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La prima e ultima libertà

Jiddu Krishnamurti
La Prima e Ultima Liberta

Prefazione di Aldous Huxley

L'uomo è un anfibio che vive simultaneamente in due mondi: quello che trova e modella, il mondo della materia, della vita e della coscienza, e il mondo dei simboli. Nel pensare impieghiamo una vasta gamma di sistemi simbolici: linguistici, matematici, figurativi, musicali, rituali. Senza tali sistemi non avremmo né arte, né scienza, né legge, né filosofia, e neppure i rudimenti stessi della civiltà: saremmo, in altri termini, animali. Pertanto i simboli sono indispensabili. Ma – come dimostra tanto copiosamente la storia della nostra epoca e di qualsiasi altra – i simboli possono pure essere fatali. Si consideri, ad esempio, da un lato il campo della scienza, dall'altro il campo della politica e della religione. Pensando nei termini di una serie di simboli, ed agendo in risposta solo ad essa, siamo pervenuti in qualche misura, peraltro assai piccola, ad intendere e controllare le forze elementari della natura. Pensando nei termini di un'altra serie di simboli, ed agendo in risposta ad essa, impieghiamo tali forze come strumenti per l'assassinio in massa e il suicidio collettivo. Nel primo caso i simboli chiarificatori sono stati ben scelti, analizzati con grande accuratezza e adattati progressivamente ai fatti principali dell'esistenza fisica. Nel secondo caso i simboli, originariamente scelti male, non sono mai stati sottoposti ad un'analisi esauriente, non sono stati mai riformulati in modo da armonizzarsi con i fatti fondamentali dell'esistenza umana. Peggio ancora: questi simboli mistificatori sono stati ovunque trattati con una specie di reverenza del tutto immeritata, come se, in un qualche misterioso modo, fossero più reali delle realtà cui si riferivano. Nei contesti della religione e della politica, le parole non sono considerate come segni che rappresentino, piuttosto inadeguatamente, cose ed eventi; all'opposto, cose ed eventi sono considerati esplicazioni particolari delle parole. Fino ad oggi i simboli sono stati impiegati realisticamente soltanto in quei campi che, secondo il nostro convincimento, non sono di importanza suprema. In tutte le situazioni che impegnano i nostri impulsi più profondi ci siamo invece intestarditi ad usare i simboli non semplicemente in modo non realistico, ma addirittura in modo idolatrico, anzi insano. Ne è derivato che siamo stati capaci di commettere a sangue freddo, e per lunghi periodi di tempo, atti dei quali i bruti sono capaci soltanto per brevi istanti e nell'acme frenetica dell'ira, della libidine o della paura. Per il fatto di usare e adorare simboli, gli uomini possono diventare idealisti; ed essendo idealisti, possono tramutare la brama temporanea, propria degli animali, negli imperialismi grandiosi di un Rhodes o di un J. P. Morgan; l'effimero gusto di tirannia, proprio degli animali, nello stalinismo o nell'Inquisizione di Spagna; l'attaccamento saltuario al proprio territorio, proprio degli animali, nelle frenesie premeditate del nazionalismo. Fortunatamente possono pure trasformare la temporanea mansuetudine degli animali nella carità instancabile di una Elizabeth Fry o di un Vincenzo de » Paoli; l'effimera devozione degli animali al proprio compagno ed ai piccoli nella collaborazione ragionata e tenace che, fino ad oggi, si è dimostrata abbastanza solida da salvare il mondo dalle conseguenze dell'altra e disastrosa sorta di idealismo. Ma ciò potrà continuare a salvare il mondo? Alla domanda non si può dare risposta. Tutto quel che si può dire è che, con la bomba atomica nelle mani degli idealisti del nazionalismo, le probabilità in favore degli idealisti della collaborazione e della carità hanno subito una brusca riduzione. Anche il miglior libro di cucina non sostituirà mai un pranzo, sia pure il peggiore: la cosa sembra abbastanza ovvia. Eppure, in tutte le età, i filosofi più profondi, i teologi più dotti ed acuti sono sempre caduti nell'errore di identificare coi fatti le proprie costruzioni puramente verbali, o in quello, ancor più enorme, di immaginare che i simboli siano, in qualche modo, più reali di ciò che rappresentano. Questo culto della parola non è stato scevro di proteste. "Lo spirito solo", dice San Paolo, "dà la vita; la lettera uccide". "E perché", domanda Eckhart, "perché cianciate di Dio? Qualsiasi cosa diciate di Dio è falsa". All'altro capo del mondo, l'autore di uno dei Mahayana Sutra affermava che "mai la verità è stata predicata dal Buddha, che vedeva come dobbiate rendervi conto di essa entro voi stessi". Tali affermazioni vennero considerate profondamente sovversive, e la gente benpensante le ha ignorate. La strana sopravvalutazione idolatrica delle parole e degli emblemi proseguì indisturbata. Le religioni sono declinate; ma l'antica abitudine di formulare credi e di imporre la fede in certi dogmi è persistita, persino tra gli atei. Negli ultimi anni, logici e sematici hanno effettuato un'analisi assai approfondita dei simboli nei cui termini gli uomini compiono l'operazione del pensare. La linguistica è divenuta una scienza, ed è possibile persino dedicarsi allo studio di un campo cui il defunto Benjamin Whorf ha conferito il nome di meta-linguistica. Tutto ciò è ottimo; ma non è abbastanza. La logica e la semantica, la linguistica e la metalinguistica, sono discipline puramente intellettuali. Analizzano i diversi modi, corretti o meno, significativi o meno, secondo i quali le parole possono venir poste in relazione con le cose, i processi e gli eventi. Ma non offrono alcuna guida nei riguardi del problema, assai più fondamentale, del rapporto dell'uomo nella sua totalità psicofisica, da un lato, con i suoi due mondi, quello dei fatti e quello dei simboli, dall'altro. In qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca storica questo problema ha ripetutamente trovato soluzione da parte di singoli uomini e donne. Sia pure parlando o scrivendo, queste persone non creavano sistemi: perché sapevano che qualsiasi sistema costituisce una tentazione continua a prendere i simboli troppo sul serio, a concedere maggiore attenzione alle parole che alle realtà che si suppone le parole rappresentino. Mai il loro fine è stato di offrire panacee e spiegazioni belle e fatte; ma di indurci a diagnosticare e curare le nostre proprie malattie, a far sì che si giunga a quel punto, ove il problema dell'uomo e la sua soluzione si affacciano direttamente all'esperienza. In questo volume, che raccoglie una scelta degli scritti e delle conversazioni registrate di Krishnamurti, il lettore troverà un'impostazione chiara e moderna del problema fondamentale dell'uomo, e insieme un invito a risolverlo nell'unico modo in cui esso è solubile: da sé, e per se stessi. Le soluzioni collettive cui si appunta tanto disperatamente la fede di tanti, non sono mai adeguate. "Per comprendere la miseria e la confusione che esistono dentro di noi, e dunque nel mondo, anzitutto dovremo trovare chiarezza dentro di noi; e a quella chiarezza si giunge pensando correttamente. Tale chiarezza non va organizzata, poiché non la si può scambiare con altri. Il pensiero organizzato, di gruppo, è puramente ripetitivo. La chiarezza non è il risultato di un'asserzione verbale, ma di un'autocoscienza acuta e di un retto pensare. Il pensiero retto non è il derivato, o la mera coltivazione, dell'intelletto, e neppure è conformismo rispetto ad uno schema, per quanto nobile e degno sia lo schema. Il pensiero retto si accompagna all'autocoscienza. Senza intendere noi stessi, non avremo alcuna base per pensare; senza la conoscenza di sé, quel che si pensa non è vero". Questo tema fondamentale viene sviluppato da Krishnamurti passo per passo. "La speranza sta negli uomini, non nella società, non in alcun sistema, non nei sistemi religiosi organizzati, ma in voi ed in me". Le religioni organizzate, con i loro riti, non offrono che una soluzione falsa al problema fondamentale. "Quando citate la Bhagavad Gita, o la Bibbia, o un qualche testo sacro cinese, non vi è dubbio che state semplicemente ripetendo, non vi pare? E quanto viene ripetuto non è la verità. È menzogna, perché la verità non la si può ripetere". Si può diffondere, proporre, recitare una menzogna, ma non la verità; e quando si ripete la verità, essa cessa di esserlo, e pertanto i libri sacri non hanno valore. È attraverso l'autocoscienza, non attraverso la fede nei simboli di qualcun altro, che si giunge alla realtà eterna, nella quale l'essere dell'uomo è fondato. La fede nell'adeguatezza totale e nel valore supremo di un qualsiasi sistema precostituito di simboli non conduce alla liberazione, ma alla storia, ad un'iterazione sempre delle medesime, antiche sciagure. "Inevitabilmente la fede separa. Se avete una fede, o quando ricercate la sicurezza nella vostra fede particolare, vi separate da coloro che ricercano la sicurezza in qualche altra forma di fede. Tutte le fedi organizzate si fondano sulla separazione, sebbene, magari, predichino la fratellanza". Chi abbia risolto con successo il problema delle sue relazioni con i due mondi, dei dati di fatto e dei simboli, è un uomo che non ha fedi. Per quanto riguarda i problemi della vita pratica egli mantiene una serie di ipotesi di lavoro, che servono ai suoi scopi, ma che non vengono prese più seriamente di qualsiasi altra specie di utensile o strumento. Per quanto riguarda gli esseri suoi simili e la realtà nella quale si fondano, egli ha le esperienze dirette dell'amore e della comprensione. È appunto per proteggersi dalle fedi che Krishnamurti "non ha letto nessuna forma di letteratura sacra, né la Bhagavad Gita né le Upanishad". Noialtri neppure leggiamo letteratura sacra: leggiamo i nostri giornali, riviste, romanzi gialli favoriti. Ciò significa che ci accostiamo alla crisi del nostro tempo non con amore e penetrazione, ma con "formule, sistemi" – ben poveri sistemi e formule, quanto a questo. Ma "gli uomini di buona volontà non dovrebbero avere alcuna formula"; poiché le formule conducono inevitabilmente soltanto ad un "pensare cieco". La predilezione per le formule è pressoché universale. Il che è inevitabile; poiché "il nostro sistema educativo si fonda su che cosa pensare, non su come pensare". Siamo educati come membri credenti e praticanti di una qualche organizzazione – quella comunista, o quella cristiana, musulmana, indù, buddista, freudiana. Di conseguenza, "voi reagite ad una sfida che è sempre nuova secondo uno schema antico; e pertanto la vostra reazione non ha la validità, la novità, la freschezza corrispondenti. Se reagite come cattolici o come comunisti, state reagendo – non è vero? – secondo un pensiero schematizzato. Perciò la vostra reazione non ha significato. E l'indù, il musulmano, il buddista, il cristiano, non ha forse creato questo problema? Come la religione di oggi è il culto dello Stato, così la religione antica era il culto di un'idea". Se reagite ad una sfida secondo il condizionamento antico, la reazione non vi porrà in grado di comprendere la sfida nuova. Perciò quel "che si deve fare, per raccogliere la nuova sfida, è spogliarsi interamente, denudarsi completamente del nostro background e raccogliere la sfida daccapo". In altri termini, i simboli non dovrebbero mai assurgere al rango di dogmi, e nessun sistema andrebbe mai considerato altro che un'ipotesi provvisoria di comodo. La fede nelle formule, e l'azione che risponde a cosiffatte fedi, non può condurci ad una soluzione del nostro problema. "Soltanto attraverso la comprensione creativa di noi stessi potrà darsi un mondo creativo, un mondo felice, un mondo, nel quale non esistano idee". Un mondo nel quale non esistano idee sarebbe un mondo felice, perché sarebbe privo delle potenti forze condizionanti che costringono gli uomini ad intraprendere azioni incongrue, privo dei dogmi consacrati in nome dei quali si giustificano i crimini peggiori, si razionalizzano elaboratamente le insanie supreme. Un'educazione che non ci insegni come, ma che cosa pensare, esige una classe dirigente di pastori e di maestri. Ma "l'idea stessa di guidare qualcuno è antisociale e antispirituale". Per chi la eserciti, la guida comporta la soddisfazione della brama di potere; per chi viene guidato, comporta la soddisfazione del desiderio di certezza e di sicurezza. Il guru fornisce una sorta di narcotico. Ma, si potrebbe chiedere, "che cosa fai tu, dunque? non ti comporti come nostro guru?". "Senza dubbio", risponde Krishnamurti, "io non sto agendo come vostro guru, perché, in primo luogo, non vi offro alcuna ricompensa. Non vi sto dicendo che cosa dovreste fare di momento in momento, o di giorno in giorno, ma sto semplicemente indicandovi qualcosa; potete prenderla o no, dipende da voi, non da me. Non vi chiedo nulla, né il vostro culto, né la vostra adulazione, né i vostri insulti, né i vostri déi. Io dico: questo è un fatto: prendere o lasciare. E molti di voi non lo prenderanno, per la ragione ovvia che non vi trovano alcuna remunerazione". Che cosa, precisamente, offre Krishnamurti? Qual è la cosa che volendo possiamo prendere ma che, con ogni probabilità, preferiremo non prendere? Non è, come abbiamo veduto, un sistema di credenze, un catalogo di dogmi, una serie di nozioni e ideali belli e pronti. Non è guida, né mediazione, né direzione spirituale, e neppure è un esempio. Non è rito, non è chiesa, non è un codice, non è elevazione né forma alcuna di banalità che abbia attinenza con l'ispirazione. È, forse, autodisciplina? no; perché l'autodisciplina, come dato bruto di fatto, non è il modo in cui potremo risolvere il nostro problema. Per trovare la soluzione, la mente deve aprirsi alla realtà, deve affrontare la realtà data del mondo esterno e del mondo interno senza preconcetti e senza restrizioni. (Servire Dio è libertà perfetta. Per converso, la libertà perfetta è servire Dio). Disciplinandosi, la mente non è sottoposta ad alcun mutamento radicale: è pur sempre l'antico sé, ma "imbrigliato, tenuto sotto controllo". L'autodisciplina si aggiunge alla lista delle cose che Krishnamurti non ci offre. Può darsi allora che si tratti della preghiera? Una volta di più la risposta è negativa. "La preghiera può portarvi la risposta che ricercate; ma quella risposta può anche venire dall'inconscio, ossia dal magazzino generale, dal deposito di tutte le vostre esigenze. La risposta non sta nella voce immobile di Dio". Considerate, prosegue Krishnamurti, "che cosa accade quando pregate. Ripetendo continuamente certe frasi, e controllando i vostri pensieri, la mente si acquieta, non è vero? O almeno, la mente conscia si acquieta. Vi inginocchiate, come i cristiani, o state seduti, come gli indù, e ripetete, ripetete, e mediante la ripetizione la mente si acquieta. In quella quiete vi è il presagio di un qualche cosa. Questo presagio di qualche cosa, per cui avete pregato, può venire dall'inconscio, o può essere la reazione dei vostri ricordi. Ma, senza dubbio, non è la voce della realtà: poiché la voce della realtà deve venire a voi, non la si può invocare, non si può pregare per essa. Non potrete attirarla entro la vostra minuscola gabbia borbottando puja, bhajan e cose di questo genere, offrendole fiori, placandola, sopprimendo la vostra personalità o emulando quella altrui. Una volta appreso il trucchetto di acquietare la mente mediante la ripetizione di parole, e di ricevere consigli in quella quiete, il rischio – salvo che stiate estremamente in guardia circa l'origine di tali consigli – è di essere catturati, e in tal caso la preghiera diviene un surrogato della ricerca della verità. Ottenete così ciò che cercate: ma non è la verità. Se desiderate, e chiedete, riceverete, ma alla fine ne pagherete il prezzo". Dalla preghiera passiamo allo yoga: e scopriamo che lo yoga è un'altra delle cose che Krishnamurti non ci offre. Poiché lo yoga è concentrazione, e concentrarsi equivale ad escludere. "Concentrandovi su un pensiero che avete prescelto, costruite un muro di resistenza, e cercate di tenerne fuori tutti gli altri". Quanto comunemente viene chiamato meditazione è meramente "la coltivazione della resistenza, della concentrazione esclusiva su un'idea di vostra scelta". Ma che cosa determina la scelta? "Che cosa vi fa dire che questo è buono, vero, nobile, e il resto no? Ovviamente la scelta si fonda sul piacere, sulla ricompensa o su un risultato; ovvero è una pura reazione al proprio condizionamento, alla propria tradizione. Perché mai decidiamo di scegliere? Perché non esaminiamo ogni pensiero? Quando sono molti ad interessarvi, perché sceglierne uno? Perché non esaminare ciascuno di tali interessi? Anziché creare una resistenza, perché non approfondiamo ogni interesse non appena sorge, senza concentrarci puramente su una sola idea, su un unico interesse? Dopo tutto, voi siete costituiti di numerosi interessi, portate molte maschere, consapevolmente o inconsapevolmente. Perché sceglierne una e scartare tutte le altre, per combattere le quali spendete tutte le vostre energie, creando così resistenza, conflitto e frizione? Mentre, se prendete in considerazione ogni pensiero nel momento in cui sorge – tutti i pensieri, e non soltanto alcuni – allora, non vi sarà esclusione. Ma esaminare ogni pensiero è una cosa difficile. Perché, mentre state considerandone uno, un altro se ne infiltra. Tuttavia, se restate consapevoli, senza padroneggiarvi, senza giustificarvi, vedrete che, per il semplice fatto che considerate quel pensiero, nessun altro vi si immischia. Soltanto quando condannate, confrontate, accostate, soltanto allora gli altri pensieri finiscono col penetrare". "Non giudicate, se non volete essere giudicati". Il precetto evangelico si applica tanto quando operiamo su noi stessi che quando trattiamo con altri. Ove è giudizio, ove è confronto e condanna, mancherà l'apertura mentale; non potrà esservi libertà rispetto alla tirannia dei simboli e dei sistemi, non si potrà sfuggire al passato e all'ambiente. L'introspezione che possiede una finalità predeterminata, l'esame di sé all'interno della struttura di un qualsiasi codice tradizionale, di un qualsiasi sistema di postulati consacrati, tutto ciò non ci salverà, non potrà salvarci. Vi è una spontaneità trascendente del vivere, una "Realtà creativa", come la definisce Krishnamurti, che si rivela immanente, basta che la mente di chi percepisce si trovi in uno stato di « passività sveglia », di « consapevolezza senza scelte ». Il giudizio e il confronto ci consegnano irreparabilmente al dualismo. Soltanto una consapevolezza che non scelga può condurci al non-dualismo, alla riconciliazione degli opposti in una comprensione totale e in un amore totale. Ama et fac quod vis. Se si ama, si può fare ciò che si vuole. Ma se si comincia col fare ciò che si vuole, o col fare ciò che non si vuole, per obbedire a qualche sistema, a qualche nozione, a qualche ideale e divieto tradizionali, non si amerà mai. Il processo di affrancamento deve iniziarsi con la consapevolezza, priva di scelte preconcette, di ciò che si vuole e delle nostre reazioni al sistema di simboli che ci dice che si dovrebbe, o non dovrebbe, volerlo. Mediante questa consapevolezza senza scelte, col suo penetrare graduale degli strati dell'ego e dell'inconscio ad esso associato, verrà l'amore e la comprensione, ma saranno di un ordine diverso rispetto a quelli cui siamo avvezzi. La consapevolezza senza scelte – in qualsiasi momento ed in ogni circostanza della vita – è l'unica meditazione veramente efficace. Tutte le altre forme di yoga conducono o al pensare cieco che risulta dall'autodisciplina, o ad un qualche tipo di rapimento autoindotto, ad una qualche forma di falso samàdhi. La liberazione vera è "una libertà intima della Realtà creativa". Questa "non è un dono; va scoperta e sperimentata. Non è qualche cosa da conquistare per ricavarne gloria. È uno stato dell'essere, come il silenzio, nel quale non vi è divenire, nel quale vi è completezza. Questa creatività non cercherà necessariamente di esprimersi; non si tratta di un talento che esiga un'espressione esteriore. Non occorre che siate un grande artista o che abbiate un pubblico: se cercate queste cose, perderete la Realtà interiore. Non è un dono, e neppure è il risultato del talento; va trovato, questo tesoro imperituro, dove il pensiero si libera dalla libidine, dalla cattiva volontà e dall'ignoranza, dove il pensiero si affranca dalla mondanità e dalla brama personale di esistere. Va sperimentato mediante il retto pensiero e la retta meditazione". L'autocoscienza senza scelte ci condurrà alla Realtà creativa che sottende tutte le nostre finzioni distruttive, alla saggezza tranquilla che c'è sempre, malgrado la conoscenza che è, semplicemente, ignoranza in forma diversa. La conoscenza è una faccenda di simboli e, troppo spesso, è un impaccio alla saggezza, alla scoperta di sé di momento in momento. Una mente che sia giunta alla quiete della saggezza "conoscerà l'essere, conoscerà che cosa sia amare. L'amore non è né personale né impersonale. L'amore è l'amore, non va definito o descritto dalla mente come inclusivo o esclusivo. L'amore è la sua propria eternità; è il reale, il supremo, l'incommensurabile".

1 – Introduzione

Comunicare l'un l'altro, anche se ci si conosce molto bene, è estremamente difficile. Può darsi che io usi parole che, magari, hanno per voi un significato diverso dal mio. Si giunge ad intendersi quando noi, voi ed io, ci incontriamo al medesimo livello nel medesimo tempo. Ciò accade unicamente quando tra le persone vi è un affetto sincero, tra marito e moglie, tra intimi amici. Ed è vera comunione. Ci si comprende istantaneamente quando ci si incontra al medesimo livello nel medesimo tempo. È difficilissimo stare l'uno con l'altro in comunione effettiva, senza sforzo, con risultati definitivi. Sto impiegando parole semplici, non tecniche, perché non penso esista nessuna forma di espressione tecnica che possa aiutarci a risolvere i nostri ardui problemi; così non impiegherò alcun termine tecnico, né psicologico né scientifico. Non ho letto, per mia fortuna, alcun libro di psicologia né alcun testo religioso. Con queste semplicissime parole, tratte dal nostro linguaggio quotidiano, vorrei trasmettere un significato più profondo; ma ciò è difficilissimo se non sapete come ascoltare. Esiste un'arte dell'ascoltare. Per riuscire ad ascoltare veramente, occorre abbandonare, o rimuovere, tutti i pregiudizi, tutte le formazioni preconcette e le attività abituali. Quando ci si trova in uno stato mentale ricettivo, è facile comprendere le cose; si ascolta quando la nostra vera attenzione si concentra su qualche cosa. Sfortunatamente però, moltissimi di noi ascoltano interponendo uno schermo di resistenza. Siamo dietro lo schermo dei pregiudizi, religiosi o spiritualistici, psicologici o scientifici; o delle nostre angosce, dei nostri desideri e timori quotidiani. E, dietro queste cose che ci fanno schermo, ascoltiamo. Così in realtà ascoltiamo il nostro stesso rumore, il nostro suono medesimo, e non quanto ci viene detto. È estremamente difficile mettere da parte educazione, pregiudizi, inclinazioni, resistenze e, andando oltre l'espressione verbale, ascoltare in modo da intendere istantaneamente. Sarà questa una tra le nostre difficoltà. Se, in questo discorso, si dirà qualche cosa che si contrappone al vostro modo di pensare e di credere, limitatevi ad ascoltare; non resistete. Può darsi che voi abbiate ragione, ed io torto; ma ascoltando e considerando insieme scopriremo la verità. La verità nessuno può darvela: dovete scoprirla; e per scoprirla, deve esistere in voi uno stato mentale nel quale ci sia percezione diretta. Non esiste percezione diretta quando vi è resistenza, difesa, protezione. La comprensione nasce dall'essere consapevoli di ciò che è. Conoscere esattamente ciò che è, il reale, il concreto, senza interpretarlo, senza condannarlo o giustificarlo, è sicuramente l'inizio della saggezza. Soltanto quando cominciamo ad interpretare, a tradurre secondo il nostro condizionamento ed il nostro pregiudizio, soltanto allora la manchiamo, la verità. Dopo tutto è qualcosa di simile alla ricerca. Conoscere che cosa qualche cosa sia, cosa sia esattamente, comporta una ricerca: non potete tradurla a modo vostro. Similmente, se ci è possibile guardare, osservare, ascoltare, esser consapevoli di ciò che è, esattamente, il problema è risolto. Ed è quanto cercheremo di fare in tutte queste conversazioni. Sto per indicarvi ciò che è, non per tradurvelo secondo il mio capriccio; né voi dovreste tradurlo o interpretarlo secondo la vostra formazione o la vostra educazione. Non è, dunque, possibile esser consapevoli di ogni cosa quale essa è? Partendo da qui, senza dubbio, si potrà arrivare alla comprensione. Riconoscere, esser consapevoli, attingere ciò che è, pone fine allo sforzo. Se io so di mentire ed è un fatto, questo, che riconosco, allora lo sforzo è finito. Riconoscere, esser consapevoli di ciò che si è, è già l'inizio della saggezza, l'inizio dell'intendere, che vi libera dal tempo. Inserirvi la qualità del tempo – non nel senso cronologico, ma come mezzo, come processo psicologico, processo mentale – è distruttivo e crea confusione. Così, possiamo intendere ciò che è quando lo riconosciamo senza condanna, senza giustificazione, senza identificazione. Sapere di trovarsi in una determinata condizione, in un certo stato, è già un processo di liberazione; ma chi non sia consapevole della propria condizione, del proprio sforzo, cerca di essere qualcosa di diverso da ciò che è, e ciò comporta un'abitudine. Teniamo dunque ben fermo che intendiamo esaminare ciò che è, osservare ed esser consapevoli esattamente di quanto è concreto, senza la minima deviazione, senza dargli alcuna interpretazione. Occorre una straordinaria astuzia mentale, una straordinaria docilità di cuore, per esser consapevoli di ciò che è e seguirlo; perché ciò che è si muove ininterrottamente, subisce ininterrotte trasformazioni e se la mente è impastoiata ad una fede, alla conoscenza, cessa di perseguire, e seguire, il moto rapido di ciò che è. Ciò che è, senza dubbio, non è statico: anzi si muove costantemente, come vedrete se lo osserverete da vicino. Per seguirlo vi occorrerà grande prontezza mentale e docilità di cuore: che vi saranno negati se la mente è statica, fissata ad una fede, a un pregiudizio, a un'identificazione; e una mente ed un cuore aridi non potranno seguire agevolmente, prontamente, ciò che è. Sappiamo bene, io credo, senza che sia necessario troppo discuterne né spendervi troppe parole, che esistono, individualmente e collettivamente caos, confusione e miseria. Non soltanto in India, ma in tutto il mondo: in Cina, in America, in Inghilterra, in Germania, nel mondo intero vi è confusione, vi è un'angoscia che sale. Non è puramente nazionale, non ha luogo particolarmente qui: è in tutto il mondo. Vi è sofferenza, straordinariamente acuta, e non è solo individuale, ma collettiva. Così, è in atto una catastrofe mondiale, e circoscriverla in senso geografico, ad una parte della carta dipinta in un certo colore, è assurdo; perché in tal caso non comprenderemo appieno il significato di questa sofferenza che è diffusa nel mondo intero ed è, insieme, individuale. Essendo consapevoli di tale confusione, qual è oggi la nostra risposta? In quale modo reagiamo? Vi è sofferenza, politica, sociale, religiosa; tutto il nostro essere psicologico è confuso, e tutti i capi, politici e religiosi, ci hanno ingannati; tutti i libri hanno perso significato. Potete volgervi alla Bhagavad Gita o alla Bibbia o all'ultimo trattato di politica e di psicologia, e troverete che hanno perduto quel suono puro, quella qualità di verità; sono divenuti pure parole. E tu stesso, che ripeti quelle parole, sei confuso e incerto, e la tua mera ripetizione di parole non trasmette nulla. Perciò le parole ed i libri hanno perso valore; vale a dire, se citate la Bibbia, o Marx, o la Bhagavad Gita, essendo voi stessi, che li citate, incerti e confusi, la vostra ripetizione si fa menzogna; perché quanto vi è scritto diviene mera propaganda, e la propaganda non è verità. Così quando ripetete, avete cessato di intendere la vostra stessa situazione. State semplicemente coprendo, con le parole di un'autorità, la vostra confusione. Ma quel che cerchiamo di fare è intendere tale confusione, e non nasconderla dietro le citazioni; e dunque, qual è la vostra risposta ad essa? Come reagite a questo caos senza pari, a questa confusione, a quest'incertezza dell'esistenza? Siatene consci, mentre ne parlo; seguite non le mie parole, ma il pensiero che è attivo in voi. Molti fra noi sono avvezzi a restare spettatori, a non entrare nel gioco. Leggiamo libri, ma non ne scriviamo mai. È diventata una nostra tradizione, una nostra abitudine nazionale ed universale, quella di essere spettatori, di metterci a guardare la partita, di osservare i politici e gli oratori pubblici. Siamo dei puri estranei, che restiamo a guardare, e abbiamo perduto la capacità creativa. Perciò sentiamo il bisogno di assorbire e di partecipare. Ma se vi limitate ad osservare, se vi limitate a restare spettatori, perderete interamente il significato di questo discorso: perché questa non è una conferenza che siete tenuti ad ascoltare per forza d'abitudine. Non sto per confidarvi informazioni che potreste trovare in un'enciclopedia. Quanto cerchiamo di fare è invece di seguire ciascuno i pensieri dell'altro, di perseguire il più a fondo, il più avanti possibile, le risposte date dal nostro proprio sentire. Così vi prego: scoprite quale sia la vostra reazione a questo dibattito, a questa sofferenza: non cercate le parole di qualcun altro; cercate come voi stessi rispondiate. Sarà una risposta d'indifferenza se traete vantaggio dalla sofferenza e dal caos, se ne ricavate profitto, sia esso economico, sociale, politico o psicologico, e se, perciò, non v'importa che il caos prosegua così. Senza dubbio, più turbamento e più caos vi è nel mondo, più si ricerca la sicurezza. Non l'avete notato? Quando nel mondo vi è confusione, sia psicologica che su qualsiasi altro piano, ci si chiude in una qualche forma di sicurezza, sia quella di un conto in banca, sia quella di un'ideologia; oppure ci si volge alla preghiera, si va al tempio: il che davvero è fuggire da quanto accade nel mondo. Si va formando una setta dopo l'altra, sorgono in tutto il mondo "ismi" su "ismi": perché quanto più vi è confusione, tanto più si ha bisogno di una guida, di qualcuno che ci conduca fuori del disordine: e così ci si volge ai libri religiosi o a qualche altro maestro, il più recente: oppure si agisce e si reagisce secondo un sistema che sembri risolvere il problema, sia esso di destra o di sinistra. È appunto, esattamente, quanto accade. Nel momento in cui ci si avvede della confusione, di ciò che è veramente la confusione, si tenta di sfuggirle. Quelle sette, che vi offrono un sistema per risolvere la sofferenza, economico, sociale o religioso, sono le peggiori: perché tale sistema, e non l'uomo, acquista importanza, sia che si tratti di un sistema religioso, o di un sistema politico, di destra o di sinistra. Diventa importante il sistema, la filosofia, l'idea, non l'uomo; e per l'idea, per l'ideologia, siete disposti a sacrificare l'umanità intera: il che è esattamente quanto accade nel mondo. Non è una pura interpretazione questa; se osservate, vedrete che sta accadendo esattamente questo. È il sistema che è divenuto importante. E perciò, essendo il sistema divenuto importante, gli uomini, tu ed io, hanno perso significato; e chi controlla il sistema, religioso o sociale, di destra o di sinistra, assume l'autorità, assume il potere e perciò sacrifica te, l'individuo. È appunto, esattamente, quanto accade. Ora qual è la causa di questa confusione, di questa miseria? Questa miseria, come ha potuto sorgere: questa sofferenza non solo dentro ma anche fuori di noi, questo terrore e aspettazione della guerra, la terza guerra mondiale che sta per scoppiare? Qual è la causa? Senza dubbio ciò dimostra il collasso di tutti i valori morali e spirituali e l'esaltazione di tutti i valori dei sensi, del valore delle cose costruite dalla mano o dalla mente. Che cosa accade quando non si hanno altri valori se non quello delle cose dei sensi, dei prodotti della mente, della mano o della macchina? Maggiore significato conferiamo al valore sensibile delle cose, maggiore sarà la confusione, non è vero? Una volta di più, non è una teoria mia. Non dovrete citare libri per scoprire che i vostri valori, le vostre ricchezze, la vostra esistenza economica e sociale si fondano su cose costruite dalla mano o dalla mente. È così che viviamo e facciamo impregnare il nostro essere dei valori dei sensi, il che significa che le cose, le cose della mente, le cose della mano e della macchina sono diventate importanti; e quando le cose diventano importanti, la fede assume un significato del tutto predominante: il che è appunto, esattamente, quanto accade nel mondo: non è così? Conferire dunque un significato sempre maggiore ai valori dei sensi comporta confusione; e, trovandoci nella confusione, noi cerchiamo di sfuggirle in varie forme, siano esse religiose, economiche e sociali, o mediante l'ambizione, il potere, la ricerca della realtà. Ma la realtà è vicina, non occorre andarne in cerca; chi la cerca non la troverà mai. La verità sta in ciò che è: ed è questa la sua bellezza. Ma nel momento in cui la concepite, nel momento in cui vi mettete alla sua ricerca, cominciate a soffrire; e chi soffre non può capire. Ecco perché dovremmo restare nella quiete, osservare, essere passivamente consapevoli. Vediamo che la nostra vita, la nostra attività rimane sempre entro il campo della distinzione, entro il campo dell'angoscia; come un'onda, la confusione ed il caos ci sovrastano sempre. Non vi è pausa nella confusione dell'esistenza. Tutto ciò che oggi facciamo sembra condurre al caos, condurre all'angoscia e all'infelicità. Guardate la vostra stessa vita e vedrete che viviamo sempre sull'orlo dell'angoscia. Il nostro lavoro, la nostra attività sociale, la politica, i vari incontri fra le nazioni per impedire la guerra, producono tutti ancora e ancora guerra. La distruzione è nella scia della vita; qualsiasi cosa si faccia conduce alla morte. Ciò è appunto quanto, in concreto, si verifica oggi. È possibile porre fine d'un colpo a questa miseria, e non continuare a lasciarci catturare sempre dalla marea della confusione e dell'angoscia? Vale a dire: grandi maestri, il Buddha o il Cristo, sono venuti; hanno accettato la fede rendendosi essi stessi, forse, liberi dalla confusione e dall'angoscia. Ma non hanno mai prevenuto l'angoscia, mai hanno posto fine alla confusione. La confusione continua, e continua l'angoscia. Se, vedendo questa confusione sociale ed economica, questo caos, questa miseria, vi ritraete entro quanto viene chiamato vita religiosa e abbandonate il mondo, può darsi che vi sentiate congiunti a quei grandi maestri; ma il mondo continua col suo caos, la sua miseria e la sua distruzione; con la sua eterna sofferenza del ricco e del povero. Perciò il nostro problema, vostro e mio, è sapere se sia possibile uscire istantaneamente da questa miseria. Se, vivendo nel mondo, rifiutate di esserne parte, aiuterete gli altri ad uscire da questo caos: non nel futuro, non domani, ma oggi. Senza dubbio è questo il nostro problema. Probabilmente la guerra verrà, in una forma ancor più distruttiva, ancora più spaventosa. Senza dubbio non potremo prevenirla, perché i problemi sono di gran lunga troppo gravi e troppo vicini. Ma voi ed io potremo percepire immediatamente la confusione e la miseria, non è vero? Dovremo percepirli, e ci troveremo in grado di destare negli altri lo stesso intendimento della verità. In altre parole: si può esser liberi istantaneamente? Perché è questa l'unica strada che conduca fuori da questa miseria. La percezione può aver luogo soltanto nel presente; ma se dite: "lo farò domani", la marea della confusione vi sormonterà, e ne sarete sempre travolti. Ora, è possibile giungere a quello stato, in cui si percepisce istantaneamente la verità e pertanto si mette fine alla confusione? Io vi dico che è possibile, e che è l'unica strada possibile. Vi dico che si può fare e che si deve fare, non in base a supposizioni o a fedi. Realizzare questa straordinaria rivoluzione – che non è la rivoluzione per liberarsi dai capitalisti e installare al loro posto un altro gruppo – realizzare questa trasformazione meravigliosa, che è l'unica rivoluzione autentica: questo è il problema. Quanto viene generalmente definito rivoluzione è puramente la modificazione o la perpetuazione della destra secondo le idee della sinistra. La sinistra, dopo tutto, è la continuazione della destra in forma modificata. Se la destra si fonda sui valori dei sensi, la sinistra non è che la perpetuazione dei medesimi valori, differenti solo per grado o espressione. Perciò può aversi rivoluzione autentica soltanto quando tu, come individuo, divieni consapevole del tuo rapporto con gli altri. Senza dubbio ciò che tu sei, nel tuo rapporto con un altro, con tua moglie, tuo figlio, col tuo capo, col tuo vicino, è la società. La società in se stessa non esiste. La società è ciò che voi ed io, nel nostro rapporto, abbiamo creato; è la proiezione esterna di tutti i nostri propri stati psicologici interiori. Così se voi ed io non ci capiamo, la semplice trasformazione dell'esteriore, che è la proiezione dell'interiore, non ha il minimo significato; vale a dire, non può verificarsi alcuna alterazione o modificazione significativa della società finché io non comprenderò me stesso in rapporto con te. Essendo confuso nel mio rapporto, creo una società che è la replica, l'espressione esteriore di quel che sono. È un fatto ovvio questo, che potremo discutere: potremo discutere se la società, espressione esteriore, ha prodotto me, o invece io abbia prodotto la società. Non è, pertanto, ovvio che quello che io sono nel mio rapporto con un altro crea la società e che, senza trasformare radicalmente me stesso, non può esservi trasformazione della funzione essenziale della società? Quando consideriamo un sistema per trasformare la società, stiamo semplicemente evadendo al problema, poiché il sistema non può trasformare l'uomo; è sempre l'uomo a trasformare il sistema, come mostra la storia. Finché, nel mio rapporto con te, non comprenderò me stesso, sarò causa di caos, miseria, distruzione, paura, brutalità. Capire me stesso non è questione di tempo; posso capirmi in questo esatto momento. Se dico: "mi capirò domani" produco caos e miseria e la mia azione è distruttiva. Nel momento in cui dico che "capirò", introduco l'elemento tempo, e sono pertanto catturato dall'onda della confusione e della distruzione. La comprensione è oggi, non domani. Il domani è per la mente pigra, per la mente tarda, per la mente disimpegnata. Se si è interessati a qualche cosa, la si fa immediatamente, si ha comprensione immediata, trasformazione immediata. Se non mutate adesso, non muterete mai, perché il mutamento che ha luogo domani è una pura modificazione, non è trasformazione. La trasformazione può aver luogo immediatamente; la rivoluzione è oggi, non domani. Quando ciò accade, si è completamente privi di problemi, perché il sé non si preoccupa più di se stesso; e pertanto, ci si trova al di là dell'onda della distruzione.

2 – Che cosa cerchiamo?

Cos'è quel che cerca la maggior parte di noi? Di che cosa ha bisogno ciascuno di noi? Specialmente in questo mondo irrequieto, dove ciascuno cerca di trovare una qualche forma di pace, una qualche forma di felicità, un rifugio, senza dubbio è importante, non è vero? Trovare che cosa si cerchi, che cosa ci si sforzi di scoprire. Probabilmente moltissimi tra noi cercano una qualche forma di felicità, una qualche forma di pace; in un mondo oppresso dall'inquietudine, dalle guerre, dalla competizione, dalla lotta, abbiamo bisogno di un rifugio ove sia un pò di pace. Penso sia questo, ciò che vuole la maggior parte di noi. Così lo perseguiamo, andiamo da una guida all'altra, da un'organizzazione religiosa all'altra, da un maestro all'altro. Ora, stiamo cercando la felicità, oppure stiamo cercando una remunerazione di qualche tipo, dalla quale contiamo di trarre la felicità? Vi è differenza tra felicità e remunerazione. È possibile cercare la felicità? Forse si può trovare remunerazione; ma certo non è possibile trovare felicità. La felicità è un derivato: è il sottoprodotto di qualche cosa d'altro. Così, prima di affidare la mente e il cuore a qualcosa che esige tanto impegno, attenzione, pensiero, tanta accuratezza, dovremo trovare che cosa stiamo cercando: se sia felicità, o remunerazione. Temo che la maggior parte di noi cerchi remunerazione. Abbiamo bisogno di essere remunerati, abbiamo bisogno di trovare, al termine della nostra ricerca, un senso di pienezza. Dopo tutto, se si cerca la pace la si può trovare molto facilmente. Si può dedicarsi ciecamente ad una causa qualsiasi, a un'idea, e trovarvi un rifugio. Senza dubbio però, ciò non risolve il problema. Il puro isolamento entro un'idea che ci segreghi in sé, non ci libera dal conflitto. Così dobbiamo trovare che cosa, tanto interiormente che esteriormente, sia necessario a ciascuno di noi. Se avremo chiaro ciò, non dovremo andare da nessuna parte, da nessun maestro, da nessuna chiesa, da nessuna organizzazione. Pertanto la nostra difficoltà è aver chiaro, in noi stessi, quale sia la nostra intenzione: non è vero? È possibile averlo chiaro? E questa chiarezza può darcela la ricerca, il tentativo di scoprire che cosa dicano gli altri, dal maestro al predicatore che parla nella chiesa dietro l'angolo? Si deve veramente andare da qualcuno, per trovarla? Eppure è questo, quel che facciamo: non è vero? Leggiamo innumerevoli libri, partecipiamo a infiniti incontri e discussioni, aderiamo alle più svariate organizzazioni: cercando così di trovare un rimedio alla lotta, alla miseria della nostra vita. Oppure, se non facciamo tutto ciò, pensiamo di aver trovato; vale a dire, affermiamo che un'organizzazione particolare, un particolare maestro, un libro particolare ci soddisfano; in esso abbiamo trovato tutto ciò che ci serve; e in esso rimaniamo, cristallizzati e murati. Non cerchiamo forse, in tutta questa confusione, qualche cosa di stabile, di permanente, qualche cosa che chiamiamo realtà, Dio, verità, quel che volete? – il nome non importa, senza dubbio la parola non è la cosa. Perciò non facciamoci irretire dalle parole: lasciamolo ai conferenzieri di professione. Vi è una ricerca di qualcosa di durevole, in molti di noi: qualcosa cui ci si possa aggrappare; qualcosa che ci dia una fiducia, una speranza, un entusiasmo duraturo, una certezza che resista, perché in noi stessi siamo tanto insicuri. Non conosciamo noi stessi. Sappiamo molto sui fatti, quel che hanno detto i libri; ma non conosciamo noi stessi, non abbiamo un'esperienza diretta. E cos'è, ciò che chiamiamo durevole? Cos'è ciò che cerchiamo, che vogliamo, o che contiamo ci dia la durevolezza? Non stiamo cercando una felicità che duri, una ricompensa che duri, una certezza che resti? Desideriamo qualcosa che duri per sempre, che ci compensi. Se ci spogliamo di tutte le parole e di tutte le frasi, e guardiamo in concreto, è questo, ciò che vogliamo. Vogliamo un piacere durevole, una remunerazione durevole: che chiamiamo verità, Dio, o quel che volete. Benissimo: vogliamo il piacere. Forse metterla in questo modo è metterla troppo crudamente: ma è questo, che veramente vogliamo: conoscenza che ci dia piacere, esperienza che ci dia piacere, ricompensa che non svanisca l'indomani. E abbiamo sperimentato diverse ricompense, e sono tutte appassite: e speriamo ora di trovare una ricompensa permanente nella realtà, in Dio. Senza dubbio è questo che tutti noi cerchiamo: intelligenti e sciocchi, teorici e persone qualsiasi che cerchino qualcosa. Ma esiste una ricompensa durevole? Esiste qualche cosa che durerà? Ora, se cercate una remunerazione che duri, chiamandola Dio, o verità, o quel che volete – il nome non conta – senza dubbio dovrete comprendere la cosa che cercate. Quando dite "cerco la felicità eterna" – Dio, o la verità, o quel che volete – non dovrete pure intendere quella cosa stessa che cerca, il cercatore stesso? Poiché può darsi che non esista qualcosa come la sicurezza permanente, la felicità eterna. Può darsi che la verità sia qualche cosa di completamente diverso; ed io penso che sia profondamente diversa da ciò che si può vedere, concepire, formulare. Perciò, prima di cercare qualche cosa che duri, non è, ovviamente, necessario comprendere il ricercatore? Il ricercatore è forse diverso da ciò che cerca? Quando dite "cerco la felicità", il ricercatore è forse diverso da ciò che cerca? Il pensatore è diverso dal pensiero? Non sono forse un fenomeno unico, anziché processi separati? Perciò è essenziale, non vi pare? intendere il ricercatore, prima di cercare di scoprire che cosa egli ricerchi. Siamo così giunti al punto in cui ci domandiamo, con vera serietà e profondità, se la pace, la felicità, la realtà, Dio, o quel che volete, possano esserci dati da qualcun altro. Questa ricerca incessante, quest'ansia, può darci quel senso straordinario di realtà, quel modo creativo di essere, che giunge quando realmente comprendiamo noi stessi? La conoscenza di sé viene attraverso la ricerca, seguendo qualcun altro, appartenendo a qualche organizzazione particolare, leggendo libri e così via? Dopo tutto è questo il problema chiave: che, finché non avrò compreso me stesso, non avrò base per il mio pensiero, e tutta la mia ricerca sarà vana. Posso rifugiarmi nelle illusioni, posso sfuggire alla competizione, alla lotta, al conflitto; posso adorare un altro; posso cercare la mia salvezza attraverso qualcun altro. Ma finché sarò ignorante su me stesso, finché non sarò consapevole del processo totale di me stesso, non avrò base per pensare, per amare, per agire. Ma questa è l'ultima cosa che, appunto, vogliamo: conoscere noi stessi. Senza dubbio è l'unico fondamento sul quale possiamo costruire. Ma, prima di poter costruire, prima di poter trasformare, prima di poter condannare o distruggere, dobbiamo conoscere ciò che siamo. Metterci a cercare, a cambiare guide, guru, praticare lo yoga, mormorare preghiere, adempiere ai riti, seguire Maestri e così via, è del tutto inutile. Non ha significato, anche se coloro stessi che seguiamo ci dicono "esaminate voi stessi"; perché ciò che noi siamo, è il mondo. Se siamo meschini, gelosi, vani, avidi, questo appunto è ciò che creiamo intorno a noi, questo è la società nella quale viviamo. A me sembra che, prima di metterci in viaggio per trovare la realtà, per trovare Dio, prima di poter agire, prima di poter avere qualsiasi rapporto l'uno con l'altro, nel che consiste la società, è essenziale cominciare col comprendere noi stessi. Ritengo veramente saggio chi sia assorbito interamente, anzitutto, da questo, e non dal modo di conseguire una meta particolare; perché, se voi ed io non comprenderemo noi stessi, come potremo, agendo, provocare una trasformazione nella società, nei rapporti con gli altri, in qualsiasi cosa facciamo? E ciò non significa, è ovvio, che la conoscenza di sé sia contrapposta, o isolata, rispetto alla relazione con gli altri. Non significa, è ovvio, sottolineare il me, l'individuale, come opposto alla massa, come opposto ad un altro. Ora, senza conoscere voi stessi, senza conoscere il vostro proprio modo di pensare e la ragione per la quale fate certe cose, senza conoscere il background del vostro proprio condizionamento e i motivi per i quali nutrite certe fedi sull'arte e la religione, sul vostro paese e il vostro vicino e su voi stessi, in qual modo potrete veramente pensare ad una qualsiasi cosa? Se non conoscete il vostro background, se non conoscete la sostanza del vostro pensiero e donde esso provenga, senza dubbio la vostra ricerca è profondamente futile, e la vostra azione non ha alcun significato. Non vi pare? E che siate americano o indù, o quale sia la vostra religione, non ha ugualmente alcun significato. Prima di poter scoprire qual è lo scopo ultimo della vita, che cosa significhi tutto – guerre, rivalità nazionali, conflitti, tutto questo guazzabuglio – dovremo cominciare da noi stessi. Suona tanto semplice, ma è estremamente difficile. Per seguire se stessi, per vedere il modo in cui funziona il proprio pensiero, è necessario essere straordinariamente attenti, sempre più attenti, così che, quando si comincia ad essere sempre più attenti ai meandri del proprio modo di pensare, delle proprie reazioni, dei propri sentimenti, si comincia pure a possedere una consapevolezza maggiore non soltanto di se stessi, ma anche di un altro con cui si stia in rapporto. Conoscere se stessi è studiarsi nell'azione, che è relazione. La difficoltà è che siamo troppo impazienti; vogliamo riuscire, vogliamo raggiungere uno scopo, e così non abbiamo né il tempo né l'occasione di concederci l'opportunità di studiare, di osservare. Alternativamente ci siamo dedicati a varie attività – guadagnarci la vita, allevare bambini – oppure abbiamo assunto certe responsabilità nelle più svariate organizzazioni; e ci siamo impegnati in tanti modi diversi, che abbiamo ben poco tempo per riflettere su noi stessi, per osservare, per studiare. Così, in realtà, la responsabilità della reazione dipende da noi stessi, e non da un altro. Ricercare dei guru, ed i loro sistemi, per tutto il mondo, leggere i libri più recenti su questo e su quello, e via discorrendo, a me pare terribilmente vuoto, terribilmente futile: perché potrete girare tutta la terra, ma a voi stessi dovrete ritornare. E, poiché per la maggior parte siamo totalmente inconsapevoli di noi stessi, è estremamente difficile cominciare a vedere chiaramente entro il processo del nostro pensiero, del nostro sentimento, del nostro agire. Più conosceremo noi stessi, più vi sarà chiarezza. La conoscenza di sé non ha limite: non si raggiunge una meta, non si perviene ad una conclusione. È un fiume che non ha fine. E man mano che lo si studia, man mano che sempre più vi si penetra, si trova pace. Soltanto quando la mente è tranquilla – attraverso la conoscenza di sé, e non mediante un'autodisciplina imposta – soltanto allora, in quella tranquillità, in quel silenzio, potrà venire alla luce la realtà. Soltanto allora vi sarà felicità; vi sarà azione creativa. Ed a me sembra che senza questo intendimento, senza quest'esperienza, limitarsi a leggere libri, a partecipare alle conferenze, a fare propaganda, sia del tutto infantile: un puro agire, senza troppo significato; mentre se si giunge a comprendere se stessi, e a raggiungere così quella felicità creativa, quella esperienza concreta di qualche cosa che non appartiene alla mente, allora forse potrà verificarsi una trasformazione nella relazione immediata che ci riguarda e, pertanto, nel mondo in cui viviamo.

3 – Individuo e società

Il problema che sta di fronte a molti di noi è se l'individuo sia semplicemente lo strumento della società, o ne costituisca il fine. Voi ed io, come individui, dobbiamo venire usati, diretti, educati, controllati, configurati secondo un certo schema dalla società e dal governo; oppure la società, lo stato, esistono per l'individuo? È l'individuo il fine della società; oppure egli è semplicemente una marionetta da istruire, sfruttare, macellare come strumento da guerra? Questo è il problema che sta di fronte a molti fra noi. È il problema del mondo; se l'individuo costituisca un mero strumento della società, balocco di influssi, da plasmare; o se la società esista per l'individuo. Come lo risolverete? È un problema serio, non vi sembra? Se l'individuo è un mero strumento della società, allora la società è di gran lunga più importante dell'individuo. Se ciò è vero, allora dovremo rinunciare all'individualità e operare per la società; l'intero nostro sistema educativo va rivoluzionato e l'individuo trasformato in uno strumento da impiegare e poi distruggere, liquidare, togliere di mezzo. Ma se la società esiste per l'individuo, allora la funzione della società non è di costringerlo a conformarsi ad un qualunque schema, ma dargli il senso, l'urgenza della libertà. Così dovremo trovare quale delle due ipotesi sia falsa. Come investighereste il problema? Perché è vitale: non siete d'accordo? Non dipende da nessuna ideologia, né di destra né di sinistra; e se ne dipende, allora è semplicemente questione di opinioni. Le idee nutrono sempre inimicizia, confusione, conflitto. Se dipendete da libri di destra o di sinistra, o da libri sacri, allora dipendete dalla pura opinione, sia essa di Buddha, di Cristo, del capitalismo, del comunismo o di quel che vi pare. Sono idee, non verità. Un fatto non si può mai negare; l'opinione sui fatti si può negare. Se possiamo scoprire quale sia la verità della questione, dovremo esser capaci di agire in modo indipendente dalle opinioni. Non è dunque, necessario scartare quanto altri abbiano detto? L'opinione del politico di sinistra, o di altri leader, nasce dal loro condizionamento; perciò, se per compiere le vostre scoperte dipendete da quanto si trova nei libri, siete puramente legati all'opinione. Non è una questione di conoscenza. In qual modo troveremo la verità rispetto al nostro problema? In base a ciò agiremo. Per trovare la verità, dovrete esser liberi rispetto a qualsiasi propaganda, il che significa poter esaminare il problema indipendentemente da qualsiasi opinione. Il compito dell'educazione consiste tutto nel ridestare l'individuo. Per constatare la verità in merito al nostro problema, dovrete essere estremamente chiari, il che significa che non potrete dipendere da alcuna guida. Quando scegliete una guida, lo fate perché siete confusi, e così anche i vostri leader lo sono, ed è appunto quanto sta accadendo nel mondo. Perciò non potrete guardare al vostro leader per trarne guida o aiuto. Una mente che desideri intendere un problema non solo dovrà comprenderlo interamente, completamente; ma dovrà esser capace di seguirlo prontamente, perché un problema non è mai statico. Il problema è sempre nuovo, sia esso un problema di carestia e di fame, di psicologia, o di qualsiasi altro genere. Ogni crisi è sempre una crisi nuova; perciò, per intenderla, una mente dovrà sempre esser fresca, chiara, rapida nel seguire. Penso che molti fra noi si rendano conto dell'urgenza di una rivoluzione interiore, l'unica che potrà comportare una trasformazione radicale dell'esteriore, della società. È questo il problema di cui mi occupo io e tutte le persone di serie intenzioni. Come provocare una trasformazione fondamentale, radicale della società: questo è il nostro problema; e la trasformazione esteriore non potrà aver luogo senza una rivoluzione interiore. Poiché la società è sempre statica, qualsiasi azione, qualsiasi riforma venga attuata senza questa rivoluzione interiore sarà ugualmente statica; e dunque senza questa costante rivoluzione nell'intimo non vi è alcuna speranza, perché, senza di essa, l'azione esteriore diviene ripetitiva, abituale. L'effetto di una relazione tra voi ed un altro, tra voi e me, è società; e tale società diventa statica, non ha qualità vitalizzante, finché non vi sia questa costante rivoluzione intima, una trasformazione creativa, psicologica; ed è perché non esiste questa costante rivoluzione interiore che la società si irrigidisce sempre, si cristallizza, e perciò dev'essere continuamente spezzata. Qual è la relazione tra voi e la miseria, la confusione, in voi e dentro di voi? Senza dubbio questa confusione, questa miseria, non è sorta da sola. Voi ed io l'abbiamo creata; non una società comunista o capitalista o fascista, bensì voi ed io, nei nostri rapporti l'uno con l'altro. Quel che siete dentro di voi si è proiettato fuori di voi, sul mondo; quel che voi siete, quel che voi pensate e sentite, quel che voi fate nella vostra esistenza di ogni giorno, si proietta all'esterno, e costituisce il mondo. Se siamo miserabili, confusi, caotici all'interno, per proiezione ciò diventa il mondo, diventa la società; perché il rapporto tra voi e me, tra me ed un altro è la società; la società è il prodotto delle nostre relazioni – e se le nostre relazioni sono confuse, egocentriche, meschine, limitate, nazionali, proiettiamo tutto questo e introduciamo il caos nel mondo. Quel che voi siete, è il mondo. Così il vostro problema è il problema del mondo. Senza dubbio questo è un fatto semplice e fondamentale. Nei nostri rapporti con una persona o con molte persone sembra che, in qualche modo, si trascuri sempre questo punto. Vogliamo provocare alterazioni mediante un sistema o mediante una rivoluzione di idee e di valori fondati su un sistema, dimenticando che siamo voi ed io a creare la società, a provocare ordine o confusione a seconda del modo in cui viviamo. Perciò dovremo cominciare da vicino, cioè dovremo occuparci della nostra esistenza quotidiana, dei nostri pensieri e sentimenti e azioni quotidiane, che si rivelano nel nostro modo di guadagnarci la vita e nella nostra relazione con le idee o le fedi. Questa è la nostra esistenza quotidiana. Ci occupiamo della nostra sussistenza, di trovarci un lavoro, di guadagnare denaro; ci occupiamo delle nostre relazioni con la famiglia o i vicini e ci occupiamo di idee e di fedi. Ora, se esaminate ciò di cui ci occupiamo, vedrete che fondamentalmente si fonda sull'invidia, non è soltanto un mezzo per guadagnarsi da vivere. La società è costruita in modo da essere un processo di conflitto ininterrotto, di divenire ininterrotto; è basata sull'avidità, sull'invidia di chi è superiore a voi; è l'impiegato che vuol diventare direttore, il che mostra che egli non si occupa soltanto di guadagnarsi la vita, di avere i mezzi di sussistenza, ma di acquisire posizione e prestigio. Questo atteggiamento crea, naturalmente, disastri nella società, nelle relazioni; ma se voi ed io ci occupassimo soltanto della nostra sussistenza troveremmo i mezzi giusti per guadagnarcela; mezzi non fondati sull'invidia. L'invidia è uno dei fattori più distruttivi nelle relazioni fra gli uomini, perché denuncia il desiderio di potere, la lotta per una posizione, e in ultima analisi porta alla politica: l'una e l'altra sono strettamente legate. L'impiegato, quando si sforza di essere promosso direttore, diventa un fattore nella creazione di una politica di potere che conduce alla guerra: e dunque è responsabile direttamente della guerra. Su che cosa si basano le nostre relazioni? La relazione tra voi e me, tra voi ed un altro – che è società – su che cosa si fonda? Sicuramente non sull'amore, per quanto se ne parli. Non è fondata sull'amore, perché se vi fosse amore vi sarebbe ordine, pace, felicità tra voi e me. Ma in quel rapporto, tra voi e me, vi è una dose assai grande di cattiva volontà che assume la forma del rispetto. Se fossimo eguali, l'uno e l'altro, nel pensiero, nel sentimento, non vi sarebbe rispetto umano, non vi sarebbe cattiva volontà, perché saremmo due individui che si incontrano non come discepolo e maestro, non come un marito che domini la moglie, né come una moglie che domini il marito. Quando vi è cattiva volontà si ha una brama di dominio che fa sorgere gelosia, rabbia, passione, tutto ciò che, nella nostra relazione, crea un conflitto costante cui cerchiamo di sfuggire; e ciò produce ancor più caos e miseria. Ora, per quanto riguarda le idee che sono parte della nostra esistenza quotidiana, dei nostri desideri e formulazioni, non sono forse esse appunto, che distorcono la nostra mente? Poiché: che cos'è la stupidità? La stupidità è conferire valori errati a quanto la mente crea, o a quanto la mano produce. Moltissimi tra i nostri pensieri scaturiscono dall'istinto di conservazione, non è così? Alle nostre idee, a tantissime di esse, non si conferisce forse un significato errato, un significato che in sé non possiedono? Perciò quando crediamo in una qualche forma, sia essa religiosa, economica o sociale, quando crediamo in Dio, in un'idea, in un sistema sociale che separa l'uomo dall'uomo, nel nazionalismo e così via, senza dubbio conferiamo alla fede un significato errato, il che significa stupidità, perché la fede non unisce la gente, la divide. Così vediamo che, attraverso il modo in cui viviamo, possiamo determinare ordine o caos, pace o lotta, felicità o miseria. Così il nostro problema è se possa esistere una società statica, e nello stesso tempo un individuo nel quale si verifichi questa rivoluzione costante. Vale a dire, la rivoluzione nella società deve cominciare con la trasformazione interiore, psicologica dell'individuo. Molti di noi desiderano assistere ad una trasformazione radicale della struttura sociale. Qui sta tutta la battaglia che si sta combattendo nel mondo: provocare una rivoluzione sociale col sistema comunista o con altri mezzi. Ora, se vi è una rivoluzione sociale, è questa un'azione che riguarda la struttura esteriore dell'uomo; per quanto radicale possa essere tale rivoluzione, essa per sua stessa natura resterà statica se non vi sarà una rivoluzione all'interno dell'individuo, se non avrà luogo una trasformazione psicologica. Perciò per costruire una società che non sia ripetitiva, che non sia statica e disintegrante, una società continuamente viva, è del tutto imperativo che si abbia una rivoluzione nella struttura psicologica dell'individuo: poiché senza una rivoluzione interiore, psicologica, la mera trasformazione dell'esterno riveste ben scarso significato. Vale a dire, la società risulterà sempre cristallizzata, statica, e dunque sempre in via di disintegrazione. Qualunque sia la misura, e qualunque sia la sapienza, con cui si può promulgare una legislazione, la società si troverà sempre nel processo di decadimento perché la rivoluzione deve aver luogo all'interno, e non puramente all'esterno. Penso sia importante comprenderlo; non sorvoliamo su ciò. L'azione esteriore, una volta compiuta, è finita, è statica; se la relazione tra gli individui, che è la società, non è il risultato di una rivoluzione interiore, allora la struttura sociale, essendo statica, assorbirà l'individuo e pertanto lo renderà egualmente statico, ripetitivo. Rendendosene conto, rendendosi conto del significato straordinario di ciò, non vi sarà questione di accordo o disaccordo. È un fatto che la società sempre si cristallizza e assorbe l'individuo; e che una rivoluzione continua, creativa, può verificarsi soltanto nell'individuo, non nella società, non all'esterno. Vale a dire che una rivoluzione creativa può aver luogo soltanto nelle relazioni individuali, che sono la società. Vediamo come la struttura della società attuale in Italia, in Europa, in America, in ogni parte del mondo stia rapidamente disintegrandosi; e lo sappiamo all'interno delle nostre stesse vite. Possiamo osservarlo non appena scendiamo in istrada. Non ci occorrono grandi storici per dirci il fatto che la nostra società è in dissoluzione; e che occorrono nuovi architetti, nuovi costruttori per creare una società nuova. La struttura nuova va costruita su fondamenta nuove, su fatti e valori scoperti di fresco. Tali architetti non esistono ancora. Non vi sono costruttori, nessuno che, osservando, si renda conto del fatto che l'intera struttura va in rovina e che si trasformi dunque in architetto. È questo il nostro problema. Vediamo che la società si dissolve e si disintegra; e siamo noi, voi ed io, che dovremo esserne gli architetti. Voi ed io dovremo riscoprire i valori e costruire su basi più fondamentali, durevoli; perché se guardiamo agli architetti professionisti, ai costruttori politici e religiosi, ci troveremo precisamente nella medesima posizione di prima. Poiché voi ed io non siamo creativi, abbiamo ridotto la società al caos; così voi ed io non siamo creativi, perché il problema è urgente; voi ed io dovremo essere consapevoli delle cause del collasso della società e creare una struttura nuova non fondata sulla pura imitazione, ma sul nostro intendimento creativo. Ora, ciò implica un pensiero negativo. Il pensiero negativo è la forma più alta di intendimento. Cioè: per comprendere che cosa sia il pensiero creativo, dovremo affrontare il problema negativamente, perché un modo positivo di affrontarlo – che, cioè, voi ed io si divenga creativi per costruire una struttura nuova della società – sarebbe puramente imitativo. Per intendere che cosa stia crollando, dovremo investigarlo, esaminarlo negativamente: non in base ad uno schema positivo, ad una formula positiva, ad una conclusione positiva. Perché la società crolla, rovina? e sicuramente lo fa. Una delle ragioni fondamentali è che l'individuo, tu, ha cessato di essere creativo. Chiarirò quel che intendo. Voi ed io siamo diventati imitativi; copiamo, sia all'interno che all'esterno. All'esterno, quando impariamo una tecnica, quando comunichiamo l'uno con l'altro a livello verbale, ovviamente dev'esservi in qualche grado un'imitazione, una copia. Io copio le parole. Per diventare ingegnere, dovrò anzitutto apprendere la tecnica, e quindi adoperarla per costruire un ponte. Nella tecnica esteriore occorre una certa dose di imitazione, di copia; quando però ve ne è all'interno, quando vi è imitazione psicologica, senza dubbio si cessa di essere creativi. La nostra educazione, la nostra struttura sociale, la nostra cosiddetta vita religiosa, sono tutte fondate sull'imitazione: vale a dire, io mi adatto ad una formula particolare, sociale o religiosa. Ho cessato di essere un individuo reale; psicologicamente, sono diventato una macchina puramente iterante; con certe risposte condizionate, siano esse quella indù, quella cristiana, quella buddista, quella tedesca o quella inglese. Le nostre risposte sono condizionate in funzione degli schemi della società, sia essa orientale oppure occidentale, religiosa oppure materialistica. Perciò, una delle cause fondamentali della disintegrazione della società è l'imitazione; ed uno dei fattori di disintegrazione è il leader, la cui vera essenza è l'imitazione. Per intendere la natura di una società disintegrante, non è forse importante ricercare se voi ed io, l'individuo, possiamo essere creativi? Possiamo vedere che quando vi è imitazione dev'esservi necessariamente disintegrazione; quando vi è autorità è inevitabile copiare. E poiché tutta la nostra sovrastruttura mentale, psicologica, è fondata sull'autorità, occorre libertà rispetto all'autorità, per essere creativi. Non avete osservato che nei momenti di creatività, in quei momenti veramente felici di interesse vitale, non si ha senso di ripetizione, non si ha alcun senso di copia? Tali momenti sono sempre nuovi, freschi, creativi, felici. Così vediamo che una delle cause fondamentali della disintegrazione della società è l'imitazione: cioè il culto dell'autorità.

4 – Conoscenza di sé

Tanto colossali, tanto profondamente complessi sono i problemi del mondo, che per intenderli e risolverli li si deve affrontare in modo estremamente semplice e diretto; e la semplicità, l'approccio diretto, non dipendono da circostanze esteriori, né dai nostri pregiudizi e abitudini. Come ho già rilevato, la soluzione non può trovarsi mediante conferenze o programmi, oppure sostituendo nuovi capi agli antichi, e così via. La soluzione sta, ovviamente, in chi ha creato il problema, in chi ha creato il male, l'odio e l'enorme fraintendimento che esiste tra gli esseri umani. Il creatore di questo male, il creatore di questi problemi, è l'individuo, voi ed io, e non il mondo quale noi lo pensiamo. Il mondo è la nostra relazione con gli altri. Il mondo non è qualche cosa di distinto da voi e da me; il mondo, la società, è la relazione che stabiliamo, o cerchiamo di stabilire, l'uno con l'altro. Così il problema siamo voi ed io, e non il mondo, poiché il mondo è proiezione di noi stessi e per intenderlo dovremo intendere noi stessi. Il mondo non è distinto da noi; noi siamo il mondo, e i nostri problemi sono i problemi del mondo. Non lo si potrà mai ripetere abbastanza; perché abbiamo una mentalità tanto pigra, che pensiamo che i problemi del mondo non siano affar nostro, che li debbano risolvere le Nazioni Unite, o la sostituzione di nuovi capi agli antichi. Pensarla a questo modo rivela una mentalità molto sciocca, perché siamo responsabili noi di questa spaventosa miseria e confusione del mondo, di questa guerra che incombe eternamente. Per trasformare il mondo, dovremo cominciare da noi stessi; e quel che importa, nel cominciare da se stessi, è l'intenzione. L'intenzione deve consistere nel comprendere noi stessi e non nel lasciare agli altri il compito di trasformare noi stessi; o di provocare un mutamento modificante mediante una rivoluzione, sia di destra che di sinistra. È importante intendere che è questa una responsabilità nostra, vostra e mia; perché, per quanto piccolo possa essere il mondo in cui viviamo, se possiamo trasformare noi stessi, promuovere un punto di vista radicalmente diverso nella nostra esistenza quotidiana, allora potremo forse influenzare il mondo su larga scala, la relazione con gli altri nel suo ambito più dilatato. Come ho detto, stiamo qui investigando e scoprendo il processo dell'intendere noi stessi, che non è un processo isolato. Non è fuga dal mondo, poiché isolati non si può vivere. Essere significa essere in relazione, e la vita in isolamento, semplicemente, non esiste. È la mancanza di giusta relazione che comporta conflitti, miseria e lotta; per quanto piccolo possa essere il nostro mondo, se ci è dato di trasformare la nostra relazione in quel ristretto mondo, sarà come un'onda che si propaghi verso l'esterno, ininterrottamente. Penso sia importante considerare questo punto: che il mondo è la nostra relazione, per quanto sia piccolo; e se ci è dato provocare qui una trasformazione, non una trasformazione superficiale, bensì radicale, allora cominceremo a trasformare attivamente il mondo. Una rivoluzione reale non ha luogo secondo un qualche schema particolare, sia di destra che di sinistra; ma è una rivoluzione di valori, una rivoluzione che scaturisce da valori sensati e investe quelli che sensati non sono, o che sono creati da influenze ambientali. Per ritrovare questi valori veri, che determineranno una rivoluzione, una trasformazione o rigenerazione radicale, è essenziale comprendere se stessi. La conoscenza di sé è l'inizio della saggezza, dunque è l'inizio della trasformazione o rigenerazione. Per intendere se stessi occorre l'intenzione di intendere: è a questo punto che comincia la nostra difficoltà. Sebbene la maggior parte di noi sia scontenta, desideriamo provocare un cambiamento subitaneo, il nostro scontento viene canalizzato semplicemente per ottenere un certo risultato; essendo scontenti, o cerchiamo un'attività differente, o meramente soccombiamo all'ambiente. Lo scontento, anziché dar fuoco alle polveri, anziché spingerci a mettere in questione la vita, il processo intero dell'esistenza, viene canalizzato, e in questo modo diventiamo mediocri, e perdiamo quell'impulso, quell'intensità che incita a ricercare il significato globale dell'esistenza. Perciò è importante scoprire queste cose da sé, poiché la conoscenza di sé non potrà venirci donata da qualcun altro, né la si troverà in alcun libro. Dobbiamo scoprirla; e per scoprirla occorre intenzionalità, e ricerca, e indagine. Finché quell'intenzione di scoprire, di investigare profondamente sarà debole o non esisterà, la mera asserzione, o il casuale capriccio di scoprire qualche cosa su se stessi avrà ben poco significato. Così la trasformazione del mondo viene determinata dalla trasformazione di noi stessi, poiché il sé è il prodotto, ed è parte, del processo totale dell'esistenza umana. Per trasformare se stessi è essenziale la conoscenza di sé; senza sapere che cosa siete, non vi è base per un retto pensiero, e senza conoscere voi stessi non potrà darsi alcuna trasformazione. Bisogna conoscersi come si è, e non come si desidera essere, che è puramente un ideale e pertanto cosa fittizia, irreale; solo ciò che è può venir trasformato, e non ciò che desiderereste fosse. Conoscere se stessi come si è esige una straordinaria vigilanza della mente, poiché ciò che è subisce trasformazioni ininterrotte, muta senza tregua, e per seguirlo rapidamente la mente non deve attenersi ad alcun dogma o fede particolare, ad alcuno schema di azione particolare. Se seguirete qualche cosa, essere vincolati non servirà a nulla. Per conoscere se stessi, occorre la consapevolezza, la vigilanza della mente in cui vi sia libertà da tutte le fedi, da qualsiasi idealizzazione; poiché fedi ed ideali non faranno che darvi un certo colore, pervertendo la percezione autentica. Se intendete conoscere che cosa siete non potrete né immaginare, né aver fede in qualcosa che non siete. Se sono avido, invidioso, violento, servirà a ben poco avere un ideale di non violenza, di generosità. Ma sapere che si è avidi o violenti, saperlo e comprenderlo, richiede una percezione specialissima. Esige onestà, chiarezza di pensiero; mentre perseguire un ideale che ci trascini lontano da ciò che è, è una fuga; ci impedisce di scoprire, di agire direttamente in base a quello che siamo. La comprensione di ciò che siamo, qualsiasi cosa siamo – brutti o belli, malvagi o maliziosi – la comprensione di ciò che siamo, senza distorsioni, è l'inizio della virtù. La virtù è essenziale, perché dà la libertà. Soltanto nella virtù potrete scoprire che si può vivere: non nella coltivazione di una virtù, il che non comporta altro che rispettabilità, non intendimento, né libertà. Vi è differenza tra l'essere virtuoso e diventarlo. Essere virtuoso nasce dalla comprensione di ciò che è, mentre diventarlo è differire, è nascondere ciò che è mediante quanto ci piacerebbe essere. Perciò, nel divenire virtuosi, si evita l'azione che parte direttamente da ciò che è. Questo processo, di evitare ciò che è mediante la coltivazione di un ideale, viene considerato virtuoso; ma se lo esaminate da vicino, direttamente, vedrete che non lo è affatto. È puramente un differimento del momento di trovarsi faccia a faccia con ciò che è. La virtù non è il verificarsi di ciò che non è; la virtù è la comprensione di ciò che è e pertanto la libertà rispetto a ciò che è. La virtù è essenziale in una società che va disintegrandosi rapidamente. Per creare un mondo nuovo, una struttura nuova diversa dall'antica, occorre la libertà di scoprirla; e per esser liberi, occorre la virtù, poiché senza virtù non vi è libertà. L'uomo immorale che si sforzi di diventare virtuoso potrà mai conoscere la virtù? Chi non è morale non potrà mai esser libero, e perciò mai potrà trovare che cosa sia la realtà. La realtà si troverà soltanto comprendendo ciò che è; e per comprendere ciò che è, occorre libertà, libertà dal timore di ciò che è. Per intendere questo processo occorre l'intenzione di conoscere ciò che è, di seguire ogni pensiero, sentimento ed azione; e comprendere ciò che è è estremamente difficile, perché ciò che è non è mai fermo, mai statico, è in movimento continuo. Ciò che è è ciò che voi siete, non ciò che vi piacerebbe essere; non è l'ideale, perché l'ideale è fallace, ma è concretamente quello che fate, pensate e sentite, di momento in momento. Ciò che è è il concreto, e comprendere il concreto esige vigilanza, esige una mente estremamente vigile e svelta. Ma se cominciamo a condannare ciò che è, se cominciamo a biasimarlo e a resistervi, allora non ne intenderemo il movimento. Se desidero comprendere qualcuno, non lo condannerò: dovrò osservarlo, studiarlo. Devo amare la cosa appunto che sto investigando. Se intendete comprendere un bambino, dovrete amarlo e non condannarlo. Dovrete giocare con lui, osservarne i movimenti, le idiosincrasie, i modi di comportamento; ma se, semplicemente, lo condannerete, lo contrarierete e lo biasimerete, non riuscirete a comprendere affatto il bimbo. Similmente, per intendere ciò che è, si deve osservare che cosa si pensa, si sente e si fa di momento in momento. È questa la concretezza. Qualsiasi altro agire, qualsiasi azione ideale o ideologica, non è concretezza; è puramente un desiderio, una brama fittizia di essere qualche cosa di diverso da ciò che è. Intendere ciò che è esige uno stato mentale nel quale non si abbia né identificazione né condanna, il che significa che la mente dev'essere vigile, eppure passiva. Ci troviamo in tale stato quando realmente desideriamo comprendere qualche cosa; quando vi è intensità di interesse, si ha quello stato mentale. Quando si è interessati a comprendere quel che è, la situazione concreta della mente, non si ha bisogno di ricorrere alla forza, alla disciplina, al controllo; al contrario, vi è vigilanza passiva, attenzione. Questo stato di consapevolezza si verifica quando esiste l'interesse, e l'intenzione, di capire. La comprensione fondamentale del sé non ha luogo mediante la conoscenza o l'accumulazione di esperienze: che altro non è se non coltivazione della memoria. La comprensione del sé viene di momento in momento; se accumuliamo puramente conoscenza circa il sé, quella conoscenza stessa impedisce un intendimento più profondo, perché la conoscenza e l'esperienza accumulata divengono il centro mediante il quale si mette a fuoco e viene in essere il pensiero. Il mondo non è diverso da noi e dalle nostre attività, perché è quel che noi siamo che crea i problemi del mondo; la difficoltà, per la maggior parte di noi, è che non ci conosciamo direttamente, ma cerchiamo un sistema, un mezzo operativo mediante il quale risolvere i tanti problemi umani. Ora, esiste un mezzo, un sistema, per conoscere se stessi? Qualsiasi persona intelligente, qualsiasi filosofo può inventare un metodo un sistema; ma senza dubbio seguire un sistema produrrà semplicemente un risultato determinato da quel sistema, non è così? seguo un metodo particolare per conoscer me stesso, allora otterrò il risultato che quel sistema necessariamente comporta; ma il risultato, ovviamente, non sarà la comprensione di me stesso. Vale a dire, seguendo un metodo, un sistema, un mezzo attraverso il quale conoscer me stesso, io configuro il mio pensiero e le mie attività secondo un certo schema; ma seguire uno schema non è comprendere se stessi. Perciò non esiste un metodo per la conoscenza di sé. Cercare un metodo implica invariabilmente il desiderio di ottenere un qualche risultato: ed è ciò che tutti desideriamo. Seguiamo un'autorità – se non quella di una persona, l'autorità di un'ideologia – perché desideriamo un risultato che sia soddisfacente, che ci dia sicurezza. In realtà, non intendiamo comprendere noi stessi, i nostri impulsi e reazioni, tutto il processo del nostro pensiero, sia conscio che inconscio; preferiamo seguire un sistema che ci garantisca un risultato. Ma seguire un sistema è invariabilmente il frutto del nostro desiderio di sicurezza, di certezza, e ovviamente il risultato non è la comprensione di se stessi. Quando seguiamo un metodo, ci sono necessarie autorità – l'insegnante, il guru, il saggio, il Maestro – che ci garantiranno quel che desideriamo; e senza dubbio non è questa la via della conoscenza di sé. L'autorità impedisce la comprensione di sé: non è forse così? Può darsi che, sotto l'egida di un'autorità, di una guida, avvertiate temporaneamente un senso di sicurezza, di benessere: ma non si tratterà della comprensione del processo totale del sé. L'autorità, per sua stessa natura, vieta la piena consapevolezza del sé e pertanto in ultima analisi distrugge la libertà; e nella libertà soltanto può esservi creatività. Creatività può esservi unicamente attraverso la conoscenza di sé. Moltissimi tra noi non sono creativi; siamo macchine iterative, pure registrazioni fonografiche che suonano e ripetono senza interruzione certe canzoni dell'esperienza, certe conclusioni e certi ricordi, siano nostri, siano di qualcun altro. Una tale ripetizione non è essere creativi: ma è quanto desideriamo. Poiché desideriamo sentirci interiormente sicuri, siamo costantemente in cerca di metodi e di mezzi atti a darci questa sicurezza, e con ciò creiamo l'autorità, il culto di qualcun altro, che distrugge la comprensione, quella tranquillità spontanea della mente nella quale soltanto può sussistere una condizione di creatività. Senza dubbio la nostra difficoltà è che la maggior parte di noi ha perduto questo senso della creatività. Esser creativi non significa che si debbano dipinger quadri, o scrivere poesie ed acquistare fama. Questa non è creatività: è puramente la capacità di esprimere un'idea che il pubblico applaude e non cura. Non si deve confondere abilità e creatività. L'abilità non è creativa. La creatività è uno stato del tutto diverso. È una condizione nella quale il sé è assente, nella quale la mente non è più il fuoco ottico delle nostre esperienze, delle nostre ambizioni, dei nostri fini e desideri. La creatività non è uno stato stabile, è nuova di momento in momento, è un movimento nel quale il "me", il "mio", non esistono, nel quale il pensiero non si focalizza su un'esperienza particolare, sull'ambizione, sul conseguimento, sulla finalità e sulla motivazione. Soltanto quando il sé non esiste si ha creatività: quello stato ove soltanto può esservi realtà, lo stato che crea tutte le cose. Ma è uno stato che non si può né concepire né immaginare, che non si può né formulare né imitare, che non si può conseguire mediante nessun sistema, nessuna filosofia e disciplina; al contrario: esso nasce soltanto attraverso la comprensione del processo totale del sé. La comprensione del sé non è un risultato, un culmine: è vedersi di momento in momento nello specchio della relazione: della relazione che una persona ha con proprietà, le cose, la gente e le idee. Ma troviamo difficile esser vigili, esser consapevoli, e preferiamo intorpidire la mente seguendo un metodo, accettando autorità, superstizioni e teorie che ci remunerino: così le nostre menti si fanno esauste, tediate, insensibili. Una mente cosiffatta non può trovarsi in una condizione di creatività. Quella condizione viene soltanto quando il sé, cioè il processo di riconoscimento ed accumulazione, cessa di esistere; poiché, dopo tutto, la consapevolezza nei riguardi del "me" è il centro del riconoscere, e riconoscere altro non è che il processo dell'accumulazione dell'esperienza. Ma tutti temiamo di non esser nulla, poiché tutti vogliamo essere qualcosa. Chi è meschino vuol essere un grand'uomo, chi è privo di virtù vuol essere virtuoso, chi è debole e oscuro brama potere, posizione ed autorità. È questa l'attività incessante della mente. Una mente cosiffatta non può trovarsi in quiete e mai perciò potrà intendere lo stato di creatività. Per trasformare il mondo intorno a noi, con la sua miseria, le sue guerre, la disoccupazione, la fame, le divisioni di classe e la confusione profonda, occorre una trasformazione dentro di noi. La rivoluzione deve cominciare da noi stessi: ma non seguendo una qualsiasi fede o ideologia, poiché la rivoluzione fondata su un'idea, o conforme ad uno schema particolare, ovviamente non è affatto una rivoluzione. Per determinare in se stessi una rivoluzione fondamentale, è necessario intendere l'intero processo del proprio pensiero e del proprio sentimento nella relazione. È questa l'unica soluzione di tutti i nostri problemi: non avere altre discipline, altre fedi, altre ideologie ed altri maestri. Se potremo intendere noi stessi quali siamo di momento in momento, rinunciando al processo di accumulazione, vedremo affacciarsi una tranquillità che non sarà il prodotto della mente, una tranquillità che non sarà immaginata, né coltivata; e soltanto in quella condizione di tranquillità potrà esservi creatività.

5 – Azione e idea

Vorrei trattare il problema dell'azione. Può darsi che, all'inizio, sia piuttosto astruso e difficile; ma spero che, riflettendoci, saremo capaci di vederlo chiaramente, poiché tutta la nostra esistenza, tutta la nostra vita, è un processo di azione. Moltissimi tra noi vivono entro una serie di azioni, di azioni apparentemente irrelate, che conducono alla disintegrazione, alla frustrazione. È un problema che riguarda ciascuno di noi, poiché viviamo in base all'azione, e senza azione non vi è vita, non vi è esperienza, non vi è pensiero. Il pensiero è azione; e perseguire semplicemente l'azione ad un unico, particolare livello di coscienza, cioè quello esteriore, senza intendere l'intero processo dell'azione in se stessa, condurrà inevitabilmente alla frustrazione, alla miseria. La nostra vita è una serie di azioni, o un processo di azione a livelli diversi di coscienza. Coscienza vale sperimentare, denominare e registrare, il che è memoria. Tale processo è azione, non vi pare? La coscienza è azione; e senza sollecitazione e risposta, senza sperimentare, denominare o definire, senza registrare, il che è memoria, non vi è azione alcuna. Ora, l'azione crea l'attore. Vale a dire, l'attore nasce quando l'azione mira ad un risultato, ad un fine. Se non vi è risultato dell'azione, non vi è attore; ma se un fine o un risultato vengono perseguiti, allora l'azione implica l'attore. Così l'attore, l'azione e la finalità o il risultato, costituiscono un processo unitario, un unico processo, che ha luogo quando l'azione mira ad un fine. Azione che miri ad un fine è volontà; altrimenti, non vi pare? non vi è volontà. L'intento di conseguire un fine implica la volontà, cioè l'attore: io voglio realizzare, voglio scrivere un libro, voglio diventar ricco, voglio dipingere un quadro. Questi tre stati ci sono familiari: l'attore, l'azione, ed il fine. È la nostra esistenza quotidiana. Sto semplicemente spiegando come è; ma cominceremo a capire come trasformare ciò che è soltanto se lo esamineremo chiaramente, così che non vi sia illusione o pregiudizio, non vi siano preconcetti al riguardo. Ora, questi tre stati che costituiscono l'esperienza – l'attore, l'azione, ed il risultato – sono senza dubbio un processo del divenire. Altrimenti non vi è divenire, non vi pare? Se non vi è attore, e se non vi è azione diretta a un fine, non vi è divenire; ma la vita quale la conosciamo, la nostra vita quotidiana, è un processo del divenire. Sono povero e agisco con uno scopo, che è quello di arricchirmi. Sono brutto e desidero diventar bello. Perciò la mia vita è un processo per diventare qualche cosa. La volontà di essere è la volontà di divenire, a diversi livelli della coscienza, in situazioni diverse, nelle quali vi è sollecitazione, reazione, denominazione e registrazione. Ora, questo divenire è lotta, questo divenire è pena, non è così? È una battaglia senza requie: sono questo, e desidero divenire quello. Perciò dunque, il problema è: esiste un'azione senza questo divenire? Esiste un'azione che sia priva di questa angoscia, di questo conflitto costante? Se non vi è un fine, non vi è attore, perché è l'azione dotata di uno scopo, a creare l'attore. Ma può esservi azione senza scopo, e pertanto senza attore: vale a dire senza la brama di un risultato? Una tale azione non sarà un divenire, e, pertanto, non sarà un conflitto. Una situazione dell'azione, una situazione dell'esperienza, senza lo sperimentatore e l'esperienza, esiste. Ciò suona piuttosto filosofico, ma in realtà è molto semplice. Al momento di sperimentare, non siete consapevoli di voi stessi come di sperimentatori distaccati dall'esperienza; vi trovate nella situazione di sperimentare. Prendiamo un esempio molto semplice: siete adirati. In quel momento d'ira non esiste né lo sperimentatore, né l'esperienza: vi è solo lo sperimentare. Ma nel momento in cui uscite da quello stato, un attimo dopo lo sperimentare, ecco lo sperimentatore e l'esperienza, ecco l'attore e l'azione dotata di uno scopo: che è di liberarsi dall'ira o di sopprimerla. Ci troviamo ripetutamente in questo stato, nello stato di sperimentare; ma sempre ne usciamo e gli attribuiamo una definizione, un nome, e lo registriamo; ed in tal modo conferiamo continuità al divenire. Se possiamo intendere l'azione nel senso fondamentale della parola, allora quella comprensione fondamentale influenzerà pure le nostre attività esteriori; ma anzitutto dovremo intendere la natura fondamentale dell'azione. Ora, l'azione è provocata da un'idea? Prima si ha un'idea e quindi si agisce? Oppure l'azione viene per prima e in seguito, avendo l'azione creato un conflitto, si costruisce un'idea intorno ad essa? L'azione crea l'attore o è l'attore che viene per primo? È molto importante scoprire chi venga per primo. Se viene per prima l'idea, allora l'azione semplicemente si conforma ad essa, e pertanto non è più azione ma imitazione, costrizione in base a un'idea. È molto importante rendersene conto; perché, essendo per la maggior parte la nostra società costruita a livello intellettuale o verbale, l'idea viene per prima, in tutti noi, e l'azione la segue. In tal caso l'azione è ancella dell'idea, e la pura costruzione di idee è, ovviamente, nociva all'azione. Le idee nutrono altre idee; e quando non si fa altro che nutrire idee, vi è antagonismo, e la società si inebria del processo intellettuale dell'ideazione. La nostra struttura sociale è oltremodo intellettuale; coltiviamo l'intelletto a spese di qualsiasi altro fattore del nostro essere, e così restiamo soffocati dalle idee. Possono mai le idee produrre azione; oppure semplicemente le idee modellano il pensiero e pertanto limitano l'azione? Quando l'azione è governata da un'idea, non potrà mai liberare l'uomo. È estremamente importante comprendere questo punto. Se un'idea configura l'azione, allora l'azione non potrà mai determinare la soluzione delle nostre miserie perché, prima di poterla tradurre in azione, dovremo scoprire il modo in cui l'idea nasce. L'analisi dell'ideazione, della costruzione di idee, siano esse le idee dei socialisti, dei capitalisti, dei comunisti, delle diverse religioni, è della massima importanza, specialmente quando la nostra società è sull'orlo di un precipizio che l'attira verso un'altra catastrofe, un'altra ecatombe. Chi ha seriamente l'intenzione di scoprire la soluzione umana dei nostri tanti problemi dovrà anzitutto intendere il processo dell'ideazione. Che cosa intendiamo per idea? Come nasce un'idea? E l'idea e l'azione possono stare insieme? Supponiamo che io abbia un'idea e desideri realizzarla. Cerco un metodo per realizzarla; e speculiamo, sprechiamo tempo ed energie disputando sul modo in cui l'idea andrebbe realizzata. Così, è realmente importante scoprire come nascano le idee; e dopo aver scoperto la verità su ciò, potremo discutere il problema dell'azione. Senza trattare delle idee, scoprire semplicemente come agire non ha significato. Ora, in qual modo avete un'idea: un'idea semplice, non occorre che sia filosofica, religiosa o economica? Ovviamente si tratta di un processo di pensiero. L'idea è il risultato di un processo di pensiero. Senza un processo di pensiero, non vi sarà idea. Così dovrò intendere il processo del pensiero in se stesso prima di poterne capire il risultato, l'idea. Che cosa intendiamo per pensiero? Quando pensiamo? Ovviamente il pensiero è il risultato di una risposta, neurale o psicologica; non è così? È la risposta immediata dei sensi ad una sensazione, oppure è psicologica, è la risposta della memoria che immagazzina dati. C'è la reazione immediata dei nervi ad una sensazione, oppure la reazione psicologica della memoria che immagazzina dati, l'influenza della razza, del gruppo, del guru, della famiglia, della tradizione e così via: il che, tutto insieme, voi chiamate pensiero. Così il processo del pensiero è la risposta della memoria. Non avreste pensieri se non aveste memoria; e la reazione della memoria ad una certa esperienza mette in azione il processo del pensiero. Supponiamo, ad esempio, che abbia nel magazzino ricordi nazionalistici, chiamandomi indù. Quel magazzino di ricordi circa reazioni, azioni, implicazioni, tradizioni, costumi del passato, risponde alla sollecitazione di un musulmano, di un buddista o di un cristiano; e inevitabilmente la risposta della memoria a tale sollecitazione comporta un processo di pensiero. Osservate il processo del pensiero che opera in voi stessi e potrete testimoniare direttamente della verità di quanto abbiamo detto. Siete stati insultati da qualcuno, e ciò resta nella vostra memoria; fa parte della vostra formazione. Quando rincontrate quella persona, ed ecco la sollecitazione, la reazione è il ricordo di quell'insulto. Così la reazione della memoria, che è il processo del pensiero, crea un'idea; e pertanto l'idea è sempre condizionata: ciò è importantissimo da comprendere. Vale a dire, l'idea è il risultato del processo del pensiero, questo è la risposta della memoria, e la memoria è sempre condizionata. La memoria sta sempre nel passato, e a quella memoria una sollecitazione qualsiasi conferisce vita nel presente. La memoria non ha vita in sé; nasce nel presente quando si trova di fronte ad una sollecitazione. E tutta la memoria, sia essa in letargo o attiva, è condizionata. Pertanto deve esistere un modo del tutto diverso di affrontare il problema. Dovrete scoprire da voi, dentro di voi, se stiate agendo in base ad un'idea, e se vi possa essere azione senza ideazione. Vediamo che cosa sia: un'azione non basata su alcuna idea. Quando agite senza idea? Quando vi è un'azione che non sia il risultato dell'esperienza? Un'azione fondata sull'esperienza è, come abbiamo detto, limitativa, e pertanto è d'impaccio. L'azione che non sia il risultato di un'idea è spontanea quando il processo del pensiero, fondato sull'esperienza, non controlla l'azione; il che significa che vi è azione indipendente dall'esperienza quando la mente non controlla l'azione. È questo l'unico stato in cui vi sia intendimento: quando la mente, che si basa sull'esperienza, non guida l'azione; quando il pensiero, che si basa sull'esperienza, non configura l'azione. Che cos'è l'azione quando non si ha processo di pensiero? Può esservi azione senza un tale processo? Vale a dire, intendo costruire un ponte, una casa. Conosco la tecnica, e la tecnica mi dice il modo di costruirli. Ciò chiamiamo azione. Vi è l'azione di scrivere una poesia, di dipingere, della responsabilità di governo, delle risposte sociali, ambientali. Tutte sono basate su un'idea o su una precedente esperienza, che configura l'azione. Ma vi è un'azione senza che vi sia ideazione? Senza dubbio tale azione esiste quando l'idea scompare; e l'idea scompare soltanto quando vi è amore. L'amore non è memoria. L'amore non è esperienza. L'amore non è pensare alla persona che si ama, perché in tal caso è puramente pensiero. Non si può pensare l'amore. Si può pensare alla persona che si ama o cui si è devoti – il vostro guru, la vostra immagine, vostra moglie, vostro marito; ma il pensiero, il simbolo, non è realtà: che è l'amore. Pertanto l'amore non è un'esperienza. Quando c'è amore c'è azione e quell'azione non è forse liberatoria? Essa non è il risultato del lavorio mentale, e non vi è abisso tra idea ed azione. L'idea è sempre qualcosa di antico, getta la sua ombra sul presente e sempre cerchiamo di costruire un ponte tra azione ed idea. Quando v'è amore – che non è lavorio mentale, che non è ideazione, che non è memoria, che non è il risultato di un'esperienza, di una disciplina praticata – allora l'amore stesso è azione. È questa l'unica cosa che liberi. Finché vi è lavorio mentale, finché vi è la configurazione dell'azione da parte di un'idea che è esperienza, non ci si libererà; e finché questo processo continuerà, ogni azione sarà limitata. Quando si scorge questa verità, la qualità dell'amore, che non è lavorio mentale, che non è cosa cui si possa pensare, viene alla luce. Occorre esser consapevoli dell'intero processo: del come le idee nascano, del come l'azione scaturisca dalle idee, e del come le idee controllino l'azione e pertanto la limitino, in dipendenza dalla sensazione. Non importa di chi siano le idee, se di destra o di sinistra. Finché ci aggrapperemo ad esse, resteremo in una situazione nella quale non può esservi sperimentazione alcuna. E vivremo allora puramente nell'ambito del tempo – nel passato, che dà ulteriori sensazioni, o nel futuro, che è un'altra forma di sensazione. Soltanto quando la mente è affrancata dall'idea può esservi sperimentazione. Le idee non sono la verità; e la verità è qualche cosa che si deve sperimentare direttamente, di momento in momento. Non è un'esperienza che si voglia: in questo caso è pura sensazione. Soltanto quando si vada oltre il viluppo delle idee – che è il "me", che è la mente, che ha una continuità parziale o completa – soltanto quando si è in grado di andar oltre, quando il pensiero tace totalmente, si ha lo stato, in cui si sperimenta. E allora si sa, che cosa sia il vero.

6 – La fede

Fede e conoscenza sono legate in modo intimo al desiderio; e forse, se riusciremo ad intendere l'una e l'altra, potremo vedere come operi il desiderio ed intenderne la complessità. Una tra le cose, a me sembra, che la maggior parte di noi dà per scontate è la questione delle fedi. Non sto attaccando le fedi. Quel che qui tentiamo di fare è scoprire perché si accettino le fedi; e se potremo comprendere i motivi, la concatenazione causale di quest'accettazione, riusciremo forse non soltanto a comprendere perché lo facciamo, ma anche a liberarcene. Si può vedere come le fedi politiche e religiose, nazionali, e di vario altro tipo, dividano le persone, creino conflitto, confusione ed antagonismo: il che è un fatto ovvio; eppure, siamo riluttanti ad abbandonarle. C'è la fede indù, la fede cristiana, quella buddista: innumerevoli fedi settarie e nazionali, diverse ideologie politiche, tutte in lotta l'una con l'altra e tutte ansiose di convertire l'un l'altra. Si può vedere, ed è ovvio, che la fede divide la gente, perché crea intolleranza; è possibile vivere senza fede? Lo si può scoprire soltanto se si studia se stessi in rapporto ad una fede. È possibile vivere a questo mondo senza una fede: senza cambiare di fede, senza sostituire una fede all'altra, essere insomma interamente liberi da tutte le fedi, in modo da incontrare ogni momento, di nuovo, la vita? Questo, dopo tutto, è la verità: avere la capacità di rincontrare sempre ogni cosa, di momento in momento, senza la reazione condizionante del passato, così che non sussista l'effetto cumulativo che agisce come una barriera tra il sé e ciò che è. Se considerate il problema, vedrete che una delle ragioni del desiderio di accettare una fede è il timore. Se non avessimo una fede, che sarebbe di noi? Non saremmo atterriti da quanto può accadere? Se non avessimo un modello d'azione, fondato su una fede – in Dio, o nel comunismo, o nel socialismo, o nell'imperialismo, o in un qualche tipo di formula religiosa – se non avessimo un dogma dal quale farci condizionare, ci sentiremmo perduti: non è così? E quest'accettazione di una fede non è forse una copertura del timore: il timore di non essere in realtà nulla, di essere vuoti? Dopo tutto, una tazza è utile soltanto se è vuota; e una mente piena di fedi, di dogmi, di asserzioni, di citazioni, in realtà è una mente non creativa; è puramente ripetitiva. Sfuggire alla paura, la paura del vuoto, la paura della solitudine, la paura del ristagno, del non arrivare, del non riuscire, del non conseguire, del non essere qualche cosa, del non divenire qualche cosa: questa è, certamente, una delle ragioni per le quali accettiamo tanto prontamente e tanto di cuore le fedi. E, attraverso l'accettazione delle fedi, comprendiamo noi stessi? Al contrario. Una fede, religiosa o politica, naturalmente ottunde la comprensione di noi stessi. Agisce come uno schermo attraverso il quale guardare a noi stessi. Ed è possibile guardare a noi stessi senza le fedi? Se rimuoviamo tali fedi, le molte fedi che ciascuno di noi nutre, resta qualche cosa cui guardare? Se non abbiamo fedi con le quali la mente si sia identificata, allora la mente, senza identificarsi, è capace di guardare a se stessa come è: e in tal caso, senza dubbio, si produce l'inizio della comprensione di sé. In realtà è un problema di grandissimo interesse, questo della fede e della conoscenza. Quale ruolo straordinario esso gioca nella nostra vita! Quante fedi nutriamo? Senza dubbio, quanto più una persona è intellettuale, colta, spirituale, se mi è concesso usare questo termine, tanto minore è la sua capacità di comprendere. I selvaggi hanno innumerevoli superstizioni, anche nel mondo moderno. Chi pensa di più, chi è più vigile, chi è più attento è forse chi meno crede. Ciò perché la fede lega, la fede isola; e constatiamo che è così in tutto il mondo, nel mondo economico e politico, ed anche nel cosiddetto mondo spirituale. Credi che Dio esista, e forse io credo che un Dio non esista; oppure credi nel controllo supremo dello Stato su tutto e tutti gli individui, mentre io credo nell'iniziativa privata, e così via; tu credi che vi sia un solo Salvatore e che per suo mezzo si possa attingere la meta; ed io non lo credo. Così tu, con la tua fede, ed io, con la mia, affermiamo noi stessi. Eppure tu ed io parliamo di amore, di pace, di unità dell'umanità, di un'unica vita: il che non significa assolutamente nulla: poiché in concreto la fede stessa è un processo di isolamento. Tu sei bramino, io non lo sono; tu sei cristiano, io musulmano e così via. Tu parli di fratellanza ed io pure parlo della medesima fratellanza, di amore e di pace; ma in concreto siamo separati, ci dividiamo. Chi voglia la pace e desideri creare un mondo nuovo, un mondo felice, senza dubbio non può isolarsi in alcuna forma di fede. È chiaro questo? Può esserlo verbalmente; ma, se vedete il significato e il valore della sua verità, comincerà ad agire. Vediamo come, ove esiste un processo di desiderio all'opera, debba esservi pure il processo di isolamento attraverso la fede, poiché ovviamente voi credete nell'ordine per sentirvi sicuri economicamente, spiritualmente, ed anche interiormente. Non parlo di coloro che credono per ragioni economiche, perché sono indotti a dipendere dalle proprie attività di lavoro e pertanto saranno cattolici, indù – non importa che cosa – finché potranno continuare. Né parlo di coloro che si aggrappano ad una fede per amor di convenienza. Forse così è pure per molti fra noi: crediamo in certe cose per convenienza. Spazziamo via quelle ragioni economiche, occorre andare più a fondo. Esaminiamo coloro che credono fermamente in qualche cosa, economica, sociale o spirituale; il processo che ciò nasconde è il desiderio psicologico di sicurezza: non è così? E da qui il desiderio di continuare. Non stiamo discutendo se vi sia o non vi sia continuità; soltanto discutiamo l'esigenza, l'impulso costante a credere. Un uomo di pace, uno che realmente voglia intendere l'intero processo dell'esistenza umana, non può legarsi ad una fede. Egli vede all'opera il suo desiderio come un mezzo per sentirsi sicuro. Per favore, non saltate alla riva opposta e non accusatemi di predicare l'antireligione. Non è affatto questo il mio scopo. Quel che intendo è che finché non comprenderemo il processo del desiderio sotto la forma della fede, vi sarà necessariamente competizione, vi sarà necessariamente conflitto, angoscia, e l'uomo sarà contro l'uomo: il che vediamo tutti i giorni. Così se percepisco, se sono consapevole del fatto che questo processo assume la forma della fede, che è un'espressione dell'urgenza di sicurezza interiore, allora il mio problema non è se io debba credere in questo o in quello, ma è che devo liberarmi dal desiderio di sicurezza. Può la mente liberarsene? È questo il punto: non che cosa credere e quanto credere. Queste sono espressioni della pura urgenza interiore di sentirsi psicologicamente sicuri, di esser certi di qualche cosa, mentre tutto è tanto incerto al mondo. Può una mente, una mente consapevole, una personalità, liberarsi da questo desiderio di sicurezza? Desideriamo sentirci sicuri e pertanto abbiamo bisogno dell'ausilio delle nostre ricchezze, dei nostri beni e della nostra famiglia. Desideriamo esser sicuri interiormente ed anche spiritualmente erigendo mura di fede, che sono segni di questa urgenza di sentirsi persuasi. Tu, come individuo, puoi liberarti da questa urgenza, da questa esigenza di sentirti sicuro, che si esprime nel desiderio di credere in qualche cosa? Se non ci liberiamo da tutto questo, siamo una fonte di competizione, non promuoviamo la pace; non abbiamo amore nel cuore. La fede distrugge; e lo vediamo ogni giorno. Posso vedermi quando sono catturato da questo processo di desiderio, che si esprime nell'aggrapparsi ad una fede? Può la mente liberarsi dalla fede: senza trovarle un sostituto ma affrancandosene completamente? Non potete rispondere verbalmente: "sì", o "no"; ma potrete dare una risposta definitiva se la vostra intenzione è di liberarvi dalla fede. Giungerete allora inevitabilmente al punto di cercare i mezzi per liberarvi da quell'urgenza di sicurezza. Ovviamente non vi è sicurezza interiore che, come vi piacerebbe credere, continui. A voi piace credere che esista un Dio che curi attentamente le vostre meschinissime faccende, dicendovi chi dovreste vedere, che dovreste fare e come. Ma pensare così è infantile e immaturo. Voi ritenete che il Padre stia a guardare ciascuno di noi. Questa è una pura proiezione di quel che ci piacerebbe personalmente. Ovviamente, non è vero. La verità dev'essere qualche cosa di interamente diverso. L'altro nostro problema è quello della conoscenza. La conoscenza è necessaria per intendere la verità? Quando dico "so", ciò implica che vi sia conoscenza. Una mente simile può esser capace di investigare e ricercare che cosa sia la realtà? E d'altro canto, cos'è ciò che conosciamo, di cui siamo tanto fieri? Concretamente che cos'è, ciò che conosciamo? Conosciamo informazioni, siamo pieni di informazioni e di esperienza fondata sul nostro condizionamento, sulla nostra memoria e sulle nostre capacità. Quando dite "lo so", che cosa intendete? O riconoscete che quel che sapete è la sussistenza di un fatto, di qualche informazione, oppure è un'esperienza che avete compiuta. La costante accumulazione di informazioni, l'acquisizione di forme diverse di conoscenza, tutto ciò viene a costituire l'asserzione: "lo so"; e voi cominciate a tradurre quel che avete letto, secondo la vostra formazione, il vostro desiderio, la vostra esperienza. La vostra conoscenza è una cosa nella quale è all'opera un processo simile al processo del desiderio. Al posto della fede ponete la conoscenza. "Io so, ho avuto un'esperienza, non la si può respingere; la mia esperienza è questa, su di essa faccio completo affidamento": sono questi i segni di quella conoscenza. Ma quando andate al di là, quando l'analizzate, quando la considerate con maggiore intelligenza ed accuratezza, trovate che l'asserzione stessa: "io so", è un altro muro che separa voi e me. Dietro quel muro vi rifugiate, cercando conforto, sicurezza. Perciò, maggiore è la quantità di conoscenza che ingombra una mente, meno essa sarà in grado di comprendere. Non so se mai abbiate pensato a questo problema, dell'acquisire conoscenza; se la conoscenza in ultima analisi ci aiuti ad amare, a liberarci da quei fattori che determinano conflitto in noi stessi e con i nostri vicini; se la conoscenza mai liberi la mente dall'ambizione. Poiché l'ambizione è, dopo tutto, una delle qualità che distruggono il rapporto, che pongono l'uomo contro l'uomo. Se vogliamo vivere in pace fra noi, senza dubbio dovremo porre termine definitivamente all'ambizione: non soltanto all'ambizione politica, economica, sociale, ma anche a quell'ambizione più sottile e nociva, l'ambizione spirituale, quella di essere qualche cosa. È mai possibile che la mente si liberi da questo processo dell'accumulare conoscenza, da questo desiderio di conoscere? È estremamente interessante osservare come nella nostra vita questi due elementi, fede e conoscenza, giochino un ruolo straordinariamente potente. Guardate il culto che tributiamo a coloro che possiedono immensa conoscenza ed erudizione! Potete intenderne il significato? Se trovate qualche cosa di nuovo, se sperimentate qualche cosa che non sia una proiezione della vostra immaginazione, la vostra mente dovrà essere libera, dovrà essere capace di vedere qualche cosa di nuovo. Sfortunatamente, ogni volta che vedete qualche cosa di nuovo rimettete in gioco tutta l'informazione che vi è già nota, tutta la vostra conoscenza, tutte le vostre memorie passate; e ovviamente divenite incapaci di vedere, incapaci di recepire qualsiasi cosa che sia veramente nuova, che non sia antica. Vi prego, non traducete subito tutto ciò in dettaglio. Se non so come tornare alla mia casa, mi perderò; se non so manovrare una macchina, sarò ben poco utile. Ma questa è una cosa tutta diversa. Non stiamo parlando di questo. Stiamo parlando della conoscenza impiegata come mezzo di sicurezza, del desiderio psicologico ed interiore di essere qualche cosa. Che cosa ottenete per mezzo della conoscenza? Ottenete l'autorità della conoscenza, il peso della conoscenza, il senso di importanza, dignità, vitalità, ecc. Chi dice "io so", "c'è", oppure "non c'è", senza dubbio ha smesso di pensare, ha smesso di investigare l'intero processo del desiderio. Il nostro problema dunque, quale io lo vedo, è che siamo legati, appesantiti dalla fede, dalla conoscenza; ora, è possibile che una mente sia libera dal passato, e dalle fedi acquisite durante il processo del passato? Comprendete il problema? È possibile a me, come individuo, ed a voi, come individui, vivere in questa società eppure restar liberi dalle fedi nelle quali siamo stati educati? È possibile che la mente sia libera di tutta quella conoscenza, di tutta quell'autorità? Leggiamo le varie scritture, i libri religiosi. Essi hanno descritto con grandissima accuratezza che cosa fare, che cosa non fare, come raggiungere la meta, qual è la meta e che cosa sia Dio. Tutti lo sapete a memoria, e l'avete perseguito. Questa è la nostra conoscenza, questo è ciò che avete acquisito, questo è ciò che avete imparato: su quel sentiero procedete. Ovviamente quel che perseguite e cercate, lo troverete. Ma è realtà? Non è la proiezione della vostra stessa conoscenza? Non è realtà. È possibile rendersene conto ora – non domani, ma ora – e abbandonarlo, in modo che la mente non sia mutilata da questo processo di immaginazione, di proiezione? È capace, la mente, di libertà dalla fede? Potrete liberarvene se comprenderete la natura interiore delle cause che vi hanno fatto aggrappare ad essa, non soltanto i motivi consci, ma anche quelli inconsci, che vi hanno fatto credere. Dopo tutto, non siamo semplicemente un'entità superficiale che funziona solo a livello conscio. Possiamo scoprire le attività più profonde, consce ed inconsce, se offriamo una possibilità alla mente inconscia, poiché essa risponde assai più celermente di quella conscia. Mentre la mente conscia pensa, ascolta e osserva tranquillamente, quella inconscia è assai più attiva, più vigile e più ricettiva; pertanto, essa può avere in serbo una risposta. La mente che sia stata soggiogata, intimidita, forzata, costretta a credere, potrà mai esser libera di pensare? Potrà tornare a vedere, e rimuovere il processo di isolamento tra voi e gli altri? Vi prego, non ditemi che la fede unisce le persone; non lo fa. Questo è evidente. Nessuna religione organizzata l'ha mai fatto. Guardate nella vostra stessa patria. Siete tutti credenti, ma state tutti insieme? Siete tutti uniti? Voi stessi sapete che non è così. Siete divisi in tanti piccoli partiti, in piccole caste: ben conoscete le innumerevoli divisioni. Il processo è il medesimo in tutto il mondo, a oriente e a occidente, cristiani che distruggono cristiani, assassinandosi per meschinissime cose, rinchiudendo persone in campi di concentramento e così via, con tutti gli orrori della guerra. Perciò la fede non unisce le persone, è talmente chiaro! E se ciò è chiaro ed è vero, e se voi lo vedete, allora dovete tenerne conto. Ma la difficoltà è che la maggior parte di noi non vede, perché non siamo capaci di affrontare quell'insicurezza interiore, quel senso interiore di solitudine. Vogliamo qualcosa cui appoggiarci: sia lo stato, sia la casta, sia il nazionalismo, sia un Maestro o un Salvatore o qualche altra cosa. E quando vediamo la falsità di tutto questo, allora la mente è capace – magari temporaneamente e per un secondo – di vedere la verità; anche se è talvolta troppo per essa, ed essa si ritrae. Ma vedere anche per un momento basta; se potete vedere per un attimo, basta; poiché vedrete che si verifica qualche cosa di straordinario. L'inconscio è al lavoro, sebbene il conscio possa rifiutare. Non è un attimo in cui si progredisca; ma quel secondo è l'unica cosa, e produrrà frutto, malgrado la lotta che la mente conscia ingaggerà subito contro di lui. Così la domanda è: La mente può liberarsi dalla conoscenza e dalla fede? La mente non è costituita di conoscenza e fede? La struttura della mente non è conoscenza e fede? Fede e conoscenza sono i processi di identificazione, il centro della mente. Il processo è totale, è conscio e insieme inconscio. La mente può liberarsi dalla propria stessa struttura? Può la mente cessare di esistere? Questo è il problema. La mente, quale la conosciamo, ha dietro di sé la fede, ha il desiderio, l'urgenza di sentirsi sicura, ha conoscenza, e accumulazione di energia. Se, qualunque potenza e superiorità possieda, uno non può pensare a se stesso, nel mondo non potrà esservi pace. Potrete parlare della pace, potrete organizzare partiti politici, potrete gridare dai tetti; ma non avrete pace; perché la base stessa che crea contraddizione, che isola e separa, sta nella mente. Chi ami la pace, chi agisca seriamente, non può isolarsi e nello stesso tempo parlare di fratellanza e di pace. È appunto un gioco, politico o religioso, un senso di conquista, un'ambizione. Chi realmente voglia agire seriamente, chi voglia trovare, dovrà affrontare il problema della conoscenza e della fede; dovrà penetrare al di là di esso, scoprire l'intero processo del desiderio nel suo operare; del desiderio di sentirsi sicuri, del desiderio di essere certi. Una mente che fosse in quello stato, in cui può trovare posto il nuovo – sia esso il vero, sia Dio, o quel che volete – dovrà senza dubbio cessare di acquisire, di accumulare; dovrà mettere da parte qualsiasi conoscenza. Una mente soffocata dalla conoscenza non è possibile che comprenda – non vi è alcun dubbio – ciò che è reale, ciò che non è misurabile.

7 – Lo sforzo

Per molti di noi la vita si fonda sullo sforzo, su una qualche forma di volizione. Non possiamo concepire un'azione senza volizione, senza sforzo: la nostra vita si basa su di esso. La nostra vita sociale, economica e sedicente spirituale è una serie di sforzi, che culminano sempre in un certo risultato. E riteniamo che lo sforzo sia essenziale, necessario. Perché compiamo lo sforzo? Detto semplicemente: non è per ottenere un risultato, per diventare qualcosa, per raggiungere una meta? Se non facciamo uno sforzo, pensiamo ci aspetti il ristagno. Abbiamo un'idea circa la meta cui tendiamo costantemente; e quest'ansia è divenuta parte della nostra vita. Se intendiamo mutare, se intendiamo determinare un mutamento radicale in noi stessi, compiamo uno sforzo tremendo per eliminare le antiche abitudini, per resistere alle influenze ambientali consuete, e così via. Così ci avvezziamo a questa serie di sforzi per trovare o raggiungere qualcosa, per poter semplicemente vivere. Tutto questo sforzo non è l'attività del sé? Lo sforzo non è un'attività incentrata sul sé? Se compiamo uno sforzo che parte dal centro del sé, esso inevitabilmente produrrà maggiore conflitto, confusione, miseria. Eppure continuiamo a compiere uno sforzo dopo l'altro. Pochissimi tra noi si rendono conto del fatto che l'attività dello sforzo, incentrata sul sé, non elimina alcuno dei nostri problemi. Al contrario, essa incrementa la nostra confusione, e miseria, ed angoscia. Lo sappiamo; eppure continuiamo a sperare di aprirci un varco mediante quest'attività incentrata sul sé, mediante l'azione della volontà. A mio avviso comprenderemo il significato della vita, se comprenderemo che cosa significhi compiere uno sforzo. La felicità giunge attraverso uno sforzo? Vi siete mai sforzati di essere felici? È impossibile, non è vero? Vi sforzate di essere felici e non c'è felicità: non è così? La gioia non giunge attraverso la soppressione, attraverso il controllo o l'indulgenza. Si può indulgere; ma alla fine vi è amarezza. Si può sopprimere o controllare; ma nascosto c'è sempre il conflitto. Perciò la felicità non giunge attraverso uno sforzo, né la gioia attraverso il controllo e la soppressione; eppure, tutta la nostra vita è una serie di soppressioni, una serie di controlli, una serie di indulgenze piene di rimorso. Vi è pure un accavallarsi continuo, una lotta ininterrotta con le nostre passioni, la nostra avidità e la nostra stupidità. Così non lottiamo forse, non combattiamo, non compiamo sforzi, nella speranza di trovare la felicità, di trovare qualche cosa che ci dia un senso di pace, un senso di amore? Eppure, l'amore o la comprensione vengono forse attraverso il conflitto? A mio avviso è assai importante comprendere che cosa intendiamo per lotta, conflitto o sforzo. Lo sforzo non significa forse una lotta per mutare ciò che è in ciò che non è, o in ciò che dovrebbe essere o dovrebbe accadere? Vale a dire: lottiamo continuamente per evitare di affrontare ciò che è oppure cerchiamo di sfuggirgli, o di trasformare o modificare ciò che è. Chi è veramente felice? chi comprende ciò che è, chi dà a ciò che è il suo vero significato. Questo è appagamento vero; non si occupa di possedere, poco o molto, ma della comprensione, nel suo pieno significato, di ciò che è; il che può accadere soltanto quando si riconosce ciò che è, quando se ne è consapevoli, non quando si tenta di modificarlo, di alterarlo. Vediamo così che lo sforzo è un conflitto o una lotta per trasformare ciò che è in qualche cosa che si desidera sia. Parlo soltanto del conflitto psicologico, non della lotta con un problema fisico, come la tecnica, o una qualche scoperta o trasformazione che sia puramente di carattere tecnico. Parlo unicamente di quel conflitto che è psicologico e che va sempre al di là di quello tecnico. Si può costruire, con grandissima cura, una società meravigliosa, impiegando la conoscenza infinita che la scienza ci ha dato. Ma finché la lotta e il conflitto psicologico non verranno compresi e le risonanze e le correnti psicologiche non saranno state superate, la struttura della società, per quanto meravigliosamente costruita, è destinata a crollare, come è accaduto infinite volte. Lo sforzo è una distrazione da ciò che è. Nel momento in cui accetto ciò che è non vi è conflitto. Qualsiasi forma di conflitto o di lotta denuncia distrazione; e la distrazione, cioè lo sforzo, dovrà esistere finché psicologicamente desidererò trasformare ciò che è in qualche cosa che non è. Anzitutto dovremo esser liberi di vedere che la gioia e la felicità non vengono attraverso lo sforzo. La creazione ha luogo attraverso uno sforzo, oppure vi è creazione soltanto con la cessazione dello sforzo? Quand'è che scrivete, dipingete o cantate? quand'è che create? Senza dubbio quando non vi è sforzo, quando siete completamente aperti, quando a tutti i livelli vi trovate in comunicazione completa, interamente integrati. Allora vi è gioia, ed allora cominciate a cantare, o a scrivere una poesia, o a dipingere, o a modellare qualche cosa. Il momento creativo non nasce dal conflitto. Forse comprendendo la questione della creatività saremo capaci di comprendere che cosa intendiamo per sforzo. La creatività è forse il risultato di uno sforzo e, nei momenti in cui siamo creativi, siamo consapevoli? Oppure la creatività è un senso di totale dimenticanza di sé, quel senso che si ha quando non vi è tumulto, e nel quale si è completamente inconsapevoli del movimento del pensiero, ed esiste soltanto un essere completo, ricco, pieno? Quello stato è il risultato di un lavoro, del conflitto, della lotta, dello sforzo? Non so se abbiate mai notato che quando fate qualche cosa facilmente, rapidamente, non vi è sforzo, vi è completa assenza di lotta; ma essendo la nostra vita prevalentemente una serie di battaglie, di conflitti e di lotte, non possiamo immaginare una vita, uno stato dell'essere, nel quale il conflitto sia completamente cessato. Per intendere lo stato dell'esser privi di conflitto, lo stato dell'esistenza creativa, senza dubbio è necessario investigare l'intero problema dello sforzo. Per sforzo intendiamo l'ansia di compier se stessi, di diventare qualche cosa, non è così? Io sono questo, e desidero diventare quello; non sono quello, devo diventarlo. Nel diventare "quello", vi è lotta, battaglia, conflitto; in questa battaglia ci interessiamo inevitabilmente di giungere a un risultato mediante la conquista di una meta; cerchiamo il compimento del sé in un oggetto, in una persona, in un'idea, e ciò esige continua battaglia, lotta, lo sforzo di divenire, di compiersi. Perciò riteniamo che lo sforzo sia inevitabile; ed io mi domando se sia veramente inevitabile, quest'ansia di diventare qualche cosa. Perché esiste? Ove si ha il desiderio di compiere, a qualsiasi grado e a qualsiasi livello, dev'esservi lotta. Il risultato è il motivo, la spinta dietro lo sforzo; e in chiunque, nel grande dirigente, nella donna di casa, in un poveraccio, c'è sempre la battaglia per diventare, per compiere, per continuare. Ora, perché vi è il desiderio di compiersi? Ovviamente il desiderio di compiersi, di diventare qualche cosa, nasce quando vi è consapevolezza di non essere nulla. Poiché non sono nulla, poiché sono incompleto, vuoto, interiormente mi batto per diventare qualche cosa; esteriormente o interiormente mi batto per compiermi in una persona, in una cosa, in un'idea. Riempire questo vuoto è tutto il processo dell'esistenza. Essendo consapevoli di esser vuoti, interiormente poveri, ci battiamo o per accumulare esteriormente beni, o per coltivare interiormente altri tesori. Vi è sforzo soltanto quando si ha una fuga da un vuoto interiore attraverso l'azione, la contemplazione, l'acquisizione, la conquista, il potere, e così via. È questa la nostra esistenza quotidiana. Sono consapevole della mia insufficienza, della mia povertà interiore, e mi sforzo di sfuggirvi o di arricchirla. Questo fuggire, questo evitare, o tentare di rimediare al vuoto, implica sforzo, lotta, conflitto. Ora, che cosa accade se tale sforzo di fuggire non viene compiuto? Si vive con quella solitudine, con quel vuoto; ed accettando quel vuoto si vedrà nascerne uno stato creativo che non ha nulla a che vedere con il conflitto, con lo sforzo. Lo sforzo esiste soltanto finché cerchiamo di evitare quella solitudine, quel vuoto interiore; ma quando lo contempliamo, lo osserviamo, quando accettiamo ciò che è senza schermircene, troviamo che ne nasce una situazione dell'essere, nella quale ogni conflitto cessa. Quella situazione è la creatività, e non il è risultato di un conflitto. Ma quando si ha intendimento di ciò che è, cioè il vuoto, l'insufficienza interiore, quando con quella insufficienza si vive e la si comprende pienamente, allora giunge la realtà creativa, l'intelligenza creativa, che sola porta la felicità. Perciò l'azione, quale la conosciamo, in realtà è reazione, è un divenire incessante, cioè è rinnegamento, fuga da ciò che è; ma quando vi è consapevolezza del vuoto senza scelta, senza condanna o giustificazione, allora in quella comprensione di ciò che è vi è azione, e tale azione è l'essere creativi. Lo comprenderete se sarete consapevoli di voi stessi nell'azione. Osservatevi, osservate il modo in cui agite, non soltanto esteriormente, ma anche nel movimento del vostro pensiero e del vostro sentire. Quando sarete consapevoli di questo movimento vedrete che il processo del pensiero, che è pure sentimento ed azione, è fondato sull'idea del diventare. L'idea del diventare sorge soltanto quando vi è senso di insicurezza; e tale senso di insicurezza si verifica quando si è consapevoli del vuoto interiore. Se si è consapevoli di quel processo del pensiero e del sentimento, si scoprirà che è in corso una lotta costante, uno sforzo per mutare, modificare, alterare ciò che è. È questo lo sforzo di diventare, e diventare significa evitare direttamente ciò che è. Attraverso la conoscenza di sé, attraverso una consapevolezza costante, troverete che la lotta, la battaglia, il conflitto per diventare conducono al dolore, all'angoscia e all'ignoranza. Solo se si è consapevoli dell'insufficienza interiore e si vive con essa senza sfuggirle, accettandola completamente, solo allora si scoprirà una tranquillità straordinaria, una tranquillità che non viene composta e costruita, ma deriva dalla comprensione di ciò che è. Soltanto in quello stato di tranquillità l'esistenza è creativa.

8 – La contraddizione

Vediamo contraddizione in noi e intorno a noi; essendo noi in contraddizione, viene meno la pace in noi e perciò fuori di noi. Vi è in noi una condizione costante di rifiuto e asserzione – ciò che vogliamo essere, rispetto a ciò che siamo. Tale stato di contraddizione determina conflitto; e questo conflitto non conduce alla pace: il che è un fatto semplice, ovvio. Tale contraddizione interiore non va tradotta in qualche forma di dualismo filosofico; sarebbe una soluzione davvero troppo semplice. Vale a dire, affermando che la contraddizione è una condizione di dualismo riteniamo di averla risolta: il che è chiaramente pura convenzione, è un contributo alla fuga dal concreto. Ora, che cosa intendiamo per conflitto, per contraddizione? Perché vi è contraddizione dentro di me? perché questo sforzo costante di essere qualcosa di diverso da ciò che sono? Io sono questo, e vorrei essere quello. Questa contraddizione dentro di noi è un fatto, non un dualismo metafisico. La metafisica non ha alcun significato per la comprensione di ciò che è. Possiamo discutere, supponiamo, il dualismo: che cosa sia, se esista, e così via; ma a che varrà, se non sappiamo che vi è contraddizione in noi, che in noi vi sono desideri, interessi, finalità in contrasto? Vorrei essere buono e non riesco ad esserlo. Questa contraddizione, questa contrapposizione nel nostro interno, va compresa, perché crea conflitto; e restando nel conflitto, nello sforzo, non potremo crearne individualmente. Comprendiamola, la situazione in cui siamo: vi è contraddizione, dunque dev'esservi sforzo; e lo sforzo è distruzione, rovina. In tale condizione non potremo produrre altro che antagonismo, lotta, amarezza e angoscia in misura ancora maggiore. Se saremo in grado di capirlo pienamente, e così liberarci dalla contraddizione, allora vi sarà in noi pace interiore, il che condurrà a comprenderci l'un l'altro. Questo è il problema. Vedendo che il conflitto è distruttivo, rovinoso, come può accadere che dentro ciascuno di noi vi sia contraddizione? Per capire, dobbiamo procedere oltre. Perché avvertiamo desideri opposti? Non so se, dentro noi stessi, ne siamo consapevoli: di questa contraddizione, di questo volere e non volere, ricordare qualcosa e tentare di dimenticarla per trovare qualcosa di nuovo. Basta osservare: è estremamente semplice, estremamente normale. Non è nulla di straordinario. Il fatto è che vi è contraddizione. Ordunque, perché la contraddizione sorge? Che cosa intendiamo per contraddizione? Non implica una condizione effimera cui si contrappone un'altra situazione effimera? Penso di nutrire un desiderio stabile, determino in me stesso un desiderio stabile, ed un altro ne sorge che lo contraddice; questa contraddizione comporta conflitto, cioè rovina. Vale a dire, continuamente un desiderio viene contestato da un altro desiderio, una finalità viene superata da un'altra finalità. Ora, esiste qualche cosa come un desiderio stabile? Senza dubbio, tutti i desideri sono fugaci: non in senso metafisico, ma in concreto. Desidero un lavoro. Cioè, cerco un determinato lavoro come strumento della mia felicità; e quando l'ottengo, ne sono insoddisfatto, intendo diventare un dirigente, poi il proprietario, e così via dicendo, non soltanto in questo mondo, ma anche nel così detto mondo spirituale: l'insegnante diventa direttore, il prete diventa vescovo, l'allievo diventa maestro. Questo "diventare" costante, questo pervenire ad uno stato dopo l'altro, comporta contraddizione, non è così? Perciò, perché non considerare la vita non come un desiderio inalterabile ed unico, ma come una serie di desideri migranti, sempre in contrapposizione l'uno con l'altro? Così la mente non si troverebbe in uno stato di contraddizione. Se considero la vita non come un desiderio inalterabile, ma come una serie di desideri effimeri e continuamente mutevoli, allora non vi sarà contraddizione. La contraddizione sorge soltanto quando la mente fissa in un punto il proprio desiderio; cioè quando non considera tutti i desideri come migranti, transeunti, ma ne sceglie uno e lo trasforma in una cosa stabile: soltanto allora, quando altri desideri sorgono, vi è contraddizione. Ma tutti i desideri sono in movimento costante, il desiderio non si fissa. Non vi è, nel desiderare, un punto fisso; tuttavia la mente ne fissa uno perché considera tutto come un mezzo per conseguire, per raggiungere e finché si intende conseguire sono inevitabili la contraddizione, il conflitto. Intendete conseguire, intendete riuscire, intendete scoprire il Dio supremo o la verità ultima che vi soddisfi immutabilmente. E dunque non state cercando la verità, non state cercando Dio; state cercando una remunerazione durevole, e la rivestite di un'idea, di una parola dal suono rispettabile come Dio, verità; ma in realtà tutti cerchiamo remunerazione, e a quella remunerazione, a quella soddisfazione, conferiamo il posto supremo, chiamandola Dio; al posto infimo è il bere. Così finché la mente cerca remunerazione, non vi sarà gran differenza tra Dio e il bere. Socialmente, bere può essere male; ma il desiderio interiore di remunerazione, di guadagno, non è forse ancor più nocivo? Se realmente intendete trovare la verità, dovrete essere di un'onestà assoluta, non semplicemente a livello verbale, ma a tutti i livelli; dovrete essere straordinariamente chiari, e chiari non potrete essere se non avrete voglia di affrontare i fatti. Ora, che cosa determina la contraddizione in ciascuno di noi? Senza dubbio non può essere altro che il desiderio di "diventare" qualche cosa, non è così? Tutti vogliamo diventare qualche cosa: avere successo nel mondo e, interiormente, ottenere un risultato. Finché penseremo in termini di tempo, in termini di successo, di posizione, necessariamente vi sarà contraddizione. La mente è frutto del tempo. Il pensiero si fonda sul passato, su ieri; e finché il pensiero funzionerà entro l'ambito del tempo, finché si penserà in termini di futuro, di divenire, di guadagno, di mete da raggiungere, non potrà che esservi contraddizione, poiché resteremo incapaci di affrontare precisamente ciò che è. Soltanto rendendosi conto, comprendendo, essendo consapevoli senza alternative di ciò che è, vi sarà una possibilità di libertà rispetto a quel fattore di disintegrazione nel quale la contraddizione consiste. Perciò è essenziale comprendere l'intero processo del nostro pensiero, perché è nel pensiero che riscontriamo la contraddizione. Il pensiero è divenuto in se stesso contraddizione perché non abbiamo compreso il processo totale di noi stessi; e tale intendimento sarà possibile soltanto quando saremo completamente consapevoli del nostro pensiero, non come osservatori che operino sul proprio pensiero, ma integralmente e senza alternative: il che è di un'estrema difficoltà. Soltanto allora quella contraddizione tanto deleteria, tanto dolorosa, si dissolverà. Finché cercheremo di conseguire un risultato psicologico, finché abbisogneremo di una sicurezza interiore, nella nostra vita vi sarà per forza contraddizione. Non credo che, di tale contraddizione, la maggior parte di noi sia consapevole; oppure, se lo è, non ne vede il significato reale. Anzi, la contraddizione ci dà un impulso vitale: quello stesso elemento di frizione fa sì che ci si senta vivi. Lo sforzo, la lotta della contraddizione ci offrono un senso di vitalità. Ecco perché amiamo le guerre, vale a dire godiamo del conflitto fra le frustrazioni. Finché vi sarà il desiderio di conseguire un risultato, che equivale al desiderio di sentirsi psicologicamente sicuri, non potrà che esservi contraddizione; e dove vi è contraddizione, la mente non può trovarsi in quiete. La quiete della mente è essenziale per intendere il significato totale della vita. Il pensiero non potrà mai essere tranquillo; il pensiero, che è frutto del tempo, non potrà trovare mai ciò che è fuori del tempo, mai potrà conoscere ciò che è al di là del tempo. La natura stessa del nostro pensare è contraddittoria, perché pensiamo sempre in termini di passato o di futuro; e perciò, non saremo mai totalmente consapevoli, totalmente consci del presente. Essere pienamente consapevoli del presente è straordinariamente arduo perché la mente è incapace di affrontare un fatto direttamente senza ingannarsi. Il pensiero è il prodotto del passato, e pertanto può operare soltanto in termini di passato o di futuro; non può essere pienamente consapevole di un fatto nel presente. Finché il pensiero, che è frutto del passato, cerca di eliminare la contraddizione e tutti i problemi che essa crea, continua pur sempre a perseguire un risultato, a cercare di giungere a un fine: e un pensiero di questa fatta non fa che creare contraddizione ulteriore e dunque conflitto, miseria e confusione in noi e, pertanto, intorno a noi. Per esser liberi dalla contraddizione, si dev'essere consapevoli del presente senza alternative. Come può esservi alternativa quando ci si trova di fronte a un fatto? Senza dubbio la comprensione di un fatto risulterà impossibile finché il pensiero cercherà di operare sul fatto in termini di divenire, mutare, alterare. Perciò, la conoscenza di sé è l'inizio del comprendere; senza conoscenza di sé proseguiranno la contraddizione e il conflitto. Conoscere l'intero processo, la totalità del proprio sé, non esige alcun esperto, alcuna autorità. Seguire un'autorità non fa che nutrire il timore. Nessun esperto, nessun specialista potrà mostrarci come intendere il processo del sé. Lo si deve studiare da soli. Voi, ed io, possiamo aiutarci l'un l'altro parlandone; ma nessuno potrà svelarlo per noi, nessuno specialista, nessun maestro potrà esplorarlo per noi. Potremo esserne consapevoli soltanto nei nostri rapporti: nei nostri rapporti con le cose, con il possesso, con la gente e con le idee. Nel rapporto scopriremo che sorge contraddizione quando l'azione si modella secondo un'idea. L'idea non è che la cristallizzazione del pensiero come simbolo, e lo sforzo di vivere secondo quel simbolo comporta contraddizione. Così, finché vi sarà uno schema di pensiero, la contraddizione continuerà; per abolire lo schema, e pertanto la contraddizione, occorre conoscenza di sé. Questo intendimento di sé non è un processo riservato a pochi. Il sé va compreso nei nostri discorsi quotidiani, nel modo con cui pensiamo e sentiamo; nel modo in cui ci consideriamo l'un l'altro. Se potremo, di momento in momento, esser consapevoli di ogni pensiero, di ogni sentimento, vedremo che nel rapporto si comprendono le vie del sé. Soltanto allora vi è una possibilità per quella tranquillità della mente, nella quale sola consiste l'ultima realtà.

9 – Che cos'è il sé?

Sappiamo quel che intendiamo per "sé"? Con tale termine io intendo l'idea, la memoria, l'esito, l'esperienza, le forme diverse di intenzioni denominabili e non denominabili, lo sforzo conscio di essere o non essere, la memoria accumulata dell'inconscio, della razza, del gruppo, dell'individuo, del clan, e tutto questo insieme, sia esso proiettato all'esterno nell'azione o proiettato spiritualmente come virtù: l'impegno verso tutto questo è il sé. In esso è inclusa la competizione, il desiderio di essere. L'intero processo di tutto ciò è il sé; e quando ci troviamo di fronte ad esso, sappiamo in concreto che è una cosa del male. Uso intenzionalmente il termine "male", perché il sé divide: il sé è chiuso in se stesso; per quanto nobili siano, le sue attività separano ed isolano. Tutto questo ci è noto. E conosciamo pure quegli straordinari momenti in cui il sé non c'è, in cui non vi è senso di sforzo, di fatica, e che si hanno quando vi è amore. A me pare importante comprendere in qual modo l'esperienza rafforzi il sé. Se facciamo sul serio, dovremmo comprendere questo problema: l'esperienza. Per esperienza che cosa intendiamo? Facciamo esperienza ininterrottamente, subiamo impressioni; e le traduciamo, e reagiamo, o agiamo, secondo esse; calcoliamo, tramiamo, e così via. Vi è da un lato il gioco costante tra quanto oggettivamente vediamo e la nostra reazione, e dall'altro il gioco tra la coscienza e le memorie inconsce. In base ai miei ricordi reagisco a tutto ciò che vedo, a tutto ciò che sento. In questo processo di reazione a ciò che vedo, che sento, che conosco, che credo, si crea l'esperienza: non è così? L'esperienza è reazione, risposta a qualche cosa che si sia visto. Quando vi vedo, reagisco; e l'esperienza consiste nel dare un nome a tale reazione. Se non le do nome, quella reazione non è un'esperienza. Considerate le vostre reazioni e quanto si verifica intorno a voi. Non vi è esperienza, a meno che non vi sia un processo di denominazione che abbia luogo contemporaneamente. Se non vi riconosco, come posso fare l'esperienza di incontrarvi? Sembra un'osservazione semplice ed esatta. Non è forse un fatto? Vale a dire: se non reagisco secondo i miei ricordi, secondo il mio condizionamento, secondo i miei pregiudizi, come potrò sapere di aver avuto un'esperienza? Si ha dunque la proiezione di vari desideri. Desidero essere protetto, godere interiormente di sicurezza; oppure desidero avere un maestro, un guru, un docente, un Dio; e sperimento ciò che ho proiettato; vale a dire, ho proiettato un desiderio che ha assunto forma, cui ho conferito un nome; a ciò reagisco. È la mia propria proiezione. È il mio proprio denominare. Quel desiderio che mi dà un'esperienza mi dice: "Ho esperienza"; "Ho incontrato il Maestro"; oppure "Non ho incontrato il Maestro". Voi conoscete l'intero processo del conferire all'esperienza un nome. È il desiderio, ciò che chiamate esperienza: non è così? Quando desidero il silenzio mentale, che cosa accade? Che cosa ha luogo? Vedo l'importanza di possedere una mente silenziosa, una mente in quiete, per diverse ragioni: perché le Upanishad l'hanno detto, le sacre scritture l'hanno detto, i santi l'hanno detto, ed anch'io, talvolta, sento quanto sia bene essere nella quiete, poiché la mia mente seguita talmente a ciarlare tutto il giorno. Talvolta sento quanto è bello, quanto è piacevole possedere una mente che sia in pace, in silenzio. Il desiderio è, allora, di sperimentare il silenzio. Intendo avere una mente quieta, e così mi domando: "come potrò conseguirla?" Conosco ciò che questo o quel libro dice intorno alla meditazione ed alle varie forme di disciplina. Così, attraverso la disciplina, cerco di sperimentare il silenzio. Il sé, il "me" si è pertanto fissato nell'esperienza del silenzio. Desidero intendere che cosa sia la verità; è questo il mio desiderio, il mio anelito; ed ecco conseguirne la mia proiezione di ciò che considero la verità, poiché sulla verità ho letto moltissimo; ho udito molte persone parlarne; le scritture sacre l'hanno descritta. Io voglio tutto questo. Che cosa accade? Il desiderio stesso, l'esigenza stessa viene proiettata, ed io registro un'esperienza perché riconosco lo stato che ho proiettato. Se non lo riconoscessi, non lo chiamerei verità. Lo riconosco e lo sperimento; e tale esperienza conferisce al sé, al "me", energia, non è vero? Così il sé si trincera entro l'esperienza. Allora dite: "io so", "il Maestro esiste", "Dio esiste", oppure "Dio non esiste"; ovvero affermate che un particolare sistema politico è giusto e che tutti gli altri non lo sono. Così, l'esperienza rafforza sempre il "me". Quanto più vi trincerate entro l'esperienza, tanto più il sé si rafforza. Ne risulta che possedete una certa forza di carattere, una certa energia di conoscenza, di fede, che manifestate agli altri perché sapete che non sono bravi quanto voi, e perché avete il dono della penna o della parola, e lo adoperate abilmente. Dato che il sé agisce ancora, le vostre fedi, i vostri Maestri, le vostre caste, il vostro sistema economico, costituiscono tutti un processo di isolamento, e dunque comportano conflitto. Se, sotto questo riguardo, volete essere seri veramente, dovrete dissolvere interamente il processo dell'esperienza. È possibile che la mente, il sé, non si proiettino, non desiderino, non sperimentino? Vediamo che tutte le esperienze del sé sono una negazione, una distruzione, eppure le definiamo azione positiva, non è vero? È quanto chiamiamo un modo positivo di vivere. Disfare questo processo è, ai vostri occhi, negazione. Avete ragione a questo proposito? È possibile per voi e me, in quanto individui, giungere alla radice, e capire il processo del sé? Vediamo, che cosa determina la dissoluzione del sé? I gruppi religiosi, o di altro tipo, hanno offerto il mezzo dell'identificazione. "Identificatevi con qualche cosa di più grande, e il sé scomparirà" – questo dicono. Ma senza dubbio l'identificazione resta pur essa un processo del sé; ciò che è più grande di me resta una proiezione del "me", che io sperimento e che, dunque, rafforza il "me". Tutte le varie forme di disciplina, di fede e di conoscenza altro non fanno, senza dubbio, che rafforzare il sé. È possibile trovare un elemento che dissolva, invece, il sé? Oppure la domanda è mal posta? È questo ciò che fondamentalmente vogliamo: vogliamo trovare qualche cosa, tale da dissolvere il "me": non è vero? Pensiamo che esistano diversi mezzi a tal fine: precisamente l'identificazione, la fede e così via; ma sono mezzi posti tutti al medesimo livello; nessuno è superiore all'altro, perché tutti hanno un uguale potere di rafforzare il sé, il "me". E dunque: potrò vedere il "me" dovunque esso operi, vederne la forza e l'energia distruttiva? Qualsiasi nome gli conferisca, si tratta di una forza che isola, di una forza che distrugge, ed io desidero rinvenire una strada per dissolverla. Certamente dovete esservelo chiesto: "vedo l'"io" che funziona ininterrottamente e che produce sempre angoscia, timore, frustrazione, disperazione, miseria, non soltanto in me ma anche intorno a me. È possibile che quel sé si dissolva, non parzialmente, ma interamente? È possibile giungere alla sua radice e distruggerlo? È questa l'unica strada per funzionare veramente: non è forse così? Non desidero essere intelligente parzialmente, ma intelligente in modo integrato. Molti fra noi sono intelligenti a strati, probabilmente voi lo siete in un modo ed io in un altro. Molti di voi sono intelligenti per quanto riguarda gli affari, altri per quanto riguarda il lavoro d'ufficio, e così via; le persone sono intelligenti in modi diversi; ma non siamo intelligenti in modo integrato. Essere intelligenti in modo integrato significa esser privi del sé. È possibile? È possibile che il sé sia, adesso, completamente assente? Voi sapete che è possibile. Quali sono gli ingredienti, i requisiti necessari? Qual è l'elemento determinante? Potrò trovarlo? Quando pongo questa domanda: "potrò trovarlo?", senza dubbio sono persuaso che sia possibile; e pertanto ho già creato un'esperienza nella quale il sé sta per rafforzarsi. Comprendere il sé esige grandissima intelligenza, grandissima vigilanza, cautela, osservazione instancabile, in modo che non ci sfugga. Io, che sono veramente molto serio, intendo dissolvere il sé. Mentre lo dico, so che dissolvere il sé è possibile. Nel momento in cui dico "intendo dissolvere questa cosa", in quello stesso momento, ancora, sto sperimentando il sé; così il sé si rafforza. Com'è dunque possibile che il sé non sperimenti? Si può vedere che uno stato creativo non consiste affatto nell'esperienza del sé. Si ha creazione quando il sé non c'è, poiché la creazione non è intellettuale, non appartiene alla mente, non proietta se stessa, ma è qualcosa al di là di qualsiasi esperienza. È possibile, dunque, che la mente sia in perfetta tranquillità, si trovi in una condizione nella quale non riconosca, non sperimenti, in uno stato ove possa aver luogo la creazione, il che significa uno stato nel quale il sé non esiste, il sé sia assente? Questo è il problema, non è così? Qualsiasi movimento della mente, positivo o negativo, è un'esperienza che in realtà rafforza il "me". È possibile che la mente non riconosca? Ciò può verificarsi soltanto quando vi è silenzio completo: non però quel silenzio, che costituisce un'esperienza del sé, e che, pertanto, lo rafforza. Esiste un'entità separata dal sé, che lo contempli e che lo dissolva? Esiste un'entità spirituale che si sostituisca al sé e la distrugga, che lo metta da parte? Noi riteniamo che esista: non è così? La maggior parte delle persone religiose pensa che un tale elemento esista. Il materialista dice: "è impossibile che il sé venga distrutto; può soltanto venir condizionato e limitato, politicamente, economicamente, e socialmente; possiamo mantenerlo fermamente entro un certo schema, e possiamo invece rompere lo schema; e pertanto si può far sì che esso conduca una vita ad alto livello, una vita morale, e non interferisca con nulla, ma segua lo schema sociale e funzioni come una pura macchina". Sappiamo bene tutto ciò. Vi sono altre persone, le cosiddette persone religiose, – che in realtà non sono religiose realmente, anche se così le chiamiamo – che dicono: "fondamentalmente, un tale elemento esiste. Se possiamo metterci in contatto con esso, dissolverà il sé". Un elemento che distrugga il sé, dunque, esiste? Considerate, vi prego, ciò che facciamo. Costringiamo il sé in un angolo. Se consentirete che vi si stringa in un angolo, vedrete che cosa accadrà. A noi piacerebbe che esistesse un elemento al di fuori del tempo, che non coincida con il sé, e che, secondo la nostra speranza, interverrà ed intercederà per distruggere il sé: e lo chiamiamo Dio. Ora, esiste una cosa del genere, che la mente possa concepire? Può esistere o non esistere: non è questo il punto. Ma quando la mente cerca una condizione spirituale al di fuori del tempo, che si metterà in azione allo scopo di distruggere il sé, non è questa forse un'ulteriore forma di esperienza, che rafforza il "me"? Quando si crede, non è appunto questo ciò che accade? Quando si crede che esista la verità, Dio, la condizione al di fuori del tempo, l'immortalità, non è questo un processo che rafforza il sé? È stato il sé a proiettare quanto, secondo ciò che voi sentite e credete, verrà a distruggere il sé. Perciò, avendo proiettato quest'idea di continuazione in uno stato senza tempo come entità spirituale, avete un'esperienza; e tale esperienza non fa che rafforzare il sé; e pertanto, che cosa avete fatto? Non avete realmente distrutto il sé, solo gli avete dato un nome diverso, una qualità differente; il sé c'è sempre, perché lo avete sperimentato. In tal modo la nostra azione, dall'inizio alla fine, è sempre la medesima, solo noi riteniamo che si evolva, che progredisca, che diventi sempre più bella; ma, se osservate interiormente, non è altro che la stessa azione, lo stesso "me" che funziona a diversi livelli, con etichette diverse, con diversi nomi. Quando si osserva l'intero processo, le abilissime, straordinarie invenzioni, l'intelligenza del sé, il modo in cui esso si cela dietro l'identificazione, la virtù, l'esperienza, la fede, la conoscenza; quando si osserva che la mente si muove in circolo, in una gabbia da lei stessa costruita, che cosa accade? Quando se ne è consapevoli, del tutto consci, allora non ci si sente forse in una quiete straordinaria, non per costrizione, non per ricompensa, non per timore? Quando si riconosce che qualsiasi movimento della mente è puramente una forma per rafforzare il sé, quando lo si osserva, lo si vede, quando se ne è completamente consci nell'azione, quando si è giunti a questo punto – allora si vede che la mente, essendo in una quiete profonda, non ha il potere di creare. Tutto ciò che la mente crea sta in un circolo, che è il campo del sé. Quando la mente non sta creando, vi è creazione, che non è un processo fondato sul riconoscimento. La realtà, la verità, non sono da riconoscere. Perché la verità venga, la fede, la conoscenza, l'esperienza, il perseguimento della virtù, tutto ciò deve scomparire. La persona virtuosa che sia consapevole di perseguire la virtù non troverà mai la realtà. Potrà essere una persona estremamente per bene; ma ciò è del tutto diverso dall'essere un uomo della verità, una persona che comprende. Per l'uomo della verità, la verità è nata. Un uomo virtuoso è un uomo giusto, e un uomo giusto non potrà mai intendere che cosa sia la verità, perché la virtù è per lui la copertura del sé, il rafforzamento del sé, perché egli persegue la virtù. Quando dice "devo liberarmi dall'avidità", lo stato di non-avidità che sperimenta non fa che rafforzare il sé. Ecco perché è tanto importante essere poveri; non soltanto poveri nelle cose di questo mondo, ma poveri anche di fede e di conoscenza. Chi possieda i beni del mondo, o chi sia ricco di conoscenza e di fede, non conoscerà mai altro che il buio, e sarà centro di ogni equivoco e miseria. Ma se voi ed io, in quanto individui, possiamo vedere tutto questo funzionamento del sé, allora sapremo che cosa sia l'amore. Vi assicuro che è questa l'unica riforma che abbia la possibilità di cambiare il mondo. L'amore non è il sé; il sé non può riconoscere l'amore. Voi dite: "io amo"; ma allora, nel momento stesso in cui lo dite, nella stessa esperienza di esso, l'amore non è. Invece, quando si conosce l'amore, il sé non è. Quando vi è amore, il sé non c'è.

10 – Il timore

Che cos'è il timore? Il timore può esistere soltanto in relazione a qualcosa, e non isolato. Com'è possibile che io tema la morte, come posso temere qualcosa che non conosco? Posso temere soltanto ciò che conosco. Quando dico di temere la morte, sento, in realtà, paura per la cosa sconosciuta, che è la morte, o temo di perdere ciò che conosco già? Il mio timore non riguarda la morte, ma la perdita della mia associazione con la cose che mi appartengono. La mia paura sta sempre in relazione con ciò che conosco, e non con l'ignoto. Sto ora investigando in qual modo liberarmi dal timore di ciò che conosco, vale a dire dal timore di perdere la mia famiglia, la mia reputazione, la mia personalità, il mio conto in banca, le mie brame e così via. Potrete dirmi che la paura nasce dalla coscienza; ma la vostra coscienza è modellata dal vostro stesso condizionamento, e pertanto la coscienza resta pur essa il risultato di ciò che conosciamo. Che cosa conosco? Conoscenza significa avere idee, opinioni circa le cose, possedere un certo senso di continuità per quanto riguarda i rapporti con quanto si conosce, e nulla più. Le idee sono memorie, sono il risultato dell'esperienza, che è la nostra risposta alle sollecitazioni. Temo ciò che conosco, il che significa che temo di perdere persone, cose o idee, che temo di scoprire ciò che sono, che temo di non saper che fare, che temo il dolore che potrebbe derivarmi da una perdita, o da un mancato guadagno, o dalla cessazione del piacere. C'è il timore del dolore. Il dolore fisico è una risposta nervosa, ma psicologicamente il dolore nasce quando mi attacco a cose che mi danno soddisfazione, poiché, in tal caso, temo chiunque e qualsiasi cosa possa togliermele. Le accumulazioni psicologiche prevengono il dolore psicologico finché restano indisturbate; vale a dire, sono un grumo di accumulazioni, di esperienze, che prevengono qualsiasi forma di serio disturbo: e non desidero, infatti, essere turbato. Pertanto temo chiunque le disturbi. Così, ciò che temo è ciò che conosco, temo le accumulazioni, fisiche o psicologiche, che ho raccolto come mezzo per evitare il dolore o prevenire l'angoscia. Ma l'angoscia risiede nel processo stesso dell'accumulare con lo scopo di evitare il dolore psicologico. Anche la conoscenza serve a prevenire il dolore. Come la conoscenza medica mi aiuta a prevenire il dolore fisico, così le fedi mi aiutano a prevenire quello psicologico, ed è per questa ragione che temo di perdere le mie fedi, sebbene non abbia, circa la realtà di tali fedi, alcuna conoscenza perfetta, alcuna prova concreta. Posso rigettare alcune tra le fedi tradizionali che mi sono state rifilate, perché la mia stessa esperienza mi dà forza, confidenza, intendimento; ma tali fedi e la conoscenza che ho acquisito sono, fondamentalmente, la stessa cosa: un mezzo per prevenire il dolore. Il dolore esiste finché vi è accumulazione di ciò che conosciamo, il che determina il timore di perderlo. Perciò la paura dell'ignoto è, in realtà, paura di perdere il noto, che si è accumulato. Invariabilmente accumulazione significa paura, che a sua volta significa dolore; e nel momento in cui dico "non devo subire perdite", ecco la paura. Benché, nel processo di accumulazione, sia mio intento prevenire il dolore, il dolore è inerente al processo di accumulazione. Proprio le cose stesse che possiedo creano paura, che è dolore. Dalla difesa germoglia l'offesa. Desidero sicurezza fisica; così creo un governo sovrano, il quale ha bisogno di forze armate, il che significa guerra, la quale distrugge la sicurezza. Ovunque vi sia desiderio di autoprotezione, vi è la paura. Quando vedrò che pretendere sicurezza è cosa futile, non accumulerò più. Se mi obbiettate che ciò vi è chiaro, ma che non potete evitare di accumulare, ciò accade perché, in realtà, non vi è affatto chiaro che, intrinsecamente, nell'accumulare è dolore. Il timore si pone nel processo dell'accumulare, e la fede in qualcosa è parte di quel medesimo processo. Muore mio figlio, ed io credo nella reincarnazione per evitare, psicologicamente, di soffrire di più; ma il dubbio è implicito nello stesso processo del credere. Interiormente accumulo ricchezza, e produco la guerra; interiormente accumulo fede, e produco il dolore. Finché desidererò la sicurezza, finché desidererò il conto in banca, i piaceri, e così via, finché intenderò diventare qualcosa, sia fisiologicamente che psicologicamente, il dolore sarà inevitabile. Proprio quello che faccio per evitare il dolore, mi porterà timore, paura, dolore. Il timore nasce quando desidero stare entro una struttura particolare. Vivere liberi dal timore significa vivere senza alcuna struttura particolare. Quando esigo un modo speciale di vivere, ciò è in se stesso fonte di timore. La mia difficoltà sta nello stesso mio desiderio di vivere all'interno di una certa struttura. Non potrò romperla? Potrò farlo soltanto se vedrò la verità: che la struttura produce timore e che questo timore a sua volta rafforza la struttura. Se dico che debbo rompere quella struttura perché intendo liberarmi dal dolore, sto semplicemente seguendo una struttura diversa, che determinerà ulteriore timore. Qualsiasi azione da parte mia fondata sul desiderio di rompere la struttura non farà altro che creare un'altra struttura, e dunque, timore. Come dovrò rompere la struttura senza provocare timore, vale a dire senza qualsiasi azione, consapevole o inconsapevole, da parte mia, che la riguardi? Ciò significa che non dovrò agire, che non dovrò fare alcun movimento per rompere la struttura. Che cosa accade in me quando, semplicemente, contemplo la struttura senza far nulla in merito ad essa? Accade che mi accorgo che la mente stessa è la struttura, lo schema; essa vive entro lo schema abitudinario che si è creata. Pertanto, la mente stessa è timore. Qualsiasi cosa la mente faccia mira a rafforzare uno schema antico o a produrne uno nuovo. Ciò significa che qualsiasi cosa la mente faccia per liberarsi dal timore, produce timore. Il timore trova diverse vie d'uscita. La varietà più comune è l'identificazione, l'identificazione col proprio paese, con la società, con un'idea. Non avete notato il modo in cui reagite quando vedete una processione, sia essa un corteo militare o una processione religiosa, o quando il vostro paese corre il rischio di un'invasione? In questi casi vi identificate col vostro paese, con un essere, con un'ideologia. Vi sono altri casi, nei quali vi identificate con vostro figlio, con vostra moglie, con una forma particolare di azione, o di inazione. L'identificazione è un processo di annullamento di sé. Finché sarò consapevole del "me", so bene che vi sarà dolore, sforzo, paura ininterrotta. Ma se potrò identificarmi con qualcosa di più grande, con qualcosa che ne valga la pena, con la bellezza, con la vita, con la verità, con la fede, con la conoscenza, se potrò identificarmi almeno temporaneamente con queste cose, troverò una via d'uscita rispetto al "me", non è vero? Se parlo del "mio paese" temporaneamente dimentico me stesso, non è vero? Se posso dire qualche cosa intorno a Dio, dimentico me stesso. Se mi identifico con la famiglia, con un gruppo, con un determinato partito, con una certa ideologia, ecco che mi si apre una temporanea via d'uscita. Perciò, l'identificazione è una via d'uscita rispetto al sé, come persino la virtù è una via d'uscita rispetto al sé. Chi persegue la virtù sfugge al sé, ed ha una mente ristretta. Non è una mente virtuosa: perché la virtù è qualcosa che non si può perseguire. Quanto più cercherete di diventare virtuosi, tanto maggiore energia fornirete al sé, al "me". Il timore, che è comune alla maggior parte di noi, in diverse forme, dovrà sempre trovare un sostituto e pertanto necessariamente incrementerà il conflitto. Quanto più vi identificherete con un sostituto, tanto maggiore sarà la forza con cui vi attaccherete a ciò per cui siete pronti a combattere, a morire, poiché dietro tutto questo vi è il timore. A questo punto, sappiamo che cosa sia il timore? Non è forse il non-accettare ciò che è? Dovremo intendere questo termine: "accettare". Non lo impiego per significare lo sforzo compiuto per accettare. Quando percepisco, ciò che è, non sto affatto accettando. Quando non vedo chiaramente ciò che è, allora introduco il processo dell'accettare. Pertanto, il timore coincide col non-accettare ciò che è. Come potrò, io che sono un grumo di tutte queste reazioni, risposte, memorie, speranze, depressioni, frustrazioni, io che sono il risultato del blocco posto al movimento della coscienza, come potrò andare al di là? Potrà la mente, sottratta a questo blocco e a questo intralcio, essere conscia? Sappiamo quanto sia straordinaria la gioia che proviamo quando non vi è intralcio. Non sapete forse che quando il corpo è in perfetta salute si ha una certa gioia, un certo benessere; e non sapete che quando la mente è completamente libera, priva di blocchi, quando non c'è quel centro di riconoscimento che è il "me", si sperimenta una certa felicità? Non avete sperimentato questa situazione, nella quale è assente il sé? Senza dubbio, lo abbiamo tutti sperimentato. Vi è intendimento, vi è libertà rispetto al sé soltanto quando lo si può contemplare completamente ed integralmente nel suo insieme; e lo si può fare soltanto quando si intende il processo completo di tutta l'attività che nasce dal desiderio, che è l'espressione vera del pensiero – poiché pensare non è diverso dal desiderare – senza giustificarlo, senza condannarlo, senza sopprimerlo; se intenderemo questo, sapremo che esiste la possibilità di superare i limiti del sé.

11 – La semplicità

Desidero trattare della semplicità, e forse, da ciò, giungere alla scoperta della sensibilità. Sembra che la semplicità venga considerata un'espressione puramente esteriore, una rinuncia: possedere poche cose, cingersi i lombi, non avere dimora, indossare pochi abiti, avere un conto in banca piccolissimo. Senza dubbio, ciò non è semplicità; è semplicemente un'ostentazione esteriore. A me pare che la semplicità sia essenziale; ma la semplicità potrà nascere soltanto quando intenderemo il significato dell'autocoscienza. La semplicità non significa semplicemente adattarsi ad uno schema. Occorre moltissima intelligenza per essere semplici, e per non conformarsi, meramente, ad uno schema particolare, per quanto degno esso sia esteriormente. Sventuratamente molti fra noi cominciano con l'essere semplici all'esterno, nelle cose esteriori. È relativamente facile possedere poco, appagarsi di poco, accontentarsi di poco e magari dividerlo con gli altri. Ma senza dubbio la pura espressione esteriore della semplicità, per quanto riguarda le cose, ciò che si possiede, non implica la semplicità interiore. Poiché, nel mondo quale oggi è, un numero sempre maggiore di oggetti ci viene imposto, dal di fuori, dall'esterno. La vita diviene sempre più complessa. Per sfuggire a ciò, ci sforziamo di rinunciare oppure di distaccarci dalle cose: dalle automobili, dalle case, dalle organizzazioni, dal cinema, e dalle innumerevoli circostanze esteriori che ci opprimono. Riteniamo che saremo semplici rinunciando. Moltissimi santi, moltissimi maestri hanno rinunciato al mondo, ed a me sembra che una tale rinuncia da parte di chiunque di noi non risolva il problema. Quella semplicità che è reale, fondamentale, potrà sussistere solo interiormente. E da lì nascerà anche la sua espressione esteriore. Come essere semplici, questo è dunque il problema; poiché quella semplicità ci renderà sempre più sensibili. Una mente, un cuore sensibile, sono essenziali, poiché in tal caso sono capaci di percepire, di recepire prontamente. Si potrà essere interiormente semplici, non vi è dubbio, soltanto intendendo gli impedimenti innumerevoli, gli attaccamenti, i timori che ci vincolano. Ma alla maggior parte di noi piace essere vincolati: da persone, beni, idee. Ci piace essere prigionieri. Interiormente siamo prigionieri, per quanto, esteriormente, si sembri semplicissimi. Interiormente siamo prigionieri, dei nostri desideri, delle nostre esigenze, dei nostri ideali, di motivazioni senza numero. Non si può trovare la semplicità se non si è liberi interiormente. Pertanto, essa deve cominciare all'interno, non all'esterno. Si ha una libertà straordinaria quando si intende l'intero processo della fede, del perché la mente si aggrappi ad una fede. Quando vi è libertà dalle fedi, vi è semplicità. Ma tale semplicità esige intelligenza, e per essere intelligenti si deve essere consapevoli dei propri impedimenti. Per esserne consapevoli, bisogna stare costantemente in guardia, non soffermarsi in alcun solco particolare, in nessun schema specifico di pensiero o di azione. Dopo tutto, ciò che si è interiormente ha influenza all'esterno. La società, o qualsiasi forma di azione, è la proiezione di noi stessi, e senza trasformarla all'interno la pura legislazione avrà, esteriormente, ben poco significato; potrà determinare certe riforme, certe correzioni, ma ciò che si è all'interno soverchierà sempre l'esterno. Se si è interiormente avidi, ambiziosi, se si perseguono precisi ideali, quella complessità interiore infine si paleserà, travolgerà la società esteriore, per quanto accuratamente sia stata pianificata. Perciò, è necessario incominciare dall'interno: non esclusivamente però, e senza respingere l'esterno. Senza dubbio si giungerà all'interno intendendo l'esterno, scoprendo in qual modo il conflitto, la lotta, il dolore esistano esteriormente; investigandoli sempre più, si perverrà naturalmente a quegli stati psicologici che determinano i conflitti e le miserie esteriori. L'espressione esteriore è soltanto un indice del nostro stato interiore, ma per comprendere quest'ultimo è necessario accostarvisi attraverso il primo. Moltissimi tra noi lo fanno. Comprendendo l'interiorità – non esclusivamente, non respingendo l'esterno, ma intendendo invece l'esterno e attraverso di esso giungendo all'interiorità – scopriremo che, nel procedimento di investigare le complessità interiori del nostro essere, diverremo sempre più sensibili, sempre più liberi. Ed è questa semplicità interiore che è tanto essenziale, poiché tale semplicità crea la sensibilità. Una mente non sensibile, una mente che non stia in guardia, priva di consapevolezza, è incapace di qualsiasi ricettività, di qualsiasi azione creativa. Il conformismo, inteso come mezzo per renderci semplici, rende in realtà la mente ed il cuore sordi, insensibili. Qualsiasi forma di costrizione autoritaria, imposta dal governo, da se stessi, da un ideale e così via, qualsiasi forma di conformismo, determinerà necessariamente insensibilità, determinerà l'impossibilità di essere interiormente semplici. All'esterno, potrete conformarvi, e dare l'impressione della semplicità, come fanno tante persone religiose. Esse praticano varie discipline, si affiliano ad organizzazioni diverse, meditano in una maniera particolare e così via: dando tutte un'impressione di semplicità; ma un cosiffatto conformismo non dà luogo a semplicità. La costruzione, di qualsiasi tipo, non condurrà mai alla semplicità. Al contrario, quanto più sopprimerete, quanto più sostituirete, quanto più sublimerete, tanto meno avrete semplicità; ma quanto più intenderete il processo del sublimare, del sopprimere, del sostituire, tanto maggiore sarà la possibilità di essere semplici. I nostri problemi – problemi sociali, ambientali, politici, religiosi – sono complessi a tal punto che potremo risolverli soltanto essendo semplici, e non certo diventando straordinariamente valenti ed eruditi. Una persona semplice vede in modo assai più diretto, possiede un'esperienza assai più immediata di una persona complessa. Le nostre menti sono tanto gremite di nozioni infinite sui fatti, di quanto altri hanno detto, che siamo ormai incapaci di esser semplici e di avere noi stessi esperienze dirette. Questi problemi esigono un atteggiamento nuovo; e possono essere affrontati in modo nuovo soltanto se saremo semplici: realmente semplici interiormente. Tale semplicità nasce dalla conoscenza di sé, dal comprendere noi stessi; i modi del nostro pensare e sentire; i moti dei nostri pensieri; le nostre reazioni, la maniera in cui ci conformiamo, attraverso il timore, all'opinione pubblica, a quanto dicono gli altri, a quanto hanno detto il Buddha, il Cristo, i grandi santi: e tutto ciò tradisce la nostra inclinazione a conformarci, a sentirci sicuri, ad essere al riparo. Quando si cerca la sicurezza, ovviamente ci si trova in una condizione di timore, e pertanto non vi è semplicità. Senza essere semplici, non si potrà essere sensibili: agli alberi, agli uccelli, alle montagne, al vento, a tutte le cose che vanno accadendo intorno a noi nel mondo. Se non si è semplici non si potranno cogliere i segni interiori delle cose. La maggior parte di noi vive con tale superficialità, ai livelli superiori della coscienza; a questi livelli cerchiamo di essere intelligenti o profondi, il che è sinonimo dell'essere religiosi; a tali livelli cerchiamo di rendere semplici le nostre menti, attraverso la costrizione, la disciplina. Ma non è questa la semplicità. Quando costringiamo ad essere semplici i livelli superiori della mente, tale costrizione non fa che irrigidire la mente, non la rende docile, chiara, pronta. Essere semplici nell'intero e totale processo della nostra coscienza è estremamente arduo; poiché non dev'esservi alcuna riserva interiore, ed è necessaria un'urgenza di scoprire, investigare il processo del nostro essere, il che significa essere attenti a ogni segno, a ogni traccia; esser consapevoli dei nostri timori e speranze, e investigarli e liberarcene sempre più, sempre più. Soltanto allora, soltanto quando la mente ed il cuore saranno realmente semplici, senza incrostazioni, saremo capaci di risolvere i numerosi problemi che stanno dinanzi a noi. La conoscenza non li risolverà. Forse sapete, per esempio, che esiste la reincarnazione, che dopo la morte vi è continuazione. Forse lo sapete, non dico che lo sappiate; oppure, potete esserne convinti. Ma ciò non risolve il problema. La vostra teoria non differirà la morte; né la conoscenza, né la convinzione. Essa è assai più misteriosa, assai più profonda, assai più creativa. Si deve possedere la capacità di investigare da principio tutte queste cose; perché soltanto attraverso l'esperienza diretta si risolveranno i vostri problemi; e dovrete possedere semplicità, vale a dire sensibilità, per avere esperienza diretta. Il peso della conoscenza rende sorda la mente. Il passato, il futuro rendono sorda la mente. Soltanto la mente capace di adattarsi continuamente al presente, di momento in momento, potrà affrontare le influenze e le pressioni potenti cui ininterrottamente il nostro ambiente ci sottopone. Così, religioso non è chi indossa la tonaca o si cinga di lombi, o campi di un solo pasto al giorno, o abbia fatto innumerevoli voti di essere questo e non essere quello, ma chi è semplice interiormente, chi non sta diventando nulla. Una mente cosiffatta è capace di una ricettività straordinaria, poiché non vi è barriera, non vi è timore, non si persegue nulla; e pertanto si è capaci di ricevere la grazia, Dio, la verità, o ciò che vorrete. Ma una mente che persegua la realtà non è semplice. Una mente che si conformi a un qualsiasi schema o autorità, interiore o esteriore, non potrà essere sensibile. E soltanto quando una mente è realmente sensibile, vigile, consapevole di tutto ciò che accade dentro di lei, delle sue reazioni e dei suoi pensieri, soltanto quando non sta più diventando alcunché, né figurandosi di essere qualche cosa: soltanto allora una mente sarà capace di ricevere la verità. E soltanto allora potrà esservi felicità, perché la felicità non è un fine: è il risultato della realtà. Quando la mente e il cuore sono divenuti semplici e dunque sensibili – non mediante una forma qualsiasi di costrizione, di direzione, di imposizione – allora vedremo che i nostri problemi potranno affrontarsi in modo assai agevole. Per quanto siano complessi, saremo in grado di affrontarli in modo nuovo e di vederli diversamente. Questo occorre nell'epoca presente: persone capaci di affrontare in modo nuovo, creativo, semplice questa confusione, questo tumulto, questo antagonismo esteriore: e non con teorie né formule, né di destra né di sinistra. Non si può affrontare in modo nuovo tutto questo se non si è semplici. Un problema non si risolve che affrontandolo in questo modo. Non potremo affrontarlo in modo nuovo se penseremo nei termini di determinati schemi di pensiero, religiosi, politici o di altro genere. Perciò dovremo liberarci di tutte queste cose, per essere semplici. Ecco perché è tanto importante essere consapevoli, possedere la capacità di intendere il processo del nostro stesso pensiero, conoscere totalmente noi stessi; da ciò nasce una semplicità, nasce un'unità che non è una virtù o una pratica. L'unità conquistata con fatica cessa di essere tale. Una mente che si fa umile non sarà più umile. Soltanto quando si possiede l'umiltà senza averla coltivata, si è capaci di affrontare le cose della vita che premono su di noi, poiché allora non si è importanti, non si guarda attraverso le proprie pressioni od il senso del proprio valore; si guarda al problema in se stesso e si è, così, capaci di risolverlo.

12 – La consapevolezza

Conoscere noi stessi significa conoscere il nostro rapporto col mondo: non solo col mondo delle idee e delle persone, ma anche con la natura, con le cose che possediamo. È questa la nostra vita: essendo, la vita, relazione rispetto al tutto. Comprendere tale relazione esige specializzazione? Senza dubbio, no. Ciò che esige è consapevolezza, capacità di affrontare la vita nel suo insieme. Come si diventa consapevoli? Questo è il nostro problema. Come si giunge a quella consapevolezza, se pure posso impiegare questo termine senza che esso significhi specializzazione? In quale modo si sarà capaci di affrontare la vita come un tutto? Poiché ciò significa non soltanto rapporto personale col nostro vicino, ma anche con la natura, con le cose che possediamo, con le idee, e con ciò che la mente produce illusoriamente, il desiderio e così via. Come diverremo consapevoli di questo processo integrale di relazioni? Senza dubbio è questa la nostra vita: non vi pare? Non vi è vita senza relazione; ed intendere tale rapporto non significa isolamento. Al contrario, esige un riconoscimento pieno, una consapevolezza cioè, del processo totale del rapporto. Come saremo consapevoli? In qual modo siamo consapevoli di qualche cosa? Come siete consapevoli degli alberi, del canto di un uccello? Come siete consapevoli delle vostre reazioni quando leggete un giornale? Siamo consapevoli delle reazioni superficiali della mente, quanto lo siamo di quelle interiori? In che modo siamo consapevoli di qualcosa? Anzitutto, siamo consapevoli, di una reazione ad uno stimolo, il che è un fatto ovvio; vedo gli alberi, e vi è una reazione; quindi sensazione, contatto, identificazione e desiderio. È questo il processo ordinario, non è così? Possiamo osservare quanto si verifica in realtà, senza studiarlo su nessun libro. Così, attraverso l'identificazione, sentiamo piacere o dolore. E la nostra "bravura", la nostra "abilità" consiste appunto in questo mirare al piacere e ad evitare il dolore: non è così? Se ci interessa qualcosa, se qualcosa ci dà piacere, 1'"abilità" è immediata: vi è una immediata consapevolezza di quel fatto; ma se si tratta di cosa penosa, la nostra "bravura" si esplica nell'evitarla. Finché considereremo la nostra "abilità", la nostra capacità di comprendere noi stessi, ritengo che saremo fuori strada: perché la comprensione di noi stessi non dipende dalla nostra abilità. Non è una tecnica da sviluppare, coltivare ed accrescere col tempo, affinandola costantemente. Tale consapevolezza di sé senza dubbio può venir verificata nell'azione in rapporto agli altri; può venir verificata attraverso il modo in cui parliamo, in cui ci comportiamo. Consideratevi senza procedere ad alcuna identificazione, senza alcun confronto, senza alcuna condanna; guardatevi, semplicemente: e vedrete che ha luogo qualche cosa di straordinario. Non soltanto porrete termine ad un'attività inconscia – perché moltissime delle nostre attività sono inconsce – non soltanto, dunque, vi porrete fine, ma, inoltre, sarete consapevoli dei motivi di quell'azione, senza investigarla, senza scavarvi dentro. Quando si è coscienti, si vede l'intero processo del nostro pensare ed agire; ma ciò può accadere soltanto quando non si formula alcuna condanna. Se condanno qualcosa, non l'intendo: ed è un modo per evitare qualsiasi forma di comprensione. Penso che moltissimi fra noi lo facciano apposta: condanniamo immediatamente e riteniamo di aver compreso. Se non condanniamo, se invece consideriamo, se siamo coscienti, allora il contenuto, il significato di quell'azione comincerà a svelarcisi. Fatene l'esperienza, e lo vedrete. Siate semplicemente consapevoli, senza alcun senso di giustificazione: anche se ciò può apparire negativo, non lo è. Al contrario, possiede la qualità della passività, che è azione diretta; e voi lo scoprirete, lo sperimenterete. Dopo tutto, se si vuole intendere qualcosa, ci si deve porre in uno stato di passività, non vi sembra? Non si può continuare a pensare a quella cosa, a specularvi sopra, a dubitarne. Si dovrà essere sensibili quanto basta per recepirne il contenuto, come se si fosse lastre fotografiche sensibili. Se desidero comprendervi, dovrò essere consapevole in modo passivo; allora comincerete a raccontarmi tutta la vostra storia. Senza dubbio non si tratta di abilità o di specializzazione. In tale processo cominceremo ad intendere noi stessi: e non soltanto gli strati superficiali della nostra coscienza, ma quelli più profondi, il che è assai importante; poiché là si trovano tutti i nostri motivi e intenzioni, le nostre esigenze celate e confuse, le nostre ansietà, i timori, gli appetiti. All'esterno forse li teniamo tutti sotto controllo; ma all'interno ribollono. Finché, mediante la consapevolezza, non saranno stati completamente intesi, ovviamente non potrà esservi libertà, né felicità, né intelligenza. L'intelligenza è questione di specializzazione? essendo appunto l'intelligenza la consapevolezza totale del nostro processo. E tale intelligenza va coltivata mediante una qualche forma di specializzazione? Perché è proprio ciò che accade, non è vero? Preti, dottori, ingegneri, industriali, uomini d'affari, professori – abbiamo la mentalità di tutte queste specializzazioni. Per realizzare la forma suprema dell'intelligenza – che è la verità, che è Dio, che non è descrivibile – per realizzarla, riteniamo di dover fare di noi stessi degli specialisti. Studiamo, brancoliamo, cerchiamo; e, con la mentalità dello specialista o con lo sguardo volto allo specialista, studiamo noi stessi per sviluppare una certa abilità, che ci aiuti a districare i nostri conflitti e le nostre miserie. Il nostro problema è, se si possieda una qualche consapevolezza, è se i conflitti e le miserie e le pene della nostra esistenza quotidiana possano venire risolti da altri; se così non è, come ci sarà possibile affrontarli? Comprendere un problema esige ovviamente una certa intelligenza, e tale intelligenza non si può ricavare né coltivare mediante la specializzazione: nasce soltanto quando siamo passivamente consapevoli di noi stessi senza alcun preconcetto, senza aver deciso che cosa sia giusto e che cosa sia ingiusto. Se si è consapevoli passivamente, si vede che, sulla base di tale passività – che non è ignavia, che non è sonno, che è vigilanza estrema – il problema possiede un significato del tutto diverso; il che significa che non vi è più identificazione col problema e perciò non vi è più giudizio, e dunque il problema comincia a rivelare il proprio contenuto. Se sarete capaci di farlo costantemente, continuamente, allora qualsiasi problema troverà una soluzione fondamentale, non superficiale. Qui è la difficoltà, perché molti fra noi sono incapaci di essere passivamente consapevoli, di lasciare che il problema racconti la propria storia senza che noi la interpretiamo. Non sappiamo come guardare spassionatamente ad un problema. Non ne siamo capaci, sfortunatamente, perché esigiamo un risultato dal problema, vogliamo una risposta, perseguiamo un fine; oppure cerchiamo di tradurre il problema secondo il nostro piacere o il nostro dolore; oppure abbiamo una risposta pronta sul modo di trattare il problema. Perciò ci accostiamo ad un problema che è sempre nuovo secondo lo schema antico. La sfida è sempre nuova, ma la risposta nostra è sempre antica; e la nostra difficoltà è di rispondere adeguatamente, vale a dire compiutamente, alla sfida. Il problema è sempre un problema di relazione: con le cose, con le persone e con le idee; altro problema non esiste; e affrontare il problema della relazione, con le sue esigenze che variano costantemente – affrontarlo nel modo giusto, nel modo adeguato – comporta essere passivamente consapevoli. Tale passività non è questione di intenzionalità, di volontà, di disciplina; anzitutto dovremo esser consapevoli del fatto che non siamo passivi. Essere consapevoli del fatto che vogliamo una risposta particolare ad un problema particolare: senza dubbio è questo l'inizio: conoscere noi stessi in relazione al problema ed al modo in cui lo affrontiamo. Allora, quando cominceremo a conoscere noi stessi in rapporto al problema – a conoscere il modo in cui reagiamo, quali siano i nostri svariati pregiudizi, esigenze, finalità nell'affrontare quel problema – allora questa consapevolezza rivelerà il processo del nostro proprio pensare, della nostra natura intima; e in ciò è liberazione. Quel che importa, senza dubbio, è essere consapevoli senza scelta, poiché la scelta comporta conflitto. Chi sceglie è confuso, e perciò sceglie; se non c'è confusione non c'è scelta. Solo chi è confuso sceglie quel che deve o non deve fare. Chi è invece chiaro e semplice non sceglie; ciò che è, è. L'azione fondata su un'idea ovviamente è un atto di scelta, e tale atto non è liberatorio; al contrario, non fa che creare ulteriore resistenza, ulteriore conflitto, secondo quel pensiero condizionato. E dunque quel che importa è essere consapevoli, di momento in momento, senza accumulare l'esperienza che la consapevolezza comporta; perché, nel momento in cui si accumula si è consapevoli soltanto secondo quell'accumulazione, quello schema, quell'esperienza. Vale a dire, la vostra consapevolezza è condizionata da quell'accumulazione, e pertanto non si ha osservazione ma soltanto traduzione. Dove c'è traduzione, c'è scelta, e la scelta crea conflitto; entro il conflitto non può esistere intendimento alcuno. La vita è una questione di rapporti; e per comprendere tali rapporti, che non sono statici, occorre una consapevolezza docile, una consapevolezza vigile e insieme passiva, non aggressivamente attiva. Come vi ho detto, questa consapevolezza passiva non nasce da alcuna forma di disciplina, da alcuna pratica. Consiste semplicemente nell'essere consapevoli, di momento in momento, del nostro pensare e sentire, non soltanto quando siamo svegli; poiché vedremo, affrontando l'argomento con maggiore profondità, che cominceremo a sognare, che cominceremo a dar fuori tutti i tipi di simboli che traduciamo in sogni. In questo modo apriremo la porta sull'ignoto, che diverrà, così, noto; ma per rinvenire l'ignoto, dovremo valicare quella porta: e senza dubbio è questa la nostra difficoltà. La realtà non è qualcosa che la mente possa conoscere, perché la mente è il risultato di quanto conosciamo, del passato; perciò la mente deve comprendere se stessa e il proprio funzionamento, la propria verità; e soltanto allora sarà possibile che l'ignoto sia.

13 – Il desiderio

Per la maggior parte di noi, il desiderio è un vero problema: desiderio di possedere, desiderio di emergere, desiderio di potere, di agio, d'immortalità, di continuarsi, desiderio di essere amati, di possedere qualcosa permanentemente, di soddisfarsi, di durare, di qualcosa che sia di là dal tempo. Ora, cos'è il desiderio? Che cos'è questa cosa che ci costringe? Non sto suggerendo che ci si debba accontentare di quanto si possiede o di quanto si è, che è semplicemente l'opposto di quanto si desidera. Cerchiamo di scoprire che cosa sia il desiderio, e se potremo affrontare l'argomento per tentativi, con esitazione, credo che determineremo una trasformazione, che non sarà soltanto la pura sostituzione di un oggetto di desiderio ad un altro. È questo che generalmente intendiamo per "mutamento", non è così? Insoddisfatti di un oggetto particolare del desiderio, ne troviamo un sostituto. Ci muoviamo senza tregua da un oggetto di desiderio ad un altro, che riteniamo più elevato, più nobile, più raffinato; ma, per quanto raffinato, il desiderio resta desiderio, e in tale movimento del desiderio vi è lotta senza fine, conflitto degli opposti. Non è importante, dunque, trovare che cosa sia il desiderio e se esso possa trasformarsi? Che cos'è il desiderio? Non è il simbolo e la sua sensazione? Il desiderio è una sensazione senza l'oggetto che esso persegue. Esiste desiderio senza un simbolo e la sua sensazione? Senza dubbio, no. Il simbolo può essere un quadro, una persona, una parola, un nome, un'immagine, un'idea che mi dia una sensazione, che mi faccia sentire che mi piace o non mi piace; se la sensazione è piacevole, desidero conseguire, possedere, attaccarmi al suo simbolo e persistere in tale piacere. Di tempo in tempo, secondo le mie inclinazioni ed intensità, cambio di quadro, di immagine, di oggetto. Mi sento sazio, saturo di una forma di piacere; così cerco una sensazione, un'idea, un simbolo nuovi. Respingo la sensazione antica e ne assumo una nuova, con nuove parole, nuovi significati, esperienze nuove. Respingo l'antica e miro alla nuova, che a mio parere è più elevata, più nobile, più soddisfacente. Così, nel desiderio vi è una resistenza ed un assenso, che coinvolge una tentazione; e naturalmente, nel perseguire un simbolo particolare del desiderio, vi è sempre il timore della frustrazione. Se osservo l'intero processo del desiderio, in me stesso, scopro che vi è sempre un oggetto verso il quale la mia mente si tende per trarne ulteriori sensazioni, e che in tale processo sono coinvolte resistenza, tentazione e disciplina. Si ha percezione, sensazione, contatto e desiderio; e la mente diviene lo strumento meccanico di tale processo, nel quale i simboli, le parole, gli oggetti costituiscono il centro intorno al quale si costruisce ogni desiderio, ogni perseguimento, ogni ambizione; quel centro è il "me". Potrò dissolvere quel centro del desiderio: non un desiderio particolare, non un appetito o passione particolare, ma la struttura intera del desiderio, della brama, della speranza, dove è insita sempre la paura della frustrazione? Più sarò frustrato, più forza conferirò al "me". Finché vi sarà speranza, finché vi sarà brama, resterà sempre lo sfondo della paura, che a sua volta rafforzerà quel centro. E la rivoluzione sarà possibile soltanto realizzandola in quel centro, e non alla superficie, che altro non è se non un processo distrattivo, un mutamento affiorante che conduce a un'azione fallace. Quando sono consapevole di tutta questa struttura del desiderio, vedo in qual modo la mia mente sia divenuta un centro morto, un processo meccanico della memoria. Stanco di un desiderio, automaticamente desidero soddisfarmi in un altro. La mia mente sta sempre sperimentando in termini di sensazione, è lo strumento della sensazione. Annoiato di una sensazione particolare, ne cerco una nuova, che può essere quanto chiamo l'esperienza di Dio; ma è pur sempre una sensazione. Ne ho abbastanza di questo mondo, e del suo travaglio, e desidero pace, quella pace che dura per sempre; e perciò medito, controllo, modello la mia mente per sperimentarla. Ma lo sperimentare questa pace è pur sempre sensazione. Così la mia mente è lo strumento meccanico della sensazione, della memoria, è un centro morto dal quale agisco e penso. Gli oggetti che perseguo sono proiezioni della mia mente, in quanto sono simboli dai quali essa trae sensazioni. La parola "Dio", la parola "amore", la parola "comunismo", la parola "democrazia", la parola "nazionalismo" sono tutti simboli che danno alla mente alcune sensazioni, e cui perciò la mente si accosta. Come ben sappiamo, voi ed io, qualsiasi sensazione fatalmente ha un termine, e così siamo costretti a passare da una sensazione ad un'altra; ed ogni sensazione rafforza l'abitudine di perseguire altre sensazioni. Così la mente diventa un puro strumento della sensazione e della memoria, e in questo processo ci troviamo catturati. Finché la mente cerca ulteriore esperienza, potrà pensare soltanto in termini di sensazione; e qualsiasi esperienza che possa essere spontanea, creativa, vitale, veramente nuova, viene immediatamente ridotta a sensazione, e persegue quella sensazione, ed infine, così, si fa memoria. Perciò l'esperienza è morta, e la mente diventa semplicemente una palude stagnante del passato. Se lo abbiamo investigato profondamente, ci sentiremo familiari con questo processo; e, a quanto pare, siamo incapaci di andare oltre. Vogliamo andare oltre, perché siamo stanchi di questo itinerario senza fine, di questo meccanico perseguire la sensazione; così la mente proietta l'idea di verità, di Dio; sogna di un mutamento vitale, sogna di svolgere in tale mutamento ruolo di protagonista, e così via via. Perciò uno stato creativo non esiste mai. In me stesso vedo che prosegue questo processo del desiderare, che è meccanico, che è iterativo, che mi imprigiona la mente in una vicenda di routine, e ne fa il centro morto del passato, nel quale non può darsi alcuna spontaneità creativa. Ma esistono pure momenti creativi subitanei, nati da ciò che non appartiene alla mente, che non è della memoria, che non risale alla sensazione o al desiderio. Il nostro problema, perciò, è di comprendere il desiderio; non di comprendere quanto lontano dovrei spingermi o a qual punto dovrei arrestarmi, ma intendere l'intero processo del desiderio, le passioni, le brame, gli appetiti brucianti. Moltissimi fra noi ritengono che possedere poco comporti libertà dal desiderio: e quanto veneriamo coloro che possiedono veramente poco! Una semplice fascia intorno ai lombi, una tonaca, simboleggia il nostro desiderio di liberarci dal desiderio; ma si tratta pur sempre di una reazione assai superficiale. Perché cominciare al livello superficiale, col rinunciare ai beni esteriori, quando la mente stessa è intrisa di desideri innumerevoli, di voglie senza fine, di fedi, di lotte? Senza dubbio è là che la rivoluzione deve verificarsi, non nel determinare la misura dei nostri pasti. Ma noi restiamo impressionati da queste cose, per l'estrema superficialità delle nostre menti. Il vostro ed il mio problema è vedere se la mente potrà mai liberarsi dal desiderio, dalla sensazione. Senza dubbio il creare nulla ha a che vedere con la sensazione; la realtà, Dio, o quel che volete, non è una condizione sperimentabile come sensazione. Quando sperimentate, che cosa accade? L'esperienza vi ha dato una certa sensazione, un senso di depressione o di esaltazione. Naturalmente, cercherete di evitare, di eliminare la condizione depressiva; ma se si tratta invece di una gioia, di un senso di esaltazione, la perseguirete. La vostra esperienza ha prodotto una sensazione piacevole e ne volete ancora; e questo "ancora" rafforza il centro morto della mente, che avidamente persegue sempre esperienze nuove. Perciò la mente non potrà sperimentare nulla di nuovo, sarà incapace di sperimentarlo, poiché il suo modo di affrontare la questione passa pur sempre attraverso la memoria ed il riconoscimento; e quanto viene riconosciuto attraverso la memoria non è verità, creazione, realtà. Una mente cosiffatta non potrà sperimentare la realtà; potrà sperimentare unicamente la sensazione, e la creazione non è sensazione, ma qualcosa che è ininterrottamente nuovo di momento in momento. Mi rendo conto ora della condizione della mia mente; vedo che essa è lo strumento della sensazione e del desiderio, o piuttosto che essa è la sensazione e il desiderio, e che si trova meccanicamente imprigionata entro una routine. Una mente cosiffatta sarà sempre incapace di recepire o sentire il nuovo; poiché il nuovo ovviamente dovrà essere qualcosa che vada oltre la sensazione, la quale sarà sempre l'antico. Così questo processo meccanico, con le sue sensazioni, dovrà terminare, non è così? Desiderare di più, perseguire simboli, parole, immagini con le loro sensazioni: tutto ciò deve giungere a termine. Soltanto allora sarà possibile che la mente si trovi in quella condizione di creatività, nella quale possa sempre nascere il nuovo. Se lo comprenderete senza lasciarvi ipnotizzare dalle parole, dalle abitudini, dalle idee, se vedrete quanto è importante che il nuovo prema costantemente sulla vostra mente, allora, forse, comprenderete il processo del desiderio, della routine, del tedio, della brama costante di sperimentare. Allora, a mio avviso, comincerete a vedere che il desiderio ha scarsissimo significato nella vita, per chi realmente cerchi. Senza dubbio esistono certe necessità fisiche: cibo, veste, riparo, e tutto il resto. Ma esse non diverranno mai appetiti psicologici, cose sulle quali la mente costruisca se stessa come centro del desiderio. Al di là delle esigenze fisiche, qualsiasi forma di desiderio – desiderio di grandezza, di verità, di virtù – si trasforma in un processo psicologico mediante il quale la mente costruisce l'idea del "me" e si rafforza al centro. Quando vedrete questo processo, quando ne sarete realmente consapevoli senza opposizione, senza tentazioni, senza resistenza, senza giustificarlo o giudicarlo, allora scoprirete che la mente è capace di recepire il nuovo e che il nuovo non è mai una sensazione; e pertanto non potrà mai venire riconosciuto, risperimentato. È una condizione dell'essere nella quale la creatività nasce senza invito, senza memoria; e questa è la realtà.

14 – Relazione e isolamento

La vita è esperienza, esperienza di relazione. Non si può vivere isolati; così la vita è relazione, e la relazione è azione. E come si può possedere quella capacità di intendere la relazione, nella quale consiste la vita? Relazione non significa, forse, oltre che comunione con la gente, anche intimità con le cose e le idee? La vita è relazione, il che si esprime mediante il contatto con le cose, le persone e le idee. Comprendendo la relazione troveremo la capacità di affrontare pienamente, adeguatamente la vita. Pertanto il nostro problema non è la nostra capacità – poiché la capacità non è dipendente dalla relazione – ma piuttosto la comprensione della relazione stessa, che naturalmente produrrà la capacità di corrispondervi, adeguarvisi, rispondervi prontamente. Senza dubbio la relazione è lo specchio nel quale si scopre se stessi. Senza relazione non si è; essere equivale ad essere in rapporto; essere in rapporto è esistere. Si esiste soltanto in relazione: altrimenti non si esiste, l'esistenza non ha significato. Non è perché pensate di essere che giungete ad esistere. Esistete perché siete in relazione; ed è la mancanza di relazione che provoca conflitto. Ora, non si comprende la relazione, perché la si impiega semplicemente come un mezzo per perseguire le nostre conquiste, le nostre trasformazioni, il nostro divenire. Ma la relazione è un mezzo di autoscoperta, poiché la relazione equivale ad essere; essa è l'esistenza. Senza relazione, io non sono. Per comprendermi, devo comprendere la relazione. La relazione è uno specchio nel quale posso vedere me stesso. Tale specchio può essere distorto, oppure può essere "com'è", riflettendo ciò che è. Ma la maggior parte di noi nella relazione, in quello specchio, vedono solo ciò che preferirebbero vedere; non vedono ciò che è. Preferiamo idealizzare, evadere, vivere nel futuro piuttosto che comprendere quella relazione nel presente immediato. Ora, se esaminiamo la nostra vita, il nostro rapporto con gli altri, vedremo che si tratta di un processo di isolamento. In realtà non ci occupiamo l'uno dell'altro; e sebbene se ne parli moltissimo, in realtà non siamo interessati agli altri. Restiamo in rapporto con gli altri finché tale rapporto ci offre un vantaggio, un rifugio, finché insomma offre soddisfazione. Ma nel momento in cui vi è disturbo nel rapporto, tale da produrre in noi disagio, scartiamo quel rapporto. In altri termini, vi è rapporto soltanto finché se ne trae qualche remunerazione. Ciò può sembrare sgradevole, ma se realmente esaminerete la vostra vita da vicino, vedrete che è un fatto; ed evadere a un fatto significa vivere nell'ignoranza, attraverso la quale non si porrà mai alcun vero rapporto. Se guardiamo entro le nostre vite e consideriamo la relazione, vediamo che si tratta di un processo fatto per costruire una resistenza contro gli altri, di un muro al di sopra del quale osserviamo e guardiamo gli altri; ma quel muro lo manteniamo sempre, e restiamo dietro di esso, si tratti di un muro psicologico, di un muro materiale, di un muro economico o di un muro nazionale. Finché vivremo nell'isolamento, al di là di un muro, non vi sarà rapporto con gli altri; e vivremo rinchiusi, perché ciò è assai più soddisfacente, perché riteniamo che sia di gran lunga più sicuro. Il mondo ci spezza a tal punto, vi è tanta angoscia, tanto dolore, guerra, distruzione, miseria, che desideriamo evadere, e trincerarci all'interno dei muri di sicurezza della nostra personale psicologia. Così la relazione per la maggior parte di noi è in realtà un processo di isolamento, e ovviamente tale reazione costruisce una società pur essa isolante. È esattamente quanto accade in tutto il mondo: si resta in isolamento e si tende la mano di là dal muro, chiamandolo nazionalismo, fraternità o ciò che volete, mentre in concreto i governi sovrani, e gli eserciti, continuano. Seguitando ad aggrapparsi alle proprie limitazioni, si pensa di poter creare l'unità mondiale, la pace mondiale: il che è impossibile. Finché vi sarà una frontiera, sia essa nazionale, economica, religiosa, o sociale, è ovvio che non potrà esservi pace nel mondo. Il processo dell'isolamento fa parte del processo del perseguimento del potere; lo si persegua individualmente o in nome di un gruppo razziale o nazionale, l'isolamento è inevitabile, perché il desiderio stesso di potere, il desiderio di acquisire posizioni, è separatismo. Dopo tutto è ciò che ciascuno di noi vuole, non è così? Ciascuno vuole una posizione di potenza dalla quale dominare, sia in casa propria, sia in ufficio, sia in un regime burocratico. Tutti cercano il potere, e cercandolo fondano una società che si basa sul potere, militare, industriale, economico e così via: il che è, pur esso, ovvio. Non è forse isolante, per sua stessa natura, il desiderio di potere? A me pare di estrema importanza intendere questo punto, poiché chi miri alla pace del mondo, chi persegua un mondo nel quale non vi siano guerre, non vi sia spaventosa distruzione, non vi sia più miseria catastrofica a scala incommensurabile, deve comprendere questo problema fondamentale: non sembra anche a voi? Chi prova affetto e gentilezza non ha alcun senso di potere; e pertanto un uomo di questo tipo non è legato ad alcun nazionalismo, a nessuna bandiera. Non ha bandiere. La vita in isolamento non esiste: non vi è un paese, non vi è popolo, non vi è individuo che possa vivere isolato; eppure, poiché si cerca il potere in tanti modi diversi, si alimenta l'isolamento. Il nazionalista è una vera maledizione perché, proprio a causa del suo spirito nazionalistico e patriottico, crea un muro di isolamento. Si identifica a tal punto con il proprio paese, da costruire un muro contro un altro paese. Che cosa accade quando si costruisce un muro contro qualche cosa? Accade che quella cosa batte continuamente al vostro muro. Quando si resiste a qualcosa, la stessa resistenza dimostra che ci si trova in conflitto con l'altro. Perciò il nazionalismo, che è un processo di isolamento, derivante dal perseguimento del potere, non potrà portare al mondo la pace. Chi sia nazionalista e parli di fraternità mente; vive in contraddizione. Si può vivere al mondo senza desiderare il potere, senza voler attingere una posizione, un'autorità? Senza dubbio, si può. E lo si fa quando non ci si identifica con qualche cosa di più grande. Questa identificazione con qualcosa di più grande di noi – un partito, un paese, una razza, una religione, Dio – è perseguimento del potere. Poiché, se in voi stessi sarete vuoti, sordi, deboli, vi piacerà identificarvi con qualcosa di più grande di voi; e tale desiderio di identificazione equivale al desiderio di potere. La relazione è un processo di autorivelazione, e, se non si conosce se stessi, i modi del proprio cuore e della propria mente, avrà ben poco significato la fondazione di un ordine esteriore, di un sistema, di una forma intelligente. Ciò che importa è comprendere se stessi in relazione con gli altri. Allora la relazione diventa non un processo di isolamento, ma un movimento nel quale si scoprono i propri stessi motivi, i propri pensieri, le proprie tendenze; e questa scoperta in se stessa è l'inizio della liberazione, l'inizio della trasformazione.

15 – Chi pensa e il pensiero

In tutte le nostre esperienze, vi è sempre chi sperimenta, chi osserva, chi si raccoglie sempre più in se stesso o chi nega se stesso. Non è questo un processo errato, non è forse un intento che non conduce a uno stato creativo? Se è un processo errato, è possibile eliminarlo completamente, rimuoverlo? Potrà accadere soltanto quando non sperimenterò al modo in cui sperimenta chi pensa, ma sarò cosciente della falsità del processo e mi renderò conto del fatto che vi è un unico stato nel quale chi pensa coincide con il pensare. Finché sperimenterò, finché sarò in divenire, necessariamente si avrà questa azione dualistica; dovrà esservi il pensatore ed il pensiero, due separati processi all'opera contemporaneamente; non vi sarà integrazione, ma un centro che opererà mediante la volontà d'azione per essere o non essere: collettivamente, individualmente, nazionalmente e così via. A scala universale, il processo è questo. Finché uno sforzo si ripartisce tra lo sperimentatore e l'esperienza, un deterioramento è inevitabile. L'integrazione è possibile soltanto quando chi pensa non è più chi osserva. Vale a dire, ora sappiamo che esistono il pensatore ed il pensiero, l'osservatore e la cosa osservata, lo sperimentatore e l'esperienza; esistono due stati diversi. Miriamo a stabilire un ponte tra l'uno e l'altro. La volontà di agire è sempre dualistica. È possibile andare al di là di essa, che è fatta per separare, e scoprire uno stato nel quale quell'azione dualistica non abbia luogo? Lo potremo scoprire soltanto quando sperimenteremo direttamente una condizione nella quale il pensatore sia il pensiero stesso. Attualmente riteniamo che il pensiero sia diverso da chi pensa: ma è proprio così? Ci piace presumere che sia così, poiché in tal caso chi pensa può sviscerare i vari argomenti mediante il proprio pensiero. Sforzo di chi pensa è crescere o diminuire; e pertanto, in questa lotta, in quest'azione della volontà, nel "diventare", vi è sempre un fattore di deterioramento; stiamo perseguendo un processo falso, non un processo vero. Vi è distinzione tra chi pensa ed il pensiero? Finché saranno separati, divisi, il nostro sforzo andrà perduto; stiamo perseguendo un processo falso, distruttivo, nel quale appunto consiste il fattore di deterioramento. Riteniamo che chi pensa sia qualcosa di separato rispetto al suo pensiero. Quando scopro di essere avido, possessivo, brutale, penso che non dovrei essere tutto ciò. Allora chi pensa cerca di alterare i propri pensieri, e pertanto fa uno sforzo per "diventare"; in tale processo forzoso persegue la falsa illusione che esistano due processi separati, mentre non ve ne è che uno. Credo che qui stia il fattore fondamentale di deterioramento. È possibile sperimentare la condizione nella quale vi è un'unica entità, e non due processi separati, lo sperimentatore e l'esperienza? Se è possibile, forse troveremo che cosa sia essere creativi, e quale sia la condizione in cui non possa darsi mai alcun deterioramento, qualunque sia la relazione in cui l'uomo si possa trovare. Sono avido. Io e l'avidità non costituiamo due stati diversi; vi è un unico stato, ed è l'avidità. Se sono consapevole di essere avido, che cosa accade? Mi sforzo di non esserlo, per ragioni sia sociologiche che religiose; tale sforzo si svilupperà sempre entro un piccolo, limitato cerchio; potrò estenderlo, tale cerchio, ma resterà pur sempre limitato. Perciò, ecco il fattore di deterioramento. Ma quando osservo la questione più da vicino e più in profondo, vedo che chi compie lo sforzo è la causa dell'avidità, che egli è l'avidità stessa; e vedo pure che non vi sono un"io" e l'avidità, esistenti separatamente; ma unicamente l'avidità. Se mi rendo conto di essere avido, del fatto che non vi è un osservatore avido, ma che io stesso sono l'avidità, allora tutto il problema è interamente diverso; e la nostra risposta sarà interamente diversa; allora, il nostro sforzo non sarà distruttivo. Che cosa farete quando tutto il vostro essere sia avidità, quando, qualsiasi azione facciate, sia avidità? Sventuratamente, non pensiamo mai secondo questa linea. Vi è l'"io", l'entità superiore, il gendarme che controlla, domina. Secondo me tale processo è distruttivo. È un'illusione, e sappiamo perché la nutriamo. Mi ripartisco, in uno strato elevato ed uno basso, per poter continuare. Se invece vi è soltanto, completamente, l'avidità, e non un "io" che agisce avidamente, se sono io stesso, interamente, avidità, in tal caso che cosa accadrà? Senza dubbio, vi è un processo diverso che contemporaneamente opera, vi è un problema diverso che nasce. Ed è questo problema, che è creativo: un problema nel quale non vi è alcun senso di un "io" che domina, che diviene, positivamente o negativamente. Dobbiamo attingere questo stato, se vogliamo essere creativi. In tale condizione, non vi è chi compia uno sforzo. Non è questione di esprimere parole, o di cercar di scoprire quale sia quella condizione: se ponete il problema in questi termini, la perderete e non la troverete mai. Ciò che importa è vedere che chi compie lo sforzo e l'oggetto per il quale egli lo compie, sono un'unica cosa. Vedere il modo in cui la mente si ripartisce in uno strato elevato ed uno basso – dove lo strato elevato è la sicurezza, l'entità eterna – pur rimanendo un processo di pensiero e pertanto di tempo, esige una penetrazione ed una vigilanza enormi. Se potremo comprenderlo come esperienza diretta, vedremo che un fattore del tutto diverso entrerà in gioco.

16 – Può il pensiero risolvere i nostri problemi?

II pensiero non ha risolto i nostri problemi e non ritengo che lo farà mai. Abbiamo contato sull'intelletto perché ci mostrasse la via per uscire dalla nostra complessività. Più abile, più sottile, più odioso è l'intelletto, maggiore è la varietà di sistemi, di teorie, di idee. Le idee non risolvono alcun problema umano; non l'hanno mai risolto né mai lo faranno. La mente non è una soluzione; la via del pensiero non è, ovviamente, la via per farci intendere il processo del pensare, e forse riuscire ad andare al di là: poiché quando il pensiero cesserà, forse saremo in grado di scoprire una via che ci aiuterà a risolvere i nostri problemi, non solo quelli individuali, ma anche quelli collettivi. Il pensiero non ha risolto i nostri problemi. I sommi, i filosofi, i dotti, i capi politici, non hanno in realtà risolto nessuno dei problemi umani: che consistono nella relazione tra voi ed un altro, tra voi e me. Finora abbiamo usato la mente, l'intelletto, perché ci aiutassero ad investigare il problema, sperando di trovare una soluzione così. Potrà mai il pensiero dissolvere i nostri problemi? Il pensiero, salvo che nel laboratorio o sul tavolo da disegno, non è sempre autoprotettivo, autoperpetuante, condizionato? La sua attività non è sempre incentrata su se stessa? E un simile pensiero potrà mai risolvere qualcuno dei problemi che il pensiero stesso ha creati? Potrà la mente, che ha creato i problemi, risolvere cose che essa stessa ha dato alla luce? Senza dubbio pensare è reagire. Se vi faccio una domanda, voi rispondete secondo la vostra memoria, i vostri pregiudizi, la vostra educazione, il clima, insomma in base a tutto il background del vostro condizionamento; rispondete, pensate in funzione di esso. Il centro di questo background è l"'io" nel processo dell'azione. Finché quel background non viene compreso, finché quel processo di pensiero, quel sé che crea il problema, non viene compreso e non vi si pone fine, saremo costretti a stare in conflitto, con l'interno e con l'esterno, nei nostri pensieri, emozioni ed azioni. Nessuna soluzione di nessun tipo, per quanto eccellente, per quanto ben ponderata, potrà mai porre fine al conflitto tra uomo ed uomo, tra voi e me. Rendendoci conto di questo, essendo consapevoli del modo in cui il pensiero scaturisce a da quale fonte esso scaturisca, domandiamo: "potrò mai esaurire il pensiero?". Questo è un bel problema, non è così? Può il pensiero risolvere i nostri problemi? Pensando al problema, l'avete forse risolto? Un tipo qualsiasi di problema – economico, sociale, religioso – è stato mai realmente risolto dal pensiero? Nella vostra vita quotidiana, quanto più pensate ad un problema, tanto più complesso, tanto più irrisolto, tanto più vago diviene. Non è forse così? Non è forse così nella nostra vita pratica, quotidiana? Pensando a certi aspetti del problema, potrete vedere più chiaramente il punto di vista di un'altra persona, ma il pensiero non può cogliere la completezza e la pienezza del problema: lo può vedere solo parzialmente, ed una risposta parziale non è una risposta completa, e pertanto non è una soluzione. Quanto più pensiamo a un problema, quanto più investighiamo, analizziamo, discutiamo un problema, tanto più esso diviene complesso. Così, è possibile guardare al problema in modo completo, totale? In che modo? Poiché, a mio avviso, è questa la nostra massima difficoltà. I nostri problemi vanno moltiplicandosi – vi è pericolo imminente di guerra, vi è ogni tipo di disturbo alle nostre relazioni – e in qual modo potremo comprendere ciò totalmente, nel suo insieme? Senza dubbio ciò sarà risolvibile soltanto quando potremo considerarlo nel suo insieme: non a compartimenti stagni, non ripartito. E quando sarà possibile? Sicuramente, soltanto quando sarà venuto a termine il processo del pensare: che ha la sua fonte nel'"io", nel sé, nel background della tradizione, del condizionamento, del pregiudizio, della speranza e della disperazione. Potremo comprendere questo sé non analizzandolo, ma vedendo la cosa com'è, essendo consci di essa come di un fatto e non come di una teoria? Non, cioè, tentando di dissolvere il sé allo scopo di ottenere un risultato, ma vedendo l'attività del sé, dell'"io", in azione continua? Possiamo guardarlo, senza compiere alcun movimento che lo distrugga o lo promuova? È questo il problema, non vi pare? Se, in ciascuno di noi, il centro dell'"io" è non-esistente, col suo desiderio di potere, di posizione sociale, di autorità, di prosecuzione, di autopreservazione, senza dubbio i nostri problemi giungeranno a termine! Il sé è un problema che il pensiero non può risolvere. Occorre una consapevolezza che non è del pensiero. Essere consapevoli, senza condannarle o giustificarle, delle attività del sé – soltanto esserne consapevoli – basta. Se si è consapevoli per scoprire in qual modo risolvere il problema, per trasformarlo, per giungere ad un risultato, si è ancora nel campo del sé, dell'"io". Finché cercheremo un risultato, sia attraverso l'analisi, sia attraverso la consapevolezza, attraverso l'analisi puntuale di qualsiasi pensiero, resteremo pur sempre entro il campo del pensiero, vale a dire entro il campo dell'"io", del "me", dell'ego: chiamatelo come volete. Finché sussiste l'attività della mente, senza dubbio non potrà esservi amore. Quando vi sarà amore, non avremo più problemi sociali. Ma l'amore non è qualcosa che si possa acquistare. La mente può cercare di acquistarlo, come un nuovo pensiero, un aggeggio nuovo, un modo nuovo di pensare; ma la mente non può trovarsi in una condizione d'amore tanto a lungo, quanto occorrerebbe al pensiero per acquisire l'amore. Finché la mente cerca di trovarsi in uno stato di non-avidità, senza dubbio essa resta avida, non è così? Similmente, finché la mente ambisce, desidera e agisce allo scopo di trovarsi in una condizione nella quale vi sia amore, senza dubbio essa rinnega tale condizione, non è così? Consideriamo questo problema, questo complesso problema del vivere, ed essendo consapevoli del processo del nostro proprio pensiero, e rendendoci conto che esso in realtà non porta da nessuna parte – quando veramente ci si renderà conto di ciò, allora senza dubbio ci si troverà in una condizione di intelligenza che non sarà individuale o collettiva. Allora il problema della relazione dell'individuo con la società, dell'individuo con la comunità, dell'individuo con la realtà, cesserà di esistere; poiché allora vi sarà soltanto intelligenza, la quale non è né personale né impersonale. È soltanto questa intelligenza, io credo, che può risolvere i nostri immensi problemi. Ciò non può costituire un risultato; nasce soltanto quando comprendiamo questo intero, totale processo del pensiero, non soltanto a livello conscio, ma anche ai livelli della coscienza più profondi e più nascosti. Per comprendere problemi di tale fatta è necessario possedere una mente estremamente pacificata, una mente del tutto serena, tale da poter guardare al problema senza interporre idee o teorie, senza la minima distrazione. È questa una tra le nostre difficoltà: poiché il pensiero è divenuto una distrazione. Quando intendo comprendere, osservare veramente qualcosa, non dovrò pensare ad essa: dovrò guardarla. Nel momento in cui comincio a pensare, ad avere idee ed opinioni intorno ad essa, mi trovo già in una condizione di distrazione, mi trovo già a guardare al di là della cosa che devo comprendere. Così il pensiero, quando si ha un problema, diventa una distrazione – intendendosi per pensiero un'idea, un'opinione, un giudizio, un confronto – che ci impedisce di guardare e pertanto di comprendere e risolvere il problema. Sventuratamente per la maggior parte di noi il pensiero ha acquistato un'importanza enorme. Voi dite: "come potrei esistere, essere, senza pensare? Come potrei avere una mente vuota?". Avere una mente vuota significa stare in una condizione di stupore, di idiozia, comunque la si chiami e la vostra reazione istintiva è di respingerla. Ma senza dubbio una mente che sia in perfetta calma, una mente che non sia distratta dal proprio stesso pensiero, una mente che sia aperta, può guardare al problema in modo veramente semplice e diretto. E questa capacità di guardare senza alcuna distrazione i nostri problemi, è l'unica soluzione. A questo fine occorre una mente calma, tranquilla. Una tale mente non è un risultato, non è un prodotto fine a se stesso derivante da una pratica, dalla meditazione, dal controllo. Essa non nasce attraverso alcuna forma di disciplina o di costrizione o di sublimazione, nasce senza alcuno sforzo del "me", del pensiero; nasce quando comprendo l'intero processo del pensare – quando posso vedere un fatto senza la minima distrazione. In tale condizione di tranquillità, propria di una mente che è realmente calma, vi è amore. E soltanto l'amore può risolvere tutti i nostri problemi umani.

17 – La funzione della mente

Quando osservate la vostra mente non solo osservate i cosiddetti livelli superiori di essa, ma anche l'inconscio; state guardando ciò che la mente in realtà fa, non è così? E questo l'unico modo nel quale si può investigare. Non dovrete sovrapporre quanto essa dovrebbe fare, come dovrebbe pensare o agire e così via; ciò condurrebbe soltanto ad avanzare pure ipotesi. Vale a dire, se dite che la mente dovrebbe essere questo o non dovrebbe essere quello, bloccate qualsiasi investigazione e qualsiasi pensiero; oppure, se citate una qualche autorità, anche in tal caso bloccate il pensiero. Se citate Buddha o Cristo, terminerà qualsiasi ricerca, qualsiasi pensiero e qualsiasi investigazione. Perciò dovrete guardarvene. Se vorrete investigare insieme a me questo problema del sé, dovrete mettere da parte tutte queste sottigliezze della mente. Qual è la funzione della mente? Per scoprirla, dovrete conoscere che cosa la mente in realtà fa. Che cosa fa la vostra mente? È tutta un processo di pensiero. Altrimenti, la mente non c'è. Finché la mente non pensa, consciamente o inconsciamente, non vi è coscienza. Dovremo scoprire che cosa faccia, in rapporto ai nostri problemi, la mente che adoperiamo nella vita quotidiana, ed anche la mente della quale la maggior parte di noi non è consapevole. Dovremo guardare alla mente, come essa è, e non come dovrebbe essere. Ora che cos'è la mente e qual è il suo funzionamento? Essa è, in realtà, un processo di isolamento, non è così? Fondamentalmente, un processo di pensiero è appunto questo. È pensare in forma isolata, pur restando collettivi. Quando osservate il vostro proprio pensiero, lo vedrete come un processo isolato, frammentario. Pensate secondo le vostre reazioni, le reazioni della vostra memoria, della vostra esperienza, della vostra conoscenza, della vostra fede. Reagite, naturalmente, a tutto ciò. Se io dico che deve esservi una rivoluzione fondamentale, voi reagite immediatamente. Obbiettate al termine "rivoluzione", nel caso che abbiate fatto buoni investimenti, siano essi spirituali o di altro tipo. Perciò la vostra reazione dipende da ciò che sapete, da ciò in cui credete, dalla vostra esperienza. Ciò è ovvio. Vi sono forme diverse di reazione. Voi dite "devo praticare la fraternità", "devo cooperare", "devo essere amichevole", "devo essere gentile, e così via. Che cos'è tutto ciò? Si tratta sempre di reazioni; ma la reazione fondamentale del pensare è un processo di isolamento. Guardate al processo della vostra mente, ciascuno di voi, il che significa che guardate al vostro agire, alla vostra fede, a ciò che sapete, alla vostra esperienza. E tutto ciò vi dà sicurezza. Vi dà sicurezza, dà forza al processo del pensare. Tale processo non fa che rafforzare il "me", la mente, il sé – sia che voi chiamiate quel sé elevato o vile. Tutte le nostre religioni, tutte le sanzioni sociali, tutte le leggi servono a sostegno dell'individuo, del sé individuale, dell'azione separata; e, in opposizione a ciò vi è lo stato totalitario. Se guardate più in profondo entro l'inconscio, anche là vedrete al lavoro il medesimo processo. Là, infatti, noi siamo la collettività influenzata dall'ambiente, dal clima, dalla società, dal padre, dalla madre, dal nonno. Anche là vi è il desiderio di asserire, di dominare come individui, come "me". Non è dunque la funzione della mente, quale la conosciamo e quale la vediamo funzionare quotidianamente, un processo di isolamento? Non state cercando la salvezza individuale? State per essere qualcuno in futuro; oppure in questa stessa vita state per essere un grande uomo, un grande scrittore. La nostra tendenza più importante è di separarci. Può la mente fare qualcosa di diverso? È possibile che la mente non pensi separatamente, in modo solipsistico, frammentario? È impossibile. Così, adoriamo la mente; la mente è straordinariamente importante. Non vedete, nel momento in cui siete un poco più acuti, un poco più attenti, e possedete una piccola informazione e conoscenza accumulata, quanto importanti divenite nella società? Vedete bene quanto voi adoriate coloro che è intellettualmente superiore, gli avvocati, i professori, gli oratori, i grandi scrittori, i volgarizzatori! Avete coltivato l'intelletto e la mente. La funzione della mente è di essere separata; altrimenti la vostra mente non c'è. Avendo coltivato per secoli questo processo, scopriamo di non poter cooperare; possiamo soltanto essere costretti, spinti, guidati dall'autorità, dal timore, sia economico che religioso. Se questa è la situazione reale, non solo sul piano della coscienza, ma anche ai livelli più profondi, nei nostri motivi, nei nostri intenti, nei nostri fini, come potrà esservi cooperazione? Come potrà esservi una coesione intelligente per fare insieme qualche cosa? E poiché ciò è quasi impossibile, le religioni ed i partiti sociali organizzati costringono l'individuo a certe forme di disciplina. La disciplina diviene allora imperativa, se vogliamo raccoglierci insieme per fare insieme le cose. Finché non comprenderemo come trascendere questo pensiero che separa, questo processo che conferisce enfasi al "me" ed al "mio", sia in forma collettiva che individuale, non troveremo pace; avremo sempre conflitto ininterrotto e guerra. Il nostro problema è come porre un termine al processo separatore del pensiero. Potrà mai il pensiero distruggere il sé, essendo il pensiero un processo di espressione verbale e di reazione? Il pensiero altro non è se non reazione; il pensiero non è creativo. Potrà un tale pensiero porre termine a se stesso? È appunto ciò che stiamo cercando di scoprire. Quando io penso secondo uno schema come questo: "devo esser disciplinato", "devo pensare più accuratamente", "devo esser questo o quello", il pensiero sta costringendo, sollecitando, disciplinando se stesso ad essere qualche cosa o a non essere qualche altra cosa. Non è questo un processo di isolamento? E se è così, non corrisponde a quella intelligenza integrata che funziona come un tutto, e in base alla quale soltanto potrà esservi cooperazione. Come giungerete a porre termine al pensiero? O piuttosto, come il pensiero, che è isolato, frammentario e parziale, giungerà a termine? Come porrete la questione? La vostra cosiddetta disciplina, lo distruggerà? Ovviamente, in tutti questi lunghi anni non siete riusciti a farlo; altrimenti non sareste qui ad ascoltarmi. Vi prego, esaminate il processo del disciplinare, che altro non è se non un processo di pensiero, nel quale vi è soggezione, repressione, controllo, dominio: tutte cose che toccano l'inconscio, il quale si impone tanto più quanto più si invecchia. Dopo aver cercato per tanto tempo a vuoto, dovreste aver scoperto che senza dubbio la disciplina non è il processo giusto per distruggere il sé. Il sé non verrà distrutto dalla disciplina, poiché la disciplina è un processo che serve invece a rafforzare il sé. Eppure, tutte le vostre religioni invocano la disciplina; tutte le vostre meditazioni, le vostre asserzioni si fondano su questo. E la conoscenza, distruggerà il sé? La fede lo distruggerà? In altri termini, qualsiasi cosa voi ora stiate facendo, qualunque sia l'attività in cui siete oggi impegnati per giungere alla radice del sé, potrà avere successo? Tutto questo non è forse uno spreco fondamentale, entro un processo di pensiero che è un processo di isolamento, di reazione? Che cosa fate quando fondamentalmente o profondamente vi rendete conto che il pensiero non può porre termine a se stesso? Che cosa accade? Guardate dentro di voi. Quando si è completamente consapevoli di questo fatto, che cosa accade? Accade che si comprende come qualsiasi reazione sia condizionata e come, attraverso il condizionamento, non possa esservi libertà né all'inizio né alla fine: e la libertà è sempre all'inizio, e non alla fine. Quando vi rendete conto che qualsiasi reazione è una forma di condizionamento e che pertanto essa conferisce continuità, in maniere svariate, al sé, che cosa in realtà si verifica? A questo proposito è necessaria la massima chiarezza. La fede, la conoscenza, la disciplina, l'esperienza, l'intero processo di ottenere un risultato od un fine, l'ambizione, il diventare qualche cosa in questa vita o in una vita futura, tutti questi sono processi di isolamento, fanno cioè parte di un processo che comporta distruzione, miseria, guerre, e rispetto al quale non vi è fuga attraverso un'azione collettiva, per quanto voi possiate essere minacciati dai campi di concentramento e da cose del genere. Siete consapevoli di questo fatto? Qual è lo stato della mente che dice "è così", "questo è il mio problema", "questo è esattamente il punto in cui mi trovo", "vedo che cosa possano fare la scienza e la disciplina, che cosa possa fare l'ambizione"? Senza dubbio, se vedete tutto ciò, un processo del tutto diverso è già al lavoro. Vediamo le strade dell'intelletto ma non vediamo la via dell'amore. La via dell'amore non si può trovare mediante l'intelletto. L'intelletto, con tutte le sue ramificazioni, con tutti i suoi desideri, ambizioni, finalità, deve scomparire perché l'amore possa nascere. Non sapete che, quando amate, cooperate e non pensate a voi stessi? È questa la forma più alta di intelligenza: non quando amate come un'entità superiore o quando vi trovate in una buona posizione, il che altro non è se non paura. Quando sono presenti i vostri interessi acquisiti, non potrà esservi amore; altro non vi sarà se non il processo di sfruttamento, che nasce dalla paura. Così l'amore potrà nascere soltanto quando la mente sarà scomparsa. E a questo scopo dovrete intendere il processo totale della mente, la funzione della mente. Soltanto quando saprete come amarvi l'un l'altro potrà esservi cooperazione, potrà esservi un funzionamento intelligente, un raccogliersi insieme per risolvere qualsiasi problema. Soltanto allora sarà possibile scoprire che cosa è Dio, o che cos'è la verità. Oggi, stiamo cercando di trovare la verità mediante l'intelletto, l'imitazione: il che è idolatria. Soltanto quando scarterete completamente, mediante la comprensione, l'intera struttura del sé, potrà nascere quanto è eterno, fuori del tempo, incommensurabile. Non potrete andare ad esso: esso verrà a voi.

18 – Automistificazione

Desidero trattare, o considerare, il problema dell'automistificazione, le illusioni cui la mente indulge e che impone sia su se stessa che sugli altri. È una questione di estrema serietà, specialmente in uno stato di crisi quale il mondo sta oggi affrontando. Ma per comprendere tutto il problema dell'automistificazione, dovremo investigarlo non semplicemente al livello verbale, ma intrinsecamente, fondamentalmente e profondamente. Troppo facilmente ci lasciamo soddisfare da parole e controparole; siamo saggi sul piano mondano, ed essendo tali tutto ciò che possiamo fare è sperare che qualche cosa accada. Vediamo che spiegarsi la guerra non pone termine alla guerra; vi sono innumerevoli storici, teologi e religiosi che spiegano la guerra ed il modo in cui essa viene, ma le guerre continuano, forse più distruttive che mai. Chi, tra noi, fa realmente sul serio, deve andare al di là della parola, deve perseguire questa rivoluzione fondamentale all'interno di se stesso. È questo l'unico rimedio che può condurre ad una redenzione durevole, radicale dell'umanità. Similmente, nel trattare questo tipo di automistificazione, ritengo che dovremmo guardarci da qualsiasi spiegazione, da qualsiasi risposta superficiale; dovremo, se mi è concesso suggerirlo, non semplicemente ascoltare un oratore, ma seguire il problema quale lo conosciamo dalla nostra vita quotidiana; vale a dire, dovremmo osservare noi stessi nel pensare e nell'agire, osservare in qual modo esercitiamo influenza sugli altri, e in qual modo procediamo ad agire sulla base di ciò che siamo. Qual è la ragione, il fondamento dell'automistificazione? Quanti fra noi sono realmente consapevoli che stiamo ingannando noi stessi? Prima di poter rispondere alla domanda "che cos'è l'automistificazione e in qual modo sorge?", non dovremo essere consapevoli del fatto che stiamo ingannando noi stessi? Sappiamo di farlo? Che cosa intendiamo per un inganno di questo tipo? La cosa, io penso, è molto importante, perché quanto più inganneremo noi stessi, tanto maggiore sarà l'inganno; infatti esso ci dà una certa vitalità, una certa energia, una certa capacità che fa sì che noi imponiamo il nostro stesso inganno agli altri. Così, gradualmente, non soltanto imponiamo l'inganno a noi stessi, ma anche agli altri. È un processo interagente di automistificazione. Ne siamo consapevoli? Riteniamo di essere capaci di pensare in modo estremamente chiaro, concreto e diretto; ebbene, siamo consapevoli del fatto che, in tale processo di pensiero, si cela l'automistificazione? Il pensiero stesso non è un processo di ricerca, un perseguire giustificazione, sicurezza, autoprotezione, un desiderio che si pensi bene di noi, la brama di possedere una buona posizione, prestigio e potere? Non è, questo desiderio di essere, politicamente o religiosamente e sociologicamente, la causa stessa dell'automistificazione? Nel momento in cui desidero qualche cosa di diverso dalle necessità puramente materiali, non produco, non determino una condizione che accetto con la massima facilità? Per esempio: molti tra noi sono interessati a sapere che cosa accada dopo la morte; più vecchi siamo, più ce ne interessiamo. Vogliamo sapere la verità. Come la troveremo? Non certamente leggendo, né dalle varie spiegazioni che se ne danno. In qual modo lo scopriremo? Anzitutto, dovremo purgare completamente la nostra mente da qualsiasi fattore ci sbarri la strada: purgarla da qualsiasi speranza, da qualsiasi desiderio di continuazione, da ogni intento di scoprire che cosa vi sia dall'altra parte. La mente, che persegue ininterrottamente la sicurezza, desidera continuare, e spera di trovare mezzi per completarsi, spera in una esistenza futura. Una mente cosiffatta, sebbene stia cercando la verità circa la vita dopo la morte, la reincarnazione e così via, è incapace di scoprire quella verità: non è così? Quel che importa non è se la reincarnazione sia vera o no, ma il modo in cui la mente persegue, attraverso l'automistificazione, la giustificazione di un fatto che può essere, o non essere. Ciò che importa è il modo di affrontare il problema, il tipo di motivazione, di urgenza, di desiderio con cui ci accostiamo ad esso. Chi cerca impone sempre questo inganno a se stesso; nessuno può imporlo a lui; lo fa da sé. Creiamo l'inganno e poi ne diveniamo schiavi. Il fattore fondamentale dell'automistificazione è questo desiderio costante di essere qualche cosa in questo mondo e nel mondo futuro. Conosciamo il risultato del desiderare di essere qualche cosa in questo mondo; è una confusione profonda, nella quale ciascuno compete con gli altri, distrugge l'altro in nome della pace; conoscete tutto il gioco che giochiamo l'uno con l'altro, e che è una forma straordinaria di automistificazione. Similmente, anche nell'altro mondo vogliamo sicurezza, una posizione. Così cominciamo ad ingannare noi stessi nel momento in cui vi è questa urgenza ad essere, a diventare o a conseguire. È estremamente difficile che la mente se ne liberi. E questo è uno dei problemi fondamentali della nostra vita. È possibile vivere in questo mondo e non essere nulla? Allora soltanto vi sarà libertà rispetto a qualsiasi inganno, poiché allora soltanto la mente non perseguirà un risultato, non perseguirà una risposta soddisfacente, non perseguirà una forma qualsiasi di giustificazione, non perseguirà la sicurezza in alcuna forma e sotto alcun rapporto. Ciò ha luogo soltanto quando la mente si rende conto delle possibilità e delle sottigliezze dell'inganno, e che pertanto, comprendendo, abbandona qualsiasi forma di giustificazione e di sicurezza: il che significa che la mente è capace, allora, di non essere assolutamente nulla. È possibile questo? Finché ci inganneremo in una forma qualsiasi, non vi sarà amore. Finché la mente sarà capace di creare e di imporre a se stessa una illusione, ovviamente si isolerà rispetto ad una comprensione collettiva o integrata. È questa una tra le nostre difficoltà; non sappiamo in che modo cooperare. Tutto ciò che sappiamo è che cerchiamo di lavorare insieme per un fine che ambedue vogliamo realizzare. Ciò può coincidere con la cooperazione soltanto quando voi ed io non avremo uno scopo comune creatoci dal pensiero. Quel che è importante capire è il fatto che la cooperazione è possibile soltanto quando voi ed io non desideriamo essere qualche cosa. Quando, voi ed io, desideriamo essere qualche cosa, allora diventano necessari la fede e tutto il resto: un'utopia autoproiettata. Ma se voi ed io stiamo creando in modo anonimo, senza alcun tipo di automistificazione, senza alcuna barriera di fede e di conoscenza, senza il desiderio di sicurezza, allora vi sarà cooperazione vera. È possibile che noi cooperiamo, che si stia insieme senza avere alcuno scopo? Potremo voi ed io lavorare insieme senza perseguire un risultato? Senza dubbio è questa la cooperazione vera, non è così? Se voi ed io pensiamo, elaboriamo, pianifichiamo un risultato e lavoriamo insieme a tal fine, allora qual è il processo che viene coinvolto? I nostri pensieri, le nostre menti intellettive, ovviamente si incontrano, ma emozionalmente tutto l'essere può resistere alla cosa, il che comporta inganno, comporta conflitto tra voi e me. È un fatto, questo, ovvio ed osservabile nella nostra vita quotidiana. Voi ed io ci mettiamo d'accordo intellettualmente per compiere insieme un certo tipo di lavoro; ma nell'inconscio, nel profondo, voi ed io ci stiamo combattendo. Io desidero un risultato che mi soddisfi; io, voglio dominare, io, voglio che il mio nome venga prima del vostro, sebbene si dica che lavoro con voi. Così ambedue, che siamo i creatori di quel piano, in realtà ci opponiamo tra noi, anche se esteriormente siamo d'accordo sul piano in sé e per sé. Non è forse importante scoprire se voi ed io possiamo cooperare, comunicare, vivere insieme in un mondo nel quale voi ed io non siamo nulla; se siamo capaci realmente e veracemente di cooperare non a livello superficiale, ma fondamentalmente? È questo uno dei nostri massimi problemi, forse il maggiore. Identifico me stesso con un oggetto, e voi vi identificate col medesimo oggetto; ambedue vi siamo interessati; ambedue intendiamo realizzarlo. Senza dubbio questo processo di pensiero è estremamente superficiale, poiché, attraverso l'identificazione, noi produciamo separazione, il che è tanto ovvio nella vita quotidiana. Voi siete indù ed io cattolico; ambedue predichiamo la fraternità, eppure ci dilaniamo l'un l'altro. Perché? È questo uno tra i nostri problemi, non è così? Inconsapevolmente e profondamente, voi avete la vostra fede ed io ho la mia. Parlando di fraternità non abbiamo risolto l'intero problema della fede, ma soltanto, teoricamente ed intellettualmente, ci siamo messi d'accordo sul fatto che dovrebbe essere così e così; all'interno e nel profondo, siamo l'uno contro l'altro. Finché non dissolveremo queste barriere, che sono automistificazione, e che ci conferiscono una certa vitalità, non potrà esservi cooperazione tra voi e me. Attraverso l'identificazione con un gruppo, con un'idea particolare, con un paese particolare, non produrremo mai cooperazione. La fede non comporta cooperazione; al contrario, essa separa. Vediamo come un partito politico è contro l'altro partito, ciascuno avendo fede in un certo modo di affrontare i problemi economici, e così tutti sono in guerra l'uno con l'altro. Non sono decisi a risolvere, ad esempio, il problema della fame. Si occupano delle teorie mediante le quali tale problema è risolvibile. Non si occupano in realtà del problema in se stesso, ma del metodo mediante il quale risolverlo. Perciò dovrà esservi conflitto fra i due: perché essi si occupano dell'idea, e non del problema. Similmente, i religiosi sono l'uno contro l'altro, sebbene verbalmente dicano di avere tutti una sola vita ed un solo Dio; e voi lo sapete. All'interno, le loro fedi, le loro opinioni, le loro esperienze, li stanno distruggendo, li stanno mantenendo separati. L'esperienza diviene un fattore di divisione nelle nostre relazioni umane; l'esperienza è un modo di ingannarsi. Se ho sperimentato qualche cosa, mi attacco ad essa, non penetro entro il problema totale del processo dello sperimentare, ma, avendo io stesso sperimentato, questo mi basta ed a questo mi attacco; e con ciò impongo, mediante questa esperienza, l'automistificazione. La nostra difficoltà è che ciascuno di noi si identifica talmente con una fede particolare, con una forma o metodo particolare di giungere alla felicità, alla giustizia economica, che la nostra mente ne viene catturata e siamo incapaci di andare più in fondo al problema; perciò desideriamo restare del tutto individualistici, secondo i nostri modi, le nostre fedi, le nostre esperienze particolari. Finché non le dissolveremo mediante la comprensione – non soltanto a livello superficiale, ma anche ai livelli più profondi – non vi sarà pace nel mondo. Ecco perché è tanto importante, per chi faccia veramente sul serio, intendere nel suo interesse questo problema – il desiderio di diventare, di conseguire, di ottenere – non soltanto a livello superficiale, ma fondamentalmente e profondamente; in caso contrario non vi potrà essere pace nel mondo. La verità non è qualcosa che si possa guadagnare. L'amore non potrà giungere a chi abbia il desiderio di ottenerlo, a chi ami identificarsi con esso. Senza dubbio tali cose accadono quando la mente non persegue, quando la mente è completamente calma, non crea più movimenti e fedi dai quali possa dipendere, o dai quali le derivi una certa energia, che è un sintomo di automistificazione. Soltanto quando la mente intende intero il processo del desiderio, potrà essere calma. Soltanto allora la mente non si trova più entro il movimento dell'essere o del non essere; soltanto allora si ha la possibilità di una condizione, nella quale non vi sia più alcun inganno, sotto nessuna forma.

19 – L'azione incentrata sul sé

La maggior parte di noi, a mio avviso, è consapevole del fatto che ogni forma di persuasione, ogni tipo di influenzamento ci è stato offerto all'unico scopo di contrastare le attività incentrate sul sé. Le religioni, ricorrendo a promesse, alla paura dell'inferno, ad ogni genere di censura, hanno tentato in moltissime maniere di dissuadere l'uomo da questa attività costante, che scaturisce dal centro del "me". Fallite le religioni, ne hanno preso il posto le organizzazioni politiche. Ancora una volta, la persuasione; ancora una volta, la speranza utopistica, estrema. Ogni forma di legislazione, dalla più blanda alla più costrittiva, che include i campi di concentramento, è stata impiegata e corroborata allo scopo di spezzare ogni forma di resistenza. Eppure, insistiamo nel nostro agire incentrato sul sé: cioè nell'unico tipo di azione, a quel che pare, che ci sia noto. Se riflettiamo a tutto questo, ci sforziamo di modificarlo; se ne siamo consapevoli, cerchiamo di alterarne il corso; ma fondamentalmente, nel profondo, non vi è trasformazione, non vi è cessazione radicale di quell'attività. Chi pensa ne è consapevole; ed è pure consapevole del fatto che unicamente quando verrà a termine quell'attività, che scaturisce dal centro stesso di noi, potrà esservi felicità. Noi, almeno la maggior parte, diamo per scontato che l'attività incentrata sul sé sia naturale e che ci si possa limitare a modificare, modellare e controllare l'azione che ne consegue, e che è inevitabile. Ora, chi possieda maggiore serietà e profondità, non chi sia sincero – poiché la sincerità è appunto la via per automistificarsi – è tenuto a scoprire se, divenuti consapevoli di questo straordinario, totale processo dell'azione incentrata sul sé, si possa andare oltre. Ovviamente, per comprendere che cosa sia questa attività che si incentra sul sé, la si dovrà esaminare, la si dovrà guardare, si dovrà essere consapevoli del processo nel suo insieme. Se potremo esserne consapevoli, allora potrà darsi la possibilità di dissolverlo; ma esserne consapevoli esige un certo intendimento, una certa intenzione di affrontare la cosa quale è, senza interpretarla, modificarla, condannarla. Dovremo essere consapevoli di ciò che facciamo, di tutta l'attività che scaturisce da quello stato, incentrato sul sé; dovremo esserne consci. Una tra le nostre difficoltà primarie è che, nel momento in cui siamo consci di quell'attività, miriamo a modellarla, controllarla, condannarla, oppure modificarla, così che raramente siamo capaci di guardarla direttamente. Quando lo facciamo, assai pochi fra noi sono in grado di sapere che cosa fare. Ci rendiamo conto del fatto che le attività incentrate sul sé sono nocive, distruttive, e che qualsiasi forma di identificazione – ad esempio con un paese, con un gruppo particolare, con un desiderio speciale, la ricerca di un risultato in questa vita o nell'altra, la glorificazione di un'idea, il seguire un esempio, la ricerca della virtù e così via – è essenzialmente l'attività di una persona incentrata sul sé. Tutte le nostre relazioni, con la natura, con la gente, con le idee, sono il risultato di quell'attività. Tutta quell'attività deve terminare volontariamente: non per imposizione, non per influenza, non seguendo una guida. La maggior parte di noi è consapevole del fatto che quest'attività incentrata sul sé crea danno e caos; ma ne siamo consapevoli soltanto in certe direzioni. O la osserviamo negli altri e la ignoriamo nelle nostre attività personali, oppure pur consapevoli, in relazione con gli altri, della nostra attività incentrata sul sé, miriamo a trasformarla, a trovarle un sostituto, ad andare al di là. Prima di poterla trattare dobbiamo sapere in qual modo questo processo nasca, non è forse così? Per capire una cosa, dobbiamo essere in grado di guardarla; e per guardarla dobbiamo conoscerne le varie attività ai diversi livelli, consci ed inconsci: conoscere le direttive della coscienza, ed anche i moti, incentrati sul sé, delle nostre motivazioni ed intenzioni inconsce. Sono conscio di questa attività del "me" soltanto quando mi oppongo ad essa, quando la coscienza è ostacolata, quando il "me" mira ad ottenere un risultato: non è così? Oppure sono conscio di quel centro quando il piacere viene a termine ed io ne bramo di più; allora vi è resistenza, ed una modellazione della mente, compiuta di proposito, per un fine particolare che mi darà piacere, soddisfazione; sono consapevole di me e delle mie attività quando perseguo consapevolmente la virtù. Senza dubbio, non è virtuoso chi consapevolmente persegua la virtù. L'umiltà non si può perseguire, ed è questa la bellezza dell'umiltà. Questo processo incentrato sul sé è il risultato del tempo: non è così? Finché questo centro di attività esiste in una qualsiasi direzione, conscia od inconscia, esiste il movimento del tempo e sono consapevole del passato e del presente in unione al futuro. L'attività, incentrata sul sé, del "me" è un processo temporale. È memoria che conferisce continuità all'attività del centro, che è il "me". Se vi osservate e siete consapevoli di questo centro di attività, vedrete che è soltanto un processo del tempo, della memoria, dell'esperienza e della traduzione di qualsiasi esperienza secondo una memoria; e vedrete pure che l'attività incentrata sul sé è riconoscimento, nel quale pure consiste il processo della mente. Potrà la mente liberarsi da tutto ciò? Sarà possibile in rari momenti: potrà accadere alla maggior parte di noi quando compiamo un atto inconsapevole, inintenzionale, senza scopo; ma è possibile che la mente sia sempre, completamente, libera dall'attività incentrata sul sé? È questa una domanda di estrema importanza, che dovremo porre a noi stessi, perché nello stesso atto del porla, si troverà la risposta. Se siete consapevoli del processo totale di quest'attività incentrata sul sé, se ne conoscete pienamente le attività ai vari livelli della vostra coscienza, allora senza dubbio dovrete domandare a voi stessi se sia possibile che tale attività abbia termine. È possibile non pensare in termini di tempo, non pensare nei termini di ciò che io farò, di ciò che sono stato, di ciò che sono? Poiché appunto da questo pensiero comincia l'intero processo dell'attività incentrata sul sé; e là comincia pure la determinazione di diventare, la determinazione di scegliere e di evitare, tutti processi che si svolgono nel tempo. Vediamo in tale processo danno, miseria, confusione, dispersione, deterioramento senza fine. Senza dubbio il processo del tempo non è rivoluzionario. Nel processo del tempo non vi è trasformazione; vi è soltanto continuità interminabile, null'altro se non riconoscimento. Soltanto quando si ha cessazione completa del processo temporale, dell'attività del sé, si ha una rivoluzione, una trasformazione, il nascere del nuovo. Essendo consapevoli di questo intero, totale processo del "me" in attività, che cosa dovrà fare la mente? Soltanto rinnovandosi, soltanto attraverso la rivoluzione – e non attraverso l'evoluzione, non attraverso il "me" che diviene, ma attraverso il "me" che viene a termine completamente – si otterrà il nuovo. Il processo temporale non può portare il nuovo; il tempo non è la via della creazione. Non so se qualcuno di voi abbia avuto un momento di creatività. Non parlo del realizzare una qualche visione; intendo quel momento di creazione nel quale non si riconosce alcunché. In quel momento si ha quello stato straordinario nel quale il "me", come attività che ha luogo mediante il riconoscere, è venuto meno. Se siamo consapevoli, vedremo che in tale stato non vi è alcuno sperimentatore che ricordi, traduca, riconosca e quindi identifichi; non vi è processo di pensiero, che appartiene al tempo. In quello stato di creazione, di creatività del nuovo, che è senza tempo, non vi è alcuna creazione del "me". Senza dubbio il nostro problema è il seguente: è possibile che la mente si trovi in tale stato, non provvisoriamente, non in rari momenti, ma – e preferisco non usare parole come "eterno" o "per sempre", poiché implicherebbero il tempo – ma si trovi in quello stato senza alcun riferimento al tempo? Senza dubbio è questa una scoperta assai importante che ciascuno di noi deve fare, poiché questa è la porta dell'amore; tutte le altre porte sono attività del sé. Dove vi è azione del sé, non vi è amore. L'amore non è del tempo; non si può praticare l'amore. Se lo fate, si tratta allora di una attività consapevole di sé, di una attività del "me", che spera di ottenere, mediante l'amore, un risultato. L'amore non appartiene al tempo; non è possibile raggiungerlo mediante alcun sforzo consapevole, alcuna disciplina, né mediante l'identificazione: cose tutte che appartengono al processo del tempo. La mente, conoscendo soltanto il processo del tempo, non può riconoscere l'amore. L'amore è l'unica cosa che sia eternamente nuova. Avendo molti di noi coltivato la mente, che è il risultato del tempo, non conosciamo che cosa sia l'amore. Dell'amore parliamo; diciamo di amare la gente, di amare i nostri bambini, nostra moglie, il nostro vicino, diciamo di amare la natura; ma nel momento in cui siamo consapevoli di amare, l'attività del sé è cominciata; e perciò cessa di essere amore. Questo processo totale della mente va compreso soltanto mediante la relazione: relazione con la natura, con la gente, con le nostre proprie proiezioni, con qualsiasi cosa intorno a noi. La vita null'altro è se non relazione. Sebbene si possa tentare di isolare noi stessi dalla relazione, senza di essa non possiamo esistere. Sebbene la relazione sia penosa, non ci è possibile sfuggirle mediante l'isolamento, l'eremitaggio, e così via: metodi tutti che semplicemente rivelano l'attività del sé. Considerando tutto questo quadro nel suo insieme, consapevoli dell'intero processo del tempo come coscienza, senza alcuna alternativa, senza la minima determinazione ed intenzione precostituite, senza mirare ad alcun risultato, vedrete che tale processo del tempo giunge volontariamente a termine: non per persuasione, né come risultato del desiderio. Soltanto quando tale processo giunge a termine esiste l'amore, che è eternamente nuovo. Non dobbiamo perseguire la verità. La verità non è qualche cosa di remoto. Essa è la verità circa la mente, la verità circa le sue attività di momento in momento. Se siamo consapevoli di questa verità di momento in momento, di questo totale processo del tempo, tale consapevolezza libera la coscienza o l'energia che è intelligenza, amore. Finché la mente impiega la consapevolezza come attività del sé, nasce il tempo con tutte le sue miserie, con tutti i suoi conflitti, con tutto il suo male, i suoi inganni deliberati; ed è soltanto quando la mente, comprendendo questo processo totale, viene meno, che l'amore può essere.

20 – Tempo e mutamento

Desidero parlarvi un poco di ciò che è il tempo, perché penso che la ricchezza, la bellezza ed il significato di ciò che è fuori del tempo, di ciò che è vero, possano sperimentarsi soltanto quando si comprende l'intero processo del tempo. Dopo tutto, ciascuno a suo modo, tutti cerchiamo un senso di felicità, di arricchimento. Senza dubbio una vita che abbia significato, che possieda la ricchezza della felicità autentica, non appartiene al tempo. Come l'amore, una tale vita è fuori del tempo. E per intendere ciò che è fuori del tempo, non dovremo affrontarlo mediante il tempo, ma, piuttosto intendere il tempo stesso. Non dovremo impiegare il tempo come mezzo per ottenere, realizzare, comprendere ciò che ne sta fuori. È ciò che facciamo per la maggior parte della nostra vita: spendere il tempo cercando di cogliere ciò che ne è fuori; e perciò è importante capire che cosa si intenda per tempo, poiché a mio avviso è possibile esserne liberi. Importante assai è comprendere il tempo nella sua interezza, e non parzialmente. È interessante rendersi conto che le nostre vite vengono per la massima parte spese nel tempo: il tempo, non nel senso di sequenza cronologica, di minuti, ore, giorni ed anni, ma nel senso di memoria psicologica. Viviamo mediante il tempo, ne siamo il risultato. Le nostre menti sono il prodotto di infiniti ieri, ed il presente altro non è se non il passaggio dal passato al futuro. Le nostre menti, le nostre attività, e il nostro essere, si fondano sul tempo; senza di esso non possiamo pensare, poiché il pensiero è il risultato del tempo, è il prodotto di infiniti ieri, e non vi è pensiero senza memoria. La memoria è tempo; poiché vi sono due tipi di tempo, quello cronologico e quello psicologico. Vi è il tempo come passato, misurato mediante l'orologio, o come passato nella memoria. Non si può rifiutare il tempo cronologico; sarebbe assurdo: perdereste il treno. Ma esiste realmente un tempo che non sia quello cronologico? Ovviamente esiste un tempo come passato, ma vi è un tempo quale la mente lo pensa? Esiste un tempo separato dalla mente? Senza dubbio il tempo, il tempo psicologico, è il prodotto della mente. Senza la fondazione del pensiero non vi è tempo: essendo il tempo null'altro se non la memoria di ieri in congiunzione con l'oggi, che modella il domani. Vale a dire, la memoria dell'esperienza di ieri in risposta al presente sta creando il futuro: il che, ancora, è il processo del pensiero, e un sentiero della mente. Il processo del pensiero comporta progresso psicologico nel tempo; ma è reale, è altrettanto reale del tempo cronologico? E possiamo usare quel tempo che appartiene alla mente come un mezzo per comprendere l'eterno, ciò che è fuori del tempo? Come ho detto, la felicità non è di ieri, la felicità non è prodotta dal tempo, la felicità è sempre nel presente, è uno stato senza tempo. Non so se avete notato che quando vi trovate in uno stato di estasi, di gioia creativa, in un nucleo di nubi radianti circondate da nuvole oscure, in quel momento non vi è tempo; vi è soltanto il presente immediato. La mente, che nasce dopo la sperimentazione del presente, ricorda e desidera continuarlo, immagazzinandone sempre più, e con ciò creando il tempo. Così il tempo viene creato dal "più"; il tempo è acquisizione ed è anche distacco, il che, pur esso, è un'acquisizione della mente. Perciò, limitandoci a disciplinare la mente nel tempo, a condizionare il pensiero entro la struttura del tempo, cioè nella memoria, senza dubbio non comprenderemo ciò che è fuori del tempo. La trasformazione riguarda il tempo? Molti fra noi sono avvezzi a pensare che il tempo comporti necessariamente il mutamento: io sono qualche cosa, e per mutare ciò che sono in ciò che dovrei essere mi occorre tempo. Sono avido, con la confusione, l'antagonismo, il conflitto e la miseria che risultano dall'avidità; per determinare la trasformazione, cioè la non-avidità, ritengo sia necessario il tempo. Vale a dire, si considera il tempo come un mezzo per trasformarsi in qualcosa di più grande, per diventare qualche cosa. Il problema è il seguente: si è violenti, avidi, invidiosi, irosi, viziosi o appassionati. Per trasformare ciò che è, è necessario il tempo? Anzitutto, perché vogliamo cambiare ciò che è, o determinarne una trasformazione? Perché? Dato che ciò che siamo non ci soddisfa, crea conflitto e disturbo, è giusto che non si gradisca tale stato, e se ne desideri uno migliore, più nobile, più idealistico. Perciò desideriamo il mutamento: perché esistono il dolore, lo sconforto, il conflitto. Ora, il conflitto viene superato dal tempo? Se affermate che sarà superato dal tempo, vi trovate tuttora in conflitto. Potrete dire che occorreranno venti giorni o venti anni per liberarsi dal conflitto, per mutare ciò che esiste, ma durante questo tempo resterete nel conflitto, e pertanto il tempo non determina il mutamento. Quando impieghiamo il tempo come mezzo per acquisire una qualità, una virtù o una condizione, stiamo semplicemente rimandando, o stiamo evitando ciò che è; a mio avviso è importante comprenderlo. L'avidità e la violenza causano dolore, disturbo nel mondo delle nostre relazioni con gli altri, nel quale consiste la società; e, consapevoli di questa condizione di turbamento, che definiamo avidità e violenza, diciamo a noi stessi: "col tempo me ne libererò. Praticherò la nonviolenza, praticherò il non-desiderio, praticherò la pace". Ora, volete praticare la non-violenza perché la violenza è uno stato di turbamento e di conflitto, e ritenete che col tempo otterrete la non-violenza e supererete il conflitto. Ma, in realtà, che cosa accade? Trovandovi in una condizione di conflitto desiderate raggiungere uno stato nel quale conflitto non vi sia. Ora, è questo stato di non-conflitto il risultato del tempo, il risultato di una durata? Senza dubbio, no; poiché, mentre state ottenendo una condizione di non-violenza, tuttora siete violenti e dunque vi trovate tuttora in conflitto. Il nostro problema è: può un conflitto, un turbamento, venir superato in un certo periodo di tempo, sia esso di giorni, di anni o di una vita intera? Che cosa accade quando si dice: "sto per praticare la non-violenza durante un certo periodo di tempo"? La pratica stessa indica che ci si trova in conflitto: non vi pare? Non la pratichereste se non doveste resistere ad un conflitto; voi dite che la resistenza al conflitto è necessaria per poter superare il conflitto e che per tale resistenza vi è necessario del tempo. Ma la resistenza stessa al conflitto è in se stessa una forma di conflitto. Spendete energia resistendo al conflitto nella forma che chiamate avidità, invidia o violenza, ma la vostra mente resta in conflitto, e dunque è importante scorgere la falsità del processo del dipendere dal tempo come mezzo per superare la violenza ed essere così liberi da quel processo. Allora sarete in grado di essere ciò che siete: un turbamento psicologico che è violenza in se stesso. Per comprendere qualsiasi cosa, qualsiasi problema umano o scientifico, che cosa è importante, che cosa è essenziale? Una mente calma, una mente che sia tesa a capire. Non una mente esclusiva, che cerchi di concentrare: il che, ancora, è uno sforzo per resistere. Se realmente si intende comprendere una data cosa, si ha immediatamente uno stato mentale di calma. Quando intendete ascoltare la musica o guardare un quadro che amate, per il quale abbiate un debole, qual è la condizione della vostra mente? Immediatamente vi è calma. Quando ascoltate la musica, la vostra mente non vaga di luogo in luogo; ascoltate. Similmente, quando si desidera intendere il conflitto, non si dipende più dal tempo; si è semplicemente di fronte a ciò che" è; che è conflitto. Allora, immediatamente, ecco la calma, la tranquillità della mente. Quando non si dipende più dal tempo come mezzo per trasformare ciò che è, perché si vede la falsità di quel processo, allora ci si trova di fronte a ciò che è, e poiché si è interessati a comprenderlo, naturalmente ci si troverà ad avere una mente calma. In quello stato vigile, ma passivo, della mente si ha la comprensione. Finché la mente è in conflitto, finché biasima, resiste, condanna, non si potrà capire. Se desidero intendervi, non dovrò condannarvi, questo è ovvio. È quella mente calma, quella mente tranquilla, che determina il mutamento. Quando la mente non resiste più, non evita più, non scarta né biasima più ciò che è, ma è semplicemente e passivamente consapevole, allora, in quella passività della mente scoprirete, se veramente penetrerete entro il problema, che ha luogo una trasformazione. La redenzione è possibile soltanto oggi, non in futuro; la rigenerazione ha luogo oggi, non domani. Se sperimenterete ciò che ho detto, troverete che vi è una rigenerazione immediata, una novità, una qualità di freschezza; poiché la mente è sempre calma quando è interessata, quando desidera, e intende, capire. La difficoltà, per la maggior parte di noi, è che non abbiamo intenzione di capire, poiché temiamo che, se capissimo, ciò potrebbe comportare un'azione rivoluzionaria nella nostra vita: e così resistiamo. È il meccanismo di difesa che lavora quando impieghiamo il tempo oppure un ideale come mezzo per una trasformazione graduale. Così la rigenerazione è possibile solo nel presente, non nel futuro, non l'indomani. Chi conti sul tempo come mezzo mediante il quale possa ottenere felicità o rendersi conto della verità o di Dio, sta semplicemente ingannando se stesso; vive nell'ignoranza e perciò nel conflitto. Chi veda che il tempo non è il modo per uscire dalla nostra difficoltà, e sia pertanto libero dal falso, certamente ha l'intento di capire; perciò la sua mente è calma spontaneamente, senza costrizione, senza esercizio. Quando la mente è placata, tranquilla, quando non cerca risposte o soluzioni, quando non resiste né evita, soltanto allora può esservi una rigenerazione, poiché allora la mente è in grado di percepire la verità; ed è la verità che libera, non lo sforzo di essere liberi.

21 – Potere e realizzazione

Vediamo che è necessario un mutamento radicale della società, in noi stessi, nelle nostre relazioni individuali e di gruppo; come realizzarlo? Se il mutamento avviene in conformità ad uno schema proiettato dalla mente, attraverso un piano ragionevole e ben studiato, allora esso resta tuttora entro il campo della mente; e perciò qualsiasi cosa la mente progetti, diviene il fine, la visione cui siamo pronti a sacrificare noi stessi e gli altri. Se tenete presente ciò, ne segue che, in quanto esseri umani, altro non siamo che una creazione della mente, il che implica conformismo, costrizione, brutalità, dittature, campi di concentramento: tutta l'intera faccenda. Quando adoriamo la mente, tutto ciò è implicito, non è così? Se me ne rendo conto, se vedo la futilità della disciplina, del controllo, se vedo che le diverse forme di soppressione non fanno che rafforzare il "me" e il "mio", che cosa dovrò fare? Per considerare pienamente questo problema dobbiamo domandarci che cosa sia la coscienza. Mi domando se vi abbiate pensato da voi, o se abbiate semplicemente citato ciò che le autorità hanno detto circa la coscienza. Non so in qual modo abbiate compreso dalla vostra esperienza, dal vostro proprio studio di voi stessi, che cosa implichi la coscienza: non soltanto la coscienza delle attività e delle finalità di tutti i giorni, ma quella coscienza che è nascosta, più profonda e più ricca ed assai più difficile da raggiungere. Se dovremo trattare questo problema, il problema di un mutamento fondamentale in noi stessi e pertanto nel mondo, e con questo mutamento risvegliare una certa visione, un entusiasmo, uno zelo, una fede, una speranza, una certezza che ci dia l'impeto necessario ad agire; se dovremo intendere tutto ciò, non è necessario affrontare il problema della coscienza? Si può vedere che cosa si intenda per coscienza al livello superficiale della mente. Ovviamente si tratta del processo del pensare, si tratta del pensiero. Il pensiero è il frutto della memoria, della traduzione in parole; è il denominare, il registrare e l'accumulare certe esperienze, così da essere in grado di comunicare; a questo livello pure vi sono diverse inibizioni, controlli, sanzioni, discipline. Con tutto questo abbiamo grande familiarità. Quando procediamo un poco più in profondo, vi sono tutte le stratificazioni della razza, i motivi nascosti, le ambizioni ed i pregiudizi collettivi e individuali, risultato della percezione, del contatto e del desiderio. Tale coscienza totale, tanto quella nascosta che quella superficiale, si concentra sull'idea del "me", del sé. Quando discutiamo come determinare un mutamento, generalmente intendiamo il mutamento a livello superficiale, non è così? Mediante la determinazione, mediante certe conclusioni, fedi, controlli, inibizioni, ci sforziamo di raggiungere una finalità superficiale cui miriamo, per la quale ci struggiamo, e che confidiamo di conseguire con l'aiuto dell'inconscio, degli strati più profondi della mente; e perciò pensiamo che sia necessario scoprire le profondità del sé. Ma vi è un eterno conflitto tra i livelli superficiali ed i cosiddetti livelli più profondi: tutti gli psicologi, tutti coloro che hanno perseguito l'autocoscienza ne sono perfettamente consapevoli. Questo conflitto intimo comporterà un mutamento? Non è forse questo il problema più fondamentale ed importante della nostra vita quotidiana: come determinare un mutamento radicale in noi stessi? La pura modificazione del livello superficiale lo provocherà? Intendere i diversi livelli della coscienza, del "me", scoprire il passato, le varie esperienze personali dall'infanzia ad oggi, esaminare in me stesso le esperienze collettive di mio padre, di mia madre, dei miei avi, della mia razza, il condizionamento della società particolare nella quale vivo: l'analisi di tutto ciò provocherà un mutamento che non sia puramente un adeguamento? Sento, e senza dubbio anche voi dovreste sentirlo, che un mutamento fondamentale nella propria vita è essenziale: un mutamento che non sia pura reazione, che non sia il risultato dello sforzo e dell'urgenza delle esigenze ambientali. Come dovremo provocare un simile mutamento? La mia coscienza è la somma totale dell'esperienza umana, più il mio contatto particolare col presente: ciò può provocare un mutamento? Lo studio della mia coscienza, delle mie attività, la consapevolezza dei miei pensieri e sentimenti, acquietando la mente per poter osservare senza condannare: questo processo comporterà un mutamento? Potrà esservi mutamento attraverso la fede, attraverso l'identificazione con un'immagine proiettata che chiamiamo ideale? Tutto ciò non implica un certo conflitto tra ciò che io sono e ciò che dovrei essere? E il conflitto provocherà un mutamento fondamentale? Mi trovo in una lotta costante, entro me stesso e con la società, non è così? Vi è un conflitto incessante, che prosegue, tra ciò che io sono e ciò che voglio essere; tale conflitto, tale battaglia comporterà un mutamento? Vedo che il mutamento è essenziale; posso provocarlo esaminando l'intero processo della mia coscienza, sforzandomi, disciplinandomi, praticando varie forme di repressione? Sento che un processo di questo tipo non può comportare un mutamento radicale. Di ciò si deve essere completamente sicuri. E se tale processo non può comportare una trasformazione fondamentale, una rivoluzione intima e profonda, allora quale processo la comporterà? Come si dovrà provocare una rivoluzione autentica? Qual è il potere, l'energia creativa che provoca quella rivoluzione: e come va scatenata? Avete provato varie discipline, avete provato a perseguire ideali e le più diverse teorie speculative: che siete Dio, e che se potete rendervi conto di tale divinità o sperimentare l'Atman, il supremo, o quello che vorrete, allora questo stesso rendervene conto comporterà un mutamento fondamentale. Ma sarà così? In primo luogo postulate che vi è una realtà di cui fate parte, e costruite su di essa diverse teorie, speculazioni, fedi, dottrine, supposizioni, in base alle quali vivete; pensando ed agendo secondo tale schema sperate di provocare un mutamento fondamentale. Vi riuscirete? Supponiamo che voi riteniate, come fanno molti cosiddetti religiosi, che vi sia in voi, fondamentalmente, profondamente, l'essenza della realtà; e che se, coltivando la virtù, attraverso diverse forme di disciplina, di controllo, di soppressione, di negazione, di sacrificio, potete mettervi in contatto con tale realtà, allora la trasformazione richiesta si verificherà. Ma tale supposizione non fa ancora parte del pensiero? Non è il risultato di una mente condizionata, di una mente che è stata educata a pensare in un modo particolare, secondo certi schemi? Dopo aver creato l'immagine, l'idea, la teoria, la fede, la speranza, guardate alla vostra creazione perché comporti questo mutamento radicale. Anzitutto si dovranno scorgere le attività straordinariamente sottili del "me", della mente, diventar consapevoli delle idee, delle fedi e delle speculazioni e metterle tutte da parte, poiché in realtà si tratta di inganni, non è così? Altri possono avere sperimentato la realtà; ma se voi non l'avete sperimentata, a che serve speculare su di essa o immaginare che nella vostra essenza siate qualche cosa di reale, di immortale, di divino? Si resta pur sempre nel campo del pensiero, e qualsiasi cosa scaturisca dal pensiero è condizionata, appartiene al tempo, alla memoria; perciò, non è reale. Se ci se ne rende conto in concreto – non speculativamente, non con l'immaginazione né con l'abbandono, ma in concreto – se si vede la verità che qualsiasi attività della mente nella sua ricerca speculativa, nel suo brancolare filosofico, qualsiasi supposizione, qualsiasi immaginazione o speranza è soltanto automistificazione – allora qual è il potere, l'energia creativa che comporta questa trasformazione fondamentale? Forse, giungendo a questo punto, abbiamo usato la mente conscia; abbiamo seguito l'argomentazione, ci siamo opposti ad essa o l'abbiamo accettata, e l'abbiamo vista chiaramente oppure oscuramente. Andare più innanzi e sperimentare con maggiore profondità esige una mente calma e vigile, non è così? Essa non persegue più idee, poiché, se si persegue un'idea, ecco il pensatore che segue quanto vien detto, e pertanto, immediatamente, si crea un dualismo. Se volete procedere più innanzi a questo proposito, circa il mutamento fondamentale, non è forse necessario che la mente attiva sia calma? Senza dubbio soltanto quando la mente è calma potrà comprendere la difficoltà enorme, le implicazioni complesse del pensatore e del pensiero come due processi separati, lo sperimentatore e lo sperimentato, l'osservatore e l'osservato. La rivoluzione, questa rivoluzione psicologica, creativa, nella quale il "me" non sia, verrà soltanto quando il pensatore ed il pensiero saranno una cosa sola, quando non vi sarà dualismo, tale che il pensatore controlli il pensiero; e suggerisco che soltanto questa esperienza scateni l'energia creativa che a sua volta comporta una rivoluzione fondamentale, e la rottura del "me" psicologico. Conosciamo la via della potenza – potenza attraverso il dominio, attraverso la disciplina, attraverso la costrizione. Attraverso la potenza politica speriamo di mutare fondamentalmente; ma tale potenza non fa che nutrire ulteriore ostilità, disintegrazione e male, rafforza il "me". Ci sono familiari le diverse forme di acquisizione, tanto individualmente che in gruppo, ma non abbiamo mai provato la via dell'amore, né sappiamo neppure ciò che essa significhi. L'amore non è possibile finché vi è il pensatore, il centro del "me". Rendendosi conto di tutto ciò, che cosa si deve fare? Senza dubbio l'unica cosa che può determinare il mutamento fondamentale, e uno scatenamento creativo, psicologico, è la vigilanza quotidiana, l'essere consapevoli di momento in momento dei nostri motivi, sia di quelli consci che di quelli inconsci. Quando ci rendiamo conto che le discipline, le fedi, gli ideali non fanno che rafforzare il "me" e sono pertanto profondamente futili; quando ci rendiamo conto di ciò giorno per giorno, quando vediamo la verità, non tocchiamo forse il punto cruciale nel quale il pensatore si separa costantemente dal suo pensiero, dalle sue osservazioni, dalle sue esperienze? Finché il pensatore esiste separatamente dal proprio pensiero, che egli cerca di dominare, non potrà esservi trasformazione fondamentale. Finché il "me" è l'osservatore, colui che raccoglie l'esperienza, colui che si rafforza mediante l'esperienza, il mutamento fondamentale, lo scatenamento creativo non potrà aver luogo. Quello scatenamento creativo nascerà soltanto quando il pensatore sarà il pensiero: ma l'abisso non potrà venire colmato da nessuno sforzo. Quando la mente si renderà conto che qualsiasi speculazione, qualsiasi denominazione, qualsiasi forma di pensiero non fa che rafforzare il "me", quando vedrà che finché il pensatore esiste separatamente dal pensiero dovrà esservi limitazione, e il conflitto proprio del dualismo; quando la mente si renderà conto di questo, allora essa sarà vigile, ininterrottamente consapevole del modo in cui va separandosi dall'esperienza, affermando se stessa, cercando il potere. In tale consapevolezza, se la mente la ricerca sempre più profondamente ed ampiamente, senza perseguire un fine, una meta, nascerà una condizione nella quale il pensatore ed il pensiero saranno una cosa sola. In tale condizione non vi è sforzo, non vi è divenire, non vi è desiderio di imitare; in tale condizione il "me" non esiste, poiché la trasformazione che si verifica non appartiene alla mente. Soltanto quando la mente è vuota si ha la possibilità di creare; ma non intendo con ciò quel vuoto superficiale che molti di noi possiedono. Molti fra noi sono, superficialmente, vuoti, e ciò si rivela attraverso il desiderio di distrazione. Vogliamo divertirci, e così ci volgiamo ai libri, alla radio, alle conferenze, alle autorità; la mente si riempie senza tregua. Non parlo di quel vuoto che è mancanza di pensiero. Al contrario, parlo di quel vuoto che nasce attraverso una pienezza straordinaria di pensiero, quando la mente vede il proprio potere di creare l'illusione, e va oltre. Il vuoto creativo non sarà possibile finché vi sarà il pensatore che attende, che guarda, che osserva per raccogliere esperienza, per rafforzare se stesso. Potrà mai la mente esser libera di tutti i simboli, di tutte le parole con le loro sensazioni, in modo che non vi sia uno sperimentatore che accumuli? È possibile che la mente metta da parte completamente tutti i ragionamenti, le esperienze, le imposizioni, le autorità, così che vi si trovi in uno stato di vuoto? Naturalmente non sarete capaci di rispondere a questa domanda; a voi rispondere è impossibile, perché non sapete, perché non l'avete mai provato. Ma, se mi consentite di suggerirvelo, ascoltate, lasciate che la domanda vi venga posta, lasciate che il seme venga gettato; porterà frutto se realmente ascolterete, se non resisterete. Soltanto il nuovo può trasformare, non il vecchio. Se perseguite lo schema dell'antico, qualsiasi cambiamento non è che la continuità modificata dell'antico; nulla vi è di nuovo in ciò, nulla di creativo. Il creativo può nascere soltanto quando la mente stessa è nuova; e la mente potrà rinnovarsi soltanto quando sarà capace di vedere tutte le proprie attività, non soltanto a livello superficiale, ma in profondo. Quando la mente vede le proprie attività, quando è consapevole dei propri desideri, esigenze, urgenze, finalità, quando è consapevole della creazione delle proprie stesse autorità e timori, quando vede dentro se stessa la resistenza creata dalla disciplina, dal controllo, dalla speranza che proietta le fedi e gli ideali, quando la mente vede attraverso tutto questo processo e ne è consapevole, potrà mettere da parte tutte codeste cose ed essere nuova, creativamente vuota? Scoprirete se lo potrà o non lo potrà soltanto se lo sperimenterete senza avere alcuna opinione su ciò, senza voler sperimentare quello stato creativo. Se vorrete sperimentarlo, lo sperimenterete; ma ciò che sperimenterete non sarà il vuoto creativo, ma soltanto una proiezione del desiderio. Se desidererete sperimentare il nuovo, semplicemente starete indulgendo in un'illusione; ma se comincerete con l'osservare, con l'essere consapevoli delle vostre proprie attività di giorno in giorno, di momento in momento, contemplando l'intero processo di voi stessi come in uno specchio, allora, andando sempre più in profondo, giungerete al problema finale di questo vuoto, nel quale soltanto può esistere il nuovo. La verità, Dio o ciò che vorrete, non è qualcosa da sperimentare, poiché lo sperimentatore è il risultato del tempo, della memoria, del passato, e finché vi sarà lo sperimentatore non vi sarà realtà. Vi sarà realtà soltanto quando la mente sarà completamente libera dall'analizzatore, dallo sperimentatore e dallo sperimentato. Allora scoprirete la risposta, allora vedrete che il mutamento viene senza che lo domandiate, che la condizione di vuoto creativo non è qualcosa da coltivare: essa è qui, oscuramente viene, senza alcun invito; soltanto in quello stato vi è una possibilità di rinnovamento, di novità, di rivoluzione.

Domande e risposte

1 – Sulla crisi attuale

Domanda: Lei ha detto che la crisi attuale è senza precedenti. In che senso essa è eccezionale?

Krishnamurti: Ovviamente la crisi attuale in tutto il mondo è eccezionale, senza precedenti. Vi sono state crisi di diversi tipi nei vari periodi storici, crisi sociali, nazionali, politiche. Le crisi vanno e vengono; recessioni economiche e depressioni vengono, si modificano e continuano in forma diversa. Lo sappiamo; tali processi ci sono familiari. Senza dubbio, però la crisi presente è diversa. Anzitutto perché non si tratta di danaro né di cose tangibili, ma d'idee. La crisi è eccezionale perché sta nel campo delle idee. Discutiamo con idee, giustifichiamo il delitto; ovunque nel mondo giustifichiamo il delitto come un mezzo per un fine giusto, il che in se stesso è senza precedenti. Un tempo, si riconosceva che il male fosse il male, il delitto era riconosciuto come delitto, ma oggi il delitto è un mezzo per raggiungere un nobile risultato. Il delitto, sia esso di una persona o di un gruppo di persone, è giustificato perché colui che lo commette, o il gruppo che ne è rappresentato, lo giustifica come il mezzo per ottenere un risultato che sarà di beneficio all'uomo. Vale a dire sacrifichiamo il presente per il futuro, e non importa quali mezzi impieghiamo, finché il nostro proposito dichiarato è di produrre un risultato che, noi diciamo, sarà utile all'uomo. Pertanto, l'implicazione è che il mezzo errato produce un fine giusto e il mezzo errato viene giustificato mediante le idee. Nelle diverse crisi che hanno avuto luogo prima, la ragione della disputa è stata lo sfruttamento delle cose o dell'uomo; essa è oggi lo sfruttamento delle idee, il che è assai più dannoso, assai più pericoloso, perché lo sfruttamento delle idee è estremamente devastatore, distruttivo. Abbiamo oggi imparato il potere della propaganda ed è questa una delle massime calamità che possano verificarsi: usare le idee come mezzo per trasformare l'uomo. Ciò è quanto accade oggi nel mondo. L'uomo non è importante: sono divenuti importanti i sistemi, le idee. L'uomo non ha più alcun significato. Possiamo distruggere milioni di uomini pur di giungere a un risultato, e il risultato è giustificato dalle idee. Abbiamo un magnifico castello di idee per giustificare il male, e senza dubbio ciò non ha precedenti. Il male è il male; non può portare al bene. La guerra non è un mezzo per la pace. La guerra può comportare benefici secondari, come aeroplani più efficienti, ma non porterà all'uomo la pace. La guerra viene giustificata intellettualmente come il mezzo per portare la pace; quando l'intelletto prevale nella vita umana, ciò comporta una crisi senza precedenti. Vi sono altre cause, inoltre, che pure sono segno di una crisi senza precedenti. Una di esse è l'importanza straordinaria che l'uomo dà ai valori dei sensi, alla proprietà, al nome, alla casta ed al paese, alla etichetta particolare che porta. In realtà voi non siete né maomettano né indù, né cristiano né comunista. Nome e proprietà, casta e paese, hanno assunto un'importanza predominante, il che significa che l'uomo è imprigionato nei valori dei sensi, nei valori delle cose, siano esse costruite dalla mente o dalla mano. Le cose costruite dalla mano o dalla mente sono divenute tanto importanti che stiamo uccidendo, distruggendo, rovinando, liquidando qualsiasi altra cosa a causa di esse. Ci stiamo accostando all'orlo di un precipizio; ogni azione ci porta là, qualsiasi azione politica ed economica ci conduce inevitabilmente al precipizio, trascinandoci in questo abisso caotico e confuso. Perciò la crisi non ha precedenti ed esige un'azione senza precedenti. Sfuggire, uscire da questa crisi, esige un'azione fuori del tempo, una azione che non si fondi su un'idea, su un sistema, poiché qualsiasi azione fondata su un sistema o su un'idea condurrà inevitabilmente alla frustrazione. Una tale azione ci condurrebbe semplicemente di nuovo all'abisso, per una via diversa. Poiché la crisi non ha precedenti, occorre un'azione che non abbia precedenti, il che significa che la rigenerazione dell'individuo deve essere istantanea, non deve essere un processo del tempo. Deve aver luogo oggi, non domani; poiché il domani è un processo di disintegrazione. Se penso di trasformarmi domani mi invito alla confusione, resto nel campo della distruzione. È possibile mutare ora? È possibile trasformarsi completamente oggi, nell'immediato? Io affermo di sì. Il punto è che la crisi ha carattere eccezionale e che pertanto occorre una rivoluzione nel pensare; e tale rivoluzione non può verificarsi attraverso gli altri, attraverso un qualsiasi libro od organizzazione. Deve nascere da noi, attraverso ciascuno di noi. Soltanto allora potremo creare una società nuova, una struttura nuova lontana da questo orrore, lontana da queste forze straordinariamente distruttive che si vanno accumulando, assommando; e tale trasformazione nascerà soltanto se tu, come individuo, sarai consapevole di te stesso in ogni pensiero, azione e sentimento.

2 – Sul nazionalismo

Domanda: Che cosa viene quando il nazionalismo scompare?

Krishnamurti: Ovviamente, l'intelligenza. Ma temo che in questa domanda essa sia implicata. L'implicazione è la seguente: che cosa può sostituirsi al nazionalismo? Qualsiasi sostituto è un atto che non comporta intelligenza. Se abbandono una religione e ne abbraccio un'altra, oppure abbandono un partito politico e più tardi ne abbraccio un altro, questo ininterrotto sostituire è segno di uno stato nel quale non vi è intelligenza. In qual modo scompare il nazionalismo? Soltanto per il fatto che ne comprendiamo le piene implicazioni, esaminandole, essendo consapevoli del suo significato nell'azione esterna ed interna. All'esterno esso comporta divisioni fra la gente, classificazioni, guerre e distruzioni, il che è ovvio per chiunque osservi le cose come stanno. All'interno, psicologicamente, tale identificazione con ciò che è maggiore di noi, con la patria, con un'idea, ovviamente è una forma di autoespansione. Vivendo in un villaggio, o in una grande città, o dovunque vogliate, non sono nessuno; ma se mi identifico con qualcosa di più grande di me, con la patria, se mi chiamo indù, ciò solletica la mia vanità, mi dà una ricompensa, un prestigio, un senso di benessere; e tale identificazione con ciò che è più grande di me, che è una necessità psicologica per coloro che sentono essenziale l'autoespansione, crea pure conflitto, lotta tra la gente. Così non soltanto il nazionalismo crea un conflitto esteriore, ma anche frustrazioni interiori; quando si comprende il nazionalismo, l'intero processo del nazionalismo, esso decade. La comprensione del nazionalismo nasce dall'intelligenza, dall'osservazione attenta, dall'investigazione dell'intero processo del nazionalismo, del patriottismo. Da tale esame nasce l'intelligenza, e pertanto non si sostituisce qualcos'altro al nazionalismo. Nel momento in cui sostituite al nazionalismo la religione, questa diventa un altro mezzo di autoespansione e un'altra fonte di ansietà psicologica: il mezzo di nutrirsi mediante una fede. Perciò qualsiasi forma di sostituzione, per quanto nobile, è una forma di ignoranza: come chi rinunci a fumare sostituendo con il masticare gomma americana o radici di betulla; mentre se realmente si comprende l'intero problema del fumare, delle abitudini, delle sensazioni, delle esigenze psicologiche e di tutto il resto, allora non si fuma più. Intendere è possibile soltanto quando vi è sviluppo dell'intelligenza, quando l'intelligenza funziona, e l'intelligenza non funziona quando si compie una sostituzione. La sostituzione è semplicemente una forma di autocorruzione, vi induce a non fare più questo, bensì quest'altro. Il nazionalismo, col suo veleno, con la sua miseria e la sua lotta mondiale, potrà scomparire soltanto quando vi sarà intelligenza, e l'intelligenza non nasce semplicemente passando agli esami e studiando libri. L'intelligenza nasce quando comprendiamo i problemi man mano che sorgono. Quando si comprende il problema ai suoi diversi livelli, non soltanto all'esterno ma anche all'interno, nelle sue implicazioni psicologiche, allora, in tale processo, nasce l'intelligenza. Così, quando vi è intelligenza non vi è sostituzione; quando vi è intelligenza, allora il nazionalismo, il patriottismo, che è una forma di stupidità, scompare.

3 – Perché avere maestri spirituali?

Domanda: Lei dice che i guru non sono necessari; ma come potrò trovare la verità senza il saggio aiuto e la guida che soltanto un guru può offrire?

Krishnamurti: La domanda è se un guru sia necessario oppure no. Si può trovare la verità per mezzo di un altro? Alcuni dicono che si può ed altri che no. Vogliamo trovare la verità su questo punto, non la mia opinione contro l'opinione di qualcun altro. Su questo punto non ho opinione. O è così o non è così. Se sia essenziale avere un guru non è questione di opinioni. La verità circa il problema non dipende dall'opinione, per quanto profonda, erudita, popolare, universale essa sia. La verità su questo punto va trovata, nei fatti. Anzitutto, perché vogliamo un guru? Diciamo che ne abbiamo bisogno perché siamo confusi ed il guru è utile; egli ci indicherà quale è la verità, ci aiuterà a comprendere, sa assai più di noi circa la vita, agirà come un padre, come un maestro per istruirci nella vita. Possiede vasta esperienza e noi ne abbiamo poca; ci aiuterà mediante la sua maggiore esperienza, e così via. Cioè, fondamentalmente, andate da un maestro perché siete nella confusione. Se foste chiari, non vi accostereste ad un guru. Ovviamente, se foste profondamente felici, se non aveste problemi, e comprendeste completamente la vita, non andreste da alcun guru. Spero che scorgiate il significato di ciò. Cercate un maestro perché siete confusi. Andate da lui affinché vi offra una strada per vivere, per dissipare la vostra confusione, per trovare la verità. Scegliete il guru perché siete confusi e sperate che egli vi dia ciò che gli domandate. Ecco perché scegliete un guru che soddisfi la vostra esigenza; la scegliete a seconda del compenso che vi sarà, e la vostra scelta dipende da tale compenso. Non sceglierete un guru che dica "Dipendete da voi stessi"; lo sceglierete secondo i vostri pregiudizi. Così, dato che avete scelto il vostro guru secondo il compenso che egli vi offre, non state cercando la verità, ma un modo per fuggire alla confusione; e la via per uscire dalla confusione viene, erroneamente, chiamata verità. Esaminiamo anzitutto l'idea che il guru, possa rischiarare la nostra confusione. Potrà qualcuno rischiararla? essendo la confusione il prodotto delle nostre risposte. Siamo stati noi a crearla. Pensate veramente che qualcun altro l'abbia creata: questa miseria, questa lotta a tutti i livelli dell'esistenza, all'interno e all'esterno? Essa è il risultato della nostra propria mancanza di conoscenza di noi stessi. Proprio perché non comprendiamo noi stessi, i nostri conflitti, le nostre risposte, le nostre miserie, andiamo da un guru che, noi pensiamo, ci aiuterà a liberarci da quella confusione. Possiamo comprendere noi stessi soltanto in rapporto al presente; e tale rapporto in se stesso è il guru, non qualcuno al di fuori. Se non intendo tale rapporto, qualsiasi cosa un guru possa dire è inutile, perché se non intendo la relazione, la mia relazione con la proprietà, con la gente, con le idee, chi potrà risolvere il conflitto dentro di me? Per risolverlo devo comprenderlo io stesso, il che significa che devo essere consapevole di me stesso in rapporto. Per essere consapevoli, non è necessario alcun guru. Se non conosco me stesso, di che utilità mi sarà un maestro? Come un capo politico viene scelto da coloro che sono confusi e la cui scelta pertanto è pur essa confusa, così ho scelto un guru. Posso sceglierlo soltanto secondo la mia confusione; e perciò egli, come il capo politico, è confuso. Ciò che importa non è chi abbia ragione – se abbia ragione io o coloro che dicono che un guru è necessario; importa trovare perché voi abbiate bisogno di un guru. I guru esistono per ragioni di opportunità, le più diverse, ma ciò non ha rilievo. Voi trovate soddisfazione se qualcuno vi dice come state progredendo; ma trovare perché vi occorra un guru, questa è la chiave. Un altro potrà indicarvi la strada, ma voi dovrete fare tutto il lavoro, anche se avete un guru. Non volendo affrontare ciò, passate la responsabilità al guru. Il guru diviene inutile quando esiste una particella di autocoscienza. Nessun guru, nessun libro o scrittura vi potrà dare l'autocoscienza: essa nascerà quando sarete consapevoli di voi stessi in rapporto. Essere, è essere in rapporto; non intendere il rapporto è miseria, lotta. Non essere consapevoli della nostra relazione con la proprietà è una delle cause di confusione. Se non conoscete la giusta relazione con la proprietà vi sarà necessariamente conflitto, il che accrescerà il conflitto nella società. Se non intendete la relazione tra voi e vostra moglie, tra voi e vostro figlio, come potrà un altro risolvere il conflitto che nasce da tale relazione? Similmente con le idee, le fedi e così via. Essendo confusi nel vostro rapporto con la gente, con la proprietà, con le idee, cercate un guru, se è un guru vero, vi dirà come capire voi stessi. Voi siete la fonte di ogni fraintendimento e confusione; voi potrete risolvere tale conflitto soltanto se comprenderete voi stessi in relazione. Non potrete trovare la verità mediante nessun altro. Come potreste? La verità non è statica; non ha un punto fisso, non è una finalità, una meta. Al contrario, è vivente, dinamica, vigile, vivace. Come potrebbe essere un fine? Se la verità fosse un punto fisso, non sarebbe più verità; sarebbe una pura opinione. La verità è l'ignoto, e una mente che la ricerchi non la troverà mai, poiché la mente è costruita in base al noto, è il risultato del passato, è il risultato del tempo: lo potete osservare da voi. La mente è lo strumento del noto, e pertanto non potrà trovare l'ignoto; potrà soltanto muoversi da cosa nota a cosa nota. Quando la mente persegue la verità, la verità che ha letto nei libri, tale "verità" è autoproiettata; poiché allora la mente sta semplicemente cercando ciò che conosce, qualcosa di noto che sia più soddisfacente di quel che era prima. Quando la mente persegue la verità, sta cercando la propria autoprotezione, non la verità. Dopo tutto, un ideale è autoproiettato; è fittizio, irreale. Ciò che è reale è ciò che è, non il suo opposto. Ma una mente che persegua la realtà, che persegua Dio, persegue il noto. Quando pensate a Dio, il vostro Dio è la proiezione del vostro stesso pensiero, il risultato di influenze sociali. Potete pensare soltanto il noto; non potrete pensare l'ignoto; non potrete concentrarvi sulla verità. Nel momento in cui penserete l'ignoto, sarà semplicemente qualcosa di noto autoproiettato. Iddio o la verità non si possono pensare. Se li pensate, non è la verità. La verità non può essere oggetto di ricerca: viene a voi. Potrete perseguire soltanto ciò che conoscete. Quando la mente non sarà torturata da quanto conosce, dagli effetti di ciò che conosce, allora soltanto la verità potrà rivelarsi. La verità è in ogni foglia, in ogni lacrima; va conosciuta di momento in momento. Nessuno potrà guidarvi alla verità; e se qualcuno vi guida, potrà guidarvi soltanto al noto. La verità potrà venire soltanto alla mente che è vuota di ciò che conosce. Essa perverrà ad uno stato nel quale ciò che è noto sarà assente, non funzionerà. La mente è il magazzino del conosciuto, il residuo del noto; affinché la mente sia in quello stato nel quale l'ignoto nasce, essa dovrà essere consapevole di se stessa, delle sue passate esperienze, sia consce che inconsce, delle sue risposte, reazioni, della sua struttura. Quando si avrà completa autoconoscenza, allora si avrà la fine del noto, allora la mente sarà completamente vuota di esso. Soltanto allora la verità giungerà a voi senza invito. La verità non appartiene né a voi né a me. Non la si può adorare. Nel momento in cui viene conosciuta, è irreale. Il simbolo non è reale, l'immagine non lo è; ma quando vi è intendimento del sé, cessazione del sé, allora nasce l'eternità.

4 – Sulla conoscenza

Domanda: Concludo, da quanto lei ha detto, che apprendere e conoscere sono puri impedimenti. A che cosa essi sono di impedimento?

Krishnamurti: Ovviamente, la conoscenza e l'apprendere sono un impedimento alla comprensione di ciò che è nuovo, fuori del tempo, eterno. Elaborare una tecnica perfetta non renderà creativi. Si può saper dipingere meravigliosamente, si può possedere la tecnica, ma si può ugualmente non essere un pittore creativo. Si può conoscere il modo di scrivere poesie, tecnicamente perfettissime; ma si può ugualmente non essere un poeta. Essere un poeta implica esser capaci di recepire il nuovo, essere abbastanza sensibili da rispondere a qualche cosa di nuovo, di fresco. Nella maggior parte di noi la conoscenza e l'apprendimento sono ormai una passione, e riteniamo che sapendo si possa essere creativi. Una mente gremita, oppressa dai fatti, dalla conoscenza, sarà mai capace di recepire qualcosa di nuovo, imprevisto, spontaneo? Se la mente è gremita di cose note, resta spazio in essa per recepire qualcosa che appartenga all'ignoto? Senza dubbio la conoscenza appartiene sempre al noto; e col noto cerchiamo di comprendere l'ignoto, qualcosa che è al di là della misura. Prendiamo, ad esempio, qualcosa di estremamente comune che accade a moltissimi fra noi: chi è religioso – qualsiasi cosa, per il momento, tale parola significhi – tenta di immaginare ciò che Dio è, o di pensare su ciò che Dio è. Ha letto libri innumerevoli, ha letto sulle esperienze dei diversi santi, dei Maestri, dei Mahatma e così via, e cerca di immaginare o sentire quale sia la esperienza altrui; questo significa tentare di accostarsi all'ignoto mediante il noto. Potrete mai farlo? Potrete mai pensare a qualcosa che non sia conoscibile? Potrete soltanto pensare a qualche cosa che conoscete. Ma vi è questa straordinaria perversione che ha luogo oggi nel mondo: secondo noi, comprenderemo se possederemo un'informazione maggiore, più libri, più fatti, più roba stampata. Per essere consapevoli di qualche cosa che non sia la proiezione del noto, occorre eliminare, mediante la comprensione, il processo del noto. Perché accade che la mente si aggrappi sempre al noto? Non è forse perché cerca costantemente sicurezza, certezza? La sua stessa natura è ancora nel noto, nel tempo; come potrà una mente cosiffatta, e le cui stesse fondamenta sono basate sul passato, sul tempo, sperimentare ciò che è fuori del tempo? Potrà concepire, formulare, raffigurare l'ignoto, ma ciò è del tutto assurdo. L'ignoto potrà nascere soltanto quando il noto verrà capito, dissolto, messo da parte. Ciò è estremamente difficile, poiché nel momento in cui si ha esperienza di qualche cosa, la mente la traduce nei termini del noto e la riduce al passato. Non so se abbiate notato che ogni esperienza viene immediatamente tradotta nel noto, le si dà nome, la si tabula e la si registra. Così il movimento del noto è conoscenza, ed ovviamente una tale conoscenza, un tale apprendimento, è impedimento. Supponiamo che non abbiate mai letto un libro, né di religione né di psicologia, e che dobbiate trovare il significato, il senso della vita. Come procedereste? Supponiamo che non vi siano maestri, nessuna organizzazione religiosa, nessun Buddha, nessun Cristo, e che si debba cominciare da zero. Come procedereste? Anzitutto, dovreste comprendere il vostro processo di pensiero, non è così? e non proiettare voi stessi, i vostri pensieri, nel futuro e crearvi un Dio di vostro gradimento; sarebbe troppo infantile. Perciò dovreste anzitutto comprendere il processo del vostro pensare, non è vero? È questa l'unica via per scoprire qualcosa di nuovo: non è così? Dicendo che apprendere o sapere costituisce un impedimento, non vi includiamo la conoscenza tecnica – come guidare una macchina, come mandare avanti un impianto – né l'efficienza che tale conoscenza comporta. Pensiamo a qualcosa di completamente diverso: a quel senso di felicità creativa che nessuna mole di conoscenza o di apprendimento vi porterà. Essere creativi nel senso più vero della parola è esser liberi dal passato di momento in momento, poiché è il passato che getta continuamente la sua ombra sul presente. Aggrapparsi puramente all'informazione, alle esperienze degli altri, a ciò che qualcuno ha detto, per quanto egli sia grande, e cercare di modellarvi la nostra azione, tutto ciò è conoscenza, non è così? Ma per scoprire qualche cosa di nuovo dovrete cominciare da voi stessi; dovrete cominciare un viaggio senza avere nulla addosso, specialmente nessuna conoscenza; poiché è assai facile, mediante la conoscenza e la fede, avere esperienze: ma tali esperienze sono puramente il prodotto dell'autoproiezione, e pertanto sono profondamente irreali; sono false. Se dovrete scoprire, da voi, quanto è nuovo, non servirà a nulla portarvi dietro il bagaglio dell'antico, specialmente la conoscenza: la conoscenza di qualcun altro, per quanto egli sia grande. Userete la conoscenza come mezzo di autoprotezione, di sicurezza, e vorrete essere del tutto sicuri di avere le medesime esperienze che ha avuto Buddha, o Cristo. Ma chi protegga se stesso continuamente mediante la conoscenza, ovviamente non ricerca la verità. Per la scoperta della verità non vi è alcun sentiero. Dovrete entrare nel mare inesplorato: il che non è deprimente, non significa buttarsi allo sbaraglio. Quando si vuol trovare qualcosa di nuovo, quando si sta sperimentando qualche cosa, si deve avere la mente calma, non è così? Se la mente è affollata, gremita di fatti, di conoscenza, tutto ciò agisce come impedimento al nuovo; la difficoltà, per molti di noi, è che la mente è divenuta tanto importante, tanto predominante nel suo significato, da interferire costantemente con qualsiasi cosa possa esser nuovo, con qualsiasi cosa possa esistere simultaneamente al conosciuto. Pertanto la conoscenza e l'apprendimento sono impedimenti per chi vuol cercare, per chi vuol tentare di capire ciò che è fuori del tempo.

5 – Sulla disciplina

Domanda: Tutte le religioni hanno caldeggiato un qualche tipo di autodisciplina allo scopo di moderare gli istinti bruti dell'uomo. Attraverso l'autodisciplina i santi ed i mistici hanno asserito di avere raggiunto la divinità. Ora sembra Lei insinui che tali discipline costituiscono un ostacolo all'esperienza di Dio. Mi sento confuso. Chi ha ragione a questo proposito?

Krishnamurti: Non è questione di chi abbia ragione. Quel che importa è trovare la verità da voi stessi, non secondo un santo particolare, o secondo una persona che provenga dall'India o da qualche altro posto, il più esotico possibile. Voi siete presi tra questi due estremi: qualcuno che dice: disciplina; e qualcuno che dice: niente disciplina. Veramente, ciò che accade è che voi scegliete quanto vi conviene di più, quanto più vi soddisfa: vi piace la persona, vi piace il suo aspetto, vi piacciono le sue idiosincrasie personali, il suo personale favore, e così via. Mettendo da parte tutto questo, esaminiamo questo problema direttamente, troviamo la verità da noi stessi. È un punto di grandissima importanza, e dovremo affrontarlo con la massima cautela e per tentativi. La maggior parte di noi desidera una qualche autorità, che ci dica che cosa fare. Ricerchiamo una direzione di comportamento, perché il nostro istinto è di stare al sicuro, di non soffrire più. Si dice che qualcuno abbia conseguito la felicità, la beatitudine, e così via: e noi confidiamo che egli ci dica che fare per raggiungere lo stesso punto. È questo ciò che vogliamo: quella medesima felicità, quella medesima pace e gioia interiore; e, in questo pazzo mondo di caos, ci serve qualcuno, che ci dica che cosa fare. Nella maggior parte di noi, realmente è questo un istinto fondamentale, e configuriamo le nostre azioni appunto in base ad esso. Ma Dio, questa cosa suprema, innominabile, e incommensurabile a parole, verrà a noi attraverso la disciplina, seguendo uno schema particolare di azione? Intendiamo giungere ad una meta, ad un fine particolare; e riteniamo che attraverso la disciplina, attraverso le pratiche, sopprimendo o abbandonandoci, sublimando o surrogando, saremo in grado di trovare quel che cerchiamo. Che cosa implica la disciplina? Perché, se mai lo facciamo, discipliniamo noi stessi? Disciplina ed intelligenza possono stare insieme? Molta gente ritiene che, attraverso una qualche forma di disciplina, si debba soggiogare o controllare il bruto, la cosa sconcia che è in noi. Ma quel bruto, quella cosa sconcia, è controllabile attraverso la disciplina? Un modo di condotta che prometta ricompensa, un modo di condotta che, se seguito, ci darà quello che vogliamo, può essere positivo oppure negativo; uno schema di condotta che, se lo pratico con diligenza, con zelo, col più ardente trasporto, mi dà, alla fine, quello che voglio. Può darsi che sia penoso: ma intendo sopportarlo per ottenere quello scopo. Il sé, che è aggressivo, egoista, ipocrita, angosciato, timoroso – tutto quel che ben sapete – il sé, che è la causa di quel bruto in noi, il sé noi vogliamo distruggerlo, soggiogarlo, trasformarlo. Come fare? Attraverso la disciplina, o mediante una comprensione intelligente del passato del sé, di ciò che è il sé, di come nasce, e così via via? Il bruto che è in noi si distrugge con la costrizione o con l'intelligenza? L'intelligenza è questione di disciplina? Dimentichiamo, per ora, che cosa abbiano detto i santi e tutti gli altri; penetriamo da noi nell'argomento, come se considerassimo il problema per la prima volta; allora potremo avere, al termine della nostra ricerca, qualche cosa di creativo, e non soltanto citazioni di quanto altri hanno detto, che è cosa tanto vana e futile. Anzitutto diciamo che in noi c'è conflitto, il nero contro il bianco, l'avidità contro la non-avidità, e così via. Sono avido, il che comporta dolore; per liberarmi dall'avidità, dovrò disciplinarmi. Vale a dire, dovrò resistere contro qualsiasi forma di conflitto che mi dia dolore, dolore che, in questo caso, chiamo avidità. Quindi diciamo che è antisociale, non etico, non santo e così via via, tutti i diversi motivi socio-religiosi che forniamo per restarvi. Ma l'avidità viene distrutta o allontanata con la costrizione? Anzitutto esaminiamo il processo che è implicito nel sopprimere, nell'allontanare, nel resistere. Che cosa accade quando lo fate, quando resistete all'avidità? Che cos'è che resiste all'avidità? È questa la domanda preliminare da porre, non è così? Perché si resiste all'avidità, e chi è l'entità che dice: "devo liberarmi dall'avidità"? L'entità che dice "devo liberarmi" è pur essa avidità: non è così? Fino ad oggi, l'avidità l'ha remunerato, ma oggi gli è penosa, e pertanto dice: "devo liberarmene". Il motivo per liberarsene è pur esso un processo dell'avidità, perché questa persona desidera essere qualche cosa che non è. Adesso è la non-avidità a convenirgli, e perciò persegue la non-avidità; ma il motivo, l'intento, è pur sempre quello di essere qualche cosa, essere non-avidi: il che, senza dubbio, è ancora avidità: cioè, ancora una forma negativa di sottolineare il "me". Scopriamo che essere avidi è penoso, per vari motivi che sono ovvi. Finché ne godiamo, finché l'avidità ci remunera, il problema non sussiste. La società ci incoraggia nei modi più diversi ad essere avidi: e così pure le religioni ci incoraggiano, in modi diversi, a ciò. Finché è vantaggioso, finché non è penoso, perseguiamo l'avidità; ma nel momento in cui diviene penosa, vogliamo resisterle. Tale resistenza è quanto chiamiamo disciplina contro l'avidità; ma ci libereremo dall'avidità mediante la resistenza, la sublimazione, la soppressione? Qualsiasi atto da parte del "me" che miri a liberarsi dall'avidità è pur esso avido. Pertanto qualsiasi azione, qualsiasi risposta da parte mia, circa l'avidità non è ovviamente la soluzione. Anzitutto occorre una mente calma, una mente non turbata, per comprendere qualsiasi cosa, specialmente qualcosa che non conosco, che la mia mente non può scandagliare – che, dice colui che mi ha posto questa domanda, è Dio. Per comprendere qualcosa, qualsiasi problema – dev'esserci nella mente una certa quieta profondità. Tale quieta profondità nasce attraverso una qualsiasi forma di costrizione? La mente superficiale può costringersi, rendersi calma; ma senza dubbio una tale calma è la calma della decadenza, della morte. Non è capace di adattabilità, non è docile, non è sensibile. Pertanto resistere non è la strada giusta. Ora,veder ciò esige intelligenza, non è così? Vedere che la mente è resa sorda dalla costrizione è già l'inizio dell'intelligenza. Vedere, cioè, che la disciplina è puro conformismo ad uno schema d'azione attraverso la paura. Questo è ciò che è implicito nella disciplina di noi stessi; temiamo di non ottenere quel che vogliamo. Che cosa accade quando disciplinate la mente, quando disciplinate il vostro essere? Essa diventa assai rigida, non è così? Non è docile, non è agile, non è adattabile. Non conoscete persone che si siano disciplinate, se pure esistono? Il risultato è ovviamente un processo di decadimento. Vi è un conflitto interiore che viene messo da parte, nascosto; ma c'è, e brucia. Così vediamo che la disciplina, che è resistenza, crea meramente un'abitudine e l'abitudine, ovviamente, non può produrre intelligenza; l'abitudine non lo è mai, le pratiche non sono mai intelligenti. Potete diventare straordinariamente bravi con le dita, esercitandovi al piano tutti i giorni, facendo qualcosa con le mani; ma occorre l'intelligenza per dirigere le mani, ed ora ci poniamo alcune domande circa, appunto, l'intelligenza. Vedete qualcuno che considerate felice, che ritenete abbia realizzato ciò che desidera, ed egli fa certe cose; e voi, desiderando quella stessa felicità, lo imitate. Tale imitazione è chiamata disciplina, non è così? Imitiamo per ricevere quel che un altro ha; copiamo per essere felici, come voi ritenete egli sia. La felicità si trova attraverso la disciplina? Praticando una certa norma, ed una certa disciplina, ed una modalità di condotta, sarete mai liberi? Senza dubbio vi deve essere libertà per scoprire, non è vero? Se volete scoprire qualche cosa, dovrete essere interiormente liberi; ciò è ovvio. Se configurate la mente in un modo particolare, chiamato disciplina, siete liberi? Ovviamente non lo siete. Non siete altro che una macchina ripetitrice, che resiste in funzione di una certa finalità, di un certo modo di comportamento. La libertà non può derivare dalla disciplina. La libertà potrà nascere soltanto con l'intelligenza; e quell'intelligenza si risveglia, o voi la possedete, nel momento in cui vedete che qualsiasi forma di costrizione nega la libertà, sia interiormente che esteriormente. E la prima esigenza, da non intendere come disciplina, è ovviamente la libertà; soltanto la virtù dà quella libertà. L'avidità è confusione; l'ira è confusione; l'amarezza è confusione. Quanto vedete ciò, ovviamente ne siete liberi; non resistete a tali cose, ma vedete che soltanto nella libertà si compiono scoperte e che qualsiasi forma di costrizione non è libertà, e pertanto non vi si compiono scoperte. Quel che fa la virtù è darvi la libertà. Chi non è virtuoso è confuso; nella confusione, come si può scoprire qualche cosa? Come potreste? Così la virtù non è il prodotto finale di una disciplina, la virtù è la libertà e la libertà non può derivare da nessuna azione che non sia virtuosa, che non sia vera in se stessa. La nostra difficoltà è che moltissimi tra noi hanno letto troppo, hanno seguito superficialmente tante discipline – alzandosi ogni mattina ad una certa ora, sedendo in una certa posizione, cercando di controllare la mente in un certo modo – pratiche, come sapete, pratiche, disciplina, perché vi si è detto che se si fanno queste cose per un certo numero di anni alla fine si troverà Dio. Forse sono troppo crudo; ma è questa la base del nostro pensare. Senza dubbio Dio non è tanto a buon mercato, non è vero? Dio non è una merce: io ti dò questo, tu quello. Molti fra noi sono talmente condizionati da influenze esterne, da dottrine e fedi religiose, dalla nostra esigenza intima di pervenire a qualcosa, di guadagnare qualcosa, che ci è estremamente difficile pensare a questo problema partendo dal principio, senza pensare in termini di disciplina. Anzitutto dovremo vedere molto chiaramente le implicazioni della disciplina, come essa renda ristretta la mente, la limiti, la costringa ad un'azione particolare, attraverso il nostro desiderio, attraverso l'influenzamento e così via; una mente condizionata, per quanto "virtuoso" sia tale condizionamento, non è possibile sia libera, e perciò non è possibile comprenda la realtà. Dio, la realtà o quel che vorrete – il nome non conta – potrà nascere soltanto quando vi sarà libertà, e libertà non vi sarà ove sarà costrizione, positiva o negativa, mediante la paura. Non vi è libertà se si persegue un fine, poiché in tal caso si è legati a quel fine. Potrete liberarvi dal passato ma il futuro vi terrà, e questa non è libertà. Soltanto nella libertà si può scoprire qualche cosa: una idea nuova, un sentimento nuovo, una nuova percezione. Qualsiasi forma di disciplina fondata sulla costrizione nega tale libertà, sia politica che religiosa; e finché vi legherà la disciplina, che è conformismo rispetto ad un certo comportamento in vista di un determinato fine, la mente non sarà mai libera. Potrà soltanto funzionare entro quel dato solco, come la traccia di un disco. Così, attraverso la pratica, l'abitudine, coltivando uno schema, la mente raggiunge soltanto ciò cui mira. E pertanto non è libera; pertanto non può realizzare quanto è incommensurabile. Esser consapevoli di tutto quel processo – la ragione per la quale vi disciplinate costantemente rispetto alla pubblica opinione; o rispetto a certi santi; l'intera faccenda del conformarsi ad un'opinione, sia essa di un santo o del proprio vicino, è infatti identica – essere consapevoli di questo totale conformismo mediante le pratiche, mediante vie sottili di sottomettersi, negarsi, asserirsi, sopprimersi, sublimarsi, implicando tutto ciò il conformismo rispetto ad uno schema: questo è già l'inizio della libertà, dal quale nasce una virtù. Senza dubbio la virtù non è la coltivazione di un'idea particolare. La non-avidità, ad esempio, non è più virtù se viene perseguita come fine. Vale a dire, se siete consapevoli di essere non-avidi, siete forse virtuosi? Ed è ciò che facciamo mediante la disciplina. La disciplina, il conformismo, le pratiche, accentuano semplicemente l'autocoscienza di essere qualche cosa. La mente pratica la non-avidità; e perciò non è libera dalla propria coscienza di essere non-avida; e perciò, non è realmente non-avida. Ha assunto semplicemente una nuova veste, che chiama non-avidità. Possiamo vederne il processo totale: la motivazione, il desiderio di essere al sicuro seguendo uno schema: tutto ciò significa semplicemente muoversi dal conosciuto al conosciuto, sempre all'interno dei limiti del processo chiuso della propria mente. Vedere tutto ciò, esserne consapevoli, è l'inizio dell'intelligenza, e l'intelligenza non è né virtuosa né non-virtuosa, non può venir incasellata dentro uno schema come virtù o non virtù. L'intelligenza porta la libertà, che non è licenza, non è disordine. Senza tale intelligenza non potrà esservi virtù; la virtù conferisce la libertà e nella libertà nasce la realtà. Se vedete tutto il processo totalmente, nella sua interezza, troverete che non vi è conflitto. Proprio perché siamo in conflitto e intendiamo sfuggirvi, ricorriamo a diverse forme di disciplina, di rifiuto e di adeguamento. Ma vedendo quale sia il processo del conflitto, non sarà più questione di disciplina, poiché allora intenderemo, di momento in momento, le vie del conflitto. Ciò esige grandissima vigilanza, esige che ci si osservi ininterrottamente; il lato curioso di tutto questo è che, sebbene si possa non essere vigili continuamente, prosegue, all'interno, un processo di registrazione, una volta che se ne abbia l'intenzione: la sensibilità, la sensibilità interiore, registra i quadri ininterrottamente, così che il vostro intimo li proietterà nel momento in cui sarete calmi. Perciò, non è questione di disciplina. La sensibilità non nascerà mai attraverso la costrizione. Potrete costringere un bambino a fare qualcosa, metterlo all'angolo, ed egli potrà restar calmo; ma nell'interno, probabilmente, sarà in fermento, guarderà fuori dalla finestra, cercherà un modo di fuggire. Ed è appunto quanto stiamo ancora facendo. Così il problema della disciplina e di chi abbia ragione e chi torto, potrà venir risolto soltanto da voi stessi. Inoltre, vedete, temiamo di sbagliare perché intendiamo costruire un successo. In fondo al desiderio di essere disciplinati vi è la paura, ma nella rete della disciplina non si può catturare l'ignoto. All'opposto, l'ignoto deve valersi della libertà, non dello schema della vostra mente. Ecco perché è essenziale la tranquillità mentale. Quando la mente è consapevole di essere tranquilla, non lo è più; quando la mente è consapevole di essere non-avida, libera dall'avidità, essa si riconosce nella nuova veste della non-avidità, ma questa non è quiete. Ecco perché si deve pure capire quale sia il problema, in questa faccenda della persona che controlla e di quella che viene controllata. Non si tratta di fenomeni separati, ma di un fenomeno congiunto: chi controlla e chi è controllato sono una cosa sola.

6 – Sulla solitudine

Domanda: Mi vado rendendo conto di essere estremamente solo. Che debbo fare?

Krishnamurti: Chi ha posto la domanda vuole sapere perché si sente solo. Sapete che cosa significhi la solitudine e ne siete consapevoli? Ne dubito moltissimo, perché ci troviamo soffocati entro attività, libri, relazioni, idee che in concreto ci impediscono di essere consapevoli della solitudine. Che cosa intendiamo per solitudine? Essa è un senso di vuoto, un senso di non possedere nulla, di essere straordinariamente incerti, senza poter gettare l'ancora in alcun luogo. Non è disperazione, ma è un senso di vuoto, un senso di frustrazione. Sono certo che tutti l'abbiamo provata, chi è felice e chi è infelice, chi è estremamente attivo e chi si dedica alla scienza. Tutti la conoscono. È un senso di pena vera e inesauribile, una pena cui non si può porre rimedio, per quanto si tenti. Accostiamoci anche a questo problema per vedere che cosa si verifichi in concreto, per vedere che cosa si fa quando ci si sente soli. Si cerca di sfuggire al senso di solitudine, mediante un libro, o seguendo un maestro, o andando al cinema, o dandosi un gran da fare sul piano sociale, o adorando e pregando, o dipingendo, o scrivendo una poesia sulla solitudine. Questo è ciò che in realtà si verifica. Acquistando coscienza della solitudine, del dolore di essa, della paura straordinaria ed insondabile di essa, si cerca una via d'uscita, e tale via d'uscita diventa più importante, e perciò le vostre attività, la vostra scienza, i vostri déi, le vostre radio divengono tutti importanti, non è così? Quando si conferisce importanza ai valori secondari, essi condurranno alla miseria ed al caos; i valori secondari sono inevitabilmente i valori dei sensi; e la civiltà moderna fondata su tali valori vi offre questa via d'uscita: via d'uscita attraverso il vostro lavoro, la famiglia, il nome, gli studi, la pittura e così via; tutta la nostra cultura si fonda su questa via d'uscita. Su di essa si basa la nostra civiltà, e questo è un fatto. Avete mai cercato di essere soli? Se proverete, sentirete quanto sia straordinariamente difficile, e quanto si debba essere straordinariamente intelligenti per essere soli, poiché la mente non ci lascerà soli. La mente diviene inquieta, si affanna a cercare vie d'uscita, e dunque, che cosa faremo? Cercheremo di riempire questo vuoto straordinario mediante quanto si conosce. Scopriremo come essere attivi, come essere sociali; ora sappiamo come studiare, come accendere la radio. Riempiamo ciò che non sappiamo con ciò che sappiamo. Cerchiamo di riempire quel vuoto con tipi diversi di conoscenza, di relazioni o di cose. Non è forse così? Questo è il nostro processo, questa la nostra esistenza. Ora, quando vi renderete conto di quel che fate, riterrete ancora di poter riempire quel vuoto? Avete provato ogni mezzo per riempire il vuoto della solitudine. Ci siete riusciti? Avete provato il cinema e non vi siete riusciti, e perciò siete andati dai vostri guru, dai vostri libri, oppure vi siete dati moltissimo da fare socialmente. Siete riusciti a riempire quel vuoto o l'avete semplicemente coperto? Se l'avete semplicemente coperto, esso è ancora là; e perciò tornerà. Se siete in grado di fuggire malgrado tutto, vi rinchiudete in un asilo oppure diventate estremamente sordi. Questo accade nel mondo. Può riempirsi questo vuoto? Se non può, è possibile sfuggirvi, trovare una via di fuga? Se abbiamo fatto l'esperienza, e abbiamo trovato che una via di fuga non ha valore, non saranno dunque prive di valore anche tutte le altre? Non ha alcuna importanza se si riempie il vuoto con questo o con quello. Anche la cosiddetta meditazione è una fuga. Non importa che si cambi il modo di fuggire. Come, dunque, scoprirete che cosa si debba fare circa la solitudine? Potrete scoprirlo soltanto quando avrete smesso di sfuggire. Non è così? Quando sarete disposti ad affrontare ciò che è: il che significa che non dovrete accendere la radio, che dovrete voltare le spalle alla civiltà: e allora la solitudine terminerà, perché si sarà completamente trasformata. Non sarà più solitudine. Se comprenderete ciò che è, allora ciò che è sarà la realtà. Poiché la mente evade continuamente, fugge, rifiuta di vedere ciò che è, crea i propri stessi impedimenti. Proprio perché abbiamo tanti impedimenti che ci vietano di vedere, non intendiamo ciò che è e perciò sfuggiamo alla realtà; tutti questi impedimenti sono stati creati dalla mente per non vedere ciò che è. Vedere ciò che è non richiede soltanto grande capacità e vigilanza nell'azione, ma significa pure volgere le spalle a qualsiasi cosa abbiate costruito, al vostro conto in banca, al vostro nome ed a tutto ciò che chiamiamo civiltà. Quando vedrete ciò che è, troverete come si è trasformata la solitudine.

7 – Sulla sofferenza

Domanda: Qual è il significato del dolore e della sofferenza?

Krishnamurti: Quando si soffre, quando si prova dolore, che cosa significa? Il dolore fisico ha un unico significato; ma probabilmente qui intendiamo il dolore e la sofferenza psicologica, che hanno un significato estremamente diverso a vari livelli. Qual'è il significato del soffrire? Non che esso non abbia significato: lo stiamo per trovare. Ma perché vogliamo trovarlo? Perché vogliamo trovare la ragione della sofferenza? Quando ci si pone questa domanda: "perché soffro?", e si cerca la causa del soffrire, non si sta forse sfuggendo alla sofferenza? Quando cerco il significato della sofferenza, non sto forse evitandola, evadendovi, non sto fuggendo da lei? Il fatto è che sto soffrendo; ma nel momento in cui induco la mente ad operare su ciò e dico: "dunque, perché?", ho già diluito l'intensità della sofferenza. In altri termini, vogliamo che la sofferenza si stemperi, venga alleviata e messa da parte, che venga spiegata. Senza dubbio ciò non fa intendere la sofferenza. Se sarò libero da quel desiderio di fuggire da essa, allora comincerò ad intendere quale sia il contenuto del soffrire. Che cos'è il soffrire? È un disturbo, non è così? a livelli diversi: a livello fisico e ai diversi livelli del subconscio. È una forma acuta di disturbo, che non mi piace. Mio figlio è morto. Su di lui avevo fondato tutte le mie speranze – ovvero su mia figlia, su mio marito, e così via. In lui era racchiuso tutto ciò che volevo che fosse, l'ho preso come mio compagno: lo sapete bene, tutta questa sorta di cose. Improvvisamente è scomparso. Quindi vi è un disturbo, non è così? Tale disturbo chiamo sofferenza. Se quella sofferenza non mi piace, allora dico: "perché sto soffrendo?", "lo amavo tanto", "egli era così", "avevo questo". Cerco di fuggire mediante parole, etichette, fedi, come fa la maggior parte di noi: esse agiscono come narcotico. Se non faccio questo, che cosa accade? Sono semplicemente consapevole di soffrire. Non lo condanno, non lo giustifico: sto soffrendo. Allora potrò seguirne il movimento; allora potrò seguire l'intero contenuto di ciò che significa: dico "seguire", nel senso di cercare di comprendere qualcosa. Che cosa significa? Che cos'è la sofferenza? Non perché vi è sofferenza, non quale sia la causa di essa, ma che cosa, in concreto, accade? Non so se vedete la differenza. Allora io sono semplicemente consapevole del soffrire, non come di qualcosa di diverso da me, non come osservatore che osservi il soffrire: esso è parte di me, tutto il "me" sta soffrendo. Allora sarò capace di seguirne il movimento, vedere dove conduce. Senza dubbio, se lo faccio, esso si aprirà, non vi sembra? E allora vedrò che ho accentuato il "me", e non la persona che amavo. La funzione di quella persona era semplicemente di difendermi dalla mia miseria, dalla mia solitudine, dalla mia sventura. Poiché io non sono qualche cosa, speravo che lui lo sarebbe stato. Senza di lui, non sono nulla. Perciò piango. Non che egli sia andato: sono io invece, che sono stato abbandonato. Sono io, che sono solo. Giungere a questo punto è assai difficile, non è così? È difficile riconoscerlo veramente e non dire semplicemente: "sono solo: come liberarmi di questa solitudine?", che è un'altra forma di fuga, ma esserne conscio, restare con esso, vederne il movimento. Questo è solo un esempio. Gradualmente, se gli consento di dispiegarsi, di aprirsi, vedrò che sto soffrendo perché sono sperduto; posso venir chiamato a conferire la mia attenzione a qualche cosa che non desidero guardare; mi si impone qualcosa che sono riluttante a vedere ed a capire. Vi sono persone innumerevoli per aiutarmi a fuggire – migliaia dei cosiddetti religiosi, con le loro fedi e i loro dogmi, con le loro speranze e fantasie – "È il karma, è la volontà di Dio" – come sapete, tutti mi offrono una via d'uscita. Ma se potrò stare con il mio dolore e non allontanarlo da me, senza cercare di circoscriverlo o di negarlo, allora che cosa accade? Qual è la condizione della mia mente mentre essa segue così il movimento della sofferenza? Soffrire è puramente una parola, o è un fatto? Se è un fatto e non semplicemente una parola, allora la parola non ha ora alcun significato: semplicemente vi è il senso di un dolore intenso. Riguardo a che cosa? Riguardo a un'immagine, a un'esperienza, a qualcosa che si ha o non si ha. Se la si ha, la chiamate piacere; se non la si ha, dolore. Perciò la pena, l'angoscia, è in relazione con qualcosa. Questo qualcosa è puramente un nome o un fatto? Vale a dire, quando esiste l'angoscia, esiste soltanto in relazione a qualcosa. Non può esistere in se stessa: perfino sotto la forma della paura non può esistere in se stessa ma soltanto in relazione con qualcosa: con un individuo, con un incidente, con un sentimento. Ora, si è completamente consapevoli del soffrire. Quel soffrire è distaccato da voi e perciò voi non siete altro che l'osservatore che percepisce la sofferenza, o quel soffrire è voi? Quando non vi è osservatore che soffra, il soffrire differisce da voi? Siete voi a soffrire, non è così? Non siete separati dal dolore: siete il dolore. Che cosa accade? Non c'è etichetta, non c'è modo di dargli un nome e poi spazzarlo via: semplicemente, voi siete quel dolore, quel sentimento, quel senso di agonia. Quando lo siete, che cosa accade? Quando non gli date un nome, quando non vi è paura riguardo ad esso, il centro si riferisce ad esso? Se il centro vi si riferisce, allora esso ne ha paura. Dunque dovrà agire e fare qualche cosa. Ma se il centro è il dolore, allora che farete? Non vi è nulla da fare, non vi sembra? Se siete questo, e non state accettandolo, non vi apponete etichette, non lo mettete da parte, se siete questa cosa, che accade? Direte allora di soffrire? Senza dubbio si è verificata una trasformazione fondamentale. Non vi è più "io soffro", poiché non vi è più un centro che soffra, ed il centro soffre, perché non abbiamo mai esaminato che cosa il centro sia. Viviamo di parola in parola, di reazione in reazione. Non diciamo mai: "vediamo che cosa è la cosa che soffre". Non potrete vederla per forza, in forza di una disciplina. Dovrete osservare con interesse, con comprensione spontanea. Allora vedrete che la cosa che chiamiamo sofferenza, dolore, la cosa che evitiamo, ed anche la disciplina, tutto è scomparso. Finché non avrò relazione con la cosa concependola fuori di me, il problema non esisterà; nel momento in cui stabilirò una relazione con essa al di fuori di me, il problema si porrà. Finché temerò la sofferenza come qualche cosa di esterno – soffro perché ho perduto mio fratello, perché non ho denaro, per questo o quello – stabilisco con essa una relazione, e tale relazione è fittizia. Ma se sono quella cosa, se vedo il fatto, allora tutto si trasforma, tutto ha un significato diverso. Allora vi è attenzione completa, attenzione integrata, e quanto viene considerato completamente, viene capito e dissolto, e dunque non vi è paura, così che la parola "angoscia" non esiste più.

8 – Sulla consapevolezza

Domanda: Qual è la differenza tra consapevolezza ed introspezione? E, nella consapevolezza, chi è consapevole?

Krishnamurti: Esaminiamo anzitutto che cosa si intenda per introspezione. Per introspezione intendiamo guardare dentro se stessi, esaminarsi. Perché ci si esamina? Per progredire, per mutare, per modificare. L'introspezione viene praticata per diventare qualche cosa, altrimenti non si indulgerebbe in essa. Non vi esaminereste se non vi fosse il desiderio di modificare, alterare, diventare qualcosa, di diverso da ciò che si è. Ecco la ragione ovvia dell'introspezione. Sono infuriato e compio un'introspezione, esamino me stesso, per liberarmi dall'ira o per modificare o mutare l'ira. Ove c'è introspezione, c'è il desiderio di modificare o cambiare le risposte, le reazioni del sé; si ha sempre un fine in vista; quando tale fine non si raggiunge, vi è depressione, malumore. Perciò l'introspezione invariabilmente si accompagna al malumore. Non so se avete osservato che quando guardate dentro di voi, quando vi osservate per mutare voi stessi, si ha sempre un'ondata di depressione. C'è sempre quest'ondata di malumore che dovrete combattere; dovrete esaminare voi stessi un'altra volta per superare quel malumore, e così via. L'introspezione è un processo nel quale non si ha liberazione perché è un processo per trasformare ciò che è in qualcosa che non è. Ovviamente, è esattamente quanto si verifica quando ci abbandoniamo all'introspezione, quando indulgiamo in questa azione particolare. In tale azione, vi è sempre un processo di accumulazione, vi è l'"io" che esamina qualche cosa per mutarla, e così si ha sempre un conflitto dualistico, e dunque un processo di frustrazione. Non vi è mai una pausa; e, rendendosi conto della frustrazione, si ha depressione. La consapevolezza è del tutto diversa. La consapevolezza è osservazione senza condanna. Essa comporta la comprensione, poiché non vi è condanna né identificazione, ma osservazione silenziosa. Se intendo comprendere qualcosa, devo osservarla, non criticarla, non condannarla, non devo perseguirla come piacere o evitarla come non-piacere. Deve esservi semplicemente la tacita osservazione di un fatto. Non vi è alcun fine, ma la consapevolezza di ogni cosa man mano che sorge. Tale osservazione e la comprensione di essa cessano quando vi è condanna, identificazione o giustificazione. L'introspezione è esaltazione del sé, e perciò l'introspezione è centrata sul sé. La consapevolezza non è esaltazione del sé. All'opposto, è la fine del sé, dell'"io", con tutte le sue peculiari idiosincrasie, memorie, esigenze e finalità. Nell'introspezione vi è identificazione e condanna. Nella consapevolezza non vi è condanna o identificazione; e pertanto non vi è esaltazione del sé. Tra le due cose vi è una differenza enorme. Chi voglia far progredire se stesso non potrà mai esser consapevole, poiché tale progresso implica condanna e il conseguimento di un risultato. Mentre nella consapevolezza vi è osservazione senza condanna, senza rinnegare o accettare. Tale consapevolezza comincia con le cose esteriori, con l'esser consci ed in contatto con gli oggetti, con la natura. Anzitutto vi è la consapevolezza delle cose che ci stanno intorno, l'essere sensibili agli oggetti, alla natura, quindi alle persone, il che significa relazione; poi, vi è la consapevolezza delle idee. Questa consapevolezza, questo esser sensibili alle cose, alla natura, alle persone, alle idee, non è costituito di tanti processi separati, ma è un solo, unitario processo. È un osservare costantemente tutto, qualsiasi pensiero e sentimento ed azione, man mano che sorgono entro noi stessi. Poiché la consapevolezza non condanna, non vi è accumulazione. Si condanna soltanto quando si ha una norma, il che significa che vi è accumulazione e pertanto progresso del sé. La consapevolezza significa intendere le attività del sé, dell'"io", nella sua relazione con la gente, con le idee e con le cose. Tale consapevolezza funziona da momento a momento, e pertanto non è oggetto di pratiche. Quando si pratica qualcosa, essa diviene un'abitudine, e la consapevolezza non è un'abitudine. Una mente abitudinaria non è sensibile; una mente che funzioni entro il solco di un'azione particolare è sorda, non è docile, mentre la consapevolezza esige una docilità ed una vigilanza costanti. Non è difficile. È ciò che in realtà si fa quando si è interessati a qualcosa, quando si è interessati a contemplare il vostro bambino, vostra moglie, le vostre piante, gli alberi, gli uccelli. Si osserva senza condannare, senza identificarsi; pertanto in tale osservazione vi è comunione completa; l'osservatore e la cosa osservata sono in comunione totale. Ciò si verifica in concreto quando si è interessati profondamente a qualche cosa. Pertanto vi è una differenza enorme tra consapevolezza e progresso introspettivo, che espande il sé. L'introspezione conduce alla frustrazione, ad un conflitto interiore e più aspro; mentre la consapevolezza è un processo di liberazione dall'azione del sé; è esser consapevoli dei nostri movimenti quotidiani, dei nostri pensieri, delle nostre azioni, essere consapevoli dell'altro, osservarlo. Lo si potrà fare soltanto quando si amerà qualcuno, quando si sarà profondamente interessati a qualcosa; quando desidero conoscere me stesso, tutto il contenuto intero del mio essere e non soltanto uno o due strati di esso, allora, ovviamente, non vi sarà condanna. Allora dovrò essere aperto a qualsiasi pensiero, a qualsiasi sentimento, a tutti i miei moti, a tutte le mie soppressioni; e col crescere di una consapevolezza sempre più vasta, vi sarà una libertà sempre più grande rispetto a tutti i movimenti celati dei pensieri, dei motivi e dei fini. La consapevolezza è libertà, essa porta la libertà, sollecita la libertà, mentre l'introspezione coltiva il conflitto, il processo del solipsismo; pertanto vi sono sempre, in essa, frustrazione e paura. Chi mi ha rivolto la domanda vuol pure sapere chi sia ad essere consapevole. Quando si ha un'esperienza profonda di qualsiasi tipo, che cosa si verifica? Quando vi è una tale esperienza siete consapevoli di ciò che sperimentate? Quando siete furiosi, in quel minuto secondo d'ira o di gelosia o di gioia, siete consapevoli di essere lieti o infuriati? Soltanto quando l'esperienza è conclusa vi è uno sperimentatore ed una cosa sperimentata. Allora lo sperimentatore osserva la cosa sperimentata, l'oggetto dell'esperienza. Ma nel momento in cui si sperimenta, non vi è né osservatore né osservato: vi è solo l'azione di sperimentare. Molti fra noi non sperimentano. Siamo sempre al di fuori della condizione dello sperimentatore e pertanto poniamo questa domanda: chi è l'osservatore? Chi è ad esser consapevole? Senza dubbio la domanda è mal posta, non vi pare? Nel momento in cui vi è l'azione di sperimentare, non vi è né la persona che è consapevole né l'oggetto di cui essa è consapevole, non vi è né l'osservatore né la cosa osservata, ma solo la condizione dello sperimentare. Molti fra noi trovano estremamente difficile vivere in una condizione sperimentante, perché ciò esige una docilità, una rapidità straordinarie, un grado altissimo di sensibilità; il che non è possibile quando perseguiamo un risultato, quando intendiamo avere successo, quando abbiamo una finalità, quando calcoliamo: poiché tutto ciò comporta frustrazione. Chi non esige nulla, chi non persegue un fine, chi non cerca un risultato con tutte le sue implicazioni, si trova in una condizione di sperimentazione costante. In tal caso qualsiasi cosa ha movimento, significato; nulla è vecchio, nulla è faticoso, nulla è ripetitivo, perché ciò che è non è mai antico. La sfida è sempre nuova. Soltanto la risposta alla sfida è antica; l'antico crea ulteriori residui, che sono memoria, che è l'osservatore, che separa se stesso dalla cosa osservata, dalla sfida, dall'esperienza. Si può sperimentare tutto ciò entro noi stessi con grande semplicità. La prossima volta in cui vi sentirete furiosi o gelosi o avidi o violenti o quel che volete, osservate voi stessi. In tale condizione, "voi" non vi sarete. Vi sarà solo quella condizione. Nel momento, nel secondo immediatamente dopo, la definite, le date un nome, la chiamate gelosia, furia, avidità; così, immediatamente, avrete creato l'osservatore e la cosa osservata, lo sperimentatore e la cosa sperimentata. Quando vi sono sperimentatore e cosa sperimentata, lo sperimentatore cerca di modificare l'esperienza, di imitarla, di ricordare intorno ad essa altre cose, e così via; ed in tal modo perpetua la divisione tra se stesso e la cosa sperimentata. Se non date un nome a quel sentimento – il che significa che non state perseguendo un risultato, che non state condannando, che, semplicemente, siete consapevoli del sentimento – allora vedrete che in quella condizione del sentire, dello sperimentare, non vi è osservatore e cosa osservata, perché l'osservatore e la cosa osservata sono un fenomeno congiunto e dunque vi è soltanto l'azione dello sperimentare. Pertanto l'introspezione e la consapevolezza sono del tutto diverse. L'introspezione conduce alla frustrazione, a un ulteriore conflitto, perché in essa è implicito il desiderio di mutamento e il mutamento altro non è se non la continuità modificata. La consapevolezza è una condizione nella quale non vi è condanna, non vi è giustificazione, e pertanto vi è intendimento; in tale stato di consapevolezza passiva e vigile non vi sono né lo sperimentatore né la cosa sperimentata. L'introspezione, che è una forma di progresso del sé, di espansione del sé, non condurrà mai alla verità, poiché sarà sempre un processo di chiusura entro il sé; mentre la consapevolezza è uno stato nel quale potrà nascere la verità, la verità di ciò che è, la verità semplice dell'esistenza quotidiana. Soltanto quando comprenderemo la verità dell'esistenza quotidiana potremo andare lontano. Occorre cominciare da vicino per andare lontano, ma la maggior parte di noi pretende di saltare, cominciare da lontano, senza comprendere quel che ci è accanto. Comprendendo quel che ci è accanto, troveremo che la distanza tra il vicino ed il lontano non esiste. Non vi è distanza: l'inizio e la fine sono una cosa sola.

9 – Sul rapporto

Domanda: Spesso ha parlato di rapporto. Che cosa significa, secondo Lei?

Krishnamurti: Anzitutto, l'essere nell'isolamento non esiste. Essere significa essere in rapporto; e senza relazione non vi è esistenza. Che cosa intendiamo per rapporto? È una sfida ed una risposta, interconnesse, tra due persone, tra voi e me, la sfida che voi mi gettate, che io accetto ed alla quale rispondo; ed inoltre la sfida che io getto a voi. La relazione tra due persone crea la società; la società non è indipendente da voi e da me; la massa non è in se stessa un'unità separata, bensì voi ed io nella nostra relazione l'uno rispetto all'altro creiamo la massa, il gruppo, la società. La relazione è la consapevolezza dell'interconnessione tra due persone. Su che cosa si basa generalmente il rapporto? Non è forse basato sulla cosiddetta interdipendenza, sulla mutua assistenza? Almeno, noi diciamo che è mutua assistenza, aiuto vicendevole e così via, ma, in realtà, a parte le parole, a parte lo schermo emotivo che poniamo tra di noi, su che cosa si basa? Su un vantaggio reciproco, non è così? Se non vi piaccio, vi liberate di me; se vi piaccio, mi accettate come vostra moglie o vostro vicino o vostro amico. Così è. Che cosa chiamiamo famiglia? Senza dubbio è una relazione di intimità, di comunione. Nella vostra famiglia, nel rapporto con vostra moglie, con vostro marito, vi è comunione? Senza dubbio è questo che intendiamo per rapporto: non è così? Rapporto significa comunione. Senza paura, significa libertà di comprendersi l'un l'altro, di comunicare direttamente. Ovviamente il rapporto significa appunto questo: essere in comunione con un altro. Voi lo siete? Vi trovate in comunione con vostra moglie? Forse lo siete, fisicamente, ma ciò non è relazione. Voi e vostra moglie vivete dai due lati opposti di un muro di isolamento, non è così? Voi avete i vostri fini, le vostre ambizioni, ed ella ha i propri. Vivete al di là del muro e talvolta guardate al di sopra di esso: e ciò chiamate un rapporto. Questo è un fatto, non è così? Potrete dilatarlo, addolcirlo, introdurre una nuova serie di termini per descriverlo, ma questo è il fatto: che voi ed un'altra persona vivete nell'isolamento, e che chiamate relazione tale vita in isolamento. Se vi è rapporto reale tra due persone, il che significa che tra di loro vi è comunione, allora le implicazioni sono enormi. Allora non vi è isolamento, vi è amore, e non responsabilità o dovere. Sono appunto le persone isolate dietro le loro pareti che parlano di dovere e di responsabilità. Chi ama non parla di responsabilità: ama. Perciò condivide con l'altro la sua gioia, la sua angoscia e i suoi beni. Le vostre famiglie sono così fatte? Vi è comunione diretta con vostra moglie, con i vostri figli? Ovviamente no. Perciò la famiglia è puramente una scusa per continuare il vostro nome o la tradizione, per darvi ciò che volete, sessualmente o psicologicamente; e dunque la famiglia diviene il mezzo per perpetuare il sé, per mantenere il vostro nome. È questo un tipo di immortalità, è una specie di permanenza. La famiglia è pure usata come un mezzo per ottenere vantaggi. Sfrutto brutalmente gli altri nel mondo degli affari, nel mondo politico o sociale all'esterno, mentre a casa cerco di essere gentile e generoso. Quanto è assurdo! Ovvero, non reggo al mondo, desidero la pace, e me ne vado a casa mia. Nel mondo soffro, ma vado a casa e cerco di trovarvi conforto. Così impiego il rapporto come un mezzo per ottenere vantaggi, il che significa che non desidero essere disturbato dai miei rapporti. Pertanto il rapporto è perseguito ove è mutua soddisfazione e compenso; quando non si ha tale soddisfazione si muta rapporto; o si divorzia o si resta insieme, ma si cercano compensi altrove, oppure si passa da un rapporto all'altro finché non si trova quel che si cerca: cioè soddisfazione, compenso, un senso di autoprotezione e conforto. Dopo tutto, questo è il vostro rapporto nel mondo; e così è infatti. Si cerca un rapporto ove può esservi sicurezza, dove tu, come individuo, potrai vivere sicuramente, in uno stato di vantaggio, di ignoranza: e tutto ciò crea conflitto, non è così? Se tu non mi soddisfi ed io cerco soddisfazione, ovviamente vi sarà conflitto, perché ambedue cercheremo sicurezza l'uno nell'altro; quando tale sicurezza diviene incerta tu sei geloso, violento, possessivo e così via. Così la relazione invariabilmente sfocia nel possesso, nella condanna, in esigenze che asseriscono il sé, per la sicurezza, il conforto e il compenso; e in ciò; naturalmente, non vi è amore. Parliamo dell'amore, parliamo di responsabilità, di dovere, ma in realtà non vi è amore; la relazione è fondata sul vantaggio, del che vediamo l'effetto nella civiltà presente. Il modo in cui trattiamo le nostre mogli, i figli, i vicini, gli amici, è un sintomo del fatto che nella nostra relazione non vi è in realtà assolutamente amore. Essa è puramente una mutua ricerca di vantaggio. E se è così, qual è dunque lo scopo del rapporto? Qual è il suo significato ultimo? Se vi osservate in relazione con gli altri, non trovate che la relazione è un processo di rivelazione del sé? Il mio contatto con voi non rivela il mio stesso stato, se sono consapevole, se sono vigile quanto basta per essere conscio della mia propria reazione nella relazione? La relazione è in realtà un processo di rivelazione del sé, cioè un processo di conoscenza di sé; in tale rivelazione vi sono molte cose spiacevoli, pensieri e attività inquietanti, sgradevoli. Dato che quanto ho scoperto non mi piace, fuggo un rapporto spiacevole e ne cerco uno piacevole. Perciò, il rapporto ha scarso significato quando semplicemente cerchiamo mutuo compenso, ma diviene straordinariamente significativo quando è un mezzo per rivelare e conoscere se stessi. Dopo tutto, nell'amore non vi è rapporto, non vi sembra? Soltanto quando amate qualche cosa ed aspettate un compenso al vostro amore, si ha un rapporto. Quando si ama, vale a dire quando ci si dona completamente, interamente a qualcosa, rapporto non c'è. Se amate veramente, se un tale amore esiste, è meraviglioso. In tale amore non vi è alcuna frizione, non vi è l'uno e l'altro, vi è una unità completa. È uno stato di integrazione, un essere in modo completo. Esistono tali momenti, momenti rari, felici, lieti, in cui vi è amore completo, comunione completa. Ciò che accade generalmente è che l'amore non è la cosa importante; importante è l'altro, l'oggetto dell'amore; colui cui è dato amore diviene importante, non l'amore in se stesso. Allora l'oggetto dell'amore, per ragioni diverse, biologiche, verbali, o per un desiderio di compenso, di conforto e così via, diventa importante; e l'amore si ritrae. Allora il possesso, la gelosia e le esigenze creano conflitto, e l'amore si ritrae ancor più; e quanto più si ritrae, tanto più il problema del rapporto perde significato, valore e senso. Perciò, l'amore è una delle cose più difficili da comprendere. Non può nascere attraverso un'urgenza intellettuale, non può venir manipolato mediante metodi e mezzi e discipline diverse. Esso è uno stato dell'essere in cui le attività del sé sono cessate; ma non cesseranno se semplicemente le sopprimerete, le schiverete o le disciplinerete. Dovrete comprendere le attività del sé a tutti i vari livelli della coscienza. Abbiamo momenti in cui amiamo, in cui non vi è pensiero, non vi è motivo, ma tali momenti sono rarissimi. Poiché sono rari, ci afferriamo ad essi nella memoria, creando così una barriera tra la realtà vivente e l'azione nella nostra esistenza quotidiana. Per comprendere il rapporto è importante comprendere anzitutto ciò che è, ciò che si verifica in concreto nelle nostre vite, in tutte le sue diverse e sottilissime forme; ed anche che cosa significhi in concreto un rapporto. Un rapporto è rivelazione di sé; appunto perché non intendiamo rivelarci a noi stessi ci nascondiamo nella gradevolezza, e allora il rapporto perde la sua profondità, la sua bellezza ed il suo straordinario significato. Vi può essere relazione autentica soltanto quando vi è amore, ma l'amore non è la ricerca di un vantaggio. L'amore esiste soltanto quando ci si dimentica del sé, quando vi è comunione completa, non tra una o due persone, ma comunione con ciò che è supremo; e ciò si può verificare soltanto quando si dimentica il sé.

10 – Sulla guerra

Domanda: Com'è possibile risolvere l'attuale caos politico e la crisi mondiale? Vi è qualcosa che l'individuo possa fare per impedire la guerra incombente?

Krishnamurti: La guerra è la proiezione spettacolare e sanguinosa della nostra vita di tutti i giorni: non è così? La guerra non è che l'espressione esterna del nostro stato interiore, è una dilatazione della nostra azione quotidiana. È più spettacolare, è più sanguinosa e più distruttiva, ma è il risultato collettivo delle nostre attività individuali. Perciò, voi ed io siamo responsabili della guerra, e che cosa possiamo fare per fermarla? Ovviamente, la guerra che sempre incombe, non potrà venire impedita da voi o da me, perché è già in movimento, ha già luogo, sebbene, per il momento, prevalentemente a livello psicologico. Poiché è già in movimento, non la si può fermare: i problemi sono troppi, troppo grandi, e già compromessi. Ma voi ed io, vedendo che la casa è in fiamme, possiamo comprendere le cause dell'incendio, allontanarcene e costruire in luogo nuovo, con materiali diversi ed incombustibili, che non produrranno altre guerre. È tutto ciò che possiamo fare. Voi ed io possiamo vedere che cosa crei le guerre, e se abbiamo interesse a porvi fine, possiamo cominciare con il trasformare noi stessi, che siamo la causa stessa delle guerre. Una signora americana venne a trovarmi un paio d'anni fa, durante la guerra. Mi disse che aveva perso il proprio figlio in Italia e che aveva un altro figlio, di sedici anni, che intendeva salvare; e così parlammo della cosa. Le suggerii che, per salvare suo figlio, doveva cessare di essere americana; doveva cessare di essere avida, doveva cessare di accumulare danaro, di perseguire il potere, il dominio, ed essere moralmente semplice: non meramente semplice negli abiti, nelle cose esteriori, ma nei suoi pensieri e sentimenti, nelle sue relazioni. Ed ella disse: "Questo è troppo. Lei mi chiede davvero troppo. Non posso farlo, le circostanze sono troppo potenti perché io possa mutarle". In questo modo ella fu responsabile della distruzione di suo figlio. Possiamo controllare le circostanze, perché le abbiamo create noi. La società è il prodotto della relazione, della vostra e della mia insieme. Se mutiamo nel nostro rapporto, muterà la società; contare puramente sulla legislazione, sulla costrizione, sulla trasformazione della società esteriore, restando internamente corrotti, continuando internamente a perseguire il potere, la posizione, il dominio, significa distruggere l'esterno, per quanto esso sia stato costruito accuratamente e scientificamente. Ciò che è all'interno travolgerà sempre l'esterno. Che cosa causa la guerra: religiosa, politica o economica? Ovviamente la fede, o il nazionalismo, o un'ideologia, oppure un dogma particolare. Se non avessimo fede, ma buona volontà, amore e considerazione l'uno per l'altro, non vi sarebbero guerre. Ma siamo nutriti di fedi, idee e dogmi, e perciò alleviamo lo scontento. La crisi attuale è eccezionale, e come esseri umani o perseguiremo la strada del conflitto ininterrotto e delle guerre continue, risultato della nostra azione quotidiana, oppure scorgeremo le cause della guerra e volgeremo loro le spalle. Ovviamente ciò che causa la guerra è il desiderio di potere, di posizione, di prestigio, di denaro; e anche la malattia chiamata nazionalismo, l'adorazione di una bandiera, e la malattia dell'organizzazione religiosa, l'adorazione di un dogma. Tutte sono cause di guerra; se tu, come individuo, appartieni a qualcuna delle religioni organizzate, se tu sei avido di potere, se tu sei invidioso, sei costretto a produrre una società il cui risultato sarà la distruzione. Così, una volta di più, dipende da voi e non dai capi: non dai cosiddetti uomini di stato e così via. Dipende da voi e da me, ma sembra che non ci se ne renda conto. Se almeno una volta sentissimo realmente la responsabilità delle nostre azioni, come rapidamente porremmo termine a tutte le guerre, a questa miseria atroce! Ma ecco, siamo diversi. Abbiamo tre pasti al giorno, abbiamo il nostro lavoro, i conti in banca, piccoli e grandi, e diciamo: "Per amor di Dio, non ci disturbate, lasciateci in pace". Quanto più siamo in alto, quanto più ci occorre sicurezza, intoccabilità, tranquillità, tanto più vogliamo esser lasciati soli, mantenere le cose come stanno; ma come stanno non potranno rimanere, perché nulla vi è che le mantenga. E tutto si disintegra. Non vogliamo affrontare queste cose, non vogliamo affrontare il fatto che voi ed io siamo responsabili delle guerre. Voi ed io possiamo parlare di pace, tener conferenze, sedere intorno ad un tavolo e discutere, ma all'interno, psicologicamente, vogliamo il potere e la posizione, è l'avidità che ci spinge. Intrighiamo, siamo nazionalisti, siamo legati a fedi e a dogmi, per i quali siamo pronti a morire e a distruggerci l'un l'altro. Pensate che uomini come voi ed io possono avere la pace nel mondo? Per avere la pace, dovrete essere in pace; vivere in pace significa non creare antagonismi. La pace non è un ideale. Secondo me un ideale non è altro che una via di fuga, un evitare ciò che è, un contraddire ciò che è. Un ideale impedisce l'azione diretta su ciò che è. Per avere la pace, dovremo amare, dovremo cominciare non col vivere una vita ideale, ma col vedere le cose quali sono ed agire su di esse, trasformarle. Finché ciascuno di noi perseguirà la sicurezza psicologica, la sicurezza fisiologica di cui abbiamo bisogno – cibo, veste e riparo – verrà distrutta. Possediamo la sicurezza psicologica, che non esiste; e la perseguiamo, se lo possiamo, mediante il potere, la posizione, i titoli, i nomi: e questo distrugge la sicurezza fisica. Tutto ciò è ovvio, se lo guardate bene. Per portare la pace nel mondo, per porre fine a tutte le guerre, occorre una rivoluzione entro l'individuo, in voi ed in me. La rivoluzione economica non ha significato senza questa rivoluzione interiore, poiché la fame è il risultato dello scarso assestamento delle condizioni economiche determinato dai nostri stati psicologici: avidità, invidia, cattiva volontà, voglia di possedere. Per porre fine all'angoscia, alla fame, alla guerra, occorre una rivoluzione psicologica, e pochi di noi sono pronti ad affrontarla. Parleremo di pace, progetteremo leggi, creeremo nuove leghe, le Nazioni Unite e così via e così via; ma non otterremo la pace, perché non abbandoneremo la nostra condizione, la nostra autorità, il denaro, la proprietà, la nostra stupida vita. Contare sugli altri è assolutamente futile; gli altri non ci porteranno la pace. Nessun capo ci darà la pace; nessun governo, nessun esercito, nessun paese. Ciò che porterà la pace è una trasformazione interiore che comporterà un'azione esteriore. La trasformazione interiore non è l'isolamento, non è ritrarsi dall'azione esterna. All'opposto, vi può essere azione retta soltanto quando vi è retto pensare, e non vi sarà retto pensiero se non vi sarà conoscenza di sé. Senza conoscere noi stessi, non vi sarà pace. Per porre fine alla guerra esteriore, dovremo cominciare a porre fine alla guerra entro noi stessi. Qualcuno, fra noi, assentirà dicendo "Sono d'accordo", e uscirà di qui e farà esattamente la stessa cosa che ha sempre fatto da dieci o vent'anni. Il vostro accordo è puramente verbale e non ha significato, poiché le miserie e le guerre del mondo non verranno certo impedite dal vostro annuire casuale. Vi porrete fine soltanto quando vi renderete conto del pericolo, vi renderete conto della vostra responsabilità, quando non la lascerete a qualcun altro. Se vi renderete conto della sofferenza, se vedrete l'urgenza di un'azione immediata e non rimanderete, allora vi trasformerete; la pace verrà soltanto quando voi stessi sarete in pace col vostro vicino.

11 – Sulla paura

Domanda: Come potrei liberarmi della paura che influenza tutto ciò che faccio?

Krishnamurti: Che cosa intendiamo per paura? Paura di che? Vi sono diversi tipi di paura e non occorre che li analizziamo singolarmente. Ma possiamo osservare che la paura nasce quando non è completa la nostra comprensione della relazione. La relazione non si verifica soltanto tra le persone, ma tra noi stessi e la natura, tra noi stessi e la proprietà, tra noi stessi e le idee; finché tale relazione non verrà pienamente intesa, la paura sarà inevitabile. La vita è rapporto. Essere significa essere in rapporto, e senza relazione non vi è vita. Nulla può esistere nell'isolamento; finché la mente persegue l'isolamento, necessariamente vi sarà paura. La paura non è un'astrazione; esiste soltanto in relazione a qualcosa. La domanda è: come liberarsene? Anzitutto, tutto ciò che è stato superato va riconquistato, ininterrottamente. Nessun problema potrà essere risolto, conquistato definitivamente; potrà venir compreso, non conquistato. Si tratta di due processi completamente diversi, ed il processo di conquista ad altro non porta se non ad ulteriore confusione, ad ulteriore paura. Resistere, dominare, battersi con un problema o costruire una difesa contro di esso significa soltanto creare ulteriore conflitto; mentre se potremo intendere la paura, penetrarla in profondo, passo per passo, ed esplorarne l'intero contenuto, allora la paura non ritornerà più, sotto nessuna forma. Come ho detto, la paura non è astrazione; esiste soltanto nella relazione. Che cosa intendiamo per paura? In ultima analisi, abbiamo paura di non essere, di non diventare. Ora, quando si ha paura di non essere, di non progredire, o la paura dell'ignoto, della morte, tale paura potrà superarsi mediante una certa determinazione, mediante una certa conclusione, mediante una scelta? Ovviamente, no. La pura soppressione, la sublimazione, la sostituzione crea ulteriore resistenza. Perciò la paura non sarà mai superata da alcuna forma di disciplina, da alcuna forma di resistenza. Occorre vedere con estrema chiarezza, sentire e sperimentare questo fatto: la paura non sarà superata mediante alcuna forma di difesa e di resistenza, né potrà esservi libertà dal timore attraverso la ricerca di una risposta o mediante una pura spiegazione intellettuale o verbale. Ora, di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura di un fatto oppure di un'idea circa il fatto? Abbiamo paura della cosa quale è, o abbiamo paura di ciò che noi riteniamo sia? Prendiamo, ad esempio, la morte. Abbiamo paura del fatto della morte o dell'idea della morte? Il fatto è una cosa e l'idea a proposito di esso è un'altra cosa. Ho paura della parola "morte" o del fatto in se stesso? Poiché ho paura della parola, dell'idea, non comprenderò mai il fatto, non guarderò mai ad esso, non mi troverò mai in relazione diretta con esso. Soltanto quando mi troverò in comunione con il fatto, allora vi sarà paura, e non vi sarà comunione con il fatto finché avrò un'idea, un'opinione, una teoria sul fatto, e perciò dovrò avere ben chiaro in me se ho paura della parola, dell'idea, o del fatto. Se mi trovo faccia a faccia con il fatto, non vi è nulla da capire: il fatto è là, e posso trattarlo. Se ho paura della parola, dovrò intendere la parola, penetrare l'intero processo che la parola, il termine, implica. Ad esempio, si ha paura della solitudine: del dolore, della pena della solitudine. Senza dubbio, tale paura esiste perché non si è mai guardato veramente alla solitudine, non si è mai stati in completa comunione con essa. Nel momento in cui si è completamente aperti al fatto della solitudine, la si potrà comprendere; invece se ne ha un'idea, un'opinione fondata sulla conoscenza anteriore; ed è quest'idea, quest'opinione, questa conoscenza anteriore circa il fatto, che crea la paura. Ovviamente la paura è il risultato del denominare, del conferire un nome, del proiettare un simbolo per rappresentare il fatto; vale a dire, la paura non è indipendente dalla parola, dal termine. Ho una reazione, supponiamo, alla solitudine; vale a dire, temo di non essere nulla. Ho paura del fatto in se stesso, o quella paura si risveglia perché possiedo una conoscenza anteriore del fatto, la conoscenza essendo la parola, il simbolo, l'immagine? Come può esservi il timore di un fatto? Quando mi trovo di fronte ad un fatto, in comunione diretta con esso, posso guardarlo, osservarlo, perciò non vi è paura del fatto. Ciò che causa la paura è la mia apprensione circa il fatto, circa ciò che il fatto può essere o fare. Ho la mia opinione, la mia idea, la mia esperienza e la mia conoscenza sul fatto, che creano la paura. Finché vi sarà la verbalizzazione del fatto, l'operazione del conferire ad un fatto un nome e pertanto di identificarlo o condannarlo, finché il pensiero giudicherà il fatto da osservatore, la paura sarà inevitabile. Il pensiero è il prodotto del passato, può esistere soltanto attraverso le parole, i simboli, le immagini; finché il pensiero considererà o tradurrà il fatto, la paura sarà inevitabile. Così, è la mente a creare la paura, essendo la mente il processo del pensare. Pensare è dare un nome. Non si può pensare senza parole, senza simboli ed immagini; tali immagini, cioè pregiudizi, le conoscenze anteriori, i timori della mente, vengono proiettate sul fatto, e da esso nasce la paura. Vi è libertà dal timore soltanto quando la mente è in grado di guardare al fatto senza tradurlo, senza dargli un nome, un'etichetta. Ciò è difficilissimo; poiché i sentimenti, le reazioni, le ansietà che proviamo, vengono immediatamente identificate dalla mente che conferisce loro un nome. Il sentimento della gelosia viene identificato mediante quella tale parola. È possibile non identificare un sentimento, guardare ad esso senza denominarlo? Appunto il denominarlo conferisce al sentimento la sua continuità, la sua energia. Nel momento in cui conferite un nome a quanto chiamate paura, lo rafforzate; ma se potrete guardare a quel sentimento senza denominarlo, vedrete che esso si dissolverà. Perciò, se si vuol essere completamente liberi dal timore, è essenziale comprendere l'intero processo del definire, del proiettare simboli ed immagini, del conferire nomi ai fatti. Potrà esservi libertà dal timore, soltanto quando vi sarà conoscenza di sé. La conoscenza di sé è l'inizio della saggezza, cioè la fine della paura.

12 – Sulla noia e l'interesse

Domanda: Non mi interessa nulla, ma moltissima gente si interessa di molte cose. Non ho bisogno di lavorare, quindi non lavoro. Dovrei intraprendere qualche lavoro utile?

Krishnamurti: Fare il lavoratore sociale, o il lavoratore politico, o il lavoratore religioso: è questo che intende? Non avendo altro da fare, lei diventa un riformatore! Se non ha nulla da fare, se si annoia, perché non annoiarsi? Perché non essere ciò? Se è nell'angoscia, sia angosciato. Non cerchi di trovare una via d'uscita, perché il fatto di annoiarsi ha un significato immenso, se lo può comprendere, se può vivere in esso. Se lei dice: "Mi annoio, perciò voglio fare qualcos'altro", sta semplicemente cercando di sfuggire alla noia, e, dato che la maggior parte delle nostre attività sono modi per evadere, lei fa molto più danno socialmente e sotto ogni altro aspetto. Il danno è assai maggiore quando si fugge che quando si è ciò che si è e si rimane tali. La difficoltà è come rimanere ciò che si è e non fuggire; e poiché la maggior parte delle nostre attività sono processi di evasione, è immensamente difficile cessare di fuggire ed affrontarle. Pertanto sono lieto se lei è veramente annoiato e dico: "Alt, non si muova, lo guardi. Perché dovrebbe fare qualche cosa?". Se lei si annoia, perché si annoia? Che cos'è quel che chiamiamo noia? Perché accade che lei non si interessi a qualche cosa? Devono esservi ragioni e cause che l'hanno resa sorda: sofferenze, evasioni, fedi, attività incessanti hanno reso sorda la mente, indocile il cuore. Se potesse trovare perché è annoiato, perché non sente interesse, certamente risolverebbe il problema, non le pare? allora l'interesse così risvegliato funzionerà. Se non si interessa al perché si annoia, non potrà costringersi ad essere interessato ad un'attività, semplicemente facendo qualcosa: come uno scoiattolo che si aggira nella sua gabbia. So che è questo il tipo di attività cui la maggior parte di noi indulge. Ma possiamo scoprire interiormente, psicologicamente, perché ci troviamo in questo stato di profonda noia; possiamo vedere perché la maggior parte di noi vi indugia: siamo esauriti emotivamente e mentalmente; abbiamo provato tante cose, tante sensazioni, tanti divertimenti, tanti esperimenti, che siamo divenuti sordi, stanchi. Ci aggreghiamo ad un gruppo, facciamo tutto ciò che si vuole da noi e poi lo abbandoniamo; poi andiamo altrove e proviamo anche quello; se falliamo con uno psicologo, andiamo da qualcun altro; oppure dal prete; se anche lì falliamo, andiamo da un altro maestro, e così via, continuiamo a vagare. Questo processo di costante tensione e rifiuto è spossante, non è così? Come tutte le sensazioni, rende sorda la mente. Abbiamo fatto questo, siamo passati di sensazione in sensazione, di eccitazione in eccitazione, finché non siamo giunti ad un punto nel quale veramente ci sentiamo spossati. Ora, rendendocene conto, non andiamo innanzi; facciamo una pausa. Restiamo calmi. Lasciamo che la mente raccolga forza da se stessa; non la costringiamo. Come il suolo si rinnova durante l'inverno, così, quando alla mente si consente di star quieta, essa si rinnova. Ma è estremamente difficile consentire alla mente di stare calma, lasciarla incolta dopo tutto questo, poiché la mente desidera continuare a fare qualcosa, ininterrottamente. Quando si giunge al punto in cui realmente si permette a se stessi di essere quel che siamo, – annoiati, brutti, orrendi, qualsiasi cosa – allora vi è una possibilità di affrontare la questione. Che cosa accade quando si accetta qualcosa, quando si accetta ciò che si è? Quando si accetta che si è ciò che si è, dove sta il problema? Vi è un problema soltanto se non accettiamo qualche cosa come essa è ed intendiamo trasformarla: il che non significa che io stia consigliando di accontentarsi; al contrario. Se accettiamo quel che siamo vedremo che la cosa che temevamo, la cosa che chiamavamo noia, la cosa che chiamavamo disperazione, la cosa che chiamavamo paura, ha subìto un mutamento totale. Vi è una trasformazione completa della cosa che temevamo. Ecco perché è importante, come ho detto, comprendere il processo, le vie del nostro proprio pensare. La conoscenza di sé non potrà raggiungersi mediante nessun altro, mediante nessun libro, nessuna confessione, o psicologia, o psicoanalisi. Dovremo trovarla da noi stessi, perché è la nostra vita; senza dilatare e approfondire quella conoscenza di sé, fate quel che volete, alterate tutte le circostanze e le influenze interne ed esterne, tutto ciò non costituirà che un terreno atto a nutrire la disperazione, il dolore, l'angoscia. Per andare oltre le attività della mente che rendono chiuso il sé, è necessario comprenderle; e comprenderle equivale ad essere consapevoli dell'azione in rapporto, in relazione con le cose, le persone e le idee. In tale relazione, che è il nostro specchio, cominceremo a vedere noi stessi, senza alcuna giustificazione o condanna; e da tale conoscenza più ampia e profonda delle vie della nostra stessa mente, sarà possibile procedere più innanzi; sarà possibile che la mente sia calma, ed atta a ricevere la realtà.

13 – Sull'odio

Domanda: Pur essendo perfettamente onesto, devo ammettere di provare risentimento e talvolta odio, per quasi tutti. Ciò rende infelice e penosa la mia vita. Comprendo intellettualmente che io stesso sono questo risentimento, quest'odio; ma non riesco a combatterlo. Può indicarmi una strada?

Krishnamurti: Cosa intendiamo con "intellettualmente"? Quando si dice di comprendere qualcosa intellettualmente, che cosa si intende? Esiste qualcosa come la comprensione intellettuale? Oppure, semplicemente, la mente comprende le parole, perché è questo il nostro unico modo di comunicare l'uno con l'altro? Tuttavia, possiamo comprendere realmente qualcosa in modo puramente verbale, mentale? È questa la prima cosa da chiarire: se la cosiddetta comprensione intellettuale non costituisca un impedimento al comprendere. Certamente la comprensione è integrale, non suddiviso, non parziale. O comprendo qualcosa o non la comprendo. Dire a se stessi "comprendo qualcosa intellettualmente" costituisce senza dubbio una barriera all'intendere. Si tratta di un processo parziale, e pertanto non si tratta affatto di intendimento. Ora, il problema è: "Come dovrò io, che sono pieno di risentimento, di odio, come dovrò liberarmene, o affrontare questo problema?". In qual modo affrontiamo un problema? Che cos'è un problema? Non vi è dubbio che un problema sia qualche cosa che disturba. Sento risentimento, sento odio; odio la gente e ciò causa dolore. Ed io ne sono consapevole. Che dovrò fare? Si tratta di un fattore di estremo disturbo nella mia vita. Che dovrò fare, come dovrò liberarmene realmente: non eliminarlo momentaneamente, ma esserne fondamentalmente libero? Come dovrò procedere? Si tratta di un problema, per me, perché mi disturba. Se non fosse qualcosa che mi disturba, per me non sarebbe un problema, non vi pare? Poiché causa dolore, disturbo, ansietà, poiché penso che sia male, desidero liberarmene. Perciò la cosa cui faccio obbiezione è il disturbo, non è così? Gli do nomi diversi a seconda delle occasioni, con sfumature diverse; un giorno lo chiamo a questo modo, e un altro in un altro modo, ma fondamentalmente si tratta del desiderio di non essere disturbato. Non è così? Poiché il piacere non mi disturba, lo accetto. Non desidero liberarmi dal piacere, perché in esso non vi è disturbo: almeno, non vi è disturbo per il momento; mentre l'odio, il risentimento, nella mia vita sono già fattori di disturbo e desidero affrancarmene. Mia preoccupazione è non essere disturbato, e cerco di trovare una strada mediante la quale io non sia mai disturbato. Perché non dovrei essere disturbato? Dovrò essere disturbato, per scoprire, non è così? Dovrò passare attraverso sconvolgimenti straordinari, tumulto, ansietà, per scoprire, non è così? Se non mi lascerò disturbare, resterò nel sonno e forse è ciò che la maggior parte di noi, appunto, vuole: restare in pace, mettersi a dormire, allontanarsi da qualsiasi disturbo, rinvenire l'isolamento, la solitudine, la sicurezza. Se non vi importa di essere disturbati – ma realmente, non solo superficialmente, se a me non importa essere disturbato, perché intendo svelare – allora il mio atteggiamento nei riguardi dell'odio e del risentimento subirà un mutamento; non è così? Se non mi importa di essere disturbato, allora il male non è poi importante, non vi sembra? La parola "odio" non è importante, non vi pare? Oppure il "risentimento" contro la gente non sarà importante. Poiché in tal caso sto direttamente sperimentando la condizione che definisco risentimento senza dare un nome a tale esperienza. L'ira è una qualità che disturba estremamente, come l'odio ed il risentimento; e pochissimi tra noi sperimentano l'ira direttamente, senza darle un nome. Se non le diamo il nome, se non la chiamiamo ira, senza dubbio si tratta – non vi pare? – di un'esperienza diversa. Per il fatto che la definiamo, riduciamo una nuova esperienza, o meglio la fissiamo, entro termini dell'antica; mentre, se non le diamo alcun nome, ecco allora un'esperienza che viene compresa direttamente; e tale intendimento comporta una trasformazione nello sperimentare. Prendiamo, ad esempio, la meschinità. Per la maggior parte, se siamo meschini, non ne siamo consapevoli: meschini in fatto di danaro, meschini circa il perdonare le offese, insomma meschini. Sono certo che tutto ciò ci è familiare. Ora, essendone consapevoli, come ci libereremo da questa qualità? Ma non per diventare generosi, non è questo il punto. Essere liberi dalla meschinità implica la generosità. Non dovrete affatto diventare generosi. Ovviamente, se ne deve essere consapevoli. Potrete essere estremamente generosi elargendo una ampia donazione alla vostra società, agli amici, ma terribilmente meschini nel fornire una informazione di qualche importanza: voi sapete che cosa io intenda per "meschino". Non se ne è consapevoli. Quando se ne diventa consapevoli, che cosa accade? Esercitiamo la nostra volontà di essere generosi; tentiamo di superare il nostro difetto; ci discipliniamo allo scopo di essere generosi, e così via e così via. Ma, dopo tutto, l'esercizio della volontà per essere qualche cosa, fa ancora parte della meschinità su scala più ampia, così che se non facciamo nessuna di quelle cose, ma siamo semplicemente consapevoli delle implicazioni della meschinità, senza definirla, allora vedremo che si verifica una trasformazione radicale. Vi prego, fatene l'esperimento. Anzitutto, si deve essere disturbati, ed è ovvio che la maggior parte di noi non ama esserlo. Riteniamo di aver trovato uno schema di vita – il Maestro, la fede, qualsiasi cosa sia – e là ci sistemiamo. È come avere un buon lavoro burocratico e restarvi per il resto della propria vita. Con la medesima mentalità affrontiamo diverse qualificazioni delle quali intendiamo liberarci. Non vediamo l'importanza di sentirci disturbati, di sentirci interiormente non sicuri, di non essere dipendenti. Senza dubbio soltanto nell'insicurezza è possibile scoprire, vedere, comprendere. Noi desideriamo essere simili a chi è pieno di danaro, a suo perfetto agio; egli non si lascerà disturbare; non vuole esser disturbato. Il disturbo è essenziale per comprendere, e qualsiasi tentativo di trovare la sicurezza costituisce un impedimento al comprendere. Quando vogliamo liberarci di qualcosa che ci disturba, c'è senza dubbio un impedimento. Se potremo sperimentare un sentimento, senza dargli nome, a mio avviso troveremo moltissimo; non vi sarà più lotta con esso, perché lo sperimentatore e la cosa sperimentata sono un'unica cosa, e ciò è essenziale. Finché lo sperimentatore dà un nome al sentimento, all'esperienza, egli se ne separa e agisce su di essa; tale azione è artificiale, illusoria. Ma se non vi è denominazione, allora lo sperimentatore e la cosa sperimentata costituiscono un tutto unico. Tale integrazione è necessaria e va affrontata radicalmente.

14 – Sul pettegolezzo

Domanda: Nella rivelazione del sé ha valore anche il pettegolezzo, specialmente perché rivela a me gli altri. Seriamente: perché non impiegare il pettegolezzo per scoprire ciò che è? Non mi scandalizzo della parola "pettegolezzo" semplicemente perché, per secoli e secoli, è stata condannata.

Krishnamurti: Mi domando: perché spettegoliamo? Non perché ciò riveli gli altri a noi. E perché mai gli altri dovrebbero esserci rivelati? Perché vogliamo conoscere gli altri? Perché questa preoccupazione straordinaria in merito agli altri? Anzitutto, perché spettegoliamo? È una forma di inquietudine, non vi sembra? Come l'ansia, è un sintomo di mente inquieta. Perché questo desiderio di interferire con gli altri, di sapere che cosa stiano facendo, dicendo gli altri? La mente che spettegola è estremamente superficiale, non vi sembra? Si tratta di una mente inquisitiva, diretta in modo errato. Chi ha posto la domanda sembra pensare che gli altri gli vengano rivelati dal fatto che egli se ne occupa: si occupa dei loro affari, dei loro pensieri, delle loro opinioni. Ma come conoscere gli altri se non conosciamo noi stessi? Come potremo giudicare gli altri, se non conosciamo i modi del nostro proprio pensare, il nostro modo di agire, di comportarci? Perché questo interesse straordinario agli altri? Non è in realtà un'evasione questo desiderio di scoprire che cosa pensino e sentano e spettegolino gli altri? Non è una fuga rispetto a noi stessi? Non è già abbastanza difficile la nostra vita, non è abbastanza complessa e penosa, senza che ci si occupi degli altri in questa maniera spettegolante, brutta, crudele? Perché mai farlo? Lo sappiamo bene: tutti lo fanno. Praticamente tutti spettegolano su tutti gli altri. Perché? Io ritengo, soprattutto, che noi spettegoliamo sugli altri perché non siamo sufficientemente interessati al processo del nostro proprio pensare ed agire. Vogliamo vedere cosa stiano facendo gli altri, e forse, per dirlo gentilmente, imitarli. Generalmente, quando spettegoliamo, è per condannare gli altri; ma, per dirlo caritatevolmente, forse è per imitarli. Perché vogliamo imitare gli altri? Tutto ciò non indica da parte nostra una frivolezza straordinaria? È una mente straordinariamente sorda, quella che desidera eccitazione, e che esce da se stessa per ottenerla. In altri termini, il pettegolezzo è una forma di sensazione, non vi sembra?, alla quale indulgiamo. Può trattarsi di un tipo diverso di sensazione, ma vi è sempre questo desiderio di trovare eccitazione, distrazione. Se realmente si va al fondo della domanda, si ritorna sempre a se stessi, il che dimostra che in realtà si è straordinariamente futili e che, parlando degli altri, si persegue un'eccitazione che provenga dall'esterno. Coglietevi la prossima volta che spettegolerete su qualcuno; se ne sarete consapevoli, costituirà un segno cospicuo su voi stessi. Non copritelo dicendo di essere semplicemente curiosi sugli altri. Ciò rivela inquietudine, rivela un senso di eccitazione, di frivolezza, una mancanza di interesse profondo e reale per la gente, che nulla ha a che vedere con il pettegolezzo. L'altro problema è in qual modo porre termine al pettegolezzo. È questo il problema che subito segue, non vi sembra? Quando si è consapevoli di stare spettegolando, perché non fermarsi? Se è divenuta un'abitudine, qualcosa di brutto che si continua giorno dopo giorno, come ci fermeremo? Ma questo problema sorge? Quando si sa di stare spettegolando, quando se ne è consapevoli, quando si è consapevoli di tutte le sue implicazioni, in questo caso diciamo forse a noi stessi: "come dovrò fermarmi?". Non ci si fermerà da sé, nel momento in cui si è consapevoli di stare spettegolando? Il "come" non si pone neppure. Il "come" sorge soltanto quando non si è consapevoli; e il pettegolezzo indica mancanza di consapevolezza. Sperimentatelo su voi stessi, la prossima volta che spettegolerete, e vedrete quanto rapidamente, quanto immediatamente smetterete di spettegolare purché siate consapevoli di ciò di cui state parlando, consapevoli che la vostra lingua sta correndo insieme a voi. Fermarsi non richiede l'azione della volontà. Tutto ciò che occorre è essere consapevoli, consci di ciò che si sta dicendo e vederne le implicazioni. Non dovrete condannare o giustificare il pettegolezzo. Siatene consapevoli e vedrete come rapidamente smetterete; poiché ciò rivela a noi stessi le nostre vie di comportamento e di azione, il nostro schema di pensiero; e in tale rivelazione, scopriamo noi stessi, il che è assai più importante che spettegolare sugli altri, su ciò che stanno facendo, pensando, sul loro modo di comportarsi. Molti fra noi, che leggono i quotidiani, sono colmi di pettegolezzo, di pettegolezzo globale. È tutta un'evasione rispetto a noi stessi, rispetto alla nostra stessa meschinità, alla nostra stessa bruttura. Riteniamo che mediante un interesse superficiale ai valori mondani si diventi sempre più saggi, sempre più capaci di padroneggiare le nostre vite. Sono tutte, senza dubbio, vie per fuggire a noi stessi, non è così? In noi stessi siamo tanto vuoti, frivoli; siamo tanto terrorizzati di noi stessi. Siamo talmente poveri di noi stessi che il pettegolezzo opera come una forma di ricco trattenimento, come una fuga rispetto a noi stessi. Cerchiamo di mantenere questo vuoto in noi mediante la scienza, i rituali, il pettegolezzo, le riunioni di un gruppo: mediante le innumerevoli vie per evadere, così che le fughe sono divenute più importanti di qualsiasi cosa; e non la comprensione di ciò che è. La comprensione di ciò che è esige attenzione. Conoscere che si è vuoti, che si è nel dolore, esige un'attenzione immensa, non evasione; ma la maggior parte di noi ama codeste fughe, perché sono assai più piacevoli, più solleticanti. Inoltre, quando sappiamo come siamo fatti, è assai difficile trattare con noi stessi; ed è questo uno dei problemi di fronte ai quali ci troviamo. Non sappiamo che cosa fare. Quando so di essere vuoto, quando so di soffrire, di essere immerso nel dolore, non so che fare, non so come comportarmi. Così si ricerca ogni tipo di evasione. Il problema è: che fare? Ovviamente, la fuga è impossibile: veramente ciò è assurdo ed infantile. Ma quando vi trovate di fronte a voi stessi quali siete, che dovrete fare? Anzitutto, è possibile non negare, né giustificare, ma rimanere semplicemente con se stessi, quali si è? Ciò è estremamente arduo, poiché la mente persegue spiegazioni, condanne, identificazioni. Ma se non fa alcuna di queste cose e rimane con se stessa, allora è probabile che accetti qualcosa. Se accetto di essere bruno, il problema è chiuso. Ma se desidero cambiare il mio colore in un colore più chiaro, allora il problema sorge. Accettare ciò che è è estremamente difficile; lo si può fare soltanto quando non vi è alcuna evasione, e la condanna o la giustificazione sono forme di evasione. Pertanto, quando si comprende l'intero processo del perché si spettegola e quando ci si rende conto della sua assurdità, della crudeltà di tutto ciò che esso implica, allora si resta con ciò che si è; e ci si accosta sempre a ciò o per distruggerlo o per mutarlo in qualche cosa d'altro. Se non faccio nessuna di queste cose, ma mi accosto a ciò con l'intenzione di comprenderlo, di starvi insieme completamente, allora, troverò che non si tratta più della cosa che avevo temuto. Allora vi è una possibilità di trasformare ciò che è.

15 – Sulla critica

Domanda: Che ruolo svolge la critica nella relazione? Qual è la differenza tra critica costruttiva e distruttiva?

Krishnamurti: Anzitutto, perché critichiamo? È per capire? Oppure si tratta semplicemente di farlo per dare noia? Se vi critico, vi comprendo? La comprensione viene attraverso il giudizio? Se intendo comprendere, se voglio capire meno superficialmente, ma in profondità, l'intero significato del mio rapporto con voi, comincerò col criticarvi? Oppure sarò consapevole di questa relazione tra voi e me, osservandola in silenzio: non proiettando le mie opinioni, le mie critiche, i miei giudizi, le mie identificazioni e condanne, ma osservando silenziosamente ciò che accade? E se non critico, che cosa accade? Si è lì lì per addormentarsi, non è così? Il che non significa che non ci si addormenti quando si dà noia agli altri. Forse diventa un'abitudine, e ci mettiamo a dormire per abitudine. Esiste un intendimento più profondo, più ampio, della relazione, che abbia luogo attraverso la critica? Non importa se la critica sia costruttiva o distruttiva: senza alcun dubbio ciò è irrilevante. Perciò la domanda è: "qual è la condizione mentale, e del cuore, necessaria a capire la relazione?" Qual è il processo del comprendere? In quale modo comprendiamo qualcosa? Come comprendete vostro figlio, se vi interessate di lui? Lo osservate, non è così? Lo osservate mentre gioca, lo studiate nei suoi diversi modi, umori; non proiettate su di lui la vostra opinione. Non dite che dovrebbe essere questo o quello. Siete vigili, all'erta, non è vero? Siete attivamente consapevoli. Allora, forse, comincerete a capire il bambino. Se lo criticate ininterrottamente, se introducete ininterrottamente la vostra propria particolare personalità, le vostre idiosincrasie, le vostre opinioni, decidendo il modo il cui il vostro bambino debba o non debba essere, e così via, ovviamente creerete una barriera in quel rapporto. Sfortunatamente molti di noi criticano per configurare, per interferire; troviamo un certo piacere, un certo compenso nel configurare qualcosa: il rapporto col marito, con un bambino o con chicchessia. Vi si avverte un senso di potenza, si è il padrone, e ciò offre una remunerazione straordinaria. Senza dubbio, in tutto questo processo non vi è alcuna comprensione del rapporto. Vi è pura imposizione, vi è la brama di modellare gli altri secondo lo schema particolare della vostra idiosincrasia, del vostro desiderio, della vostra volontà. Tutto ciò impedisce, non vi sembra?, la comprensione del rapporto. Poi vi è l'autocritica. Criticare se stessi, condannare e giustificare se stessi: ciò comporta la comprensione di sé? Quando cominciò a criticare me stesso, non limito forse il processo della comprensione, dell'esplorazione? L'introspezione, che è una forma di autocritica, disvela il sé? Che cosa rende possibile il disvelarsi del sé? Essere costantemente analitici, timorosi, critici, certamente non comporta tale disvelarsi. Ciò che lo comporta in modo che si cominci a comprenderlo è la consapevolezza costante di esso, senza alcuna condanna, senza alcuna identificazione. Occorre una certa spontaneità non si può stare continuamente ad analizzarlo, a disciplinarlo, a configurarlo. Questa spontaneità è essenziale per capire. Se non faccio che limitare, controllare, condannare, blocco il movimento del pensiero e del sentimento, non è così? Ed è nel movimento del pensiero e del sentimento che compirò scoperte, non nel puro controllo. Quando si compiono scoperte, è importante scoprire anche in qual modo agire. Se agisco secondo un'idea, secondo una certa norma, secondo un certo ideale, allora costringo il sé entro uno schema particolare. In ciò non vi è alcun intendimento, non vi è trascendenza. Se posso osservare il sé senza alcuna condanna, senza alcuna identificazione, allora sarà possibile andare al di là di esso. Ecco perché tutto questo processo dell'approssimarci ad un ideale è tanto profondamente fallace. Gli ideali sono divinità artificiali e senza dubbio conformarsi ad un'immagine che proietti il sé non costituisce una liberazione. Così potrà darsi intendimento soltanto quando la mente sarà silenziosamente consapevole, quando osserverà; il che è arduo, perché noi ricaviamo piacere dall'essere attivi, inquieti, critici, dal condannare e giustificare. È questa la nostra intera struttura; e, attraverso lo schermo delle idee, dei pregiudizi, dei punti di vista, delle esperienze, delle memorie, cerchiamo di capire. È possibile liberarci da tutti questi schermi e capire, così, direttamente? Senza dubbio lo facciamo quando il problema è assai vivo: non passiamo attraverso tutti quei metodi, lo affrontiamo direttamente. La comprensione della relazione si ha soltanto quando tale processo di autocritica viene compreso e la mente si calma. Se mi ascoltate e cercate di seguire, senza troppo sforzo, quanto tento di comunicarvi, allora esiste una possibilità di comprenderci l'un l'altro. Ma se continuerete a criticare senza tregua, introducendo le vostre opinioni, quel che avete imparato dai libri, quello che qualcun altro vi ha detto e così via via, allora voi ed io non ci troveremo in rapporto, perché fra noi si frapporrà quello schermo. Se ambedue ci sforziamo di trovare le soluzioni del problema, che si trovano entro il problema stesso, se ambedue siamo ansiosi di andare al fondo della questione, di scoprirne la verità, di scoprire che cosa essa è, allora ci troviamo in relazione. Allora la vostra mente è nello stesso tempo vigile e passiva, osserva per scorgere quale sia, in tutto ciò, la verità. Perciò la vostra mente deve essere straordinariamente docile, non deve ancorarsi ad alcuna idea o ideale, ad alcun giudizio, ad alcuna opinione che abbiate consolidato attraverso le vostre esperienze particolari. La comprensione giunge, senza dubbio, quando vi è quella docile pieghevolezza tipica di una mente che sia passivamente consapevole. Allora essa è capace di recepire, allora è sensibile. Una mente non è sensibile quando è gremita di idee, di pregiudizi, di opinioni, di pro o contro. Per intendere la relazione occorre una consapevolezza passiva, il che non distrugge la relazione. Al contrario, rende il rapporto assai più vitale, assai più significativo. Allora esiste, in quella relazione, una possibilità di affermazione reale; vi è calore, vi è senso di vicinanza, che non è puro sentimento o sensazione. Se potremo accostarci così, o trovarci in una consimile relazione con qualsiasi cosa, risolveremo facilmente i nostri problemi: i problemi della proprietà, del possesso, poiché noi siamo ciò che possediamo. Chi possiede danaro è danaro. Chi si identifica con la proprietà è la proprietà, o la casa, o il mobilio. Similmente con le idee o con la gente; quando vi è possesso, non vi è relazione. La maggior parte di noi possiede perché, se non possiede, non ha altro. Siamo gusci vuoti se non possediamo, se non riempiamo la nostra vita di mobili, di musica, di conoscenza, di questo o di quello. E quel guscio fa un sacco di rumore, e quel rumore lo chiamiamo vivere; e di ciò siamo soddisfatti. Quando vi è rottura, quando ciò si frantuma, allora vi è angoscia, perché improvvisamente si scopre come siamo fatti: un guscio vuoto, senza molto significato. Esser consapevoli dell'intero contenuto della relazione è azione, e in quell'azione vi è una possibilità di relazione vera, la possibilità di scoprirne la grande profondità, il grande significato, e di sapere che cos'è l'amore.

16 – Sulla fede in Dio

Domanda: La fede in Dio è stata un incentivo potente ad una vita migliore. Perché Lei nega Dio? Perché non cerca di resuscitare la fede dell'uomo nell'idea di Dio?

Krishnamurti: Consideriamo il problema, vi prego, con ampiezza di idee e con intelligenza. Io non nego Dio: sarebbe folle farlo. Soltanto chi non conosca la realtà indulge in parole prive di significato. Chi dice di sapere, non sa; chi sperimenta la realtà di momento in momento non ha mezzo di comunicare tale realtà. La fede è rinnegare la verità, la fede nasconde la verità; credere in Dio non è trovare Dio; né il credente né il non credente troveranno Dio; perché la realtà è l'ignoto, e la vostra fede o non fede nell'ignoto è puramente una proiezione del sé, e pertanto non è reale. So che credete, e so che ciò ha pochissimo significato nella vostra vita. Vi sono molte persone che credono; milioni di uomini credono in Dio e ne traggono consolazione. Anzitutto, perché credete? Credete perché ciò vi dà soddisfazione, consolazione, speranza, e dite che conferisce alla vita significato. In realtà la vostra fede ha pochissimo significato, perché voi credete e sfruttate, credete e uccidete, credete in un Dio universale e vi massacrate l'un l'altro. Anche il ricco crede in Dio; sfrutta brutalmente, accumula denaro, poi costruisce un tempio e si fa filantropo. Gli uomini che hanno gettato su Hiroshima la bomba atomica dicevano che Dio era con loro; quelli che si alzavano in volo dall'Inghilterra per radere al suolo la Germania dicevano che Dio era il loro secondo pilota. I dittatori, i primi ministri, i generali, i presidenti, tutti parlano di Dio, hanno immensa fede in Dio. Ma rendono servigio, preparano per l'uomo una vita migliore? Coloro che dicevano di credere in Dio hanno distrutto mezzo mondo ed il mondo è in una miseria completa. Mediante l'intolleranza religiosa vi sono divisioni tra credenti e non credenti, che conducono a guerre religiose. Ciò indica quanto straordinariamente politica sia la struttura della vostra mente. La fede in Dio è "un potente incentivo ad una vita migliore"? Perché desiderate un incentivo ad una vita migliore? Senza dubbio, il vostro incentivo deve essere il vostro proprio desiderio di vivere pulitamente e semplicemente, non è così? Se cercate un incentivo, non siete interessati a rendere la vita possibile a tutti, ma semplicemente al vostro incentivo, che è diverso dal mio: e disputeremo sull'incentivo. Se viviamo felicemente insieme non perché crediamo in Dio ma perché siamo esseri umani, allora metteremo in comune i mezzi di produzione per produrre qualcosa per tutti. Per mancanza di intelligenza accettiamo l'idea di una superintelligenza che chiamiamo "Dio"; ma questo "Dio", questa superintelligenza, non ci darà una vita migliore. Ciò che conduce ad una vita migliore è l'intelligenza; e non può esservi intelligenza se vi è fede, se vi sono divisioni di classe, se vi sono nazionalità isolate e governi sovrani. Tutto ciò, ovviamente, indica mancanza di intelligenza, ed è la mancanza di intelligenza che vieta una vita migliore, e non la non fede in Dio. Voi tutti credete in modi diversi, ma la vostra fede non ha alcuna realtà. La realtà è ciò che voi siete, ciò che fate, ciò che pensate, e la vostra fede in Dio è puramente una fuga dalla vostra vita monotona, stupida e crudele. Inoltre, invariabilmente, la fede divide la gente: ecco l'indù, il buddista, il cristiano, il comunista, il socialista, il capitalista e così via. La fede, l'idea, divide; non unisce mai le persone. Potrete raccogliere alcune persone in un gruppo, ma quel gruppo sarà contrapposto ad un altro gruppo. Le idee e le fedi non uniscono, mai; al contrario, separano, disintegrano e sono distruttive. Perciò la vostra fede in Dio in realtà spande miseria nel mondo; sebbene possa aver portato, a voi, una consolazione temporanea, nella realtà vi ha portato miseria e distruzione in misura superiore, nella forma di guerre, carestie, divisioni di classe, e dell'azione brutale di singoli individui. Perciò la vostra fede non ha alcuna validità. Se realmente credeste in Dio, se Dio fosse per voi un'esperienza reale, allora sul volto avreste un sorriso; non stareste distruggendo esseri umani. Ora, che cos'è la realtà, che cos'è Dio? Dio non è la parola, la parola non è la cosa. Per sapere ciò che è incommensurabile, che non appartiene al tempo, la mente deve essere libera rispetto al tempo, il che significa che deve essere libera da qualsiasi pensiero, da qualsiasi idea circa Dio. Ma che cosa sapete circa Dio e la verità? In realtà non sapete nulla circa quella realtà. Tutto ciò che conoscete sono parole, le esperienze di altri, o certi momenti di esperienza vostra, piuttosto vaga. Senza dubbio ciò non è Dio, non è la realtà, non è al di là del tempo. Per sapere ciò che sta al di là del tempo, occorre comprendere il processo del tempo, essendo il tempo il pensiero, il processo del divenire, l'accumulazione della conoscenza. È questo tutto lo sfondo su cui si muove la mente; la mente stessa è lo sfondo, sia quella conscia che quella inconscia, sia quella collettiva che quella individuale. Così la mente deve liberarsi da quanto è noto, il che significa che la mente deve stare in perfetto silenzio, non essere costretta al silenzio. La mente che consegua il silenzio come risultato, come frutto di un'azione determinata, di una pratica, di una disciplina, non è in silenzio. La mente che sia forzata, controllata, modellata, inserita entro una struttura e mantenuta quieta, non è una mente tranquilla: può darsi che per un certo periodo di tempo voi riusciate a forzare la mente a stare superficialmente in silenzio; ma una mente cosiffatta non è una mente tranquilla. La tranquillità verrà soltanto quando comprenderete l'intero processo del pensiero, perché intendere tale processo equivale a porvi termine, e porre termine al processo del pensiero è l'inizio del silenzio. Soltanto quando la mente sarà in perfetto silenzio non soltanto al livello superiore, ma fondamentalmente, nel suo intimo, tanto al livello superficiale che a quelli più profondi della coscienza, soltanto allora l'ignoto potrà nascere. L'ignoto non è qualche cosa che la mente debba sperimentare; soltanto il silenzio si può sperimentare, null'altro che il silenzio. Se la mente sperimenta qualcosa di diverso dal silenzio, sta semplicemente proiettando i propri desideri, e una mente cosiffatta non sta in silenzio; finché la mente non sarà in silenzio, finché il pensiero in una qualsiasi forma, sia conscia sia inconscia, sarà in movimento, silenzio non si potrà dare. Il silenzio è libertà rispetto al passato, alla conoscenza, alla memoria sia conscia che inconscia; quando la mente starà in perfetto silenzio, quando non funzionerà, quando vi sarà quel silenzio che non nasce da uno sforzo, allora soltanto nascerà ciò che è fuori del tempo, l'eterno. Tale condizione non è uno stato di memoria: non vi è alcuna entità che ricordi, che sperimenti. Perciò Dio, o la verità, o quel che voi volete, è qualche cosa che nasce di momento in momento, e si verifica soltanto in uno stato di libertà e di spontaneità, non quando la mente viene disciplinata secondo uno schema. Dio non è qualcosa che appartenga alla mente, non nasce da una proiezione del sé, nasce soltanto quando vi è virtù, che è libertà. La virtù affronta la realtà di ciò che è, ed affrontare la realtà è uno stato di beatitudine. Soltanto quando la mente è beata, calma, senza alcun movimento proprio, senza la proiezione del pensiero, conscio o inconscio, soltanto allora nasce l'eterno.

17 – Sulla memoria

Domanda: Lei dice che la memoria è un'esperienza incompleta. Io ricordo, e serbo una vivida impressione delle Sue conversazioni. In che senso si tratta di un'esperienza incompleta? Per favore, mi spieghi quest'idea in tutti i suoi dettagli.

Krishnamurti: Che cosa intendiamo per memoria? Si va a scuola e ci si riempie di fatti, di scienza tecnica. Se si è un tecnico, si impiega la memoria della scienza tecnica per costruire un ponte. Questa è memoria fattuale. Vi è pure una memoria psicologica. Voi mi avete detto qualche cosa, piacevole e spiacevole, ed io la serbo; quando vi riincontro, vi incontro con quella memoria, con la memoria di ciò che avete detto o non detto. Vi sono due aspetti della memoria, quello psicologico e quello fattuale. Sono sempre interrelati, e perciò non si distinguono chiaramente. Sappiamo che la memoria fattuale è essenziale per vivere, ma la memoria psicologica è essenziale? Qual è il fattore che serba la memoria psicologica? Che cosa fa sì che psicologicamente ci si rammenti un insulto o una lode? Perché si serbano certe memorie ed altre vengono rimosse? Ovviamente si serbano le memorie piacevoli e si evitano quelle spiacevoli. Se osservate, vedrete che le memorie spiacevoli vengono messe da parte assai più rapidamente di quelle piacevoli. La mente è memoria, a qualsiasi livello, con qualsiasi nome voi la chiamiate; la memoria è il prodotto del passato, nel passato si fonda, perché il passato è memoria, è uno stato condizionato. Ora, con tale memoria affrontiamo la vita, affrontiamo una sfida nuova. La sfida è sempre nuova, e la nostra risposta è sempre antica, perché risulta dal passato. Così sperimentare senza memoria è uno stato, e sperimentare con la memoria è uno stato diverso. Vale a dire, vi è una sfida, che è sempre nuova. L'affronto con una risposta, col condizionamento dell'antico. E dunque, che cosa accade? Assorbo il nuovo, lo comprendo; e l'esperienza del nuovo viene condizionata dal passato. Perciò la comprensione del nuovo è soltanto parziale, tale intendimento non è mai completo. Soltanto quando vi è la comprensione completa di qualche cosa essa non lascia traccia nella memoria. Quando vi è una sfida, sempre nuova, la si affronta con la risposta dell'antico. La risposta antica condiziona quella nuova, e pertanto la devia, la sottopone ad un pregiudizio, e dunque non vi è comprensione completa del nuovo, così che il nuovo viene assorbito entro l'antico e pertanto rafforza quest'ultimo. Ciò può sembrare astratto, ma non è difficile se lo si affronta da vicino ed accuratamente. La situazione del mondo, oggi, esige un atteggiamento nuovo, un modo nuovo di affrontare il problema del mondo, che è sempre nuovo. Siamo incapaci di affrontarlo dal principio perché ci accostiamo ad esso con le nostre menti condizionate, con pregiudizi nazionali, locali, familiari e religiosi. Le nostre esperienze precedenti agiscono come una barriera per la comprensione della nuova sfida, e così continuiamo a coltivare e a rafforzare la memoria, e pertanto non potremo mai intendere il nuovo, non potremo mai rispondere alla sfida pienamente e completamente. Soltanto quando si è capaci di affrontare la sfida daccapo, in modo nuovo, rinunciando al passato, soltanto allora essa porta i suoi frutti e i suoi tesori. Chi ha posto la domanda dice: "Ricordo e serbo una vivida impressione delle Sue conversazioni precedenti. In che senso si tratta di un'esperienza incompleta?" Ovviamente si tratta di un'esperienza incompleta se non è altro che un'impressione, una memoria. Se lei ha capito ciò che è stato detto, se ne ha visto la verità, tale verità non è memoria. La verità non è memoria, perché la verità è sempre nuova, si trasforma ininterrottamente. Lei ricorda una conversazione precedente. Perché? Perché sta impiegando la conversazione precedente come guida, perché non l'ha pienamente capita. Ella intende penetrarla e, consciamente o inconsciamente, la serba. Se si comprende qualcosa completamente, vale a dire se se ne scorge completamente la verità, si vede che non se ne ha alcuna memoria. La nostra educazione è coltivazione di memoria, rafforzamento della memoria. Le vostre pratiche e rituali religiosi, il vostro leggere e conoscere, tutti rafforzano la memoria. Che cosa intendiamo con ciò? perché impariamo a memoria? Non so se avete notato che, avanzando negli anni, si guarda indietro al passato, alle sue gioie, ai suoi dolori, ai suoi piaceri; se si è giovani, si guarda al futuro. Perché facciamo questo? Perché la memoria è diventata tanto importante? Per la semplice ed ovvia ragione che non sappiamo come vivere in modo pieno e completo nel presente. Impieghiamo il presente come strumento per il futuro, e perciò il presente non ha significato. Non possiamo vivere nel presente perché stiamo impiegando il presente come porta verso il futuro. Dato che sto per diventare qualche cosa, non comprenderò mai completamente me stesso, e comprendere me stesso, chi io sia, esattamente, ora, non esige la coltivazione della memoria. Al contrario, la memoria è ostacolo alla comprensione di ciò che è. Non so se avete notato che un pensiero e un sentimento nuovo vi giunge soltanto quando la mente non è catturata entro la rete della memoria. Quando vi è un intervallo tra due pensieri, tra due memorie, quando tale intervallo può venir mantenuto, allora da questo intervallo nasce una nuova condizione, che non è più memoria. Abbiamo ricordi, e coltiviamo la memoria come mezzo per continuare. Il "me" ed il "mio" acquistano un'estrema importanza finché esiste la coltivazione della memoria, e dato che la maggior parte di noi è costruita in base ai "me" ed ai "mio", la memoria gioca nelle nostre vite un ruolo di grandissimo peso. Se non aveste memoria, la vostra proprietà, la vostra famiglia, le vostre idee non sarebbero importanti in quanto tali; così, per rafforzare il "me" ed il "mio", coltivate la memoria. Se osserverete bene, vedrete che vi è intervallo tra due pensieri, tra due emozioni. In tale intervallo, che non è prodotto dalla memoria, vi è una libertà straordinaria rispetto al "me" ed al "mio", e tale intervallo è fuori del tempo. Consideriamo ora il problema in modo diverso. Senza dubbio la memoria è tempo, non è così? La memoria crea lo ieri, l'oggi e il domani. La memoria di ieri condiziona l'oggi e perciò configura il domani. Vale a dire, il passato, attraverso il presente, crea il futuro. Vi è un processo temporale che si svolge, e che è la volontà di divenire. La memoria è tempo, e attraverso il tempo speriamo di conseguire un certo risultato. Oggi sono un impiegato e, se mi si darà tempo ed opportunità, diverrò il direttore o il proprietario. A questo scopo dovrò avere tempo, e con la medesima mentalità noi diciamo: "Conseguirò la realtà, mi accosterò a Dio". Perciò, per realizzarmi, devo avere tempo, vale a dire devo coltivare la memoria, rafforzare la memoria mediante pratiche e disciplina, essere qualche cosa, conseguire, guadagnare, il che significa continuazione nel tempo. Attraverso il tempo speriamo di raggiungere quanto è fuori del tempo, attraverso il tempo speriamo di conseguire l'eterno. È possibile? Potrete mai cogliere l'eterno entro la rete del tempo, mediante la memoria, che appartiene al tempo? Ciò che è fuori del tempo potrà esistere soltanto quando la memoria, che è il "me" ed il "mio", cesserà. Se vedrete la verità del fatto che, attraverso il tempo, non è possibile comprendere o recepire quanto è fuori del tempo, allora potremo sviscerare il problema della memoria. La memoria delle cose tecniche è essenziale; ma la memoria psicologica, che mantiene il sé, il "me" ed il "mio", che procura identificazione e continuazione del sé, è totalmente nociva per la vita e la realtà. Quando se ne vedrà la verità, il falso cadrà; e perciò non si serberà più, psicologicamente, l'esperienza di ieri. Si guarda un bel tramonto, un bell'albero in un campo, e quando lo si guarda per la prima volta, lo si gode completamente, interamente; ma vi si ritorna col desiderio di vederlo ancora. Che cosa accade quando vi si ritorna con il desiderio di vederlo ancora? Che non vi è gioia, perché è la memoria del tramonto di ieri che ora mi costringe a ritornare, che mi urge a godere. Ieri non vi era memoria, soltanto un apprezzamento spontaneo, e una risposta diretta; oggi si ha il desiderio di ricatturare l'esperienza di ieri. Vale a dire, la memoria sta intervenendo tra voi ed il tramonto, e perciò non vi è gioia, non vi è ricchezza, non vi è pienezza del bello. O ancora: avete un amico, che ieri vi ha detto qualche cosa, un insulto o un complimento, e ve lo ricordate; con questo ricordo incontrate l'amico oggi. Ma in realtà non incontrate l'amico: portate con voi la memoria di ieri, che subito interviene. Così andiamo avanti, cingendo di memoria noi stessi e le nostre azioni, e per questo non vi è più novità, non vi è freschezza. Ecco perché la memoria rende la vita stanca, sorda e vuota. Viviamo in antagonismo gli uni con gli altri perché i "me" ed i "mio" vengono rafforzati dalla memoria. La memoria nasce mediante l'azione nel presente; diamo vita alla memoria attraverso il presente; ma, quando non diamo vita alla memoria, essa scompare. La memoria dei fatti, delle cose tecniche, è un'ovvia necessità; ma la memoria come ritenzione psicologica è nociva alla comprensione della vita, alla comunione con ciascun altro.

18 – Arrendersi a "Ciò che è"

Domanda: Qual è la differenza tra l'arrendersi alla volontà di Dio e ciò che lei dice circa l'accettazione di ciò che è?

Krishnamurti: Senza dubbio vi è una differenza enorme, non le pare? Arrendersi alla volontà di Dio implica che già si conosca la volontà di Dio. Non ci si arrende a qualche cosa che non si conosce. Se si conosce la realtà, non si può arrendersi ad essa; si cessa di esistere; non si ha alcuna resa ad una volontà superiore. Se ci si sta arrendendo ad una volontà superiore, allora tale volontà superiore è la proiezione di noi stessi, perché la realtà non può conoscersi attraverso quanto si conosce già. Nasce soltanto quando il noto cessa di essere. Il noto è una creazione della mente, perché il pensiero è il risultato del noto, del passato, e il pensiero può soltanto creare ciò che conosce; perciò ciò che conosce non è eterno. Ecco perché, quando vi arrendete alla volontà di Dio, vi state arrendendo alle vostre proprie proiezioni; forse vi arrecherà conforto e remunerazione, ma non è la realtà. Comprendere ciò che è esige un processo diverso; forse la parola "processo" non è esatta, ma ciò che intendo è questo: intendere ciò che è è assai più difficile, richiede un'intelligenza maggiore, una consapevolezza maggiore, della semplice accettazione o della resa ad una idea. Intendere ciò che è non esige sforzo; lo sforzo è distrazione. Per capire qualche cosa, per capire ciò che è, non dovremo essere distratti, non è vero? Se intendo capire quel che state dicendo, non potrò ascoltare la musica, non potrò ascoltare il brusìo della gente fuori, ma dovrò concedervi la mia completa attenzione. Perciò è straordinariamente difficile ed arduo essere consapevoli di ciò che è; perché il nostro stesso pensare è divenuto una distrazione. Noi intendiamo comprendere ciò che è. Consideriamo ciò che è attraverso le lenti del pregiudizio, della condanna o dell'identificazione, ed è estremamente arduo togliersi queste lenti e guardare a ciò che è. Senza dubbio ciò che è è un fatto, è la verità, e tutto il resto è una fuga, non è la verità. Per comprendere ciò che è, il conflitto dualistico deve cessare, perché la risposta negativa del divenire qualche cosa d'altro da ciò che è, è il rinnegamento della comprensione di ciò che è. Se intendo comprendere l'arroganza non devo gettarmi dalla parte opposta, non devo venir distratto dallo sforzo di diventare, e neppure dallo sforzo stesso di cercar di comprendere ciò che è. Se sono arrogante, che cosa accade? Se non do nome all'arroganza, essa cessa; il che significa che nel problema stesso si trova la risposta: non lontano da esso. Accettare ciò che è non è il problema. Né si accetta ciò che è: non si accetta di essere bruno o bianco, perché è un fatto; soltanto quando si cerca di pensare a qualche cos'altro, si deve accettare. Nel momento in cui si riconosce un fatto, esso cessa di avere significato; ma una mente educata a pensare al passato o al futuro, educata a fuggire in multiformi direzioni, una mente cosiffatta è incapace di comprendere ciò che è. Senza comprendere ciò che è non potrete trovare la realtà, e senza tale intendimento la vita non avrà significato; la vita sarà una battaglia ininterrotta ove si perpetueranno dolore e sofferenza. La realtà sarà comprensibile soltanto comprendendo ciò che è. Non si potrà comprenderla se vi saranno condanne o identificazioni. La mente che condanna o identifica sempre, non potrà capire; potrà capire soltanto la cosa entro cui è catturata. La comprensione di ciò che è, e l'esser consapevoli di ciò che è, rivela profondità straordinarie, nelle quali sono la realtà, la felicità e la gioia.

19 – Sulla preghiera e la meditazione

Domanda: L'anelito che si esprime nella preghiera non è una strada verso Dio?

Krishnamurti: Anzitutto, esamineremo i problemi che la domanda contiene. In essa sono implicate la preghiera, la concentrazione e la meditazione. Ora, che cosa intendiamo per preghiera? Anzitutto, nella preghiera vi è richiesta, supplica a ciò che chiamate Dio o realtà. Voi, in quanto individuo, state domandando, chiedendo, pregando, implorando guida da qualche cosa che chiamate Dio; perciò il vostro atteggiamento è di chi cerca una ricompensa, un premio. Vi trovate nei guai, sul piano nazionale o individuale, e chiedete guida; oppure siete confusi e pregate di essere chiari, chiedete aiuto presso ciò che chiamate Dio. In ciò è implicito che Dio, qualsiasi Dio possa essere – non tratteremo di ciò per il momento – dovrà sciogliere la confusione che voi ed io abbiamo creato. Dopo tutto siamo noi che abbiamo determinato la confusione, la miseria, il caos, la tirannia atroce, la carenza d'amore, e vogliamo qualcosa che chiamiamo Dio, affinché la elimini. Desideriamo che la nostra confusione, la nostra miseria, la nostra angoscia, il nostro conflitto, vengano eliminati da qualcun altro; chiediamo a qualcun altro di portarci luce e felicità. Ora, quando pregate, quando chiedete, quando implorate per qualcosa, generalmente essa viene. Quando domandate, ricevete; ma quel che ricevete non creerà ordine, perché ciò che ricevete non porterà chiarezza, intendimento. Semplicemente soddisferà, offrirà un compenso, ma non comporterà intendimento, perché, quando domandate, ricevete ciò che voi stessi proiettate. Come può la realtà, Dio, rispondere alla vostra domanda particolare? Può l'incommensurabile, l'inesprimibile, occuparsi dei nostri piccoli meschini guai, delle miserie, delle confusioni che noi stessi abbiamo creato? Perciò, cos'è quel che risponde? Ovviamente l'incommensurabile non potrà rispondere al misurabile, al meschino, al piccolo. Ma cos'è che risponde? Nel momento in cui preghiamo siamo silenziosi, ci troviamo in uno stato di ricettività; allora il nostro subconscio ci offre una chiarezza momentanea. Volete qualche cosa, anelate ad essa, e in quel momento di desiderio ansioso, di umile preghiera, siete pienamente ricettivi; la vostra mente conscia, attiva, è relativamente calma, così ché l'inconscio vi si proietta e ricevete risposta. Senza dubbio non è una risposta che nasca dalla realtà, dall'incommensurabile, è soltanto la vostra propria risposta inconscia. Così, non lasciamoci confondere, non pensiamo che quando la nostra preghiera è esaudita si stia in contatto con la realtà. La realtà dovrà venire a voi; non potrete andarvi. In questo problema della preghiera è coinvolto un altro fattore: la risposta di ciò che chiamiamo la nostra voce interiore. Come ho detto, quando la mente supplica, chiede, è relativamente calma; quando udite la vostra voce interiore, è la vostra stessa voce che si proietta in quella mente relativamente calma. Di nuovo, come può essere quella la voce della realtà? Una mente confusa, ignorante, ansiosa, una mente che chiede, che domanda, come può comprendere la realtà? La mente può recepire la realtà soltanto quando è assolutamente calma, quando non chiede, quando non desidera, quando non anela, non domanda, né per se stessa né per la nazione o per qualcun altro. Quando la mente è assolutamente calma, quando il desiderio cessa, soltanto allora nasce la realtà. Una persona che domandi, chieda, supplichi, aneli ad essere diretta, troverà ciò che cerca, ma non sarà la verità. Quanto riceverà sarà la risposta degli strati inconsci della mente, che si proietteranno in quelli consci; quella voce piccola, tranquilla che la dirige non è la realtà, ma soltanto la risposta dell'inconscio. In questo problema della preghiera è implicito pure quello della concentrazione. Per molti di noi, la concentrazione è un processo di esclusione. La concentrazione avviene attraverso uno sforzo, una costrizione, una direttiva, un'imitazione; e pertanto la concentrazione è un processo di esclusione. Sono interessato alla cosiddetta meditazione, ma i miei pensieri sono distratti, e così fisso la mia mente su un quadro, su un'immagine, o su un'idea, ed escludo tutti gli altri pensieri. Tale processo di concentrazione, che è esclusione, viene considerato un mezzo per meditare; fissate la vostra mente su una parola, su un'immagine o su di un quadro, ma la mente vaga ovunque. Vi è l'interruzione continua di altre idee, di altri pensieri, di altre emozioni, e voi cercate di scacciarli; passate il vostro tempo a combattere contro i vostri pensieri. Chiamate questo processo meditazione. Vale a dire, state cercando di concentrarvi su qualche cosa alla quale non siete interessati, ed i vostri pensieri continuano a moltiplicarsi, a crescere, a interrompervi, così che spendete le vostre energie nell'escluderli, nel guardarvene, nello scacciarli; se riuscite a concentrarvi sul pensiero che avete scelto, su un oggetto particolare, pensate di aver infine avuto successo nella vostra meditazione. Ma, senza dubbio, questa non è meditazione, non vi sembra? La meditazione non è un processo esclusivo: esclusivo nel senso di escludere, di costruire una resistenza contro idee che si incrociano. La preghiera non è meditazione e quanto alla concentrazione intesa come esclusione, neppur essa lo è. Cos'è la meditazione? La concentrazione non lo è, poiché dove vi è interesse è relativamente facile concentrarsi su qualche cosa. In generale chi progetta la guerra, il massacro, è concentratissimo. L'uomo d'affari che fa danaro è concentratissimo: può persino essere brutale, metter da parte qualsiasi altro sentimento e concentrarsi interamente su ciò che desidera. Chi si interessa a qualcosa, si concentra naturalmente, spontaneamente. Una tale concentrazione non è meditazione, è pura esclusione. Perciò, cos'è la meditazione? Senza dubbio la meditazione è la comprensione: la meditazione del cuore è intendimento. Come può esservi intendimento se vi è esclusione? Come può esservi intendimento dove vi è richiesta, supplica? Nel comprendere è pace, è libertà; cioè, da ciò che comprendete sarete liberati. La pura concentrazione e la preghiera non comportano intendimento. L'intendere è la base stessa, è il processo fondamentale della meditazione. Su ciò non dovrete accettare la mia parola; ma, se esaminate veramente da vicino la preghiera e la concentrazione, se le esaminerete profondamente, scoprirete che né l'una né l'altra conducono alla comprensione. Conducono soltanto all'ostinazione, ad una fissazione, all'illusione. Mentre quella meditazione nella quale vi sia intendimento, comporta libertà, chiarezza e integrazione. Che cosa, dunque, intendiamo per intendimento? Intendere significa conferire retto significato, retta valutazione a tutte le cose. Essere ignoranti significa conferire valori non retti; la natura stessa della stupidità consiste nella mancanza di comprensione dei retti valori. La comprensione nasce quando vi sono retti valori, quando questi vengono stabiliti. E come li si dovrà stabilire: il retto valore della proprietà, della relazione, delle idee? Perché i retti valori nascano, dovrete comprendere chi pensa, non è vero? Se non comprendo chi pensa, cioè me stesso, quel che io scelgo non ha significato; vale a dire se non conosco me stesso, la mia azione, il mio pensiero non avranno il minimo significato. Perciò la conoscenza di sé è l'inizio della meditazione: non quella conoscenza che traete dai miei libri, dalle autorità, dai guru, ma quella che nasce dall'investigazione di se stessi, cioè dalla consapevolezza di sé. La meditazione è l'inizio della conoscenza di sé, e senza conoscenza di sé non vi è meditazione. Se non intendo le strade che prendono i miei pensieri, i miei sentimenti, se non comprendo i miei motivi, i miei desideri, le mie esigenze, la mia ricerca di schemi di azione, cioè di idee; se non conosco me stesso, non vi è fondamento al pensare; il pensatore che semplicemente domanda, prega o esclude, senza comprendere se stesso, inevitabilmente finirà nella confusione, nell'illusione. L'inizio della meditazione è la conoscenza di se stessi, il che significa essere consapevoli di qualsiasi movimento, pensiero e sentimento, conoscere tutti gli strati della mia coscienza, non soltanto quelli superficiali ma anche quelli nascosti, le attività profondamente celate. Per conoscere le attività celate nel profondo, i motivi, le risposte, i pensieri ed i sentimenti profondamente nascosti, occorre la tranquillità della mente consapevole; vale a dire, la mente conscia dev'essere calma per poter recepire la proiezione dell'inconscio. La mente superficiale, conscia, si occupa delle sue attività quotidiane della nostra esistenza. Quella mente superficiale deve comprendere il retto significato delle proprie attività e pertanto rendersi tranquilla. Non potrà ottenere tranquillità, quiete, con la pura irreggimentazione, con la costrizione, con la disciplina. Potrà giungere alla tranquillità, alla pace, alla quiete, soltanto intendendo le proprie attività, osservandole, essendone consapevole, scorgendo la propria brutalità, il modo in cui parla al servo, alla moglie, alla figlia, alla madre e così via. Quando la mente superficiale, consapevole, sarà completamente conscia di tutte le sue attività, attraverso questo intendimento spontaneamente si acquieterà, non si lascerà drogare dalla costrizione né irreggimentare dal desiderio; allora si troverà nella posizione di ricevere gli ordini, le sollecitazioni dell'inconscio, dei numerosi, numerosissimi strati nascosti della mente: gli istinti razziali, le memorie sepolte, le finalità nascoste, le ferite profonde e ancora non sanate. Soltanto quando tutto ciò si sarà proiettato e sarà stato inteso, quando la coscienza intera sarà stata dissepolta, sarà stata liberata da tutte le ferite, si troverà nella condizione di recepire l'eterno. La meditazione è conoscenza di sé, e senza di ciò non vi è meditazione. Se non siete consapevoli di tutte le vostre risposte, continuamente; se non siete pienamente consapevoli, e al corrente di tutte le vostre attività quotidiane, semplicemente chiudervi in una stanza e sedere di fronte ad un quadro del vostro guru, del vostro Maestro, e meditare, non è che un'evasione, perché senza la conoscenza di sé non vi è retto pensare e, senza il retto pensare, ciò che fate non ha significato, per quanto siano nobili le vostre intenzioni. Così la preghiera non ha significato senza la conoscenza di sé; ma quando vi è conoscenza di sé vi è pure retto pensare, e dunque retta azione. Essendovi retta azione, non vi è caos, e pertanto non si ha la supplica rivolta a qualcun altro affinché ve ne guidi fuori. Chi è pienamente consapevole sta meditando; non prega, perché non desidera nulla. Attraverso la preghiera e l'irreggimentazione, attraverso la ripetizione e tutte le cose del genere, potrete ottenere una certa quiete, ma tale quiete non sarà che sordità, il che ridurrà la mente ed il cuore ad uno stato di spossatezza. Essa droga la mente; e l'esclusione, che chiamerete concentrazione, non porterà alla realtà: nessuna esclusione può farlo. Ciò che comporta intendimento è la conoscenza di sé, e non è molto difficile essere consapevoli, se si ha retta intenzione. Se avete interesse a scoprire l'intero processo di voi stessi – non semplicemente la sua parte superficiale, ma il processo totale dell'intero vostro essere – allora ciò sarà relativamente facile. Se realmente intendete conoscere voi stessi, ricercherete entro il vostro cuore e dentro la vostra mente per conoscerne il totale contenuto; e quando si ha l'intenzione di conoscere, si conosce. Allora potrete seguire, senza condanna o giustificazione, qualsiasi movimento del pensiero e del sentimento; seguendo ogni pensiero e qualsiasi sentimento man mano che sorge, giungerete ad una tranquillità che non sarà imposta, che non sarà irreggimentata, ma che sarà il risultato del non aver più problemi, del non aver più contraddizioni. È come lo stagno che si quieta, si placa, ogni sera quando non c'è vento; quando la mente è calma, allora nasce quanto è incommensurabile.

20 – Sulla mente conscia e inconscia

Domanda: La mente conscia è ignorante e ha timore della mente inconscia. Lei si rivolge prevalentemente alla mente conscia? e ciò è sufficiente? Il Suo metodo potrà determinare la liberazione dell'inconscio? Per favore, mi spieghi in dettaglio come è possibile affrontare pienamente la mente inconscia.

Krishnamurti: Sappiamo che vi è la mente conscia e quella inconscia, ma la maggior parte di noi funziona soltanto a livello conscio, nello strato superiore della mente, e tutta la nostra vita, praticamente, si limita ad esso. Viviamo entro la cosiddetta mente conscia e non badiamo mai alla più profonda mente inconscia, dalla quale viene occasionalmente un'intimazione, un cenno; e tale cenno viene trascurato, pervertito o tradotto secondo le nostre particolari esigenze consce del momento. Ora, chi mi ha posto la domanda chiede: "Lei si rivolge principalmente alla mente conscia? e ciò è sufficiente?" Vediamo che cosa si intenda per mente conscia. La mente conscia è diversa da quella inconscia? Abbiamo separato il conscio dall'inconscio; ciò è giustificato? È vero? Esiste tale ripartizione tra conscio ed inconscio? Esiste una barriera definita, una linea, sulla quale finisce il conscio e comincia l'inconscio? Siamo consapevoli del fatto che lo strato superiore, la mente conscia, è attiva; ma è questo l'unico strumento attivo durante la nostra giornata? Se mi indirizzassi semplicemente allo strato superiore della mente, allora senza dubbio quanto vado dicendo sarebbe privo di valore, non avrebbe significato. Pure, la maggior parte di noi si aggrappa a quanto la mente conscia ha accettato, perché la mente conscia trova conveniente adattarsi a certi fatti ovvi; ma l'inconscio si può ribellare; e spesso si ribella; e perciò vi è conflitto tra il cosiddetto conscio e l'inconscio. Perciò, il nostro problema è questo, non è vero? Vi è in realtà una sola condizione, e non due, chiamate conscio ed inconscio; vi è soltanto una sola situazione dell'essere, che è la coscienza, sebbene voi la possiate ripartire in conscio ed inconscio. Ma quella coscienza riguarda sempre il passato, mai il presente; si è consci soltanto delle cose che sono finite. Siete consci di quanto ho cercato di comunicarvi un attimo dopo, non è così? Lo comprendete un attimo dopo. Non siete mai consci né consapevoli di quanto accade ora. Osservate i vostri cuori e le vostre menti, e vedrete che la coscienza funziona tra il passato ed il futuro e che il presente è soltanto un passaggio tra passato e futuro. Pertanto la coscienza è un movimento che va dal passato al futuro. Se osservate la vostra mente al lavoro, vedrete che il movimento verso il passato e verso il futuro è un processo nel quale il presente non esiste. O il passato è il mezzo per evadere al presente, il che può essere spiacevole, ovvero il futuro è una speranza, remota dal presente. Così la mente si occupa o del passato o del futuro, e scarta il presente. Vale a dire, la mente è condizionata dal passato, condizionata in quanto si è indiani, bramini o non bramini, cristiani, buddisti e così via, e quella mente condizionata si proietta nel futuro; perciò non è mai capace di guardare direttamente ed imparzialmente ad un qualsiasi fatto. O condanna e respinge il fatto, oppure accetta il fatto e si identifica con esso. Una mente così fatta ovviamente non è capace di vedere un fatto qualsiasi come un fatto. È questa la nostra situazione di coscienza, condizionata dal passato; ed il nostro pensiero altro non è se non la risposta condizionata alla sfida di un fatto; più voi rispondete secondo il condizionamento della fede, del passato, più si rafforza il passato. Quel rafforzamento del passato è ovviamente quella continuità di se stesso, che esso chiama futuro. Così, tale è lo stato della nostra mente, della nostra coscienza: un pendolo che oscilla all'indietro e in avanti tra passato e futuro. Tale è la nostra coscienza che è costituita non soltanto dagli strati superiori della mente, ma anche da quelli più profondi. Una coscienza cosiffatta ovviamente non potrà funzionare ad un livello diverso, perché conosce soltanto quei due movimenti, all'indietro e in avanti. Se osservate con attenzione, vedrete che non si tratta di un movimento costante, ma che vi è un intervallo tra i due pensieri; potrà trattarsi di una frazione infinitesimale di secondo, ma vi è un intervallo che ha significato nell'oscillare all'indietro ed in avanti del pendolo. Vediamo il fatto che il nostro pensare è condizionato dal passato, che è proiettato nel futuro; nel momento in cui ammettete il passato, dovrete pure ammettere il futuro, perché non esistono due stati quali il passato ed il futuro, ma un'unica condizione che include tanto il conscio che l'inconscio, tanto il passato collettivo che quello individuale. Il passato collettivo ed individuale, in risposta al presente, ci offre certe risposte che determinano la coscienza individuale; perciò la coscienza appartiene al passato, ed è questo tutto il background della nostra esistenza. Nel momento in cui accettate il passato, inevitabilmente accettate il futuro, perché il futuro altro non è che la continuità del passato modificato, ma resta sempre il passato; e così il nostro problema riguarda il modo di determinare una trasformazione in tale processo del passato senza creare un ulteriore condizionamento, un passato ulteriore. In termini diversi, il problema è il seguente: la maggior parte di noi respinge una forma particolare di condizionamento e ne trova un'altra, un condizionamento più ampio, più significativo o più piacevole. Abbandonate una religione e ne abbracciate un'altra, respingete una forma di fede e ne accettate un'altra. Tale sostituzione ovviamente non significa comprendere la vita, essendo la vita relazione. Il nostro problema è come liberarci da tutti i condizionamenti. O voi dite che è impossibile, che nessuna mente umana potrà mai esser libera dai condizionamenti, oppure cominciate a sperimentare, a ricercare, a scoprire. Se asserite che è impossibile, ovviamente vi ponete fuori gioco. La vostra asserzione può essere fondata su un'esperienza limitata oppure vasta, sulla mera accettazione di una fede, ma tale asserzione è comunque l'antitesi della ricerca, dell'investigazione, della scoperta. Per scoprire che la libertà completa della mente da qualsiasi condizionamento è impossibile, si deve esser liberi di investigare e scoprire. Ora io affermo che la libertà della mente da qualsiasi condizionamento è positivamente possibile; ma non che voi dobbiate accettare la mia autorità. Se lo accettate in base all'autorità, non lo scoprirete mai; sarà soltanto un altro sostituto e non avrà significato. Quando dico che è possibile, lo dico perché, per me, è un fatto, e posso mostrarvelo verbalmente; ma se dovrete trovare da voi la verità, dovrete sperimentarla e seguirla prontamente. La comprensione dell'intero processo del condizionare non giungerà attraverso l'analisi o l'introspezione, poiché nel momento in cui esiste un analizzatore, quello stesso analizzatore è parte del background e pertanto la sua analisi non ha significato. Questo è un fatto: dovete mettere da parte l'analisi. L'analizzatore che esamina, che analizza la cosa cui sta guardando, è egli stesso parte della situazione condizionata, e pertanto, qualunque sia la sua interpretazione, il suo intendimento, la sua analisi, egli fa pur sempre parte del background. Così da questa parte non vi è scampo, e rompere quel background è essenziale, perché per accettare la sfida del nuovo, la mente dovrà essere intatta, incontaminata da parte del passato. Analizzare il passato, giungere a conclusioni attraverso una serie di esperimenti, compiere asserzioni e rifiuti, e così via, implica nella sua stessa essenza la continuazione di quel background in forme diverse; quando si vede la verità di quel fatto si scopre che l'analizzatore è scomparso. Allora non vi è più un'entità diversa dallo sfondo; vi è soltanto un pensiero come sfondo, essendo il pensiero la risposta della memoria, sia conscia che inconscia, sia individuale che collettiva. La mente è il risultato del passato, cioè del processo del condizionare. Com'è possibile che la mente si liberi? Per liberarsi, la mente non soltanto dovrà vedere e comprendere il proprio oscillare simile ad un pendolo tra il passato ed il futuro, ma anche esser consapevole dell'intervallo tra i pensieri. È un intervallo spontaneo, non si produce attraverso alcuna causa, alcun desiderio, alcuna costrizione. Se osservate veramente con attenzione, vedrete che sebbene la risposta, il movimento del pensiero sembri tanto rapido, vi sono lacune, intervalli tra i pensieri. Tra due pensieri vi è un periodo di silenzio che non si pone in relazione col processo del pensiero. Se osservate, vedrete che tale periodo di silenzio, tale intervallo, non appartiene al tempo; e la scoperta di questo intervallo, la sua piena sperimentazione, vi libererà dal condizionamento: o meglio, non libererà "voi", semplicemente si avrà la liberazione dal condizionamento. Pertanto la comprensione del processo del pensare è la meditazione. Stiamo ora trattando non soltanto la struttura ed il processo del pensiero, cioè il background della memoria e dell'esperienza, della conoscenza; stiamo anche cercando di trovare se la mente può liberarsene. Soltanto quando la mente non conferisce continuità al pensiero, quando è in quiete, di quiete che non viene imposta, che non ha, cioè, alcuna causa, soltanto allora può esservi libertà rispetto a quel background.

21 – Sul sesso

Domanda: Sappiamo che il sesso è un'esigenza fisica e psicologica cui non si può sfuggire, e che esso sembra costituire la causa radicale del caos nella vita personale della nostra generazione. In qual modo si dovrà affrontare questo problema?

Krishnamurti: Perché mai, qualsiasi argomento tocchiamo, troviamo un problema? Abbiamo fatto un problema di Dio, abbiamo fatto un problema dell'amore, abbiamo fatto della relazione, del vivere un problema, e un problema abbiamo fatto del sesso. Perché? Perché qualsiasi cosa facciamo è un problema, un orrore? Perché soffriamo? Perché il sesso è diventato un problema? Perché ci assoggettiamo a vivere con tutti questi problemi, perché non vi poniamo termine? Perché non uccidiamo i nostri problemi anziché trascinarceli giorno dopo giorno, anno dopo anno? Senza dubbio il sesso è una questione di rilievo, ma vi è la questione primaria: perché trasformiamo la vita in un problema? Il lavoro, il sesso, il guadagnarsi il pane, il pensare, il sentire, lo sperimentare – ebbene, tutta la faccenda del vivere – perché tutto ciò è un problema? Non è forse perché pensiamo sempre da un punto di vista particolare, fisso? Pensiamo sempre partendo da un centro verso la periferia, ma la periferia, per la maggior parte di noi, è lo stesso centro, e così qualsiasi cosa tocchiamo è superficiale. Ma la vita non è superficiale; essa esige che si viva completamente, e proprio perché non viviamo che superficialmente, conosciamo soltanto reazioni superficiali. Qualsiasi cosa si faccia in periferia, creerà inevitabilmente un problema, e questa è la nostra vita: viviamo alla superficie, e siamo contenti di viverci, con tutti i problemi che la superficie comporta. I problemi esisteranno finché vivremo in superficie, alla periferia, essendo la periferia il "me" e le sue sensazioni, che possono venir esternate e rese soggettive, che possono identificarsi con l'universo, con la patria e con qualsiasi altra cosa che la mente fabbrichi. Finché vivremo entro il campo della mente vi saranno complicazioni, e dovranno esservi problemi: questo è tutto ciò che sappiamo. La mente è sensazione, la mente è il risultato di sensazioni e reazioni accumulate, e tutto ciò che essa tocca è destinato a creare miseria, confusione, problemi senza fine. La mente è la causa reale dei nostri problemi, la mente che opera meccanicamente notte e giorno, consciamente od inconsciamente. La mente è una cosa estremamente superficiale, ed abbiamo passato generazioni intere, spendiamo le nostre intere vite, coltivando la mente, rendendola sempre più abile, sempre più sottile, sempre più astuta, sempre più disonesta e tortuosa, il che è evidente in tutte le attività della nostra vita. La natura stessa della nostra mente è di essere disonesta, tortuosa, incapace di affrontare i fatti, ed è questo che crea i problemi: è di questo che consiste il problema in se stesso. Che cosa intendiamo con il problema del sesso? Si tratta dell'atto sessuale, o di un pensiero circa l'atto? Senza dubbio non si tratta dell'atto. L'atto sessuale per me non è un problema, non più che mangiare, ma se pensate circa il mangiare e qualsiasi altra cosa tutto il giorno, perché non avete altro da pensare, diventerà un problema. È l'atto sessuale il problema, ovvero il pensiero circa l'atto? Perché pensate ad esso? Perché vi costruite sopra, il che state ovviamente facendo? I cinematografi, le riviste, i romanzi, il modo in cui vestono le donne, tutto contribuisce a costruire il vostro pensiero sul sesso. Perché la mente lo costruisce, perché mai la mente pensa al sesso? Perché è divenuto un argomento fondamentale della vostra vita? Mentre tante cose chiedono, esigono la vostra attenzione, voi la dedicate completamente al pensiero del sesso. Che cosa accade, perché le vostre menti ne sono tanto occupate? Perché è un modo di evadere definitivamente, non è così? È un modo di dimenticarsi completamente. Per un momento, almeno in quell'istante, potete dimenticare voi stessi, e non vi è altro modo per dimenticare voi stessi. Qualsiasi altra cosa facciate nella vita accentua il "me", il sé. I vostri affari, la religione, gli déi, i vostri capi, i vostri atti economici e politici, le vostre evasioni, le vostre attività sociali, il vostro aggregarvi ad un partito e respingerne un altro, tutto ciò accentua e rafforza il "me". Vale a dire, vi è soltanto un atto nel quale non si accentua il "me", e pertanto quell'atto diventa un problema, non è così? Quando esiste soltanto un'unica cosa nella vostra vita, che è la strada per l'ultima evasione, per il completo dimenticare se stessi, sia pure per pochi secondi, vi aggrappate ad essa, perché è quell'unico momento nel quale si è felici. Qualsiasi altro argomento tocchiate diviene un incubo, una fonte di sofferenza e di pena, così vi aggrappate all'unica cosa che vi offre completa dimenticanza di voi stessi, che voi chiamate felicità. Ma quando vi aggrappate ad essa, anch'essa diviene incubo, poiché allora desiderate liberarvene, non intendete esserne schiavi. Così inventate, partendo pur sempre dalla mente, l'idea della castità, del celibato, e cercate di restare casti, di essere celibi, mediante la soppressione: operazioni tutte della mente, fatte per tagliarvi fuori dal fatto. Anche questo produce un'accentuazione particolare del "me", che si sforza di diventare qualche cosa, e così di nuovo siete catturati dal turbamento, dal travaglio, dallo sforzo, dal dolore. Il sesso diviene un problema straordinariamente difficile e complesso finché non si comprende la mente che pensa circa il problema. L'atto in se stesso non potrà mai essere un problema; esso è creato dal pensiero circa l'atto. L'atto lo salvaguardate; vivete liberamente, oppure vi rassegnate al matrimonio, trasformando così vostra moglie in una prostituta che sotto ogni apparenza è estremamente rispettabile, e siete soddisfatti delle cose come stanno. Senza dubbio il problema sarà risolto soltanto quando comprenderete l'intero processo e l'intera struttura del "me" e del "mio": mia moglie, mio figlio, i miei beni, la mia macchina, le mie conquiste, il mio successo; finché non comprenderete e risolverete tutto ciò, resterà il problema del sesso. Finché sarete ambiziosi, politicamente, religiosamente o in qualsiasi altro modo, finché sottolineerete il sé, sottolineerete colui che pensa, colui che sperimenta, nutrendolo di ambizione sia in nome di voi stessi che in nome del vostro paese, del vostro partito o di un'idea che chiamate religiosa; finché esisterà questa attività di autoespansione, continuerete ad avere un problema sessuale. Da un lato, vi create, vi nutrite, vi espandete, dall'altro cercate di dimenticarvi, di perdervi, sia pure per un solo istante. Come possono esistere insieme le due cose? La vostra vita è una contraddizione; sottolineare il "me" e dimenticare, insieme, il "me". Il sesso non è un problema; il problema è invece questa contraddizione nella vostra vita; e la contraddizione non potrà venir superata dalla mente, poiché la mente stessa è contraddizione. La contraddizione potrà venir capita soltanto quando comprenderete pienamente l'intero processo della vostra esistenza quotidiana. Andare al cinema e guardare donne sullo schermo, leggere libri che ne stimolano il pensiero, guardare le riviste con le loro figure seminude, il vostro modo di guardare le donne, le pupille furtive che incontrano le vostre: tutte queste cose incoraggiano la mente per vie devianti a sottolineare il sé; e nello stesso tempo voi cercate di essere gentili, amorevoli, teneri. Le due cose non possono stare insieme. Chi sia ambizioso, spiritualmente o in altro modo, non sarà mai privo di problemi, poiché i problemi cesseranno soltanto quando si dimenticherà il sé, quando il "me" non esisterà, e tale condizione di non-esistenza del sé non è un atto di volontà, non è una pura reazione. Il sesso diventa una reazione; quando la mente cerca di risolvere il problema, non fa che renderlo più confuso, più penoso, più conturbante. Non è l'atto il problema, ma la mente; la mente che dice di voler essere casta. La castità non appartiene alla mente. La mente può soltanto sopprimere le proprie attività, e la soppressione non è la castità. La castità non è una virtù, la castità non si può coltivare. L'uomo che coltiva l'umiltà, senza dubbio non è una persona umile, può chiamare umiltà il proprio orgoglio, ma resta un uomo orgoglioso; ed ecco perché si sforza di essere umile. L'orgoglio non potrà mai diventare umile, e la castità non è una cosa che appartenga alla mente: non si può diventare casti. Conoscerete la castità soltanto quando vi sarà amore, e l'amore non appartiene alla mente, non è una cosa della mente. Perciò il problema del sesso, che tortura tanta gente in tutto il mondo, non potrà risolversi finché non si comprenderà la mente. Non potrete porre termine al pensare, ma il pensiero verrà a termine quando il pensatore cesserà di esistere, e ciò accadrà soltanto quando si avrà la comprensione dell'intero processo. La paura nasce quando vi è separazione tra chi pensa ed il suo pensiero; quando non vi è nessuno che pensi, allora soltanto non vi è conflitto nel pensiero. Ciò che è implicito non esige alcuno sforzo per capirlo. Chi pensa nasce attraverso il pensiero; allora chi pensa si esercita a configurare, a controllare i propri pensieri o a porre termine ad essi. Il pensatore è un'entità fittizia, un'illusione della mente. Quando ci si rende conto del pensiero come di un fatto, non vi è alcuna necessità di pensare al fatto. Se vi è consapevolezza, semplice, priva di scelta, quanto è implicito nel fatto comincerà a rivelarsi. Perché il pensiero come fatto avrà fine. Allora vedrete che i problemi di cui vi cibate nel cuore e nella mente, i problemi della nostra struttura sociale, potranno venire risolti. E allora il sesso non sarà più un problema, avrà il suo giusto posto, non sarà né una cosa impura né una cosa pura. Il sesso ha il suo luogo; ma quando la mente gli conferisce il posto predominante, diventa un problema. La mente conferisce al sesso un ruolo predominante perché non può vivere senza una qualche felicità, e così il sesso diventa un problema; quando la mente ne comprende l'intero processo, e giunge così a termine, vale a dire quando il pensare cessa, allora vi è creazione, ed è questa creazione che ci fa felici. Stare in uno stato di creazione è beatitudine, perché è dimenticanza di sé, nella quale non vi è reazione che nasca dal sesso. Non si tratta di una risposta astratta al problema quotidiano del sesso: si tratta dell'unica risposta. La mente rinnega l'amore e senza l'amore non vi è castità; ed è perché non vi è amore che trasformate il sesso in un problema.

22 – Sull'amore

Domanda: Che cosa intende per amore?

Krishnamurti: Scopriremo, mediante la comprensione, che cosa l'amore non è, perché, essendo l'amore ignoto, dobbiamo giungervi scartando il noto. L'ignoto non potrà venire scoperto da una mente ricolma del noto. Ciò che stiamo per fare è scoprire i valori del noto, contemplare il noto; quando viene contemplato con purezza, senza condanna, la mente se ne libera; e allora sapremo che cosa sia l'amore. Perciò, è necessario accostarci all'amore negativamente, non positivamente. Che cos'è l'amore per la maggior parte di noi? Quando diciamo di amare qualcuno, che cosa intendiamo? Intendiamo che possediamo quella persona. Da tale possesso nasce gelosia, poiché se perdo lui o lei, che cosa accade? Mi sento vuoto, perduto; e perciò legalizzo il mio possesso; tengo lui, o lei. Dal prendere, dal possedere questa persona, nascono la gelosia, la paura e tutti i conflitti innumerevoli che dal possesso scaturiscono. Senza dubbio un tale possesso non è amore: non vi pare? Ovviamente l'amore non è sentimento. Essere sentimentali, essere emotivi, non è amore, poiché il sentimentalismo e l'emozione sono pure sensazioni. Una persona religiosa che pianga su Gesù e su Krishna, sul suo guru o su qualcun altro, è puramente sentimentale, ed emotiva. Indulge alle proprie sensazioni, il che è un processo del pensiero non è amore. Il pensiero risulta dalla sensazione, così che chi sia sentimentale, emotivo, non è possibile conosca l'amore. E ancora: non siamo noi emotivi e sentimentali? Il sentimentalismo, l'emotività, altro non sono se non una forma di autoespansione. Essere colmi di emozione ovviamente non è amore, poiché una persona sentimentale può essere crudele quando non si corrisponde ai suoi sentimenti, quando i suoi sentimenti non hanno sfogo. Una persona emotiva può essere spinta all'odio, alla guerra, al massacro. Chi sia sentimentale, pieno di lacrime per la sua religione, sicuramente non possiede amore. Il perdono è amore? Che cosa è implicito nel perdono? Voi mi insultate ed io mi risento, me lo ricordo; allora, in seguito sia alla costrizione che al pentimento, dico: "Ti perdono". In un primo tempo mi ricordo; poi respingo. Che cosa significa ciò? Che io resto pur sempre la figura centrale. Io resto importante, sono io che sto perdonando qualcuno. Finché sussisterà l'atteggiamento di perdonare, sarò io che sarò importante, e non l'uomo che, si suppone, mi ha insultato. Così quando accumulo risentimento e quindi lo rinnego, il che voi chiamate perdono, ciò non è amore. Chi ama ovviamente non ha inimicizia ed è perfettamente indifferente a tutte queste cose. La simpatia, il perdono, la relazione del possesso, la gelosia ed il timore: tutte queste cose non sono amore. Appartengono tutte alla mente, non è così? Finché la mente resta l'arbitro, non vi è amore, perché la mente arbitra soltanto mediante il possesso, e il suo arbitrato è puramente possesso in forme diverse. La mente potrà soltanto corrompere l'amore, non potrà farlo nascere, non potrà conferirgli bellezza. Si può scrivere una poesia sull'amore, ma ciò non è amore. Ovviamente non vi è amore quando non vi è rispetto reale, quando non rispettate l'altro, sia egli il vostro servo o il vostro amico. Non avete notato che non siete rispettosi, gentili, generosi con i vostri servi, con le persone che, si dice, stanno "sotto" di voi? Voi rispettate chi sta al di sopra di voi, il vostro capo, il miliardario, l'uomo che possiede un'enorme casa ed ha un titolo, l'uomo che può darvi una posizione migliore, un lavoro migliore, dal quale possiate ottenere qualcosa. Ma prendete a calci coloro che stanno sotto di voi, per loro scegliete un linguaggio speciale. Perciò ove non c'è rispetto, non c'è amore; ove non c'è misericordia, pietà, perdono, non c'è amore. E poiché la maggior parte di noi si trova in questa condizione, ebbene, noi non abbiamo l'amore. Non siamo né rispettosi né misericordiosi né generosi. Siamo possessivi, colmi di sentimentalismo e di emotività che possono prendere qualsiasi strada; uccidere, massacrare o unificarsi in base a qualche intento folle e ignorante. Così, come potrebbe esservi amore? Potrete conoscere l'amore soltanto quanto tutto ciò sarà finito, soltanto quando non possiederete, quando non sarete meramente emotivi, con la vostra devozione ad un oggetto. Tale devozione è una supplica, cerca qualche cosa in forme diverse. Chi prega non conosce l'amore. Perché siete possessivi, perché perseguite un fine, un risultato, attraverso la devozione, la preghiera, il che vi rende sentimentali ed emotivi, naturalmente non vi è amore; ovviamente non c'è amore quando non c'è rispetto. Potete dirmi che nutrite rispetto, ma il vostro rispetto è per chi vi è superiore, è semplicemente il rispetto che nasce dal desiderare qualcosa, è il rispetto della paura. Se veramente sentiste rispetto, lo sentireste per gli inferiori come per coloro che chiamate i superiori; ma non avendolo, non vi è amore. Quanto pochi fra noi sono generosi, misericordiosi, quanto pochi perdonano! Siete generosi quando ciò vi conviene, siete misericordiosi quando potete aspettarvi qualche cosa in cambio. Quando tali cose scompaiono, quando tali cose non occupano più la vostra mente, e le cose della mente non riempiono il vostro cuore, allora vi è amore; e solo l'amore può trasformare la presente follia ed insania nel mondo: non i sistemi, non le teorie, né di destra né di sinistra. Amerete realmente quando non sarete invidiosi né avidi, quando nutrirete rispetto, quando sentirete misericordia e compassione, quando avrete considerazione per vostra moglie, i vostri figli ed il vostro vicino, e i vostri meno fortunati servi. All'amore non si può pensare, l'amore non si può coltivare, l'amore non si può praticare. La pratica dell'amore, la pratica della fraternità, resta pur sempre nell'ambito della mente, e perciò non è amore. Quando tutto questo è giunto a termine, nasce l'amore, e solo allora saprete che cos'è l'amore. Dunque l'amore non è quantitativo, ma qualitativo. Voi non dite: "amo tutto il mondo"; ma quando saprete come amare una sola persona, saprete come amare tutti. Ma poiché non sappiamo come amare una sola persona, il nostro amore per l'umanità è fallace. Quando si ama, non è questione di uno o di molti; vi è soltanto l'amore. Soltanto quando vi è amore tutti i nostri problemi potranno risolversi, e soltanto allora potremo conoscerne la beatitudine e felicità.

23 – Sulla morte

Domanda: Che relazione ha la morte con la vita?

Krishnamurti: Vi è separazione tra vita e morte? Perché riteniamo la morte qualcosa di diverso dalla vita? Perché temiamo la morte? E tale separazione è reale, o puramente arbitraria, o è una cosa della mente? Quando parliamo della vita, intendiamo il vivere come un processo di continuità nel quale vi è identificazione. Io e le mie passate esperienze: questo intendiamo per vita, non è così? La vita è un processo di continuità nella memoria, sia conscio che inconscio, con i suoi vari sforzi, dispute, incidenti, esperienze e così via. Tutto ciò è quel che chiamiamo vita; in opposizione, vi è la morte, che vi pone fine. Avendo creato l'opposto, cioè la morte, e temendola, procediamo a considerare la relazione tra vita e morte; se possiamo gettare un ponte sull'abisso mediante una qualche spiegazione, mediante la fede nella continuità, nell'aldilà, siamo soddisfatti. Crediamo nella reincarnazione o in una qualche altra forma di continuità del pensiero, e allora cerchiamo di stabilire una relazione tra il noto e l'ignoto. Cerchiamo di gettare un ponte tra il noto e l'ignoto e con ciò di trovare la relazione tra passato e futuro. È questo ciò che facciamo quando investighiamo se vi siano relazioni fra vita e morte. Intendiamo sapere come superare l'abisso tra la vita e la fine: è questo il nostro desiderio fondamentale. Ora, la fine, cioè la morte, può conoscersi mentre si vive? Se possiamo conoscere che cosa sia la morte mentre viviamo, allora non avremo problema. È perché non possiamo sperimentare l'ignoto mentre ancora viviamo, che la temiamo. Il nostro sforzo è di stabilire una relazione tra noi stessi, cioè il risultato del noto, e quell'ignoto che chiamiamo la morte. Può esservi relazione tra il passato e qualche cosa, che la mente non può concepire, e che chiamiamo morte? Perché separiamo le due cose? Non è forse perché la nostra mente può funzionare soltanto nell'ambito del noto, nell'ambito del continuo? Conosciamo noi stessi soltanto come pensatori, come agenti, con certe memorie di miseria, piacere, amore, affezione, vari tipi di esperienza; conosciamo noi stessi soltanto come qualcosa che continua: altrimenti non avremmo memoria di noi stessi come di qualche cosa. Ora, quando questo qualcosa giunge a termine, il che chiamiamo morte, si ha paura dell'ignoto; e così vogliamo tratteggiare i lineamenti dell'ignoto nel noto, e tutto il nostro sforzo è di conferire all'ignoto continuità. Vale a dire, non vogliamo conoscere la vita, che include la morte, ma vogliamo conoscere il modo di continuare per non finire. Non vogliamo conoscere la vita e la morte, vogliamo soltanto sapere come continuare senza finire. Ciò che continua non si rinnova. Non può esservi nulla di nuovo, nulla di creativo in ciò che continua: il che è piuttosto ovvio. Soltanto quando la continuità ha termine, vi è la possibilità di qualche cosa che sia sempre nuovo. Ma è appunto questo termine che temiamo, e non vediamo che soltanto nel finire può esservi rinnovamento, creatività, l'ignoto: e non nel trascinare di giorno in giorno le nostre esperienze, memorie e sventure. Soltanto se ogni giorno moriamo rispetto a tutto ciò che è antico potrà esistere il nuovo. Il nuovo non può esistere dov'è continuità: perché il nuovo è creazione, è l'ignoto, l'eterno, Dio, o ciò che volete. La persona, l'entità continua, che cerchi l'ignoto, il reale, l'eterno, non lo troverà mai: perché potrà trovare soltanto ciò che proietta fuori di se stesso, e ciò che proietta non è la realtà. Soltanto nel timore, nel morire, potrà conoscersi il nuovo; e chi cerchi di trovare una relazione tra vita e morte, e cerchi di superare l'abisso tra la propria continuità e ciò che egli ritiene esista al di là, vive in un mondo fittizio, irreale, in una proiezione di se stesso. Ora è possibile, vivendo, morire – il che significa giungere a termine, essere come nulla? È possibile, pur vivendo in questo mondo, ove tutto si accresce sempre più o diminuisce sempre più, ove tutto è un processo per arrampicarsi, ottenere, aver successo, è possibile in un mondo cosiffatto, conoscere la morte? È possibile porre termine a tutti i ricordi, non alla memoria dei fatti, non della strada che vi porta alla vostra casa e così via, ma all'attaccamento intimo mediante la memoria alla sicurezza psicologica, alle memorie accumulate e immagazzinate, nelle quali si cerca sicurezza, felicità? È possibile porre termine a tutto ciò: il che significa morire ogni giorno in modo che domani possa darsi un rinnovamento? Soltanto allora si conoscerà la morte vivendo. Soltanto in quel morire, in quel giungere a termine, in quel mettere fine alla continuità, si ha rinnovamento, si ha quella creazione, che è eterna.

24 – Sul tempo

Domanda: Il passato può dissolversi interamente, in un istante, o ciò, invariabilmente, esige tempo?

Krishnamurti: Noi siamo il frutto del passato. Il nostro pensiero si fonda su ieri e su molte migliaia di ieri. Siamo il risultato del tempo, e le nostre reazioni, i nostri atteggiamenti attuali, sono l'effetto accumulato di miriadi di momenti, di incidenti e di esperienze. Così, per la maggior parte di noi, il passato è il presente; fatto innegabile. Voi, i vostri pensieri, azioni, reazioni siete il risultato del passato. Ora chi mi ha posto la domanda vuol sapere se si possa buttar via immediatamente il passato, il che significa non nel tempo, ma spazzarlo via in un solo istante; oppure se questo passato accumulato esiga tempo perché la mente se ne liberi oggi. È importante comprendere la domanda, che è la seguente: poiché ciascuno di noi è il risultato del passato, con una storia di influenze innumerevoli, che variano costantemente, che mutano ininterrottamente, è possibile buttare via quella storia senza passare attraverso il processo del tempo? Che cos'è il passato? Che cosa intendiamo per passato? Senza dubbio non intendiamo il passato cronologico. Senza dubbio, intendiamo le esperienze accumulate, le reazioni, le memorie, le tradizioni, le conoscenze, il magazzino subconscio di innumerevoli pensieri, sentimenti, influenze e risposte, che sono andate accumulandosi. Con questo background, non è possibile intendere la realtà, perché la realtà non deve appartenere al tempo: essa è fuori del tempo. Così non si può intendere quanto è fuori del tempo mediante la mente che ne è, invece, il risultato. Chi mi ha posto la domanda vuol sapere se è possibile liberare la mente, o se è possibile che la mente, risultato del tempo, cessi immediatamente di essere; oppure se debba passare attraverso una lunga serie di esami e di analisi, e così liberare la mente dal suo background. La mente è il background, la mente è il risultato del tempo; la mente è il futuro. Può proiettarsi nel futuro, e impiega allora il presente come passaggio per il futuro, e così resta – qualsiasi cosa faccia, qualunque sia la sua attività, la sua attività futura, presente, passata – nella rete del tempo. È possibile che la mente cessi completamente, che il processo del pensiero giunga a termine? Ora, è ovvio che nella mente vi sono numerosi livelli; ciò che chiamiamo coscienza ha molti strati, e ciascuno di essi è correlato con gli altri, e ciascuno dipende dagli altri, interagisce con essi; tutta la nostra coscienza non è soltanto sperimentazione, ma anche denominazione o definizione, ed immagazzinamento come memoria. Questo è l'intero processo della coscienza, non è così? Quando parliamo di coscienza, non intendiamo forse lo sperimentare, il denominare o definire quell'esperienza, e pertanto immagazzinarla nella memoria? Tutto ciò, a vari livelli, è coscienza. Potrà la mente, che è il risultato del tempo, passare attraverso il processo dell'analisi, passo per passo, per liberarsi del background, o è possibile che essa si liberi interamente dal tempo o guardi direttamente alla realtà? Per essere liberi dal background, molti analisti dicono che è necessario esaminare ogni reazione, ogni complesso, ogni impedimento, ogni blocco, il che ovviamente implica un processo nel tempo. Ciò significa che l'analizzatore deve comprendere che cosa sta analizzando, e non deve fraintenderlo. Se egli fraintende quel che analizza, ciò lo condurrà a conclusioni errate, e pertanto costituirà un ulteriore background. L'analizzatore dev'essere capace di analizzare i propri pensieri e sentimenti senza la minima deviazione; e non dovrà fare neppure un passo falso, perché fare un passo falso, trarre una conclusione errata, significa ristabilire un background su una linea diversa, ad un livello diverso. Sorge pure questo problema: l'analizzatore è diverso da ciò che analizza? L'analizzatore e la cosa analizzata non sono un fenomeno congiunto? Senza alcun dubbio lo sperimentatore e l'esperienza sono un fenomeno congiunto; non sono due processi separati, e così, anzitutto, consideriamo la difficoltà dell'analizzare. È quasi impossibile analizzare l'intero contenuto della nostra coscienza e pertanto essere liberi mediante tale processo. Dopo tutto, chi è l'analizzatore? L'analizzatore non è diverso, sebbene possa ritenersi tale, da ciò che analizza. Può distinguersene, ma ne è, invece, parte. Io ho un pensiero, un sentimento: per esempio, sono infuriato. La persona che analizza l'ira, fa ancora parte dell'ira, e pertanto l'analizzatore e la cosa analizzata costituiscono un fenomeno congiunto, non due forze o processi separati. Perciò la difficoltà di analizzare noi stessi, di disvelarci, di guardarci pagina per pagina, di osservare ogni reazione o risposta, è straordinariamente aspra e tenace. Dunque non è questa la strada per liberarci da quel background, non è così? Occorre una via assai più semplice e diretta, ed è appunto ciò che voi ed io stiamo cercando di trovare. Per trovarla, dovremo scartare quanto è falso, e non contare su di esso. Così l'analisi non è la via. E dobbiamo liberarci dal processo dell'analisi. Che cosa ci resta allora? Siamo abituati soltanto all'analisi, non è così? L'osservatore che osserva – essendo l'osservatore e la cosa osservata un fenomeno congiunto – l'osservatore che cerca di analizzare ciò che osserva non si libererà dal proprio background. Se è così, ed è così, abbandoneremo tale processo, non lo credete? Se vedete che si tratta di una falsa strada, se vi rendete conto non solo verbalmente, ma in concreto, che si tratta di un processo falso, allora che cosa accadrà alla vostra analisi? Smetterete di analizzare, non è così? E dunque che cosa vi resta? Osservatelo, seguitelo, e vedrete quanto rapidamente e fulmineamente ci si può liberare da quel background. Se quella non è la strada, che cosa vi resta? Qual è la condizione mentale che è avvezza all'analisi, a dimostrare, a considerare, e sezionare, a trarre conclusioni e così via? Se tale processo si è fermato, qual è lo stato della vostra mente? Voi dite che la mente è vuota. Penetrate in quella mente vuota. In altri termini, quando scartate ciò che conoscete in quanto falso, che cosa è accaduto alla vostra mente? Dopo tutto, che cosa avete scartato? Avete scartato il falso processo che è il risultato di un background. Non è così? Con un solo colpo, per così dire, avete spazzato via tutta la faccenda. Perciò la vostra mente, quando ha scartato il processo analitico con tutte le sue implicazioni e ne ha visto la falsità, si libera dal passato, e dunque è in grado di guardare direttamente, senza passare attraverso il processo del tempo, scartando così immediatamente il background. Per porre in altri termini tutta la questione: il pensiero è il risultato del tempo, non è così? Il pensiero risulta dall'ambiente, dalle influenze religiose e sociali, il che, tutto, appartiene al tempo. Ora, il pensiero può liberarsi del tempo? Vale a dire, il pensiero, risultato del tempo, può fermarsi e liberarsene? Controllare, modellare il pensiero è possibile: ma il controllo del pensiero permane entro l'ambito del tempo, e così la nostra difficoltà è la seguente: come potrà una mente, che è il risultato del tempo, di molte miriadi di ieri, liberarsi istantaneamente di questo complesso background. Potete liberarvene, non domani ma ora, nel presente. Ciò può farsi soltanto quando vi rendete conto di ciò che è falso; e il falso è, ovviamente, il processo analitico, che è l'unica cosa che abbiamo. Quando il processo analitico si arresta completamente, non per costrizione, ma perché ne abbiamo inteso l'irreparabile falsità, allora troverete che la vostra mente si dissocia completamente dal passato: il che non significa che non riconosciate il passato, ma che la vostra mente non ha con esso comunione diretta. Così potrà liberarsi immediatamente dal passato, liberarsene ora, e tale dissociazione dal passato, tale liberazione completa da ieri, non cronologicamente, ma psicologicamente, è possibile; ed è questa l'unica strada per comprendere la realtà. Per porre la faccenda in termini estremamente semplici: quando intendete capire qualche cosa, qual è lo stato della vostra mente? Quando intendete comprendere vostro figlio, o comprendere qualcuno in generale, comprendere qualcosa che qualcuno stia dicendo, qual è la condizione della vostra mente? Non state analizzando, criticando, giudicando ciò che l'altro dice; state ascoltando, no? La vostra mente si trova in una condizione in cui il processo del pensiero non è attivo, sebbene resti estremamente attento. Tale vigilanza non appartiene al tempo, non è così? State semplicemente attenti, siete ricettivi passivamente, eppure pienamente consapevoli; e soltanto in tale condizione può esservi intendimento. Quando la mente è agitata, quando domanda, quando è turbata, quando seziona, analizza, non vi è intendimento. Quando si ha l'intensità necessaria a capire, ovviamente la mente è tranquilla. Senza dubbio ciò va sperimentato, non dovete credermi sulla parola; ma potete constatare che più si analizza, meno si comprende. Si possono comprendere certi esempi, certe esperienze, ma non si potrà rovesciare l'intero contenuto della coscienza mediante il processo analitico. Vuoteremo la coscienza soltanto quando vedremo la falsità di un atteggiamento analitico. Quando vedrete il falso come falso, allora comincerete a vedere il vero; ed è il vero che vi libererà da quel background, da quella vostra storia.

25 – Sull'azione senza idea

Domanda: Perché venga la Verità Lei patrocina un'azione senza idea. È possibile agire sempre senza idea, vale a dire senza finalità?

Krishnamurti: Che cos'è oggi la nostra azione? Che cosa intendiamo per azione? La nostra azione – ciò che dobbiamo fare o essere – si fonda sull'idea, non è così? È tutto ciò che sappiamo; abbiamo idee, ideali, promesse, formule diverse circa ciò che siamo e ciò che non siamo. Base della nostra azione è una ricompensa futura, o il timore della punizione. Lo sappiamo, non è vero? Tale attività è isolante, ci mura dentro noi stessi. Avete un'idea della virtù e secondo tale idea vivete, agite, in relazione. Per voi la relazione, collettiva o individuale, è azione in funzione di un ideale, della virtù, di una finalità e così via. Quando la mia azione si fonda su un ideale, cioè su un'idea – per esempio, "Devo essere coraggioso", "Devo seguire questo esempio", "Devo essere caritatevole", "Devo essere socialmente cosciente", e così via – tale idea configura la mia azione, ne è la guida. Tutti diciamo: "Ecco un esempio di virtù che devo seguire"; il che significa: "Devo vivere secondo tale esempio". Così l'azione si fonda su quell'idea. Tra azione ed idea, vi è uno spazio, una divisione, vi è un processo temporale. È così, non vi pare? In altre parole, non sono caritatevole, non amo, non vi è perdono nel mio cuore, ma sento che devo essere caritatevole. Così vi è un abisso tra ciò che sono e ciò che dovrei essere; tutti, continuamente, tentiamo di gettare un ponte su questo abisso. È questa la nostra attività, non vi pare? Ora che cosa accadrebbe se l'idea non esistesse? Con un sol colpo, avremmo eliminato l'abisso, non vi sembra? Sareste ciò che siete. Voi dite: "Sono brutto, devo diventare bello; che devo fare?", il che è un'azione fondata su un'idea. Dite: "Non sono compassionevole, devo diventarlo". Così introducete un'idea separata dall'azione. E perciò non vi è mai una vera azione fatta da ciò che siete, ma sempre un'azione fondata sull'ideale di ciò che sarete. Lo stupido dice sempre che diverrà intelligente. Sta lì e lavora, si sforza di diventare, non si ferma mai, non dice mai: "Sono stupido". Così la sua azione, fondata su un'idea, non è affatto azione. Azione significa fare, muoversi. Ma quando avete un'idea, è solo l'ideazione che procede, è solo il processo del pensiero che continua in relazione all'azione. Se non ci fosse idea, che cosa accadrebbe? Siete ciò che siete. Siete privi di carità, non perdonate, siete crudeli, stupidi, sventati. Potete restare così? Se lo fate, guardate che cosa accade. Quando riconosco di non avere carità, di essere stupido, che cosa accade: essendo io consapevole che è così? Non vi è carità, non vi è intelligenza? Quando riconosco completamente, quando mi rendo conto che non è carità e non è amore, nel fatto stesso che vedo ciò che è, non vi è già amore? Non divento immediatamente caritatevole? Se vedo la necessità di ripulirmi, è semplicissimo, vado a lavarmi. Ma se c'è un ideale secondo il quale dovrei essere pulito, allora che cosa accade? Che rinvio la pulizia, oppure questa è superficiale. L'azione fondata su un'idea è estremamente superficiale, non è affatto azione autentica, è puramente ideazione, cioè non è altro che il processo del pensiero, che prosegue. L'azione che trasforma gli esseri umani, che comporta rigenerazione, redenzione, trasformazione – chiamate ciò come volete – non si fonda mai su un'idea. È un'azione che non fa riferimento a quanto seguirà, alla punizione o alla ricompensa. Una tale azione è fuori del tempo, perché la mente, cioè il processo del tempo, il processo che calcola, divide, isola, non vi entra. Questo problema non si risolve facilmente. Molti di voi pongono domande ed aspettano una risposta: "sì", oppure "no". È facile fare domande come: "Che cosa intende Lei?", e poi restarsene seduti ed aspettare che io spieghi; ma è assai più difficile trovare da voi la risposta, penetrare tanto profondamente e chiaramente nel problema, senza minimamente corromperlo, che il problema cessi di esistere. Può accadere soltanto quando la mente è realmente in silenzio, di fronte al problema. Il problema, se lo amate, è bello come il tramonto. Ma se vi ponete in antagonismo con esso, non lo comprenderete mai. La maggior parte di noi è in posizione di antagonismo, perché siamo terrorizzati dal risultato, da ciò che può accadere se procediamo: e così vanno perduti il significato e lo scopo del problema.

26 – Sull'antico e il nuovo

Domanda: Quando L'ascolto, tutto mi sembra chiaro e nuovo. Ma quando sono a casa, l'antica, sciocca inquietudine si ripropone. Cos'è che non va dentro di me?

Krishnamurti: Che cosa ha luogo in concreto nelle vostre vite? Vi è ininterrotta sfida e risposta. Questa è l'esistenza, questa è la vita, non è così?: una sfida e una risposta ininterrotta. La sfida è sempre nuova e la risposta è sempre antica. Ieri vi ho incontrati ed oggi tornate da me. Siete diversi, vi siete alterati, siete mutati, siete nuovi; ma serbo il quadro di voi quali eravate ieri. Perciò lascio che il nuovo si assorba nel vecchio. Non vi incontro di nuovo, ma ho il quadro di ieri, e dunque la mia risposta alla sfida è sempre condizionata. Qui, per l'occasione, cessate di essere bramini, cristiani, di alta casta e così via: dimenticate tutto. Semplicemente ascoltate, siete assorbiti, cercate di scoprire. Ma quando riprendete la vita quotidiana, tornate all'antico "me": tornate al lavoro, alla casta, al sistema, alla famiglia. In altre parole, il nuovo continua a restare assorbito nel vecchio, nelle antiche abitudini, costumi, idee, tradizioni, memorie. Il nuovo non esiste mai, perché affrontate sempre il nuovo mediante l'antico. La sfida è nuova; ma l'affrontate mediante l'antico. Il problema implicito in questa domanda è come liberare il pensiero dall'antico in modo da poter continuare ad esser nuovi. Quando si vede un fiore, quando si vede un viso, quando si vede il cielo, un albero, un sorriso, come lo si affronta in modo nuovo? Perché non lo affrontiamo in modo nuovo? Perché accade che l'antico assorba il nuovo e lo modifichi; perché il nuovo cessa quando tornate a casa? La risposta antica sorge da chi pensa. Chi pensa non è sempre antico? Dato che il vostro pensiero si fonda sul passato, quando affrontate il nuovo è chi pensa che lo affronta: è l'esperienza di ieri che lo incontra. Chi pensa è sempre l'antico. Così torniamo al medesimo problema in modo diverso: come liberare la mente da se stessa in quanto entità pensante? Come sradicare la memoria: non la memoria fattuale ma la memoria psicologica, cioè l'accumulazione dell'esperienza? Senza liberarsi dal residuo dell'esperienza, non potremo recepire il nuovo. Liberare il pensiero, esser liberi del processo del pensiero e affrontare, così, il nuovo, è difficile, non è così?, perché tutte le nostre fedi, tutte le nostre tradizioni, tutti i nostri sistemi educativi sono un processo di imitazione, di copiatura, di memorizzazione, un processo che viene costruendo il magazzino della memoria. Quella memoria risponde continuamente al nuovo; la reazione di quella memoria la chiamano pensare, ed è quel pensiero che affronta il nuovo. Come è possibile, in questo modo, che il nuovo sussista? Soltanto quando non vi è residuo di memoria può esservi novità, e quel residuo sussiste quando l'esperienza non è finita, non è conclusa, terminata; vale a dire quando la comprensione dell'esperienza è incompleta. Quando l'esperienza è completa, non vi è residuo: è questa la bellezza della vita. L'amore non è residuo, l'amore non è esperienza, è una condizione dell'essere. L'amore è eternamente nuovo. Perciò il nostro problema è il seguente: si può continuare ad incontrare il nuovo, anche se si è tornati a casa? Senza dubbio lo si può. Per farlo, bisogna compiere una rivoluzione, nel pensiero, nel sentimento; sarete liberi soltanto quando qualsiasi reazione verrà compresa pienamente, non semplicemente considerata in modo casuale e gettata da parte. Vi sarà libertà rispetto all'accumularsi della memoria soltanto quando qualsiasi pensiero, qualsiasi sentimento sarà stato completato, pensato fino in fondo. In altri termini, quando qualsiasi pensiero e sentimento sarà stato pensato fino in fondo, e concluso, vi sarà un termine, e vi sarà uno spazio tra quel termine ed il successivo pensiero. In quell'intervallo di silenzio, vi è rinnovamento, e la nuova creatività nasce. Ciò non è teorico, non è poco pratico. Se si cerca di pensare qualsiasi pensiero e sentimento fino in fondo, si scoprirà che si tratta di una cosa straordinariamente pratica nella nostra vita quotidiana, poiché in tal caso si sarà nuovi, e ciò che è nuovo perdura eternamente. Essere nuovi è creativo ed esser creativi significa essere felici. Un uomo felice non bada se è ricco o povero, non gli importa a quale livello della società appartenga, o a quale paese. Non ha capi, né dèi, né templi, né chiese, e perciò non ha dispute né inimicizia. Senza dubbio è questo il modo più pratico per risolvere le nostre difficoltà, in questo mondo di oggi, pieno di caos. Ed è perché non siamo creativi, nel senso in cui sto usando questa parola, che siamo tanto antisociali a tutti i diversi livelli della coscienza. Per essere veramente efficaci e pratici nelle nostre relazioni sociali, nella nostra relazione con qualsiasi cosa, si deve essere felici; né vi può essere felicità se non vi è fine; non vi può essere felicità se perdura il processo costante del divenire. Nel finire è rinnovamento, rinascita, una novità, una freschezza, una gioia. Il nuovo viene assorbito nell'antico e l'antico distrugge il nuovo, finché vi è un background, finché la mente, chi pensa, resta condizionata dal proprio stesso pensiero. Per liberarsi dal background, dalle influenze condizionanti, dalla memoria, occorre esser liberi rispetto alla continuità. Vi sarà continuità finché il pensiero ed i sentimenti non saranno terminati completamente. Un pensiero viene completato quando lo si persegue fino al suo termine, ed in tal modo si pone termine a qualsiasi pensiero, a qualsiasi sentimento. L'amore non è un'abitudine, non è memoria; l'amore è sempre nuovo. Vi può essere l'incontro con il nuovo soltanto quando la mente è fresca; e la mente non lo è finché resta un residuo di memoria. La memoria è fattuale quanto psicologica. Non parlo della memoria fattuale, ma di quella psicologica. Finché l'esperienza non sarà stata completamente intesa, vi sarà un residuo, che sarà l'antico, che sarà il residuo di ieri, la cosa che è passata; il passato assorbe sempre il nuovo e perciò lo distrugge. Soltanto quando la mente è libera dall'antico incontra tutto di nuovo; e in ciò vi è gioia.

27 – Sul denominare

Domanda: Come si può essere consapevoli di un'emozione senza denominarla o darle un'etichetta? Se sono consapevole di un sentimento, sembra che io sappia di quale sentimento si tratti quasi immediatamente dopo che esso è sorto. Oppure Lei intende qualcosa di diverso, quando dice: "non denominate"?

Krishnamurti: Perché diamo nome alle cose? Perché assegniamo un'etichetta ad un fiore, ad una persona, a un sentimento? O per comunicare i nostri sentimenti, o descrivere il fiore, e così via; oppure per identificarsi con quel sentimento. Non è così? Dò un nome a qualche cosa, a un sentimento, per comunicarlo. "Sono furioso". Oppure mi identifico con quel sentimento per rafforzarlo, o per dissolverlo, o per manipolarlo in qualche modo. Diamo un nome a qualche cosa, ad una rosa, per comunicarlo agli altri, oppure, conferendole un nome, riteniamo di averla compresa. Diciamo: "questa è una rosa", la guardiamo rapidamente e proseguiamo. Conferendole un nome, riteniamo di averla compresa; l'abbiamo classificata e pensiamo che, in tal modo, abbiamo compreso l'intero contenuto e la bellezza del fiore. Dando nome a qualche cosa, l'abbiamo semplicemente messa in una categoria e riteniamo di averla compresa; non la guardiamo più da vicino. Se non le diamo nome, però, siamo costretti a guardarla. Vale a dire, ci accostiamo al fiore o a una cosa qualsiasi come ad una novità, con una qualità nuova di esame; la guardiamo come se non l'avessimo mai vista prima. Denominare è un modo assai comodo di disporre delle cose e della gente – dicendo che si tratta di tedeschi, di giapponesi, di americani, di indù, si può conferire loro un'etichetta e poi distruggere l'etichetta. Se non si dà etichetta alle persone si è portati, e forzati, a guardarle, ed allora è assai più difficile ucciderle. Si può distruggere l'etichetta con una bomba e sentirsi nel giusto, ma se non si dà un'etichetta e pertanto si deve guardare alla singola cosa – si tratti di un uomo, o di un fiore, o di un evento, o di un'emozione – allora si è costretti a considerare la nostra relazione con essa, e con l'azione che ne consegue. Così dare un nome o conferire un'etichetta è un modo estremamente comodo per disporre di qualsiasi cosa, per negarla, condannarla, o giustificarla. È questo un lato della questione. Qual è il nucleo partendo dal quale si denomina, qual è il centro che sempre dà nomi, sceglie, etichetta? Tutti sentiamo che vi è un nucleo, un centro, non è vero?, partendo dal quale agiamo, partendo dal quale giudichiamo, partendo dal quale denominiamo. Qual è quel centro, quel nucleo? Alcuni amerebbero pensare che si tratti di un'essenza spirituale, di Dio, e così via. Così cerchiamo quale sia questo centro, questo nucleo, che denomina, definisce, giudica. Senza dubbio tale nucleo è la memoria, non è così? Una serie di sensazioni, identificate e chiuse in se stesse: il passato, cui il presente fornisce vita. Quel nucleo, quel centro, continua a nutrire il presente denominando, etichettando, ricordando. Vedremo ora, sviluppando l'argomento, che finché esista questo nucleo, questo centro, non vi può essere intendimento. Soltanto distruggendolo vi sarà intendimento, poiché, dopo tutto, quel nucleo è la memoria; di diverse esperienze cui sono stati conferiti nomi, etichette, identificazioni. Con tali esperienze denominate ed etichettate, partendo da quel nucleo, si ha accettazione e rifiuto, determinazione di essere o non essere, secondo le sensazioni, i piaceri, le pene della memoria dell'esperienza. Così quel nucleo è la parola. Se non si dà nome a quel nucleo, un nucleo esiste? Vale a dire, se non si pensa in termini di parole, se non si impiegano parole, si può pensare? Il pensiero nasce attraverso la verbalizzazione; oppure la verbalizzazione comincia col rispondere al pensiero. Il nucleo, il centro è la memoria di esperienze innumeri di piacere e di pena, verbalizzate. Osservatelo in voi stessi, ve ne prego, e vedrete che le parole sono diventate assai più importanti, che le etichette sono diventate assai più importanti, della sostanza; e noi viviamo di parole. Per noi, parole come verità, Dio, sono divenute importantissime: oppure lo è divenuto il sentimento che tali parole rappresentano. Quando diciamo le parole "americano", "cristiano", "indù", o la parola "ira", siamo la parola che rappresenta ciò che sentiamo. Ma non sappiamo che cosa sia ciò che sentiamo, perché la parola è diventata importante. Quando vi definite buddista, o cristiano, che cosa significa la parola, qual è il significato che essa cela, e che non avete mai esaminato? Il nostro nucleo, il centro, è la parola, l'etichetta. Se l'etichetta non importa, se ciò che conta è ciò che sta dietro l'etichetta, allora si è capaci di investigare; ma se ci si è identificati con l'etichetta e basta, non si potrà procedere. E ci siamo, in realtà, identificati con l'etichetta: la casa, la forma, il nome, l'arredamento, il conto in banca, le nostre opinioni, i nostri stimolanti e così via. Noi siamo tutte queste cose: essendo tali cose rappresentate da un nome. Le cose sono divenute importanti, i nomi, le etichette; e pertanto, il centro, il nucleo, è la parola. Se non c'è la parola, se non c'è etichetta, non c'è più centro, non è così? Vi è una dissoluzione, vi è un vuoto: non il vuoto della paura, che è cosa del tutto diversa. Vi è il senso di non esser nulla; poiché abbiamo rimosso tutte le etichette, o perché abbiamo compreso il motivo per cui si conferiscono etichette ai sentimenti ed alle idee, si è completamente nuovi, non è vero? Non vi è alcun centro in base al quale si agisca. Il centro, cioè la parola, si è dissolto. L'etichetta è stata tolta, e dove si è, quanto al centro? Si è lì, ma si è verificata una trasformazione. Tale trasformazione è un pò terrorizzante. Pertanto, non si va innanzi, non si esamina ciò che essa implica; si sta già cominciando a giudicarla, a decidere se ci piace o non ci piace. Non si va avanti per intendere che cosa stia per venire, ma già si giudica, il che significa che si possiede un centro in base al quale si agisce. Perciò ci si blocca nel momento stesso in cui si giudica; le parole "piacere" e "dispiacere" diventano importanti. Ma che cosa accade quando non si assegna alcun nome? Si considera un'emozione, una sensazione, più direttamente, e pertanto si ha una relazione completamente diversa con essa, esattamente come la si ha con un fiore quando non lo si nomina. Si è costretti a guardarlo in modo nuovo. Quando non si dà nome ad un gruppo di persone, si è costretti a guardare a ciascun singolo viso, e a non trattarle come una massa. Perciò si è assai più vigili, assai più osservatori, si comprende molto di più; si ha un senso di pietà, di amore, più profondo; ma se si trattano le persone nel loro complesso come una massa, ciò scompare. Se non si assegnano etichette, si deve considerare ogni sentimento al suo apparire. Quando si assegna un'etichetta, il sentimento è diverso da essa? Oppure l'etichetta risveglia il sentimento? Ve ne prego, pensateci. Quando etichettiamo, molti di noi intensificano il sentimento. Sentire e denominare sono istantanei. Se vi fosse un intervallo tra il denominare e il sentire, allora potreste scoprire che il sentire è diverso dal denominare, e pertanto sareste capaci di trattare il sentimento senza dargli nome. Questo è il problema, non è così? il problema è come liberarsi da un sentimento al quale diamo un nome, come l'ira. Non è come soggiogarlo, sublimarlo, sopprimerlo, cose tutte idiote e infantili; il problema è come liberarsene realmente. Per liberarcene realmente, dovremo scoprire se la parola sia più importante del sentimento. La parola "ira" ha più significato del sentimento in se stesso. Per scoprirlo veramente deve esserci un intervallo tra il sentire e il denominare. Questo, da un lato. Se non do nome ad un sentimento, cioè se il pensiero non funziona semplicemente in ragione delle parole, o se non penso in termini di parole, immagini o simboli, come fa la maggior parte di noi, allora che cosa accade? Senza dubbio in tal caso la mente non è semplicemente l'osservatore. Quando la mente non pensa in termini di parole, simboli, immagini, non vi è un pensatore separato dal suo pensiero, cioè dalla parola. Allora la mente è in quiete, non è così? Non è resa quieta, lo è. Quando la mente è realmente in quiete, allora i sentimenti che sorgono possono venire affrontati immediatamente. Soltanto quando conferiamo nomi ai sentimenti, ed in tal modo li rafforziamo, i sentimenti possiedono una continuità; si immagazzinano al centro, dal quale noi assegniamo ulteriori etichette, sia per rafforzarli, sia per comunicarli. Quando la mente non sta più al centro, in quanto ente pensante costituito di parole, di esperienze passate – che sono tutte memorie, etichette, immagazzinate e sistemate in categorie, in caselle – quando la mente non sta facendo nessuna di queste cose, allora, ovviamente, essa è calma. Non è più legata, non ha più un centro come il "me" – la mia casa, le mie conquiste, il mio lavoro – che sono pur esse parole, che danno impulso al sentire e così rafforzano la memoria. Quando nulla di tutto ciò accade, la mente è estremamente calma. Tale condizione non è di negazione. All'opposto, per giungere a questo punto si deve passare attraverso tutto questo, il che costituisce un'impresa enorme; non si tratta semplicemente di apprendere qualche serie di parole e di ripeterle come uno scolaretto – "non definire", "non definire". Seguirlo attraverso tutte le sue implicazioni, sperimentarlo, vedere come la mente operi e pertanto giunga a quel punto in cui non si definisce più, vale a dire non vi è più un centro distinto dal pensiero, certamente tutto questo processo costituisce reale meditazione. Quando la mente è realmente tranquilla, allora è possibile che nasca ciò che è incommensurabile. Qualsiasi altro processo, qualsiasi altra ricerca della realtà, proietta meramente il sé, è artificiale e perciò irreale. Ma tale processo è arduo, e ciò significa che la mente deve restare continuamente consapevole di tutto ciò che interiormente le accade. Per raggiungere questo stadio, non vi può essere né giudizio né giustificazione, dall'inizio alla fine, benché non si tratti di una fine. Non vi è alcuna fine, poiché c'è qualcosa di straordinario che continua. Non è una promessa, questa. Tocca a voi sperimentare, penetrare dentro voi stessi sempre più a fondo ed ancora più a fondo, così che tutti i numerosi strati del vostro centro si dissolvano: e lo potete fare rapidamente o pigramente. È straordinariamente interessante osservare il processo della mente, come esso dipenda dalle parole, come le parole stimolino la memoria o resuscitano l'esperienza morta, ridandole vita. In tale processo la mente vive o nel futuro o nel passato. Pertanto le parole hanno un significato enorme, tanto neurologicamente che psicologicamente. E vi prego: non apprendete tutto questo da me, o da un libro. Non è possibile apprenderlo da un altro o trovarlo in un libro. Quel che apprendete e trovate in un libro non sarà la realtà. Ma lo si può sperimentare: è possibile osservarsi in azione, osservarsi mentre si pensa, vedere come si pensa, quanto immediatamente si definiscano i sentimenti man mano che sorgono: e osservare l'intero processo libera la mente dal proprio centro. Allora la mente, acquietata, può recepire l'eterno.

28 – Sul noto e l'ignoto

Domanda: La nostra mente conosce solo il noto. Che cosa ci spinge a cercare l'ignoto, la realtà, Dio?

Krishnamurti: La vostra mente spinge verso l'ignoto? Esiste in noi un'urgenza verso l'ignoto, la realtà, Dio? Vi prego, pensateci seriamente. Non è una domanda retorica, ma ci porterà realmente ad una scoperta. Esiste l'urgenza interiore, in ciascuno di noi, di scoprire l'ignoto? Esiste? Come si potrà trovare l'ignoto? Se non lo si conosce, come trovarlo? È un'urgenza di realtà, oppure si tratta semplicemente di un desiderio di cose note, che si espande? Comprendete ciò che intendo? Ho conosciuto molte cose; esse non mi hanno dato felicità, soddisfazione, gioia. Così, ora desidero qualche cosa d'altro, che mi dia una gioia, una felicità, una vitalità, quel che vi pare, maggiori. Può il noto, cioè la mia mente – poiché la mia mente è il noto, è il risultato del passato – può la mia mente perseguire l'ignoto? Se non conosco la realtà, l'ignoto, come potrò cercarlo? Senza dubbio esso verrà a me, non potrò essere io ad andare a lui. Se lo perseguirò, perseguirò qualche cosa che sarà ancora il noto, proiettato da me. Il nostro problema non è quale cosa ci sia in noi che ci spinga a cercare l'ignoto: essa è piuttosto chiara. È il nostro proprio desiderio di maggiore sicurezza, di maggiore stabilità, di maggiore tranquillità, di maggiore felicità, il desiderio di fuggire al tumulto, al dolore, alla confusione. Questo è ovviamente ciò che ci spinge. Quando vi è quest'urgenza, questa spinta, si troverà un'evasione meravigliosa, un meraviglioso rifugio: nel Buddha, nel Cristo o negli slogans politici, e così via. Ma questa non è realtà: non è l'inconoscibile, l'ignoto. Perciò l'urgenza verso l'ignoto dovrà terminare, la ricerca dell'ignoto dovrà avere fine; il che significa che dovrà esservi intendimento del noto che si è accumulato, cioè della mente. La mente dovrà intendersi in quanto essa è il noto, poiché è questo tutto ciò che essa sa. Non si può pensare a qualcosa che non si conosce. La nostra difficoltà è far sì che la mente non proceda entro il noto; ciò può accadere soltanto quando la mente comprende se stessa, e vede come tutti i suoi movimenti nascano dal passato, si proiettino attraverso il presente, fino al futuro. Si tratta di un unico movimento continuo del noto; tale movimento potrà avere termine? Lo potrà soltanto quando si comprenderà il meccanismo dei suoi stessi processi. Soltanto quando la mente comprenderà se stessa, ed il proprio operare, le proprie modalità e finalità, i propri scopi ed esigenze: non soltanto le esigenze superficiali, ma le urgenze e motivi interiori. Ed è questo un compito estremamente difficile. Non potrete compiere la vostra scoperta durante un incontro, o ad una conferenza, o leggendo un libro. All'opposto, questo compito esige una vigilanza ininterrotta, una consapevolezza continua di tutti i moti del pensiero, non soltanto durante lo stato di veglia ma anche durante il sonno. Deve essere un processo totale, non un processo parziale e sporadico. Inoltre, deve esservi retta intenzione. Vale a dire, deve cessare la superstizione che, interiormente, noi tutti si cerchi l'ignoto. È un'illusione pensare che tutti stiamo cercando Dio: non è vero. Non dobbiamo cercare la luce. Vi sarà luce quando non vi sarà più oscurità, e attraverso l'oscurità non potremo trovare la luce. Tutto ciò che potremo fare sarà di rimuovere le barriere che determinano l'oscurità, e tale rimozione dipende dalla nostra intenzione. Se rimuoverete tali barriere per vedere la luce, allora non rimuoverete un bel nulla, starete soltanto sostituendo la parola luce alla parola oscurità. Anche guardare al di là dell'oscurità è uno scampo rispetto all'oscurità. Dobbiamo considerare non che cosa sia quell'urgenza, ma perché vi sia in noi tanta confusione, tumulto, tanta lotta ed antagonismo: tutte le stupide caratteristiche della nostra esistenza. Quando queste non esisteranno più, allora vi sarà luce, intelligenza. Ma chi è sciocco e cerca di diventare intelligente resta sciocco. La stupidità non si trasformerà in saggezza. Soltanto quando la stupidità cesserà vi sarà saggezza ed intelligenza. Chi è stupido e cerca di diventare intelligente e saggio, ovviamente non vi riuscirà mai. Per sapere cosa sia la stupidità, bisogna attraversarla, non superficialmente, ma pienamente, completamente, profondamente; si deve passare attraverso tutti i diversi strati della stupidità, e quando tale stupidità sarà cessata, avremo la saggezza. Pertanto importa trovare non se vi sia qualche cosa di più, qualche cosa di più grande del noto, che ci spinga verso l'ignoto, ma che cosa esista in noi che crea confusione, guerre, differenze di classe, vanità, il perseguimento della fama, l'accumulazione della conoscenza, l'evasione mediante la musica, l'arte, in tante svariate maniere. È importante, senza dubbio, vederle quali sono e tornare a noi stessi quali noi siamo. Da qui potremo procedere. Pertanto abbandonare il noto è relativamente facile. Quando la mente è in silenzio, quando non proietta più se stessa nel futuro, desiderando qualcosa, quando è realmente calma, in profonda pace, nasce l'ignoto. Non lo si deve ricercare. Non lo si può chiamare. Si può chiamare soltanto qualcosa che si conosce. Non potrete invitare un ospite sconosciuto. Si potrà invitare soltanto una persona nota. Ma l'ignoto voi non lo conoscete, non conoscete Dio, la realtà, e così via: dovrà venire da sé. E potrà venire soltanto quando il campo sarà sgombro, quando il suolo sarà stato arato, ma se arate allo scopo che esso venga, allora non lo avrete. Il nostro problema non è come perseguire l'inconoscibile, ma come comprendere i processi di accumulazione della mente, cioè, sempre, del noto. È un compito estremamente arduo: esige attenzione costante, consapevolezza costante nella quale non vi sia distrazione, o identificazione, o condanna; è essere con ciò che si è. Allora soltanto la mente potrà acquietarsi. Nessuna mole di meditazione o di disciplina potrà acquietare la mente, nel senso reale della parola. Soltanto quando il vento cade il lago si calma. Non si può imporre al lago di quietarsi. Nostro compito non è perseguire l'inconoscibile ma comprendere la confusione, il tumulto, la miseria in noi stessi; e allora, oscuramente, nascerà quella cosa, nella quale vi è gioia.

29 – Verità e menzogna

Domanda: Come può la verità, secondo quanto Lei ha detto, divenire menzogna quando la si ripete? Che cos'è una menzogna? Perché è sbagliato mentire? Non si tratta di un problema sottile e profondo, a tutti i livelli della nostra esistenza?

Krishnamurti: Le domande sono in realtà due, perciò anzitutto esaminiamo la prima, che è la seguente: come una verità diventa menzogna quando la si ripete? Che cos'è ciò che ripetiamo? Si può ripetere il comprendere? Comprendo qualche cosa. Potrò ripeterlo? Potrò metterlo in parole, potrò comunicarlo, ma l'esperienza non è ciò che si può ripetere, non vi pare? Restiamo catturati nella parola e perdiamo il significato dell'esperienza. Se si è avuta un'esperienza, la si può forse ripetere? Si può desiderare di ripeterla, si può nutrire questo desiderio, il desiderio della sensazione di essa, ma una volta avuta un'esperienza, essa è finita, non la si può ripetere. Quel che si può ripetere è la sensazione e la parola corrispondente che dà vita a quella sensazione. Poiché, sventuratamente, per la maggior parte siamo propagandisti, siamo colti entro la ripetizione della parola. Così viviamo delle parole, e rinneghiamo la verità. Si prenda, ad esempio, il sentimento dell'amore. Lo si può ripetere? Quando udite le parole "ama il prossimo tuo" per voi questa è una verità? È una verità soltanto se in realtà amate il vostro prossimo; e tale amore non si potrà ripetere; si potrà ripetere soltanto la parola. Eppure molti fra noi sono beati, paghi della ripetizione "ama il prossimo tuo" oppure "non essere avido". Così la verità di qualcosa, ovvero un'esperienza attuale che si sia avuta, non diventa realtà per semplice ripetizione. Al contrario, la ripetizione impedisce la realtà. Ripetere semplicemente certe idee non è realtà. La difficoltà a questo proposito è di intendere la domanda senza pensare nei termini del suo opposto. Una menzogna non è qualcosa che si oppone alla verità. Si può vedere la verità di ciò che è stato detto, non in opposizione o in contrasto, come menzogna o verità; ma semplicemente vedere che la maggior parte di noi ripete senza intendere. Ad esempio, abbiamo parlato del conferire o non conferire nome ad un sentimento, e così via. Molti fra voi lo ripeteranno, ne sono certo, ritenendo che si tratti della "verità". Ma non ripeterete mai un'esperienza, se si tratta di un'esperienza diretta. Potrete comunicarla, ma quando si tratta di un'esperienza reale le sensazioni che essa sottende sono scomparse, il contenuto emotivo dietro le parole si è dissipato completamente. Prendiamo, ad esempio, l'idea che chi pensa ed il suo pensiero siano un unica cosa. Per voi potrà costituire una verità, perché l'avete sperimentato direttamente. Se io lo ripetessi non sarebbe vero, non vi pare? vero, intendo, non nel senso di opposto al falso. Non sarebbe concreto, sarebbe puramente ripetitivo, e pertanto non avrebbe alcun significato. Vedete, mediante la ripetizione creiamo un dogma, costruiamo una chiesa ed in essa cerchiamo rifugio. La parola, e non la verità, diviene "verità". La parola non è la cosa. Per noi, la cosa è la parola ed ecco perché si sta tanto attenti a non ripetere qualcosa che non si comprende realmente. Se si comprende qualcosa, la si può comunicare, ma le parole ed il ricordo hanno perduto il loro significato emotivo. Perciò, se si comprende questo, nella conversazione ordinaria, l'aspetto di una persona, il suo vocabolario, muta. Poiché perseguiamo la verità per mezzo dell'autoconoscenza, e non siamo puri propagandisti, è importante comprendere questo punto. Attraverso la ripetizione si evoca se stessi mediante parole o sensazioni. Si resta catturati nelle illusioni. Per liberarsene, è imperativo sperimentare direttamente, e per sperimentare direttamente è necessario essere consapevoli di se stessi nel processo della ripetizione, dell'abitudine, delle parole, delle sensazioni. Tale consapevolezza dà una straordinaria libertà, così che può esservi un rinnovamento, una sperimentazione costante, una novità. La seconda domanda è la seguente: "che cos'è realmente una menzogna? Perché è sbagliato mentire? Non si tratta di un problema sottile e profondo a tutti i livelli della nostra esistenza? Che cos'è una menzogna? È una contraddizione, non è così?, un'autocontraddizione. Si può contraddire consciamente e inconsciamente: può essere deliberato o inconsapevole; la contraddizione può essere o estremamente sottile oppure ovvia. Quando la spaccatura implicita nella contraddizione è assai ampia, allora o vi è uno squilibrio oppure ci se ne rende conto e si cerca di colmarla. Per comprendere questo problema, che cosa sia una menzogna e perché si menta, si deve penetrarvi senza pensare nei termini di un opposto. È possibile considerare questo problema della contraddizione in noi stessi senza cercare di non essere contraddittori? La nostra difficoltà, esaminando questo problema, è appunto che si è tanto pronti a condannare la menzogna; ma, per comprenderla, è possibile pensarvi in termini non di verità e falsità, ma di ciò che è la contraddizione? Perché ci contraddiciamo? Perché vi è contraddizione in noi stessi? Non è un tentativo di vivere secondo uno schema, secondo un modello: un'approssimazione costante di noi stessi ad uno schema, uno sforzo ininterrotto di essere qualcosa d'altro, sia agli occhi degli altri che ai nostri propri? Vi è il desiderio, non vi sembra? di conformarsi ad uno schema. Quando non si vive secondo tale schema, c'è contraddizione. Ora, perché abbiamo uno schema, un modello, un'approssimazione, un'idea secondo la quale cerchiamo di vivere? Perché? Ovviamente per essere sicuri, tranquilli, popolari, per avere una buona opinione di noi stessi e così via. Qui è il seme della contraddizione. Finché mireremo a qualche cosa, necessariamente vi sarà contraddizione; e pertanto necessariamente si avrà questa spaccatura tra vero e falso. Penso che questo punto sia importante, se lo si può considerare a fondo e con calma. Non che il falso ed il vero non esistano; ma perché la contraddizione in noi stessi? Non è forse perché cerchiamo di essere qualche cosa: nobili, buoni, virtuosi, creativi, felici e così via? Nel desiderio stesso di essere qualche cosa, vi è contraddizione: non essere qualche cosa d'altro. È questa contraddizione appunto, che è tanto distruttiva. Se si è capaci di identificazione completa con qualcosa, con questo o con quello, la contraddizione cessa. Quando veramente ci identifichiamo completamente con qualche cosa, vi è chiusura in se stessi, resistenza, che comporta squilibrio: il che è ovvio. Perché dunque tale contraddizione in noi stessi? Ho fatto qualcosa e non desidero essere scoperto; ho pensato qualcosa che è indegna di me, il che mi pone in uno stato di contraddizione, e questo stato non mi piace. Quando si mira a qualcosa necessariamente vi è paura, ed appunto questa paura contraddice. Mentre, se non vi è divenire, se non vi è alcun tentativo di essere qualche cosa, allora il senso di paura viene meno; non vi è contraddizione; non vi è menzogna in noi a nessun livello, né conscio né inconscio: non vi è qualcosa da sopprimere, e qualcosa da mostrare. Poiché per la maggior parte le nostre vite sono questione di moda e di posa, dipendono dalle nostre mode, noi "posiamo": il che è contraddizione. Quando la moda scompare, restiamo ciò che siamo. È questa la contraddizione realmente importante, non se dite una bella bugia oppure no. Finché esisterà tale contraddizione, l'esistenza dovrà essere superficiale, e pertanto vi saranno timori superficiali contro i quali dovremo difenderci – e da qui le belle bugie – e, come sapete, ne segue tutto il resto. Consideriamo questa questione, non domandandoci che cosa sia una menzogna e che cosa la verità, ma, rinunciando a tali opposizioni, penetrando nel problema della contraddizione in noi stessi: il che è estremamente difficile, perché dipendiamo in così larga misura dalle sensazioni, e la massima parte delle nostre vite è contraddittoria. Dipendiamo dalle memorie, dalle opinioni: tante sono le paure che vogliamo nascondere: e tutto ciò crea contraddizioni in noi stessi. Quando la contraddizione diventa insopportabile, si va fuori di sé. Si desidera la pace, ma tutto ciò che si fa crea guerra, non soltanto nella famiglia ma anche fuori. Anziché comprendere che cosa crei il conflitto, cerchiamo semplicemente di diventare sempre più l'una cosa oppure l'altra, quella opposta, creando così una frattura ancora maggiore. È possibile comprendere perché vi sia contraddizione in noi stessi: non soltanto superficialmente ma più profondamente, psicologicamente? Anzitutto, si è consapevoli di vivere una vita contraddittoria? Vogliamo la pace e siamo nazionalisti; vogliamo prevenire la miseria sociale, eppure tutti siamo individualisti, limitati, chiusi in noi stessi. Viviamo in una contraddizione continua. Perché? Non è forse perché siamo schiavi della sensazione? Questo non si deve né negare né accettare. Occorre una profonda comprensione delle implicazioni della sensazione, cioè dei desideri. Vogliamo tante cose, tutte in contraddizione l'una con l'altra. Siamo tante maschere in conflitto; ne assumiamo una quando ci si adatta e la rinneghiamo quando qualcos'altro è più utile, più piacevole. Appunto questo stato di contraddizione crea la menzogna. In opposizione ad essa, creiamo "la verità". Ma senza dubbio la verità non è l'opposto di una menzogna. Ciò che possiede un opposto non è la verità. L'opposto contiene in sé il proprio opposto, e pertanto non è la verità, e per comprendere veramente a fondo questo problema, si deve essere consapevoli di tutte le contraddizioni in cui si vive. Quando dico "ti amo", ciò comporta gelosia, desiderio, angoscia, paura: ciò è contraddizione. Ed è tale contraddizione che va compresa, e la si comprenderà soltanto quando se ne sarà consapevoli, consapevoli senza condanna o giustificazione; quando, semplicemente, la si guarderà. Per guardarla passivamente, si dovranno comprendere tutti i processi della giustificazione e della condanna. Non è facile guardare passivamente qualche cosa: ma, comprendendola, si comincia a comprendere l'intero processo e le modalità dei propri sentimenti e pensieri. Quando si è consapevoli del significato pieno della contraddizione in se stessi, ciò comporta uno straordinario mutamento: siete, allora, voi stessi, e non qualche cosa che state cercando di essere. Non state più seguendo un ideale, non perseguite più la felicità. Siete ciò che siete e da qui potete cominciare: la possibilità stessa della contraddizione viene meno.

30 – Su Dio

Domanda: Lei si è reso conto della realtà. Ci può dire che cosa è Dio?

Krishnamurti: Come potete sapere che io me ne sono reso conto? Per sapere che io l'ho fatto, voi stessi dovreste averlo fatto. E non si tratta semplicemente di una risposta brillante. Per conoscere qualcosa dovete farne parte. Dovete aver avuto voi stessi l'esperienza; e pertanto, dire che io me ne sono reso conto, evidentemente non ha significato. Che cosa importa se l'ho fatto o meno? Ciò che dico non è la verità? Anche se fossi il più perfetto tra gli esseri umani, se ciò che dico non è la verità, perché dovreste ascoltarmi? Senza dubbio il mio rendermi conto non ha nulla a che fare con ciò che dico, e l'uomo che ne adora un altro perché l'altro ha realizzato, sta in realtà adorando l'autorità, e dunque non troverà mai la verità. Comprendere che cosa sia stato realizzato e conoscere colui che l'ha fatto non è affatto importante, non vi sembra? So che tutta la tradizione dice: "state con chi ha compreso". Ma come potrete sapere che egli lo ha fatto? Tutto ciò che potrete fare è tenergli compagnia, e persino questo è, oggi, estremamente difficile. Ci sono pochissime persone buone, che non vanno dietro a nulla. Chi cerca qualche cosa o va dietro qualche cosa, sfrutta; ed è, perciò estremamente difficile per tutti trovare un compagno all'amore. Idealizziamo chi ha compreso e speriamo che egli ci darà qualcosa, il che costituisce una relazione falsa. L'uomo che ha compreso, come potrà comunicare, se non vi è amore? È questa la nostra difficoltà. In tutte le nostre discussioni, in realtà non ci amiamo l'un l'altro; siamo pieni di sospetto. Voi desiderate da me qualche cosa: conoscenza, comprensione; oppure volete stare in mia compagnia, il che indica che non amate. Volete qualcosa, ed eccovi quindi sulla via dello sfruttamento. Se realmente ci amassimo l'un l'altro, vi sarebbe comunione istantanea. Perciò, non importa se voi abbiate compreso ed io no, o se voi siate in alto oppure in basso. Dato che il vostro cuore si è inaridito, Dio è diventato straordinariamente importante. Vale a dire, intendete conoscere Dio perché avete perduto la canzone del vostro cuore, e seguite chi canta, e gli domandate se possa insegnarvi a cantare. Egli potrà insegnarvi la tecnica, ma la tecnica non vi condurrà a creare. Non sarete musicisti se semplicemente saprete come si fa a cantare. Potrete conoscere tutti i passi di una danza, ma se nel vostro cuore non vi è creatività, funzionerete soltanto come macchine. Non potrete amare se il vostro scopo è semplicemente di raggiungere uno scopo. Non esiste qualcosa come un ideale: si tratta semplicemente di un conseguimento. La bellezza non è un raggiungimento, è realtà, ora, e non domani. Se c'è amore comprenderete l'ignoto, comprenderete che cosa sia Dio e nessuno dovrà raccontarvelo: ed è questa la bellezza dell'amore. È eternità in se stessa. Poiché non vi è amore, vogliamo qualcos'altro, oppure Dio, affinché ce lo dia. Se realmente amassimo, non vedete come sarebbe diverso questo mondo? Saremmo realmente felici. Perciò, non dobbiamo investire la nostra felicità nelle cose, nella famiglia, negli ideali; se non lo facessimo, saremmo felici e perciò le cose, le persone e gli ideali non dominerebbero le nostre vite. Sarebbero tutte cose di secondaria importanza. Ma perché non amiamo, e perché non siamo felici, investiamo nelle cose, pensando che ci daranno la felicità; ed una delle cose nelle quali investiamo è Dio. Mi chiedete di dirvi che cosa sia la realtà. Si può mettere in parole l'indescrivibile? Si può misurare qualcosa di incommensurabile? Si può racchiudere il vento nel pugno? E se lo fate, sarà poi il vento? Se misurate quanto è incommensurabile, è forse questa la realtà? Se la formulate, è forse questa la realtà? Senza dubbio no, poiché nel momento stesso in cui descrivete qualcosa di indescrivibile, cessa di essere reale. Nel momento in cui si traduce l'inconoscibile nel noto, cessa di essere l'inconoscibile. Eppure, è questo che bramiamo. Continuamente vogliamo sapere, perché allora potremo continuare, esser capaci, crediamo, di catturare la felicità ultima, l'immutabile. Vogliamo sapere perché non siamo felici, perché lottiamo miserabilmente, perché siamo esausti, degradati. Eppure, anziché renderci conto del semplice fatto – del fatto che siamo degradati, che siamo sordi, esausti, in tumulto – vogliamo scostarci da ciò che è noto verso l'ignoto, che torna ad essere il noto; e in tal modo non troveremo mai la realtà. Perciò, anziché chiedere chi abbia compreso o che cosa sia Dio, perché non consacrare tutta la nostra attenzione e consapevolezza a ciò che è? Così troverete l'ignoto, o, piuttosto, esso verrà a voi. Se comprenderete il noto, sperimenterete quello straordinario silenzio che non è indotto dall'esterno, non è imposto, quel vuoto creativo nel quale soltanto potrà entrare la realtà. Essa non potrà penetrare in chi stia divenendo, stia lottando; potrà accostarsi soltanto a ciò che è, a chi comprende ciò che è. Vedrete, allora, che la realtà non è lontana; l'ignoto non è distante; è in ciò che è. Come la risposta ad un problema sta nel problema, così la realtà è in ciò che è; se potremo comprenderlo, conosceremo la verità. È estremamente difficile esser consapevoli della sordità, dell'avidità, della cattiva volontà, dell'ambizione e così via. Il fatto stesso di essere consapevole di ciò che è, è verità. È la verità che libera, non è il nostro sforzo per liberarci. Così la realtà non è lontana, ma noi la collochiamo remotissima, perché cerchiamo di usarla come mezzo per perpetuare il sé. Essa è qui, ora, nell'immediato. L'eterno, ovvero ciò che è fuori del tempo, è ora; e questo "ora" non potrà comprenderlo chi sia preso nella rete del tempo. Liberare il pensiero dal tempo esige azione, ma la mente è pigra, indolente, e pertanto si crea ininterrottamente impedimenti nuovi. Liberarsi sarà possibile mediante la retta meditazione, che significa azione completa, non un'azione continua; e l'azione completa potrà venir compresa soltanto quando la mente comprenderà il processo della continuità, cioè della memoria: non la memoria fattuale, ma quella psicologica. Finché la memoria funziona, la mente non potrà comprendere ciò che è. Ma la nostra mente, il nostro intero essere diviene straordinariamente creativo, passivamente vigile, quando si comprende il significato della fine, perché nella fine è rinnovamento, mentre nel continuare è morte, decadimento.

31 – Sulla realizzazione istantanea

Domanda: Possiamo realizzare istantaneamente la verità di cui lei parla, senza alcuna preparazione?

Krishnamurti: Cosa intendete per verità? Non usiamo una parola di cui non conosciamo il significato; possiamo usare un termine più semplice, più diretto. Potete comprendere, potete capire direttamente un problema? Questo è quanto è implicito nella domanda, non è così? Si può capire ciò che è, immediatamente, ora? Nel capire ciò che è, comprenderete il significato della verità; ma dire che si deve comprendere un problema direttamente, pienamente, e liberarvene? È questo quanto è implicito nella domanda, non è così? Si può comprendere una crisi, una sfida, istantaneamente, vederne tutto il significato e liberarsene? Ciò che si comprende non lascia traccia; perciò comprendere la verità è liberatorio. Potete liberarvi, ora, da un problema, da una sfida? La vita è una serie di sfide e di reazioni, e se la vostra risposta ad una sfida è condizionata, limitata, incompleta, allora quella sfida lascia la sua traccia, il suo residuo, che si rafforza ulteriormente mediante un'ulteriore, nuova sfida. Si ha così una memoria ininterrotta di residui, di accumulazioni, di tracce, e con tutte queste tracce vi sforzate di incontrare il nuovo, e per questo non lo trovate mai. Per questo non comprendete mai, e non vi è mai liberazione, da nessuna sfida. Il problema, la questione, è se si può comprendere una sfida completamente, direttamente; sentirne tutto il significato, il profumo, la profondità, la bellezza e bruttezza, e così liberarsene. Una sfida è sempre nuova, non è così? Il problema è sempre nuovo, non è così? Un problema che abbiate avuto ieri, ad esempio, ha subito tali modifiche che, quando lo ritrovate oggi, è già nuovo. Ma lo ritrovate in base all'antico, perché lo ritrovate senza trasformare i vostri pensieri, ma semplicemente modificandoli. Mettiamo la questione in termini diversi. Ieri vi ho incontrati. Nel frattempo siete mutati. Avete subito una modifica, ma io serbo l'immagine di voi, che appartiene a ieri. Vi incontro oggi con l'immagine che ho di voi, e perciò non vi capisco: capisco soltanto quell'immagine di voi che ho acquisito ieri. Se intendo comprendervi, voi, che vi siete modificati, che siete cambiati, dovrò allontanare l'immagine di ieri, liberarmene. In altri termini, per comprendere una sfida, che è sempre nuova, devo anche affrontarla in modo nuovo, non deve esservi alcun residuo di ieri; perciò dovrò dire addio a ieri. Dopo tutto, che cos'è la vita? È qualche cosa di ininterrottamente nuovo, non è così? è qualche cosa che subisce continuamente mutamenti, che crea un sentimento nuovo. Oggi non è mai lo stesso di ieri, è questa la bellezza della vita. Possiamo, voi ed io, affrontare ogni problema in modo nuovo? Potrete, andando a casa, incontrare vostra moglie e il vostro bimbo in modo nuovo, affrontarne la sfida in modo nuovo? Non sarete capaci di farlo se vi lascerete gravare dai ricordi di ieri. Perciò, per comprendere la verità di un problema, di una relazione, dovrete affrontarlo in modo nuovo: non "a mente aperta", poiché ciò non ha significato. Dovrete andare al problema privi delle tracce dei ricordi di ieri: il che significa, man mano che sorge la sfida, esser consapevoli di tutte le risposte di ieri; consapevoli del residuo, delle memorie di ieri, troverete che esse decadono senza lotta, e la vostra mente si rinnoverà. Si può realizzare la verità immediatamente, senza preparazione? Io dico di sì: ma non è una fantasia mia, non è il frutto di un'illusione; sperimentatelo psicologicamente, e vedrete. Accettate qualsiasi sfida, qualsiasi minimo evento – non aspettate la grande crisi – e guardate come reagite. Siatene consapevoli, siate consapevoli delle vostre reazioni, dei vostri intenti, dei vostri atteggiamenti, e li comprenderete; comprenderete il vostro background. Vi assicuro, potete farlo istantaneamente se vorrete consacrarvi tutta la vostra attenzione. Se perseguite il pieno significato del vostro background, esso produrrà il suo significato, e scoprirete allora in un solo colpo la verità, la comprensione del problema. La comprensione si verifica nascendo dall'ora, dal presente, che è sempre fuori del tempo. Sebbene possa essere domani, è pur sempre adesso; e semplicemente rimandare, prepararsi a ricevere ciò che accadrà domani, significa impedire a se stessi di comprendere ciò che è oggi. Senza dubbio, non vi sembra?, potrete comprendere direttamente che cosa è oggi. Per comprenderlo, dovrete essere indisturbati, senza distrazioni, consacrarvi la vostra mente e il vostro cuore. Dovrà essere, in quell'istante, completamente, il vostro unico interesse. Allora ciò che è vi spalancherà tutta la sua profondità, tutto il suo significato. E vi libererete di quel problema. Se intendete conoscere la verità, per esempio il significato psicologico del possedere, se realmente intendete comprenderlo, ora, come procederete? Senza dubbio dovrete trovarvi in uno stato di similarità col problema, non dovrete averne paura, non dovrete avere alcun credo, alcuna risposta che si interponga tra voi e il problema. Soltanto quando vi troverete in relazione diretta col problema troverete la risposta. Se ne introducete una, se giudicate, sentite una resistenza psicologica e allora rimandate, vi preparate a comprendere domani, ciò che è si può comprendere soltanto nell'"ora". E così non capirete mai. Percepire la verità non esige preparazione; la preparazione implica tempo, e il tempo non è affatto un mezzo per comprendere la verità. Il tempo è continuità, e la verità è fuori del tempo, non è continua. Comprendere è non continuo, è di momento in momento, non lascia residuo. Temo che tutto questo possa sembrarvi estremamente arduo, non è così? Ma è facile, semplice da comprendere, se soltanto vorrete sperimentarlo. Se vi mettete a sognare, se meditate su ciò, diverrà difficilissimo. Quando non vi è barriera tra voi e me, vi comprendo. Se vi sono aperto, vi comprendo direttamente: ed essere aperti non è questione di tempo. Il tempo mi renderà aperto? La preparazione, il sistema, la disciplina, mi apriranno a voi? No. Ciò che mi aprirà a voi sarà la mia intenzione di comprendere. Desidero aprirmi perché non ho nulla da nascondere, perché non ho paura; perciò sono aperto, e vi è comunicazione immediata, vi è verità. Per ricevere la verità, per conoscerne la bellezza e la gioia, occorre una ricettività istantanea, senza alcuna nube di teorie, di timori e di risposte.

32 – Sulla semplicità

Domanda: Cos'è la semplicità? Implica la comprensione estremamente chiara dell'essenziale e il rifiuto di tutto il resto?

Krishnamurti: Vediamo che cosa la semplicità non è. Non dite: "questa è negazione" oppure "dicci qualcosa di positivo". Ciò equivale ad una reazione infantile, avventata. Chi vi offre "positività" vi sfrutta. Ha sempre qualcosa da darvi, che voi volete, attraverso la quale sfruttarvi. Non stiamo facendo nulla del genere. Perciò occorre scartare, mettere da parte le idee, ed osservare con occhi nuovi. Chi possiede molto ha paura della rivoluzione, sia all'interno che all'esterno. Proviamo a trovare che cosa la semplicità non è. Una mente complicata non è semplice, vero? Una mente abile non è semplice; una mente che abbia uno scopo per il quale lavora, una ricompensa, un timore, non è semplice. Una mente gravata di conoscenza non è semplice; una intrisa di fede non è semplice, non è vero? Una mente che si sia identificata con qualche cosa di più grande di lei e cerchi di mantenere ad ogni costo tale identità, non è semplice. Noi pensiamo che la semplicità consista nell'avere soltanto uno o due abiti di lino, esigiamo una semplicità esteriore e ne siamo facilmente ingannati. Ecco perché chi è molto ricco adora chi ha rinunciato. Cos'è la semplicità? La semplicità può forse essere il rifiuto di tutto ciò che non è essenziale ed il perseguimento dell'essenziale cioè un processo di scelta? Ciò, infatti, non significa forse scegliere: scegliere l'essenziale e scartare ciò che non lo è? Che cos'è tale processo di scelta? Cos'è l'entità che sceglie? La mente, non è vero? Non importa come la chiamiate. Voi dite: "sceglierò questo, perché è l'essenziale." Ma come sapete che è l'essenziale? O avete uno schema, in base a quanto altre persone hanno detto, oppure la vostra stessa esperienza vi dice che qualcosa è l'essenziale. Potete fidarvi della vostra esperienza? Quando scegliete, la vostra scelta si fonda sul desiderio, non è così? Quanto chiamate "essenziale" è quanto vi dà soddisfazione. Così ritorniamo al medesimo processo, non vi pare? Una mente confusa può scegliere? se lo fa, anche la scelta sarà confusa. Perciò la scelta tra l'essenziale ed il non essenziale non è semplicità. È conflitto. Una mente che si trovi in conflitto, nella confusione, non potrà essere semplice. Quando si scarta, quando realmente si osservano e si vedono tutte le cose false, i trucchi della mente, quando li si guarda e se ne è consapevoli, allora, da sé, si conosce che cosa sia la semplicità. Una mente legata dalla fede non sarà mai semplice. Una mente paralizzata dalla conoscenza non sarà semplice. Una mente distratta da Dio, dalle donne, dalla musica, non sarà semplice. Una mente presa nella routine dell'ufficio, dei riti, delle preghiere, una mente cosiffatta non è semplice. La semplicità è azione, senza alcuna idea. Ma ciò è rarissimo: significa creatività. Finché non c'è creazione, siamo centri di equivoco, miseria e distruzione. La semplicità non è qualcosa che si possa perseguire e sperimentare. La semplicità viene, come un fiore che sboccia al momento giusto, quando ciascuno comprende l'intero processo dell'esistenza e della relazione. Non avendovi mai pensato, non avendolo mai osservato, non ne siamo consapevoli; diamo valore all'esteriorità, alla scarsità di possessi esteriori, ma ciò non è semplicità. La semplicità non si trova; non consiste in una scelta tra l'essenziale ed il non essenziale. Nasce soltanto quando il sé non c'è più; quando la mente non è catturata da speculazioni, conclusioni, fedi, idee. Soltanto una mente cosiffatta, libera, troverà la verità. Soltanto una mente cosiffatta potrà recepire ciò che è incommensurabile, innominabile; ed è questa la semplicità.

33 – Sulla superficialità

Domanda: Chi è superficiale, come diverrà serio?

Krishnamurti: Anzitutto, occorre sapere di essere superficiali, non vi sembra? Che cosa significa esser superficiali? Essenzialmente, dipendere, non è così? Dipendere dagli stimoli, da una sfida, da qualcun altro, dipendere psicologicamente da certi valori, da certe esperienze, da certe memorie: tutto questo non è fonte di superficialità? Quando io dipendo dal fatto di andare in chiesa ogni mattina o ogni settimana, per salvarmi, per essere aiutato, ciò non mi rende superficiale? Se devo eseguire certi riti per serbare il mio senso di integrità o per recuperare un sentimento che forse un tempo ho avuto, ciò non mi rende superficiale? Non divento superficiale quando mi consegno alla mia patria, a un progetto o a un gruppo politico particolare? Senza dubbio tutto questo processo di dipendenza è un'evasione rispetto a me stesso; tale identificazione con qualcosa di più grande è rinnegare quello che sono. Ma non potrò negare quel che sono; devo invece comprenderlo, e non cercare di identificarmi con l'universo, con Dio, con un particolare partito politico o con qualsiasi altra cosa. Tutto ciò conduce soltanto a un pensiero di scarsa profondità, e da un pensiero cosiffatto nasce un'attività che sarà esternamente equivoca, sia a scala mondiale, sia a scala individuale. Anzitutto, riconosciamo che stiamo facendo queste cose? Non lo facciamo; le giustifichiamo. Diciamo: "Come farò se non farò queste cose? Starò ancora peggio; la mia mente andrà in pezzi. Ora, almeno, sto combattendo per qualcosa di superiore". Quanto più combattiamo, tanto più siamo superficiali. Anzitutto, non vi sembra? dovrò rendermi conto di questo. Ed è una delle cose più difficili; vedere che cosa sono, riconoscere che sono sciocco, meschino, di mente ristretta, geloso. Se vedo ciò che sono, se lo riconosco, da qui, senza dubbio partirò; una mente meschina è una mente che evade da ciò che è; non evadere esige un'ardua investigazione, e il rifiuto dell'inerzia. Nel momento in cui so di essere meschino, ha già luogo un processo di approfondimento: anche se non faccio nulla a proposito della mia meschinità. Se la mente dice: "sono meschino, e tenterò di capirlo, tenterò di comprendere tutta questa meschinità, la sua influenza delimitante", allora sussiste una possibilità di trasformazione; ma una mente meschina, che riconosca di essere meschina e cerchi di non esserlo leggendo, incontrando persone, viaggiando, dandosi da fare incessantemente come una scimmia, resta una mente meschina. Di nuovo, come vedete, si ha rivoluzione reale soltanto se si affronta il problema nel modo esatto. Il retto approccio al problema conferisce una straordinaria fiducia in se stessi che, ve l'assicuro, muove le montagne: le montagne dei propri pregiudizi e condizionamenti. Rendendovi conto di possedere una mente meschina, non cercate di renderla profonda. Una mente superficiale non potrà mai conoscere grandi profondità. Può avere infinite conoscenze e informazioni, può ripetere le parole: conoscete tutti gli ammennicoli di una mente superficiale che sia attiva. Ma se saprete di essere superficiali e meschini, se sarete consapevoli della meschinità e ne osserverete tutte le attività senza giudicare, senza condannare, presto vedrete che la cosa meschina è scomparsa interamente, senza che voi abbiate agito su di essa. Ciò esige pazienza, vigilanza, non una brama incontenibile di conseguire risultati, di raggiungere. Soltanto una mente meschina mira ad un risultato. Più si è consapevoli di tutto questo processo, più si scopriranno le attività della mente; ma occorre osservarle senza cercare di porre loro termine, poiché nel momento in cui si tenta di porre termine a qualcosa, si è presi di nuovo nel dualismo tra l'"io e il "non io": e ciò perpetua il problema.

34 – Sulla banalità

Domanda: Di che cosa dovrebbe occuparsi la mente?

Krishnamurti: Ecco un ottimo esempio di come si fa nascere il conflitto: il conflitto tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è. In primo luogo stabiliamo che cosa dovrebbe essere, l'ideale, quindi cerchiamo di vivere secondo questo schema. Diciamo che la mente dovrebbe occuparsi di cose nobili, di altruismo, di generosità, di gentilezza, d'amore; questo è lo schema, la fede, il dover essere, il dovere; e cerchiamo di vivere secondo tali principi. Così si perpetua un conflitto tra la proiezione di ciò che dovrebbe essere e il concreto, ciò che è, e mediante tale conflitto contiamo di trasformarci. Finché combattiamo con ciò che dovrebbe essere, ci sentiamo virtuosi, buoni; ma che cosa è importante: ciò che dovrebbe essere o ciò che è? Di che cosa si occupano le nostre menti: in concreto, non ideologicamente? Di volgarità, non è così? Di come si appare, dell'ambizione, dell'abilità, dell'invidia, del pettegolezzo, della crudeltà. La mente vive in un mondo di volgarità, e una mente triviale che crea un nobile schema resta triviale, non è così? Il problema non è di che cosa la mente dovrebbe occuparsi, bensì il seguente: può la mente affrancarsi dalla banalità? Se siamo veramente consapevoli, se veramente cerchiamo, conosciamo le nostre volgarità particolari: il parlare incessante, il chiacchiericcio eterno della mente, preoccuparsi di questo o di quello, la curiosità su ciò che la gente fa o non fa, il tentativo di ottenere un risultato, l'istanza di far carriera e così via. Di ciò ci occupiamo, e lo sappiamo assai bene. Lo si può trasformare? È questo il problema, non è così? Domandarsi di che cosa la mente dovrebbe occuparsi è pura immaturità. Ora, essendo io consapevole del fatto che la mia mente è volgare e si occupa di volgarità, essa potrà liberarsi da tale condizione? Non è la mente, per sua stessa natura, volgare? Cos'è la mente se non il risultato della memoria? Memoria di che? Di come sopravvivere, non soltanto fisicamente ma anche psicologicamente, mediante lo sviluppo di certe qualità e virtù, l'accumularsi delle esperienze, il fissarsi del sé sulle proprie attività. Ciò non è forse volgare? La mente, essendo il risultato della memoria, del tempo, è volgare in se stessa; che potrà fare per liberarsi della propria volgarità? Può fare qualcosa? Vi prego, considerate l'importanza di questo punto. La mente, che è attività incentrata sul sé, potrà liberarsi di tale attività? Ovviamente, non lo potrà; qualsiasi cosa faccia, resterà volgare. Potrà speculare su Dio, potrà immaginare sistemi politici, potrà inventare fedi; ma rimarrà pur sempre entro l'ambito del tempo, il suo mutamento sarà pur sempre da memoria a memoria, resterà legata dal proprio stesso limite. La mente potrà rompere quel limite? Ovvero quel limite si rompe quando la mente è calma, quando non è attiva, quando riconosce le proprie volgarità, per quanto grandi possa averle immaginate? Quando la mente, avendo scorto le proprie volgarità, ne è pienamente consapevole e diviene così, realmente, calma: soltanto allora vi è la possibilità che tali volgarità scompaiano. Finché si cercherà di che cosa la mente dovrebbe occuparsi, essa si occuperà di volgarità, sia quando costruirà una chiesa, sia quando pregherà, sia quando andrà al tempio. La mente in se stessa è meschina, piccola, e dire semplicemente che è meschina non ne ha dissolto la meschinità. Lo si deve comprendere, la mente deve riconoscere le proprie attività e nel processo di tale riconoscimento, nella consapevolezza delle volgarità che essa ha consciamente ed inconsciamente costruito, la mente giunge alla quiete. In tale quiete è insita una condizione creativa, ed è questo il fattore che porta ad una trasformazione.

35 – Sulla quiete della mente

Domanda: Perché parla della quiete della mente; e che cos'è la quiete?

Krishnamurti: Per capire qualcosa, non è forse necessario che la mente sia calma? Se abbiamo un problema, ce ne preoccupiamo, non è vero? Penetriamo in esso, lo analizziamo, lo facciamo a pezzi nella speranza di comprenderlo. Ora, attraverso lo sforzo, l'analisi, il confronto, attraverso una forma qualsiasi di battaglia mentale, forse che noi capiamo? Senza dubbio la comprensione giunge soltanto quando la mente è in calma perfetta. Diciamo che più ci battiamo col problema della fame, della guerra, o con qualsiasi altro problema umano, quanto più entriamo in conflitto con esso, tanto più comprenderemo. Ora, è vero questo? Le guerre sono continuate per secoli, e così il conflitto tra individui, tra società; la guerra, interiore ed esteriore, è sempre presente. Risolveremo quella guerra, quel conflitto, mediante un ulteriore conflitto, altre lotte, mediante uno sforzo di accortezza? Oppure il problema si comprende soltanto quando ci si trova direttamente di fronte ad esso, quando si sta di fronte al fatto? Possiamo affrontare il fatto soltanto quando non vi sarà alcuna agitazione che interferisca tra il fatto e la mente; e dunque, non è importante, se dobbiamo comprendere, che la mente sia in quiete? Inevitabilmente domanderete: "come si può rendere calma la mente?". È la reazione immediata, non è così? Voi dite: "la mia mente si agita, e come potrò acquietarla?". Può un qualsiasi sistema acquietare la mente? Una formula, una disciplina, potranno acquietare la mente? Lo potranno: ma quando la mente sarà acquietata, sarà veramente quiete, sarà calma quella? Oppure, semplicemente, la mente sarà stata rinchiusa entro un'idea, una formula, una frase? Una tale mente è una mente morta, non vi sembra? Ecco perché moltissimi che cercano di essere spirituali, sedicenti spirituali, sono morti, in realtà: perché hanno educato alla quiete le loro menti, si sono rinchiusi entro una formula per ottenere la quiete. Ovviamente, una mente di tal fatta non è mai calma, è soltanto soppressa, viene tenuta buona. La mente è in quiete quando constata la verità del fatto che la comprensione giunge soltanto quando essa è in quiete; che, se voglio comprendervi, devo essere calmo, non posso avere reazioni contro di voi, non devo nutrire pregiudizi, devo mettere da parte tutte le mie conclusioni e le mie esperienze ed incontrarvi faccia a faccia. Soltanto allora, quando la mente si sarà liberata del mio condizionamento, comprenderò. Quando vedrò la verità di tutto ciò, la mente sarà in quiete: e non esisterà il problema di non acquietarla. Soltanto la verità può liberare la mente dalla propria attività ideale; per vedere la verità, la mente deve rendersi conto del fatto che finché sarà agitata non potrà conseguire alcun intendimento. La calma della mente, la tranquillità mentale, non è qualcosa che la volontà possa produrre, né alcuna azione del desiderio; se così è, allora una mente così fatta è chiusa, isolata, è una mente morta e pertanto incapace di adattabilità, di docilità, di prontezza. Una mente cosiffatta non è creativa. Pertanto il nostro problema non è come acquietare la mente, ma vedere la verità di qualsiasi problema man mano che ci si presenta. È come lo stagno, che si acquieta quando il vento cala. La nostra mente è agitata perché abbiamo problemi; e per evitare i problemi, acquietiamo la mente. Ora, la mente ha proiettato essa stessa tali problemi, né vi sono problemi al di fuori della mente; e finché la mente proietterà una qualsiasi concezione circa la sensibilità, praticherà una qualsiasi forma di quiete, non sarà mai in quiete. Quando la mente comprende che soltanto attraverso la quiete vi è intendimento, allora diviene veramente calma. Tale quiete non le viene imposta, non nasce da una disciplina, non può venir compresa da una mente inquieta. Molti, che ricercano la quiete mentale, si ritirano dalla vita attiva, in un villaggio, in un monastero, tra le montagne, oppure si ritraggono entro le idee, si chiudono in una fede o evitano le persone che li turbano. Un tale isolamento non è quiete mentale. Chiudere la mente entro un'idea o evitare persone che rendono complessa la nostra vita non comporta affatto la quiete mentale. Questa giunge soltanto quando non si ha alcun processo di isolamento attraverso l'accumulazione, e si ha invece un intendimento completo dell'intero processo della relazione. L'accumulazione rende la mente vecchia; soltanto quando essa è nuova, fresca, priva del processo di accumulazione, soltanto allora vi è la possibilità di una tranquillità mentale. Una mente cosiffatta non è morta, è estremamente attiva. La mente in quiete è la mente più attiva che esista; ma se vorrete sperimentarlo, penetrare profondamente in questo, constaterete che nella quiete non vi è proiezione da parte del pensiero. Il pensiero, a tutti i livelli, è ovviamente reazione della memoria, e non potrà mai trovarsi in una condizione creativa. Può esprimere la creatività, ma in se stesso non sarà mai creativo. Quando vi è silenzio, quando vi è quella tranquillità mentale che non è un risultato, allora constateremo in tale quiete un'attività straordinaria, una straordinaria azione, che una mente agitata dal pensiero non potrà mai conoscere. In tale quiete non si formula nulla, non si hanno idee, non c'è memoria; tale quiete è una condizione creativa che può sperimentarsi soltanto quando vi sia intendimento completo dell'intero processo dell'"io". Altrimenti, la quiete non ha significato. Soltanto in tale quiete, che non è un risultato, si scopre l'eterno, ciò che è al di là del tempo.

36 – Sul significato della vita

Domanda: Viviamo, ma non sappiamo perché. Per tanti di noi, sembra che la vita non abbia alcun significato. Ci può dire il significato e lo scopo del vivere?

Krishnamurti: Ma perché mi pone questa domanda? Perché mi chiede di dirle il significato della vita, il fine della vita? Che cosa intendiamo per vita? La vita ha un significato, un fine? Il vivere in se stesso non è il proprio stesso fine, il proprio stesso significato? Perché siamo troppo insoddisfatti della nostra vita, perché la nostra vita è troppo vuota, volgare, monotona, perché continuiamo a fare sempre la stessa cosa, per questo vogliamo qualcosa di più, qualcosa che vada oltre quanto stiamo facendo. Essendo tanto vuota, sorda, priva di significato, fastidiosa, intollerabilmente stupida la nostra vita quotidiana, affermiamo che la vita debba avere un significato maggiore, ed ecco perché lei mi pone questa domanda. Senza dubbio, chi ha una vita ricca, chi vede le cose quali sono ed è pago di ciò che ha, non è confuso; ha la mente chiara, e pertanto non domanda quale sia lo scopo della vita. Per lui, lo stesso vivere è inizio e fine. La nostra difficoltà è che, essendo la nostra vita tanto vuota, intendiamo trovarle uno scopo e ci battiamo per esso. Un tale scopo della vita può essere puramente intellettuale, senza la minima realtà; quando lo scopo della vita viene perseguito da una mente stupida e sorda, da un cuore vuoto, anche tale fine sarà vuoto. Perciò il nostro scopo è come rendere ricca la nostra vita, non di denaro e di tutto il resto, ma ricca interiormente: il che non è niente di tanto misterioso. Quando dite che scopo della vita è la felicità, oppure trovare Dio, senza dubbio tale desiderio di trovare Dio è un'evasione rispetto alla vita, e il vostro Dio è semplicemente qualcosa che conoscete. Si può dirigere la propria via soltanto verso un oggetto noto; se si costruisce una scala fino alla cosa che chiamate Dio, senza dubbio quello non è Dio. La realtà può comprendersi soltanto vivendola, non evadendola. Quando si cerca nella vita uno scopo, in realtà si sta evadendo, e non si comprende che cos'è la vita. La vita è relazione, è azione nella relazione; quando non comprendo la relazione, o quando questa è confusa, cerco un significato più ampio. Perché le nostre vite sono tanto vuote? Perché siamo tanto soli, frustrati? Perché non abbiamo mai guardato entro noi stessi, né compreso noi stessi. Non ammetteremo mai di fronte a noi stessi che questa vita è tutto ciò che conosciamo e che pertanto andrebbe compresa pienamente e completamente. Preferiamo sfuggire a noi stessi, ed ecco perché cerchiamo uno scopo alla vita, distinto dalla relazione. Se cominciamo a comprendere l'azione, cioè la nostra relazione con la gente, col possesso, con le fedi e le idee, troveremo che la relazione ha in se stessa il suo premio. Non dobbiamo cercare. È come cercare l'amore. Cercandolo si può trovare forse l'amore? L'amore non si può coltivare. Troverete l'amore soltanto nella relazione, e non al di fuori, ed è perché non abbiamo amore che cerchiamo uno scopo alla vita. Quando vi è amore, che è la propria stessa eternità, allora non vi è ricerca di Dio, poiché l'amore è Dio. È perché le nostre menti sono gremite di tecnicismi e di mormorii superstiziosi che le nostre vite sono tanto vuote, ed ecco perché cerchiamo uno scopo al di là di noi stessi. Per trovare lo scopo della vita dobbiamo passare attraverso la porta di noi stessi; consciamente o inconsciamente evitiamo di guardare in faccia le cose quali sono in se stesse, e così esigiamo che Dio ci apra una porta, al di là. Questa domanda circa lo scopo della vita viene posta soltanto da chi non ama. L'amore può ritrovarsi soltanto nell'azione, che è relazione.

37 – Sulla confusione della mente

Domanda: Ho ascoltato tutte le Sue conversazioni e letto tutti i libri. Le chiedo, nel modo più serio, quale possa essere lo scopo della mia vita, se, come Lei dice, ogni pensiero dovrà cessare, ogni conoscenza venir soppressa, ogni memoria perduta. Come pone Lei in relazione quella condizione dell'essere, qualunque essa sia secondo Lei, con il mondo in cui viviamo? Quale relazione ha un simile essere con la nostra esistenza squallida e angosciata?

Krishnamurti: Vogliamo conoscere quale sia la condizione che può aversi soltanto quando non vi è più nessuna conoscenza, né chi la riconosca; vogliamo conoscere quale relazione tale condizione abbia con il nostro mondo di attività quotidiane, di finalità quotidiane. Sappiamo come sia la nostra vita oggi: squallida, angosciosa, sempre atterrita, del tutto effimera; lo sappiamo assai bene. Vogliamo sapere quale relazione quest'altra condizione abbia con quella: e, se poniamo da parte la conoscenza, se ci liberiamo dalle nostre memorie e così via, quale sia lo scopo dell'esistenza. Qual è lo scopo dell'esistenza quale noi oggi la conosciamo? E non in teoria, ma in pratica? Qual è lo scopo della nostra esistenza quotidiana? Semplicemente sopravvivere, non è così?, con tutta la nostra miseria, angoscia, confusione, guerre, distruzioni, e così via. Possiamo inventare teorie, possiamo dire: "questo non dovrebbe essere, ma dovrebbe essere qualche altra cosa". Ma queste sono tutte teorie, non fatti. Ciò che conosciamo è confusione, dolore, sofferenza, antagonismo senza fine. Sappiamo pure, se pure lo sappiamo, come tutto ciò nasca. Lo scopo della vita, di momento in momento, ogni giorno, è di distruggersi l'un l'altro, di sfruttarci l'un l'altro sia come individui che in collettività. Nella nostra solitudine, nella nostra miseria, cerchiamo di usare gli altri, cerchiamo di sfuggire a noi stessi: mediante i divertimenti, gli déi, la conoscenza, ogni forma di fede, e l'identificazione. Questo è il nostro fine, conscio o inconscio, secondo il quale viviamo; vi è, al di là di esso, uno scopo più profondo e più ampio, che non sia quello della confusione, dell'acquisizione? E quello stato privo di sforzo ha qualche relazione con la nostra vita quotidiana? Senza dubbio, esso non ha affatto tale relazione. Come potrebbe averla? Se la mia mente è confusa, torturata, se è solitaria, come potrebbe essere in relazione con qualche cosa che non le appartenga? La verità come può stare in relazione con la falsità, con l'illusione? Non vogliamo ammetterlo, poiché la nostra speranza, la nostra confusione, ci fa credere in qualcosa di più grande, di più nobile, che, diciamo, è in relazione con noi. Nella nostra disperazione cerchiamo la verità, sperando che scoprendola la nostra disperazione verrà meno. Così possiamo vedere che una mente confusa, una mente oppressa dall'angoscia, una mente che non sia consapevole del proprio vuoto e della propria solitudine, non troverà mai ciò che è al di là di se stessa. Quel che è al di là della mente potrà nascere soltanto quando verranno espulse o comprese le cause della confusione e della miseria. Tutto ciò che ho detto, di cui ho parlato, è come capire se stessi, poiché senza conoscenza di sé il resto non esiste, il resto è solo illusione. Se possiamo comprendere l'intero processo di noi stessi, di momento in momento, allora vedremo che eliminando la nostra confusione, anche il resto nascerà. Allora, sperimentare quello avrà relazione con questo; ma questo non avrà mai una relazione con quello. Stando da questo lato del sipario, nel buio, come potremo avere esperienza della luce, della libertà? Ma quando si abbia, una volta sola, l'esperienza della verità, la si potrà mettere in relazione con questo stesso mondo in cui viviamo. Se non abbiamo mai conosciuto che cosa sia l'amore, ma soltanto dispute, miseria, conflitti continui, come potremo sperimentare quell'amore che non è nulla di tutto questo? Ma quando l'avremo sperimentato anche una volta sola, non dovremo affannarci a cercare la relazione. Allora l'amore, l'intelligenza funzionerà. Tuttavia, per sperimentare quello stato, dovrà cessare ogni conoscenza, tutte le memorie accumulate, tutte le attività identificate con il sé, affinché la mente sia incapace di qualsiasi sensazione proiettata. Allora, sperimentandolo, vi sarà azione in questo nostro stesso mondo. Senza dubbio è questo lo scopo dell'esistenza: andare al di là dell'attività, incentrata sul sé, della mente. Avendo sperimentato quella condizione, che la mente non può misurare, quella stessa esperienza comporterà una rivoluzione interiore. Allora, se vi è amore, non vi è alcun problema sociale. Quando vi è amore non vi è problema di nessuna specie. Proprio perché non sappiamo come amare abbiamo problemi sociali e sistemi filosofici sul modo di trattare i nostri problemi. Io dico che tali problemi non potranno venire mai risolti da alcun sistema, né di destra né di sinistra né di centro. Potranno essere risolti – la nostra confusione, miseria, autodistruzione – soltanto quando potremo sperimentare quella condizione, che non è proiettata dal sé.

38 – Sulla trasformazione

Domanda: Che cosa intende per trasformazione?

Krishnamurti: Ovviamente, occorre una rivoluzione radicale. La crisi mondiale la esige. Le nostre vite la esigono. La esigono gli eventi quotidiani, le finalità, le angosce quotidiane. I nostri problemi la esigono. Occorre una rivoluzione fondamentale, radicale, perché tutto intorno a noi è crollato. Sebbene apparentemente vi sia ordine, in realtà vi è una lenta decadenza, vi è distruzione: l'onda della distruzione sormonta continuamente l'onda della vita. Perciò occorre una rivoluzione: ma non una rivoluzione basata su un'idea. Tale rivoluzione sarebbe semplicemente la continuazione dell'idea, non una trasformazione radicale. Una rivoluzione fondata su un'idea comporta spargimento di sangue, distruzione, caos. Dal caos non si crea l'ordine; non si può deliberatamente produrre il caos e sperare di cavarne l'ordine. Voi non siete gli inviati da Dio, destinati a creare ordine dalla confusione. È questo un modo falso di pensare, da parte di coloro che intendono creare sempre più confusione, per poter poi portare l'ordine. Poiché, per il momento, detengono il potere, ritengono di conoscere tutti i modi per produrre l'ordine. Vedendo nella sua interezza questa catastrofe – la ripetizione ininterrotta delle guerre, il conflitto senza fine tra le classi, tra i popoli, l'atroce ineguaglianza economica e sociale, ineguaglianza nelle capacità e nei compensi, l'abisso tra chi è straordinariamente felice, imperturbabile, e chi è invece preso nell'odio, nel conflitto, nella miseria – vedendo tutto questo, occorre una rivoluzione, occorre una trasformazione completa, non è così? Questa trasformazione, questa rivoluzione radicale, è uno scopo ultimo, o si verifica di momento in momento? So che a noi piacerebbe fosse lo scopo ultimo, perché è tanto più facile pensare in termini di cose lontane. Quando sarà il momento, alla fine saremo trasformati, alla fine saremo felici, alla fine troveremo la verità; nel frattempo tiriamo avanti. Senza dubbio una mente cosiffatta, che pensa in termini di futuro, è incapace di agire nel presente; perciò una mente cosiffatta non persegue la trasformazione, semplicemente la evita. Che cosa intendiamo per trasformazione? La trasformazione non si verifica nel futuro, non potrà mai verificarsi nel futuro. Potrà verificarsi solo adesso, di momento in momento. Dunque, che cosa intendiamo per trasformazione? Senza dubbio è semplicissimo: vedere il falso come falso e il vero come vero. Vedere la verità nel falso è vedere il falso in ciò che è stato accettato come verità. Vedere il falso come falso ed il vero come verità è trasformazione, poiché quando si vede qualcosa con estrema chiarezza, come verità, tale verità libera. Quando si vede che qualcosa è falso, il falso decade. Quando si vede che le cerimonie sono pure ripetizioni vane, quando se ne scopre la verità e non la si giustifica, vi è trasformazione, non vi pare?, perché un ulteriore legame è scomparso. Quando si vede che la distinzione di classe è falsa, che crea conflitto, miseria, divisione fra la gente, quando se ne vede la verità, questa è trasformazione, non è così? Essendo circondati da tante cose false, percepire la verità di momento in momento è trasformazione. La verità non si accumula. Essa ha luogo di momento in momento. Ciò che si accumula, che è cumulativo, è la memoria, e attraverso la memoria non troverete mai la verità, poiché la memoria appartiene al tempo, essendo il tempo il passato, il presente e il futuro. Il tempo, che è continuità, non potrà mai trovare ciò che è eterno; l'eternità non è continuità. Ciò che dura non è eterno. L'eternità è dell'istante. L'eternità è nell'ora. L'adesso non è il riflesso del passato né la continuazione del passato attraverso il presente fino al futuro. Una mente che desideri una trasformazione nel futuro, o persegua la trasformazione come fine ultimo, non troverà mai la verità; poiché la verità è qualcosa che deve venire di momento in momento, che va continuamente riscoperta; e non vi può essere scoperta mediante l'accumulazione. Come potrete scoprire il nuovo se vi pesa il fardello dell'antico? Soltanto abbandonando quel fardello scoprirete il nuovo. Per scoprire il nuovo, l'eterno nel presente, di momento in momento, occorre una mente straordinariamente vigile, che non persegua un risultato, una mente che non stia divenendo. Una mente che sta divenendo non potrà mai conoscere la beatitudine piena dell'appagamento; non l'appagamento della soddisfazione compiaciuta, non quello di un risultato acquisito, ma quello che nasce quando la mente vede la verità in ciò che è e la falsità in ciò che è. La percezione di tale verità avviene di momento in momento; e tale percezione viene ritardata traducendo il momento in parole. La trasformazione non è un fine, un risultato. La trasformazione non è un risultato. Il risultato implica un residuo, una causa ed un effetto. Dove vi è causa, necessariamente vi è effetto. L'effetto è semplicemente il risultato del vostro desiderio di trasformarvi. Quando desiderate trasformarvi, pensate ancora nei termini del divenire; e ciò che diviene non conoscerà mai ciò che è. La verità è di momento in momento, e la felicità che continua non è felicità. La felicità è quello stato dell'essere che è fuori del tempo. Tale stato fuori del tempo potrà giungere soltanto quando vi sarà un'insoddisfazione straordinaria: non l'insoddisfazione che ha scoperto un canale attraverso il quale evadere, ma quella senza uscita, che non ha evasione, che non persegue più la compiutezza. Soltanto allora, in quella condizione di insoddisfazione suprema, potrà nascere la realtà. Tale realtà non si compra né si vende, né si ripete; non si può racchiuderla in libri. Va trovata di momento in momento, nel sorriso, nella lacrima, sotto la foglia morta, nei pensieri vagabondi, nella pienezza dell'amore. L'amore non è diverso dalla verità. L'amore è quella condizione in cui il processo del pensiero, in quanto tempo, è cessato del tutto. Dove è amore, è trasformazione. Senza amore, la rivoluzione non ha significato, poiché allora la rivoluzione è puramente distruzione, decadimento, una miseria sempre più grande che continua a montare. Dove è amore, è rivoluzione, poiché l'amore è trasformazione di momento in momento.

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