda sul passato. Il passato è il noto, e la risposta del passato getta sempre un’ombra sul presente, l’ignoto. L’ignoto non è il futuro, ma il presente. Il futuro non è che il passato che si fa strada a viva forza attraverso l’incerto presente. Questo iato, questo intervallo è colmo della luce intermittente del sapere, che ricopre la vacuità del presente; ma questa vacuità contiene il miracolo della vita.

L’accrescimento del sapere è come ogni altro accrescimento; offre una via di fuga dalla paura del vuoto, della solitudine triste, della frustrazione, dalla paura di essere niente. La luce del sapere è una tettoia delicata e fragile, sotto la quale si trova una tenebra che la mente non può penetrare. La mente ha paura di questo ignoto, onde si rifugia nel sapere, in teorie, speranze, immaginazione; e questo stesso sapere è un ostacolo alla comprensione dell’ignoto. Mettere da parte il sapere è un invito alla paura; e rinnegare la mente, che è il solo strumento di percezione che abbiamo, è rendersi vulnerabili al dolore, alla gioia. Ma non è facile mettere da parte il sapere. Essere ignoranti non è essere liberi del sapere. L’ignoranza è la mancanza di coscienza di sé; e il sapere è ignoranza quando non vi sia comprensione dei modi dell’io. La comprensione dell’io è affrancamento dal sapere.

Si può essere liberi dal sapere solo quando il processo di raccoglimento, il motivo di accumulo, siano intesi. Il desiderio di fare scorte è il desiderio di essere sicuri, certi. Questo desiderio di certezza mediante l’identificazione, mediante condanna e giustificazione, è la causa della paura, che distrugge ogni comunione. Quando c’è comunione, non c’è bisogno di accumulo. L’accumulo è resistenza chiusa in se stessa e il sapere rafforza questa resistenza. L’adorazione del sapere è una forma d’idolatria e non risolverà il conflitto e il dolore della nostra vita. Il mantello del sapere nasconde ma non può mai liberarci dalla nostra sempre più grande confusione, dal nostro crescente dolore. Le vie della mente non conducono alla verità e alla felicità che ne deriva. Sapere è negare l’ignoto.

10. Rispettabilità

Egli affermava di non essere avido, di accontentarsi del poco, e che la vita era stata buona con lui, sebbene non gli fossero risparmiate le consuete sofferenze dell’esistenza umana. Era un uomo tranquillo, discreto, che sperava di non essere distolto dai suoi modi sereni. Diceva di non essere ambizioso, ma pregava Dio per le cose che aveva, per la sua famiglia e per il piano fluire della sua vita. Era grato di non essere coinvolto in problemi e conflitti, come i suoi amici e i suoi parenti. Stava rapidamente diventando molto rispettabile e felice nella idea di essere uno dell’élite. Non era attratto da altre donne e aveva una serena vita familiare, nonostante i soliti litigi tra marito e moglie. Non aveva vizi particolari, pregava spesso e adorava Dio. «Che cosa mi è successo» usava domandare, «visto che non ho problemi?» Non attendeva una risposta, ma sorridendo in una sua maniera soddisfatta e in certo qual modo mortificata, procedeva a parlare del suo passato, di quello che stava facendo e del tipo di educazione che impartiva ai suoi figlioli. Continuava poi, dicendo che non era un uomo generoso, ma dava un poco ogni tanto ora qui ora là. Era certo che ognuno debba lottare per farsi una posizione nel mondo.

La rispettabilità è una maledizione; è un «male» che corrode la mente e il cuore. S’insinua senza darlo a vedere in un uomo e distrugge l’amore. Essere rispettabili è sentirsi arridere il successo, farsi un solido posticino nel mondo, costruirsi intorno un muro di certezza, di quella sicurezza che viene col denaro, il potere, il successo, la capacità o la virtù. Questa esclusività di sicurezza genera odio e antagonismo nei rapporti umani, che formano la società. I rispettabili sono sempre la crema della società e pertanto sono sempre causa di fatiche e dolori. I rispettabili, come gli spregevoli, sono sempre alla mercé delle circostanze; le influenze dell’ambiente e il peso della tradizione sono immensamente importanti per loro, perché nascondono la loro intima povertà. I rispettabili sono sulla difensiva, pavidi e sospettosi. La paura è nei loro cuori, come l’ira è nella loro rettitudine; virtù e pietà sono la loro difesa. Essi sono come il tamburo, vuoto all’interno, ma tonante appena lo si batta. I rispettabili non possono mai essere aperti alla realtà, perché, come gli spregevoli, sono prigionieri della preoccupazione per il loro proprio miglioramento. La felicità è negata loro, poi che essi evitano la verità.

Essere non-avidi e non essere generosi son due cose molto affini. Entrambe rappresentano un processo di autoreclusione, una forma negativa di egomania. Per essere avido, uno deve essere attivo, uscire da se stesso; deve sforzarsi, lottare, essere aggressivo. Se vi manca questo impulso, non è che siate privo di avidità, ma solo prigioniero di voi stesso. Uscire da se stessi è un fastidio, una lotta penosa, così l’egocentrismo è coperto dalla parola non-avidità. Essere generosi di mano è una cosa, ma esserlo con il cuore un’altra. La generosità di mano è faccenda abbastanza semplice, che dipende dal quadro culturale e così via; ma la generosità di cuore ha un significato immensamente più profondo, che esige una vasta coscienza e notevole comprensione.

Non essere generosi è ancora un autoassorbimento piacevole e cieco, in cui non c’è modo di uscire da se stessi. Questo stato di assorbimento in se stessi ha le sue proprie attività, come quelle di un sognatore, ma esse non vi svegliano mai. Il processo di risveglio è penoso, e così, giovane o vecchio, preferite essere lasciato in pace per divenir rispettabile, per morire.

Come la generosità di cuore, la generosità di mano è un moto di uscita da se stessi, ma è spesso penoso, deludente e rivelatore di noi stessi. La generosità di mano è facile a raggiungersi; ma la generosità di cuore non è cosa che si coltivi, è libertà da ogni accumulo. Per perdonare ci deve essere stata una ferita; e per essere feriti, ci deve essere stato il raccogliersi dell’orgoglio.

Non v’é generosità di cuore finché vi sia un ricordo di riferimento, il «me» e il «mio».

11. Politica

Su in alto tra le montagne aveva piovuto per tutto il giorno. Non una pioggia dolce e gentile, ma uno di quei rovesci torrenziali che inondano le strade maestre e sradicano alberi sulle pendici, provocando frane e la nascita di fragorosi torrenti, che poi si esauriscono in poche ore. Un bimbetto, inzuppato fino alle ossa, stava giocando in una pozzanghera e non badava minimamente alla voce iraconda e acuta di sua madre. Una vacca stava scendendo per la strada fangosa che noi salivamo. Le nuvole sembravano spalancarsi per inondare la terra. Eravamo talmente inzuppati che ci togliemmo quasi tutti i nostri indumenti, e la pioggia era gradevole sulla pelle. La casa si trovava molto in alto, sul fianco della montagna, e la città si stendeva ai nostri piedi. Un vento molto forte soffiava da ponente, portando altre nere nuvole furenti.

C’era un fuoco nella stanza e alcune persone vi si trovavano, in attesa di parlare delle cose che ci stavano a cuore. La pioggia, battendo sulle finestre, aveva formato una pozza sul pavimento, e inoltre l’acqua scendeva anche dalla cappa del camino, facendo stridere il fuoco.

Egli era un uomo politico famosissimo, realistico, intensamente sincero e patriota ardente. Né di mente ristretta né egoista, egli non aveva ambizioni per sé, ma per un’idea e per il popolo. Non era né un eloquente demagogo né un arraffatore di voti elettorali; aveva sofferto per la sua causa e, cosa strana, non covava rancori. Aveva più dell’erudito che dell’uomo politico. Ma la politica era la sua vita, e il suo partito gli obbediva, anche se con una certa apprensione. Era un sognatore, ma aveva messo da parte tutti i suoi sogni per la politica. C’era anche un suo amico, famoso economista, che sosteneva teorie e fatti in merito alla distribuzione di enormi redditi. Sembrava conoscere bene gli economisti così di sinistra come di destra e inoltre aveva delle teorie sue proprie per la salvezza economica del genere umano. Parlava con facilità e sceglieva senza esitazione le parole più adatte. Entrambi avevano arringato folle enormi.

Avete osservato, in giornali e riviste, la quantità di spazio riservato alla politica, ai detti degli uomini politici e alle loro attività? Naturalmente, anche notizie di altro genere vengono date, ma quelle di carattere politico predominano; la vita politica ed economica è diventata di suprema importanza. Le circostanze esterne – comodità, denaro, posizione, potenza – sembrano dominare e foggiare la nostra esistenza. L’esibizione – il titolo, il costume, il saluto militare, la bandiera – hanno assunto un significato sempre più grande, e il processo totale della vita è stato dimenticato o deliberatamente messo da parte. È tanto più facile gettarsi in un’attività sociale e politica che intendere la vita nel suo insieme! Associarsi a una scuola qualunque di pensiero organizzato, con attività politica o religiosa, offre un’evasione rispettabile dalla meschinità e dalla fatica della vita d’ogni giorno. Con cuore piccino si può parlare di cose grandi e dei capi popolari; si può nascondere la propria pochezza con le facili frasi degli affari del mondo; la nostra mente irrequieta può felicemente, e con l’incoraggiamento popolare, accingersi a diffondere l’ideologia di una religione nuova o antica.

La politica èla riconciliazione degli effetti; e poiché alla maggioranza di noi premono gli effetti, l’esterno ha assunto significato d’importanza fondamentale. Manipolando gli effetti, noi speriamo di avere ordine e pace; ma sfortunatamente le cose non sono tanto semplici. La vita è un processo totale, l’interiore come quella esterna; la vita esterna incide innegabilmente su quella interiore, ma questa inevitabilmente sopraffà quella. Quello che siamo, lo portiamo fuori, all’esterno. L’interiore e l’esterno non possono essere separati e tenuti in compartimenti stagni, poiché essi agiscono di continuo l’uno sull’altro; ma gli intimi desideri, i motivi e le ricerche nascoste sono sempre più potenti. La vita non dipende dall’attività politica o economica; la vita non è mera mostra esteriore, non più di quanto un albero sia la foglia o il ramo. La vita è un processo totale la cui bellezza va scoperta soltanto nella sua integrazione. Questa integrazione non avviene sul livello superficiale delle riconciliazioni politiche ed economiche; è da ricercarsi al di là delle cause e degli effetti.

Poiché noi giochiamo con le cause e con gli effetti e non ci spingiamo mai al di là di essi, se non verbalmente, le nostre vite sono vuote, senza molto significato. È per questa ragione che siamo divenuti schiavi dell’eccitazione politica e del sentimentalismo religioso. C’è speranza soltanto nell’integrazione dei diversi processi di cui siamo fatti. Integrazione che non viene in essere attraverso ideologie o l’adesione a qualunque autorità particolare, politica o religiosa che sia; essa viene in essere soltanto mediante un’estesa e profonda coscienza. Questa coscienza deve scendere entro strati più profondi dell’essere e non accontentarsi di risposte e reazioni superficiali.

12. Sperimentazione

La valle era immersa nell’ombra e il sole al tramonto illuminava le vette delle montagne lontanissime; il loro fulgore vespertino sembrava emanare dall’interno. A settentrione della lunga strada, le montagne erano nude e aride, spogliate dal fuoco; a mezzogiorno, le alture apparivano verdi e folte di cespugli e d’alberi. La strada correva diritta, dividendo la lunga valle graziosa. Le montagne in quella data sera sembravano così vicine, così irreali, così tenere e leggere. Altissimi uccelli massicci roteavano senza sforzo nel cielo. Scoiattoli di terra attraversavano indolenti la strada e si udiva il ronzio di un aeroplano lontanissimo. Sui due lati della strada si stendevano aranceti, bene ordinati e coltivati con cura. Dopo la giornata caldissima, l’odore della salvia era molto forte e così quello della terra e del fieno arsi dal sole. Gli aranci apparivano oscuri, coi loro frutti smaglianti. S’udiva il richiamo delle quaglie e una lepre scomparve tra i cespugli. Una lunga lucertola serpentina, disturbata dal cane, guizzò via tra le erbe essiccate. La pace della sera calava sulla terra.

L’esperienza è una cosa, e sperimentare un’altra. L’esperienza è una barriera allo stato di sperimentazione. Per piacevole o orribile che sia, l’esperienza impedisce il fiorire della sperimentazione. L’esperienza è già nella rete del tempo, è già nel passato, è divenuta un ricordo che viene in vita soltanto come risposta al presente. La vita è il presente, non l’esperienza. Il peso e la forza dell’esperienza adombrano il presente, e così la sperimentazione diviene l’esperienza. La mente è l’esperienza, il noto, e non può mai essere nello stato di sperimentare; perché ciò che essa sperimenta è la continuazione dell’esperienza. La mente conosce soltanto la continuità e non può mai ricevere il nuovo finché esiste la sua continuità. Ciò che è continuo non può mai essere in istato di sperimentazione. L’esperienza non è il mezzo di sperimentare, la sperimentazione essendo uno stato senza esperienza. L’esperienza deve cessare perché la sperimentazione cominci.

La mente può invitare soltanto la sua propria proiezione, il cognito. Non può esservi sperimentazione dell’incognito se non quando la mente cessi di sperimentare. Il pensiero è l’espressione dell’esperienza; il pensiero è una reazione della memoria; finché intervenga il pensiero, non potrà esservi sperimentazione. Non vi sono mezzi, metodi per porre fine all’esperienza; perché gli stessi mezzi rappresentano un ostacolo allo sperimentare. Conoscere il fine è conoscere la continuità, e avere un mezzo per il fine è sostenere il cognito. Il desiderio di conseguire deve dissolversi; è questo desiderio che crea i mezzi e il fine. L’umiltà è essenziale per la sperimentazione. Ma come la mente è sollecita ad assorbire in esperienza la sperimentazione! Come è pronta a pensare al nuovo, facendolo così antico! In questo modo essa stabilisce lo sperimentatore e lo sperimentato, cosa che genera il conflitto della dualità.

Nello stato di sperimentazione, non c’è né lo sperimentatore né lo sperimentato. L’albero, il cane e la stella della sera non devono essere sperimentati dallo sperimentatore; essi sono il moto stesso della sperimentazione. Non c’è divario fra l’osservatore e l’osservato; il pensiero non ha tempo né intervallo spaziale per identificare se stesso. Il pensiero è del tutto assente, ma c’è esistenza. Questo stato di esistenza non può essere né pensato né meditato, non è cosa che si possa conseguire. Lo sperimentatore deve cessare di sperimentare, e soltanto allora c’è esistenza. Nella tranquillità del suo movimento essa è senza tempo.

13. Virtù

Il mare era calmissimo e non c’era neppure una piccola onda sulla sabbia bianca. Intorno all’ampia baia, a settentrione, si stendeva la città, e a mezzogiorno si vedevano dei palmeti, che quasi toccavano l’acqua. Appena visibili al di là della diga, i primi squali, e oltre questi le barche dei pescatori, pochi tronchi tenuti insieme da corde robuste. Si stavano dirigendo verso un piccolo villaggio a mezzogiorno del palmeto. Il tramonto era splendido. non dove uno si sarebbe aspettato che fosse, ma a levante; era un controtramonto, e le nubi, massicce e corpose, erano illuminate di tutti i colori dello spettro. Era veramente uno spettacolo fantastico, quasi doloroso a sopportarsi. Le acque raccoglievano i colori brillanti e formavano una via di luce meravigliosa fino all’orizzonte.

Eccettuati alcuni pescatori che se ne tornavano ai loro villaggi dalla città, la spiaggia era quasi deserta, silenziosa. Una sola stella brillava al di sopra delle nubi. Mentre ce ne tornavamo indietro, una donna si unì a noi e cominciò a parlare di cose importanti. Disse di appartenere a una certa società, i membri della quale meditavano e coltivavano le virtù essenziali. Ogni mese si sceglieva una data virtù e nei giorni successivi la si coltivava e la si poneva in pratica. Dai modi e dalle parole della donna appariva ch’ella era bene edotta nel campo dell’autodisciplina e piuttosto insofferente nei riguardi di coloro che non dividevano le sue opinioni e il suo umore.

La virtù è del cuore e non della mente. Quando la mente coltiva la virtù, non è che calcolo astuto; è un’autodifesa, un abile adattamento all’ambiente. La perfezione di se stessi è la negazione medesima della virtù. Come può esserci virtù dove c’è paura? La paura è della mente e non del cuore. La paura si cela sotto forme diverse: virtù, rispettabilità, adattamento, servire e così via. La paura esisterà sempre nei rapporti e nelle attività mentali. La mente non è separata dalle sue attività; ma separa se stessa, dandosi così continuità e permanenza. Come un bimbo si esercita al pianoforte, così la mente abilmente pratica la virtù, per rendersi più durevole e dominante nell’affrontare la vita o nel conseguire ciò che ritiene essere più elevato. Ci deve essere vulnerabilità nell’affrontare la vita e non la rispettabile muraglia della virtù che t’imprigiona. Ciò che è più elevato non può essere raggiunto; non c’è strada, nessuno sviluppo, matematicamente progressivo, in quella direzione. La verità deve venire, tu non puoi andare alla verità e la tua virtù coltivata non ti ci porterà. Ciò che tu raggiungi non è la verità, ma la proiezione del tuo desiderio; e soltanto nella verità cè la felicità.

La scaltra adattabilità della mente al suo proprio perpetuarsi alimenta la paura. È questa paura che bisogna profondamente capire, e non come si debba essere virtuosi. Una mente meschina può mettere in pratica la virtù, ma resterà pur sempre meschina. La virtù è dunque un’evasione dalla propria meschinità e la virtù che essa raccoglierà sarà pertanto meschina essa pure. Se non si comprende questa meschinità, come potrà esservi sperimentazione della realtà? Come potrà una mente ristretta e virtuosa essere aperta all’incommensurabile?

Nel comprendere il processo della mente, che è l’io, la virtù viene in essere. La virtù non è resistenza accumulata; è la coscienza spontanea e la comprensione di ciò che è. La mente non può comprendere; può tradurre in azione ciò che è stato inteso, ma non è capace di comprensione. Per comprendere, ci deve essere il calore del riconoscimento e della ricezione, che soltanto il cuore può dare, quando la mente tace. Ma il silenzio della mente non è il risultato di un calcolo sottile. Il desiderio di silen­zio è la maledizione del conseguimento, coi suoi dolori e con­flitti senza fine. Il desiderio ardente di essere, negativamente o positivamente, è la negazione della virtù del cuore. La virtù non é conflitto e conquista, esercizio prolungato e risultato conse­guente, ma uno stato di essere che non è il prodotto della proie­zione del desiderio. Non v’è esistenza dove sia lotta per esistere. Nella lotta per essere, c’è resistenza e negazione, mortificazione e rinuncia; ma la vittoria su questa non è virtù. La virtù è la tranquillità che viene dall’essere liberi del desiderio di essere, e questa tranquillità è del cuore, non della mente. Mediante l’e­sercizio, la costrizione, la resistenza la mente può darsi la tran­quillità, ma siffatta disciplina distrugge la virtù del cuore, senza la quale non v’è pace, non v’è benedizione; perché la virtù del cuore è comprensione.

14. Semplicità di cuore

Il gran cielo era aperto e compatto. Non c’erano i grossi uccelli dalle ali spalancate che volteggiano con tanta facilità da una valle all’altra, non si vedeva nemmeno una nube passeggeera. Gli alberi erano immobili e le pieghe arcuate dei monti si ad­densavano d’ombra. L’agile cervo, consumato dalla curiosità, spiava intento, per sfrecciar poi via ad un tratto al nostro avvi­cinarsi. Sotto un cespuglio, dello stesso color della terra, guatava un piatto rospo cornuto, gli occhi brillanti, immobile. A occidente le montagne si stagliavano nitide e taglienti contro il tramonto. Molto in basso e lontano si vedeva una grande villa; aveva una piscina, dove si bagnavano alcune persone. Un giar­dino delizioso circondava la villa, che aveva un’aria benestante e risentita, quella particolare atmosfera che circonda la ricchezza. Ancor più giù, in fondo a una strada polverosa, si levava una capanna in un campo arido e secco. Anche a quella distan­za, erano visibili povertà, squallore, fatica. Viste dall’alto, le due case non erano molto lontane l’una dall’altra; bruttura e bellez­za si sfioravano.

La semplicità di cuore è di gran lunga più importante e signi­ficativa della semplicità di possessi. Accontentarsi del poco è faccenda relativamente facile. Rinunciare alle comodità, o al vizio del fumo e ad altre abitudini, non indica semplicità di cuo­re. Cingersi i fianchi di un perizoma in un mondo avvezzo a in­dumenti, comodità e distrazioni non indica un essere libero. C’era un uomo che aveva rinunciato al mondo e alle sue usanze, ma desideri e passioni lo consumavano; aveva indossato la tuni­ca del monaco, ma non conosceva pace. I suoi occhi cercavano di continuo qualche cosa e la sua mente era combattuta fra dubbi e speranze. Esternamente, vi disciplinate e rinunciate, stabilite la vostra linea di condotta, per filo e per segno, per raggiungere la meta. Misurate i progressi della vostra ascesa in ba­se alle norme della virtù: come abbiate rinunciato a questo e a quello, come la vostra condotta sia controllata, quanto siate tol­lerante e gentile, e così via di questo passo. Avete imparato l’arte della concentrazione, e vi ritirate in una foresta, in un monaste­ro o in una camera buia per meditare; passate i vostri giorni nella preghiera e nella vigilia. Esternamente avete reso la vostra vita semplice e grazie a questa pensosa e calcolata organizza­zione sperate di raggiungere la beatitudine che non è di questo mondo.

Ma si giunge alla realtà attraverso sanzioni e controlli ester­ni? Sebbene la semplicità esteriore, la rinuncia alle comodità siano ovviamente necessarie, aprirà questo modo di essere la porta alla realtà? Essere volti alle comodità e al successo appe­santisce la mente e il cuore, e ci deve essere libertà di viaggiare; ma perché siamo tanto interessati a questo gesto esteriore? Per-ché siamo così appassionatamente risoluti a dare un’espressio­ne esteriore alla nostra intenzione? È forse paura di illudersi, o di ciò che un altro potrebbe dire? Perché desideriamo convincere noi stessi della nostra integrità? Non sta l’intero problema nel desiderio di essere certi, di essere convinti della nostra propria importanza nel divenire?

Il desiderio di essere è il principio della complessità. Spinti dal desiderio sempre crescente di essere, internamente ed esteriormente, noi accumuliamo o rinunciamo, coltiviamo o neghiamo. Vedendo che il tempo rapisce ogni cosa, ci aggrappiamo a ciò che è senza tempo. Questa lotta per essere, positivamente o negativamente, attraverso l’attaccamento o il distacco, non può mai essere risolta da nessun gesto esteriore, da nessuna disciplina o pratica; ma la comprensione di questa lotta porterà, naturalmente e spontaneamente, alla libertà dall’accumulo esterno e interiore dei loro conflitti. La realtà non si consegue attraverso il distacco; non è raggiungibile con nessun mezzo. Tutti i mezzi e tutti i fini sono una forma di attaccamento e devono cessare perché la realtà sia.

15. Sfaccettature dell’individuo

Egli venne a trovarci circondato dai suoi discepoli. Essi erano d’ogni specie, il benestante e il povero, l’alto funzionario governativo e il vedovo, il fanatico e il giovane sempre col sorriso sulle labbra. Erano un gruppo di persone simpatiche e contente, e le ombre danzavano sulle bianche pareti della casa. Nel fogliame ben folto, i pappagalli stavano schiamazzando, mentre un autocarro rumoroso passava nei paraggi. Il giovane era pieno d’entusiasmo e insisteva sull’importanza del guru, il maestro; gli altri erano d’accordo con lui e sorridevano soddisfatti, mentre il giovane esponeva i suoi argomenti, con chiarezza e obiettività. Il cielo era d’un azzurro intenso e un’aquila dalla gola bianca roteava proprio sopra i nostri capi, agitando appena le ali. Era una giornata bellissima. Come noi ci distruggiamo l’un l’altro, il discepolo il guru, e il guru il discepolo! Come ci conformiamo, per disintegrarci e infine riprendere forma! Un uccello stava estraendo un lungo verme dalla terra bagnata.

Noi siamo molti e non uno solo. L’uno non viene in essere se non quando i molti cessino. I molti, clamorosi, sono in guerra l’uno con l’altro notte e giorno, e questa guerra è la tribolazione della vita. Ne distruggiamo uno, e subito un altro sorge al suo posto; e questo processo apparentemente interminabile è la nostra vita. Ci sforziamo d’imporre l’uno ai molti, ma l’uno in breve diviene i molti. La voce dei molti è la voce dell’uno, e questa voce assume autorità; ma è pur sempre il cicaleccio d’una voce. Noi siamo le voci dei molti e ci studiamo di cogliere la muta voce dell’uno. L’uno é i molti sei molti tacciono per udire la voce dell’uno. I molti non possono mai trovare l’uno.

Il nostro problema non è tanto di udire la voce dell’uno quanto di comprendere la composizione, la trama dei molti che siamo. Una sfaccettatura dei molti non può comprendere i molti; una sola entità non può comprendere le molte entità che noi siamo. Sebbene una sola sfaccettatura cerchi di controllare, disciplinare, foggiare le altre sfaccettature, i suoi sforzi tendono sempre a imprigionare, a racchiudere. Il tutto non può essere inteso attraverso la parte, ed è per questo che noi non comprendiamo mai. Non riusciamo mai ad avere la visione del tutto, non siamo mai consapevoli del tutto, perché siamo così assorti nella parte. La parte divide se stessa e diviene i molti. Per essere consapevoli del tutto, del conflitto dei molti, ci deve essere comprensione del desiderio. C’è una sola attività del desiderio; sebbene ci siano varie e contrastanti domande e ricerche, esse tutte non sono che il risultato del desiderio. Il desiderio può non essere sublimato o soppresso; deve essere inteso senza colui che comprende. Se l’entità che comprende è presente, allora essa è ancora l’entità del desiderio. Comprendere senza lo sperimentatore è essere liberi dell’uno e dei molti.

Ogni attività di adesione e negazione, di analisi e di accettazione, rafforza soltanto lo sperimentatore. Lo sperimentatore non può mai comprendere il tutto. Lo sperimentatore è tutto ciò che si è accumulato e non c’è comprensione entro l’ombra del passato. Dipendere dal passato può offrire una via di azione, ma coltivare i mezzi non è comprendere. Comprendere non è della mente, del pensiero; e se il pensiero viene disciplinato nel silenzio per cogliere ciò che non è della mente, allora ciò che si sperimenta è la proiezione del passato. Nella coscienza di questo intero processo c’è un silenzio che non è dello sperimentatore. In questo silenzio soltanto, la comprensione viene in essere.

16. Il sonno

Era un freddo inverno e gli alberi erano nudi, i loro rami scheletriti levati al cielo. C’erano pochissime piante sempreverdi ed esse pure sentivano il rigore del vento e il gelo delle notti. Lontanissime, le alte montagne erano ricoperte di molta neve, e bianche nubi ondose incombevano su di esse. L’erba era bruniccia, perché non pioveva da molti mesi e le piogge di primavera erano ancora lontane. La terra dormiva, rossiccia. Non c’erano lieti moti di uccelli intorno ai nidi sulle verdi siepi, e i viottoli erano duri, polverosi. Sul lago, alcune anitre, in sosta lungo il loro viaggio verso il sud. Le montagne conservavano la promessa di una nuova primavera e la terra ne sognava.

Che cosa accadrebbe se il sonno ci fosse negato? Avremmo forse più tempo di lottare, intrigare, far danno? Saremmo più crudeli e spietati? Ci sarebbe maggior tempo a nostra disposizione per essere umili, compassionevoli, frugali? Saremmo più creativi? Il sonno è una strana cosa, ma straordinariamente importante. Per i più, le attività della giornata continuano anche durante i loro sonnellini notturni; il loro sonno è la continuazione della loro vita, tediosa o divertente, un’estensione su di un altro piano della stessa insipidezza o degli stessi sforzi senza significato. Il corpo è rinfrancato dal sonno; gli organi interni, dotati di vita loro propria, si rinnovano. Nel sonno, i desideri si acquietano e pertanto non interferiscono con l’organismo; e col corpo riposato, le attività del desiderio hanno ulteriori opportunità di stimolo e di espansione. Ovviamente, meno ci s’intromette negli organi interni, meglio è; meno la mente si occupa dell’organismo, più la sua funzione è salutare e naturale. Ma la malattia dell’organismo è un’altra cosa, sia se prodotta dalla mente, sia se dalla debolezza dell’organismo stesso.

Il sonno ha un grande significato. Più i desideri sono forti, minore il significato del sonno. I desideri, positivi o negativi, sono sempre, fondamentalmente, positivi, e il sonno è la sospensione temporanea di questo positivo. Il sonno non è l’opposto del desiderio, il sonno non è negazione, ma uno stato che il desiderio non può penetrare. L’acquietarsi degli strati superficiali della coscienza avviene durante il sonno e così essi sono in grado di ricevere le intimazioni degli strati più profondi; ma questae soltanto una comprensione parziale dell’intero problema. È ovviamente possibile a tutti gli strati della coscienza di essere in comunicazione l’uno con l’altro nelle ore di veglia, ed anche durante il sonno; e naturalmente questo è essenziale. Questa comunicazione libera la mente della sua propria importanza, onde la mente non diviene il fattore dominante. Ed essa perde, quindi, liberamente e naturalmente, i suoi sforzi e le sue attività restrittive. In questo processo l’impulso di divenire si dissolve completamente, la forza d’inerzia cumulativa non esiste più.

Ma qualcosa di più avviene durante il sonno. E vi possiamo trovare una risposta ai nostri problemi. Quando la mente conscia è tranquilla, è in grado di ricevere una risposta, e questa è una cosa abbastanza semplice. Ma ciò che è di gran lunga più significativo e importante di tutto questo è il rinnovamento, che non è frutto di coltivazione. Si può deliberatamente coltivare un dono, una capacità, o sviluppare una tecnica, uno schema di azione e di condotta; ma ciò non è rinnovamento. Coltivare non è creare. Questo rinnovamento creativo non si verifica se c’è qualunque specie di sforzo da parte dì colui che diviene. La mente deve volontariamente perdere ogni impulso cumulativo, il formarsi di scorte a base di esperienze come mezzo di ulteriori esperienze e conquiste. È lo stimolo cumulativo, autoprotettivo che genera la curva del tempo e impedisce il rinnovamento creativo.

La coscienza che noi conosciamo è del tempo, è un processo di registrazione e di accumulo di esperienza a livelli diversi. Qualunque cosa si verifichi nella nostra coscienza è la proiezione di questa; ha le sue proprietà ed è misurabile. Nel sonno, o questa coscienza si rafforza o qualche cosa di totalmente diverso si verifica. Per la maggior parte di noi, il sonno rafforza l’esperienza, è un processo di registrazione e di accumulo, in cui c’è espansione, ma non rinnovamento. L’espansività dà un senso di benessere, di conquista inclusiva, di comprensione, e così via; ma tutto questo non è rinnovamento creativo. Questo processo di divenire deve totalmente concludersi, non ai fini di ulteriori esperienze, ma come conclusione in sé.

Durante il sonno e spesso durante le ore di veglia, quando il divenire è interamente cessato, quando l’effetto d’una causa si è consumato, allora ciò che è al di là del tempo, al di là dei limiti delle cause e degli effetti, viene in essere.

17. L’amore nei nostri rapporti

Il sentiero sfiorava una fattoria e si arrampicava su di un’altura che dominava le varie costruzioni, le mucche coi loro vitelli, le galline, i cavalli e molte macchine agricole. Era un ameno sentiero, che si perdeva tra i boschi ed era spesso percorso da cervi e altri animali selvatici, che lasciavano qua e là le loro orme nella terra soffice. Quando c’era pace, le voci della fattoria, le risa e il suono della radio si udivano a grande distanza. Era una fattoria ben tenuta, con un’atmosfera di grande nitidezza intorno. Delle voci spesso si levavano irose, seguite dal silenzio dei bambini. Una canzone echeggiava tra gli alberi e le voci irose dominavano anche quella canzone. Ad un tratto una donna uscì dalla casa, sbattendo la porta; si diresse verso la stalla e cominciò a battere una vacca con un bastone. I colpi secchi della battitura si udirono su per l’altura.

Com’è facile distruggere la cosa che amiamo! Con quale rapidità si leva tra noi una barriera, basta una parola, un gesto, un sorriso! Salute, umore e desiderio gettano un’ombra e quel ch’era lucente si fa tedioso e monotono. Attraverso l’usura noi ci logoriamo e ciò ch’era netto e limpido diviene ottuso, confuso. Attraverso la continua frizione, la speranza e la frustrazione, ciò ch’era bello e semplice diventa pauroso ed esigente. I rapporti umani sono complessi e difficili e ben pochi sono coloro che possano uscirne indenni. Sebbene ci piacciano stabili, durevoli, continui, i rapporti umani sono un movimento, un processo che va pienamente e profondamente compreso e non costretto a uniformarsi a uno schema intimo o esteriore. La conformità, che è la struttura sociale, perde il suo peso e la sua autorità soltanto quando vi sia amore. L’amore nei rapporti umani è un processo di purificazione poiché rivela i modi dell’io. Senza questa rivelazione, i rapporti umani hanno ben poco significato.

Ma come ci dibattiamo contro questa rivelazione! La nostra lotta contro la rivelazione assume varie forme: dominio o subordinazione, timore o speranza, gelosia o accettazione, e così via, interminabilmente. La difficoltà sta nel fatto che noi non amiamo; e se amiamo, vogliamo che la cosa avvenga in un certo modo, non diamo all’amore libertà. Noi amiamo con la mente e non col cuore. La mente può modificare se stessa, ma il cuore non può. La mente può rendere se stessa invulnerabile, ma l’amore non può; la mente può sempre ritirarsi, escludersi, diventar personale o impersonale. L’amore non può essere misurato, cintato. La difficoltà sta in quello che noi chiamiamo amore, che è in realtà un prodotto della mente. Noi riempiamo i nostri cuori delle cose della mente e così abbiamo il cuore sempre vuoto e in attesa. È la mente che ci afferra, che è invidiosa, che tiene e distrugge. La nostra vita è dominata dai centri fisici e dalla mente. Noi non amiamo e ce ne stiamo in pace, ma aneliamo ad essere amati; diamo per ricevere, che è la generosità della mente e non del cuore. La mente è sempre in cerca di sicurezza, di certezza; e come può l’amore essere fatto certo dalla mente? Può la mente, la cui essenza medesima è del tempo, cogliere l’amore, che è la sua propria eternità?

Ma anche l’amore del cuore ha i suoi inganni; perché abbiamo così corrotto il nostro cuore da renderlo esitante e confuso. È ciò che rende la nostra vita così dolorosa e logorante. Un istante crediamo di avere l’amore e l’istante dopo l’abbiamo perduto. Ne deriva una forza imponderabile, non della mente, le cui fonti possono non essere sondate. Questa forza è ancora distrutta dalla mente; perché in questa battaglia la mente sembra invariabilmente essere vittoriosa. Questo conflitto entro di noi non può essere risolto da una mente scaltra o da un cuore esitante. Non vi sono mezzi, non c’è modo di porre fine a questo conflitto. La stessa ricerca di un mezzo è un altro impulso della mente d’essere signora incontrastata, di riporre il conflitto per stare in pace, per avere amore, per divenire qualche cosa.

La nostra maggior difficoltà è di essere ampiamente e profondamente consapevoli che non c’è nessun mezzo di amare come fine desiderabile della mente. Quando si sia compreso ciò realmente e profondamente, allora ci sarà una possibilità di ricevere qualche cosa che non è di questo mondo. Senza il tocco di questo qualcosa. fate pure tutto quello che volete, non ci sarà felicità durevole nei vostri rapporti. Se voi avrete ricevuto quella benedizione e io no, naturalmente voi ed io saremo in conflitto. Potrà darsi che voi non lo siate, ma io lo sarò: e nel mio dolore e nella mia pena io mi apparterò. Il dolore è esclusivo come la gioia, e a meno che non vi sia quell’amore che non è di mia creazione, i rapporti saranno dolore. Se c’è la benedizione di quell’amore, non potrete che amarmi, qualunque cosa io possa essere, perché allora non foggerete l’amore secondo la mia condotta. Qualunque inganno la mente possa tramare, voi ed io siamo separati; sebbene si possa essere in reciproco contatto in alcuni punti, l’integrazione non è in voi, ma entro me stesso. Questa integrazione non è data dalla mente in nessun istante; viene in essere solo quando la mente è nel massimo silenzio, avendo raggiunto i limiti del proprio raggio d’azione. Soltanto allora non ci sarà dolore nei rapporti umani.

18. Il cognito e l’ignoto

Le lunghe ombre della sera calavano sulle acque placide e il fiume si faceva tranquillo alla fine del giorno. I pesci saltellavano fuor dell’acqua e i goffi uccelli venivano ad appollaiarsi tra i grandi alberi. Non una nube in cielo, che era d’un azzurro argenteo. Una barca piena di gente scendeva il fiume; cantavano e battevano le mani e una mucca muggiva in distanza. C’era l’odor della sera. Una corona di fiorranci si muoveva con l’acqua, che scintillava al sole calante. Come tutto ciò era bello e vivo, il fiume, gli uccelli, gli alberi, i contadini.

Eravamo seduti sotto un albero, guardando il fiume. Presso l’albero, un tempietto, intorno al quale vagavano poche vacche scarne. Il tempietto era pulito, ben tenuto, e i cespugli fioriti erano annaffiati e curati bene. Un uomo stava eseguendo i riti del vespero, e la sua voce era paziente e dolorosa. Sotto gli ultimi raggi del sole, l’acqua aveva il colore dei fiori appena sbocciati. Dopo un po’ un tale ci si avvicinò e cominciò a parlare delle sue esperienze. Disse di avere dedicato molti anni della sua vita alla ricerca di Dio, d’avere praticato l’austerità e rinunciato a molte cose che gli erano care. Aveva anche cooperato notevolmente ad attività filantropiche, alla costruzione dì una scuola e così via. S’interessava a molte cose, ma il suo appassionato interesse era quello di trovare Dio; ed ora, dopo molti anni, la Sua voce s’era fatta udire, e lo guidava tanto nelle piccole quanto nelle grandi cose. Egli non aveva una volontà sua propria, ma seguiva l’intima voce di Dio. Essa non gli veniva mai meno, sebbene egli spesso ne corrompesse la limpidezza; la sua preghiera era sempre per la purificazione del vaso, onde potesse essere degno di ricevere.

Può ciò che è incommensurabile essere trovato da voi e da me? Può ciò che non è del tempo essere scovato da quella cosa che è fatta di tempo? Può una disciplina praticata diligentemente condurci all’ignoto? V’è un mezzo per giungere a ciò che non ha né principio ne fine? Può quella realtà essere colta nella rete dei nostri desideri? Ciò che noi possiamo catturare è la proiezione di ciò che è noto; ma l’ignoto non può essere colto dal noto. Ciò che ha un nome non è ineffabile e nominando noi ridestiamo soltanto dei riflessi condizionati. Questi riflessi, per nobili e belli, non sono le risposte del reale. Noi reagiamo a degli stimoli, ma la realtà non offre stimoli: essa è.

La mente muove dal cognito al cognito e non può spingersi nell’incognito. Non possiamo pensare a qualcosa che non conosciamo; è impossibile. Ciò che pensate viene dal cognito, dal passato, sia questo passato remoto o il secondo appena trascorso. Questo passato è pensato, foggiato e condizionato da molte influenze, si modifica secondo le circostanze e le pressioni, ma rimane sempre un processo temporale. Il pensiero può soltanto negare o asserire, non può scoprire il nuovo. Il pensiero non può trovare il nuovo; ma quando il pensiero tace, allora può esservi il nuovo: che è immediatamente trasformato nel vecchio, nello sperimentato, dal pensiero. Il pensiero forma sempre, modifica, colora secondo uno schema di esperienza. La funzione del pensiero è di comunicare, ma non di essere nello stato di sperimentazione. Quando la sperimentazione cessa, allora subentra il pensiero e la definisce entro la categoria del cognito. Il pensiero non può penetrare nell’incognito, così che non può mai scoprire o sperimentare la realtà.

Discipline, rinunce, distacchi, riti, esercizio della virtù, tutte queste cose, per nobili che siano, sono il processo del pensiero; e il pensiero può soltanto operare verso un fine, una conquista, che sono sempre del cognito. Il conseguimento è sicurezza, la certezza autoprotettiva del cognito. Cercare la sicurezza in ciò che è senza nome vuol dire negarla. La sicurezza che si può trovare è soltanto nella proiezione del passato, del cognito. Per questa ragione la mente deve rimanere in profondo e totale silenzio; ma questo silenzio non può essere acquistato mediante il sacrificio, la sublimazione o la soppressione. Questo silenzio viene quando la mente non cerca più, non è più presa nel processo del divenire. Questo silenzio non è cumulativo, non può essere creato attraverso la pratica. Questo silenzio deve essere così sconosciuto alla mente come ciò che è senza tempo; perché se la mente sperimenta il silenzio, allora c’è lo sperimentatore che è la somma di esperienze passate, che è consapevole di un passato silenzio; e ciò che è sperimentato dallo sperimentatore è soltanto una ripetizione che si autoproietta. La mente non può mai sperimentare il nuovo, così che la mente deve starsene tranquilla all’estremo.

La mente può tacere solo quando non sperimenta, vale a dire quando non definisce o nomina, non registra e non accumula nella memoria. Questo dare un nome e registrare è un processo continuo dei differenti strati della coscienza, non soltanto della mente più elevata. Ma quando la mente superficiale è in quiete, la mente più profonda può far sentire le sue intimazioni. Quando l’intera coscienza è muta e tranquilla, libera d’ogni divenire, che è spontaneità, allora soltanto l’incommensurabile viene in essere. Il desiderio di conservare questa libertà dà continuità alla memoria del diveniente, la qual cosa è un ostacolo alla realtà. La realtà non ha continuità; è di momento in momento, sempre nuova, sempre recente. Ciò che ha continuità non può mai essere creativo.

La mente superiore è soltanto uno strumento di comunicazione, non può misurare ciò che è incommensurabile. Della realtà non si deve parlare; e quando se ne parla, non è più realtà.

Questa è meditazione.

19. La ricerca della verità

Egli veniva da molto lontano, aveva percorso migliaia di miglia su nave e su aereo. Parlava soltanto la sua lingua e con le maggiori difficoltà si stava adattando al nuovo ambiente, così insolito e sconvolgente. Era del tutto non avvezzo a questo genere di vitto e a questo clima; nato e cresciuto su monti altissimi, il caldo umido lo faceva soffrire. Era un uomo molto colto, una specie di scienziato, e aveva pubblicato alcuni scritti. Sembrava edotto delle filosofie tanto orientale quanto occidentale, ed era stato cattolico romano. Diceva d’essere da gran tempo deluso di tutto ciò, ma che aveva sempre tenuto duro a causa della sua famiglia. Il suo matrimonio si poteva considerare felice, ed egli amava molto i suoi due figlioli. Questi si trovavano in collegio ora, in quel suo paese tanto lontano, e la vita prometteva loro un brillante avvenire. Ma questa insoddisfazione nei riguardi della sua vita e della sua attività non aveva fatto che accrescersi col passare degli anni e qualche mese prima egli era giunto a una crisi. Aveva lasciato la famiglia, dopo aver predisposto quanto era necessario per la moglie e i figli, ed ora si trovava qui. Aveva il denaro strettamente necessario per tirare avanti ed era venuto per trovare Dio. Disse anche di non soffrire del minimo squilibrio mentale e di essere molto chiaro e lucido nei suoi propositi.

L’equilibrio mentale non è cosa di cui possano giudicare i mancati o coloro cui ha arriso il successo. L’uomo che ha conosciuto il successo nella vita può essere privo di equilibrio; e il mancato diviene cinico e amaro, oppure trova un mezzo d’evasione attraverso qualche illusione che sia la sua stessa proiezione. L’equilibrio non si trova nelle mani dell’analizzatore; restare nella norma non indica necessariamente equilibrio. La norma stessa può essere il prodotto di una civiltà squilibrata. Una società acquisitiva, con i suoi schemi e le sue norme, è squilibrata, sia essa di sinistra o di destra, sia che la sua acquisitività sia investita nello Stato sia nei suoi cittadini. L’equilibrio non è acquisizione. L’idea di equilibrio e di squilibrio è ancora nel campo del pensiero e pertanto non può essere giudice. Il pensiero stesso, il riflesso condizionato con le sue norme e i suoi criteri di giudizio, non corrisponde al vero. La verità non è un’idea, una conclusione.

Dio lo si trova cercandolo? Si può forse cercare l’inconoscibile? Per trovare, bisogna sapere quello che si cerca. Se cercate per trovare, quello che troverete sarà una proiezione del vostro io; sarà ciò che desiderate e la creazione del desiderio non e la verità. Cercare la verità è negarla. La verità non ha una dimora stabile, fissa; non c’è sentiero, non c’è guida per la verità, e la parola non è verità. Si dovrà forse cercare la verità in un dato ambiente, in un clima particolare, fra certe persone? E forse qui e non là? E questa una guida per la verità e non quella? C’è poi una guida? Quando si cerca la verità, ciò che si trova deriva soltanto dall’ignoranza, perché la ricerca stessa nasce dall’ignoranza. Non potete dare la caccia alla verità; dovete cessare, perché la verità sia.

«Ma posso non trovare l’ineffabile? Sono venuto in questo paese, perché qui ci sono maggiori simpatie per detta ricerca. Fisicamente, uno può essere più libero qui, non ha bisogno di avere tante cose; i possessi qui non dominano un uomo come altrove. È in parte per questo che ci si rifugia in un monastero, ed io non voglio fuggire in un isolamento disciplinato, io sono qui, a vivere la mia vita per trovare l’ineffabile. Sono in grado di trovarlo?»

È proprio questione di essere o non essere in grado? La capacità di fare una cosa non implica forse una data linea di condotta, una via determinata, con tutti i necessari adattamenti? Quando fate questa domanda, non chiedete forse se voi, individuo comune, abbiate i mezzi di ottenere quanto vi sta a cuore? Certo, la vostra domanda implica che soltanto gli individui eccezionali trovano la verità, e non l’uomo comune, quotidiano. La verità è forse concessa soltanto a pochissimi, agli intelligenti in modo eccezionale? Perché noi domandiamo se siamo in grado di trovarla? Abbiamo il modello, l’esempio dell’uomo che ha fama di avere scoperto la verità; e l’esempio, essendo molto al di sopra di noi, crea in noi stessi l’incertezza. L’esempio assume così un significato straordinario e si determina una forma di competizione tra l’esempio e noi stessi; aspiriamo inoltre ad essere colui che batte un primato. La domanda: «Sono forse in grado?» non sorge dal confronto consapevole o inconscio di ciò che si é con ciò che si suppone debba essere l’esempio?

Perché ci mettiamo a paragone con l’ideale? E il confronto porta comprensione? L’ideale è differente da noi stessi? Non è forse una nostra proiezione, una cosa fatta in casa, e pertanto non ci impedisce la comprensione di noi stessi quali siamo? Il confronto non è un’evasione dalla comprensione di noi stessi? Ci sono tanti modi di evadere da se stessi, e il confronto è uno di questi modi. Così, senza la comprensione di se stesso, la ricerca della cosiddetta realtà è una fuga da se stesso. Senza conoscenza di sé, il dio che cercate è il dio dell’illusione; e l’illusione inevitabilmente porta conflitto e dolore. Senza conoscenza di sé, non può esservi retto pensiero; e allora ogni sapere è ignoranza, che può condurre soltanto alla confusione e alla distruzione. La conoscenza di sé non è un fine ultimo, è il solo cuneo per aprire la porta dell’inesauribile.

«Non è forse la conoscenza di sé estremamente difficile a conseguirsi e non richiederà dunque un lunghissimo tempo?»

La stessa concezione che la conoscenza di sé è difficile a conseguirsi è un ostacolo alla conoscenza di sé. Se posso dare un consiglio, direi che non si deve supporre che sarà difficile o richiederà molto tempo; non si deve predeterminare ciò che è e ciò che non è. Cominciate. La conoscenza di sé va scoperta nell’azione dei rapporti; ed ogni azione é rapporto. La conoscenza di sé non viene dall’isolamento, dal ritiro; la negazione d’ogni rapporto è la morte. La morte è l’ultima resistenza. La resistenza, che è soppressione, sostituzione o sublimazione sotto qualunque forma, è un ostacolo al fluire della conoscenza di sé; ma la resistenza va scoperta nei rapporti, nell’azione. La resistenza, positiva o negativa, con i suoi confronti e giustificazioni, le sue condanne e le sue identificazioni, è la negazione di ciò che è. Ciò che è è l’implicito; e la consapevolezza dell’implicito, senza scelta alcuna, è la sua rivelazione. Questa rivelazione è il principio della saggezza. La saggezza è essenziale per l’avvento dell’incognito, dell’inesauribile.

20. Sensibilità

Era un giardino delizioso, con prati digradanti e antichi alberi ombrosi. La casa era grande, con camere spaziose, aerata e armoniosa nelle forme. Gli alberi davano riparo a molti uccelli e molti scoiattoli, e alla fontana venivano uccelli d’ogni dimensione, a volte aquile, ma soprattutto corvi, passeri e pappagalli rumorosi. La casa e il giardino erano appartati, tanto più in quanto cinti da alte muraglie bianche. Si stava bene dentro quelle muraglie, e al di fuori di esse c’era il rumore della strada e del villaggio. La strada passava per la porta e pochi metri più avanti sorgeva il villaggio, nel suburbio di una grande città. Il villaggio era sporco, con le fogne aperte lungo l’angusto viottolo principale. Le case avevano il tetto di paglia e i gradini di accesso decorati, e dei bimbi giocavano nel viottolo. Alcuni tessitori avevano teso lunghe trame di fili dai vivaci colori per fare una stoffa e un gruppo di bimbi li osservava lavorare. Era una scena lieta, smagliante, rumorosa e maleolente. I villici erano lavati di fresco, e avevano ben poco indosso perché il clima era caldo. Verso sera alcuni di loro si ubriacavano e divenivano rozzi e rumorosi.

Era un muro sottile quello che divideva il bel giardino dal villaggio pulsante. Negare la bruttezza e attenersi al bello vuol dire essere insensibili. La coltivazione dell’opposto deve sempre restringere la mente e limitare il cuore. La virtù non è un opposto; e se ha un opposto, cessa di essere virtù. Accorgersi della bellezza di quel villaggio vuol dire essere sensibili al verde giardino fiorito. Noi vogliamo accorgerci soltanto della bellezza e ci appartiamo da ciò che non è bello. Questa soppressione semplicemente genera insensibilità, non determina l’apprezzamento della bellezza. Il bene non sta nel giardino, lontano dal villaggio, ma nella sensibilità che si trova al di là di entrambi. Negare o identificare porta alla ristrettezza, che è insensibilità. La sensibilità non è cosa da coltivarsi con cura dalla mente, la quale può soltanto dividere e dominare. C’è bene e male, ma cercare l’uno ed evitare l’altro non conduce a quella sensibilità che è essenziale per l’esistenza della realtà.

La realtà non è l’opposto dell’illusione, del falso, e se cercate di affrontarla come opposto, essa non verrà mai in essere. La realtà può essere soltanto quando cessano gli opposti. Condannare o identificare genera il conflitto degli opposti e il conflitto non può dar vita che a ulteriori conflitti. Un fatto affrontato senza emozione, senza negare o giustificare, non porta conflitto. Un fatto in sé non ha opposto; ha un opposto solo quando c’è un atteggiamento gradevole o difensivo. È questo atteggiamento che erige le muraglie dell’insensibilità e distrugge l’azione. Se preferiamo rimanere nel giardino, c’è resistenza al villaggio; e dove c’è resistenza non può esservi azione, tanto nel giardino quanto verso il villaggio. Può esservi attività, ma non azione. L’attività si basa su un’idea, ma non l’azione. Le idee hanno opposti e il movimento in seno agli opposti è mera attività, per prolungata o modificata che sia. L’attività non può mai essere liberatrice.

L’attività ha un passato e un futuro, ma non l’azione. L’azione è sempre nel presente ed è pertanto immediata. La riforma è attività, non azione, e ciò che è riformato necessita ulteriore riforma. La riforma è inazione, un’attività nata come opposto. L’azione è di momento in momento, e, strana cosa, non ha contraddizione inerente; ma l’attività, sebbene possa apparire integra, senza fratture, è piena di contraddizione. L’attività della rivoluzione è crivellata di contraddizioni e così non può mai liberare. Il conflitto, la scelta, non possono mai essere un elemento di liberazione. Se v’è scelta, c’è attività e non azione; perché la scelta si basa sull’idea. La mente può indulgere all’attività, ma non può agire. L’azione scaturisce da una fonte totalmente diversa.

La luna saliva sopra il villaggio, formando ombre attraverso il giardino.

21. L’individuo e la società

Camminavamo per una strada affollata. I marciapiedi erano gremiti e il puzzo dello scappamento di automobili e autobus ci riempiva le nari. Le botteghe mettevano in mostra molti oggetti costosi e di poco prezzo. Il cielo era d’un chiarore argenteo e si stava bene nel parco, quando uscimmo dalla contrada rumorosa. Ci inoltrammo a fondo nel parco e sedemmo.

Egli stava dicendo che lo Stato, con la sua militarizzazione e legislazione, assorbiva ormai l’individuo quasi dappertutto e che la Statolatria stava prendendo il posto dell’adorazione di Dio. Nella maggioranza dei paesi lo Stato penetrava ormai nella stessa intimità della vita del suo popolo; alla gente veniva detto ciò che doveva leggere e pensare. Lo Stato spiava i suoi cittadini, sorvegliandoli con occhio divino, usurpando le funzioni della Chiesa. Era la nuova religione. L’uomo soleva essere schiavo della Chiesa, ma ormai era schiavo dello Stato. Prima era la Chiesa ed ora era lo Stato che controllava l’educazione del popolo; ma né la Chiesa né lo Stato s’erano mai preoccupati della liberazione dell’uomo.

Quali sono i rapporti tra l’individuo e la società? Ovviamente, la società esiste per l’individuo, e non il contrario. La società esiste perché l’uomo prosperi; esiste per dare libertà all’individuo, ond’egli possa avere l’opportunità di ridestare in sé l’intelligenza più alta. Questa intelligenza non è un semplice coltivare la tecnica o la scienza, ma essere in contatto con la realtà creativa, la quale non è della mente superficiale. L’intelligenza non e un risultato cumulativo, ma libertà dal conseguimento e dal successo progressivi. L’intelligenza non è mai statica; non può essere copiata e standardizzata, e quindi non può essere insegnata. L’intelligenza è da scoprirsi in libertà.

La volontà collettiva e la sua azione, che è la società, non offre questa libertà all’individuo; perché la società, non essendo organica, è sempre statica. La società è connessa, posta insieme, per la comodità dell’uomo; non ha un meccanismo indipendente suo proprio. Gli uomini possono catturare la società, guidarla, formarla, tiranneggiarla, a seconda del loro stato psicologico; ma la società non è signora dell’uomo. Essa può influenzarlo, ma l’uomo la spezza sempre. C’è conflitto tra l’uomo e la società perché l’uomo è in conflitto entro se stesso; e il conflitto è tra ciò che è statico e ciò che è vivo. La società è l’espressione esteriore dell’uomo. Il conflitto tra se stessi e la società è il conflitto nell’intimo di noi stessi. Questo conflitto, intimo ed esterno, esisterà sempre fino a quando l’intelligenza superiore non si desti.

Noi siamo entità sociali così come siamo individui; siamo cittadini e uomini nello stesso tempo, divenienti distinti nel dolore e nel piacere. Se deve esservi pace, dobbiamo comprendere il giusto rapporto fra l’uomo e il cittadino. Naturalmente, lo Stato ci preferirebbe del tutto cittadini; ma questa è la stupidità dei governi. Noi stessi ameremmo cedere l’uomo al cittadino, perché essere cittadino è più facile che essere uomo. Essere un buon cittadino significa funzionare efficientemente nel quadro di una data società. Al cittadino si richiedono efficienza e conformismo, poi che lo rendono duro e spietato; e allora egli è capace di sacrificare l’uomo al cittadino. Un buon cittadino non è necessariamente un uomo buono; ma un uomo buono è tenuto ad essere un buon cittadino, quali che siano la sua società e il suo paese. Poiché egli e innanzi tutto un uomo buono, le sue azioni non saranno antisociali, egli non si porrà contro un altro uomo. Vivrà in cooperazione con altri uomini buoni; non cercherà autorità, perché non ha autorità; sarà capace dì efficienza senza la spietatezza che l’accompagna. Il cittadino tenta dì sacrificare l’uomo; ma l’uomo che sta cercando l’intelligenza più alta naturalmente eviterà le stupidità del cittadino. Così lo Stato sarà contro l’uomo buono, l’uomo d’intelligenza; ma quest’uomo è libero d’ogni governo e paese.

L’uomo intelligente porterà in essere una buona società; ma un buon cittadino non darà vita a una società in cui l’uomo possa essere dell’intelligenza più elevata. Il conflitto tra il cittadino e l’uomo è inevitabile se il cittadino predomina; ed ogni società che deliberatamente trascura l’uomo è condannata. V’è riconciliazione fra il cittadino e l’uomo soltanto quando sia stato compreso il processo psicologico dell’uomo. Lo Stato, la presente società non si occupano dell’uomo interiore, ma solo dell’uomo esteriore, del cittadino. Essi possono negare l’uomo interiore, ma questo sopraffà sempre quello esteriore, distruggendo i piani abilmente studiati per il cittadino. Lo Stato sacrifica il presente per il futuro, sempre salvaguardando se stesso per il futuro; considera il futuro d’importanza suprema, non il presente. Ma per l’uomo intelligente il presente è della massima importanza, l’oggi e non il domani. Ciò che è può essere compreso soltanto con lo svanire del domani. La comprensione di ciò che è determina la trasformazione nell’immediato presente. È questa trasformazione la cosa di suprema importanza e non il modo di riconciliare il cittadino con l’uomo. Quando avviene questa trasformazione, cessa il conflitto tra il cittadino e l’uomo.

22. L’io

Nel posto di fronte era seduto un uomo di notevole importanza e autorità. Egli n’era pienamente consapevole, perché il suo aspetto, i suoi gesti, tutto il suo atteggiamento proclamavano la sua importanza. Egli occupava una posizione molto elevata nel Governo e la gente intorno a lui lo trattava con molto ossequio. Egli stava dicendo con voce profonda a qualcuno ch’era scandaloso disturbarlo per non so che affare burocratico di secondaria importanza. Brontolava sulla condotta dei suoi dipendenti, e gli ascoltatori apparivano nervosi ed apprensivi. Volavamo notevolmente al di sopra delle nuvole, a quasi seimila metri, e attraverso i fori nelle nuvole si vedeva, sotto, il mare azzurro. Quando le nubi alla fine si squarciarono, vedemmo le montagne coperte di neve, le isole, le vaste baie aperte. Come lontane e belle, le case solitarie, i minuscoli villaggi! Un fiume scendeva al mare dalle montagne. Fluiva oltre una grande città, tetra e fumosa, dove le acque del fiume si corrompevano, ma un po’ più a valle tornavano di nuovo limpide e scintillanti. Qualche posto più in là sedeva un ufficiale in divisa, il petto ricoperto di nastrini, altero e pieno di fiducia in se stesso. Apparteneva a quella classe separata che è la stessa in tutto il mondo.

Perché dobbiamo tanto bramare che si riconoscano i nostri meriti, che ci si prenda sul serio, che ci si incoraggi di continuo? Perché dobbiamo essere tanto snob? Perché teniamo tanto alla esclusività del nostro nome, della nostra posizione, delle nostre acquisizioni? L’essere anonimi è forse degradante, l’essere sconosciuti forse spregevole? Perché diamo tanto la caccia a tutto ciò che è popolare, famoso? Perché non ci accontentiamo di essere noi stessi? Abbiamo tanta paura e vergogna di quel che siamo che nome, posizione e acquisizioni divengono così supremamente importanti? È strano come sia forte il desiderio di essere stimati, ammirati, applauditi. Nell’eccitazione di una battaglia, si fanno cose incredibili, per cui si è poi onorati; si diviene eroi per avere ucciso dei propri simili. Grazie a privilegi, abilità, o capacità ed efficienza, si giunge presso la vetta, anche se la vetta non è mai la vetta, perché c’è sempre in misura maggiore l’ubriacatura del successo. Il paese o l’industria sono voi stesso; da voi dipende la soluzione di grandi problemi, voi siete il potere. La religione costituita offre posizione, prestigio, onore; anche là siete qualcuno, distinto e importante; oppure diventate il discepolo di un capo, di un guru o di un maestro, o collaborate con loro. Siete ancora importante, li rappresentate, partecipate alle loro responsabilità, voi date e altri ricevono. Anche se in loro nome, voi siete ancora il mezzo. Potete cingere un perizoma o indossare la tunica di un monaco, ma siete voi che fate il gesto, voi che rinunciate.

In un modo o nell’altro, con sottigliezza o grossolanamente, l’io si nutre e si mantiene. Indipendentemente dalle sue attività antisociali e nocive, chi ha l’io che mantenga se stesso? Sebbene ci troviamo nel tumulto e nella pena, tra piaceri momentanei, perché l’io si afferra a soddisfazioni intime ed esterne, a ricerche che inevitabilmente portano infelicità e dolore? La sete di un’attività positiva come opposta alla negazione ci fa sforzare di essere; i nostri sforzi ci fanno sentire che siamo vivi, che cè uno scopo alla nostra vita, che riusciremo progressivamente a liberarci delle cause del conflitto e del dolore. Abbiamo l’impressione che se la nostra attività cessasse, noi non saremmo più nulla, saremmo smarriti, la vita non avrebbe più significato alcuno; e così continuiamo a vivere nel conflitto, nella confusione, nell’antagonismo. Ma siamo anche consci che c’è qualche cosa di più, che c’è una alternativa che è al di sopra e al di là di tanto dolore. Così siamo in costante battaglia entro noi stessi.

Più grande la mostra esterna, maggiore la povertà interiore; ma l’affrancamento da questa povertà non è il perizoma. La causa di questa vacuità interiore è il desiderio di divenire e qualunque cosa facciate questo vuoto non potrà mai essere colmato. Potrete sfuggirvi in modo crudo, o con molte raffinatezze, ma resterà vicino a voi come la vostra ombra. Può darsi che non vogliate affondare lo sguardo in questo vuoto, ma ciononostante, esso sarà sempre presente. Gli adornamenti e le rinunce che l’io assume non potranno mai coprire questa intima povertà. Mediante queste attività, intima ed esterna, l’io cerca di trovare arricchimento, chiamandolo esperienza o dandogli un nome diverso, a seconda della sua convenienza e del suo piacere. Lio non può mai essere anonimo; può assumere una nuova veste, prendere un altro nome, ma l’identità è la sua stessa sostanza. Questo processo d’identificazione impedisce la consapevolezza della sua propria natura. Il processo cumulativo d’identificazione costruisce l’io, positivamente o negativamente; e la sua attività è sempre imprigionante, per vasta che sia la prigione. Ogni sforzo dell’io di essere o di non essere è un moto di allontanamento da ciò che è. Indipendentemente dal suo nome, dai suoi attributi, idiosincrasie e proprietà, che cos’è l’io? C’è sempre l’io, il se stesso quando le sue qualità siano state tolte? È questa paura di essere niente che spinge l’io all’attività; ma essa è nulla, non è che un vuoto.

Se siamo capaci di guardare bene in faccia quel vuoto, di essere con quella dolorosa solitudine e malinconia, allora la paura scompare del tutto e avviene una trasformazione radicale. Perché ciò accada, ci deve essere la sperimentazione di quel nulla la quale viene impedita se c’è uno sperimentatore. Se cè il desiderio di sperimentare quel nulla per poterlo vincere, per poter andare al di sopra e al di là di esso, allora non c’è sperimentazione; perché l’io, come identità, continua. Se lo sperimentatore ha una esperienza, non c’è più lo stato di sperimentazione. È la sperimentazione di ciò che è senza dargli un nome che determina la libertà da ciò che è.

23. Aver fede

Eravamo molto in alto in montagna e il tempo era straordinariamente asciutto. Non pioveva da molti mesi e i torrentelli erano secchi. I pini ingiallivano un poco e alcuni erano già morti, ma il vento passava tra loro. Le montagne si stendevano, una piega dopo l’altra, fino all’orizzonte. Quasi tutti gli animali selvatici se n’erano andati verso pascoli più freschi e migliori; rimanevano soltanto gli scoiattoli e qualche ghiandaia. C’erano altri piccoli uccelli, ma tacevano durante il giorno. Un pino morto si levava scolorito, bianchiccio, dopo molte estati. Era bello anche nella morte, forte e pieno di grazia, senza la macchia confusa del sentire. La terra era nuda e i sentieri erano rocciosi e coperti di polvere.

Ella disse di aver fatto parte di parecchie associazioni religiose, ma che poi ne aveva scelto definitivamente una. Aveva operato per quella associazione, come conferenziera e propagandista, praticamente in tutto il mondo. Disse di aver rinunciato a famiglia, comodità e a molte altre cose importanti nell’interesse di questa organizzazione; ne aveva accettato la fede, le dottrine e i precetti, ne aveva seguito i capi e tentato di meditare. Era molto stimata dai membri dell’associazione e dagli stessi capi. Ora, ella continuò, avendo udito ciò che io avevo detto su fedi e organizzazioni, sui pericoli di penose illusioni e così via, s’era ritirata da questa organizzazione e dalle sue attività. Non le importava più nulla di salvare il mondo, ma pensava alla sua famigliola e ai suoi guai, e solo con molto distacco si interessava ancora del mondo e dei suoi disordini. Aveva una certa tendenza a un’amarezza risentita, sebbene fosse esternamente gentile e generosa, perché, disse, la sua vita le sembrava tutta sciupata. Dopo tutti i suoi entusiasmi d’un tempo e la sua attività, a che punto era? Che le era successo? Perché si sentiva così stanca e inerte e alla sua età così assorta in cose banali?

Quanto facilmente noi distruggiamo la delicata sensibilità del nostro essere. Le lotte e le fatiche incessanti, le fughe e le paure, l’ansia in breve ottundono la mente e il cuore; e la scaltrezza della mente in gran fretta trova surrogati alla sensibilità della vita. Distrazioni, famiglia, politica, fedi e divinità prendono il posto della chiarezza e dell’amore. La chiarezza viene perduta dal sapere e dalle credenze, l’amore dalle sensazioni. La fede porta chiarezza? Le mura strettamente serrate della fede portano comprensione? Qual è la necessità delle fedi e per caso non oscurano esse la mente già gremita? La comprensione di ciò che è non esige credenze, ma percezione diretta, che è diretta consapevolezza senza l’intrusione del desiderio. È il desiderio che determina confusione e le credenze religiose sono l’estensione del desiderio. Le vie del desiderio sono sottili e se non le si comprende la fede non fa che accrescere conflitto, confusione e antagonismo. Credenza o fede, essa non è che il rifugio del desiderio.

Noi ci volgiamo alla fede come a un mezzo d’azione. La fede ci dà quella particolare forza che viene dall’esclusione; e poiché la maggior parte di noi è volta all’azione, la fede diviene una necessità. Riteniamo di non poter agire senza fede, perché è la fede che ci dà qualche cosa per cui valga la pena di vivere, di operare. per la maggior parte di noi, la vita non ha altro significato che quello che la fede le dà; la fede ha un significato maggiore della vita. Crediamo che la vita debba essere vissuta nel quadro della fede; perché, senza un disegno di qualche genere, come potrebbe esservi azione? Così la nostra azione si basa sull’idea o è il prodotto di un’idea; e l’azione, quindi, non è così importante come l’idea.

Possono le cose della mente, per brillanti e sottili che siano, determinare mai la compiutezza dell’azione, la trasformazione radicale dell’esistenza di un individuo e quindi dell’ordine sociale? L’idea è forse il mezzo dell’azione? L’idea può determinare una certa serie di azioni, ma questa è semplice attività; e l’attività è del tutto diversa dall’azione. È nell’attività che si resta impigliati; e quando per una ragione o per l’altra l’attività cessa, allora ci si sente perduti e la vita diviene priva di significato, vuota. Siamo consci di questa vacuità, consapevolmente o inconsapevolmente, e così idea e attività divengono d’importanza suprema. Colmiamo questo vuoto con la fede e l’attività diviene una necessità inebriante. Per amor di questa attività, rinunceremo; ci adatteremo ad ogni disturbo, ad ogni illusione.

L’attività della fede è caotica e distruttiva: potrà in un primo momento sembrare ordinata e costruttiiva, ma nella sua scia, c’é conflitto e dolore. Ogni specie di credenza, politica o religiosa, impedisce la comprensione dei rapporti, e non può esistere azione senza questa comprensione.

24. Il silenzio

L’auto aveva un motore potente e ben regolato; prendeva le salite senza sforzo e la ripresa era eccellente. La strada saliva ripida su dalla valle e correva tra aranceti e alti noci dall’ampio fogliame. Sui due lati della strada i frutteti si estendevano per una quarantina di miglia, su, su, fino al piede stesso della montagna. Divenendo rettilinea, la strada passava per una o due cittadine, per poi continuare in aperta campagna, ch’era d’un verde vivo. Riprendendo infine a serpeggiare tra le alture, la strada finiva nel deserto.

Era una strada levigata, il ronzio del motore era regolare e il traffico molto rado. C’era un’intensa consapevolezza della campagna, del passaggio ogni tanto di un’auto, dei segni stradali, del limpido cielo azzurro; ma la mente era estremamente quieta. Non la quiete della spossatezza, o del rilassamento, ma una quiete quanto mai vigile. Non c’era nessun punto da cui la mente fosse immobile; non c’era nessun osservatore di quella tranquillità; lo sperimentatore era totalmente assente. Nonostante la conversazione intermittente, non c’era nessuna increspatura sulla superficie del silenzio. Si udiva il fruscio del vento, mentre la macchina correva, eppure quel silenzio era inseparabile dal rumore del vento, dai suoni dell’automobile e dalla parola detta. La mente non aveva ricordo di precedenti quieti, dei silenzi che aveva conosciuto; non diceva: «Questa è tranquillità». Non c’era verbalizzazione, che è soltanto riconoscimento e affermazione di un’esperienza in certo qual modo similare. Poi che non c’era verbalizzazione, il pensiero era assente. Non c’era registrazione, e pertanto il pensiero non era in grado di cogliere il silenzio o di pensare ad esso; perché la parola «quiete» non è quiete. Quando la parola è assente, la mente non può operare e quindi lo sperimentatore non può immagazzinare come mezzo d’ulteriore piacere. Non c’era in atto nessun processo di raccolta, né v’era approssimazione o assimilazione. Il moto della mente era del tutto assente.

La macchina si fermò davanti alla casa. L’abbaiare del cane, le valigie che si scaricavano dall’auto e il rumore in generale del nostro arrivo non incisero minimamente in quel silenzio straordinario. Non c’era la minima turbolenza, e quella pace continuava. Il vento passava tra i pini, le ombre si allungavano e un gatto selvatico scivolò furtivo tra i cespugli. In quel silenzio c’era movimento, e il movimento non era distrazione. Non c’era nessuna attenzione fissa da cui essere distratti. C’è distrazione quando l’interesse principale si sposta; ma in questo silenzio c’era assenza d’interesse, onde non c’era niente da cui allontanarsi vagando. Il moto non era allontanamento dal silenzio, ma parte di esso. Era la pace, non della morte, non della decadenza, ma di una vita in cui era totale mancanza di conflitto. Nella maggioranza di noi, la lotta del dolore e del piacere, l’impulso dell’attività ci danno il senso della vita; e se quell’impulso ci fosse tolto, noi ci sentiremmo perduti e in breve saremmo disintegrati. Ma quella pace e il suo movimento era creazione che si rinnovava di continuo. Era un movimento che non aveva principio e pertanto non aveva fine; e non era continuità. Il movimento sottintende il tempo; ma qui non c’era tempo. Il tempo è il più e il meno, il vicino e il lontano, lo ieri e il domani; ma in quella pace ogni paragone cessava. Non era un silenzio che giungesse a una fine per ricominciare; non c’era ripetizione. I molti trucchi della mente scaltra erano del tutto assenti.

Se questo silenzio fosse un’illusione, la mente avrebbe qualche rapporto con esso, lo respingerebbe o vi si aggrapperebbe, lo allontanerebbe col ragionamento o con sottile soddisfazione s’identificherebbe con esso; ma poiché non ha rapporto con questo silenzio, la mente non può accettarlo o negarlo. La mente può operare soltanto con le sue proprie proiezioni, con le cose che Fanno parte di lei; ma essa non ha rapporto con le cose che non appartengono alla sua origine. Questo silenzio non è della mente e quindi la mente non può coltivarlo o identificarsi con esso. Il contenuto di questo silenzio non è misurabile a parole.

25. Rinuncia delle ricchezze

Eravamo seduti all’ombra di una grande pianta e guardavamo la valle ai nostri piedi. I picchi avevano un gran da fare e una lunga fila di formiche correva fervida avanti e indietro tra due alberi. Il vento soffiava dal mare, portando l’odore di una nebbia lontana. Le montagne erano azzurre, e avevano un aspetto di sogno; spesso erano parse vicinissime, ma ora parevano perdersi in una lontananza remota. Un uccellino beveva a una pozzanghera formata da una tubatura che perdeva. Due scoiattoli grigi dalle larghe code frondose si davano la caccia su e giù per un albero; si arrampicavano fin sulla cima e piombavano giù con folle velocità fin quasi sul suolo, per poi risalire.

Egli era stato un tempo un uomo molto ricco e aveva rinunciato alle sue ricchezze. Aveva avuto moltissime proprietà e goduto del fardello della responsabilità che esse comportavano, perché era caritatevole e non troppo duro di cuore. Dava largamente e dimenticava ciò che dava. Era buono con i suoi collaboratori e provvedeva al loro bene, e guadagnava il denaro facilmente in un mondo tutto intento a guadagnar denaro. Era diverso da coloro i cui conti in banca e i cui investimenti sono più grandi di loro, che sono soli, tristi e hanno paura del prossimo e delle sue richieste, che si chiudono nella peculiare atmosfera della loro ricchezza. Non rappresentava una minaccia per la sua famiglia e neppure dava facilmente, e aveva molti amici, ma non perché fosse molto ricco. Diceva di aver ceduto i suoi beni, perché era stato colpito un giorno, mentre stava leggendo qualche cosa, dalla immensa futilità del suo guadagnare quattrini e della sua ricchezza. Ora non gli restavano che pochissime cose e si studiava di condurre una vita semplice per scoprire che cosa significasse e se ci fosse qualche cosa al di là degli appetiti dei centri fisici.

Accontentarsi del poco è relativamente facile; liberarsi del peso di molte cose non è difficile, quando ci si sia messi in viaggio alla ricerca di qualche cos’altro. L’urgenza della ricerca interiore spazza via la confusione di molti beni, ma affrancarsi delle cose esterne non significa una vita semplice. La semplicità e l’ordine esterni non significano necessariamente tranquillità e innocenza interiori. È bene essere semplici esternamente, perché ciò dà una certa libertà, è un gesto d’integrità; ma perché mai noi cominciamo sempre con la semplicità esteriore e mai con quella intima? È per convincere noi stessi e gli altri delle nostre intenzioni? Perché mai dobbiamo convincere noi stessi? La libertà dalle cose richiede intelligenza, non gesti e atti di persuasione; e l’intelligenza non è personale. Se uno è conscio di tutte le implicazioni di molti beni, questa stessa coscienza libera, e allora non c’è bisogno di gesti e affermazioni drammatiche. È quando questa coscienza intelligente non funziona che noi ricorriamo a discipline e distacchi. L’accento non va sul molto o sul poco, ma sull’intelligenza; e l’uomo intelligente, accontentandosi del poco, è libero di molti possessi.

Ma l’accontentarsi è una cosa e la semplicità del tutto un’altra. Il desiderio di accontentarsi o di semplicità è un legame. Il desiderio genera la complessità. L’accontentarsi viene dalla consapevolezza di ciò che è, e la semplicità dalla libertà da ciò che è. È bene essere esteriormente semplici, ma di gran lunga più importante essere interiormente semplici e chiari. La chiarezza non viene grazie a una mente decisa e nettamente volta a uno scopo; la mente non può crearla. La mente può adattarsi, può ordinare e disporre i suoi pensieri; ma questa non è né chiarezza né semplicità.

L’azione della volontà genera confusione; perché la volontà, per sublimata che sia, è pur sempre lo strumento del desiderio. La volontà di essere, di divenire, per degna e nobile, può dare una direttiva, aprire una via in mezzo alla confusione; ma un siffatto processo porta all’isolamento e la chiarezza non può venire dall’isolamento. L’azione della volontà può momentaneamente illuminare l’immediato primo piano, cosa necessaria per la pura attività, ma non potrà mai illuminare lo sfondo; perché la volontà stessa è il risultato di questo medesimo sfondo. Lo sfondo forma e alimenta la volontà, e la volontà può rendere più nitido lo sfondo, elevarne le potenzialità; ma essa non potrà mai ripulire lo sfondo.

La semplicità non è della mente. Una semplicità premeditata è soltanto un abile adattamento, una difesa dal dolore e dal piacere; è un’attività che imprigiona e che genera varie forme di conflitto e di confusione. È il conflitto che porta le tenebre, tanto all’interno quanto all’esterno. Conflitto e chiarezza non possono esistere insieme; ed è la libertà dal conflitto che dà la semplicità, non la vittoria sul conflitto. Ciò che si conquista deve essere sempre conquistato e riconquistato, onde il conflitto è reso senza fine. La comprensione del conflitto è la comprensione del desiderio. Il desiderio può astrarsi come fa l’osservatore, colui che comprende; ma questa sublimazione del desiderio non è che rinvio, non comprensione. Il fenomeno dell’osservatore e dell’osservato non è un processo dualistico, ma singolo; e soltanto sperimentando il fatto di questo processo unitario c’è libertà dal desiderio, dal conflitto. Il problema di come sperimentare questo fatto non deve mai sorgere. Deve accadere; ed avviene solo quando ci sia vigilanza e coscienza passiva. Non potete conoscere la vera esperienza dell’incontro con un serpente velenoso, immaginandola o pensandoci su, mentre ve ne state comodamente seduto nella vostra stanza. Per incontrare il serpente dovrete avventurarvi al di là delle strade selciate e delle luci artificiali.

Il pensiero può registrare ma non può sperimentare la libertà dal conflitto; perché la chiarezza, o semplicità, non è della mente.

26. Ripetizione e sensazione

Il rumore e gli odori della città penetravano dalla finestra aperta. Nell’ampio giardino quadrato, la gente sedeva all’ombra leggendo le notizie sui giornali, i pettegolezzi del mondo intero. I piccioni saltellavano tronfi alla ricerca di buoni bocconi e i bimbi giocavano sui prati verdi. Il sole formava ombre bellissime.

L’uomo era un giornalista, svelto e intelligente. Non solo voleva un’intervista, ma voleva anche parlare di alcuni suoi problemi. Quando l’intervista per il suo giornale fu finita, egli parlò della sua carriera e di ciò che essa valeva, non dal punto di vista finanziario, ma da quello del suo significato nel mondo. Era un uomo di valore, abile, capace e pieno di fiducia in se stesso. Stava salendo rapidamente nel mondo giornalistico, nel quale c’era un avvenire in serbo per lui.

Le nostre menti sono talmente infarcite di tante cognizioni che è quasi impossibile fare esperienze dirette. L’esperienza del piacere e del dolore è diretta, individuale; ma la comprensione dell’esperienza dipende dal modello degli altri, delle autorità sociali e religiose. Noi siamo il risultato dei pensieri e delle influenze degli altri; siamo condizionati dalla propaganda sia religiosa che politica. Il tempio, la chiesa e la moschea esercitano una strana influenza oscurante sulle nostre vite, e le ideologie politiche danno apparente sostanza al nostro pensiero. Siamo creati e distrutti dalla propaganda. Le religioni organizzate sono fonti di propaganda efficientissime, ogni mezzo essendo usato per convincere e poi tenere.

Noi siamo una massa di risposte confuse, e il nostro centro è così incerto come il futuro che ci é promesso. Le mere parole hanno un significato straordinario per noi; hanno un effetto neurologico le cui sensazioni sono più importanti di ciò che si trova al di là del simbolo. Il simbolo, l’immagine, la bandiera, il suono, sono d’importanza essenziale; la sostituzione, e non la realtà, è la nostra forza. Leggiamo delle esperienze degli altri, osserviamo gli altri agire, seguiamo l’esempio degli altri, citiamo gli altri. Siamo vuoti in noi stessi e cerchiamo di riempire questo vuoto con parole, sensazioni, speranze e immaginazione; ma il vuoto continua.

La ripetizione, con le sue sensazioni, non è, per nobile e piacevole che sia, lo stato di sperimentazione; la costante ripetizione di un rito, di una parola, di una preghiera, è una sensazione gradevole a cui si dà un termine nobile. Ma la sperimentazione non è sensazione e la reazione sensibile in breve cede il posto a ciò che è effettivo. L’effettivo, il ciò che è, non può essere compreso mediante la mera sensazione. I sensi hanno una parte limitata, ma comprendere o sperimentare si trova al di là e al di sopra dei sensi. La sensazione diviene importante solo quando cessa la sperimentazione; allora le parole divengono pregne di significato e i simboli dominano; allora il grammofono diviene affascinante. La sperimentazione non è continuità; perché ciò che ha continuità è sensazione, quale che sia il suo livello. La ripetizione della sensazione dà l’apparenza di una nuova esperienza, ma le sensazioni non possono mai essere nuove. La ricerca del nuovo non sta nelle sensazioni reiterate. Il nuovo viene in essere soltanto quando vi sia sperimentazione; e la sperimentazione è possibile soltanto quando lo stimolo e la ricerca della sensazione siano cessate.

Il desiderio della ripetizione di un’esperienza è la caratteristica vincolante della sensazione, e l’arricchimento della memoria è l’espansione della sensazione. Il desiderio della ripetizione di un’esperienza, se vostra o di un altro, porta all’insensibilità, alla morte. La ripetizione di una verità è una menzogna. La verità non può essere ripetuta, non può essere diffusa o utilizzata. Quella che può essere usata o ripetuta non ha vita in sé, è meccanica, statica. Si può usare una cosa morta, ma non la verità. Potete prima uccidere e negare la verità, e poi usarla; ma non è più verità. I propagandisti non si interessano della sperimentazione, ma dell’organizzazione della sensazione, religiosa o politica, sociale o privata. Il propagandista, religioso o secolare che sia, non può parlare della verità.

La sperimentazione può venire soltanto con l’assenza del desiderio della sensazione; il dare un nome, un termine deve cessare. Non c’è processo di pensiero senza verbalizzazione; ed incappare nella verbalizzazione significa cader prigioniero delle illusioni del desiderio.

27. Radio e musica

È ovvio che la musica radiofonica è un’evasione meravigliosa. I vicini continuavano a tener l’apparecchio acceso per tutto il giorno e buona parte della notte. Il padre se ne andava in ufficio molto presto la mattina. La madre e la figlia lavoravano in casa o in giardino; e quando lavoravano in giardino la radio strepitava più forte. A quel che sembrava, pure il figlio godeva la musica e gli annunci commerciali, perché anche quando era a casa lui la radio continuava a strepitare lo stesso. Grazie alla radio, uno può sentire interminabilmente ogni specie di musica, dalla classica alla più moderna; si possono sentire commedie gialle, notizie, e tutte le cose che sono costantemente radiodiffuse. Non c’è bisogno di conversare, di scambiare idee, perché la radio fa quasi ogni cosa per voi. La radio, dicono, aiuta gli studenti a studiare; e c’è più latte se all’ora della mungitura si fa sentire della musica alle vacche.

Lo strano di tutto ciò è che la radio sembra alterare così poco il corso della vita. Può rendere alcune cose un po’ più convenienti; possiamo avere notizie internazionali più rapidamente e avere una descrizione più vivace dei delitti che si commettono; ma l’essere informati non ci farà più intelligenti. Il sottile strato d’informazioni sugli orrori dei bombardamenti atomici, sulle alleanze internazionali, le ricerche nel campo della clorofilla e così via non sembra segnare nessuna particolare differenza nelle nostre vite. Siamo più che mai volti a pensieri di guerra, odiamo altri gruppi di popoli, disprezziamo questo capo politico e sosteniamo quell’altro, siamo ingannati da religioni organizzate, siamo nazionalisti e le nostre miserie continuano; e ci volgiamo alle più svariate forme di evasione, più rispettabili e meglio organizzate. Evadere collettivamente è la forma più elevata di sicurezza. Nell’affrontare ciò che è, noi possiamo fare qualche cosa in merito; ma il fuggire da ciò che è ci rende inevitabilmente stupidi e ottusi, schiavi della sensazione e della confusione.

La musica non ci offre, in un modo quanto mai sottile, una felice vacanza da ciò che è? La buona musica ci porta via a noi stessi, ci sottrae alle nostre pene quotidiane, alle meschinità e alle ansie, ci fa dimenticare; o ci dà la forza di affrontare la vita, ispira, ci rinvigorisce e pacifica. Diviene una necessità tanto in un caso quanto nell’altro, sia come mezzo per dimenticare noi stessi, sia come fonte d’ispirazione. Affidarsi al bello ed evitare le brutture non sono che una fuga, e ciò diviene una tortura quando la nostra via di fuga sia stata tagliata. Quando la bellezza diviene necessaria al nostro benessere, allora la sperimentazione cessa e comincia la sensazione. Il momento della sperimentazione è del tutto diverso dal perseguimento della sensazione. Nella sperimentazione non c’è coscienza dello sperimentatore e delle sue sensazioni. Quando la sperimentazione giunge alla fine, è allora che cominciano le sensazioni dello sperimentatore; e sono queste sensazioni che lo sperimentatore cerca ed esige. Quando le sensazioni divengono una necessità, allora la musica, il fiume, il dipinto non sono che i mezzi per un’ulteriore sensazione. Le sensazioni divengono d’importanza fondamentale, esse, e non la sperimentazione. Il desiderio di ripetere un’esperienza è la richiesta di sensazioni; e mentre le sensazioni possono essere ripetute, la sperimentazione non lo può.

È il desiderio della sensazione che ci costringe ad attaccarci alla musica, a possedere la bellezza. Il dipendere da linee e forme esteriori rivela la vacuità del nostro essere, vacuità che noi colmiamo con la musica, con l’arte, col silenzio deliberato. È perché questa vacuità immutabile viene colmata o coperta da sensazioni che c’è la perenne paura di ciò che è, o di ciò che siamo. Le sensazioni hanno un principio e una fine, possono essere ripetute e diffuse; ma la sperimentazione non è entro i limiti del tempo. Ciò che è essenziale è la sperimentazione, che viene negata durante la ricerca della sensazione. Le sensazioni sono limitate, personali, causano conflitto e dolore; ma la sperimentazione, che è del tutto differente dalla ripetizione di un’esperienza, è senza continuità. Soltanto nella sperimentazione c’è rinnovamento, trasformazione.

28. Autorità

Le ombre danzavano sul verde del prato; e sebbene il sole fosse caldo, il cielo era soffice e azzurro. Dall’altra parte della siepe una vacca stava guardando il verde prato e la gente. Quell’accol­ta di persone era strana per essa, ma l’erba verde le era familiare, sebbene le piogge se ne fossero andate da gran tempo e la terra fosse inaridita, bruniccia. Una lucertola dava la caccia alle mosche e ad altri insetti sul tronco di una quercia. Le montagne lontane erano vaghe, invitanti.

La donna disse, dopo la conversazione sotto gli alberi, di essere venuta ad ascoltare qualora il maestro dei maestri avesse parlato. Era stata attentissima, ma ora la sua solerzia era dive­nuta ostinazione. Ostinazione velata da sorrisi e da una tolle­ranza ragionevole, una tolleranza ch’era stata molto attentamente premeditata e coltivata; era una cosa della mente e pertanto poteva essere infiammata fino a diventare intolleranza violenta, rabbiosa. Ella era una donna alta e florida, dal modo di parlare dolce e gentile; ma nel suo tono si annidava la condanna, alimentata dalle sue convinzioni e credenze. Era una donna chiusa e indurita, ma aveva dato se stessa alla fratellanza e alla sua buona causa. Aggiunse, dopo una pausa, che avrebbe saputo quando il maestro avesse parlato, dato che lei e il suo gruppo avevano non so che misterioso modo di saperlo, un mo­do che non era concesso agli altri. Il piacere della conoscenza esclusiva era così evidente nel suo modo di parlare, nei suoi ge­sti e nell’inclinazione della testa.

Il sapere in modo esclusivo, privato, dà un piacere profondamente soddisfacente. Sapere qualche cosa che gli altri non sanno è fonte costante di soddisfazione; ti dà la sensazione di essere in contatto con cose molto profonde, le quali conferiscono prestigio e autorità. Si è direttamente in contatto, si ha qualche cosa che gli altri non hanno, e si è importanti, non soltanto ai nostri occhi, ma anche a quelli degli altri. Gli altri vi guardano, un po’ apprensivamente, perché vogliono partecipare a ciò che avete; ma voi date, sempre sapendone di più. Voi siete il capo, l’autorità; e questa posizione viene facilmente, perché il prossi­mo vuole imparare, essere guidato. Più ci rendiamo conto di essere smarriti e confusi, più siamo solleciti a farci guidare, insegnare; e così l’autorità nasce in nome dello Stato, in nome della religione, nel nome di un maestro o di un capo partito.

L’adorazione dell’autorità, tanto nelle grandi quanto nelle piccole cose, è un male, soprattutto nelle questioni religiose. Non c’è intermediario tra voi e la realtà; e se ce n’è uno, svolgerà opera di perversione, di disturbo, non importa chi egli sia, se un salvatore supremo, o il vostro ultimo guru o maestro. Colui che sa non sa; può sapere soltanto i suoi propri pregiudizi, le sue opinioni che sono una proiezione della sua mente, le sue esigen­ze sensibili. Non può conoscere la verità, l’incommensurabile. Si possono erigere e abilmente coltivare posizione e autorità, ma non l’umiltà. La virtù dà libertà; ma l’umiltà coltivata non è virtù, è mera sensazione e pertanto nociva e deleteria; è un legame, che va spezzato innumerevoli volte.

È importante scoprire non chi sia il maestro, il santo, il capo, ma perché si segua qualcuno. Voi seguite qualcuno soltanto per diventare qualche cosa, per guadagnare, per vederci chiaro. La chiarezza non può essere data da un altro. La confusione è in noi; siamo stati noi a crearla e sta a noi dissiparla. Possiamo raggiungere una posizione ambita, una sicurezza interiore, un posto nella gerarchia della fede organizzata; ma tutto questo non è che attività prigioniera di se stessa, la quale porta al con­flitto e al dolore. Potete anche sentirvi momentaneamente Felice della vostra conquista, potete convincervi che la vostra posizio­ne era inevitabile, che questo è quanto avevate in sorte; ma finché vorrete divenire qualche cosa, a qualunque livello sia, c’è l’i­nevitabilità del dolore e della confusione. Essere come nulla non è negazione. L’azione positiva o negativa della volontà, che è desiderio affinato e intensificato, porta sempre a sforzi e con­flitti; non è questo il mezzo della comprensione. Lo stabilirsi dell’autorità e il seguirla è la negazione della comprensione. Quando c’è comprensione c’è libertà, che non si può comprare e non può essere data da un altro. Ciò che si compera può essere perduto, e ciò che è dato può essere tolto; e pertanto nascono l’autorità e la sua paura. La paura non si può vincere con blan­dizie e candele; essa ha fine soltanto con la cessazione del desiderio di divenire.

29. Meditazione

Egli aveva praticato per molti anni quella che chiamava la meditazione; aveva seguito certe discipline dopo aver letto molti libri sull’argomento ed era stato in un certo monastero dove si meditava per molte ore al giorno. Egli non era affatto sentimentale in merito e le lacrime della sua abnegazione non gli velavano gli occhi. Disse che sebbene dopo tutti quegli anni la sua mente fosse sotto controllo, talvolta tuttavia sfuggiva al controllo; che non c’era gioia nella sua meditazione; e che le discipline impostesi lo rendevano piuttosto duro e arido. In un certo senso era del tutto insoddisfatto dell’intera situazione. Aveva fatto parte di alcune cosiddette società religiose, ma ora l’aveva finita con tutte ed era indipendentemente alla ricerca del Dio che tutte promettevano. Era piuttosto innanzi negli anni e cominciava a sentirsi stanco.

La retta meditazione è essenziale per la purificazione della mente, perché senza lo svuotamento della mente non può esservi rinnovamento. La semplice continuità è decadenza. La mente si avvizzisce per la ripetizione costante, la frizione causata dall’uso errato, le sensazioni che la rendono ottusa e stanca. Il controllo della mente non è importante; quel ch’è importante è scoprire gli interessi della mente. La mente è un fascio d’interessi contrastanti, e il semplice rafforzare un interesse contro un altro è ciò che noi chiamiamo concentrazione, il processo della disciplina. La disciplina è la coltivazione della resistenza, e dove e resistenza non c’è comprensione. Una mente ben disciplinata non è una mente libera, ed è soltanto nella libertà che si può fare qualche scoperta. Ci deve essere spontaneità per scoprire i moti dell’io, quale che sia il livello a cui si trovi. Sebbene possano esservi scoperte sgradevoli, i moti dell’io devono essere messi in luce e compresi; ma le discipline distruggono la spontaneità in cui avvengono le scoperte. Le discipline inquadrano la mente. La mente si adatterà a ciò a cui è stata allenata; ma ciò a cui essa si adatta non è il reale. Le discipline sono mere imposizioni e quindi non possono mai essere i mezzi della denudazione. Attraverso l’autodisciplina la mente può rafforzarsi nel suo scopo; ma questo scopo non è che una proiezione e così non è il reale. La mente crea la realtà a sua propria immagine e somiglianza e le discipline si limitano a dare vitalità a questa immagine.

Soltanto nella scoperta può essere gioia, la scoperta di momento in momento dei modi dell’io. L’io, quale che sia il livello a cui si trova, è ancora parte della mente. La mente non può pensare a qualche cosa che non sia parte di essa; non può pensare l’ignoto. L’io, qualunque sia il suo livello, è il cognito; e quantunque possano esistere strati dell’io di cui la mente superficiale non è consapevole, essi si trovano pur sempre nel campo del cognito. I moti dell’io sono rivelati nell’azione dei rapporti; e quando non siano confinati entro limiti ben precisi, i rapporti consentono l’opportunità di una rivelazione dell’io. I rapporti sono l’azione dell’io, e per comprendere questa azione ci deve essere consapevolezza senza scelta; perché scegliere significa intensificare un interesse contro un altro. Questa consapevolezza è la sperimentazione dell’azione dell’io, e in questa sperimentazione non c’è né lo sperimentatore né lo sperimentato. In questo modo la mente si vuota dei suoi accumuli; non c’è più l’ «io», il raccoglitore. Gli accumuli, i ricordi immagazzinati sono l’ «io»; l’’io» non è un’entità distinta dagli accumuli. L’ «io» separa se stesso dalle sue caratteristiche, quali l’osservatore, la sentinella, il controllore, per salvaguardare se stesso, per dare a se stesso continuità fra ciò che è provvisorio. La sperimentazione di questo processo integrale, unitario, libera la mente dal suo dualismo. In tal modo il processo totale della mente, tanto quello palese quanto quello nascosto, viene sperimentato e compreso, non un frammento alla volta, attività per attività, ma nella sua interezza. Di conseguenza sogni e attività quotidiane sono più che mai un processo di svuotamento. La mente deve essere assolutamente vuota per ricevere; ma il desiderio di essere vuoti per ricevere è un ostacolo profondamente radicato, ed anche questo deve essere compreso completamente, non a qualunque specifico livello. il desiderio dì sperimentare deve cessare del tutto, la qual cosa avviene soltanto quando lo sperimentatore non si nutra di esperienze e del loro ricordo.

L’epurazione della mente deve avvenire non soltanto nei suoi livelli più elevati, ma anche nelle sue più segrete profondità; e ciò può accadere solo quando il processo di dare nomi e termini si sia concluso. Dare nomi non fa che rafforzare e dare continuità allo sperimentatore, al desiderio di continuità, alla caratteristica del ricordo specifico. Ci deve essere muta consapevolezza di dare un nome, e così la comprensione di esso. Noi diamo un nome non soltanto per comunicare, ma anche per dare continuità e sostanza a un’esperienza, per risuscitarla e ripeterne le sensazioni. Il processo di dare un nome deve cessare, non soltanto ai livelli superficiali della mente, ma entro tutta la sua struttura. Questo è un compito arduo, non facile a intendersi e da non sperimentarsi alla leggiera; perché la nostra intera coscienza è un processo di dare nome, o definizione, alla esperienza, per poi immagazzinarla o registrarla. È questo processo che alimenta e rafforza l’entità illusoria, con lo sperimentatore distinto e separato dall’esperienza. Senza pensieri non c’è soggetto pensante. I pensieri creano il soggetto pensante, che si isola per dare a se stesso durata; perché i pensieri sono sempre di breve durata.

C’è libertà quando l’intero essere, tanto il superficiale quanto quello nascosto, e purgato del passato. La volontà è desiderio; e se c’è la minima azione della volontà, il minimo sforzo di essere liberi, di denudarsi, allora non potrà mai esservi libertà, la totale epurazione dell’intero essere. Quando tutti i vari strati della coscienza siano quieti, nel più assoluto silenzio, soltanto allora ci sarà l’incommensurabile, la benedizione che non è del tempo, il rinnovamento del creato.

30. Ira

Anche a quell’altezza il caldo predominava. I vetri dei finestrini erano caldi al tocco della mano. Il monotono rombar dei motori dell’aeroplano conciliava il sonno e infatti molti dei passeggeri s’erano appisolati. La terra appariva lontanissima al di sotto di noi, lucente nella calura, interminabile distesa marrone interrotta ogni tanto da una chiazza di verde. Infine atterrammo, e il calore divenne allora quasi insopportabile; era un vero e proprio dolore fisico, e anche all’ombra di una costruzione uno si sentiva la sommità della testa in procinto di scoppiare. S’era bene addentro nell’estate e la campagna era quasi un deserto. Decollammo di nuovo e l’aereo si arrampicò verso le alte quote, alla ricerca dei venti freddi. Due nuovi passeggeri avevano preso posto nei sedili di fronte e parlavano ad alta voce; era impossibile non stare a sentire quello che dicevano. Avevano cominciato a discutere abbastanza tranquillamente, ma in breve l’ira s’insinuò nelle loro voci, l’ira della familiarità e del risentimento. Nella loro violenza sembravano essersi dimenticati della presenza degli altri; erano così accaniti tra loro che essi soltanto esistevano, e nessun altro.

L’ira ha questa peculiare proprietà dell’isolamento; come il dolore, taglia fuori un individuo e, almeno per il momento, ogni rapporto ha fine. L’ira ha la forza e la vitalità momentanei dell’isolato. C’è una strana disperazione nell’ira; perché l’isolamento è disperazione. L’ira della delusione, della gelosia, dell’impulso di ferire consente uno sfogo violento, il cui piacere sta nell’autogiustificazione. Condanniamo gli altri e questa stessa condanna è una giustificazione di noi stessi. Senza qualche specie di atteggiamento, sia di rettitudine sia di degradazione, che cosa siamo? Ricorriamo a ogni mezzo per sostenerci in stato di agitazione e l’ira è uno dei mezzi più facili. La semplice ira, improvvisa esplosione che viene presto dimenticata, è una cosa; ma l’ira che viene deliberatamente preparata e montata, che è stata distillata e cerca di ferire e distruggere, è del tutto un’altra cosa. La semplice ira può avere una causa fisiologica che si può vedere e a cui si può ovviare; ma l’ira che è il prodotto di una causa psicologica è molto più sottile e difficile a trattarsi. La maggior parte di noi non bada all’ira e troviamo sempre una scusa al fatto di arrabbiarci. Perché non dovremmo adirarci, quando qualcun altro, o noi stessi, è stato trattato male? Così che ci adiriamo pieni di rettitudine. Non ci limitiamo mai a constatare la nostra ira, e basta; ci addentriamo in complesse spiegazioni della sua causa. Non ammettiamo mai di essere gelosi o risentiti, ma giustifichiamo, o spieghiamo il fatto. Ci chiediamo come possa esserci amore senza gelosia, o diciamo che le azioni di un altro ci hanno amareggiato, e così via.

È la spiegazione, la verbalizzazione, sia muta, sia espressa a parole, che sostiene l’ira, che le dà raggio d’azione e profondità. La spiegazione, muta o formulata, è uno scudo contro la scoperta di noi stessi, quali siamo in realtà. Vogliamo essere apprezzati, o lusingati, ci spetta qualche cosa; e quando queste cose non si verificano, siamo delusi, diveniamo astiosi, gelosi. Allora, con violenza o con dolcezza, diamo la colpa a qualcun altro; diciamo che gli altri sono responsabili della nostra amarezza. Tu sei di grande importanza perché io dipendo da te per la mia felicità, per la mia posizione e il mio prestigio. Attraverso di te io mi compio, e così sei importante per me; devo custodirti, devo possederti. Grazie a te, io evado da me stesso; e quando sono ributtato su me stesso, timoroso del mio proprio stato, mi adiro. L’ira assume molte forme: delusione, risentimento, astio, gelosia, ecc.

Il mettere in serbo l’ira, che è risentimento, esige l’antidoto del perdono; ma la conservazione dell’ira è molto più significativa del perdono. Il perdono non è necessario quando non c’è accumulo d’ira. Il perdono è essenziale se c’è risentimento, rancore; ma l’affrancarsi dall’adulazione e dal senso dell’offesa, senza la durezza dell’indifferenza, apre la strada della misericordia e della carità. Non ci si può liberare dell’ira con l’azione della volontà, perché la volontà è parte della violenza. La volontà è il risultato del desiderio, la brama di essere; e il desiderio è per la sua stessa natura aggressivo, prepotente. Soffocare l’ira con uno sforzo dì volontà significa trasferire l’ira a un altro livello, darle un nome differente; ma continua ad essere parte della violenza. Per essere liberi dalla violenza, il che non significa coltivare la nonviolenza, si deve avere la comprensione del desiderio. Non c’è nessun succedaneo spirituale del desiderio, che non può essere né soppresso né sublimato. Ci deve essere una muta consapevolezza, senza scelta, del desiderio; e questa consapevolezza passiva è la diretta sperimentazione del desiderio senza uno sperimentatore che gli dia un nome.

31. Sicurezza psicologica

Egli disse di avere approfondito compiutamente il problema, di avere letto tutto quanto era stato in suo potere di ciò ch’era stato scritto sull’argomento e di essere convinto che ci sono dei maestri in diverse parti del mondo. Essi non si mostrano fisicamente se non a particolari discepoli, ma sono in comunicazione con altri grazie ad altri mezzi. Essi esercitano un influsso benefico e guidano i capi del pensiero e dell’azione mondiali, anche se questi capi non se ne accorgono; e sono essi che determinano la rivoluzione e la pace. Era convinto, egli disse, che ogni continente avesse un gruppo di maestri, che ne foggiano le sorti e gli impartiscono la loro benedizione. Egli aveva conosciuto vari allievi dei maestri, o almeno così essi gli avevano detto, soggiunse l’uomo prudentemente. Era pieno d’entusiasmo e desiderava una maggior conoscenza dei maestri. Era possibile avere una diretta esperienza, contatti diretti con loro?

Come era sereno il fiume! Due piccoli e smaglianti martin pescatori svolazzavano su e giù presso la riva, proprio sopra il pelo dell’acqua; c’erano alcune api che raccoglievano acqua per i loro nidi, e la barca di un pescatore si trovava proprio lungo il filo della corrente. Gli alberi sulla riva erano densi di foglie e le loro ombre apparivano nere e massicce. Nei campi il riso da poco seminato era d’un verde vivido e si udivano cantare dei bianchi passeri di Giava. Era una scena di pace straordinaria ed era una cosa pietosa parlare dei nostri meschini problemi in un quadro come quello. Il cielo era del tenero azzurro della sera. Le rumorose cittadine apparivano lontanissime; c’era un villaggio al di là del fiume e un sentiero serpeggiante correva lungo la riva. Un fanciullo stava cantando con voce acuta, limpida, che non turbava la tranquillità del luogo.

Siamo gente strana; vaghiamo alla ricerca di qualche cosa in luoghi quanto mai remoti, e questo qualche cosa è vicinissimo a noi. La bellezza é sempre altrove, mai qui accanto; la verità non è mai a casa nostra, ma in luoghi distanti. Ci rechiamo dall’altra parte del mondo per trovare il maestro, e non ci accorgiamo del discepolo; non comprendiamo le cose comuni della vita, le lotte e le gioie quotidiane, e nello stesso tempo tentiamo di afferrare tutto ciò che è misterioso e nascosto. Non conosciamo noi stessi, ma siamo disposti a servire o a seguire colui che promette una ricompensa, una speranza, un’utopia. Finché siamo confusi, anche ciò che scegliamo deve essere confuso. Non possiamo percepire chiaramente quando siamo semiciechi; e ciò che allora vediamo è soltanto parziale e non reale. Sappiamo tutto questo, eppure i nostri desideri, le nostre brame sono così forti che ci spingono in illusioni e miserie senza fine.

Credere nel maestro crea il maestro e l’esperienza é foggiata dalla fede. Credere in un particolar modello di azione, o in un’ideologia, produce ciò a cui si aspira; ma a che prezzo e con quali sofferenze! Se un individuo ha capacità, allora la fede diviene una cosa potente nelle sue mani, un’arma più pericolosa di un cannone. Per la maggioranza di noi, la fede ha maggior significato della cosa reale. La comprensione di ciò che è non esige fede; anzi, fede, idea, pregiudizio sono ognuno un ostacolo definito alla comprensione. Ma preferiamo le nostre credenze, i nostri dogmi; ci riscaldano, promettono, incoraggiano. Se comprendessimo il modo delle nostre credenze e il perché ci aggrappiamo ad esse, una delle maggiori cause di antagonismo scomparirebbe.

Il desiderio di ottenere, individualmente o collettivamente, porta alla ignoranza e alla illusione, alla distruzione e alla infelicità. Questo desiderio non è solo volto a sempre maggiori comodità materiali, ma anche al potere: il potere del denaro, del sapere, dell’identificazione. La brama di avere di più è l’inizio del conflitto e del dolore. Noi cerchiamo di sottrarci a queste infelicità attraverso ogni forma di illusione, attraverso la soppressione, la sostituzione e la sublimazione; ma la brama continua, forse a un livello differente. La brama, a qualunque livello, è ancora conflitto e dolore. Una delle fughe più facili è il guru, il maestro. Alcuni fuggono attraverso un’ideologia politica con le sue attività, altri attraverso le sensazioni del rito e della disciplina e altri ancora attraverso il maestro. Allora i mezzi di fuga divengono d’importanza suprema e timore e ostinazione fanno la guardia ai mezzi. Allora non importa che cosa voi siate; è il maestro che è importante. Voi siete importante solo come servente, qualunque cosa ciò possa significare, o come discepolo. Per diventare uno di questi, dovete fare certe cose, conformarvi a certi modelli, sottoporvi a certe durezze. Siete disposto a fare tutto questo e altro, ché l’identificazione dà potenza e piacere. Nel nome del maestro, potenza e piacere sono diventati rispettabili. Non siete più triste, confuso, smarrito; appartenete a lui, al partito, all’idea. Siete al sicuro.

Dopo tutto, è proprio questo che la maggioranza di noi vuole; sentirsi al sicuro, salvi. Smarrirsi in molti è una forma di sicurezza psicologica; identificarsi con un gruppo o un’idea, spirituali o mondani, è sentirsi al sicuro. È per questo che molti di noi si attaccano al nazionalismo, anche se questo porta distruzioni e dolori crescenti; per questo la religione organizzata stabilisce una presa così forte sul popolo, pur dividendo e generando antagonismi. La brama di sicurezza individuale o collettiva poggia sulla distinzione e il sentirsi psicologicamente al sicuro genera illusione. La nostra vita è illusione e dolore, con rari momenti di chiarezza e di gioia, così che noi accettiamo con entusiasmo qualunque cosa ci prometta un paradiso. Alcuni vedono la futilità delle utopie politiche e si rivolgono alla religione, cosa che significa trovare sicurezza e speranza in maestri, dogmi, idee. Poi che la fede foggia l’esperienza, i maestri divengono una realtà a cui è impossibile sottrarsi. Una volta che abbia sperimentato il piacere dato dall’identificazione, la mente è trincerata in tutta sicurezza e nulla può più scuoterla; perché il suo criterio di giudizio è l’esperienza.

Ma l’esperienza non è la realtà. La realtà non può essere sperimentata. Essa è. Se lo sperimentatore crede di sperimentare la realtà, allora egli conosce soltanto l’illusione. Ogni conoscenza della realtà è illusione. La conoscenza o l’esperienza devono cessare perché la realtà sia. L’esperienza non può conoscere la realtà. L’esperienza foggia la conoscenza e la conoscenza piega l’esperienza; entrambe devono cessare, affinché la realtà sia.

32. Separazione e distacco

Era un uomo piccolo e aggressivo, professore universitario. Aveva letto tanto ch’era difficile per lui sapere dove cominciassero i suoi pensieri e finissero quelli degli altri. Disse di essere stato un ardente nazionalista e di averne anche patito, in un certo senso. Era stato anche un religioso fanatico; ma ora aveva fatto piazza pulita di tutto quel ciarpame, grazie a Dio, e si era affiancato dalla superstizione. Sosteneva con veemenza che tutte quelle chiacchiere e discussioni psicologiche sviavano il popolo e che della massima importanza era la riorganizzazione economica dell’uomo; perché l’uomo viveva innanzi tutto di pane e poi di ogni altra cosa che gli venisse a tiro. Doveva esserci una violenta rivoluzione e lo stabilirsi di una nuova società senza classi. I mezzi non avevano importanza, ove il fine fosse stato raggiunto. Se necessario, avrebbero causato il caos, dopo di che si sarebbero impadronì ti del potere e avrebbero stabilito un ordine nuovo. Il collettivismo era essenziale e ogni sfruttamento individuale doveva essere eliminato. Egli era molto esplicito quanto al futuro; e poiché l’uomo era il prodotto dell’ambiente, essi avrebbero foggiato l’uomo del futuro; avrebbero sacrificato tutto per il futuro, per il mondo che deve ancora essere. La liquidazione dell’uomo presente era di assai scarsa importanza, dato che essi sapevano quale sarebbe stato il futuro.

Noi possiamo studiare la storia e interpretare i fatti storici secondo i nostri pregiudizi; ma essere certi dell’avvenire significa vivere nell’illusione. L’uomo non è il risultato di una sola influenza, egli è una creatura immensamente complessa; e dare rilievo a un’influenza a scapito di altre significa generare uno squilibrio che finirà per portare a un caos e a un dolore più grandi. L’uomo è un processo totale. La totalità deve essere compresa, non una parte soltanto di essa, per importante che momentaneamente possa essere questa parte. Sacrificare il presente per il futuro è un’insania di coloro che sono fanatici del potere; e il potere è il male. Costoro si arrogano il diritto di guidare l’umanità; sono i nuovi sacerdoti. Mezzi e fine non sono separati, rappresentano un fenomeno unico; i mezzi creano il fine. Mediante la violenza non potrà mai esservi la pace; uno Stato poliziesco non potrà mai dar luogo a un cittadino pacifico; la libertà non può essere conseguita attraverso la coazione. Non si può stabilire una società senza classi, se il partito è onnipotente; detta società non potrà mai essere il prodotto della dittatura. Tutto questo è ovvio.

La separazione, il distacco dell’individuo non si distruggono attraverso la sua identificazione con la collettività o con un’ideologia. La sostituzione non abolisce il problema della separazione, né la si può sopprimere. La sostituzione e la soppressione possono operare per il momento, ma la separazione eromperà di nuovo ancor più violentemente. La paura potrà spingerla temporaneamente sullo sfondo della scena, ma il problema rimarrà. Il problema non consiste nel modo di liberarsi dello stato di separazione, ma nel perché ognuno di noi gli attribuisca tanta importanza. Le stesse persone che desiderano stabilire una società senza classi non fanno che generare, coi loro atti di potere e di autorità, la divisione. Tu sei separato da me, ed io da un altro, e questo è un fatto; ma perché diamo noi importanza a questo sentimento di separazione, con tutti i suoi risultati nocivi? Sebbene esista una grande simiglianza fra tutti noi, siamo tuttavia dissimili; e questa dissomiglianza dà a ognuno di noi il senso dell’importanza di essere separati, staccati l’uno dall’altro: famiglia, nome, proprietà separati, distinti, e il senso di essere ognuno un’entità separata. Questo stato di separazione individuale, questa individualità ha causato grandi danni, donde il desiderio di lavori e azioni collettivi, il sacrificare l’individuo al tutto e così via. Le religioni organizzate hanno tentato di subordinare la volontà del singolo a quella del tutto; ed ora il partito, che si assume la parte dello Stato, sta Facendo del suo meglio per sommergere l’individuo.

Perché ci aggrappiamo così forte al senso di separazione? Le nostre sensazioni sono distinte, separate e noi viviamo di sensazioni; noi siamo sensazioni. Privateci di sensazioni, piacevoli o dolorose, e avremo cessato di essere. Le sensazioni sono importanti per noi e si identificano col senso di separazione, di distacco dagli altri. La vita privata e la vita di cittadino hanno sensazioni differenti a livelli differenti, e quando contrastano tra loro nasce il conflitto. Ma le sensazioni sono sempre in lotta l’una con l’altra, sia nella vita privata sia in quella pubblica. Il conflitto è inerente alla sensazione. Finché io voglia essere potente o umile, ci sarà il conflitto della sensazione, che determina dolore privato e sociale. Il costante desiderio di essere più o meno fa nascere il senso dell’individualità e del suo stato di separazione, di distacco. Se possiamo insistere su questo fatto senza condannarlo o giustificarlo, scopriremo allora che le sensazioni non costituiscono tutta la nostra vita. Allora la mente intesa come ricordo, che è sensazione, diviene calma, non è più straziata dai suoi propri conflitti; e soltanto allora, quando la mente è silenziosa e tranquilla, c’è possibilità di amare senza l’ «io» e il «mio». Senza questo amore, l’azione collettiva è semplice costrizione, che genera antagonismo e paura, da cui sorgono i conflitti privati e sociali.

33. Il potere

Era un uomo poverissimo, ma intelligente e capace; si accontentava, o almeno pareva accontentarsi, del poco che possedeva, e non aveva carichi di famiglia. Veniva spesso a parlare di questo e di quello, e faceva grandi sogni per l’avvenire; appassionato ed entusiasta, era semplice nei suoi piaceri e amava rendere piccoli servigi agli altri. Non lo attraevano molto, diceva, il denaro o le comodità materiali; ma gli piaceva immaginare quello che avrebbe fatto se avesse avuto denari, come avrebbe mantenuto questo o quello, come avrebbe principiato la scuola perfetta, e così via. Indulgeva piuttosto al sogno e si lasciava trasportare facilmente dal suo entusiasmo e da quello degli altri.

Passarono alcuni anni e infine un giorno ritornò. Era avvenuta una bizzarra trasformazione in lui. L’aria trasognata era scomparsa; aveva un modo di fare pratico, definito, era quasi brutale nelle sue opinioni e piuttosto aspro nei suoi giudizi. Aveva viaggiato e i suoi modi s’erano fatti raffinati, sofisticati; si pavoneggiava di continuo dei suoi fascini. Aveva ereditato molto denaro ed ora sapeva moltiplicarlo con grande successo, tanto ch’era diventato un uomo completamente diverso da quello di un tempo. Ora si fa vedere molto di rado; e nelle rare occasioni in cui ci vediamo, appare distante, chiuso in se stesso.

Tanto la povertà quanto la ricchezza sono forme di schiavitù. L’uomo consapevolmente povero e l’uomo consapevolmente ricco non sono che giocattoli delle circostanze. Entrambi sono corruttibili, perché entrambi cercano ciò che corrompe: il potere. Il potere è più grande dei beni terreni, è più grande della ricchezza e delle idee. Ricchezza e idee danno il potere; ma anche mettendole da parte, il senso del potere rimane. Si può generare il potere mediante la semplicità di vita, mediante la virtù, o il partito, o la rinuncia; ma tutti questi mezzi non sono che mera sostituzione e non devono ingannare chicchessia. Il desiderio di posizioni, prestigio, potere quel potere che si raggiunge con l’aggressione e l’umiltà, con l’ascetismo e il sapere, con lo sfruttamento e l’abnegazione è sottilmente persuasivo e quasi istintivo. Il successo di qualsiasi specie è potere, e il fallimento non è che la negazione del successo. Essere potenti, avere successo significa essere schiavi, che è la negazione della virtù. La virtù dà libertà, ma non è cosa che si possa ottenere. Ogni conquista, sia individuale sia collettiva, diviene un mezzo per raggiungere il potere. Si devono evitare il successo nella vita e il potere che il dominio di sé e l’abnegazione comportano; perché entrambi deformano la comprensione. E il desiderio del successo che impedisce l’umiltà; e senza umiltà come può esservi comprensione? L’uomo di successo è indurito, chiuso in sé; è appesantito dalla sua importanza, dalle sue responsabilità, dalle sue conquiste e dai suoi ricordi. Ci deve essere libertà dalle responsabilità che ci si assume e dal fardello del successo; perché ciò che viene pesato non può essere rapido e per comprendere occorre una mente rapida e duttile. La misericordia è negata a coloro che hanno successo, perché incapaci di conoscere la stessa bellezza della vita che è amore.

Il desiderio del successo è desiderio di dominio. Dominare è possedere, e il possesso è il modo dell’isolamento. Questo autoisolamento è ciò che la maggior parte di noi cerca, attraverso il nome, i rapporti, attraverso il lavoro, l’ideazione. Nell’isolamento c’è potere, ma il potere genera antagonismo e dolore; perché l’isolamento è il risultato della paura, e la paura pone fine a ogni comunione. La comunione è rapporto; e per gradevoli o penosi che siano, c’è nei rapporti la possibilità di dimenticare noi stessi. L’isolamento è il modo dell’io, e ogni attività dell’io porta conflitto e dolore.

34. Sincerità

C’era una piccola striscia di prato verde, con fiori variopinti ai suoi margini. Era un praticello ben tenuto al quale si prestavano le maggiori cure, perché il sole faceva del suo meglio per bruciare l’erba e far avvizzire i fiori. Oltre quel delizioso giardino, al di là di molte case, si stendeva il mare azzurro, che scintillava al sole, e vi navigava una vela bianca. La stanza si affacciava sul giardino, dominava le case e le cime degli alberi e dalle sue finestre, al mattino presto e nella prima sera, il mare era bello a guardarsi. Durante il giorno le sue acque si facevano dure e rilucenti; ma c’era sempre una vela, anche di pieno mezzogiorno. Il sole tramontava nel mare, formandovi un rosso sentiero sfavillante; non c’era crepuscolo. L’astro della sera pendeva basso sull’orizzonte, e scompariva. Il falcetto della luna neonata catturava la sera, ma poi essa pure spariva nel mare inquieto e le tenebre calavano sulle acque.

Egli parlò lungamente di Dio, delle sue preghiere del mattino e della sera, dei suoi digiuni, dei suoi voti, dei suoi ardenti desideri. Si esprimeva con molta chiarezza e precisione, non esitava a scegliere la parola adatta; la sua mente era bene addestrata, poi che la sua professione lo esigeva. Era un uomo sveglio, dagli occhi lucenti, sebbene ci fosse una certa rigidezza nei suoi modi. Ostinazione nel perseguire i suoi scopi e una certa mancanza di duttilità apparivano nel modo in cui teneva il corpo. Egli era ovviamente spinto da una straordinaria forza di volontà e sebbene sorridesse facilmente la sua volontà era sempre vigile, stava sempre all’erta, era predominante. La sua vita quotidiana era un modello di regolarità ed egli abbandonava le sue abitudini stabilite solo per forza di volontà. Senza volontà, diceva, non poteva esservi virtù; la volontà era essenziale per abbattere il male. La battaglia tra il bene e il male era perenne, e la volontà sola poteva tenere a bada il male. Aveva tuttavia anche un lato gentile, perché amava ammirare il prato e i fiori gai, e sorrideva; ma non permetteva mai alla sua mente di vagare al di là del quadro fissato dalla volontà e dalla sua azione. Sebbene evitasse accuratamente parole aspre, ira e scatti d’impazienza, la sua volontà lo rendeva violento in modo strano. Se la bellezza s’accordava al quadro dei suoi propositi, allora l’accettava; ma faceva sempre capolino il timore della sensualità, il cui rodimento egli si studiava di contenere. Era colto e civile, e la sua volontà lo accompagnava come la sua ombra.

La sincerità non può mai essere semplice; la semplicità è il terreno di coltura della volontà, e la volontà non può scoprire i modi dell’io. La conoscenza di se stesso non è il prodotto della volontà; la conoscenza di sé viene in essere attraverso la consapevolezza delle risposte momento per momento agli stimoli della vita. La volontà esclude queste risposte, o reazioni, spontanee, che sole rivelano la struttura dell’io. La volontà è l’essenza medesima del desiderio, e per la comprensione del desiderio la volontà diviene un ostacolo. La volontà sotto qualunque forma, sia della mente superiore sia dei desideri profondamente radicati, non può essere mai passiva; ed è soltanto nella passività, nel silenzio vigile, che la verità può essere. Il conflitto avviene sempre tra desideri, a qualunque livello si trovino i desideri. Il rafforzarsi di un desiderio in opposizione agli altri non fa che generare una resistenza ulteriore, e questa resistenza é la volontà. La comprensione non può mai venire attraverso la resistenza. Ciò che importa é comprendere il desiderio, non annientare un desiderio con un altro.

Il desiderio di conseguire, di ottenere è la base della sincerità; e questo stimolo, sia superficiale che profondo, opera in conformità, che é il principio della paura. La paura limita la conoscenza di sé allo sperimentato, per cui non c’é possibilità di trascendere lo sperimentato. Così limitata, la conoscenza di sé coltiva soltanto una più ampia e profonda coscienza di sé, l’ «io» ponendosi sempre più a differenti livelli e a periodi differenti; onde il conflitto e il dolore continuano. Possiamo deliberatamente obliarci o perderci in qualche attività, coltivando un giardino o un’ideologia, fomentando in tutto un popolo un rabbioso desiderio di guerra; ma siamo ora il paese, l’idea, l’attività, il dio. Più grande l’identificazione, più il nostro conflitto, il nostro dolore sono nascosti, onde la lotta perenne per identificarci con qualche cosa. Questo desiderio di unificarci con un oggetto prescelto porta al conflitto della sincerità, la qual cosa nega all’estremo la semplicità. Potete ricoprirvi il capo di ceneri, o cingere un perizoma, o vagabondare come mendicante; ma questa non è semplicità.

La semplicità e la sincerità non possono mai andare insieme. Colui che s’identifica con qualche cosa, non importa a quale livello, può essere sincero, ma non è semplice. La volontà di essere è l’antitesi stessa della semplicità. La semplicità viene in essere con la libertà dall’impulso acquisitivo del desiderio di conseguire. Conseguire è identificazione, e l’identificazione è volontà. La semplicità e la coscienza sollecita e passiva in cui lo sperimentatore non registra l’esperienza. L’analisi dell’io si oppone alla coscienza negativa; nell’analisi c’è sempre un motivo essere liberi, comprendere, guadagnare e questo desiderio non fa che accentuare la coscienza di sé. Parimenti, le conclusioni introspettive arrestano la conoscenza di se stessi.

35. Completamento

Ella era sposata, ma non aveva bambini. Dal punto di vista delle cose di questo mondo, diceva, ella era felice; il denaro non rappresentava un problema, e aveva automobili, frequentava buoni alberghi, faceva lunghi viaggi. Il marito era un uomo d’affari al quale aveva arriso il successo e del quale l’interesse maggiore era come adornare sua moglie, provvedere al suo conforto e farle avere tutto quello che lei desiderasse. Erano entrambi molto giovani e cordiali. Lei s’interessava di scienza e d’arte e s’era dilettata di religione; ma ora, ella disse, le cose dello spirito stavano mettendo ogni altra cosa da parte. Ella era edotta degli insegnamenti delle varie religioni; ma delusa della loro organizzata efficienza, dei loro riti e dogmi, voleva seriamente mettersi alla ricerca del vero. Era profondamente insoddisfatta, e s’era rivolta a maestri d’ogni parte del mondo; ma nulla le aveva dato mai durevole soddisfazione. Il suo scontento, ella disse, non veniva dal fatto che non avesse avuto bambini, o da un sentimento di frustrazione sociale. Ella si era sottoposta per qualche tempo all’osservazione di un illustre psicanalista, ma continuava a soffrire di quell’intimo senso di vuoto e di pena.

Cercare l’adempimento, il completamento è aprire la porta alla frustrazione. Non c’è adempimento dell’io, ma soltanto il suo rafforzamento attraverso il possesso che l’io brama. Il possesso, a qualunque livello, fa sì che l’io si senta potente, ricco, attivo, e questa sensazione si chiama completamento, adempimento dell’io; ma come avviene con tutte le sensazioni, in breve svanisce, per essere sostituita da un’altra cosa gradevole. Conosciamo tutti questo processo di sostituzione, che è un giuoco del quale la maggioranza di noi si accontenta. Vi sono, tuttavia, alcuni che desiderano un piacere più durevole, che duri almeno per tutta la vita; e, trovatolo, sperano di non essere disturbati mai più. Ma c’è un timore continuo, inconscio di essere disturbati, e si coltivano forme sottili di resistenza sotto le quali la mente si rifugia; e così la paura della morte diviene inevitabile. Completamento e paura della morte sono le due facce di un unico processo: il rafforzamento dell’io. Dopo tutto, il completamento è totale identificazione con qualche cosa, con i figli, la proprietà, le idee. Figli e proprietà sono piuttosto rischiosi, ma le idee offrono sicurezza e protezione maggiori. Le parole, che sono idee e ricordi, con le loro sensazioni, divengono importanti; e l’adempimento, o completamento, diviene allora la parola.

Non c’è compimento dell’ «io», ma solo perpetuazione di sé, coi suoi conflitti sempre crescenti, coi suoi antagonismi e miserie. Cercare piaceri durevoli a qualunque livello del nostro essere significa dar vita a confusione e dolore; perché il piacere non può essere mai permanente. Possiamo ricordare un’esperienza che ci dette gioia, ma quell’esperienza è morta, e ne rimane soltanto il ricordo. Questo ricordo non ha vita in sé, ma gli è data vita attraverso la nostra inadeguata risposta al presente. Tu vivi sui morti, come quasi tutti facciamo. L’ignoranza dei modi dell’io porta all’illusione; e una volta che siamo presi nella rete dell’illusione, è di un’estrema difficoltà uscirne. È difficile riconoscere un’illusione, perché, avendola creata, la mente non può esserne consapevole. Ci si deve avvicinare ad essa in modo negativo, indiretto. A meno che non si conoscano le vie del desiderio, l’illusione è inevitabile. La comprensione viene, non attraverso lo sforzo della volontà, ma soltanto quando la mente è in pace. La mente non può essere resa tranquilla, perché l’agente stesso è un prodotto della mente, del desiderio. Ci deve essere una consapevolezza di questo intero processo, una consapevolezza senza scelta; soltanto allora ci sarà una possibilità di non generare l’illusione. L’illusione è molto piacevole, per questo noi le siamo tanto attaccati. L’illusione può portare dolore, ma questo stesso dolore mette a nudo la nostra incompletezza e ci spinge a identificarci con l’illusione. In questo modo l’illusione ha grande significato nella nostra vita; ci aiuta a nascondere ciò che è, non esternamente, ma internamente. Questa indifferenza per ciò che è internamente porta a un’errata interpretazione di ciò che è esternamente, e ciò induce distruzione e dolore. Il nascondere ciò che è è prodotto dalla paura. La paura non può mai essere vinta da un atto della volontà, perché la volontà è il risultato della resistenza. Soltanto attraverso una coscienza passiva e tuttavia vigile c’è libertà dalla paura.

36. Le parole

Egli aveva letto molto; e sebbene fosse povero, si considerava ricco in sapere, cosa che gli dava una certa felicità. Passava molte ore coi suoi libri e molto tempo con se stesso. La moglie gli era morta, e i suoi due figli stavano con certi suoi parenti; ed era, aggiunse, piuttosto contento d’essere al di fuori della confusione dei rapporti familiari. Era stranamente chiuso in sé, indipendente e piuttosto dogmatico nelle sue affermazioni. Aveva fatto molta strada, disse, per penetrare il problema della meditazione e soprattutto per riflettere sull’uso di certe frasi e litanie sacre, la cui costante ripetizione portava in modo notevole alla pacificazione della mente. Inoltre, nelle parole stesse c’era una certa magia; le parole dovevano essere pronunciate in modo corretto e litaniate rettamente. Erano parole che venivano dall’antichità; e la stessa bellezza delle parole, con la loro cadenza ritmica, produceva un’atmosfera favorevole alla concentrazione. Dopo di che cominciò a litaniare. Aveva una voce gradevole, con una robusta mollezza nata dall’amore delle parole e del loro significato; egli litaniava con la facilità della lunga pratica e della devozione. Nell’istante in cui cominciò a cantare, dimenticò ogni altra cosa.

Dall’altra parte del campo veniva il suono di un flauto; era suonato con qualche esitazione, ma il tono era limpido e puro. Il flautista sedeva nella densa ombra di un grande albero, e alle sue spalle, in distanza, si levavano le montagne. Le montagne silenziose, la litania, il suono del flauto sembravano congiungersi e scomparire, per ricominciare a ritrovarsi. I pappagalli schiamazzanti passavano accanto a noi; e poi ancora una volta s’udivano le note del flauto e la nenia profonda, possente. Era il primo mattino, e il sole saliva verso la cima degli alberi. La gente abbandonava i villaggi per recarsi in città, ridendo e chiacchierando. Il flauto e la litania erano insistenti, e qualche viandante si fermò ad ascoltare; sedette sul sentiero e fu colto dalla bellezza della cantilena e dal fulgore del mattino, che non furono minimamente turbati dal fischio di un treno lontano; anzi, tutti i suoni sembravano fondersi e riempire la terra. Perfino il fragoroso gracchiare di una cornacchia non lacerava l’udito.

Come bizzarramente ci lasciamo incantare dal suono delle parole, e quanto importanti le stesse parole sono diventate per noi: patria, Dio, cielo, democrazia, rivoluzione. Noi viviamo di parole e ci deliziamo delle sensazioni che esse ci danno; e sono queste sensazioni che sono divenute così importanti. Le parole soddisfano perché ridestano sensazioni dimenticate; e la soddisfazione che danno è più grande quando le parole sostituiscono il reale, ciò che è. Noi ci sforziamo di colmare la nostra intima vacuità di parole, di suoni, di rumori, di attività; musica e litania sono una felice evasione dal nostro io, dalla nostra meschinità e dal nostro tedio. Parole riempiono le nostre biblioteche; e come parliamo incessantemente! Non osiamo restare senza un libro, inattivi, soli. Quando siamo soli, la mente è irrequieta, vaga dappertutto, si preoccupa, ricorda, si dibatte; così che non cè mai solitudine, la mente non è mai tranquilla.

Ovviamente, la mente può essere resa tranquilla dalla ripetizione di una nenia, d’una parola, d’una preghiera. La mente può venire drogata, addormentata; può essere addormentata violentemente o gradevolmente, e durante questo sonno possono anche esservi sogni. Ma una mente resa quieta dalla disciplina, dai riti, dalla ripetizione, non può mai essere vigile, sensibile e libera. Queste randellate inferte alla mente, in modo sottile o crudele, non rappresentano la meditazione. È piacevole litaniare e ascoltare chi sappia farlo bene; ma la sensazione si nutre soltanto di altre sensazioni, e la sensazione porta all’illusione. La maggior parte di noi ama vivere d’illusioni, è un piacere trovare illusioni più vaste e profonde; ma è la paura di perdere le nostre illusioni che ci fa negare o nascondere il reale, ciò che veramente è. Non che noi siamo incapaci di comprendere il reale; ciò che ci rende pavidi è il fatto che respingiamo il reale e ci attacchiamo alla illusione. Restare sempre più profondamente impigliati nell’illusione non è meditazione, né lo è abbellire la gabbia che ci imprigiona. La consapevolezza, senza scelta alcuna, dei modi della mente, generatrice dell’illusione, è il principio della meditazione.

È strano quanto facilmente noi troviamo succedanei del reale e come sappiamo accontentarcene. Il simbolo, la parola, l’immagine divengono d’importanza suprema e attorno a questo simbolo erigiamo la struttura della nostra illusione, usando il sapere per rafforzarla; e così l’esperienza diviene un ostacolo alla comprensione del reale. Noi diamo un nome non soltanto per comunicare, ma per rafforzare l’esperienza; questo rafforzamento dell’esperienza è coscienza di sé, e una volta presi nel processo, è d’una estrema difficoltà poter andare al di là della coscienza di sé. È necessario morire all’esperienza di ieri e alle sensazioni di oggi, diversamente c’è ripetizione; e la ripetizione di un atto, di un rito, di una parola, è vana. Nella ripetizione non può esservi rinnovamento. La morte dell’esperienza è creazione.

37. L’idea e il fatto

Ella era sposata da molti anni, ma non aveva avuto bambini; non poteva averne e questo fatto la turbava molto. Le sue sorelle avevano bambini, perché dunque ella doveva subire questa maledizione? S’era sposata molto giovane, come usava, e aveva conosciuto molte tribolazioni; ma aveva conosciuto anche una serena gioia. Il marito era un alto funzionario di una grossa impresa o di un dicastero governativo. Egli pure era addolorato dal fatto di non aver bambini, ma a quanto pareva vi si stava rassegnando; senza contare, ella soggiunse, ch’egli era un uomo molto occupato. Si poteva vedere ch’era lei a dominarlo, anche se con molta dolcezza. Ella si appoggiava a lui, e così non poteva fare a meno di dominarlo. Poiché non aveva avuto figli, ella cercava di colmarlo di se stessa; ma in questo era rimasta delusa, perché egli era debole ed era lei che doveva occuparsi di tante cose. In ufficio, ella disse sorridendo, il marito era considerato un pedante, un despota che faceva sentire il suo peso dappertutto; ma a casa era bonario e affabile. Ella voleva inquadrarlo in un certo modello, e lo costringeva, con molta dolcezza, naturalmente, a modellarsi sul suo calco; ma lui non le dava molto retta. Ella non aveva nessuno a cui appoggiarsi e a cui dare il suo amore.

L’idea è per noi più importante del fatto; il concetto di ciò che uno dovrebbe essere ha più significato di ciò che uno è. Il futuro è sempre più lusinghiero del presente. L’immagine, il simbolo hanno maggior valore di ciò che rappresentano; e a ciò che essi rappresentano noi cerchiamo di sovrapporre l’idea, il modello. Così creiamo una contraddizione fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Ciò che dovrebbe essere è l’idea, l’immaginazione, e così c’è un conflitto fra il reale e l’illusione, non in essi medesimi, ma in noi. Preferiamo l’illusione al reale; l’idea è più attraente, più soddisfacente, e così ci aggrappiamo ad essa. In questo modo l’illusione diviene il reale e ciò che è vero diviene il falso, e in questo conflitto tra il cosiddetto reale e il cosiddetto falso noi restiamo imprigionati.

Perché ci aggrappiamo all’idea, deliberatamente o inconsciamente, e mettiamo da parte il reale? L’idea, il modello sono una proiezione dell’io; sono una forma di autoadorazione, di perpetuazione dell’io, e pertanto piacevole. L’idea dà il potere di dominare, di affermarsi, di guidare, di foggiare; e nell’idea, che è una proiezione dell’io, non c’è mai negazione dell’io, disintegrazione dell’io. Così il modello, o idea, arricchisce l’io; e ciò è anche ritenuto amore. Io amo mio figlio, o mio marito, e voglio che sia questo o quello, voglio che sia qualche altra cosa di quello che è.

Se dobbiamo capire ciò che è, il modello o idea deve essere messo da parte. Mettere da parte l’idea diviene difficile soltanto quando non c’è urgenza di comprendere ciò che è. Il conflitto esiste in noi tra l’idea e ciò che è, perché l’idea che è una proiezione dell’io offre maggiore soddisfazione di quanta non ne offra ciò che è. È solo quando ciò che è, il reale, deve essere affrontato che il modello si rompe; così che non si tratta di come liberarsi dall’idea, ma di come affrontare il reale. È possibile affrontare il reale solo quando ci sia comprensione del processo di gradimento, il modo dell’io.

Noi tutti cerchiamo il compimento dell’io, anche se in molti modi diversi: mediante il denaro o il potere, i figli o il marito, la patria o l’idea, il servigio o il sacrificio, il dominio o la sottomissione. Ma c’è compimento dell’io? L’oggetto del compimento è sempre proiezione dell’io, scelta dell’io, così che questa brama di compimento è una forma di autoperpetuazione. Sia consapevolmente o inconsciamente, il modo di compimento dell’io è scelta dell’io, si basa sul desiderio di piacere, che deve essere permanente; onde la ricerca del compimento dell’io è la ricerca della continuità del desiderio. Il desiderio è sempre transeunte, non ha fissa dimora; può perpetuare per un certo tempo l’oggetto a cui si afferra, ma il desiderio in sé non ha continuità. Noi siamo istintivamente consci di questo, per cui cerchiamo di rendere permanente l’idea, la credenza, la cosa, il rapporto; ma poiché anche questo è impossibile, c’è la creazione dello sperimentatore come essenza permanente, l’ «io» separato e diverso dal desiderio, il pensatore separato e diverso dai suoi pensieri. La separazione è ovviamente falsa, in quanto porta all’illusione.

La ricerca di qualche cosa di durevole è il grido perenne del compimento dell’io; ma l’io non può mai compiersi, l’io non è permanente, e anche ciò in cui esso si compie deve essere provvisorio. La continuità dell’io è decadenza; in esso non c’è elemento di trasformazione, nemmeno il respiro del nuovo. L’io deve finire perché il nuovo sia. L’io è l’idea, il modello, il fascio di ricordi; ed ogni compimento è l’ulteriore continuità dell’idea, dell’esperienza. L’esperienza è sempre condizionatrice; lo sperimentatore separa e differenzia sempre se stesso dall’esperienza. Così ci deve essere libertà dall’esperienza, dal desiderio di sperimentare. Il compimento è il modo di nascondere la povertà, il vuoto interiori, e nel compimento c’è dolore e sofferenza.

38. Continuità

L’uomo seduto di fronte cominciò a presentarsi, dato che voleva fare alcune domande. Aveva letto, disse, praticamente ogni libro serio sulla morte e l’aldilà, libri antichi e moderni. Era stato membro della Psychical Research Society, aveva assistito a molte sedute con medium eccellenti e stimabili e a manifestazioni che non potevano essere minimamente truccate. Poi che aveva approfondito il problema così seriamente, egli stesso in più d’una occasione aveva visto cose di natura superfisica; ma naturalmente, aggiunse, potevano anche essere frutto della sua immaginazione, per quanto egli non lo credesse. Tuttavia, nonostante il fatto che avesse letto tanto, parlato con tanta gente bene informata e avesse visto innegabili manifestazioni fisiche di entità defunte, non era ancora convinto del tutto di avere compreso la verità della cosa. Aveva seriamente dibattuto il problema della fede e della nonfede; aveva amici tra coloro che credevano fermamente nella continuità dell’esistenza dopo la morte, ed anche tra coloro che negavano completamente il problema e ritenevano che la vita cessasse con la morte del corpo fisico. Sebbene avesse acquisito sapere ed esperienza considerevoli nel campo della metapsichica, restava nella sua mente un elemento di dubbio; e a misura che avanzava negli anni voleva conoscere la verità. Non temeva la morte, ma doveva pur conoscere la verità in merito ad essa.

Il treno s’era fermato in una stazione, e in quel momento un carro a due ruote stava passando, trainato da un cavallo. Sul carro c’era una salma, avvolta in una coperta tutt’altro che di bucato e legata a due lunghi pali verdi di bambù, appena tagliati. Veniva trasportata da qualche villaggio per essere cremata sulla riva del fiume. Come il carro procedeva sulla strada accidentata, il corpo veniva scosso brutalmente e, sotto la coperta, era evidente che la testa aveva la peggio. C’era una sola persona nel carro, oltre al conducente; doveva essere un parente prossimo del morto, perché aveva gli occhi rossi per il molto piangere. Il cielo aveva il delicato azzurro della primavera precoce e dei bimbi giocavano e strillavano nella polvere della strada. La morte doveva essere uno spettacolo molto comune, perché ognuno continuò a fare quello che stava facendo, senza interrompersi. Lo stesso indagatore della morte e dell’aldilà non vide il carro e il suo carico.

La fede condiziona l’esperienza, e l’esperienza quindi rafforza la fede. Voi sperimentate ciò che credete. La mente detta e interpreta l’esperienza, la invita o la respinge. La stessa mente è il risultato dell’esperienza, ed essa può sperimentare o riconoscere soltanto ciò che le è familiare, ciò che essa conosce, a qualunque livello. La mente non può sperimentare ciò che non è già noto. La mente e la sua reazione sono di maggior significato dell’esperienza; e contare sull’esperienza come su un mezzo di comprendere la verità significa incappare nell’ignoranza e nell’illusione. Desiderar di sperimentare la verità è negare la verità; perché il desiderio condiziona, e il credere è un’altra cappa del desiderio. Sapere, credere, convinzione, conclusione ed esperienza sono tutti ostacoli alla verità; essi sono la struttura stessa dell’io. L’io non può essere libero se non c’è effetto cumulativo dell’esperienza; e la paura della morte è la paura di non essere, di non sperimentare. Se ci fosse la sicurezza, la certezza della sperimentazione, non ci sarebbe paura. La paura esiste soltanto nel rapporto tra il cognito e l’incognito. Il cognito cerca sempre di catturare l’incognito; ma può catturare soltanto ciò che è già cognito. L’ignoto non può mai essere sperimentato dal cognito; il cognito, ciò che è stato sperimentato deve cessare perché l’ignoto sia.

Il desiderio di sperimentare la verità deve essere ricercato e compreso; ma se c’è motivo nella ricerca, allora la verità non viene in essere. Può esservi ricerca senza un motivo, conscio o inconscio che sia? Con un motivo c’è ricerca? Se già sapete ciò che volete, se avete formulato un fine, la ricerca è un mezzo per conseguire quel fine, che è proiezione dell’io. La ricerca si volge al piacere, non alla verità; e i mezzi saranno scelti in base al piacere. La comprensione di ciò che è non ha bisogno di motivi; il motivo e i mezzi impediscono la comprensione. La ricerca, che è consapevolezza senza scelta, non si svolge a qualche cosa; è essere consci del desiderio di un fine e dei mezzi per conseguirlo. La consapevolezza senza scelta porta la comprensione di ciò che è.

È strano quanto noi desideriamo la permanenza, la continuità. Questo desiderio assume molte forme, dalla più rozza alla più sottile. Quelle più evidenti, le conosciamo bene: nome, forma, carattere, e così via. Ma il desiderio più sottile è molto più difficile a scoprirsi e a comprendersi. L’identità come idea, essenza, sapere, divenire, a qualunque livello, è difficile a percepirsi e ad essere messa in luce. Noi conosciamo soltanto la continuità e mai la noncontinuità. Conosciamo la continuità dell’esperienza, della memoria, degli eventi, ma non conosciamo lo stato in cui questa continuità non è. Lo chiamiamo morte, ignoto, mistero e così via, e dandogli un nome speriamo in qualche modo di catturarlo, che è ancora il desiderio di continuità.

La coscienza di sé è esperienza, il dar nome all’esperienza e quindi il registrarla; e questo processo è in atto a varie profondità della mente. Noi ci aggrappiamo a questo processo di autoconsapevolezza nonostante le sue gioie passeggere, i suoi conflitti senza fine, la sua confusione e dolore. Questo è ciò che sappiamo; questa è la nostra esistenza, la continuità del nostro stesso essere, l’idea, il ricordo, la parola. L’idea continua, tutta o in parte, l’idea che crea l’io; ma questa continuità porta forse libertà, nella quale soltanto c’è scoperta e rinnovamento?

Ciò che ha continuità non può mai essere altro che ciò che è, con certe modificazioni; ma queste modificazioni non gli danno nulla di nuovo. Può assumere un mantello diverso, un diverso colore; ma è sempre l’idea, il ricordo, la parola. Questo centro di continuità non è un’essenza spirituale, perché è ancora entro il campo del pensiero, della memoria e quindi del tempo. Può sperimentare soltanto la sua stessa proiezione e attraverso l’esperienza autoproiettatasi dà a se stesso ulteriore continuità. Così che, fino a quando esista, non potrà mai sperimentare al di là di se stesso. Deve morire, deve cessare di dare a se stesso continuità attraverso l’idea, la memoria, la parola. La continuità è decadenza, e c’è vita soltanto nella morte. C’e rinnovamento soltanto con la cessazione del centro; pertanto rinascita non è continuità; pertanto la morte è come la vita, un rinnovamento d’istante in istante. Questo rinnovamento è creazione.

39. Autodifesa

Era un uomo ben noto e in grado di recar danno agli altri, cosa che egli non esitava a fare. Scaltramente superficiale, privo di qualunque generosità, lavorava soltanto per il proprio vantaggio.

Diceva di non avere intelligenza sufficiente per parlare di certe cose, ma le circostanze lo avevano costretto a venire, ed ora eccolo là. Da tutto quello che diceva e non diceva si capiva chiaramente che era ambiziosissimo e foggiava la gente che aveva intorno; era spietato quando doveva pagare e mellifluo quando voleva qualche cosa. Nutriva considerazione per coloro che si trovavano più in alto di lui, trattava i suoi pari con tollerante condiscendenza e di quelli che erano più in basso non si accorgeva minimamente. Non aveva degnato d’una sola occhiata l’autista che lo aveva portato. Il suo denaro lo rendeva diffidente e aveva pochi amici. Parlava dei suoi bambini come se fossero giocattoli che dovessero divertirlo e, disse, non poteva sopportare di essere solo. Un tale lo aveva offeso e lui non poteva vendicarsi perché quella persona era al di là della sua portata; per cui si vendicava su coloro ai quali poteva arrivare. Non riusciva a capire perché fosse brutale senza necessità, perché volesse ferire coloro che diceva di amare. Parlando, cominciò lentamente a sgelarsi e divenne quasi cordiale. Era la cordialità del momento, una cordialità il cui calore si sarebbe dissolto istantaneamente, nell’istante in cui fosse stata contrariata o le fosse stato chiesto la minima cosa. Ma poiché nessuno gli chiese nulla, l’uomo si mostrò liberale e momentaneamente affettuoso.

Il desiderio di nuocere, di ferire un altro, con la parola, con un gesto, o ancor più profondamente, è forte nella maggioranza di noi; è comune e paurosamente piacevole. Lo stesso desiderio di non essere feriti provoca quello di ferire gli altri; far male agli altri è un modo di difendere se stessi. Questa autodifesa assume forme peculiari, che dipendono dalle circostanze e dalle tendenze. Com’è facile ferire un altro e quanta delicatezza ci vuole per non ferire! Feriamo gli altri, perché noi stessi siamo feriti, siamo così ammaccati dai nostri stessi conflitti e dai nostri dolori. Più siamo torturati nell’intimo, maggiore e l’impulso di essere violenti esteriormente. L’intima agitazione ci spinge a cercare una protezione esterna; e più uno si difende, maggiore è l’aggressione a danno degli altri.

Che cosa mai difendiamo, a che mai facciamo tanto attentamente la guardia? Certo, è l’idea di noi stessi, a qualunque livello. Se non custodissimo l’idea, il centro di accumulazione, non ci sarebbe «io» e «mio». Saremmo allora sensibili all’estremo, vulnerabili ai modi del nostro stesso essere, tanto il conscio quanto quello nascosto; ma poiché la maggior parte di noi non desidera scoprire il processo dell’io, offriamo resistenza a ogni intromissione nell’idea di noi stessi. L’idea di noi stessi è interamente superficiale; ma poiché la maggioranza di noi vive in superficie, ci accontentiamo di illusioni.

Il desiderio di far male a un altro é un istinto profondo. Accumuliamo risentimento, che fornisce una vitalità particolare, un sentimento di azione e di vita; e ciò che si è accumulato deve essere speso attraverso ira, insulti, svilimento, ostinazione e attraverso i loro opposti. È questo accumulo di risentimento che ha bisogno di perdono, il quale diviene superfluo, se non cè tesaurizzazione di colpi ricevuti.

Perché tesaurizziamo lusinghe e insulti, ferite e affetto? Senza questo accumulo di esperienze e delle loro reazioni, noi non esistiamo; non siamo nulla se non abbiamo nome, affetti, credenze. È la paura di essere nulla che ci spinge ad accumulare; ed è questa stessa paura, conscia o inconscia che sia, che, nonostante le nostre attività cumulative, provoca la nostra disintegrazione, la nostra distruzione. Se possiamo renderci conto della verità di questa paura, allora è la verità che ci libera di essa, e non la nostra risoluta determinazione di essere liberi.

Tu non sei nulla. Puoi avere nome e titolo, proprietà e conto in banca, puoi essere potente e famoso; ma nonostante tutte queste salvaguardie, tu non sei nulla. Puoi essere del tutto inconsapevole di questa vacuità, di questo nulla, o puoi semplicemente non volerne essere consapevole; ma quel vuoto c’è, qualunque cosa tu faccia per evitarlo. Puoi tentar di sfuggirgli in modi obliqui, attraverso la violenza personale o collettiva, attraverso l’adorazione individuale o collettiva, attraverso il sapere o la distrazione; ma sia che tu dorma sia che tu vegli, quel vuoto c’è sempre. Puoi imbatterti nei tuoi rapporti con questo nulla e la sua paura soltanto con una consapevolezza senza scelta delle vie di evasione. Non sei connesso a questo nulla come un’entità separata, individuale; non sei l’osservatore che lo guarda; senza di te, il pensatore, l’osservatore non esistono. Tu e il nulla siete una sola cosa; tu e il nulla siete un fenomeno unico, non due processi separati. Se tu, il pensatore, ne hai paura e lo avvicini come qualcosa di contrario e opposto a te, allora ogni azione che tu possa intraprendere verso di esso porterà inevitabilmente all’illusione e così ad ulteriore conflitto e dolore. Quando ci sia la scoperta, la sperimentazione di quel nulla che si riassume in te, allora la paura che esiste solo quando il pensatore è separato dai suoi pensieri e così cerca di stabilire un rapporto con essi si dissolve completamente. Soltanto allora é possibile alla mente essere tranquilla; e in questa tranquillità, la verità viene in essere.

40. «La mia strada e la tua»

Era un uomo dottissimo, parlava molte lingue ed era dedito al sapere, come un altro lo é all’alcool. Citava di continuo i detti di altri a sostegno delle sue proprie espressioni. Si dilettava di scienza e di arte, e quando esprimeva la sua opinione lo faceva con un crollar del capo e un sorriso che sottintendevano sottilmente come non si trattasse semplicemente della sua opinione, ma della verità definitiva. Diceva di avere le sue esperienze, che per lui erano autorevoli e conclusive. «Anche voi avete le vostre esperienze, ma non potete convincermi», diceva. «Voi andate per la vostra strada ed io per la mia. Ci sono molte vie per la verità, e noi tutti ci troveremo in essa un giorno o l’altro.» Era cordiale in un suo modo distante, ma fermo. Per lui, i maestri, anche se non veri, visibili guru, erano una realtà, ed era essenziale diventare loro discepoli. Insieme con altri conferiva lo stato di discepolo a coloro ch’erano disposti ad accettare questa strada e l’autorità dei maestri; ma tanto lui quanto il suo gruppo non appartenevano a coloro che, grazie allo spiritualismo, trovano le loro guide tra i morti. Per trovare i maestri uno doveva servire, operare, sacrificare, obbedire e mettere in pratica certe virtù: e naturalmente la fede era necessaria.

Contare sull’esperienza come su un mezzo per giungere alla scoperta di ciò che è, significa cadere nell’illusione. Il desiderio, la brama condizionano l’esperienza; e affidarsi all’esperienza come mezzo per giungere alla comprensione della verità è seguire la via dell’autoingrandimento. L’esperienza non può mai portare la libertà dal dolore; l’esperienza non è una risposta adeguata alla sfida lanciata dalla vita. Alla sfida si deve rispondere di nuovo, di volta in volta, perché la sfida è sempre nuova. Per rispondere adeguatamente alla sfida, il ricordo condizionato dell’esperienza deve essere messo da parte, le risposte del piacere e del dolore vanno comprese profondamente. L’esperienza è un ostacolo alla verità, perché l’esperienza è del tempo, è il prodotto del passato; e come può una mente, che è il risultato dell’esperienza, del tempo, comprendere ciò che è senza tempo? La verità dell’esperienza non dipende da idiosincrasie e capricci personali; la verità dell’esperienza viene attinta soltanto quando ci sia coscienza senza condanna, giustificazione, o forma alcuna d’identificazione. L’esperienza non è un modo di avvicinarsi alla verità; non c’è «tua» o «mia» esperienza, ma soltanto la comprensione intelligente del problema.

Senza conoscenza di sé, l’esperienza genera illusione; con la conoscenza di sé, l’esperienza, che è la risposta alla sfida, non lascia il residuo cumulativo detto memoria. La conoscenza di sé è la scoperta momento per momento dei modi dell’io, delle sue intenzioni e delle sue mire, dei suoi pensieri e appetiti. Non ci può mai essere la «tua» esperienza e la «mia» esperienza; il termine stesso, «mia esperienza», indica ignoranza e l’accettazione dell’illusione. Ma molti di noi amano vivere nell’illusione, perché c’è in essa grande soddisfazione; è un paradiso privato che ci stimola e ci dà un sentimento di superiorità. Se ho capacità, scaltrezza, o doni di natura, divengo un capo, un intermediario, un esponente di quell’illusione; e poiché la maggioranza ama evitare ciò che e, ecco crearsi un’organizzazione con proprietà e riti, con voti e riunioni segrete. L’illusione si veste di tradizione, mantenendo questa nel campo della rispettabilità; e come i più di noi cercano il potere sotto una forma o un’altra, si stabilisce il principio gerarchico, nascono il novizio e l’iniziato, il discepolo e il maestro, ed anche tra i maestri ci sono gradi di evoluzione spirituale. In massima parte, noi amiamo sfruttare ed essere sfruttati, e questo sistema ne offre i mezzi, sia celati, sia scoperti.

Sfruttare è essere sfruttati. Il desiderio di utilizzare gli altri per le nostre necessità psicologiche determina una certa dipendenza, e quando si dipende si deve avere, possedere; e ciò che voi possedete, possiede voi. Senza dipendenza, sottile o grossolana, senza possedere cose, persone, idee, siete vuoti, cose di nessuna importanza. Voi volete essere qualche cosa, e per evitare la paura rimordente di non essere nulla appartenete a questa o a quella organizzazione, a questa o quella ideologia, a questa chiesa o a quel tempio; così che siete sfruttato, e voi a vostra volta sfruttate. La struttura gerarchica offre un’occasione eccellente di espansione del proprio io. Potete volere la fratellanza, ma come può esservi fratellanza se perseguite la distruzione spirituale? Potete sorridere dei titoli mondani; ma quando ammettete il maestro, il salvatore, il guru nel regno dello spirito, non assumete forse un atteggiamento tipicamente mondano? Possono esservi gradi o divisioni gerarchiche nell’evoluzione spirituale, nella comprensione della verità, nella realizzazione di Dio? L’amore non ammette divisioni. O amate, o non amate; ma non fate della mancanza di amore un processo lungamente protratto il cui fine sia l’amore. Quando sapete di non amare, quando siete consapevoli senza scelta di questo fatto, allora c’è una possibilità di trasformazione; ma coltivare diligentemente questa distinzione tra il maestro e il discepolo, tra coloro che sono giunti e coloro che non, tra il salvatore e il peccatore, è negare l’amore. Lo sfruttatore, che è a sua volta sfruttato, trova un eccellente terreno di caccia in questa tenebra, in questa illusione.

La separazione tra Dio, o la realtà, e voi stessi è determinata da voi, dalla mente che si afferra al cognito, alla certezza, alla sicurezza. Questa separazione non può essere varcata da un ponte; non c’è rito, non c’è disciplina, non c’è sacrificio che possano portarvi al di là; non ci sono salvatore, maestro, guru, che possano guidarvi al reale o annullare questa separazione. La divisione non sta tra il reale e voi stessi; è in voi, è il conflitto di desideri opposti. Il desiderio crea il suo proprio opposto; e la trasformazione non sta nel concentrarsi in un solo desiderio quanto nel liberarsi dal conflitto portato dal desiderio. Il desiderio, a qualunque livello dell’essere, genera un conflitto ulteriore, e a questo cerchiamo di sfuggire in ogni modo possibile, la qual cosa non fa che accrescere il conflitto tanto all’interno quanto all’esterno. Questo conflitto non può essere superato da un altro, per grande che sia costui, né da nessuna magia o rito. Questi possono farvi dolcemente addormentare, ma al risveglio il problema sarà ancora là. La stragrande maggioranza di noi, tuttavia, non vuole svegliarsi, e così noi viviamo nell’illusione. Con la soluzione del conflitto, c’è tranquillità e solo allora la realtà può venire in essere. Maestri, salvatori e guru non hanno importanza, ma ciò che è essenziale è comprendere il crescente conflitto del desiderio; e questa comprensione viene soltanto attraverso la conoscenza dell’io e la continua consapevolezza dei moti dell’io.

La consapevolezza dell’io è ardua, e poiché noi in maggioranza preferiamo una via comoda, illusoria, portiamo in essere l’autorità, che forma e modella la nostra vita. Questa autorità può essere il collettivo, lo Stato; o può essere il personale, il maestro, il salvatore, il guru. L’autorità di ogni genere è accecante, genera assenza di pensiero; e poiché in maggioranza troviamo che pensare significa soffrire, ci diamo all’autorità.

L’autorità genera potere, e il potere diviene sempre centralizzato e pertanto fonte di massima corruzione; esso corrompe non soltanto chi detiene il potere, ma anche chi obbedisce. L’autorità nel campo del sapere e dell’esperienza perverte, tanto se investita nel maestro, nel suo rappresentante o nel prete. È la vostra vita, questo conflitto apparentemente senza fine, che conta, e non il modello stabilito o il capo. L’autorità del maestro e del prete vi distoglie dal problema centrale, che è il conflitto nel vostro intimo. La sofferenza non può mai essere compresa e dissolta mediante la ricerca di un modo di vita. Una siffatta ricerca è un mero evitare la sofferenza, è l’imposizione di un modello, che è evasione; e ciò che viene evitato non fa che andare in suppurazione, portando più calamità e dolore. La comprensione di voi stesso, per penosa o momentaneamente piacevole che sia, è il principio della saggezza.

Non c’è sentiero per la saggezza. Se c’è un sentiero, allora la saggezza è la cosa formulata, la cosa già immaginata, cognita. Può la saggezza essere conosciuta o coltivata? È forse cosa da accumularsi, da impararsi? Se lo è, allora diviene semplice sapere, una cosa della esperienza, libresca. Esperienza e sapere sono la catena continua delle reazioni, onde non può mai comprendere in sé il nuovo, il vergine, il noncreato. L’esperienza e il sapere, essendo continui, aprono un sentiero alla loro propria proiezione, per cui sono continuamente costrittivi. La saggezza è la comprensione di ciò che è di momento in momento, senza l’accumulo di esperienza e sapere. Ciò che si è accumulato non dà libertà di comprendere, e senza libertà non c’è scoperta; ed è questa scoperta interminabile che porta alla saggezza. La saggezza è sempre nuova, sempre vergine, e non ce mezzo di farne raccolta. I mezzi distruggono la verginità, la novità, la spontanea scoperta.

I molti sentieri verso una sola realtà sono invenzione di una mente intollerante; sono il prodotto di una mente che coltiva la tolleranza. «Io seguo la mia strada e tu segui la tua, ma cerchiamo di essere amici, e alla fine ci incontreremo.» Come potremo incontrarci, se voi andate a nord e io a sud? Come possiamo essere amici se voi avete tutto un gruppo di credenze ed io un altro? se io sono un assassino multiplo e voi pieni di pace? Essere amici implica rapporti di lavoro, di pensiero; ma c’è il minimo rapporto tra l’uomo che odia e l’uomo che ama? C’è rapporto tra l’uomo che vive nell’illusione e colui che è libero? L’uomo libero può tentare di stabilire un rapporto di qualche genere con quello che è in schiavitù; ma colui che vive nell’illusione non può avere rapporti con l’uomo che è libero.

I separati, aggrappati al loro stato di separazione, cercano di stabilire rapporti con altri che sono essi pure chiusi in se stessi; ma tentativi siffatti invariabilmente generano conflitto e dolore. Per evitare questo dolore, gli scaltri inventano la tolleranza, ognuno guardando alla barriera che lo imprigiona e tentando di essere gentile e generoso. La tolleranza è della mente, non del cuore. Parlate forse di tolleranza quando amate? Ma quando il cuore è vuoto, allora la mente lo colma con le sue paure e i suoi scaltri strattagemmi. Non c’è comunione dove sia tolleranza.

Non c’è sentiero verso la verità. La verità deve essere scoperta, ma non c’è formula per questa scoperta. Ciò che viene formulato non è vero. Dovete accingervi a navigare un mare non segnato sulle carte, e questo mare incognito siete voi stessi. Dovete salpare alla scoperta di voi stessi, ma non secondo piano o programnía alcuno, perché allora non c’è scoperta. La scoperta dà gioia, non la gioia ricordata, comparativa, ma la gioia che è sempre nuova. La conoscenza di sé è il principio della saggezza, nel silenzio e nella tranquillità della quale è l’incommensurabile.

41. Consapevolezza

C’erano nuvole immense, come bianche onde schiumose, e il cielo era azzurro, sereno. A molte centinaia di piedi sotto il punto in cui ci trovavamo, s’incurvava l’azzurra baia e, lontanissima, si scorgeva la terraferma. Era una sera deliziosa, calma e libera, e all’orizzonte si levava il fumo di un piroscafo. Gli aranceti si allungavano ai piedi della montagna e la loro fragranza riempiva l’aria. La sera stava diventando azzurra, come sempre faceva; l’aria stessa diveniva azzurra, e le case bianche perdevano la loro lucentezza in quel colore delicato. L’azzurro del mare sembrava dilatarsi e spargersi sulla terra, ed anche le montagne, in alto, erano d’un azzurro trasparente. Era una scena incantata, e regnava un silenzio immenso. Sebbene si udissero pochissimi rumori vespertini, essi erano compresi in quel silenzio, facevano parte di quel silenzio, come del resto anche noi. Il silenzio stava facendo nuova ogni cosa, spazzava via i secoli di squallore e di sofferenza dal cuore delle cose; si avevano gli occhi limpidi e la mente era di quel silenzio. Un asino ragliò; l’eco di quel raglio riempì la vallata, e il silenzio lo accolse. La fine del giorno era la morte di tutti gli ieri, e in questa morte c’era una rinascita, senza la tristezza del passato. La vita era nuova nell’immensità del silenzio.

Nella stanza c’era un uomo in attesa, impaziente di parlare di cose importanti. Tuttavia se ne stava seduto tranquillo, nonostante la sua tensione. Egli era con ogni evidenza un uomo di città, e i suoi abiti eleganti lo facevano apparire piuttosto fuor di luogo in quel piccolo villaggio e in quella stanza. Parlò delle sue attività, delle difficoltà della sua professione, delle banalità della vita di famiglia e della urgenza dei suoi desideri. Tutti problemi ch’egli poteva risolvere così intelligentemente come ogni altro; ma ciò che realmente lo angustiava erano i suoi appetiti sessuali. Era sposato e aveva figli, ma c’era di più. La sua vita sessuale era diventata per lui un problema serissimo e lo stava facendo quasi impazzire. Aveva parlato a certi medici e psicanalisti, ma il problema continuava a esistere ed egli doveva in un modo o in un altro giungervi in fondo.

Quanta fretta abbiamo di risolvere i nostri problemi! Con quanta insistenza cerchiamo una risposta, una via d’uscita, un rimedio! Non consideriamo mai il problema in sé, ma ansiosi e agitati cerchiamo a tentoni una risposta che è invariabilmente una proiezione del nostro io. Sebbene il problema sia una creazione dell’io, noi ci studiamo di trovare una risposta al di fuori di esso. Cercare una risposta significa evitare il problema, che è proprio ciò che la maggioranza di noi vuole. Allora è la risposta che assume la massima importanza, e non il problema. La soluzione non è separata dal problema; la risposta è nel problema, non lontano da esso. Se la risposta è separata dal quesito principale, allora noi creiamo altri problemi: il problema di come giungere alla risposta, come eseguirla, come metterla in pratica, e così via. Poi che la ricerca d’una risposta è in realtà l’atto di evitare il problema, noi ci smarriamo in ideali, convinzioni, esperienze, che sono proiezioni: adoriamo questi idoli di nostra creazione e così diveniamo sempre più stanchi e confusi. Giungere a una conclusione è relativamente facile; ma comprendere un problema è arduo, esige un modo di affrontarlo del tutto diverso, un modo di affrontarlo in cui non si annidi il desiderio di una risposta.

La libertà dal desiderio di una risposta è essenziale per la comprensione del problema. Questa libertà offre l’agio della piena attenzione; la mente non è distratta da problemi secondari. Finché vi sia opposizione al problema o conflitto con esso, non può esservi comprensione del problema medesimo; perché questo conflitto è una distrazione. C’è comprensione soltanto quando c’è comunione, e la comunione è impossibile finché ci sia resistenza o contesa, paura o accettazione. Bisogna stabilire il giusto rapporto col problema, la qual cosa è il principio della comprensione; ma come può esservi un giusto rapporto con un problema quando ci preme soltanto di liberarcene, come è infatti il volervi trovare una soluzione? Il giusto rapporto significa comunione, e la comunione non può esistere ove sia resistenza positiva o negativa. Il modo di affrontare il problema è ancor più importante del problema stesso; il modo di affrontarlo foggia il problema, il fine. I mezzi e il fine non sono diversi dal modo di affrontare il problema, il cui destino è deciso dal modo di affrontarlo. Il modo in cui considerate il problema è della massima importanza, perché il vostro atteggiamento e i vostri pregiudizi, le vostre paure e le vostre speranze gli daranno la loro tinta. Una consapevolezza senza scelta del modo in cui lo affronterete, porterà il giusto rapporto con esso. Il problema è creato dall’io, per cui è necessaria la conoscenza dell’io. Voi ed il problema siete una sola cosa, non due processi separati. Voi siete il problema.

Le attività dell’io sono terribilmente monotone. L’io è tedioso; è intrinsecamente snervante, ottuso, futile. I suoi desideri contrastanti, le sue speranze e frustrazioni, le sue realtà e illusioni sono strumento di asservimento, e nello stesso tempo vuote; le sue attività portano alla sua stessa stanchezza. L’io si arrampica sempre e precipita sempre, sempre persegue e sempre è frustrato, perde sempre ed è sempre in vincita; e cerca sempre di sfuggire a questo stanco girotondo di futilità. Sfugge attraverso fattività esteriore, o attraverso illusioni gradevoli, attraverso l’alcool, la sessualità, la radio, i libri, la scienza, i divertimenti, e così via. Il suo potere di generare l’illusione è vasto e complesso. Queste illusioni sono un prodotto di casa, una proiezione dell’io; sono l’ideale, la concezione idolatra di maestri e salvatori, il futuro come mezzo del proprio ingrandimento, e così via. Nel cercar di sfuggire alla sua stessa monotonia, l’io persegue sensazioni ed eccitamenti interiori ed esteriori, che sono sostituti dell’abnegazione dell’io, e nei sostituti esso spera di smarrirsi. Spesso vi riesce, mala riuscita non fa che accrescere la sua stanchezza e il suo tedio. Persegue un sostituto dopo l’altro, ognuno dei quali crea il suo proprio problema, i suoi conflitti e il suo dolore.

L’oblio di sé è ricercato all’interno e all’esterno; alcuni si volgono alla religione, altri al lavoro e all’attività. Ma non c’è mezzo di dimenticare l’io. Il frastuono interiore o esteriore può sopprimere l’io, che tuttavia riappare presto sotto una forma o l’altra, in questa o quella guisa; perché ciò che viene soppresso richiede una via di sfogo. L’oblio di se stessi mediante l’alcool o la sessualità, attraverso l’adorazione o il sapere, tende alla dipendenza, e ciò da cui si dipende crea un problema. Se dipendete per una via di sfogo, per l’oblio, per la felicità dal bere o da un maestro, allora questi divengono il vostro problema. La dipendenza genera lo spirito di possesso, l’invidia, la paura; e allora la paura e il fatto di vincerla divengono il vostro problema assillante. Nella ricerca della felicità noi creiamo problemi, nei quali restiamo poi impigliati. Troviamo una certa felicità nell’oblio di noi stessi attraverso la sessualità, onde usiamo questa come mezzo per raggiungere ciò che desideriamo. La felicità attraverso qualche cosa deve invariabilmente generare un conflitto, perché in questo caso i mezzi sono di gran lunga più significativi e importanti della stessa felicità. Se raggiungo la felicità attraverso la bellezza di quella poltrona, allora la poltrona diviene di estrema importanza per me e io devo difenderla da altre. In questa lotta, la felicità che ho provato una volta nella bellezza della poltrona è del tutto dimenticata, perduta, e non mi resta che la poltrona. In se stessa, la poltrona ha ben poco valore; ma io le ho dato un valore straordinario, perché essa è il mezzo della mia felicità. Così i mezzi divengono un surrogato della felicità.

Quando il mezzo della mia felicità è un essere vivente, allora il conflitto e la confusione, l’antagonismo e il dolore sono di gran lunga più grandi. Se il rapporto si basa sul semplice uso, c’è un rapporto, eccetto il più superficiale, tra colui che usa e l’usato? Se io vi uso per la mia felicità, sono veramente legato a voi? Il rapporto sottintende comunione con un altro a differenti livelli; e c’è comunione con un altro, quando questo è soltanto uno strumento, un mezzo della mia felicità? Usando in tal modo un altro, non cerco in realtà l’isolamento dell’io, nel quale credo che sarò felice? Questo isolamento dell’io, lo chiamo rapporto; ma in realtà non c’è comunione in questo processo. La comunione può esistere soltanto dove non c’è paura; e c’è paura, dolore che rimordono là dove c’è uso e perciò dipendenza. Poiché nulla può vivere nell’isolamento, i tentativi della mente d’isolare se stessa portano alla sua stessa frustrazione, al suo proprio dolore. Per sottrarci a questo senso d’incompletezza, cerchiamo la completezza nelle idee, nella gente, nelle cose; e così ci ritroviamo al punto di partenza, alla ricerca di surrogati.

Esisteranno sempre dei problemi là dove le attività dell’io predominano. Per sapere quali siano e quali non siano le attività dell’io occorre una vigilanza continua. Questa vigilanza non è attenzione disciplinata, ma una consapevolezza estensiva, senza scelta. L’attenzione disciplinata dà forza all’io; essa diviene una sostituzione e una dipendenza. La consapevolezza, d’altra parte, non è autoindotta, e non è nemmeno il prodotto della pratica; è comprendere l’intero contenuto del problema, quello nascosto come quello superficiale. La superficie deve essere compresa perché ciò che è nascosto si palesi; ciò che è nascosto non può essere reso manifesto, se la mente superficiale non è in stato di quiete. L’intero processo non è verbale, e non si tratta di una questione di semplice esperienza. La verbalizzazione indica ottusità mentale; e l’esperienza, essendo cumulativa, tende alla ripetizione. La consapevolezza non è materia di determinazione, perché una direzione voluta significa resistenza, la quale tende all’esclusivismo. La consapevolezza è la muta osservazione, senza scelta, di ciò che è; in questa consapevolezza il problema si squaderna da sé, tanto da essere pienamente e del tutto compreso.

Un problema non si risolve mai al suo stesso livello; essendo complesso, deve essere capito nel suo processo totale. Tentar di risolvere un problema su di un livello soltanto, fisico o fisiologico, porta a ulteriori conflitti e confusione. per la soluzione di un problema, ci deve essere questa consapevolezza, questa coscienza passiva che rivela il suo processo totale.

L’amore non è sensazione. Le sensazioni fanno nascere il pensiero attraverso parole e simboli. Sensazioni e pensiero sostituiscono l’amore; divengono il succedaneo dell’amore. Le sensazioni sono della mente, come lo sono gli appetiti sessuali. La mente genera la brama, la passione, attraverso il ricordo, da cui trae sensazioni gradevoli. La mente si compone di interessi o desideri differenti e contrastanti, con le loro sensazioni esclusive; e cozzano quando l’uno o l’altro cominci a predominare, creando in tal modo un problema. Le sensazioni sono e gradevoli e sgradevoli, e la mente si attacca a quelle gradevoli, divenendo così loro schiava. Questa schiavitù diventa un problema, perché la mente è il ricettacolo di sensazioni contraddittorie. Anche il volere evitare ciò che è penoso rappresenta una schiavitù, con le sue illusioni e i suoi problemi. La mente è la creatrice dei problemi, e così non può risolverli. L’amore non è della mente; ma quando questa prende il sopravvento, allora c’è sensazione, che essa chiama amore. È questo amore della mente che può essere pensato, rivestito, identificato. La mente può ricordare o prevedere sensazioni piacevoli, e questo processo è appetito, indipendentemente dal livello in cui si trova. Entro il campo della mente, l’amore non può essere. La mente è la regione della paura e del calcolo, dell’invidia e del dominio, del confronto e della negazione, e così l’amore non può dimorarvi. La gelosia, come l’orgoglio, è della mente; ma non è amore. L’amore e i processi della mente non possono essere agganciati, non possono essere unificati. Quando le sensazioni predominano, non c’è luogo per l’amore; così che le cose della mente riempiono il cuore. In questo modo l’amore diviene l’incognito, da essere perseguito e idolatrato; viene trasformato in ideale, da utilizzarsi e nel quale credere, e gli ideali sono sempre una proiezione dell’io. Così la mente prende del tutto il sopravvento, e l’amore diviene una parola, una sensazione. È allora che all’amore si danno valori relativi, comparativi: «Io amo di più e tu ami di meno». Ma l’amore non è personale né impersonale; l’amore è uno stato dell’essere in cui la sensazione come pensiero è del tutto assente.

42. Solitudine

Il figliolo le era morto di recente e lei diceva di non sapere che cosa avrebbe fatto ormai. Aveva tanto di quel tempo a sua disposizione e si sentiva così stanca, logora, dolente da non desiderare altro che morire. Lo aveva allevato con amorevole sollecitudine e intelligenza, e gli aveva fatto frequentare le scuole migliori, l’università. Non lo aveva viziato, sebbene egli avesse avuto tutto quanto gli fosse stato necessario. Ella aveva riposto la sua fede e la sua speranza in lui, e gli aveva dato tutto il suo amore; poi che non aveva nessun altro con cui spartirlo, vivendo ella già da molto tempo separata dal marito. Il figlio le era morto per una diagnosi sbagliata e la conseguente operazione, sebbene, aggiunse sorridendo, i dottori avessero detto che l’operazione aveva avuto buon esito. Ora ella era del tutto sola, e la vita le sembrava futile e priva d’ogni scopo all’estremo. Aveva pianto, quando il figlio era morto, fino a non avere più lacrime, ed ora era dominata soltanto da una ottusa e stanca vacuità. Aveva fatto tanti progetti per entrambi, ma ormai si sentiva del tutto smarrita e senza volontà.

La brezza alitava dal mare, fresca e corroborante, e sotto l’albero c’era una grande pace. I colori sulle montagne erano vividi e le azzurre ghiandaie facevano un gran ciarlare. Una vacca passò errabonda là presso, seguita dal suo vitello, e uno scoiattolo saettò su per un albero, schiamazzando frenetico. Si accoccolò su di un ramo e di là cominciò a brontolare, e così continuò per un pezzo, con la coda che saltava su e giù, ritmicamente. Aveva occhi straordinariamente brillanti e grinfie molto acute. Una lucertola venne fuori a scaldarsi, e acchiappò una mosca. Le cime degli alberi si dondolavano dolcemente e un albero morto contro il cielo si levava ritto, splendido. Il sole aveva cominciato a calcinarlo. Aveva un altro albero morto accanto, nero e ricurvo, più recente nella sua morte. Qualche nube indugiava sulle montagne lontane.

Che strana cosa è mai la solitudine e quale sgomento induce! Noi non ci lasciamo mai andare troppo vicino ad essa; e se per caso lo facciamo, subito ne fuggiamo via il più velocemente possibile. Siamo disposti a fare qualunque cosa per fuggire la solitudine, per coprirla. La nostra preoccupazione consapevole e inconscia sembra essere quella di evitarla o di vincerla. Tanto evitare quanto vincere la solitudine sono egualmente futili; per quanto ci si sforzi di sopprimerla o di trascurarla, il dolore, il problema sono sempre presenti. Ci si può perdere in mezzo a una folla di persone, e tuttavia sentirsi soli all’estremo; si può essere intensamente attivi, ma la solitudine lentamente striscia e s’insinua in noi; deponiamo il libro che stavamo leggendo, ed ecco, la solitudine è in noi. Svaghi e vino non possono annegare la solitudine; possiamo evaderne temporaneamente, ma quando le risate e gli effetti dell’alcool si siano dissolti, la paura della solitudine ritorna. Si può essere ambiziosi, avere successo nella vita, si possono avere grandi poteri sugli altri, si può essere ricchi di sapere, si può adorare e obliarsi nelle lunghe e tediose filastrocche dei riti; ma qualunque cosa facciamo, il dolore della solitudine continua. Possiamo esistere soltanto per nostro figlio, per il maestro, per l’espressione del nostro ingegno; ma come un mantello di tenebre, la solitudine ci avvolge completamente. Possiamo odiare o amare, sfuggire secondo il nostro temperamento e le nostre esigenze psicologiche; ma la solitudine c’è sempre, vigile, in attesa, e si ritira solo per ricomparire.

Solitudine è la consapevolezza del completo isolamento; e le nostre attività non sono forse isolanti? Sebbene i nostri pensieri e le nostre emozioni siano di natura espansiva, non si rivelano poi esclusive e divisorie? Non cerchiamo forse di dominare nei nostri rapporti, nei nostri diritti e possessi, creando in tal modo una forma di resistenza? Non consideriamo forse il lavoro come «tuo» e «mio»? Non ci identifichiamo con il collettivo, col paese, la patria, o con la minoranza? La nostra vera tendenza non è di isolarci, di dividere e separare? La stessa attività dell’io, a qualunque livello, rappresenta la via dell’isolamento; e la solitudine è la coscienza dell’io senza attività. L’attività, tanto fisica quanto psicologica, diviene un mezzo di espansione dell’io; e quando non c’è attività di sorta, c’è consapevolezza della vacuità dell’io. È questa vacuità che ci studiamo di colmare, e nel colmarla consumiamo la nostra vita, sia a un livello nobile sia a un livello indegno. Può sembrar che non vi sia nessun danno sociale nel colmar questo vuoto a un livello nobile; ma l’illusione genera dolore e distruzioni indicibili, che possono non essere immediate. Il desiderio di riempir questo vuoto o di sfuggirlo, che è la stessa cosa non può essere sublimato o soppresso; perché chi è l’ente che può sopprimere o sublimare? Non è forse questo stesso ente un’altra forma di desiderio? Gli oggetti del desiderio possono variare, ma non sono forse uguali tutte le brame? Potete cambiare l’oggetto del vostro desiderio, trasferirlo dall’alcool alla ideazione; ma senza comprensione del processo del desiderio, l’illusione è inevitabile.

Non c’è nessuna entità separata dal desiderio; c’è soltanto desiderio, non c’è nessuno che desideri. Il desiderio assume maschere diverse in momenti diversi, secondo i suoi interessi. Il ricordo di questi desideri diversi incontra il nuovo, che genera conflitto, e così nasce colui che sceglie e si stabilisce come entità separata e distinta dal desiderio. Ma l’entità non è diversa dalla sua essenza. L’entità che cerca di sfuggire o di colmare il vuoto, l’incompiutezza, la solitudine, non è differente da ciò che essa vuole evitare; è proprio quello. Lente non può sfuggire se stesso; tutto quello che può fare è comprendere se stesso. Egli è la sua solitudine, la sua stessa vacuità; e fino a quando la considererà qualche cosa di separato, di distinto da se stesso, sarà nell’illusione, nel conflitto senza fine. Quando egli sperimenti direttamente il fatto di essere la sua stessa solitudine, soltanto allora potrà esservi liberazione dalla paura. La paura esiste soltanto in rapporto a un’idea, e l’idea è la risposta della memoria come pensiero. Il pensiero è il risultato dell’esperienza; e sebbene possa ponderare sulla vacuità, avere sensazioni in merito ad essa, non può conoscere direttamente la vacuità. La parola «solitudine», coi suoi ricordi di dolore e di paura, ne impedisce la sperimentazione di nuovo. La parola è ricordo, e quando la parola non ha più significato, allora il rapporto tra lo sperimentatore e lo sperimentato è del tutto diverso; allora quel rapporto è diretto e non si verifica attraverso una parola, attraverso il ricordo; allora lo sperimentatore è l’esperienza stessa, che, sola, libera dalla paura.

Amore e vacuità non possono stare nella stessa casa; quando Ce il senso di solitudine non c’è amore. Potete nascondere il vuoto sotto la parola «amore», ma quando l’oggetto del vostro amore non è più presente o non risponde, allora siete consapevoli del vuoto, siete in preda alla frustrazione. Noi usiamo la parola «amore» come mezzo di sfuggire a noi stessi, alla nostra insufficienza. Ci aggrappiamo a colui che amiamo, siamo gelosi, ne sentiamo la mancanza quando non c’è e ci sentiamo infinitamente smarriti quando muoia; e allora cerchiamo conforto in qualche altra forma, in qualche fede, in qualche surrogato. Può tutto cio essere amore? L’amore non è un’idea, il risultato di un’associazione; l’amore non è uno strumento da usarsi come mezzo di fuga dalla nostra condizione miserevole; e quando lo usiamo in questo modo, creiamo problemi che non hanno soluzione. L’amore non è un’astrazione, ma la sua realtà può essere sperimentata soltanto quando l’idea, la mente, non è più il supremo fattore.

43. Coerenza

Era con ogni evidenza un uomo intelligente, attivo e dedito alla lettura di pochi libri sceltissimi. Sebbene fosse sposato, non era uomo di famiglia. Si definiva un idealista e un socialista; era stato in prigione per motivi politici e aveva molti amici. Non gli premeva farsi un nome per se stesso o per il suo partito, cosa ch’egli considerava una sola. Gli premeva sinceramente il suo lavoro nel campo sociale, che, diceva, avrebbe potuto contribuire a una certa felicità umana. Era quello che si potrebbe chin mare un uomo religioso, ma non sentimentale o superstizioso, e che non credeva a nessuna particolare dottrina o confessione. Disse di essere venuto a parlare sul problema della contraddizione, e della contraddizione non soltanto entro il suo intimo, ma nella natura e nel mondo. Gli sembrava che questa contraddizione fosse inevitabile: l’intelligente e lo stupido, i desideri contrastanti nell’intimo di ognuno, la parola in conflitto con l’a­zione e l’azione col pensiero. Questa contraddizione, egli l’aveva trovata dappertutto.

Essere coerenti significa essere senza pensiero. È più facile e più sicuro seguire un modello di condotta senza deviazioni, conformarsi a un’ideologia o a una tradizione, che rischiare la pena di pensare. Obbedire all’autorità, intima o esteriore, non esige discussioni; sostituisce il pensiero, con le sue ansie e i suoi turbamenti. Seguire le nostre stesse conclusioni, esperienze, decisioni non crea contraddizioni dentro di noi; siamo coerenti col nostro stesso fine; scegliamo una data via e la seguiamo, ri­soluti, senza cedere. La maggior parte di noi non cerca forse un modo di vita che non sia troppo scomodo, in cui vi sia almeno una certa sicurezza psicologica? E come rispettiamo un uomo che viva secondo il suo ideale! Uomini simili, noi li prendiamo a esempio, vanno imitati e adorati. L’approssimazione a un ideale, pur richiedendo una certa quantità di fatica e di sforzi, è in complesso piacevole; perché dopo tutto gli ideali sono di nostra creazione, proiezioni del nostro io. Scegliamo il nostro eroe, re­ligioso o mondano, e lo seguiamo. Il desiderio di essere coerenti dà una particolare forza, una certa soddisfazione, perché nella sincerità c’è sicurezza. Ma la sincerità non è semplicità, e senza semplicità non vi può essere comprensione. Essere coerenti con un modello di condotta elaborato con cura soddisfa l’impulso di completezza, e nella sua riuscita c’è conforto e sicurezza. Lo stabilire un ideale e la costante approssimazione a questo ideale coltiva la resistenza, e l’adattabilità si trova entro i limiti del modello. La coerenza offre sicurezza e certezza, ed è per questo che noi ci aggrappiamo ad essa con tanta disperazione.

Essere in contraddizione con se stessi significa vivere nel conflitto e nel dolore. L’io, per la sua stessa struttura, è contrad­dittorio; si compone di molte entità ognuna con una maschera diversa, ognuna in contrasto alle altre. L’intera struttura dell’io è il risultato di interessi e valori contraddittori, di molti desideri differenti a differenti livelli del suo essere; e questi desideri ge­nerano tutti i loro opposti. Il se stesso, l’ «io», è una rete di desi­deri complessi, ogni desiderio avendo il suo impulso e il suo fi­ne, spesso in opposizione ad altre speranze e aspirazioni. Queste maschere sono messe secondo circostanze e sensazioni stimolanti; così, nell’interno della struttura dell’io, la contraddi­zione è inevitabile. Questa contraddizione all’interno di noi ge­nera illusione e dolore e per fuggirne noi ricorriamo a ogni ma­niera d’autoillusione, che solo aumenta il nostro conflitto e la nostra infelicità. Quando l’intima contraddizione diviene insop­portabile, consciamente o inconsciamente cerchiamo di sfuggire attraverso la morte, o attraverso la follia; o ci diamo a uni-dea, a un gruppo, a una patria, a qualche attività che assorba completamente il nostro essere; o ci volgiamo a qualche religio­ne costituita, coi suoi dogmi e i suoi riti. Così questa scissione in noi stessi porta o a una ulteriore espansione dell’io, o alla sua distruzione, la follia. Nel tentativo di essere qualche altra cosa da ciò che siamo, coltiviamo la contraddizione; la paura di ciò che è genera l’illusione del suo opposto e nel perseguire il suo opposto noi speriamo di sfuggire alla paura. La sintesi non è coltivare l’opposto; la sintesi non viene dalla opposizione, perché tutti gli opposti contengono gli elementi dei loro stessi opposti. La contraddizione in noi porta a ogni specie di reazione fisica e psicologica, dolce o violenta, accettabile o pericolosa; e la coerenza non fa che rendere più confusa e oscura la contraddizione. Il perseguire unilateralmente un solo desiderio, un particolare interesse, porta all’opposizione chiusa in se stessa. La contraddizione interna porta il conflitto all’esterno, e il conflitto indica contraddizione. Soltanto attraverso la comprensione dei modi del desiderio c’è libertà dalla contraddizione con se stessi.

L’integrazione non può mai essere limitata agli strati superiori della mente; che non è una cosa che si possa imparare a scuola; non viene in essere col sapere o con l’immolazione di se stessi. Soltanto l’integrazione porta la libertà dalla coerenza e dalla contraddizione; ma l’integrazione non è faccenda che fonda in uno tutti i desideri e i molteplici interessi. [integrazione non è conformarsi a un dato modello, per nobile e intelligente che sia; deve essere affrontata, non direttamente, positivamente, ma obliquamente, negativamente. Avere il concetto d’integrazione significa conformarsi a un modello, cosa che coltiva soltanto la stupidità e la distruzione. Perseguire l’integrazione significa farne un ideale, una meta che è una proiezione dell’io. Poi che tutti gli ideali sono una proiezione dell’io, essi causano inevitabilmente conflitto e inimicizia. Ciò che l’io proietta deve essere della sua stessa natura, e pertanto contraddittorio e causa di confusione. L’integrazione non è un’idea, una semplice risposta della memoria, e così non la si può coltivare. Il desiderio d’integrazione viene in essere a causa del conflitto; ma pur coltivando l’integrazione non si trascende il conflitto. Potete nascondere, negare la contraddizione, o non rendervi conto di essa; ma essa è presente, pronta a irrompere alla vista.

Il conflitto è la nostra preoccupazione, non l’integrazione. L’integrazione, come la pace, è un sottoprodotto, non un fine in sé; è semplicemente un risultato, quindi di secondaria importanza. Nella comprensione del conflitto sarà non soltanto integrazione e pace, ma qualche cosa d’infinitamente più grande. Il conflitto non può essere sublimato o soppresso, e non c’è nemmeno un succedaneo per esso. I conflitti vengono col desiderio, con la brama di continuare, di divenire di più, il che non significa chedebba esservi una forma di soddisfazione stagnante. «Sempre di più» è il grido costante dell’io; è la brama di sensazione, tanto del passato quanto del futuro. La sensazione è della mente, e così la mente non è lo strumento per comprendere il conflitto. La comprensione non è un processo verbale, non mentale, perciò non è cosa dell’esperienza. L’esperienza è memoria, e senza parola, simbolo, immagine, non c’è memoria. Si possono leggere interi volumi sul conflitto, ma ciò può non aver nulla a che fare con la comprensione del conflitto. Per comprendere il conflitto, il pensiero non deve interferire; ci deve essere consapevolezza del conflitto senza il soggetto pensante. Colui che pensa è colui che sceglie, che cioè si schiera invariabilmente dalla parte del piacevole, della cosa grata e pertanto sostiene il conflitto; potrà liberarsi di un particolare conflitto, ma c’è il terreno adatto per un ulteriore conflitto. Colui che pensa giustifica o condanna, impedendo così la comprensione. Con l’assenza del soggetto pensante, c’è diretta sperimentazione del conflitto, ma non come esperienza che uno sperimentatore subisce. Nello stato di sperimentazione non c’è né Io sperimentatore né lo sperimentato. La sperimentazione è diretta; quindi il rapporto è diretto, non si verifica attraverso la memoria. È il rapporto diretto che porta la comprensione. La comprensione porta la liberazione dal conflitto; e nella libertà dal conflitto c’è l’integrazione.

44. Azione e idea

Era un uomo dolce e affabile, dal sorriso pronto e simpatico. Vestiva molto semplicemente e i suoi modi erano tranquilli, riservati. Diceva di avere praticato la nonviolenza per molti anni e di rendersi perfettamente conto del suo potere e del suo significato spirituale. Aveva scritto parecchi libri sull’argomento, e ne aveva portato uno seco. Spiegò di non avere volontariamente ucciso nessun essere per molti anni e di praticare una rigida alimentazione vegetariana. Entrò nelle particolarità del suo vegetarianismo e disse che le sue scarpe e i suoi sandali erano fatti con la pelle di animali morti di morte naturale. Aveva reso la sua vita più semplice possibile, aveva studiato dietetica e mangiava soltanto ciò che era essenziale. Asserì di non essersi arrabbiato una sola volta da parecchi anni ormai, sebbene a volte si mostrasse impaziente, cosa ch’era soltanto una reazione del suo sistema nervoso. Il suo modo di parlare era riservato e cortese. Il potere della nonviolenza avrebbe trasformato il mondo, disse, ed egli aveva consacrato la vita a questo principio. Non era la specie d’uomo che amasse parlare di sé, ma sull’argomento della nonviolenza era del tutto eloquente e le parole sembravano fluirgli dalle labbra senza sforzo. Era venuto, aggiunse, per approfondire ulteriormente il suo argomento favorito.

Sull’altro lato della strada, il laghetto era tranquillo. Le sue acque erano state molto agitate, e una brezza piuttosto forte n’era stata la causa; ma ora tutto era tranquillo e sulla superficie si specchiavano le larghe foglie di un albero. Due o tre gigli galleggiavano sereni sulla superficie, e un germoglio cominciava appena a spuntare sul pelo dell’acqua. Cominciarono a venire degli uccelli e alcune rane comparvero sulla riva, prima di saltare nel laghetto. Le piccole onde in breve si sciolsero e ancora una volta le acque dello stagno si ricomposero in pace. Proprio sulla cima di un albero era appollaiato un uccello, che si lisciava le penne e cantava; poi volava via in un’ampia curva, per ritornare al suo altissimo e solitario posatoio; era un uccello straordinariamente soddisfatto del mondo e di se stesso. Là presso era seduto un uomo corpulento con un libro, ma la sua mente era molto lontana; egli si sforzava di leggere, ma la mente gli fuggiva via, lontano, ogni volta. Alla fine l’uomo abbandonò la lotta e lasciò la mente libera di fare quel che volesse. Un autocarro saliva su per la collina lentamente, faticosamente, e ancora una volta fu necessario innestare la marcia inferiore.

Siamo talmente presi dalla riconciliazione degli effetti, dai gesti e dagli aspetti esteriori! Ci studiamo innanzi tutto di portare un po’ d’ordine all’esterno; esternamente noi regoliamo la nostra vita sulle nostre decisioni, i principi interiori che abbiamo stabilito. Perché costringiamo l’esterno a conformarsi con l’intimo? Perché agiamo secondo un’idea? L’idea è forse più forte, più potente dell’azione?

L’idea viene innanzi tutto stabilita, pensata, o sentita intuitivamente, dopo di che tentiamo di adeguare l’azione all’idea; cerchiamo di vivere secondo essa, di metterla in pratica, di disciplinare noi stessi nel quadro dell’idea: la lotta perenne per portare l’azione entro i limiti dell’idea. Perché questa lotta penosa e incessante per conformare l’azione all’idea? Che cos’è questo impulso di foggiare l’esterno sull’intimo? Forse per rafforzare l’intimo, o per avere certezza dall’esterno quando l’intimo è incerto? Nel trarre conforto dall’esterno, l’esterno non assume maggiore significato e importanza? La realtà esterna ha significato; ma quando la si considera come un gesto di sincerità, non indica più che mai che l’idea è dominante? Perché l’idea è divenuta onnipotente? Per farci agire? L’idea ci aiuta ad agire, o invece ostacola l’azione?

Certo, l’idea limita l’azione; é la paura dell’azione che genera l’idea. Nell’idea c’è sicurezza, nell’azione c’e pericolo. Per controllare l’azione, che è illimitata, si coltiva l’idea; per porre un freno all’azione, l’idea viene in essere. Pensate che cosa accadrebbe, se foste veramente generoso nell’azione! Così avete la generosità del cuore opposta alla generosità della mente; vi spingete solo fino a un certo punto, perché non sapete che cosa vi accadrà domani. L’idea governa l’azione. L’azione è piena, aperta, estensiva; e la paura, come idea, interviene e assume il comando. Così l’idea diviene d’importanza essenziale, l’idea, e non l’azione.

Noi ci studiamo di rendere l’azione conforme all’idea. L’idea, o ideale, è la nonviolenza, e le nostre azioni, i nostri gesti, i nostri pensieri si foggiano secondo i modelli della mente; ciò che mangiamo, ciò che indossiamo, ciò che diciamo divengono di grande significato, perché è in base a essi che noi giudichiamo la nostra sincerità. La sincerità diviene importante, non la nonviolenza; i vostri sandali, ciò che mangiate si fanno di un interesse divorante, e si dimentica la nonviolenza. L’idea è sempre secondaria e i problemi secondari dominano quello principale. Potete scrivere, far conferenze, ciarlare sull’idea; c’è largo campo perché l’idea possa espandersi, ma non c’è piacere d’espansione dell’io nella nonviolenza. L’idea, essendo una proiezione dell’io, è stimolante e gradevole, sia in senso positivo sia in senso negativo; ma la nonviolenza non ha fascini particolari. La nonviolenza é un risultato, un sottoprodotto, non un fine in sé.

È un fine in se stessa solo quando l’idea predomina. L’idea é sempre una conclusione, un fine, una meta proiettata dall’io. L’idea è un movimento nel cognito; ma il pensiero non può formulare che cosa voglia dire essere nonviolenti. Il pensiero può meditare sulla nonviolenza, ma non può essere nonviolento. La nonviolenza non è un’idea; non può essere costretta entro un modello di azione.

45. Vita in città

Era una stanza ben proporzionata, silenziosa e tranquilla, atta al riposo. I mobili erano eleganti, di buon gusto; il tappeto spesso e soffice. C’era un caminetto di marmo, col fuoco acceso. Si vedevano vari vasi, provenienti da molte parti del mondo, e alle pareti pendevano dei quadri moderni e altri di antichi maestri. Molto pensiero e molte cure erano state date alle comodità e alla bellezza di quella camera, che rispecchiava la ricchezza e il gusto. La stanza si affacciava su un piccolo giardino, con un prato che doveva essere stato falciato e sarchiato per molti, molti anni.

La vita in città è bizzarramente tagliata fuori dall’universo; edifici creati dalla mano dell’uomo hanno preso il posto di valli e montagne e il rombo del traffico veicolare ha sostituito i fiumi clamorosi. Di notte è ben difficile vedere le stelle, anche quando lo si voglia, perché le luci della città sono troppo risplendenti; e durante il giorno il cielo è limitato e costretto. Qualche cosa accade definitivamente agli abitanti di una città; essi sono fragili e forbiti, hanno chiese e musei, caffè e teatri, begli abiti e negozi a non finire. C’è gente ovunque, per le strade, negli edifici, nelle stanze. Una nuvola attraversa il cielo, e ben pochi sono coloro che alzano gli occhi. C’è ressa e confusione.

Ma in quella stanza c’era quiete e dignità sostenuta. Aveva quell’atmosfera peculiare ai ricchi, il senso di una sicurezza altera e appartata e di una lunga libertà dal bisogno. Egli stava dicendo di essere molto attratto dalla filosofia, tanto orientale quanto occidentale, e che gli sembrava assurdo cominciare dai greci, come se nulla fosse esistito prima di loro; e dopo un po’ cominciò a parlare del suo problema: come dare e a chi dare. Il problema di possedere del denaro, con le sue molte responsabilità, lo turbava non poco. Perché se ne faceva un problema? Aveva importanza a chi egli dava e lo spirito con cui dava? Perché era diventato per lui un problema?

Entrò in quel mentre sua moglie, elegante, vivace, curiosa. Entrambi sembravano persone colte, raffinate, dai gusti mondani; erano intelligenti e pieni d’interesse per molte cose. Essi erano un prodotto tanto della città quanto della campagna, ma il loro cuore andava soprattutto alla città. Quell’unica cosa, la compassione, sembrava così lontana. Le qualità della mente venivano profondamente coltivate; c’era nitidezza, un modo quasi brutale di affrontare i problemi, ma che non andava lontano. Ella si dilettava a scribacchiare, e il marito si occupava un podi politica; e con quanta facilità e sicurezza parlavano! L’esitazione è del tutto essenziale per la scoperta, per l’ulteriore comprensione; ma come può esserci esitazione quando si sa tanto, quando la corazza autoprotettiva è così forbita e tutte le incrinature sono rammendate dall’interno? Linea e forma divengono d’estrema importanza per coloro che sono nei ceppi del sensato; onde la bellezza è sensazione, la bontà sentimento e la verità cosa dell’intelletto. Quando le sensazioni dominano, il conforto diviene essenziale, non soltanto per il corpo, ma anche per la psiche; e il conforto, specie quello della mente, corrode, porta all’illusione.

Noi siamo le cose che possediamo, siamo ciò a cui siamo attaccati. L’attaccamento non ha nobiltà. L’attaccamento al sapere non si differenzia da nessun’altra dedizione gradevole. L’attaccamento è l’essere assorti nell’io, tanto al più alto quanto al più basso livello. L’attaccamento è autoillusione, un’evasione dalla vacuità dell’io. Le cose a cui siamo attaccati – proprietà, esseri umani, idee – divengono importantissime, perché senza le molte cose che riempiano la sua vacuità, l’io non è. La paura di non essere porta al possesso; e la paura genera illusione, la schiavitù alle conclusioni. Le conclusioni, così materiali come determinate dall’ideazione, impediscono la maturazione dell’intelligenza, la libertà nella quale soltanto la realtà può venire in essere; e senza questa libertà, la scaltrezza viene scambiata per intelligenza. Le vie della scaltrezza sono sempre complesse e deleterie. È questa scaltrezza autoprotettiva che genera l’attacc amento; e quando l’attaccamento è causa di dolore, è questa stessa scaltrezza che cerca il distacco e trova piacere nell’orgoglio e nella vanità della rinuncia. La comprensione dei modi della scaltrezza, delle vie dell’io, è il principio dell’intelligenza.

46. Ossessione

Disse di essere ossessionato da piccole cose meschine e queste ossessioni mutavano di continuo. Si preoccupava di qualche immaginario difetto fisico e nel giro di poche ore la sua preoccupazione si era già trasferita su un altro evento o un altro pensiero. Viveva, a quanto sembrava, da un’ossessione ansiosa all’altra. Per vincere queste ossessioni, aggiunse, compulsava libri, analizzava il suo problema con questo o quell’amico, e si era anche fatto visitare da uno specialista; ma non era mai riuscito a trovare un minimo di sollievo. Anche dopo una riunione molto importante e impegnativa, quelle ossessioni ritornavano immediatamente. S’egli ne avesse trovata la causa, ciò avrebbe posto fine ad esse?

La scoperta di una causa porta alla liberazione dai suoi effetti? La conoscenza d’una causa distrugge il risultato? Conosciamo le cause, economiche e psicologiche, della guerra, e ciononostante incoraggiamo la barbarie e l’autodistruzione. Dopo tutto, il motivo che ci spinge alla ricerca delle cause è il desiderio di liberarci dagli effetti. Questo desiderio è un’altra forma di resistenza o di condanna; e quando c’è condanna, non c’è comprensione.

«E allora che cosa si deve fare?» mi domandò l’uomo.

Perché la mente è dominata da queste meschine e stupide ossessioni? Chiedere il «perché» non è ricercare la causa intesa come qualcosa di distinto da noi stessi che si deve trovare; è semplicemente scoprire le vie del nostro modo di pensare. Così che, perché la mente si occupa in questo modo? Non è forse perché essa è superficiale, fatua, meschina, attratta quindi dalle sue stesse attrazioni?

«Sì,» ribattè, «questo sembra essere vero; ma non del tutto, perché io sono una persona seria.»

A parte queste ossessioni, di che cosa si occupa il vostro pensiero?

«Della mia professione.» egli disse. «Ho un posto di grande responsabilità. Per tutto il giorno e spesso per buona parte della notte, i miei pensieri sono assorbiti dal mio lavoro. Leggo qualche volta, ma quasi tutto il mio tempo, lo dedico alla mia professione.»

Amate il vostro lavoro?

«Si: ma non mi soddisfa del tutto. Per tutta la mia vita sono sempre rimasto insoddisfatto di quello che facevo, ma non posso rinunciare alla mia attuale attività, perché ho certi obblighi, e poi comincio a essere avanti negli anni. Ciò che mi preoccupa sono queste ossessioni e il mio crescente risentimento nei riguardi del mio lavoro e della gente che mi circonda. Non sono un uomo molto gentile col prossimo; provo una crescente ansietà nei riguardi dell’avvenire e non sembra che possa mai avere un attimo di pace. Faccio bene il mio lavoro, ma...»

Perché vi dibattete contro ciò che è?

La casa in cui abito può essere rumorosa, sudicia, i mobili possono essere orribili e si può notare una totale mancanza di bellezza in tutto l’ambiente; ma per varie ragioni può darsi che io debba abitare in quella casa, che non possa trasferirmi in un’altra. Non si tratta quindi di accettare, ma di vedere il fatto ovvio. Se non vedo ciò che è, mi ammalerò a forza di notare la bruttezza di quel vaso, di quella sedia o di quel quadro; essi diverranno le mie ossessioni e ci sarà in me risentimento verso la gente, il mio lavoro e così via. Se potessi piantare in asso ogni cosa e ricominciare da capo, sarebbe tutta un’altra faccenda; ma non lo posso fare. Non serve a nulla ribellarsi contro ciò che è, contro il reale. Il riconoscimento di ciò che è non porta a una pomposa e meschina soddisfazione. Quando io cedo a ciò che è, non c’è soltanto la comprensione di esso, ma una certa pace viene in essere nel livello superficiale della mente. Se la mente superficiale non è in pace, essa indulge alle ossessioni, reali o immaginarie; s’impania in qualche riforma sociale o in qualche conclusione religiosa: il maestro, il salvatore, il rito, e così via. È solo quando la mente superficiale e tranquilla che ciò che si nasconde può rivelarsi. Ciò che si nasconde deve palesarsi; ma questo non è possibile, se la mente superficiale è appesantita e gravata di ossessioni, di preoccupazioni. Poi che la mente superficiale è di continuo in preda a qualche genere di agitazione, il conflitto è inevitabile fra gli strati superiore e inferiore della mente; e finché questo conflitto non sia stato risolto, le ossessioni si accrescono. Dopo tutto, le ossessioni sono un mezzo di evasione dal nostro conflitto. Tutte le evasioni sono analoghe, sebbene sia ovvio che alcune sono socialmente più nocive.

Quando si sia consapevoli del totale processo di ossessione o di qualsiasi altro problema, soltanto allora ci sarà liberazione dal problema. Per essere estensivamente consapevoli, non ci deve essere condanna o giustificazione del problema; la consapevolezza non deve avere scelta. Essere così consapevoli esige molta pazienza e sensibilità; è necessaria un’alacre e sostenuta attenzione, onde l’intero processo del pensiero possa essere osservato e capito.

47. Il capo spirituale

Egli disse che il suo guru era un uomo troppo grande per essere descritto e ch’egli n’era discepolo da molti anni. Questo maestro, continuò, impartiva i suoi insegnamenti attraverso urti brutali, parolacce, insulti e azioni contraddittorie; e aggiunse che molte persone importanti erano tra i suoi seguaci. La stessa crudezza del metodo costringeva la gente a pensare, inducendola a levare il capo e ad accorgersi, cosa ritenuta necessaria, dato che la maggioranza delle persone dorme e deve essere scossa. Il maestro diceva le cose più orribili di Dio e sembrava che i suoi discepoli dovessero bere molto, dato che lo stesso maestro beveva copiosamente durante i pasti. Gli insegnamenti, però, erano profondi; un tempo, venivano tenuti segreti, ma ora erano divulgati universalmente.

Il sole del tardo autunno entrava a profusione dalla finestra, e si udiva il possente brusio della strada affollata. Le foglie, morendo, erano smaglianti, e l’aria era fresca e vivida. Come in tutte le città, c’era un’atmosfera di depressione e d’indicibile pena in contrasto con la luce della sera; e la gaiezza artificiale era ancor più dolorosa. Noi sembriamo aver dimenticato che cosa voglia dire essere naturali, sorridere liberamente; le nostre facce sono chiuse e incupite dalle preoccupazioni e dall’angoscia. Ma le foglie splendevano al sole e una nuvola stava passando nel cielo.

Anche nei cosiddetti movimenti spirituali si mantengono le divisioni sociali. Con quanta sollecitudine una persona importante viene accolta e le si offre un posto in prima fila! Come i discepoli stanno intorno all’uomo famoso! Come siamo affamati di distinzioni ed etichette! Questa brama di distinguerci diviene quella che noi definiamo evoluzione spirituale: coloro che sono vicini e coloro che sono lontani, la divisione gerarchica come maestro ed iniziato, allievo e novizio. Questa brama è ovvia e talvolta comprensibile nel mondo di ogni giorno; ma quando si assume lo stesso atteggiamento in un mondo dove queste stupide distinzioni non hanno significato alcuno, allora appare chiaro quanto profondamente noi si sia condizionati dai nostri desideri e dai nostri appetiti. Senza la comprensione di questi appetiti, è vano all’estremo cercar di liberarci dell’orgoglio.

«Ma» – egli continuò – «noi abbiamo bisogno di guide, di guru, di maestri. Voi potete essere anche più avanti di loro, ma noi gente comune ne abbiamo bisogno, diversamente saremmo come pecorelle sperdute.»

Noi scegliamo i nostri capi, politici o spirituali, in mezzo alla nostra confusione, e così essi pure sono confusi. Chiediamo di essere vezzeggiati e confortati, incoraggiati e trattati bene, onde scegliamo un capo che ci dia ciò che desideriamo. Non cerchiamo la nostra realtà, ma perseguiamo piacere e sensazione. È essenzialmente per la glorificazione di noi stessi che creiamo il direttore spirituale, il maestro; e ci sentiamo perduti, confusi e ansiosi quando l’io è rinnegato. Se non avete nessun diretto maestro fisico, ve ne fabbricate uno che sia lontano, nascosto, misterioso; il primo dipende da varie influenze fisiche ed emotive, il secondo è una proiezione dell’io, un ideale fatto in casa; ma entrambi sono il prodotto della vostra scelta, e la scelta è inevitabilmente basata sulla prevenzione, sulla tendenza pregiudiziale. Può darsi che preferiate dare un nome più rispettabile e comodo al vostro pregiudizio, ma è nel caos della vostra confusione e dei vostri appetiti che voi scegliete. Se cercate il piacere, troverete naturalmente ciò che desiderate, ma non lasciamoci andare a chiamarla verità. La verità viene in essere quando il piacere, il desiderio di sensazione giungono alla loro consumazione.

«Non mi avete convinto che io non abbia bisogno di un maestro!» egli disse.

La verità non è argomento di discussione e di persuasione; non è la conseguenza dell’opinione.

«Ma il maestro mi aiuta a vincere la mia avidità, la mia invidia!» egli insistette.

Può un altro essere umano, per grande che sia, contribuire a operare una trasformazione in noi? Se lo può, noi non siamo trasformati, ma semplicemente dominati, influenzati. Questa influenza può durare per molto tempo, ma non saremo stati trasformati. Saremo stati sopraffatti; e quando noi si sia stati sopraffatti dall’invidia o da un’influenza così detta nobile, saremo ancora schiavi, non saremo liberi. Amiamo essere asserviti, quasi sedotti da qualcuno, da un maestro o da chicchessia, perché c’è sicurezza in questo possesso; il maestro diviene il rifugio. Possedere vuol dire essere posseduti, ma il possesso non rappresenta la liberazione dall’avidità.

«Io devo resistere all’avidità.» egli disse. «Devo combatterla, fare ogni sforzo per distruggerla, e solo allora essa se ne andrà»

Da ciò che dite, si comprende che siete in conflitto con l’avidità da molti anni e ancora non ve ne siete liberato. Non dite che non avete tentato abbastanza, che è la risposta ovvia. Potete capire qualcosa attraverso il conflitto? Conquistare non è comprendere. Ciò che conquistate deve essere conquistato ancora e ancora, mentre c’è libertà da ciò che abbiamo compreso pienamente. Per comprendere ci vuole consapevolezza del processo di resistenza. Resistere è molto più facile che comprendere; e poi, siamo stati avvezzi a resistere. Nella resistenza non vi è bisogno di osservazione, né di considerazione né di comunicazione; la resistenza è un indizio della ottusità della mente. Una mente che resiste è chiusa in se stessa e così è incapace di sensibilità, di comprensione. Comprendere le vie della resistenza è molto più importante che liberarsi dell’avidità. Difatti, non ascoltate quello che si dice; riflettete sui vostri vari impegni, nati dagli anni della vostra lotta e della vostra resistenza. Voi siete ora impegnato, e intorno ai vostri impegni, di cui avete probabilmente parlato e scritto, avete raccolto degli amici; avete fatto un investimento nel vostro maestro, che vi ha aiutato a resistere. Onde il vostro passato vi impedisce di prestare attenzione a quello che si dice.

«Sono d’accordo e insieme non sono d’accordo con voi,» egli disse.

Il che mostra che voi non state ascoltando. Voi state soppesando i vostri impegni contro ciò che si dice, e questo vuol dire non stare a sentire. Avete paura di prestare ascolto, per cui siete in conflitto, dicendovi d’accordo e nello stesso tempo in disaccordo.

«Avete probabilmente ragione,» disse «ma non posso lasciare andare tutto quello che ho raccolto: amici, sapere, esperienza. So che vi devo rinunciare, ma semplicemente non posso, e questo è un fatto.»

Il suo intimo conflitto ormai sarà più grande che mai; perché una volta che si sia consapevoli di ciò che è, per quanto riluttanti, e lo si neghi a causa dei nostri impegni, sarà dato l’avvio a una profonda contraddizione. Questa contraddizione è dualità. Non può esservi nesso tra opposti desideri; e se si crea un nesso, sarà resistenza, cioè coerenza. Solo nella comprensione di ciò che è v’è libertà da ciò che è.

È uno strano fatto che i seguaci amino essere oppressi e diretti, dolcemente o duramente. Credono che un trattamento duro faccia parte del loro addestramento, addestramento per il successo spirituale. Il desiderio di essere feriti, di essere duramente scossi, fa parte del piacere di ferire; e questa reciproca degradazione del capo e del seguace è il prodotto del desiderio di sensazione. È perché si vogliono sensazioni maggiori che si segue e si crea un capo, un guru; e per questo nuovo piacere farete sacrifici, subirete disagi, insulti e scoraggiamenti. Tutto questo è parte del reciproco sfruttamento, non ha nulla a che fare con la realtà e non porterà mai alla felicità.

48. Stimolo

«Le montagne mi hanno resa silenziosa» ella disse. «Sono andata nell’Engadina e la sua bellezza mi ha resa muta; sono rimasta senza parola dinanzi a tanta meraviglia. È stata un’esperienza terribile. Vorrei poter conservare quel silenzio, quel vibrante silenzio vivo, commovente. Quando parlate del silenzio, suppongo che intendiate la straordinaria esperienza che io ho vissuto. Vorrei davvero sapere se alludete alla stessa varietà di silenzio che io ho conosciuto. L’effetto di questo silenzio durò per un periodo di tempo considerevole, ed ora vi ritorno, voglio ritrovarlo e vivervi.»

Voi siete resa muta dall’Engadina, un’altra persona da una bella forma umana, un’altra da un maestro, da un libro, o dal liquore. Attraverso lo stimolo esterno, si è ridotti a una sensazione che chiamiamo silenzio e che è estremamente piacevole. L’effetto della grandiosità e della bellezza è di allontanare i problemi e i conflitti quotidiani, cosa che rappresenta una liberazione. Attraverso lo stimolo esterno, la mente è resa temporaneamente quieta; è forse una nuova esperienza, una nuova delizia e la mente vi ritorna come ricordo, quando ha cessato di sperimentarla. Rimanere sulle montagne non è probabilmente possibile, perché si deve ritornare per motivi di lavoro; ma è possibile cercare quello stato di quiete attraverso qualche altra forma di stimolo, attraverso il liquore, una persona, o un’idea, che è ciò che la maggioranza di noi suole fare. Queste varie forme di stimolo sono i mezzi attraverso i quali la mente è resa tranquilla; così i mezzi divengono importanti, significanti, e noi finiamo per attaccarci ad essi. Poiché i mezzi ci danno il piacere del silenzio, acquistano un valore dominante nella nostra vita; essi sono i nostri interessi costituiti, i nostri investimenti, una necessità psicologica che difendiamo e per la quale, se necessario, ci annientiamo a vicenda. I mezzi prendono il posto dell’esperienza, che è ora soltanto un ricordo.

Gli stimoli possono variare, ognuno avendo un significato secondo il condizionamento d’una persona. Ma c’è similarità in tutti gli stimoli: il desiderio di sfuggire a ciò che è, al nostro tran-tran quotidiano, a un rapporto che non è più vivo, a un sapere che diviene sempre stantio. Voi scegliete un genere di evasione, io un altro, e la propria particolare qualità si ritiene sempre che valga di più della vostra; ma ogni evasione, sia sotto specie di un ideale, sia sotto quella del cinema, per esempio, o della chiesa, è dannosa, in quanto porta alla illusione e al male. Le evasioni psicologiche sono più dannose di quelle ovvie, perché più sottili e complesse e pertanto più difficili a scoprirsi. Il silenzio generato mediante lo stimolo, il silenzio che si crea grazie alla disciplina, i controlli, le resistenze, positive o negative, è un risultato, un effetto, e quindi non creativo; è una cosa morta.

C’è un silenzio che non è una reazione, un risultato; un silenzio che non è il prodotto di uno stimolo, d’una sensazione; un silenzio che non è messo insieme, non è una conclusione. Viene in essere quando il processo del pensiero sia compreso. Il pensiero è la risposta della memoria, di determinate conclusioni, consce o inconsce; questa memoria detta l’azione secondo il piacere e il dolore. Così le idee controllano l’azione, onde v’è conflitto fra azione e idea. Questo conflitto è sempre in noi e a misura che esso si intensifica, nasce l’impulso di liberarcene; ma fino a quando questo conflitto non sia stato capito e risolto, ogni tentativo dì liberarcene non sarà che evasione. Finché un’azione si avvicini a un’idea, il conflitto è inevitabile. Solo quando l’azione è libera dell’idea cessa il conflitto.

«Ma come potrà mai l’azione liberarsi dell’idea? È un fatto che non può esservi azione senza, prima, l’ideazione. L’azione segue l’idea ed io non posso immaginare un’azione che non sia il risultato dell’idea.»

L’idea è il prodotto della memoria, la verbalizzazione della memoria; l’idea è una reazione inadeguata alla sfida, alla vita. La risposta adeguata alla vita è l’azione, non l’ideazione. Noi rispondiamo con l’ideazione allo scopo di salvaguardarci contro l’azione. Le idee limitano l’azione. C’è sicurezza nel campo delle idee, ma non nell’azione; così che l’azione è stata subordinata all’idea. L’idea è il modello autoprotettivo dell’azione. Nella crisi intensa c’è azione diretta, affrancata dall’idea. È contro questa azione spontanea che la mente ha disciplinato se stessa; e come accade presso la maggioranza di noi, la mente è dominante, l’idea agisce come freno e perciò c’è attrito tra azione e ideazione.

«Mi accorgo che la mia mente vaga verso quella felice esperienza dell’Engadina. È forse un’evasione per resuscitare quell’esperienza nella memoria?.»

Evidentemente. Il reale è la vostra vita nel presente: questa strada affollata, le vostre attività, i vostri rapporti diretti con la gente. Se tutte queste cose fossero gradevoli, l’Engadina si dissolverebbe; ma poi che il reale è confuso e doloroso, voi vi volgete a un’esperienza finita, morta. Potete ricordare quell’esperienza, ma essa è consumata; le date vita soltanto attraverso la memoria. È come voler infondere la vita in una cosa morta. Poi che il presente è tedioso, superficiale, noi ci volgiamo al passato o pensiamo a un futuro che è una proiezione dell’io. Questa evasione dal presente porta inevitabilmente all’illusione. Vedere il presente come è in realtà, senza condanna o giustificazione, è comprendere ciò che è, e allora c’è l’azione che determina una trasformazione in ciò che è.

49. Problemi ed evasioni

«Ho molti gravi problemi e sembra che io li renda più tortuosi e complessi studiandomi di risolverli. Sono allo stremo delle mie risorse mentali e non so più che cosa fare. Aggiungete a tutto questo che sono sorda e devo usare questo aggeggio bestiale per poter udire un poco. Ho numerosi bambini e un marito che mi ha abbandonato. Sono realmente angustiata per i miei figlioli, a cui voglio evitare tutti i dolori che ho dovuto patire io.»

Quanto siamo ansiosi di trovare una risposta ai nostri problemi! Siamo così intenti a trovare una risposta da non essere in grado di studiare il problema; la cosa impedisce la nostra silenziosa analisi del problema. È il problema la cosa importante, non la soluzione. Se cerchiamo una risposta, la troveremo; ma il problema persisterà, perché la risposta non ha importanza per il problema. La nostra ricerca è un’evasione dal problema e la soluzione non è che un rimedio superficiale, così che non cè nessuna comprensione del problema. Tutti i problemi derivano da una sola fonte e senza comprensione della fonte, qualunque tentativo di risolvere il problema porterà soltanto ulteriore confusione e dolore. Si deve essere innanzi tutto molto chiari e precisi nella constatazione che le nostre intenzioni di risolvere il problema sono serie, che vediamo la necessità di essere liberi da tutti i problemi; perché soltanto allora la fonte dei problemi potrà essere avvicinata. Senza libertà dai problemi non può esservi tranquillità; e la tranquillità è essenziale per la felicità, che non è un fine in se stessa. Come il laghetto è immobile quando la brezza cade, così la mente si acquieta con la cessazione dei problemi. Ma la mente non può essere resa quieta; se lo è, è morta, non è che uno specchio d’acqua stagnante. Quando ciò sia chiaro, allora la fonte dei problemi potrà essere osservata. L’osservazione deve essere muta e non conforme a nessun piano predeterminato che si basi sul piacere e il dolore.

«Ma voi mi chiedete l’impossibile! La nostra mente è stata educata a distinguere, confrontare, giudicare, scegliere, ed è molto difficile non condannare o giustificare ciò che si è osservato. Come si può essere liberi da questo condizionamento e osservare il silenzio?»

Se vedete che l’osservazione silenziosa, la coscienza passiva sono essenziali alla comprensione, allora la verità della vostra percezione vi libera dallo sfondo. È solo quando non vedete l’immediata necessità di una coscienza passiva e nello stesso tempo vigile che il «come», la ricerca dei mezzi per dissolvere lo sfondo, sorge. È la verità che libera, non i mezzi o il sistema. La verità, la consapevolezza cioè che soltanto l’osservazione silenziosa porta alla comprensione, deve essere vista; soltanto allora siamo liberi di condanna e di giustificazione. Quando vediamo il pericolo, non chiediamoci come faremo a starne lontani. È perché non vediamo la necessità di essere passivamente consci che ci chiediamo: «Come». Perché non vediamo la necessità di ciò?

«Ma io lo voglio, ma non ho mai pensato in questa direzione prima d’ora. Tutto quello che posso dire è che voglio liberarmi dei miei problemi, perché essi sono un’autentica tortura per me. Voglio essere felice, come qualunque altra persona.»

Consciamente o inconsciamente noi rifiutiamo di vedere l’essenzialità di essere passivamente consapevoli, perché non vogliamo in realtà liberarci dei nostri problemi; perché che cosa saremmo senza di essi? Preferiamo aggrapparci a qualche cosa che conosciamo, per doloroso che possa essere, piuttosto che rischiar di perseguire qualcosa che potrebbe portarci chi sa dove. I problemi, almeno, li conosciamo; ma il pensiero di perseguire la fonte di essi, ignorando dove potrebbe condurci, crea in noi ottusità e paura. La mente si perderebbe senza la preoccupazione dei problemi; essa vive di problemi, siano problemi di portata mondiale o di cucina, politici o personali, religiosi o ideologici; per cui i nostri problemi ci rendono gretti e meschini. Una mente che si logori sui problemi mondani è meschina come la mente che si consuma sul progresso spirituale che essa sta compiendo. I problemi appesantiscono la mente con la paura, perché i problemi danno forza all’io, al «me» e al «mio». Senza problemi, senza conseguimenti e insuccessi, l’io non è.

«Ma senza l’io, come si può esistere del tutto? Esso è la fonte di ogni azione.»

Finché l’azione è il risultato del desiderio, della memoria, della paura, del piacere e del dolore, deve inevitabilmente generare conflitto, confusione e antagonismo. La nostra azione è il risultato del nostro condizionamento, a qualunque livello; e la nostra risposta alla sfida, essendo inadeguata e incompleta, deve produrre conflitto, che è il problema. Il conflitto è la struttura stessa dell’io.

È del tutto possibile vivere senza conflitto, il conflitto dell’avidità, della paura, del successo; ma questa possibilità sarà meramente teorica e non attuale, finché non sia stata scoperta attraverso la sperimentazione diretta. Esistere senza avidità è possibile soltanto quando siano comprese le vie dell’io.

«Credete che la mia sordità sia dovuta alle mie paure e alle mie repressioni? I medici mi hanno assicurato che non c’è nulla di organicamente leso, ed io mi domando se ci sia per me una possibilità di recuperare l’udito. Sono stata, in un modo o nell’altro, repressa per tutta la mia vita; non ho mai potuto far nulla di ciò che realmente volessi fare.»

Internamente ed esternamente è più facile reprimere che comprendere. Comprendere è arduo, specialmente per coloro che sono stati gravemente repressi fin dall’infanzia. Per forte che sia, la repressione diviene questione di abitudine. La comprensione non può mai divenire un’abitudine, una routine; essa esige sorveglianza, attenzione continue. Per comprendere ci vuole malleabilità, sensibilità, un calore che non ha nulla a che vedere col sentimentalismo. La repressione, sotto qualunque forma, non necessita di un’accelerazione della coscienza; è il modo più facile e stupido di affrontare le reazioni. La repressione è conformità a un’idea, a un modello, ed offre sicurezza superficiale, rispettabilità. La comprensione è liberazione, ma la repressione è sempre limitazione, prigionia. La paura dell’autorità, della mancanza di sicurezza, delle opinioni erige un rifugio psicologico, col suo equivalente fisico, a cui la mente si volge. Questo rifugio, quale che sia il livello a cui si trova, alimenta sempre la paura; e dalla paura discendono sostituzione, sublimazione o disciplina, che sono tutte una forma di repressione. La repressione deve trovare uno sbocco, che può essere un’indisposizione fisica o una forma qualunque d’illusione ideologica. Il prezzo è pagato secondo le idiosincrasie e il temperamento individuali.

«Ho notato che ogniqualvolta ci sia qualcosa di sgradevole da udire io mi rifugio dietro questo strumento, il quale pertanto mi aiuta a rifugiarmi nel mio proprio mondo. Ma come ci si può liberare dalla repressione di anni? Non occorrerà un lunghissimo tempo?»

Non è questione di tempo, di scavar nel passato, o di un’analisi molto attenta; la questione è di vedere la verità della repressione. Essere passivamente consapevoli, senza scelta alcuna, dell’intero processo della repressione, la sua verità compare immediatamente alla vista. La verità della repressione non può essere scoperta se pensiamo in termini di ieri e di domani; la verità non si comprende attraverso lo scorrere del tempo. La verità non è cosa che si possa conseguire; la si vede o non la si vede, non la si può percepire gradualmente. La volontà di liberarsi della repressione e un ostacolo alla comprensione della verità di essa; perché la volontà è desiderio, positivo o negativo che sia, e col desiderio non si può avere nessuna consapevolezza passiva. È il desiderio, o la brama, che genera la repressione; e questo stesso desiderio, sebbene a questo punto chiamato volontà, non può mai affrancarsi dalla sua stessa creazione. Inoltre, la verità della volontà deve essere percepita attraverso una consapevolezza passiva e insieme sollecita. L’analista, pur potendo separare se stesso da ciò che analizza, è parte della cosa analizzata; e poiché è condizionato dalla cosa che analizza, non può liberarsene. Ancora, la verità di ciò deve essere vista. È la verità che libera, non la volontà e lo sforzo.

50. Ciò che è e ciò che dovrebbe essere

«Sono sposata ed ho dei bambini» – ella disse – «ma mi sembra di avere perduto ogni amore. Mi sto lentamente inaridendo. Sebbene mi sia dedicata a varie attività sociali, esse non sono che una specie di passatempo, e ne vedo tutta la futilità. Nulla sembra assorbirmi, interessarmi pienamente e profondamente. Recentemente, mi sono presa una lunga vacanza dal mio tran-tran familiare e dalle mie varie attività, e ho tentato di dipingere; ma il mio spirito era assente. Mi sentivo completamente morta, priva di spirito creativo, depressa, profondamente insoddisfatta. Sono ancora giovane, ma l’avvenire mi si presenta del tutto oscuro. Ho pensato al suicidio, ma in certo qual modo ne vedo l’estrema stupidità. Sono ogni giorno sempre più confusa e smarrita e il mio scontento non sembra avere fine.»

In che cosa vi sentite confusa? Il vostro problema è forse quello dei rapporti sociali?

«No, non è il problema di tali rapporti. Ci sono passata e ne sono uscita abbastanza indenne; ma mi sento confusa e nulla sembra soddisfarmi.»

Avete un problema definito o il vostro scontento è semplicemente generico? Deve esserci nella vostra profonda intimità un’ansia, una paura, e probabilmente non ne siete consapevole. E vorreste sapere che cosa sia.

«Precisamente, è proprio per questo che sono venuta da voi. Davvero non posso più andare avanti nello stato in cui mi trovo. Nulla più mi sembra avere importanza e mi ammalo periodicamente.»

La vostra malattia può essere un’evasione da voi stessa, dalla vostra situazione.

«Ne sono sicurissima. Ma che cosa debbo fare? Sono letteralmente disperata. Prima di andarmene di qua devo trovare una via d’uscita dal mio stato.»

Il conflitto è tra due realtà, o tra il reale e il fittizio? Il vostro scontento è mera insoddisfazione, che è facilmente soddisfabile, o un dolore senza causa? L’insoddisfazione trova presto un dato canale, per il quale viene soddisfatta; l’insoddisfazione viene rapidamente incanalata, ma lo scontento non può essere lenito dal pensiero. Questo cosiddetto scontento nasce forse dal non trovare soddisfazione? Se trovaste soddisfazione, il vostro scontento scomparirebbe? O forse voi cercate una specie o l’altra di piacere permanente?

«No, non si tratta di questo. Non cerco realmente nessuna specie di piacere, almeno non mi pare di andare cercandola. Tutto quello che so è che mi trovo nella confusione e nel conflitto e che non mi riesce di trovare una via d’uscita.»

Quando dite di essere in conflitto, deve essere in rapporto a qualche cosa: a vostro marito, ai vostri figli, alle vostre attività. Se, come dite, il vostro conflitto non ha nulla a che vedere con tutto ciò, allora esso può esistere soltanto fra quello che voi siete e quello che vorreste essere, tra il reale e l’ideale, tra ciò che c’è il mito di ciò che dovreste essere. Voi avete un’idea di ciò che dovreste essere e forse il conflitto e la confusione derivano dal desiderio di conformarvi a questo modello proiettato dall’io. Voi lottate per essere qualche cosa che non siete. È così?

«Comincio a vedere in che cosa mi sento confusa. Credo che quanto mi dite sia vero.»

Il conflitto è tra il reale e il mito, tra quello che voi siete e quello che vi piacerebbe essere. Il modello del mito è stato coltivato fin dall’infanzia e si è progressivamente dilatato e approfondito, sviluppandosi in contrasto al reale, e venendo costantemente modificato dalle circostanze. Questo mito, come tutti gli ideali, tutti i fini, le utopie, è in contraddizione con ciò che è, l’implicito, il reale; così che il mito è un’evasione da ciò che siete. Questa evasione inevitabilmente crea lo sterile conflitto degli opposti; e ogni conflitto, intimo o esteriore, è vano, futile, stupido, fonte di confusione e antagonismo.

Così che, se mi è consentito di dirlo, la vostra confusione nasce dal conflitto tra ciò che siete e il mito di ciò che dovreste essere. Il mito, l’ideale, sono irreali; sono un’evasione, una proiezione dell’io, senza basi reali. La realtà è ciò che voi siete. Ciò che voi siete è molto più importante di ciò che dovreste essere. Voi potete capire ciò che è, ma non potete capire ciò che dovrebbe essere. Non esiste comprensione di un’illusione, c’è soltanto comprensione del modo in cui essa viene in essere. Il mito, il fittizio, l’ideale non hanno validità; sono un risultato, un termine, e l’importante è comprendere il processo attraverso cui sono venuti in essere.

Per comprendere quello che siete, per gradevole o spiacevole che sia, il mito, l’ideale, il futuro stato proiezione di se stesso devono interamente cessare. Allora soltanto potrete affrontare ciò che è. Per comprendere ciò che è, ci deve essere libertà da ogni distrazione. La distrazione è la condanna o la giustificazione di ciò che è. La distrazione è confronto, è resistenza o disciplina contro il reale. La distrazione è lo stesso sforzo o impulso di comprendere. Ogni distrazione è un impedimento alla rapida ricerca di ciò che è. Ciò che è non è statico; è in continuo movimento e per seguirlo la mente non deve essere alla cavezza di nessuna fede, di nessuna speranza di riuscita o di nessuna paura di insuccesso. Solo nella coscienza passiva e tuttavia vigile quello che è può disvelarsi. E questo disvelarsi non è del tempo.

51. Contraddizione

Era un uomo politico molto noto e saldamente in carica, piuttosto arrogante, donde la sua intolleranza. Profondamente colto, era piuttosto pesante e tortuoso nelle sue esposizioni. Non poteva permettersi di essere sottile, perché troppo profondamente occupato dalla pace; egli era il pubblico, lo Stato, il potere. Era un fluente parlatore, e la sua stessa facondia era il suo inconveniente; incorruttibile, in ciò consisteva la sua presa sul pubblico. Si stava seduti stranamente scomodi in quella stanza; l’uomo politico era lontanissimo, ma l’uomo era presente, nervoso e conscio della sua importanza. Gli scoppi di voce, la baldanza erano scomparsi e si notavano soltanto un’indagine ansiosa, dei ripensamenti e una messa a nudo di sé.

Il sole del tardo pomeriggio entrava dalla finestra, insieme con il frastuono del traffico. I pappagalli, vividi lampeggiamenti di luce verde, ritornavano dalle loro escursioni diurne ad appollaiarsi per la notte al riparo sugli alberi della città, quelle grandi piante che si trovano lungo le strade e nei giardini privati. Volando, i pappagalli lanciavano terribili strida. Non volavano mai in linea retta, ma calavano, si alzavano o si spostavano di lato, sempre ciarlando e strillando i loro richiami. Il loro volo e i loro gridi erano in contraddizione con la loro bellezza. Lontanissima, sul mare, una solitaria vela bianca. Un crocchio di persone gremiva la stanza, contrasto di colore e di pensiero. Un cagnolino entrò a sua volta, si guardò intorno e uscì di nuovo, inosservato; e la campana di un tempio stava squillando.

«Perché c’é contraddizione nella nostra vita?» domandò l’uomo politico. «Parliamo degli ideali di pace, di nonviolenza e tuttavia poniamo la pietra angolare della guerra. Dobbiamo essere realisti, non dei sognatori. Vogliamo la pace, eppure le nostre attività quotidiane portano in definitiva alla guerra; vogliamo la luce e nello stesso tempo chiudiamo la finestra. Lo stesso processo del nostro pensiero è una contraddizione, vogliamo e non vogliamo. Questa contraddizione è probabilmente implicita nella nostra natura, perciò é un’impresa pressoché disperata cercare di essere integrati, di essere interi. Amore e odio sembrano sempre andare insieme. Perché c’è questa contraddizione? È proprio inevitabile? O la si può evitare? Può lo Stato moderno essere totalmente per la pace? Può permettersi di essere totalmente una sola cosa? Esso deve lavorare per la pace e tuttavia prepararsi alla guerra; la meta è la pace attraverso la preparazione alla guerra.»

Perché dobbiamo avere un punto fisso, un ideale, per cui qualunque deviazione da esso crea la contraddizione? Se non ci fosse punto fisso, se non ci fosse conclusione, non ci sarebbe contraddizione. Noi stabiliamo un punto fisso e poi ce ne allontaniamo, cosa che viene considerata una contraddizione. Giungiamo a una conclusione lungo vie tortuose e a livelli differenti, e poi ci studiamo di vivere secondo quella conclusione o quell’ideale. Poiché non lo possiamo, si crea una contraddizione; dopo di che, cerchiamo di gettare un ponte tra ciò che é fisso, l’ideale, la conclusione, e il pensiero, o l’atto, che lo contraddice. Questo voler lanciare un ponte viene chiamato coerenza. E quanto ammiriamo un uomo coerente, che rimane fedele alle sue conclusioni, al suo ideale! Un uomo siffatto, lo consideriamo santo. Ma anche l’insano è coerente, anche i pazzi restano fedeli alle loro conclusioni. Non c’è contraddizione in un uomo che si sente Napoleone, egli non è che l’incarnazione delle sue conclusioni; e un uomo che si identifica completamente col suo ideale è ovviamente uno squilibrato.

La conclusione che noi chiamiamo ideale può essere stabilita a qualunque livello, e può essere conscia o inconscia; e dopo averla stabilita, cerchiamo di far coincidere la nostra azione con essa, la qual cosa crea contraddizione. Ciò che è importante non è come essere coerenti col modello, con l’ideale, ma scoprire perché abbiamo coltivato questo punto fisso, questa conclusione; che, se non avessimo modello, la contraddizione scomparirebbe. Così, perché abbiamo noi l’ideale, la conclusione? L’ideale non impedisce forse l’azione? Non viene forse in essere l’ideale per modificare l’azione, per dirigerla? Non è forse possibile agire senza ideale? L’ideale è la risposta dell’ambiente, del condizionamento e così non può mai rappresentare il mezzo di liberare l’uomo dal conflitto e dalla confusione. Anzi, l’ideale, la conclusione, accresce la divisione tra uomo e uomo e così accelera il processo di disintegrazione.

Se non c’è punto fisso, se non c’é ideale da cui deviare, non c’é contraddizione col suo stimolo di essere coerenti; allora c’é soltanto azione dì momento in momento, e questa azione sarà sempre completa e vera. Il vero non è un ideale, un mito, ma il reale. Il reale può essere compreso e affrontato. La comprensione del reale non può generare inimicizia, mentre gli ideali sì. Gli ideali non possono mai generare una rivoluzione fondamentale, ma solo una continuazione modificata dell’antico. C’è rivoluzione fondamentale e costante solo nell’azione di momento in momento, che non è basata su un ideale e così è affrancata dalla conclusione.

«Ma uno Stato non può essere condotto su questo principio. Ci deve essere una meta, un’azione premeditata, uno sforzo concentrato su un dato fine. Ciò che voi dite può essere applicabile all’individuo ed io ci vedo grandi possibilità per me stesso, ma è un metodo che non funziona in un’azione collettiva.»

L’azione premeditata esige costanti modificazioni, ci deve essere adattamento alle circostanze mutevoli. Un’azione basata su di uno schema fisso finirà inevitabilmente in un insuccesso, se non si prendano in considerazione i fatti fisici e le pressioni psicologiche. Se progettate di costruire un ponte, dovete non soltanto farne dei piani e dei disegni, ma dovrete studiare il terreno, la zona in cui dovrà essere costruito, o il vostro progetto sarà inadeguato. Ci può essere azione completa solo quando tutti i fatti fisici e le tensioni psicologiche del totale processo dell’uomo siano compresi, e questa comprensione non dipende da nessun piano, progetto o disegno. Richiede rapido adattamento, che è intelligenza; ed è solo quando non v’è intelligenza che noi ricorriamo a ideali, conclusioni, mete. Lo Stato non è statico; i suoi capi possono esserlo, ma lo Stato, come l’individuo, è vivido, dinamico e ciò che è dinamico non può essere costretto nella camicia di forza d’un progetto disegnato. Generalmente, noi costruiamo delle muraglie intorno allo Stato, muraglie di conclusioni, di ideali, sperando di tenerlo a bada; ma una cosa viva non può essere tenuta a bada, al guinzaglio, senza morirne, così che procediamo ad uccidere lo Stato per poi foggiarlo secondo il nostro piano, secondo l’ideale. Soltanto una cosa morta può essere costretta a conformarsi ad un piano prestabilito; e poiché la vita è in costante movimento, la contraddizione sorge nell’istante in cui ci sforziamo di far aderire la vita a un modello o a una conclusione fissi. La conformità a un modello è la disintegrazione dell’individuo e dunque dello Stato. L’ideale non è superiore alla vita, e quando noi lo facciamo tale nascono confusione, antagonismo e sofferenza.

52. Gelosia

Il sole si rifletteva fulgido sul bianco muro di fronte, e il suo riverbero rendeva i volti oscuri. Una bimbetta, senza il permesso della madre, venne a sedersi vicino, gli occhi spalancati, chiedendosi che cosa mai stesse accadendo intorno. Era stata lavata e vestita appena allora e aveva dei fiori nei capelli. Stava osservando acutamente ogni cosa, come fanno i bambini, senza registrare poi molto. I suoi occhi scintillavano ed ella non sapeva bene che cosa fare, se mettersi a piangere, a ridere o a saltare; invece, mi prese una mano e la osservò con profondo interesse. Dopo qualche tempo si dimenticò di tutte le persone che si trovavano nella stanza, si rilassò e finì per addormentarsi con la testa sulle mie ginocchia. Aveva una bella testina, ben fatta e proporzionata; e tutta la sua persona era pulita fino all’immacolatezza. Il suo avvenire era confuso e triste come quello di tutti gli altri presenti nella stanza. I suoi conflitti e le sue pene erano altrettanto inevitabili quanto il sole sul muro di fronte; perché l’essere affiancati dal dolore e dall’infelicità esige una suprema intelligenza, e la sua educazione e le influenze che la circondavano avrebbero provveduto a negarle questa intelligenza. L’amore è così raro in questo mondo, l’amore, quella fiamma senza fumo; il fumo è dominante, soffoca tutto, porta lacrime e angoscia. È raro vedere la fiamma attraverso il fumo; e quando il fumo diviene d’importanza fondamentale, la fiamma muore. Senza la fiamma dell’amore, la vita non ha significato, diviene tediosa e pesante; ma la fiamma non può esistere nel fumo che tutto oscura. Le due cose non possono esistere insieme; il fumo deve cessare perché sia la fiamma limpida. La fiamma non è rivale del fumo; essa non ha rivali. Il fumo non ha la fiamma, non può contenere la fiamma; né il fumo indica la presenza della fiamma, perché la fiamma è libera dal fumo.

«Non possono amore e odio coesistere? La gelosia non è un indizio dell’amore? Ci teniamo le mani e un minuto dopo rimbrottiamo; diciamo cose dure. cattive e in breve ci abbracciamo. Bisticciamo, poi ci baciamo e abbiamo fatto la pace. Tutto questo non è forse amore? La stessa espressione della gelosia è una manifestazione dell’amore; essi paiono andare insieme, come la luce e le tenebre. La facile ira e la pronta carezza, non rappresentano esse forse la pienezza dell’amore? Il fiume è insieme turbolento e calmo; scorre tra l’ombra e la luce del sole, e proprio in ciò sta la bellezza del fiume.»

Che cos’è quello che chiamiamo amore? È l’intero campo della gelosia, della lussuria, delle parole dure, delle carezze, del tenersi le mani, dei litigi e delle riconciliazioni. Questi sono i fatti in questo campo del cosiddetto amore. Ira e carezze sono fatti quotidiani in questo campo, non è vero? E noi ci studiamo di stabilire un rapporto tra i vari fatti, o mettiamo un fatto a paragone di un altro. Usiamo un fatto per condannarne o giustificarne un altro nei limiti di questo stesso campo, o tentiamo di stabilire un rapporto tra un fatto entro il campo e un altro esterno ad esso. Non prendiamo ogni fatto separatamente, ma cerchiamo di trovare un’interdipendenza tra di loro. Perché facciamo così? Possiamo comprendere un fatto solo quando non usiamo un altro fatto nello stesso campo come mezzo di comprensione, la qual cosa semplicemente genera conflitto e confusione. Ma perché poniamo a paragone i vari fatti dello stesso campo? Perché ricorriamo al significato di un solo fatto per contrapporne o spiegarne un altro?

«Comincio ad afferrare quello che volete dire. Ma perché facciamo tutto ciò?»

Comprendiamo noi un fatto attraverso lo schermo dell’idea, attraverso lo schermo della memoria? Comprendo io forse la gelosia perché ho tenuto la vostra mano tra le mie? Il tenere la mano è un fatto, come la gelosia è un fatto; ma comprendo forse il processo della gelosia per aver tenuto la vostra mano? La memoria è un aiuto alla comprensione? La memoria confronta, modifica, condanna, giustifica o identifica; ma non può dare la comprensione. Noi affrontiamo i fatti nel campo del cosiddetto amore con l’idea, la conclusione. Non prendiamo il fatto della gelosia così com’é e lo osserviamo in silenzio, ma vogliamo contorcere il fatto secondo il modello, la conclusione; e lo affrontiamo in questo modo perché in realtà non desideriamo comprendere il fatto della gelosia. Le sensazioni della gelosia sono stimolanti come una carezza; ma vogliamo lo stimolo senza il dolore e il disagio che invariabilmente l’accompagnano. Così che c’è conflitto, confusione e antagonismo entro quel campo che noi chiamiamo amore. Ma è poi amore? L’amore é forse un’idea, una sensazione, uno stimolo? L’amore è gelosia?

«La realtà non si contiene forse nell’illusione? La tenebra non circonda o nasconde la luce? Dio non è forse tenuto in servitù?»

Queste sono semplici idee, opinioni, e così non hanno validità. Idee siffatte non generano che ostilità, non raggiungono o contengono la realtà. Dove la luce è, non c’è tenebra. Il buio non può nascondere la luce; se lo fa, non c’è luce. Dove è la gelosia, non c’è amore. L’idea non può avvolgere l’amore. Per accomunarsi, ci deve essere un rapporto. L’amore non è connesso all’idea, e così l’idea non può accomunarsi all’amore. L’amore è una fiamma senza fumo.

53. Spontaneità

Ella faceva parte d’un gruppo di persone venute a parlare di alcuni seri argomenti. Doveva essere venuta per curiosità, o condotta da un amico. Vestita bene, aveva un portamento dignitoso ed evidentemente si considerava di aspetto molto bello. Era conscia di sé all’estremo: conscia del suo corpo, del suo aspetto, dei suoi capelli e dell’impressione che ella faceva agli altri. I suoi gesti erano studiati e di tanto in tanto ella assumeva pose e atteggiamenti che doveva aver preparato con molta attenzione. Tutto il suo aspetto aveva l’aria di una posa lungamente studiata e alla quale ella era risoluta di conformarsi, qualunque cosa potesse succedere. Gli altri cominciarono a parlare di cose serie e per la durata di un’intera ora e anche più ella conservò la sua posa. Non si poteva fare a meno di notare fra tutti quei volti seri e intenti quella ragazza piena di sé, che cercava di seguire quello che si diceva e di partecipare alla conversazione; ma nessuna parola le uscì di bocca. Voleva far vedere che lei pure si rendeva conto del problema di cui si discuteva; ma c’era una certa perplessità nei suoi occhi, perché in realtà ella era incapace di partecipare alla serietà di ciò che si diceva. La si vedeva ritrarsi rapidamente in se stessa, sempre conservando la sua posa lungamente studiata. Ogni spontaneità era in lei assiduamente distrutta.

Ognuno coltiva una posa. C’è il modo di camminare e la posa del commerciante a cui vanno bene gli affari, il sorriso di colui che è arrivato; c’è l’espressione e l’atteggiamento dell’artista; c’è la posa del discepolo reverente e quella dell’asceta disciplinato. Come quella ragazza troppo cosciente di sé, il cosiddetto religioso assume una posa, la posa dell’autodisciplina che egli ha scrupolosamente coltivato attraverso abnegazione e sacrifici, Ella sacrifica la spontaneità all’effetto ed egli si immola per conseguire uno scopo. Entrambi si propongono un fine, anche se a livelli differenti; e mentre i risultati dell’uno possono considerarsi socialmente più benefici di quelli dell’altra, fondamentalmente sono uguali, uno non è superiore all’altra. Entrambi non sono intelligenti, perché entrambi rivelano una mente meschina. Una mente meschina è sempre meschina; non può essere resa ricca, generosa. Quantunque una mente siffatta possa adornarsi o cercar di conseguire la virtù, rimane ciò che è, una cosa meschina, superficiale, e attraverso la cosiddetta sua evoluzione, l’esperienza, può solo arricchirsi nella sua propria meschinità. Una cosa brutta non può essere fatta bella. Il dio d’una mente meschina è un dio meschino. Una mente superficiale non diviene insondabile adornandosi di sapere e di frasi intelligenti, citando parole di saggezza, o adornando il suo aspetto esterno. Gli adornamenti, così interiori come esterni, non fanno una mente dalla profondità insondabile; ed è questa insondabilità della mente che dà bellezza, non il gioiello o la virtù acquisita. Perché la bellezza venga in essere, la mente deve essere consapevole senza scelta della sua meschinità; ci deve essere una coscienza in cui sia del tutto cessato il confronto.

La posa sofisticata della ragazza e quella disciplinata dell’asceta cosiddetto religioso sono ugualmente i risultati tormentosi della mente meschina, poiché entrambe negano la spontaneità essenziale. Tanto la ragazza quanto l’asceta suddetti hanno paura della spontaneità, perché questa li rivela quali sono, a se stessi e agli altri; entrambi sono volti a distruggerla e la misura del loro successo è la completezza della loro conformità a un modello o a una conclusione prescelti. Ma la spontaneità è la sola chiave che apre la porta di ciò che è. La risposta spontanea scopre la mente qual è; ma ciò che viene scoperto è immediatamente adornato o distrutto e così si pone fine alla spontaneità. La distruzione della spontaneità è il modo di essere di una mente meschina, che allora adorna l’esterno, a qualunque livello; e questo adornamento è l’adorazione di se stessi. Soltanto nella spontaneità, nella libertà, ci può essere scoperta. Una mente disciplinata non può scoprire; può funzionare efficacemente, e quindi spietatamente, ma non può scoprire l’insondabile. È la paura che crea la resistenza chiamata disciplina; ma la scoperta spontanea della paura è la liberazione della paura. Il conformarsi a un modello, a qualunque piano, è paura, la quale genera soltanto conflitto, confusione e antagonismo; ma una mente che sia in rivolta non è senza paura, perché l’opposto non può mai conoscere lo spontaneo, il libero.

Senza spontaneità, non ci può essere conoscenza di sé; senza conoscenza di sé, la mente subisce influenze passeggere. Queste possono fare la mente ristretta o espansiva, ma la mente è pur sempre nella sfera dell’influenza. Ciò che viene messo insieme può essere disfatto, e ciò che non viene messo insieme può essere conosciuto soltanto attraverso la conoscenza di sé. L’io è messo insieme ed è soltanto disfacendo l’io che ciò che non è il risultato dell’influenza, ciò che non ha causa, può essere conosciuto.

54. Il conscio e l’inconscio

Era un uomo d’affari e un uomo politico, e aveva avuto successo in tutti e due i campi. Diceva ridendo che affari e politica andavano bene d’accordo; eppure era un uomo serio in un suo strano modo superstizioso. Ogniqualvolta ne avesse il tempo, leggeva libri sacri e ripeteva più e più volte certe parole che riteneva benefiche. Portavano pace all’anima, diceva. Piuttosto avanti negli anni, era molto ricco, ma non era generoso né di mano né di cuore. Si poteva vedere ch’era scaltro e calcolatore, eppure c’era in lui uno stimolo per qualche cosa di più del semplice successo materiale. La vita lo aveva appena sfiorato, poiché s’era molto studiosamente guardato dall’esporsi al minimo colpo; si era reso invulnerabile, tanto fisicamente quanto psicologicamente. Psicologicamente aveva rifiutato di vedersi qual era, e poteva ben permettersi di farlo; ma lo sforzo cominciava a mostrare i suoi effetti. Quando non si sorvegliava, si notava in lui un’aria come d’ossessione. Finanziariamente era al sicuro, almeno fino a quando il Governo presente fosse rimasto in carica e non fossero scoppiate rivoluzioni. Egli voleva in più un investimento sicuro nel cosiddetto mondo spirituale, ed era per questo che si gingillava con le idee, scambiando le idee con qualche cosa di spirituale, di reale. Non aveva altro amore che per le sue molte proprietà; si aggrappava ad esse come un bimbo si afferra alla madre, perché non aveva altro. Si faceva lentamente strada in lui la convinzione d’essere un uomo quanto mai triste. Anche questa comprensione, però, egli evitava fino a quando gli fosse stato possibile; ma la vita lo stava incalzando.

Quando un problema non è consapevolmente risolvibile, si fa avanti l’inconscio e contribuisce a risolverlo? Che cos’è il conscio e che cos’è l’inconscio? C’è una linea definita dove l’uno comincia e l’altro finisce? Il conscio ha un limite oltre il quale non può andare? Può limitare se stesso ai suoi propri confini? L’inconscio è qualcosa di distinto dal conscio? Sono forse dissimili? Quando l’uno viene meno, comincia l’altro a funzionare?

Che cos’è quello che noi chiamiamo il conscio? Per capire di che cosa sia fatto, dobbiamo osservare il modo in cui consciamente siamo soliti di affrontare un problema. La maggior parte di noi cerca una risposta al problema; ci interessa la soluzione, non il problema. Abbisogniamo d’una conclusione, cerchiamo una via d’uscita dal problema; vogliamo evitare il problema attraverso una risposta, una soluzione. Non osserviamo il problema in sé, ma cerchiamo a tentoni una risposta soddisfacente. Tutta la nostra preoccupazione conscia consiste nel trovare una soluzione convincente. Spesso troviamo una risposta che ci fa piacere, e allora riteniamo di aver risolto il problema. In realtà, non abbiamo fatto altro che nascondere il problema con una conclusione, una risposta soddisfacente; ma sotto il peso della conclusione, che lo ha momentaneamente soffocato, il problema è sempre vivo. La ricerca d’una risposta è un’evasione dal problema. Quando non c’è risposta soddisfacente, la mente conscia, o superiore, cessa la sua ricerca; e allora il cosiddetto inconscio, la mente profonda, interviene e trova una risposta.

La mente conscia è ovviamente alla ricerca d’una via d’uscita dal problema, e la via d’uscita è una conclusione soddisfacente. Non è forse la stessa mente conscia fatta di conclusioni, sia positive sia negative, ed è forse capace di cercare qualsiasi altra cosa? Non è forse la mente superiore un magazzino di conclusioni che sono il residuo di esperienze, le impronte del passato? Certo, la mente conscia è tutta fatta del passato, si fonda sul passato, ché la memoria è tutta un tessuto di conclusioni; e con queste conclusioni la mente affronta un problema. Essa è incapace di vedere il problema senza lo schermo delle sue conclusioni; non può studiare, essere silenziosamente consapevole del problema stesso. Essa conosce soltanto delle conclusioni, gradevoli o spiacevoli, e può soltanto arricchire se stessa di ulteriori conclusioni, ulteriori idee, ulteriori cristallizzazioni. Ogni conclusione è una cristallizzazione, e la mente conscia cerca inevitabilmente una conclusione.

Quando non può trovare una conclusione soddisfacente, la mente conscia abbandona le ricerche e pertanto diviene quieta; e nella quieta mente superiore, l’inconscio fa scattare una risposta. Ora, l’inconscio, la mente profonda, è forse differente nella sua struttura dalla mente conscia? Non è anche l’inconscio fatto di conclusioni, di ricordi razziali, sociali e di gruppo? Certo, anche l’inconscio è il risultato del passato, del tempo, ma è sommerso e in attesa; e quando sia mobilitato lancia le sue proprie conclusioni nascoste. Se sono soddisfacenti, la mente superiore le accetta; e se non lo sono, si dibatte goffamente, sperando di trovare in virtù di qualche miracolo una risposta. Se non trova una risposta, stancamente cede al problema, che a poco a poco corrode la mente. Malattia e insania seguiranno inevitabili.

La mente superiore, o superficiale, e la mente profonda non sono dissimili; sono entrambe fatte di conclusioni, di ricordi, sono entrambe il prodotto del passato. Possono fornire una risposta, una conclusione, ma sono incapaci di dissolvere il problema. Il problema si dissolve solo quando così la mente superficiale, come quella profonda, tacciono e non proiettano conclusioni positive o negative. C’è liberazione dal problema solo quando tutta la mente è nel massimo silenzio e consapevole senza scelta del problema; perché solo allora la matrice del problema non è.

55. Sfida e risposta

Il fiume era in piena e scorreva impetuoso, largo in certi tratti parecchie miglia, e vedere tanta acqua era una gioia. A nord si levavano le verdi colline, madide e fresche dopo il temporale. Era splendido vedere la grande ansa del fiume, con sopra le bianche vele. Erano vele ampie, triangolari, e nella luce del primo mattino c’era un incanto in esse, che sembravano uscire dall’acqua. I rumori della giornata non erano ancora cominciati e il canto di un barcaiolo quasi sull’altra riva del fiume veniva aleggiando sulle acque. A quell’ora la sua canzone sembrava riempire la terra, e ogni altro suono ne veniva tacitato; perfino il fischio d’un treno divenne dolce e sopportabile.

A poco a poco le voci del villaggio ebbero inizio: le rumorose querele alla fontana, il belar delle capre, le vacche che chiedevano d’essere munte, i carri pesanti sulla strada, l’acuto richiamo delle cornacchie, risa e gridi di fanciulli. E così un’altra giornata era venuta al mondo. Il sole era sopra le palme, e le scimmie sedevano sul muretto, con le lunghe code che quasi toccavano il suolo. Erano grosse e molto timide; le chiamavi e loro scendevano con un salto per terra, per correre poi verso una grande pianta in mezzo al prato. Avevano la faccia nera, le mani nere e avevano la fisionomia intelligente, ma non erano così furbe e dispettose come le più piccine.

«Perché il pensiero è così tenace? Sembra così irrequieto, così esasperantemente insistente. Fate quel che volete, esso è sempre attivo, come quelle scimmie, e la sua stessa attività è spossante. Non potete sottrarvi al pensiero, esso vi perseguita senza posa. Vi sforzate di sopprimerlo e pochi secondi dopo eccolo che salta su di nuovo. Non è mai quieto, mai in riposo; perseguita sempre, sempre intento ad analizzare, a torturare di continuo se stesso. Nel sonno o nella veglia, il pensiero è in continuo tumulto e sembra non avere né pace né riposo.»

Può il pensiero essere mai in pace? Può pensare alla pace e al tentativo di essere in pace, costringendosi a tenersi tranquillo; ma il pensiero può essere in sé tranquillo? Non è forse il pensiero per sua stessa natura irrequieto? Non è il pensiero la continua risposta a una continua provocazione? Non può esservi fine alla sfida, perché ogni movimento della vita è una sfida; e se non c’è coscienza della sfida, allora c’è decadenza, morte. Sfida e risposta sono il modo stesso della vita. La risposta può essere adeguata o inadeguata: ed è l’inadeguatezza della risposta alla sfida che provoca il pensiero, con la sua irrequietezza. La sfida esige azione, non verbalizzazione. La verbalizzazione è pensiero. La parola, il simbolo, ritarda l’azione; e l’idea è parola, come il ricordo è parola. Non c’è ricordo senza il simbolo, senza la parola. La memoria è parola, pensiero, e può il pensiero essere la vera risposta alla sfida? È la sfida un’idea? La sfida è sempre fresca, nuova; e può il pensiero, l’idea esser mai nuovo? Quando il pensiero reagisce alla sfida, che è sempre nuova, non è forse questa reazione il prodotto dell’antico, del passato?

Quando l’antico risponde al nuovo, inevitabilmente l’incontro è incompleto; e questa incompletezza è pensiero nella sua ricerca irrequieta di completezza. Possono mai il pensiero, l’idea essere completi? Il pensiero, l’idea sono la risposta della memoria; e la memoria è sempre incompleta. L’esperienza è la risposta alla sfida. Questa risposta è condizionata dal passato. dalla memoria; e tale risposta non fa che rafforzare il condizionamento. L’esperienza non libera, rafforza il credo, la memoria, ed è questa memoria che risponde alla sfida; così l’esperienza è la condizionatrice.

«Ma che posto ha il pensiero?»

Vuoi dire che posto ha il pensiero nell’azione? Ha l’idea funzione alcuna nell’azione? L’idea diviene un fattore dell’azione per modificarla, controllarla, foggiarla; ma l’idea non è azione. L’idea, il credo, è una salvaguardia contro l’azione; ha una funzione di controllo, modifica e foggia l’azione. L’idea è il modello dell’azione.

«Può esservi azione senza modello?»

No, se si cerca un risultato. L’azione verso un fine predeterminato non è affatto azione, ma conformità a una credenza, a un’idea. Se si cerca conformità, allora il pensiero, l’idea hanno un posto. La funzione del pensiero è di creare un modello per la cosiddetta azione e quindi per uccidere l’azione. Alla maggioranza di noi sta a cuore uccidere l’azione; un’idea, un credo, un dogma contribuiscono a distruggerla. L’azione implica mancanza di sicurezza, vulnerabilità all’ignoto; e il pensiero, il credo, che sono il cognito, elevano una barriera efficace contro l’ignoto. Il pensiero non può mai penetrare l’incognito: esso deve cessare perché l’ignoto sia; l’azione dell’ignoto è al di là dell’azione del pensiero; e il pensiero, essendo consapevole di ciò, consciamente o inconsciamente si aggrappa al cognito. Il cognito risponde sempre all’incognito, alla sfida; e da questa risposta inadeguata sorgono conflitto, confusione e dolore. È solo quando il cognito, l’idea, cessa che può esservi l’azione dell’incognito, che è incommensurabile.

56. Possessività

Egli aveva condotto seco la moglie, perché diceva che il problema era loro comune. Ella aveva occhi lucenti ed era piccola, vivace, piuttosto turbata. Erano gente semplice, cordiale; lui parlava inglese abbastanza bene e lei riusciva a capire qualche cosa e a fare delle domande molto semplici. Quando la conversazione si faceva un po’ difficile a intendersi, ella si rivolgeva al marito, che le spiegava il discorso nella loro lingua. Egli disse ch’erano sposati da più di venticinque anni e avevano avuto parecchi figli; e che il loro problema non erano i figli, ma la lotta tra loro stessi. Spiegò che il suo lavoro gli procurava un reddito modesto e proseguì dicendo quanto fosse difficile vivere in pace in questo mondo, specialmente quando si sia sposati; non si lagnava, spiegò, ma la situazione era quella che era. Egli era stato, almeno così sperava, tutto ciò che un buon marito deve essere, ma non sempre era una cosa facile.

Era loro difficile venire al punto, e parlarono per un podi tempo di varie cose: dell’educazione dei figli, del matrimonio delle figlie, dello sperpero di denaro in occasione delle cerimonie, d’una recente morte in famiglia e così via. Stavano a loro agio e non avevano fretta, perché era bello parlare a qualcuno che dava loro retta e forse poteva anche capirli.

A chi importa ascoltare i guai d’una madre? Abbiamo già tanti problemi nostri che non abbiamo tempo per quelli degli altri. Perché un altro vi ascolti dovete pagare o in denaro sonante, o in preghiere, o con la fede. Colui che lo fa per professione vi ascolterà, è il suo lavoro, ma in questo non c’è sollievo durevole. Noi vogliamo aggravare noi stessi liberamente, spontaneamente, senza rimpianti poi. La purificazione della confessione non dipende da colui che ascolta, ma da colui che desidera aprire il suo cuore. Aprire il proprio cuore è importante, ed esso troverà qualcuno, magari un mendicante, col quale sfogarsi. I discorsi introspettivi non possono mai aprire il cuore; imprigionano, deprimono e sono del tutto inutili. Essere aperti vuol dire ascoltare, non soltanto noi stessi, ma ogni influenza, ogni movimento intorno a noi. Può o non può essere dato fare qualche cosa di tangibile intorno a quel che si sente, ma il solo fatto di essere aperti genera la sua propria azione. Questo ascoltare purifica il nostro cuore, lo monda delle cose della mente. Udir con la mente è far del pettegolezzo, e non c’è sollievo né per noi né per l’altro; è semplicemente una continuazione della pena, e ciò è stupido.

Senza fretta, la coppia stava venendo al punto.

«Siamo venuti a parlare del nostro problema. Siamo gelosi... non io, ma mia moglie lo è. Sebbene non fosse un tempo così apertamente gelosa come lo è oggi, ne ho sempre avuto un sentore. Non credo di averle mai dato la minima ragione di essere gelosa, ma lei sa trovare la ragione di esserlo.»

Credete che ci sia mai ragione di essere gelosi? C’è una causa della gelosia? E scomparirà la gelosia quando ne sia nota la causa? Non avete osservato che anche quando ne conoscete la causa, la gelosia continua? Non cerchiamo, per favore, la ragione, ma cerchiamo di comprendere che cosa sia la gelosia stessa. Come dite, uno potrebbe trovare quasi qualunque cosa di cui essere invidiosi; l’invidia è la cosa da comprendere e non l’oggetto o la causa di essa.

«La gelosia è in me da gran tempo. Non conoscevo molto bene mio marito, quando ci siamo sposati, e voi sapete come vanno queste cose; la gelosia s’insinuò a poco a poco, come del fumo in una cucina.»

La gelosia è uno dei modi di tenere l’uomo o la donna, non è vero? Più siamo gelosi, maggiore è il senso di possesso. Possedere qualcosa ci rende felici; chiamare qualcosa, anche un cane, esclusivamente nostro ci fa sentire caldi e confortevoli. Essere esclusivi nel nostro possesso ci dà sicurezza e padronanza di noi. Possedere qualcosa ci rende importanti; è questa importanza a cui ci aggrappiamo. Pensar di possedere, non una matita o una casa, ma un essere umano ci fa sentire forti e stranamente contenti. L’invidia non è a causa degli altri, ma a causa del valore, dell’importanza di noi stessi.

«Ma io non sono importante, io non sono nulla; mio marito è tutto quanto possiedo. Perfino i miei figli non contano.»

Tutti noi abbiamo una sola cosa a cui ci afferriamo, anche se assuma forme differenti. Voi vi aggrappate a vostro marito, altri ai figli ed altri ancora a qualche credo; ma l’intenzione è la stessa. Senza l’oggetto a cui aggrapparci, noi ci sentiamo così disperatamente smarriti, sconsolati, non è vero? Abbiamo paura di sentirci tutti soli. Questa paura è gelosia, odio, dolore. Non c’è molta differenza fra invidia e odio.

«Ma noi ci amiamo.»

Allora come potete essere gelosa? Noi non amiamo, e questo è il lato triste della cosa. Voi vi servite di vostro marito, come vostro marito si serve di voi, per essere felice, per avere un compagno, per non sentirvi sola; potete non possedere molto, ma almeno avete qualcuno col quale stare. Questo bisogno, questo uso reciproco, noi li chiamiamo amore.

«Ma tutto ciò è terribile»

Non è terribile, solo che noi non ci pensiamo mai. Lo definiamo terribile, gli diamo un nome e rapidamente volgiamo lo sguardo da un’altra parte... che è esattamente quanto state facendo.

«Lo so, ma non voglio guardare. Voglio continuare così come sono, anche se questo significa essere gelosa, perché non posso vedere nessun’altra cosa nella vita.»

Se vedeste qualche altra cosa, non sareste più gelosa di vostro marito, non vi pare? Ma vi aggrappereste a quell’altra cosa come ora vi aggrappate a vostro marito, così che sareste poi gelosa anche di quella. Voi volete trovare un succedaneo di vostro marito e non la liberazione dalla gelosia. Siamo tutti così: prima di abbandonare una cosa, vogliamo essere molto certi di un’altra. Quando siate del tutto incerta, allora soltanto non c’è luogo per l’invidia. C’è invidia quando vi sia certezza, quando sentiate di possedere qualche cosa. L’esclusivismo è questo sentimento di certezza; possedere è essere invidiosi. La proprietà genera l’odio. Noi realmente odiamo ciò che possediamo, la qual cosa appare nella gelosia. Dove c’è possesso, non può mai esservi amore; possedere è distruggere l’amore.

«Comincio a capire. Non ho mai realmente amato mio marito, non è vero? Comincio a vedere.»

E si mise a piangere.

57. Stima di sé

Ella era venuta con tre amici; erano tutti alacri e seri e avevano la dignità dell’intelligenza. Uno era pronto ad afferrare, un altro impaziente nella sua prontezza e il terzo ardente, ma il suo ardore non era sostenuto. Formavano un buon gruppo, perché tutti condividevano il problema della loro amica e nessuno offriva consigli o meditate opinioni. Tutti volevano aiutarla a fare qualunque cosa ella ritenesse giusto fare, non volevano agire soltanto secondo la tradizione, la pubblica opinione o l’inclinazione personale. La difficoltà era: che cosa era giusto fare? Ella stessa non ne era sicura, si sentiva turbata, confusa. Ma c’era la necessità di agire immediatamente; si doveva prendere una decisione, ed ella non poteva rimandare oltre. Si trattava di troncare una particolare relazione. Ella voleva essere libera, e questo, lo ripeté più volte.

C’era una gran pace nella stanza; la nervosa agitazione era caduta e desideravano tutti affrontare il problema senza aspettarsi un risultato, una definizione della cosa giusta da fare. Quel ch’era giusto fare sarebbe emerso, naturalmente e pienamente, a misura che il problema fosse stato posto. La scoperta del contenuto del problema era importante e non il risultato finale; perché qualunque risposta sarebbe stata soltanto un’altra conclusione, un’altra opinione, un altro consiglio, tutte cose che non avrebbero in nessun modo risolto il problema. Era il problema stesso che doveva essere capito, non come rispondere al problema o che cosa fare in merito ad esso. Il giusto modo di affrontare il problema contava, perché il problema stesso conteneva il giusto modo di agire.

Le acque del fiume danzavano, perché il sole aveva tracciato su di esse un sentiero di luce. Una vela bianca attraversava quel sentiero, ma la danza non ne era turbata. Era una danza di pura gioia. Gli alberi erano pieni di uccelli, che si rimbrottavano, si lisciavano le penne, volavano via solo per ritornare dopo un po’. Alcune scimmie strappavano via le foglioline tenere e se ne riempivano la bocca; il loro peso piegava i rami delicati in lunghe curve, ma le scimmie vi restavano attaccate leggere, senza paura. Con quanta agilità passavano da un ramo all’altro; sebbene saltassero, era un fluire unico, il volo e l’arrivo erano un solo movimento. Si accoccolavano con le code penzoloni e allungavano le braccia verso le foglie. Erano molto in alto e non badavano alla gente che passava sotto. A misura che scendevano le ombre della sera, i pappagalli arrivavano a centinaia ad appollaiarsi per la notte nel denso fogliame. La luna nuova era appena visibile. Lontanissimo, un treno fischiò, mentre attraversava il lungo ponte sulla curva del fiume. Il fiume era sacro e la gente veniva da grandi distanze per bagnarvisi, onde i suoi peccati avessero a purificarsi. Ogni fiume è adorabile e sacro, e la bellezza di questo era data dalla sua amplissima curva ad ansa e dalle isole di sabbia tra profonde distese d’acqua; e da quelle bianche vele silenti che risalivano e discendevano il fiume ogni giorno.

«Io voglio essere libera da una particolare relazione» – ella disse.

Che cosa intendete per essere libera? Quando dite io voglio essere libera» implicate che non siete libera. In che modo non siete libera?

«Sono libera fisicamente; sono libera di andare e venire, perché fisicamente non sono più moglie. Ma voglio essere libera completamente; non voglio avere più nulla a che fare con quella particolare persona.»

In che modo siete connessa a questa persona, se siete già libera fisicamente? Siete connessa a quell’uomo in qualche modo?

«Non lo so, ma nutro un profondo risentimento contro di lui. Non voglio avere nulla a che fare con lui.»

Volete essere libera, eppure avete del risentimento per lui? Allora non ve ne siete liberata. Perché avete questo risentimento contro di lui?

«Ho scoperto da poco quello che è veramente: la sua grettezza, la sua vera mancanza di amore, il suo completo egoismo. Non posso dirvi quale orrore abbia scoperto in lui. Pensare che ero gelosa di lui, che lo idolatravo, che mi sottomettevo a lui in ogni cosa! Trovarlo stupido e calcolatore quando lo credevo un marito ideale, tenero e affettuoso, mi ha colmata di risentimento nei suoi riguardi. Il solo pensiero di avere avuto dei rapporti con lui mi fa sentire sudicia. Voglio essere completamente libera di lui.»

Potete forse esservi fisicamente liberata di lui, ma fino a quando nutrirete del risentimento nei suoi riguardi, non sarete libera. Se lo odiate, siete legata a lui; se vi vergognate di lui, siete ancora asservita a lui. Siete irata con lui o con voi stessa? Egli è quello che è, perché essere arrabbiata con lui? Il vostro risentimento è davvero contro di lui? O, avendo visto ciò che egli è, vi vergognate di voi per esservi legata a ciò che egli è? Quel ch’è certo, è che siete risentita, ma non contro di lui, sibbene contro il vostro discernimento, contro le vostre stesse azioni. Vi vergognate di voi stessa. Ma non volendo riconoscerlo, condannate lui per quello che è. Appena vi siate resa conto del fatto che il vostro risentimento nei suoi riguardi non è che un’evasione dalla vostra romantica idolatria, allora egli scomparirà dalla scena. Voi non vi vergognate di lui, ma di voi stessa, per esservi legata a lui. È con voi stessa che siete arrabbiata, non con lui.

«Sì, è proprio così.»

Se realmente capite ciò, se veramente lo sperimentate come un fatto, allora siete libera di lui. Egli non è più oggetto della vostra avversione. L’odio vincola come l’amore.

«Ma come posso liberarmi della mia vergogna di me, della mia stupidità? Io vedo chiarissimamente che egli è quello che è, e che non lo posso condannare; ma come posso fare per liberarmi di questa vergogna, di questo risentimento, maturatosi lentamente in me ed esploso durante questa crisi? Come posso fare per cancellare il passato?»

Ma il vostro desiderio di cancellare il passato è più importante del sapere come cancellarlo. L’intenzione con cui affrontate il problema ha un significato maggiore del sapere quello che bisogna fare in proposito. Perché volete cancellare il ricordo del vostro legame?

«Detesto il ricordo di tutti quegli anni. È un ricordo che mi ha lasciato in bocca un gran cattivo sapore. Non è questa una ragione sufficientemente valida?»

Non del tutto, vi pare? Perché volete cancellare il ricordo di quello che è stato? Non perché quel ricordo vi lascia in bocca un sapore cattivo. Anche se vi fosse dato il modo di cancellare il passato, potreste ancora impaniarvi in azioni di cui dovreste vergognarvi. Il semplice cancellare ricordi spiacevoli non risolve il problema, non vi pare?

«Credevo di sì; ma qual è il problema allora? Non lo state forse rendendo più complesso di quanto sia necessario? È già abbastanza complicato, almeno la mia vita lo è. Perché aggravarla di un altro fardello?»

La stiamo aggravando di un altro fardello, o stiamo cercando di comprendere ciò che è e liberarcene? Abbiate un po’ di pazienza, ve ne prego. Qual è lo stimolo che vi spinge a cancellare il passato? Può essere sgradevole, ma perché volete cancellarlo? Voi avete di voi stessa una certa idea, una certa immagine che questi ricordi contraddicono, e così volete liberarvene. Voi avete una certa stima dì voi, non è vero?

«Certo, diversamente...»

Noi tutti ci poniamo a vari livelli e non facciamo che cadere continuamente da queste altezze. È delle cadute che ci vergogniamo. La stima di noi stessi è la causa della nostra vergogna, della nostra caduta. È questa stima di sé che va capita, e non la caduta. Se non ci fosse il piedestallo su cui vi siete messa, come potrebbe esserci caduta? Perché vi siete issata su un piedestallo chiamato stima di sé, dignità umana, ideale, e così via? Se potete comprendere questo, allora non avrete più vergogna del passato; esso sarà completamente scomparso. Sarete ciò che siete senza il piedestallo. Se il piedestallo non c’è, se non c’è l’altezza che vi costringe a guardare in basso o verso l’alto, allora voi siete ciò che avete sempre evitato. È questo evitare ciò che è, ciò che voi siete, che genera confusione e antagonismo, vergogna e risentimento. Non avete bisogno di dire a me o a un altro quello che siete, ma dovete essere consapevole di ciò che siete, qualunque cosa siate, bella o brutta: vivere con essa, senza giustificarla o resisterle. Vivere con essa senza darle un nome; perché il termine stesso è condanna o identificazione. Vivere con essa senza paura, perché la paura previene la comunione, e senza comunione voi non potete vivere con essa. Essere in comunione è amare. Senza amore, non potete cancellare il passato; con l’amore non c’è passato. Amate, e il tempo non è.

58. Paura

Ella aveva viaggiato molto, fatto quasi il giro del mondo. C’era, in lei, un’espressione diffidente, un modo di fare guardingo, un tentativo di aprirsi che subito si richiudeva al minimo accenno d’indagine indiscreta. Non era timida; ma aliena, sebbene non consciamente, dal rivelare il suo stato interiore. Tuttavia desiderava parlare di sé e dei suoi problemi e aveva fatto tutta quella strada proprio a quello scopo. Esitava, incerta delle sue parole, sdegnosa e insieme desiderosa di parlare di sé. Aveva letto molte opere di psicologia e sebbene non si fosse mai sottoposta a un esame psicanalitico, era del tutto in grado di analizzare se stessa; disse, infatti, che fin dall’adolescenza soleva analizzare i suoi pensieri e i suoi sentimenti.

Perché vi interessa tanto analizzare voi stessa?

«Non lo so, ma ho sempre fatto così da quanto posso ricordare.»

L’analisi è un modo di proteggervi contro voi stessa, contro scoppi emotivi e relativi pentimenti?

«Sono certissima che e per questo che analizzo, interrogo di continuo. Non voglio restare impigliata in tutta quella confusione che mi circonda, tanto personale quanto generale. È troppo repellente ed io voglio starne lontana. Vedo ora che mi sono servita della psicanalisi come d’un mezzo per conservarmi intatta, per non restare impigliata nelle perturbazioni sociali e familiari.»

E siete riuscita a non lasciarvi irretire?

«Non ne sono del tutto sicura. Vi sono riuscita in alcune direzioni, ma in altre non credo di esserne stata in grado. Parlando di tutto questo, mi accorgo della cosa straordinaria che ho fatto. Non ho mai visto tutto ciò tanto chiaramente prima d’ora.»

Perché vi proteggete con tanta accortezza, e da che cosa vi proteggete? Voi dite, mi difendo da tutta la confusione che mi circonda; ma che cosa, in questa confusione, c’è contro di voi, da cui dobbiate proteggervi? È una confusione, e voi la vedete chiaramente come tale, quindi non avete bisogno di guardarvi da essa. Ci si guarda solo da qualche cosa quando c’è paura e non c’è comprensione. Per cui, di che cosa avete paura?

«Non mi sembra di avere paura; semplicemente non voglio incappare nelle miserie dell’esistenza. Ho una professione che mi dà da vivere, ma voglio essere libera da tutti gli altri pasticci, e credo di esserlo.»

Se non avete paura, allora perché offrite resistenza alle complicazioni? Si resiste a qualcosa solo quando non si sa come affrontarlo. Se sapete come un motore funziona, siete libera di quel motore; se qualcosa in esso non va, voi potete rimetterlo a posto. Opponiamo resistenza a ciò che non comprendiamo: alla confusione, al male, all’infelicità, solo quando non ne conosciamo la struttura, il modo in cui sono fatti. Voi opponete resistenza alla confusione, perché non ne conoscete la struttura, o la costruzione. Perché non le conoscete?

«Ma io non ho mai pensato a tutto ciò da questo punto di vista.»

È solo quando siete in diretto rapporto con la struttura della confusione che potete sapere come funzioni il suo meccanismo.

È solo quando cè comunione fra due persone che esse si comprendono a vicenda; se oppongono resistenza l’una all’altra, non c’è comprensione. Comunione o rapporto possono esistere solo quando non ci sia paura.

«Capisco quello che volete dire.»

Allora di che cosa avete paura?

«Che cosa intendete per paura?»

La paura può esistere solo nel rapporto; la paura non può esistere di per sé, nell’isolamento. Non c’è una cosa come la paura astratta; c’è la paura del cognito o dell’ignoto, paura di ciò che uno ha fatto e paura di ciò che uno può fare; paura del passato o del futuro. Il rapporto tra ciò che uno è e ciò che uno desidera di essere causa la paura. La paura sorge quando s’interpreta il fatto di ciò che si è in termini di ricompensa e di punizione. La paura viene con la responsabilità e il desiderio di essere liberi di essa. C’è paura nel contrasto fra dolore e piacere. La paura esiste nel conflitto degli opposti. L’adorazione del successo genera la paura del fallimento. La paura è il processo della mente nella lotta per divenire. Nel divenire buoni, cè la paura del male; nel divenire completi, c’è la paura della solitudine; nel divenire grandi c’è la paura di essere piccini. Il confronto non è comprensione; è stimolato dalla paura dell’ignoto in rapporto al cognito. La paura é l’incertezza in cerca di sicurezza.

Lo sforzo di divenire e il principio della paura, la paura di essere o di non essere. La mente, che è il residuo dell’esperienza, ha sempre paura di ciò che non ha nome, della sfida. La mente, che è nome, parola, ricordo, può funzionare soltanto entro il campo del cognito; e l’incognito, che è la sfida di momento in momento, è ostacolato o tradotto dalla mente in termini del cognito. Questa resistenza o traduzione della sfida è paura; perché la mente non può avere comunicazione con l’incognito; il cognito non può comunicare con l’incognito; il cognito deve cessare perché sia l’incognito.

La mente è la creatrice della paura; e quando essa analizza la paura, cercandone la causa per esserne libera, la mente non fa che isolarsi ulteriormente, accrescendo così la paura. Quando ricorrete all’analisi per opporre resistenza alla confusione, accrescete il potere della resistenza; e la resistenza della confusione non fa che aumentare la paura di essa, la qual cosa impedisce la libertà. Nella comunione c’è la libertà, ma non nella paura.

59. «Come posso amare?»

Eravamo in alto sul fianco della montagna dominante la vallata, e il largo torrente era un nastro d’argento nel sole. Qua e là il sole trapelava attraverso il denso fogliame e l’aria profumata per i molti fiori. Era una mattina deliziosa e la rugiada indugiava densa sul terreno. La brezza odorosa aleggiava nella valle, portando il rumore lontano della gente, uno squillar di campane e, ogni tanto, il richiamo per l’abbeverata. Nella valle il fumo saliva verticalmente e la brezza non era abbastanza forte da disperderlo. La colonna di fumo era bella a vedersi; sorgeva dal fondo della valle e cercava di raggiungere gli stessi vertici del cielo, come quell’antichissimo pino. Un grosso scoiattolo nero, che fino a quel momento era stato occupato a rimbrottarci, finalmente cedette e scese giù per l’albero a indagare meglio, e poi, parzialmente soddisfatto, si allontanò saltellando. Una piccola nube si stava formando, ma diversamente il cielo era limpido, d’un azzurro tenero, pallido.

Egli non aveva occhi per tutto questo. Era consumato dal suo problema immediato, come già da altri problemi in passato. I problemi si spostavano per avvolgerlo completamente nella loro essenza. Egli era un uomo molto ricco; era magro e nervoso, ma dai modi affabili e il sorriso pronto. Stava guardando ora in fondo alla valle, ma quella intensa bellezza non lo toccava; il suo volto non si era addolcito, la sua fisionomia era ancor dura e decisa. Egli continuava a perseguire non il denaro, ma ciò ch’egli chiamava Dio. Egli parlava sempre d’amore e di Dio. N’era andato alla ricerca in lungo e in largo, e aveva avuto molti maestri; ed era ormai avanti negli anni e la ricerca si faceva sempre più intensa. Era venuto più volte a parlare di queste cose, ma c’era sempre in lui un’espressione di scaltrezza e di calcolo; soppesava continuamente quanto gli sarebbe costato trovare il suo Dio, quanto dispendioso sarebbe stato quel viaggio. Sapeva di non poter portare con sé ciò che aveva; ma avrebbe Potuto portare qualche altra cosa, domandava, una moneta che avesse corso là dove sarebbe andato? Era un uomo duro, e non c’era mai, in lui, un gesto di generosità, né del cuore né della mano. Esitava sempre quando si trattava di dare un po’ di più; era convinto che ognuno dovesse essere degno del compenso che gli dava, così come egli era stato degno. Ma quella mattina era là, a rivelare ulteriormente se stesso; ché c’erano guai nell’aria, fastidi seri si verificavano nella sua vita diversamente fortunata. La dea del successo non era del tutto con lui.

«Comincio a rendermi conto di ciò che sono» disse. «In tutti questi anni, sottilmente, mi sono opposto a voi, vi ho resistito. Voi parlate contro i ricchi, dite cose molto dure nei nostri riguardi, ed io mi sono molto irritato con voi; ma non sono stato capace di rendervi la pariglia, perché non posso raggiungervi. Ho tentato in mille modi diversi, ma non posso mettervi la mano sulla spalla. Ma che cosa volete che faccia? Dio volesse che non vi avessi mai ascoltato, che non vi fossi mai venuto vicino. Ora passo notti insonni, mentre prima dormivo sempre bene; faccio sogni torturanti, e prima non sognavo quasi mai. Ho avuto paura di voi, vi ho maledetto in silenzio... ma non posso tornare indietro. Che cosa devo fare? Non ho amici, come avete detto, e non posso comperarli, come facevo una volta... Sono troppo compromesso da quanto è accaduto. Forse posso essere vostro amico. Mi avete offerto aiuto, ed eccomi qua. Che cosa devo fare?»

Essere compromessi non è agevole; e uno si è poi compromesso? Si è poi aperto quell’armadio ch’era stato chiuso a chiave con tanta cura, dopo essere stato riempito di tutte quelle cose che non si vogliono vedere? Si vuole forse aprirlo e vedere che cosa c’è dentro?

«Lo voglio, ma come devo fare?»

Lo vogliamo realmente, o ci si gingilla soltanto con l’intenzione di farlo? Una volta che lo si sia aperto, per quanto piccolo. non lo si può richiudere. Lo sportello rimarrà sempre aperto; giorno e notte, il suo contenuto si spargerà fuori. Si può tentare di fuggire, come si fa sempre; ma esso sarà là, ad aspettare, a spiare. Lo si vuole veramente aprire?

«Lo voglio, naturalmente, è per questo che sono venuto. Debbo guardarlo in faccia, perché sto giungendo alla fine di ogni cosa. Che cosa devo fare?»

Aprire e guardare. Per accumulare ricchezze, uno deve essere crudele, avido, deve ferire; si deve essere spietati, scaltri calcolatori, insinceri, disonesti; ci deve essere la ricerca della potenza, quell’azione egocentrica che viene semplicemente velata da parole che suonano bene, come responsabilità, dovere, efficienza, diritti.

«Sì, tutto questo è vero, questo e altro. Non c’è stata considerazione per nessuno; gli atteggiamenti religiosi non sono stati che maschere di rispettabilità. Ora che ci rifletto, mi avvedo che ogni cosa gravitava intorno a me. Io ero il centro, sebbene fingessi di non esserlo. Mi avvedo di tutto questo. Ma che cosa devo fare?»

Innanzi tutto, bisogna riconoscere le cose per quello che sono. Ma al di là di tutto questo, come si possono cancellare queste cose, se non c’è affetto, non amore, se non c’è quella fiamma senza fumo? È questa fiamma sola che dissolverà il contenuto dell’armadio, e null’altro; nessuna analisi, nessun sacrificio, nessuna rinuncia può riuscirvi. Quando c’è questa fiamma, allora non ci sarà più sacrificio, non ci sarà più rinuncia; allora v’imbatterete nella bufera senza averla attesa.

«Ma come posso amare? Sodi non provare nessun calore per il mio prossimo; sono stato spietato, e non è con me chi dovrebbe essere con me. Sono quanto mai solo, e come posso fare per conoscere l’amore? Non sono così sciocco da credere di poterlo fare mediante un atto consapevole, comperarlo con qualche sacrificio, con un atto di abnegazione. Sodi non avere mai amato, e vedo che se avessi amato, non sarei ora in questa situazione. Che cosa devo fare? Devo cedere le mie proprietà, le mie ricchezze?»

Se vi accorgete che il giardino che avete tanto accuratamente coltivato non ha prodotto che piante venefiche, dovrete sradicarle tutte: dovrete abbattere le muraglie che vi hanno protetto. Potete o non potete farlo, perché avete vasti giardini, abilmente cintati e ben custoditi. Vi riuscirete soltanto quando non ci sarà più baratto; ma bisognerà farlo, perché morire ricchi significa aver vissuto invano. Ma, oltre a ciò, ci deve essere la fiamma che purifica la mente e il cuore e rende nuove tutte le cose. Quella fiamma non è della mente, non è cosa che si possa coltivare. La parvenza della gentilezza può essere fatta lucente, ma non è la fiamma; l’attività chiamata servigio, sebbene benefica e necessaria, non è amore; la disciplinata tolleranza, messa sempre in pratica, la pietà coltivata in seno alla chiesa e al tempio, le parole gentili, i modi affabili, l’adorazione del salvatore, dell’immagine, dell’ideale... nessuna di queste cose è amore.

«Ho ascoltato e osservato e mi rendo conto del fatto che non cè amore in nessuna di queste cose. Ma il mio cuore è vuoto, e come devo colmarlo? Che cosa devo fare?»

L’attaccamento nega l’amore. L’amore non si trova nella sofferenza; per forte che sia, la gelosia non può catturare l’amore. La sensazione e i suoi piaceri vengono sempre ad una fine; ma l’amore è inesauribile.

«Queste non sono che parole per me. Muoio di fame: nutritemi.»

Per essere nutriti, ci deve essere la fame. Se siete affamato, troverete cibo. Avete fame o semplicemente siete ghiotto del sapore di qualche altro cibo? Se siete ghiotto, troverete ciò che vi piacerà; ma in breve verrà alla sua fine, e non sarà amore.

«Che cosa devo fare?»

Continuate a ripetere questa domanda. Che cosa dobbiate fare non è importante; ma è essenziale che sappiate che cosa state facendo. Vi preoccupate dell’azione futura e questo è un modo di evitare l’azione immediata. Voi non volete agire, e così continuate a chiedere che cosa dobbiate fare. Di nuovo vi mostrate calcolatore, ingannate voi stesso, vi illudete, e così il vostro cuore è vuoto. Volete colmarlo con le cose della mente; ma l’amore non è della mente. Lasciate che il vostro cuore sia vuoto. Non riempitelo di parole, di azioni della mente. Lasciate che il vostro cuore sia totalmente vuoto; solo allora sarà ricolmo.

60. La futilità dei risultati

Provenivano da diverse parti del mondo e s’era discusso dei problemi che riguardano la maggioranza di noi. È un bene discutere delle cose; ma le parole, i sottili argomenti e l’ampia cultura non consentono la liberazione da dolorosi problemi. Intelligenza e sapere possono, e spesso lo fanno, rivelare la loro futilità, e la scoperta della loro futilità rende la mente muta. In quel silenzio, viene la comprensione del problema; ma cercare quel silenzio significa generare un altro problema, un altro conflitto. Le spiegazioni, la scoperta delle cause, le dissezioni analitiche del problema non risolvono minimamente detto problema; perché esso non può essere risolto coi modi della mente. La mente può soltanto generare altri problemi. Essa può rifuggire dal problema attraverso spiegazioni, ideali, intenzioni; ma si faccia quel che si vuole, la mente non può liberarsi del problema. La mente stessa è il campo in cui problemi, conflitti prosperano e si moltiplicano. Il pensiero non può imporre il silenzio a se stesso; può ammantarsi d’una cappa di silenzio, ma questa non è che posa, dissimulazione. Il pensiero può uccidere se stesso con una azione disciplinata volta a un fine prefisso; ma la morte non è silenziosa. La morte è più vociferante della vita. Ogni moto della mente è un ostacolo al silenzio.

Dalle finestre aperte giungeva una confusione di suoni: le voci alte e litigiose del villaggio, una locomotiva che emetteva vapore, le grida dei fanciulli e le loro risate senza freno, il rombo di un autocarro che passava, il ronzio delle api, il richiamo stridulo dei corvi. E in mezzo a tutto quel rumore, un silenzio veniva insinuandosi nella stanza, non cercato e non invitato. Tra le parole e le discussioni, i malintesi e le diatribe, quel silenzio distendeva le ali. La caratteristica di quel silenzio non è la cessazione del rumore, del chiacchiericcio e della parola; per assorbire quel silenzio, la mente deve perdere la sua capacità di espandersi. Quel silenzio è libero d’ogni pressione, d’ogni conformità e di ogni sforzo; è inesauribile e pertanto sempre nuovo, sempre vergine. Ma la parola non è quel silenzio.

Perché mai cerchiamo sempre dei risultati, un fine? Perché mai la mente è sempre alla ricerca di una meta? E perché non dovrebbe perseguire una meta? Venendo qui non cerchiamo forse qualcosa, qualche esperienza, qualche gioia? Siamo stanchi, non ne possiamo più, delle molte cose con cui ci siamo gingillati; ci siamo distolti da esse, e ora vogliamo un nuovo balocco. Passiamo da una cosa all’altra, come una donna che va da una vetrina all’altra, per i suoi acquisti, finché non troviamo qualcosa che ci soddisfi del tutto; dopo di che ci mettiamo giù, a ristagnare. Siamo sempre dominati dalla brama di qualche cosa; e avendo gustato molte cose, che si sono rivelate insoddisfacenti all’estremo, vogliamo ora la cosa ultima: Dio, la verità, o quello che volete. Vogliamo un risultato, una nuova esperienza, una nuova sensazione, che duri nonostante tutto. Non vediamo mai la futilità del risultato, ma solo di un particolare risultato; e così vagabondiamo da un risultato all’altro, sperando sempre di giurare quello che ponga fine a ogni ricerca.

La ricerca del risultato, del successo, limita, imprigiona; giunge sempre alla sua fine. Ottenere è un processo conclusivo. Arrivare è morire. Eppure è proprio questo che cerchiamo, non è vero? Cerchiamo la morte, ma la chiamiamo risultato, meta, scopo. Noi vogliamo arrivare. Siamo stanchi di questa lotta interminabile e vogliamo arrivare là, un «là» posto a qualunque livello. Non vediamo lo spreco deleterio di questa lotta, ma il desiderio di liberarcene attraverso un risultato. Non vediamo la verità della lotta, del conflitto, e pertanto li usiamo come mezzo per ottenere ciò che vogliamo, la cosa più soddisfacente; e ciò che è più soddisfacente è determinato dall’intensità del nostro scontento. Questo desiderio del risultato finisce sempre con un guadagno; ma noi vogliamo un risultato che non abbia mai fine. Così, qual è il nostro problema? Quello di come liberarci dalla brama di risultati, non è vero?

«Credo che sia questo. Lo stesso desiderio di essere liberi. E anche un desiderio di risultati, non è così?»

Finiremo col restare del tutto impaniati, se perseguiamo questa linea di condotta. È che non possiamo vedere la futilità del risultato, a qualunque livello noi lo poniamo? È questo il nostro problema? Cerchiamo di vedere chiaramente il nostro problema e forse saremo capaci di comprenderlo. Si tratta forse di vedere la futilità di un risultato, eliminando così ogni desiderio di risultati? Se ci rendiamo conto dell’inutilità di una evasione, allora ogni evasione sarà vana. È questo il nostro problema? Certo, non è affatto questo, non è vero? Forse, possiamo affrontarlo in modo differente.

Non è forse anche l’esperienza un risultato? Se vogliamo liberarci dei risultati, dobbiamo anche liberarci dell’esperienza? Ché non è forse l’esperienza un esito, una conclusione?

«Conclusione di che cosa?»

Della sperimentazione. L’esperienza è il ricordo della sperimentazione, non è così? Quando la sperimentazione ha termine, c’è l’esperienza, il risultato. Mentre si sperimenta, non è esperienza; l’esperienza non è che il ricordo di avere sperimentato. A misura che lo stato di sperimentazione si dissolve, comincia l’esperienza. L’esperienza non fa che impedire sempre la sperimentazione, la vita vissuta. Risultati, esperienze, vengono alla loro fine; ma la sperimentazione è inesauribile. Quando l’inesauribile è impedito dalla memoria allora comincia la ricerca. La mente, il risultato, è sempre alla ricerca d’un fine, d’uno scopo, e questo è la morte. La morte non c’è quando non c’è lo sperimentatore. Soltanto allora c’è l’inesauribile.

61. Il desiderio di felicità

L’albero solitario in mezzo al gran prato verde era il centro del piccolo mondo che comprendeva il bosco, la casa e il laghetto; l’intera zona circostante sembrava confluire verso l’albero, che era alto e largamente fronzuto. Doveva essere molto antico, ma aveva una freschezza intorno a sé, come se fosse appena venuto al mondo; non c’erano quasi rami morti e le sue foglie erano immacolate, rilucenti al sole del mattino. Poi ch’era tutto solo, le cose sembravano voler venire a lui. Daini e fagiani, conigli e bovini si raccoglievano nella sua ombra, specialmente a mezzogiorno. La simmetrica bellezza di quell’albero dava una forma al cielo, e nella luce del primo mattino l’albero pareva la sola cosa che fosse viva. Dai boschi, l’albero sembrava lontanissimo; ma dall’albero, i boschi, la casa e perfino il cielo sembravano vicini: sembrava a volte di poter toccare con la mano le nuvole che passavano.

Eravamo seduti sotto l’albero già da qualche tempo, quando l’uomo si unì a noi. Lo interessava seriamente la meditazione e disse che la praticava già da molti anni. Non seguiva nessuna particolare corrente di pensiero e sebbene avesse letto molti mistici cristiani si sentiva più attratto dalle meditazioni e dalle discipline dei santi indù e buddisti. S’era accorto presto, continuò, dell’immaturità dell’ascetismo, col suo fascino peculiare e la coltivazione del potere attraverso l’astinenza, e fin dal principio aveva evitato ogni estremo. Aveva tuttavia praticato la disciplina, un continuo autocontrollo, ed era risoluto ad attingere ciò che si trova nella meditazione e al di là di essa. Aveva condotto quella che si considera una vita rigidamente morale, ma questo non era che un elemento secondario, né l’uomo era attratto dalle vie del mondo. S’era un tempo dilettato delle cose mondane, ma il gioco era finito ormai da alcuni anni. Svolgeva una sua attività, ma anche questa aveva un valore del tutto secondario.

Il fine della meditazione è la meditazione stessa. La ricerca di qualche cosa attraverso e oltre la meditazione è fine a se stessa; e tutto ciò che si ottiene viene perduto di nuovo. La ricerca di un risultato è la continuazione della proiezione dell’io: il risultato, per elevato che sia, è la proiezione del desiderio. La meditazione come mezzo di giungere, di ottenere, di scoprire dà soltanto forza a colui che medita. Colui che medita è la meditazione; la meditazione èla comprensione di colui che medita.

«Io medito per trovare l’ultima realtà, o per consentire a questa realtà di manifestarsi. Non è esattamente un risultato quello che cerco, ma quello stato di beatitudine che talvolta si prova. È là; e come un uomo assetato non desidera altro che dell’acqua, io voglio quell’inesprimibile felicità. È una beatitudine infinitamente più grande di qualunque gioia ed io la perseguo come il mio più ardente desiderio.»

Cioè a dire, voi meditate per ottenere ciò che vi preme. Per avere ciò che desiderate, vi disciplinate rigidamente, seguite certe norme e certe regole; stabilite un piano e lo seguite per avere ciò che sta alla fine di questo piano. Sperate di raggiungere certi risultati, certi stadi ben definiti, secondo la persistenza del vostro sforzo e, progressivamente, sperimentate una gioia sempre più grande. Questo piano ben predisposto vi garantisce il risultato finale. Così la vostra meditazione è una faccenda ben calcolata, non è vero?

«Se lo mettete in questi termini, ciò pare, superficialmente parlando, abbastanza assurdo; ma, se lo si consideri più profondamente, che cosa ha in sé di errato? Che cosa c’è di male, essenzialmente, nella ricerca di quella beatitudine? Suppongo che mi occorra un risultato per tutti i miei sforzi; ma perché non lo si dovrebbe volere?»

Questo desiderio di beatitudine implica che la beatitudine è qualche cosa di finale, di perpetuo, non è vero? Ogni altro risultato è stato insoddisfacente; uno ha seguito ardentemente mete mondane e ne ha visto la natura transeunte, ed ora si vuole quello stato perenne, un fine che non abbia fine. La mente cerca un rifugio definitivo e imperituro; e pertanto si disciplina e si allena, pratica certe virtù per ottenere ciò che vuole. Può forse avere una volta sperimentato quella beatitudine ed ora la insegue affannosa. Come altri che perseguono risultati, voi perseguite il vostro, soltanto lo avete posto a un livello differente; potete definirlo più elevato, ma ciò non ha importanza. Un risultato significa una conclusione; l’arrivo implica un altro sforzo per divenire. La mente non è mai in riposo, è sempre tesa nello sforzo, sempre intenta a conseguire, a ottenere e, naturalmente, sempre in preda alla paura di perdere. Questo processo si chiama meditazione. Può una mente impigliata in un interminabile divenire essere consapevole della beatitudine? Può una mente che si sia imposta una disciplina essere mai libera di ricevere quella beatitudine? Attraverso lo sforzo e la lotta, attraverso la resistenza e l’abnegazione, la mente si rende insensibile; e può una mente siffatta essere aperta e vulnerabile? Attraverso il desiderio di quella beatitudine non vi siete costruito un muro intorno, un muro che l’imponderabile, l’incognito non possono penetrare? Non vi siete forse escluso efficacemente dal nuovo? Col vecchio vi siete fatto una strada per il nuovo; e può il nuovo essere contenuto nel vecchio?

La mente non può mai creare il nuovo; la mente stessa è un risultato e tutti i risultati sono il prodotto del vecchio. I risultati non possono mai essere nuovi; il perseguimento di un risultato non può mai essere spontaneo; ciò che è libero non può perseguire un fine. La meta, l’ideale, è sempre una proiezione della mente, e certo questa non è meditazione. La meditazione è liberazione di colui che medita; soltanto nella libertà c’è scoperta, sensibilità a ricevere. Senza libertà non può esservi beatitudine; ma la libertà non viene attraverso la disciplina. La disciplina crea il modello della libertà, ma il modello non è la libertà. Il modello deve essere infranto perché la libertà sia. La rottura del calco è la meditazione. Ma questa rottura del calco non è una meta, un ideale. Il modello è rotto di momento in momento. Il momento infranto è il momento dimenticato. È il momento ricordato che dà forma al calco e soltanto allora il creatore del calco viene in essere, il creatore di tutti i problemi, conflitti e miserie.

La meditazione è liberazione da parte della mente dei suoi stessi pensieri a qualunque livello. Il pensiero crea colui che pensa. Colui che pensa non è distinto dal pensiero; essi rappresentano un processo unitario, non due processi distinti. I processi separati portano soltanto all’ignoranza e all’illusione. Colui che medita èla meditazione. Allora la mente è sola, non resa sola; è dente, non resa silente. Solamente a chi è solo può venire ciò che è senza causa, solamente per chi è solo c’è beatitudine.

62. Pensiero e coscienza

Tutte le cose si stavano ritraendo in se stesse. Gli alberi si chiudevano nel loro proprio essere; gli uccelli piegavano le ali per ripensare ai vagabondaggi della loro giornata; il fiume aveva perso il suo bagliore e le acque non danzavano più, se ne stavano quiete e chiuse. Le montagne si levavano distanti, inavvicinabili, e l’uomo s’era ritirato nella sua casa. La notte era scesa e cera il silenzio della solitudine. Non c’era comunione; ogni cosa s’era chiusa in sé, s’era posta in disparte. Il fiore, il suono, la favella: tutto era al riparo, invulnerabile. Si udivano delle risa, ma erano isolate e lontane; il parlare soffocato e dall’interno. Solo le stelle erano invitanti, aperte, volte a comunicare; ma esse pure erano lontanissime.

Il pensiero è sempre una risposta esterna, non può mai rispondere nel profondo. Il pensiero è sempre l’esterno; il pensiero è sempre un effetto e pensare è la riconciliazione degli effetti. Il pensiero è sempre superficiale, sebbene possa porsi a livelli differenti. Il pensiero non può mai penetrare il profondo, l’implicito. Il pensiero non può andare al di là di se stesso ed ogni tentativo di fare ciò è la sua propria frustrazione.

«Che cosa intendete per pensiero?»

Il pensiero è risposta a ogni sfida; il pensiero non è agire, né fare. Il pensiero è un esito, il risultato di un risultato; è il risultato della memoria. La memoria è pensiero, e il pensiero la verbalizzazione della memoria. La memoria è esperienza. Il processo del pensare è il processo consapevole, processo tanto palese quanto nascosto. L’intero processo del pensiero è coscienza; il livello superficiale e quello dormiente, il livello superiore e quello profondo sono tutti parte della memoria, dell’esperienza. Il pensiero non è indipendente. Non c’è pensiero indipendente: «l’indipendenza di pensiero» è una contraddizione in termini. Il pensiero, essendo un risultato, si oppone o concorda, confronta o adatta, condanna o giustifica, e pertanto non può mai essere libero. Un risultato non può mai essere libero; può deformare. manipolare, vagare, spingersi a una certa distanza, ma non può liberarsi dei propri ormeggi. Il pensiero è ancorato alla memoria e non può mai essere libero di scoprire la verità di un problema.

«Volete dunque dire che il pensiero non ha valore alcuno?»

Ha valore nella riconciliazione degli effetti, ma non ha valore in sé come mezzo di azione. L’azione è rivoluzione, non la riconciliazione degli effetti. L’azione liberata dal pensiero, dall’idea, dal credo non è mai in un modello. Ci può essere attività in seno al modello, e questa attività è o violenta, sanguinosa, o l’opposto; ma non è azione. L’opposto non è azione, è una continuazione modificata dell’attività. L’opposto si trova ancora nel campo del risultato e nel perseguire l’opposto il pensiero s’impiglia nella rete delle sue stesse risposte. L’azione non è il risultato del pensiero; non ha rapporto col pensiero. Il pensiero, il risultato non possono mai creare il nuovo; il nuovo nasce da momento a momento, e il pensiero è sempre il vecchio, il passato, il condizionato. Ha valore, ma non libertà. Ogni valore è limitazione, vincola. Il pensiero vincola, perché è accarezzato.

«Che rapporto c’è tra coscienza e pensiero?»

Non sono forse la stessa cosa? C’è qualche differenza tra pensare ed essere coscienti? Il pensiero è una risposta; e l’essere coscienti non è anche una risposta? Quando uno è cosciente di quella sedia, ciò è una risposta a uno stimolo; e il pensiero non è la reazione della memoria a una sfida? È questa reazione che noi chiamiamo esperienza. Sperimentazione è sfida e reazione alla sfida; e questa sperimentazione, insieme col fatto di nominarla e registrarla, questo processo totale, a livelli differenti, è coscienza, non vi pare? L’esperienza è il risultato, l’esito della sperimentazione. Al risultato vien dato un termine; il termine stesso è una conclusione, una delle molte conclusioni che costituiscono la memoria. Questo processo conclusivo è la coscienza. La conclusione, il risultato è coscienza di sé. L’io è memoria, le molte conclusioni; e il pensiero è la risposta, la reazione della memoria. Il pensiero è sempre una conclusione; pensare è concludere, e pertanto il pensiero non può mai essere libero.

Il pensiero è sempre il superficiale, la conclusione. La coscienza è la registrazione del superficiale. Il superficiale separa se stesso in esterno ed interno, ma questa separazione non rende per nulla il pensiero meno superficiale.

«Ma non c’è qualcosa che si trova al di là del pensiero, al di là del tempo, qualcosa che non è creato dalla mente?»

O vi è stato parlato di codesto stato, ne avete letto, o ne avete fatta la sperimentazione. La sperimentazione di questo stato non può mai essere un’esperienza, un risultato; non può essere pensata; e se lo è, è una reminiscenza e non sperimentazione. Voi potete ripetere ciò che avete letto o udito, ma la parola non è l’oggetto in questione; e la parola, la stessa ripetizione, impedisce lo stato di sperimentazione. Quello stato di sperimentazione non può essere finché ci sia pensiero; il pensiero, il risultato, l’effetto, non possono mai conoscere lo stato di sperimentazione.

«Quindi come deve il pensiero cessare di essere?»

Con la percezione della verità che il pensiero, risultato del cognito, non può mai essere nello stato di sperimentazione. La sperimentazione è sempre il nuovo; il pensiero è sempre del vecchio. Una volta che abbiate percepito la verità di ciò saprete che la verità porta libertà – libertà dal pensiero, dal risultato. Allora è ciò che si trova al di là della coscienza, che non è né sonno né veglia e che non ha nome: è.

63. Abnegazione

Era piuttosto grasso e molto compiaciuto di sé. Era stato in prigione più d’una volta e battuto dalla polizia, ed ora era un uomo politico di larga rinomanza sulla via di diventare ministro. Partecipava a numerose riunioni politiche, sedendo senza dare nell’occhio, uno dei tanti; ma i tanti erano consci della sua presenza e lui della loro. Quando parlava, aveva la voce autoritaria della tribuna; gran parte del popolo guardava a lui, e la sua voce scendeva al loro livello. Sebbene fosse dei loro, s’era messo in disparte; era il grand’uomo politico, famoso e idoleggiato; ma lo sguardo che dal basso si levava su di lui si spingeva solo fino a un certo punto e non oltre. Ci si rendeva conto di tutto questo allorché la discussione ebbe inizio e c’era quella particolare atmosfera che si forma quando una figura ben nota si trova tra i presenti, un’atmosfera di sorpresa e di attesa, di cameratismo e di sospetto, di condiscendente alterigia e di piacere.

L’uomo era venuto con un amico e l’amico cominciò a spiegare chi egli fosse: quante volte fosse stato in carcere, le minacce che aveva subito e gli immensi sacrifici che aveva fatto per la causa della libertà del suo paese. Era stato ricco, completamente europeizzato, con una grande casa e giardini, molte automobili e così via. Mentre enumerava i meriti del grand’uomo, l’amico parlava con voce sempre più vibrante di rispetto e di ammirazione; ma c’era una corrente sottintesa, un pensiero che sembrava dire: «Può darsi ch’egli non sia tutto quello che dovrebbe essere, ma, in fin dei conti, consideriamo i sacrifici che ha fatto, questo è almeno qualche cosa». Lo stesso grand’uomo si mise a parlare di miglioramenti, di progressi nel campo idroelettrico, della prosperità che bisognava dare alla nazione, della minaccia rappresentata dal comunismo, di vasti progetti e grandi mete. L’uomo era dimenticato, ma i piani e le ideologie rimanevano.

La rinuncia a raggiungere un fine è un baratto; non c’è rinuncia, ma solo uno scambio. L’abnegazione è un’estensione dell’io. il sacrificio di sé è un raffinamento dell’io, e per sottile che l’io possa farsi, esso è ancora chiuso, meschino, limitato. La rinuncia a favore di una causa, per grande, vasta e importante che questa sia, è la sostituzione della causa con l’io; la causa, o l’idea, diviene l’io, il se stesso, il me e il mio. Il sacrificio consapevole è l’espansione dell’io, che cede allo scopo di ricostituirsi; il sacrificio consapevole è l’asserzione negativa dell’io. Rinunciare è .un’altra forma di acquisizione. Voi rinunciate a questo per ottenere quello. Questo è posto a un livello inferiore, quello superiore; e per ottenere il più alto rinunciate al più basso. In questo processo, non c’è rinuncia, ma solo il conseguimento di una soddisfazione più grande; e la ricerca di una soddisfazione maggiore non ha in sé elementi di sacrificio. Perché usare una parola dal suono virtuoso per un’attività conveniente alla quale indulgere? Voi «avete rinunciato» alla vostra posizione sociale per ottenere una differente specie di posizione e presumibilmente oggi l’avete ottenuta; così il vostro sacrificio vi ha fruttato la ricompensa desiderata. Alcuni vogliono la loro ricompensa in cielo, altri qui e ora.

«Questa ricompensa è venuta nel corso degli eventi, ma consciamente io non cercavo ricompense, quando mi associai per la prima volta al movimento.»

Il solo fatto di affiliarsi a un movimento popolare o impopolare ha già in sé la sua ricompensa, non vi pare? Uno può associarsi senza un consapevole desiderio di ricompensa, ma gli stimoli interiori che spingono un individuo ad associarsi sono complessi, e senza comprenderli è difficile dire che uno non ab­bia cercato delle ricompense. Certo, l’importante è comprendere questo stimolo alla rinuncia, al sacrificio, non è vero? Perché vogliamo rinunciare? Per rispondere, non dobbiamo prima trovare perché ci attacchiamo a qualcosa? È solo quando siamo attaccati a qualche cosa che parliamo di distacco; non ci sarebbe lotta per distaccarsi se non ci fosse attaccamento. Non ci sareb­be rinuncia se non ci fosse possesso. Noi possediamo e perciò rinunciamo per possedere qualche altra cosa. Questa rinuncia progressiva è considerata nobile ed edificante.

«Sì, questo è vero. Se non ci fosse possesso, naturalmente, non ci sarebbe bisogno di rinuncia.»

Così, la rinuncia, l’abnegazione, non è un gesto di grandezza, da essere lodato e imitato. Noi possediamo perché senza possesso non siamo. I possessi sono molti e diversi. Uno che non possegga beni mondani può essersi dedicato al sapere, alle idee; un altro può essersi dedicato alla virtù, un altro all’esperienza, un altro ancora alla rinomanza, alla fama, e così via. Senza possessi, l’io non è; l’io è il possesso, il corredo, la virtù, la rinomanza. Nella sua paura di non essere, la mente si attacca alla rino­manza, al corredo, al valore; e abbandonerà tutte queste cose per giungere a un livello più elevato: più si è in alto, più si sta bene, più si dura. La paura dell’incertezza, la paura di non essere, volge all’attaccamento, al possesso. Quando il possesso è insoddisfacente o doloroso, noi vi rinunciamo per un attaccamen­to più piacevole. L’ultimo possesso piacevole è la parola Dio, o il suo sostituto, la parola Stato.

«Ma è una cosa naturale temere di essere nulla. Mi sembra che voi proponiate che si debba amare di essere nulla.»

Finché tenterete di diventare qualche cosa, finché sarete pos­seduto da qualche cosa, ci sarà inevitabilmente conflitto, confu­sione e sempre maggior dolore. Voi potete pensare che proprio voi, nelle vostre vittorie e nei vostri successi, non resterete impi­gliato in questa crescente disintegrazione; ma non potete fug­girne, perché ne fate parte. Finché non sarete disposto ad essere niente, e infatti non lo siete, voi dovrete inevitabilmente generare dolore e antagonismo. L’essere disposti ad esser niente non è un fatto di rinuncia, d’imposizione, intimo o esterno, ma di vedere la verità di ciò che è. Vedere la verità di ciò che è porta la li­bertà dalla paura d’insicurezza, la paura che genera l’attaccamento e porta all’illusione del distacco, della rinuncia. L’amore di ciò che è è il principio della saggezza. L’amore soltanto parte­cipa, esso soltanto comunica; ma la rinuncia e l’abnegazione sono le vie dell’isolamento e dell’illusione.

64. La fiamma e il fumo

Aveva fatto caldo per tutto il giorno ed era un tormento essere fuori. Il riverbero della strada e dell’acqua, un riverbero spieta­to, penetrante, era reso più intenso dalle case bianche; e la ter­ra, ch’era stata verde, appariva ora d’un oro brillante, tutta riar­sa. Le piogge sarebbero cadute solo di là a parecchi mesi. Il ruscello s’era seccato e non era più ormai che un nastro serpeg­giante e sabbioso. Qualche capo di bestiame pascolava all’om­bra degli alberi e il ragazzo che ne aveva la custodia se ne stava seduto in disparte, a gettar sassi e a cantare nella sua solitudine. Il villaggio si trovava a qualche miglio di distanza, ed egli era tutto solo; magro e malnutrito, ma allegro, le sue canzoni non erano poi troppo tristi.

Oltre la collina era la casa, e noi vi giungemmo quando il sole ormai tramontava. Dalla terrazza sul tetto si potevano vedere le verdi cime delle palme, che si stendevano in un’onda intermina­bile fino alle sabbie giallastre. Le palme spargevano un’ombra gialla e il loro verde era d’oro. Al di là del giallore delle sabbie, il verde grigio del mare. Onde bianche si affollavano sulla spiag­gia, ma le acque profonde erano tranquille. Le nuvole sopra il mare si venivano colorendo, sebbene il sole tramontasse molto lontano da loro. La stella della sera cominciava appena a spuntare. S’era levata una brezza abbastanza fresca, ma la terrazza sul tetto irradiava ancora calore. S’era raccolto un piccolo grup­po di persone e dovevano essere là in attesa da qualche tempo.

«Sono sposata e madre di parecchi figli, ma non ho mai sen­tito amore; tanto che comincio a chiedermi se esso sia mai esi­stito. Conosciamo sensazioni, passioni, eccitazioni e piaceri, ma mi domando se conosciamo l’amore. Diciamo spesso che ci amiamo, ma c’è sempre una riserva. Fisicamente possiamo non avere riserve, possiamo darci del tutto in un primo momento; ma anche allora c’è una riserva. Dare è un dono dei sensi, ma ciò che soltanto può dare non si desta, è lontanissimo. Ci trovia­mo e ci perdiamo nel fumo, ma quella non è la fiamma. Perché non abbiamo la fiamma? Perché la fiamma non brucia senza fumo. Mi chiedo se per caso non siamo diventati troppo scaltri, troppo consapevoli di avere quel profumo. Temo di essere trop­po istruita, troppo moderna e stupidamente superficiale. Nonostante le conversazioni intellettuali, ritengo di essere realmente ottusa.»

Ma si tratta proprio di ottusità? L’amore è forse un ideale lu­minoso, l’irraggiungibile che diviene raggiungibile solo se certe condizioni sono state adempiute? Ha uno il tempo di adempiere a tutte le sue condizioni? Parliamo di bellezza, ne scriviamo, la dipingiamo, la esprimiamo nelle danze, la predichiamo, ma non siamo belli, e non amiamo. Conosciamo soltanto le parole.

Essere aperti e vulnerabili è essere sensibili; dove c’è riserva, c’è insensibilità. Il vulnerabile è l’insicuro, il libero dal domani; l’aperto è l’implicito, l’incognito. Ciò che è aperto e vulnerabile è bello; ciò che è chiuso è ottuso e insensibile. L’ottusità, come l’intelligenza, è una forma di protezione dell’io. Apriamo questa porta, ma teniamo chiusa quella, perché vogliamo la frescura della brezza solo attraverso una particolare apertura. Non usciamo mai o apriamo tutte le porte e le finestre nello stesso tempo. La sensibilità non è cosa a cui si giunga nel tempo. L’ot­tuso non può mai divenire il sensibile; l’ottuso è sempre l’ottuso. La stupidità non può mai divenire intelligente. Il tentativo di divenire intelligente è stupido. Questa è una delle nostre diffi­coltà, non è vero? Noi cerchiamo sempre di diventare qualche cosa, e la stolidità rimane.

«Allora che cosa si deve fare?»

Non fate nulla, ma siate quello che siete, insensibile. Fare è evitare ciò che e, ed evitare ciò che è rappresenta la forma più grossolana di stupidità. Qualunque cosa faccia, la stupidità è sempre stupidità. L’insensibile non può divenire il sensibile; tutto ciò che può fare è di essere consapevole di quello che è, di lasciare che la storia di ciò che è si squaderni. Non interferite con l’insensibilità, perché quello che interferisce è l’insensibile, lo stupido. Porgete l’orecchio, e vi racconterà la sua storia; non traducete o agite, ma ascoltate senza interrompere o interpretare fino alla fine della storia. Allora soltanto vi sarà azione. Il fare non è importante, ma l’ascoltare.

Per dare, ci deve essere l’inesauribile. La negazione che dà è la paura di terminare e soltanto nel termine c’è l’inesauribile. Dare non è finire. Dare è dal molto o dal poco; e il molto o il po­co è illimitato, il fumo, il dare e il prendere. Il fumo è desiderio, come la gelosia, l’ira, la delusione; il fumo è la paura del tempo; il fumo è memoria, esperienza. Non c’è azione del dare, ma solo estensione del fumo. Negare, trattenere è inevitabile, perché non c’è nulla da dare. Dividere non è dare; la coscienza di dividote o di dare pone fine alla comunione. Il fumo non è la fiam­ma, ma noi lo scambiamo per la fiamma. Siate consci del fumo, quello che è, senza soffiar via il fumo per vedere la fiamma.

«È possibile avere quella fiamma, o è soltanto per i pochi?»

Se sia per i pochi o per i molti, non è questo il punto, non vi pare? Se noi seguiamo quel sentiero, esso potrà portare solo alla ignoranza e all’illusione. È alla fiamma che dobbiamo pensare. Potete avere quella fiamma, quella fiamma senza fumo? Scopritelo; osservate il fumo in silenzio, pazientemente. Non potete dissipare il fumo, perché voi siete il fumo. A misura che il fumo se ne andrà, verrà la fiamma. Questa fiamma è inesauribi­le. Tutto ha un principio e una fine, ogni cosa e presto consumata, logorata. Quando il cuore è vuoto delle cose della mente, e la mente è vuota di pensiero, allora c’è amore. Ciò che è vuoto è inesauribile.

La battaglia non è tra la fiamma e il fumo, ma tra le diverse reazioni in seno al fumo. La fiamma e il fumo non possono mai essere in conflitto tra loro. Per essere in conflitto, devono essere in rapporto; e come può esservi rapporto tra di loro? L’una è quando l’altro non è.

65. Occupazione della mente

Era una strada angusta, piuttosto affollata, ma senza eccessivo traffico. Quando un autobus o un’auto passavano, uno doveva farsi sul margine estremo, quasi nel rigagnolo. C’erano poche bottegucce e un piccolo tempio senza porte. Quel tempio era ec­cezionalmente pulito e vi si trovavano dei credenti del luogo, sebbene non in gran numero. Dalla parte d’una delle botteghe un ragazzo era seduto per terra, intento a fare ghirlande e mazzolini di fiori; doveva avere dodici o quattordici anni. Il filo si trovava in un vasetto pieno d’acqua e di fronte al ragazzo, sparsi in mucchietti su una stoffa bagnata, c’erano gelsomini, qual che rosa, fiorranci ed altri fiori. Con la corda in una mano, egli raccoglieva con l’altra diversi fiori e con un’abile e pronta torsione della corda essi erano legati e il mazzetto era fatto. Il ragazzo quasi non badava a ciò che facevano le sue mani; i suoi occhi seguivano le persone che passavano, sorridendo quando riconoscevano qualcuno, tornavano alle mani, ricominciavano a vagare qua e là. Dopo qualche tempo, un altro ragazzo si unì a lui, e cominciarono a parlare e a ridere, ma le mani del primo non sospesero mai un istante il loro lavoro. Ormai c’era tutto un mucchio di mazzetti di fiori davanti al ragazzo, ma era un po’ troppo presto per cominciare la vendita. Il ragazzo si fermò, si alzò e se ne andò, ma per ritornare con un altro ragazzo più piccolo, forse suo fratello. Quindi riprese il suo piacevole lavoro con lo stesso agio e la stessa rapidità. Ora la gente veniva a compenare, alla spicciolata o in gruppi. Dovevano essere suoi clienti regolari, perché c’era scambio di sorrisi e di qualche parola. Da quel momento egli non si mosse dal suo posto per più di un’ora. C’era la fragranza di molti fiori e noi ci sorridemmo.

La strada conduceva in un viottolo e il viottolo alla casa.

Come siamo vincolati al passato! Ma non siamo legati al passato: noi siamo il passato. E che cosa complicata è il passato, un sedimento sopra l’altro di ricordi non assimilati, ora cari ora penosi. Ci perseguita giorno e notte e a volte c’è un’irruzione, una frattura, attraverso la quale appare il chiaror della luce. Il passato è come un’ombra, che fa le cose monotone e stanche; in quell’ombra il presente perde la sua chiarezza, la sua freschezza e il domani è la continuazione dell’ombra. Il passato, il presente e il futuro sono legati insieme dal lungo filo della memoria; tutto questo mazzo è memoria, con poca fragranza. Il pensiero muove attraverso il presente in direzione del futuro e torna in dietro; come un animale irrequieto legato a un palo, si muove nei limiti del proprio raggio, per ampio o ridotto che sia, ma non è mai libero della sua ombra. Questo movimento è l’occupazione che ha la mente col passato, il presente e il futuro. La mente è l’occupazione. Se la mente non è occupata, cessa di esistere; la sua stessa occupazione è la sua esistenza. Si occupa d’insultare e lusingare, di Dio e di bere, di virtù e di passione, di opere e di espressione, di accumulare e di dare, è sempre tutta la stessa cosa; è sempre occupazione, preoccupazione, irrequie­tezza. Occuparsi di qualche cosa, di mobili o di Dio, è uno stato di grettezza, di superficialità.

L’occupazione dà alla mente la sensazione dell’attività, di essere viva. È per questo che la mente o accumula, o rinuncia; si alimenta di occupazione. La mente deve essere presa da qualche attività. Di quale attività si tratti non ha importanza; l’im­portante è che essa sia occupata e le occupazioni migliori hanno peso sociale. Occuparsi di qualche cosa è nella natura della mente e la sua attività deriva da questo. Occuparsi di Dio, dello Stato, del sapere è l’attività di una mente piccina. Occuparsi di qualcosa implica limitazione, e il Dio della mente è un dio picci­no, per alto che noi lo si veda. Senza occupazione, la mente non è, e la paura di non essere rende la mente irrequieta e attiva. Questa irrequieta attività ha l’apparenza della vita, ma non è vi­ta; porta sempre alla morte – una morte che è la stessa attività in un’altra forma.

Il sogno è un’altra occupazione della mente, un simbolo della sua irrequietezza. Sognare è la continuazione dello stato di coscienza, l’estensione di ciò che non è attivo durante le ore di veglia. L’attività della mente tanto superficiale quanto profon­da è basata sulla occupazione. Una mente siffatta non può essere conscia d’una fine se non come di un principio che si con­tinua; non può mai essere conscia della conclusione, ma solo di un risultato, e il risultato è perennemente continuo. La ricerca di un risultato è la ricerca della continuità. La mente, l’occupa­zione, non ha fine; e soltanto per quello che finisce può esserci il nuovo, soltanto per quello che muore può esserci vita. La morte dell’occupazione, della mente, è il principio del silenzio, del silenzio totale. Non c’è rapporto fra questo silenzio impon­derabile e l’attività della mente. Per avere rapporto, ci deve essere contatto, comunione; ma non c’è contatto tra il silenzio e la mente. La mente non può comunicare col silenzio; può avere contatto solo col suo stato di proiezione dell’io, che essa chia­ma silenzio. Ma questo silenzio non è silenzio, è semplicemen­te un’altra forma di occupazione. L’occupazione non è silenzio. C’è silenzio soltanto con la morte di quell’occuparsi del silenzio da parte della morte.

Il silenzio è al di là del sogno, al di là delle occupazioni della mente profonda. La mente profonda è un residuo, il residuo del passato, aperto o nascosto. Questo passato residuale non può sperimentare il silenzio; può sognarne, come fa spesso, ma il sogno non è il reale. Il sogno è spesso scambiato per il reale, ma il sogno e il sognatore sono l’occupazione della mente. La mente è un processo totale e non una parte esclusiva. Il processo totale dell’attività, residua e acquisitiva, non può comunicare con quel silenzio che è inesauribile.

66. Cessazione del pensiero

Era un dotto, molto versato in letteratura antica e amava citare gli antichi, per dare un tocco finale ai suoi propri pensieri. Veniva fatto di chiedersi se avesse realmente pensieri indipendenti dai libri. Naturalmente, non c’è pensiero indipendente; ogni pensiero è dipendente, condizionato. Il pensiero è la verbalizzazione delle influenze. Pensare è essere dipendenti; il pensiero non può mai essere libero. Ma quell’uomo era tutto preso dalla cultura; era gravido di sapere e lo portava con orgoglio. Cominciò a parlare direttamente in sanscrito e fu molto sorpreso e in certo qual modo scandalizzato nello scoprire che il sanscrito non era capito. Non riusciva a crederlo.

«Ciò che dite nelle vostre conferenze mostra che o avete letto estesamente in sanscrito o avete studiato le traduzioni di alcuni tra i grandi maestri», egli disse. Quando dovette constatare che non era così e che non c’erano state letture di opere religiose, filosofiche o psicologiche, si mostrò apertamente incredulo.

È strano quanta importanza diamo alla parola stampata, ai cosiddetti libri sacri. I dotti, come i profani, sono grammofoni: continuano a ripetere, per quanto spesso i dischi possano essere cambiati. Sta loro a cuore il sapere e non la sperimentazione. Il sapere è un ostacolo alla sperimentazione. Ma il sapere è un porto sicuro, il rifugio di una minoranza; e poi che gli ignoranti sono impressionati dal sapere, il sapiente è rispettato e onorato. Il sapere è come un vizio, come il vizio dell’alcool; il sapere non porta la comprensione. Il sapere può essere insegnato, ma non la saggezza; ci deve essere liberazione dal sapere per l’avvento della saggezza. Il sapere non è la moneta di acquisto della saggezza; ma l’uomo che è entrato nel rifugio del sapere non se ne avventura fuori, perché la parola nutre il suo pensiero ed egli trae godimento dal pensare. Il pensiero è un impedimento alla sperimentazione; e non c’è saggezza senza sperimentazione. Il sapere, l’idea, il credo sbarrano la via alla saggezza.

Una mente occupata non è libera, spontanea, e soltanto nella spontaneità può esserci la scoperta. Una mente occupata è chiusa in se stessa; è inavvicinabile, non vulnerabile e in ciò sta la sua sicurezza. Il pensiero, per la sua stessa struttura, è autoisolante; non può essere fatto vulnerabile. Il pensiero non può essere spontaneo, non può mai essere libero. Il pensiero è la continuazione del passato, e ciò che continua non può essere libero. C’è libertà soltanto nella terminazione.

Una mente occupata crea ciò su cui lavora. Può produrre il caro a buoi o l’aeroplano a reazione. Possiamo credere di essere stupidi e pensandolo siamo stupidi. Possiamo pensare di essere Dio e siamo la nostra stessa concezione: «Io sono Ciò che è».

«Ma, certo, è meglio occuparsi delle cose di Dio che non di quelle mondane, non vi pare?»

Noi siamo ciò che pensiamo; ma è la comprensione del processo del pensiero che è importante e non ciò che noi pensiamo. Che noi pensiamo a Dio, o a un bicchiere di vino, non è importante; ognuno ha il suo effetto particolare, ma in entrambi i casi il pensiero è occupato dalle sue stesse proiezioni. Idee, ideali, fini e così via, sono tutti proiezioni o estensioni del pensiero. Occuparsi delle proprie proiezioni, a qualunque livello, è adorare l’io. Il Se Stesso, con la S maiuscola, è ancora una proiezione del pensiero. Quale che sia il pensiero di cui ci si occupa, quello è; e ciò che è non è altro che pensiero. Ecco perché è importante comprendere il processo del pensiero.

Il pensiero è la risposta alla sfida, no? Senza sfida, non c’è pensiero. Il processo della sfida e della reazione alla sfida è l’esperienza; e l’esperienza verbalizzata è pensiero. L’esperienza è non soltanto del passato, ma anche del passato in congiunzione col presente; è il conscio e insieme il nascosto. Questo residuo dell’esperienza è la memoria, l’influenza; e la risposta della memoria, del passato, è il pensiero.

«Ma questo è tutto ciò che riguarda il pensiero? Non ci sono Profondità maggiori per il pensiero che non le semplici risposte della memoria?»

Il pensiero può porsi, e si pone, a livelli differenti, lo stupido e il profondo, il nobile e l’indegno; ma è sempre pensiero, non vi pare? Il Dio del pensiero è ancora della mente, della parola. Il pensiero di Dio non è Dio, è semplicemente la risposta della memoria. La memoria dura a lungo e così può apparire profonda; ma per la sua stessa struttura non può mai essere profonda. La memoria può essere nascosta, non immediatamente visibile, ma ciò non la rende profonda. Il pensiero non può mai essere profondo, o qualcosa più di ciò che è. Il pensiero può dare a se stesso un più alto valore, ma rimane pensiero. Quando la mente è occupata con le sue proprie proiezioni, non è andata al di là del pensiero, ha assunto soltanto una nuova parte, una posa nuova; sotto quel mantello è ancora pensiero.

«Ma come si può andare al di là del pensiero?»

Non è questo il punto, non vi pare? Non si può andare al di là del pensiero, perché l»‘agente», l’autore dello sforzo, è il risultato del pensiero. Nella scoperta del processo del pensiero, che è conoscenza dell’io, la verità di ciò che è pone fine al processo del pensiero. La verità di ciò che è non si trova in nessun libro, antico o moderno. Quella che si trova è la parola, non la verità.

«Allora come trovare la verità?»

Non si può trovarla. Lo sforzo di trovare la verità porta in essere un fine proiettato dall’io; e questo fine non è la verità. Un risultato non è la verità; il risultato è la continuazione del pensiero, esteso o proiettato. Solo quando il pensiero ha fine c’è la verità. Non c’è fine del pensiero attraverso l’imposizione, la disciplina, o attraverso qualunque forma di resistenza. Ascoltare la storia di ciò che è genera la sua propria liberazione. È la verità che libera, non lo sforzo di essere liberi.

67. Desiderio e conflitto

Era un gruppo di gente simpatica; quasi tutti erano ardenti e alcuni pochi ascoltavano per confutare. Ascoltare è un’arte non facile a conquistarsi, ma possiede bellezza e grande comprensione. Noi ascoltiamo con le varie profondità del nostro essere ma il nostro ascolto è sempre accompagnato da un preconcetto o da un particolare punto di vista. Noi ascoltiamo semplicemente; c’è sempre lo schermo interferente dei nostri pensieri, delle nostre conclusioni e dei nostri pregiudizi. Ascoltiamo con piacere o con una certa resistenza, afferrando o respingendo, e allora non c’è più ascolto. Per ascoltare si deve avere una quiete interiore, una libertà dallo sforzo di acquisire, un’attenzione rilassata. Questo stato vigile e passivo insieme è in grado di udire ciò che è al di là delle conclusioni verbali. Le parole confondono, non sono che i mezzi esterni della comunicazione; ma per comunicare al di là del rumore delle parole ci deve essere nell’ascolto una vigile passività. Coloro che lo amano, possono ascoltare; ma è estremamente raro trovare un ascoltatore. Moltissimi di noi cercano risultati, vogliono raggiungere scopi, siamo perennemente occupati a sopraffare e a conquistare, onde non c’è ascolto alcuno. È solo ascoltando che si ode il canto delle parole.

«È possibile liberarsi di ogni desiderio? Senza desiderio, c’è vita? Il desiderio non è forse la vita stessa? Cercar di liberarsi del desiderio è volere la morte, non è vero?»

Che cos’è il desiderio? Quando ne siamo coscienti? Quando diciamo che desideriamo? Il desiderio non è un’astrazione, esiste soltanto nel rapporto. Il desiderio sorge nel contatto, nel rapporto. Senza contatto, non c’è desiderio. Il contatto può essere a qualunque livello, ma senza di esso non c’è sensazione, non risposta, non desiderio. Conosciamo il processo del desiderio, il modo in cui viene in essere: percezione, contatto, sensazione, desiderio. Ma quando siamo consci del desiderio? Quando dico di avere un desiderio? Solo quando c’è la perturbazione del piacere o del dolore. È solo quando c’è coscienza del conflitto, della perturbazione, che cè riconoscimento del desiderio. Il desiderio è la risposta inadeguata alla sfida. La percezione di una bella automobile genera la perturbazione del piacere. Questa perturbazione è la coscienza del desiderio; la messa a fuoco della perturbazione, causata dal dolore o dal piacere, è coscienza di sé. Coscienza di sé è desiderio. Noi siamo consci quando c’è la perturbazione della risposta inadeguata alla sfida. Il conflitto è coscienza di sé. Può esservi libertà da questa perturbazione, dal conflitto del desiderio?

«Intendete libertà dal conflitto del desiderio, o dal desiderio stesso?»

Conflitto e desiderio sono forse due stati separati? Se lo sono, la nostra indagine deve portare all’illusione. Se non ci fosse perturbazione del piacere o del dolore, del bisogno, della ricerca, del compimento, tanto in senso positivo quanto in quello negativo, ci sarebbe desiderio? E vogliamo noi liberarci della perturbazione? Se possiamo comprendere questo, allora siamo in grado di afferrare il significato del desiderio. Il conflitto è coscienza di sé; la messa a fuoco dell’attenzione attraverso la perturbazione è desiderio. Vogliamo forse liberarci dell’elemento generatore di conflitto in seno al desiderio e tenere in sua vece l’elemento piacevole? Piacere e conflitto sono entrambi causa di perturbazione, non è vero? O ritenete che il piacere non perturbi?

«Il piacere non è causa di perturbazione.»

È proprio vero? Avete mai notato il dolore del piacere? Il desiderio del piacere non è sempre in aumento, non esige sempre di più? Non è forse il desiderio di avere sempre di più causa di perturbazione, come lo è l’urgenza di evitare? Entrambi generano conflitto. Noi vogliamo conservare il desiderio piacevole ed evitiamo quello penoso; ma se osserviamo attentamente, entrambi sono causa di perturbazione. Volete essere libero dalla perturbazione?

«Se non avessimo desideri morremmo; se non avessimo conflitti, ci addormenteremmo.»

Parlate per esperienza, o semplicemente in base a un’idea che vi siete fatto? Noi immaginiamo come sarebbe se non avessimo conflitti e pertanto impediamo la sperimentazione di quello stato, quale che sia, in cui ogni conflitto è cessato. Il nostro problema è: che cosa causa il conflitto? Non possiamo vedere una cosa bella o brutta senza che il conflitto venga in essere? Non possiamo osservare, ascoltare senza coscienza di sé? Possiamo non vivere senza perturbazioni? Possiamo non essere senza desiderio? Certo, dobbiamo comprendere la perturbazione e non cercare una via di sopraffare o esaltare il desiderio. Il conflitto deve essere compreso, non nobilitato o soppresso.

Che cosa causa il conflitto? Il conflitto sorge quando la risposta non è adeguata alla sfida; e questo conflitto è la messa a fuoco della coscienza come io. L’io, la coscienza messa a fuoco attraverso il conflitto, è esperienza. L’esperienza è la risposta, la reazione, a uno stimolo a una sfida, o provocazione; senza termine o nome, non c’è esperienza. Dare un nome viene dal magazzino, la memoria; e questo dare un nome è il processo della verbalizzazione, la creazione di simboli, immagini, parole, che rafforza la memoria. La coscienza, la messa a fuoco dell’io attraverso il conflitto, è questo processo totale di esperienza, di nominare, di registrare.

«In questo processo, che cos’è che dà origine al conflitto? Possiamo liberarci del conflitto? E che cosa c’è al di là del conflitto?»

. È il dare un nome che origina il conflitto, no? Voi affrontate la sfida, a qualunque livello, con un ricordo, un’idea, una conclusione, con un pregiudizio; cioè a dire, date un nome all’esperienza. Questo nominare dà carattere all’esperienza, il carattere essendo dato dalla denominazione. Denominare è la registrazione della memoria. Il passato s’incontra col nuovo; la sfida è accettata dalla memoria, dal passato. Le risposte del passato non possono comprendere il nuovo, il vivo, la sfida; le risposte del passato sono inadeguate, e da ciò sorge il conflitto, che è coscienza dell’io. Il conflitto cessa quando non c’è processo di denominazione. Potete osservare in voi stesso come la denominazione sia quasi simultanea con la risposta. L’intervallo fra la risposta e la denominazione è sperimentazione. La sperimentazione, in cui non sia né lo sperimentatore né lo sperimentato, è al di là del conflitto. Il conflitto è la messa a fuoco dell’io e con la cessazione del conflitto c’è la fine di ogni pensiero e il principio dell’inesauribile.

68. Azione senza scopo

Egli apparteneva a varie e notevolmente diverse organizzazioni ed era attivo in tutte. Scriveva e parlava, accumulava denaro, organizzava. Era aggressivo, tenace, realizzatore. Era una persona molto utile, molto richiesta, e infatti egli andava e veniva per tutta la nazione. Era stato coinvolto in agitazioni politiche, era andato in prigione, aveva seguito dei capi ed ora stava diventando una persona importante a buon diritto. Era fervidamente favorevole alla esecuzione immediata di grandi progetti; e come tutte queste persone evolute era versato in filosofia. Diceva di essere un uomo d’azione, non un contemplativo; ricorreva a una frase in sanscrito che sottintendeva tutta una filosofia dell’azione. La stessa asserzione di essere un uomo d’azione implicava ch’egli era uno degli elementi essenziali della vita, forse non lui personalmente, ma il tipo a cui apparteneva. Classificandosi, egli bloccava ogni comprensione di se stesso.

Le etichette sembrano dare soddisfazione. Accettiamo la categoria a cui si ritiene noi si appartenga come una spiegazione soddisfacente della vita. Siamo gli adoratori delle parole e delle etichette; non sembra che ci si spinga mai al di là del simbolo, che si comprenda mai il valore del simbolo. Definendoci questo o quello, ci garantiamo da ulteriori perturbazioni, e ne restiamo paghi. Una delle maledizioni delle ideologie e dei credi organizzati è il conforto, il mortale piacere che offrono. Ci addormentano e nel sonno si sogna, e il sogno diviene azione. Con quanta facilità ci lasciamo distrarre! E in massima parte noi vogliamo essere distratti; in massima parte siamo stanchi dell’incessante conflitto e le distrazioni divengono una necessità, divengono più importanti di ciò che è. Possiamo gingillarci con le distrazioni, ma non con ciò che è; le distrazioni sono illusioni e c’è una gioia perversa in esse.

Che cos’è l’azione? Che cos’è il processo dell’azione? Perché agiamo? La mera attività non è azione, di certo; essere indaffarati non è azione, vero? La massaia ha da fare, ma chiamereste azione la sua attività?

«No, certo che no. La massaia è occupata soltanto con faccende meschine, quotidiane. Un uomo d’azione è assorto in più vasti problemi e maggiori responsabilità. L’occuparsi di argomenti più vasti e profondi può essere chiamato azione, non solo politica, ma spirituale. Essa esige capacità, efficienza, sforzo organizzato, una spinta sostenuta verso un dato fine. Un uomo siffatto non è un contemplativo, un mistico, un eremita, ma un uomo d’azione.»

Voi chiamate azione l’occuparsi di problemi più ampi. Quali sono gli argomenti più importanti, per voi? Sono forse separati dall’esistenza quotidiana? L’azione è forse distinta dal processo totale della vita? C’è forse azione quando non ci sia integrazione dei molti strati di cui è fatta l’esistenza? Senza comprensione e quindi senza integrazione del totale processo vitale, l’azione è forse mera attività distruttiva? L’uomo è un processo totale e l’azione deve essere il prodotto di questa totalità.

«Ma ciò implicherebbe non solo inazione, ma un rinvio indefinito. C’è urgenza di azione e non è bene filosofare in merito ad essa.»

Noi non stiamo filosofando, ma solo chiedendoci se la vostra cosiddetta azione non porti un danno infinito. La riforma sempre genera una riforma ulteriore. L’azione parziale non è azione per nulla, porta alla disintegrazione. Se avrete pazienza, potete trovare ora, non nel futuro, quell’azione che sia totale, integrata.

Può l’azione che si prefigge uno scopo essere chiamata azione? Avere uno scopo, un ideale, e lavorare al suo conseguimento è forse azione? Quando l’azione è per un risultato, è azione?

«In quale altro modo potreste agire?»

Voi chiamate azione quella che ha un risultato, uno scopo in vista, non è vero? Premeditate il fine, o avete un’idea, un credo, e operate in quel senso. Operare verso un oggetto, un fine, uno scopo, materiale o psicologico, è quella che si chiama generalmente azione. Questo processo può essere capito in rapporto a qualche fatto fisico, come la costruzione di un ponte; ma è facilmente capito in rapporto a scopi psicologici? Certo, noi stiamo parlando di fini psicologici, dell’ideologia, dell’ideale, o del credo per il quale operiamo. Chiamereste azione questo lavorare a un fine psicologico?

«L’azione senza scopo non è azione, è la morte. L’inazione è morte.»

L’inazione non è l’opposto dell’azione, è uno stato del tutto differente, ma per il momento ciò non ha importanza: potremo parlare di questo in seguito. Ma torniamo ora al punto. Operare a un fine, un ideale, è generalmente chiamato azione, non è vero? Ma come viene in essere l’ideale? È questo ideale del tutto diverso da ciò che è? L’antitesi è differente e distinta dalla tesi? L’ideale della non violenza è del tutto un’altra cosa che la violenza? L’ideale non è forse una proiezione dell’io? Non è un prodotto fatto in casa? Agendo verso uno scopo, un ideale, non state forse perseguendo una proiezione del vostro io?

«L’ideale è una proiezione dell’io?»

Voi siete questo e volete diventare quello. Certo, quello è il «prodotto del vostro pensiero. Può non essere il prodotto del vostro pensiero, ma è nato dal pensiero, no? Il pensiero proietta l’ideale; l’ideale è parte del pensiero. L’ideale non è qualche cosa al di là del pensiero; è il pensiero stesso.

«Che cosa c’è di errato nel pensiero? Perché il pensiero non dovrebbe creare l’ideale?»

Voi siete questo, che non vi soddisfa, per cui volete essere quello. Se ci fosse comprensione di questo, quello verrebbe in essere? Poiché non comprendete questo, voi create quello, sperando, attraverso quello, di comprendere o fuggire questo. Il pensiero crea l’ideale insieme col problema; l’ideale è una proiezione dell’io e il vostro lavoro nella direzione di quella proiezione dell’io è quella che chiamate azione, azione senza scopo. Così la vostra azione si trova entro i limiti della vostra stessa proiezione, sia essa Dio o lo Stato. Questo movimento entro i vostri stessi confini è l’attività del cane che dà la caccia alla sua propria coda; e questa vi sembra azione?

«Ma è possibile agire senza uno scopo?»

Certo che lo è. Se vedete la verità dell’azione senza scopo, allora cè semplicemente azione. Tale azione è la sola efficace, la sola rivoluzione radicale.

«Voi intendete azione senza l’io, non è vero?»

Sì, l’azione senza l’idea. L’idea è l’io che si identifica con Dio o con lo Stato. Tale azione d’identificazione crea soltanto ulteriore pena, ulteriori conflitti e confusione. Ma è difficile per il cosiddetto uomo d’azione mettere in disparte l’idea. Senza l’ideologia egli si sente perduto, e lo è; così che egli non è un uomo d’azione, ma un uomo incappato nelle sue stesse autoproiezioni, le cui attività sono la glorificazione di se stesso. Le sue attività contribuiscono alla separazione, alla disintegrazione.

«Allora che cosa si deve fare?»

Comprendere che cosa sia la vostra attività e solo allora ci sarà azione.

69. Causa ed effetto

«So che voi avete guarito altra gente», egli disse «e non volete dunque guarire mio figlio? E quasi cieco. L’ho fatto visitare da parecchi medici, ma essi non possono far nulla. Mi hanno consigliato di portarlo in Europa o in America, ma non sono ricco e non posso affrontare spese del genere. Non volete, ve ne prego, fare qualcosa? E il nostro unico figlio e mia moglie ne ha il cuore spezzato.»

Era un piccolo funzionario statale, povero, ma istruito, e come tutti quelli del suo ceto conosceva la lingua e la letteratura sanscrite. Continuava a ripetere che la sofferenza del ragazzo dipendeva dal suo karma, ed anche dal loro. Che cosa avevano fatto per meritare un simile castigo? Quali malvagità avevano commesso, in una vita precedente o nella prima parte di questa, per aver tanto a soffrire? Doveva pur esservi una causa di questa calamità, una causa nascosta in qualche azione passata.

Può esservi una causa immediata a questa cecità che i medici non hanno ancora scoperta; qualche malattia ereditaria può averla causata, per esempio. Se i medici non possono scoprire la causa fisica, perché cercarne una metafisica nel lontano passato?

«Cercando la causa io posso meglio essere in grado di comprenderne l’effetto.»

Comprendete forse qualcosa quando ne conosciate la causa? Sapendo il perché si abbia paura ci si libera forse della paura? Si può conoscere la causa, ma ciò in sé porta forse la comprensione? Quando dite che comprenderete l’effetto conoscendo la causa, intendete in realtà trarre conforto dalla conoscenza di come la cosa sia venuta in essere, non è vero?

«Naturalmente, ecco perché voglio sapere quale azione nel passato abbia causato questa cecità. Sarebbe di sicuro estremamente confortante.»

Dunque voi volete conforto, non comprensione.

«Ma non sono la stessa cosa? Comprendere è trovare conforto. A che serve comprendere se non c’è gioia nella comprensione?»

Comprendere un fatto: può essere causa di turbamento e non porta necessariamente gioia. È conforto, consolazione che volete ed è questo che andate cercando. Siete turbato dal fatto della malattia di vostro figlio e volete essere in pace. È questa pacificazione che voi chiamate comprensione. Voi partite, non per comprendere, ma per essere consolato, confortato; la vostra intenzione è di trovare un modo di acquietare il vostro turbamento, ed è questa che voi chiamate ricerca della causa. La vostra principale cura è di essere messo a dormire, di essere imperturbato, e cercate un modo di riuscirvi. Noi ci mettiamo a dormire mediante diversi modi: Dio, riti, ideali, alcool e così via. Vogliamo evadere dal turbamento ed una delle vie di evasione è questa ricerca della causa.

«Perché non si dovrebbe cercare la liberazione dal turbamentco? Perché non si dovrebbe evitare la sofferenza?»

Evitando la sofferenza c’è liberazione dalla stessa? Voi potete chiudere la porta in faccia a qualche orribile creatura, a qualche paura; ma essa è sempre là, dietro la porta, non è vero? Ciò che è soppresso, a cui si resiste, non è compreso, vero? Potete sopprimere o disciplinare il vostro figliolo, ma ciò non vi dà di certo la comprensione di lui. Voi state cercando la causa allo scopo di evitare la sofferenza del turbamento; è con questa intenzione che cercate e naturalmente troverete quello che andate cercando. C’è una possibilità di essere liberi dalla sofferenza solo quando se ne osservi il processo, quando si sia coscienti di ogni sua fase, al corrente di tutta la sua struttura. Evitare la sofferenza significa soltanto rafforzarla. La spiegazione della causa non e la comprensione della stessa; attraverso la spiegazione non vi liberate dalla sofferenza; la sofferenza c’è sempre, ma dovete ricoprirla di parole, di conclusioni, o vostre o di un altro. Lo studio delle spiegazioni non è lo studio della saggezza; quando le spiegazioni cessano, allora soltanto è possibile la saggezza. Voi state ansiosamente cercando spiegazioni che vi mettano a dormire, e le trovate; ma la spiegazione non è la verità. La verità compare quando c’è osservazione senza conclusioni, senza spiegazioni, senza parole. L’osservatore è fatto di parole, l’io è fatto di spiegazioni, conclusioni, condanne, giustificazioni e così via. C’è comunione con l’osservato solo quando l’osservatore è assente, e soltanto allora c’è comprensione, liberazione dal problema.

«Credo di capire; ma allora non esiste il karma?»

Che cosa intendete con questa parola?

«Le presenti circostanze sono il risultato di azioni precedenti, immediatamente passate o lontanissime da noi. Questo processo di causa ed effetto, con tutte le sue ramificazioni, è più o meno ciò che si intende per karma.»

Questa è soltanto una spiegazione, ma spingiamoci al di là delle parole. Esiste una causa precisa, fissa, che produca un effetto preciso, costante? Quando la causa e l’effetto siano precisi, fissati, non viene per caso la morte? Qualunque cosa statica, specializzata, rigida deve morire. Gli animali specializzati vengono presto alla loro fine, non è vero? L’uomo non è specializzato, ecco perché c’è una possibilità che la sua esistenza continui. Ciò che è duttile perdura; ciò che non lo è si rompe. La ghianda non può diventare altro che una quercia; la causa e l’effetto sono nella ghianda. Ma l’uomo non è così completamente chiuso in sé, specializzato: per cui, se non distruggerà se stesso in un modo o nell’altro, potrà sopravvivere. Causa ed effetto sono forse rigidi, stazionari? Quando usate la parola «e» tra causa ed effetto, non sottintende con ciò che entrambi sono stazionari. Ma la causa è mai stazionaria? L’effetto è sempre immutabile? Certo, il fenomeno causa-effetto è un processo continuo, non vi pare? Oggi è il risultato di ieri e domani è il risultato di oggi; ciò che era causa diviene effetto e ciò che era effetto diviene causa. È un processo a catena, non è così? Una cosa fluisce in un’altra e in nessun punto c’è un arresto, una soluzione di continuità. È un movimento costante, senza cristallizzazioni. Ci sono molti fattori che generano questo movimento di causa-effetto-causa.

Le spiegazioni, conclusioni, sono stazionarie, siano esse di sinistra siano esse di destra o di quel credo stabilito che si chiama religione. Quando cercate di nascondere la vita con delle spiegazioni, c’è la morte per la vita, ed è questo che in massima parte noi desideriamo; vogliamo essere messi a dormire dalla parola, dall’idea, dal pensiero. La razionalizzazione non è che un altro metodo per acquietare lo stato di perturbazione; ma lo stesso desiderio di essere messi a dormire, di trovare la causa, di cercare conclusioni, genera turbamento e così il pensiero è preso nella rete ch’esso medesimo ha tessuto. Il pensiero non può essere libero né può essere messo in libertà. Il pensiero è il risultato dell’esperienza e l’esperienza è sempre un elemento condizionatore. L’esperienza non è la misura della verità. La coscienza di ciò che è falso in quanto falso è la libertà della verità.

70. Ottusità

Quando il treno si mosse c’era ancora luce, ma le ombre si venivano allungando. La città si distendeva serpeggiando lungo la linea ferroviaria. La gente si faceva sulle soglie a veder passare il treno e i viaggiatori agitavano la mano ai loro amici. Con un rombo prolungato cominciammo ad attraversare il ponte che varcava l’ansa di un amplissimo fiume; era largo parecchie miglia in quel punto e l’altra riva era appena visibile nella luce che scompariva rapidamente. Il treno attraversava il ponte lentamente, come se cercasse la via a tentoni; le arcate erano numerate, cinquantotto in totale fra le due rive. Com’erano belle quelle acque, silenziose, abbondanti, dalla corrente profonda! Si vedevano isolotti di sabbia, che apparivano piacevolmente freschi in distanza. La città, col suo frastuono, la sua polvere e il suo squallore, ce l’eravamo lasciata dietro, e l’aria pura della sera entrava dai finestrini; ma avremmo ritrovato la polvere appena avessimo lasciato il lunghissimo ponte.

L’uomo nella cuccetta inferiore era molto ciarliero e poiché avevamo un’intera notte davanti a noi, egli credeva d’essere in diritto di fare domande. Era un uomo dalla corporatura massiccia, con mani e piedi grandi. Cominciò a parlare di sé, della sua vita, dei suoi guai e dei suoi figli. Diceva che l’India doveva diventare prospera come l’America; l’eccesso di popolazione doveva essere controllato e al popolo si doveva far sentire le sue responsabilità. Parlò della situazione politica e della guerra e concluse con un resoconto dei suoi viaggi.

Come siamo insensibili, come manchiamo di pronte e adeguate risposte, quanta poca libertà abbiamo di osservare! Senza sensibilità, come può esserci duttilità e sempre più rapida percezione? Come si può avere ricettività, comprensione libera d’ogni sforzo? Lo stesso sforzo impedisce la comprensione. La comprensione viene con la profonda sensibilità, ma la sensibilità non è cosa che si coltivi. Quella che si coltiva è una posa, un’impiallacciatura superficiale; e questo intonaco non è sensibilità, è un manierismo, superficiale o profondo, a seconda delle influenze. La sensibilità non è un effetto culturale, il risultato di un’influenza; è uno stato di vulnerabilità, di essere esposti. L’esposto è l’implicito, l’ignoto, l’imponderabile. Ma noi non ci curiamo di essere sensibili; è troppo penoso, troppo faticoso, esige costante adattamento, che è considerazione. Considerare significa essere vigili, ma noi preferiamo essere confortati, messi a dormire, resi ottusi. I giornali, le riviste, attraverso il nostro vizio della lettura, lasciano la loro impronta che ottunde; perché la lettura è un’evasione meravigliosa, come l’alcool o una cerimonia. Noi vogliamo evadere dal dolore di vivere, e l’ottusità è la via migliore; l’ottusità portata dalla spiegazione, dall’adesione a un capo o a un ideale, dall’identificazione con qualche meta raggiunta, qualche etichetta o caratteristica. In massima parte, vogliamo essere resi ottusi, e l’abito è molto efficace nel mettere la mente a dormire. L’abitudine della disciplina, dellapratica, dello sforzo continuato per diventare, tutti questi sono modi onorevoli di essere resi insensibili.

«Ma che si può fare nella vita se si è sensibili? Avvizziremmo tutti e non ci sarebbe nessuna azione effettiva.»

Gli ottusi e gli insensibili che cosa danno al mondo? Qual è il risultato della loro azione «effettiva? Guerre, confusione all’interno e all’esterno, crescente e spietata miseria per loro stessi e quindi per il mondo. L’azione dell’incauto inevitabilmente porta alla distruzione, alla mancanza di sicurezza materiale, alla disintegrazione. Ma la sensibilità non è facile a venire; la sensibilità è la comprensione del semplice, che è profondamente complesso. Non è un ritirarsi, un avvizzirsi, un processo d’isolamento. Agire con sensibilità è rendersi conto del processo totale di chi agisce.

«Comprendere il processo totale di me stesso richiederà molto tempo, e intanto i miei affari andranno in rovina e la mia famiglia morrà di fame»

La vostra famiglia non morrà di fame; anche se non aveste messo da parte denaro a sufficienza, vi sarebbe sempre possibile trovare il modo di nutrire la vostra famiglia. I vostri affari andranno indubbiamente in rovina; ma la disintegrazione ad altri livelli dell’esistenza è già in atto. Voi vi preoccupate soltanto del crollo esterno, non volete vedere o sapere che cosa stia accadendo dentro di voi. Trascurate l’interno e sperate di costruire l’esterno; e invece l’interno sopraffà sempre l’esterno. L’esterno non può durare senza la pienezza dell’interno; ma la pienezza dell’interno non è la reiterata sensazione della religione stabilita né l’accumulo di fatti chiamati sapere. Si deve capire la via di tutti questi perseguimenti intimi, perché l’esterno sopravviva, sia in buona salute. Non dite che non avete tempo, perché avete abbondanza di tempo; non è una questione di mancanza di tempo, ma d’indifferenza e disinteresse. Non avete ricchezza interiore, poiché vi manca la soddisfazione di ricchezze intime, dato che avete già quelle esteriori. Non andate alla ricerca dei mezzi per nutrire la vostra famiglia, ma la soddisfazione del Possesso. L’uomo che possiede, o proprietà o sapere, non può mai essere sensibile, non può mai essere vulnerabile o esposto, aperto. Possedere è essere resi ottusi, sia che il possesso riguardi virtù sia che riguardi monete. Possedere una persona è essere inconsapevoli di quella persona; cercare di possedere la realtà è ;negarla. Quando cercate di divenire virtuoso, non siete più virtuoso; la vostra ricerca della virtù è solo il conseguimento di un piacere a un diverso livello. Il piacere non è virtù, ma la virtù è libertà.

Come può l’ottuso, il rispettabile, il non virtuoso essere libero? La libertà della solitudine non è il processo imprigionante dell’isolamento. Essere isolati nella ricchezza o nella povertà, nel sapere o nel successo, nell’idea o nella virtù, significa essere ottusi, insensibili. L’ottuso, il rispettabile, non può comunicare; e quando lo faccia è con le sue autoproiezioni. Per comunicare, ci deve essere sensibilità, vulnerabilità, libertà dal divenire, che è libertà dalla paura. L’amore non è un divenire, uno stato di «io sarò». Ciò che diviene non può comunicare, perché è continuamente volto a isolare se stesso. L’amore è il vulnerabile; l’amore è l’aperto, l’imponderabile, l’incognito.

71. Chiarezza nell’azione

Era una mattina deliziosa, pura dopo la pioggia. C’erano tenere foglioline nuove, sugli alberi, e la brezza marina le faceva danzare. L’erba era verde e grassa, e il bestiame la brucava famelicamente, ché di là a qualche mese non ne sarebbe rimasto un solo filo. La fragranza del giardino riempiva la stanza e i fanciulli urlavano e ridevano. Le palme avevano noci di cocco d’oro e le foglie dei banani, ampie e ondeggianti, non erano ancora state strappate dall’età e dal vento. Come tutta la terra era bella e che poesia di colori! Oltre il villaggio, al di là delle grandi case e dei boschetti, si stendeva il mare, pieno di luce e di onde clamorose. Molto al largo, c’era una barchetta, pochi tronchi connessi, con un solo uomo a bordo, intento a pescare.

Ella era giovanissima, sui vent’anni, e sposata da poco, ma il passar degli anni lasciava già la sua traccia su di lei. Disse di essere di buona famiglia, di avere studiato e lavorato sodo; si era laureata in lettere con lode e si poteva vedere ch’era sveglia e intelligente. Una volta avviata, parlava facilmente e fluentemente, ma a intervalli si faceva ad un tratto timida e silenziosa. Voleva sfogarsi, perché, disse, non aveva parlato a nessuno del suo problema, nemmeno ai genitori. Gradualmente, a poco a poco, la sua pena fu messa in parole. Le parole trasmettono significato solo a un certo livello; hanno l’abitudine di deformare, di non dare pienamente il senso del loro simbolo, di creare un inganno del tutto non intenzionale. Ella voleva dire molto più di quel che le parole non esprimessero, e vi riusciva; non poteva parlare di certe cose, per quanto vi si studiasse, ma il suo stesso silenzio esprimeva quelle pene e quelle intollerabili offese che sono di una relazione divenuta semplicemente un contratto. Ella era stata battuta e abbandonata dal marito, e i suoi piccini non riempivano molto la sua solitudine. Essi vivevano ora separati, e doveva lei tornare a lui?

Quale presa potente ha la rispettabilità su di noi! Che cosa dirà la gente? Può una persona vivere sola, specialmente una donna, senza che la gente dica cose disgustose ? La rispettabilità è un mantello per gli ipocriti; noi commettiamo col pensiero ogni possibile delitto, ma esternamente siamo nreprensibili. Ella aveva a cuore la rispettabilità ed era confusa. È strano come, quando uno fa chiarezza entro se stesso, qualunque cosa possa accadere sia giusta. Quando c’è questa chiarezza interiore, il giusto non è secondo il nostro desiderio, ma qualunque cosa possa essere è giusta. Il soddisfacimento viene con la comprensione di ciò che è. Ma com’è difficile essere chiari!

«Come posso essere illuminata in merito a ciò che devo fare?»

L’azione non segue la chiarezza: la chiarezza è azione. Vi preme quello che dovete fare, non essere illuminata. Siete divisa tra la rispettabilità e ciò che dovete essere, tra la speranza e ciò che è. Il duplice desiderio della rispettabilità e qualche azione ideale genera conflitto e confusione, e solo quando siete capace di guardare ciò che è, v’è chiarezza. Ciò che è non è ciò che dovrebbe essere, che è desiderio deformato secondo un modello particolare; ciò che è è il reale, non il desiderabile ma il fatto. Probabilmente non avete mai considerato la cosa da questo punto di vista; avete riflettuto o abilmente calcolato, soppesando questo contro quello, facendo piani e contropiani, cosa che ovviamente ha portato a questa confusione che vi fa chiedere che cosa dobbiate fare. Qualunque scelta possiate fare nello stato di confusione può soltanto generare ulteriore confusione. Cercate di vedere la cosa il più semplicemente e direttamente possibile; se lo farete, allora sarete in grado di osservare ciò che è senza deformazioni o storture. L’implicito è nella sua stessa azione. Se ciò che è è chiaro, allora vedrete che non c’è altra scelta che l’azione, e il problema di ciò che dovrete fare non si porrà mai; tale problema sorge solo quando c’è incertezza di scelta. L’azione non è della scelta; l’azione della scelta è l’azione della confusione.

«Comincio a capire quello che intendete: devo essere illuminata dentro di me, senza la persuasione della rispettabilità, senza calcolo interessato dell’io, senza mercanteggiamenti. Sono illuminata, ma è difficile conservare la chiarezza, non è vero?»

Niente affatto. Conservare è resistere. Voi non conservate la chiarezza e vi opponete alla confusione: voi sperimentate ciò che è la confusione e vedete che qualunque azione che ne derivi deve inevitabilmente confondere ancora di più. Quando speri­mentate tutto ciò, e non perché un altro lo abbia detto, ma perché lo vedete direttamente da voi, allora sorge la chiarezza di ciò che è; voi non conservate la chiarezza, essa è.

«Capisco perfettamente. Si, vedo chiaramente; sta bene. Ma, e l’amore? Noi non sappiamo che cosa significhi l’amore. Crede­vo di amare, ma vedo che non amo.»

Da quanto mi avete detto, voi vi siete sposata per la paura della solitudine e in virtù d’impulsi e necessità fisiche; e avete trovato che tutto questo non è amore. Potete averlo chiamato amore per renderlo rispettabile, ma in realtà si tratta di un fatto di comodo sotto il mantello della parola "amore". Per moltissi­me persone, questo è amore, con tutto il suo fumo conturbante: la paura della insicurezza, della solitudine, della frustrazione, dell’abbandono nella vecchiaia, e così via. Ma tutto questo è un processo del pensiero, che evidentemente non è amore. Il pensiero tende alla ripetizione e la ripetizione rende muffito il rapporto. Il pensiero è un processo di usura, non si rinnova, può soltanto continuare; e ciò che ha continuità non può essere il nuovo, il vergine. Il pensiero è sensazione, il pensiero è senso, il pensiero è il problema sessuale. Il pensiero non può porre fine a se stesso per divenire creativo; il pensiero non può diventare al-tra cosa di quello che è, e quello che è è sensazione. Il pensiero è sempre lo stantio, il passato, il vecchio; il pensiero non può mai essere nuovo. Come avete visto, l’amore non è pensiero. L’amore è quando colui che pensa non è. Colui che pensa non è un’entità diversa dal pensiero; il pensiero e colui che pensa sono una sola cosa. Colui che pensa è il pensiero.

L’amore non è sensazione; è una fiamma senza fumo. Conoscerete l’amore come voi, come colui che pensa, non siate. Non pote­te sacrificare voi stessa, la persona che pensa, per amore. Non può esservi azione deliberata per amore, perché l’amore non è della mente. La disciplina, la volontà di amare, è il pensiero di amare; e il pensiero di amare è sensazione. Il pensiero non può pensare l’amore, perché l’amore è al di là del raggio della mente. Il pensiero è continuo e l’amore è inesauribile. Ciò che è inesauribi­le è sempre nuovo e ciò che ha continuazione ha sempre la paura di finire. Ciò che finisce conosce l’eterno principio dell’amare.

72. Ideologia

«Tutto questo parlar di psicologia, dell’intimo meccanismo della mente è una perdita di tempo; la gente ha bisogno di lavoro e di pane. Non sviate deliberatamente, per caso, chi vi ascolta, quando è ovvio che è dalla situazione economica che si deve co­minciare? Ciò che dite può essere efficace alla fine, ma a che serve tutta questa teoria quando la gente muore di fame? Non potete pensare o fare nulla se non avete la pancia piena.»

Si deve naturalmente avere qualcosa nel ventre per poter tirare avanti; ma perché ci sia cibo per tutti occorre una rivoluzione fondamentale nei nostri metodi di pensiero, onde l’importanza di cominciare dal fronte psicologico. Per voi, un’ideologia è di gran lunga più importante della produzione di cibo. Voi potete magari parlare della necessità di nutrire il povero e di occuparsi di lui, ma non vi interessano molto le idee, le ideologie, non è vero?

«Ci interessano, invece; ma un’ideologia è solo un mezzo di unire insieme la gente per un’azione collettiva. Senza un’idea non vi può essere azione collettiva; l’idea, il piano vengono pri­ma e poi segue l’azione.»

Dunque anche voi vi preoccupate innanzi tutto dei fattori psi­cologici, dai quali quella che voi chiamate azione deriverà poi. Non volete dire, allora, che parlare dei fattori psicologici sia de­liberatamente sviare la gente. Ciò che volete dire è che voi avete la sola ideologia razionale, perciò a che scopo ragionare ulte­riormente? Voi volete agire collettivamente per la vostra ideolo­gia, ecco perché dite che ogni ulteriore considerazione sul processo psicologico è non soltanto una perdita di tempo, ma anche una deviazione dall’argomento principale, che è l’istituzione di una società senza classi col lavoro per tutti, e così via.

«La nostra ideologia è il risultato di un’estesa analisi storica: è la storia interpretata secondo i fatti; è un’ideologia basata sui fatti, non come le credenze superstiziose della religione. La nostra ideologia ha dietro di sé l’esperienza diretta, non mere visioni e illusioni.»

Le ideologie, o dogmi, delle religioni costituite sono esse puri basate sull’esperienza, forse quella di colui che ha diffuso gli insegnamenti. Esse pure si fondano su fatti storici. La vostra ideologia può essere il prodotto di studi, confronti, dell’accettazione di certi fatti e del rifiuto di altri, e le vostre conclusioni possono essere il risultato dell’esperienza; ma perché respingere le ideologie degli altri come illusorie, quando esse pure sono il risultato dell’esperienza? Voi raccogliete un gruppo di persone intorno alla vostra ideologia, come altri fanno attorno alla loro; voi volete azione collettiva, e così fanno gli altri in un modo diverso. In ogni caso, quella che voi chiamate azione collettiva scaturisce da un’idea; vi stanno a cuore delle idee, positive o negative, perché ne derivi l’azione collettiva. Ogni ideologia ha dietro di sé l’esperienza, soltanto voi confutate la validità dell’esperienza loro, ed essi confutano la validità della vostra. Dicono che il vostro sistema non è pratico, che esso porterà alla schiavitù e così di seguito, e voi li chiamate guerrafondai e dite che il loro sistema deve inevitabilmente portare al disastro economico. Così tanto voi quanto gli altri mirate alle ideologie, non a nutrire il popolo o a dargli la felicità. Le due ideologie polemizzano tra loro e l’uomo è dimenticato.

«Si dimentica l’uomo per salvare l’uomo. Noi sacrifichiamo l’uomo presente per salvare l’uomo futuro.»

Voi liquidate il presente per il futuro. Assumete il potere della Provvidenza in nome dello Stato, come ha fatto la Chiesa nel no-me di Dio. Tanto gli uni quanto gli altri avete le vostre divinità e le vostre sacre scritture; tanto gli uni quanto gli altri avete i veri in­terpreti, i sacerdoti, e guai a colui che si allontani dal vero e dall’autentico! Non c’è molta differenza tra voi altri, voi altri siete molto simili; le vostre ideologie possono variare, ma il processo è più o meno lo stesso. Volete tanto gli uni quanto gli altri salvare l’uomo futuro sacrificando l’uomo presente, come se sapeste tutto del futuro, come se il futuro fosse una cosa fissa, rigida, di cui avete il monopolio! Eppure siete e gli uni e gli altri incerti del futuro come chiunque altro. Ci sono nel presente tanti di quei fatti ponderabili che determinano il futuro! E gli uni e gli altri promettete una ricompensa, un’utopia, un paradiso futuro in terra; ma il futuro non è una conclusione ideologica. Le idee si sono sempre preoccupate del passato o del futuro, mai del presente. Non potete avere idee del presente, perché il presente è azione, la sola azione che vi sia. Ogni altra azione è indugio, posposizione, e perciò non è azione affatto; è un evitare l’azione. L’azione basata su un’idea, o del passato o del futuro, è inazione; l’azione può essere soltanto nel presente, nell’ora. L’idea è del passato o del futuro, e non può esservi idea del presente. Per l’ideologo, il passato o il futuro sono uno stato fisso, perché egli stesso è del passato o del futuro. Un ideologo non è mai nel presente; per lui la vita e sempre nel passato o nel futuro, mai però nell’ora presente. L’i­dea è sempre del passato, e si apre la via di tra il presente verso il futuro. Per un ideologo il presente è un passaggio per il futuro e perciò stesso non è importante in sé; i mezzi non contano, ma soltanto il fine. Si usi qualunque mezzo per ottenere lo scopo. Lo scopo è fisso, il futuro è noto, pertanto si liquidi chiunque sbarri la strada verso lo scopo.

«L’esperienza è essenziale per l’azione, e le idee, o spiegazio­ni, vengono dall’esperienza. Non potete certo negare l’esperien­za. L’azione non inquadrata in un’idea è anarchica, è il caos, e porta diritto al manicomio. Sostenete forse la necessità dell’a­zione senza il potere coesivo dell’idea? Come potete far nulla senza prima l’idea?»

Come voi dite, l’idea, la spiegazione, la conclusione, è il prodotto dell’esperienza; senza esperienza non può esservi cono­scenza; senza conoscenza non può esservi azione alcuna. L’idea segue forse l’azione o abbiamo prima l’idea e quindi l’azione? Voi dite che l’esperienza deve venire per prima, e poi l’azione, non è vero? Che cosa intendete per esperienza?

«L’esperienza è il sapere di un maestro, di uno scrittore, di un rivoluzionario, il sapere che egli ha raccolto dai suoi studi e dalle sue esperienze, o sue o di un altro. Le idee sono fatte di sapere o di esperienza e da questa struttura ideologica deriva l’azione.»

L’esperienza è il solo criterio, l’unico vero strumento di misu­ra? Che cosa intendete con esperienza? La nostra conversazione è una esperienza; voi reagite a degli stimoli e questa reazione alla sfida è esperienza, non è vero? Stimolo e reazione, sfida e ri­sposta sono un processo quasi simultaneo; sono un moto costante nel quadro di un ambiente. È l’ambiente che reagisce allo stimolo, e questa reazione alla sfida è esperienza, non è così? La reazione è data dall’ambiente, da un condizionamento. L’esperienza è sempre condizionata, e altrettanto è l’idea. L’azione ba­sata su un’idea è azione condizionata, limitata. L’esperienza, l’i­dea, in opposizione a un’altra esperienza, un’altra idea, non produce sintesi, ma soltanto ulteriore opposizione. Gli opposti non possono mai produrre una sintesi. Può verificarsi un’inte­grazione soltanto quando non vi sia opposizione; ma le idee ge­nerano sempre opposizione, il conflitto degli opposti. In nessu­na circostanza il conflitto può generare una sintesi.

L’esperienza è la reazione dell’ambiente allo stimolo. L’ambien­te è l’influenza del passato e il passato è memoria. La risposta della memoria è l’idea. Un’ideologia costruita sulla memoria, chiamata esperienza, sapere, non può mai essere rivoluzionaria. Può dirsi rivoluzionaria, ma è solo una continuità modificata del passato. Un’ideologia, o una dottrina, opposta è ancora idea, e l’idea è sem­pre del passato. Nessuna ideologia è l»a» ideologia; ma se voi diceste che la vostra ideologia e limitata, pregiudicata, condizionata, co­me qualunque altra, nessuno vi seguirebbe. Dovete dire che è la sola ideologia che possa salvare il mondo; e poiché la maggioranza di noi è dedita a formule, a conclusioni, noi seguiamo e siamo completamente sfruttati, e anche lo sfruttatore è sfruttato.

L’azione basata sull’idea non può mai essere un azione liberatrice, ma sempre inceppante. L’azione volta a un fine, a una me­ta, diviene alla lunga inazione; per breve tratto può assumere la parte dell’azione, ma siffatta azione è autodistruttiva, cosa che appare ovvia nella nostra vita quotidiana.

«Ma si può mai essere liberi d’ogni condizionamento? Noi crediamo che non sia possibile.»

È ancora l’idea, il credo, che v’imprigiona. Voi credete, un al­tro non crede; siete entrambi prigionieri del vostro credo, en­trambi sperimentate secondo il vostro condizionamento. Uno può scoprire se sia possibile essere liberi soltanto indagando nell’intero processo del condizionamento dell’influenza. La comprensione di questo processo è la conoscenza di sé. Attra­verso soltanto la conoscenza di sé c’è libertà dalla schiavitù, e questa libertà è priva di ogni fede, di ogni ideologia.

73. Bellezza

Il villaggio era sporco, ma c’era pulizia intorno a ogni capanna. Gli scalini d’ingresso erano lavati e adorni ogni giorno, e nell’interno la capanna era linda, anche se un po’ fumosa per la cuci­na. Vi era raccolta l’intera famiglia, padre, madre e figlioli, e la vecchia doveva essere la nonna. Tutti sembravano molto lieti e stranamente soddisfatti. La comunicazione verbale era impossi­bile, dato che non conoscevamo la loro lingua. Ci sedemmo e non ci fu nessun impaccio. Essi continuarono il loro lavoro, ma i figlioli ci vennero vicino, un ragazzo e una bimba, e si sedette­ro, sorridendo. Il pasto della sera era quasi pronto, e non era molto abbondante. Quando ce ne partimmo, tutti vennero fuori a guardarci andare; il sole era sopra il fiume, dietro un’immen­sa nuvola solitaria. La nuvola era in fiamme e faceva simili le acque a fuochi della foresta.

Le lunghe file di capanne erano divise da un viottolo abba­stanza largo e su ogni lato del viottolo si aprivano fossi di scolo, immondi, dove ogni orrore immaginabile traeva nascita. Si vedevano vermi bianchi dimenarsi nella nera poltiglia vischiosa. Dei ragazzi giocavano nel viottolo, del tutto assorti nei loro gio­chi, ridendo e urlando, indifferenti a ogni passante. Lungo l’ar­gine del fiume delle palme si stagliavano sullo sfondo ardente del cielo. Porci, capre e bovini vagavano tra le capanne e i ra­gazzi ogni tanto respingevano lontano una capra o una vacca scheletrita. Il villaggio si disponeva per la notte imminente e perfino i bimbi divenivano tranquilli a mano a mano che le ma­dri li chiamavano a casa.

La villa aveva un delizioso giardino, tutto cinto da un alto muro bianco. Il giardino era pieno di colore e di fiori in sboccio, e doveva essere costato un’enorme quantità di denaro e di cure. C’era una pace straordinaria in quel giardino; tutto vi fioriva e la bellezza della grande pianta sembrava proteggere tutte le altre cose che vi crescevano. La fontana doveva rappresentare una delizia per i molti uccelli, ma ora canticchiava tranquillamente tra sé, solitaria e indisturbata. Tutto si chiudeva in se stesso per la notte.

Ella faceva la danzatrice, non di professione, ma per sua ele­zione. V’era chi la riteneva danzatrice molto brava. Ella doveva essere fiera della sua arte, perché v’era una certa alterigia in lei, non tanto la superbia del trionfo quanto dell’intima consapevo­lezza dei suoi meriti spirituali. Mentre un’altra si sarebbe accontentata del suo successo esteriore, lei era soddisfatta del suo progresso spirituale. L’avanzamento spirituale è un inganno au­toimposto, ma riesce molto gradito. Ella aveva gioielli sulla persona, e le sue unghie erano laccate di rosso; le labbra erano dipinte del colore appropriato. Ella non soltanto danzava, ma teneva anche conferenze sull’arte, la bellezza e le conquiste del lo spirito. Vanità e ambizione erano sul suo volto; ella voleva essere conosciuta tanto spiritualmente quanto come artista, ed ora lo spirito aveva il sopravvento.

Disse di non avere problemi personali, ma che voleva parlare della bellezza e dello spirito. Non si curava di problemi personali, che comunque erano stupidi, ma le stavano a cuore argomenti più vasti. Che cos’era la bellezza? Era essa intima o esteriore? Era soggettiva o oggettiva, o una combinazione di entrambe le cose? Ella era tanto sicura del suo campo, e la sicurezza è la negazione della bellezza. Essere certi è essere chiusi in se stessi, invulnerabili. Se non si è aperti, esposti, come si può essere sensibili?

«Che cos’è la bellezza?»

Attendete una formula, una definizione, o desiderate indagare nell’argomento della bellezza?

«Ma non si deve avere lo strumento dell’indagine? Senza co­noscenza, senza spiegazioni, come si può fare indagini? Dobbiamo sapere dove dirigerci prima di avviarci.»

Il sapere non impedisce forse l’indagine? Quando sapete, come può esservi indagine? La stessa parola "sapere" non indica uno stato in cui l’indagine è cessata? Sapere non è indagare; così che voi chiedete semplicemente una conclusione, una definizione. C’è una misura della bellezza? La bellezza è per caso l’approssi­mazione a un modello ben noto o immaginario? La bellezza è forse un’astrazione senza solida struttura? E la bellezza esclusiva, e può l’esclusivo essere l’integrato? Può l’esterno essere bello senza libertà interiore? La bellezza è forse decorazione, adornamento? È la mostra esterna della bellezza indice di sensibilità? Che cos’è mai quello che andate cercando? Una combinazione dell’interno e dell’esteriore? Come può esservi bellezza esteriore senza quella intima? Su quale delle due voi ponete l’accento?

«Io pongo l’accento su entrambe; senza la forma perfetta, come può esservi vita perfetta? La bellezza è la combinazione di quella intima e di quella esteriore.»

Così che avete una formula per divenire bella. La formula non è bellezza, ma solo una serie di parole. Essere belli non è il processo del divenire belli. Che cos’è che andate cercando?

«La bellezza tanto della forma quanto dello spirito. Ci deve essere un vaso adorabile per il fiore perfetto.»

Può esservi intima armonia, e così forse armonia esteriore, senza sensibilità? Non è forse la sensibilità essenziale per la per­cezione sia del brutto sia del bello? La bellezza è forse l’atto di evitare il brutto?

«Certo che lo è.»

La virtù è l’evitare, il resistere? Se c’è resistenza, può esservi sensibilità? Non deve forse esservi libertà per la sensibilità? Può colui che è chiuso in sé essere sensibile? Può l’ambizioso essere sensibile, conscio della bellezza? La sensibilità, la vulnerabilità a ciò che è, è essenziale, non è vero? Noi abbiamo bisogno di identificare noi stessi con ciò che definiamo bello e di evitare ciò che diciamo brutto. Vogliamo identificarci col bel giardino e chiudere gli occhi davanti al villaggio dal cattivo odore. Voglia­mo resistere e tuttavia ricevere. Ogni identificazione non è resi­stenza? Essere consci del villaggio, del giardino senza resisten­za, senza confronto, è essere sensibili. Voi volete essere sensibile soltanto alla bellezza, alla virtù, e resistere al male, al brutto. La sensibilità, la vulnerabilità è un processo totale, non lo si può tagliare fuori a un dato livello di comodo.

«Ma io cerco la bellezza, la sensibilità.»

È proprio così? Se è così, allora ogni preoccupazione in merito alla bellezza deve cessare. Questa considerazione, questa adorazione della bellezza è una fuga da ciò che è, da voi stessa, non è vero? Come potete essere sensibile se non siete consape­vole di ciò che siete, di ciò che e? L’ambizioso, l’abile, colui che persegue la bellezza non fanno che adorare le loro stesse proie­zioni. Costoro sono totalmente chiusi in se stessi, hanno eretto un muro intorno a se stessi; e poi che nulla può vivere nell’isolamento, c’è dolore, infelicità. Questa ricerca della bellezza, que­sto continuo parlare d’arte sono rispettabili evasioni, molto sti­mate, dalla vita, che è se stessi.

«Ma la musica non è un’evasione.»

Lo è quando sostituisce la comprensione di se stessi. Senza la comprensione di se stessi, ogni attività porta alla confusione e al dolore. C’è sensibilità solo quando c’è la libertà portata dalla comprensione, la comprensione dei modi dell’io, del pensiero.

74. Integrazione

I cuccioli erano puliti e ben pasciuti, e giocavano nella sabbia calda. Erano sei, tutti bianchi e marrone chiaro. La madre era distesa un po’ in disparte, all’ombra. Era magra e smunta e talmente rognosa che non le restava più nemmeno un pelo. Aveva parecchie ferite sul corpo, ma dimenava la coda ed era tanto fie­ra dei suoi cuccioli ben pasciuti e rotondi. Probabilmente non le restava più d’un mese di vita. Era uno di quei cani che vivono vagabondando raccogliendo quello che possono nelle sudicie viuzze o nei pressi dei villaggi più miseri, sempre affamati, sem­pre in fuga. Gli esseri umani le gettavano contro sassi, la scac­ciavano dalle loro soglie onde andavano evitati accuratamente. Ma la, nell’ombra, i ricordi di ieri erano lontani, ed essa era spossata; inoltre, i cuccioli venivano vezzeggiati, una voce uma­na parlava loro. Era il tardo pomeriggio; la brezza che proveni­va dall’altra parte del fiume era fresca e refrigerante, e per il momento non c’era che soddisfazione. Dove la cagna avrebbe potuto trovare il prossimo pasto era un’altra faccenda, ma perché lottare ora?

Oltre il villaggio, lungo l’argine, al di là dei campi verdeggian­ti, giù, presso una strada polverosa e piena di rumore si levava la casa in cui le persone aspettavano, per parlare e discutere. Eran persone di ogni tipo; pensierose ed entusiaste, pigre e po­lemiche, quelle di mente pronta e coloro che vivevano secondo conclusioni e definizioni. I pensosi erano pazienti e quelli di mente pronta non la perdonavano aì lenti; ma questi avevano raggiunto i pronti. La comprensione viene a lampi, e ci devono essere degli intervalli di silenzio perché occorrano i lampi; ma i pronti sono troppo impazienti per lasciare spazio ai lampi. La comprensione non è verbale e non esiste cosa siffatta come la comprensione intellettuale. La comprensione intellettuale è soltanto sul livello verbale e così non è affatto comprensione. La comprensione non viene come risultato del pensiero, perché il pensiero dopo tutto è verbale. Non c’è pensiero senza memoria e la memoria è la parola, è simbolo, è processo di creazione d’immagini. A questo livello non c’è comprensione. La com­prensione viene nello spazio tra due parole, in quell’intervallo prima che la parola foggi il pensiero. La comprensione non è né per i pronti di mente né per i lenti, ma per coloro che sono consci di questo spazio smisurato.

«Che cos’è la disintegrazione? Noi vediamo la rapida disinte­grazione dei rapporti umani nel mondo, una ancor di più in noi stessi. Come fermare questo disgregamento? Come possiamo integrarci?»

C’è integrazione se possiamo essere vigili nei riguardi dei mo­di della disintegrazione. L’integrazione non si trova a uno o due livelli della nostra esistenza, è il connettersi del tutto. Prima che ciò possa essere, dobbiamo scoprire che cosa intendiamo per disintegrazione, non è vero? il conflitto è un indizio di disinte­grazione? Noi non cerchiamo una definizione, ma il significato che sta dietro la parola.

«La lotta non è dunque inevitabile? Ogni esistenza è lotta; senza lotta ci sarebbe decadenza. Se non lottassi verso una me­ta, io degenererei. Lottare e essenziale come respirare.»

Una dichiarazione categorica interrompe ogni indagine. Noi cerchiamo di scoprire quali siano i fattori della disintegrazione, e forse il conflitto, la lotta, ne sono uno. Che cosa intendete per conflitto, lotta?

«Competizione, sforzo, fatica, volontà di conseguire, sconten­to, e così via.»

La lotta non è a un solo livello d’esistenza, ma a tutti i livel­li. Il processo del divenire è lotta, conflitto, non è vero? L’im­piegato che diviene capufficio, il parroco che diviene vescovo, l’allievo che diviene maestro, il divenire psicologico è sforzo, conflitto.

«Possiamo fare a meno del processo di divenire? Non è una necessità? Come si può essere liberi dal conflitto? Non c’è forse paura dietro questo sforzo?»

Noi ci studiamo di sperimentare, di scoprire, non soltanto a livello verbale, ma più profondamente, cosa che porta alla disinte­grazione e non al modo di liberarsi del conflitto o di ciò che sta dietro a esso. Vivere e divenire sono due stati differenti, no? L’esistenza può sottintendere sforzo; ma noi stiamo analizzando il processo del divenire, lo stimolo psicologico a migliorare, a dive­nire qualcosa, lo sforzo di mutare ciò che è nel suo opposto. Que­sto divenire psicologico può essere il fattore che rende la vita quotidiana dolorosa, fatta di rivalità, tutta un vasto conflitto. Che cosa intendiamo con il divenire? il divenire psicologico del prete che vuol essere vescovo, del discepolo che vuol essere mae­stro, e così via. In questo processo di divenire c’è sforzo, positivo o negativo; è la lotta per mutare ciò che è in qualche altra cosa, non è vero? Io sono questo e voglio diventare quello, e questo divenire è una serie di conflitti. Quand’io sono divenuto quello, c’è ancora un altro quello, e così all’infinito. Il questo che diviene quello è senza fine, e così il conflitto è senza fine. Ora perché vo­glio diventare qualche altra cosa di quella che sono?

«A causa del nostro condizionamento, delle influenze sociali, dei nostri ideali. Non possiamo farci nulla, è la nostra natura.»

Il semplice fatto di dire che non possiamo farci nulla pone fine alla discussione. È una mente pigra quella che fa quest’afferma­zione e che è disposta ad accettare la sofferenza, e questo è stupi­do. Perché siamo così condizionati? Chi ci condiziona? Poi che ci sottomettiamo al fatto di essere condizionati, creiamo noi stessi queste condizioni. È l’ideale che ci fa lottare per divenire quello quando noi siamo questo? È la meta, l’utopia, che genera il con­flitto? Degenereremmo se non lottassimo per un fine?

«Certamente. Ristagneremmo, passeremmo dal male al peggio. È facile precipitare nell’inferno, ma arduo salire al cielo.»

Ancora abbiamo idee, opinioni su ciò che accadrebbe, ma non sperimentiamo direttamente l’evento. Le idee impediscono la comprensione, e altrettanto fanno conclusioni e spiegazioni. Idee e ideali ci fanno lottare per conseguire, per diventare? Io sono questo e l’ideale mi fa lottare per divenire quello? È l’ideale la causa del conflitto? L’ideale è del tutto dissimile da ciò che è? Se esso è completamente diverso, se non ha rapporto con ciò che è, allora ciò che è non può diventare l’ideale. Per divenire, ci deve essere rapporto tra ciò che è e l’ideale, la meta. Voi dite che l’ideale ci dà l’impulso a lottare, così che cerchiamo di scoprire come l’ideale venga in essere. L’ideale non è forse una proiezione della mente?

«Io voglio essere come voi. E una proiezione questa?»

Certo che lo è. La mente ha un’idea, forse piacevole, e vuole essere come quella idea, che è una proiezione del vostro deside­rio. Voi siete questo, che non vi piace, e volete divenire quello, che vi piace. L’ideale è un’autoproiezione; l’opposto è un’esten­sione di ciò che è; non è affatto l’opposto, ma una continuità di ciò che è, forse con qualche modificazione. La proiezione è au­tovoluta e il conflitto è la lotta per la proiezione. Ciò che è proietta se stesso come ideale e lotta per conseguirlo, e questa lotta si chiama divenire. Il conflitto tra gli opposti è considerato necessario, essenziale. Questo conflitto è il ciò che è che cerca di divenire ciò che non è; e ciò che non è è l’ideale, la proiezione dell’io. Voi lottate per divenire qualcosa, e quel qualcosa fa parte di voi. L’ideale è la vostra stessa proiezione. Vedete dunque come la mente ha teso un tranello a se stessa. Voi lottate dietro delle parole, perseguite le vostre stesse proiezioni, la vostra pro­pria ombra. Siete violento e lottate per divenire non violento, l’ideale; ma l’ideale è una proiezione di ciò che è, soltanto sotto un nome diverso. Questa lotta è considerata necessaria, spirituale, evolutiva, e così via; ma è interamente compresa nella gabbia della mente e non porta che all’illusione.

Quando siate conscio del tranello che avete teso a voi stesso, allora il falso vi apparirà come falso. La lotta per un’illusione è il fattore di disintegrazione. Ogni conflitto, ogni divenire è di­sintegrazione. Quando vi sia coscienza di questo tranello che la mente ha teso a se stessa, allora v’è soltanto ciò che è. Quando la mente sia spogliata d’ogni divenire, di ogni ideale, di ogni confronto e condanna, quando la sua stessa struttura sia crolla­ta, allora ciò che è avrà subito una completa trasformazione. Finché c’è la denominazione di ciò che è, v’è rapporto tra la mente e ciò che è; ma quando questo processo di denominazio­ne – che è memoria, la struttura stessa della mente – non sia, al­lora ciò che è non è. Soltanto in questa trasformazione c’è inte­grazione.

L’integrazione non è l’azione della volontà, non è il processo di essere integrati. Quando l’integrazione non è, quando non c’è conflitto, nessuna lotta per divenire, solo allora c’è l’essenza del tutto, il completo.

75. Paura ed evasione

Salivamo di continuo, senza nessun percettibile movimento. Sotto di noi si stendeva un vasto mare di nubi, bianche e abba­glianti, a onde successive, fino a perdita d’occhio. Apparivano così straordinariamente compatte e invitanti! Ogni tanto, a mi­sura che salivamo lungo un’ampia spirale, si intravvedevano delle Fatture in quella schiuma rilucente e a grandissima profon­dità si scorgeva la terra verdeggiante. Sopra di noi c’era il limpi­do cielo azzurro dell’inverno, tenero e smisurato. Una massiccia catena di montagne incappucciate di neve si stendeva da nord a sud, scintillante nel sole fulgido. Quelle montagne si spingevano a un’altezza di quasi cinquemila metri, ma noi ci eravamo solle­vati al di sopra di esse e continuavamo a salire. Era una catena di vette familiari ed esse apparivano così vicine e serene. I pic­chi più elevati si trovavano a nord, mentre noi volavamo verso il sud, dopo aver raggiunto la quota necessaria di seimilacinque­cento metri.

Il passeggero che occupava il posto accanto era molto ciarlie­ro. Non conosceva quelle montagne e s’era appisolato mentre salivamo, ma ora era desto e desideroso di parlare. Era la prima volta che faceva quel viaggio, per necessità di lavoro; sembrava avere tutta una varietà d’interessi e ne parlava con cognizione di causa. Il mare si stendeva ora sotto di noi, nero e lontano, pun­teggiato qua e là da qualche nave. Non si percepiva tremito alcuno delle ali e noi sorvolavamo una città illuminata dopo l’al-tra lungo la costa. L’uomo disse quanto fosse difficile non aver paura, non proprio di un incidente di volo, quanto di tutte le di­sgrazie della vita. Era sposato, con dei figlioli, e aveva sempre paura, non del futuro soltanto, ma di ogni cosa in generale. Era una paura che non aveva nessun oggetto particolare, e sebbene il successo gli avesse arriso, questa paura gli rendeva la vita lo­gorante e penosa. Era stato sempre piuttosto apprensivo, ma ora lo stato di ansia era divenuto quanto mai persistente e i suoi sogni, disse, erano di natura impressionante. Sua moglie sapeva delle sue paure, ma non si rendeva conto di come fossero gravi.

La paura può esistere soltanto in rapporto a qualcosa. Come astrazione, la paura è una semplice parola, e la parola non è la paura reale. Sapete specificatamente di che cosa abbiate paura?

«Non sono mai stato capace di toccarla con mano, e i miei stessi sogni sono troppo vaghi; ma in ognuno di essi s’insinua la paura. Ne ho parlato a medici e ad amici, ma o mi hanno riso in faccia o non mi sono stati comunque di molto aiuto. Questa paura mi ha sempre eluso ed io voglio liberarmi di questa maledetta cosa.»

Volete veramente liberarvene, o è soltanto una frase?

«Potrà sembrare, il mio, uno stato d’animo superficiale, ma non so che cosa darei per essere libero di questa paura. Non sono un uomo particolarmente religioso, ma, cosa strana, ho pre­gato Iddio che mi liberasse della mia paura. Quando mi lascio assorbire dal mio lavoro, o da qualche altra occupazione, la paura spesso è assente; ma, come un mostro, è sempre in ag­guato, e prima o poi siamo di nuovo insieme.»

Avete la vostra paura in questo momento? Siete consapevole che è qui presso, in agguato? Si tratta di una paura conscia o nascosta?

«Posso sentirla, ma non so se sia conscia o inconscia.»

La sentite come qualcosa molto lontano o vicino, non nello spazio o in distanza, come sentimento?

«Quando ne sono consapevole, mi sembra vicinissima. Ma che ha a che vedere tutto questo con la paura?»

La paura può venire in essere soltanto in rapporto a qualco­sa. Questo qualcosa può essere la vostra famiglia, il vostro lavo­ro, le vostre preoccupazioni per l’avvenire, la morte. Avete forse paura della morte?

«Non particolarmente, ma vorrei poter avere una morte rapida, non una lenta e penosa. Non credo che sia per la mia fami­glia ch’io nutro quest’ansia e neppure per il lavoro.»

Allora deve essere qualcosa di più profondo dei rapporti su­perficiali che è causa di questa paura. Si può essere in grado di identificarlo, ma se potrete scoprirlo da voi esso avrà un signifi­cato di gran lunga più importante. Perché non avete paura dei rapporti superficiali?

«Mia moglie ed io ci amiamo; ella non penserebbe neppure per un istante di guardare un altr’uomo ed io non mi sento attrat­to da altre donne. Troviamo completezza l’uno nell’altra. I figli sono causa di ansietà, naturalmente, e quello che si può fare per loro si fa; ma con tutto il caos economico che travaglia il mondo, non si può dar loro sicurezza economica, ed essi dovranno fare del loro meglio. Il mio lavoro è abbastanza sicuro, ma c’è la paura che qualche cosa possa accadere a mia moglie.»

Siete dunque sicuro del vostro rapporto profondo. Perché ne siete tanto certo?

«Non so, ma lo sono. Bisogna pur prendere qualche cosa per certo, non vi pare?»

Non è questo il punto. Volete che lo approfondiamo? Che cosa vi rende così certo del vostro rapporto intimo? Quando dite che voi e vostra moglie trovate completezza l’uno nell’altra, che cosa intendete?

«Che troviamo la felicità l’uno nell’altra: compagnia, com­prensione, eccetera. Nel senso più profondo, contiamo l’un sull’altra. Sarebbe un colpo terribile se qualcosa dovesse accadere a uno di noi. In questo senso siamo interdipendenti.»

Che cosa intendete per “interdipendenti”? Volete dire che senza di lei voi sareste perduto, vi sentireste solo all’estremo, non è così? Ella proverebbe lo stesso; per cui siete interdipendenti l’uno dall’altra.

«Che cosa c’è di male in questo?»

Noi non stiamo condannando o giudicando, ma solo indagando. Siete proprio certo di voler entrare in merito all’argomento? Ne siete veramente sicuro? E va bene, parliamone, dunque.

Senza vostra moglie voi sareste solo, sareste perduto nel senso più profondo; per cui ella vi è essenziale, non è vero? Dipen­dete da lei per la vostra felicità e questa dipendenza è ciò che si chiama amore. Voi avete paura di essere solo. Ella è sempre presente a nascondere il fatto della vostra solitudine, così come voi nascondete la sua; ma il fatto continua ad esistere, non e ve­ro? Noi ci serviamo l’uno dell’altro per nascondere questa soli­tudine; noi le sfuggiamo in molti modi, in differentissime forme di rapporto, ed ognuno di questi rapporti diviene una dipenden­za. Io ascolto la radio perché la musica mi rende felice, mi toglie a me stesso; libri e sapere rappresentano essi pure una via di fuga comodissima da me stesso. E noi dipendiamo da tutte queste cose.

«Perché non dovrei fuggire me stesso? Io non ho nulla di cui essere orgoglioso, e identificandomi con mia moglie, che è molto meglio di me, io fuggo me stesso.»

Naturalmente, la maggior parte della gente fugge se stessa. Ma per fuggire voi stesso dovete divenir dipendente. La dipendenza si fa più forte, le vie d’evasione più essenziali, in propor­zione alla paura di ciò che è. La moglie, il libro, la radio diven­gono straordinariamente importanti; le evasioni vengono ad avere un significato immenso, del massimo valore. Io uso mia moglie come mezzo di fuggire me stesso, onde sono attaccato a lei. Debbo possederla, non devo perderla; ed ella ama essere posseduta, perché lei pure usa me. C’è una comune necessità di evasione, e vicendevolmente ci usiamo. Questo uso si chiama amore. Voi non amate ciò che siete, e così sfuggite a voi stesso, a ciò che è.

«Questo mi sembra abbastanza chiaro. Vedo qualche cosa in ciò che dite, qualcosa di logico. Ma perché si fugge? Da che cosa si evade?»

Dalla propria solitudine, dal proprio vuoto, da ciò che siamo. Se fuggite senza vedere ciò che è, ovviamente non potete capirlo; così che prima dovete cessar di fuggire, di correre via, e solo allora po­trete osservare voi stesso come siete. Ma non potete osservare ciò che è se lo state sempre criticando, se vi piace o non vi piace. Voi lo chiamate solitudine e ne rifuggite; e lo stesso rifuggire da ciò che è è paura. Voi avete paura di questa solitudine, di questo vuoto, e la dipendenza è il nasconderla. Così la paura è continua; è continua fino a quando fuggiate da ciò che è. Identificarsi completamente con qualche cosa, con una persona o un’idea, non è una garanzia di evasione definitiva, perché questa paura è sempre in agguato nei pressi. Traspare attraverso sogni, quando c’è una soluzione di continuità nell’identificazione; e c’è sempre una soluzione nell’identificazione, a meno che non si sia degli squilibrati.

«Quindi la mia paura nasce dalla mia propria vacuità, dalla mia insufficienza. Vedo che avete ragione, che è tutto vero; ma che cosa devo fare in merito a ciò?»

Non potete farci nulla. Qualunque cosa facciate è un’azione di fuga. Questa è la cosa più importante da capire. Allora vedre­te che non siete distinto o separato da quella vacuità. Voi siete quella insufficienza. L’osservatore è la vacuità osservata. Quindi, se procederete oltre, non vi sarà più la denominazione di so­litudine; il processo di dare un termine è cessato. Se procederete ulteriormente, il che è abbastanza arduo, la cosa nota come solitudine non è più; v’è una completa cessazione della solitudine, della vacuità, del pensatore in quanto pensiero. Ciò soltanto pone fine alla paura.

«Allora che cos’è l’amore?»

L’amore non è identificazione; non è pensiero intorno all’amore. Voi non pensate all’amore quando esso c’è; voi ci pensate solo quando è assente, quando c’è distanza fra voi e l’oggetto del vostro amore. Quando c’è diretta comunione, non c’è pensiero, non immagine, non reviviscenza della memoria; è quando la comunione si spezza, a qualunque livello, che comincia il processo del pensiero, dell’immaginazione. L’amore non è della mente. La mente crea il fumo dell’invidia, del possesso, della mancanza, del ricordo del passato, del desiderio del domani, del dolore e della preoccupazione; e questo effettivamente soffoca la fiam­ma. Quando il fumo non è, è la fiamma. I due non possono esi­stere insieme; il pensiero che essi coesistano non è che un desi­derio. Un desiderio è una proiezione del pensiero, e il pensiero non è amore.

76. Sfruttamento e attività

Era il primo mattino e gli allegri uccelli stavano facendo un ter­ribile baccano. Il sole sfiorava appena le cime degli alberi e nell’ombra densa non c’erano ancora chiazze di luce. Un serpente doveva essere strisciato da poco per il prato, perché si vedeva una lunga e stretta striatura nella rugiada. Il cielo non aveva an­cora perso il suo colore e grandi nuvole bianche vi si venivano radunando. Ad un tratto, il rumor degli uccelli tacque, per poi riprendere con maggior lena, tutto un gridio di avvertimento e di rimbrotto, ora che un gatto era comparso ed era venuto a sdraiarsi sotto un cespuglio. Un gran falco aveva acchiappato un uccello bianco e nero e lo stava dilaniando col ricurvo becco aguzzo. Teneva la sua preda con appassionata ferocia e divenne minaccioso, quando due o tre corvi gli si fecero vicini. Gli occhi del falco erano gialli con sottili striature nere, e osservavano i corvi e noi, senza un batter di palpebre.

«Perché non dovrei essere sfruttato? Non ho nulla in contrario ad essere utilizzato per la causa, che ha grande importanza, ed io voglio identificarmi completamente con essa. Che cosa facciano di me ha poca importanza. Vedete, io non conto nulla. Non posso far molto in questo mondo e così aiuto quelli che possono fare. Ma ho un problema di attaccamento personale che mi distrae dal mio lavoro. È questo attaccamento che voglio capire.»

Ma perché dovreste essere sfruttato? Non siete altrettanto importante quanto l’individuo o il gruppo che vi sfrutta?

«Non m’importa di essere sfruttato per la causa, che per me è di grande bellezza e valore nel mondo. Quelli con i quali lavoro sono uomini spirituali con ideali elevati, ed essi sanno meglio di me che cosa si debba fare.»

Perché ritenete che siano più capaci di fare il bene di quanto lo siate voi? Come sapete che sono “spirituali”, per usare la vo­stra parola, ed hanno una visione più saggia della vostra? Dopo tutto, quando offrite i vostri servigi, dovete aver riflettuto sull’argomento; o siete stato attratto, emotivamente agitato, e così vi siete dato al lavoro?

«È una bella causa, e ho offerto i miei servigi perché sentivo che dovevo collaborare.»

Voi siete come quegli uomini che si arruolano nell’esercito per uccidere o essere uccisi in nome di una nobile causa. Sanno quello che fanno? Voi sapete quello che fate? Sapete proprio che la causa che servite è “spirituale”?

«Naturalmente avete ragione. Ho fatto parte dell’esercito per quattro anni durante l’ultima guerra; mi sono arruolato, come molti altri, per un sentimento di patriottismo. Non credo di avere riflettuto allora sul significato di uccidere; era quello che bi­sognava fare, e ci siamo arruolati. Ma le persone con le quali ora collaboro sono spirituali.»

Sapete che cosa voglia dire essere spirituali? innanzi tutto, essere ambiziosi è non essere ovviamente spirituali. E non sono essi forse ambiziosi?

«Temo che lo siano. Non ho mai pensato a queste cose, volevo soltanto collaborare a qualcosa di bello.»

É forse bello essere ambiziosi e nasconderlo con un mucchio di parole altisonanti in merito a maestri, umanità, arte, fratel­lanza? È spirituale essere appesantiti da un egocentrismo che si estende fino al prossimo, fino a colui al di là del mare? Voi col­laborate con quelli che hanno fama di essere spirituali, senza sapere di che si tratti, desideroso soltanto di essere sfruttato.

«Sì, è una condotta molto immatura, nevvero? Non voglio es-sere turbato in ciò che faccio e tuttavia ho un problema; e quan­to mi dite mi turba ancora di più.»

Cominciava a far caldo sotto gli alberi e ci allontanammo. Ma come può una mente superficiale fare mai del bene? Non è il fare il “bene” indizio di una mente superficiale? E non è la mente, per scaltra, sottile, dotta che sia, sempre superficiale? La mente su­perficiale non può mai divenire l’insondabile; lo stesso divenire e la via della superficialità. Il divenire è il perseguimento della proiezione dell’io. La proiezione può essere verbalmente eleva­tissima, può essere una visione, un piano o un progetto d’immen­sa estensione; ma è sempre figlia del superficiale. Si faccia quel che si vuole, il superficiale non può mai divenire il profondo; ogni azione da parte sua, ogni moto della mente a qualunque livello è ancora del superficiale. È molto difficile vedere che le sue attività sono vane, inutili. È la mente superficiale che è attiva e questa stessa attività la mantiene in quello stato. La sua stessa at­tività è il suo proprio condizionamento. Il condizionamento, conscio o nascosto, è il desiderio di essere liberi dal conflitto, dalla lotta, e questo desiderio erige muraglie contro il moto della vi­ta, contro ignote brezze; e all’interno di queste muraglie di con­clusioni, di credi, di spiegazioni, di ideologie, la mente ristagna. Soltanto il superficiale ristagna, muore.

Lo stesso desiderio di cercare riparo attraverso il condizionamento genera altri sforzi, altri problemi; perché condizionare è separare, e il separato, l’isolato non può vivere. Il separato, unendosi ad altri separati, non diviene il tutto. Il separato è sempre l’isolato, sebbene possa accumulare e raccogliere, espandersi, includere e identificarsi. Il condizionamento è distruttivo, ha un’azione disin­tegrante; ma la mente superficiale non può vedere la verità di questo, perché è attiva nella ricerca della verità. Questa stessa attività impedisce la ricezione della verità. La verità è azione, non l’attività del superficiale, del ricercatore, dell’ambizioso. La verità è il buo­no, il bello, non l’attività della danzatrice, del pianificatore, del tes­sitore di parole. È la verità che libera il superficiale, non il suo piano di essere libera. Il superficiale, la mente non possono mai farsi liberi; possono soltanto andare da un condizionamento all’altro, credendo che il successivo sia più libero. Il più non è mai libero, è condizionante, un’estensione del meno. Il movimento del divenire, dell’uomo che vuole diventare il Budda o il capufficio, è l’attività del superficiale. I superficiali hanno sempre paura di quello che sono; ma quello che essi sono è la verità. La verità è nella silente os­servazione di ciò che è, ed è la verità che trasforma ciò che è.

Non dovreste essere turbato? Dopo tutto, è solo quando siamo turbati, destati che cominciamo a osservare e a scoprire. Noi siamo sfruttati a causa della nostra stupidità, che i furbi usano in nome del Paese, di Dio, di qualche ideologia. Come può la stupidità fare del bene nel mondo anche sei furbi ne fanno uso? Quando sfruttano la stupidità, anche i furbi sono stupidi, perché neppure loro sanno dove le loro attività li portino. L’azione degli stupidi, di quelli che non sono consapevoli dei loro stessi pensieri, porta inevitabilmente al conflitto, alla confusione e all’infelicità.

il vostro problema può non essere necessariamente una distrazione. Poiché esiste, come può esserci?

«Esso turba il mio lavoro di dedizione.»

La vostra opera di dedizione non è completa, dato che avete un problema che, dite, vi distrae. La vostra dedizione può essere un’azione irriflessiva, e il problema può essere un indizio, un monito a non lasciarci irretire dalle vostre presenti attività.

«Ma io amo quello che faccio.»

E questo può essere il guaio grosso. Noi abbiamo bisogno di perderci in qualche forma di attività; più questa ci soddisfa, più ci aggrappiamo ad essa. Il desiderio di trarre piacere ci rende stupidi, e il piacere a qualunque livello è sempre lo stesso; non c’è piacere più o meno elevato. Sebbene noi si possa consciamente o inconsciamente nascondere il nostro piacere sotto nobili parole, lo stesso desiderio di provare piacere ci rende ottusi, insensibili. Noi traiamo soddisfazione, conforto, sicurezza psicologica da qualche specie di attività; e avendolo ottenuto, o immaginandoci di averlo ottenuto, non vogliamo essere turbati. Ma c’è sempre turbamento, a meno che non siamo morti o non comprendiamo l’intero processo del conflitto, della lotta. In maggioranza, vogliamo essere morti, insensibili, perché vivere è doloroso; e contro quel dolore erigiamo muraglie di resistenza, le muraglie del condizionamento. Queste muraglie apparentemente protettive generano soltanto ulteriori conflitti e miserie. Non è forse importante comprendere il problema piuttosto che trovare una via d’uscita da esso? Il vostro problema può essere la cosa vera, e il vostro lavoro un’evasione senza molta impor­tanza.

«Tutto ciò mi turba oltremodo, e dovrò pensarci su con molta attenzione.»

77. Il dotto e il saggio

La pioggia aveva lavato via la polvere e la calura di molti mesi, e le foglie erano pulite e smaglianti, con le nuove che cominciavano a spuntare. Per tutta la notte le rane avevano riempito l’aria col loro gracidio insistente; ora tacevano per un po’, in riposo, e poi avrebbero ricominciato. Il fiume scorreva rapido, e c’era come una mollezza nell’aria. Le piogge non erano affatto cessate. Neri nuvoloni si venivano raccogliendo, che nascondevano il sole. La terra, gli alberi, l’intera natura sembravano in attesa di un’altra purificazione. La strada era d’un marrone scuro e i fan­ciulli giocavano tra le pozzanghere; Facevano dei pasticci di fan­ghiglia o erigevano castelli e palazzi circondati di mura. C’era gioia nell’aria dopo mesi di calura e l’erba verde cominciava a ricoprire la terra. Ogni cosa si stava rinnovando.

Questo rinnovamento è innocenza.

L’uomo si riteneva coltissimo e il sapere per lui era l’essenza medesima della vita. La vita senza sapere era peggio della morte. Il suo sapere non si limitava a una o due cose, ma comprendeva moltissime fasi della vita; egli poteva parlare con sicurezza dell’a­tomo e del comunismo, di astronomia e della quantità annua di acqua del fiume, di dieta e di sovrappopolazione. Era stranamen­te orgoglioso del suo sapere e, come un abile presentatore di circo equestre, se ne serviva per far colpo; tutto quel sapere costringeva gli altri al silenzio e al rispetto. Come il sapere ci impressiona e che timore reverenziale testimoniamo al dotto! Il suo inglese era piuttosto difficile a intendersi. Egli non era mai stato fuori del suo paese, ma aveva libri di altri paesi. Era dedito al sapere come un altro potrebbe esserlo all’alcool o a qualche altra voluttà.

«Che cos’è la saggezza se non è fatta di sapere? Perché dite che si deve sopprimere ogni sapere? Non è forse essenziale il sapere? Senza di esso, che cosa saremmo? Saremmo ancora dei primitivi, ignorando tutto del mondo straordinario in cui vivia­mo. Senza sapere, l’esistenza sarebbe impossibile a qualunque livello. Perché non fate che ripetere che il sapere è un ostacolo alla comprensione?»

Il sapere è condizionamento. Il sapere non dà libertà. Uno può saper costruire un aeroplano e volare dall’altra parte del mondo in poche ore, ma questa non è libertà. Il sapere non è il fattore creativo, perché il sapere è continuo e ciò che ha conti­nuità non può mai condurre all’implicito, all’imponderabile, all’ignoto. Il sapere è un impedimento all’aperto, all’ignoto. L’ignoto non può mai essere ammantato nel cognito; il cognito muove sempre verso il passato; il passato adombra sempre il presente, l’ignoto. Senza libertà, senza mente aperta, non vi può essere comprensione. La comprensione non viene col sapere. Nell’intervallo tra le parole, tra i pensieri, viene la comprensio­ne; questo intervallo è silenzio non interrotto dal sapere, è l’a­perto, l’imponderabile, l’implicito.

«Il sapere non è forse utile, essenziale? Senza sapere, come potrebbe esserci scoperta?»

La scoperta avviene non quando la mente è ingombra di sapere, ma quando il sapere è assente; soltanto allora c’è silenzio e spazio, e in questo stato la comprensione, o la scoperta, viene in essere. Il sapere è indubbiamente utile a un dato livello, ma a un altro positivamente nocivo. Quando il sapere è usato come mezzo di autoesaltazione, di ascesa a una posizione di premi­nenza, allora è perverso, genera separazione e ostilità. La dilata­zione di se stessi è disintegrazione, tanto nel nome di Dio, quan­to dello Stato o di una ideologia. Il sapere a un dato livello, sebbene condizionante, è necessario: lingua, tecnica, e così via. Questo condizionamento è una salvaguardia, un elemento es­senziale per la vita esteriore; ma quando questo condizionamento è usato psicologicamente, quando il sapere diviene un mezzo di conforto psicologico, di piacere, allora genera inevita­bilmente conflitto e confusione. E poi, che cosa intendete per sapere? Che cosa sapete in realtà?

«So moltissime cose.»

Volete dire che avete un gran numero d’informazioni, di dati in merito a molte cose. Avete raccolto certi fatti; e con questo? Essere informati sul disastro rappresentato da una guerra im­pedisce forse le guerre? Voi disponete, ne sono certo, di numerosi dati sugli effetti dell’ira e della violenza in seno a noi stessi e alla società; ma questa conoscenza ha forse posto fine allodio e all’inimicizia?

«Conoscere gli effetti della guerra non può porre fine imme­diata alle guerre, ma porterà prima o poi alla pace. La gente deve essere informata, istruita, si deve mostrare alla gente gli ef­fetti della guerra, del conflitto.»

La gente siete voi stesso e un altro. Voi avete tutte queste estese cognizioni, e siete forse per questo meno ambizioso, meno violento, meno egocentrico? Per il fatto di avere studiato le rivoluzioni, la storia dell’ineguaglianza, siete forse libero da una sensazione di superiorità, dal bisogno di darvi importanza? Poi che avete una vasta conoscenza dei travagli e dei disastri del mondo, amate forse? E poi, che cos’è che sappiamo, di che cosa abbiamo conoscenza?

«Il sapere è esperienza accumulatasi attraverso i secoli. In una forma è tradizione e in un’altra è istinto, conscio e inconscio. I ricordi e le esperienze nascoste, sia acquisite o ricevute, fungono da guida e foggiano la nostra azione; questi ricordi, razziali e individuali, sono di somma importanza, perché aiutano e proteggono l’uomo. Potete fare a meno di questo sapere?»

L’azione foggiata e guidata dalla paura non è azione. L’azione che è conseguenza di pregiudizi razziali, di speranze, timori, il­lusioni è condizionata; e ogni condizionamento, come abbiamo detto, genera ulteriori conflitti e dolori. Voi siete condizionato come un bramino secondo una tradizione che è in atto da secoli; e reagite agli stimoli, ai mutamenti e ai conflitti sociali, come un bramino. Reagite secondo il vostro condizionamento, secon­do le vostre esperienze passate, il vostro sapere, così che una nuova esperienza non fa che condizionarvi ulteriormente. L’esperienza in base a un credo, a un’ideologia, è semplicemente in continuazione di quel credo, la perpetuazione di un’idea. Una siffatta esperienza rafforza soltanto la propria credenza. L’idea separa e la vostra esperienza secondo un’idea, un modello, vi fa ancor più discriminante. L’esperienza come sapere, come accu­mulo psicologico, condiziona soltanto e l’esperienza è quindi un’altra via di autoesaltazione. Il sapere come esperienza al livello psicologico un ostacolo alla comprensione.

«Noi dunque sperimentiamo secondo le nostre credenze?»

Ma è ovvio, non vi pare? Voi siete condizionato da una particolare società – che siete voi stesso a un livello differente – a credere in Dio, nelle divisioni sociali; e un altro è condizionato a credere che non c’è Dio, a seguire un’ideologia del tutto diversa. Entrambi sperimentate secondo il vostro credo, ma questa esperienza che fate è un impedimento all’incognito. L’esperien­za, il sapere, che è memoria, è utile a un certo livello; ma l’espe­rienza come mezzo di rafforzare il “me stesso” psicologico, l’io, porta soltanto all’illusione e al dolore. E che cosa possiamo sapere se la mente è infarcita di esperienze, di ricordi, di cognizio­ni? Può esservi sperimentazione se sappiamo? Il cognito non impedisce la sperimentazione? Potete conoscere il nome di quel fiore, ma questo vi permette di sperimentare il fiore? Innanzi tutto viene la sperimentazione e la denominazione dà forza soltanto all’esperienza. La denominazione impedisce ulteriore spe­rimentazione. Per lo stato di sperimentazione, non ci deve essere forse libertà dalla denominazione, dall’associazione, dal processo della memoria?

Il sapere è superficiale, e può il superficiale portare al profon­do? Può la mente, che è il risultato del cognito, del passato, andare sempre al di sopra e al di là delle sue stesse proiezioni? Per scoprire, bisogna cessare di proiettare. Senza le sue proiezioni, la mente non è. Il sapere, il passato possono proiettare soltanto ciò che è il cognito. Lo strumento del cognito non può essere mai lo scopritore. Il cognito deve cessare a favore della scoper­ta; l’esperienza deve cessare per dar luogo alla sperimentazione. il sapere è un ostacolo alla comprensione.

«Che cosa ci resta se siamo senza sapere, esperienza, memoria? Siamo nulla.»

Siete qualcosa più di niente ora? Quando dite “Senza sapere non siamo nulla”, voi non fate che una semplice asserzione ver­bale senza sperimentare quello stato, non è vero? Quando fate questa asserzione c’è un senso di paura, la paura di essere nudi. Senza questi accrescimenti voi non siete nulla, che è la verità. E perché non esserlo? Perché tutte queste pretese e presunzioni? Noi abbiamo questo nulla di fantasie e capricci, di speranze, di varie idee confortevoli; ma sotto questo mantello noi non siamo nulla, non il nulla di certe astrazioni filosofiche, ma il vero nul­la. La sperimentazione di questo nulla è il principio della saggezza.

Come ci vergogniamo di dire che non sappiamo! Copriamo il fatto di non sapere con parole e cognizioni. In realtà, voi non conoscete vostra moglie, il vostro vicino; come potreste, dato che non conoscete voi stesso? Avete un mucchio di dati, di con­clusioni, di spiegazioni intorno a voi stesso, ma non siete consa­pevole di ciò che è, dell’implicito. Le spiegazioni, le conclusioni, chiamate sapere, impediscono la sperimentazione di ciò che è. Senza essere innocenti, come vi può essere saggezza? Senza morire al passato, come può esservi il rinnovamento dell’inno­cenza? Morire è di momento in momento; morire non è accumulare; lo sperimentatore deve morire all’esperienza. Senza esperienza, senza sapere, lo sperimentatore non è. Sapere è essere ignoranti: non sapere è il principio della saggezza.

78. Silenzio e volontà

Non c’era nessuno sulla lunga spiaggia ad arco. Qualche pescatore se ne tornava al suo villaggio tra gli alti palmeti. Lungo la strada, filavano, arrotolando il cotone intorno alle loro cosce nude e aggomitolandolo sul rocchetto; era un filo molto forte e sottile. Alcuni di quei pescatori camminavano con grazia e di­sinvoltura, altri trascinavano i piedi. Erano malnutriti, magri e neri di sole. Un ragazzino passò cantando, a passi lunghi e lieti; e il mare si gettava sulla spiaggia rotolando. Non soffiava una brezza gagliarda, ma il mare era grosso, con onde risonanti. La luna, quasi piena, era appena spuntata dall’acqua verdazzurra e i frangenti apparivano bianchi in contrasto alla sabbia gialla.

Come la vita è essenzialmente semplice e come noi la compli­chiamo! La vita è complessa, ma noi non sappiamo essere sem­plici con lei. La complessità deve essere avvicinata semplicemente, o non la comprenderemo mai. Noi sappiamo troppo, ed è per questo che la vita ci elude; e il troppo è così poco. Con quel poco noi affrontiamo l’immenso; e come possiamo misurare l’incommensurabile? La nostra vanità ci ottunde, l’esperienza e il sapere ci legano e le acque della vita ci passano accanto. Cantare con quel ragazzo, trascinarsi stancamente con quei pe­scatori, avvolgere il filo intorno alle proprie cosce, essere quei villici e quella coppia in macchina, per essere tutto questo, non come un inganno d’identità, richiede amore. L’amore non è complesso, ma la mente lo rende tale. Ci occupiamo troppo del­la mente e i modi dell’amore non li conosciamo. Conosciamo i modi del desiderio e la volontà del desiderio, ma non conoscia­mo l’amore. L’amore è la fiamma senza il fumo. Siamo troppo avvezzi al fumo; esso ci riempie la testa e il cuore e noi vediamo oscuramente. Non siamo semplici con la bellezza della fiamma; ci torturiamo con essa. Non viviamo con la fiamma, corriamo pronti ovunque essa possa condurre. Sappiamo troppo, che è sempre poco, e apriamo un sentiero per l’amore. L’amore ci sfugge, ma noi abbiamo la struttura vuota. Coloro che sanno di non sapere sono i semplici; vanno lontano, perché non hanno il fardello del sapere.

Egli era un sana-vasi d’una certa fama; aveva la tunica gialla e l’espressione distante. Diceva di aver rinunciato al mondo già da molti anni e ora si stava avvicinando a quello stadio in cui né questo né l’altro mondo lo interessavano più. Aveva esercitato molte austerità, dominato duramente il proprio corpo e possedeva un controllo straordinario sulla sua respirazione e il suo sistema nervoso. Ciò gli aveva dato un gran senso di potere, sebbene egli non lo avesse cercato.

Non è questo potere altrettanto deleterio alla comprensione quanto il potere dell’ambizione e della vanità? L’avidità, come la paura, genera il potere dell’azione. Ogni senso di potere, di dominio, dà forza all’io, al “me” e al “mio”; e non è forse l’io un ostacolo alla realtà?

«L’inferiore deve essere soppresso o reso conforme al supe­riore. Il conflitto tra i vari desideri della mente e il corpo deve essere pacificato; nel processo del controllo, il capo assapora il potere, ma questo è solito a salire più in alto o a scendere più in basso. Il potere è nocivo solo quando sia usato per se stessi e non quando usato per aprire la via al supremo. La volontà è po­tere, è la direttiva; quando sia usata a scopi personali è distruttiva, ma se usata nella giusta direzione è benefica. Senza volontà, non vi può essere azione.»

Ogni capo usa il potere come mezzo a un dato fine e così fa pure l’uomo comune; ma il capo dice di usarlo per il bene di tutti, laddove l’uomo comune pensa solo a se stesso. La meta del dittatore, dell’uomo che detiene il potere, del capo, è la stessa dei governati; sono simili, una è l’espansione delle altre; e l’una e l’altra sono auto-proiezioni. Noi condanniamo l’una e apprez­ziamo l’altra; ma non sono tutte le mete il risultato dei nostri stessi pregiudizi, delle nostre inclinazioni, paure e speranze? Noi usiamo sforzo, volontà, potere per aprire la via verso il supremo; supremo che è foggiato di desiderio, che è volontà. La volontà crea la sua propria meta e sacrifica o sopprime ogni cosa a quel fine. Il fine è se stesso, soltanto si chiama il supremo, o lo Stato, o l’ideologia.

«Può il conflitto avere fine senza il potere della volontà?»

Senza la comprensione delle vie del conflitto e di come esso venga in essere, che valore può avere la semplice soppressione sublimazione del conflitto o il trovargli un sostituto? Potete sopprimere una malattia, ma questa molto probabilmente si presenterà sotto un’altra forma. La volontà stessa è conflitto, il risultato della lotta; la volontà è desiderio diretto a uno scopo finalistico. Se non si comprende il processo del desiderio, il solo dominarlo è un invito a ulteriore arsione, ulteriore sofferenza. Il controllo è evasione. Potete dominare un bambino o un problema, ma non avrete con questo compreso né l’uno né l’altro. La comprensione è di gran lunga più importante del conseguimen­to di un fine. L’azione della volontà e distruttiva, perché l’azione verso un fine è imprigionante, separatrice, isolante. Non potete far tacere il conflitto, il desiderio, perché il soggetto dello sforzo è egli stesso prodotto del conflitto, del desiderio. Colui che pensa e i suoi pensieri sono il prodotto del desiderio; e senza com­prensione del desiderio, che è l’io posto a qualunque livello, alto o basso, la mente è sempre impaniata nell’ignoranza. La via del supremo non passa per la volontà, per il desiderio. Il supremo può venire in essere solo quando il soggetto dello sforzo non è. É la volontà che genera conflitto, il desiderio di divenire o di di­rigersi verso il supremo. Quando la mente che è messa insieme dal desiderio viene alla sua fine, non per lo sforzo, allora in quel silenzio, che non è una meta, la realtà viene in essere.

«Ma non è essenziale la semplicità per quel silenzio?»

Che cosa intendete per semplicità? Intendete identificazione con la semplicità, o il fatto di essere semplice?

«Non potete essere semplice senza identificarvi con ciò che è semplice, esternamente come pure internamente.»

Voi divenite semplice, non e così? Siete complesso, ma diveni­te semplice attraverso l’identificazione, identificandovi col con­tadino o con la tonaca di un monaco. Io sono questo e divengo quello. Ma porta questo processo di divenire alla semplicità o semplicemente all’idea della semplicità? L’identificazione con il concetto di semplice non è la semplicità, non è vero? Sono forse semplice perché continuo ad asserire che lo sono o continuo a identificarmi col modello della semplicità? La semplicità sta nella comprensione di ciò che è, non nel tentativo di cambiare ciò che è nella semplicità. Potete cambiare ciò che è in qualche cosa che non è? Può l’avidità, diretta a a Dio, al denaro, o all’alcool divenire mai non avidità? Ciò con cui noi stessi ci identifi­chiamo e sempre la proiezione di noi stessi, sia essa il supremo, sia lo Stato o la famiglia. Identificazione a ogni livello è il processo dell’io.

La semplicità è la comprensione di ciò che è, per complesso che questo possa apparire. Il ciò che è non è difficile a compren­dersi, ma ciò che impedisce la comprensione è la distrazione del confronto, della condanna, del pregiudizio, negativo o posi­tivo, e così via. Son tutte queste cose che generano la comples­sità. Ciò che è non è complesso in sé, è sempre semplice. Ciò che voi siete è semplice a comprendersi, ma è reso complesso dal fatto che lo avviciniate; per cui ci deve essere comprensione dell’intero processo di avvicinamento. Se non condannate il bambino, allora egli è ciò che è ed è possibile agire. L’atto di condannare porta alla complessità; l’azione di ciò che è è sem­plicità.

Nulla è essenziale per il silenzio se non il silenzio medesimo; esso è il suo proprio principio e la sua propria fine. Nessuna es­senzialità lo determina, perché esso è. Nessun mezzo potrà mai portare a questo silenzio, a questa pace. E solo quando il silen­zio è qualche cosa da conseguire, da raggiungere, che i mezzi divengono essenziali. Se il silenzio deve essere comprato, allora il denaro diviene importante; ma il denaro, e ciò che esso acqui­sta, non sono il silenzio. I mezzi sono rumorosi, violenti, o sot­tilmente acquisitivi, e il fine è di natura simile, perché il fine è nei mezzi. Se il principio è silenzio, anche il fine è silenzio. Non ci sono mezzi per giungere al silenzio; il silenzio è quando il ru­more non è. Il rumore non termina attraverso il rumore ulterio­re dello sforzo, della disciplina, delle rinunce, della volontà. Ve­dere la verità di ciò è silenzio.

79. Ambizione

Il bambino non aveva fatto che piangere per tutta la notte e la povera madre aveva fatto di tutto per calmarlo. Gli aveva cante­rellato, lo aveva rimbrottato, vezzeggiato e cullato; ma tutto era stato inutile. Il bambino stava forse mettendo i denti ed era stata una notte logorante per l’intera famiglia. Ma ora l’alba si diffondeva sugli alberi oscuri e finalmente il piccino s’era quie­tato. C’erano una pace, un silenzio particolari a misura che il cielo si faceva sempre più chiaro. I rami morti si stagliavano ni­tidi contro il cielo, più spogli e nudi; s’udiva un bimbo chiamare, poi un cane abbaiò, un autocarro passò ringhiando, e un al­tro giorno aveva avuto il suo inizio. Dopo un po’ la madre uscì col piccino tra le braccia, bene avvolto in una coperta, e si avviò per la strada oltre il villaggio, rimanendo in attesa alla fermata dell’autobus. Presumibilmente, portava il bimbo dal medico. Ella appariva così stanca ed emaciata dopo quella notte insonne, ma il piccolo era profondamente addormentato.

In breve il sole raggiunse le cime degli alberi e la rugiada scintillò sul verde dell’erba. In lontananza un treno fischiò e le montagne distanti apparivano fredde e scure d’ombra. Un gros­so uccello volò via rumorosamente, perché avevamo disturbato la sua covata. Il nostro avvicinarci doveva essere stato molto improvviso, perché l’uccello non aveva avuto tempo di ricoprire le uova con delle foglie secche. Ve n’erano una dozzina. Ma anche se allo scoperto, erano quasi invisibili, tanto abilmente la madre le aveva nascoste, ed ora l’uccello ci stava spiando da un albero lontano. Vedemmo la madre con la sua covata qualche giorno più tardi, e il nido era vuoto.

C’era ombra e frescura lungo il viottolo, che portava attraver­so gli umidi boschi alla lontana cima del colle e le acacie erano in fiore. Aveva piovuto molto qualche giorno prima e il terreno era molle e cedevole. C’erano dei campi di patate novelle e giù, lontano, in fondo alla valle c’era la città. Era un mattino bellissi­mo, d’oro. Oltre la collina, il viottolo riportava a casa.

Ella era una donna intelligente e preparata, aveva letto tutti i libri più recenti, visto i lavori teatrali più in voga e conosceva bene una certa scuola filosofica ch’era venuta di gran moda in quegli ultimi tempi. S’era sottoposta a delle analisi psichiche e a quanto pareva aveva letto molte opere di psicanalisi, perché ne conosceva la terminologia. Ella s’era ripromessa di conoscere tutte le persone importanti e s’era incontrata per caso con un tale, che l’aveva condotta seco. Ella parlava bene e si esprimeva con una certa affettazione. Era maritata, ma non aveva avuto figli; e si sentiva che tutto questo era ormai per lei acqua passata e che era partita per un diverso viaggio. Doveva essere stata ricca, perché aveva intorno l’atmosfera peculiare dei ricchi. Co­minciò subito chiedendo:

«In qual modo state aiutando il mon­do durante questa crisi?».

Doveva essere una delle domande che aveva in serbo. E domandò ancora, più fervidamente, sulla pre­venzione della guerra, gli effetti del comunismo e l’avvenire dell’uomo.

«Non sono forse le guerre, i crescenti disastri e dolori, il pro-dotto della nostra vita quotidiana? Non siamo noi, a uno a uno, responsabili di questa crisi? L’avvenire è nel presente; l’avvenire non sarà molto diverso se non c’è comprensione del presente. Ma non siete convinta che ognuno di noi sia responsabile di questo conflitto e di tanta confusione?

Può darsi che sia così; ma a che cosa ci porta questo riconosci-mento di responsabilità? Che valore ha la più piccola azione nella vasta azione distruttiva? In che modo il mio pensiero può influire sulla generale stupidità dell’uomo? Quello che accade nel mondo è pura stupidità e la mia intelligenza non potrà in nessun modo influire. Inoltre, pensiamo al tempo che ci vorrebbe a un’azione individuale per lasciare la minima traccia nel mondo.»

Il mondo è forse diverso da voi? La struttura delta società non è forse opera di gente come voi e come me? Per apportare un mutamento radicale in questa struttura, non dobbiamo forse voi ed io trasformarci completamente? Come può esserci una profonda rivoluzione di valori se essa non comincia da noi? Per alleviare la crisi attuale, si deve proprio cercare una nuova ideo­logia, un nuovo piano economico? Q si dovrà invece cominciare a comprendere il conflitto e la confusione all’interno di ognuno di noi, conflitto e confusione che, nella loro proiezione, sono il mondo? Possono le nuove ideologie portare unità tra uomo e uomo? I credi non gettano l’uomo contro l’uomo? Non dobbia­mo forse abbattere le nostre barriere ideologiche – perché tutte le barriere sono ideologiche – e affrontare i nostri problemi non secondo la tendenziosità delle conclusioni e delle formule, ma direttamente e senza pregiudizio? Noi non siamo mai direttamente in rapporto con i nostri problemi, ma sempre attraverso qualche credo o qualche formulazione. Possiamo risolvere i no­stri problemi solo quando siamo direttamente in rapporto con essi. Non sono i nostri problemi che pongono l’uomo contro l’uomo, ma le nostre ideo in merito ad essi. I problemi ci uniscono, ma le idee ci separano.

Se la domanda è lecita, perché vi preoccupa tanto la crisi del mondo?

«Oh, non so. Vedo tante sofferenze, tanta infelicità che sento che si dovrebbe fare qualche cosa.»

Tutto ciò vi sta veramente a cuore, o siete semplicemente am­biziosa di fare qualcosa?

«Direi, se ponete la cosa in questi termini, che sono ambizio­sa di fare qualcosa in cui io possa riuscire.»

Ben pochi di noi sono sinceri nel loro modo di pensare. Noi vogliamo riuscire, o direttamente per noi stessi, o per il nostro ideale, per il credo con cui ci siamo identificati. L’ideale è la proiezione del nostro io, il prodotto della nostra mente, e la nostra mente sperimenta secondo il nostro condizionamento. È per queste proiezioni del nostro io che operiamo, fatichiamo come schiavi e moriamo. Il nazionalismo, come l’adorazione di Dio, non è che la glorificazione di noi stessi. È il nostro io che è importante, nella reatà materiale o nella ideologia, e non i disa­stri e la miseria del mondo. Noi in realtà non vogliamo far nulla per rimediare alla crisi che travaglia il mondo; è soltanto un nuovo argomento per gli intelligenti, un campo per gli attivisti sociali e gli idealisti.

Perché siamo ambiziosi?

«Se non lo fossimo, non si farebbe nulla al mondo. Se non fossimo ambiziosi continueremmo a viaggiare su carrozze trainate da cavalli. L’ambizione è un altro nome per il progresso. E senza progresso, decaderemmo, ci avvizziremmo.»

Facendo cose nel mondo, noi generiamo anche guerre e indicibili sofferenze. È un progresso l’ambizione? Per il momento, non stiamo considerando il progresso, ma l’ambizione. Perché siamo ambiziosi? Perché vogliamo riuscire, essere qualcuno? Perché lottiamo per essere superiori? Perché tutti questi sforzi per affermare noi stessi, sia direttamente, sia attraverso un’ideologia o lo Stato? Non è forse questa affermazione del nostro io la causa principale dei nostri conflitti e della nostra confusione? Senza ambizione, periremmo davvero? Non possiamo sopravvivere fisicamente se non siamo ambiziosi?

«Chi vorrebbe sopravvivere senza riuscita, senza riconoscimenti?»

Questo desiderio di successo, di lode non è forse causa di conflitto tanto intimo quanto esteriore? Essere liberi di ambizioni significa proprio decadenza? È forse ristagno non avere conflitto? Possiamo drogarci, addormentarci con credi e dottri­ne e così non avere nessun profondo conflitto. Per la maggio­ranza di noi, la droga è rappresentata da questa o quella atti­vità. Ovviamente, è proprio questo lo stato di decadenza, di degradazione. Ma quando ci rendiamo conto del falso in quanto falso, ciò porta forse la morte? Rendersi conto del fatto che l’ambizione sotto ogni forma, sia l’ambizione della felicità, sia di Dio o del successo, è il principio del conflitto interiore ed esterno, di certo ciò non significa la fine di ogni azione, la fine della vita.

Perché siamo ambiziosi?

«Sarei piena di tedio se non fossi occupata nello sforzo di conseguire un risultato di qualche genere. Un tempo ero ambi­ziosa per mio marito, e immagino che direste che lo ero per me attraverso mio marito; ed ora sono ambiziosa per me stessa attraverso un’idea. Non ho mai riflettuto sull’ambizione, sono sta­ta soltanto ambiziosa.»

Perché siamo intelligenti e ambiziosi? L’ambizione non è forse un impulso a evitare ciò che è? Questa intelligenza non è in realtà una cosa stupida, che è ciò che siamo realmente? Perché abbiamo tanta paura di ciò che è? A che serve fuggire se qualunque cosa noi siamo, è sempre là? Possiamo riuscire a fuggire, ma ciò che siamo è sempre presente, a generare dissidio e dolore. Perché abbiamo tanta paura della nostra solitudine, del nostro vuoto? Ogni atti­vità che ci allontani da ciò che è è suscettibile di portare dolore e antagonismo. Il conflitto è la negazione di ciò che è. o la fuga lon­tano da esso; non c’è altro conflitto che questo. Il nostro conflitto diviene sempre più complesso e irresolvibile, perché noi non af­frontiamo ciò che è. Non v’è complessità in ciò che è, ma soltanto nelle molte fughe che noi cerchiamo.

80. Soddisfazione

Il cielo era greve di nubi e la giornata era calda, sebbene la brez­za giocasse con le foglie. C’era un lontano rotolio di tuoni e uno spruzzo di pioggia costringeva la polvere della strada. I pappagalli svolazzavano intorno agitati, stridendo a più non posso, e una grande aquila se ne stava appollaiata sul ramo più alto di un albero, lisciandosi le penne e osservando la scena che si svol­geva sotto di sé. Una scimmietta se ne stava rannicchiata su un ramo, e le due si tenevano d’occhio a prudente distanza. A un tratto una cornacchia venne a unirsi a loro. Dopo la sua toletta mattutina, l’aquila rimase del tutto immobile per un po’, e infi­ne volò via. Esseri umani eccettuati, era un nuovo giorno; nulla era come ieri. Gli alberi e i pappagalli non erano gli stessi; l’erba e gli arbusti avevano una proprietà del tutto nuova. Il ricordo di ieri non serve che a oscurare l’oggi e il confronto impedisce la percezione. Com’erano deliziosi quei fiori rossi e gialli! La gra­zia non è del tempo. Noi portiamo il nostro fardello di giorno in giorno, e non c’è mai un giorno senza l’ombra di molti giorni di ieri. I nostri giorni sono un continuo movimento, quello di ieri si fonde con quello di oggi e di domani; non c’è mai una fine. Noi abbiamo paura della fine, ma senza fine, come può esserci il nuovo? Senza morte, come può esserci vita? E quanto poco sappiamo dell’una e dell’altra! Abbiamo tutte le parole, le spiegazioni, ed esse ci soddisfano. Le parole deformano la fine, e c’è fine solo quando la parola non è. Noi conosciamo la fine che è delle parole; ma fine senza parole, il silenzio che non è delle parole, non lo conosciamo mai. Conoscere è ricordare; il ricordo è sempre continuo, e il desiderio è il filo che collega giorno a gior­no. La fine del desiderio è il nuovo. La morte è il nuovo, e la vita come continuazione è soltanto memoria, una cosa vuota. Col nuovo, vita e morte sono una cosa sola.

Un ragazzo transitava di là, a passi lunghi, cantando. Sorri­deva a tutti quelli che passavano e sembrava avere molti amici. Era malvestito, con una fascia sudicia intorno al capo, ma aveva il volto lucente, gli occhi luminosi. Con i suoi rapidi passi superò un uomo corpulento con un berretto. L’uomo corpulento procedeva a ciondoloni, la testa bassa, preoccupato e ansioso. Non udiva la canzone che il ragazzo stava cantando e non lan­ciò nemmeno un’occhiata al cantore. Il ragazzo proseguì sotto le grandi porte, passò oltre gli stupendi giardini, superò il ponte sopra il fiume, percorse l’ansa verso il mare, dove fu raggiunto da alcuni compagni e mentre le ombre scendevano sulla terra cominciarono tutti a cantare. I fari di un’automobile illumina­rono le loro facce, e i loro occhi erano fondi di sconosciuti piaceri. Pioveva con violenza ora e ogni cosa grondava.

Egli era un dottore non soltanto di medicina ma anche di psi­cologia. Sottile, tranquillo, riservato era venuto d’oltremare e si trovava ormai da parecchio tempo nel nostro paese per essersi abituato al sole e alle piogge torrenziali. Aveva prestato la sua opera, disse, come medico e psicologo durante la guerra, e aveva cercato di rendersi utile nei limiti delle sue possibilità, ma non era soddisfatto di ciò che aveva dato. Voleva dare molto di più, essere molto più utile; quel che dava era così poco, e vi mancavano tante cose.

Sedemmo senza parlare per molto tempo, mentre lui conden­sava la tensione della sua tristezza. Il silenzio è una strana cosa. Il pensiero non volge al silenzio e non lo crea. Il silenzio non può essere messo insieme e non viene con l’azione della volontà. Il ricordo del silenzio non è silenzio. Il silenzio era là nella stan­za in pulsazioni di pace e la conversazione non lo turbava. La conversazione aveva significato in quel silenzio e il silenzio era lo sfondo della parola. Il silenzio dava espressione al pensiero, ma il pensiero non era silenzio. Il pensare non c’era, ma c’era il silenzio; e il silenzio penetrava, raccoglieva e dava espressione. Il pensare può non penetrare mai, e nel silenzio o ‘è comunione.

Il dottore stava dicendo d’essere insoddisfatto di tutto: del suo lavoro, delle sue capacità, di tutte le idee che aveva così ac­curatamente coltivato. Aveva tentato le varie correnti di pensie­ro ed era insoddisfatto anche di quelle. Nei molti mesi da quan­do era arrivato nel nostro paese, s’era recato da vari maestri, ma n’era venuto via con un’insoddisfazione ancora più grande. Aveva tentato molti -ismi, incluso il cinismo, ma l’insoddisfazione non lo aveva più abbandonato.

È che cercate la soddisfazione e finora non l’avete trovata? È il desiderio di soddisfazione che causa lo scontento? La ricerca implica il cognito. Siete insoddisfatto e tuttavia cercate; andate alla ricerca della soddisfazione e non l’avete ancora trovata. Vo­lete la soddisfazione, e questo significa che non siete insoddi­sfatto. Se foste realmente insoddisfatto di tutto, non cerchereste una via d’evasione. L’insoddisfazione che cerca di essere soddi­sfatta trova in breve ciò che vuole in qualche genere di rapporto con possessi, con una persona, o con qualche -ismo.

«Sono già passato attraverso tutto ciò, eppure sono comple­tamente insoddisfatto.»

Potete essere insoddisfatto dei vostri rapporti esterni, ma forse cercate qualche attaccamento psicologico che vi dia piena soddisfazione.

«Ho già provato anche questo, ma sono ancora insoddisfatto.»

Mi domando se lo siate veramente. Se foste del tutto sconten­to, non ci sarebbe movimento in nessuna direzione particolare, non è vero? Se siete completamente insoddisfatto di essere in una stanza, non cercate una camera più grande ammobiliata meglio; eppure questo desiderio di trovare una camera migliore è quella che voi chiamate insoddisfazione. Voi non siete insod­disfatto di tutte le stanze, ma solo di questa data stanza, dalla quale volete fuggire. La vostra insoddisfazione viene dal non aver trovato completa soddisfazione. Voi cercate in realtà del piacere, onde siete di continuo in moto, giudicando, confron­tando, soppesando, negando; e naturalmente siete insoddisfat­to. Non e così?

«Parrebbe di sì, non è vero?»

Cosicché voi non siete realmente insoddisfatto; ma semplicemente non siete stato in grado finora di trovare completa e du­revole soddisfazione in nessuna cosa. È questa che voi volete: completa soddisfazione, un’intima, profonda contentezza che duri.

«Ma io voglio rendermi utile e questo scontento m’impedisce di darmi alla mia opera completamente.»

Il vostro fine è di rendervi utile e di trovare in ciò completo piacere. Voi in realtà non volete tanto rendervi utile quanto tro­vare soddisfazione nel rendervi utile. Voi cercate il piacere di essere utile, un altro lo cerca in qualche -ismo e un altro ancora nel darsi a qualche voluttà. Voi andate cercando una droga del tutto soddisfacente che per il momento chiamate rendersi utile. Cercando di organizzarvi per essere utile, vi organizzate per tro­vare il più completo piacere. Quello che realmente volete è un piacere che duri.

Presso la maggioranza di noi, lo scontento trova un facile contentamento. Lo scontento viene in breve addormentato, drogato, tacitato e reso rispettabile. Esternamente, potete aver posto fine a tutti gli

-ismi, ma psicologicamente, bene in fondo, cercate qualche cosa a cui potervi afferrare. Dite di aver finito ogni personale rapporto con un altro. Può darsi che nei rapporti personali non abbiate trovato un piacere durevole, onde cercate rapporti con un’idea, che è sempre una nostra proiezione. Nella ricerca di un rapporto che sia del tutto gradevole, di un sicuro rifugio che vi ri­pari da tutte le bufere, non perdete forse proprio la cosa che porta contentezza? La contentezza, forse, è una brutta parola, ma il ve­ro contentamento non sottintende ristagno, riconciliazione, pacificazione, insensibilità. Il contentamento è la comprensione di ciò che è, e ciò che è non è mai statico. Una mente che interpreti, traduca ciò che è s’impiglia nel suo stesso pregiudizio di soddisfa­zione. L’interpretazione non è comprensione.

Con la comprensione di ciò che è viene l’amore inesauribile, vengono inesauribili tenerezza e umiltà. Forse è di questo che voi siete in cerca; ma non è cosa che possa essere cercata e tro­vata. Qualunque cosa facciate, non la troverete mai. Essa è là quando ogni ricerca sia finita. Voi potete cercare soltanto quello che già sapete, che è ulteriore piacere. Ricerca e vigilanza sono due processi differenti; uno vincola e l’altro porta comprensio­ne. La ricerca, avendo sempre un fine in vista, è sempre imprigionante; la vigilanza passiva porta alla comprensione di ciò che è di momento in momento. Al ciò che è di momento in mo­mento v’è sempre fine; nella ricerca c’è continuità. La ricerca non può mai trovare il nuovo. Il nuovo è l’inesauribile. L’amore solo si rinnova eternamente.

81. La saggezza non è accumulo di cognizioni

La capanna si trovava in alto sulle montagne e per giungervi bisognava attraversare l’ampio deserto in automobile, toccando varie cittadine, tra frutteti lussureggianti e prospere fattorie, ch’erano state riscattate al deserto mediante lavori d’irrigazione e altre opere notevoli. Una cittadina era soprattutto amena, coi suoi prati verdi e i grandi alberi ombrosi, per la vicinanza di un fiume, il quale scendeva dalle lontane montagne nel cuore stes­so del deserto. Oltre questa città, seguendo le cateratte del fiu­me, la strada proseguiva verso i picchi nevosi. La terra era ora rocciosa, nuda e riarsa dal sole, ma molti alberi si levavano sulle rive del fiume. La strada serpeggiava di qua e di là, salendo sempre di più, e passando attraverso antiche pinete, che odoravano di sole. L’aria s’era fatta fresca e refrigerante, e in breve ar­rivammo alla capanna.

Dopo un paio di giorni, ormai abituatosi alla nostra presen­za, uno scoiattolo rosso e nero veniva a sedersi sul davanzale della finestra, e a rimbrottarci in un modo o nell’altro. Voleva sempre delle noci. Ogni visitatore doveva averlo nutrito; ma ora i visitatori erano pochi e lo scoiattolo badava a fare scorte per l’inverno vicino. Era una bestiola molto vivace e allegra e non trascurava mai di raccogliere tutto ciò che potesse in vista dei lunghi e nevosi mesi a venire. La sua tana era nel cavo di un albero che doveva essere morto già da molti anni. Lo scoiattolo afferrava una noce, correva fino al gran tronco, vi si arrampicava sopra rumorosamente, gridando e minacciando, scompariva in un buco e infine ridiscendeva con una tale rapidità da far temere che potesse cadere; ma non cadde mai. Passavamo l’intera mattina a dargli tutto un sacchetto di noci; tanto che la bestiola divenne molto affettuosa e veniva fin dentro la stanza, col pelame lucente e i grandi occhi neri scintillanti. Aveva unghiette aguzze, la coda gonfia di pelo. Era un animaletto gaio e coscien­te di sé, e sembrava possedere l’intera zona, perché teneva a distanza tutti gli altri scoiattoli.

L’uomo era simpatico, assetato di saggezza. Voleva farne rac­colta come lo scoiattolo raccoglieva noci. Sebbene non fosse ricco, doveva aver viaggiato molto, perché sembrava aver cono­sciuto molte persone in molti paesi diversi. Aveva pure, a quel che sembrava, letto moltissimo, perché ogni tanto citava una frase o due di qualche santo o di qualche filosofo. Disse di cono­scere abbastanza bene il greco antico e di avere un’infarinatura di sanscrito. Stava invecchiando e aveva fretta di accumulare saggezza.

Si può accumulare la saggezza?

«Perché no? È l’esperienza che rende saggio un uomo, e il sapere e essenziale per la saggezza.»

Può essere saggio l’uomo che abbia accumulato?

«La vita è un processo di accumulazione, la graduale costru­zione di un carattere, un lento squadernamento. L’esperienza, dopo tutto, è l’immagazzinamento del sapere. Il sapere è essen­ziale per ogni comprensione.»

La comprensione viene forse col sapere, con l’esperienza? Il sapere è il residuo dell’esperienza, la raccolta del passato. Il sapere, la coscienza, è sempre il passato; e può il passato mai comprendere? La comprensione non viene forse in quegli intervalli in cui il pensiero tace? E può lo sforzo di allungare o accu­mulare quegli spazi di silenzio portare comprensione?

«Senza accumulo, non ci saremmo; non ci sarebbe continuità di pensiero, di azione. L’accumulo è carattere, è virtù. Non pos­siamo esistere senza raccogliere. Se io non conoscessi la struttura di quel motore, non sarei in grado di comprenderlo; se non conoscessi la struttura della musica, non potrei apprezzarla profondamente. Solo il superficiale gode la musica. Per apprez­zare la musica, voi dovete sapere come sia fatta, come sia messa insieme. Conoscere è accumulare. Non c’è valutazione positiva senza conoscenza dei fatti. Un accumulo di qualche genere è necessario per comprendere, che è saggezza.»

Per scoprire, ci deve essere libertà, non è vero? Se siete legato, gravato, non potete andare lontano. Come può esserci li­bertà se c’è accumulo d’ogni genere? L’uomo che accumula, de­naro o sapere, non può mai essere libero. Potete essere libero dell’acquisitività delle cose, ma l’avidità di sapere è ancora as­servimento, vi tiene prigioniero. Una mente alla cavezza di qua­lunque forma di acquisizione può essere ìn grado di spingersi lontano e di scoprire? La virtù è accumulo? Potrà mai una mente che accumula virtù essere virtuosa? La virtù non è li­bertà dal divenire? Anche il carattere può essere legame, asser­vimento. La virtù non può essere mai asservimento, ma ogni accumulo lo è.

«Come può esservi saggezza senza esperienza?»

La saggezza è una cosa e il sapere un’altra. Il sapere è l’accu­mulo dell’esperienza; è la continuazione dell’esperienza, che è memoria. La memoria può essere coltivata, rafforzata, aguzza­ta, condizionata; ma la saggezza è forse l’estensione della memoria? È la saggezza che ha continuazione? Noi abbiamo il sapere, l’accumulo degli evi; e perché non siamo saggi, felici, creativi? Il sapere dà forse la beatitudine? Sapere, che è l’accu­mulo dell’esperienza, non è sperimentazione. Il sapere impedi­sce la sperimentazione. L’accumulo di esperienza è un processo continuo, e ogni esperienza rafforza questo processo: ogni espe­rienza rafforza la memoria, le dà vita. Senza questa costante reazione della memoria, la memoria in breve svanirebbe. Il pensiero è memoria, è la parola, l’accumulo dell’esperienza. La memoria è il passato, come lo è la coscienza. Tutto questo gravame del passato è la mente, il pensiero. Il pensiero è la somma degli accumuli; e come può il pensiero essere mai libero di scoprire il nuovo? Esso deve aver fine, perché il nuovo sia?

«Posso comprendere tutto ciò fino a un certo punto; ma sen­za pensiero, come può esservi comprensione?»

La comprensione è un processo del passato o è sempre nel presente? La comprensione significa azione nel presente. Non avete osservato che la comprensione è nell’istante, che essa non è del tempo? Comprendete a poco a poco? La comprensione è sempre immediata, avviene ora, non è così? Il pensiero è il prodotto del passato; si basa sul passato, è una risposta del passato. Il passato è la somma degli accumuli, e il pensiero è la risposta di questi. Come può dunque il pensiero comprendere mai? La comprensione è un processo consapevole? Voi vi accingete deli­beratamente a comprendere? Scegliete forse di godere della bel­lezza di una sera?

«Ma la comprensione non è uno sforzo cosciente?»

Che cosa intendiamo per coscienza? Quando siete voi conscio? La coscienza non è forse la reazione alla sfida, allo stimolo, piacevole o doloroso che sia? Questa risposta alla sfida è esperienza. L’esperienza è denominazione, dare un termine, as­sociare. Senza denominazione non vi sarebbe esperienza, non vi pare? Tutto questo processo di stimolo, reazione, denomi­nazione, esperienza, è coscienza. La coscienza è sempre un processo del passato. Lo sforzo consapevole, la volontà di comprendere, di raccogliere, la volontà di essere, è una conti­nuazione del passato, forse modificata, ma sempre del passato. Quando facciamo uno sforzo per essere o divenire qualcosa, questo qualcosa è la proiezione di noi stessi. Quando facciamo uno sforzo conscio di comprendere, noi udiamo il rumore dei nostri stessi accumuli. È questo rumore che impedisce la com­prensione.

«Allora che cos’è la saggezza?»

La saggezza è quando il sapere ha fine. Il sapere ha conti­nuità; senza continuità non c’è sapere. Ciò che ha continuità non può mai essere libero, mai essere il nuovo. C’è libertà soltanto per ciò che ha fine. Il sapere non può mai essere nuovo, diviene sempre l’antico. L’antico assorbe sempre il nuovo e con ciò stesso si rafforza. L’antico deve cessare, perché il nuovo sia.

«Voi state dicendo, in altre parole, che il pensiero deve cessare perché sia la saggezza. Ma come può il pensiero aver fine?»

Non c’è fine al pensiero attraverso nessuna forma di discipli­na, di pratica, di costrizione, Colui che pensa è il pensiero ed egli non può operare su di sé; quando lo fa, non è che illusione di se stesso. Egli è pensiero, non è distinto dal pensiero; può ri­tenere di essere distinto, fingere di essere diverso, ma questa non è che la scaltrezza a cui il pensiero ricorre per darsi conti­nuità. Quando il pensiero tenta di porre fine al pensiero, non fa che rafforzare se stesso. Qualunque cosa facciate, il pensiero non può porre fine a se stesso. È solo quando si veda la verità di ciò, che il pensiero ha fine. C’è libertà soltanto nel vedere la ve­rità di ciò che è, e la saggezza non è che la percezione di questa verità. Il ciò che è non è mai statico, e per esserne passivamente vigili ci deve essere libertà da ogni accumulo.

82. Distrazione

Era un lungo ed ampio canale, che si spingeva dal fiume tra le terre senz’acqua. Il canale era più alto del fiume e l’acqua che vi penetrava era controllata da un sistema di chiuse. C’era una gran pace lungo quel canale; barconi stracarichi lo risalivano o lo discendevano e le loro vele triangolari, bianche, si profilavano sullo sfondo azzurro del cielo e il nero delle palme. Era una sera deliziosa, calma e libera, e l’acqua era del tutto immota. I riflessi delle palme e dei manghi erano così nitidi e chiari ch’era difficile distinguere il reale dal riflesso. Il sole al tramonto ren­deva l’acqua trasparente e il bagliore della sera rifulgeva sulla sua faccia. La stella della sera cominciava ad apparire tra i ri­flessi. L’acqua era senza movimento e i pochi contadini di passaggio, che di solito parlavano così forte e a lungo, tacevano. Perfino lo stormire delle foglie era cessato. Dal prato venne furtivo qualche animale; bevve e scomparve così silenziosamente come era venuto. Il silenzio teneva la terra, sembrava coprire ogni cosa.

Il rumore finisce, ma il silenzio è penetrante e senza fine. Ci si può escludere dal rumore, ma non c’è rifugio dal silenzio; nessuna muraglia può escluderlo, non c’è resistenza contro di esso. Il rumore esclude tutte le cose, è esclusivo, isolante; il si­lenzio include in sé tutte le cose. Il silenzio, come l’amore, è indivisibile; non c’è divisione tra rumore e silenzio. La mente non può seguirlo o essere tacitata per accoglierlo. La mente che è resa silenziosa può soltanto riflettere le sue proprie immagini, e queste sono nitide e precise, rumorose nella loro esclusione. Una mente resa silenziosa può soltanto resistere e ogni resisten­za è agitazione. La mente che è silenziosa e non resa silenziosa, sperimenta sempre il silenzio; il pensiero, la parola, è allora en­tro il silenzio e non al di fuori di esso. È strano come, in questo silenzio, la mente sia tranquilla, d’una tranquillità che non è formata. Poi che la tranquillità non è commerciabile, non ha vaore, e non è utilizzabile, ha l’essenza di ciò che è puro, di ciò che è solo. Ciò che si può usare si logora presto. La tranquillità non comincia o finisce, e una mente così tranquilla è conscia della beatitudine che non è il riflesso del suo stesso desiderio.

La donna disse di essere sempre stata agitata da qualche cosa; se non era la famiglia, erano i vicini o qualche attività sociale. L’a­gitazione aveva colmato la sua vita e lei non era mai stata capace di trovar la ragione di queste continue perturbazioni. Non era particolarmente felice; e come si potrebbe esserlo col mondo così com’era? Aveva avuto anche lei la sua parte di momentanea feli­cità, ma tutto ciò era passato ormai ed ella ora era alla ricerca di qualcosa che desse un significato alla vita. Era passata attraverso molte traversie che a loro tempo eran parse valide, ma che in seguito s’erano dissolte in nulla. S’era dedicata a molte attività sociali del genere più serio; aveva ardentemente creduto nelle cose della religione, sofferto per la morte di alcuni suoi cari e subito un’ope­razione piuttosto grave. La vita non le era stata facile, soggiunse, e c’erano milioni di altre persone come lei nel mondo. Ella voleva spingersi al di là di tutte queste faccende, per sciocche o importan­ti che fossero, e trovare qualcosa che ne valesse realmente la pena.

Le cose che valgono veramente la pena non si possono trovare. Non possono essere comprate, devono accadere; e l’evento non può essere abilmente preparato. Non è forse vero che tutto quanto abbia un profondo significato avviene sempre, non è mai provocato? L’evento è importante, non il trovare. Il trovare è relativamente facile, ma l’evento è tutt’altra cosa. Non che sia difficile, ma l’impulso alla ricerca, al rinvenimento deve totalmente cessare perché l’evento si verifichi. Scoprire significa perdere; si deve avere per perdere. Possedere o essere posseduti è non essere mai liberi di comprendere.

Ma perché c’è sempre stata questa inquietezza, questa agi­tazione? Avete mai indagato seriamente prima d’ora in questo argomento?

«Ho tentato di farlo svogliatamente, mai con risolutezza. Sono sempre stata distratta.»

Non distratta, direi; è semplicemente che ciò non è mai stato per voi un problema d’importanza vitale. Quando c’è un proble­ma vitale, allora non c’è distrazione. La distrazione non esiste; la distrazione implica un interesse centrale da cui la mente si allontana errante; ma se c’è un interesse centrale, non c’è distra­zione. Il vagar della mente da una cosa all’altra non è distrazio­ne, è un voler evitare ciò che è. Ci piace vagar lontano perché il problema è vicinissimo. L’incertezza ci dà qualche cosa da fare, come preoccuparsi o far dei pettegolezzi; e sebbene l’incertezza sia spesso penosa, la preferiamo a ciò che è.

Desiderate seriamente approfondire tutto ciò o semplicemen­te vi piace girarvi intorno?

«Desidero veramente andare fino in fondo. È per questo che sono venuta.»

Voi siete infelice perché manca la sorgente che tenga pieno il pozzo, non è così? Può darsi che abbiate inteso una volta lo scor­rere dell’acqua sopra i ciottoli, ma ora il letto del torrente è asciutto. Avete conosciuto la felicità, ma essa è sempre receduta, è sempre una cosa del passato. È quella fonte la cosa che andate cercando a tastoni? E potete cercarla o dovete imbattervici ina­spettatamente? Se sapeste dove sta, trovereste i mezzi per raggiungerla; ma poi che non sapete, non c’è strada per giungervi. Sapere è impedire l’avvenimento. È questo uno dei problemi?

«Lo è definitivamente. La vita è così monotona e sterile, e se questa cosa potesse accadere, uno non chiederebbe più nulla.»

La solitudine è un problema?

«Non m’importa d’essere sola, so come affrontare la solitudi­ne. Esco a fare una passeggiata o mi siedo tranquilla ad aspettare che il momento di sconforto se ne vada. E poi mi piace starmene sola.»

Tutti sappiamo che cosa voglia dire sentirsi soli: è un vuoto pauroso, doloroso, che non si può placare. Sappiamo anche come sfuggirlo, perché tutti abbiamo esplorato le molte vie d’eva­sione. Alcuni restano presi in una via particolare e altri conti­nuano ad esplorare; ma né gli uni né gli altri sono in rapporto diretto con ciò che è. Dite di sapere come si affronti la solitudine. Se mi è lecito notare, questa stessa azione nei riguardi della solitudine è il vostro modo di evitarla. Uscite a fare una passeg­giata o ve ne state seduta tranquilla ad aspettare che se ne vada. State sempre operando su di essa, non le permettete di dire la sua. Volete dominarla, superarla, fuggirla; così che il vostro rapporto con la solitudine è quello della paura.

È anche il completamento un problema? Completare se stessi in qualche cosa significa evitare ciò che si è, non vi sembra? Sono piccola e debole, ma se mi identifico con la patria, con la famiglia, o con qualche credo, mi sento adempiuto, completo. La ricerca di questa compiutezza è l’elusione di ciò che è.

«Sì, è vero; anche questo è il mio problema.»

Se possiamo comprendere ciò che è, allora forse tutti questi problemi scomparirebbero. Il nostro modo di affrontare qua­lunque problema consiste nell’evitarlo; noi vogliamo fare qualche cosa in merito. Il fare ci impedisce il diretto rapporto con esso e questa condotta blocca la comprensione del problema. La mente è occupata a trovare una via per affrontare il problema, la quale è in realtà un modo di evitarlo; e così il problema non è mai compreso, è sempre là, da risolvere. Perché il proble­ma, il ciò che è, si disveli e ci dica tutta la sua storia, la mente deve essere sensibile, pronta a seguire. Se anestetizziamo la mente con delle evasioni, col sapere come affrontare il proble­ma, o con la ricerca di una spiegazione o di una causa, che sono soltanto conclusioni verbali, allora la mente si ottunde e non può seguire con prontezza la storia che il problema, il ciò che è, sta disvelando. Se si vede la verità di questo, allora la mente è sensibile; e solo allora può ricevere. Ogni attività della mente in merito al problema non fa che ottunderla, rendendola così incapace di seguire, di ascoltare il problema. Quando la mente è sensibile – non resa sensibile, che è un altro modo di ottunderla – allora il ciò che è, il vuoto, ha un significato del tutto diverso.

Vi prego di sperimentare a misura che procediamo, non ri­manete sul livello verbale.

Qual è il rapporto della mente con ciò che è? Fino a questo mo­mento, a ciò che è si è dato un nome, un termine, un simbolo asso­ciativo, e questa denominazione impedisce il rapporto diretto, rendendo così la mente ottusa, insensibile. La mente e ciò che è non sono due processi separati, ma la denominazione li separa.

Quando la denominazione cessi, avviene il rapporto diretto; la mente e ciò che è divengono una sola cosa. il ciò che è è ora l’os­servatore stesso senza un termine e solo allora è il ciò che è trasformato; non è più la cosa chiamata vuoto con le sue associazio­ni di paura, e così via. Allora la mente è soltanto lo stato di sperimentazione, in cui lo sperimentatore e lo sperimentato non sono. Allora c’è incommensurabile profondità, perché colui che misura non c’è più. Ciò che è profondo è silente, tranquillo e questa tranquillità è la fonte dell’inesauribile. L’agitazione della mente è l’uso della parola. Quando la parola non è, è lo smisurato.

83. Tempo

Era un uomo piuttosto attempato, ma ben conservato, con lun­ghi capelli grigi e la barba bianca. Aveva tenuto lezioni di filoso­fia presso università di varie parti del mondo. Era molto erudi­to, l’aria tranquilla. Disse che non meditava e che non era religioso nel senso comune della parola. Gli premeva soltanto il sapere; e sebbene facesse lezione di filosofia e di esperienze reli­giose, non ne aveva nessuna sua nè andava cercandone. Era ve­nuto a parlare sul problema del tempo.

Quanto è difficile per l’uomo che possiede essere libero! E di un’estrema difficoltà per un uomo ricco mettere da parte le sue ricchezze. Solo quando ci siano altri e più grandi allettamenti egli dimenticherà la confortante constatazione di essere un uo­mo ricco; egli dovrà trovare il compimento della sua ambizione ad un altro livello, prima di abbandonare quello che ha. Per il ricco, il denaro è potere, ed egli ne è il distributore; potrà donare grandi somme, ma è lui che dona.

Il sapere è un’altra forma di possesso e l’uomo di scienza ne è soddisfatto; per lui è un Fine in se stesso. Egli ha la sensazione – o almeno costui l’aveva – che il sapere risolverà in qualche mo­do il nostro problema, se solo sia diffuso, spalmato, in strati spessi o sottili, per tutto il mondo. È molto più difficile per il dotto essere libero dei suoi possessi che non per il ricco. È stra­na la facilità onde il sapere prende il posto della comprensione e della saggezza. Sol che noi sappiamo queste o quelle cose, ci sembra subito di comprendere; riteniamo che sapere o essere informati della causa di un problema lo renda inesistente. Cer­chiamo la causa dei nostri problemi e questa stessa ricerca è un rinviare la comprensione. La maggioranza di noi conosce la causa; la causa dell’odio non è nascosta molto profondamente, ma cercando la causa ne godiamo ancora gli effetti. Ci sta a cuore la riconciliazione degli effetti e non la comprensione del processo totale. Siamo attaccati in massima parte ai nostri pro­blemi, senza di essi saremmo perduti; i problemi ci danno qualche cosa da fare e le attività connesse al problema riempiono la nostra vita. Noi siamo il problema e le sue attività.

Il tempo è un fenomeno molto strano. Spazio e tempo sono una sola entità; l’uno non è senza l’altro. Il tempo per noi è straordinariamente importante, e ognuno gli dà il suo particolare significato. Per il selvaggio il tempo non ha significato alcu­no, ma per l’uomo incivilito ha un’importanza immensa. Il sel­vaggio dimentica da un giorno all’altro, ma se l’uomo evoluto facesse altrettanto, verrebbe ricoverato in manicomio o perde­rebbe il posto. Per lo scienziato il tempo è una cosa, per il profa­no un’altra. Per lo storico il tempo è lo studio del passato; per l’agente di cambio, l’orologio; per la madre, è il ricordo del fi­glio; per l’uomo sfinito, il riposo all’ombra di un albero. Ognuno lo traduce secondo le sue particolari esigenze e soddisfazioni, foggiandolo in modo che si adegui alla sua mente calcolatrice. Eppure non possiamo fare a meno del tempo. Se dobbiamo vivere, il tempo cronologico è essenziale come le stagioni. Ma esi­ste il tempo psicologico o è semplicemente un’illusoria como­dità della mente? Certo, esiste soltanto il tempo cronologico, e ogni altro è illusione. C’è il tempo del crescere e quello del morire, il tempo della semina e quello del raccolto; ma il tempo psi­cologico, il processo del divenire, non è completamente falso?

«Che cos’è il tempo per voi? Pensate mai al tempo? Vi rendete conto del tempo?»

Si può pensare al tempo se non nel senso cronologico? Possia­mo usare il tempo come mezzo, ma in sé ha ben poco significato, non è vero? Il tempo come astrazione è una mera speculazione, e ogni speculazione è vana. Usiamo il tempo come mezzo di conse­guimento, tangibile o psicologico. Il tempo è necessario per andare alla stazione, ma la maggior parte di noi usa il tempo come mezzo per un fine psicologico, e i fini sono molti. Ci accorgiamo del tempo quando sorga un ostacolo al nostro conseguimento, o quando ci sia un intervallo nel processo di divenire. Il tempo è lo spazio tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, dovrebbe essere, o sarà. Il tempo è il principio che va verso la fine.

«Non c’è un altro tempo? E che ne dite dei sottintesi scientifici dello spazio-tempo?»

C’è un tempo cronologico e c’è un tempo psicologico. Quello cronologico è necessario, ed esiste; ma l’altro è di natura del tutto diversa. Causa-effetto ha fama di essere un processo tempo­rale, non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Si ritie­ne che l’intervallo fra causa ed effetto sia il tempo; ma c’è poi un intervallo? La causa e l’effetto di una malattia possono essere separati dal tempo, che è ancora cronologico; ma c’è un intervallo tra causa ed effetto psicologici? Oggi è l’effetto di ieri e la causa di domani; è un solo moto, un Fluire continuo. Quello della causa-effetto non è un processo singolo? Non c’è separazione, non c’è linea di demarcazione, non c’è intervallo fra causa ed ef­fetto; ma interiormente noi li separiamo allo scopo di divenire, di conseguire. Io sono questo e diverrò quello. Per divenire quello mi occorre tempo, tempo cronologico a fini psicologici. Sono ignorante, ma diverrò sapiente. L’ignoranza che diviene sapien­za non è che ignoranza progressiva; perché l’ignoranza non può mai divenire sapiente, non più di quanto l’avidità possa mai divenire non-avidità.

Il pensiero non è il prodotto del tempo? Il sapere è la conti­nuazione del tempo. Il tempo è continuazione. L’esperienza è sapere, e il tempo è la continuazione dell’esperienza intesa co-me memoria. Il tempo come continuazione è un’astrazione e la speculazione è ignoranza. L’esperienza è memoria, è mente. La mente è la macchina del tempo. La mente è il passato. Il pensie­ro è sempre del passato; il passato è la continuazione del sape­re. Il sapere è sempre del passato; il sapere non è mai fuori del tempo, ma sempre nel tempo e del tempo. Così la continuazio­ne della memoria, del sapere, è coscienza. L’esperienza è sem­pre nel passato, è il passato. Questo passato congiunto al presente muove verso il futuro; il futuro è il passato, modificato forse, ma sempre passato. Tutto questo processo è il pensiero, la mente. Il pensiero non può funzionare in altro campo che non sia quello del tempo. Il pensiero può speculare sul non-tempo, ma questo sarà la sua stessa proiezione. Ogni speculazione è ignoranza.

«Allora perché addirittura menzionate il non-tempo? Potrà il non-tempo essere mai conosciuto? Potrà essere mai riconosciu­to come non-tempo?»

Il riconoscimento implica lo sperimentatore, e lo sperimentatore è sempre del tempo. Per riconoscere qualche cosa, il pensiero deve averlo sperimentato; e se lo ha sperimentato, esso è allora il cognito. Il cognito non è di certo il non-tempo. Il cogni­to è sempre nella rete del tempo. Il pensiero non può conoscere il non-tempo; esso non è un’acquisizione ulteriore, un’ulteriore conquista; non c’è nessun movimento verso di esso. È uno stato dell’essere in cui il pensiero, il tempo, non è.

«Che valore ha?»

Nessun valore. Non è commerciabile. Non può essere pesato per un dato scopo. Il suo valore è ignoto.

«Ma che parte ha nella vita?»

Se la vita è pensiero, allora non ha nessuna parte in essa. Noi vogliamo ottenerlo come fonte di pace e di felicità, come uno scudo contro ogni tribolazione, o come mezzo di unificazione della gente. Non può essere usato per nessuno scopo. Lo scopo implica mezzi per un fine, e così si ritorna al processo del pensiero. La mente non può formulare il non-tempo, foggiarlo secondo i suoi fini; non lo si può utilizzare. La vita ha significato solo quando il non-tempo sia; diversamente la vita è sofferenza, conflitto e dolore. Il pensiero non può risolvere nessun proble­ma umano, perché il problema è il pensiero stesso. La fine del sapere è il principio della saggezza. La saggezza non è del tem­po, non è la continuazione dell’esperienza, del sapere. La vita nel tempo è confusione e infelicità; ma quando ciò che è è il sen­za-tempo, c’è beatitudine.

84. Sofferenza

La carcassa di un grosso animale galleggiava sul fiume. Vi si accanivano sopra alcuni avvoltoi, intenti a strappar via brani di carne; facevano fuggire altri avvoltoi finché non si fossero riem­piti il ventre, e solo allora si decidevano a volar via a loro volta. Gli altri attendevano sugli alberi, sulle rive, o volteggiavano alti sulla carcassa. Il sole s’era appena levato e la rugiada s’addensava sull’erba. I verdi campi sull’altra riva del fiume apparivano nebbiosi e le voci dei contadini giungevano limpide sopra l’ac­qua. Era un delizioso mattino, fresco e nuovo. Una scimmietta giocava attorno alla madre, tra i rami. Correva lungo un ramo, balzava su quello vicino e ritornava indietro rapidissima, oppu­re saltava su e giù, presso la madre. Questa, annoiata da tante prodezze, voleva scendere dall’albero e arrampicarsi su un al­tro. Ma quando cominciava la discesa, la scimmietta la rincor­reva, si aggrappava a lei, le si rannicchiava sulla schiena o le si dondolava sotto. Aveva una faccetta così piccina, con occhi pie­ni di scherzo e di spaurita malizia.

Quanta paura abbiamo del nuovo, dell’incognito! Amiamo restare chiusi nelle nostre abitudini quotidiane, nel nostro solito tran-tran, nelle nostre liti e angosce d’ogni giorno. Amiamo con­tinuare a pensare nel solito modo, prendere sempre la stessa strada, vedere le stesse facce e avere le stesse preoccupazioni. Ci dispiace conoscere gente nuova e quando lo facciamo ci mo­striamo alteri e distanti. E che paura abbiamo d’incontrare un animale sconosciuto! Ci muoviamo entro le muraglie del nostro stesso pensiero; e quando ci avventuriamo fuori, è sempre nell’estensione di quelle muraglie. Non abbiamo mai fine, ma nu­triamo sempre il continuo; portiamo giorno dopo giorno il fardello di ieri; la nostra vita è un solo lungo, continuo movimento, e le nostre menti sono ottuse e insensibili.

L’uomo non riusciva a frenare il pianto. Non era, il suo, un pianto controllato o raffrenato, ma una serie di singulti che lo squassavano in tutto il corpo. Era ancor giovane, vivo, con occhi che avevano visto visioni. Per qualche tempo non fu assolu­tamente in grado di parlare; e quando alla fine lo poté, la voce gli tremava ed era rotta da grandi singhiozzi, liberi e senza pu­dore. Disse alla fine:

«Non ho più pianto dal giorno in cui è morta mia moglie. Non so che cosa mi abbia fatto piangere così, ma è stato un sol­lievo per me. Avevo pianto prima, quando mia moglie era ancor viva, e allora il pianto mi purificava come il riso; ma dopo la sua morte tutto è cambiato. Solevo dipingere, ma ora non posso più guardare i pennelli o le cose che ho fatto con essi. In questi ultimi sei mesi, inoltre, m’è parso d’essere come morto. Non abbia­mo avuto figli, ma ella ne stava aspettando uno; ed ora se n’è andata. Anche adesso devo fare uno sforzo per rendermene conto, perché facevamo tutto insieme. Ella era così bella e così buo­na, ed ora che faccio? Mi scuso per essere scoppiato così in pianto, e Dio solo sa che cosa lo ha provocato; ma so che mi ha fatto bene piangere. Ma non sarà più come prima, ormai; qualcosa è uscito per sempre dalla mia vita. L’altro giorno, ho provato a riprendere i pennelli, ed essi mi erano del tutto estranei. Prima, non mi accorgevo nemmeno di avere un pennello in mano; ma ora pesa, ingombra. Sono andato spesso al fiume, con l’intenzione di non tornarne più; ma sono sempre ritornato. Non potevo più veder nessuno, perché c’era sempre la faccia di lei davanti ai miei occhi. Dormivo, sognavo, mangiavo con lei, ma so che non potrà più essere così. Ci ho ragionato sopra, ho cercato di razionalizzare il fatto e di comprenderlo; ma so che, tanto, lei non è più con me. Sogno di lei tutte le notti; ma non posso passar la vita a dormire, sebbene abbia tentato. Non oso toccar le sue vesti e l’odore stesso di queste mi fa quasi impazzire. Ho cercato di dimenticare, ma qualunque cosa io faccia, non sarà più come prima. Solevo ascoltare gli uccelli, ma ora vorrei distruggere ogni cosa. Non posso andare avanti così. Da allora non ho più visto nessuno dei nostri amici e, senza di lei, essi non mi dicono più nulla. Che cosa debbo fare?»

Rimanemmo in silenzio per molto tempo.

L’amore che si trasforma in dolore e in odio non è amore. Sappiamo che cosa sia l’amore? È amore quello che, quando contrastato, diviene furore? C’è amore quando vi siano guada­gno e perdita?

«Amandola, tutte queste cose cessavano di esistere. N’ero completamente dimentico, dimenticavo anche me stesso. Cono­scevo questo amore, e ancora ho questo amore per lei; ma ora mi accorgo anche di altre cose, di me stesso, della mia pena, dei giorni del mio tormento.»

Con quanta rapidità l’amore si trasforma in odio, gelosia, sof­ferenza! Quanto profondamente ci perdiamo nel fumo e come è lontano ciò che era così vicino! Ora ci accorgiamo di altre cose, che sono divenute ad un tratto tanto più importanti. Ci accor­giamo ora della nostra solitudine, ci accorgiamo di essere senza una compagna, senza il sorriso e la incisiva parola consueta; ci accorgiamo di noi stessi ora e non soltanto dell’altra. L’altra era tutto e noi nulla; ora l’altra non è e noi siamo ciò che è. L’altra persona è un sogno e la realtà è ciò che noi siamo. L’altra fu mai reale, o fu un sogno di nostra creazione, avvolto dalla bellezza della nostra gioia, che subito svanisce? Lo svanire è morte, e la vita è ciò che noi siamo.. La morte non può sempre nascondere la vita, per quanto noi si possa desiderare; la vita è più forte della morte. Il ciò che è è più forte di ciò che non è. Come amiamo la morte e non la vita! Rinnegare la vita è così piacevole, così oblioso. Quando l’altro è, noi non siamo; quando l’altro è, noi siamo liberi, senza freni; l’altro è il fiore, il vicino, il profumo, la reminiscenza. Noi tutti vogliamo l’altro, tutti ci identifichiamo con l’altro; l’altro è importante, e non noi stessi. L’altro è il no­stro sogno; e al risveglio, noi siamo ciò che è. Il ciò che è è im­mortale, ma noi vogliamo porre fine al ciò che è. Il desiderio di finire dà nascita al continuo e ciò che è continuo non può mai conoscere l’immortale.

«So che non posso continuare a vivere così, in una mezza morte. Non sono del tutto certo di capire quello che dite. Sono troppo stordito per comprendere qualche cosa.»

Non vi accorgete spesso che, sebbene non prestiate del tutto attenzione a ciò che si dice o che leggete, c’è stato tuttavia un ascoltare, forse inconscio, e che qualcosa è penetrato in voi, vo­stro malgrado? Sebbene non abbiate deliberatamente guardato quegli alberi, pure la loro immagine improvvisamente si mate­rializza in ogni sua particolarità... non ve ne siete mai accorto? È comprensibile che siate sconvolto, stordito, dal colpo che avete subito di recente; ma ciononostante, quando ne uscirete, ciò che dite ora sarà ricordato e allora potrà esservi di qualche aiu­to. Ma ciò che è importante capire è questo: quando vi riprenderete dal colpo che vi stordisce, la sofferenza sarà più intensa, e avrete il desiderio di fuggire, di evadere dalla vostra infelicità. Ci sono anche troppe persone che vi aiuteranno a fuggire; vi of­friranno ogni possibile spiegazione, conclusioni a cui essi o altri sono arrivati, ogni specie di razionalizzazione; o voi stesso tro­verete qualche forma di ripiegamento su voi stesso, piacevole o sgradevole, per soffocarvi il vostro dolore. Finora siete rimasto troppo vicino all’evento, ma col passar del tempo desidererete ardentemente un genere o l’altro di consolazione: religione, ci­nismo, attività sociale, o qualche ideologia. Ma fughe di qualun­que genere, siano Dio o il bere, non fanno che impedire la com­prensione della sofferenza.

La sofferenza deve essere capita, non ignorata. Ignorarla è dare continuità alla sofferenza; ignorarla è sottrarsi alla soffe­renza. Per comprendere la sofferenza occorre affrontarla secon­do uno spirito sperimentale, pratico. Sperimentare non è cercare un risultato definito. Se cercate un risultato definito, l’esperimento non è possibile. Se sapete quello che volete, il perseguirlo non è sperimentazione. Se cercate di superare la soffe­renza, che equivale a condannarla, allora non ne comprendete l’intero processo; quando cercate di sopraffare la sofferenza, la vo­stra sola preoccupazione è di evitarla. Per comprendere la soffe­renza, non deve esserci azione positiva della mente per giustifi­carla o superarla: la mente deve essere del tutto passiva, silenziosamente guardinga, in modo da poter seguire senza esi­tazione lo svolgersi del dolore. La mente non può seguire il decorso del dolore, se è vincolata da qualunque speranza, conclu­sione o reminiscenza. Per seguire il rapido movimento di ciò che è, la mente deve essere libera; la libertà non è da trovarsi alla fine, ma deve esserci fin dal principio.

«Qual è il significato di tutto questo dolore?»

Il dolore non è forse un’indicazione di conflitto, il conflitto della pena e del piacere? Il dolore non è forse dimostrazione di ignoranza? L’ignoranza non è mancanza di cognizioni in merito a dei fatti; è l’essere ignari del processo totale di se stessi. Ci deve essere sofferenza finché non ci sarà comprensione dei modi dell’io; e i modi dell’io si possono scoprire soltanto nell’azione del rapporto.

«Ma il mio rapporto è cessato.»

Non c’è fine al rapporto. Può esserci la fine di una particolare relazione, ma il rapporto non può mai finire. Essere vuol dire essere in rapporto, connessi, e nulla può vivere nell’isolamento. Sebbene ognuno tenti di isolarsi attraverso un particolare rapporto, tale isolamento genererà inevitabilmente dolore. Il dolore è il processo dell’isolamento.

«Può la vita essere mai ciò che è già stata?»

Può mai la gioia di ieri ripetersi oggi? Il desiderio di ripetizio­ne sorge solo quando non c’è gioia nell’oggi; quando l’oggi è vuoto, noi ci volgiamo al passato o al futuro. Il desiderio di ripe­tizione è desiderio di continuità, e nella continuità, non c’è mai il nuovo. V’è felicità, non nel passato o nel futuro, ma solo nel movimento del presente.

85. Sensazione e felicità

Volavamo altissimi sul verde del mare e il rumor delle eliche che battevano l’aria e il rombo dello scappamento rendevano difficile la conversazione. Inoltre, c’erano degli studenti univer­sitari che si recavano a un incontro sportivo sull’isola; uno di lo­ro aveva un banjo, e suonò e cantò per parecchie ore. Avendo poi invitato gli altri, tutti si unirono a cantare in coro. Il ragazzo dal banjo aveva una bella voce, e le canzoni erano americane, canzoni sommesse e di cowboy, o di jazz. Cantavano tutti molto bene, proprio come dischi di grammofono. Erano uno strano gruppo, cui premeva solo il presente; non pensavano ad altro che non fosse gioia immediata. Il domani conservava in sé tutti i guai: lavoro, matrimonio, vecchiaia e morte. Ma lassù, in alto sul mare, c’erano solo canzonette americane e giornali illustrati. Non si avvidero dei lampi che saettavano le nuvole nere e non videro mai la curva della terra lungo il mare e nemmeno il lon­tano villaggio nel sole.

L’isola era quasi sotto di noi, ora. Era verde e scintillante, la­vata di fresco dalla pioggia. Come ogni cosa appariva linda e ni­tida da quell’altezza! La montagna più elevata era appiattita e le onde bianche non avevano movimento. Un peschereccio a vela, d’un marrone scuro, correva davanti alla bufera; sarebbe giunto al sicuro in tempo, ché il porto era in vista. Il fiume serpeggian­te scendeva al mare e il suolo era d’un bruno dorato. Da quell’al­tezza si vedeva ciò che avveniva sulle due rive del fiume, e il passato e il futuro si incontravano. Il futuro non era nascosto, sebbene si trovasse al di là della curva. A quell’altezza non c’era né il passato né il futuro; lo spazio ricurvo non nascondeva né il tempo della semina né quello del raccolto.

L’uomo nel posto accanto cominciò a parlare delle difficoltà della vita. Si lagnò del suo lavoro, del suo viaggiare incessante, della leggerezza della sua famiglia e della futilità della politica moderna. Era in viaggio per una località molto lontana, e lo aveva rattristato dover lasciare la sua casa. Parlando, si fece sempre più serio, sempre più preoccupato nei riguardi del mon­do e soprattutto di sé e della sua famiglia.

«Vorrei tanto poter piantare tutto in asso e andarmene in qualche posticino tranquillo, lavorare poco, essere felice. Non credo di essere mai stato felice in vita mia, e non so nemmeno che cosa voglia dire. Viviamo, ci riproduciamo, lavoriamo e mo­riamo, come qualunque altro animale. Ho perso ogni entusia­smo, se non quello di far quattrini, e anche questo comincia ad annoiarmi. Sono abbastanza capace nel mio lavoro e guadagno bene, ma che cosa significhi tutto questo, non ne ho la minima idea. Vorrei essere felice e che cosa credete che io possa fare per giungere a questo?»

È una cosa piuttosto complessa a comprendersi e questo non mi sembra il luogo più adatto per una conversazione seria.

«Temo di non avere altro tempo; appena saremo a terra, io dovrò rimettermi immediatamente in moto. Posso non sem­brarvi serio, ma ci sono delle cose serie in me; il guaio vero è che non sembrano mai mettersi insieme. Vi assicuro che parlo con la massima sincerità e serietà. Mio padre e tutti i miei vec­chi erano famosi per la loro serietà, ma le attuali condizioni economiche non consentono a un uomo di essere serio del tutto. Sono stato strappato via da tutto ciò, ma vorrei poter tornare indietro e dimenticare tutta questa stupidità. Può darsi che io sia un debole e come tale brontoli su tutto ciò che mi circonda; ma pure, vorrei essere davvero felice.»

La sensazione è una cosa e la felicità un’altra. La sensazione cerca sempre ulteriori sensazioni, in cerchi sempre più vasti. Non c’è fine ai piaceri della sensazione; si moltiplicano, ma c’è sempre insoddisfazione nel loro soddisfacimento; c’è sempre il desiderio di avere di più e la richiesta del più non ha fine. Sen­sazione e insoddisfazione sono inseparabili, perché il desiderio per il di più li lega insieme. La sensazione è il desiderio del più e anche il desiderio del meno. Nello stesso atto del soddisfaci­mento della sensazione, nasce l’esigenza del di più. Il di più è sempre nel futuro, è la perenne insoddisfazione di ciò che è stato. V’è conflitto fra ciò che è stato e ciò che sarà. La sensazione è sempre insoddisfazione. Uno può vestire la sensazione d’un manto religioso, ma essa resta quello che è: una cosa della mente e una fonte di conflitto e d’apprensione. Le sensazioni fisiche gridano sempre per avere di più; e quando siano frustrate, ecco sorgere ira, gelosia e odio. V’è un certo piacere nell’odio e l’invi­dia è soddisfacente; quando una sensazione è contrastata, si trova soddisfazione nello stesso antagonismo che la frustrazio­ne ha provocato.

La sensazione è sempre una reazione, e erra da una reazione all’altra. L’errante è la mente; la mente è sensazione. La mente è il magazzino delle sensazioni, piacevoli e sgradevoli, ed ogni esperienza è reazione. La mente è memoria, che dopo tutto è reazione. La reazione, o sensazione, non può mai essere soddi­sfatta; la risposta non può mai essere contenta. La risposta è sempre negazione, e ciò che non è non può mai essere. La sen­sazione non conosce contentamento. La sensazione, la reazio­ne, deve sempre generare conflitto e lo stesso conflitto è ulterio­re sensazione. La confusione genera confusione. Cattività della mente, a tutti i suoi diversi livelli, è il prolungamento della sen­sazione; e quando le sia negata l’espansione, trova piacere nella contrazione. La sensazione, la reazione, è il conflitto degli opposti; e in questo conflitto di resistenza e di cedimento, di concedere e negare, c’è una soddisfazione che cerca sempre mag­gior soddisfazione.

La mente non può mai trovare la felicità. La felicità non è cosa da cercarsi e trovarsi, come la sensazione. La sensazione può essere ritrovata più e più volte, perché la si perde di continuo; ma la felicità non si può trovare. La felicità ricordata è soltanto una sensazione, una reazione favorevole o contraria al presente. Ciò che è conchiuso non è la felicità; l’esperienza della felicità conchiusasi è sensazione, perché il ricordo è il passato e il pas­sato è sensazione. La felicità non è sensazione.

Vi siete mai accorto di essere felice?

«Certo che me ne sono accorto, grazie a Dio, diversamente non saprei che cosa voglia dire la felicità.»

Quella di cui vi siete accorto era la sensazione di un’esperien­za che chiamate felicità; ma quella non è felicità. Quello che co­noscete è il passato, non il presente; e il passato è sensazione, reazione, memoria. Voi ricordate di essere stato felice; e può il passato dirvi che cosa sia la felicità? Può ricordare, ma non può essere. Riconoscere non è felicità; sapere che cosa voglia dire essere felici, non è la felicità. Riconoscere é la risposta della memoria; e può la mente, che è l’insieme dei ricordi, delle espe­rienze, essere mai felice? Lo stesso riconoscimento inibisce la sperimentazione.

Quando vi rendete conto di essere felice, c’è la felicità? Quan­do c’è la felicità, ve ne rendete forse conto? La coscienza di qualcosa viene soltanto col conflitto, il conflitto del ricordo del più. Dove c’è il conflitto, non c’è felicità. Il conflitto è dove è la mente. È pensiero a ogni livello, è la risposta della memoria, onde il pensiero genera inevitabilmente conflitto. Il pensiero sensazione, e la sensazione non è felicità. Le sensazioni sono sempre alla ricerca del piacere. Il fine è la sensazione, ma la felicità non è un fine; non la si può trovare, scovare.

«Ma come possono le sensazioni venire alla loro fine?»

Dare fine alla sensazione è invitare la morte. La mortificazio­ne è un’altra forma di sensazione. Nella mortificazione, fisica o psicologica, la sensibilità è distrutta, ma non la sensazione. Il pensiero che mortifica se stesso cerca soltanto ulteriore sensa­zione, ché il pensiero stesso è sensazione. La sensazione non può mai porre fine alla sensazione; può avere sensazioni diffe­renti ad altri livelli, ma non c’è fine alla sensazione. Per distrug­gere la sensazione, bisogna essere insensibili, morti; non vedere, non odorare, non toccare è essere morti, che è isolamento. Il nostro problema è del tutto diverso, non vi pare? Il pensiero non può mai essere fonte di felicità; può ricordare soltanto sen­sazioni, perché il pensiero è sensazione. Non può coltivare, produrre o procedere verso la felicità. Il pensiero può andare soltanto verso ciò che conosce, ma il cognito non è felicità; Il cognito è sensazione. Qualunque cosa si faccia, il pensiero non può essere felicità, nè può trovarla. Il pensiero può soltanto essere consapevole della propria struttura, del proprio movimen­to. Quando il pensiero fa uno sforzo per porre fine a se stesso, cerca solo di riuscire meglio, di raggiungere una meta, conse­guire uno scopo che siano più gradevoli. Il più è sapere, ma non felicità. Il pensiero deve conoscere i suoi modi, i suoi inganni sottili. Essendo consapevole di sé stessa, senza desiderio alcuno di essere o di non essere, la mente perviene a uno stato d’inazio­ne. L’inazione non è morte; è una vigilanza passiva in cui il pensiero è del tutto inattivo. È lo stato più elevato di sensibilità. Quando la mente è completamente inattiva a tutti i suoi livelli, solo allora c’è azione. Tutte le attività della mente sono mere sensazioni, reazioni a stimoli, a influenze, onde non sono affat­to azione. Quando la mente è senza attività, c’è azione; questa azione è senza causa, e soltanto allora c’è beatitudine.

86. Vedere il falso in quanto falso

Era una sera bellissima. Il cielo era d’un rosso dominante, e in fondo alle risaie le alte palme sottili ondeggiavano alla brezza. L’autobus gremito faceva un gran rumore mentre saliva su per il colle, e il fiume scorreva intorno ai piedi del colle nella sua discesa verso il mare. Il bestiame era ben pasciuto, densa la vege­tazione, e si notava una grande abbondanza di fiori. Bimbetti paffuti giocavano in un campo e le fanciulline li guardavano coi grandi occhi stupiti. C’era un piccolo santuario in quei pressi e qualcuno stava accendendo una lampada di fronte all’immagi­ne. In una casa isolata si stavano recitandole preghiere della se­ra, e la stanza era illuminata da una lampada piuttosto fioca. L’intera famiglia vi si era raccolta e tutti sembravano gioire delle loro preci. Un cane dormiva profondamente in mezzo alla strada e un ciclista sterzò per evitarlo. Si stava facendo buio e le lucciole illuminavano i volti delle persone che passavano di là in silenzio. Una s’impigliò nei capelli d’una donna, conferendo alla sua testa un lieve bagliore.

Come siamo naturalmente gentili, soprattutto quando ci tro­viamo lontani dalle grandi città, in campagna e nei villaggi! La vi­ta è più intima tra i meno evoluti, là dove la febbre dell’ambizione non si è ancora diffusa. Un bimbo vi sorride, la vecchia si domanda chi siate, l’uomo esita e prosegue per la sua strada. Un crocchio cessa di parlare ad alta voce e si volge a guardare con sorpresa cu­riosità, e una donna si ferma ad attendere che la sorpassiate. Co­nosciamo così poco di noi; sappiamo, ma non comprendiamo; sappiamo, ma non siamo in comunione con gli altri. Non conosciamo noi stessi. Come dunque potremmo conoscere un altro? Non possiamo mai conoscere un altro, possiamo soltanto comu­nicare con un altro. Possiamo conoscere il morto, mai il vivo; quello che conosciamo è il morto passato, non ciò che è vivo. Per conoscere il vivo, noi dobbiamo seppellire il morto in noi stessi. Conosciamo il nome di alberi, uccelli, botteghe, ma che sappia­mo di noi stessi, oltre a qualche parola, a qualche appetito? Di­sponiamo di dati, di conclusioni su tante cose; ma non c’è felicità, non c’è pace che non sia stagnante. Le nostre vite sono monotone e vuote, e così piene di parole e di attività da accecarci. Il sapere non è saggezza, e senza saggezza non c’è pace, non c’è felicità.

Egli era un giovane professore, insoddisfatto, preoccupato e gravato di responsabilità. Cominciò a raccontare i suoi guai, il logorante destino dell’uomo. Aveva ricevuto una buona educa­zione, disse – la qual cosa si riassumeva soprattutto nel saper leggere e raccogliere dati e cognizioni dai libri. Dichiarò di aver frequentato conversazioni per quanto gli era stato possibile e continuò dicendo di aver tentato di abbandonare il vizio del fu­mo e di non esserci mai riuscito del tutto. Voleva perdere il vizio del fumo, perché dispendioso e stupido. Aveva fatto tutto quello che aveva potuto per cessar di fumare, ma vi era sempre rica­scato. Questo era, tra gli altri, uno dei suoi problemi. Il giovane era teso, nervoso, magro.

Comprendiamo nulla di una cosa, condannandola? Respingere o accettare una cosa è facile; ma la stessa condanna o accet­tazione significa evitare il problema che ci preme. Condannare un bambino significa allontanarlo da noi, per non esserne sec­cati; ma il bambino esiste ancora. Condannare significa trascu­rare, non fare attenzione; e non può esservi comprensione attra­verso la condanna.

«Io ho condannato me stesso, per il mio vizio del fumo, infi­nite volte. È difficile non condannare.»

Sì, è difficile non condannare, perché il nostro condizionamento è basato sulla negazione, la giustificazione, il confronto, e la rinuncia. Questo è il nostro ambiente formativo, il condizio­namento con cui affrontiamo ogni problema. Questo stesso condizionamento genera il problema, il conflitto. Voi avete ten­tato di razionalizzare il vostro abbandono del fumo, non è vero? Quando dite che esso è stupido, voi ci avete pensato sopra e sie­te giunto alla conclusione che è un vizio stupido. E tuttavia, la razionalizzazione non vi ha fatto smettere di fumare. Noi cre­diamo di essere liberi da un problema conoscendone la causa; ma conoscere è soltanto un dato, una conclusione verbale. È questa conoscenza che evidentemente impedisce la compren­sione del problema. Conoscere la causa di un problema e com­prendere il problema stesso sono due cose totalmente diverse.

«Ma come diversamente si può affrontare un problema?»

È proprio quello che vogliamo scoprire. Quando scopriamo quale sia il modo falso di affrontare un problema, diventiamo consapevoli del solo modo di affrontarlo. La comprensione del falso è la scoperta del vero. È arduo vedere il falso come tale.

Noi consideriamo il falso attraverso il confronto, attraverso la misura del pensiero; e può il falso essere visto come falso attra­verso qualunque processo del pensiero? Non è il pensiero stesso condizionato e quindi falso?

«Ma come possiamo riconoscere il falso come falso senza il processo del pensiero?»

Questo e il guaio, non è vero? Quando ci serviamo del pensie­ro per risolvere un problema, usiamo senz’ombra di dubbio uno strumento inadeguato; perché il pensiero stesso è un prodotto del passato, dell’esperienza. L’esperienza è sempre il passato. Per vedere il falso in quanto falso, il pensiero deve essere conscio di sé come d’un processo morto. Il pensiero non può mai essere libero, e per scoprire ci deve essere libertà, libertà dal pensiero.

«Non capisco quello che dite.»

Uno dei vostri problemi è rappresentato dal fumo. Lo avete affrontato con la condanna, o avete tentato di liberarvene razio­nalizzandolo. È il modo falso di affrontare il problema. Come scoprite che è falso? Certo, non attraverso il pensiero, ma essen­do passivamente vigile del modo di affrontare il problema. La vigilanza passiva non esige pensiero; anzi, se il pensiero è in funzione, non vi può essere passività. Il pensiero funziona soltanto per condannare e giustificare, per paragonare e accettare; se c’è una vigilanza passiva di questo processo, allora lo si per­cepirà esattamente qual è.

«Sì, capisco; ma come tutto ciò si applica al mio vizio del fumo?»

Sperimentiamo insieme per scoprire se si possa affrontare il problema del fumo senza condanna, confronto e così via. Possia­mo guardare il problema con occhi vergini, senza che il passato lo adombri? È estremamente difficile osservarlo senza reazione alcuna, non è vero? Non sembriamo capaci di esserne consci pas­sivamente, c’è sempre una risposta di qualche genere dal passato. È interessante vedere come siamo incapaci di osservare il pro­blema come se fosse nuovo. Portiamo con noi i nostri sforzi passati, le nostre conclusioni, le nostre intenzioni di ieri; non possiamo considerare il problema che attraverso questi veli.

Nessun problema è mai antico, ma noi lo affrontiamo con le antiche formulazioni, che ci impediscono di comprenderlo. Bisogna essere passivamente attenti a queste risposte. Esserne passivamente consci, vedere che esse non possono risolvere il problema. Il problema è reale, è una realtà, ma il modo di af­frontarlo è del tutto inadeguato. La risposta inadeguata a ciò che è genera il conflitto; e il conflitto è il problema, Se c’è com­prensione di questo intero processo, scoprirete di poter agire in modo adeguato in merito al fumo.

87. Sicurezza

Il ruscello scorreva dolcemente presso il viottolo che si snodava intorno alle risaie, ed era ricolmo di fiori di loto; questi erano d’un violetto cupo coi cuori dorati, sollevati sull’acqua. Il profu­mo indugiava loro intorno, ed erano molto belli. Il cielo era co­perto; cominciava a piovere e il tuono rumoreggiava sotto le nu­bi. Il fulmine era ancora lontano, ma si stava avvicinando all’albero sotto cui avevamo preso riparo. Cominciò infine a piovere dirottamente e le foglie di loto raccoglievano ora le goc­ce di pioggia; quando poi le gocce si fecero troppo grosse, scivolavano via dalle foglie, dove poi si formavano di nuovo. Il fulmi­ne era sopra l’albero, ora, e il bestiame atterrito tirava le corde. Un vitello nero, tutto bagnato e tremante, muggiva pietosamen­te; ruppe infine la corda e corse verso una capanna vicina. I fio­ri di loto si venivano chiudendo strettamente, serravano i cuori contro la tenebra che si addensava; sarebbe stato necessario strappare i petali violetti per giungere ai cuori dorati. Sarebbero rimasti chiusi così, ermeticamente, fino al ritorno del sole. Anche nel sonno erano belli. Il fulmine muoveva verso la città; era buio fitto ora e si poteva udire soltanto il murmurio del ruscello.

Il viottolo passava oltre il villaggio, fino alla strada che ci ri­portò nella città fragorosa.

Egli era un giovanotto, sui venticinque anni; ben nutrito, aveva viaggiato un poco e frequentato l’università. Apprensivo, aveva un’ombra di ansietà negli occhi. Era tardi, ma il giovane aveva voglia di parlare, aveva bisogno di qualcuno che esplorasse la sua mente in sua vece. Egli si palesò con molta semplicità, sen­za esitazioni o infingimenti. Il suo problema era chiaro, ma non per lui, che continuava ad andare a tentoni.

Noi non ascoltiamo e non scopriamo ciò che è; facciamo pas-sar per buone le nostre idee a un altro, cercando d’introdurre l’al­tro a viva forza nella struttura del nostro pensiero. I nostri pensieri e giudizi sono molto più importanti per noi della scoperta di ciò che è. Il ciò che è è sempre semplice; siamo noi che siamo complicati. Noi rendiamo complesso il semplice, il ciò che è, e ci smarriamo in esso. Noi porgiamo l’orecchio soltanto al frastuo­no crescente della nostra confusione. Per ascoltare, dobbiamo essere liberi. Non che non debbano esserci distrazioni, perché lo stesso pensare è già una forma di distrazione. Dobbiamo essere liberi per essere silenziosi, e solo allora è possibile udire.

Egli diceva che appena stava per addormentarsi si levava se­duto con un sussulto di paura nuda. Allora la stanza perdeva le sue proporzioni; le pareti divenivano piatte, non c’era più soffitto e il pavimento scompariva. Lui rimaneva atterrito, grondante sudore. Tutto ciò durava già da parecchi anni.

Ma di che cosa avete paura, che cosa vi atterrisce?

«Non lo so; ma quando mi sveglio in preda al terrore, vado da mia sorella, o dai miei genitori, e chiacchiero con loro un po’ di tempo per calmarmi, dopo di che posso tornarmene a dormire. Essi comprendono, ma io ormai ho venticinque anni e la situa­zione è sempre più ridicola.»

Siete forse in ansia per il futuro?

«Si, in certo qual modo. Sebbene la mia famiglia abbia dena­ro, sono piuttosto preoccupato.»

Perché?

«Voglio sposarmi e disporre per il benessere della mia futura moglie.»

Perché preoccuparvi del futuro? Siete ancor molto giovane, e potete lavorare e dare a vostra moglie ciò che è necessario. Perché angustiarvi tanto di ciò? Avete forse paura di perdere la vo­stra posizione sociale?

«In parte. Possediamo un’automobile, qualche proprietà, una buona reputazione. Naturalmente non voglio perdere tutto ciò, e questo può essere la causa della mia paura. Ma non è precisamente questo. È la paura di non essere. Quando mi sveglio in preda alla paura, mi sento come perduto, come se non fossi nes­suno, come se andassi a pezzi.»

Dopo tutto, un nuovo governo potrebbe salire al potere e voi potreste perdere la vostra proprietà, i vostri beni; ma siete gio­vane e potrete sempre lavorare. Milioni di esseri umani perdono i loro beni terreni e voi pure potreste trovarvi in una situazione del genere. E poi, le cose di questo mondo vanno divise in co­mune e non possedute esclusivamente. Alla vostra età, perché essere così conservatore, così timoroso di perdere?

«Vedete, voglio sposare una certa ragazza e desidero anche troppo che nulla possa impedirmelo. Nulla dovrebbe impedirmelo, ma io sento la sua mancanza e lei sente la mia, e questa può essere un’altra causa della mia paura.»

È questa la causa della vostra paura? Dite che nulla fuor dell’ordinario dovrebbe accadere per impedire il vostro matrimo­nio, allora perché questa paura?

«Sì, è vero che possiamo sposarci appena noi lo si voglia, per cui questo non può essere la causa della mia paura, non ora almeno. Credo che la mia vera paura sia di non essere, di perdere la mia identità, il mio nome.»

Anche se non v’importasse nulla del vostro nome, ma conti­nuaste ad avere la vostra proprietà e tutto il resto, non avreste più paura? Che cosa intendete per identità? Essa va identificata con un nome, con la proprietà, con una persona, con delle idee; va associata con qualcosa, riconosciuta come questo o quello, fornita d’etichetta come appartenente a un gruppo o a un paese particolare, e avanti di questo passo. Voi avete paura di perdere la vostra etichetta, non è vero?

«Sì. Senza di essa che cosa sarei? Sì, è proprio così.»

Dunque, voi siete i vostri stessi possessi. Il vostro nome e la vostra nomea, la vostra auto e altre proprietà, la ragazza che intendete sposare, le ambizioni che nutrite: voi siete queste cose. Queste cose, insieme con certe caratteristiche e valori, contribui­scono a formar quello che voi chiamate "io"; voi siete la somma totale di tutto ciò, e avete paura di perderlo. Come per ogni altro, c’è sempre la possibilità di perdere tutto; può scoppiare una guerra, ci può essere una rivoluzione o un mutamento di governo verso sinistra. Può accadere qualcosa che vi privi di queste cose, oggi o domani. Ma perché aver paura della mancanza di sicurez­za? La stessa natura di tutte le cose non è priva di sicurezza? Contro questa mancanza di sicurezza voi erigete muraglie che vi proteggano; ma queste muraglie possono essere e sono abbattu­te. Voi potete sottrarvi ad essa per un tratto di tempo, ma il pericolo della mancanza di sicurezza è sempre presente. Quello che è, voi non potete evitarlo; la mancanza di sicurezza c’è, lo vogliate o non lo vogliate. Questo non significa che dobbiate rassegnarvi ad essa, o che dobbiate accettarla o negarla; ma siete giovane, e perché temere la mancanza di sicurezza?

«Ora che mettete la cosa in questi termini, non mi sembra di aver paura della mancanza di sicurezza. Non sono contrario al lavoro; lavoro più di otto ore al giorno in ufficio e sebbene non ne sia entusiasta posso tirare avanti. No, non ho paura di perdere la mia proprietà, l’auto e il resto; e la mia fidanzata ed io pos­siamo sposarci appena lo vogliamo. Vedo ora che non è nessuna di queste cose che mi fa paura. Allora che cos’è?»

Cerchiamo di trovarlo insieme. Potrei dirvelo, ma non sareb­be allora una scoperta vostra; avverrebbe soltanto sul livello verbale e sarebbe pertanto estremamente inutile. Scoprire è sperimentare; lo scopriremo dunque insieme.

Se non avete paura di perdere nessuna di queste cose, se non avete paura di essere esteriormente privo di sicurezza, di che cosa dunque temete? Non rispondete subito; ascoltate, state attento a scoprire. Siete proprio certo che non sia la mancanza di sicurezza materiale di cui avete paura? Voi dite di non esserlo. Se siete certo che questa non è una semplice affermazione ver­bale, allora di che cosa avete paura?

«Sono certissimo di non aver paura della mancanza di sicu­rezza materiale; la mia ragazza ed io possiamo sposarci e abbia­mo quanto ci occorre. È di qualcosa di più della semplice perdi­ta di beni che ho paura. Ma che cos’è?»

Lo scopriremo, ma riflettiamo con calma. Voi volete realmen­te saperlo, non è vero?

«Certo che desidero scoprirlo, soprattutto ora che mi sono spinto così innanzi. Di che cosa ho paura?»

Per scoprirlo dobbiamo essere quieti, vigili, ma non insisten­ti. Se non avete paura della mancanza di sicurezza materiale, avete forse paura di essere intimamente insicuro, di essere incapace di giungere allo scopo che vi siete proposto? Non rispondete, ascoltate soltanto. Vi sentite incapace di divenire qualcuno? Probabilmente avete un ideale religioso; e non vi sembra di avere la capacità di adeguarvi ad esso o di conseguirlo, è così? Provate forse un senso d’impotenza nei suoi riguardi, di colpa o di frustrazione?

«Avete perfettamente ragione. Fin da quando seppi di voi, an­ni fa, quand’ero ancora ragazzo, il mio ideale è stato, per così dire, essere come voi. L’abbiamo nel sangue, noi, la religione ed io ho creduto di poter essere così; ma ho sempre avuto una profonda paura di non poter mai arrivare a tanto.»

Procediamo lentamente. Sebbene non abbiate paura di essere esteriormente privo di sicurezza, avete paura di esserlo inte­riormente. Un altro si rende sicuro esteriormente con la reputa­zione, il denaro, la celebrità e così via, mentre voi volete esserlo interiormente grazie a un ideale; e vi sembra di non avere la ca­pacità di diventare codesto ideale. Perché volete divenire o conseguire un ideale? Soltanto per sentirvi sicuro, protetto? Questo rifugio, lo chiamate un ideale; ma in realtà volete sentirvi al sicuro, riparato. Non è così?

«Ora che me lo fate notare, è esattamente così.»

Avete dunque scoperto questo, ora, non è vero? Ma procedia­mo ancora. Voi vedete l’evidente superficialità della sicurezza esteriore; ma vedete anche la falsità di cercare quella interiore attraverso un ideale, divenendo un ideale? Il vostro rifugio, invece del denaro, è un ideale. Vi rendete realmente conto di questo?

«Sì, è così.»

Siate allora quello che siete. Quando vedete la falsità dell’i­deale, esso si dissolve, si frantuma. Voi siete ciò che è. Da questo momento passate a comprendere ciò che è, ma non con un par­ticolare fine in vista, perché il fine, la meta è sempre lontano da ciò che è. Il ciò che è siete voi stesso, non in un dato periodo particolare o in un particolare momento d’umore, ma voi stesso quale siete di momento in momento. Non condannate voi stesso e non rassegnatevi a quel che vedete, ma siate guardingo senza interpretare il movimento di ciò che è. Sarà difficile, ma c’è gioia in ciò. Soltanto per colui che è libero c’è felicità, e la li­bertà viene con la verità di ciò che è.

88. Lavoro

Altero e incline al cinismo, egli era qualcosa di simile a un mini­stro governativo. Era stato condotto, forse trascinato, da un amico e sembrava piuttosto sorpreso di trovarsi là. L’amico vo­leva parlare di qualche cosa e riteneva evidentemente che l’altro potesse accompagnarlo e così udire il suo problema. Il ministro era curioso e aveva una certa aria di superiorità. Era alto, robu­sto, dagli occhi acuti e facile parlatore. Aveva fatto carriera nella vita ed ora vi si stava adagiando. Viaggiare è una cosa e arri­vare un’altra. Viaggiare è un continuo arriivare e l’arrivo che non abbia ulteriore viaggio è morte. Con quanta facilità troviamo il piacere e con quanta rapidità l’essere scontento si muta in con­tentamento! Noi tutti vogliamo un rifugio di qualche genere, un porto al riparo d’ogni conflitto, e generalmente lo troviamo. Gli scaltri, come gli sciocchi, trovano il loro rifugio e vigilano bene, quando vi sono dentro.

«Son molti anni che mi studio di comprendere il mio proble­ma, ma non sono mai stato capace di arrivarvi in fondo. Nel mio lavoro ho sempre generato antagonismo; l’ostilità prima o poi è sempre riuscita a insinuarsi in tutte le persone che ho cer­cato di aiutare. Aiutando alcuni, ho seminato l’opposizione in seno ad altri. Con una mano do e con l’altra sembro ferire. È un fatto che si verifica da più anni di quanti riesca a ricordare ed ora si è determinata una situazione, in cui debbo agire con una certa risolutezza. Non voglio far del male a nessuno, e non so proprio che cosa fare.»

Che cosa è più importante; non far del male, non creare ini­micizia, o operare nel senso del vostro lavoro?

« Nlell’adempimento del mio lavoro faccio del male ad altri. Io sono una di quelle persone che si danno anima e corpo al lavo­ro; se do inizio a qualche cosa, voglio vederlo assolutamente fi­nito. Sono sempre stato così. Penso di essere un uomo attivo ed efficiente, e odio l’incapacità e l’inefficienza. Dopo tutto, se in­traprendiamo una qualche attività sociale, dobbiamo arrivare fino in fondo, e coloro che sono inefficienti o molli naturalmen­te ne restano feriti e divengono antagonistici. L’opera dell’aiuto agli altri è importante, e quando aiuto i bisognosi ferisco coloro che si mettono in mezzo. Ma in realtà non voglio far del male a nessuno, e ho cominciato a rendermi conto del fatto che devo pur fare qualcosa per rimediare a ciò.»

Che cos’è importante per voi: lavorare, o non nuocere ad altri?

«Quando si vede tanta miseria e infelicità e ci si butta nel lavoro delle riforme, nel corso di detto lavoro si nuoce ad alcuni, anche se non lo si vuole assolutamente.»

Nel salvataggio di un gruppo di persone, altre sono distratte. Un paese sopravvive a spese di un altro. La cosiddetta gente spirituale, nel suo ardore riformistico, salva alcuni e annienta altri; provoca benedizioni e maledizioni nello stesso tempo. Sembria­mo sempre esseri buoni con questi e brutali con quelli. Perché?

Che cosa è importante per voi: lavorare o non nuocere al prossimo?

«Dopo tutto, si è costretti a nuocere a certuni: i pigri, gli inef­ficienti, gli egoisti. Sembra una cosa inevitabile. Non ferite la gente voi con le vostre parole? Conosco un ricco che è stato molto ferito da ciò che dite della ricchezza.»

Io non voglio ferire nessuno. Se della gente resta ferita nel corso di una data attività, allora per me quell’attività va abban­donata. Io non svolgo nessuna attività, non ho nessun progetto di riforma o di rivoluzione. Per me ha la precedenza assoluta non il lavoro, ma il non far male agli altri. Se il ricco si sente fe­rito da ciò che è detto, non è stato ferito da me, ma dalla verità di ciò che è, che egli non ama; egli non vuole palesarsi, essere esposto. Non è mia intenzione palesare, esporre un altro. Se un uomo si trova momentaneamente esposto dalla verità di ciò che è e si arrabbia per ciò che vede, subito ne fa ricadere la colpa su altri; ma questa non è che una fuga davanti al fatto. È stupido arrabbiarsi con un fatto. Voler evitare un fatto attraverso l’ira è una delle reazioni più comuni e irriflessive.

Ma voi non avete risposto alla mia domanda. Che cosa è im­portante per voi: lavorare o non ferire altri?

«Il lavoro bisogna pur farlo, non vi pare?» obiettò il ministro.

Perché bisogna farlo? Se nel beneficare qualcuno, voi ferite o distruggete degli altri, che valore ha il vostro lavoro? Potete salvare il vostro Paese, ma ne sfruttate o danneggiate un altro. Perché vi sta tanto a cuore il vostro Paese, il vostro partito, la vo­stra ideologia? Perché vi siete così identificato col vostro lavoro? Perché il lavoro conta tanto ai vostri occhi?

«Dobbiamo lavorare, essere attivi, diversamente tanto var­rebbe essere morti. Quando la casa brucia, non possiamo per il momento preoccuparci di problemi fondamentali.»

Per gli uomini semplicemente attivi, i problemi fondamentali non sono mai quelli principali. A loro preme l’attività, che porta benefici superficiali e danni profondi. Ma se posso chiedere al nostro amico: perché un certo genere di lavoro è tanto importante per voi? Perché gli siete così attaccato?

«Oh, non so, ma mi rende molto felice.»

Così che v’interessa realmente non il lavoro in se stesso, ma ciò che ne ricavate. Potete non trarne del denaro, ma della felicità. Come un altro ottiene potenza, posizione e prestigio salvando il suo partito o il suo Paese, così voi traete piacere dal vostro lavoro; o come un altro trova grande soddisfazione, che egli chiama bea­titudine, nel servire il suo salvatore, il suo guru, il suo maestro, così voi attingete soddisfazione a quella che voi chiamate attività altruistica. In realtà, non è il Paese, il lavoro o il salvatore che sono importanti per voi, ma ciò che voi ne ricavate. La vostra felicità è di immensa importanza, e il vostro particolare lavoro vi dà ciò che cercate. Non avete realmente nessun interesse per coloro che avete fama di aiutare: essi non sono che un mezzo per la vostra fe­licità. Ed evidentemente gli inefficienti, coloro che si frappon­gono, ne vanno di mezzo; perché è il lavoro che conta, il lavoro essendo la vostra felicità. Questo è il fatto brutale, ma noi scaltramente lo nascondiamo sotto parole altisonanti come servizio so­ciale, patria, pace, Dio e così via.

Così, se è lecito rilevarlo, a voi non importa realmente nulla far male a coloro che infirmano l’efficienza dell’attività che vi rende felice. Voi trovate la felicità in un certo lavoro, e quel la­voro, quale che sia, è voi stesso. A voi preme avere felicità e il la­voro ve ne offre i mezzi; pertanto il lavoro diviene Importantis­simo e quindi, naturalmente, voi siete efficientissimo, spietato, dominatore per amor di ciò che vi dà felicità. Onde non v’im­porta di nuocere al prossimo, di generare ostilità.

«Non ho mai considerato il problema sotto questo aspetto, ed è perfettamente vero il vostro punto di vista. Ma allora che cosa devo fare?»

Ma non è anche importante scoprire perché vi siano occorsi tanti anni per vedere un fatto semplice come questo?

«Suppongo che, come voi dite, non m’importasse realmente se nuocevo o non nuocevo alla gente, finché potevo procedere per la mia strada. Generalmente procedo per la mia strada, perché sono sempre stato molto attivo e diretto, cosa che voi definireste spietata, e avete perfettamente ragione. Ma che cosa devo fare ora?»

Vi sono occorsi tutti questi anni per vedere questo semplice fatto, perché finora siete stato contrario a vederlo; perché veden­dolo voi intaccate le fondamenta stesse del vostro essere. Avete cercato la felicità e l’avete trovata, ma essa ha sempre generato conflitto e antagonismo; ed ora, forse per la prima volta, state guardando bene in faccia fatti che riguardano voi stesso. Che cosa farete? Non c’è un modo diverso di considerare il lavoro?

Non è possibile essere felici e lavorare, piuttosto che cercare la felicità nel lavoro? Quando usiamo il lavoro o la gente come mezzi per un fine, allora evidentemente non abbiamo rapporto, non co­munione né col lavoro né con la gente; e allora siamo incapaci di amore. L’amore non è un mezzo per conseguire un fine; esso è la sua stessa eternità. Quand’io uso voi e voi usate me, cosa che gene­ralmente si chiama rapporto, siamo importanti l’uno per l’altro solo in quanto mezzi per ottenere qualche altra cosa; così che non siamo affatto importanti l’uno per l’altro. Da questo reciproco uso, devono scaturire inevitabilmente conflitto e antagonismo. Allora, cosa farete? Vediamo di scoprire insieme che cosa si debba fare, piuttosto che attendere una risposta da un altro. Se potete scoprire da soli la risposta, la vostra scoperta sarà diretta sperimentazione vostra; diverrà quindi reale e non semplicemente una conferma o una conclusione, una semplice risposta verbale.

«Quale, dunque, è il mio problema?»

Non possiamo porlo in un altro modo? Spontaneamente, quale è la vostra prima reazione alla domanda: il lavoro ha precedenza assoluta? Se non è il lavoro, che cosa allora ha precedenza?

«Comincio a capire quello a cui volete arrivare. La mia prima reazione è di shock; sono realmente atterrito nel vedere che cosa ho fatto nel mio lavoro durante tanti anni. Questa è la prima volta che affronto il fatto di ciò che è, come voi lo chiamate, e vi assicuro che non è piacevole. Se posso spingermi oltre, forse ve­drò ciò che è importante e allora il lavoro seguirà naturalmente. Ma se sia il lavoro, o qualche altra cosa ad avere per me prece­denza assoluta, non lo so ancora con chiarezza.»

Perché non lo sapete con chiarezza? La chiarezza è questione di tempo o di volontà di vedere? Il desiderio di non vedere non scomparirà da sé col passare del tempo? La vostra mancanza di chiarezza non è dovuta al semplice fatto che non volete vederci chiaro, perché ciò sconvolgerebbe l’intera struttura della vostra vita quotidiana? Se vi accorgete che state deliberatamente ri­mandando, non vedete ad un tratto con chiarezza? È questo vo­ler evitare, che genera confusione.

«Tutto sta diventando molto chiaro per me ora e quello che farò non ha importanza. Probabilmente farò quello che ho fatto finora, ma con tutt’altro spirito. Vedrete.»

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