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La ricerca della felicità

La ricerca della felicita Che cosa cerchiamo? Che cos'è quello che cerchiamo di più? Che cos'è quello che ciascuno di noi vuole? Sicuramente è importante scoprirlo. Probabilmente la maggior parte di noi cerca qualche genere di felicità, qualche genere di pace; in un mondo sconvolto dai tormenti, dalle guerre, dalle contese, dalla lotta, vogliamo un rifugio dove ci possa essere pace. Penso che sia quello che la maggior parte di noi vuole. Così ci mettiamo al seguito di qualcuno, passiamo da un leader all'altro, da un'organizzazione religiosa all'altra, da un maestro a un altro. Ora, noi cerchiamo la felicità, oppure cerchiamo una gratificazione di qualche tipo, dalla quale speriamo di derivare la felicità? C'è differenza tra felicità e gratificazione. Si può cercare la felicità? Forse si può trovare una gratificazione ma sicuramente non si può trovare la felicità. La felicità è derivata; è un sottoprodotto di qualcos'altro. Allora, prima di mettere le nostre menti e i nostri cuori su qualcosa che richiede una grande dose di onestà, attenzione, pensiero e cura, non dobbiamo forse scoprire che cos'è che stiamo cercando, se la felicità o la gratificazione? Temo che i più stiano cercando la gratificazione. Vogliamo essere gratificati, alla fine della nostra ricerca vogliamo trovare un senso di pienezza. Dopotutto, se si cerca la pace la si può trovare molto facilmente. Ci si può votare ciecamente a qualche genere di causa, a un'idea, e cercarvi riparo. Sicuramente questo non risolverà il problema. Il semplice rinchiudersi in un'idea circoscritta non è una liberazione dal conflitto. Non dobbiamo allora scoprire che cos'è che ciascuno di noi vuole, sia interiormente sia esteriormente? Se ci chiariamo su questo punto non dobbiamo più andare da nessuna parte, da nessun maestro, in nessuna chiesa, in nessuna organizzazione. Ma la nostra difficoltà è quella di essere chiari con noi stessi nel considerare le nostre intenzioni. Possiamo essere chiari? Questa chiarezza giunge forse con la ricerca, con il tentativo di scoprire che cosa dicono gli altri, dal sommo maestro al semplice predicatore nella chiesa di quartiere? Dovete andare da qualcuno per scoprirlo? Già, è questo che facciamo, non è vero? Leggiamo innumerevoli libri, partecipiamo a molti incontri e discussioni, ci uniamo a varie organizzazioni, tentando così di trovare un rimedio al conflitto, alle pene delle nostre vite. Oppure, se non facciamo nulla di tutto questo pensiamo di avere capito; il che significa che diciamo che una particolare organizzazione, un particolare maestro, un particolare libro ci soddisfano: abbiamo trovato in essi tutto ciò che volevamo, e vi rimaniamo cristallizzati e rinchiusi. In mezzo a tutta questa confusione non cerchiamo forse qualcosa di permanente, qualcosa di durevole, qualcosa che chiamiamo reale? Dio, la verità, o come vi piace: il nome non importa, la parola sicuramente non è la cosa. Perciò non lasciamoci imprigionare dalle parole. Lasciamolo fare ai predicatori di professione. Quasi tutti noi cerchiamo qualcosa di permanente, qualcosa a cui possiamo aggrapparci, qualcosa che ci dia sicurezza, una speranza, un entusiasmo e una certezza durevoli, perché siamo così incerti. Non conosciamo noi stessi. Conosciamo un mucchio di fatti, tutto quello che dicono i libri; ma non conosciamo in prima persona, non abbiamo un'esperienza diretta delle cose. E che cos'è che chiamiamo permanente? Che cos'è che stiamo cercando, che ci darà, o che speriamo potrà darci, la permanenza? Non stiamo forse cercando una felicità durevole, una gratificazione durevole, una certezza durevole? Vogliamo qualcosa che durerà eternamente, che ci gratificherà. Se ci spogliamo di tutte le parole e le frasi e guardiamo realmente le cose, è questo ciò che vogliamo. Vogliamo un piacere permanente, una gratificazione permanente – e chiamiamo questo verità, Dio o tutto quello che volete. Benissimo, noi vogliamo il piacere. Forse la metto in modo particolarmente crudo, ma questo è realmente ciò che vogliamo: una conoscenza che ci darà piacere, un'esperienza che ci darà piacere, una gratificazione che non sfiorirà già domani. Abbiamo sperimentato varie gratificazioni, tutte svanite; e adesso speriamo di scoprire una gratificazione permanente nella realtà, in Dio. Sicuramente è questo che tutti cerchiamo, gli intelligenti come gli stupidi, il teorico e la persona concreta che lotta per ottenere qualcosa. E questa sarebbe una gratificazione permanente? C'è qualcosa che durerà? Ora, se cercate una gratificazione permanente, dovete sicuramente comprendere che cos'è che state cercando, non è vero? Quando dite: «Sto cercando la felicità permanente» – Dio o la verità, o quello che volete voi – non dovete forse anche comprendere l'entità cercante, l'indagatore, colui che cerca? Perché potrebbe anche non esistere affatto una sicurezza permanente, una felicità permanente. La verità potrebbe essere qualcosa di interamente differente; e penso che sia profondamente differente da ciò che potete vedere, concepire, formulare. Perciò, ovviamente, prima di cercare qualcosa di permanente, non è forse necessario comprendere colui che cerca? Colui che cerca è forse differente dalla cosa da lui cercata? Quando dite: «Sto cercando la felicità», colui che cerca è differente dall'oggetto della sua ricerca? Il pensatore è differente dal pensiero? Non sono forse un fenomeno congiunto, anziché dei processi separati? Quindi è essenziale comprendere colui che cerca, prima di tentare di scoprire ciò che sta cercando. Quindi dobbiamo venire al dunque quando domandiamo a noi stessi, in modo realmente sincero e profondo, se la pace, la felicità, la realtà, Dio, o quello che volete voi possano darsi a noi grazie a qualcuno. Può questa incessante ricerca, questa smania, darci quello straordinario senso di realtà, quell'essere creativo, che si produce quando comprendiamo realmente noi stessi? La conoscenza di sé giunge con la ricerca, seguendo qualcuno, con l'appartenenza a qualche particolare organizzazione, leggendo libri e così via? Dopotutto è questa la questione principale – non è vero? –, cioè che fino a quando non comprendo me stesso, non ho basi per il mio pensiero e tutta la mia ricerca sarà vana. Posso rifugiarmi nell'illusione, posso sfuggire alla contesa, al conflitto, alla lotta; posso adorare qualcuno; posso andare in cerca della mia salvezza per il tramite di qualcuno. Ma finché sono ignorante riguardo a me stesso, finché sono inconsapevole del mio processo complessivo, non ho basi per il pensiero, per i sentimenti, per l'azione. Però questa è l'ultima cosa che vogliamo: conoscere noi stessi. Eppure è il solo fondamento sul quale possiamo costruire. Prima di poter costruire, prima di poter trasformare, prima di poter condannare o distruggere, dobbiamo conoscere quello che siamo. Se siamo meschini, gelosi, vani, avidi, questo è ciò che creiamo intorno a noi, questa è la società nella quale viviamo. Mi sembra che prima di poter intraprendere un viaggio per trovare la realtà, per trovare Dio, prima di poter agire, prima di poter avere qualsiasi relazione con qualcun altro (la società è questo) sia essenziale che iniziamo a comprendere noi stessi. Penso che la persona più onesta è quella preoccupata prima di tutto di questo e non di come arrivare a un particolare obiettivo, perché se non comprendiamo noi stessi, come possiamo, agendo, provocare una trasformazione nella società, nelle relazioni, in qualsiasi cosa facciamo? E non significa, ovviamente, che la conoscenza di sé sia opposta alle relazioni, o separata da esse. Non significa, ovviamente, enfatizzare l'individuo, l'io, in quanto opposto alla massa, in quanto opposto a un altro. Ora, se non conoscete voi stessi, se non conoscete il vostro modo di pensare e perché pensate certe cose, se non conoscete il contesto dei vostri condizionamenti e perché avete certe credenze riguardo all'arte e alla religione, riguardo al vostro paese e ai vostri vicini e riguardo a voi stessi, come potete pensare autenticamente riguardo a qualcosa? Se non conoscete il vostro contesto, se non conoscete la sostanza del vostro pensiero e da dove proviene, sicuramente la vostra ricerca è profondamente futile e il vostro agire non ha significato. Prima di poter scoprire qual è il fine ultimo della vita, che cosa significa complessivamente – le guerre, gli antagonismi nazionali, i conflitti, l'intero bailamme dell'esistenza – dobbiamo iniziare da noi stessi, non è vero? Suona così semplice, ma è estremamente difficile. Per seguire se stessi, per vedere come operano i propri pensieri, bisogna essere straordinariamente presenti, così che, essendo sempre più attenti ai grovigli del proprio pensiero, alle reazioni e ai sentimenti, si comincia ad avere una maggiore consapevolezza, non soltanto di se stessi, ma anche dell'altro con cui siamo in relazione. Conoscere se stessi significa studiare se stessi in azione, e questo è relazione. La difficoltà consiste nel fatto che siamo molto impazienti; vogliamo fare progressi, vogliamo raggiungere un fine, e così non abbiamo né il tempo né l'occasione di concedere a noi stessi l'opportunità di studiare, di osservare. Alternativamente ci siamo impegnati in diverse attività – guadagnarci da vivere, crescere i figli – o abbiamo accettato responsabilità in varie organizzazioni; ci siamo talmente impegnati in molti modi che abbiamo a malapena un pò di tempo per riflettere su noi stessi, per osservare, per studiare. Così in realtà la responsabilità della reazione dipende da noi, non dagli altri. Seguire in giro per tutto il mondo i guru e i loro sistemi, leggere gli ultimi libri su questo e quello, e così via, mi sembra una cosa profondamente vacua, profondamente futile, perché potete vagare per tutto il pianeta ma dovete poi tornare a voi stessi. E siccome i più tra noi sono totalmente inconsapevoli di se stessi, è estremamente difficile iniziare a vedere chiaramente i processi del nostro pensiero, dei sentimenti e dell'azione. Quanto più conoscete voi stessi, tanto più c'è chiarezza. La conoscenza di sé non ha mai fine – non giungerete a un risultato, non arriverete a una conclusione. È un fiume infinito: man mano che lo si studia, man mano che ci si addentra sempre di più si trova la pace. Soltanto quando la mente è tranquilla – con la conoscenza di sé e non con una disciplina autoimposta –, solo allora, in quella tranquillità, in quel silenzio, si può attingere alla realtà. Solo allora può esserci beatitudine, può esserci azione creativa. E a me sembra che senza questa comprensione, senza questa esperienza, il semplice leggere libri, partecipare alle discussioni e fare propaganda, sia molto infantile, null'altro che un'attività senza gran significato; invece se si è capaci di comprendere se stessi, e quindi di provocare quella felicità creativa, quello sperimentare qualcosa che non appartiene alla mente, forse allora potrà esserci una trasformazione nelle nostre relazioni immediate e nel mondo in cui viviamo. L'individuo e la società II problema col quale la maggior parte di noi si confronta è se l'individuo sia soltanto lo strumento oppure il fine della società. Voi e io in quanto individui dobbiamo forse essere usati, diretti, educati, controllati, resi conformi a un certo modello dalla società e dal governo, oppure la società, lo Stato, esistono per l'individuo? L'individuo è il fine della società o è soltanto una marionetta a cui insegnare, che va sfruttata e mandata al macello come strumento di guerra? Questo è il problema con il quale la maggior parte di noi si confronta. Questo è il problema del mondo: se l'individuo sia soltanto uno strumento della società, un giocattolo che le diverse influenze modellano, o se la società esista per l'individuo. Come potete scoprire la soluzione? È un problema di vitale importanza, non è vero? Se l'individuo è semplicemente uno strumento della società, allora la società è molto più importante dell'individuo. Se questo è vero, allora noi dobbiamo mettere da parte la nostra individualità e lavorare per la società; tutto il nostro sistema educativo deve essere interamente rivoluzionato e l'individuo trasformato in uno strumento da usarsi e distruggere. Ma se la società esiste per l'individuo, allora la funzione della società non è di conformarlo a qualche modello ma di dargli il sentimento, la brama di libertà. Perciò dobbiamo scoprire quale delle due opzioni è falsa. Come indaghereste questo problema? Non dipende da nessuna ideologia, né di destra né di sinistra; e se dipende da un'ideologia, allora è soltanto una questione di opinione. Le idee generano sempre inimicizia, confusione, conflitto. Se dipendete dai libri di sinistra o di destra o dai libri sacri, allora dipendete dalla semplice opinione sia essa quella di Buddha, di Cristo, del capitalismo, del comunismo e di tutto quello che volete voi. Sono idee, non la verità. Un fatto non può mai essere negato. L'opinione sui fatti può essere negata. Se possiamo scoprire qual è la verità del problema dobbiamo essere capaci di agire indipendentemente dall'opinione. E allora non è forse necessario rigettare ciò che altri hanno detto? L'opinione della sinistra o di altri leader è il prodotto dei loro condizionamenti, perciò se per le vostre scoperte dipendete da ciò che si trova nei libri, siete soltanto vincolati all'opinione. Questa non è conoscenza. Come si può scoprire la verità di tutto ciò? Infatti agiremo in base a questo. Per scoprire la verità è necessaria la libertà da ogni propaganda, il che significa essere capaci di guardare il problema indipendentemente dall'opinione. Il compito complessivo dell'educazione è quello di risvegliare l'individuo. Per vedere la verità di ciò, dovrete essere molto lucidi, il che significa che non potete dipendere da un leader. Quando scegliete un leader lo fate per la vostra confusione, e così anche i vostri leader sono confusi, e questo è quello che accade nel mondo. Perciò non potete guardare ai vostri leader per avere una guida o un aiuto. Una mente che desidera comprendere un problema non deve soltanto comprenderlo completamente, integralmente, ma deve essere capace di seguirlo con prontezza, perché il problema non è mai statico. Il problema è sempre nuovo, che si tratti di un problema di penuria di risorse o di un problema psicologico, o di qualsiasi altro problema. Ogni crisi è sempre nuova; perciò, per capirla, una mente deve essere fresca, lucida e pronta rispetto ai suoi obiettivi. Penso che la maggior parte di noi comprenda l'urgenza di una rivoluzione interiore, la quale soltanto può provocare una radicale trasformazione dell'esterno, della società. Questo è il problema di cui io stesso e tutte le persone seriamente intenzionate ci siamo occupati: come provocare una fondamentale, radicale, trasformazione nella società; e questa trasformazione esterna non può avvenire senza una rivoluzione interiore. Siccome la società è sempre statica, ogni azione, ogni riforma, compiuta senza tale rivoluzione interiore diventa ugualmente statica; perciò non c'è speranza senza quella costante rivoluzione interiore, poiché senza di essa l'azione esteriore diventa ripetitiva, abituale. La società è il risultato della relazione fra voi e gli altri, fra voi e me; ma la società diventa statica, non ha la facoltà di dare la vita, se non c'è quella costante rivoluzione interiore, una trasformazione psicologica, creativa; ed è perché non c'è questa costante rivoluzione interiore che la società diventa sempre statica, cristallizzata, e perciò deve incessantemente essere sconvolta. Qual è la relazione tra voi stessi e l'infelicità, la confusione, dentro e fuori di voi? Sicuramente questa confusione, questa infelicità non si producono da sole. Le abbiamo create voi e io, non una società capitalista, non una comunista, non una fascista, ma le abbiamo create voi e io, nella nostra relazione gli uni con gli altri. Ciò che siete dentro di voi si è proiettato al di fuori, nel mondo; quello che siete, quello che pensate e quello che sentite, quello che fate nella vostra esistenza quotidiana, si proietta esteriormente, e questo costituisci il mondo. Se siamo infelici, confusi, caotici interiormente, tutto questo per proiezione diventa il mondo, diventa la società, perché la società è la relazione fra voi e me, fra me e un altro – e se la nostra relazione è confusa, egocentrica, ristretta, limitata, circoscritta alla nazione, noi proiettiamo questo e portiamo il caos nel mondo. Quello che voi siete, il mondo è. Perciò il vostro problema è il problema del mondo. Sicuramente questa è una semplice verità basilare, non è vero? Nella nostra relazione con uno o con molti sembriamo in qualche modo lasciarci sempre sfuggire questo punto. Vogliamo produrre l'alterazione attraverso un sistema o con la rivoluzione delle idee o dei valori basati su un sistema, dimenticando che siamo voi e io che creiamo la società, che produciamo confusione oppure ordine a seconda del modo in cui viviamo. Così dobbiamo incominciare vicino a noi, il che vuol dire che dobbiamo preoccuparci della nostra esistenza quotidiana, dei nostri pensieri, sentimenti e azioni quotidiane, che si rivelano nel modo in cui ci guadagniamo da vivere e nelle nostre relazioni con le idee o le credenze. La nostra esistenza quotidiana è questo, no? Ci preoccupiamo di guadagnarci da vivere, trovare lavoro, accumulare denaro; ci preoccupiamo delle relazioni con la nostra famiglia o con i nostri vicini, e ci preoccupiamo delle idee e delle credenze. Ora, se esaminiamo la nostra occupazione, essa è fondamentalmente basata sull'invidia, e non è soltanto un mezzo per guadagnarci da vivere. La società è così, è un processo di conflitto costante, di costante divenire; è basata sull'avidità, sull'invidia per il proprio superiore: il commesso vuole diventare direttore, il che dimostra che non è soltanto preoccupato di guadagnarsi da vivere, ma di acquisire posizione e prestigio. Questa attitudine naturalmente produce rovina nella società, nelle relazioni; ma se voi e io fossimo soltanto preoccupati di guadagnarci da vivere scopriremmo necessariamente il mezzo giusto per farlo, un mezzo non basato sull'invidia. L'invidia è uno dei fattori più distruttivi nelle relazioni perché è indice del desiderio di potere, di una posizione sociale, e in ultima istanza conduce alla politica; le due cose sono strettamente collegate. Il commesso, quando cerca di diventare direttore, diventa un fattore della creazione della politica della forza, che porta alla guerra; così egli è direttamente responsabile della guerra. Su che cosa si basano le nostre relazioni? Le relazioni fra te e me, fra te e gli altri – la società è questo – su che cosa si basano? Sicuramente non sull'amore, anche se noi ne parliamo. Non si basano sull'amore perché se ci fosse amore, fra te e me ci sarebbe ordine, ci sarebbe pace, felicità. Ma in questa relazione fra te e me c'è una gran dose di malevolenza che assume la forma del rispetto. Se fossimo entrambi equi nei pensieri, nei sentimenti, non ci sarebbe rispetto, non ci sarebbe malevolenza, perché saremmo due individui che si incontrano, non come discepolo e maestro, non come il marito che domina la moglie, non come la moglie che domina il marito. Quando c'è malevolenza c'è un desiderio di dominio che alimenta la gelosia, la rabbia, la passione, e tutto questo crea nella nostra relazione un conflitto costante al quale tentiamo di sfuggire, il che produce ulteriore caos e ulteriore infelicità. Ora, riguardo alle idee che fanno parte della nostra esistenza quotidiana, le fedi e le loro formulazioni non distorcono forse le nostre menti? Che cos'è la stupidità? La stupidità è dare valori sbagliati alle cose create dalla mente o alle cose prodotte dalle mani. La maggior parte dei nostri pensieri scaturisce dall'istinto di autoprotezione, non è vero? Le nostre idee, o molte di esse, non ricevono forse un significato errato, che non hanno in se stesse? Perciò quando crediamo in una qualsiasi forma religiosa, economica o sociale, quando crediamo in Dio, nelle idee, in un sistema sociale che separa l'uomo dall'uomo, nel nazionalismo e così via, sicuramente stiamo dando un significato errato alla fede, il che indica stupidità, perché la fede divide le persone. Così vediamo che a seconda del modo in cui viviamo possiamo produrre ordine o caos, pace o conflitto, felicità o infelicità. Perciò il nostro problema non è forse se possa esistere una società che è statica e allo stesso tempo un individuo nel quale avvenga questa rivoluzione costante? In altre parole, la rivoluzione nella società deve iniziare con la trasformazione interiore, psicologica, dell'individuo. La maggior parte di noi vuole vedere una trasformazione radicale nella struttura sociale. Ecco la battaglia globale che va avanti nel mondo – per provocare una rivoluzione sociale con i mezzi dei comunisti o con qualsiasi altro mezzo. Ora, se c'è una rivoluzione sociale – ossia, un'azione relativa alla struttura esteriore dell'uomo –, per quanto radicale possa essere questa rivoluzione la sua vera natura è statica se non c'è la rivoluzione interiore dell'individuo, se non c'è trasformazione psicologica. Perciò, per produrre una società che non sia ripetitiva, statica, in disgregazione, una società che sia costantemente viva, è imperativo che ci debba essere una rivoluzione nella struttura psicologica dell'individuo, perché senza rivoluzione interiore, psicologica, la semplice trasformazione dell'esterno ha pochissimo significato. La società si cristallizza sempre, diventa statica, e perciò è sempre in via di disgregazione. Per quante leggi si possano promulgare, e per quanto sagge esse siano, la società è sempre in un processo di decadenza, perché la rivoluzione deve avvenire interiormente, non soltanto esteriormente. Penso che sia importante comprendere questo e non passarci sopra. L'azione esteriore, quando è stata compiuta, è finita, statica; se la relazione tra individui – ossia la società – non è il prodotto di una rivoluzione interiore, allora la struttura della società, essendo statica, assorbe l'individuo e lo rende ugualmente statico, ripetitivo. Se si comprende questo, se si comprende lo straordinario significato di questo fatto, non ci può più essere nessuna questione di accordo o disaccordo. È un fatto che questa società è sempre in via di cristallizzazione e di assorbimento dell'individuo, e questa costante rivoluzione creativa può avvenire soltanto nell'individuo, non nella società, non all'esterno. Ciò significa che la rivoluzione creativa può avvenire soltanto nelle relazioni individuali, ossia nella società. Vediamo come la struttura della società attuale, in India, in Europa, in America, in ogni parte del mondo, si stia rapidamente disintegrando; e questo lo vediamo nell'ambito delle nostre stesse vite. Possiamo osservarlo camminando per le strade. Non abbiamo bisogno di grandi storici per comunicarci la verità del fatto che la nostra società sta cadendo in rovina; e non abbiamo bisogno di nuovi architetti, nuovi costruttori, per creare una nuova società. La struttura deve essere costruita su nuove fondamenta, su nuovi fatti e valori. Tali architetti non esistono ancora. Non ci sono costruttori, e non c'è nessuno che, osservando, diventando consapevole del fatto che la struttura sta collassando, stia trasformando se stesso in architetto. Questo è il nostro problema. Vediamo la società cadere in rovina e disgregarsi; e siamo noi, voi e io, che dobbiamo essere gli architetti. Voi e io dobbiamo riscoprire i valori e costruire su fondamenta più solide e durature; perché se confidiamo negli architetti di professione, i costruttori politici e religiosi, ci ritroveremo precisamente nella stessa posizione di prima. Siccome voi e io non siamo creativi abbiamo ridotto la società a questo caos, perciò voi e io dobbiamo essere creativi perché il problema è urgente; voi e io dobbiamo essere consapevoli delle cause del collasso della società e dobbiamo creare una nuova struttura basata non sulla semplice imitazione, ma sulla nostra comprensione creativa. Ora, questo non implica forse pensare per negazione? Pensare per negazione è la forma più alta di comprensione. Ossia, per comprendere che cos'è il pensare creativo dobbiamo affrontare il problema per via negativa, perché un approccio positivo al problema – voi e io dobbiamo diventare creativi per poter costruire una nuova struttura della società – sarebbe un'imitazione. Per comprendere ciò che sta andando in rovina dobbiamo analizzarlo, esaminarlo per via negativa, non con un sistema positivo, una formula positiva, una conclusione positiva. Perché la società va in rovina e collassa, come sta certamente accadendo? Una delle ragioni fondamentali è che gli individui – voi! – hanno cessato di essere creativi. Spiego meglio che cosa intendo. Voi e io siamo diventati imitativi, riproduciamo l'esistente sia esteriormente che interiormente. Esteriormente, quando stiamo imparando una tecnica, quando comunichiamo gli uni con gli altri sul piano verbale, naturalmente deve esserci una qualche imitazione o riproduzione. Io riproduco parole esistenti. Per diventare un ingegnere devo prima imparare la tecnica, poi usare la tecnica per costruire un ponte. Nella tecnica esteriore ci deve essere una certa dose di imitazione, di riproduzione dell'esistente, ma quando c'è imitazione interiore, psicologica, sicuramente cessiamo di essere creativi. La nostra educazione, la nostra struttura sociale, la nostra cosiddetta vita religiosa, sono tutte basate sull'imitazione; ossia, mi adatto a una particolare formula sociale o religiosa. Ho cessato di essere un individuo reale; psicologicamente sono diventato una semplice macchina ripetitiva con certe risposte condizionate, siano quelle degli induisti, dei cristiani, dei buddhisti, dei tedeschi o degli inglesi. Le nostre risposte sono condizionate dal modello della società, orientale o occidentale, religiosa o materialistica. Perciò una delle cause fondamentali della disgregazione della società è l'imitazione, e uno dei fattori di disgregazione è il leader, la cui essenza è l'imitazione. Per comprendere la natura della società che si disgrega non è forse importante indagare se voi e io, gli individui, possiamo essere creativi? Riusciamo a capire che quando c'è imitazione ci sarà disgregazione; quando c'è autorità ci sarà riproduzione dell'esistente. E poiché l'intera nostra costituzione mentale e psicologica si basa sull'autorità, per essere creativi bisogna essere liberi dall'autorità. Non avete notato che nei momenti di creatività, quei momenti piuttosto felici di interesse vitale, non c'è nessun senso di ripetizione, nessun senso di riproduzione dell'esistente? Simili momenti sono sempre nuovi, freschi, creativi, felici. Così capiamo che una delle cause fondamentali di disgregazione della società è la riproduzione dell'esistente, ossia l'adorazione dell'autorità. Conoscenza di sé I problemi del mondo sono così colossali, così complessi, che per capirli e quindi risolverli li si deve affrontare in modo semplice e diretto; e la semplicità, l'essere diretti, non dipende da circostanze esteriori e nemmeno dai nostri particolari pregiudizi e stati d'animo. La soluzione non va trovata nelle conferenze, nei programmi o nella sostituzione dei vecchi leader con nuovi e così via. La soluzione ovviamente risiede in colui che crea il problema, in colui che crea il male, l'odio e l'enorme incomprensione che c'è fra gli esseri umani. Colui che crea questo male, colui che crea questi problemi, è l'individuo, ossia voi e io, non il mondo come noi lo pensiamo. Il mondo è la tua relazione con gli altri. Il mondo non è qualcosa di separato da voi e da me; il mondo, la società, è la relazione che noi stabiliamo o cerchiamo di stabilire gli uni con gli altri. Perciò voi e io siamo il problema, e non il mondo, perché il mondo è la proiezione di noi stessi e per capire il mondo dobbiamo capire noi stessi. Il mondo non è separato da noi, noi siamo il mondo e i nostri problemi sono i problemi del mondo. Non lo si ripete mai abbastanza, perché siamo di mentalità così indolente da pensare che i problemi del mondo non siano affare nostro, e che debbano essere risolti dalle Nazioni Unite o sostituendo nuovi leader ai vecchi. È una mentalità davvero ottusa quella che procede così, perché siamo noi i responsabili di questa spaventosa infelicità e confusione nel mondo, di questa guerra sempre incombente. Per trasformare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi, e quello che è importante nel cominciare da noi stessi è l'intenzione. L'intenzione deve essere quella di comprendere noi stessi e di non lasciare ad altri il compito di trasformare se stessi o di provocare un cambiamento attraverso la rivoluzione, sia essa di sinistra o di destra. È importante comprendere che è una nostra responsabilità, vostra e mia; perché, per quanto piccolo possa essere il mondo in cui viviamo, se possiamo trasformare noi stessi, assumere un punto di vista radicalmente differente nella nostra esistenza quotidiana, allora forse influiremo sul mondo in generale, sulle relazioni allargate agli altri. Perciò tenteremo di scoprire noi stessi il processo del comprendere, che non è un processo di isolamento. Non è un ritirarsi dal mondo, perché non si può vivere nell'isolamento. Essere è essere in relazione, e non è pensabile vivere in isolamento. È la mancanza di corrette relazioni che provoca conflitti, infelicità e contese; per quanto piccolo possa essere il nostro mondo, se possiamo trasformare le nostre relazioni in questo mondo limitato sarà come un'onda che si estende continuamente all'esterno. Penso che sia importante capire questo punto: il mondo è costituito dalle nostre relazioni, per quanto limitate; e se possiamo provocare qui una trasformazione – non una trasformazione superficiale ma radicale – allora inizieremo attivamente a trasformare il mondo. L'autentica rivoluzione non si accorda a nessun modello particolare, di destra o di sinistra, ma è una rivoluzione dei valori, una rivoluzione dai valori materiali a valori che non sono materiali o creati da influenze ambientali. Per trovare questi valori autentici che provocheranno una rivoluzione radicale, una trasformazione o una rigenerazione, è essenziale comprendere se stessi. La conoscenza di sé è l'inizio della saggezza e perciò l'inizio della trasformazione o della rigenerazione. Per comprendere se stessi ci deve essere l'intenzione di comprendere – ed è lì che sorgono le nostre difficoltà. Sebbene la maggior parte di noi sia insoddisfatta, e desideri provocare un cambiamento improvviso, la nostra insoddisfazione è canalizzata soltanto per ottenere un certo risultato; essendo insoddisfatti noi cerchiamo un lavoro differente o semplicemente soccombiamo all'ambiente. L'insoddisfazione, anziché infiammarci, facendoci indagare la vita e il processo complessivo dell'esistenza, viene canalizzata in un'unica direzione ed è per questo che diventiamo mediocri, perdiamo quell'intensa spinta a scoprire il significato complessivo dell'esistenza. Quindi è importante scoprire queste cose da soli, perché la conoscenza di sé non ci può essere data dagli altri, non la si può trovare in nessun libro. Dobbiamo scoprirla, e per scoprirla ci deve essere l'intenzione, la ricerca, l'indagine. Fintanto che quell'intenzione di scoprire, di indagare a fondo, è debole o inesistente, la semplice affermazione o il desiderio episodico di scoprire qualcosa su se stessi ha pochissimo significato. Quindi la trasformazione del mondo è provocata dalla trasformazione di sé, perché il sé è il prodotto dell'esistenza umana e parte del suo processo totale. Per trasformare se stessi, la conoscenza di sé è essenziale; se non si sa che cosa si è non ci sono basi per il pensiero corretto, e se non si conosce se stessi non ci può essere trasformazione. Bisogna conoscersi come si è, non come si vorrebbe essere, il che è semplicemente un ideale e quindi fittizio, irreale; soltanto ciò che è può essere trasformato, non quello che vorreste che fosse. Conoscersi per come si è richiede una straordinaria vigilanza della mente, perché ciò che è è costantemente in trasformazione, in mutamento, e per seguirlo prontamente la mente non deve essere impacciata da nessun dogma o fede particolare, da nessun particolare modello d'azione. Se volete seguire qualsiasi cosa, non è bene essere impacciati. Per conoscere se stessi ci deve essere la consapevolezza, la presenza mentale nella quale risiede la libertà da tutte le fedi, da tutte le idealizzazioni, perché le fedi e gli ideali vi danno soltanto un colore, pervertendo la vera percezione. Se volete sapere che cosa siete, non potete immaginare o avere fede in qualcosa che non siete. Se sono avido, invidioso e violento, avere soltanto l'ideale della non-violenza e della non-avidità non ha molto valore. Ma sapere di essere avidi o violenti, saperlo e comprenderlo, richiede una capacità di percezione straordinaria. Richiede onestà, chiarezza di pensiero, mentre perseguire un ideale senza badare a ciò che si è è una fuga; vi impedisce di scoprire e agire direttamente su quello che siete. La comprensione senza distorsioni di ciò che siete, qualunque cosa siate – brutti o belli, malvagi o disonesti –, è l'inizio della virtù. La virtù è essenziale, perché dà la libertà. È soltanto nella virtù che potete scoprire, potete vivere, non coltivando una virtù, cosa che provoca semplicemente rispettabilità. C'è una differenza tra l'essere virtuosi e il diventare virtuosi. L'essere virtuosi giunge attraverso la comprensione di ciò che è,mentre il diventare virtuosi è un differire, un celare ciò che è con ciò che vorreste che fosse. Perciò nel diventare virtuosi voi evitate di agire direttamente su ciò che è. Questo processo consistente nell'evitare ciò che è coltivando l'ideale è considerato virtuoso; ma se guardate da vicino e direttamente vedrete che non è nulla del genere. È soltanto un differimento dell'affrontare ciò che è. Virtù non è il divenire di ciò che non è; virtù è la comprensione di ciò che è e quindi la libertà da ciò che è. La virtù è essenziale in una società che si sta rapidamente disgregando. Al fine di creare un nuovo mondo, una nuova struttura separata dal vecchio, ci deve essere libertà di scoprire; e per essere liberi ci deve essere virtù, perché senza virtù non c'è libertà. L'uomo immorale che lotta per diventare virtuoso può mai conoscere la virtù? L'uomo che non è morale non può mai essere libero, e perciò non può mai scoprire che cos'è la realtà. La realtà può essere trovata soltanto nel comprendere ciò che è;e per comprendere ciò che è,ci deve essere libertà, libertà dalla paura di ciò che è. Per comprendere questo processo ci deve essere l'intenzione di conoscere ciò che è,di seguire ogni pensiero, sentimento e azione; e comprendere ciò che è è estremamente difficile, perché ciò che è non è mai quieto, statico, bensì sempre in movimento. Ciò che è è ciò che siete voi, non ciò che vorreste essere; non è l'ideale, perché l'ideale è fittizio, ma è realmente ciò che voi fate, pensate e sentite, istante per istante. La realtà è questo. Ogni altra azione, ogni ideale o azione ideologica, non è reale; è soltanto un voto, un desiderio fittizio di essere altro da ciò che è. Comprendere ciò che è richiede uno stato della mente nel quale non c'è identificazione o condanna, il che significa una mente che è vigile eppure passiva. Ci troviamo in tale stato quando desideriamo realmente comprendere qualcosa; quando c'è l'intensità dell'interesse si produce quello stato della mente. Quando si è interessati a comprendere ciò che è non si ha bisogno di forzare, disciplinare o controllare lo stato reale della mente; al contrario, c'è una passività vigile, c'è presenza mentale. Questo stato di consapevolezza giunge quando c'è interesse e intenzione di comprendere. La comprensione fondamentale di sé non giunge attraverso la conoscenza o attraverso l'accumulazione di esperienze, che è semplicemente un coltivare la memoria. La comprensione di sé avviene istante per istante; se accumuliamo soltanto conoscenza di noi stessi, quella stessa conoscenza ci impedisce un'ulteriore comprensione, perché la conoscenza accumulata e l'esperienza diventano il centro attraverso il quale il pensiero si concentra e trova il proprio essere. Il mondo non è differente da noi e dalle nostre attività, perché è ciò che noi siamo che crea i problemi del mondo; la difficoltà per la maggior parte di noi è che non conosciamo noi stessi direttamente ma cerchiamo un sistema, un metodo, un mezzo per operare e con il quale risolvere i numerosi problemi umani. Ora, esiste un mezzo, un sistema, per conoscere se stessi? Ogni persona intelligente, ogni filosofo, può inventare un sistema, un metodo; ma sicuramente seguire un sistema produrrà soltanto un risultato creato da quel sistema. Se seguo un metodo particolare di conoscenza di me stesso, allora non potrò che avere il risultato reso necessario da quel sistema; ma il risultato ovviamente non sarà la comprensione di me stesso. Ossia, seguendo un metodo, un sistema, un mezzo attraverso il quale conoscere me stesso, io do forma secondo un modello al mio pensare, alle mie attività; ma seguire un modello non è comprendere se stessi. Dunque non c'è metodo per la conoscenza di sé. Cercare un metodo implica invariabilmente il desiderio di ottenere qualche risultato – e questo è quello che tutti noi vogliamo. Seguiamo l'autorità, che se non è quella di una persona è quella di un sistema o di un'ideologia – perché vogliamo un risultato che dia soddisfazione, che ci dia sicurezza. Non vogliamo realmente comprendere noi stessi, i nostri impulsi e le nostre reazioni, il processo complessivo del nostro pensiero, quello conscio come quello inconscio; piuttosto vorremmo seguire un sistema che ci garantisca un risultato. Ma la ricerca di un sistema è invariabilmente il prodotto del nostro desiderio di sicurezza, di certezza, e il risultato ovviamente non è la comprensione di noi stessi. Quando seguiamo un metodo dobbiamo avere delle autorità – l'insegnante, il guru, il Salvatore, il Maestro – che ci garantiranno quello che desideriamo; e sicuramente questa non è la via della conoscenza di sé. L'autorità impedisce la comprensione di se stessi – non è vero? Sotto la protezione di un'autorità, di una guida, potete avere un temporaneo senso di sicurezza, un senso di benessere, ma quella non è la comprensione del proprio processo complessivo. L'autorità, nella sua natura autentica, impedisce la piena consapevolezza di sé e quindi in ultima istanza distrugge la libertà: soltanto nella libertà ci può essere creatività. E ci può essere creatività soltanto con la conoscenza di sé. La maggior parte di noi non è creativa: siamo macchine ripetitive, semplici nastri registrati che riproducono continuamente certe canzoni trite, certe conclusioni e certi ricordi, siano i nostri o quelli di altri. Tale ripetere non è essere creativi – però è quello che noi vogliamo. Poiché vogliamo essere sicuri interiormente, siamo costantemente in cerca di metodi e mezzi per trovare questa sicurezza, e perciò creiamo l'autorità, l'adorazione di qualcuno, il che distrugge la comprensione, quella spontanea tranquillità della mente nella quale soltanto ci può essere uno stato di creatività. Sicuramente la nostra difficoltà consiste nel fatto che la maggior parte di noi ha perduto questo senso della creatività. Essere creativi non significa che dobbiamo dipingere quadri o scrivere poesie e diventare famosi. Questa non è creatività ma soltanto la capacità di esprimere un'idea, che il pubblico applaude o rigetta. La capacità creativa e la creatività non vanno confuse. La capacità creativa non è creatività. La creatività è uno stato dell'essere molto differente. È uno stato nel quale il sé è assente, nel quale la mente non è più il centro delle nostre esperienze, delle nostre ambizioni, delle nostre mire e dei nostri desideri. La creatività non è uno stato continuo, è nuova istante per istante, è un movimento nel quale non c'è «io» né «mio», nel quale il pensiero non è focalizzato su nessuna particolare esperienza, ambizione, successo, proposito e movente. È solo quando non c'è il sé che ci può essere creatività – quello stato dell'essere nel quale soltanto può esserci la realtà, creatrice di tutte le cose. Ma quello stato non può essere concepito o immaginato, non può essere formulato o copiato, non può essere raggiunto attraverso nessun sistema, attraverso nessuna filosofia, attraverso nessuna disciplina; al contrario, esso si produce solo mediante la comprensione del proprio processo complessivo. La comprensione di sé non è un risultato, il culmine di un processo; è vedere se stessi istante per istante nello specchio delle relazioni – la propria relazione con la proprietà, con le cose, con le persone e con le idee. Ma troviamo difficile essere mentalmente presenti, essere desti, e preferiamo rendere ottuse le nostre menti seguendo un metodo, accettando l'autorità, le superstizioni e le teorie gratificanti; perciò le nostre menti diventano stanche, esauste e insensibili. Una simile mente non può trovarsi in uno stato di creatività. Quello stato di creatività giunge soltanto quando il sé, che è il processo di cognizione e accumulazione, cessa di essere; perché, dopotutto, la coscienza in quanto «io» è il centro della cognizione, e la cognizione è soltanto il processo di accumulazione dell'esperienza. Ma siamo tutti spaventati di non essere nulla, perché noi tutti vogliamo essere qualcosa. Il piccolo uomo vuole essere un grande uomo, l'uomo non virtuoso vuole essere virtuoso, i deboli e gli oscuri bramano il potere, la posizione e l'autorità. Questa è l'incessante attività della mente. Una simile mente non può essere tranquilla e perciò non può mai comprendere lo stato di creatività. Per trasformare il mondo intorno a noi, con la sua infelicità, le guerre, la disoccupazione, l'inedia e l'assoluta confusione, ci deve essere una trasformazione in noi stessi. La rivoluzione deve cominciare da noi stessi – ma non in accordo con qualche fede o ideologia, perché ovviamente la rivoluzione basata su un'idea o conforme a un modello particolare non è affatto una rivoluzione. Per provocare una fondamentale rivoluzione in se stessi si deve comprendere il processo complessivo dei propri pensieri e sentimenti nell'ambito della relazione. Questa è la sola soluzione a tutti i nostri problemi: non avere più discipline, fedi, ideologie né maestri. Se possiamo comprendere noi stessi, così come siamo, istante per istante, evitando il processo di accumulazione, allora riusciremo a capire come possa giungere una tranquillità non immaginata né coltivata; e soltanto in quello stato di tranquillità ci può essere creatività. Azione e idea Mi piacerebbe discutere il problema dell'azione. All'inizio ciò potrebbe sembrare molto astruso e difficile, ma spero che pensandoci bene saremo capaci di vedere chiaramente la questione, perché la nostra intera esistenza, la nostra intera vita, è un processo attivo. La maggior parte di noi vive in una serie di azioni, apparentemente irrelate, disgiunte, che conducono alla disgregazione, alla frustrazione. È un problema che riguarda ognuno di noi, perché viviamo di azione e senza azione non c'è vita, non c'è esperienza, non c'è pensiero. Il pensiero è azione; e perseguire semplicemente l'azione a un particolare livello di coscienza, periferico, essere soltanto prigionieri dell'azione esteriore senza comprendere il processo complessivo dell'azione stessa ci condurrà inevitabilmente alla frustrazione, all'infelicità. La nostra vita è una serie di azioni o di processi di azione a differenti livelli di coscienza. La coscienza è esperire, nominare e registrare. Ossia, la coscienza è prima stimolo e risposta, vale a dire esperienza, poi definizione o denominazione, e infine registrazione, ossia memoria. Questo processo è azione, non è vero? La coscienza è azione; e senza stimolo, risposta, senza esperienza, denominazione o definizione, senza registrazione, ossia memoria, non c'è azione. Ora, l'azione crea l'attore. Il che significa che l'attore entra in gioco quando l'azione ha un risultato, un fine in vista. Se non c'è risultato nell'azione allora non c'è attore; ma se c'è un fine o un risultato in vista, allora l'azione produce l'attore Perciò l'attore, l'azione e la fine o il risultato, sono un processo unitario, un singolo processo che si mette in moto quando l'azione è in vista di un fine. L'azione in vista di un risultato è la volontà; diversamente non c'è volontà. Il desiderio di raggiungere un fine produce la volontà, che è l'attore – voglio raggiungere un fine, voglio scrivere un libro, voglio essere un uomo ricco, voglio dipingere un quadro. Noi siamo familiari con questi tre stati: l'attore, l'azione e il fine. Questa è la nostra esistenza quotidiana. Sto soltanto spiegando ciò che è; ma inizieremo a comprendere come trasformare ciò che è solo quando lo esamineremo chiaramente, in modo che non ci sia illusione o pregiudizio, nessuna distorsione riguardo a esso. Ora, questi tre stati che costituiscono l'esperienza – l'attore, l'azione e il fine – sono sicuramente un processo, un divenire. Diversamente non c'è divenire. Se non c'è attore, e se non c'è azione in vista di un fine, non c'è divenire; e la vita come la conosciamo, la nostra vita quotidiana, è un processo, un divenire. Sono povero e agisco in vista di un fine, che è quello di diventare ricco. Sono brutto e voglio diventare bello. Perciò la mia vita è un processo, un diventare qualcosa. La volontà di essere è la volontà di divenire, a differenti livelli di coscienza, in differenti stati, nei quali c'è stimolo, reazione, denominazione e registrazione. Ora, questo divenire è contesa, è dolore – non è vero? È una costante lotta: sono questo, e voglio diventare quello. Pertanto il problema è: senza questo divenire non c'è azione? Non c'è azione senza questo dolore, senza questa costante battaglia? Se non c'è un fine non c'è un agente, poiché è l'azione in vista di un fine che crea l'agente. Ma può mai esserci un'azione senza un fine in vista e perciò senza nessun agente – il che significa senza il desiderio di un risultato? Una simile azione non è un divenire, e perciò non è lotta. C'è uno stato dell'azione, uno stato dell'esperienza, senza lo sperimentatore e l'esperienza. Suona piuttosto filosofico ma è davvero molto semplice. Nel momento in cui esperite non siete consapevoli di voi stessi come di uno che esperisce separatamente dall'esperienza; vi trovate nello stato dell'esperire. Prendete un esempio semplicissimo: siete arrabbiati. In quel momento di rabbia non c'è né colui che esperisce, né l'esperienza; c'è soltanto il «fare esperienza». Ma nel momento in cui uscite da questa situazione, una frazione di secondo dopo aver fatto esperienza, c'è colui che esperisce e c'è l'esperienza, l'agente e l'azione in vista di un fine – il che significa sbarazzarsi o reprimere la rabbia. Ci troviamo ripetutamente in quello stato, nello stato del «fare esperienza»; ma ne usciamo sempre e gli diamo un nome e lo registriamo, e così conferiamo una continuità al divenire. Se possiamo comprendere l'azione nel senso fondamentale della parola, allora questa comprensione fondamentale influenzerà anche le nostre attività superficiali; ma prima dobbiamo comprendere la natura dell'azione. Ora, l'azione è provocata da qualche idea? Prima avete un'idea e successivamente agite? O l'azione viene prima e poi, siccome l'azione crea conflitto, ci costruite intorno un'idea? L'azione crea l'agente o l'agente viene prima? È molto importante scoprire che cosa viene prima. Se l'idea viene prima, allora l'azione si conforma semplicemente a un'idea, e perciò non è più azione ma imitazione, coercizione in accordo con un'idea. È molto importante comprendere questo; poiché, siccome la nostra società è per lo più fondata sulla dimensione intellettuale o verbale, per tutti noi l'idea viene prima e l'azione segue. L'azione allora è l'ancella di un'idea, e la semplice costruzione di idee va ovviamente a scapito dell'azione. Le idee generano ulteriori idee, e quando c'è soltanto produzione di idee c'è antagonismo, e la società diventa squilibrata in direzione del processo intellettuale di ideazione. La nostra struttura sociale è troppo intellettuale; noi coltiviamo l'intelletto a scapito di ogni altro fattore del nostro essere e perciò siamo soffocati dalle idee. Ma le idee possono produrre azione, oppure modellano soltanto il pensiero e quindi limitano l'azione? Quando l'azione è obbligata da un'idea non può mai liberare l'uomo. È straordinariamente importante per noi comprendere questo punto. Se un'idea dà forma all'azione, allora l'azione non può mai portare alla soluzione delle nostre infelicità. È della massima importanza indagare l'ideazione, la costruzione delle idee, siano quelle dei socialisti, dei capitalisti, dei comunisti o delle varie religioni, specialmente quando la nostra società è sull'orlo del precipizio e invoca un'altra catastrofe, un'altra amputazione. Coloro che sono davvero seri nella loro intenzione di scoprire la soluzione umana ai nostri molti problemi devono prima comprendere il processo dell'ideazione. Che cosa intendiamo per idea? Come viene alla luce un'idea? E idea e azione possono confluire? Supponete che io abbia un'idea e che desideri portarla avanti; cerco un metodo per farlo, e rifletto, sperpero il mio tempo e le mie energie litigando su come l'idea dovrebbe essere portata avanti. Perciò è davvero molto importante scoprire come le idee giungano all'esistenza; e dopo aver scoperto la verità su questo punto potremo discutere la questione dell'azione. Se non si discutono le idee, la mera scoperta del «come agire» non ha significato. Ora, in che modo vi viene un'idea, un'idea semplicissima, non filosofica, né religiosa o economica? Ovviamente è un processo di pensiero, non è vero? L'idea è il prodotto di un processo di pensiero, non è così? Senza un processo di pensiero non ci può essere nessuna idea. Perciò devo comprendere il processo di pensiero stesso prima di poter comprendere il suo prodotto, l'idea. Che cosa intendiamo per pensiero? Quando pensate? Ovviamente il pensiero è il risultato di una reazione, neurologica o psicologica. Neurologica, come risposta immediata dei sensi a una sensazione, oppure psicologica, come risposta di ricordi immagazzinati nella memoria. C'è l'immediata reazione dei nervi a una sensazione e c'è la reazione psicologica dei ricordi immagazzinati nella memoria, insieme all'influenza della razza, del gruppo, del guru, della famiglia, della tradizione e così via – e tutto questo si chiama pensiero. Allora il processo di pensiero è la reazione della memoria. Non avreste pensieri se non aveste memoria; e la reazione della memoria a una certa esperienza mette in moto i processi del pensiero. Diciamo per esempio che ho immagazzinato dei ricordi di nazionalismo e che mi proclamo indù. Questo serbatoio di ricordi di passate reazioni, azioni, implicazioni, tradizioni, costumi, risponde allo stimolo di un musulmano, un buddhista o un cristiano, e la reazione della memoria allo stimolo produce inevitabilmente un processo di pensiero. Osservate il processo di pensiero che opera in voi e potrete testare direttamente la verità di ciò che dico. Siete stati insultati da qualcuno e questo resta nella vostra memoria; forma parte del vostro sfondo mentale. Quando incontrate quella persona, che è lo stimolo, la reazione è il ricordo dell'insulto subito. Così la risposta della memoria, che è il processo del pensiero, crea un'idea; perciò l'idea è sempre condizionata, e questo è importante da comprendere. Ossia, l'idea è il risultato del processo di pensiero, il processo di pensiero è la reazione della memoria e la memoria è sempre condizionata. La memoria è sempre nel passato, e quella memoria prende vita nel presente grazie a uno stimolo. La memoria non ha vita in se stessa; giunge alla vita nel presente quando si confronta con uno stimolo. E ogni memoria, sia essa dormiente o attiva, non è forse sempre condizionata? Perciò deve esserci un approccio molto differente. Dovete scoprire da soli, interiormente, se state agendo sulla base di un'idea e se ci può essere azione senza ideazione. Cerchiamo di scoprire che cosa sia un'azione non basata su un'idea. Quando agite senza un'ideazione? Quando c'è un'azione che non è il risultato dell'esperienza? Un'azione basata sull'esperienza, come abbiamo detto, è limitativa, e perciò è un impaccio. L'azione che non è il prodotto di un'idea è spontanea quando il processo di pensiero, che è basato sull'esperienza, non sta controllando l'azione stessa; questo significa che c'è un'azione indipendente dall'esperienza quando la mente non sta controllando l'azione. Questo è il solo stato nel quale c'è comprensione: quando la mente, che si basa sull'esperienza, non sta guidando l'azione, ossia quando il pensiero, che è basato sull'esperienza, non dà forma all'azione. Che cos'è l'azione quando non c'è il processo di pensiero? Può esserci azione senza il processo di pensiero? Voglio costruire un ponte, o una casa; conosco la tecnica e la tecnica mi dice come costruirli. Questa la chiamiamo azione. C'è l'azione dello scrivere una poesia, del dipingere, delle responsabilità di governo, delle reazioni a fattori sociali e ambientali. Sono tutte basate su un'idea o un'esperienza precedente, e danno forma all'azione. Ma è possibile un'azione quando non c'è ideazione? Sicuramente una simile azione è possibile quando cessa l'idea, e l'idea cessa solo quando c'è amore. L'amore non è memoria, l'amore non è esperienza, l'amore non è pensare alla persona che si ama, perché quello è semplice pensiero. Non si può pensare all'amore. Potete pensare alla persona che amate o alla quale siete devoti – il vostro guru, la vostra immagine sacra, vostra moglie, vostro marito; ma il pensiero, il simbolo, non è l'amore reale. Perciò l'amore non è un'esperienza. Quando c'è amore c'è azione – non è vero? – e quell'azione non è forse liberatrice? Non è il risultato di un'attività mentale, e non c'è iato tra amore e azione come invece c'è tra idea e azione. L'idea è sempre vecchia, proietta la sua ombra sul presente e noi tentiamo sempre di costruire un ponte tra azione e idea. Quando c'è amore – che non è un'attività mentale, che non è ideazione, che non è memoria, che non è il prodotto di un'esperienza, di una disciplina praticata – allora quelle stesso amore è azione. Questa è l'unica cosa che libera. Fino a quando c'è attività mentale, fino a quando l'azione è modellata da un'idea che è esperienza, non ci può essere liberazione; e fino a quando continua questo processo, ogni azione è limitata. Quando si capisce la verità di tutto ciò, entra in gioco la qualità dell'amore, che non è un'attività mentale, che non è qualcosa a cui si può pensare. Si deve essere consapevoli di questo processo totale, di come le idee vengono alla luce, di come l'azione scaturisce dalle idee, e di come le idee controllano l'azione e di conseguenza la limitano poiché dipendono dalla sensazione. Non importa di chi siano le idee, se provengano dalla sinistra oppure dalla destra. Fino a quando ci aggrappiamo alle idee siamo in uno stato nel quale non ci può essere nessuna esperienza; viviamo semplicemente nella sfera temporale – nel passato, che dà ulteriori sensazioni, o nel futuro, che è un'altra forma di sensazione. È soltanto quando la mente è libera dall'idea che ci può essere esperienza. Le idee non sono la verità; e la verità è qualcosa che deve essere sperimentato direttamente, istante per istante. Non è un'esperienza che volete, e che allora sarebbe soltanto sensazione. Solo quando si può andare oltre il groviglio delle idee – che costituisce l'«io», la mente, che ha una continuità parziale o completa –, solo quando si può andare oltre a ciò, quando il pensiero è completamente silente, solo allora c'è uno stato di esperienza. E quindi si saprà che cos'è la verità. Fede Fede e conoscenza sono intimamente correlate al desiderio; e forse se riusciamo a comprendere queste due questioni potremo capire come funziona il desiderio e cogliere le sue complessità. Una delle cose che la maggior parte di noi accetta con più entusiasmo e dà per scontata è la questione della fede. Non sto attaccando la fede. Quello che stiamo tentando di fare è scoprire perché accettiamo la fede; e se possiamo comprendere i moventi, ciò che causa l'accettazione della fede, allora forse potremo essere capaci non solo di capire perché l'accettiamo, ma anche di liberarcene. Si potrà anche riuscire a vedere come le fedi politiche e religiose, quelle nazionali e di vari altri generi, separino le persone, creino conflitto, confusione, antagonismo; il che è un fatto ovvio, eppure non abbiamo la volontà di metterle da parte. C'è la fede induista, quella cristiana, quella buddhista – innumerevoli fedi settarie e nazionali, varie ideologie politiche, e ognuna contende con tutte le altre, e tenta di convenirle alla propria. Si può facilmente capire che la fede separa le persone e crea intolleranza; ma è possibile vivere senza fede? Questo lo si può comprendere solo se si riesce a studiare se stessi in relazione a una fede. Si può vivere in questo mondo senza una fede – non mutando fede, non sostituendo una fede con un'altra, ma interamente liberi da tutte le fedi, così da prendere la vita in modo rinnovato a ogni istante? Questa, dopotutto, è la verità: avere la capacità di considerare ogni cosa in maniera nuova istante per istante, senza la reazione condizionata del passato, in modo che non ci sia l'effetto cumulativo che agisce come una barriera tra se stessi e ciò che è. Se ci pensate, capirete che una delle ragioni del desiderio di accettare una fede è la paura. Se non avessimo fede, che cosa ci accadrebbe? Non dovremmo avere molta paura di ciò che potrebbe accaderci? Se non avessimo modelli d'azione basati su una fede – sia essa in Dio, o nel comunismo, o nel socialismo, o nell'imperialismo, o in qualche tipo di formula religiosa, in qualche dogma che ci condizioni – ci sentiremmo profondamente perduti, non è vero? E questa accettazione di una fede non è forse il rivestimento di quella paura – la paura di non essere davvero nulla, di essere vuoti? Dopotutto, un bicchiere è utile solo quando è vuoto; e una mente piena di dogmi, asserzioni, citazioni è davvero una mente non creativa, una mente meramente ripetitiva. Il voler sfuggire a quella paura – la paura del vuoto, della solitudine, del ristagnare, del non arrivare, del non riuscire, del non ottenere, del non essere qualcosa, del non diventare qualcosa – non è una delle ragioni per le quali noi accettiamo la fede così bramosamente e avidamente? E con l'accettazione della fede, comprendiamo forse meglio noi stessi? Al contrario. Una fede religiosa o politica impaccia ovviamente la nostra comprensione di noi stessi. Agisce come uno schermo attraverso il quale guardiamo noi stessi. Ma possiamo guardare noi stessi senza credenze? Se rimuoviamo quelle credenze, le molte credenze che abbiamo, rimane qualcosa da guardare? Se non abbiamo credenze con le quali la mente si identifica, allora la mente priva di identificazione è capace di guardare se stessa così com'è, e allora sicuramente, c'è l'inizio della comprensione di sé. È davvero un problema interessante questa questione della fede e della conoscenza. Che parte straordinaria svolge nella nostra vita! Quante credenze abbiamo! Sicuramente, quanto più una persona è intellettuale, colta, quanto più è spirituale – se posso usare questa parola – tanto minore è la sua capacità di comprendere. I selvaggi hanno innumerevoli superstizioni, persino nel mondo moderno. I più profondi, i più desti, i più presenti sono forse i meno credenti. La fede vincola, la fede isola; vediamo che è così in tutto il mondo, nel mondo economico e in quello politico e anche nel cosiddetto mondo spirituale. Tu credi che esista un Dio, e magari io credo che non esista alcun Dio; oppure tu credi nel completo controllo statale di ogni cosa e di ogni individuo, e io credo nell'impresa privata; tu credi che ci sia solo un Salvatore e che grazie a lui potrai raggiungere il tuo obiettivo, e io non ci credo. Perciò tu con la tua fede e io con la mia stiamo affermando noi stessi. Eppure entrambi parliamo di amore, di pace, di unità del genere umano, di un'unica vita – il che non significa assolutamente nulla, perché in realtà la vera fede è un processo di isolamento. Tu sei un bramino, io no; tu sei un cristiano, io sono un musulmano, e così via. Tu parli di fratellanza e anch'io parlo della stessa fratellanza, di amore e pace; ma in realtà siamo separati, divisi. Colui che vuole la pace e che vuole creare un nuovo mondo, un mondo felice, sicuramente non può isolarsi attraverso nessuna forma di fede. Tutto ciò è chiaro? Può esserlo a livello verbale, ma se ne capite il significato, la validità e la verità, inizierà ad agire. Comprendiamo che quando c'è un processo di desiderio in atto ci deve anche essere un processo di isolamento attraverso la fede, perché è ovvio che si crede per poter essere sicuri economicamente, spiritualmente, e anche interiormente. Non sto parlando di coloro che credono per ragioni economiche, perché sono stati educati a essere dipendenti nei loro lavori e perciò saranno cattolici, induisti – qualunque cosa – fino a che c'è un lavoro per loro. Non stiamo nemmeno discutendo di quelle persone che si aggrappano a una fede per amor di convenienza. Forse è così per la maggior parte di noi. Per convenienza crediamo in certe cose. Mettendo da parte simili ragioni economiche, dobbiamo approfondire questo punto. Prendete le persone che hanno qualche forte credenza, economica, sociale o spirituale; il processo soggiacente è il desiderio psicologico di essere al sicuro – non è vero? E allora c'è desiderio di continuità. Qui non stiamo discutendo se ci sia o se non ci sia continuità; stiamo solo discutendo della pulsione, del costante impulso a credere. Un uomo di pace, un uomo che voglia realmente comprendere il processo complessivo dell'esistenza, non può essere vincolato a una fede. Vede il proprio desiderio in atto come un mezzo per essere sicuro. Vi prego di non esagerare dall'altra parte dicendo che io predico la non-religione. Questo non è affatto il punto. Il punto è che fino a quando non comprenderemo il processo del desiderio nella forma della fede ci saranno delle controversie, ci sarà conflitto, ci sarà sofferenza, e l'uomo sarà contro l'uomo – lo vediamo tutti i giorni. Così, se percepisco correttamente, se sono consapevole che questo processo prende la forma della fede, che è un'espressione della brama di sicurezza interiore, allora il mio problema non è che dovrei credere questo o quello, ma che dovrei liberare me stesso da quel desiderio di sicurezza. Può la mente liberarsi dal desiderio di sicurezza? Questo è il punto, non che cosa credere e quanto credere. Queste sono soltanto espressioni della smania interiore di essere sicuri psicologicamente, di essere certi di qualcosa, quando tutto è così incerto nel mondo. Può una mente, una mente cosciente, una personalità essere libera dal desiderio di sicurezza? Vogliamo essere sicuri e perciò abbiamo bisogno dell'aiuto del nostro patrimonio, delle nostre proprietà e della nostra famiglia. Vogliamo essere sicuri interiormente e anche spiritualmente erigendo muri di fede, che sono un indice di questa brama di certezza. In quanto individui potete forse liberarvi da questa spinta, da questa brama di sicurezza, che si esprime col desiderio di credere in qualcosa? Se non siamo liberi da tutto questo siamo causa di controversie, non siamo dei pacificatori; non c'è amore nei nostri cuori. La fede distrugge, e questo lo vediamo nella nostra vita di tutti i giorni. Posso forse comprendere me stesso quando sono prigioniero di questo processo di desiderio, il quale si esprime aggrappandosi a una fede? Può la mente liberarsi dalla fede, non trovare un sostituto ma liberarsene interamente? A questa domanda non potete rispondere verbalmente «sì» o «no», ma potete certamente dare una risposta se la vostra intenzione è di liberarvi dalla fede. Allora giungerete inevitabilmente al punto in cui si cercano i mezzi per liberarsi dalla spinta alla sicurezza. Ovviamente non esiste una sicurezza interiore che durerà per sempre, come vorreste credere. Vorreste credere che c'è un Dio, il quale si occupa premurosamente dei vostri piccoli interessi meschini, dicendovi che cosa dovete capire, che cosa dovete fare e come dovreste farlo. Questo è un modo di pensare infantile e immaturo. Pensate che il Grande Padre stia guardando ognuno di voi. Questa è soltanto una proiezione delle vostre propensioni personali. Ovviamente non è vero. La verità deve essere qualcosa di interamente differente. Il prossimo problema da affrontare è quello della conoscenza. La conoscenza è necessaria alla comprensione della verità? Quando dico «io so», intendo che c'è conoscenza. Può la mente esser capace di investigare e indagare sulla verità? Inoltre che cos'è che conosciamo e di cui siamo così fieri? Che cos'è che conosciamo realmente? Conosciamo informazioni; siamo pieni di informazioni ed esperienze basate sul nostro condizionamento, sulla nostra memoria e sulle nostre capacità. Quando dite «io so», che cosa intendete? L'affermazione di conoscere è il riconoscimento di un fatto, di certe informazioni, oppure è un'esperienza che avete compiuto. Il costante accumulo di informazioni, l'acquisizione di varie forme di conoscenza, tutto questo costituisce l'asserzione «io so»; iniziate a trasformare ciò che avete letto, a seconda del vostro retroterra culturale, del vostro desiderio, della vostra esperienza. La vostra conoscenza è qualcosa in cui è in atto un processo simile a quello del desiderio. Al posto della fede mettiamo la conoscenza. «Io so…», «ho avuto l'esperienza…», «non si può negare che…», «la mia esperienza è questa, e me ne fido ciecamente…»: sono tutti indizi di quella conoscenza. Ma se vi spingete oltre la superficie e analizzate la cosa con più intelligenza e attenzione, troverete che la semplice asserzione «io so» è un altro muro che separa voi e me. Dietro quel muro vi rifugerete, cercando agio e sicurezza. Perciò tanto più una mente è carica di conoscenze, tanto meno è capace di comprensione. Non so se avete mai pensato al problema dell'acquisizione della conoscenza: in definitiva la conoscenza ci aiuta forse ad amare, a liberarci da quelle qualità che producono conflitto in noi stessi e con il nostro prossimo? La conoscenza libera la mente dall'ambizione? Perché l'ambizione, dopotutto, è una delle qualità che distruggono la relazione, che mettono l'uomo contro l'uomo. Se vogliamo vivere in pace gli uni con gli altri, sicuramente l'ambizione deve scomparire, non solo l'ambizione politica, economica, sociale, ma anche l'ambizione più sottile e perniciosa, l'ambizione spirituale: essere qualcosa. È mai possibile per la mente liberarsi da questo processo cumulativo di conoscenza, da questo desiderio di conoscere? È molto interessante osservare come nella nostra vita questi due elementi, conoscenza e fede, giochino un ruolo straordinariamente potente. Guardate come adoriamo coloro che hanno immensa conoscenza ed erudizione! Potete capire il significato di ciò? Per scoprire qualcosa di nuovo, per sperimentare qualcosa che non sia una proiezione della vostra immaginazione, la vostra mente deve essere libera. Deve essere capace di vedere il nuovo. Sfortunatamente, ogni volta che si vede qualcosa di nuovo ad esso si sovrappongono tutte le informazioni già note, tutte le conoscenze, tutti i ricordi del passato; e ovviamente si diventa incapaci di guardare, incapaci di ricevere qualsiasi cosa che sia nuova. Vi prego di non trasportare immediatamente tutto questo nel concreto: se non so come tornare a casa mia, mi perdo; se non so come guidare un'automobile, sarò poco utile. Sono cose ben diverse, ora non stiamo discutendo di questo. Stiamo discutendo della conoscenza che si usa come mezzo per avere sicurezze, il desiderio psicologico e interiore di essere qualcosa. Che cosa ottenete attraverso la conoscenza? L'autorità della conoscenza, il peso della conoscenza, il senso di importanza, di dignità, il senso di vitalità. E che cosa non ottenete? Colui che dice «io so», «esiste» oppure «non esiste», sicuramente ha smesso di pensare, ha smesso di seguire il processo complessivo del desiderio. Allora il nostro problema, così come io lo vedo, è che siamo vincolati, zavorrati dalla fede e dalla conoscenza; ma può una mente liberarsi dal passato e dalle credenze acquisite attraverso la rielaborazione del passato? Capite la domanda? È possibile per voi e per me, come individui, vivere in questa società ma essere liberi dalle credenze nelle quali siamo stati cresciuti? È possibile che la mente si liberi da tutta quella conoscenza, da tutta quell'autorità? Leggiamo le Scritture e i libri religiosi. In essi è descritto molto minuziosamente che cosa fare, che cosa non fare, come raggiungere l'obiettivo, qual è l'obiettivo e che cos'è Dio. Lo sapete tutti a memoria e l'avete cercato. Questa è la vostra conoscenza, questo è ciò che avete acquisito, questo è quello che avete appreso; e proseguite lungo tale sentiero. Ovviamente, quello che perseguite e cercate lo troverete. Ma è la realtà? Non è la proiezione della vostra conoscenza? È possibile comprendere questo ora – non domani, ma ora – e dire «capisco la verità di tutto ciò», e lasciarla essere, in modo che la vostra mente non sia frenata da questo processo di immaginazione, di proiezione? La mente è capace di liberarsi della fede? Potrete liberarvene solo quando comprenderete la natura interiore delle cause che vi fanno continuare in questo modo, non soltanto i moventi consci ma anche quelli inconsci che vi fanno credere. Dopotutto non siamo solo un'entità superficiale che funziona a livello conscio. Possiamo scoprire le attività consce e inconsce più profonde se diamo una possibilità alla mente inconscia, poiché nel reagire essa è molto più rapida della mente conscia. Mentre la vostra mente conscia sta quietamente pensando, ascoltando e osservando, la mente inconscia è molto più attiva, attenta e ricettiva; perciò può avere una risposta. Può la mente che è stata soggiogata, intimidita, forzata, obbligata a credere, può una simile mente essere libera di pensare? Può guardare in modo nuovo e rimuovere il processo di isolamento fra voi e gli altri? Per favore, non dite che la fede unisce le persone. Non lo fa. Questo è ovvio. Nessuna religione organizzata lo ha mai fatto. Guardate la situazione nel vostro paese. Siete tutti credenti, ma siete tutti uniti e solidali? Voi stessi sapete di non esserlo. Siete distinti in tanti piccoli miseri gruppi e caste, e conoscete bene le innumerevoli divisioni. Il processo è lo stesso in tutto il mondo, sia all'Est che all'Ovest: i cristiani distruggono i cristiani, si assassinano a vicenda per piccole cose meschine, rinchiudono le persone nei campi di concentramento e così via – tutto l'orrore della guerra. Quindi la fede non unisce le persone. Questo è chiarissimo. Se questo è chiaro, e se è vero e lo capite, allora dovete metterlo in pratica. Ma la difficoltà consiste nel fatto che la maggior parte di noi non capisce, perché non siamo capaci di affrontare quell'insicurezza interiore, quella sensazione interiore di essere soli. Vogliamo qualcosa a cui appoggiarci, sia esso lo Stato, la casta, il nazionalismo, un Maestro o un Salvatore o qualcos'altro. E se capiamo la falsità di tutto ciò, a quel punto la mente è capace – magari solo temporaneamente, per un secondo – di vedere la verità, anche se indietreggia quando per lei è troppo. Ma è sufficiente vedere temporaneamente; se riuscite a vederla per un fugace attimo è abbastanza, perché a quel punto vedrete accadere una cosa straordinaria. L'inconscio è all'opera, sebbene la coscienza possa opporre resistenza. Non è un secondo che si prolunga nel tempo; quel secondo è una sola entità e avrà i suoi risultati, persino a dispetto della mente conscia che lotta contro di esso. Perciò ecco la nostra domanda: «È possibile per la mente liberarsi della conoscenza e della fede?». La mente non è forse costituita dalla conoscenza e dalla fede? La struttura della mente non è fede e conoscenza? La fede e la conoscenza sono i processi della cognizione, il centro della mente. Questi processi, sia consci che inconsci, limitano. Può la mente liberarsi della propria struttura? Può la mente cessare di essere? Questo è il problema. La mente, come noi la conosciamo, poggia sulla fede, sul desiderio, sul bisogno di sentirsi sicura, sulla conoscenza e sull'accumulazione di forza. Se malgrado tutto il suo potere e la sua superiorità non riusciamo a pensare con la nostra testa, non ci può essere pace nel mondo. Potete parlare di pace, potete organizzare partiti politici, potete anche mettervi a urlare dai tetti; ma non troverete pace, perché la fonte stessa che crea contraddizione, che isola e separa, è nella mente. Un uomo di pace, un uomo onesto, non può isolarsi e poi parlare di fratellanza e di pace. È soltanto un gioco, politico o religioso, per la propria soddisfazione e ambizione. Chi è realmente onesto a questo riguardo e vuole scoprire la verità deve affrontare il problema della conoscenza e della fede; deve andare a fondo e scoprire il processo complessivo del desiderio in atto, il desiderio di essere sicuri, il desiderio di essere certi. Una mente che si trovi in uno stato nel quale il nuovo possa avere spazio – sia esso la verità, Dio, o quello che volete – deve sicuramente cessare di acquisire, di accumulare; deve mettere da parte tutta la conoscenza. Una mente carica di conoscenza non ha la possibilità di comprendere ciò che è reale, ciò che è incommensurabile. Sforzo Per la maggior parte di noi la vita intera è basata sullo sforzo, su qualche genere di desiderio. Non possiamo concepire un'azione senza desiderio, senza sforzo. La nostra vita sociale, economica e quella cosiddetta spirituale consistono in una serie di sforzi, culminanti sempre in un certo risultato. E pensiamo che lo sforzo sia essenziale, necessario. Perché facciamo sforzi? Non è forse per ottenere un risultato, per diventare qualcosa, per raggiungere un obiettivo? Se non facciamo sforzi ci sembra di rimanere inattivi. Abbiamo un'idea riguardo all'obiettivo per il quale ci sforziamo costantemente, e questo sforzarci è diventato parte della nostra vita. Se vogliamo alterare noi stessi, se vogliamo produrre un radicale cambiamento in noi stessi, facciamo uno sforzo tremendo per eliminare le vecchie abitudini, per resistere alle influenze ambientali e così via. Quindi siamo soliti a questa serie di sforzi fatti per trovare o per ottenere qualcosa, o semplicemente per vivere. Ogni simile sforzo non è forse un'attività del sé? Lo sforzo non è un'attività egocentrica? Se facciamo uno sforzo dal centro del sé, ciò finirà inevitabilmente per produrre maggiore conflitto, maggiore confusione, maggiore infelicità. Eppure continuiamo a fare uno sforzo dopo l'altro. Pochissimi tra noi comprendono che l'attività egocentrica dello sforzo non risolve nessun problema. Al contrario, incrementa la nostra confusione, la nostra infelicità, la nostra sofferenza. Lo sappiamo bene, eppure continuiamo a sperare di oltrepassare in qualche modo l'attività egocentrica dello sforzo, l'azione della volontà. Io penso che comprenderemo il significato della vita se comprenderemo che cosa significa fare uno sforzo. La felicità giunge grazie allo sforzo? Avete mai tentato di essere felici? È assolutamente impossibile! Vi sforzate di essere felici e non c'è felicità – non è vero? La gioia non giunge con la repressione, il controllo o l'appagamento dei propri desideri. Potete appagarvi ma alla fine rimane l'amarezza. Potete reprimervi o controllarvi, ma di nascosto c'è sempre un dissidio. Perciò la felicità non giunge con lo sforzo, né la gioia con il controllo e la repressione; eppure la nostra vita è una serie di atti repressivi, una serie di controlli, una serie di appagamenti e sensi di colpa. E poi c'è una costante sopraffazione, una lotta continua con le nostre passioni, con la nostra avidità e la nostra stupidità. Quindi, noi forse non combattiamo, lottiamo e ci sforziamo nella speranza di trovare la felicità, di trovare qualcosa che ci darà un senso di pace e di amore? Ma l'amore o la comprensione giungono con la lotta? Io penso che sia molto importante comprendere che cosa intendiamo con lotta, conflitto o sforzo. Lo sforzo non significa forse una lotta per cambiare ciò che è in ciò che non è, oppure in ciò che dovrebbe essere o dovrebbe diventare? Ossia, noi stiamo costantemente lottando per evitare di affrontare ciò che è, oppure stiamo tentando di allontanarcene o di trasformare ciò che è. È autenticamente contento chi comprende ciò che è e dà il giusto significato a ciò che è. Questa è la vera contentezza: prescinde dall'avere pochi o molti possedimenti ma non dalla comprensione dell'intero significato di ciò che è,e questo può solo giungere quando riconoscete ciò che è,quando ne siete consapevoli, non quando state tentando di modificarlo o di cambiarlo. Così vediamo che lo sforzo è una contesa o una lotta per trasformare ciò che è in qualcosa che desiderate che sia. Sto considerando soltanto la lotta psicologica, non lo sforzo per risolvere un problema materiale, come nel caso dell'ingegneria o di qualche scoperta o trasformazione puramente tecniche. Sto parlando soltanto di quella lotta psicologica che oltrepassa sempre quella tecnica. Potete costruire con gran cura una meravigliosa società, usando le infinite conoscenze che la scienza ci ha dato. Ma fintanto che la contesa e la battaglia psicologica non sono comprese e le implicazioni e le correnti psicologiche non sono superate, la struttura della società è destinata a crollare, come è sempre successo. Lo sforzo è una distrazione da ciò che è. Nel momento in cui accetto ciò che è non c'è lotta. Ogni forma di lotta o di contesa è un indice di distrazione; e la distrazione, che è sforzo, esisterà necessariamente fino a che sul piano psicologico io desidero trasformare ciò che è in qualcosa che non è. Prima dobbiamo liberarci per capire che la gioia e la felicità non giungono con lo sforzo. La creazione avviene attraverso lo sforzo, oppure c'è creazione soltanto con la cessazione dello sforzo? Quand'è che scrivete, dipingete o cantate? Quand'è che create? Sicuramente quando non c'è sforzo, quando siete completamente aperti, quando a tutti i livelli siete in completa comunicazione, totalmente integrati. Allora c'è gioia e iniziate a cantare o a scrivere una poesia o a dipingere o a modellare qualcosa. Il momento della creazione non nasce dalla lotta. Forse se comprendessimo la questione della creatività saremmo capaci di comprendere che cosa intendiamo per sforzo. La creatività è il prodotto dello sforzo, e noi siamo forse consapevoli nei momenti in cui siamo creativi? Oppure la creatività è una sensazione di totale oblio di sé, quella sensazione che si ha quando non c'è tumulto, quando si è completamente inconsapevoli del movimento del pensiero, quando c'è soltanto un essere completo, pieno e ricco? Quello stato è forse il risultato di travaglio, lotta, conflitto, sforzo? Non so se avete mai notato che quando fate qualcosa con facilità e prontezza non c'è sforzo ma completa assenza di lotta; però, siccome le nostre vite sono in gran parte una serie di battaglie, conflitti e lotte, noi non possiamo immaginare una vita, uno stato dell'essere, in cui il dissidio cessi completamente. Per comprendere lo stato dell'essere privo di dissidio, lo stato dell'esistenza creativa, si deve sicuramente indagare il problema complessivo dello sforzo. Per sforzo non intendiamo forse la tendenza alla realizzazione, a diventare qualcosa? Io sono questo e voglio diventare quello; non sono quello e devo diventarlo. Nel diventare «quello», c'è dissidio, battaglia, conflitto, lotta. In questa lotta siamo inevitabilmente interessati all'appagamento per mezzo del raggiungimento di un fine; cerchiamo il nostro appagamento in un oggetto, in una persona, in un'idea, e ciò richiede una battaglia e una lotta costanti. Così abbiamo considerato lo sforzo come inevitabile, ma mi domando; questa lotta per diventare qualcosa è inevitabile? Perché c'è lotta? Dove c'è desiderio di appagamento, in qualsiasi grado e a qualsiasi livello, ci deve essere lotta. L'appagamento è il movente, la spinta che sta dietro lo sforzo; che si tratti del grande manager, della casalinga o di un uomo povero, c'è sempre questa battaglia per diventare, per appagarsi, per andare avanti. Ora, perché c'è il desiderio di essere appagati? Ovviamente il desiderio di appagarsi, di diventare qualcosa, sorge quando c'è consapevolezza di non essere nulla. Poiché sono nulla, poiché sono insufficiente, vuoto, interiormente povero, lotto per diventare qualcosa. Esteriormente o interiormente, lotto per realizzare me stesso in una persona, in una cosa, in un'idea. Colmare quel vuoto è il processo complessivo della nostra esistenza. Essendo consapevoli di essere vuoti, interiormente poveri, lottiamo per collezionare cose esteriori o per coltivare ricchezze interiori. C'è uno sforzo solo se c'è una via di fuga da quel vuoto interiore attraverso l'azione, la contemplazione, l'acquisizione, l'affermazione, il potere e così via. Questa è la nostra esistenza quotidiana. Sono consapevole della mia insufficienza, della mia povertà interiore, e lotto per sfuggire ad essa o per colmarla. Questo fuggire, evitare il vuoto o tentare di colmarlo, implica lotta, dissidio, sforzo Ora, se non ci si sforza di fuggire, che cosa accade? Si vive con quella solitudine, con quel vuoto, e nell'accettare quel vuoto si scoprirà uno stato creativo che non ha nulla a che fare con il dissidio, con lo sforzo. Lo sforzo esiste solo fintanto che noi tentiamo di evitare quella solitudine interiore, quel vuoto, ma quando lo guardiamo, lo osserviamo, quando accettiamo ciò che è senza eluderlo scopriremo che sopraggiunge uno stato dell'essere nel quale cessa ogni dissidio. Uno stato dell'essere che è creatività, e non il risultato di un dissidio. Quando c'è la comprensione di ciò che è, del vuoto, dell'insufficienza interiore, quando si convive con quell'insufficienza e la si comprende pienamente, viene alla luce la realtà creativa, l'intelligenza creativa, la sola in grado di recare felicità. Perciò l'azione come noi la conosciamo è in realtà una reazione, è un incessante divenire, che è diniego ed elusione di ciò che è; ma quando c'è la consapevolezza dell'essere vuoti, senza scelta, condanna o giustificazione, allora in questa comprensione di ciò che è c'è già l'azione, e questa azione è l'essere creativi. Questo lo comprenderete se sarete consapevoli di voi stessi nell'azione. Osservatevi mentre agite, non solo esteriormente ma guardando anche il movimento dei vostri pensieri e dei vostri sentimenti. Se siete consapevoli di questo movimento vedrete che il processo del pensiero, che è anche sentimento e azione, è basato sull'idea di un divenire. L'idea del divenire viene alla luce solo quando c'è un senso di insicurezza, e questo senso di insicurezza sorge quando si è consapevoli del vuoto interiore. Se siete consapevoli di quel processo di pensiero e sentimento, vedrete che c'è una costante battaglia in corso, uno sforzo per cambiare, per modificare, per alterare ciò che è. Questo è lo sforzo del divenire, e divenire è una diretta elusione di ciò che è. Attraverso la conoscenza di sé, attraverso la costante consapevolezza, scoprirete che il dissidio, la battaglia, il conflitto del divenire conducono al dolore, alla sofferenza e all'ignoranza. Soltanto se siete consapevoli dell'insufficienza interiore e vivete con essa senza vie di fuga, accettandola interamente, scoprirete una straordinaria tranquillità, una tranquillità che non è assemblata o costruita, ma che giunge con la comprensione di ciò che è. Soltanto in quello stato di tranquillità c'è l'essere creativo. La funzione della mente Quando osservate la vostra mente non state osservando soltanto i suoi livelli superiori, ma state anche guardando l'inconscio; vedete quello che la mente fa realmente – non è così? Questo è il solo modo in cui potete indagare. Non sovrapponete ciò che la mente dovrebbe fare, il modo in cui dovrebbe pensare o agire, e così via, il che equivarrebbe a fare semplici affermazioni. Questo significa che se dite che la mente dovrebbe essere questo o non dovrebbe essere quello, allora bloccate ogni indagine e ogni pensiero; e se citate qualche alta autorità, non bloccate ugualmente il pensiero? Se citate Buddha, Cristo o XYZ, ogni ricerca, ogni pensiero e ogni indagine hanno fine. Perciò si deve stare in guardia. Dovete mettere da parte tutte queste sottigliezze intellettuali se volete indagare insieme a me il problema del sé. Qual è la funzione della mente? Per scoprirlo dovete sapere che cosa sta facendo realmente. Che cosa fa la vostra mente? Complessivamente è un processo di pensiero. Diversamente non sarebbe vigile. Finché la mente non pensa, consciamente o inconsciamente, non c'è coscienza. Dobbiamo scoprire che cosa fa la mente che usiamo nella nostra vita quotidiana in relazione ai nostri problemi, e che cosa quella parte della mente di cui la maggior parte di noi non è cosciente. Dobbiamo guardarla così come è e non come dovrebbe essere. Ora, che cosa è la mente con tutto il suo funzionamento? Non è in realtà un processo di isolamento? Fondamentalmente è il processo di isolamento che caratterizza il pensiero: pensare in una forma isolata ma che rimane collettiva. Se osservate il vostro pensiero vedrete che è un processo isolato e frammentario. State pensando secondo le vostre reazioni, le reazioni della vostra memoria, della vostra esperienza, della vostra conoscenza, della vostra fede. Non state forse reagendo a tutto ciò? Se dico che ci deve essere una rivoluzione fondamentale, reagite immediatamente. Obietterete a quella parola «rivoluzione» se avete fatto buoni investimenti, spirituali o di altro tipo. Così la vostra reazione dipende dalla vostra conoscenza, dalla vostra fede, dalla vostra esperienza. Questo è un fatto ovvio. Ci sono varie forme di reazione. Voi dite «devo essere fraterno», «devo cooperare», «devo essere amichevole», «devo essere gentile» e così via. Che cosa sono? Sono tutte reazioni del pensiero: ma quella fondamentale è un processo di isolamento. Ognuno di voi sta guardando il processo della sua mente, il che significa guardare la propria azione, fede, conoscenza, esperienza. Tutto questo dà sicurezza. Dà sicurezza e forza al processo di pensiero. Questo processo rinforza soltanto l'«io», la mente, il sé, sia che lo chiamiate Sé superiore o inferiore. Tutte le nostre religioni, tutte le nostre sanzioni sociali, tutte le nostre leggi mirano al supporto dell'individuo, al sé individuale, all'azione separante; e in opposizione a questo c'è lo Stato totalitario. Se scendete più a fondo nell'inconscio, scoprite che anche lì è all'opera lo stesso processo. A quel livello noi siamo la collettività influenzata dall'ambiente, dal clima, dalla società, dal padre, dalla madre, dal bisnonno. Sempre a quel livello c'è il desiderio di asserire e dominare, in quanto individui, in quanto «io». L'attività della mente, così come la conosciamo nel suo funzionamento quotidiano, non è forse un processo di isolamento? Non cercate forse la salvezza individuale? In futuro diventerai qualcuno, o in questa vita stai già diventando un grande uomo, magari un grande scrittore. La nostra tendenza complessiva è quella di essere separati. La mente può fare qualcosa di diverso da questo? È possibile per la mente non pensare in modo separativo, in maniera autoimprigionante, frammentaria? Questo è impossibile. Così noi adoriamo la mente; la mente è straordinariamente importante. Sapete di certo quanto diventate importanti in società nel momento in cui siete un pò astuti, un pò svegli, e avete un pò di informazioni e conoscenze accumulate. Sapete bene voi stessi di adorare chi è intellettualmente superiore, i giuristi, i professori, gli oratori, i grandi scrittori, i professionisti delle spiegazioni e delle esposizioni! Avete coltivato l'intelletto e la mente! La funzione della mente è la separazione: diversamente la vostra mente non è vigile. Avendo coltivato questo processo per secoli scopriamo che non possiamo cooperare; possiamo soltanto essere spinti, obbligati, indotti dall'autorità, dalla paura, economica o religiosa. Se questo è lo stato attuale come può esserci cooperazione, non soltanto consciamente ma anche a livello più profondo, quello dei nostri moventi, delle nostre intenzioni, delle nostre mete? Come può esserci uno stare assieme intelligente per fare qualcosa? Poiché questo è per lo più impossibile, le religioni e i partiti politici organizzati forzano gli individui a certe forme di disciplina. La disciplina dunque diventa imperativa se vogliamo stare assieme e fare cose assieme. Non possiamo trovare pace se prima non comprendiamo come trascendere questo pensiero separativo, questo processo consistente nel dare enfasi all'«io» e al «mio», sia in forma collettiva che in forma individuale; ci saranno sempre conflitti e guerre. Il nostro problema è come porre fine al processo separativo del pensiero. Il pensiero può mai distruggere il sé, dato che il pensiero è il processo di verbalizzazione e di reazione? Il pensiero non è nient'altro che reazione; il pensiero non è creativo. Può un simile pensiero porre fine a se stesso? È questo che stiamo cercando di scoprire. Quando penso «devo disciplinarmi», «devo pensare bene», «devo essere questo o quello» il pensiero sta obbligando se stesso, sta spingendo se stesso, disciplinando se stesso a essere qualcosa o a non essere qualcosa. E questo non è un processo di isolamento? Di certo non si tratta di quell'intelligenza integrale che funziona come un tutto e dalla quale soltanto può provenire la cooperazione. Come potete giungere a porre fine al pensiero? O piuttosto: come può il pensiero, che è isolato, frammentario e parziale, giungere a un termine? Come pensate di affrontare la questione? Sarà la vostra cosiddetta disciplina a distruggere il pensiero? Vi prego di esaminare il processo di disciplina che è solamente un processo di pensiero, nel quale c'è soggezione, repressione, controllo, dominazione – e il tutto influenza l'inconscio, il quale si afferma più tardi, con l'età. Poiché avete tentato per così tanto tempo senza alcun risultato, dovete aver scoperto che la disciplina ovviamente non è il processo per distruggere il sé. Il sé non può essere distrutto con la disciplina, perché la disciplina è un processo di rafforzamento del sé. Eppure tutte le nostre religioni danno supporto al sé; tutte le nostre meditazioni, le nostre asserzioni, sono basate su questo rafforzamento. La conoscenza distruggerà mai il sé? In altre parole, qualsiasi cosa facciamo attualmente, qualsiasi attività nella quale siamo oggi impegnati al fine di giungere alle radici del sé avrà successo? Tutto questo non è forse un fondamentale spreco in un processo di pensiero che è un processo di isolamento, di reazione? Che cosa fate quando comprendete radicalmente o in profondità che il pensiero non può porre fine a se stesso? Che cosa accade? Guardatevi. Quando siete pienamente consapevoli di questo dato di fatto che cosa accade? Comprendete che ogni reazione è condizionata e che attraverso il condizionamento non ci può essere libertà né all'inizio né alla fine – e la libertà è sempre all'inizio e non alla fine. Quando comprendete che ogni reazione è una forma di condizionamento, e che perciò dà continuità al sé in differenti modi, che cosa succede realmente? Dovete essere molto lucidi su questo punto. Fede, conoscenza, disciplina, esperienza, il processo complessivo del raggiungimento di un risultato o di un fine, l'ambizione, il diventare qualcosa in questa vita o in una vita futura – tutto ciò è un processo di isolamento, un processo che reca distruzione, infelicità, guerre, dalle quali non c'è via di fuga con l'azione collettiva, per quanto possiate essere minacciati dai campi di concentramento e da tutto il resto. Siete consapevoli di questo dato di fatto? Qual è lo stato della mente che dice «è così», «questo è il mio problema», «questa è esattamente la situazione in cui mi trovo», «capisco ciò che fanno la conoscenza e la disciplina, ciò che fa l'ambizione»? Sicuramente se capite tutto ciò, c'è già in atto un processo differente. Noi capiamo le vie dell'intelletto ma non la via dell'amore. La via dell'amore non deve essere trovata attraverso l'intelletto. L'intelletto, con tutte le sue ramificazioni, con tutti i suoi desideri, ambizioni, mete, deve avere termine affinché l'amore venga alla luce. Non sapete che quando amate cooperate senza pensare a voi stessi? È questa la forma più alta di intelligenza: non quando amate come un'entità superiore o quando vi trovate in una buona posizione (questa non è altro che paura). Quando i vostri legittimi interessi sono presenti, non ci può essere amore; c'è solo il processo dello sfruttamento, nato dalla paura. Insomma, l'amore viene alla luce solo quando la mente non è vigile. Per questo dovete comprendere il processo complessivo della mente e la sua funzione. È soltanto quando sappiamo come amarci gli uni gli altri che ci può essere cooperazione, un funzionamento intelligente della relazione, sintonia su ogni problema. Soltanto allora è possibile scoprire che cos'è Dio, che cos'è la verità. Ora, noi stiamo tentando di trovare la verità attraverso l'intelletto, attraverso l'imitazione, e questa è idolatria. Soltanto quando rinunciate completamente, attraverso la comprensione, all'intera struttura del sé, può venire alla luce ciò che è eterno, senza tempo, incommensurabile. Non potete andare voi da lui, ma è lui a venire da voi. Che cos'è il sé? Sappiamo forse che cosa intendiamo per «sé»? Con questa parola io intendo l'idea, la memoria, la conclusione, l'esperienza, le varie forme di intenzioni a cui si dà un nome, lo sforzo cosciente per essere o per non essere, la memoria accumulata nell'inconscio, quella razziale, quella di gruppo, quella individuale, quella del clan, e tutta quanta la memoria di questo genere, sia essa proiettata all'esterno nell'azione o proiettata spiritualmente come una virtù: la tensione verso tutto questo è il sé. In esso è inclusa la competizione, il desiderio di essere. Questo intero processo è il sé, e noi lo conosciamo realmente solo quando ci confrontiamo con esso, e comprendiamo che è una cosa negativa. Dico «negativa» con intenzione, perché il sé divide; il sé imprigiona se stesso; le sue attività, per quanto nobili, sono separative e isolanti. Tutto questo lo conosciamo. Conosciamo anche quegli straordinari momenti nei quali il sé non è presente, nei quali non c'è sensazione di tensione verso qualcosa o di sforzo, e questo accade quando c'è amore. A me pare che sia importante comprendere come l'esperienza rinforzi il sé. Se siamo sinceri, dovremmo capire questo problema dell'esperienza. Ma che cosa intendiamo per esperienza? Per tutto il tempo facciamo esperienza, riceviamo impressioni e le trasformiamo e reagiamo secondo la loro natura; siamo calcolatori, furbi, e così via. C'è una costante interazione tra ciò che vediamo oggettivamente e la nostra reazione, e c'è interazione tra la coscienza e i ricordi dell'inconscio. In base ai miei ricordi io reagisco a qualsiasi cosa veda, a qualsiasi cosa senta. In questo processo di reazione a ciò che vedo, a ciò che sento, a ciò che so, a ciò che credo, si colloca l'esperienza. La reazione, la risposta a qualcosa che ho visto, è l'esperienza. Quando ti vedo reagisco: il nome di quella reazione è esperienza. Se non do un nome a quella reazione allora non è esperienza. Guardate le vostre risposte e ciò che avviene in voi. Non c'è esperienza se non c'è un processo di nominazione che avviene nello stesso tempo. Se non vi riconosco, come posso avere l'esperienza di incontrarvi? Suona semplice e corretto. Non è un dato di fatto? Ossia, se non reagisco secondo i miei ricordi, secondo i miei condizionamenti, secondo i miei pregiudizi, come posso sapere di avere avuto un'esperienza? Quindi c'è una proiezione di vari desideri. Desidero essere protetto, avere una sicurezza interiore; oppure desidero avere un Maestro, un guru, un insegnante, un Dio, e sperimento ciò che io stesso ho proiettato. Ossia, io ho proiettato un desiderio che ha assunto una forma e al quale ho dato un nome: a questo reagisco. È la mia proiezione. È il nome che le do. Quel desiderio che mi dà un'esperienza mi fa dire «ho sperimentato», «ho incontrato il Maestro», oppure «non ho incontrato il Maestro». Il desiderio non è forse ciò che si chiama esperienza? Quando desidero il silenzio della mente, che cosa succede? Che cosa avviene? Capisco l'importanza di avere una mente silenziosa, una mente quieta, per diverse ragioni: perché lo hanno detto le Upanishad, perché lo hanno detto le scritture religiose, perché lo hanno detto i santi, e occasionalmente anch'io percepisco quanto sia bello essere quieti, poiché la mia mente chiacchiera tutto il giorno. Certe volte percepisco quanto sia bello, quanto sia piacevole godere della pace della mente, avere una mente silenziosa. Il desiderio è di sperimentare il silenzio. Voglio avere una mente silenziosa, così domando: «Come posso ottenerla?». So che cosa dice questo o quel libro sulla meditazione e sulle varie forme di disciplina, perciò attraverso la disciplina io cerco di sperimentare il silenzio. Il sé, l'«io», ha così situato se stesso nell'esperienza del silenzio. Voglio capire che cos'è la verità; questo è il mio desiderio, la mia smania; allora seguono le mie proiezioni di ciò che considero essere la verità, poiché ho letto parecchio al riguardo; ho udito molte persone parlarne; le scritture religiose l'hanno descritta. Voglio tutto questo. Che cosa accade? Il bisogno stesso, il desiderio, si proietta, e io ne faccio esperienza poiché ho cognizione di quello stato proiettivo. Se non avessi cognizione di quello stato non lo chiamerei verità. Lo riconosco e lo sperimento; e quell'esperienza dà forza al sé, all'«io» – non è vero? Così il sé si trincera nell'esperienza. Quando dite «io so», «il Maestro esiste», «Dio esiste» o «Dio non esiste» state dicendo che un particolare sistema politico è giusto e che tutti gli altri sono sbagliati. Quindi l'esperienza rinforza continuamente l'«io». Quanto più vi trincerate nella vostra esperienza, tanto più il sé ne è rinforzato. Come risultato ottenete una certa forza di carattere, una forza conoscitiva, di fede, che mostrate agli altri perché sapete che non sono brillanti quanto voi, e perché avete il dono della penna o della parola e siete astuti. Poiché il sé agisce di continuo, le vostre credenze, i vostri Maestri, le vostre caste, il vostro sistema economico, sono tutti parte del processo di isolamento, quindi producono dissenso. Se siete del tutto seri e sinceri riguardo a ciò, dovete dissolvere completamente questo centro anziché giustificarlo. Ecco perché dobbiamo comprendere il processo dell'esperienza. È possibile per la mente, per il sé, non fare proiezioni, non desiderare, non esperire? Vediamo che tutte le esperienze del sé sono una negazione, una distruzione, eppure le chiamiamo azioni positive. È questo che chiamiamo un modo positivo di vivere. Disfare questo processo complessivo per voi è negazione. Avete ragione? Possiamo voi e io, in quanto individui, andare alla radice di ciò e comprendere il processo complessivo del sé? Ora, che cos'è che produce la dissoluzione del sé? I religiosi e gli altri gruppi non ci hanno forse fornito l'identificazione? «Identificatevi con ciò che è più vasto, e il sé scomparirà» è quello che dicono. Ma non c'è dubbio che l'identificazione sia ancora un processo del sé; ciò che è più vasto è semplicemente la proiezione dell'«io» che sperimento e che perciò rinforza l'«io». Tutte le varie forme di disciplina, fede e conoscenza rinforzano sicuramente soltanto il sé. Possiamo trovare un elemento che dissolva il sé? Oppure è una domanda sbagliata? Questo è ciò che vogliamo, fondamentalmente: vogliamo scoprire qualcosa che dissolverà l'«io» – non è vero? Pensiamo che ci siano vari mezzi, in particolare l'identificazione, la fede, eccetera; ma sono tutti sullo stesso piano; l'uno non è superiore all'altro, perché sono tutti ugualmente potenti nel rinforzare il sé, l'«io». Allora posso mai capire come funziona l'«io» e vedere la sua forza e la sua energia distruttiva? Qualsiasi nome io possa dargli è una forza isolante, è una forza distruttiva, e voglio trovare un modo per dissolverlo. Dovete farvi questa domanda: «Vedo l‘“io” funzionare continuamente e produrre sempre angoscia, paura, frustrazione, disperazione, infelicità, non soltanto per me stesso ma per tutto ciò che è intorno a me. È mai possibile che il sé si dissolva, non parzialmente ma completamente?». Possiamo raggiungerne la radice e distruggerla? Non è forse questo l'unico modo autentico del funzionamento del sé? Non voglio essere parzialmente intelligente, ma intelligente in modo integrale. La maggior parte di noi è intelligente a livelli diversi, voi probabilmente lo siete in un modo e io in un altro. Qualcuno tra voi è intelligente nel suo lavoro d'ufficio, qualcun altro nel suo lavoro di laboratorio, e così via; le persone sono intelligenti in modi diversi; ma noi non siamo integralmente intelligenti. Essere integralmente intelligenti significa essere senza il sé. È possibile questo? È possibile per il sé essere completamente assente? Sapete che è possibile. Quali sono gli ingredienti e le condizioni necessari? Qual è il fattore che produce questo? Posso scoprirlo? Quando faccio la domanda «posso scoprirlo?», senza dubbio sono convinto che sia possibile; così ho già creato un'esperienza nella quale il sé si sta rinforzando – non è vero? Comprendere il sé richiede una forte dose di intelligenza, una forte dose di presenza mentale, un'osservazione incessante, in modo da non permettergli di sfuggire. Io che sono del tutto sincero voglio dissolvere il sé. Quando dico questo so già che è possibile dissolvere il sé. Nel momento in cui dico «voglio dissolverlo», lì c'è ancora il sé con il suo esperire; e così il sé viene rinforzato. Allora com'è possibile che il sé non esperisca più? Si può capire che lo stato della creazione non è affatto l'esperienza del sé. La creazione c'è quando il sé non è presente, perché la creazione non è intellettuale, non è mentale, non è proiettiva, è qualcosa che va al di là dell'esperienza. Allora è mai possibile che la mente sia molto calma, che si trovi in uno stato di non-cognizione, di non-esperienza, in uno stato nel quale la creazione possa avere luogo, il che significa quando è assente il sé? Non è forse questo il problema? Ogni moto della mente, positivo o negativo, è un'esperienza che in realtà rinforza l'«io». È possibile che la mente non abbia cognizione di nulla? Questo può avvenire soltanto quando c'è completo silenzio, ma non quel silenzio che è un'esperienza del sé e che perciò lo rinforza. C'è un'entità separata dal sé, che confidi nel sé e lo possa dissolvere? C'è un'entità spirituale che controlli il sé e possa distruggerlo, sbarazzarsene? Noi pensiamo che ci sia. La maggior parte delle persone religiose pensa che un simile elemento esista. Il materialista dice: «È impossibile che il sé sia distrutto; può essere condizionato e limitato – politicamente, economicamente e socialmente; possiamo trattenerlo con fermezza all'interno di un certo modello sociale e possiamo piegarlo; e così lo si può condurre a una vita nobile, morale, e a non interferire con nulla, ma a seguire il modello sociale, e a funzionare semplicemente come una macchina». Queste cose le conosciamo. Ci sono altre persone, i cosiddetti religiosi – ma non sono davvero religiosi anche se li chiamiamo così – che dicono: «Un simile elemento esiste, ed è fondamentale. Se riusciamo ad attingervi, esso dissolverà il sé». Esiste un simile elemento che possa dissolvere il sé? Vi prego di capire quello che stiamo facendo. Stiamo mettendo all'angolo il sé. Se vi lasciate forzare in un angolo, vedrete quello che succede. Ci piacerebbe che esistesse un elemento senza tempo, che non appartenesse al sé, e che chiamiamo Dio. Ora, esiste una cosa simile che la mente possa concepire? Può esserci e può non esserci; non è questo il punto. Ma quando la mente cerca uno stato spirituale senza tempo, che entrerà in azione per distruggere il sé, non è forse questa un'altra forma di esperienza che rinforza l'«io»? Quando credete, non accade forse questo? Quando credete che ci sia la verità, Dio, lo stato senza tempo, l'immortalità, non è in quell'istante che avviene il processo dì rafforzamento del sé? Il sé ha proiettato quella cosa che sperimentate e che credete verrà a distruggerlo. Così, avendo proiettato questa idea di continuità in uno stato senza tempo, come entità spirituale, ne fate esperienza, e questa esperienza non fa che rinforzare il sé: che cosa avete ottenuto? Non avete realmente distrutto il sé ma gli avete soltanto dato un nome differente, una qualità differente; il sé è ancora lì, poiché ne avete avuto esperienza. Perciò la nostra azione dall'inizio alla fine è la stessa azione, solo che noi pensiamo che si stia evolvendo, stia crescendo e diventando sempre più bella; ma, se osservate interiormente, è la stessa azione che continua, lo stesso «io» che funziona su differenti piani, con differenti etichette e differenti nomi. Quando vedete il processo complessivo, le astute e straordinarie invenzioni, l'intelligenza del sé, il modo in cui protegge se stesso attraverso l'identificazione, la virtù, l'esperienza, la fede, la conoscenza; quando vedete che la mente si muove in un circolo, in una gabbia fatta da lei stessa, che cosa accade? Quando ne siete consapevoli, ne avete piena cognizione, allora non siete forse straordinariamente quieti? Non per obbligo, né per rimorso, né per paura? Quando riconoscete che ogni moto della mente è soltanto una forma di rafforzamento del sé, quando osservate ciò e lo capite, quando ne siete completamente consapevoli nel vostro agire, quando giungete a quel punto, non ideologicamente, non verbalmente, non attraverso esperienze proiettate, ma quando siete realmente in quello stato, allora capite che la mente profondamente calma non ha nessun potere di creazione. Qualsiasi cosa la mente crei si trova in un circolo, nella sfera del sé. Quando la mente è non-creatrice c'è creazione, che non è un processo di cui si possa avere cognizione. Della realtà, della verità, non si può avere cognizione. Affinché la verità si affermi, la fede, la conoscenza, l'esperienza, la ricerca della verità – tutto questo deve finire. La persona virtuosa che è cosciente di perseguire la virtù non può mai scoprire la realtà. Può essere una persona molto onesta; ma questo è interamente differente dall'essere un uomo di verità, un uomo che comprende la verità. Per l'uomo di verità, la verità è già venuta alla luce. Un uomo virtuoso è un uomo giusto, e un uomo giusto non può mai comprendere che cos'è la verità poiché la virtù per lui è il rivestimento del sé, il rinforzo del sé, poiché egli persegue la virtù. Quando dice «devo essere privo di avidità», lo stato di non-avidità che egli sperimenta rinforza soltanto il sé. Ecco perché è così importante essere poveri, non soltanto riguardo alle cose del mondo ma anche nella fede e nella conoscenza. Un uomo che possiede ricchezze mondane o un uomo ricco in cultura e fede non conoscerà mai null'altro che l'oscurità, e sarà il centro di ogni male e infelicità. Ma se voi e io, come individui, riusciremo a vedere l'operare complessivo del sé, allora sapremo che cos'è l'amore. Vi assicuro che questa è la sola riforma che potrà, eventualmente, cambiare il mondo. L'amore non è del sé. Il sé non può avere cognizione del mondo. Voi dite «amo»; ma nel dirlo, nello sperimentarlo, l'amore non c'è. Invece, quando conoscete l'amore, il sé non c'è. Quando c'è l'amore il sé è assente. Paura Che cos'è la paura? La paura esiste soltanto in relazione a qualcosa, da sola non esiste. Come posso avere paura della morte, come posso avere paura di qualcosa che non conosco? Posso avere paura soltanto di qualcosa che conosco. Quando dico che ho paura della morte, ho davvero paura di quell'ignoto che è la morte, oppure ho paura di perdere ciò che conosco? La mia non è paura della morte, ma paura di perdere il mio rapporto con le cose che mi appartengono. La mia paura è sempre in relazione al già noto, non all'ignoto. La mia indagine ora verte su come liberarsi dalla paura del noto, ossia la paura di perdere la mia famiglia, la mia reputazione, il mio carattere, il mio conto in banca, i miei appetiti e così via. Potete dire che la paura sorge dalla coscienza; ma la vostra coscienza è formata dai vostri condizionamenti, così la coscienza è ancora il risultato del già noto. Che cosa so? La conoscenza è avere idee, avere opinioni sulle cose, avere una sensazione di continuità in relazione al già noto, e null'altro. Le idee sono ricordi, il risultato dell'esperienza, che è reazione allo stimolo. Ho paura del noto, il che significa che ho paura di perdere le persone, le cose e le idee, ho paura di scoprire ciò che sono, paura di trovarmi in crisi, paura del dolore che potrebbe giungere quando perdo qualcosa oppure non la ottengo, o quando non provo più piacere. C'è la paura del dolore. Il dolore fisico è una reazione nervosa, ma il dolore psicologico sorge quando mi tengo strette le cose che mi danno soddisfazione, perché allora ho paura di chiunque o di qualsiasi cosa possa portarmele via. Le accumulazioni psicologiche impediscono il dolore psicologico fino a quando sono indisturbate; io sono un groviglio di esperienze accumulate che impediscono qualsiasi seria forma di disturbo – e infatti non voglio essere importunato, perciò ho paura di chiunque possa interrompere le mie esperienze. Quindi ho paura del noto; ho paura per ciò che ho accumulato di fisico o psicologico, come mezzo per evitare il dolore o impedire la sofferenza. Ma la sofferenza risiede nel processo stesso di accumulazione per evitare il dolore psicologico. Anche la conoscenza aiuta a impedire il dolore. Come le conoscenze mediche aiutano a evitare il dolore fisico, così le credenze religiose aiutano a evitare il dolore psicologico, ed ecco perché ho paura di perdere le mie credenze, anche se non ne ho una perfetta conoscenza né prove concrete della loro verità. Posso rigettare alcune delle credenze tradizionali che mi sono state inculcate perché la mia esperienza mi dà forza, fiducia, comprensione; ma quelle credenze e la conoscenza che ho acquisito sono fondamentalmente la stessa cosa: un mezzo per evitare il dolore. La paura c'è fino a quando c'è accumulazione del conosciuto, la quale crea la paura della perdita. Perciò la paura dell'ignoto è in realtà paura di perdere la conoscenza accumulata. Nel momento in cui dico: «Non devo perdere quello che ho», c'è paura. Anche se la mia intenzione nell'accumulare è quella di evitare il dolore, il dolore è inerente al processo dell'accumulazione. Ciò che possiedo crea la paura, che è dolore. Il seme della difesa provoca l'offesa. Voglio la sicurezza fisica; dunque creo un governo sovrano, il quale necessita di forze armate, il che significa guerra, che distrugge la sicurezza. Ovunque c'è desiderio di autodifesa c'è paura. Quando capisco la fallacia del domandare sicurezza smetto di accumulare. Se dite di capire ma di non potervi impedire di accumulare, questo è perché in realtà voi non vedete che nell'accumulazione è insito il dolore. La paura è connaturata al processo di accumulazione e la fede in qualcosa è parte del processo cumulativo. Mio figlio muore e io credo nella reincarnazione, che dal punto di vista psicologico mi impedisce di provare maggior dolore; ma nel processo stesso del credere c'è il dubbio. Esteriormente accumulo beni e muovo guerre; interiormente accumulo credenze e produco dolore. Fino a che voglio diventare qualcosa, fisiologicamente o psicologicamente, è fatale che ci sia dolore. Proprio quello che faccio per evitare il dolore provoca in me paura e dolore. La paura viene alla luce quando desidero stare in un particolare modello. Vivere senza paura significa vivere al di fuori di un particolare modello. Quando domando un particolare stile di vita, quello è già in se stesso una fonte di paura. La mia difficoltà è il mio desiderio di vivere in un certo contesto. Non posso rompere tale contesto? Posso farlo solo quando capisco la verità, e cioè che il contesto causa paura e che questa paura rinforza il contesto. Se dico che devo rompere il contesto perché voglio essere libero dalla paura sto soltanto seguendo un altro modello che causerà ulteriore paura. Ogni mia azione basata sul desiderio di rompere il contesto creerà soltanto un altro modello, e quindi paura. Come posso rompere il contesto senza causare paura, ossia senza nessuna mia azione conscia o inconscia diretta al contesto? Questo significa che non devo agire, non devo fare nessun movimento per rompere il contesto. Che cosa mi accade quando sto semplicemente guardando il contesto senza fare nulla? Capisco che il contesto è la mente stessa; essa vive nel modello abituale che ha creato per sé. Perciò la mente stessa è paura. Qualunque cosa la mente faccia, va in direzione del rinforzo di un vecchio modello o della promozione di uno nuovo. Ciò significa che qualsiasi cosa la mente faccia per sbarazzarsi delle paura produce paura. La paura trova varie vie di fuga. Il genere più comune è l'identificazione – non è vero? L'identificazione con la nazione, con la società, con un'idea. Non avete notato come reagite quando vedete una parata militare o una processione religiosa, o quando la nazione corre il pericolo di essere invasa? A quel punto vi identificate con il paese, con l'essere in un certo modo, con un'ideologia. Altre volte vi identificate con vostro figlio, con vostra moglie, con una particolare forma di azione o inazione. L'identificazione è un processo di autodimenticanza. Fintanto che sono conscio dell'«io» so che c'è dolore, c'è lotta, c'è paura costante. Ma se posso identificare me stesso con qualcosa di più grande, con qualcosa che ha un valore, con la bellezza, la vita, la verità, la fede, la conoscenza, almeno temporaneamente c'è una via di fuga dall'«io» – non è vero? Se parlo del «mio paese» dimentico temporaneamente me stesso. Se posso dire qualcosa su Dio, dimentico me stesso. Se posso identificarmi con la mia famiglia, con un gruppo, con un certo partito, con una qualche ideologia, allora c'è una via di fuga temporanea. L'identificazione perciò è una forma di fuga dal sé, proprio come lo è la virtù. Chi persegue la virtù sta fuggendo dal sé e ha una mente limitata e non virtuosa, perché la virtù è qualcosa che non può essere perseguita. Quanto più tentate di diventare virtuosi, tanto maggiore forza date al vostro «io». La paura, che in differenti forme è comune alla maggior parte di noi, deve sempre trovare un sostituto e questo incrementa la nostra lotta. Quanto più vi identificate con un sostituto, tanta più forza dovete immettere in ciò per cui siete preparati a lottare, a morire, perché la paura vi soffia sul collo. Ora, sapete che cos'è la paura? Non è forse la non-accettazione di ciò che è? Dobbiamo comprendere la parola «accettazione». Non sto usando la parola nel senso dello sforzo di accettare qualcosa. Quando percepisco ciò che è, quello non è accettare. Quando non capisco chiaramente ciò che è, allora faccio intervenire il processo di accettazione. Perciò la paura è la non-accettazione di ciò che è. Come posso andare oltre ciò, io che sono un groviglio di tutte queste reazioni, risposte, ricordi, speranze, depressioni, frustrazioni, io che sono il risultato del movimento bloccato della coscienza? Può la mente, senza questi blocchi e impacci, diventare cosciente? Sappiamo che gioia straordinaria c'è quando non ci sono impacci. Sapete certamente che quando il corpo è perfettamente in salute c'è una certa gioia e benessere; e sapete che quando la mente è completamente libera, senza alcun blocco, e quando il centro della cognizione, ossia l'«io», non è presente, sperimentate una certa gioia. Non avete mai sperimentato questo stato di assenza del sé? Sicuramente è capitato a tutti. C'è comprensione e libertà dal sé soltanto quando posso guardarlo completamente e integralmente come un tutto; e posso fare questo soltanto quando comprendo il processo complessivo di ogni attività nata dal desiderio, che è la vera espressione del pensiero (perché il pensiero non è differente dal desiderio), senza giustificarlo, senza condannarlo, senza reprimerlo; se riesco a comprenderlo allora saprò se c'è la possibilità di andare oltre le limitazioni del sé. Semplicità Vorrei discutere di che cosa sia la semplicità, e magari da lì arrivare alla scoperta della sensibilità. Sembra che pensiamo che la semplicità sia solo un'espressione esteriore di «ritiro»: avere pochi beni, vestire un perizoma, non avere casa, possedere pochi vestiti, avere un conto esiguo in banca. Sicuramente questa non è la semplicità, ma soltanto una messinscena esteriore. A me pare che la semplicità sia essenziale; ma la semplicità può venire alla luce soltanto quando iniziamo a comprendere il significato della conoscenza di sé. La semplicità non è soltanto l'adattamento ad un modello. Essere semplici e non limitarsi ad aderire a un particolare modello, per quanto valido esteriormente, richiede una grande intelligenza. Sfortunatamente la maggior parte di noi inizia a essere semplice al di fuori, nelle cose esteriori. È relativamente facile avere poche cose ed essere soddisfatti di quelle poche cose, accontentarsi di poco e magari condividere quel poco con altri. Ma una semplice espressione esteriore di semplicità, nelle cose materiali, nelle cose possedute, non implica di sicuro la semplicità dell'essere interiore. Perché, per come il mondo è attualmente, le cose materiali ci incalzano sempre più dall'esterno. La vita diventa sempre più complessa. Per sfuggirle tentiamo di rinunciare alle cose o di distaccarcene: dalle automobili, dalle case, dalle organizzazioni, dai cinema, e dalle innumerevoli circostanze esterne che ci minacciano. Pensiamo di dover essere semplici attraverso la rinuncia. Un gran numero di santi, un gran numero di maestri ha rinunciato al mondo; e mi pare che una simile rinuncia da parte di chiunque di noi non risolva il problema. La semplicità fondamentale, reale, può soltanto venire alla luce interiormente; e da lì proviene l'espressione esteriore. Il problema, allora, è come essere semplici, perché la semplicità di cui parlo rende sempre più sensibili. Una mente sensibile, un cuore sensibile, sono essenziali perché in grado di percezioni e ricezioni rapide. Di sicuro si può essere semplici interiormente soltanto se si comprendono gli innumerevoli impedimenti, attaccamenti, paure che ci imprigionano. Ma alla maggior parte di noi piace essere imprigionati, dalle persone, dai possedimenti, dalle idee. Ci piace essere prigionieri. Interiormente noi siamo prigionieri, anche se esteriormente sembriamo molto semplici. Interiormente siamo prigionieri dei nostri desideri, dei nostri bisogni, dei nostri ideali, di innumerevoli motivazioni. Non si può trovare la semplicità se non si è liberi interiormente. Perciò essa deve iniziare dentro di noi e non esteriormente. C'è una straordinaria libertà quando si comprende il processo complessivo della fede, la ragione per cui la mente si attacca a una fede. Quando c'è libertà dalla fede, c'è semplicità. Ma quella semplicità richiede intelligenza, e per essere intelligenti si deve essere consapevoli dei propri ostacoli. Per essere consapevoli si deve stare costantemente in guardia, senza inserirsi in nessuna pista già battuta, in nessun modello particolare di pensiero o azione. Tutto considerato, ciò che si è all'interno influenza sempre l'esterno. Se interiormente si è avidi, ambiziosi, e si perseguono certi ideali, quella complessità interiore alla fine sconvolge e rovescia, all'esterno, la società, per quanto possa essere stata pianificata con cura. Perciò si deve iniziare dall'interno, non però isolandosi e rigettando l'esterno. Sicuramente si giunge all'interno comprendendo l'esterno, scoprendo come il conflitto, la lotta, il dolore esistano esteriormente; e più si indaga più si giunge naturalmente a quegli stati psicologici che producono i conflitti e le sofferenze visibili. L'espressione esteriore è soltanto un'indicazione del nostro stato interiore, ma per comprendere lo stato interiore lo si deve avvicinare dall'esterno. La maggior parte di noi fa questo. Nel comprendere l'interno, senza isolarsi, senza rigettare l'esterno, ma comprendendo prima l'esterno per poi andare all'interno, scopriremo che man mano che procediamo a indagare le complessità interiori del nostro essere, diventiamo sempre più sensibili e liberi. E questa semplicità interiore è essenziale, perché crea la sensibilità. Una mente che non è sensibile, presente, consapevole, è incapace di qualsiasi ricettività e azione creativa. Il conformarsi a un modello come mezzo per diventare semplici, rende in realtà la mente e il cuore ottusi e insensibili. Ogni forma di coercizione autoritaria imposta dal governo, da se stessi, dall'ideale di ottenere risultati e così via, ogni genere di conformismo dà insensibilità, mancanza di semplicità interiore. Esteriormente si può conformarsi e assumere l'apparenza della semplicità, come fanno molte persone religiose che praticano varie discipline, si uniscono a varie organizzazioni, meditano secondo stili particolari e così via: tutti costoro danno un'apparenza di semplicità, ma questo conformarsi non è la semplicità. La coercizione di qualsiasi tipo non può mai condurre alla semplicità. Al contrario, quanto più ci si reprime, quanto più si sostituisce, quanto più si sublima, tanto meno c'è semplicità; invece quanto più si comprende il processo di sublimazione, repressione, sostituzione, tanto maggiore è la possibilità di essere semplici. I nostri problemi, sociali, ambientali, politici, religiosi, sono così complessi che possiamo risolverli soltanto essendo semplici, e non diventando straordinariamente eruditi e brillanti. Una persona semplice vede molto più direttamente, ha un'esperienza più chiara della persona complessa. Le nostre menti sono così affollate da una conoscenza infinita di fatti, da ciò che hanno detto gli altri, che siamo diventati incapaci di essere semplici e di avere esperienza diretta di noi stessi. Questi problemi richiedono un nuovo approccio, e possiamo in tal modo avvicinarli solo quando siamo del tutto semplici interiormente. Questa semplicità giunge solo attraverso la conoscenza di sé, attraverso la comprensione di sé; invece, le vie del nostro pensare e sentire, i moti dei nostri pensieri, le nostre reazioni, il modo in cui ci conformiamo, attraverso la paura, alla pubblica opinione, a ciò che dicono gli altri, a quello che hanno detto Buddha, Cristo, i grandi santi, tutto ciò indica che la nostra natura è di conformarci, essere certi e al sicuro. Quando si cerca sicurezza, si è ovviamente in uno stato di paura e perciò non c'è semplicità. Se non si è semplici, non si può essere sensibili – agli alberi, agli uccelli, alle montagne, al vento, a tutte le cose che accadono intorno a noi nel mondo; se non si è semplici, non si può essere sensibili al suggerimento interiore delle cose. La maggior parte di noi vive così: superficialmente, al livello superiore della nostra coscienza, dove cerchiamo di essere pensatori o intelligenti, il che è sinonimo di religiosità, dove cerchiamo di rendere semplici le nostre menti attraverso la coercizione e la disciplina. Ma questa non è semplicità. Quando forziamo la mente superficiale a essere semplice, questa coercizione indurisce solamente la mente, non la rende duttile, limpida, veloce. Essere semplici nel completo e totale processo della nostra coscienza è estremamente arduo; poiché non ci deve essere alcuna riserva mentale, bisogna che ci sia ansia di trovare, di investigare nei processi del nostro io, il che significa essere attenti a ogni suggerimento, a ogni spunto, coscienti delle paure, delle nostre speranze, e investigare ed essere liberi da esse, di più, sempre di più. Solo allora, quando la mente e il cuore sono realmente semplici, senza incrostazioni, siamo capaci di risolvere i numerosi problemi con cui ci confrontiamo. La conoscenza non risolverà i nostri problemi. È possibile sapere, ad esempio, che c'è la reincarnazione, che c'è continuità dopo la morte. Potreste saperlo, non sostengo che lo sappiate; oppure potreste esserne convinti. Ma ciò non risolve il problema. La morte non può essere messa da parte grazie alla vostra teoria, o grazie a informazioni e convinzioni. Essa è molto più misteriosa, molto più profonda e creativa. Bisogna avere la capacità di investigare su tutte queste cose partendo da zero; perché è solo attraverso l'esperienza diretta che si risolvono i nostri problemi, e per avere esperienza diretta deve esserci semplicità, vale a dire deve esserci sensibilità. La mente è resa ottusa dal peso della conoscenza. Una mente diviene ottusa per colpa del passato e del futuro. Solo una mente che è in grado di adattarsi al presente, continuamente, istante per istante, può rispondere alle potenti influenze e alle pressioni esercitate su di noi dall'ambiente che ci circonda. Quindi l'uomo davvero religioso non è chi indossa un perizoma o una tunica, o vive di un pasto al giorno o osserva innumerevoli voti per essere questo e non essere quello, ma colui che è semplice interiormente, che non sta diventando niente. Una mente simile è capace di ricettività straordinaria, perché non c'è barriera, non c'è paura, non c'è movimento verso qualcosa; pertanto è capace di ricevere la grazia, Dio, la verità, o ciò che preferite. Ma una mente che insegue la realtà non è una mente semplice. Una mente che prova, che ricerca, che va a tentoni, che è agitata, non è una mente semplice. Una mente che si conforma a un comportamento autoritario, interiormente o esteriormente, non può essere sensibile. E solo quando una mente è davvero sensibile, desta, consapevole di tutti i suoi accadimenti, delle sue risposte, dei pensieri, quando non diventa, quando non modella più se stessa per essere qualcosa, solo allora è capace di ricevere ciò che è la verità. Solo allora ci può essere felicità, perché la felicità non è un fine: è il risultato della realtà. Quando la mente e il cuore sono diventati semplici, e pertanto sensibili, non attraverso una forma di coercizione, di comando o imposizione, allora vedremo che si può fare fronte ai nostri problemi molto semplicemente. Per quanto siano complessi, saremo capaci di affrontarli con freschezza e di vederli diversamente. Questo è ciò che oggi è necessario: persone che siano capaci di rispondere a questa confusione esteriore, a questo tumulto, all'antagonismo in modo nuovo, creativamente, semplicemente, non attraverso teorie o formule, sia di destra che di sinistra. Non potete rispondere in modo nuovo se non siete semplici. Un problema può essere risolto soltanto quando lo si affronta in questo modo. Non possiamo affrontarlo diversamente se stiamo pensando nei termini di certi modelli di pensiero, religiosi, politici o altro. Perciò dobbiamo liberarci da tutte queste cose ed essere semplici. Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del nostro stesso pensiero, avere cognizione totale di sé; da ciò derivano la semplicità e l'umiltà, che non costituiscono una virtù o una pratica. L'umiltà conquistata cessa di essere umiltà. Una mente che rende se stessa umile non è più una mente umile. È soltanto quando si è umili, non di un'umiltà coltivata, che si è capaci di incontrare le cose della vita che sono così urgenti, poiché allora non ci si sente importanti, non si guarda attraverso le proprie costrizioni e la percezione della propria importanza: osservando il problema in se stesso si è allora capaci di risolverlo. Consapevolezza Conoscere noi stessi significa conoscere la nostra relazione con il mondo, non solo con il mondo delle idee e delle persone, ma anche con la natura, con le cose che possediamo. Questa è la nostra vita, poiché la vita è relazione con il tutto. La comprensione di questa relazione richiede una specializzazione? Ovviamente no. Ciò che richiede è consapevolezza per considerare la vita come un tutto. In che modo essere consapevoli? Questo è il nostro problema. In che modo possiamo raggiungere tale consapevolezza, se si vuole usare questa parola senza darle il senso di specializzazione? In che modo possiamo essere capaci di prendere la vita come un tutto, il che significa non solo avere un rapporto personale con il prossimo, ma anche con la natura, con le cose che possediamo, con le idee, con ciò che la mente produce, come l'illusione, il desiderio e così via? Come essere consapevoli di questo processo di relazione nel suo insieme? Certamente la nostra vita è fatta di questo, non è così? Non c'è vita senza relazione; e comprendere questa relazione non significa isolarsi. Al contrario, richiede un pieno riconoscimento della consapevolezza del processo complessivo della relazione. Come essere consapevoli? In che modo siamo consapevoli di qualcosa? In che modo siete consapevoli della vostra relazione con una persona? In che modo siete consapevoli degli alberi, del richiamo di un uccello? In che modo siete consapevoli delle vostre reazioni quando leggete un giornale? Siamo altrettanto consapevoli delle reazioni superficiali della mente, così come delle reazioni profonde? In che modo siamo consapevoli di qualcosa? In primo luogo, non siamo forse consapevoli della reazione a uno stimolo? È un fatto ovvio: vedo qualcosa di bello e c'è una reazione, quindi contatto, identificazione e desiderio. Non è forse questo il processo normale? Possiamo osservare che cosa accade realmente, senza studiare nessun libro. Così attraverso l'identificazione si prova piacere e dolore. E la nostra «capacità» consiste nel ricercare il piacere e nell'evitare il dolore – non è forse così? Se siete interessati a qualcosa, se vi dà piacere, c'è immediatamente questa «capacità», c'è immediatamente consapevolezza di quel fatto; e se è doloroso, si sviluppa la «capacità» di evitarlo. Finché confidiamo in tale «capacità» per comprendere noi stessi, credo che falliremo; poiché la comprensione di noi stessi non dipende dalla «capacità». Non è una tecnica che si sviluppa, che si coltiva e si incrementa con il tempo attraverso un affinamento costante. Certamente è possibile dimostrare questa consapevolezza di sé nell'azione della relazione; la si può dimostrare nel modo in cui parliamo, in cui ci comportiamo. Osservate voi stessi senza nessuna identificazione, senza nessuna comparazione, senza nessuna condanna; guardate e basta, e vedrete avvenire una cosa straordinaria. Non solo porrete fine a un'attività che è inconscia – poiché la maggior parte delle nostre attività sono inconsce – ma sarete anche consapevoli dei motivi di quell'azione senza nessuna indagine, senza scavare a fondo. Quando si è consapevoli, si vede l'intero processo del pensiero e dell'azione; ma ciò può avvenire solo quando non c'è condanna. Se condanno qualcosa, non lo comprendo: è un modo per evitare ogni genere di comprensione. Penso che la maggior parte di noi faccia questo intenzionalmente: condanniamo immediatamente e pensiamo di avere compreso. Se non condanniamo ma osserviamo, se siamo consapevoli, allora il contenuto, il significato di quell'azione comincia a rivelarsi. Provate e ve ne renderete conto da soli. Siate semplicemente consapevoli, senza nessun senso di giustificazione: ciò può sembrare anche negativo, ma non lo è. Al contrario, ha la qualità di una passività che è azione diretta, e se ci provate lo scoprirete. Dopotutto, se volete comprendere qualcosa non dovete forse trovarvi in uno stato d'animo passivo? Non potete continuare a pensarci, a specularci sopra, a mettere in questione. Dovete essere sufficientemente sensibili per accogliere il suo contenuto. Sensibili come una lastra fotografica. Se voglio comprenderti, devo essere consapevole passivamente; allora tu cominci a raccontarmi la tua storia. Certamente non è una questione di capacità né di specializzazione. In questo processo noi cominciamo a comprendere noi stessi, non solo gli strati superficiali della coscienza, ma quelli più profondi, il che è molto più importante; perché lì si trovano tutte le nostre motivazioni e intenzioni, le nostre domande nascoste e confuse, le angosce, i desideri. Esteriormente possiamo averli sotto controllo, ma interiormente ribollono. Fino a quando non sono completamente compresi con consapevolezza, ovviamente non ci può essere libertà, non ci può essere felicità, non ci può essere intelligenza. L'intelligenza, che è la consapevolezza totale del nostro processo, è forse una questione di specializzazione? E bisogna coltivare questa intelligenza attraverso una qualsiasi forma di specializzazione? Poiché non è forse questo ciò che accade? Il prete, il medico, l'industriale, l'uomo d'affari, il professore: c'è una mentalità diversa per ognuna di queste specializzazioni. Per comprendere la più alta forma di intelligenza, che è la verità, che è Dio, che non può essere descritta, per comprendere questo, pensiamo che dovremmo diventare specialisti. Studiamo, brancoliamo, ricerchiamo e, con la mentalità dello specialista o confidando nello specialista, studiarne noi stessi allo scopo di sviluppare una capacità che ci aiuti a districarci tra i nostri conflitti e le nostre miserie. Quando siamo davvero consapevoli, il nostro problema diventa se i conflitti, l'infelicità, il dispiacere della nostra vita quotidiana possano essere risolti da un altro, e se non è così, come possiamo affrontarli Comprendere un problema, ovviamente, richiede una certa intelligenza, e questa intelligenza non può derivare o essere coltivata attraverso la specializzazione. Sorge soltanto quando siamo passivamente consapevoli del processo della coscienza nel suo insieme, che è la consapevolezza di noi stessi senza una scelta, senza scegliere cioè ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Quando si è consapevoli in modo passivo si riconosce che di fronte a tale passività, che non è indolenza, che non è sonno, ma estrema presenza, il problema assume un significato diverso; il che significa che non c'è più identificazione con esso e pertanto non c'è giudizio, e allora il problema comincia a rivelare il suo contenuto. Se si è in grado di fare ciò costantemente, continuamente, ogni problema può essere risolto alle fondamenta, non superficialmente. Questo è difficile, perché la maggior parte di noi è incapace di essere passivamente cosciente, di lasciare che il problema racconti la sua storia, senza che noi lo interpretiamo. Non sappiamo come guardare al problema spassionatamente. Non ne siamo capaci, sfortunatamente, poiché desideriamo un risultato, vogliamo una risposta, cerchiamo una conclusione; oppure cerchiamo di deformare il problema in accordo con il nostro piacere o il nostro dolore; o ancora abbiamo già una risposta riguardo a come relazionarci con esso. Pertanto ci approcciamo al problema, che è sempre diverso, con il vecchio schema. La sfida è sempre nuova, ma la nostra risposta è sempre vecchia; e la nostra difficoltà è rispondere alla sfida adeguatamente, cioè pienamente. Il problema è sempre un problema di relazione: con le cose, con le parole o con le idee; non esistono altri problemi, e per rispondere al problema della relazione, con le sue esigenze che variano costantemente, per rispondere nel modo giusto, per rispondere adeguatamente, bisogna essere consapevoli in modo passivo. Questa passività non è una questione di determinazione, di volontà, di disciplina; essere consapevoli che non siamo passivi è la prima cosa. Essere consapevoli che noi vogliamo una risposta particolare a un problema particolare, certamente questo è l'inizio: conoscere noi stessi in relazione al problema e conoscere quindi come ci approcciamo al problema. Dopo che cominciamo a conoscerci in relazione al problema, come rispondiamo, quali sono i nostri vari pregiudizi, le domande, gli obiettivi nel rispondere a esso, questa consapevolezza rivelerà il processo del nostro pensiero, della nostra natura interiore, e in questo esiste un senso di sollievo. Ciò che è importante, sicuramente, è essere consapevoli senza scelta, poiché la scelta dà luogo al conflitto. Chi sceglie è in uno stato di confusione, perciò sceglie; se non è in confusione, non esiste scelta. Solo una persona confusa sceglie cosa farà o non farà. Chi è limpido e semplice non sceglie; ciò che è è. L'azione basata su un'idea è ovviamente l'azione della scelta e tale azione non libera; al contrario, crea solamente ulteriore resistenza, ulteriore conflitto, in accordo con il pensiero condizionato. La cosa importante, pertanto, è essere consapevoli istante per istante senza accumulare l'esperienza portata dalla consapevolezza; perché nel momento in cui si accumula, si è consapevoli solo attraverso quell'accumulazione, quello schema, quell'esperienza. Vale a dire la tua consapevolezza è condizionata dalla tua accumulazione e pertanto non c'è più osservazione, ma mera deformazione. Se c'è deformazione, c'è scelta, e la scelta crea conflitto; nel conflitto non ci può essere comprensione. La vita è una questione di relazione, e a comprendere questa relazione, che non è statica, deve essere una consapevolezza flessibile, una consapevolezza che sia passivamente vigile, non aggressivamente attiva. Come ho detto, questa consapevolezza non proviene da nessuna forma di disciplina, da nessun esercizio. Consiste semplicemente nell'essere consapevoli, istante per istante, del nostro pensiero e del nostro sentire, e questo non solo quando siamo desti, poiché capiremo, se andiamo in profondità, che si cominciano a produrre simboli di tutti i generi che noi percepiamo come sogni. Così apriamo la porta a ciò che è nascosto, che diventa noto; ma per trovare l'ignoto dobbiamo oltrepassare la soglia: il difficile, certamente, è questo. La realtà non è qualcosa che sia conoscibile dalla mente, perché la mente è il risultato del conosciuto, del passato; pertanto la mente deve comprendere se stessa e il suo funzionamento, la sua verità, e solo allora è possibile che l'ignoto sia. Desiderio Per la maggior parte di noi, il desiderio è un bel problema: il desiderio di possesso, di una posizione, di potere, di agi, di immortalità, di continuazione, il desiderio di essere amati, di ottenere qualcosa di permanente, di soddisfacente, di durevole, qualcosa che si situi oltre il tempo. Ora, che cosa è il desiderio? Che cosa è questa cosa che urge, che ci sospinge? Non sto suggerendo che dovremmo essere soddisfatti di ciò che abbiamo o di ciò che siamo, che è semplicemente l'opposto di ciò che vogliamo. Stiamo cercando di comprendere che cosa sia il desiderio, e se riusciamo a entrare nel problema per tentativi, esitando, io credo che metteremo in atto una trasformazione che non è la semplice sostituzione di un oggetto del desiderio con un altro. Questa sostituzione è ciò che in genere intendiamo con «cambiamento», non è vero? Poiché siamo insoddisfatti di un particolare oggetto del desiderio, gli cerchiamo un sostituto. Siamo eternamente in movimento da un oggetto del desiderio a un altro che consideriamo migliore, più nobile, più raffinato; ma per quanto raffinato il desiderio è sempre desiderio, e in questo suo movimento c'è una lotta senza fine, il conflitto degli opposti. Quindi non è forse importante scoprire che cosa sia il desiderio e se possa essere trasformato? Che cos'è il desiderio? Non è forse il simbolo e la sua sensazione? Il desiderio è sensazione per l'oggetto da possedere. Esiste forse desiderio senza simbolo e sensazione? Ovviamente no. Il simbolo può essere una rappresentazione, una persona, una parola, un nome, un'immagine, un'idea che mi dà una sensazione, che mi fa sentire piacere o dispiacere; se la sensazione è piacevole, desidero raggiungere, possedere, tenermi stretto il suo simbolo, e continuare in questo piacere. Di tanto in tanto, in accordo con le mie inclinazioni e i miei impulsi, cambio la rappresentazione, l'immagine, l'oggetto. Mi sono ben nutrito di una forma di piacere, mi sono stancato, annoiato, e così vado in cerca di una nuova sensazione, di una nuova idea, di un nuovo simbolo. Respingo la vecchia sensazione e ne scelgo una nuova, con nuove parole, nuovi significati, nuove esperienze. Resisto a quella vecchia e mi arrendo a quella nuova, che considero essere più alta, più nobile, più soddisfacente. Quindi nel desiderio c'è resistenza e arrendevolezza, il che implica tentazione; e, certamente, nella resa a un particolare simbolo del desiderio c'è sempre la paura della frustrazione. Se osservo l'intero processo del desiderio dentro di me vedo che c'è sempre un oggetto verso il quale la mia mente si rivolge per ulteriori sensazioni, e che questo processo implica resistenza, tentazione e disciplina. Ci sono percezione, sensazione, contatto e desiderio, e la mente diventa lo strumento meccanico di questo processo in cui i simboli, le parole, gli oggetti costituiscono il centro intorno al quale sono strutturati tutti i desideri, tutti gli obiettivi, tutte le aspirazioni; questo centro è l'«io». Posso dissolvere tale centro del desiderio – non un desiderio particolare, una particolare voglia o appetito, ma l'intera struttura del desiderare, del bramare, dello sperare, in cui c'è sempre paura della frustrazione? Più sono frustrato, più do forza all'«io». Finché c'è speranza, bramosia, c'è sempre lo sfondo della paura, che di nuovo rinforza questo centro. E la rivoluzione è possibile solo al centro, non alla superficie: ciò sarebbe un mero processo di distrazione, un cambiamento superficiale che porterebbe a un'azione dannosa. Quando sono consapevole della struttura del desiderio nel suo insieme, vedo come la mia mente sia diventata un centro morto, un processo meccanico della memoria. Poiché mi sono stancato di un mio desiderio, voglio automaticamente appagarmi con un altro. La mia mente fa sempre esperienza in termini di sensazione, è lo strumento della sensazione. Poiché mi sono annoiato di una particolare sensazione, ne cerco una nuova, che può forse essere ciò che chiamo la comprensione di Dio; ma è ancora una sensazione. Ne ho avuto abbastanza di questo mondo e del suo travaglio e desidero la pace, una pace che sia durevole; quindi faccio meditazione, controllo, modello la mia mente allo scopo di sperimentare la pace. L'esperienza di questa pace è ancora una sensazione. Così la mia mente è lo strumento meccanico della sensazione, della memoria, un centro morto dal quale agisco e penso. Gli oggetti che inseguo sono proiezioni della mente, al pari di simboli da cui essa deriva le sensazioni. La parola «Dio», la parola «amore», la parola «comunismo», la parola «democrazia», la parola «nazionalismo» sono tutti simboli che procurano sensazioni alla mente, e pertanto la mente vi resta attaccata. Come sapete, ogni sensazione finisce, e così passiamo da una sensazione all'altra; ognuna di esse rafforza l'abitudine a cercarne ulteriori. Allora la mente diventa un mero strumento delle sensazioni e della memoria, e siamo catturati in questo processo. Finché la mente cerca altre esperienze può pensare solo in termini di sensazione; e ogni esperienza che può essere spontanea, creativa, vitale, sorprendentemente nuova si riduce immediatamente alla sensazione e insegue questa sensazione, che poi diviene memoria. Pertanto l'esperienza è morta e la mente diventa semplicemente la pozza stagnante del passato. Se siamo penetrati profondamente in tutto ciò, abbiamo familiarità con questo processo e sembra che siamo incapaci di andare oltre. Noi vogliamo andare oltre, poiché siamo stanchi di questa routine senza fine, di questo meccanico inseguire le sensazioni; così la mente proietta l'idea di verità, di Dio; sogna un cambiamento vitale e di recitare una parte principale in questo cambiamento, e così avanti, ancora e ancora. In tal modo non si dà mai uno stato creativo. Vedo in me stesso questa sequenza del desiderio che va avanti, una cosa meccanica, ripetitiva, che trattiene la mente in un processo di routine e ne fa un centro morto del passato, in cui non c'è spontaneità creativa. Esistono anche momenti di creazione improvvisa di ciò che non appartiene alla mente, che non è memoria, che non appartiene alla sensazione o al desiderio. II nostro problema è quindi comprendere il desiderio: non quanto lontano debba andare o quando debba raggiungere un limite, ma comprendere il processo del desiderio nel suo insieme, il volere, il bramare, gli ardenti appetiti. La maggior parte di noi pensa che possedere molto poco indichi libertà dal desiderio, e quanto veneriamo coloro che non possiedono che poche cose! Un perizoma, una tunica simbolizzano il nostro desiderio di essere liberi dal desiderio; ma si tratta ancora di una reazione molto superficiale. Perché cominciare dal livello superficiale dell'abbandono dei nostri possessi esteriori quando la mente è appesantita da innumerevoli bisogni, desideri, credenze, lotte? Certamente è qui che deve aver luogo la rivoluzione, non in quanto si possiede o nei vestiti che si indossano né in quanti pasti si consumano. Ma ci facciamo impressionare da queste cose perché le nostre menti sono molto superficiali. Il vostro problema come il mio è comprendere se la mente può mai essere libera dal desiderio, dalla sensazione. Certamente la creazione non ha nulla a che fare con la sensazione; la realtà, Dio, o ciò che preferite non consiste in uno stato che può essere sperimentato attraverso la sensazione. Quando fate un'esperienza, che cosa accade? Essa vi ha dato una certa forma di sensazione, un sentimento di esaltazione o di depressione. Naturalmente cercate di evitare, di mettere in disparte lo stato di depressione; ma se si tratta di gioia, di un sentimento di esaltazione, lo inseguite. La vostra esperienza ha prodotto una sensazione piacevole e ne volete di più, e il «più» rafforza il centro morto della mente, che aspira sempre a nuove esperienze. Dunque la mente non può sperimentare nulla di nuovo, è incapace di sperimentare qualcosa di nuovo, perché il suo approccio passa sempre per la memoria, per il riconoscimento; e ciò che è riconosciuto attraverso la memoria non è verità, creazione, realtà. Una mente simile non può fare esperienza della realtà: può solo sperimentare sensazioni, e la creazione non è una sensazione, la creazione è qualcosa di eternamente diverso, istante per istante. Ora mi rendo conto dello stato della mia mente; vedo che è lo strumento della sensazione e del desiderio, e che è catturata meccanicamente nella routine. Una mente simile è incapace di ricevere o percepire il nuovo, perché il nuovo deve essere necessariamente qualcosa oltre la sensazione, che è sempre il vecchio. Questo processo meccanico con le sue sensazioni ha dunque avuto fine – oppure no? Il desiderare di più, l'inseguimento dei simboli, delle parole, delle immagini con le loro sensazioni, tutto ciò ha avuto fine. Solo allora è possibile per la mente essere in quello stato di creatività in cui il nuovo viene alla luce. Se comprenderete, non più magnetizzati dalle parole, dalle abitudini, dalle idee, e vedrete quanto sia importante che il nuovo colpisca continuamente la mente, allora, forse, comprenderete il processo del desiderio, la routine, la noia, la brama costante di esperienza. Allora penso che comincerete a capire che il desiderio ha pochissima importanza nella vita di un uomo che sta realmente cercando. Ovviamente ci sono alcuni bisogni fisici: cibo, abiti, riparo, ma questi non diventano mai appetiti mentali, cose sulle quali la mente struttura se stessa come centro del desiderio. Eccetto i bisogni fisici, ogni forma di desiderio, di grandezza, di verità diviene un processo psicologico tramite il quale la mente costruisce l'idea dell'«io» e rafforza se stessa al centro. Quando capite questo processo, quando ne siete realmente consapevoli senza opposizione, senza un senso di tentazione, senza resistenza, senza giustificarlo o giudicarlo, allora scoprirete che la mente è capace di ricevere il nuovo e che il nuovo non è mai una sensazione; pertanto non può mai essere riconosciuto, né se ne può mai avere un'esperienza ripetuta. È uno stato dell'essere in cui la creatività arriva senza invito, senza memoria: è la realtà. Relazione e isolamento La vita è esperienza, esperienza nella relazione. Uno non può vivere in isolamento: così la vita è relazione e la relazione è azione. E come possiamo avere questa capacità di comprendere la relazione che è vita? La relazione non significa forse non solo comunione con le persone, ma intimità con le cose e le idee? La vita è relazione, che si esprime attraverso il contatto con le cose, con le persone e con le idee. Nel comprendere la relazione avremo la capacità di corrispondere alla vita pienamente, adeguatamente. Quindi il nostro problema non è la capacità, poiché la capacità è dipendente dalla relazione, ma piuttosto la comprensione della relazione, che produce con naturalezza capacità di rapida duttilità, di rapido adattamento, di rapida reazione. La relazione, sicuramente, è lo specchio in cui scopri te stesso. Senza la relazione non esisti; essere vuol dire essere in relazione; essere in relazione è esistenza. Esisti solo nella relazione; altrimenti non esisti, e l'esistenza non ha significato. Non è perché pensi di esistere che diventi forma esistente. Esisti perché sei in relazione ed è la mancanza di comprensione della relazione che causa il conflitto. Ora, non c'è comprensione della relazione perché usiamo la relazione come un mezzo per promuovere il compimento, per promuovere la trasformazione, per promuovere il divenire. Ma la relazione è un mezzo di autoscoperta, poiché essa è essere ed esistenza. Per comprendere me stesso devo comprendere la relazione. La relazione è uno specchio in cui posso vedere me stesso. Questo specchio può essere distorto oppure «reale», riflettere ciò che è. Ma la maggior parte di noi vede nella relazione, in questo specchio, le cose che vorrebbe vedere; noi non vediamo ciò che è. Noi vorremmo piuttosto idealizzare, fuggire, vorremmo vivere nel futuro piuttosto che comprendere la relazione nell'immediato presente. Ora, se noi esaminiamo la nostra vita, la nostra relazione con gli altri, vedremo che è un processo di isolamento. In realtà noi non siamo interessati agli altri; anche se ne parliamo molto, in verità non siamo interessati. Noi siamo in relazione con qualcuno solo finché questa relazione ci dà un rifugio, solo finché ci soddisfa. Ma nel momento in cui c'è un disagio nella relazione che produce fastidio in noi stessi, la scartiamo. In altri termini, c'è relazione solo finché veniamo gratificati. Questo può suonare sgradevole, ma se esamini la tua vita molto da vicino lo vedrai come un dato di fatto, ed evitare un fatto significa vivere nell'ignoranza, che non produce mai una giusta relazione. Se guardiamo nelle nostre vite e osserviamo la relazione, vediamo che è un processo di costruzione di resistenza verso gli altri, un muro oltre il quale guardiamo e osserviamo l'altro; ma noi manteniamo sempre un muro e rimaniamo dietro di esso, si tratti di un muro psicologico, un muro materiale, un muro economico o un muro nazionale. Finché viviamo in isolamento, dietro a un muro, non c'è relazione con gli altri; e viviamo rinchiusi perché è molto più gratificante, pensiamo che sia molto più sicuro. Il mondo è così distruttivo, c'è tanta sofferenza, tanto dolore, guerra, distruzione, infelicità, che desideriamo fuggire e vivere all'interno dei muri di sicurezza del nostro essere psicologico. Quindi la relazione per la maggior parte di noi è in realtà un processo di isolamento, e ovviamente tale relazione produce una società che è altrettanto isolante. Questo è esattamente ciò che accade in tutto il mondo: tu rimani nel tuo isolamento e tendi la mano oltre il muro, chiamandolo nazionalismo, fratellanza o come vuoi, ma in verità i governi sovrani, gli eserciti continuano a esserci. Anche se aderisci ancora alle tue limitazioni, pensi di poter creare l'unità del mondo, la pace nel mondo: il che è impossibile. Finché mantieni una frontiera, sia essa nazionale, economica, religiosa o sociale, è ovvio che non ci possa essere pace nel mondo. Il processo d'isolamento è un processo di ricerca del potere; che uno ricerchi il potere individualmente o per un gruppo razziale o nazionale ci deve essere isolamento, perché lo stesso desiderio di potere, di una posizione, è di fatto separatismo. Dopotutto, non è ciò che tutti vogliono? Si desidera una posizione di potere dalla quale poter dominare, a casa come in ufficio, o in un regime burocratico. Chiunque ricerca il potere, e nella ricerca del potere contribuisce a creare una società basata sul potere militare, industriale, economico, e così via: il che è nuovamente ovvio. Il desiderio di potere non è forse per sua stessa natura fonte di isolamento? Penso che sia molto importante comprenderlo, poiché chi desidera un mondo pacifico, in cui non ci siano guerre, distruzioni, miseria di proporzioni smisurate, deve comprendere questa fondamentale questione. Un uomo compassionevole, un uomo gentile, non ha senso del potere e pertanto non è legato ad alcuna nazionalità, ad alcuna bandiera. Non ha bandiera. Non esiste la possibilità di vivere in isolamento: nessun paese, nessun popolo, nessun individuo può vivere in isolamento; tuttavia, poiché si cerca il potere in modi così diversi, si genera l'isolamento. Il nazionalista è maledetto, poiché con il suo stesso spirito nazionalistico, patriottico, crea un muro di isolamento. Si è così identificato con il proprio paese che costruisce un muro contro gli altri Che cosa accade quando si costruisce un muro contro qualcosa? Questo qualcosa picchia costantemente contro il tuo muro. Quando resisti a qualcosa, la resistenza stessa indica che sei in conflitto con l'altro. Così il nazionalismo, che è un processo di isolamento e il risultato della ricerca del potere, non può portare alla pace nel mondo. Chi è nazionalista e parla di fratellanza racconta una bugia e vive in uno stato di contraddizione. Si può vivere nel mondo senza desiderio di potere, di una posizione, di autorità? Ovviamente si può. Ciò accade quando non ci si identifica con qualcosa di più grande. Questa identificazione con qualcosa di più grande – il partito, la patria, la razza, la religione, Dio – è la ricerca del potere. Poiché in te stesso sei vuoto, ottuso, debole, ti piace identificarti con qualcosa di più grande. Questo desiderio di identificarsi con qualcosa di più grande è il desiderio di potere. La relazione è un processo di autorivelazione, e se non ci si conosce, se non si conoscono i mezzi della mente e del cuore intesi a stabilire semplicemente un ordine esterno, un sistema, una formula accorta hanno pochissimo significato. Ciò che è importante è comprendere se stessi in relazione agli altri. Allora la relazione diventa non un processo di isolamento, ma un movimento in cui si scoprono le proprie motivazioni, i propri pensieri, i propri obiettivi e questa stessa scoperta è l'inizio della liberazione, l'inizio della trasformazione. II pensatore e il pensiero In tutte le nostre esperienze c'è sempre colui che esperisce, l'osservatore, che accumula sempre più per se stesso o che nega se stesso. Non è forse questo un processo sbagliato, e non è forse un perseguimento che non dà origine allo stato creativo? Se questo è un processo sbagliato, possiamo spazzarlo via completamente e metterlo in disparte? Ciò può accadere solo quando faccio esperienza, non come avviene per il pensatore, ma quando sono consapevole del falso processo e vedo che c'è solamente uno stato in cui il pensatore è il pensiero. Finché faccio esperienza, finché sono in divenire ci deve essere questa azione dualistica, ci devono essere il pensatore e il pensiero, due processi separati all'opera, e non c'è integrazione, ma c'è sempre un centro che agisce attraverso la volontà di azione per essere o per non essere, collettivamente, individualmente, nazionalmente e così via. Universalmente, questo è il processo. Finché lo sforzo si suddivide tra lo sperimentatore e l'esperienza è fatale che ci sia deterioramento. L'integrazione è possibile solo quando il pensatore non è più osservatore. Vale a dire, noi sappiamo che al presente ci sono il pensatore e il pensiero, l'osservatore e l'osservato, lo sperimentatore e lo sperimentato; ci sono due stati differenti. Il nostro sforzo consiste nel gettare un ponte tra le coppie di elementi. La volontà di azione è sempre dualistica. È possibile andare oltre questa volontà, che è separante, e scoprire uno stato in cui non ci sia azione dualistica? Questo può essere scoperto solo quando sperimentiamo direttamente lo stato in cui il pensatore è il pensiero. Noi adesso immaginiamo che il pensiero sia separato dal pensatore, ma è davvero così? Ci piacerebbe crederlo, perché così il pensatore può spiegare argomenti tramite il suo pensiero. Lo sforzo del pensatore è di diventare di più o di meno; pertanto in questa lotta, in questa azione della volontà, nel «diventare», c'è sempre un fattore di deterioramento; stiamo inseguendo un falso processo e non un processo vero. Esiste una divisione tra il pensatore e il pensiero? Finché sono separati, divisi, il nostro sforzo è sprecato; stiamo inseguendo un falso processo, che è distruttivo e che costituisce un fattore di deterioramento. Crediamo che il pensatore sia separato dal suo pensiero. Quando mi accorgo che sono avido, possessivo, brutale, penso che non dovrei essere tutto questo. Allora il pensatore cerca di alterare il proprio pensiero e, pertanto, compie uno sforzo per «diventare»; in questo processo di sforzo egli insegue la falsa illusione che ci siano due processi separati, laddove vi è un solo processo. In ciò, penso, si trova il fattore fondamentale di deterioramento. È possibile fare esperienza di quello stato in cui vi è una sola entità e non due processi separati, lo sperimentatore e l'esperienza? Allora forse scopriremo cosa significa essere creativi, e qual è lo stato in cui in ogni istante non c'è deterioramento, in qualsiasi relazione uno si possa trovare. Io sono avido. Io e l'avidità non siamo due stati distinti. C'è una cosa sola e questa è l'avidità. Se io sono cosciente di essere avido, che cosa accade? Faccio uno sforzo per non essere avido, sia per ragioni sociali che per ragioni religiose; questo sforzo si troverà sempre in un piccolo cerchio limitato; io potrei estendere il cerchio, ma rimarrebbe sempre limitato. Quindi c'è il fattore di deterioramento. Ma quando guardo un pò più in profondità e da vicino, vedo che l'autore dello sforzo è la causa dell'avidità e che egli stesso è avidità; e ancora vedo che «io» e «avidità» non esistono separatamente, ma c'è solo l'avidità. Se io mi rendo conto di essere avido, non c'è l'osservatore che è avido ma io stesso che sono l'avidità, quindi il nostro problema è, nel suo insieme, interamente differente; la nostra reazione a esso è interamente differente e quindi il nostro sforzo non è distruttivo. Che cosa potrai fare, se tutto il tuo essere è avidità, se qualsiasi azione tu intraprenda è avidità? Sfortunatamente noi non pensiamo seguendo questa linea. C'è l'«io», l'entità superiore, il soldato che controlla, che domina. Secondo me questo processo è distruttivo. È un'illusione e noi sappiamo perché la mettiamo in atto. Divido me stesso in una parte superiore e una parte inferiore solo per continuare a essere come sono. Se c'è solo l'avidità, da capo a fondo, e non l'«io» che dà luogo all'avidità, che cosa accade? Sicuramente c'è un altro processo all'opera del tutto diverso e viene alla luce un differente problema. È quel problema a essere creativo, e in esso non c'è il senso di un «io» che domina, che diventa, nel bene o nel male. Se vogliamo essere creativi dobbiamo raggiungere questo stato. In tale stato non c'è l'autore dello sforzo. Non è questione di verbalizzare o tentare di scoprire che cosa sia tale stato; se ti disponi verso di esso in questo modo lo perdi e non lo troverai mai. Ciò che importa è capire che l'autore dello sforzo e l'oggetto verso il quale questi compie lo sforzo sono la stessa cosa. Ciò richiede un grado enorme di comprensione e di attenzione, per vedere come la mente divide se stessa in una parte superiore e una parte inferiore, laddove quella superiore è la sicurezza, l'entità permanente, pur rimanendo ancora in sostanza un processo di pensiero e perciò di natura temporale. Se riusciamo a comprendere questo come esperienza diretta, allora vedrete che alla fine potrà venire alla luce un fattore molto differente. II pensiero può risolvere i nostri problemi? Il pensiero non ha risolto i nostri problemi finora e non penso che lo farà mai. Ci siamo affidati all'intelletto affinché ci mostrasse la via d'uscita dalla nostra complessità. Più l'intelletto è astuto, odioso, sottile, maggiore è la varietà dei sistemi, delle teorie, delle idee. E le idee non risolvono nessun problema umano; non l'hanno mai fatto e non lo faranno mai. La mente non è la soluzione; la via del pensiero ovviamente non è la via di uscita dalle nostre difficoltà. Mi sembra che dovremmo in primo luogo comprendere il processo del pensiero e magari essere capaci di andare oltre, poiché quando il pensiero viene meno saremo forse in grado di trovare una strada che ci aiuterà a risolvere i nostri problemi, non solo quelli individuali ma anche quelli collettivi. Pensare non ha risolto i nostri problemi. Gli intelligenti, i filosofi, gli studiosi, i leader politici, non hanno veramente risolto nessuno dei problemi umani, che sono le relazioni tra voi e gli altri, fra te e me. Finora abbiamo usato la mente, l'intelletto, per aiutarci a investigare il problema e in questo modo speriamo di trovare una soluzione. Il pensiero può mai dissolvere i nostri problemi? Il pensiero, a meno che non sia in laboratorio o al tavolo da disegno, non è forse sempre autoprotettivo, volto alla propria perpetuazione, condizionato? La sua attività non è forse egocentrica? E un tale pensiero può mai risolvere uno dei problemi che il pensiero stesso ha creato? Può la mente, che ha creato i problemi, dissolvere quelle cose che essa stessa si è posta davanti? Sicuramente il pensiero è una reazione. Se vi faccio una domanda rispondete in accordo con la vostra memoria, con i vostri pregiudizi, con la vostra educazione, con il clima, con l'intero contesto dei vostri condizionamenti; rispondete di conseguenza, pensate di conseguenza. Il centro di questo contesto è l'«io» nel processo dell'azione. Finché tale contesto non è colto, finché il processo di pensiero, quello stesso che crea il problema, non è compreso e non gli viene posto termine, noi siamo destinati ad avere un conflitto, all'interno e all'esterno, nel pensiero, nell'emozione, nell'azione. Nessuna soluzione di nessun tipo, per quanto intelligente, per quanto ben congegnata, può mai porre fine al conflitto tra uomo e uomo, tra me e te. Rendendocene conto, essendo coscienti di come il pensiero scaturisce e della sua fonte, allora chiediamo: «Può mai aver fine il pensiero?». Non è forse questo uno dei problemi? Il pensiero può risolvere i nostri dilemmi? Riflettendo su un quesito lo avete forse risolto? Quale genere di problema – economico, sociale, religioso – è mai stato risolto pensando? Nella vita di tutti i giorni, più si pensa a un problema, più complesso, insolubile, incerto esso diventa. Non è forse così nella nostra esistenza reale, quella di tutti i giorni? Si può, nello sceverare certi aspetti del problema, vedere più chiaramente il punto di vista di un'altra persona, ma il pensiero non può vedere la completezza e la pienezza del problema: può vedere solo parzialmente, e una risposta parziale non è una risposta completa, pertanto non è una soluzione. Più riflettiamo su un problema, più investighiamo, lo analizziamo e lo discutiamo, più diventa complesso. È possibile, quindi, guardare a esso complessivamente, nella sua interezza? Come è possibile? Poiché questa, mi sembra, è la nostra difficoltà maggiore. I nostri problemi si stanno moltiplicando: c'è un pericolo imminente di guerra, ci sono molti turbamenti nelle nostre relazioni: come possiamo intendere tutto ciò comprensivamente, come un tutto? Quando è possibile? Certamente è possibile solo quando il processo del pensiero, che ha la sua sorgente nell'«io», nel sé, nel contesto della tradizione, del condizionamento, del pregiudizio, della speranza, della disperazione, è giunto a un termine. Possiamo forse comprendere il sé non analizzando, ma vedendo la cosa com'è, essendo coscienti di essa come un fatto e non come una teoria, senza cercare di dissolvere il sé per ottenere un risultato, ma guardando all'attività del sé, questo «io» costantemente in azione? Possiamo guardare a esso senza alcun movimento di distruzione o di incoraggiamento? Non è forse questo il problema? Se in ognuno di noi il centro dell'«io» è inesistente, col suo desiderio di potere, posizione, autorità, continuazione, autoconservazione, certamente i nostri problemi avranno termine! Il sé è un problema che il pensiero non può risolvere. Ci deve essere una coscienza che non è il pensiero. Essere coscienti delle attività del sé, senza condanna o giustificazione, essere semplicemente coscienti, è sufficiente. Se sei cosciente allo scopo di trovare come risolvere il problema, allo scopo di trasformarlo, allo scopo di produrre un risultato, allora sei fermo all'interno del campo del sé, dell'io. Finché cerchiamo un risultato, attraverso l'analisi, attraverso la consapevolezza, attraverso l'esame costante di ogni pensiero, tutto ciò rimane all'interno del campo dell'«io», dell'ego. Finché esiste attività della mente, di sicuro non può esserci amore. Quando ci sarà amore, non avremo problemi sociali. Ma l'amore non è una cosa che viene acquisita. La mente può cercare di acquisirlo, come un nuovo pensiero, un nuovo gadget, un nuovo modo di pensare; ma la mente non può trovarsi in uno stato di amore finché il pensiero sta acquisendo l'amore. Fintanto che la mente cerca di essere in uno stato di non-avidità, certamente è ancora avida, o no? Allo stesso modo, finché la mente spera, desidera e si esercita per essere in uno stato in cui ci sia amore, sicuramente nega questo stato – non è vero? Capire questo problema, il complesso problema di vivere, ed essere consapevoli del processo del nostro pensiero e percepire che in realtà esso non porta da nessuna parte: quando noi percepiamo tutto ciò profondamente, allora si dà certamente uno stato di intelligenza che non è individuale o collettivo. Allora il problema della relazione dell'individuo con la società, dell'individuo con la comunità, dell'individuo con la realtà viene meno, poiché allora c'è solo un'intelligenza, che non è né personale né impersonale. È solo questa intelligenza, a mio parere, che può risolvere i nostri immensi problemi. Essa non può essere un risultato; può aver luogo solo quando comprendiamo il processo del pensiero nel suo insieme, non soltanto a livello conscio ma anche ai più profondi, nascosti livelli della coscienza. Per comprendere un problema del genere dobbiamo avere la mente realmente serena, una mente realmente ferma, così che essa possa guardare al problema senza interporre idee o teorie, senza nessuna distrazione. Questa è una delle nostre difficoltà, poiché il pensiero è diventato una distrazione. Quando voglio comprendere, guardare una cosa, non devo pensare a essa: la guardo. Nel momento in cui comincio a pensare, ad avere idee, opinioni a riguardo, sono già in uno stato di distrazione, guardo lontano da ciò che devo capire. Così il pensiero, quando hai un problema, diventa una distrazione, sia essa un'idea, un'opinione, un giudizio o una comparazione, che impedisce di guardare e pertanto comprendere il problema stesso. Sfortunatamente per la maggior parte di noi il pensiero è diventato così importante. Voi dite: «Come posso esistere senza pensare? Come posso avere una mente vuota?». Avere una mente vuota vuol dire essere in uno stato di stupore, idiozia o ciò che preferite, e la vostra reazione istintiva è rigettarlo. Ma certamente una mente davvero serena, una mente che non sia distratta dal suo stesso pensiero, una mente aperta, può guardare al problema molto direttamente e semplicemente. Per questo occorre avere una mente serena, tranquilla. Una simile mente non è un risultato, non è il prodotto finale di una pratica di meditazione, di controllo. Essa non viene alla luce attraverso un forma di disciplina o coercizione o sublimazione, con uno sforzo dell'«io», del pensiero; viene alla luce quando posso vedere un fatto senza nessuna distrazione. In questo stato di tranquillità di una mente che è realmente ferma c'è amore. Ed è solo l'amore che può risolvere tutti i nostri problemi. Tempo e trasformazione Mi piacerebbe parlare un pò di che cosa è il tempo, perché penso che l'arricchimento, la bellezza e il significato di ciò che è senza tempo, di ciò che è vero, può essere sperimentato solo quando comprendiamo l'intero processo del tempo. Dopotutto, siamo alla ricerca, ognuno a suo modo, di un senso di felicità, di arricchimento. Certamente una vita che ha significato, la ricchezza della vera felicità, non appartiene al tempo. Come l'amore, una vita simile è senza tempo e per capire ciò che è senza tempo non dobbiamo accostarci ad esso attraverso il tempo, ma piuttosto comprendendo quest'ultimo. Non dobbiamo utilizzare il tempo come uno strumento per raggiungere, comprendere, apprendere ciò che è senza tempo. Questo è quello che facciamo per la maggior parte della nostra vita: spendere tempo a cercare di afferrare ciò che è senza tempo; quindi è importante comprendere che cosa intendiamo per tempo, perché io penso che sia possibile essere liberi da esso. È molto importante comprendere il tempo come un intero e non nella sua parzialità. È interessante capire che le nostre vite sono spese nel tempo, non nel senso di una sequenza cronologica di minuti, ore, giorni e anni, ma nel senso della memoria psicologica. Noi viviamo grazie al tempo, siamo il risultato del tempo. Il presente è semplicemente il passaggio dal passato al futuro. Le nostre menti, le nostre attività, il nostro essere sono fondati sul tempo; senza il tempo non possiamo pensare, perché il pensiero è il risultato del tempo, il pensiero è il prodotto di molti ieri e non c'è pensiero senza memoria. La memoria è tempo, perché ci sono due generi di tempo: quello cronologico e quello psicologico. C'è il tempo di ieri per l'orologio e il tempo di ieri per la memoria. Non puoi rifiutare il tempo cronologico, sarebbe assurdo: perderesti il tuo treno. Ma esiste un tempo del tutto distinto dal tempo cronologico? Esiste un tempo come lo pensa la mente? Esiste un tempo al di fuori della mente? Certamente il tempo, il tempo psicologico, è il prodotto della mente. Senza la fondazione del pensiero non c'è tempo, essendo questi nient'altro che la memoria, ossia lo ieri in congiunzione con l'oggi che modella il domani. In altre parole, il ricordo dell'esperienza di ieri in risposta al presente sta creando il futuro che è ancora un processo del pensiero, un percorso della mente. Il processo del pensiero determina il progresso psicologico nel tempo, ma è reale, tanto reale quanto il tempo cronologico? E possiamo usare quel tempo che è della mente come uno strumento per comprendere l'eterno, il senza tempo? Come ho detto, la felicità non appartiene a ieri, la felicità non è il prodotto del tempo, la felicità è sempre nel presente, uno stato senza tempo. Non so se avete notato che quando incontrate l'estasi, una gioia creativa, una sequenza di nuvole splendenti circondate da nuvole scure, non c'è tempo: c'è solo l'immediato presente. La mente, giungendo dopo l'esperienza nel presente, la ricorda e desidera continuarla, accumulando sempre più esperienze per se stessa, e così crea il tempo. Quindi il tempo è creato dal «di più»; il tempo è acquisizione ed è anche distacco, che è di nuovo un'acquisizione della mente. Perciò disciplinare la mente solamente nel tempo, condizionare il pensiero nell'intelaiatura del tempo, che è ricordo, sicuramente non rivela ciò che è senza tempo. La trasformazione è una questione di tempo? La maggior parte di noi è abituata a pensare che il tempo sia necessario per la trasformazione: io sono qualcosa, e cambiare ciò che sono in ciò che dovrei essere richiede tempo. Io sono avido, con le conseguenze dell'avidità: antagonismo, conflitto e infelicità. Per portare a termine la trasformazione, che è non-avidità, pensiamo che il tempo sia necessario. Vale a dire che il tempo è considerato un mezzo per evolvere in qualcosa di più grande, per diventare qualcosa. Il problema è questo: uno è violento, avido, invidioso, rabbioso, vizioso o iracondo. Per trasformare ciò che è, il tempo è necessario? Innanzitutto, perché noi vogliamo cambiare ciò che è, o effettuare una trasformazione? Perché? Perché ciò che siamo non ci soddisfa; crea conflitto, fastidio, e provando avversione per questo stato, vogliamo qualcosa di meglio, qualcosa di più nobile, di più idealistico. Pertanto desideriamo la trasformazione, perché c'è dolore, disagio, conflitto. Il conflitto viene superato col tempo? Se dite che sarà superato col tempo, siete ancora nel conflitto. Potete dire che ci vorranno venti giorni o vent'anni per liberarvi dal conflitto, per cambiare ciò che siete, ma durante questo tempo siete ancora nel conflitto e pertanto il tempo non determina la trasformazione. Quando usiamo il tempo come un mezzo per acquisire una qualità, una virtù o uno stato dell'essere, stiamo semplicemente posponendo o evitando ciò che è; penso che sia importante comprendere questo punto. Avidità o violenza causano dolore, disagio nel mondo della nostra relazione con altri, che è la società; ed essendo consci di questo stato di disagio, che chiamiamo avidità o violenza, diciamo a noi stessi: «Ne uscirò con il tempo; praticherò la non-violenza, praticherò la non-invidia, praticherò la pace». Trovandoci in uno stato di conflitto vogliamo raggiungere uno stato in cui non c'è conflitto. Ora, questo stato di non conflitto è il risultato del tempo, di una durata? Ovviamente no, poiché mentre stai raggiungendo uno stato di non-violenza, sei ancora violento e pertanto ancora in conflitto. Il nostro problema è il seguente: un conflitto, un disagio possono essere superati in un periodo di tempo, si tratti di giorni, anni o vite? Che cosa succede quando dite: «Praticherò la non-violenza per un certo periodo di tempo»? Lo stesso esercitarsi non indica forse che siete in conflitto? Se non steste resistendo al conflitto non vi esercitereste; dite che la resistenza al conflitto è necessaria allo scopo di superare il conflitto e che per questa resistenza vi occorre tempo. Ma la stessa resistenza al conflitto è in se stessa una forma di conflitto. State spendendo la vostra energia nel resistere al conflitto nella forma di ciò che chiamate avidità, invidia o violenza, ma la vostra mente è ancora in conflitto: è quindi importante vedere la falsità del processo dipendente dal tempo come mezzo per vincere la violenza, e pertanto è importante essere liberi da questo processo. Allora sarete capaci di essere ciò che siete: un disagio psicologico che è la violenza in se stessa. Per comprendere qualcosa, un problema umano o scientifico, che cosa è importante, che cosa è essenziale? Una mente serena. Una mente che sia intenta nella comprensione. Non una mente che si isoli, che tenti di concentrarsi, che ancora sia in uno sforzo di resistenza. Se davvero voglio capire qualcosa, sopraggiunge immediatamente uno stato mentale tranquillo. Quando vuoi ascoltare musica o guardare un dipinto che ti piace, per il quale hai una predilezione, qual è il tuo stato mentale? Non si crea forse una sorta di tranquillità? Quando ascolti la musica, la tua mente non vaga tutt'attorno: stai ascoltando. Similmente, quando vuoi comprendere il conflitto, non dipendi più affatto dal tempo: ti trovi semplicemente in confronto con ciò che è, che è il conflitto. Allora immediatamente sopraggiunge una tranquillità, una fermezza della mente. Quando non dipendete più dal tempo come mezzo per trasformare ciò che è, poiché vedete la falsità di questo processo, allora siete in confronto con ciò che è, e in quanto siete interessati a comprendere ciò che è, con naturalezza possedete una mente serena. In questo stato mentale, vigile eppure passivo, si trova la comprensione. Finché la mente è in conflitto, biasimando, resistendo, condannando, non ci può essere comprensione. Se ti voglio comprendere, ovviamente non ti devo condannare. È questa mente tranquilla, questa mente ferma, che determina la trasformazione. Quando la mente non resiste più, quando non evita più, quando non scarta o biasima più ciò che è, ma è soltanto passivamente conscia, allora in questa sua passività scorgerete il sopraggiungere di una trasformazione, se davvero siete entrati nel problema. La rivoluzione è possibile solo ora, non nel futuro; la rigenerazione è oggi, non domani. Se proverete con ciò che ho detto, troverete che c'è rigenerazione immediata, una novità, una ventata di freschezza, poiché la mente è sempre ferma quando è interessata, quando desidera o ha intenzione di comprendere. La difficoltà per molti di noi è che non abbiamo intenzione di comprendere, perché abbiamo paura che se comprendessimo si potrebbe determinare un'azione rivoluzionaria nella nostra vita, e pertanto resistiamo. È il meccanismo di difesa che è all'opera quando noi usiamo il tempo o un ideale come mezzo di trasformazione graduale. Così la rigenerazione è solo possibile nel presente, non nel futuro, non domani. Chi confida nel tempo come mezzo attraverso il quale guadagnarsi la felicità o conoscere la verità o Dio si sta semplicemente ingannando; sta vivendo nell'ignoranza e perciò nel conflitto. Chi vede che il tempo non è la via d'uscita per le nostre difficoltà, e che pertanto è libero dal falso, costui naturalmente ha l'intenzione di comprendere; perciò la sua mente è spontaneamente quieta, senza coercizioni, senza impegno. Quando la mente è ferma, tranquilla, non alla ricerca di una risposta o di una soluzione, non resiste né evita: è solo allora che ci può essere rigenerazione, poiché essa è capace di percepire ciò che è vero, ed è la verità che rende liberi, non lo sforzo per liberarsi. Per i giovani 1 – Mi chiedo se vi siete mai domandati quale sia il significato dell'educazione. Perché andiamo a scuola, perché impariamo diverse materie, perché diamo gli esami e siamo in competizione gli uni con gli altri per ottenere i voti migliori? Qual è il significato della cosiddetta educazione, e che cos'è esattamente? Questa è davvero una domanda importante, non solo per gli studenti, ma anche per i genitori, per gli insegnanti e per chiunque abbia a cuore questo pianeta. Perché entriamo nell'agone educativo? Lo facciamo soltanto per superare qualche esame e trovare un lavoro? Oppure la funzione dell'educazione è quella di prepararci finché siamo giovani a comprendere l'intero processo della vita? Avere un lavoro e guadagnarsi da vivere è necessario, ma è tutto? Veniamo educati solo per quello? Certamente la vita non è soltanto un lavoro, un'occupazione; la vita è qualcosa di straordinariamente vasto e profondo, è un grande mistero, un vasto regno nel quale noi svolgiamo le nostre funzioni di esseri umani. Se ci preparassimo soltanto a guadagnarci da vivere, perderemmo di vista la totalità della vita; e comprendere la vita è molto più importante del semplice prepararsi agli esami e diventare bravissimi in matematica, fisica o tutto quello che volete. Perciò, che siamo insegnanti o studenti, non è forse importante domandare a noi stessi perché stiamo educando o veniamo educati? E qual è il significato della vita? La vita non è una cosa straordinaria? Gli uccelli, i fiori, gli alberi fioriti, il cielo, le stelle, i fiumi e i pesci che li abitano: tutto questo è vita. Vita è il ricco e il povero; vita è la costante battaglia tra i gruppi, le razze e le nazioni; vita è meditazione; vita è ciò che chiamiamo religione, e sono anche le cose della mente, sottili e nascoste: le invidie, le ambizioni, le passioni, le paure, l'appagamento e le angosce. Tutto questo e molto altro è la vita. Ma generalmente noi ci prepariamo a comprenderne soltanto una piccola porzione. Superiamo alcuni esami, troviamo un lavoro, ci sposiamo, abbiamo dei figli, e così diventiamo sempre più simili a macchine. Continuiamo a essere timorosi, ansiosi, spaventati della vita. Perciò la funzione dell'educazione è di aiutarci a comprendere l'intero processo della vita, oppure è soltanto quella di prepararci a una professione e al miglior lavoro che possiamo trovare? Che cosa accadrà a noi tutti quando saremo cresciuti e diventati uomini e donne? Vi siete mai chiesti che cosa farete quando sarete adulti? Con ogni probabilità sarete sposati, e prima ancora di sapere dove vi trovate sarete diventati madri e padri, e a quel punto sarete vincolati a un lavoro o alla cucina, dove sfiorirete gradualmente. È questo tutto quello che accadrà della vostra vita? Vi siete mai posti questa domanda? Non dovreste forse porvela? Se la vostra famiglia è benestante potreste avere un'ottima posizione già assicurata, vostro padre potrebbe darvi un lavoro gratificante o potreste fare un ricco matrimonio; ma anche così avverrà il declino, il deterioramento. Di sicuro l'educazione non significa nulla se non vi aiuta a comprendere la vita in tutta la sua varietà, in tutti i suoi dettagli, con la sua straordinaria bellezza, le sue sofferenze e le sue gioie. Potrete avere diplomi e lauree, potrete avere una sfilza di sigle accanto al vostro nome e trovare un ottimo lavoro, ma poi? A che serve tutto ciò se in questo processo la vostra mente diventa ottusa, esausta, stupida? Perciò, finché siete giovani, non dovreste cercare di scoprire il significato della vita? E non è la vera funzione dell'educazione quella di coltivare in voi un'intelligenza capace di rispondere a tutti questi problemi? Sapete che cos'è l'intelligenza? È la capacità di pensare liberamente, senza paura, senza formule, iniziando a scoprire da voi stessi che cos'è reale, che cos'è vero; ma se siete spaventati non sarete mai intelligenti. Ogni forma di ambizione, spirituale o mondana, genera angoscia, paura; perciò l'ambizione non aiuta a formare una mente chiara, semplice, diretta, e quindi intelligente. Sapete, da giovani è davvero importante vivere in un ambiente privo di paura. Molti di noi, crescendo, hanno paura; abbiamo paura della vita, paura di perdere il lavoro, paura della tradizione, paura di quello che dicono i vicini, la moglie o il marito, paura della morte. Molti di noi hanno paura, in un modo o in un altro, e dove c'è la paura non c'è l'intelligenza. E non sarebbe possibile per noi tutti, finché siamo giovani, stare in un ambiente dove non ci sia la paura, ma al contrario un'atmosfera di libertà, libertà non solo di fare ciò che vogliamo ma di comprendere l'intero processo della vita? La vita è bellissima, non è quella cosa brutta che è diventata a causa nostra; e potete apprezzarne la ricchezza, la profondità, la straordinaria piacevolezza, soltanto quando vi rivoltate contro qualcosa, contro la religione organizzata, contro la tradizione, contro la corrotta società attuale, in modo da scoprire da soli, in quanto esseri umani, che cos'è vero. Non imitare, ma scoprire: questo è educazione. È molto facile conformarsi a ciò che la vostra società o i vostri genitori e insegnanti vi dicono. È un modo di esistere sicuro e comodo; ma non è vivere, questo, perché in esso c'è paura, rovina, morte. Vivere significa scoprire da soli che cos'è vero, e potete farlo soltanto quando c'è libertà, quando c'è una continua rivoluzione interiore, dentro voi stessi. Ma nessuno vi incoraggia a fare domande, a scoprire da soli che cos'è Dio, perché se vi ribellaste diventereste un pericolo per tutto ciò che è falso. I vostri genitori e la società vogliono che viviate tranquilli, e anche voi lo volete. Vivere tranquilli generalmente significa vivere nell'imitazione, e quindi nella paura. Sicuramente la funzione dell'educazione è quella di aiutare ciascuno di noi a vivere liberamente e senza paura, non è così? E creare un'atmosfera priva di paura richiede un grande sforzo di pensiero da parte vostra e da parte dell'insegnante o dell'educatore. Sapete che cosa significherebbe questo, che cosa straordinaria sarebbe creare un'atmosfera nella quale non ci fosse alcuna paura? Noi dobbiamo crearla, perché vediamo che il mondo è in preda a guerre senza fine; è guidato da politici che cercano sempre il potere; è un mondo di avvocati, poliziotti e soldati, di uomini e donne ambiziosi che vogliono tutti una posizione di potere e si combattono gli uni gli altri per ottenerla. Poi ci sono i cosiddetti santi, i guru con i loro seguaci: anch'essi vogliono il potere, una posizione di potere, in questa o nell'altra vita. È un mondo pazzo, completamente confuso, nel quale il comunista combatte il capitalista, il socialista resiste a entrambi e tutti sono contro tutti, lottando per arrivare in un luogo sicuro, a una posizione di potere e agio. Il mondo è diviso da credenze conflittuali, da differenze di casta e di classe, da divisioni nazionalistiche, da ogni forma di stupidità e di crudeltà, e questo è il mondo al quale voi venite educati ad adattarvi. Siete incoraggiati ad adattarvi al contesto di questa società disastrosa; i vostri genitori vogliono che facciate così, e anche voi volete adattarvi. Ora, la funzione dell'educazione è soltanto quella di aiutarvi a conformarvi al modello di questo ordine sociale corrotto, oppure è quella di darvi la libertà – la libertà completa di crescere e creare una società differente, un mondo nuovo? Vogliamo avere questa libertà, non nel futuro ma adesso, altrimenti potremmo essere tutti rovinati. Dobbiamo creare immediatamente un'atmosfera di libertà in modo che possiate vivere e trovare da voi stessi che cos'è vero, in modo che diventiate intelligenti, in modo che siate in costante rivolta. Perché solo coloro che sono in costante rivolta scoprono che cosa è vero, non l'uomo che si conforma, che segue qualche tradizione. Solo quando indagate costantemente, osservate costantemente, imparate costantemente, solo allora trovate la verità, Dio, o l'amore; e non potete indagare, osservare, imparare, non potete essere profondamente coscienti, se avete paura. Quindi la funzione dell'educazione è sicuramente quella di sradicare, sia interiormente che esteriormente, questa paura che distrugge il pensiero umano, le relazioni umane e l'amore. 2 – Forse possiamo affrontare il problema della paura da un'altra visuale. La paura gioca strani scherzi alla maggior parte di noi. Crea ogni genere di illusioni e problemi. Finché non ci immergiamo profondamente in essa e la comprendiamo realmente, la paura distorce sempre le nostre azioni. La paura aggroviglia le nostre idee e rende contorto il cammino della nostra vita; essa crea barriere tra le persone e distrugge certamente l'amore. Perciò, quanto più ci addentriamo nella paura, quanto più la comprendiamo e ce ne liberiamo realmente, tanto più grande sarà il nostro contatto con tutto ciò che ci circonda. Attualmente i nostri contatti autentici con la vita sono molto pochi, non è vero? Ma se possiamo liberarci dalla paura avremo necessariamente contatti intensi, profonda comprensione, autentica empatia, amorevole considerazione, e il nostro orizzonte si estenderà enormemente. Perciò vediamo se possiamo parlare della paura da un punto di vista differente. Mi domando se avete notato che quasi tutti vogliamo un qualche genere di sicurezza psicologica. Vogliamo la tranquillità, qualcuno a cui appoggiarci. Come un bambino piccolo tiene stretta la mano della mamma, allo stesso modo noi vogliamo qualcosa a cui appigliarci: vogliamo che qualcuno ci ami. Senza un senso di sicurezza, senza una protezione mentale, ci sentiamo perduti – non è così? Siamo abituati ad appoggiarci agli altri, ad affidarci a loro perché ci guidino e ci aiutino, e senza quel supporto ci sentiamo confusi, spaventati, non sappiamo che cosa pensare e come agire. Nel momento in cui siamo lasciati a noi stessi ci sentiamo soli, insicuri, incerti. Da questo scaturisce la paura. Perciò vogliamo qualcosa che ci dia un senso di sicurezza, e ci costruiamo protezioni dei generi più vari. Abbiamo delle protezioni interiori e altre esteriori. Quando chiudiamo le finestre e le porte della nostra casa e restiamo all'interno, ci sentiamo molto sicuri, ci sentiamo protetti, e nulla può molestarci. Ma la vita non è così. La vita bussa costantemente alla nostra porta, tentando di aprire le nostre finestre perché riusciamo a vedere meglio, e se per paura serriamo le porte e spranghiamo tutte le finestre, il bussare alla porta non fa che diventare più intenso. Quanto più vicini ci sentiamo a una qualsiasi forma di sicurezza, tanto più la vita viene a scuoterci. Tanto più abbiamo paura e ci chiudiamo in noi stessi, tanto più grande è la nostra sofferenza, perché la vita non ci lascerà soli. Noi vogliamo essere sicuri, ma la vita dice che non possiamo; così la nostra lotta ha inizio. Cerchiamo la sicurezza nella società, nella tradizione, nelle nostre relazioni con i nostri padri e le nostre madri, con le nostre mogli e i nostri mariti, ma la vita fa sempre breccia nelle mura della nostra sicurezza. Cerchiamo sicurezza o conforto anche nelle idee – non è vero? Avete osservato come nascono le idee e come la mente si aggrappa a esse? Vi illumina un'idea di qualcosa di bello che avete visto quando eravate fuori per una passeggiata, e la vostra mente ritorna a quell'idea, a quel ricordo. Leggete un libro e trovate un'idea alla quale vi aggrappate. Per questo dovete capire come nascono le idee e come diventano un mezzo di conforto interiore, di sicurezza, qualcosa a cui la mente si appoggia. Avete mai pensato a questo problema delle idee? Se tu hai un'idea e io ho un'altra idea, e ognuno di noi pensa che la propria idea sia migliore di quella dell'altro, lotteremo – non è vero? Io tento di convincere te e tu tenti di convincere me. Il mondo intero è costruito sulle idee e sui loro conflitti, e se vi addentrate nella questione scoprirete che aggrapparsi semplicemente a un'idea non ha significato. Ma avete notato come vostro padre, vostra madre, i vostri insegnanti, le vostre zie e i vostri zii, tutti quanti si aggrappino tenacemente a quello che pensano? Ora, come nasce un'idea? Come vi viene un'idea? Quando avete l'idea di uscire per una passeggiata? È molto interessante scoprirlo. Se osservate, vedrete come nasce un'idea di quel genere, e come la vostra mente vi si aggrappi, spingendo via tutto il resto. L'idea di uscire per una passeggiata è la risposta a una sensazione – non è vero? In passato siete usciti per una passeggiata che vi ha lasciato una sensazione o un'impressione piacevole; volete farlo di nuovo, perciò l'idea si crea e poi viene messa in atto. Quando vedete una bella automobile, provate una sensazione – non è così? La sensazione sorge dal semplice vedere l'automobile. Il vedere crea la sensazione. Dalla sensazione si genera l'idea «voglio quell'automobile, è la mia automobile» e a quel punto essa diventa dominante. Cerchiamo la sicurezza nel possesso di oggetti e nelle relazioni, e dentro di noi, nelle idee e nelle credenze. Credo in Dio, nei riti, credo che dovrò sposarmi in un certo modo, credo nella reincarnazione, nella vita dopo la morte, e così via. Queste credenze sono tutte create dai miei desideri, dai miei pregiudizi, e a esse io mi aggrappo. Ho delle sicurezze esteriori, potremmo definirle superficiali, e ho anche delle sicurezze interiori; rimuovetemele o mettetemele in questione e io avrò paura: vi allontanerò da me, combatterò contro di voi se minaccerete la mia sicurezza. Ora, esiste qualcosa come la sicurezza? Capite cosa voglio dire? Noi abbiamo delle idee riguardo alla sicurezza. Possiamo sentirci sicuri con i nostri genitori, o in un particolare lavoro. Il modo in cui pensiamo, il nostro modo di vivere, il modo in cui guardiamo le cose: grazie a tutto ciò possiamo sentirci soddisfatti. I più sono molto contenti di essere racchiusi tra idee rassicuranti. Ma possiamo mai essere sicuri, possiamo mai stare tranquilli, per quante protezioni esterne o interiori possiamo avere? Dal punto di vista esteriore: la nostra banca può fallire domani, nostro padre o nostra madre possono morire, può scoppiare una rivoluzione. E c'è qualche sicurezza nelle idee? Ci piace pensare che siamo al sicuro con le nostre idee, con le nostre credenze, con i nostri pregiudizi; ma lo siamo davvero? Non sono muri reali: sono semplicemente le nostre concezioni, le nostre sensazioni. Ci piace credere che ci sia un Dio che veglia su di noi, o che rinasceremo più ricchi, più nobili di quanto non siamo ora. Può essere, e può non essere. Quindi, se guardiamo sia alle sicurezze esteriori che a quelle interiori, possiamo accorgerci che nella vita non c'è proprio nessuna sicurezza. Quando capisce questo, una persona che pensa per davvero inizia a liberarsi da ogni genere di sicurezza, interiore o esteriore. È estremamente difficile, perché significa che sei solo – solo nel senso che non dipendi da nulla. Nel momento in cui si dipende da qualcosa c'è paura, e quando c'è paura non c'è amore. Quando amate non siete soli. Il senso di solitudine sorge soltanto quando avete paura di essere soli e di non sapere che cosa fare. Quando siete sotto l'influenza delle idee, isolati dalle fedi, allora la paura è inevitabile, e quando avete paura siete completamente ciechi. Così, insegnanti e genitori insieme devono risolvere il problema della paura. Sfortunatamente però i vostri genitori hanno paura: che cosa potreste fare se non vi sposaste o se non trovaste un lavoro? Hanno paura che falliate, o di quello che potrebbe dire la gente, e a causa di questa paura vogliono farvi fare certe scelte. La loro paura si traveste di ciò che essi chiamano amore. Vogliono badare a voi, perciò voi dovete fare questo o quello. Ma se guardate dietro al muro del loro cosiddetto affetto e della loro sollecitudine, troverete che c'è paura per la vostra sicurezza e per la vostra rispettabilità, e anche voi siete spaventati perché siete stati dipendenti da altre persone per tanto tempo. Ecco perché è molto importante che iniziate fin dalla più tenera età a porre domande e ad abbattere quei sentimenti di paura, in modo da non venire isolati da essi e rinchiusi nelle idee, nelle tradizioni, nelle abitudini; e siate invece liberi esseri umani con una vitalità creativa. 3 – Non è importantissimo, da giovani, essere amati e sapere qual è il significato dell'amore? Eppure a me pare che la maggior parte di noi non ami, e nemmeno sia amata. Io penso che sia essenziale, da giovani, affrontare questo problema molto seriamente e capirlo, perché allora forse saremo abbastanza sensibili da provare amore, da conoscere la sua qualità, il suo profumo, in modo che diventando adulti non verrà completamente distrutto. Allora consideriamo questo problema. Qual è il significato dell'amore? È un ideale, qualcosa di lontano, inattingibile? O ciascuno di noi può provare amore nei ritagli di tempo della giornata? Avere la qualità della simpatia, della comprensione, aiutare qualcuno in modo naturale, senza nessun motivo, essere spontaneamente gentili, preoccuparsi, prendersi cura di una pianta o di un cane, andare d'accordo con la gente del villaggio, essere generosi con l'amico, con un vicino: non è questo che intendiamo per amore? L'amore è quindi uno stato nel quale non c'è risentimento, bensì inesauribile perdono? E non è forse possibile provarlo da giovani? Da giovani, molti di noi sperimentano questo sentimento: un'improvvisa estroversione empatica per un abitante del nostro villaggio, per un cane, per i piccoli o gli indifesi. E non si dovrebbe favorirla sempre? Non dovreste dedicare sempre una parte del giorno ad aiutare qualcuno, a curare un albero o un giardino, ad aiutare in casa, in modo da sapere, quando sarete maturi, che cosa significa essere premurosi naturalmente, senza sforzo, senza motivo? Non dovreste avere questa qualità dell'affetto autentico? L'affetto autentico non può essere indotto artificialmente, bisogna sentirlo; e devono sentirlo anche il vostro tutore, i vostri genitori, i vostri insegnanti. I più non provano affetto autentico, sono troppo intenti ai loro progetti, alle loro brame, alla loro conoscenza, al loro successo. Danno una tale colossale importanza a quello che hanno fatto e vogliono fare che questo alla fine li distrugge. Ecco perché è importantissimo, da giovani, aiutare a badare alla casa, oppure occuparsi di qualche albero che avete piantato voi stessi, o andare ad assistere un amico malato, perché ci sia un sottile sentimento di empatia, di sollecitudine, di generosità – la generosità autentica che non è soltanto mentale, e che vi spinge a condividere con qualcuno qualsiasi cosa abbiate, per quanto piccola. Se non provate da giovani questo sentimento d'amore, di generosità, di gentilezza, di delicatezza, sarà molto difficile provarlo quando sarete più grandi; ma se iniziate a provarlo adesso, allora forse potrete risvegliarlo anche negli altri. Provare empatia e affezione implica libertà dalla paura, non è vero? Ma, vedete, è molto difficile crescere in questo mondo senza paura, senza l'azione di un qualche movente personale. Gli adulti non hanno mai pensato a questo problema della paura, oppure ci hanno riflettuto solo in astratto, senza affrontarlo concretamente nell'esistenza quotidiana. Siete ancora giovanissimi, state osservando, indagando, imparando, ma se non vedete e capite che cos'è che causa la paura, diventerete come loro. Come un seme nascosto, la paura crescerà, si diffonderà e avvolgerà la vostra mente. Per questo dovreste essere coscienti di tutto ciò che accade intorno a voi e in voi stessi – come parlano i vostri insegnanti, come si comportano i vostri genitori, e come reagite voi – in modo da vedere e comprendere questo problema della paura. La maggior parte degli adulti pensa che qualche tipo di disciplina sia necessaria. Sapete che cos'è la disciplina? È un processo attraverso il quale vi si fa fare qualcosa che non volete fare. Dove c'è la disciplina c'è la paura; quindi la disciplina non è la via dell'amore. Ecco perché la disciplina a tutti i costi dovrebbe essere evitata, poiché essa è coercizione, resistenza, costrizione, e vi fa fare qualcosa che non capite veramente, o vi persuade a farlo offrendovi una ricompensa. Se non capite qualcosa, non fatelo e non sentitevi obbligati a farlo. Chiedete una spiegazione; non siate semplicemente ostinati ma cercate di scoprire la verità della situazione, in modo che nessuna paura si intrometta e la vostra mente diventi molto duttile e malleabile. Quando non capite qualcosa e siete semplicemente obbligati dall'autorità degli adulti, state reprimendo la vostra mente, ed è allora che sorge la paura, e quella paura vi insegue come un'ombra nella vita. Ecco perché è così importante non essere disciplinati secondo un qualche tipo particolare di pensiero o schema d'azione. Ma la maggior parte degli adulti riesce a pensare solo in questi termini. Vogliono farvi fare qualcosa per il vostro cosiddetto bene. Questo semplice processo che consiste nel farvi fare qualcosa per il vostro «bene» distrugge la vostra sensibilità, la vostra capacità di comprendere, e quindi il vostro amore. È molto difficile rifiutarsi di sottostare alle imposizioni, perché il mondo intorno a noi è molto forte; ma se ci diamo semplicemente per vinti e facciamo le cose senza capirle, sprofondiamo nell'abitudine della noncuranza, e allora diventa ancora più difficile liberarci. Perciò, nella vostra scuola ci deve essere autorità e disciplina? Oppure dovreste essere incoraggiati dai vostri insegnanti a discutere di questi problemi, ad addentrarvi in essi, a comprenderli, in modo che quando sarete cresciuti e ve ne andrete per il mondo sarete degli esseri umani maturi e capaci di affrontare con intelligenza i problemi del mondo? Ma non potete avere quella profonda intelligenza se in voi c'è qualche tipo di paura. Solo la paura vi rende ottusi e piega la vostra iniziativa, distruggendo quella fiamma che chiamiamo empatia, generosità, affetto, amore. Perciò non permettete che vi impongano attraverso la disciplina uno schema di azione, ma scoprite le cose: questo significa che dovete avere il tempo per domandare e per indagare, e anche gli insegnanti devono avere tempo; se il tempo non c'è allora bisogna crearlo. La paura è fonte di corruzione, è l'inizio della degenerazione, ed essere liberi dalla paura è più importante di qualsiasi esame o voto scolastico. 4 – Abbiamo discusso di quanto sia essenziale provare amore, e abbiamo visto che non lo si può acquistare o comprare; ma senza amore tutti i nostri piani per un perfetto ordine sociale nel quale non ci siano sfruttamento e irreggimentazione non avranno proprio alcun senso, e io penso che sia importantissimo comprenderlo da giovani. Ovunque si vada, non importa in quale parte del mondo, si constata che la società è in una condizione di perpetuo conflitto. Ci sono sempre da una parte i potenti, i ricchi, i benestanti, e dall'altra i lavoratori; ognuno compete con invidia, ognuno vuole una posizione migliore, uno stipendio più elevato, più potere, maggior prestigio. Questa è la condizione del mondo, e per questo la guerra continua sempre, dentro e fuori di noi. Ora, se voi e io vogliamo ottenere una completa rivoluzione nell'ordine sociale, la prima cosa che dobbiamo comprendere è questo istinto di acquisire potere. La maggior parte di noi vuole il potere in una forma o nell'altra. Capiamo che grazie alla ricchezza e al potere saremmo in grado di viaggiare, di unirci a persone importanti e diventare famosi; oppure sogniamo di costruire una società perfetta. Pensiamo di raggiungere il bene attraverso il potere; ma la stessa ricerca del potere – potere per noi stessi, potere per il nostro paese, potere per un'ideologia – è male, è distruzione, perché crea inevitabilmente poteri contrapposti: perciò c'è sempre conflitto. Allora non è forse giusto dire che dovrebbe essere l'educazione ad aiutarvi, man mano che crescete, a percepire l'importanza di creare un mondo nel quale non ci sia conflitto né dentro né fuori di voi, un mondo nel quale non siate in conflitto col vostro vicino, con qualsiasi altro gruppo di persone, perché la spinta dell'ambizione, ossia il desiderio di una posizione di potere, sarà completamente cessata? Ed è possibile creare una società nella quale non ci sia conflitto interiore né esteriore? La società è la relazione fra voi e me, e se la nostra relazione è basata sull'ambizione, poiché ciascuno di noi vuole essere più potente dell'altro, allora ovviamente ci ritroveremo necessariamente sempre in conflitto. Questa causa di conflitto può essere rimossa? Possiamo educare noi stessi a non essere competitivi, a non paragonarci con gli altri, a non volere questa o quella posizione, in una parola: a non essere affatto ambiziosi? Quando uscite dalla scuola con i vostri genitori, quando leggete i giornali o parlate con la gente, dovreste avere notato che quasi tutti vogliono provocare un cambiamento nel mondo. E non avete anche notato che quelle stesse persone sono sempre in conflitto tra loro per una cosa o per l'altra, per le idee, la proprietà, la razza, la casta o la religione? I vostri genitori, i vostri vicini, i ministri e i burocrati – non sono tutti ambiziosi, in lotta per una posizione migliore, e quindi sempre in conflitto con qualcuno? Sicuramente, soltanto quando questa competitività sarà stata rimossa ci sarà una società pacifica nella quale noi tutti potremo vivere felicemente, creativamente. Ora, come si può ottenere questo? Le norme, la legislazione o l'esercizio della vostra mente possono non essere ambiziosi, possono sbarazzarsi dell'ambizione? Potreste anche esercitarvi esteriormente a non essere ambiziosi, dal punto di vista sociale potreste smettere di competere con gli altri pur rimanendo interiormente ancora ambiziosi. Ed è possibile spazzare via completamente questa miseria dell'essere umano? Probabilmente non ci avete mai pensato prima perché nessuno ve ne ha parlato in questo modo; ma ora che qualcuno ve ne parla, non vorreste scoprire se è possibile vivere in questo mondo in modo ricco, pieno, felice, creativo, senza la spinta distruttiva dell'ambizione, senza competizione? Non volete sapere come poter vivere in modo che la vostra vita non distrugga quella di un altro o proietti un'ombra sul suo cammino? Vedete, noi pensiamo che questo sia un sogno utopistico che non si potrà mai realizzare concretamente; ma non sto parlando di utopia, non avrebbe senso. Possiamo voi e io, che siamo persone semplici e comuni, vivere creativamente in questo mondo senza la spinta dell'ambizione, che si mostra in modi vari, come il desiderio di potere e di una posizione? Troverete la risposta giusta quando amerete ciò che fate. Se diventate ingegneri soltanto perché dovete guadagnarvi da vivere, o perché vostro padre o la società se lo aspettano da voi, questa è un'altra forma di coercizione, e la coercizione sotto qualsiasi forma crea contraddizione e conflitto. Invece, se davvero desiderate essere ingegneri, o scienziati, o se potete piantare un albero, o dipingere un quadro, o scrivere una poesia, non per ottenere ammirazione, ma soltanto perché vi piace farlo, allora scoprirete che non sarete mai in competizione con nessuno. Io penso che questa sia la vera chiave di volta: amare ciò che si fa. Ma da giovani spesso è molto difficile sapere che cosa piace fare, dato che si desiderano così tante cose. Volete essere ingegneri, piloti di aeroplani che sfrecciano rombando nel cielo azzurro, o magari volete essere artisti, chimici, poeti o carpentieri. Potreste voler lavorare con l'intelletto, oppure fare qualcosa con le vostre mani. Alcune di queste cose sono quelle che vi piacerebbe fare per davvero, oppure il vostro interesse per esse è una semplice reazione alle pressioni sociali? Come potete scoprirlo? E la finalità dell'educazione non è forse proprio quella di aiutare a scoprirlo, in modo che crescendo possiate iniziare a porre interamente la mente, il cuore e il corpo in quello che vi piace fare per davvero? Scoprire che cosa vi piace fare richiede una gran dose d'intelligenza, perché se avete paura di non essere capaci di guadagnarvi da vivere o di non sapervi adattare a questa società corrotta, allora non lo scoprirete mai. Ma se non avete paura, se rifiutate di lasciarvi spingere nel solco della tradizione dai vostri genitori, dai vostri insegnanti, dalle richieste superficiali della società, allora avrete la possibilità di scoprire che cos'è che vi piace fare per davvero. Quindi, per scoprirlo non ci deve essere la paura di non riuscire a sopravvivere. Ma la maggior parte di noi ha paura di non riuscire a sopravvivere. Diciamo: «Che cosa mi accadrà se non faccio come dicono i miei genitori, se non mi adatto a questa società?». Quando siamo spaventati facciamo come ci viene detto, e in questo non c'è amore, c'è soltanto contraddizione, e questa contraddizione interiore è uno dei fattori che causano l'ambizione distruttiva. Quindi, una funzione basilare dell'educazione è quella di aiutare a scoprire che cosa ci piace fare per davvero, in modo da potervi dedicare la mente e il cuore, e questo crea la dignità umana che spazza via la mediocrità, la mentalità piccolo borghese. Ecco perché è importantissimo avere i giusti insegnanti, la giusta atmosfera, questo vi consentirà di crescere con l'amore che si esprime in ciò che fate. Senza quell'amore, i vostri esami, la vostra conoscenza, le vostre capacità, la vostra posizione e le vostre proprietà sono soltanto cenere, non hanno significato; senza quell'amore, le vostre azioni produrranno ancora più guerra, ancora più odio, ancora più danno e distruzione. Tutto questo può non significare nulla per voi, perché esteriormente siete ancora giovanissimi, ma io spero che significherà qualcosa per i vostri insegnanti – e anche per voi, da qualche parte del vostro cuore. 5 – Non penso che potremo comprendere il complesso problema dell'amore se prima non comprendiamo il problema ugualmente complesso di ciò che chiamiamo mente. Avete notato quanto siamo indagatori quando siamo molto giovani? Vogliamo sapere, e vediamo molte più cose di quante ne vedono gli adulti. Se siamo completamente coscienti, osserviamo cose che gli adulti non notano nemmeno. La mente, quando si è giovani, è molto più all'erta, molto più curiosa. Ecco perché impariamo così facilmente la matematica, la geografia o qualsiasi altra cosa. Man mano che si invecchia la mente diventa sempre più cristallizzata, pesante, ottusa. Avete notato quanti pregiudizi hanno gli adulti? Le loro menti non sono aperte, affrontano ogni cosa da una prospettiva fissa. Ora siete giovani; ma se non state molto attenti, anche voi finirete così. È quindi importantissimo comprendere la mente, e vedere se anziché diventare gradualmente ottusi potete essere flessibili, capaci di aggiustamenti istantanei, dotati di una straordinaria iniziativa, di profonda ricerca e comprensione in ogni settore della vita. Non dovete forse conoscere le vie della mente per comprendere le vie dell'amore? Perché è la mente che distrugge l'amore. Le persone che sono soltanto intelligenti e furbe non sanno che cos'è l'amore, perché la loro mente, per quanto acuta, è superficiale: vivono alla superficie e l'amore non è una cosa che esiste superficialmente. Che cos'è la mente? Non intendo soltanto il cervello, l'organo fisico che reagisce agli stimoli attraverso varie risposte nervose, e di cui vi può parlare qualsiasi medico. Piuttosto noi vogliamo scoprire che cos'è la mente. La mente che dice «io penso», «questo è mio», «mi fa male», «sono geloso», «amo», «odio», «sono indiano», «sono musulmano», «credo in questo e non credo in quest'altro», «io so e tu no», «rispetto», «disprezzo», «voglio», «non voglio» – che cos'è? Se non iniziate adesso a capire e a rendervi intimamente familiare il processo complessivo di pensiero che chiamiamo mente, se non ne siete del tutto coscienti in voi stessi, crescendo diventerete gradualmente duri, cristallizzati, ottusi, irrigiditi in un certo schema di pensiero. Che cos'è quella cosa che chiamiamo mente? È il nostro modo di pensare, non è vero? Sto parlando della vostra mente, non della mente di qualcun altro – del vostro modo di pensare e sentire, del modo in cui guardate gli alberi, i pescatori, di come considerate le altre persone. La vostra mente, man mano che invecchiate, si deforma gradualmente o si irrigidisce in uno schema fisso. Volete qualcosa, lo bramate, desiderate essere o diventare qualcuno e questo desiderio produce uno schema; ossia, la vostra mente crea un modello e vi rimane prigioniera. Il vostro desiderio la cristallizza. Diciamo per esempio che volete essere molto ricchi. Il desiderio di essere benestanti crea uno schema e il vostro pensiero vi rimane prigioniero; potete pensare solo in quei termini e non potete oltrepassarli. Perciò la vostra mente si cristallizza lentamente, diventa dura, ottusa. Ora, se credete in qualcosa – in Dio, nel comunismo, in un certo sistema politico – è la vostra stessa credenza a produrre lo schema, perché essa è il risultato del vostro desiderio; e questo rinforza i muri dello schema. Gradualmente la vostra mente diventa incapace di un aggiustamento rapido, di profonda penetrazione, di reale chiarezza, perché siete irretiti nella ragnatela dei vostri stessi desideri. Perciò, se prima non iniziamo a indagare questo processo che chiamiamo mente, se prima non ci diventa familiare e non comprendiamo i nostri stessi modi di pensare, non abbiamo la possibilità di scoprire che cos'è l'amore. Non ci può essere amore fintanto che le nostre menti desiderano solo certi aspetti dell'amore o richiedono che esso si svolga in un certo modo. Quando immaginiamo che cosa debba essere l'amore e gli attribuiamo certi motivi, creiamo gradualmente uno schema d'azione rispetto all'amore; ma questo non è amore, è soltanto la nostra idea di ciò che l'amore dovrebbe essere. Diciamo per esempio che io possiedo mia moglie o mio marito come si possiede un vestito o una giacca. Se qualcuno vi porta via la vostra giacca diventate ansiosi, irritati, arrabbiati. Perché? Perché vedete la giacca come una vostra proprietà; la possedete, e attraverso il suo possesso vi sentite arricchiti – non è vero? Se possedete molti vestiti vi sentite ricchi, non solo fisicamente ma interiormente; e quando qualcuno vi porta via la vostra giacca vi sentite irritati perché venite privati di quella sensazione interiore di ricchezza, di quel senso di possesso. Ora, il sentimento di possesso crea una barriera rispetto all'amore. Se io ti ho, ti possiedo, questo è amore? Ti possiedo come possiedo un'automobile, una giacca, un abito, poiché nel possesso mi sento molto gratificato e ho una dipendenza nei confronti di quella sensazione; per me è importantissimo interiormente. Questo sentimento di avere, di possedere qualcosa, questa dipendenza emotiva da un'altra persona è ciò che chiamiamo amore; ma se lo esaminate, scoprirete che nel possesso la mente prova soddisfazione, celata dalla parola «amore». Perciò, col desiderare e il volere, la mente crea uno schema nel quale si ritrova prigioniera, e allora invecchia diventando stanca, ottusa, stupida, irriflessiva. La mente è il centro di quel sentimento di possesso, il sentimento dell'«io» e del «mio»: «possiedo qualcosa», «sono un grand'uomo», «sono un piccolo uomo», «mi sento insultato», «mi sento lusingato», «sono intelligente», «sono molto bello», «voglio diventare qualcuno», «sono figlio di una persona importante». Questo sentimento dell'«io» e del «mio» è l'autentico nucleo della mente, è la mente stessa. Quanto più la mente prova questo sentimento di essere qualcuno, di essere grande, o molto intelligente, o molto stupida, e così via, tanto più costruisce muri intorno a sé e diventa chiusa e ottusa. Allora soffre, perché in quella chiusura inevitabilmente c'è dolore. A causa di quella sofferenza la mente dice: «Che cosa devo fare?». Ma invece di rimuovere i muri che la racchiudono, con la coscienza desta e il pensiero attento, scendendo in profondità e comprendendo il processo complessivo attraverso il quale quei muri sono stati creati, la mente lotta per trovare qualcos'altro di esteriore nel quale rinchiudere nuovamente se stessa. Così la mente diventa gradualmente una barriera per l'amore, e se non comprendiamo che cos'è la mente – il che significa comprendere i modi del nostro stesso pensiero e la sorgente interiore dalla quale sgorga l'azione- noi non abbiamo la possibilità di scoprire che cos'è l'amore. La mente non è anche uno strumento di paragone? Sapete che cosa significa paragonare. Voi dite: «Questo è meglio di quello»; paragonate voi stessi con qualcuno che è più bello, o meno intelligente. C'è un paragone quando dite: «Ricordo un fiume che ho visto anni fa, ed è ancora più bello di questo». Paragonate voi stessi con un santo o un eroe, con l'ideale ultimo. Questo giudizio comparativo rende ottusa la mente, non la rende rapida, non la rende comprensiva, inclusiva. Quando paragonate costantemente, che cosa succede? Quando vedete il tramonto e immediatamente lo paragonate con un precedente tramonto, o quando dite: «Quella montagna è bella, ma due anni fa ho visto una montagna ancora più bella», non state realmente guardando la bellezza che si trova dinnanzi a voi. Perciò il paragone vi impedisce lo sguardo autentico. Se mentre guardo uno di voi dico: «Conosco qualcuno molto migliore», non sto guardando realmente quella persona, non è vero? La mia mente è occupata da qualcos'altro. Per guardare davvero un tramonto non ci deve essere alcun paragone, per guardare davvero uno di voi non devo paragonarlo con nessun altro. Soltanto quando vi guardo appieno, senza giudizi comparativi, posso comprendervi. Quando vi paragono a qualcun altro non vi sto comprendendo, vi sto solo giudicando, sto dicendo che siete questo o quello. Perciò, la stupidità inizia quando c'è un paragone, perché nel paragonarvi a qualcun altro si sminuisce la dignità umana. Ma quando vi guardo senza paragonarvi, allora la mia sola preoccupazione è di capirvi, e in quella stessa preoccupazione, che non è comparativa, c'è l'intelligenza, c'è la dignità umana. Fino a quando la mente fa paragoni, non c'è amore, e la mente fa sempre paragoni, soppesa e giudica – non è così? Cerca sempre di scoprire dov'è la debolezza, e allora non c'è amore. Quando una madre e un padre amano i loro figli, non paragonano un figlio a un altro. Ma voi paragonate voi stessi con qualcuno migliore di voi, più nobile, più ricco; siete continuamente preoccupati di voi stessi in relazione a qualcun altro, perciò vi create un difetto d'amore. In questo modo la mente diventa sempre più comparativa, sempre più possessiva, sempre più dipendente, stabilendo così uno schema del quale si ritrova prigioniera. Poiché non riesce a guardare nulla in modo nuovo e innocente, distrugge il profumo stesso della vita, che è l'amore. 6 – Da giovani si è curiosi di sapere tutto di ogni cosa: perché il sole splende, che cosa sono le stelle, e si vuole sapere tutto della luna e del mondo intorno a noi; ma quando cresciamo, la conoscenza diventa una semplice collezione di informazioni senza nessuna passione. Diventiamo degli specialisti, sappiamo molto su questo o quell'argomento e ci interessiamo pochissimo alle cose intorno a noi, il mendicante in strada, l'uomo ricco che passa nella sua automobile. Se vogliamo sapere perché ci sono ricchezza e povertà nel mondo possiamo trovare una spiegazione. C'è una spiegazione per ogni cosa, e la spiegazione sembra soddisfare la maggior parte di noi. Lo stesso vale per la religione. Siamo soddisfatti delle spiegazioni, e chiamiamo conoscenza il definire ogni cosa. Ed è questo che intendiamo per educazione? Stiamo imparando a scoprire, oppure stiamo semplicemente chiedendo delle spiegazioni, delle definizioni, delle conclusioni per mettere a riposo le nostre menti in modo da non avere bisogno di indagare oltre? I nostri antenati possono averci spiegato tutto, ma con ciò il nostro interesse generalmente si è affievolito. Man mano che si cresce, la vita si fa più complicata e diventa molto difficile. Ci sono così tante cose da conoscere, c'è così tanta infelicità e sofferenza, e vedendo questa complessità pensiamo di avere risolto tutto facendocene una ragione. Qualcuno muore e ce ne facciamo una ragione; così la sofferenza si affievolisce grazie alla spiegazione. Magari quando siamo giovani ci rivoltiamo contro l'idea della guerra, ma crescendo accettiamo la spiegazione della guerra e le nostre menti diventano ottuse. Quando siamo giovani la cosa più importante non è essere soddisfatti dalle spiegazioni, ma scoprire come essere intelligenti e scoprire così la verità delle cose, e non possiamo essere intelligenti se non siamo liberi. Si dice che la libertà giunge solo quando siamo vecchi e saggi, ma sicuramente deve esserci libertà quando siamo molto giovani – non libertà di fare quello che ci piace ma libertà di comprendere in profondità i nostri istinti e impulsi. Ci deve essere libertà senza paura, ma non ci si può liberare dalla paura grazie a una spiegazione. Siamo coscienti della morte e della paura della morte. Se spieghiamo la morte possiamo sapere che cos'è il morire o liberarci dalla paura della morte? Invecchiando è importante avere la capacità di pensare in modo molto semplice. Che cos'è la semplicità? Chi è una persona semplice? Un uomo che conduce una vita da eremita, che ha pochissimi desideri, è davvero semplice? La semplicità non è qualcosa di interamente differente? La semplicità è tale nella mente e nel cuore. Quasi tutti siamo persone complicatissime, abbiamo molti bisogni e desideri. Per esempio, volete superare il vostro esame, volete trovare un buon lavoro, avete degli ideali e volete sviluppare un buon carattere, e così via. La mente ha così tante richieste, e questo consente la semplicità? Non è molto importante scoprirlo? Una mente complessa non può scoprire la verità di nulla, non può scoprire cos'è reale – ed è questa la nostra difficoltà. Fin da bambini siamo istruiti a conformarci, e non sappiamo come ridurre la complessità alla semplicità. Soltanto una mente del tutto semplice e diretta può scoprire la realtà, la verità. Impariamo sempre di più, ma le nostre menti non sono mai semplici; solo una mente semplice è creativa. Quando dipingete un albero, che cosa dipingete? Dipingete soltanto un albero così come appare, con le sue foglie, i suoi rami, il suo tronco, completo in ogni dettaglio, oppure dipingete a partire dal sentimento che l'albero ha risvegliato in voi? Se l'albero vi dice qualcosa e voi dipingete a partire da quell'esperienza interiore, anche se i vostri sentimenti possono essere molto complessi il quadro che farete sarà il prodotto di una grande semplicità. E necessario che da giovani manteniate la vostra mente semplicissima, incontaminata, sebbene possiate ricevere tutte le informazioni che volete. 7 – Vorrei discutere con voi il problema della libertà. È un problema molto complesso che richiede studio e comprensione approfonditi. Sentiamo tanti discorsi riguardanti la libertà, la libertà religiosa e la libertà di fare quello che ci piace. Gli studiosi hanno scritto interi volumi su questo tema. Ma penso che possiamo affrontarlo in un modo semplice e diretto, che forse ci condurrà alla vera soluzione. Mi domando se vi siete mai soffermati a osservare a occidente il meraviglioso bagliore del sole che tramonta, con la timida luna appena sopra gli alberi. Spesso a quell'ora il fiume è calmissimo, così ogni cosa si riflette sulla sua superficie: il ponte, il treno che vi passa sopra, la delicata luna, e infine, quando cala il buio, le stelle. È tutto molto bello. E per osservare, per guardare, per prestare tutta la vostra attenzione a qualcosa di bello, la vostra mente deve essere libera dalle preoccupazioni. Non deve essere occupata dai problemi, dagli affanni, dai ragionamenti speculativi. È soltanto quando la mente è del tutto quieta che potete davvero osservare, perché allora la mente è sensibile alla straordinaria bellezza; forse troviamo qui un indizio per il nostro problema della libertà. Ora, che cosa significa essere liberi? La libertà consiste nel fare quello che vi salta per la testa, nell'andare dove vi pare, nel pensare quello che volete? Questo lo fate comunque. Essere semplicemente indipendenti, è questa la libertà? Molte persone al mondo sono indipendenti, ma pochissime sono libere. La libertà non implica forse grande intelligenza? Essere liberi significa essere intelligenti, ma l'intelligenza non entra in gioco semplicemente desiderando di essere liberi; entra in gioco solo quando iniziate a comprendere l'intero ambiente che vi circonda, le influenze sociali, religiose, familiari e tradizionali che vi assediano continuamente. Ma comprendere le diverse influenze – l'influenza dei vostri genitori, del vostro governo, della società, della cultura alla quale appartenete, delle vostre credenze, dei vostri dèi e delle vostre superstizioni, della tradizione alla quale vi conformate senza ragionare – comprendere tutte queste cose e liberarsene richiede una visione profonda; ma normalmente vi arrendete a esse perché nel vostro intimo siete spaventati. Avete paura di non avere una buona posizione nella vita; avete paura di ciò che dirà il vostro prete; avete paura di non seguire la tradizione, di non fare la cosa giusta. Ma la libertà è appunto uno stato della mente nel quale non c'è paura o coercizione, nessuna brama di sicurezza. La maggior parte di noi non vuole forse essere al sicuro? Non vogliamo che ci venga detto che gente meravigliosa siamo, che bell'aspetto o che straordinaria intelligenza abbiamo? Diversamente non potremmo sfoggiare titoli accademici… Questo genere di cose ci dà fiducia in noi stessi, un senso di importanza. Tutti vogliamo essere persone famose – e nel momento in cui vogliamo essere qualcosa, non siamo più liberi. Vi prego di cercare di capire questo punto, perché è di grande aiuto per comprendere il problema della libertà. Tanto in questo mondo di politici, potere, posizioni sociali e autorità, quanto nel cosiddetto mondo spirituale, dove aspirate a essere virtuosi, nobili e santi, nel momento in cui volete essere qualcuno non siete più liberi. Ma l'uomo o la donna che vedono le assurdità di tutto ciò e il cui cuore, pertanto, è innocente e quindi non è mosso dal desiderio di diventare qualcuno… ebbene, una simile persona è libera. Se capite la semplicità di ciò, ne vedrete anche la straordinaria bellezza e profondità. Dopotutto gli esami hanno questo fine: darvi una posizione sociale, rendervi qualcuno. I titoli, la posizione, la conoscenza vi incoraggiano a essere qualcuno. Non avete notato che i vostri genitori e insegnanti vi dicono che dovete riuscire in qualcosa nella vita, che dovete avere successo come vostro zio o vostro nonno? Oppure cercate di imitare l'esempio di qualche eroe, di essere come i Maestri, come i santi, e così non siete mai liberi. Sia che seguiate l'esempio di un Maestro, un santo, un insegnante, un parente, sia che aderiate a una particolare tradizione, tutto questo implica una domanda da parte vostra di essere qualcosa, ed è solo quando comprendete davvero questo fatto che può esserci libertà. La funzione dell'educazione, allora, è quella di aiutarvi fin dall'infanzia a non imitare nessuno, ma a essere voi stessi per tutto il tempo. E questa è una cosa difficilissima da fare: essere sempre ciò che siete, però comprendendolo, che siate brutti o belli, che siate invidiosi o gelosi. Essere se stessi è molto difficile, perché si pensa di essere qualcosa di ignobile, e che sarebbe meraviglioso se si potesse soltanto cambiare quello che si è in qualcosa di nobile; ma questo non accade mai. Invece se guardate quello che siete realmente, e lo capite, allora nella comprensione stessa c'è la trasformazione. Quindi la libertà risiede non nel tentare di diventare qualcuno di diverso, e neppure nel fare qualsiasi cosa abbiate voglia di fare, e nemmeno nel seguire l'autorità della tradizione, dei vostri parenti, del vostro insegnante, ma nel comprendere che cosa siete, istante per istante. Vedete, voi non venite educati per questo: la vostra educazione vi incoraggia a diventare questo o quello – il che non è comprendere se stessi. Il vostro «sé» è una cosa molto complessa; non è soltanto l'entità che va a scuola, che litiga, che gioca, che ha paura, ma è anche qualcosa di nascosto, di non evidente. Non si compone soltanto dei pensieri che pensate, ma anche di tutte le cose che avete messo nella vostra mente, traendole da altre persone, dai libri, dai giornali, dai vostri leader; è possibile comprendere tutto ciò soltanto quando non volete essere qualcuno, quando non imitate – il che significa, in effetti, quando vi rivoltate contro l'intera tradizione che porta a tentare di diventare qualcosa. Questa è la sola vera rivoluzione, e conduce a una libertà straordinaria. Coltivare questa libertà è la reale funzione dell'educazione. I vostri genitori, i vostri insegnanti e i vostri stessi desideri vogliono che vi identifichiate con questo o quello per poter essere felici e al sicuro. Ma per essere intelligenti non dovete forse oltrepassare tutte le influenze che vi rendono schiavi e vi schiacciano? La speranza di un mondo nuovo risiede in quelli di voi che iniziano a capire che cos'è falso e vi si rivoltano contro, non solo a parole ma con i fatti. E questa è la ragione per la quale dovreste cercare il genere corretto di educazione; perché è solo quando si cresce in libertà che si può creare un mondo nuovo, che non sia basato sulla tradizione o modellato sulle idiosincrasie di qualche filosofo o idealista. Ma non può esserci libertà fino a quando tentate soltanto di diventare qualcuno, o imitate un nobile esempio. 8 – Forse qualcuno di voi non capisce completamente tutto quello che ho detto sulla libertà; ma è molto importante venire a contatto con nuove idee, con qualcosa a cui potete anche non essere abituati. È buona cosa vedere il bello, ma dovete anche osservare le cose brutte della vita, dovete essere consapevoli di tutto. Allo stesso modo, dovete venire a contatto con cose che forse non capite completamente: quanto più pensate e ponderate questi argomenti che per qualche verso possono essere difficili per voi, tanto più grande sarà la vostra capacità di vivere in modo ricco. Non so se qualcuno di voi ha mai notato, al mattino presto, il riflesso sulle acque della luce del sole che sorge. Com'è straordinariamente dolce quella luce, e come danzano le acque scure alla luce della stella del mattino in alto sopra gli alberi, unica stella nel cielo. Vi prestate mai la minima attenzione? Oppure siete così impegnati, così occupati nella vostra routine quotidiana che dimenticate – o non avete mai conosciuto – la ricca bellezza di questo pianeta, sul quale tutti noi dobbiamo vivere? Sia che chiamiamo noi stessi comunisti o capitalisti, induisti o buddhisti, musulmani o cristiani, sia che siamo ciechi e stupidi o felici e in buona salute, la terra è nostra. Capite? È il nostro pianeta e non quello di qualcun altro; non è solo la terra dei ricchi, non appartiene soltanto ai potenti, ai nobili della terra, ma è nostra, vostra e mia. Noi non siamo nessuno, eppure anche noi viviamo su questa terra, e noi tutti dobbiamo vivere assieme. È il mondo del povero come quello del ricco, dell'analfabeta come della persona colta; è il nostro mondo, e io penso che sia importantissimo sentire questo e amare la terra non soltanto occasionalmente in un quieto mattino, ma sempre. Noi possiamo sentire che è il nostro mondo e amarlo soltanto quando comprendiamo che cos'è la libertà. Al momento attuale non esiste una cosa come la libertà, e noi non sappiamo che cosa significhi. Vorremmo essere liberi ma, se notate, tutti quanti – l'insegnante, il genitore, l'avvocato, il poliziotto, il soldato, il politico, l'uomo d'affari – fanno qualcosa nel loro angolino per impedire quella libertà. Essere liberi non è soltanto fare ciò che piace, o liberarsi dalle circostanze che ci legano, bensì è comprendere il problema della dipendenza nel suo complesso. Sapete che cos'è la dipendenza? Voi dipendete dai vostri genitori, non è vero? Dipendete dai vostri insegnanti, dipendete dal cuoco, dal postino, dall'uomo che vi porta il latte, e così via. Si può capire facilmente questo tipo di dipendenza. Ma c'è un genere di dipendenza molto più profonda che bisogna comprendere bene prima di riuscire a liberarsene: la dipendenza dagli altri per la propria felicità. Sapete che cosa significa dipendere dagli altri per la vostra felicità? Non è solo la dipendenza fisica da un altro che è così vincolante, ma la dipendenza interiore, psicologica, da cui deriva la vostra cosiddetta felicità, perché quando si dipende da qualcuno in quel modo si diventa schiavi. Se diventando adulti dipendete emotivamente dai vostri genitori, da vostra moglie o da vostro marito, da un guru, o da qualche idea, lì c'è già l'inizio del vincolo. Questo non lo capiamo – anche se la maggior parte di noi, specialmente quando è giovane, vuole essere libera. Per essere liberi dobbiamo rivoltarci contro ogni dipendenza interiore, e non possiamo rivoltarci se non capiamo perché siamo dipendenti. Finché non comprendiamo e non rompiamo con ogni dipendenza interiore non possiamo mai essere liberi, perché solo in quella comprensione ci può essere libertà. Ma la libertà non è una semplice reazione. Sapete che cos'è una reazione? Se dico qualcosa che vi ferisce, se vi indirizzo una parolaccia e voi vi arrabbiate con me, questa è una reazione – una reazione che nasce dalla dipendenza. E l'indipendenza è un'ulteriore reazione. Ma la libertà non è una reazione: se non comprendiamo la reazione e non andiamo oltre non saremo mai liberi. Sapete che cosa significa amare qualcuno? Sapete che cosa significa amare un albero o un uccello o un animale domestico, in modo da badare a esso, nutrirlo, prendersene cura, anche se potrebbe non darvi nulla in cambio, anche se potrebbe non proteggervi, o seguirvi o dipendere da voi? La maggior parte di noi non ama in questo modo, e non sappiamo proprio che cosa significhi, perché il nostro amore è sempre vincolato da ansia, gelosia, paura – il che implica che dipendiamo interiormente da qualcuno, e vogliamo essere amati. Noi non amiamo e basta: chiediamo qualcosa in cambio e proprio per quella richiesta diventiamo dipendenti. Quindi libertà e amore vanno insieme. L'amore non è una reazione. Se io ti amo perché tu mi ami, è solo uno scambio, una cosa che si compra al mercato; non è amore. Amare è non chiedere nulla in cambio, nemmeno per sentire che si sta dando qualcosa – ed è solo un simile amore che può conoscere la libertà. Però, vedete, voi non venite educati a questo. Venite educati alla matematica, alla chimica, alla geografia, alla storia e basta, perché l'unica preoccupazione dei vostri genitori è di aiutarvi a trovare un buon lavoro e ad avere successo nella vita. Se hanno denaro vi spediscono all'estero, ma come tutti gli altri il loro unico proposito è che voi diventiate ricchi e abbiate una posizione sociale rispettabile; quanto più in alto salite, tanta più infelicità causate agli altri, perché per arrivare lassù dovete competere, essere spietati. Perciò i genitori mandano i loro figli in scuole dove c'è ambizione, competizione, dove non c'è affatto amore, ed è per questo che una società come la nostra è in continua decadenza e in costante conflitto, e anche se i politici, i giudici, i cosiddetti nobili della terra parlano di pace, questo non significa nulla. Allora, voi e io dobbiamo capire il problema complessivo della libertà. Dobbiamo scoprire da soli che cosa significa amare; perché se non amiamo non potremo mai essere profondi, attenti; non potremo mai essere premurosi. Sapete che cosa significa essere premurosi? Quando vedete una pietra aguzza su un sentiero percorso da molti piedi scalzi la rimuovete, non perché ve l'hanno chiesto ma perché vi preoccupate per qualcun altro, non importa chi sia né se lo incontrerete mai. Piantare un albero e prendersene cura, guardare un fiume e godere della pienezza della terra, osservare un uccello librato in volo e vedere la bellezza del suo volo, essere sensibili e aperti a quello straordinario movimento che si chiama vita: per tutto questo ci deve essere libertà, e per essere liberi bisogna amare. Senza amore non c'è libertà; senza amore la libertà è soltanto un'idea di nessun valore. Perciò può esserci libertà solo per coloro che comprendono e si staccano dalla dipendenza interiore, quindi per coloro che sanno che cos'è l'amore; solo costoro produrranno una nuova civiltà, un mondo differente. 9 – Fra tante altre cose della vita, avete mai esaminato perché la maggior parte di noi è così trasandata – trasandata nei vestiti, nelle maniere, nei pensieri, nel modo in cui fa le cose? Perché siamo così poco puntuali e quindi irriguardosi nei confronti degli altri? E che cos'è che mette ordine in ogni cosa, ordine nei nostri vestiti, nei nostri pensieri, nei nostri discorsi, nel modo in cui camminiamo, nel modo in cui trattiamo chi è meno fortunato di noi? Che cos'è che produce quello strano ordine che giunge senza coercizione, senza pianificazione, senza intenzione? L'avete mai preso in considerazione? Sapete che cosa intendo con ordine? È sedersi quieti senza tensioni, mangiare con eleganza senza precipitazione, essere a proprio agio ma precisi, essere chiari nel proprio pensiero eppure espansivi. Che cosa produce questo ordine nella vita? È un punto molto importante e penso che se si potesse venire educati a scoprire il fattore che produce ordine, ciò avrebbe per noi un grande significato. Sicuramente l'ordine si produce soltanto attraverso la virtù; perché se non si è virtuosi, non solo nelle piccole cose ma in tutto, la vita diventa caotica, non è vero? Avere virtù ha davvero poco significato di per sé; ma poiché siete virtuosi c'è precisione nel vostro pensiero e ordine in tutto il vostro essere, e quella è la funzione della virtù. Ma che cosa accade quando un uomo tenta di diventare virtuoso? Quando disciplina se stesso per essere efficiente, meditativo, premuroso, quando tenta di non dispiacere a nessuno, quando spende le sue energie per cercare di stabilire un ordine, per sforzarsi di essere buono? I suoi sforzi conducono solo alla rispettabilità, che produce la mediocrità della mente; perciò costui non è virtuoso. Avete mai guardato un fiore proprio da vicino? È di una precisione stupefacente, con tutti i suoi petali; eppure ci sono in lui una tenerezza, un profumo, una grazia straordinari. Ora, quando un uomo tenta di essere ordinato, la sua vita può essere molto precisa, ma ha perso la qualità della gentilezza che entra in gioco solo quando non c'è sforzo, proprio come nel fiore. Perciò il difficile per noi è essere precisi, limpidi ed espansivi senza sforzo. Vedete, lo sforzo per essere ordinati e accurati ha un potere limitante. Se tento deliberatamente di essere ordinato nella mia stanza, se sono attento a mettere ogni cosa al suo posto, se mi sorveglio sempre, guardo dove metto i miei piedi e così via, che cosa accade? Divento una noia intollerabile per me stesso e per gli altri. È una persona tediosa quella che tenta continuamente di essere qualcosa, i cui pensieri sono coordinati in modo molto attento poiché sceglie un pensiero preferendolo a un altro. Una simile persona può essere molto accurata e limpida, può usare le parole con precisione, può essere molto attenta e premurosa, ma ha perso la gioia creativa di vivere. Allora qual è il problema? Come si può avere questa gioia creativa di vivere, essere espansivi nei propri sentimenti, di mentalità aperta, e tuttavia precisi, limpidi, ordinati nella propria vita? Penso che la maggior parte di noi non sia così perché non sentiamo mai nulla con intensità, non concediamo mai completamente i nostri cuori e le nostre menti a qualcosa. Ricordo di aver visto una volta due scoiattoli rossicci, con lunghe e folte code e una graziosa pelliccia: per circa dieci minuti si sono dati la caccia l'un l'altro su e giù per un alto albero, senza fermarsi, solo per la gioia di vivere. Ma voi e io non possiamo conoscere quella gioia se non sentiamo profondamente le cose, se non c'è passione nelle nostre vite; non la passione volta a fare il bene o a mettere in atto qualche tipo di riforma, ma la passione nel senso del sentire le cose in modo molto forte; e possiamo avere quella passione vitale solo quando c'è una rivoluzione totale nel nostro pensiero, nel nostro intero essere. Avete mai notato come pochi di noi provino un sentimento profondo riguardo a qualcosa? Voi non vi ribellate mai contro i vostri insegnanti, contro i vostri genitori, non soltanto perché non vi piace qualcosa, ma perché avete il sentimento profondo, ardente, di non voler fare certe cose? Se provate sentimenti profondi e intensi riguardo a qualcosa, scoprirete che quegli stessi sentimenti, in qualche modo curioso, porteranno un nuovo ordine nella vostra vita. L'ordine, la precisione, la limpidità del pensiero non sono cose molto importanti in sé, ma diventano importanti per una persona sensibile, che sente intensamente, che è in uno stato di perpetua rivoluzione interiore. Se provate sentimenti molto forti riguardo alla sorte dei poveri, al mendicante che riceve la polvere in faccia quando passa l'automobile del ricco, se siete straordinariamente ricettivi, sensibili verso ogni cosa, allora la semplicità stessa produce ordine, virtù, e penso sia molto importante che lo capiscano sia l'educatore che lo studente. In questo paese, sfortunatamente, come in tutto il mondo, prestiamo poca attenzione alle cose e non proviamo sentimenti profondi verso nulla. Per la maggior parte siamo intellettuali, intellettuali nel senso dell'essere molto brillanti, pieni di parole e di teorie su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su come dovremmo pensare, su che cosa dovremmo fare. Siamo altamente sviluppati dal punto di vista intellettuale ma interiormente abbiamo pochissima sostanza o significato ed è questa sostanza interiore che produce l'azione autentica, che non è un'azione accordata con un'idea. Ecco perché dovreste avere sentimenti molto forti, sentimenti di passione e rabbia, e osservarli, giocare con essi, scoprirne la verità; perché se li reprimete semplicemente, se dite: «Non devo essere arrabbiato, non devo provare passioni, perché ciò è male» scoprirete che la vostra mente gradualmente si rinchiude in un'idea e perciò diventa del tutto superficiale. Potete anche essere immensamente brillanti, potete avere una conoscenza enciclopedica, ma se non c'è la vitalità di un sentimento forte e profondo la vostra comprensione è come un fiore privo di profumo. È importantissimo per voi capire tutte queste cose da giovani perché così quando crescerete sarete dei veri rivoluzionari; rivoluzionari non secondo qualche ideologia o teoria libresca ma rivoluzionari nel senso totale della parola, come degli esseri umani integrali, da cima a fondo, così che non ci sia più alcuno spazio libero in voi che rimanga contaminato dal vecchio. Allora la vostra mente sarà fresca, innocente, e perciò capace di straordinaria creatività. Ma se non cogliete il significato di tutto ciò, la vostra vita diventerà completamente grigia, perché sarete sopraffatti dalla società dalla vostra famiglia da vostra moglie o da vostro marito, dalle teorie, dalle Organizzazioni religiose o politiche. Ecco perché è cosi urgente per voi essere educati correttamente, il che significa che dovete avere degli insegnanti che possano aiutarvi a rompere l'incrostazione della cosiddetta civiltà e a non essere macchine ripetitive, ma individui che hanno davvero un canto interiore, e per questo esseri umani felici e creativi. 10 – Siete mai rimasti seduti tranquilli senza fare nessun movimento? Provateci, state seduti completamente immobili, con la schiena dritta, e osservate che cosa fa la vostra mente. Non cercate di controllarla, non ditevi che non dovrebbe saltare da un pensiero all'altro, da un interesse all'altro, ma siate soltanto consapevoli di come la vostra mente sta saltando. Non fate nulla per impedirlo, ma guardate come se guardaste l'acqua di un fiume dalla riva. Nel flusso del fiume ci sono tante cose – pesci, foglie, animali morti – ma è sempre vivo, mobile, e la vostra mente è così. È perennemente dinamica e vola da una cosa all'altra come una farfalla. Quando ascoltate una canzone, come la ascoltate? Magari vi piace la persona che la canta, il suo bel viso, e seguite il significato delle parole; ma dietro tutto ciò, quando ascoltate una canzone, state ascoltando le note e i silenzi tra le note, non è vero? Allo stesso modo, cercate di stare seduti completamente tranquilli senza agitarvi, senza muovere la mani e nemmeno la punta delle dita, e guardate semplicemente la vostra mente. È molto divertente. Se provate a farlo come una cosa piacevole, un divertimento, scoprirete che la mente inizia a calmarsi senza nessuno sforzo da parte vostra per controllarla. Allora non c'è nessun censore, nessun giudice, nessuno che valuta, e quando la mente sarà del tutto quieta in se stessa, spontaneamente calma, scoprirete che cosa significa gioire. Sapete che cos'è la gioia? È semplicemente ridere, deliziarsi per tutto e nulla, conoscere la gioia di vivere, sorridere, guardare gli altri in faccia senza alcuna paura. Avete mai guardato realmente qualcuno in faccia? Avete mai guardato in faccia il vostro insegnante, i vostri genitori, il grande ufficiale, il servitore, e avete visto che cosa accade? La maggior parte di noi ha paura di guardare direttamente gli altri in faccia, e gli altri non vogliono che li guardiamo in quel modo, perché anche loro sono spaventati. Nessuno vuole rivelarsi; stiamo tutti in guardia, nascosti dietro vari strati d'infelicità, soffrendo, desiderando, sperando. Pochissimi possono guardarvi dritto in faccia e sorridere. Ma è importantissimo sorridere ed essere felici, perché, vedete, senza un canto nel proprio cuore la vita diventa tediosissima. Si può vagare da un tempio a un altro, da un coniuge all'altro, oppure si può trovare un nuovo guru; ma se non c'è quella gioia interiore, la vita ha pochissimo significato. E trovare quella gioia interiore non è facile, perché i più sono insoddisfatti solo superficialmente. Sapete che cosa significa essere insoddisfatti? È molto difficile comprendere l'insoddisfazione, perché la maggior parte di noi canalizza l'insoddisfazione in una certa direzione e così la soffoca. Questo significa che il nostro solo interesse riguarda lo stabilirci in una posizione sicura con interessi prestigiosi ben saldi, in modo da non essere mai infastiditi. Accade anche in famiglia e nelle scuole. Gli insegnanti non vogliono essere infastiditi, ed ecco perché seguono la solita vecchia routine; nel momento in cui si è davvero insoddisfatti e si inizia a indagare, a mettere in dubbio, il fastidio è infatti inevitabile. Ma è solo attraverso l'autentica insoddisfazione che si prende l'iniziativa. Sapete che cos'è l'iniziativa? Avete iniziativa quando cominciate qualcosa senza essere obbligati a farlo. Non è necessario che sia qualcosa di grande o di straordinario (questo può venire in seguito): c'è la scintilla dell'iniziativa quando piantate un albero da soli, quando siete spontaneamente gentili, quando sorridete a un uomo che sta trasportando un carico pesante, quando rimuovete una pietra dal sentiero, o accarezzate un animale per strada. Questo è un inizio in piccolo dell'enorme iniziativa che dovete avere se volete conoscere quella cosa straordinaria chiamata creatività. La creatività ha le sue radici nell'iniziativa che entra in gioco solo quando c'è profonda insoddisfazione. Non abbiate paura dell'insoddisfazione, ma nutritela finché la scintilla non si trasformi in una fiamma e voi diventiate continuamente insoddisfatti di ogni cosa – del vostro lavoro, delle vostre famiglie, del tradizionale culto del denaro, della posizione sociale, del potere – in modo da iniziare davvero a pensare, e scoprire. Ma quando sarete adulti scoprirete che mantenere questo spirito d'insoddisfazione è molto difficile. Avrete figli cui badare e le necessità del vostro lavoro cui far fronte, l'opinione dei vostri vicini, e la società che vi assedierà da ogni parte, e presto inizierete a perdere la fiamma ardente dell'insoddisfazione. Quando vi sentirete insoddisfatti accenderete la radio, andrete da un guru, direte le vostre preghiere, entrerete in un club, berrete, correrete dietro alle donne, qualsiasi cosa pur di soffocare quella fiamma. Ma, vedete, senza la fiamma dell'insoddisfazione non avrete mai quello spirito d'iniziativa, che è l'inizio della creatività. Per scoprire ciò che è vero dovete essere in rivolta contro l'ordine stabilito; ma quanto più denaro hanno i vostri genitori, e quanta più sicurezza essi hanno nei loro lavori, tanto meno vogliono che voi vi rivoltiate. La creatività non è semplicemente dipingere quadri o scrivere poesie, che sono buone cose da farsi ma significano poco in se stesse. Ciò che è importante è essere totalmente insoddisfatti, perché una simile insoddisfazione è il principio dello spirito d'iniziativa che man mano che matura diventa creatività; è questo l'unico modo di scoprire che cos'è vero, che cos'è Dio, poiché lo stato creativo è Dio. Perciò si deve essere totalmente insoddisfatti, ma con gioia. Capite? Si deve essere totalmente insoddisfatti non in modo lamentoso, ma con gioia, con gaiezza, con amore. La maggior parte delle persone che sono insoddisfatte sono terribilmente noiose: si lamentano sempre che una cosa o l'altra non va bene, oppure desiderano essere in una posizione migliore, o vorrebbero che le circostanze fossero differenti, perché la loro insoddisfazione è del tutto superficiale. E coloro che non sono per nulla insoddisfatti sono come già morti. Se riuscite a essere in rivolta da giovani e crescendo mantenete viva la vostra insoddisfazione attraverso la vitalità della gioia e un forte sentire, allora la fiamma dell'insoddisfazione avrà uno straordinario significato perché costruirà, creerà, produrrà nuove cose. Per questo dovete ricevere il giusto genere di educazione, che non è il genere che vi prepara semplicemente a trovare un lavoro o a percorrere la scala del successo, ma è l'educazione che vi aiuta a pensare e che vi dà spazio – spazio non nel senso di una camera da letto più grande o di un tetto più alto, ma spazio per far crescere la vostra mente m modo che non sia schiava di nessuna fede, di nessuna paura. 11 – La maggior parte di noi aderisce a qualche piccola parte della vita e pensa che attraverso quella parte potrà scoprire il tutto. Senza lasciare la stanza speriamo di esplorare l'intera lunghezza e larghezza del fiume e di percepire la ricchezza dei verdi pascoli lungo le rive. Viviamo in una piccola stanza, dipingiamo un quadretto, pensando di avere toccato con mano la realtà della vita o di avere capito il significato della morte; invece no. Per farlo davvero dobbiamo andare fuori. Ed è straordinariamente difficile andare fuori, lasciare la stanza con le sue finestre strette e vedere ogni cosa così com'è, senza giudicare, senza condannare, senza dire: «Questo mi piace e questo non mi piace», perché i più pensano che grazie alla parte si possa capire l'intero; ma un solo raggio non basta per fare una ruota, non è vero? Occorrono molti raggi, e un mozzo e un cerchione, per fare una ruota, e dobbiamo vederla tutta per capire che cos'è. Allo stesso modo dobbiamo percepire il processo complessivo della vita se vogliamo davvero capire la vita. Spero che stiate seguendo tutto questo, perché l'educazione dovrebbe aiutarvi a capire la vita nella sua interezza e non soltanto prepararvi a trovare un lavoro e portare avanti l'esistenza di sempre con il vostro matrimonio, i vostri figli, la vostra assicurazione e i vostri piccoli idoli. Ma produrre il giusto tipo di educazione richiede una grande dose di intelligenza, intuizione, ed ecco perché è così importante per lo stesso educatore essere educato a capire il processo complessivo della vita e non soltanto a insegnare seguendo qualche formula, sia essa vecchia o nuova. La vita è uno straordinario mistero, non il mistero che si trova nei libri, non il mistero di cui parla la gente, ma un mistero che si deve scoprire da soli; ecco perché è così importante capire le piccole cose, quelle limitate, quelle insignificanti, e andare oltre. Se non iniziate a capire la vita quando siete giovani, crescerete interiormente abbrutiti; in quel caso sarete ottusi, vuoti, anche se esteriormente potreste avere denaro, guidare costose automobili, darvi delle arie. Ecco perché è importantissimo lasciare la vostra stanzetta e percepire l'intera vastità dei cieli. Ma non potete far questo senza amore – non l'amore fisico o quello divino, ma semplicemente l'amore, che significa amare gli uccelli, gli alberi, i fiori, i vostri insegnanti, e oltre ai vostri genitori l'umanità. Non sarebbe forse una grande tragedia se non scopriste da soli che cosa significa amare? Se non conoscete l'amore adesso non lo conoscerete mai, perché da adulti quello che si chiama amore diventa qualcosa di molto brutto: un possesso, un tipo di mercanzia che si può vendere e comprare. Ma se iniziate adesso ad avere amore nel vostro cuore, se amate l'albero che piantate, l'animale randagio che accarezzate, allora crescendo non rimarrete nella vostra stanzetta con la finestra stretta, ma la lascerete e amerete la vita nella sua totalità. L'amore è fattuale, non è emozionale, qualcosa che si possa rimpiangere; non è un sentimento. L'amore non ha in sé alcun sentimentalismo. È davvero importante che conosciate l'amore da giovani. I vostri genitori e insegnanti forse non conoscono l'amore, e questa è la ragione per cui hanno creato un mondo terribile, una società che è perpetuamente in guerra al suo interno e con le altre società. Le loro religioni, le loro filosofie e ideologie sono tutte false, perché in essi non c'è amore. Percepiscono soltanto una parte; guardano fuori da una finestra stretta, dalla quale si può magari godere di una vista piacevole e ampia, ma che non è l'intera vastità della vita. Senza questo sentimento di intenso amore non potrete mai avere la percezione del tutto; perciò sarete sempre infelici e alla fine della vostra vita non vi rimarrà null'altro che cenere, e un mucchio di parole vuote. 12 – Penso che sia rarissimo trovare la felicità nella parte della vita successiva alla fine della scuola. Quando partirete di qui affronterete problemi straordinari, il problema della guerra, i problemi delle relazioni personali, i problemi dei cittadini, il problema della religione, e il costante conflitto all'interno della società; e mi parrebbe un'educazione falsa quella che non vi avesse preparato ad affrontare questi problemi e a creare un mondo autentico e più felice. È certamente funzione dell'educazione, specialmente in una scuola dove si ha l'opportunità di un'espressione creativa, quella di aiutare gli studenti a non rimanere prigionieri di quelle influenze sociali e ambientali che vogliono restringere le loro menti e limitare così il loro sguardo e la loro felicità; mi pare che coloro che stanno per entrare all'università dovrebbero conoscere da sé i molti problemi che stanno di fronte a tutti noi. È importantissimo, specialmente nel mondo che vi accingete a fronteggiare, avere un'intelligenza straordinariamente limpida, e quell'intelligenza non è prodotta da nessuna influenza esterna, o libresca. Essa giunge, penso, quando si è consapevoli di quei problemi e in grado di affrontarli, non in un senso limitato e relativo all'individuo, non in quanto americani o induisti o comunisti, ma in quanto esseri umani capaci di sopportare la responsabilità di guardare il vero valore delle cose così come sono, e non di interpretarle secondo una particolare ideologia o schema di pensiero. Non è forse importante che l'educazione prepari ciascuno di noi a comprendere e fronteggiare i nostri problemi umani, e non ci dia soltanto conoscenza o abilità tecniche? Perché, vedete, la vita non è così facile. Potete anche avere avuto un periodo felice, un periodo creativo, un periodo nel quale siete maturati; ma quando lasciate la scuola inizieranno ad accadere molti eventi che vi assilleranno; verrete limitati, non soltanto dalle relazioni personali ma dalle influenze sociali, dalle vostre stesse paure, e dall'inevitabile ambizione di avere successo. Penso che sia una maledizione essere ambiziosi. L'ambizione è una forma di interesse per se stessi, di autoimprigionamento, e perciò determina la mediocrità della mente. Vivere in un mondo pieno di ambizione senza essere ambiziosi significa realmente amare qualcosa per se stessa senza cercare una ricompensa, un risultato; e questo è molto difficile, perché il mondo intero, i vostri amici, i vostri conoscenti lottano per il successo, l'appagamento, per diventare qualcuno. Ma capire tutto questo ed esserne liberi, e fare qualcosa che amate per davvero, non importa che cosa né quanto modesta essa sia: penso che questo risvegli lo spirito di grandezza che non cerca mai approvazione, ricompensa, che fa fare le cose per amore di queste e quindi ha la forza e la capacità di non lasciarsi imprigionare dall'influenza della mediocrità. Penso che sia molto importante capire tutto ciò da giovani; perché le riviste, i giornali, la televisione e la radio enfatizzano costantemente l'adorazione del successo, incoraggiando in tal modo l'ambizione e la competitività che determinano la mediocrità della mente. Se siete ambiziosi vi state semplicemente adattando a un particolare schema di società, quello americano, russo o indiano, e perciò vivete a un livello molto superficiale. A me sembra che quando lascerete la scuola ed entrerete all'università per affrontare in seguito il mondo, la cosa importante sarà di non soccombere, non piegare la testa alle varie influenze, ma di accettarle e capirle così come sono, e vedere il loro autentico significato e valore, con spirito nobile e grande forza interiore, per non creare ulteriore discordia nel mondo. Perciò penso che una vera scuola attraverso i suoi studenti dovrebbe essere una benedizione per il mondo. Perché il mondo si trova in condizioni terribili e ha bisogno di benedizione e la benedizione può giungere solo quando noi, in quanto individui, non cerchiamo il potere, quando non tentiamo di appagare le nostre ambizioni personali, ma abbiamo una chiara comprensione dei vasti problemi con i quali ci confrontiamo. Questo richiede grande intelligenza, il che in realtà significa una mente che non pensa secondo nessuno schema particolare, ma è libera in se stessa e perciò è capace di vedere ciò che è vero e di mettere da parte ciò che è falso. 13 – Sono sicuro che una volta o l'altra abbiamo sperimentato tutti un grande senso di tranquillità e bellezza ispirato dai campi verdi, dal sole al tramonto, dalle acque immote o dalle cime innevate delle montagne. Ma che cos'è la bellezza? Dipende soltanto dal nostro giudizio, oppure la bellezza è una cosa indipendente dalla percezione? Se avete buon gusto nel vestire, se indossate colori armonici, se avete maniere eleganti, se parlate con calma e avete una postura eretta, tutto questo conta come bellezza, non è vero? Ma quella è soltanto l'espressione esteriore di uno stato interiore, come quando scrivete una poesia o dipingete un quadro. Potete guardare il campo verde riflesso nel fiume senza sperimentare alcuna sensazione di bellezza: gli passerete solo accanto. Se come il pescatore vedete ogni giorno le rondini volare basse sull'acqua, questo probabilmente significherà molto poco per voi; ma se siete consapevoli della straordinaria bellezza di un simile spettacolo, che cosa accade in voi per farvi dire: «Com'è bello!»? Che cos'è che causa quel senso interiore di bellezza? Sicuramente per sentire interiormente questa bellezza ci deve essere completo abbandono; la sensazione di non essere limitati, di non avere condizionamenti, difese, resistenze; ma l'abbandono diventa caotico se non è accompagnato da austerità. Sappiamo che cosa significa essere austeri, essere soddisfatti di poco e non pensare in termini di «più» e «meno»? Deve esserci questo abbandono unito a una profonda austerità interiore – austerità che è straordinariamente semplice perché la mente di per se non acquisisce, non accumula, non pensa in termini di «più» e «meno». È la semplicità nata dall'abbandono e unita all'austerità che fa venire alla luce quello stato di bellezza creativa. Ma se non c'è amore non si può essere semplici, non si può essere austeri. Potete parlare di semplicità e austerità, ma senza amore non sono altro che forme di coercizione prive quindi di abbandono. Prova amore soltanto colui che si abbandona, che dimentica se stesso completamente e perciò fa venire alla luce lo stato della bellezza creativa. La bellezza ovviamente include la bellezza della forma esteriore; ma senza la bellezza interiore, il semplice apprezzamento sensoriale della bellezza formale conduce al degrado, alla disgregazione. C'è bellezza interiore soltanto quando provate autentico amore per le persone e per tutte le cose della terra; con quell amore si produce anche un enorme senso di sollecitudine, attenzione, pazienza. Potreste avere una tecnica perfetta, come un cantante o un poeta, potreste saper dipingere o mettere insieme le parole, ma senza questa bellezza creativa dentro di voi, il vostro talento avrà pochissimo significato. Sfortunatamente stiamo diventando dei semplici tecnici Superiamo esami, acquisiamo questa o quella tecnica al fine di guadagnarci di che vivere; ma acquisire tecniche o sviluppare capacità senza prestare attenzione allo stato interiore produce brutture e caos nel mondo. Se risvegliamo interiormente la bellezza creativa, essa si esprime esteriormente, e a quel punto c'è ordine. Ma questo è molto più difficile che acquisire una tecnica, perché significa abbandonarsi completamente, non avere paura, né condizionamenti, resistenze o difese; perciò possiamo abbandonarci solo quando c'è austerità ossia un senso di grande semplicità interiore. Esteriormente possiamo essere semplici, possiamo anche avere soltanto pochi abiti e accontentarci di un unico pasto al giorno: questa non è austerità. C'è austerità quando la mente è capace di infinita esperienza, quando ha esperienza ma rimane del tutto semplice. Ma quello stato entra in gioco soltanto quando la mente non sta più pensando in termini di «più» e «meno», in termini di avere o diventare qualcosa nel tempo. Ciò di cui sto parlando può essere difficile da comprendere per voi, ma è davvero molto importante. Vedete, i tecnici non creano, e ci sono sempre più tecnici nel mondo, persone che sanno cosa fare e come farlo, ma che non creano nulla. In America ci sono calcolatori capaci di risolvere in pochi minuti problemi matematici che richiederebbero ad un uomo un centinaio d'anni. Quelle macchine straordinarie si stanno sviluppando. Ma le macchine non creeranno mai nulla – e gli esseri umani stanno diventando sempre più come delle macchine. Persino quando si ribellano, la loro ribellione rimane entro i limiti della macchina, e quindi non è affatto una ribellione. Perciò è importantissimo scoprire che cosa significa essere creativi. Potete essere creativi soltanto quando c'è abbandono – il che significa, in realtà, quando non c'è una sensazione di coercizione, nessuna paura di non essere qualcosa, di non accumulare, di non ottenere. Allora c'è grande austerità e semplicità, e con esse c'è amore. Tutto questo è la bellezza, lo stato creativo. 14 – Avete mai provato a stare seduti a occhi chiusi in completa quiete, osservando il movimento del vostro pensiero? Avete mai osservato la vostra mente lavorare, o meglio: la vostra mente ha mai osservato se stessa nella propria attività, solo per capire che cosa sono i vostri pensieri, che cosa sono i vostri sentimenti, in che modo guardate gli alberi, i fiori, gli uccelli, le persone, in che modo rispondete a un suggerimento o reagite a una nuova idea? Lo avete mai fatto? Se non lo avete fatto vi siete persi molto. Sapere come funziona la mente è un obiettivo basilare dell'educazione. Se non sapete come reagisce la vostra mente, se la vostra mente non è consapevole delle proprie attività, non scoprirete mai che cos'è la società. Potete leggere libri di sociologia, studiare le scienze sociali, ma se non sapete come funziona la vostra mente non potete capire realmente che cos'è la società, perché la vostra mente è parte della società, è la società. Le vostre reazioni, le vostre credenze, il vostro recarvi al tempio, gli abiti che indossate, ciò che fate e ciò che non fate e quello che pensate: la società è composta da tutto questo ed è la replica di quello che accade nella vostra mente. Allora la vostra mente non è separata dalla società, non è distinta dalla vostra cultura, dalla vostra religione, dalle vostre tante divisioni di classe, dalle ambizioni e dai conflitti della massa. Tutto questo è la società, e voi ne siete parte. Non c'è un «voi» separato dalla società. Ora, la società tenta sempre di controllare, di dare forma, di modellare il pensiero dei giovani. Dal momento in cui siete nati e iniziate a ricevere impressioni, vostro padre e vostra madre vi dicono costantemente che cosa fare e che cosa non fare, in che cosa credere; vi si dice che esiste Dio, oppure che non esiste Dio bensì lo Stato e che qualche dittatore è il suo profeta. Fin dall'infanzia queste cose vengono riversate in voi, il che significa che la vostra mente – che è molto giovane, impressionabile, indagatrice, curiosa di conoscenze e in cerca di scoperte – viene gradualmente ingabbiata, condizionata, formata, in modo che vi adattiate al modello di una particolare società e non diventiate dei rivoluzionari. Dal momento in cui l'abitudine a un pensiero modellato si è stabilita in voi, anche se vi «rivoltate» lo fate all'interno del modello: come i prigionieri che si rivoltano per avere cibo migliore e un pò di comfort, ma sempre all'interno della prigione. Quando cercate Dio, o tentate di scoprire qual è il giusto governo, questo avviene sempre all'interno del modello sociale, che dice: «Questo è vero e questo è falso, questo è buono e questo è cattivo, questo è il leader giusto e quelli sono i santi». Perciò la vostra rivolta, come la cosiddetta rivoluzione provocata da uomini ambiziosi e molto furbi, è sempre limitata dal passato. Questa non è una rivolta, non è vera rivoluzione: è soltanto un'attività che esalta se stessa, una lotta coraggiosa all'interno del modello. La vera rivolta, l'autentica rivoluzione consiste nello sbarazzarsi del modello e indagare al suo esterno. Vedete, tutti i riformatori, non importa chi, sono soltanto interessati a migliorare le condizioni all'interno della prigione. Non vi dicono mai di non conformarvi, non vi dicono mai: «Abbattete i muri della tradizione e dell'autorità, scuotete i condizionamenti che trattengono la mente». Ed è questa la vera educazione: non è soltanto chiedervi di superare gli esami per i quali avete lavorato sodo o di scrivere qualcosa che avete imparato a memoria, ma è aiutarvi a vedere le pareti della prigione nella quale è trattenuta la mente. La società ci influenza tutti, dà costantemente forma al nostro pensiero, e questa pressione sociale dall'esterno si sposta gradualmente all'interno; ma, per quanto penetri in profondità, proviene sempre dall'esterno e non esiste nulla come la disposizione interna per rompere questo condizionamento. Dovete sapere che cosa pensate, e se pensate come induisti, musulmani oppure cristiani; vale a dire nei termini della religione alla quale accidentalmente appartenete. Dovete essere coscienti di ciò in cui credete o non credete. Tutto questo è il modello sociale, e finché non siete consapevoli del modello e non rompete con esso siete sempre prigionieri, anche se potete pensare di essere liberi. Però, vedete, la maggior parte di noi è interessata alla ribellione all'interno della prigione; vogliamo cibo migliore, un pò più di luce, una finestra più larga in modo da poter vedere un pò più di cielo. Siamo interessati alla questione se il paria debba poter entrare nel tempio oppure no; vogliamo abbattere quella particolare casta, e abbattendo una casta vogliamo crearne un'altra, una casta «superiore»; così rimaniamo prigionieri, e in prigione non c'è libertà. La libertà sta fuori dalle mura, fuori dal modello sociale; ma per essere liberi dal modello dovete comprenderne l'intero contenuto, il che significa comprendere la vostra mente. È la mente che ha creato la civiltà presente, questa cultura e questa società tradizionaliste, e se non comprendete le vostre menti, il semplice ribellarvi come comunisti o socialisti, o come questo o quello, ha pochissimo significato. Ecco perché è molto importante conoscere se stessi, essere consapevoli di tutte le nostre attività, dei nostri pensieri e sentimenti; l'educazione non è forse questo? Perché quando siete pienamente consapevoli di voi stessi, la vostra mente diventa molto sensibile, molto desta. Provate a fare questo, non un giorno in un lontano futuro ma domani oppure oggi pomeriggio: se c'è troppa gente nella vostra stanza, se la vostra casa è affollata, uscite da soli, sedetevi sotto un albero o sulla riva del fiume e osservate quietamente come funziona la vostra mente. Non correggetela, non dite: «Questo è giusto, questo è sbagliato», ma osservatela soltanto come se guardaste un film. Quando andate al cinema non prendete parte al film; gli attori e le attrici vi recitano, mentre voi guardate soltanto. Allo stesso modo osservate come lavora la vostra mente. È davvero interessante, molto più interessante di qualsiasi film, perché la vostra mente è il residuo del mondo intero e contiene tutto ciò che gli esseri umani hanno esperito. Grazie a questa comprensione giunge un grande amore; allora, quando vedrete cose amorevoli, comprenderete che cosa sia la bellezza. 15 – Abbiamo discusso la questione della rivolta all'interno della prigione; di come tutti i riformatori, gli idealisti e altri che sono incessantemente attivi nel produrre certi risultati siano sempre in rivolta all'interno delle mura dei loro condizionamenti, all'interno della loro struttura sociale, all'interno del modello di civiltà che è un'espressione della volontà collettiva della massa. Penso che ora varrebbe la pena di esaminare che cosa sia la fiducia e come si manifesti. Attraverso l'iniziativa si produce la fiducia; ma l'iniziativa all'interno del modello sociale produce soltanto fiducia in se stessi, il che è completamente diverso rispetto alla fiducia che prescinde dal sé. Sapete che cosa significa avere fiducia? Se fate qualcosa con le vostre mani, se piantate un albero e lo vedete crescere, se dipingete un quadro o scrivete una poesia, oppure quando siete più grandi costruite un ponte o svolgete molto bene un lavoro amministrativo, questo vi dà fiducia nelle vostre capacità. Ma, vedete, la fiducia così come la conosciamo è sempre all'interno della prigione, la prigione che la società – sia essa comunista, induista o cristiana – ha costruito intorno a voi. L'iniziativa all'interno della prigione crea una certa fiducia, perché sentite di poter fare delle cose; potete disegnare un motore, diventare ottimi medici, eccellenti scienziati e così via. Ma questo sentimento di fiducia che giunge con la capacità di aver successo all'interno della struttura sociale, o di riformarla, o di darle più luce, di decorare l'interno della prigione, in realtà è fiducia in se stessi; sapete di poter fare qualcosa e vi sentite importanti nel farlo. Invece, quando attraverso l'indagine e la comprensione rompete con la struttura sociale della quale siete parte, ecco che si manifesta un genere completamente differente di fiducia, che è privo del sentimento della propria importanza; se riusciamo a comprendere la differenza tra queste due cose – tra la fiducia in se stessi e la fiducia priva del sé – penso che ciò avrà un grande significato nella nostra vita. Quando sapete giocare molto bene a un gioco, come il cricket o il calcio, provate un certo senso di fiducia, non è vero? Vi dà la sensazione di essere proprio bravi in quel gioco. Se siete veloci nel risolvere problemi matematici, anche questo produrrà una sensazione di fiducia in voi stessi. Quando la fiducia nasce dall'azione all'interno della struttura sociale, c'è sempre una strana arroganza che la accompagna. La fiducia di un uomo che sa fare delle cose, che è capace di ottenere dei risultati, è sempre colorata di quell'arroganza del sé, il sentimento del «sono io che faccio questo». Perciò, nell'atto stesso dell'ottenere un risultato, avviando una riforma sociale all'interno della prigione, c'è l'arroganza del sé, il sentimento che io ho fatto quello, che il mio ideale è importante, che il mio gruppo ha avuto successo. Questo sentimento dell'«io» e del «mio» si accompagna sempre alla fiducia che si esprime all'interno della prigione sociale. Avete mai notato quanto sono arroganti gli idealisti? Avete notato che i leader politici che ottengono certi risultati, che compiono grandi riforme, sono pieni di sé, tronfi per i loro ideali e i loro successi? Si reputano molto importanti. Leggete un pò di discorsi politici, osservate qualcuno tra coloro che si definiscono riformatori e vedrete che attraverso il processo stesso della riforma essi coltivano il proprio ego; le loro riforme, per quanto ampie, rimangono all'interno della prigione, perciò sono distruttive e in ultima analisi recano agli uomini maggiore infelicità e conflitti. Ora, se riuscite a vedere attraverso l'intera struttura sociale il modello culturale della volontà generale che chiamiamo civiltà – se riuscite a comprendere tutto questo e a liberarvene, a superare le mura della prigione della vostra particolare società, sia essa induista, comunista o cristiana, allora vedrete farsi avanti una fiducia intatta dall'arroganza. È la fiducia dell'innocenza. È come la fiducia di un bambino completamente innocente, tanto da non tentare alcunché. È la fiducia innocente che darà la luce a una nuova civiltà; ma questa fiducia innocente non può entrare in gioco fintanto che rimanete all'interno del modello sociale. Ora per piacere ascoltate con attenzione. Non ha nessuna importanza chi vi parla, ma è molto importante che voi capiate la verità di ciò che viene detto. Dopotutto l'educazione è questo, non è vero? La funzione dell'educazione non è quella di farvi adattare al modello sociale; al contrario, è quella di aiutarvi a comprendere completamente, profondamente e pienamente, e quindi a rompere con il modello sociale, in modo che diventiate individui privi dell'arroganza dell'io, ma fiduciosi in quanto realmente innocenti. Non è forse una grande tragedia il fatto che praticamente quasi tutti siamo interessati soltanto ad adattarci alla società oppure al modo di riformarla? Avete notato che la maggior parte delle domande poste riflette questo atteggiamento? In effetti voi state dicendo: «Come posso adattarmi alla società? Che cosa diranno mio padre e mia madre, e che cosa mi accadrà se non farò quello che dicono?». Un simile atteggiamento distrugge qualsiasi fiducia, qualsiasi vostra iniziativa. E così lascerete la scuola e l'università come altrettanti automi, magari altamente efficienti, ma senza nessuna fiamma creativa. Ecco perché è così importante capire la società e l'ambiente in cui si vive, e grazie a quel processo di comprensione rompere con essi. Vedete, questo è un problema universale. L'uomo cerca una nuova risposta, un nuovo approccio alla vita, perché i vecchi modi stanno decadendo, tanto in Europa, quanto in Russia, o negli Stati Uniti. La vita è una sfida continua, e tentare soltanto di produrre un migliore ordine economico non è una risposta totale a quella sfida che si rinnova di continuo; e quando le culture, i popoli, le civiltà sono incapaci di rispondere alla sfida del nuovo, vengono distrutti. Vedete, la maggior parte di noi ha paura. I vostri genitori hanno paura, i vostri educatori hanno paura, i governi e le religioni hanno paura che voi diventiate individui completi, perché tutti loro vogliono che rimaniate al sicuro all'interno della prigione delle vostre influenze ambientali e culturali. Ma soltanto gli individui che fanno breccia nel modello sociale, comprendendolo, e che perciò non sono costretti dalle limitazioni della propria mente – soltanto simili persone possono produrre una nuova civiltà, non le persone che semplicemente si conformano, o coloro che oppongono resistenza a un modello particolare perché si sono formati su un altro modello. La ricerca di Dio o della verità non si fa stando in prigione, ma piuttosto comprendendo la prigione e facendo breccia nelle sue mura – e proprio questo movimento in direzione della libertà crea una nuova cultura, un mondo diverso. 16 – La pioggia su una terra arida è una cosa straordinaria, non è vero? Lava e pulisce le foglie, rinfresca il terreno. Io penso che tutti noi dovremmo lavare e pulire completamente le nostre menti, come gli alberi vengono lavati dalla pioggia, gli alberi che sono così pesantemente carichi di polvere di molti secoli, polvere di ciò che chiamiamo conoscenza, esperienza. Se voi e io volessimo purificare la mente ogni giorno, liberarla dalle reminiscenze di ieri, allora ognuno di noi avrebbe una mente fresca, una mente capace di affrontare i molti problemi dell'esistenza. Ora, uno dei grandi problemi che turbano il mondo è ciò che si chiama uguaglianza. In un certo senso non esiste una cosa come l'uguaglianza, perché tutti noi abbiamo capacità differenti; ma stiamo discutendo dell'uguaglianza nel senso che tutte le persone dovrebbero essere trattate allo stesso modo. In una scuola, per esempio, le posizione del direttore, degli insegnanti e dei genitori sono soltanto dei lavori, delle funzioni; ma, vedete, certi lavori o funzioni si accompagnano a quello che viene chiamato status, e lo status è rispettato perché implica potere, prestigio, significa essere in una posizione tale da poter rimproverare le persone, dare ordini, offrire lavori agli amici e ai membri della famiglia. Così lo status accompagna la funzione; ma se potessimo rimuovere questa idea complessiva dello status, del potere, della posizione, del prestigio, del concedere benefici agli altri, la funzione avrebbe un significato completamente diverso e più semplice, non è vero? Allora, che si sia governatori, primi ministri, cuochi o poveri insegnanti, tutti sarebbero trattati con lo stesso rispetto poiché tutti svolgono nella società una funzione differente ma necessaria. Sapete che cosa accadrebbe, specialmente in una scuola, se potessimo davvero togliere alle funzioni l'aura del potere, del prestigio, della posizione, e il pensiero «io sono il capo, sono importante»? Tutti vivremmo in un'atmosfera molto differente, non è vero? Non ci sarebbe l'autorità nel senso dell'alto e del basso, scomparirebbero il grande uomo e il piccolo uomo, e così ci sarebbe libertà. È importantissimo che noi creiamo una simile atmosfera nella scuola, un'atmosfera di libertà nella quale ci sia amore, nella quale ciascuno provi un enorme senso di fiducia; perché, vedete, la fiducia giunge quando vi sentite completamente a casa, al sicuro. Vi sentite forse a vostro agio a casa se vostro padre, vostra madre e vostra nonna vi dicono costantemente che cosa fare, al punto che perdete gradualmente ogni fiducia nel fare qualcosa da soli? Crescendo dovete diventare abili nella discussione, nel capire se quello che pensate è vero e nell'aderirvi. Dovete diventare capaci di sopportare anche pena, sofferenza, perdita di denaro e altre cose simili per qualcosa che ritenete essere giusto; per questo dovete sentirvi, fin dalla gioventù, completamente sicuri e a vostro agio. La maggior parte dei giovani non si sente sicura perché ha paura. Hanno paura dei loro genitori, dei loro insegnanti, delle loro madri e dei loro padri, perciò non si sentono mai davvero a casa propria. Ma quando vi sentite a casa, allora accade una cosa molto strana. Quando potete andare nella vostra stanza, chiudere la porta a chiave e starvene lì da soli senza che nessuno vi noti, senza che nessuno vi dica che cosa fare, vi sentite completamente sicuri; allora iniziate a fiorire, a comprendere, a svilupparvi. Aiutarvi a svilupparvi è la funzione della scuola; e se non vi aiuta a farlo non è affatto una scuola. Quando vi sentite a casa in un certo luogo, nel senso che vi sentite sicuri, non sminuiti, non obbligati a fare questo o quello, quando vi sentite molto felici, completamente a vostro agio, allora non siete cattivi. Quando siete davvero felici, non volete fare del male a nessuno, non volete distruggere nulla. Ma fare in modo che uno studente si senta completamente felice è straordinariamente difficile, perché viene a scuola con l'idea che il direttore, gli insegnanti e i genitori gli diranno che cosa fare e lo spingeranno in una direzione o nell'altra. E così nasce la paura. La maggior parte di voi proviene da scuole nelle quali siete stati educati a rispettare lo status. Vostro padre e vostra madre hanno il loro status, il direttore ha il suo status, così venite qui pieni di paura, rispettando lo status. Ma noi dobbiamo creare nella scuola un'atmosfera di vera libertà, e questo può accadere solo quando la funzione viene separata dallo status, e quindi c'è un senso di uguaglianza. Il reale interesse della corretta educazione è aiutarvi a diventare degli esseri umani vitali, sensibili, privi di paura e di rispetto fasullo per lo status. 17 – La scorsa mattina ho visto un cadavere che veniva trasportato via per essere arso. Era avvolto in un drappo color magenta brillante, e oscillava al ritmo dei quattro uomini che lo stavano trasportando. Mi chiedo che genere di impressione susciti un cadavere. Non vi domandate perché avvenga il deterioramento? Comprate un motore nuovo di zecca, e in pochi anni è consumato. Anche il corpo si consuma; ma avete mai indagato un pò oltre, per scoprire perché si deteriora la mente? Presto o tardi avviene la morte del corpo, ma i più hanno una mente che è già morta in precedenza. Il deterioramento è già lì; perché si deteriora la mente? Il corpo si deteriora perché lo usiamo costantemente e l'organismo fisico si consuma. Malattie, incidenti, vecchiaia, cattiva alimentazione, un povero patrimonio genetico: questi sono i fattori che causano il deterioramento e la morte del corpo. Ma perché la mente deve deteriorarsi, diventare vecchia, pesante, ottusa? Quando vedete un cadavere, non vi siete mai fatti questa domanda? Anche se i nostri corpi devono morire, perché la mente deve deteriorarsi sempre più? Questa domanda non vi è mai venuta in mente? In effetti la mente si deteriora – lo vediamo non soltanto nelle persone anziane, ma anche in quelle giovani. Vediamo nei giovani come la mente stia già diventando ottusa, pesante, insensibile; e se riuscissimo a scoprire i perché la mente si deteriora, allora forse riusciremmo a scoprire qualcosa di realmente indistruttibile. Potremmo capire che cos'è la vita eterna, la vita che non ha termine, che è senza tempo, la vita che è incorruttibile, che non si deteriora come quel corpo che viene trasportato dai ghate poi arso, e di cui si gettano i resti nel fiume. Allora, perché la mente si deteriora? Ci avete mai pensato? Essendo ancora giovanissimi – e se non siete già stati resi ottusi dalla società, dai vostri genitori, dalle circostanze – avete una mente fresca, entusiasta, curiosa. Volete sapere perché esistono le stelle, perché gli uccelli muoiono, perché le foglie cadono, come fanno a volare gli aeroplani a reazione; volete sapere tantissime cose. Ma quella spinta vitale a indagare a scoprire, viene presto soffocata, vero? Viene soffocata dalla paura, dal peso della tradizione, dalla nostra incapacità a fronteggiare questa straordinaria cosa chiamata vita. Non avete notato quanto rapidamente il vostro entusiasmo venga distrutto da una parola cattiva, da un gesto di disprezzo, dalla paura di un esame o dalla minaccia di un genitore – il che significa che quella sensibilità viene subito messa in disparte e la mente diventa ottusa? Un'altra causa di ottusità è l'imitazione. Si è spinti a imitare per tradizione. Il peso del passato vi spinge a conformarvi, a rigare dritto, e grazie al conformismo la mente si sente tranquilla, sicura; percorre un sentiero battuto affinché tutto fili liscio e senza fastidi, senza l'ombra di un dubbio. Osservate gli adulti intorno a voi e vedrete che le loro menti non vogliono essere infastidite. Vogliono la pace, anche se è la pace della morte; ma la vera pace è qualcosa di interamente differente. Non avete notato che quando la mente si immette in un sentiero già battuto è sempre spinta dal desiderio di essere al sicuro? Questa è la ragione per cui segue un ideale, un esempio, un guru. Vuole essere al sicuro, indisturbata, e perciò imita. Quando nei vostri libri di storia leggete di grandi leader, santi, guerrieri, non vi scoprite a volerli copiare? Non è che al mondo non ci siano grandi uomini; è l'istinto che spinge a imitare i grandi uomini, a cercare di diventare come loro, e questo è uno dei fattori di deterioramento perché a quel punto la mente si inserisce da sola in un modello. Inoltre, la società non vuole individui svegli, perspicaci, rivoluzionari, perché tali individui non si adatteranno all'ordine sociale costituito e potrebbero disgregarlo. Ecco perché la società cerca di mantenere la vostra mente nel proprio modello, ed ecco perché la vostra cosiddetta educazione vi incoraggia a imitare, a seguire, a conformarvi. Allora, la mente può smettere di imitare? Ossia, può cessare di formarsi delle abitudini? E la mente, che è già prigioniera dell'abitudine, può liberarsi dall'abitudine? La mente è il risultato dell'abitudine. È il risultato della tradizione, il risultato del tempo – poiché il tempo è ripetizione, è continuità con il passato. E la mente, la vostra mente, può smettere di pensare in termini di ciò che è stato, e di ciò che sarà – il che in realtà è una proiezione di ciò che è stato? La vostra mente può liberarsi dalle abitudini e non farsene più? Se andate davvero a fondo di questo problema scoprirete che può; e quando la mente rinnova se stessa senza formare nuovi modelli e abitudini, senza cadere nel solco dell'imitazione, allora rimane fresca, giovane, innocente, e perciò è capace di infinita comprensione. Per una simile mente non si dà morte, perché non c'è più il processo di accumulazione. È il processo di accumulazione che crea l'abitudine e l'imitazione, e per la mente che accumula c'è deterioramento e morte. Ma una mente che non ammassa dati, che non accumula, che muore ogni giorno, ogni minuto, per una simile mente non si dà morte. Si trova in uno stato di spazio infinito. Perciò la mente deve morire a ogni cosa che ha accumulato, a tutte le abitudini, le virtù imitate, a tutte le cose che ha messo insieme per il proprio senso di sicurezza. Allora non è più imprigionata nella rete dei propri pensieri. Morendo al passato istante per istante la mente ritorna fresca, perciò non può mai deteriorarsi o provocare il moto dell'onda dell'oscurità. 18 – Non so se passeggiando avete mai notato una pozza lunga e stretta accanto al fiume. Deve averla scavata qualche pescatore, e non è collegata con il fiume. Il fiume scorre placido, profondo e ampio, ma quella pozza è coperta di sedimenti perché non è collegata con la vita del fiume, e dentro non ci sono pesci. È una pozza stagnante, e il fiume profondo, pieno di vita e animazione, vi scorre accanto rapidamente. Ora, non pensate che gli esseri umani siano così? Scavano una piccola pozza per se stessi, lontano dalla rapida corrente della vita, e in quella piccola pozza ristagnano e muoiono, e chiamiamo esistenza questo ristagnare e questo deterioramento. Il che significa che noi tutti vogliamo uno stato di permanenza; vogliamo che certi desideri durino per sempre, vogliamo che i piaceri non abbiano fine. Costruiamo un piccolo buco e ci barrichiamo dentro con le nostre famiglie, con le nostre ambizioni, le nostre culture, le nostre paure, i nostri dèi, le nostre varie forme di adorazione, e lì moriamo, lasciando che la vita trascorra, quella vita impermanente, costantemente cangiante, tanto rapida, con le sue enormi profondità, con la sua straordinaria vitalità e bellezza. Non avete mai notato che se state seduti quietamente sulla riva del fiume potete udire il suo canto, lo sciabordio dell'acqua, il suono incessante della corrente? C'è sempre uno straordinario senso di movimento verso il più ampio e il più profondo. Ma nella piccola pozza non c'è affatto movimento e la sua acqua è stagnante. E se osservate bene vedrete che questo è ciò che vuole la maggior parte di noi: una piccola pozza stagnante di esistenza lontana dalla vita. Diciamo che la nostra esistenza nella pozza è quella giusta, abbiamo inventato una filosofia per giustificarla; abbiamo sviluppato teorie sociali, politiche, economiche e religiose in supporto di questo modo di vedere, e non vogliamo essere disturbati perché ciò che noi inseguiamo è un senso di permanenza. Sapete che cosa significa ricercare la permanenza? Significa volere che ciò che è piacevole continui all'infinito, e volere che ciò che non è piacevole finisca al più presto possibile. Vogliamo che il nome che portiamo sia noto e che continui attraverso la famiglia e la proprietà. Vogliamo un senso di permanenza nelle nostre relazioni, nelle nostre attività, il che significa che stiamo cercando nella pozza stagnante una vita durevole e continua; non vogliamo nessun reale cambiamento, e perciò abbiamo costruito una società che ci garantisce la permanenza della proprietà, del nome, della fama. Ma vedete, la vita non è affatto così; la vita non è permanente. Come le foglie che cadono da un albero, tutte le cose sono impermanenti, nulla perdura; c'è sempre cambiamento e morte. Non avete mai notato come è bello un albero spoglio che si staglia contro il cielo? Tutti i suoi rami sono ben delineati, e nella sua nudità c'è una poesia, un canto. Tutte le foglie sono cadute e l'albero attende la primavera. Quando la primavera giunge, riveste di nuovo l'albero con la musica di molte foglie, che nella stagione giusta cadono e vengono soffiate via; questo è il percorso della vita. Ma noi non vogliamo nulla del genere. Ci aggrappiamo ai nostri figli, alle nostre tradizioni, alla nostra società, ai nostri nomi e alle nostre piccole virtù, perché vogliamo la permanenza; ed ecco che abbiamo paura di morire. Abbiamo paura di perdere le cose che conosciamo. Ma la vita non è come noi vorremmo che fosse; la vita non è affatto permanente. Gli uccelli muoiono, la neve si scioglie, gli alberi vengono abbattuti o distrutti dalle tempeste, e così via. Ma noi vogliamo che tutto ciò che ci dà soddisfazione sia permanente; vogliamo che la nostra posizione e l'autorità che abbiamo sulle persone duri. Rifiutiamo di accettare la vita così come è in realtà. La realtà è che la vita è come un fiume: si muove incessantemente, è sempre in cerca, esplora, sferza e allaga le rive, penetra con la sua acqua in ogni fenditura. Ma la mente non vuole permettere che questo accada a lei. La mente capisce che è pericoloso rischiare di vivere in uno stato di impermanenza insicurezza, perciò si costruisce intorno un muro; il muro della tradizione, della religione organizzata, delle teorie politiche e sociali. La famiglia, il nome, la proprietà, le piccole virtù che abbiamo coltivato – tutti questi sono i muri che allontanano dalla vita. La vita è movimento, impermanenza, e tenta incessantemente di penetrare, di abbattere quei muri dietro ai quali c'è confusione e infelicità. Gli dèi che stanno nei muri sono tutti falsi dèi, e le loro scritture e filosofie non hanno significato, perché la vita è al di là di essi. Ora una mente priva di muri, non gravata da ciò che ha acquisito e accumulato, né dalla propria conoscenza, una mente che vive senza tempo e senza sicurezze: per una simile mente la vita è una cosa straordinaria. Una simile mente è vita in se stessa, perché la vita non ha luoghi di riposo. Ma la maggior parte di noi vuole un posto per riposarsi; vogliamo una casetta, un nome, una posizione, e diciamo che queste cose sono molto importanti. Chiediamo permanenza e creiamo una cultura basata su questa richiesta, inventiamo degli dèi che non sono affatto dèi ma nient'altro che una proiezione dei nostri desideri. Una mente che ricerca la permanenza presto inizia a ristagnare – proprio come quella pozza lungo il fiume, si riempie subito di materia corrotta e guasta. Soltanto la mente non racchiusa da muri, priva di appigli, barriere, luoghi di riposo, che si muove all'unisono con la vita, che procede senza tempo, che esplora, demistifica – solo una simile mente può essere felice, eternamente rinnovata, perché è in se stessa creativa. Capite di che cosa sto parlando? Dovreste capirlo perché tutto questo fa parte della vera educazione e quando lo capirete la vostra vita ne sarà trasformata: la vostra relazione con il mondo, con i vostri vicini, con vostra moglie e vostro marito avranno un significato totalmente differente. A quel punto non tenterete di appagare voi stessi attraverso qualcosa, vedendo che perseguire l'appagamento provoca soltanto sofferenza e infelicità. Ecco perché dovreste domandare soprattutto questo agli insegnanti e discuterne fra di voi. Se lo capirete avrete iniziato a comprendere la straordinaria verità di che cosa sia la vita, e in quella comprensione ci sono grande bellezza e amore, e il fiorire del bene. Ma gli sforzi di una mente che cerca una pozza di sicurezza e di permanenza possono solo condurre all'oscurità e al deterioramento. Una volta installatasi nella sua pozza, una simile mente ha paura di avventurarsi fuori, di cercare, di esplorare; ma la verità, Dio, la realtà o quello che volete voi giacciono oltre la pozza. Sapete che cos'è la religione? Non consiste nelle salmodie, non è la recitazione di nessun rituale, non consiste nell'adorare piccoli padreterni o lapidi, non risiede nei templi e nelle chiese, non consiste nella lettura della Bibbia o della Bhagavad Gita, non consiste nel ripetere un nome sacro o nel seguire qualche altra superstizione inventata dagli uomini. Nulla di tutto ciò è religione. La religione è il sentimento del bene, di quell'amore che è come un fiume, vivente, in movimento incessante. In quello stato scoprirete che giunge un momento nel quale non c'è più alcuna ricerca; e questa fine della ricerca è l'inizio di qualcosa di totalmente differente. La ricerca di Dio, della verità, il sentimento di completa bontà – non il coltivare la bontà e l'umiltà, ma la ricerca di qualcosa al di là delle invenzioni e dei trucchi della mente, il che vuol dire provare un sentimento per qualcosa, vivere in esso, essere quello: ecco qual è la vera religione. Ma potete far questo solo quando lasciate la pozza che vi siete scavati e uscite nel fiume della vita. Allora la vita ha un modo stupefacente di prendersi cura di voi, perché a quel punto da parte vostra non c'è più bisogno di curarsi di nulla. La vita vi trasporta dove vuole, poiché voi siete parte di essa; allora non c'è alcun problema di sicurezza, di ciò che la gente dice o non dice, e questa è la bellezza della vita. 19 – Mi domando quanti di voi hanno notato l'arcobaleno ieri sera. Era proprio sopra il pelo dell'acqua e te lo trovavi davanti all'improvviso. Era una bellissima cosa a vedersi e dava un grande senso di gioia la consapevolezza della vastità e della bellezza della terra. Per comunicare una simile gioia si deve avere conoscenza delle parole, del ritmo e della bellezza del linguaggio corretto, non è così? Ma quello che è di gran lunga più importante è il sentimento stesso, l'estasi che giunge con l'apprezzamento profondo di qualcosa di piacevole; e questo sentimento non può essere risvegliato attraverso la semplice coltivazione di conoscenza o di memoria. Vedete, dobbiamo avere conoscenza per comunicare, per parlarci reciprocamente di qualcosa; e per coltivare la conoscenza ci vuole memoria. Senza conoscenza non potete far volare un aeroplano, non potete costruire un ponte o una bella casa, non potete costruire grandi strade, fare crescere gli alberi, prendervi cura degli animali e fare le molte altre cose che un uomo civilizzato deve realizzare. Per generare l'elettricità, per lavorare nelle varie scienze, per aiutare l'uomo con la medicina e così via, per tutto questo dovete disporre di conoscenza, informazioni, memoria, e in questi campi è necessario ricevere la migliore istruzione possibile. Questa è la ragione per cui è molto importante che abbiate insegnanti tecnicamente di prim'ordine capaci di darvi le giuste informazioni e di aiutarvi a coltivare una conoscenza approfondita su vari argomenti. Ma se a un certo livello la conoscenza è necessaria, su un altro livello diventa un impaccio. C'è una gran quantità di conoscenze disponibili sulla realtà fisica, e queste aumentano continuamente. È essenziale avere queste conoscenze e utilizzarle per il beneficio dell'uomo. Ma non c'è forse un altro genere di conoscenza che sul piano psicologico diventa un impaccio per scoprire ciò che è vero? Dopotutto, la conoscenza è una forma di tradizione. E la tradizione è coltivare la memoria. La tradizione nelle questioni meccaniche è essenziale, ma quando viene usata come mezzo per guidare interiormente l'uomo diventa un impaccio per la scoperta di cose più grandi. Noi confidiamo nella conoscenza, nella memoria per le questioni meccaniche e nella nostra vita di ogni giorno. Senza conoscenza non saremmo capaci di guidare un'automobile e saremmo incapaci di fare molte cose. Ma la conoscenza è un impaccio quando diventa una tradizione, una fede che guida la mente, la psiche, l'essere interiore; e divide persino gli individui. Avete notato come le persone di tutto il mondo siano divise in gruppi, che si definiscono induisti, musulmani, buddhisti, cristiani, e via dicendo? Che cosa li divide? Non le ricerche scientifiche, non la conoscenza dell'agricoltura o di come costruire i ponti o far volare gli aeroplani a reazione. Ciò che divide le persone è la tradizione. Perciò la conoscenza è un impaccio quando è diventata una tradizione che dà forma o condiziona la mente a un particolare modello, perché a quel punto non solo divide le persone e crea inimicizia fra esse, ma impedisce anche la scoperta approfondita di che cos'è la verità, di che cos'è la vita, di che cos'è Dio. Per scoprire che cos'è Dio, la mente deve essere libera da ogni tradizione, da ogni accumulazione, da ogni conoscenza che possa essere usata come protezione psicologica. La funzione dell'educazione è quella di dare allo studente abbondanti conoscenze nei vari campi del sapere, liberando allo stesso tempo la sua mente da ogni tradizione in modo da diventare capace di indagare, di scoprire, di trovare. Altrimenti la mente risulta meccanica, zavorrata dall'apparato della conoscenza. Se non si libera di continuo dall'accumulo della tradizione, la mente è incapace di scoprire il Supremo, ciò che è eterno; ma ovviamente essa deve acquisire sempre più conoscenza e informazioni, in modo da poter trattare le cose di cui l'uomo ha bisogno e che deve produrre. Perciò la conoscenza, che è coltivare la memoria, è utile e necessaria su un certo piano, ma su un altro piano diventa dannosa. Ravvisare questa distinzione – per vedere quando la conoscenza sia distruttiva e vada messa da parte e quando invece sia essenziale e le si possa permettere di funzionare con la massima ampiezza possibile – è l'inizio dell'intelligenza. Ora, che cosa succede nel campo dell'educazione al giorno d'oggi? Vi vengono impartiti vari tipi di conoscenze. Quando andrete all'università potrete diventare ingegneri, medici, avvocati, potrete prendere un dottorato in matematica o in qualche altro campo del sapere, potrete studiare economia domestica e imparare ad amministrare una casa, a cucinare e così via; ma nessuno vi aiuta a liberarvi da tutte le tradizioni in modo che fin dal primissimo inizio la vostra mente sia fresca, entusiasta, e quindi capace di scoprire ogni volta qualcosa di totalmente nuovo. Le filosofie, le teorie e le credenze che traete dai libri e che diventano la vostra tradizione sono in realtà un impaccio per la mente, perché la mente usa queste cose come mezzi per la propria sicurezza psicologica e perciò è condizionata da essi. Quindi è necessario liberare la mente da ogni tradizione e allo stesso tempo coltivare la conoscenza, la tecnica; è questa la funzione dell'educazione. La difficoltà è liberare la mente dal già noto affinché essa possa scoprire ogni volta ciò che è nuovo. Un grande matematico una volta parlò di come avesse lavorato su un problema per un certo numero di giorni senza riuscire a trovare la soluzione. Un mattino, mentre faceva una passeggiata come d'abitudine, improvvisamente vide la risposta. Che cos'era accaduto? La sua mente, stando in quiete, era libera di guardare il problema e il problema stesso rivelò la risposta. Si devono avere le informazioni riguardo a un problema, ma la mente deve essere libera per poter trovare la risposta. La maggior parte di noi apprende i fatti, accumula informazioni o conoscenza, ma la mente non impara mai a essere quieta, a liberarsi dai tumulti della vita, dal terreno stesso nel quale i problemi mettono radici. Ci uniamo ad associazioni, aderiamo a qualche filosofia, ci consacriamo a una fede, ma tutto questo è fondamentalmente inutile perché non risolve i nostri problemi di esseri umani. Al contrario, produce maggiore infelicità, maggiore sofferenza. Ciò che è necessario non è la filosofia o la fede ma che la mente sia libera di indagare, di scoprire e di essere creativa. Lavorate sodo per superare gli esami, accumulate un mucchio di informazioni e trascrivete tutto per bene per ottenere una laurea, nella speranza di trovare un lavoro e sposarvi; e questo è tutto? Avete acquisito conoscenza, tecnica, ma la vostra mente non è libera, perciò diventate schiavi del sistema esistente – il che in realtà significa che non siete esseri umani creativi. Potete avere dei figli, potete dipingere qualche quadro o scrivere una poesia occasionale, ma sicuramente la creatività non è questo. Perché la creatività si manifesti, deve innanzitutto esserci la libertà della mente, e solo allora la tecnica può essere usata per esprimere tale creatività. Ma avere la tecnica non ha senso senza una mente creativa, senza la straordinaria creatività che proviene dalla scoperta di ciò che è vero. Sfortunatamente la maggior parte di noi non ha cognizione di questa creatività, perché abbiamo appesantito le nostre menti con la conoscenza, la tradizione, la memoria, con quello che ha detto Shankara, Buddha, Mane o qualcun altro. Invece, se la nostra mente è libera di scoprire ciò che è vero, a quel punto vedrete manifestarsi una ricchezza abbondante e incorruttibile nella quale risiede gran gioia. A quel punto tutte le relazioni – con le persone, con le idee e con le cose – acquistano un significato completamente diverso. 20 – Questo campo verde con i fiori giallo senape, attraversato da un ruscello, è molto bello. Ieri sera lo stavo osservando e vedendo la straordinaria bellezza e tranquillità della regione mi domandai inevitabilmente che cosa fosse la bellezza. C'è una reazione immediata a ciò che è bello, e anche a ciò che è brutto, ossia la risposta del piacere o del dolore, e noi mettiamo quel sentimento in parole dicendo: «Questo è bello» oppure: «Questo è brutto». Ma quello che importa non è il piacere o il dolore; piuttosto è l'essere in comunione con ogni cosa, è la sensibilità sia al brutto che al bello. Allora, che cos'è la bellezza? Questa è una delle domande fondamentali; non è una domanda superficiale, quindi non accantonatela subito. Capire che cos'è la bellezza, avere quel sentimento del bene che inizia quando la mente e il cuore sono in comunione con qualcosa di bello, senza nessun impaccio e in modo da sentirsi completamente a proprio agio: sicuramente ciò ha un gran significato per la vita, e se non conosciamo queste reazioni alla bellezza le nostre vite saranno completamente superficiali. Si può essere circondati da grande bellezza, dalle montagne, dai campi, dai fiumi, ma se non si è vitali di fronte a tutto ciò è proprio come se si fosse morti. Voi, ragazze e ragazzi e adulti, fatevi soltanto questa domanda: che cos'è la bellezza? Pulizia, ordine nei vestiti, un bel sorriso, un gesto aggraziato, il ritmo della camminata, un fiore nei capelli, buone maniere, chiarezza nel parlare, sollecitudine, essere ben considerati dagli altri, puntualità… Tutto ciò fa parte della bellezza; ma questa è solo la superficie. Ed è tutto riguardo alla bellezza o c'è qualcosa di molto più profondo? C'è la bellezza della forma, la bellezza del disegno, la bellezza della vita. Avete mai osservato la bella forma di un albero quando il suo fogliame è rigoglioso, o la straordinaria delicatezza di un albero spoglio che si staglia contro il cielo? Simili cose sono belle da contemplare. Ma sono tutte espressioni superficiali di qualcosa di molto più profondo. Allora che cos'è quel che chiamiamo bellezza? Potete avere un bel viso, belle fattezze, potete vestirvi con buon gusto e avere maniere raffinate, potete dipingere bene o scrivere sulla bellezza del paesaggio, ma senza quel sentimento interiore del bene tutti gli annessi e connessi della bellezza conducono a una vita molto superficiale e sofisticata, a una vita senza grande significato. Perciò dobbiamo scoprire che cos'è realmente la bellezza, non è vero? Fate attenzione, non sto dicendo che dovremmo evitare le espressioni esteriori della bellezza. Tutti dobbiamo avere buone maniere, dobbiamo essere puliti e vestire con gusto, senza ostentazione, dobbiamo essere puntuali, chiari nel nostro parlare, e tutto il resto. Questi elementi sono necessari e creano una piacevole atmosfera; ma in se stessi non hanno grande significato. È la bellezza interiore che ci dà grazia, una squisita gentilezza nella forma e nel movimento esteriore. E che cos'è quella bellezza interiore senza la quale la vita è così superficiale? Ci avete mai pensato? Probabilmente no. Siete troppo occupati, le vostre menti sono troppo prese dallo studio, dal gioco, dal parlare, dal ridere e dallo stuzzicarvi gli uni con gli altri. Ma aiutarvi a scoprire che cos'è la bellezza interiore, senza la quale la forma esteriore e il movimento hanno pochissimo significato, è una delle funzioni della corretta educazione; e il profondo apprezzamento della bellezza è una parte essenziale della vostra vita. Una mente superficiale può apprezzare la bellezza? Può parlare di bellezza; ma può sperimentare lo sgorgare di questa immensa gioia guardando qualcosa che è davvero bello? Quando la mente si interessa soltanto a se stessa e alle proprie attività, non è bella; qualunque cosa faccia rimane brutta, limitata, e quindi è incapace di sapere che cosa sia la bellezza. Invece una mente che non si interessa a se stessa, che è libera dall'ambizione, una mente che non è imprigionata nei propri desideri né spinta dalla ricerca del successo, una simile mente non è superficiale e fiorisce nel bene. Capite? È questa bontà interiore che conferisce bellezza, persino a una cosiddetta brutta faccia. Quando c'è la bontà interiore la brutta faccia si trasforma, perché la bontà interiore è davvero un sentimento profondamente religioso. Sapete che cosa significa essere religiosi? Non ha nulla a che vedere con le campane dei templi, anche se da lontano hanno un bel suono, né con le puja indù e nemmeno con le cerimonie dei preti e tutti gli altri insensati ritualismi. Essere religiosi significa essere sensibili alla realtà. Il vostro intero essere – corpo, mente e cuore – è sensibile alla bellezza e alla bruttezza, all'asino legato a un palo, alla povertà e al sudiciume della città, alle risate e alle lacrime, a ogni cosa intorno a voi. Da questa sensibilità per l'intera esistenza scaturiscono la bontà e l'amore; e senza questa sensibilità non c'è bellezza, anche se potete avere talento, essere vestiti molto bene, guidare un'automobile costosa ed essere scrupolosamente puliti. L'amore è qualcosa di straordinario. Non potete amare se state pensando a voi stessi – e questo non vuol dire che dovete pensare a qualcun altro. L'amore è, non ha oggetto. La mente che ama è realmente una mente religiosa perché sta all'interno del movimento della realtà, della verità, di Dio, ed è solo una simile mente quella che può sapere che cosa sia la bellezza. La mente che non è prigioniera di alcuna filosofia, che non è rinchiusa in nessun sistema o fede, che non è spinta dalle proprie ambizioni e perciò è sensibile, attenta, osservatrice, essa possiede la bellezza. È importantissimo che impariate da giovani a essere ordinati e puliti, a stare seduti come si deve senza fare movimenti irrequieti, ad avere buone maniere a tavola e a essere riguardosi e puntuali; ma tutte queste cose, per quanto necessarie, sono superficiali, e se coltivate soltanto ciò che è superficiale senza comprendere ciò che è più profondo non conoscerete mai il vero significato della bellezza. Una mente che non appartiene a nessuna nazione, gruppo o società, che non guarda a nessuna autorità, che non è motivata dall'ambizione o dominata dalla paura, una simile mente fiorisce sempre nell'amore e nella bontà. Poiché sta nel movimento della realtà, essa sa che cos'è la bellezza; sensibile sia al brutto che al bello, è una mente creativa, dotata di una comprensione illimitata. 21 – Un uomo con una veste da sannyasi, un rinunciante, era solito venire ogni mattina a raccogliere fiori dagli alberi in un giardino vicino. Le sue mani e i suoi occhi erano avidi, ed egli raccoglieva ogni fiore a portata di mano. Con ogni evidenza li avrebbe offerti a qualche morta immagine, a un simulacro di pietra. I fiori, belli e teneri, si aprivano appena al sole del mattino, e quell'uomo non li coglieva con delicatezza, ma li strappava via, spogliando perversamente il giardino di ciò che conteneva. Il suo dio domandava molti fiori, molte cose vive per una morta immagine di pietra. Un altro giorno vidi dei giovani che raccoglievano fiori. Non volevano offrirli a nessun dio; stavano camminando e senza pensarci strappavano i fiori e li gettavano via. Vi siete mai osservati quando fate così? Mi domando perché lo facciate. Mentre camminate spezzate un ramoscello, ne strappate le foglie e poi lo buttate via. Avete mai notato questa azione involontaria da parte vostra? Anche gli adulti lo fanno, hanno questo modo di esprimere la loro brutalità interiore, quella tremenda mancanza di rispetto per le cose viventi. Parlano di nonviolenza, ma ogni cosa che fanno è distruttiva. È comprensibile che cogliate un fiore o due per metterveli tra i capelli, o per darli a qualcuno che amate; ma perché strappare i fiori a viva forza? Gli adulti sono imbruttiti dalla loro ambizione, si massacrano gli uni con gli altri nelle loro guerre e si corrompono con il denaro. Essi compiono azioni ripugnanti e apparentemente i giovani, qui come ovunque, seguono le loro tracce. L'altro giorno ero fuori a passeggio con uno dei ragazzi e siamo giunti vicino a una pietra sulla strada. Quando l'ho rimossa lui mi ha chiesto perché lo facessi. Questo che cosa indica? Non è forse una mancanza di considerazione e rispetto? Voi mostrate rispetto perché costretti dalla paura, non è così? Scattate prontamente in piedi quando uno più anziano di voi entra nella stanza, ma questo non è rispetto, è paura; perché se davvero provaste rispetto non distruggereste i fiori, rimuovereste una pietra dalla strada, badereste agli alberi e aiutereste a curare il giardino. Ma, che siamo vecchi o giovani, noi non abbiamo un autentico sentimento di sollecitudine. Perché? Forse perché non sappiamo che cos'è l'amore. Capite che cos'è il semplice amore? Non la complessità dell'amore sessuale, e neppure l'amore di Dio, ma soltanto l'amore, essere teneri, gentili nell'approccio complessivo a ogni cosa. A casa non avete sempre questo semplice amore, i vostri genitori sono troppo occupati; a casa può non esserci un affetto autentico, nessuna tenerezza, perciò voi arrivate qui con quel patrimonio di insensibilità e vi comportate come chiunque altro. Ma come può venire alla luce quella sensibilità che vi rende attenti a non fare nessun male alle persone, agli animali, ai fiori? Siete interessati a tutto questo? Dovreste esserlo. Se non vi interessa essere sensibili, allora tanto varrebbe morire – e la maggior parte delle persone è come se fosse già morta. Anche se mangiano tre pasti al giorno, hanno un lavoro, procreano, guidano l'automobile, vestono abiti fini, tali persone sono come morte. Sapete che cosa significa essere sensibili? Significa, sicuramente, avere un sentimento di tenerezza per tutto: vedere un animale che soffre e fare qualcosa per lui, rimuovere una pietra dal sentiero perché molta gente ci cammina a piedi nudi, raccogliere un chiodo dalla strada perché qualcuno potrebbe forare una gomma. Essere sensibili significa provare sentimenti per le persone, per gli uccelli, per i fiori, per gli alberi, non perché sono vostri ma soltanto perché siete desti di fronte alla straordinaria bellezza delle cose. Ma come si ottiene questa sensibilità? Quando siete profondamente sensibili, è naturale che non strappiate i fiori; c'è un desiderio spontaneo di non distruggere le cose, di non far del male alle persone, il che significa avere autentico rispetto e amore. Amare è la cosa più importante nella vita. Ma che cosa intendiamo per amore? Quando amate qualcuno perché quella persona in cambio vi ama, sicuramente questo non è amore. Amare è avere quello straordinario sentimento di un affetto che non chiede nulla in cambio. Potete essere molto intelligenti, superare tutti i vostri esami, prendere un dottorato e raggiungere una posizione elevata, ma se non avete questa sensibilità, questo sentimento di semplice amore, il vostro cuore sarà vuoto e voi sarete infelici per il resto della vostra vita. Perciò è importantissimo che il cuore si riempia di quel sentimento affettuoso, perché allora non distruggerete nulla, non sarete crudeli, e non ci saranno più guerre. Allora sarete degli esseri umani felici, e poiché sarete felici non pregherete, non cercherete Dio, perché quella felicità stessa è Dio. Ma come viene alla luce questo amore? Sicuramente l'amore deve iniziare dall'educatore, dal maestro. Se oltre a darvi informazioni sulla matematica, sulla geografia o la storia, l'insegnante ha in cuor suo quel sentimento di amore e ne parla; se rimuove spontaneamente la pietra dalla strada e non permette al servitore di fare tutti i lavori più umili; se nel conversare, nel lavoro, nel gioco, quando mangia, quando sta con voi o da solo, prova quel sentimento strano e ve lo fa notare spesso, allora anche voi saprete che cos'è l'amore. Potete avere una pelle luminosa, un bel viso, potete indossare un bel sari o essere grandi atleti, ma senza l'amore nel vostro cuore siete esseri umani brutti oltre ogni limite; quando amate, il vostro viso, sia esso anonimo o bello, è radioso. Amare è la cosa più grande della vita; ed è molto importante parlare d'amore, provarlo, nutrirlo, custodirlo; diversamente si dissipa rapidamente, perché il mondo è troppo brutale. Se da giovani non provate amore, se non guardate con amore le persone, gli animali, i fiori, quando sarete cresciuti scoprirete che la vostra vita è vuota; sarete del tutto soli e le ombre cupe della paura vi seguiranno sempre. Ma nel momento in cui avete in cuor vostro quella cosa straordinaria chiamata amore e ne sentite la profondità, la delizia e l'estasi, scoprirete che per voi il mondo si è trasformato. 22 – Uno dei problemi più difficili per noi è quello che riguarda la disciplina, ed è davvero un problema molto complesso. Vedete, la società sente di dover controllare o disciplinare il cittadino, formare la sua mente secondo certi modelli religiosi, sociali, morali ed economici. Allora, la disciplina è davvero necessaria? Per piacere, ascoltate attentamente e non dite subito sì o no. La maggior parte di noi sente, specie da giovane, che non ci dovrebbe essere disciplina, che dovrebbero permetterci di fare quello che ci piace, e pensiamo che questa sia la libertà. Ma dire semplicemente che dovremmo o non dovremmo avere disciplina, che dovremmo essere liberi e così via, ha pochissimo significato senza la comprensione del problema complessivo della disciplina. L'atleta appassionato si disciplina tutto il tempo, non è vero? La sua gioia quando gareggia e la reale necessità di mantenersi in forma lo fanno andare a letto presto, lo allontanano dal fumo, gli fanno mangiare il cibo giusto, e in generale gli fanno osservare le regole della buona salute. La sua disciplina non è un'imposizione o un conflitto, ma un prodotto naturale del suo piacere per l'atletica. Ora, la disciplina aumenta o diminuisce l'energia umana? Gli esseri umani in tutto il mondo, di ogni religione e di ogni scuola filosofica, impongono la disciplina della mente, che implica controllo, resistenza, adattamento, repressione; è necessario tutto questo? Se la disciplina trae un maggior rendimento dall'energia umana, allora ne vale la pena e ha significato; ma se non fa che reprimere l'energia umana è davvero dannosa e distruttiva. Noi tutti abbiamo energia, e la domanda è se quell'energia passando per la disciplina possa essere resa vitale, ricca e abbondante, o se la disciplina distrugga qualsiasi nostra energia. Penso che questa sia la questione centrale. Molti esseri umani non hanno una grande energia, e oltretutto questa viene presto soffocata e distrutta dai controlli, dalle minacce e dai tabù delle loro diverse società, attraverso la cosiddetta educazione; così diventano degli imitatori, dei cittadini di questa società privi di vita. E la disciplina dà forse maggiore energia all'individuo che ne ha un pò di più? Rende forse la sua vita ricca e piena di vitalità? Quando si è molto giovani, come voi, si è pieni di energia. Volete giocare, scalmanarvi, parlare; non riuscite a stare seduti, siete pieni di vita. E poi che cosa accade? Man mano che crescete, i vostri insegnanti iniziano a decurtare quell'energia dandole una forma, dirigendola verso vari modelli; e quando alla fine diventate uomini e donne la poca energia che vi rimane viene presto soffocata dalla società, la quale dice che dovete essere bravi cittadini e dovete comportarvi in un certo modo. Attraverso la cosiddetta educazione e la coercizione della società, quell'abbondante energia che avete quando siete giovani viene gradualmente distrutta. Ora, l'energia che avete attualmente può essere resa più vitale dalla disciplina? Se avete soltanto poca energia la disciplina può forse incrementarla? Se può farlo, allora la disciplina ha significato; ma se in realtà distrugge le energie, allora essa deve ovviamente essere accantonata. Che cos'è questa energia che abbiamo? Questa energia è il pensiero, il sentimento; è anche interesse, entusiasmo, avidità, passione, brama, ambizione, odio. Dipingere quadri, inventare macchine, costruire ponti, tracciare strade, coltivare i campi, fare giochi sportivi, scrivere poesie, cantare, danzare, andare al tempio, adorare, pregare: tutte queste sono espressioni di energia, e l'energia crea anche illusione, danno, infelicità. Le qualità più fini e quelle più distruttive sono ugualmente espressione dell'energia umana. Ma, vedete, il processo consistente nel controllare o disciplinare questa energia, lasciandola fluire in una direzione e trattenendola in un'altra, diventa semplicemente una convenienza sociale; la mente è foggiata secondo il modello di una cultura particolare, e perciò la sua energia gradualmente si dissipa. Allora il nostro problema è il seguente: questa energia, che in un grado o nell'altro tutti noi possediamo, può essere incrementata, ricevere maggiore vitalità, e se è così, per farne che cosa? A che cosa serve l'energia? Lo scopo dell'energia è quello di fare la guerra? È quello di inventare aerei a reazione e innumerevoli altre macchine, di seguire qualche guru, di superare gli esami, avere figli, di preoccuparsi senza fine per questo problema o per quell'altro? Oppure l'energia può essere usata in un modo differente, affinché le nostre attività abbiano significato in relazione a qualcosa che le trascende tutte? Sicuramente, se la mente umana capace di una tale stupefacente energia non sta cercando la realtà o Dio, allora ogni espressione di quell'energia diventa un mezzo di distruzione e infelicità. Cercare la realtà richiede immensa energia, e se l'uomo non fa questo dissipa la sua energia in modi dannosi: perciò la società deve controllarlo. Ora, è possibile liberare energia per cercare Dio o la verità e, nel processo di scoperta di ciò che è vero, essere un cittadino che capisce le questioni fondamentali della vita e che non si lascia distruggere dalla società? Vedete, l'uomo è energia, e se l'uomo non cerca la verità, questa energia diventa distruttiva; perciò la società controlla e forma l'individuo, che soffoca questa energia. Ed è quello che è successo alla maggioranza degli adulti in tutto il mondo. E forse avete notato un altro fatto interessante e semplicissimo: nel momento in cui volete davvero fare qualcosa avete l'energia per farlo. Che cosa accade quando siete desiderosi di fare un gioco? Avete immediatamente energia, non è vero? E quella stessa energia diventa il mezzo dell'autocontrollo, perciò non avete bisogno della disciplina esteriore. Nella sua ricerca della realtà, l'energia crea la propria disciplina. L'uomo che sta cercando la realtà diventa spontaneamente il tipo giusto di cittadino, quello che non si adatta al modello di nessuna società o governo particolare. Perciò, tanto gli studenti quanto gli insegnanti devono lavorare insieme per provocare il rilascio di questa enorme energia, per trovare la realtà, Dio o la verità. Nella vostra stessa ricerca della verità ci sarà disciplina, e allora sarete degli esseri umani autentici, degli individui completi, e non soltanto un induista o un parsi, limitati dalla loro particolare società e cultura. Se la scuola potesse aiutare gli studenti a risvegliare la propria energia per la ricerca della verità, anziché decurtarne l'energia come fa adesso, allora scoprireste che la disciplina ha un significato molto differente. Perché a casa, in classe e nel dormitorio vi viene sempre detto che cosa dovete fare e che cosa non dovete fare? È ovvio che questo avviene perché i vostri genitori e insegnanti, così come il resto della società, non hanno recepito che l'uomo esiste per un unico scopo, che è quello di trovare la realtà, o Dio. Se anche solo un piccolo gruppo di educatori potesse capire e prestare la propria attenzione a questa ricerca, ciò creerebbe un nuovo genere di educazione e una società diversa. Non vi accorgete di quanto poca energia abbia la maggior parte della gente intorno a voi, compresi i vostri genitori e insegnanti? Stanno morendo lentamente, persino quando i loro corpi non sono ancora vecchi. Perché? Perché sono stati forzati alla sottomissione da parte della società. Vedete, se non si capisce il fine fondamentale dell'energia, che è di liberare quella cosa straordinaria chiamata mente, con la sua capacità di creare sottomarini atomici e aeroplani a reazione, di scrivere la poesia e la prosa più stupefacenti, di rendere il mondo così bello ma anche di distruggerlo: se non si capisce il suo fine fondamentale che è quello di trovare la verità o Dio, questa energia diventa distruttiva, e allora la società dice: «Dobbiamo formare e controllare l'energia dell'individuo». Perciò mi pare che la funzione dell'educazione sia quella di provocare un rilascio di energia per la ricerca del bene, della Verità o di Dio, che a sua volta rende l'individuo un autentico essere umano e di conseguenza il tipo giusto di cittadino. Ma la semplice disciplina, senza la piena comprensione di tutto ciò, non ha significato, ed è una cosa distruttiva. Se ognuno di voi non è educato in modo che quando lascerà la scuola e se ne andrà per il mondo sarà colmo di vitalità e intelligenza, colmo di abbondante energia per scoprire che cos'è vero, voi verrete semplicemente assorbiti dalla società; sarete soffocati, rovinati, e orrendamente infelici per il resto della vostra vita. Come un fiume crea gli argini che lo contengono, così l'energia che cerca la verità crea la propria disciplina senza alcuna forma d'imposizione, e come il fiume trova il mare, così quell'energia trova la propria libertà. 23 – Vi siete mai domandati perché quando le persone crescono sembrano perdere ogni gioia per la vita? Attualmente la maggior parte di voi giovani è abbastanza felice; avete i vostri piccoli problemi, ci sono gli esami per cui preoccuparsi, ma a dispetto di questi problemi c'è nella vostra vita una certa gioia – non è vero? C'è una spontanea e semplice accettazione della vita, un modo di guardare alle cose con leggerezza e felicità. E perché mai accade che crescendo sembriamo perdere quel gioioso presagio di qualcosa di ulteriore, di qualcosa di grande significato? Perché così tanti tra noi, mentre entrano nella cosiddetta maturità, diventano ottusi, insensibili alla gioia, alla bellezza, ai cieli puri e alla meravigliosa terra? Sapete, quando si fa questa domanda affiorano alla mente molte risposte. Siamo troppo interessati a noi stessi: questa è una spiegazione. Ci sforziamo di diventare qualcuno, di raggiungere e mantenere una certa posizione; abbiamo dei figli e altre responsabilità, e dobbiamo guadagnare denaro. Tutte queste cose esteriori presto ci opprimono e perciò perdiamo la gioia di vivere. Guardate le facce più anziane intorno a voi, vedete come la maggior parte di esse sono tristi, piene di pensieri e quasi malate, introverse, distaccate e talvolta nevrotiche, senza un sorriso. Non vi domandate il perché? E anche quando ce lo domandiamo, la maggior parte di noi sembra soddisfatta di semplici spiegazioni. Ieri sera ho visto una barca che percorreva il fiume a vele spiegate, spinta dal vento dell'ovest. Era una barca larga, con un pesante carico di legna da ardere per la città. Il sole stava calando, e quella barca che si stagliava contro il cielo era di una bellezza stupefacente. Il barcaiolo la guidava appena, senza sforzo, perché tutto il lavoro lo faceva il vento. Allo stesso modo, se ciascuno di noi potesse capire il problema della lotta e del conflitto, allora penso che saremmo capaci di vivere senza sforzo, felicemente, con il sorriso sul volto. Credo che sia lo sforzo, questa lotta nella quale spendiamo quasi ogni istante delle nostre vite, a distruggerci. Se guardate quelli più grandi di voi, vedrete che per la maggior parte di loro la vita è una serie di battaglie con se stessi, con le loro mogli o i loro mariti, con i vicini, con la società; e questa lotta senza tregua dissipa l'energia. L'uomo gioioso, realmente felice, non si lascia imprigionare dallo sforzo. Non fare sforzi non significa ristagnare, essere ottusi, stupidi; al contrario, è soltanto il saggio, colui che è straordinariamente intelligente, a essere realmente libero dallo sforzo e dalla lotta. Quando sentiamo parlare di assenza di sforzo ci pare desiderabile, vogliamo raggiungere uno stato privo di contesa o conflitto; perciò questo diventa il nostro obiettivo, il nostro ideale, e lottiamo per esso; e nel momento in cui facciamo ciò abbiamo perso la gioia di vivere. Siamo di nuovo prigionieri dello sforzo. L'obiettivo della lotta varia, ma ogni lotta è essenzialmente la stessa. Si può lottare per produrre riforme sociali, o per trovare Dio, o per creare una migliore relazione tra sé e la propria moglie o il proprio marito, o con il proprio vicino; si può stare seduti sulla riva del Gange, in adorazione ai piedi di qualche guru, e via dicendo. Tutto ciò è sforzo, lotta. Quindi quello che è importante non è l'obiettivo della lotta, ma capire la lotta stessa. Ora, è possibile che la mente sia non solo casualmente consapevole di non lottare per un istante ma sia completamente libera dalla lotta in ogni istante, in modo da scoprire uno stato di gioia nel quale non c'è alcun senso di superiorità o inferiorità? La nostra difficoltà consiste nel fatto che la mente si sente inferiore, e questa è la ragione per cui essa lotta per essere o diventare qualcosa, o per gettare un ponte sopra i suoi vari desideri contraddittori. Ma non lasciamoci dare spiegazioni del perché la mente sia occupata nella lotta. Ogni uomo pensante sa perché c'è la lotta, dentro e fuori di noi. La nostra invidia, avidità, ambizione, la nostra competitività che conduce a un'efficienza spietata – ovviamente sono questi i fattori che fanno sì che noi lottiamo, sia in questo mondo che nel mondo a venire. Perciò non dobbiamo studiare i libri di psicologia per sapere perché mai lottiamo; quello che è importante, sicuramente, è scoprire se la mente possa liberarsi totalmente della lotta. Dopotutto, quando lottiamo, c'è conflitto tra ciò che siamo e ciò che dovremmo o vorremmo essere. Ora, senza fornire spiegazioni si può capire il processo complessivo della lotta in modo da giungere al suo termine? Come quella barca che si muoveva col vento, la mente può essere priva di lotta. Certamente la domanda è questa, e non come raggiungere uno stato nel quale non ci sia lotta. Lo sforzo di raggiungere un simile stato è in se stesso un processo di lotta, perciò quello stato non viene mai raggiunto. Ma se osservate istante per istante come la mente si fa catturare in una lotta senza tregua – se osservate soltanto il fatto senza tentare di alterarlo, senza tentare di costringere la mente a un qualche stato che chiamate pace, allora scoprirete che la mente cessa spontaneamente di lottare, e in quello stato può imparare enormemente. Imparare, perciò, non è soltanto un processo dell'accumulare informazioni, ma una scoperta delle straordinarie ricchezze che giacciono oltre la portata della mente, e per la mente che fa questa scoperta c'è gioia. Guardatevi, e vi vedrete lottare dal mattino fino a sera e vedrete come la vostra energia sia dissipata in questa lotta. Se vi limitate soltanto a spiegare perché lottate vi perderete nelle spiegazioni, e la lotta continuerà; invece, se osservate la vostra mente con la massima tranquillità e senza dare spiegazioni, se lasciate soltanto che la mente diventi consapevole della propria lotta, scoprirete presto che si giunge a uno stato nel quale non c'è affatto lotta, ma una stupefacente consapevolezza della coscienza. In quello stato di vigilanza non c'è alcun senso di superiorità o inferiorità, non ci sono grandi o piccoli uomini, non ci sono guru. Tutte quelle assurdità se ne sono andate via perché la mente è pienamente consapevole, e la mente che è pienamente consapevole è gioiosa. 24 – Uno dei molti problemi con i quali tutti ci confrontiamo, specialmente coloro i quali vengono educati adesso e presto dovranno uscire e affrontare il mondo, è la questione delle riforme. Vari gruppi di persone – i socialisti, i comunisti, e i riformatori di ogni tipo – sono interessati a tentare di produrre certi cambiamenti nel mondo, cambiamenti ovviamente necessari. Sebbene in alcuni paesi ci sia un buon grado di prosperità, nel mondo c'è ancora fame, inedia, e milioni di esseri umani non hanno vestiti sufficienti e luoghi puliti dove dormire. E come può realizzarsi una riforma fondamentale senza creare maggior caos, maggiore infelicità e contesa? Questo è il vero problema. Se si legge un pò la storia e si osservano le tendenze politiche di oggi, appare ovvio che ciò che noi chiamiamo riforma, per quanto desiderabile e necessaria, produce nella propria scia sempre nuove forme di confusione e conflitto; e per contrastare quell'ulteriore infelicità diventano necessari più leggi, più controlli e più sorveglianza. Il processo di riforma crea nuovi disordini; nel sistemare una cosa si producono ulteriori disordini, e così il circolo vizioso continua. A questo ci confrontiamo, ed è un processo che sembra non avere fine. Ora, come si può interrompere questo circolo vizioso? È ovvio che le riforme sono necessarie; ma le riforme sono possibili senza che si produca ulteriore confusione? Questa mi sembra una delle domande fondamentali alle quali ogni persona assennata deve sentirsi interessata. La domanda non riguarda che genere di riforma sia necessaria, o a che livello, ma se qualche riforma sia possibile senza recare con sé altri problemi che di nuovo creano il bisogno di riforme. E che cosa si deve fare per interrompere questo processo infinito? È sicuramente funzione dell'educazione, sia nella piccola scuola che nella grande università, venire alle prese con questo problema, non in astratto, in teoria, e non soltanto facendoci su della filosofia e scrivendo libri sull'argomento, ma affrontandolo concretamente al fine di scoprire come risolverlo. L'uomo è prigioniero di questo circolo vizioso del processo riformatore, che necessita di sempre ulteriori riforme: se non viene spezzato, i nostri problemi non possono trovare una soluzione. Allora, che genere di educazione, che genere di pensiero è necessario per spezzare questo circolo vizioso? Quale azione metterà fine all'aumentare dei problemi in tutte le nostre attività? C'è un qualche movimento di pensiero, in qualsiasi direzione, che possa liberare l'uomo da questo modo di vivere, la cui riforma necessita sempre di ulteriori riforme? In altre parole, c'è un'azione che non nasca dalla reazione? Penso che ci sia un modo di vivere senza questo processo di riforma che provoca ulteriore infelicità, e quel modo può dirsi religioso. La persona integralmente religiosa non è interessata alle riforme, non è interessata semplicemente a provocare un cambiamento nell'ordine sociale; al contrario, cerca ciò che è vero e quella stessa ricerca ha un effetto trasformante sulla società. Ecco perché l'educazione deve essere principalmente interessata ad aiutare lo studente a scoprire la verità, Dio, e non soltanto a prepararlo ad adattarsi al modello di una determinata società. Penso che sia molto importante capire questo da giovani; perché quando cresciamo e iniziamo a mettere da parte i nostri piccoli divertimenti e le nostre distrazioni, i nostri appetiti sessuali e le ambizioni meschine, diventiamo più acutamente consapevoli degli immensi problemi con i quali il mondo si confronta, e allora vogliamo fare qualcosa al riguardo, vogliamo produrre qualche tipo di miglioramento. Ma se non siamo profondamente religiosi creiamo soltanto maggiore confusione, ulteriore infelicità, e la religione non ha nulla a che fare con i preti, le chiese, i dogmi, o le fedi organizzate. Queste cose non sono affatto religione, sono soltanto convenienze sociali da rispettare entro un particolare modello di pensiero e azione; sono i mezzi per sfruttare la nostra credulità, speranza e paura. La religione è la ricerca di che cos'è la verità, di che cos'è Dio, e questa ricerca richiede un'energia enorme, vasta intelligenza, pensiero sottile. È in questo stesso cercare l'incommensurabile che si situa l'azione sociale giusta, non nel cosiddetto riformismo o in una particolare società. Per scoprire che cos'è la verità ci deve essere grande amore e una profonda consapevolezza delle relazioni umane con tutte le cose – il che significa che non si è solo interessati ai propri progressi e miglioramenti. La ricerca della verità è autentica religione, e l'uomo che sta cercando la verità è l'unico uomo religioso. Un simile uomo, a causa del suo amore, è al di fuori della società, e la sua azione sulla società è perciò interamente differente da quella dell'uomo che è nella società ed è interessato alle sue riforme. Il riformatore non può mai creare una nuova cultura. Quel che è necessario è la ricerca dell'autentico uomo religioso, perché questa stessa ricerca produce la propria cultura ed è la nostra sola speranza. La ricerca della verità dà alla mente una creatività esplosiva che è autentica rivoluzione, perché in questa ricerca essa è incontaminata dagli editti e dalle sanzioni della società. Essendo libero da tutto ciò, l'uomo religioso è capace di scoprire ciò che è vero, ed è la scoperta di ciò che è vero istante per istante a creare una nuova cultura. Questa è la ragione per cui è importantissimo per voi ricevere il giusto genere di educazione. Per questo l'educatore stesso deve essere correttamente educato in modo che non guardi all'insegnamento soltanto come a un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma che sia capace di aiutare lo studente a mettere da parte i dogmi e a non lasciarsi dominare da nessuna religione o fede. Le persone che si riuniscono intorno alle basi dell'autorità religiosa o che praticano certi ideali sono tutte interessate alle riforme sociali, che sono soltanto la decorazione dei muri della prigione. Solo l'autentico uomo religioso è veramente rivoluzionario, ed è funzione dell'educazione quella di aiutare ciascuno di noi a essere religioso nel vero senso della parola, perché solo in quella direzione risiede la nostra salvezza. Domande e risposte Sappiamo che il sesso rappresenta una necessita fisica e psicologica ineliminabile e che sembra essere alla radice del caos nella vita personale della nostra generazione. Come possiamo affrontare tale problema? Per quale ragione facciamo d'ogni cosa con cui entriamo in contatto un problema? Abbiamo reso Dio un problema, abbiamo fatto dell'amore un problema, abbiamo fatto delle relazioni del vivere un problema, e abbiamo fatto del sesso un problema. Perché? Perché ogni cosa che facciamo diventa un problema, un orrore? Perché soffriamo? Perché il sesso è diventato un problema? Perché ci riduciamo a una vita di problemi, perché non mettiamo fine a essi? Perché non la facciamo finita con i nostri problemi invece di portarne il peso giorno dopo giorno, anno dopo anno? Il sesso è certamente una questione fondamentale, ma la questione prioritaria è: perché facciamo della nostra vita un problema? Il lavoro, il sesso, il guadagnare denaro, il pensare, il sentire, il fare esperienza – ossia l'intero affaccendarsi di una vita – perché rappresentano un problema? La ragione di ciò non risiede forse essenzialmente nel fatto che pensiamo sempre a partire da un punto di vista particolare, da una prospettiva prefissata? Pensiamo sempre a partire da un centro per poi giungere alla periferia, eppure quest'ultima rappresenta il centro della maggior parte di noi, così che ogni cosa con la quale entriamo in contatto diventa superficiale. Ma la vita è tutt'altro che superficiale; richiede un vivere pieno e poiché viviamo solo in maniera superficiale, ciò che conosciamo sono unicamente reazioni superficiali. Qualsiasi cosa facciamo alla periferia è destinato, inevitabilmente, a creare un problema ed è così che si svolge la nostra vita: viviamo alla superficie e siamo felici di viverci con tutti i problemi che ciò comporta. I problemi esistono finché la nostra vita si svolge alla superficie, alla periferia, la quale non è altro che il «sé» con tutte le sue sensazioni, che possono essere esternate o mantenute nell'intimo, e che possono essere identificate con l'universo, con il paese o con qualche altra cosa frutto della mente. Finché viviamo all'interno del raggio d'azione della mente, le complicazioni e i problemi sono inevitabili; questo è tutto ciò che sappiamo. La mente è sensazione, la mente è il risultato dell'accumulo delle sensazioni e delle reazioni, e qualunque cosa essa tocchi è destinata a creare infelicità, confusione, problemi all'infinito. La mente è la causa reale dei nostri problemi, quella che opera meccanicamente giorno e notte, consciamente e inconsciamente. La mente è ciò che c'è di più superficiale, e abbiamo sprecato generazioni, vite intere, a coltivarla, rendendola sempre più intelligente, sempre più sottile, sempre più furba, sempre più disonesta e sleale, e tutto ciò è evidente in ogni attività della nostra vita. La vera natura della nostra mente consiste nell'essere disonesta, sleale, incapace di affrontare la realtà, ed è questo che genera i problemi, ed è un problema in se stesso. A che cosa intendiamo riferirci quando parliamo del problema del sesso? Si tratta dell'atto o è un pensiero che riguarda l'atto? Certamente non si tratta dell'atto. L'atto sessuale non rappresenta un problema per voi, non più del cibarsi, ma se pensate al mangiare o a qualsiasi altra cosa perché non avete altro a cui pensare, questo diventerà un problema. Il problema è l'atto sessuale o ciò che pensate di esso? Perché ci pensate? Perché ci costruite sopra, come è evidente che fate? I cinema, le riviste, le storie, il modo in cui si vestono le donne, ogni cosa contribuisce a costruire ciò che pensate del sesso. Perché la mente fa tali costruzioni, perché mai pensa al sesso? Perché? Perché è diventato un argomento centrale delle nostre esistenze? Voi concedete la vostra completa attenzione alla riflessione sul sesso quando ci sono così tante altre cose che la richiederebbero. Che cosa accade, perché le vostre menti sono occupate da tale pensiero? Non è altro che una via di fuga estrema, non è forse così? È un modo di precipitare se stessi in un completo oblio. In quel momento, almeno in quell'istante, potete dimenticarvi di voi stessi – e non c'è altro modo in cui lo possiate fare. Ogni altra cosa facciate nelle vostre vite mette in primo piano l'«io», se stesso. I vostri affari, la vostra religione, i vostri dèi, i vostri leader, le vostre azioni economiche e politiche, le vostre fughe, le vostre attività sociali, il vostro dare l'adesione a un partito e toglierla a un altro – tutto ciò mette in primo piano l'«io» e lo rafforza. In altre parole, c'è un solo tipo d'atto che non prevede alcuna enfasi sull'«io», e per questo esso si trasforma in un problema. Quando c'è soltanto una cosa nella vostra vita che rappresenta la via di fuga estrema verso il completo oblio di sé, anche se per pochi istanti, vi attaccate a essa, perché rappresenta il vostro unico momento di felicità. Ogni altra questione con cui avete a che fare diventa un incubo, una fonte di sofferenza e dolore, così vi attaccate all'unica cosa che vi garantisce un completo oblio di voi stessi, ciò che voi chiamate felicità. Ma una volta che vi attaccate a questa, anch'essa diventa un incubo, perciò a un certo punto vorrete liberarvene e non esserne schiavi. Così escogitate, di nuovo grazie alla mente, l'idea di castità, di celibato, e provate a restare celibi e casti attraverso la repressione: tutte operazioni che la mente mette in atto per sottrarsi alla realtà. Questo, di nuovo, dà particolare enfasi all'«io» che cerca di diventare qualcosa, così che, ancora una volta, siete preda del travaglio, del tormento, dello sforzo, del dolore. Il sesso diventa un problema particolarmente difficile e complicato finché non c'è comprensione della mente che riflette su tale problema. L'atto in sé non rappresenta mai un problema, ma è il pensiero su di esso a generare il problema. L'atto lo salvaguardate: vivete in maniera superficiale, o vi concedete nel matrimonio, facendo così della vostra sposa una prostituta rispettabile, all'apparenza, e siete soddisfatti che la cosa finisca lì. Senza dubbio, il problema può essere risolto solo quando sarete in grado di comprendere l'intero processo e la struttura dell'«io» e del «mio»; mia moglie, mio figlio, la mia proprietà, la mia auto, le mie conquiste, il mio successo; fino a quando non comprenderete e risolverete tutto ciò, il sesso rimarrà un problema. Finché sarete ambiziosi in politica, nella religione, o in qualsiasi altro campo, e fino a quando metterete in primo piano il vostro «sé», l'entità che pensa e fa esperienza, nutrendolo d'ambizione sia come individui singoli, sia nel nome del vostro paese, del vostro partito o di un'idea che chiamate religione – fino a quando ci sarà una tale attività di dilatazione del sé, sarete destinati a vivere il sesso come un problema. Da un lato, create, nutrite, espandete il vostro «sé», dall'altro cercate di dimenticare voi stessi, di perdervi anche solo per un istante. Come si conciliano queste due cose? La vostra vita è una contraddizione: enfasi sull'«io» e oblio del «sé». Il sesso non rappresenta un problema; il problema semmai è questa contraddizione nella vostra vita, e la contraddizione non può essere superata dalla mente, poiché essa stessa è una contraddizione. La contraddizione può essere compresa soltanto se si è in grado di capire pienamente l'intero processo dell'esistenza quotidiana. Andare al cinema a guardare donne sullo schermo, leggere libri che stimolano l'immaginazione, riviste con immagini di seminudità, il vostro modo di guardare le donne, gli sguardi furtivi – sono tutte cose che incitano la mente a esaltare il sé in modi devianti; allo stesso tempo cercate di essere gentili, teneri e amabili. Queste due cose non possono coesistere. L'uomo ambizioso, in senso spirituale o in altro senso, non potrà mai essere privo di problemi, dal momento che questi ultimi scompaiono soltanto quando il sé viene rimosso, quando l'«io» risulta inesistente, e quando una tale inesistenza del sé non rappresenta un atto della volontà né una semplice reazione. Il sesso diventa una reazione; nel tentativo di risolvere il problema la mente lo rende soltanto più confuso, più tormentoso e più straziante. La mente e non l'atto rappresenta il problema, quella stessa mente che ci impone di essere casti. La castità non è qualcosa che appartiene alla mente. Ciò che la mente può fare è unicamente reprimere le sue attività e tale repressione non ha nulla a che vedere con la castità. La castità non è una virtù e non può essere coltivata come tale. L'uomo che coltivi l'umiltà non è certo umile; può dare il nome di umiltà al suo orgoglio, ciò nondimeno resta un uomo orgoglioso e questa è la ragione per la quale cerca di diventare umile. L'orgoglio non potrà mai trasformarsi in umiltà, così come la castità non appartiene alla mente. Conoscerete la castità soltanto in presenza dell'amore e l'amore non è certo qualcosa che appartenga alla mente. Pertanto, il problema del sesso che tormenta così tante persone nel mondo non potrà essere risolto finché la mente non sarà compresa. È impossibile porre fine al pensiero, eppure il pensiero cessa quando chi pensa cessa di pensare, e ciò avviene solo nell'istante in cui viene compreso l'intero processo. La paura è il prodotto della divisione tra colui che pensa e il suo pensiero; quando non c'è il pensatore non c'è più conflitto nel pensiero. Ciò che è implicito non richiede alcuno sforzo di comprensione. Il pensatore viene all'esistenza attraverso il pensiero; in seguito egli cerca di esercitare un controllo, di dare una forma ai propri pensieri oppure cerca di farli cessare. Il pensatore è soltanto un'entità fittizia, un'illusione della mente. Una volta che si sia compreso il pensiero come un fatto, non ci sarà più bisogno di pensare al fatto stesso. Se c'è l'indispensabile e semplice consapevolezza, ciò che è implicito nel fatto comincerà a rivelarsi da sé. Perciò il pensiero in quanto fatto termina. Allora vedrete come i problemi che rodono i nostri cuori e le nostre menti, i problemi della nostra struttura sociale, possono essere risolti. Il sesso non rappresenterà più un problema, avrà il suo spazio appropriato, non sarà né qualcosa di impuro né qualcosa di puro. Il sesso ha una sua collocazione; ma ogniqualvolta la mente gli dà una posizione di rilievo, esso diventa un problema. La mente dà al sesso una posizione di rilievo, perché non è in grado di vivere senza un pò di felicità e ciò fa del sesso un problema; è quando la mente viene a conoscenza dell'intero processo che la riguarda, e giunge così a un termine, che il pensiero cessa, ed è in quel preciso momento che ha inizio la fase creativa, ovvero ciò che ci rende felici. Essere in tale stato di creatività equivale a essere in uno stato di beatitudine, perché è una forma di oblio del sé che non contempla sue possibili reazioni. Questa non è una risposta astratta al problema quotidiano rappresentato dal sesso – questa è l'unica risposta possibile. La mente nega l'amore e senza amore non si ha castità; è l'assenza dell'amore la ragione per la quale fate del sesso un problema. Che cosa intende per amore? Cercheremo di scoprirlo attraverso la comprensione di ciò che l'amore non è, dal momento che, essendo l'amore l'ignoto, non possiamo che avvicinarci ad esso scartando il noto. L'ignoto non può essere scoperto da una mente che trabocchi di ciò che è noto. Ciò che faremo è scoprire il valore di ciò che sappiamo, guardare al noto, e una volta che lo si sia esaminato candidamente, senza condanne, la mente sarà libera da esso; sarà quello il momento in cui sapremo che cos'è l'amore. Dobbiamo, pertanto, avvicinarci all'amore per via negativa, non per via positiva. Che cos'è l'amore per la maggior parte di noi? Quando diciamo di amare qualcuno, che cosa intendiamo dire? Intendiamo dire che possediamo quella persona. Dal possesso si genera la gelosia, perché che cosa accade se perdiamo l'amato o l'amata? Ci sentiamo vuoti, smarriti; perciò si rende legale il possesso. La o lo possiedo. Dal dominio, dal possesso della persona, scaturiscono la gelosia, la paura e tutti gli innumerevoli conflitti tipici di una tale situazione. Non c'è dubbio che tale possesso non sia amore, o forse non è così? Certamente, l'amore non è un sentimento. L'essere sentimentali e l'essere emotivi non hanno nulla a che vedere con l'amore, giacché si tratta di mere sensazioni. Una persona religiosa che versa lacrime per Gesù o Krishna, per il suo guru o per qualcun altro, è semplicemente un sentimentale, un emotivo. Indulge nella sensazione, che è un processo del pensiero e il pensiero non è amore. Il pensiero è il risultato della sensazione, così che una persona che sia sentimentale o emotiva non sarà mai in grado di conoscere l'amore. Di nuovo, non siamo forse sentimentali ed emotivi? L'essere sentimentali, l'emotività, sono semplicemente delle forme di dilatazione del sé. Il traboccare di emozioni non è certamente amore, dal momento che una persona sentimentale può benissimo essere crudele quando i suoi sentimenti non siano ricambiati, quando le sue emozioni non abbiano una via di sfogo. Una persona emotiva può essere incitata all'odio, alla guerra, alla strage. Un uomo che sia sentimentale e che trabocchi di lacrime per la sua religione non prova certamente amore. Il perdono è forse amore? Che cosa implica il perdono? Una persona mi insulta, io mi offendo e me ne ricordo; poi, per obbligo o per pentimento, dico: «Ti perdono». Prima mi trattengo e poi reagisco. Che cosa significa? Sono sempre io la figura centrale; sono io colui che perdona qualcuno. Finché c'è un atteggiamento di perdono sono io a essere importante, non la persona che si suppone mi abbia insultato. Così l'accumulare risentimento e il negarlo in seguito – cosa che definite perdono – non è amore. Chi ama certamente non ha nemici e non si cura di tutte queste cose. Empatia, perdono, relazione di possesso, gelosia e paura – tutte queste cose non sono amore. Appartengono alla mente, non è così? Fino a quando la mente sarà l'arbitro, non ci potrà essere amore, poiché la mente sentenzia unicamente sulla base del possesso e il suo arbitrio non è altro che possesso sotto altra forma. La mente può soltanto corrompere l'amore, non può generarlo e non può generare bellezza. Potete anche scrivere un poema sull'amore ma questo non sarà mai amore. Non c'è dubbio che non vi sia amore qualora non vi sia vero rispetto, quando non rispettate il prossimo, che si tratti del vostro servo o di un vostro amico. Non avete notato che non siete rispettosi, gentili e generosi con la vostra servitù, con le persone che stanno, come si dice, «sotto» di voi? Avete rispetto di quelli che stanno sopra di voi, per i vostri capi, per il milionario, per l'uomo con un titolo e una casa grande, per l'uomo che può offrirvi una posizione migliore, un lavoro migliore e dal quale sia possibile ottenere qualcosa. Ma fustigate i vostri sottoposti e usate un linguaggio speciale con loro. Laddove è assente il rispetto, non può esserci amore. E poiché la maggior parte di noi vive in questo stato, siamo privi d'amore. Non siamo né rispettosi, né compassionevoli, né generosi. Siamo possessivi, gonfi di sentimenti ed emozioni utili a uccidere, a compiere stragi, o a unirci all'insegna di qualche rozza e stupida intenzione. Come può dunque esserci amore? Potrete venire a conoscenza dell'amore soltanto quando tutte queste cose abbiano cessato di essere, soltanto quando non dominerete e non sarete semplicemente preda di un sentimento di devozione nei confronti di un oggetto. Tale devozione è una supplica, la ricerca di un qualcosa che abbia forma diversa. Chi prega non conosce amore. Poiché siete possessivi, poiché siete alla ricerca di un fine, di un risultato, attraverso la devozione, attraverso la preghiera – ciò che vi rende sentimentali, emotivi – è del tutto naturale che non ci sia amore. Quando le cose della mente non riempiranno il vostro cuore, solo allora ci sarà amore; e soltanto l'amore potrà trasformare l'attuale follia e insensatezza del mondo – non le teorie, non i sistemi, di destra o di sinistra che siano. Amerete realmente solo quando non rivendicherete possedimenti, quando non sarete invidiosi, avari, quando sarete rispettosi e avrete pena e compassione, quando avrete considerazione di vostra moglie, dei vostri figli, dei vostri vicini e della vostra sventurata servitù. L'amore non può essere oggetto di pensiero, non può essere coltivato, non può essere praticato. La pratica dell'amore, la pratica della fratellanza, è ancora all'interno della sfera di influenza della mente e, pertanto, non è amore. Quando tutto ciò sarà interrotto, in quell'istante, l'amore verrà alla luce e saprete di che si tratta. L'amore non è dunque qualcosa che ha a che fare con la quantità ma con la qualità. Non dite: «Amo il mondo intero», ma quando saprete come amare qualcuno, saprete anche come amare il tutto. Poiché, tuttavia, non sappiamo come si ama qualcuno, il nostro amore per l'umanità è una finzione. Quando si ama, non ci sono l'uno e i molti: c'è soltanto amore. È soltanto quando c'è amore che tutti i nostri problemi possono essere risolti, e solo allora potremo assaggiare la gioia e la beatitudine che esso porta con sé. In che modo possiamo vivere felici? Sapete dire quando siete felici? Sapete certamente dire quando soffrite, quando siete preda di un dolore fisico. Quando qualcuno vi colpisce o è infuriato con voi, sapete di soffrire. Ma sapete dire quando siete felici? Avete consapevolezza del vostro corpo quando siete sani? Certamente, la felicità è uno stato di cui non avete coscienza, di cui non siete consapevoli. Nell'istante stesso in cui vi rendete conto di essere felici, smettete di esserlo, non è forse così? Ma la maggior parte di voi soffre, e una volta che ve ne siete resi conto volete trovare rifugio dalla sofferenza in quella che voi chiamate felicità. Volete essere felici con piena coscienza, e nel momento in cui siete consapevoli di essere felici, la felicità svanisce. Siete forse in grado di dire quando provate gioia? È soltanto in seguito, un istante o una settimana dopo, che siete in grado di dirlo. «Quanto ero felice, quale gioia provavo!» Nel momento presente non avete alcuna coscienza d'essere felici ed è proprio in questo che risiede la bellezza della felicità. È praticabile per un uomo liberarsi da tutto il suo senso di insicurezza e contemporaneamente essere parte della società? Che cos'è la società? Un insieme di valori, un insieme di regole, ordinamenti e tradizioni, non è così? Osservate queste condizioni dall'esterno e dite: «Posso avere una relazione di tipo pratico con tutto ciò?». Perché no? Dopotutto, se vi adeguate perfettamente a un tale quadro di valori, siete liberi? E che cosa intendete con «praticabile»? Intendete il guadagnarsi da vivere? Ci sono molte cose che si possono fare per guadagnarsi da vivere, e se siete liberi, non potete forse scegliere ciò che volete fare? Questo non è forse praticabile? O considerereste praticabile dimenticare la vostra libertà e adeguarvi al sistema, diventare avvocato, banchiere, mercante o spazzino? Certamente, se siete liberi e avete coltivato la vostra intelligenza, troverete ciò che è meglio per voi. Farete piazza pulita di tutte le tradizioni e farete qualcosa che amate davvero, senza curarvi dei giudizi di approvazione o di disapprovazione dei vostri genitori e della società. Dal momento che siete liberi, avete intelligenza e farete qualcosa di assolutamente vostro, agirete da esseri umani integrali. Come possiamo rendere libere le nostre menti se viviamo in una società colma di tradizioni? Prima cosa, dovete sentire l'urgenza, il bisogno di essere liberi. È come per un uccello la nostalgia del volo o come la necessità che hanno le acque del fiume di scorrere. Avete questa urgenza di essere liberi? Se l'avete, che cosa accadrà dunque? I vostri genitori e la società cercheranno di forzarvi entro un modello. Siete in grado di opporre loro resistenza? Lo trovate difficile perché siete spaventati. Avete paura di non trovare lavoro, di non trovare il marito giusto o la moglie giusta; avete il timore di morire di fame e temete che la gente parli di voi. Sebbene vogliate essere liberi, siete spaventati al punto che non opporrete resistenza. La vostra paura di ciò che la gente può dire, o di ciò che i vostri genitori possono fare, vi blocca e così siete destinati a essere forzati entro un modello. Ora, siete forse in grado di dire: «Voglio sapere e non ho paura di morire di fame. Qualsiasi cosa succeda, lotterò contro le barriere di questa società corrotta, perché voglio essere libero di conoscere»? Siete in grado di dirlo? Quando siete spaventati siete in grado di opporvi a tutte queste barriere, a tutte queste imposizioni? Ebbene, è importantissimo aiutare i bambini, a partire dalla più tenera età, a scorgere le implicazioni della paura e a liberarsene. Nell'istante stesso in cui si è spaventati, la libertà viene meno. Che cos'è la vera libertà e come si acquisisce? La vera libertà non è qualcosa che si può acquisire, ma è il frutto dell'intelligenza. La libertà non si compra al mercato. Né la si può ottenere attraverso la lettura di un libro o l'ascolto di un discorso. Ma che cos'è l'intelligenza? Può esserci intelligenza quando c'è paura o quando la mente è condizionata? Quando la vostra mente è preda dei pregiudizi, quando pensate di essere degli esseri umani straordinari, o quando siete ambiziosi e volete arrivare in cima alla scala del successo, mondano o spirituale, può forse esserci intelligenza? È fuor di dubbio che l'intelligenza si manifesta quando vi rendete conto di tutta questa stupidità e la rifuggite. Così vi tocca affrontare questo compito. In primo luogo dovete essere consapevoli del fatto che la vostra mente non è libera. Dovete osservare il modo in cui la vostra mente è impigliata in tutte queste cose e ciò rappresenterà il primo barlume d'intelligenza, che porta con sé la libertà. Dovete trovare la risposta da soli. Quale utilità c'è nel fatto che qualcuno sia libero mentre voi non lo siete, o che qualcuno abbia il cibo mentre voi siete affamati? Per essere creativi, ovvero per poter avere una reale iniziativa, deve esserci libertà, e perché ci sia libertà ci deve essere intelligenza. Perciò dovete analizzare e scoprire ciò che rappresenta un ostacolo all'intelligenza. Dovete investigare la vita, dovete mettere alla prova i valori sociali, dovete mettere in questione tutto, e non accettare qualunque cosa solo perché siete spaventati. Qual è il vero fine della vita? È, prima d'ogni cosa, ciò che ne fate; è ciò che fate della vostra vita. Per quanto riguarda la realtà, deve esserci qualcos'altro. Non sono particolarmente interessato ad avere un obiettivo personale, ma voglio sapere qual è l'obiettivo di tutti. Come lo scoprirai? Che cosa ti guiderà nello scoprirlo? Puoi scoprirlo attraverso la lettura? Se leggi, un autore ti darà un metodo particolare, mentre un autore diverso ti darà un metodo differente. Se vai da un uomo che soffre, ti dirà che lo scopo della vita è essere felici. Se vai da un uomo che sta morendo di fame, che non ha avuto cibo a sufficienza per anni, il suo scopo sarà quello di avere lo stomaco pieno. Se vai da un politico, il suo fine sarà quello di diventare una delle autorità, uno dei dominatori del mondo. Se interrogassi una giovane donna, ti direbbe: «II mio obiettivo è quello di avere un bambino». Se vai da un sannyasi, il suo scopo sarà quello di trovare Dio. Lo scopo, il desiderio basilare delle persone è, in generale, quello di trovare qualcosa che le gratifichi e le conforti; aspirano a una qualche forma di sicurezza, di tutela, così da non avere nessun dubbio, nessun interrogativo, nessuna ansia e nessuna paura. La maggioranza di noi vuole qualcosa di stabile a cui attaccarsi. Pertanto, il fine generale della vita di un uomo risiede in un qualche genere di speranza, in una forma di sicurezza, in qualche forma di stabilità. Non domandare: «Tutto qui?». Questo è il dato immediato ed è bene che tu ne sia al corrente. Devi mettere in dubbio tutto questo – il che significa che devi mettere in dubbio te stesso. Lo scopo generale della vita di un uomo è in te, giacché sei parte del tutto. Tu stesso aspiri alla sicurezza, alla stabilità, alla felicità; vuoi qualcosa a cui attaccarti. Ora, per scoprire se c'è qualcosa di ulteriore, una qualche verità che non appartiene alla mente, è necessario porre fine a tutte le illusioni della mente; ossia è necessario comprenderle e metterle da parte. Solo allora potrai scoprire la verità, ovvero se c'è un fine oppure no. Prevedere che ci debba essere uno scopo o credere che ci sia è semplicemente un'altra illusione. Ma se saprai mettere in dubbio tutti i tuoi conflitti, le dispute, le pene, le vanità, le ambizioni, le speranze, le paure e attraversarli, superarli e sovrastarli, allora avrai trovato ciò che cerchi. Perché ci sono infelicità e sofferenza nel mondo? Mi chiedo se questo ragazzo conosca il significato di tali parole. Probabilmente ha visto un asino sovraccarico le cui gambe stavano per spezzarsi, o ha visto un altro ragazzo piangere, oppure ha visto una madre percuotere il proprio figlio. Forse ha assistito a un litigio tra persone più vecchie. E c'è la morte, il corpo portato alla cremazione; c'è il mendicante; c'è la povertà, la malattia, la vecchiaia; c'è sofferenza, non solo fuori ma anche all'interno di noi. Perciò domanda: «Perché c'è la sofferenza?». Non volete saperlo anche voi? Vi siete mai interrogati sulla causa della vostra sofferenza? Che cos'è la sofferenza e perché esiste? Se voglio qualcosa e non riesco a ottenerlo, mi sento infelice; se voglio più sari, più soldi, o se voglio essere più bello, e non posso avere ciò che desidero, sono scontento. Se voglio amare una certa persona e questa non ricambia il mio amore, mi sento, di nuovo, infelice. Mio padre muore e soffro. Perché? Perché ci sentiamo infelici quando non siamo in grado di ottenere ciò che desideriamo? Perché dovremmo necessariamente ottenere ciò che vogliamo? Pensiamo che sia un nostro diritto, non è vero? Ma ci chiediamo mai perché dovremmo ottenere ciò che desideriamo, quando milioni di persone non hanno nemmeno ciò di cui hanno bisogno? E inoltre, perché lo vogliamo? C'è il nostro bisogno di cibo, di vestiti e di un riparo; ma tutto ciò non ci soddisfa. Vogliamo di più. Vogliamo il successo, vogliamo essere rispettati, amati, ammirati, desideriamo essere potenti, vogliamo essere poeti famosi, santi, oratori e aspiriamo a diventare primi ministri e presidenti. Perché? Ci avete mai pensato? Perché vogliamo tutto ciò? Non che si debba essere soddisfatti di quello che siamo. Non intendo dire questo. Sarebbe brutto e stupido. Tuttavia, qual è la ragione di tale costante brama di avere sempre di più? Questa brama è indice del fatto che non siamo soddisfatti, che siamo scontenti; ma di che cosa? Di ciò che siamo? Io sono questo e ciò non mi piace, voglio essere quello. Credo che sarò più affascinante con una nuova giacca o un nuovo sari, perciò ne voglio uno. Ciò significa che sono insoddisfatto di quello che sono e credo di poter porre fine alla mia scontentezza acquisendo più vestiti, più potere, e così via. Ma l'insoddisfazione rimane, oppure no? L'ho solo mascherata sotto i vestiti, sotto il potere, con le automobili. Dunque, abbiamo trovato il modo di capire ciò che siamo. Il semplice ricoprirci di beni, potere e posizioni non ha alcun effetto, perché la nostra infelicità permane. Nel vedere questo, la persona infelice, la persona che è immersa nel dispiacere, non si rifugia dai guru, non si nasconde nei suoi possedimenti, nel suo potere; al contrario, vuole sapere che cosa c'è dietro al suo dispiacere. Se andate oltre il vostro dispiacere scoprirete che siete piccini, vuoti, limitati e che lottate per conquistare e per diventare qualcosa. In questa lotta risiede la causa del dispiacere. Ebbene, se cominciate a comprendere ciò che siete realmente, se penetrate la vostra essenza, allora scoprirete che qualcosa di assolutamente diverso inizia ad avvenire. Se un uomo sta morendo di fame e sento di poter essergli d'aiuto, si tratta di ambizione o di amore? Lui muore di fame e tu l'aiuti con il cibo. È amore questo? Perché vuoi aiutarlo? Non hai altro motivo, altra ragione che il desiderio d'aiutarlo? Non ne trai alcun beneficio? Riflettici su, non dire «sì» o «no». Se stai cercando di trarne beneficio, politico o di altra natura, interiore o esteriore, allora non è amore quello che provi nei suoi confronti. Se lo nutri al fine di diventare più popolare o nella speranza che i tuoi amici ti aiutino a entrare in Parlamento, allora non si tratta di amore, non credi? Ma lo ami se lo nutri senza fini ulteriori, se non vuoi nulla in cambio. Se lo nutri e lui non dimostra gratitudine nei tuoi confronti, ti senti ferito? Se la risposta è positiva, non lo ami. Se dice a te e agli altri che siete persone meravigliose e ti senti lusingato, significa che stai pensando a te stesso, e certamente questo non è amore. Perciò bisogna dedicare molta attenzione a capire se, nelle nostre opere d'aiuto, si sta cercando di trarre un qualche genere di beneficio e se c'è una ragione che ci spinge a offrire del cibo a un affamato. Che cosa dovremmo chiedere a Dio? Sei molto interessato a Dio, non è vero? Perché? Perché la tua mente chiede qualcosa, vuole qualcosa. Per questa ragione è in costante agitazione. Se ti chiedo qualcosa e mi aspetto qualcosa da te, la mia mente non potrà che essere in subbuglio, non è vero? Questo ragazzo vuole sapere che cosa dovrebbe chiedere a Dio: non so che cosa sia Dio e non so ciò che Dio vuole realmente. Ma c'è in lui come un senso generale di apprensione, «devo chiedere, devo pregare, devo essere protetto». La mente è sempre alla ricerca di qualcosa in ogni dove; vuole costantemente, prende, osserva, spinge, confronta, giudica e perciò non è mai ferma. Osserva la tua mente e vedrai ciò che fa, come cerca di controllarsi, come chiede costantemente, come supplica, lotta e paragona. Una mente del genere la definiamo assai vigile; ma è vigile davvero? In verità, una mente vigile è una mente ferma, che non si muove ovunque come una farfalla. Ed è soltanto una mente ferma che può comprendere la natura di Dio. Una mente ferma non chiede mai nulla su Dio. È solo la mente impoverita che supplica, che chiede. Ciò che chiede non l'otterrà mai, perché ciò che vuole realmente è la sicurezza, il conforto, la certezza. Se chiedi qualcosa a proposito di Dio, non troverai mai Dio. In che cosa consiste la vera grandezza e come posso essere grande? Vedi, la nostra sfortuna è quella di voler essere grandi. Tutti aspiriamo a essere grandi. Vogliamo essere grandi leader o grandi primi ministri, grandi inventori, grandi scrittori. Perché? Nell'educazione, nella religione, in tutti i campi della nostra vita, ci sono esempi. Il grande poeta, il grande oratore, il grande statista, il grande santo, il grande eroe: queste persone sono portate ad esempio e noi vogliamo essere come loro. Ora, ogniqualvolta desiderate essere come qualcun altro, avete creato un modello di comportamento, non credete? Avete posto delle restrizioni al vostro pensiero, lo avete costretto entro certo limiti. In questo modo, il vostro pensiero si è già cristallizzato, ristretto, limitato, asfissiato. Perché desiderate essere grandi? Perché non rivolgete il vostro sguardo a ciò che siete e non cercate di comprenderlo? Non vedete che nell'istante in cui aspirate a essere come qualcun altro, si generano infelicità, conflitto, invidia e dispiacere? Se desideri essere come Buddha, che cosa succede? Lotti costantemente per conformarti a quell'ideale. Se sei stupido e desideri essere intelligente, cercherai costantemente di andare oltre e abbandonare ciò che sei. Se sei brutto e vuoi diventare bello, desidererai talmente diventarlo che ne morirai, oppure t'ingannerai pensando di esserlo diventato. Perciò, finché proverai a essere qualcos'altro rispetto a ciò che sei, la tua mente semplicemente si logorerà. Ma se affermi: «Questo è ciò che sono, è un fatto, e ho intenzione di esaminarlo, di capirlo», allora potrai andare oltre, dal momento che capirai come la comprensione di ciò che sei porti con sé una pace e una contentezza immensa, grande illuminazione e grande amore. L'amore non si fonda forse sull'attrazione? Supponete di essere attratti da un uomo bellissimo o da una donna bellissima. Che cosa c'è di sbagliato? Quando si è attratti da una donna, da un uomo, che cosa accade generalmente? Non solo volete stare con quella persona, ma la volete possedere, la volete definire vostra. Il vostro corpo deve stare vicino al corpo di quella persona. Dunque che cosa succede? Il fatto è che quando si è attratti da una persona, si desidera possederla e non si vuole che rivolga lo sguardo ad altri, e quando si considera un essere umano come una proprietà si tratta forse d'amore? Certamente no. Nell'istante stesso in cui la vostra mente crea una barriera che dice «mio» attorno a quella persona, non può esserci amore. Il problema è che la nostra mente fa così tutto il tempo. Ed è questo il motivo per il quale stiamo discutendo di tali cose, per capire come funziona la mente; forse, una volta consapevole delle proprie mosse, essa troverà spontaneamente la quiete. Che cos'è la preghiera? Ha una qualche importanza nella vita di tutti i giorni? Perché pregate? E che cos'è la preghiera? La maggior parte delle preghiere è soltanto un implorare, un domandare. Vi abbandonate a questo genere di preghiere ogniqualvolta soffrite. Quando vi sentite soli, quando siete depressi e tristi, chiedete aiuto a Dio; dunque ciò che chiamate «preghiera» è soltanto una richiesta. La forma della preghiera può anche variare ma la motivazione sottostante è sempre la stessa. La preghiera per la maggioranza delle persone è una richiesta, un'implorazione, una supplica. Voi pregate? Perché pregate? Non sto dicendo che voi dovete o non dovete pregare. Ma perché pregate? È per ottenere maggiore conoscenza, più pace? Pregate perché il mondo possa essere liberato dalla sofferenza? C'è forse qualche altro genere di preghiera? C'è quel genere di preghiera che non è realmente una preghiera, ma l'espressione di una buona volontà, una dichiarazione d'amore e l'esposizione d'idee. Che cosa fate quando pregate? Quando pregate in genere vi rivolgete a Dio o a qualche santo perché riempia la vostra scodella vuota, non è forse così? Non siete soddisfatti di ciò che accade, di ciò che vi è offerto e volete che la scodella vi sia riempita secondo i vostri desideri. Perciò la vostra preghiera non è altro che una richiesta; è una supplica che deve essere soddisfatta e pertanto non è affatto una preghiera. Vi rivolgete a Dio dicendo: «Sto soffrendo, per favore accontentami; per favore restituiscimi mio fratello, mio figlio. Per favore rendimi ricco». State perpetuando le vostre richieste e questo non è certo pregare. Il punto è che dovete comprendere voi stessi, capire perché chiedete incessantemente qualcosa, perché in voi c'è tale urgenza, tale bisogno di implorare. Più conoscete voi stessi attraverso la consapevolezza dei vostri pensieri, delle vostre sensazioni, più scoprirete la verità di ciò che siete; e sarà questa verità ad aiutarvi a essere liberi. Perché proviamo un sentimento d'orgoglio quando abbiamo successo? Che cos'è il successo? Hai mai riflettuto sul significato del successo di uno scrittore, di un poeta, di un pittore, di un uomo d'affari o di un politico? Sentire che hai raggiunto interiormente un certo controllo su te stesso che altri non possiedono, o la consapevolezza di essere riuscito laddove gli altri hanno fallito; sentire che sei migliore di qualcun altro, che sei diventato un uomo di successo, che sei rispettato, ammirato dagli altri come un esempio – che cosa mostra tutto questo? Naturalmente quando provi sentimenti di questo tipo provi orgoglio: io ho fatto qualcosa, io sono importante. Il sentimento dell'«io» è nella sua stessa natura un sentimento d'orgoglio. Così l'orgoglio cresce al crescere del successo; si è orgogliosi di essere importanti rispetto ad altre persone. Questo confronto tra sé e gli altri è presente anche laddove si persegue l'esempio, l'ideale, e dà energia e stimoli in grado di fortificare l'«io», e la sensazione piacevole di sentirsi molto più importanti degli altri; tale sensazione, questo senso di compiacimento, è il punto di partenza dell'orgoglio. L'orgoglio porta con sé una grande quantità di vanità, un eccesso egoistico. Ciò è visibile sia nelle persone più anziane che in te stesso. Quando superi un esame e senti di essere un pò più intelligente di un altro, sopraggiunge un sentimento di compiacimento. Ed è lo stesso quando ti aggiudichi una discussione o quando senti di essere più forte e più bello fisicamente: avverti immediatamente la tua importanza. Questa sensazione d'importanza dell'«io» genera inevitabilmente conflitto, lotta, pena, nel tentativo di preservarla. Come possiamo liberarci dell'orgoglio? Se tu avessi ascoltato davvero la risposta alla domanda precedente, avresti capito come ci si può liberare dall'orgoglio e te ne saresti già liberato; ma eri tutto preso dal modo in cui avresti formulato la tua prossima domanda, non è vero? Perciò non ascoltavi. Se avessi ascoltato davvero ciò che si è detto, avresti trovato da solo la verità sull'argomento. Supponi che io sia orgoglioso perché ho raggiunto un certo risultato. Sono diventato un capo; sono stato in Inghilterra o in America; ho fatto grandi cose, la mia fotografia è apparsa sui giornali e così via. Orgoglioso di me, mi chiedo: «Come posso liberarmi dell'orgoglio?». Ora, perché voglio liberarmi dell'orgoglio? È questa la domanda importante, non quella sul modo in cui posso liberarmene. Qual è il motivo, qual è la ragione, qual è la molla? Voglio liberarmi dell'orgoglio perché lo trovo dannoso, negativo, spiritualmente deleterio? Se è questa la ragione, allora il tentativo di liberarmene non è altro che un'altra forma di orgoglio, non ti pare? Ciò che m'interessa ancora una volta è una mia conquista. Giudicando l'orgoglio dannoso e negativo per lo spirito, affermo di avere necessità di liberarmene. L'affermazione: «Me ne devo liberare» contiene l'identica motivazione di: «Devo ottenere successo». L'«io» resta importante ed è ancora al centro della mia battaglia per essere libero. Dunque, ciò che conta non è il modo in cui ci si libera dell'orgoglio, ma la comprensione dell'«io»; e l'io è alquanto sfuggente. Vuole qualcosa quest'anno e qualcos'altro il prossimo; quando ciò si rivela fonte di sofferenza, vuole qualcosa di diverso. Pertanto, fino a quando ci sarà una tale centralità dell'«io», che si sia orgogliosi o umili ha poca importanza. Sono solo abiti diversi da indossare. Quando mi piace un abito in particolare, lo indosso e l'anno seguente, assecondando i miei gusti, i miei desideri, indosserò un abito differente. Ciò che è necessario che tu comprenda è come questo «io» viene all'esistenza. L'«io» viene all'esistenza grazie al sentimento di realizzazione nelle sue varie forme. Ciò non significa che non si debba agire; ma la sensazione che sei tu ad agire, che sei tu a farcela, che sei tu a doverti liberare dell'orgoglio, necessita di essere compresa. Devi capire la struttura dell'«io». Devi essere consapevole dei tuoi stessi pensieri; devi prestare attenzione al modo in cui tratti la tua servitù, tua madre e tuo padre, il tuo insegnante; devi essere consapevole di come giudichi coloro che stanno sopra di te e coloro che ti sono sottoposti, coloro che stimi e coloro che disprezzi. Tutto ciò rivela le modalità dell'«io». Attraverso la comprensione delle modalità dell'«io» si ottiene la libertà da esso. Questo è ciò che conta, non come ci si libera dell'orgoglio. Sebbene vi sia progresso in vari campi, perché non c'è fratellanza? Che cosa intendi con «progresso»? Dal carro trainato dai buoi all'aeroplano a reazione: questo è progresso. I mezzi di trasporto, nell'antichità, erano incredibilmente lenti e ora sono straordinariamente veloci. Grazie al miglioramento dell'igiene, della nutrizione e delle cure mediche c'è stato un enorme progresso anche nel campo della salute fisica. Tutto ciò è progresso scientifico; eppure non c'è un progresso analogo nei rapporti di fratellanza. Ora, la fratellanza ha forse qualcosa a che fare con il progresso? Sappiamo a che cosa intendiamo riferirci con il termine «progresso». È l'evoluzione, la conquista di qualcosa nel tempo. Gli scienziati dicono che ci siamo evoluti dalla scimmia; dicono che, in milioni di anni, siamo progrediti dalle più infime forme di vita a quella più elevata, quella umana. Ma la fratellanza è forse questione di progresso? È forse qualcosa che può evolvere nel tempo? Esiste l'unità della famiglia e l'unità di una particolare società o nazione; il passo successivo alla nazione è l'internazionalismo e subito dopo viene l'idea di un unico mondo. L'idea di un unico mondo è ciò che chiamiamo fratellanza. Ma un tale sentimento d'affratellamento può forse essere materia di evoluzione? Tale sentimento deve essere forse coltivato nei vari passaggi della famiglia, della comunità, del nazionalismo, dell'internazionalismo e dell'unità del mondo? La fratellanza è amore, non è così? E l'amore può forse essere coltivato passo dopo passo? L'amore è questione di tempo? Capite di cosa sto parlando? Se dico che ci sarà fratellanza tra dieci, trenta o cento anni, che cosa significa? Significa certamente che non amo e che non provo alcun sentimento di fratellanza. Quando dico: «Proverò amore fraterno, amerò», la verità è che non amo e non provo amore fraterno. Finché ragionerò in termini di «amerò», non amerò mai. Invece, se metto da parte questa idea di amore fraterno futuro, posso intravedere ciò che sono realmente; sono in grado di accorgermi che non provo amore fraterno e posso cominciare a indagarne la ragione. Che cos'è importante: capire chi sono o speculare su ciò che sarò? Senza alcun dubbio ciò che è realmente importante è capire chi sono, così da poter agire di conseguenza. Ciò che sarò è questione che appartiene al futuro e il futuro è imprevedibile. La verità è che non provo alcun sentimento di fratellanza, che non amo davvero: tale verità rappresenta un punto di partenza ed è qualcosa con cui posso immediatamente confrontarmi. Ma dire che si sarà qualcosa di diverso in futuro è puro e semplice idealismo, e l'idealista è colui che fugge da ciò che è; fugge dalla realtà, la quale può essere cambiata soltanto nel presente. Che cos'è l'amore nella sua essenza? Che cos'è l'amore intrinseco? È questo ciò che mi domandi? Che cos'è l'amore senza movente, senza scopo? Ascolta attentamente e lo scoprirai. Stiamo esaminando il problema e non siamo alla ricerca di una soluzione. Nello studiare la matematica o nel porre una domanda, la maggior parte di voi è interessata a trovare una risposta piuttosto che a comprendere il problema. Se studiate il problema, se lo analizzate, se lo esaminate a fondo, se lo capite, troverete che la risposta risiede in esso. Pertanto, cerchiamo di capire la natura del problema e non cerchiamo risposte nella Bhagavad Gita, nel Corano, nella Bibbia o presso qualche professore o esperto. Se siamo realmente in grado di comprendere il problema, la risposta verrà da sé; giacché la risposta non è separata dal problema. Il problema è la natura dell'amore disinteressato. Può esserci amore senza incentivo, senza il desiderio di ottenere qualcosa? Può esserci amore senza il sentimento d'offesa qualora esso non sia corrisposto? Se ti offro la mia amicizia e tu la rifiuti, non ne soffrirò? Un tale sentimento di dispiacere è forse il risultato dell'amicizia, della generosità, dell'empatia? Sicuramente, finché soffro, finché provo timore e alimento la speranza che tu possa essermi utile – ciò che chiamiamo servizio – non c'è amore. Se comprendete ciò, avrete la risposta. Che cos'è la religione? Vuoi che sia io a darti una risposta o vuoi trovarla da te? Sei alla ricerca di una risposta da qualcuno, grande o stupido che sia? O stai cercando realmente di scoprire la verità sulla religione? Per scoprire in che cosa consiste la vera religione devi superare ogni impedimento a tale ricerca. Se vuoi vedere la luce del sole e hai molte finestre con vetri colorati o sporchi dovrai pulirli o aprirle, oppure semplicemente uscire di casa. Analogamente, per scoprire che cos'è la vera religione dovrai prima capire ciò che essa non è, e metterlo da parte. Solo allora potrai scoprire ciò che cerchi, allorché ne avrai una percezione diretta. Vediamo dunque ciò che la religione non è. Celebrare puja, compiere dei rituali: questo è religione? Ripeti in continuazione un certo rituale, un certo mantra, di fronte a un altare o a un'immagine. Può darti un senso di piacere, di appagamento; ma questo è religione? Indossare la veste sacra, dichiararsi induista, buddhista o cristiano, accettare certe tradizioni, dogmi e credenze: tutto questo ha forse a che fare con la religione? Certamente no. Perciò la religione deve essere qualcosa che può essere scoperto soltanto una volta che si sia messo da parte tutto ciò. La religione, nel vero senso della parola, non produce divisioni, non credi? Ma cosa accade quando tu sei musulmano e io cristiano, o quando io credo in qualcosa e tu no? Le nostre credenze ci dividono, perciò esse non hanno nulla a che fare con la religione. Che noi crediamo in Dio o meno ha scarsa rilevanza; perché ciò che crediamo o non crediamo è determinato dai condizionamenti che subiamo, non è vero? La società che ci circonda, la cultura in cui siamo stati educati, imprimono nella nostra mente certe credenze, paure e superstizioni che noi chiamiamo religione; ma non hanno nulla a che fare con la religione. Il fatto che io creda una cosa e tu un'altra dipende in larga misura dal luogo in cui ci è capitato di nascere, che sia l'Inghilterra, l'India, la Russia o l'America. La fede, pertanto, non è religione, ma soltanto il risultato dei condizionamenti che abbiamo subito. Poi c'è la ricerca della salvezza personale. Voglio essere salvo; voglio conquistare il nirvana o il paradiso; devo trovare posto accanto a Gesù, a Buddha o alla destra di un qualche dio. La vostra fede non è in grado di offrirmi profondo appagamento, conforto, perciò conservo la mia fede, che invece è in grado di offrirmi tutto ciò. E questo è forse religione? Non c'è dubbio che una mente deve essere libera da tutti questi condizionamenti, se vuole scoprire che cos'è la vera religione. La religione è forse questione di buone azioni, di servizio o aiuto agli altri? O è qualcosa di più? Il che non significa che non dobbiamo essere generosi o gentili. Ma questo è tutto? La religione non è qualcosa di molto più grande, molto più puro, vasto, più esteso di qualsiasi cosa concepibile dalla mente? Allora per scoprire che cos'è la vera religione dovete indagare a fondo tutte queste cose e liberarvi dalla paura. È come uscire al sole da una casa buia. A quel punto non domanderete che cos'è la vera religione: lo saprete. Ci sarà l'esperienza diretta di ciò che è vero. Se si è infelici e si vuole essere felici, questa è ambizione? Quando soffrite volete liberarvi della sofferenza. Questa non è ambizione. È l'istinto naturale di ogni persona. È l'istinto naturale di tutti noi che ci spinge a non voler avere paura, a non voler patire pene fisiche o emotive. Ma la nostra vita è tale che proviamo costantemente dolore. Mangio qualcosa che mi dà il mal di pancia. Qualcuno mi dice qualcosa, e mi sento ferito. Mi viene impedito di fare ciò che agogno e mi sento frustrato, misero. Sono infelice perché mio padre o mio figlio sono morti, e così via. La vita agisce costantemente su di me, sia che mi piaccia sia che non mi piaccia, e io sono sempre addolorato, frustrato, e ho reazioni dolorose. Allora quello che devo fare è comprendere il processo complessivo. Ma vedete, la maggior parte di noi rifugge da ciò. Quando soffrite interiormente, psicologicamente, che cosa fate? Fate affidamento su qualcuno perché vi consoli; leggete un libro o accendete la radio, o andate a celebrare una puja. Sono tutte indicazioni del vostro rifuggire la sofferenza. Se fuggite da qualcosa, ovviamente non lo comprendete. Ma se guardate alla vostra sofferenza, se la osservate istante per istante, iniziate a capire il problema celato in essa, e questa non è ambizione. L'ambizione sorge quando fuggite dalla vostra sofferenza o quando vi aggrappate a essa, o quando la combattete, o quando costruite gradualmente intorno a essa teorie e speranze. Nel momento in cui fuggite dalla sofferenza, la cosa in cui vi rifugiate diventa importantissima, perché vi identificate con essa. Vi identificate con la vostra nazione, con la vostra posizione, con il vostro Dio, e questa è una forma di ambizione. La bellezza è soggettiva oppure oggettiva? Supponiamo che vediate qualcosa di bello, il fiume dalla veranda, oppure che vediate un bambino cencioso e piangente. Se non siete sensibili, se non siete consapevoli di ogni cosa intorno a voi, passerete semplicemente oltre e quell'incontro non avrà nessun peso. Una donna viene verso di voi trasportando un fardello sulla testa. I suoi vestiti sono sporchi, è affamata e stanca. Siete coscienti della bellezza della sua camminata o sensibili al suo stato fisico? Vedete il colore del sari, per quanto possa essere insozzato? Ci sono tutte queste influenze oggettive che agiscono su di voi, e se non avete sensibilità, non le apprezzerete mai. Essere sensibili significa essere consapevoli non soltanto delle cose che si dicono belle, ma anche di quelle che si dicono brutte. Il fiume, i campi verdi, gli alberi in lontananza, le nuvole serali: queste cose le chiamiamo belle. I paesani sporchi e affamati, la gente che vive nello squallore o chi ha pochissima capacità di pensare, pochissimo sentimento: questo lo chiamiamo brutto. Ora, se osservate, vedrete che ciò che la maggior parte di noi fa è di aggrapparsi al bello e di tenere lontano il brutto. Ma non è forse importante essere sensibili tanto a ciò che si chiama bruttezza quanto a ciò che si chiama bello? È la mancanza di questa sensibilità che è causa del nostro dividere la vita in bello e brutto. Ma se siamo aperti, ricettivi, sensibili al brutto come al bello, allora riusciremo a vedere che sono entrambi pienamente significativi, e questa percezione arricchisce la vita. Allora, la bellezza è soggettiva o oggettiva? Se foste ciechi, se foste sordi e non poteste udire la musica, sareste privati della bellezza? Oppure la bellezza è qualcosa di interiore? Potreste non vedere con i vostri occhi, non udire con le vostre orecchie; ma se sperimentaste quello stato di totale apertura e sensibilità verso ogni cosa, se foste profondamente consapevoli di tutto ciò che accade in voi, di ogni pensiero, di ogni sentimento, non ci sarebbe bellezza anche in questo? Ma vedete, si pensa che la bellezza sia qualcosa che sta al di fuori di noi. Questo è il motivo per il quale compriamo quadri e li appendiamo ai muri. Vogliamo possedere bei sari, vestiti eleganti, bei turbanti, vogliamo circondarci di cose belle, e ciò perché abbiamo il timore di perdere elementi della nostra interiorità senza qualcosa che ce li rammenti in maniera oggettiva. Ma è forse possibile dividere la vita, l'intero processo dell'esistenza, in ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo? Non si tratta forse di un processo unitario? Senza l'esteriorità non c'è interiorità, e senza l'interiorità non c'è esteriorità. Perché il più forte sottomette il più debole? Tu non hai mai sottomesso il più debole? Cerchiamo di scoprirlo. In una discussione, o in fatto di forza fisica, non hai forse sottomesso il più piccolo e più debole tra i tuoi fratelli? Per quale ragione? Perché vuoi affermare te stesso. Vuoi mostrare la tua forza, vuoi mostrare quanto forte e potente tu sia e per questo sottometti e scacci via il ragazzino; fai mostra della tua stazza. E identico trattamento subisci dalle persone più anziane. Sono più grandi di te, sanno qualcosa in più grazie alla lettura, occupano una certa posizione, hanno soldi, autorità, e per questo ti sottomettono e allontanano; tu accetti di essere allontanato e poi, a tua volta, soggioghi qualcuno che sta sotto di te. Ognuno vuole affermare se stesso, dominare, mostrare che ha potere sugli altri. La maggior parte di noi non vuole essere considerata una nullità; vogliamo essere qualcuno, e far mostra del potere sugli altri è ciò che ci fornisce una simile soddisfazione, ovvero la sensazione di essere qualcuno. È questo il motivo per cui il pesce grande mangia il pesce piccolo? Che il pesce grande viva a spese del pesce piccolo può forse essere naturale nel regno animale. Ed è qualcosa che non siamo in grado di cambiare. Ma non è affatto detto che l'essere umano più forte debba vivere a spese dell'essere umano più debole. Se fossimo in grado di usare la nostra intelligenza, potremmo fare a meno di vivere gli uni a spese degli altri, non solo dal punto di vista fisico ma anche dal punto di vista psicologico. Vedere e capire questo problema, ovvero fare uso dell'intelligenza, significa porre fine alla sopraffazione. Ma la maggior parte di noi vuole vivere a spese degli altri ed è questo il motivo per il quale sfruttiamo chi è più debole di noi. Libertà non è essere liberi di fare ciò che si vuole. La libertà vera può esserci solamente quando c'è intelligenza, e l'intelligenza emerge soltanto attraverso la comprensione della relazione – la relazione tra voi e me, e la relazione tra ognuno di noi e gli altri. Che cos'è la morte? Avete visto portare al fiume corpi senza vita; avete visto foglie e alberi morti; sapete che i frutti avvizziscono e poi cadono. Gli uccelli che sono così pieni di vita al mattino, che cinguettano e si chiamano a vicenda, la sera possono essere già morti. La persona che oggi è viva può essere colpita da una disgrazia domani. Vediamo accadere tutto ciò. Abbiamo familiarità con la morte. Finiremo tutti a quel modo. Si può vivere fino a trenta, quaranta, ottant'anni, divertendosi, soffrendo, avendo paura, e alla fine di tutto questo non esistiamo più. Che cos'è ciò che chiamiamo vita e in che cosa consiste ciò che chiamiamo morte? Se lo scoprissimo, se fossimo in grado di capire in che cosa consiste la vita, forse potremmo comprendere che cos'è la morte. Quando perdiamo qualcuno che amiamo, ci sentiamo tristi, soli; perciò diciamo che la morte non ha nulla a che fare con la vita. Separiamo la morte dalla vita. Ma la morte è separata dalla vita? La vita non è forse un processo che conduce alla morte? Ora, che cos'è che termina con la morte? La vita? Ma che cos'è la vita? Si tratta forse di un semplice processo d'inspirazione ed espirazione dell'aria? Cibarsi, odiare, amare, acquisire, possedere, comparare, essere invidiosi – questo è ciò che la maggior parte di noi identifica con la vita. Per molti di noi la vita è sofferenza, una lotta costante tra dolore e piacere, speranza e frustrazione. Tutto ciò può non avere mai fine? Non dovremmo forse morire? In autunno, con l'arrivo del freddo, le foglie cadono dagli alberi per riapparire in primavera. Analogamente, non dovremmo morire a ogni cosa che appartiene al passato, all'accumularsi di speranze, a tutti i successi che abbiamo ottenuto? Noi non dovremmo morire a tutto ciò e riviverlo domani, così che, come una nuova foglia, saremo freschi, teneri e sensibili? Per un uomo che muoia costantemente non c'è alcuna morte. Ma per l'uomo che dica: «Io sono qualcuno e devo continuare a vivere», ci sarà sempre la morte e un crematorio, e quell'uomo non conoscerà amore. La verità è relativa o assoluta? Prima di tutto, cerchiamo di cogliere attraverso le parole la portata della domanda. Aspiriamo a qualcosa di assoluto, non è vero? La smania umana è per qualcosa di permanente, fisso, immobile, eterno, qualcosa che non si deteriori, che non conosca morte – un'idea, un sentimento, uno stato che duri per sempre, affinché la mente possa ancorarvisi. Dobbiamo comprendere questa smania, se vogliamo capire correttamente la domanda e la sua risposta. La mente umana aspira alla permanenza in ogni cosa – nelle relazioni, nella proprietà, nella virtù. Aspira a qualcosa di indistruttibile. Questa è la ragione per la quale affermiamo che Dio è permanente o che la verità è assoluta. Ma che cos'è la verità? Si tratta forse di un mistero ineffabile, di qualcosa di lontano, inimmaginabile, astratto? O la verità è ciò che si scopre volta per volta, giorno dopo giorno? Se può essere raccolta, accumulata attraverso l'esperienza, allora non si tratta di verità; poiché dietro questo processo di accumulo non c'è altro che uno spirito di conquista. Se si tratta, invece, di qualcosa di distante che può essere colto solo attraverso una pratica di meditazione o attraverso l'esercizio della rinuncia e del sacrificio, allora, di nuovo, non si tratterà di verità, poiché, anche in questo caso, ci sarebbe un processo di acquisizione. La verità deve essere scoperta e compresa in ogni azione, in ogni pensiero, in ogni sentimento, anche nei più banali e fuggevoli; la verità deve essere osservata in ciascun istante di ogni giornata; bisogna sentirla nelle parole del marito e della moglie, in quelle del giardiniere, in ciò che dicono gli amici e nel processo del proprio pensiero. Il vostro pensiero può essere falso, condizionato, limitato, e il solo scoprire che è così è già verità. Questa stessa scoperta libera la vostra mente dai condizionamenti. Se scoprite di essere avidi – se lo scoprite voi e non se ve lo dice qualcun altro – una tale scoperta sarà verità, la quale avrà un effetto sulla vostra avidità. La verità non è qualcosa che può essere raccolta, accumulata, immagazzinata, qualcosa che possa farci da guida. Questa è solo un'altra forma di possesso. Ed è straordinariamente difficile per la mente rinunciare all'acquisizione, all'accumulo. Quando vi renderete conto di ciò, scoprirete che cosa meravigliosa è la verità. La verità è senza tempo, ma nell'istante stesso in cui la catturate – come quando dite: «Ho scoperto la verità, è mia» – non è più verità. Pertanto, che la verità sia «assoluta» o «senza tempo» è qualcosa che dipende dalla mente. Quando la mente dice: «Voglio l'assoluto, qualcosa che non si deteriori mai e che non conosca morte», ciò che desidera realmente è un sostegno stabile a cui attaccarsi; così crea qualcosa che abbia questa caratteristica. Ma una mente che sia consapevole di tutto ciò che accade fuori e dentro di sé e che ne colga la verità – una mente siffatta è imperitura, e solo una mente di questo tipo è in grado di conoscere ciò che si cela dietro i nomi, dietro il permanente e il fuggevole. In che cosa consiste la consapevolezza di ciò che è esteriore? Sai di essere seduto in questa sala? Hai coscienza degli alberi, della luce del sole? Non sei forse consapevole del fatto che il corvo sta gracchiando e che il cane sta abbaiando? Non vedi forse i colori dei fiori, il movimento delle foglie, la gente che passeggia? Questa è la consapevolezza esterna. Quando osservi il tramonto, le stelle nel cielo notturno, il riflesso della luna nell'acqua, tutto ciò è consapevolezza esterna, non sei d'accordo? E proprio come si può essere consapevoli di ciò che è esteriore, così è possibile essere consapevoli della propria interiorità, dei propri pensieri e sentimenti, delle proprie intenzioni e necessità, dei propri pregiudizi e delle proprie invidie, della propria avidità e del proprio orgoglio. Se si ha reale cognizione di ciò che sta fuori di noi, la consapevolezza interiore non tarda ad attivarsi, così che si diventa sempre più coscienti delle proprie reazioni alle parole della gente, a ciò che si legge e così via. La risposta o reazione esteriore nelle vostre relazioni con gli altri è il risultato di uno stato interiore di desiderio, speranza, ansietà e paura. Questa consapevolezza esteriore e interiore è un processo unitario che produce un'integrazione totale delle facoltà intellettive umane. In che cosa consiste la vera ed eterna felicità? Quando si è completamente sani, non si ha consapevolezza del proprio corpo, non è forse così? È soltanto in presenza della malattia, dello sconforto, del dolore che se ne ha consapevolezza. Quando si è completamente liberi di pensare, senza impedimenti, non si ha coscienza del pensiero. È soltanto in presenza di una resistenza, di un blocco, di una limitazione che si comincia a comprendere di essere entità pensanti. Analogamente, la felicità è forse qualcosa di cui si ha consapevolezza? Nei momenti di gioia, si è forse consapevoli di essere felici? È soltanto quando si è infelici che si desidera la felicità, ed è così che ci si pone la domanda: «In che cosa consiste la vera ed eterna felicità?». Vedete in che modo la mente è in grado di ingannarsi. Dal momento che siete infelici, sconsolati, in una situazione difficile e così via, aspirate a qualcosa di eterno, a una felicità perpetua. Ma esiste qualcosa di simile? Invece di domandare una felicità perpetua, cercate di liberarvi delle malattie che vi consumano e vi provocano pena, tanto fisica quanto psicologica. Quando sarete liberi, non ci saranno più problemi e non vi chiederete se ci sia una felicità eterna e in che cosa consista. Soltanto un uomo pigro e ottuso, che sia rinchiuso in una prigione, vuole sapere che cosa sia la libertà, e soltanto persone pigre e ottuse cercheranno di spiegarglielo. Per l'uomo incarcerato, la libertà è una mera astrazione. Ma una volta uscito di prigione, non dovrà più fare speculazioni sulla libertà, poiché ne sperimenterà la realtà. Così, non è forse più importante scoprire i motivi della nostra infelicità piuttosto che domandarsi che cosa sia la felicità? Perché la mente è limitata? Per quale ragione i nostri pensieri sono limitati, angusti, insignificanti? Se potessimo comprendere i limiti del nostro pensiero, scorgerne la verità, in una tale scoperta troveremmo la liberazione. Perché la gente desidera le cose? Non desideri forse cibo quando sei affamato? Non vuoi vestiti e un tetto che ti protegga? Si tratta di desideri comuni, non credi? La gente sana riconosce certamente di aver bisogno di determinate cose. Solo un ammalato o uno squilibrato dice: «Non ho bisogno di cibo». E solo una mente squilibrata pensa di dover avere molte case in cui abitare oppure nessuna. Il tuo corpo diventa affamato perché usi energia e per questo senti la necessità di altro cibo; questo è normale. Ma se dici: «Voglio il cibo più gustoso, devo avere soltanto il cibo che soddisfa il mio palato», allora iniziano le perversioni. Tutti noi – non solo il ricco, chiunque al mondo – dobbiamo avere cibo, vestiti, un riparo; ma se tali necessità fisiche sono limitate, controllate e rese disponibili per un numero ristretto di persone, allora si producono le perversioni; si dà inizio a un processo innaturale. Se dici: «Devo accumulare, avere tutto per me», priverai gli altri delle cose essenziali per le loro necessità quotidiane. Vedi, il problema non è semplice, giacché desideriamo altre cose oltre a ciò che è essenziale per i nostri bisogni quotidiani. Posso essere soddisfatto con poco cibo, pochi abiti e una piccola stanza in cui vivere; ma voglio qualcosa in più. Voglio essere una persona nota, aspiro a una posizione, al potere, al prestigio, voglio essere il più vicino possibile a Dio, voglio che i miei amici pensino bene di me e così via. Tali bisogni interiori sovvertono gli interessi esteriori degli esseri umani. Il problema è un pò più complicato perché il desiderio interiore di essere l'uomo più ricco o più potente, l'esigenza di essere qualcuno, dipende per il suo appagamento dal possesso di oggetti, inclusi il cibo, il vestiario e l'abitazione. Si fa affidamento su queste cose per diventare ricchi interiormente; ma finché mi trovo in un simile stato di dipendenza, mi è impossibile essere ricco interiormente, ovvero essere assolutamente semplice nell'intimo. L'intelligenza forgia il carattere? Che cosa intendiamo con il termine «carattere»? E che cosa intendiamo con «intelligenza»? Ogni comiziante usa costantemente parole come «carattere», «ideale», «intelligenza», «religione», «Dio». Ascoltiamo assorti queste parole, perché ci sembrano della massima importanza. Molti di noi vivono di parole, e più le parole sono elaborate e sofisticate, maggiore è la soddisfazione che ne traiamo. Pertanto, cerchiamo di scoprire che cosa intendiamo con «intelligenza» e con «carattere». Non dite che non sto dando una risposta definita. Andare alla ricerca di definizioni, di conclusioni, è uno dei giochi della mente e significa semplicemente che non intendete investigare e capire, ma volete soltanto andar dietro alle parole. Che cos'è l'intelligenza? Se un uomo è spaventato, ansioso, invidioso, avaro; se la sua mente non fa altro che copiare, imitare, ed è colma di esperienze e conoscenza altrui; se il suo pensiero è limitato, condizionato dalla società, dall'ambiente: un uomo siffatto è forse un uomo intelligente? Non lo è, non credete? E può un uomo spaventato e privo di acume, avere carattere, ovvero possedere un elemento di originalità, non la semplice ripetizione delle regole tradizionali? Il carattere s'identifica forse con la rispettabilità? Comprendete ciò che significa la parola «rispettabilità»? Si è rispettabili quando si è ammirati, stimati dalla maggioranza delle persone che vi stanno intorno. E che cosa stima la maggioranza delle persone, coloro che hanno famiglia, la massa? Rispettano le cose che essi stessi desiderano e che si pongono come fine e ideale; rispettano ciò che sta all'opposto dei loro stati di maggiore indigenza. Se sei ricco e potente, o sei un personaggio importante della politica, o hai scritto libri di successo, sei rispettato dalla maggioranza. Ciò che dici potrà anche essere privo di qualsiasi significato, e nondimeno la gente penderà dalle tue labbra, considerandoti un grand'uomo. E una volta che hai conquistato il rispetto dei più, il fatto che una moltitudine ti segua ti dà una sensazione di rispettabilità, ossia la sensazione di essere arrivati. Ma il cosiddetto peccatore è più vicino a Dio di quanto non lo sia l'uomo rispettabile, poiché questi è ammantato di ipocrisia. Il carattere è forse il prodotto dell'imitazione, del condizionamento che deriva dalla paura di essere giudicati dalla gente? Oppure è il semplice rafforzamento delle proprie inclinazioni e dei propri pregiudizi? È forse il conformarsi a una tradizione, che sia quella indiana, europea o americana? Questo è ciò che in genere s'intende quando si dice possedere carattere: essere una persona forte che preserva le tradizioni locali, così da ottenere rispetto dai molti. Ma quando si ha timore, c'è forse intelligenza, carattere? Imitare, seguire, adorare, possedere ideali – è un percorso che conduce certamente alla rispettabilità, ma non alla comprensione. Un uomo di ideali è rispettabile; ma non sarà mai vicino a Dio, non saprà mai cosa significa amare, giacché i suoi ideali non sono altro che uno strumento per nascondere le sue paure, la sua tendenza a imitare, la sua solitudine. Così, senza la comprensione di voi stessi, senza la consapevolezza di tutto ciò che accade nella vostra mente – il modo in cui pensate, se state copiando, imitando, se siete spaventati, se siete alla ricerca di potere – non può esserci intelligenza. Ed è l'intelligenza che forgia il carattere, non la venerazione di un eroe o il perseguimento di un ideale. La comprensione di se stessi, della straordinaria complessità del proprio sé, è all'origine dell'intelligenza, la quale rivela il carattere. Non è possibile praticare la comprensione? Ogniqualvolta cerchiamo di capire, non stiamo forse praticando la comprensione? È forse possibile praticare la comprensione? È qualcosa che uno può praticare, proprio come il tennis, il pianoforte, il canto o la danza? Certamente si può leggere più volte un libro, al punto da conoscerlo a memoria. La comprensione è forse qualcosa del genere, qualcosa che può essere imparato attraverso la ripetizione continua, o l'affinamento della memoria? Ma la comprensione non si realizza istante per istante, così da non poter esser praticata in senso stretto? Quand'è che capite? Qual è lo stato della vostra mente e del vostro cuore quando c'è comprensione? Quando mi sentite pronunciare verità innegabili sulla gelosia, che la gelosia è distruttiva, che l'invidia è il principale fattore nel deterioramento dei rapporti umani, come reagite di fronte a esse? Ne scorgete immediatamente la verità? Oppure cominciate a pensare alla gelosia, a parlarne, a razionalizzarla e ad analizzarla? La comprensione è forse un processo di razionalizzazione o di lenta analisi? È possibile coltivare l'intendimento così come coltivate il vostro giardino per trarne fiori e frutti? Non c'è dubbio che capire è vedere la verità di qualcosa in maniera diretta, senza l'ostacolo posto dalle parole, dai pregiudizi e dalle motivazioni. La capacità di comprensione è identica in tutti gli individui? Supponi che ti sia presentata una qualche verità e che tu la identifichi immediatamente come tale; la tua comprensione è immediata perché non trovi alcun ostacolo. Non ti dai troppa importanza, desideri ardentemente sapere e perciò percepisci immediatamente. Ma se si trovano numerosi ostacoli e pregiudizi, se si è gelosi, lacerati dai conflitti suscitati dall'avidità e ci si dà troppa importanza, se si sono accumulate molte cose e non si vuole realmente vedere, non si vedrà e non si capirà. Non è possibile rimuovere lentamente gli ostacoli alla comprensione attraverso una sua pratica costante? No. Posso rimuovere gli ostacoli non attraverso un tentativo di comprensione ma soltanto quando mi rendo conto realmente dell'importanza dell'assenza di barriere – il che significa che devo voler vedere tali barriere. Supponi che tu e io udiamo qualcuno dire che l'invidia è distruttiva. Tu ascolti e comprendi il significato, ne cogli la verità, e per ciò stesso ti liberi di quel sentimento d'invidia e di gelosia. Ma io non voglio vedere la verità di quelle parole, perché, qualora lo facessi, manderebbe in rovina l'intera struttura della mia esistenza. Sento la necessità di rimuovere le barriere Perché la senti? Vuoi rimuovere gli ostacoli a causa delle circostanze in cui ti trovi? Vuoi rimuoverle perché qualcuno ti ha detto che dovresti farlo? Non c'è dubbio che si è in grado di rimuovere le barriere soltanto quando si è capaci di vedere da sé che il fatto di avere barriere di ogni genere produce una mente destinata a una lenta decadenza. E quando ti rendi conto di ciò? Quando soffri? Ma è davvero certo che la sofferenza ti renda consapevole dell'importanza della rimozione di tutte le barriere? O, piuttosto, ti induce a erigerne delle altre? Scoprirete che tutte le barriere cadono una volta che abbiate cominciato ad ascoltare, a osservare, a ricercare. Non c'è alcuna ragione di rimuovere le barriere, e non appena si adduca una ragione la rimozione fallisce. Il miracolo, la più grande benedizione, è quella di offrire alla vostra percezione interiore un'opportunità di rimuovere tali ostacoli. Ma quando affermate che questi vanno rimossi e ciò va fatto attraverso una pratica di rimozione, a parlare non è altri che la mente ed essa non è in grado di rimuovere ciò che ostacola la comprensione. Dovete capire che nessun vostro tentativo potrà farcela a compiere tale rimozione. Solo allora la mente diverrà straordinariamente quieta e immobile, ed è in questa immobilità che scoprirete la verità. Qual è il fine della creazione? Davvero ti interessa saperlo? Che cosa intendi con «creazione»? Qual è il fine della vita? Perché esisti, leggi, studi e dai esami? Qual è lo scopo di una relazione, della relazione tra genitori e figli o di quella tra moglie e marito? Che cos'è la vita? È questo ciò che intendi con la domanda «qual è il fine della creazione»? Quand'è che ti poni questo interrogativo? Quando non vedi chiaro nella tua interiorità, quando sei confuso, infelice, nell'oscurità, quando non sei in grado di percepire o sentire da te la verità; in tali circostanze ti interroghi sul fine della vita. Ora, sono molti quelli che ti diranno qual è il fine della vita; ti diranno ciò che i testi sacri dicono a questo proposito. Le persone intelligenti continueranno a inventarsi una varietà di scopi per la vita. Il gruppo politico avrà un fine, il gruppo religioso ne avrà un altro e così via. E come speri di scoprire qual è il fine della vita se tu stesso sei confuso? Certamente, fintanto che si è confusi non si possono che ricevere risposte confuse. Se la tua mente è irrequieta, se non è realmente serena, ogni risposta che riceverai l'apprenderai attraverso uno schermo di confusione, ansietà e paura, e la risposta ne uscirà distorta. Pertanto, ciò che è importante non è interrogarsi sul fine della vita, ma porre termine alla confusione che regna dentro di te. Sei come un uomo cieco che chiede: «Che cos'è la luce?». Se cercassi di spiegarglielo, intenderebbe la luce attraverso il filtro della sua cecità e della sua oscurità; ma dal momento stesso in cui è in grado di vedere non s'interrogherà più su che cosa sia la luce. Questa sarà tutta intorno a lui. Analogamente, se sarai in grado di porre fine alla tua confusione interiore, allora scoprirai il fine della vita; non devi interrogarti su di esso o cercare di scoprirlo. Per liberarti della confusione devi individuare e comprendere le cause che la producono, e tali cause sono sufficientemente chiare. Sono radicate nell'«io» che è costantemente teso alla propria espansione, attraverso il possesso, il cambiamento, il successo, l'imitazione; i sintomi sono la gelosia, l'avidità, l'invidia, la paura. Fino a quando si è preda di tale confusione interiore, si sarà sempre alla ricerca di risposte esteriori; ma una volta che la confusione verrà dissolta, sarai in grado di apprendere il significato della vita. C'è forse un elemento di paura nel rispetto? Che cosa intendi dire? Quando mostri rispetto nei confronti del tuo insegnante, dei tuoi genitori, del tuo guru, e mancanza di rispetto nei confronti della tua servitù; quando scacci le persone che per te non sono importanti e baci le scarpe di chi sta sopra di te, ufficiali, politici, pezzi grossi – non c'è forse un elemento di paura in tutto ciò? Dai pezzi grossi, dall'insegnante, dall'esaminatore, dal professore, dai tuoi genitori, dal politico o dal manager, speri di ottenere qualcosa e per questo sei rispettoso nei loro confronti. Ma cosa può offrirti la povera gente? Per questo la disprezzi, la tratti con sufficienza e non sai nemmeno chi sono quelle persone quando ti passano di fronte. Non rivolgi a esse il tuo sguardo, non ti preoccupa il fatto che tremano di freddo, che sono sporche e affamate. Eppure ti dai al potente, anche quando hai poco da offrire, per ottenere favori maggiori. In questo non c'è dubbio che vi sia un elemento di paura, non credi? Non c'è amore. Se ci fosse amore nel tuo cuore, mostreresti rispetto per coloro che non hanno nulla e anche per coloro che hanno tutto; non avresti paura di chi possiede e non disprezzeresti chi non possiede. Il rispetto in vista di un tornaconto è il risultato della paura. Nell'amore non c'è paura. Perché ci sentiamo inferiori al cospetto dei nostri superiori? Chi considerate come vostri superiori? Coloro che sanno? Quelli che hanno titoli, diplomi? Coloro dai quali volete qualcosa, un qualche genere di convenienza, una posizione? Nel momento stesso in cui considerate qualcuno come superiore non giudicate qualcun altro come inferiore? Perché c'è una tale divisione tra il superiore e l'inferiore? Esiste soltanto nella misura in cui aspiriamo a qualcosa, non è vero? Mi sento meno intelligente di te, non ho i tuoi soldi o le tue capacità. Non sono così felice come tu mostri di essere, o voglio qualcosa da te; perciò mi sento inferiore a te. Quando provo invidia nei tuoi confronti, o quando tento di imitarti, o quando voglio qualcosa da te, mi sento immediatamente un tuo sottoposto, perché ti ho collocato su un piedistallo, attribuendoti un valore superiore. Così, psicologicamente, intimamente, determino ciò che è superiore e ciò che è inferiore; creo questo senso di ineguaglianza tra coloro che hanno e quelli che non hanno. Fra gli esseri umani c'è un'enorme sperequazione di capacita, non credete? C'è la persona che disegna il jet e l'uomo che conduce l'aratro. Tali enormi disparità di capacità, intellettuali, linguistiche, fisiche, sono inevitabili. Ma, vedete, voi date un'importanza eccessiva a certe funzioni. Consideriamo il governatore, il primo ministro, l'inventore, lo scienziato, come figure estremamente più importanti di quella del servitore, ed è così che le funzioni assumono il valore di uno status. Finché attribuiremo tale valore a particolari funzioni, sarà inevitabile l'emergere di un sentimento di ineguaglianza e la distanza tra coloro che hanno delle capacità e coloro che non ne possiedono diventerà incolmabile. Se fossimo in grado di separare le funzioni dallo status, allora ci sarebbe la possibilità di far venire alla luce un vero senso di uguaglianza. Ma perché ciò sia possibile è necessario che ci sia amore; perché è l'amore che elimina il senso stesso di una divisione tra chi è superiore e chi è inferiore. Il mondo è suddiviso tra coloro che possiedono – il ricco, il potente, il capace, quello che ha tutto – e coloro che non possiedono nulla. È forse possibile realizzare un mondo in cui non esista tale divisione tra chi ha e chi non ha? In verità, ciò che accade è questo: vedendo una tale frattura, questa separazione tra il ricco e il povero, tra l'uomo dotato di grandi capacità e l'uomo dotato di capacità ridotte o nulle, i politici e gli economisti stanno cercando di risolvere il problema attraverso riforme sociali ed economiche. Il che può anche essere la cosa giusta da fare. Ma la vera trasformazione non potrà mai realizzarsi in assenza di una comprensione delle modalità di contrapposizione, avidità e cattiveria nella loro interezza; è soltanto quando queste divengono chiare e a esse si pone termine che può esserci amore nei nostri cuori. È possibile avere un pò di pace nelle nostre esistenze se in ogni istante non facciamo che lottare contro l'ambiente circostante? In che cosa consiste l'ambiente circostante? Il nostro ambiente è rappresentato dalla società, dallo scenario economico, religioso, nazionale e di classe in cui siamo cresciuti, e anche dal clima. La maggior parte di noi lotta per trovarvi una collocazione, per adattarsi a ciò che lo circonda, perché spera di ricavarne un'occupazione, o perché spera di ottenere vantaggi da quella particolare società. Ma di che cosa è fatta la società? Ci avete mai pensato? Avete mai osservato da vicino la società in cui vivete e in cui cercate di trovare una sistemazione? Tale società è basata su un insieme di credenze e tradizioni che chiamiamo religione, oltre che su certi valori economici. Siete parte della società e vi adoperate per trovare un posto per voi al suo interno. Ma la società è il frutto della voglia di conquista, dell'avidità, della paura, dell'invidia, delle condotte basate sul possesso, con sprazzi occasionali d'amore. E se aspirate a essere intelligenti, impavidi, indifferenti alle conquiste, potete forse trovare un posto per voi in una società siffatta? Davvero siete in grado di farlo? Non c'è dubbio che per riuscirvi dovreste creare una nuova società, il che significa che voi come individui dovete liberarvi della brama di conquista, dell'avidità e dell'invidia; dovete liberarvi del nazionalismo, del patriottismo e di tutte le costrizioni imposte dal pensiero religioso. Soltanto allora ci sarà la possibilità di creare qualcosa di nuovo, una società totalmente nuova. Ma fino a quando lotterete senza pensare per adattarvi alla società attuale, starete semplicemente seguendo il vecchio modello dell'avidità, del potere e del prestigio, delle credenze che corrompono. Pertanto è davvero cruciale che sin dalla gioventù s'inizino a comprendere questi problemi e si cominci a realizzare la libertà nel proprio intimo, poiché così darete inizio alla creazione di un mondo nuovo, di una società nuova, di una nuova relazione tra esseri umani. E fornire un aiuto per portare a termine tale impresa è la reale funzione dell'educazione. Perché soffriamo? Perché non possiamo liberarci della malattia e della morte? Grazie all'igiene, a condizioni di vita decorose e a cibo nutriente, l'uomo sta iniziando a liberarsi di certe malattie. Attraverso la chirurgia e diverse forme di trattamento, la scienza medica sta cercando di trovare una cura per malattie incurabili come il cancro. Un dottore capace fa tutto ciò che è in suo potere per alleviare ed eliminare la sofferenza. E la morte è vincibile? È una cosa piuttosto straordinaria che vi interessiate alla morte alla vostra età. Perché vi preoccupa così tanto? È forse perché vedete così tanta morte attorno a voi – cremazioni, corpi trasportati al fiume? Per voi la morte è uno spettacolo familiare e costante, e non ne avete paura. Se non riflettete sulle implicazioni della morte e non le comprendete da voi, continuerete a passare da un predicatore a un altro, da una speranza all'altra, da una fede all'altra, alla ricerca di una soluzione al problema della morte. Lo capite? Non continuate a chiedere a qualcun altro, ma cercate di trovare da voi la verità. Fare innumerevoli domande senza mai cercare di scoprire o investigare è caratteristico di una mente misera. Vedete, temiamo la morte soltanto quando siamo attaccati alla vita. La comprensione dell'intero processo dell'esistenza è allo stesso tempo comprensione dell'importanza della morte. La morte è semplicemente l'assenza di continuità e il fatto di non essere in grado di preservarci ci spaventa; ma ciò che continua non potrà mai essere creativo. Pensateci; scoprite per conto vostro la verità. È la verità che vi libera dal timore per la morte e non le vostre elucubrazioni religiose, né la vostra fede nella reincarnazione o in una vita dopo la morte. Che cos'è l'obbedienza? Dobbiamo obbedire a un ordine anche se non lo capiamo? Non è quello che fa la maggior parte di noi? I genitori, gli insegnanti, le persone più anziane ti dicono: «Fai questo». Te lo dicono educatamente o con il bastone e poiché abbiamo paura, obbediamo. E lo stesso fanno i governi e i militari. Siamo educati all'obbedienza sin dall'infanzia, non sapendo assolutamente di che si tratta. Più i nostri genitori sono autoritari e più il governo è tirannico, più siamo vincolati, plasmati da ciò che abbiamo appreso nei nostri anni giovanili; senza comprendere il motivo per il quale dobbiamo fare ciò che ci viene detto di fare, obbediamo. Ci viene indicato anche che cosa pensare. Le nostre menti sono depurate di ogni pensiero che non sia approvato dallo Stato, dalle autorità locali. Non ci viene mai insegnato come pensare, né siamo aiutati a pensare, a cercare, ma ciò che ci viene richiesto è l'obbedienza. Il prete ci dice che è così, il testo sacro ci dice che è così e la nostra paura interiore ci costringe a obbedire; giacché, se non obbediamo, ci sentiremo persi e confusi. Pertanto, obbediamo perché non pensiamo a sufficienza. Non vogliamo pensare perché il pensiero infastidisce; per pensare dobbiamo dubitare, per investigare dobbiamo cercare in prima persona. E i più anziani non vogliono che ricerchiamo e non hanno pazienza a sufficienza per stare ad ascoltare le nostre domande. Sono troppo occupati con le loro dispute, con le loro ambizioni e i loro pregiudizi, con le loro regole di moralità e rispettabilità, e noi che siamo più giovani abbiamo il timore di sbagliare, perché anche noi vogliamo essere rispettati. Non vogliamo forse indossare tutti lo stesso tipo di vestiti e renderci simili gli uni agli altri? Non vogliamo differenziarci, non vogliamo pensare in modo indipendente, separarci, perché tutto ciò è troppo scomodo; così entriamo a far parte della combriccola. Quale che sia la nostra età, la maggior parte di noi obbedisce, segue alla lettera, perché siamo interiormente spaventati dall'incertezza. Vogliamo sicurezza, sia finanziaria che morale; desideriamo approvazione. Vogliamo stare in un luogo sicuro, chiuso e sempre alla larga dai problemi, dalla pena e dalla sofferenza. È la paura, conscia o inconscia, che ci fa obbedire al maestro, al leader, al prete, al governo. È la paura di essere puniti che ci impedisce di fare del male agli altri. Perciò, dietro a ognuna delle nostre azioni, dietro alla nostra cupidigia e alle nostre imprese, si cela questo desiderio di certezza, questa aspirazione alla sicurezza. Se non si è liberi dalla paura, la semplice obbedienza è priva di importanza. Ciò che è importante è la consapevolezza di tale paura giorno dopo giorno e la capacità di osservare le differenti forme che essa è in grado di assumere. Soltanto quando si sia conquistata la libertà dalla paura potrà esserci quella qualità interiore dell'intendimento, quella solitudine in cui non c'è accumulo di sapere o di esperienza. La società è basata sull'interdipendenza reciproca. Il dottore deve dipendere dal contadino e il contadino dal dottore. Come può un uomo essere completamente indipendente? La vita è relazione. Anche il sannyasi ha relazioni; potrà rinunciare al mondo, ma vi sarà sempre legato. Non è possibile evitare di essere in relazione. Per la maggior parte di noi, le relazioni sono una fonte di conflitti; nelle relazioni s'annida la paura, perché dipendiamo psicologicamente da qualcun altro, dal marito, dalla moglie, dal genitore o dall'amico. Esiste relazione non solo tra sé e un genitore, o tra sé e un figlio, ma anche tra sé e l'insegnante, il cuoco, il servitore, il governatore, il comandante e l'intera società; finché non siamo in grado di comprendere tali relazioni non ci sarà libertà dalla dipendenza psicologica che produce paura e sfruttamento. La libertà si realizza soltanto attraverso l'intelligenza. Senza intelligenza, la semplice ricerca di indipendenza e libertà dall'essere in relazione è puramente illusoria. Così, ciò che è importante è capire la nostra dipendenza psicologica all'interno delle relazioni. È nello svelare ciò che è nascosto nel nostro cuore e nella nostra mente, nella comprensione della nostra solitudine e del vuoto interiore che si realizza la libertà, non dalla relazione, quindi, ma dalla dipendenza psicologica che genera conflitto, infelicità, pena e paura. Perché la verità è sgradevole? Se penso di essere estremamente bello e tu mi dici che non è affatto così, il che potrebbe anche essere vero, pensi che mi faccia piacere? Se penso di essere veramente intelligente e acuto e mi fai notare che, in realtà, sono una persona piuttosto stupida, ciò non potrà che risultare molto sgradevole ai miei occhi. E il tuo farmi notare la mia stupidità ti dà un senso di piacere, non è forse così? Alimenta la tua vanità e dimostra quanto tu sia intelligente. Ma tu non vuoi guardare alla tua stupidità; vuoi rifuggire da ciò che sei, vuoi nasconderti da te stesso e celare il tuo vuoto e la tua solitudine. Così cerchi amici che non ti dicano mai ciò che sei. Vuoi far sapere agli altri ciò che essi sono; ma quando gli altri mostrano ciò che tu sei, non lo apprezzi. Eviti quello che mostra la tua natura interiore. Fino a ora, i nostri insegnanti hanno sempre manifestato sicurezza e ci hanno insegnato nel modo usuale; ma dopo aver ascoltato ciò che si è detto qui e dopo aver preso parte alla discussione, essi sono diventati insicuri. Uno studente intelligente saprà come comportarsi in tali circostanze; ma cosa farà lo studente che intelligente non è? Che cosa rende incerti gli insegnanti? Sicuramente non l'oggetto dei loro insegnamenti, perché possono continuare con la matematica, la geografia e il corso di studi abituale. Non è questo che li rende incerti. Sono insicuri sul modo in cui trattare gli studenti. Sono incerti nel loro rapporto con lo studente. Fino a ora, non si sono preoccupati troppo di tale rapporto; entravano in classe, insegnavano e se ne andavano. Ma ora si preoccupano della possibilità di suscitare paura con l'esercizio della loro autorità al fine di ottenere l'obbedienza degli studenti. Si preoccupano della possibilità che stiano opprimendo lo studente, piuttosto che incoraggiarne l'iniziativa e aiutarlo a trovare la sua reale vocazione. Naturalmente tutto ciò li ha resi incerti. Ma non c'è dubbio che tanto l'insegnante quanto lo studente devono provare incertezza; anche l'insegnante deve indagare, cercare. Questo è l'intero ciclo della vita, dall'inizio alla fine, non è forse così? Mai fermarsi a un certo punto e dire: «Io so». Una persona intelligente non è mai statica, non dice mai: – «Io so». È sempre alla ricerca, sempre incerta, sempre vigilie; investiga e trova. Nel momento in cui afferma: «Io so» è già morta. E che si sia giovani o vecchi, la maggior parte di noi, a causa della tradizione, dei condizionamenti, della paura, della burocrazia e delle assurdità della nostra religione, è semplicemente morta, senza forza, senza vigore, ed è priva di autostima. Così anche l'insegnante dovrà ricercare. Dovrà scoprire da sé le sue inclinazioni burocratiche e dovrà cessare di mortificare le menti altrui, e questo è un processo davvero complicato. Richiede, infatti, un'enorme quantità di paziente comprensione. Così, lo studente intelligente dovrà aiutare l'insegnante e l'insegnante dovrà fare lo stesso con lo studente, ed entrambi dovranno aiutare il ragazzo o la ragazza meno capace e meno intelligente. Questo è essere in relazione. Indubbiamente, quando l'insegnante stesso è incerto, curioso, egli sarà più tollerante, più attento, più paziente e affezionato allo studente meno capace, la cui intelligenza potrà così essere risvegliata. Possiedo tutto ciò che può rendermi felice, mentre altri non hanno nulla. Perché è così? Perché pensi che sia così? Puoi godere di buona salute, avere genitori benevoli, un buon cervello e pensare, perciò, di essere felice; invece colui che è malato, che non ha un cervello brillante e ha genitori rozzi, si sente infelice. Ora, perché è così? Perché tu sei felice mentre altri non lo sono? La felicità consiste forse nel possesso di ricchezze, automobili, belle case, cibo delicato e genitori gentili? È questo ciò che definisci felicità? E una persona infelice è una persona che non ha nulla di tutto ciò? Dunque, che cos'è per te la felicità? È importante scoprirlo, non credi? La felicità consiste forse nella comparazione? Quando dici «sono felice» si tratta forse di una felicità che nasce dal paragone? Hai mai sentito i tuoi genitori dire: «II tal dei tali non sta bene quanto noi»?. Il paragone ci fa sentire come se avessimo qualcosa, ci dà un senso di soddisfazione, non è così? Se uno è intelligente e si paragona a uno che non lo è, si sentirà felice. Ossia, pensiamo di essere felici grazie all'orgoglio e al paragone; ma l'uomo che trova soddisfazione nel paragonarsi a un altro meno dotato è un essere umano tra i più infelici, poiché ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa in più di lui e così via. È indubbio che la comparazione non dà la felicità. La felicità è qualcosa di completamente diverso; non è qualcosa che bisogna cercare. La felicità arriva quando stai facendo qualcosa con amore, non perché ti dà ricchezze o ti rende una persona importante. Qual è il modo di liberarsi della paura che ci attanaglia? Per prima cosa, dovete individuare ciò di cui avete paura, non credete? Potete avere paura dei vostri genitori, dei vostri insegnanti, di non passare un esame, o di ciò che vostra sorella, vostro fratello o il vostro vicino possono dire; potete avere paura di non essere all'altezza della generosità e dell'intelligenza di vostro padre, se è una persona importante. Ci sono molte forme di paura e per prima cosa è necessario capire di che cosa si ha paura. Ora, sapete forse di che cosa avete paura? Se lo sapete, allora non fuggite da quella paura ma cercate di capirne il motivo. Se volete sapere come liberarvi della paura, non dovete fuggirla, ma dovete affrontarla, e il fatto stesso che l'affrontiate vi aiuta a liberarvene. Finché scappiamo dalla paura, non riusciamo a vederla; ma nell'istante stesso in cui ci fermiamo a guardarla essa inizia a dissolversi. La fuga stessa è la causa della paura. Non è importante avere degli ideali nella propria vita? Questa è un'ottima domanda, perché tutti voi avete degli ideali, Perseguite l'ideale della non-violenza, quello della pace, quello di una persona, non è così? Che cosa significa? Significa che voi non siete importanti, ma ciò che è importante è l'ideale. Tutto ciò di cui vi preoccupate è imitare una persona o un'idea. Un idealista è un ipocrita, perché cerca sempre di diventare ciò che non è, invece di essere e capire ciò che è. Vedete, il problema dell'idealismo è veramente complicato e non lo comprendete perché nessuno vi ha mai incoraggiato a rifletterci; nessuno ve ne ha parlato. Tutti i vostri libri, tutti i vostri insegnanti, tutti i giornali e le riviste dicono che è necessario che abbiate degli ideali, e dovete essere come questo o quell'eroe, il che rende la vostra mente simile a quella di una scimmia che imita o come un disco che ripete una gran quantità di parole. Per questo non dovete acconsentire, ma dovete cominciare a mettere in questione tutto e cercare; non è possibile dubitare se si è spaventati nell'intimo. Dubitare di tutto significa essere in rivolta, e ciò significa creare un mondo nuovo. Ma i vostri insegnanti e i vostri genitori non consentono che vi rivoltiate, perché vogliono mantenere il controllo su di voi, vogliono forgiarvi secondo i loro modelli, e così la vita continua a essere qualcosa di meschino. Se siamo deboli, come possiamo creare un mondo nuovo? Non potete creare un mondo nuovo se siete deboli. Ma non sarete deboli per il resto dei vostri giorni, non è così? Siete deboli se siete spaventati. Potete avere anche un corpo ammirevole, una grossa macchina, una posizione importante, eppure se siete spaventati interiormente non creerete mai un mondo nuovo. Questo è il motivo per il quale è molto importante crescere con intelligenza, senza paura, e crescere nella libertà. Ancorché crescere nella libertà non significhi predisporsi alla libertà. Quale metodo educativo è in grado di rendere il bambino libero dalle paure? Un sistema o un metodo implica che si dica cosa fare e come farlo, e questo può forse liberare dalla paura? È possibile essere educati con intelligenza, senza paura, attraverso l'adozione di un sistema di qualche genere? Quando si è giovani, si dovrebbe essere liberi di crescere; ma non c'è un sistema che ti renda libero. Un sistema implica il conformarsi della mente a un modello, non è vero? Significa chiudersi in uno schema e privarsi della libertà. Nel momento stesso in cui ci si affida a un sistema non si osa più uscirne e il solo pensiero di sottrarvisi produce paura. Pertanto non c'è, di fatto, alcun sistema educativo. Gli elementi importanti sono l'insegnante e lo studente, non il sistema. Dopotutto, se voglio aiutarti a liberarti dalla paura, io stesso devo esserne privo. Allora dovrò studiarti. Dovrò prendermi la briga di spiegarti ogni cosa e dirti come è fatto il mondo, e per fare tutto ciò devo amarti. Come insegnante devo avere la percezione che una volta fuori dalla scuola o dal collegio sarai libero dalle paure. Se ho davvero una tale percezione, potrò aiutarti a non avere paura. È possibile conoscere la qualità dell'oro senza esaminarlo in un modo specifico? Analogamente, possiamo conoscere le capacità di ciascun bambino senza scoprirle attraverso qualche tipo d'esame? Davvero siete in grado di determinare le capacità di un bambino attraverso un esame? Un bambino può fallire perché è nervoso, timoroso della prova, mentre un altro può farcela, perché non ne avverte il peso. Mentre se si osserva il bambino una settimana dopo l'altra, se se ne osserva il carattere, il modo in cui gioca, il modo in cui parla, gli interessi che dimostra, il modo in cui studia, il cibo che mangia, allora si comincerà a conoscere il bambino senza alcun bisogno di ricorrere a esami che ne rivelino le capacità. Qual è la sua idea di un mondo nuovo? Non ho alcuna idea su come debba essere il mondo nuovo. Il mondo nuovo non può essere realmente tale se mi sono fatto un'idea su di esso. Questa non è semplicemente un'osservazione acuta, ma è un fatto. Se avessi una qualche idea su di esso, sarebbe il risultato della mia esperienza e dei miei studi, non è forse così? Sarebbe il prodotto di ciò che ho imparato, di ciò che ho letto, di quello che gli altri dicono che debba essere. Pertanto, il mondo «nuovo» non potrà mai essere realmente nuovo se è una creazione della mente, poiché la mente rappresenta il vecchio. Non sapete ciò che capiterà domani, non è vero? Potete sapere che non si andrà a scuola domani perché è domenica e che da lunedì si tornerà di nuovo tra i banchi; ma che cosa accadrà fuori dalla scuola, che genere di sensazioni proverete e che genere di cose vedrete: tutto ciò non vi è dato saperlo. Poiché non sapete che cosa succederà domani, ciò che capiterà sarà qualcosa di nuovo; e ciò che conta è essere in grado di incontrare il nuovo. Come possiamo creare qualcosa di nuovo se non sappiamo che cosa vogliamo creare? È triste non sapere che cosa significa creare, non credete? Quando si prova un sentimento, si può cercare di tradurlo in parole. Se vedete un albero meraviglioso, potete scrivere una poesia che descriva non l'albero, ma ciò che ha risvegliato in voi. Questo sentimento è il nuovo, è creazione; ma non è qualcosa che potete far accadere, piuttosto è qualcosa che vi accade. Nel suo libro sull'educazione lei sostiene che l'educazione moderna è completamente fallimentare. Può spiegare questa tesi? Non è forse fallimentare? Quando vai nelle strade non vedi che il povero e il ricco; quando ti guardi attorno, vedi tutta quella gente cosiddetta ben educata accapigliarsi, litigare, uccidersi reciprocamente in guerra. Oggigiorno abbiamo raggiunto un livello di sapere scientifico sufficiente a garantire cibo, abiti e un riparo per tutti gli esseri umani, eppure ciò non viene realizzato. I politici, così come gli altri leader nel mondo, sono persone istruite, hanno titoli, diplomi, sono dottori e scienziati; eppure non hanno ancora creato un mondo in cui l'uomo possa vivere felicemente. Dunque, l'educazione moderna ha fallito, non è forse così? E se non avete nulla da ridire sull'educazione vecchio stile, ciò che ne risulterà sarà altra confusione nelle vostre vite. Lei dice che l'educazione moderna è fallimentare. Ma se i politici non fossero stati istruiti, pensa che avrebbero prodotto un mondo migliore? Non sono per nulla sicuro del fatto che non avrebbero potuto creare un mondo migliore se non avessero ricevuto questo genere di educazione. Che cosa significa governare le persone? Dopotutto, governare la gente è ciò che supponiamo i politici debbano fare. Ma essi sono ambiziosi, desiderano potere, posizioni, vogliono essere rispettati, vogliono essere i leader ed essere in vista; non pensano alla gente, pensano a se stessi o ai loro partiti, che non sono altro che una loro estensione. Gli uomini sono così, che vivano in India, Germania, Russia, America o Cina; ma vedete, la divisione degli uomini secondo le nazionalità fa soltanto sì che i politici possano reclamare occupazioni più importanti e, perciò, non sono affatto interessati a pensare al mondo nella sua interezza. Sono «istruiti», sanno leggere, argomentare e possono parlare per un tempo indeterminato di come si debba comportare un buon cittadino, ma in tutto questo ciò che conta è che loro occupino una posizione di prima fila. Dividere il mondo e fomentare guerre: è forse questo che intendiamo con «educazione»? I politici non sono i soli a comportarsi in questo modo; tutti siamo responsabili. Alcuni vogliono la guerra perché porta profitti. Perciò non sono solo i politici ad aver bisogno del giusto tipo di educazione. Allora qual è la sua concezione di una corretta educazione? Ve l'ho già detto, ma cercherò di spiegarlo di nuovo. Dopotutto, una persona religiosa non è colui che venera un dio, la cui immagine è prodotta dalla mano o dalla mente, ma colui che ricerca realmente la verità e la vera natura di Dio; una persona siffatta è una persona realmente istruita. Può non essere andata a scuola, può non aver letto libri, può anche non saper leggere, ciò nondimeno si libera delle sue paure, del suo egoismo, del suo individualismo e dell'ambizione. In questo senso, l'educazione non consiste semplicemente nell'imparare a leggere, a far di conto, a costruire ponti, a fare ricerca scientifica al fine di trovare nuovi utilizzi dell'energia atomica e tutto il resto. La funzione primaria dell'educazione è aiutare l'uomo a liberarsi della propria piccineria e delle proprie stupide ambizioni. L'ambizione è stupida e insignificante: non ci sono ambizioni nobili. E l'educazione implica anche aiutare lo studente a crescere nella libertà, privo di paure; non siete d'accordo? Come possibile educare ogni uomo in questa maniera? Tu non vorresti essere educato secondo questi principi? Ma come? Per prima cosa, vorresti essere educato in questo modo? Non chiederti come, ma «senti» se vorresti essere educato secondo questi principi. Se provi questa sensazione intensa, crescendo potrai trasmetterla agli altri, non credi? Vedi, se sei davvero intento a giocare a un certo gioco, presto troverai qualcuno che vuole giocare con te. Allo stesso modo, se sei davvero disponibile a essere istruito nel modo che ho descritto, potrai essere utile a realizzare una scuola con il tipo giusto di insegnanti, i quali, a loro volta, educheranno secondo gli stessi principi. Ma la maggior parte di noi non desidera davvero questo genere di educazione e così ci si chiede: «Come è possibile realizzarla?» e cerchiamo qualcuno che ci dia una risposta. Tuttavia, se tutti voi – ogni studente e insegnante presente – desiderate realmente questo tipo di educazione, la realizzerete. Considerate un esempio banale come quello della gomma da masticare. Se tutti desiderate gomma da masticare, il produttore provvederà a produrne, ma se non ne volete il produttore andrà in rovina. Analogamente, a un livello alquanto diverso, se voi tutti dite: «Vogliamo il giusto tipo d'educazione, non questa istruzione falsa in grado di condurre soltanto all'omicidio organizzato» – se dite ciò e davvero ci credete, realizzerete il tipo giusto di educazione. Ma vedete, siete ancora troppo giovani e spaventati ed è per tale ragione che è importante realizzare questo obiettivo. Se desidero il giusto tipo di educazione, ho bisogno di insegnanti? Certo che ne hai bisogno. Hai bisogno di insegnanti che ti aiutino, non credi? Ma in che cosa consiste l'aiuto? Non sei solo al mondo. Ci sono i tuoi compagni, i tuoi genitori, i tuoi insegnanti, il postino, il lattaio – abbiamo bisogno di tutti, così ci aiutiamo l'un l'altro a sopravvivere in questo mondo. Ma se affermi: «L'insegnante è qualcosa di sacro, lui occupa una certa posizione, io un'altra», allora un tal genere di aiuto è inutile. L'insegnante è d'aiuto soltanto se non sfrutta la sua posizione per nutrire la propria vanità o come mezzo per procurarsi sicurezza. Se insegna, non perché non sia in grado di fare altro, ma perché ama davvero farlo, sarà capace di aiutare il proprio studente a crescere senza paure. Questo significa che non devono esserci esami, giudizi, voti. Se volete creare il giusto tipo di educazione, avete bisogno dell'aiuto degli insegnanti; pertanto, è molto importante che gli insegnanti stessi ricevano il giusto tipo di educazione. Se l'ambizione è una cosa stupida, in che modo l'umanità può progredire? Sai in che cosa consiste il progresso? Cerchiamo di dare una risposta con la giusta attenzione e con tutta la pazienza del caso. Che cos'è il progresso? Ci avete mai riflettuto? Il fatto di poter raggiungere l'Europa in aereo in poche ore invece di impiegarci quindici giorni in nave è forse progresso? L'invenzione di mezzi di trasporto e di comunicazione più veloci, lo sviluppo di armi più potenti, di metodi sempre più efficaci di distruzione, spazzare via migliaia di persone con una sola bomba atomica invece di ammazzarle una per una con le frecce di un arco: è forse questo che intendete con progresso? Il progresso tecnologico è un fatto; ma siamo progrediti anche in qualche altro campo? Abbiamo messo fine alle guerre? Le persone sono forse più gentili, più amorevoli, più generose, più attente, meno crudeli? Non è necessario che rispondiate sì o no, ma è sufficiente guardare ai fatti. Dal punto di vista scientifico e tecnologico abbiamo fatto progressi enormi; ma interiormente siamo in uno stato di stallo, non è così? Per la maggior parte di noi l'educazione è risultata un equilibrio precario; eppure non facciamo che parlare di progresso, tanto che i giornali traboccano di titoli sull'argomento! Qual è la definizione di «studente»? È piuttosto facile darne una definizione, non credi? Tutto ciò che ti è richiesto è aprire il dizionario alla pagina giusta e lì potrai trovare la risposta che cerchi. Ma non è questo il genere di definizione che cerchi, non è vero? Hai voglia di parlarne, desideri scoprire che cosa vuol dire essere studente. Chi passa gli esami, trova un lavoro e richiude i libri è forse un vero studente? Essere studente significa studiare per tutta la vita e non semplicemente leggere qualche libro imposto dal corso di studi; implica la capacità di osservare tutto durante l'intera esistenza e non semplicemente fare attenzione a poche cose in determinati periodi. Senza dubbio, uno studente non è soltanto una persona che legge, ma anche qualcuno che sia in grado di osservare ogni singolo movimento della vita, interno o esterno, senza dire: «Questo è giusto, questo è sbagliato». Se condanni una cosa, non la stai osservando, non è così? Per osservare davvero è necessario studiare senza emettere giudizi di condanna e senza fare confronti. Se ti paragono a qualcun altro, non ti sto affatto studiando, non credi? Se ti paragono al tuo fratello più giovane o alla tua sorella più grande, sono questi ultimi a essere importanti; per questo, in tal caso, non ti starei studiando. Ma tutta la nostra educazione impone i paragoni. Passiamo il nostro tempo a confrontare noi stessi e gli altri con qualcun altro – con il nostro guru, con i nostri ideali, con nostro padre che è così intelligente, con un grande politico e via di questo passo. Tale processo di comparazione e di giudizio non ci consente di osservare, di studiare. Dunque, uno studente a tutti gli effetti è colui che è capace di osservare tutto nella vita, sia interiormente che esteriormente, senza fare paragoni, senza emettere sentenze di condanna o approvazione. È una persona che è non soltanto capace di fare ricerca nelle materie scientifiche, ma anche di osservare il funzionamento della propria mente, dei propri sentimenti – il che è assai più difficile che osservare un fatto scientifico. Comprendere l'intera operazione della propria mente richiede una grande perspicacia e tanta ricerca senza la formulazione di giudizi. Lei dice che tutti gli idealisti sono degli ipocriti. Chi considera un idealista? Non sai che cosa vuol dire essere un idealista? Se sono un violento, posso dire che il mio ideale è quello di essere non-violento; ma resta il fatto che sono un violento. L'ideale è ciò che spero si realizzi prima o poi. Ci vorranno anni prima che io diventi un non-violento e nel frattempo continuo a essere un violento – questa è la verità. Essendo violento, faccio di tutto per non esserlo e questa è una pura illusione; non si tratta di una forma di ipocrisia? Invece di cercare di comprendere e di dissolvere la mia inclinazione a essere violento, cerco di diventare qualcos'altro. L'uomo che cerca di essere qualcosa di diverso rispetto a ciò che è non è altro che un ipocrita. È come se mi mettessi una maschera e dicessi che sono diverso, ma dietro la maschera c'è la stessa identica persona di prima. Al contrario, se sono in grado di andare in profondità nel processo che mi induce a essere violento e a capirne la natura, avrò una qualche possibilità di liberarmi della violenza. Se tutti noi fossimo educati correttamente, non saremmo liberi dalla paura? È molto importante essere liberi dalle paure, non credete? E tale libertà non può essere conquistata se non attraverso l'intelligenza. Pertanto, cerchiamo per prima cosa di scoprire come possiamo essere intelligenti e non come possiamo liberarci della paura. Se siamo in grado di fare esperienza di ciò che vuol dire essere intelligenti, sapremo come liberarci dai nostri timori. La paura è sempre paura di qualcosa, non esiste in altra forma. C'è la paura della morte, la paura della malattia, il timore della perdita, la paura dei propri genitori, la paura di ciò che dice la gente e così via; la domanda è non come facciamo a liberarci delle nostre paure, ma come facciamo a risvegliare l'intelligenza con la quale affrontare, capire e superare le nostre paure. Ora, in che modo l'educazione può aiutarci a essere intelligenti? In che cosa consiste l'intelligenza? È questione di successo agli esami, di preparazione? Puoi leggere un gran numero di libri, incontrare gente importante, avere molte capacità, ma tutto ciò ti rende forse intelligente? O l'intelligenza è qualcosa che viene alla luce una volta che si diventa un essere totale? Noi siamo fatti di molte componenti; talvolta proviamo risentimento, siamo gelosi, violenti, in altre occasioni siamo umili, riflessivi e sereni. In momenti diversi, siamo entità diverse; non siamo mai esseri totali, non siamo mai un vero e proprio intero, non vi sembra? Quando un essere umano ha innumerevoli desideri, è internamente frammentato in un gran numero di entità diverse. Bisogna affrontare il problema semplicemente. Esso riguarda il modo in cui è possibile essere intelligenti così che ci si possa liberare delle nostre paure. Se fin dalla primissima infanzia vi è stata data la possibilità di avere una comprensione non solo linguistica di ogni vostra difficoltà, in modo tale da consentirvi l'osservazione della vita nella sua interezza, un'educazione di questo tipo è in grado di risvegliare l'intelligenza e per ciò stesso di liberare la vostra mente dalla paura. Lei ha affermato che essere ambiziosi significa essere stupidi e crudeli. È dunque stupido e crudele ambire ad avere il giusto tipo di educazione? Sei ambizioso? In che cosa consiste l'ambizione? Quando desideri essere migliore di un altro, ottenere voti migliori di qualcun altro – questo di certo è ciò che chiamiamo ambizione. Un politico di modesta levatura è ambizioso nella sua volontà di diventare importante; ma è forse ambizione la volontà di ricevere il tipo giusto di educazione? È ambizione il far qualcosa perché la si ama? Quando scrivi o dipingi – non per il prestigio, ma perché ami scrivere o dipingere – ciò che fai non ha nulla a che fare con l'ambizione. L'ambizione fa il suo ingresso quando ci si paragona ad altri scrittori o artisti, ogniqualvolta si vuole primeggiare. Non c'è ambizione nel fare le cose perché si ama farle. Quando qualcuno vuole scoprire la verità e trovare la pace diventa un sannyasi. Dunque un sannyasi ha il dono della semplicità Volere la pace significa forse conoscere la semplicità? È divenendo un sannyasi o un monaco che si diventa semplici? Indubbiamente, la pace è qualcosa di estraneo alla mente. Se desidero pace e cerco di rimuovere dalla mia mente tutti i pensieri di violenza, avrò pace davvero? Oppure se ho molti desideri e dico che non devo più averne, troverò mai la pace? Nel momento stesso in cui desideri qualcosa si aprono le porte al conflitto, alla lotta, e ciò attraverso cui è possibile ottenere la semplicità è soltanto la comprensione profonda del processo del volere. Se, come lei dice, siamo tutti spaventati, allora non ci sono né santi né eroi. Il mondo è forse privo di grandi uomini? Questo è un ragionamento puramente logico, non è così? Perché mai dovremmo preoccuparci dei grandi uomini, degli eroi o dei santi? Ciò che conta è come sei tu. Se sei spaventato, realizzerai un mondo mediocre. Questo è il problema, non se ci siano grandi uomini. Ha detto che le spiegazioni sono dannose. Noi siamo qui per una spiegazione. Abbiamo sbagliato? Non ho detto che le spiegazioni sono dannose. Ho detto: non siate mai soddisfatti delle spiegazioni. Qual è la sua opinione sul futuro dell'India? Non ho opinioni in merito. Non penso che l'India come tale sia realmente qualcosa d'importante. Ciò che è importante è il mondo. Che si viva in Cina o Giappone, Inghilterra, India o America, diciamo: «II mio paese è ciò che conta» e nessuno pensa al mondo nella sua interezza; i libri di storia non fanno che riportare guerre. Se fossimo in grado di comprendere noi stessi come esseri umani, forse smetteremmo di ucciderci l'un l'altro e porremmo fine alle guerre; ma finché rimarremo nazionalisti e penseremo soltanto al nostro paese, faremo del mondo un luogo terribile. Una volta che avremo compreso che questa è la nostra terra, il luogo in cui tutti possono vivere felicemente e in pace, cominceremo a costruire qualcosa di nuovo; ma se continuiamo a concepirci come indiani, tedeschi o russi, e tutti gli altri come stranieri, non ci sarà mai pace, né potrà essere creato un mondo nuovo. Dice che sono pochi i grandi uomini in questo mondo. Allora lei che cosa è? Non è importante che cosa sono io. L'importante è sapere se ciò che è stato detto è vero o falso. Se pensate che questa o quest'altra cosa sia importante perché la dice il tal dei tali, allora non prestate realmente ascolto, non state cercando di scoprire da voi ciò che è vero e ciò che è falso. Ma, vedete, la maggioranza di noi ha il timore di scoprire per conto proprio che cosa è vero e che cosa non lo è, ed è questo il motivo per il quale accettiamo semplicemente ciò che ci viene detto. Sfortunatamente, la maggior parte di noi presta ascolto soltanto a quelli che giudica come personaggi importanti e autorità riconosciute. Non prestiamo ascolto agli uccelli, al rumore del mare, o al mendicante. Così ci perdiamo quello che dice il mendicante, e può esserci verità in ciò che dice, mentre può non esserci verità nelle parole del ricco o dell'autorità. Leggiamo libri spinti dalla curiosità. In gioventù è stato curioso anche lei? Pensate che dalla semplice lettura di libri sarete in grado di ricavare la verità? Siete forse in grado di scoprire qualcosa attraverso la semplice ripetizione di ciò che hanno detto gli altri? Oppure si fanno scoperte soltanto attraverso la ricerca, il dubbio e la non accettazione passiva? Molti di noi leggono una gran quantità di libri di filosofia e tali letture ci forgiano le menti, rendendo difficile la ricerca personale del vero e del falso. Quando la mente è già formata, modellata, può scoprire la verità soltanto al prezzo di enormi difficoltà. Non dovremmo essere preoccupati per il futuro? Che cosa intendi per futuro? Venti o cinquant'anni a venire – è questo ciò che consideri futuro? Il futuro remoto è assai incerto, non è così? Non sai cosa succederà, dunque che senso ha spaventarsi o preoccuparsi? Potrà esserci una guerra, un'epidemia; può accadere qualunque cosa, per questo il futuro è incerto e oscuro. Ciò che conta è come vivi oggi, che cosa pensi e senti adesso. Il presente, che è oggi, è davvero importante, non il domani o ciò che accadrà tra vent'anni, e la comprensione del presente richiede molta intelligenza. Da giovani siamo spensierati e non sempre sappiamo che cos'è meglio per noi. Se un padre mette in guardia il figlio per il suo bene, questi non dovrebbe seguirne i consigli? Tu che cosa ne pensi? Se io fossi un genitore, dovrei, per prima cosa, scoprire ciò che mio figlio intende fare della propria vita, non credi? Un genitore conosce a sufficienza il proprio figlio per potergli dare dei consigli? Lo ha studiato? Come può dare consigli un genitore che ha pochissimo tempo per osservare il proprio figlio? Che il padre debba guidare il figlio sembra giusto; ma se il padre non conosce suo figlio, che cosa bisogna fare? Un bambino ha le sue inclinazioni e le sue capacità che devono essere studiate, non per un certo periodo e in un certo posto, ma nell'intero svolgersi della sua infanzia. Avendo come fine il bene della nostra nazione, non abbiamo forse di mira anche il bene dell'umanità? L'uomo comune può davvero porsi come obiettivo immediato il bene dell'umanità? Il tentativo di ottenere il bene di una nazione a scapito di un'altra conduce allo sfruttamento e all'imperialismo. Fino a quando penseremo esclusivamente alla nostra nazione saremo destinati a generare conflitti e guerre. Quando ti chiedi se il bene dell'umanità è un obiettivo alla portata dell'uomo comune, che cosa intendi esattamente con «uomo comune»? Non siamo forse tu e io? Siamo diversi dall'uomo comune? Che cosa abbiamo di speciale? Siamo tutti comuni esseri umani, non è così? Solo perché indossiamo vesti pulite, scarpe, o possediamo un'automobile, pensi che ciò sia sufficiente a renderci diversi da chi non ha nulla di tutto ciò? Siamo tutti gente comune, e se foste in grado di capirlo, potremmo fare una rivoluzione. È uno dei difetti del sistema educativo attuale quello di farci sentire speciali e di porci su un piedistallo rispetto al cosiddetto uomo della strada. Se tutti si ribellassero, non crede che il mondo sarebbe preda del caos? L'attuale società è realmente così in ordine da far presagire il caos se tutti si ribellassero ad essa? Non c'è forse caos in questo stesso istante? È davvero tutto così splendido e incontaminato? Davvero sono tutti felici, appagati e ricchi? Non c'è conflitto tra gli uomini? Non c'è forse ambizione e competizione spietata? Il mondo, dunque, è già nel caos, e questa è la prima cosa di cui bisogna rendersi conto. Non date per scontato che la nostra sia una società ordinata; non ingannate voi stessi con le parole. Che si tratti dell'Asia, dell'Europa, dell'America o della Russia, il mondo si trova in un processo di decadenza. Individuata tale decadenza, vi trovate ad affrontare una sfida: trovare una soluzione a questa emergenza. E il modo in cui affrontate una tale sfida è importante, non credete? Se reagite come induisti, o buddhisti, o cristiani, o comunisti, allora la vostra reazione non potrà che essere limitata – il che equivale a non offrire una soluzione. Potete dare una risposta piena, adeguata, soltanto se non avete paura, soltanto se non pensate come induisti, comunisti o capitalisti, ma come esseri umani completi che tentano di risolvere questo problema; e non sarete in grado di risolverlo a meno che non vi rivoltiate voi stessi contro l'intera situazione, contro la smania di conquista su cui è basata la società. Soltanto quando voi stessi smetterete di essere ambiziosi, possessivi e attaccati alle vostre certezze potrete affrontare questa sfida e creare un mondo nuovo. Ribellarsi, imparare, amare sono tre processi separati o sono processi simultanei? Ovviamente non si tratta di tre processi separati, ma di un processo unitario. Vedi, è molto importante scoprire il significato di questa domanda. Questa domanda è basata sulla teoria, non sull'esperienza; è meramente verbale, intellettuale, perciò non ha vera validità. Chi non ha timore, chi è in autentica rivolta, chi lotta per scoprire che cosa significa imparare, amare – una persona simile non domanda se ci sia un processo soltanto oppure tre. Siamo molto bravi con le parole, e pensiamo che offrendo una spiegazione abbiamo risolto il problema. Sai che cosa significa imparare? Quando impari davvero lo fai attraverso la vita e non c'è nessun insegnante speciale dal quale poter apprendere. Allora, tutto ti insegna qualcosa: una foglia morta, un uccello in volo, un odore, una lacrima, la ricchezza e la povertà, coloro che piangono, il sorriso di una donna, l'altezzosità di un uomo. Si impara da tutto, perciò non c'è bisogno di guide, filosofi, guru. La vita stessa è il nostro insegnante, e ci troviamo in uno stato di costante apprendimento. È vero che la società si basa sull'avidità e sull'ambizione; ma se non nutrissimo ambizioni, non saremmo avviati al declino? Questa è una domanda davvero importante e merita grande attenzione. Sai in che cosa consiste l'attenzione? Cerchiamo di scoprirlo. Quando, in classe, guardate fuori dalla finestra o tirate i capelli a un compagno, l'insegnante vi chiede di fare attenzione. Che cosa significa? Significa che non siete interessati a ciò che studiate e perciò l'insegnante cerca di costringervi a fare attenzione – che attenzione non è affatto. C'è attenzione soltanto quando siete profondamente interessati a qualcosa e l'amate a tal punto da voler scoprire tutto ciò che riguarda l'oggetto del vostro interesse; in tale circostanza la vostra mente nella sua interezza è totalmente presente. Allo stesso modo, nell'istante stesso in cui comprendete che la domanda: «Se non nutrissimo ambizioni, non saremmo avviati al declino?» è di vitale importanza, ve ne interessate e volete scoprire la verità sull'argomento. Ora, l'uomo ambizioso non distrugge forse se stesso? Questa è una delle prime cose che è necessario scoprire, e non chiedersi se l'ambizione sia giusta o sbagliata. Guardatevi attorno, osservate tutte le persone ambiziose. Che cosa succede quando si è ambiziosi? Si pensa solo a se stessi, non è così? Si è crudeli, si mettono gli altri da parte al fine di soddisfare la propria ambizione, nel tentativo di diventare importanti, alimentando così nella società il conflitto tra coloro che ce la fanno e coloro che restano indietro. C'è una battaglia costante tra voi e coloro i quali inseguono i vostri stessi obiettivi; un tale conflitto può dare luogo a una vita creativa? Siete ambiziosi quando fate qualcosa con amore e per il solo gusto di farla? Quando fate qualcosa mettendoci tutta la vostra energia, non perché volete arrivare chissà dove, o fare profitti, o ottenere risultati migliori, ma semplicemente perché amate quel che fate: c'è in tutto questo ambizione oppure no? Non c'è competizione qui; non state lottando con qualcuno per il primato. E l'educazione non dovrebbe forse aiutarvi a scoprire che cosa amate fare veramente, così che possiate lavorare dall'inizio alla fine della vostra vita a qualcosa per cui valga la pena e che ha per voi un significato profondo? Altrimenti, per il resto dei vostri giorni, sarete degli infelici. All'oscuro di ciò che desiderate fare realmente, la vostra mente è destinata a essere intrappolata nella routine, dove ci sono solo noia, decadenza e morte. Questo è il motivo per il quale è molto importante scoprire quando si è ancora giovani che cosa realmente amiamo fare e questo è l'unico modo per creare una nuova società. Che cos'è l'intelligenza? Cerchiamo di affrontare questo aspetto a piccoli passi, con pazienza, e proviamo a dare una risposta. Cercare una risposta non significa arrivare a una conclusione. Non so se cogliete la differenza. Nel momento stesso in cui si giunge a una conclusione sulla natura dell'intelligenza, si cessa di essere intelligenti. Questo è l'errore che ha commesso la maggior parte delle persone più anziane: sono giunte a delle conclusioni. Perciò hanno smesso di essere intelligenti. Dunque avete già appreso qualcosa: ovvero che una mente intelligente è una mente che cerca in continuazione e che non trae mai conclusioni. In che cosa consiste l'intelligenza? La maggior parte delle persone si accontenta di una definizione, dice «questa è una buona spiegazione», oppure preferisce la propria; una mente che si accontenti di una spiegazione è una mente superficiale e pertanto non è intelligente. Avete cominciato a vedere come una mente intelligente non sia altro che una mente indagatrice, una mente che osserva, impara, studia. Che cosa significa questo? Che c'è intelligenza soltanto in assenza di paura, quando si è disposti a ribellarsi e ad andare contro l'intera struttura sociale per scoprire la reale natura di Dio o per scoprire la verità su qualsiasi altra cosa. L'intelligenza non è conoscenza. Se poteste leggere tutti i libri del mondo non ne ricavereste maggiore intelligenza. L'intelligenza è qualcosa di realmente sottile; totalmente priva di appigli. Emerge soltanto quando si è compreso l'intero processo della mente – non la mente descritta da qualche filosofo o insegnante, ma la vostra mente. Essa è il risultato di tutta l'umanità e quando avrete compreso ciò, non sarà più necessario leggere nemmeno un libro, perché la mente è in grado di contenere in sé l'intera conoscenza del passato. L'intelligenza, dunque, emerge con la comprensione di se stessi, ed è possibile comprendere se stessi soltanto in relazione a un mondo di persone, oggetti e idee. L'intelligenza non è un bene che si può acquisire, come il sapere; essa si fa strada nei gesti di ribellione, quando non si ha paura – il che significa che emerge quando c'è un sentimento di amore. Poiché dove non c'è paura, c'è amore. Se siete interessati esclusivamente alle spiegazioni, temo che abbiate la sensazione di non aver ottenuto una risposta alla domanda. Chiedere in che cosa consista l'intelligenza è come chiedere in che cosa consista la vita. La vita è studio, gioco, sesso, lavoro, disputa, cupidigia, ambizione, amore, bellezza, verità – la vita è tutto, non è forse così? Ma la maggior parte di noi non ha la pazienza, l'onestà e la coerenza per portare a termine una tale ricerca. Che cos'è la società? Che cos'è la società? E che cos'è la famiglia? Cerchiamo di capire, passo dopo passo, la genesi della società, la sua creazione. Che cos'è la famiglia? Quando affermate: «Questa è la mia famiglia», che cosa volete dire? Vostro padre, vostra madre, vostro fratello e vostra sorella, il senso di vicinanza, il fatto di vivere insieme sotto lo stesso tetto, la sensazione che i vostri genitori vi proteggeranno, il possesso di una determinata proprietà, il possesso di gioielli e abiti: tutto ciò è alla base della famiglia. Ci sono altre famiglie come la vostra che vivono in altre case e che provano esattamente la vostra stessa sensazione, quella di avere una moglie, un marito, dei figli, una casa, degli abiti, una macchina; ci sono moltissime famiglie di questo tipo che abitano la stessa porzione di terreno e sentono di doversi difendere dalla possibile invasione di altre famiglie. Perciò iniziano a legiferare. Le famiglie più potenti si stabiliscono nelle posizioni più alte, acquisiscono proprietà enormi, possiedono più soldi, più abiti, un numero maggiore di automobili; si coalizzano e stabiliscono le regole e dicono a noi che cosa dobbiamo fare. È così che, in modo graduale, si è generata la società, con leggi, regole, un esercito e una marina. Alla fine di questo processo, la terra intera si è popolata di società di vario genere. In seguito la gente sviluppa idee antagoniste e vuole detronizzare coloro i quali occupano le posizioni più elevate, i detentori di tutti i mezzi del potere. Così rovesciano quella particolare società per costruirne una diversa. La società è fatta di relazioni tra le persone – relazioni tra individui, tra famiglie, tra gruppi e tra individui e gruppi. La società è relazione umana, relazione tra voi e me. Se fossi piuttosto avido e furbo e godessi di grande potere e autorità cercherei di escludervi, e lo stesso fareste voi con me. Per questo facciamo le leggi. Tuttavia verranno altri a infrangere le nostre leggi e ne instaureranno di nuove e così via per i tempi a venire. Nella società, che non è altro che relazione umana, c'è una costante conflittualità. Questa è la base della società, la quale può raggiungere gradi di complessità sempre maggiori nella misura in cui gli stessi esseri umani diventano sempre più complessi nelle loro idee, nei loro desideri, nelle loro istituzioni e nelle loro attività. Dal momento che siamo sempre in relazione gli uni con gli altri, non è forse vero che non possiamo mai essere assolutamente liberi? Non comprendiamo in che cosa consista la relazione e, in particolare, la giusta relazione. Supponi che io dipenda da te per ciò che riguarda la mia gratificazione, il conforto, la mia sensazione di sicurezza; come potrò mai essere libero? Tuttavia, anche se non dipendessi da te in questo modo, saremmo comunque legati, non credi? Dipenderei sempre da te per qualche genere di conforto emotivo, fisico o intellettuale, dunque, non sarei libero. Il motivo dell'attaccamento ai miei genitori risiede nell'esigenza di qualche genere di sicurezza, il che significa che il mio rapporto con loro è un rapporto di dipendenza basato sulla paura. Com'è possibile essere in relazione in maniera libera? C'è libertà in un rapporto soltanto in assenza di paura. Pertanto, se voglio essere in relazione nella maniera giusta, devo fare in modo di liberare me stesso da questa dipendenza psicologica il cui unico prodotto è la paura. Come possiamo essere liberi se i nostri genitori dipendono da noi a causa della loro età avanzata? La loro età avanzata li rende dipendenti da voi. Allora che cosa capita? Si aspettano che siate in grado di mantenerli, e se il vostro desiderio è quello di fare l'artista o il carpentiere, nonostante ciò significhi scarsissimi guadagni, loro si opporranno perché avete il dovere di mantenerli. Non dico che questo sia giusto o sbagliato. Se lo facessi porrei semplicemente termine al ragionamento. La richiesta dei vostri genitori di provvedere per loro vi impedisce di vivere la vita che desiderate e vivere la propria vita è giudicato come un atto di egoismo; così diventate schiavi dei vostri genitori. Potete dire che è lo Stato a doversi prendere cura degli anziani attraverso apposite pensioni e vari altri strumenti di sicurezza sociale. Ma in un paese sovrappopolato, il cui prodotto interno è insufficiente, la cui produttività è ai minimi termini e così via, lo Stato non potrà prendersi cura degli anziani. Dunque, i genitori anziani dipendono dai giovani e questi si adattano ai modelli della tradizione, rovinandosi. Ma questo non è un problema che dovete discutere con me. Dovete pensarci per conto vostro e risolverlo. Naturalmente, il mio desiderio è quello di aiutare i miei genitori, entro certi limiti. Ma supponete che io desideri anche fare qualcosa che non sia fonte di grandi guadagni. Immaginate che io voglia diventare un religioso e dedicare la mia vita alla ricerca di Dio e della verità. Tale scelta di vita potrebbe non portare alcun guadagno e se la compiessi forse dovrei abbandonare la mia famiglia, il che significa che molto probabilmente morirebbero di fame come altri milioni di persone. Che cosa dovrei fare? Finché avrò paura di ciò che dicono gli altri, che sono un figlio privo di senso del dovere e privo di valore, non sarò mai un essere umano creativo. Per essere un uomo felice e creativo devo avere moltissima iniziativa. Come possiamo liberarci della dipendenza se viviamo in una società? Sapete che cos'è la società? La società è relazione tra individui, non è forse così? Non rendete le cose più complicate di quelle che sono e non citate libri; rifletteteci in maniera semplice e capirete come la società sia relazione tra voi, me e gli altri. La relazione umana è alla base della società, e la nostra società attuale è fondata sulla relazione di acquisizione, non è così? La maggior parte di noi desidera soldi, potere, possedimenti, autorità; a livelli diversi, vogliamo posizioni, prestigio e per questo abbiamo costruito una società basata sulla conquista. Finché conserviamo tale spirito di acquisizione e desideriamo posizioni, prestigio, potere e tutto il resto, facciamo parte di questa società e pertanto ne dipendiamo. Ma se non desideriamo queste cose e rimaniamo ciò che siamo, con grande umiltà, allora possiamo tirarcene fuori; sarebbe una forma di ribellione e di rottura con questa società. Sfortunatamente, l'educazione, allo stato attuale, è tesa a rendervi conformi e adatti a una società fondata sull'acquisizione. Questa è l'unica preoccupazione dei vostri genitori, dei vostri insegnanti, dei vostri libri. Fino a quando, nel tentativo di conseguire posizioni e potere, vi conformerete, sarete ambiziosi, sarete guidati da spirito di conquista, sarete corruttori e distruttori, allora sarete giudicati cittadini rispettabili. Siete formati con lo scopo di adeguarvi alla società; ma questo non è educazione, è soltanto un processo che vi impone di conformarvi a un modello. La vera funzione dell'educazione non è rendervi un impiegato, o un giudice, o un primo ministro, ma aiutarvi a comprendere l'intera struttura di questa società corrotta e consentirvi di crescere nella libertà, così che sarete in grado di ribellarvi e creare un mondo nuovo. È necessario che ci siano i ribelli, in totale e non parziale rivolta contro il vecchio, perché sono soltanto loro che possono creare un mondo nuovo – un mondo che non sia basato sullo spirito di acquisizione, sul potere e sul prestigio. Mi immagino già i più anziani dire: «Non potrà mai succedere. La natura umana è quella che è e tu stai dicendo cose prive di significato». Ma non abbiamo mai pensato a eliminare dalla mente degli adulti ogni condizionamento e a non condizionare i più giovani. Indubbiamente, l'educazione è sia curativa che preventiva. Voi studenti più grandi siete già formati, già condizionati, già ambiziosi; volete essere persone di successo come i vostri padri, come il governatore, o come qualcun altro. Così la vera funzione dell'educazione non è solo quella di liberarvi dai condizionamenti, ma anche quella di rendervi consapevoli di questo processo nella sua completezza, giorno dopo giorno, così che possiate crescere in libertà e creare un mondo nuovo, ossia un mondo che sia totalmente differente da quello attuale. Sfortunatamente, né i vostri genitori, né i vostri insegnanti, né il pubblico in generale sono sensibili a questo problema. Questo è il motivo per il quale l'educazione deve essere un processo in cui venga educato anche l'educatore oltre allo studente. Quali sono i doveri di uno studente? Che cosa significa la parola «dovere»? Dovere nei confronti di cosa? Dovere nei confronti del vostro paese, secondo l'opinione del politico? Dovere nei confronti dei vostri genitori, secondo i loro desideri? Essi diranno che è tuo dovere fare ciò che loro ti dicono di fare, e ciò che ti dicono di fare è il frutto del condizionamento dell'ambiente in cui vivono, della loro tradizione e così via. E in che cosa consiste essere studenti? È semplicemente essere un ragazzo o una ragazza che va a scuola, legge qualche libro e passa qualche esame? Oppure studente è colui che impara in continuazione e per il quale dunque non c'è fine all'apprendimento? Certo, la persona che si occupa di un solo argomento, passa un esame e poi smette di occuparsene non può essere considerato uno studente. Il vero studente studia, impara, indaga, esplora tutta la vita, non fino ai venti, venticinque anni. Essere studenti significa apprendere in continuazione e finché si apprende non servono insegnanti, non credete? Nel momento stesso in cui si è studenti, non c'è qualcuno in particolare che possa darvi degli insegnamenti, poiché imparate da tutto. La foglia che è soffiata via dal vento, il mormorio delle acque sulla riva del fiume, il volo dell'uccello nel cielo, il povero che trasporta un carico pesante, la gente che pensa di sapere tutto della vita: s'impara da tutti, per questa ragione non c'è insegnante e non si è discepoli. Dunque il dovere di uno studente è esclusivamente quello di imparare. Goya, in tarda età, scrisse in fondo a uno dei suoi quadri: «Sto ancora imparando». Potete anche imparare dai libri, ma ciò non vi porterà molto lontano. Un libro vi darà solo ciò che l'autore ha da dire. L'apprendimento attraverso l'esperienza personale, invece, non ha limiti, giacché imparare in questo modo significa sapere ascoltare, sapere osservare ed è così che s'impara da ogni cosa, dalla musica, da ciò che dice la gente e dal modo in cui lo dice, dalla rabbia, dall'avidità, dall'ambizione. Questo pianeta è nostro, non appartiene ai comunisti, ai socialisti o ai capitalisti; è tanto vostro quanto mio e deve essere vissuto con felicità, in modo pieno, senza conflittualità. Ma tale pienezza di vita, questa felicità, la sensazione che «la terra sia nostra», non è qualcosa che può essere realizzato attraverso forzature, con gli strumenti della legge. È qualcosa che deve venire dall'interno, grazie all'amore per la terra e per tutte le cose; in questo consiste lo stato d'apprendimento. Qual è la differenza tra rispetto e amore? Puoi cercare il significato di «rispetto» e «amore» in un dizionario e trovarvi una risposta. Ma è questo ciò che desideri sapere? Vuoi sapere il significato superficiale di queste parole o conoscerne il significato profondo? Alla presenza di un personaggio importante, un ministro o un governatore, avete notato come tutti s'affannino a salutarlo? È questo ciò che chiamate «rispetto», non è così? Ma questo è un falso tipo di rispetto, perché non cela che paura e avidità. Volete ottenere qualcosa da un povero diavolo e per questo gli mettete una ghirlanda al collo. Questo non è rispetto, ma è soltanto la moneta di scambio attraverso la quale commerciate al mercato. Non provate rispetto per il vostro servitore o per il contadino, ma soltanto per quelli da cui sperate di ottenere qualcosa. Questo genere di rispetto è in realtà solo paura, ed è privo di significato. Ma se provate davvero amore nei vostri cuori, allora per voi non ci sarà alcuna differenza tra il governatore, l'insegnante, il vostro servitore e il contadino; solo così avrete rispetto per tutti costoro, perché l'amore non chiede nulla in cambio. Che cosa è la felicità nella vita? Se intendete fare qualcosa di piacevole, pensate che sarete felici nel farlo. Potreste voler sposare l'uomo più ricco, o la ragazza più bella, oppure potreste voler passare un esame, o essere elogiati da qualcuno, e pensate che ottenendo ciò che desiderate sarete felici. Ma questa è forse felicità? Non svanisce immediatamente come il fiore che sboccia al mattino e sfiorisce la sera? Eppure questa è la vostra vita ed è tutto ciò che desiderate. Si trova appagamento in cose superficiali come l'avere un'automobile o avere un posto sicuro, o come il provare una breve emozione per qualcosa di futile, non diversamente dal bambino che prima è contento di far volare il suo aquilone e subito dopo scoppia in lacrime. Così va la nostra vita e di essa siamo contenti. Non diciamo mai: «Dedicherò il mio cuore, la mia energia, la mia intera esistenza alla ricerca della vera felicità». Non mostriamo serietà, la vera felicità non ci interessa, quel che ci interessa è essere gratificati dalle piccole cose. La felicità arriva inaspettata e nell'istante stesso in cui si è consapevoli della propria felicità si smette di essere felici. Mi chiedo se ci abbiate mai fatto caso. Quando siete improvvisamente contenti senza una ragione particolare, siete liberi di sorridere, di essere felici; ma non appena vi rendete conto di ciò, quella sensazione vi sfugge – non è così? Essere consapevoli della propria felicità o perseguire la felicità equivale a farla cessare. C'è felicità soltanto quando si sono messi da parte l'io e le sue esigenze. Vi insegnano una gran quantità di nozioni di matematica, passate i giorni a studiare storia, geografia, scienze, fisica, biologia e così via; ma voi e i vostri insegnanti dedicate anche del tempo a riflettere su questi problemi assai più importanti? Vi sedete mai senza dire una parola, con la schiena dritta, senza muovervi, a contemplare la bellezza del silenzio? Lasciate mai che la vostra mente vaghi, non intorno a cose insignificanti, ma in maniera libera, aperta, profonda e che esplori, indaghi? E sapete che cosa succede nel mondo? Ciò che accade nel mondo è una proiezione di ciò che accade in ciascuno di noi; come siamo noi, così è il mondo. La maggior parte di noi è tormentata, avida, possessiva, gelosa e giudica gli altri, ed è così anche il mondo, solo a un livello più drammatico e crudele. Eppure né voi né i vostri insegnanti dedicate del tempo a riflettere su tutto ciò, ed è soltanto nella misura in cui riservate del tempo ogni giorno a pensare in maniera onesta a questi problemi che si profila la possibilità di realizzare una ribellione completa e di creare, così, un mondo nuovo. E vi assicuro che c'è realmente bisogno di un mondo nuovo, che non sia la semplice continuazione della stessa società corrotta sotto altra forma. Ma non sarete in grado di creare un mondo nuovo se le vostre menti non sono presenti, guardinghe e largamente consapevoli; questa è la ragione per la quale è così importante dedicare del tempo, quando siete ancora giovani, alla riflessione su questi temi così seri e non semplicemente trascorrere le giornate nello studio di qualche argomento capace di condurvi esclusivamente a ottenere un lavoro, e poi alla morte. Pertanto, prendete realmente sul serio tutto ciò, perché nel farlo ne ricaverete uno straordinario sentimento di gioia e di felicità. In che cosa consiste la vera vita? «Che cos'è la vera vita?» ha domandato un ragazzino. Giocare, mangiare del buon cibo, correre, saltare, spintonarsi: questa è la vera vita per lui. Vedete, noi suddividiamo la vita in ciò che è vero e ciò che è falso. La vita vera è fare qualcosa che si ama con tutto se stessi, senza contraddizioni interiori, senza conflitto tra ciò che si sta facendo e ciò che si pensa di dover fare. La vita è dunque un processo completamente integrato, da cui è possibile trarre una gioia indescrivibile. Ma ciò può realizzarsi soltanto quando non c'è dipendenza psicologica dagli altri o da una società, quando c'è un completo distacco interiore, perché solo in tali circostanze c'è la reale possibilità di provare amore per ciò che si fa. Se si è in uno stato di assoluta ribellione, che si sia giardinieri, primi ministri, o qualcos'altro, si amerà ciò che si fa, e da tale sentimento d'amore si originerà uno straordinario senso di creatività. Lei è felice oppure no? Non saprei. Non ci ho mai pensato. Nel momento stesso in cui pensi di essere felice cessi di esserlo. Quando giochi e gridi di gioia, che cosa accade una volta che ti sei reso conto della tua felicità? Smetti di essere felice. Ci avete fatto caso? La felicità, dunque, è qualcosa fuori della portata dell'autocoscienza. Quando tentate di essere buoni, siete forse buoni? La bontà può forse essere il risultato di una pratica? Oppure si tratta di qualcosa che si origina spontaneamente dal vostro guardare, osservare, capire? Analogamente, quando si è consci di essere felici, la felicità se ne va dalla finestra. Ricercare la felicità è un'impresa priva di senso, perché la felicità c'è proprio quando non la si cerca. Conoscete il significato della parola «umiltà»? Potete forse coltivare la vostra umiltà? Se ripeteste ogni mattina: «Sarò umile» si tratterebbe forse di umiltà? Oppure l'umiltà sopravviene quando si cessa di essere orgogliosi e vanesi? Allo stesso modo, quando non ci saranno più ostacoli alla felicità, quando avranno cessato di esistere l'ansia, la frustrazione, la ricerca della propria sicurezza, ci sarà felicità senza alcuna necessità di andarla a cercare. Perché la maggior parte di voi tace in questo modo? Perché non discutete con me? Vedete, è importante esprimere i vostri pensieri e le vostre sensazioni, per quanto malamente lo si faccia, perché questo avrebbe un significato straordinario per voi, e vi dico anche il perché. Se cominciate ora a esprimere i vostri pensieri e le vostre sensazioni, anche se in modo incerto, una volta cresciuti non sarete oppressi dal vostro ambiente, dai vostri genitori, dalla società e dalla tradizione. Ma sfortunatamente i vostri insegnanti si guardano bene dall'incoraggiarvi a fare domande e non vi chiedono che cosa pensate. L'anima sopravvive oltre la morte? Se davvero volete saperlo, come potete scoprirlo? Leggendo ciò che hanno detto a tal proposito Shankara, Buddha o Cristo? Prestando ascolto a qualche vostro leader o santo? Potrebbero tutti essere in errore. Siete pronti ad ammetterlo, vale a dire: la vostra mente è disposta a investigare? Indubbiamente, è necessario scoprire se esiste qualcosa come un'anima che sia poi in grado di sopravvivere. Che cos'è l'anima? Sapete che cos'è? O vi hanno semplicemente detto – i vostri genitori, un prete, un particolare libro, il vostro ambiente culturale – che c'è un'anima e voi avete assentito? La parola «anima» implica qualcosa che va oltre la mera esistenza fisica, non è così? Ci sono il vostro corpo, le vostre tendenze, le vostre virtù, e a trascendere tutto ciò c'è l'anima. Se uno stato siffatto esiste, deve essere qualcosa di spirituale, qualcosa che abbia la qualità dell'atemporalità; ciò che mi chiedete è se una tale entità spirituale sopravvive alla morte. Ma questa è solo una parte della domanda. L'altra parte è: che cos'è la morte? Sapete che cos'è la morte? Volete sapere se c'è vita dopo la morte; ma, vedete, questa domanda non ha importanza. Il quesito importante è: è possibile conoscere la morte quando si è vivi? Che cosa importa che qualcuno vi dica se c'è vita o meno dopo la morte? In ogni caso, non ne sapreste di più. Ma potete scoprire che cos'è la morte da soli, non una volta morti, ma mentre siete ancora in vita, in salute, pieni di energia, mentre pensate e sentite. Anche questo fa parte dell'educazione. Essere istruiti non significa soltanto essere bravi in matematica, storia e geografia, ma significa anche avere la capacità di comprendere questo evento straordinario chiamato morte; non quando si muore fisicamente, ma mentre si vive, si ride, si scala un albero, si naviga o si nuota. La morte è l'ignoto e ciò che conta è conoscere l'ignoto mentre si è in vita. Come ha appreso tutto ciò che sa e come possiamo noi fare altrettanto? Questa è un'ottima domanda. Ora, se mi è consentito parlare brevemente di me, io non ho letto alcun libro su questi argomenti, né le Upanishad, né la Bhagavad gita, né tanto meno libri di psicologia; ma, come vi ho detto, se guardate all'interno della vostra mente, troverete tutto ciò che cercate. Così una volta intrapreso il viaggio della conoscenza di sé, i libri diventano inutili. È come fare l'ingresso in un territorio straniero, imbattersi in cose nuove e fare scoperte eccezionali; ma, vedete, tutto ciò va distrutto se si dà importanza a se stessi. Nell'istante stesso in cui si afferma: «Ho trovato, ho appreso, sono un grande uomo perché ho scoperto questo e quest'altro» si è perduti. Se si è intrapreso un lungo viaggio, il bagaglio deve essere minimo; se si vuole raggiungere una vetta alta, bisogna viaggiare leggeri. Dunque questa domanda è davvero importante, perché scoperta e comprensione sono il frutto della conoscenza di sé, dell'analisi delle modalità della mente. Ciò che dite del vostro vicino, il modo in cui vi esprimete, il modo in cui osservate il cielo, gli uccelli, la maniera in cui trattate gli altri, il modo in cui tagliate un ramo – sono tutte cose importanti, perché non sono altro che lo specchio di voi stessi e, se siete vigili, farete sempre nuove scoperte, momento dopo momento. Perché desideriamo avere un partner? È possibile vivere in questo mondo da soli, senza un marito o una moglie, senza bambini o amici? La maggior parte delle persone non è in grado di vivere in solitudine, perciò sente la necessità di una compagnia. Stare da soli richiede grande intelligenza, ed è necessario stare da soli per trovare Dio, la verità. È bello avere un compagno, un marito o una moglie, e anche avere figli; ma in tutto ciò ci smarriamo, ci perdiamo nella famiglia, nel lavoro, nella routine monotona e banale di un'esistenza in decadimento. Ci abituiamo a tal punto che il solo pensiero della solitudine ci spaventa e ci appare terribile. La maggior parte di noi ha messo tutta la sua fede in una cosa sola, tutte le proprie uova in un solo cestino, e le nostre vite non sono piene senza i nostri compagni, senza le nostre famiglie e le nostre occupazioni. Ma se c'è una ricchezza nella vita di una persona – non la ricchezza che si misura in denaro o conoscenza, che è alla portata di tutti, ma quella ricchezza che rappresenta il movimento della realtà, senza un inizio e senza una fine – allora la compagnia diventa un elemento secondario. Voi non siete educati alla solitudine. Andate mai a passeggiare da soli? È davvero importante uscire da soli, sedersi all'ombra di un albero – non con un libro, né con un compagno, ma in piena solitudine – e osservare la caduta di una foglia, ascoltare il rumore dell'acqua, il canto del pescatore, guardare il volo dell'uccello e quello dei propri pensieri mentre s'inseguono l'un l'altro nello spazio della propria mente. Se siete in grado di stare da soli e osservare tutte queste cose, scoprirete delle ricchezze straordinarie che nessun governo potrà mai tassare, che nessuna istituzione umana potrà mai corrompere e che non potranno mai essere distrutte. Per lei tenere lezioni è forse un passatempo? Non si stanca a parlare? Perché lo fa? Sono contento di questa domanda. Sapete, se amate qualcosa, non vi stancherà mai – intendo quel genere d'amore in cui non si è alla ricerca di un risultato o di un vantaggio. Quando si ama qualcosa, non si ha a che fare con l'appagamento personale, perciò non c'è delusione, né termine. Perché lo faccio? Potreste chiedervi ugualmente perché la rosa sboccia, o perché il gelsomino sprigiona il suo profumo oppure perché gli uccelli volano. Vedete, ho provato a non parlare, per vedere che cosa sarebbe successo. E questo può anche andar bene. Mi seguite? Se parlate perché avete un qualche fine – soldi, riconoscimenti, un sentimento di importanza – vi stancherete, il vostro parlare sarà distruttivo e privo di significato, in quanto guidato soltanto dalla voglia di appagamento personale; ma se c'è amore nei vostri cuori e questi non sono colmi delle cose della mente, non sarete diversi da una fontana, una fonte che offre eternamente acqua fresca. Che cos'è il destino? Sei davvero intenzionato ad andare a fondo di questo problema? Fare una domanda è una delle cose più semplici al mondo, ma essa ha un significato soltanto se la senti davvero e se ti preoccupa seriamente. Avete mai fatto caso al gran numero di persone che perdono interesse una volta che abbiano posto la propria domanda? L'altro giorno, un uomo mi ha fatto una domanda e ha cominciato a sbadigliare, a grattarsi la testa e a chiacchierare col vicino; aveva perso completamente l'interesse. Vi suggerirei dunque di non fare domande che non vi preoccupano davvero. Il problema del destino è tra i più complessi. Vedete, se una causa è stata innescata, inevitabilmente porterà a un risultato Se molte persone, che siano russi, americani o induisti, si preparano alla guerra, il loro destino sarà la guerra; anche se possono affermare di volere solo la pace e di allestire semplicemente le loro difese, avranno messo in moto delle cause che porteranno alla guerra. Analogamente, quando milioni di individui hanno preso parte per secoli allo sviluppo di una certa civiltà o cultura, hanno innescato un processo in cui ogni singolo essere umano è coinvolto e intrappolato, che lo si voglia o no; questo intero processo in cui si è intrappolati e trasportati da un particolare flusso di cultura o civiltà può essere definito destino. Dopotutto, se sei figlio di un avvocato e tuo padre desidera che tu stesso diventi avvocato, e se si realizza il suo desiderio anche a scapito delle tue reali aspirazioni, il tuo destino non potrà che essere quello dell'avvocato. Ma se rifiuti di diventare avvocato, se insisti nel voler fare ciò che pensi sia meglio per te, ovvero ciò che desideri fare realmente – che sia scrivere, dipingere, o mendicare – allora avrai interrotto il flusso, sarai sfuggito al destino che tuo padre aveva pensato per te. Lo stesso accade nei confronti di una cultura o di una civiltà. Questa è la ragione per la quale è necessario essere educati nella maniera giusta, ossia essere addestrati a non farsi soffocare dalla tradizione, a non farsi intrappolare nel destino di un particolare gruppo razziale, culturale o famigliare, ed essere istruiti in modo da non diventare degli uomini che si dirigono meccanicamente verso un fine predeterminato. La persona che sarà in grado di comprendere questo processo nella sua interezza, e che sarà in grado di fuggirlo e starsene in solitudine, avrà generato un proprio impulso; se la sua azione sarà una fuga dalla falsità verso la verità, allora l'impulso stesso rappresenterà la verità. Uomini di tal fatta sono liberi dal destino. Come possiamo conoscere noi stessi? Conoscete il vostro volto perché lo vedete spesso riflesso nello specchio. Ora c'è uno specchio in cui è possibile specchiare se stessi nella propria interezza – non solo il proprio volto, ma anche tutto ciò che pensiamo, sentiamo, le nostre motivazioni, i nostri desideri, le nostre esigenze e le nostre paure. Tale specchio è rappresentato dalle relazioni: la relazione tra voi e i vostri genitori, tra voi e i vostri insegnanti, tra voi e il fiume, gli alberi, la terra, tra voi e i vostri stessi pensieri. La relazione è uno specchio in cui è possibile vedersi, non come si vorrebbe essere, ma come si è realmente. Posso desiderare, nell'osservarmi in uno specchio normale, che l'immagine riflessa mi faccia apparire bello, ma questo non accade perché lo specchio riflette il nostro volto per quello che è e non c'è modo di ingannare se stessi. Analogamente, posso vedermi esattamente come sono nello specchio delle mie relazioni con gli altri. Posso vedere come parlo alle persone: in maniera più gentile con quelli che hanno delle cose da offrirmi, più rudemente con coloro che invece non hanno nulla da darmi in cambio. Sono premuroso con quelli di cui ho paura. Mi alzo immediatamente se fa il suo ingresso qualcuno di importante, ma quando è il servitore a entrare, non gli presto alcuna attenzione. Così, attraverso l'osservazione di me stesso nelle relazioni apprendo il mio falso rispetto nei confronti degli altri, non è vero? E posso anche scoprire me stesso nel mio essere in relazione con gli alberi e con gli uccelli, con le idee e con i libri. Potete avere tutti i diplomi accademici del mondo, ma se non conoscete voi stessi siete persone molto stupide. Conoscere se stessi è il vero fine dell'educazione. Senza una conoscenza di sé, il mero immagazzinare fatti e nozioni al fine di passare gli esami è un modo stupido di condurre la propria esistenza. Potete anche essere in grado di citare la Bhagavad gita, le Upanishad, il Corano e la Bibbia, ma a meno che non conosciate voi stessi, non sarete diversi da pappagalli che ripetono delle frasi. Laddove, non appena iniziate ad avere qualche conoscenza di voi stessi, per quanto piccola essa sia, avrete nondimeno innescato uno straordinario processo di creatività. È una scoperta vedersi all'improvviso per come si è realmente: avari, litigiosi, rabbiosi, invidiosi, stupidi. Osservare i fatti per quello che sono, senza volerli cambiare, vedere quel che si è rimane una scoperta stupefacente. Da questo stadio in poi è possibile andare sempre più in profondità, perché non c'è limite alla conoscenza di se stessi. Attraverso la conoscenza di sé si comincia a scoprire la natura di Dio, la verità, l'eternità. Il vostro insegnante può trasmettervi il sapere che, a sua volta, ha appreso dal suo insegnante, e voi potete anche fare bene agli esami, prendere un diploma e tutto il resto; ma, senza conoscere voi stessi così come conoscete il vostro volto riflesso nello specchio, tutte le altre cognizioni saranno irrilevanti. Le persone istruite che non conoscono se stesse sono realmente prive di intelligenza; non sanno cosa significa pensare, non sanno nulla della vita. È questa la ragione per la quale è importante che il precettore sia, a sua volta, educato nel vero senso della parola, vale a dire che deve conoscere tutti i meccanismi della propria mente e del proprio cuore, deve vedere se stesso per come è veramente nello specchio delle relazioni. La conoscenza di sé è l'inizio della saggezza. La conoscenza di sé comprende l'intero universo e tutti gli sforzi dell'umanità. Possiamo conoscere noi stessi senza l'aiuto di una guida? Per conoscere voi stessi avete forse bisogno di una guida, di qualcuno che vi stimoli e vi sproni? Ascoltate la domanda con molta attenzione e troverete la risposta corretta. Vedete, metà del problema è risolto per il solo fatto di studiarlo, non vi sembra? Ma non potete affrontare la questione in profondità se la vostra mente è alla ricerca spasmodica di una risposta. La domanda è: per avere conoscenza di sé è necessario qualcuno che ci guidi? Ora, se avete la necessità di un guru, di qualcuno che vi ispiri, che vi incoraggi, che vi dica che state andando bene, ciò significa che siete dipendenti da quella persona e inevitabilmente vi sentirete persi una volta che questa se ne sarà andata. Nell'istante stesso in cui dipendete da una persona o da un'idea per l'ispirazione, la paura sarà inevitabile e non ci sarà, pertanto, vera ispirazione. Invece, veder portare via un cadavere o osservare due persone che discutono non vi fa riflettere? Vedere un individuo veramente ambizioso o notare come tutti voi vi prostriate di fronte al governatore quando fa il suo ingresso, tutto questo non vi fa pensare? Dunque c'è ispirazione in ogni cosa, dalla caduta di una foglia alla morte di un uccello, fino ad arrivare al comportamento umano. Se osservate tutte queste cose, avrete sempre qualcosa da imparare; ma se riponete la vostra fiducia in una persona come il vostro maestro, allora siete perduti e quella stessa persona si trasformerà nel vostro incubo. Per questo motivo è importante non essere il discepolo di nessuno, non avere un maestro in particolare, ma semmai imparare dal fiume, dai fiori, dagli alberi, dalla donna che trasporta un peso, dai membri della vostra famiglia e dai vostri stessi pensieri. Questo è un tipo di educazione che nessuno, se non voi stessi, sarà in grado di impartirvi e questo è anche ciò che essa ha di bello. Richiede costante attenzione e una mente sempre alla ricerca. Dovete imparare attraverso l'osservazione, la lotta, la felicità e le lacrime. Date tutte le nostre contraddizioni interiori, come possiamo essere e al tempo stesso fare? Sapete che cos'è l'autocontraddizione? Se nella mia vita volessi fare qualcosa in particolare e allo stesso tempo desiderassi compiacere i miei genitori, i quali vorrebbero che facessi qualcosa di diverso, ci sarebbe conflitto in me, ci sarebbe una contraddizione. Ora, come posso risolvere tale contraddizione? Non posso risolverla nella mia interiorità, perché non può esserci alcuna integrazione tra l'essere e il fare. Dunque la prima cosa da fare è liberarsi di tale contraddizione. Immaginate di voler studiare pittura perché è per voi fonte di felicità e supponete che vostro padre dica che dovete diventare un avvocato o un uomo d'affari, altrimenti vi taglierà fuori e non pagherà più per la vostra istruzione; ci sarà, in circostanze simili, una contraddizione in voi, non è così? Ora, come farete a rimuovere questa contraddizione interiore e a liberarvi del conflitto e del dolore che genera? Finché sarete preda della contraddizione in voi stessi non sarete in grado di pensare; perciò dovete eliminarla, dovete scegliere tra le due alternative. Quale sarà la vostra scelta? Vi sottometterete alla volontà di vostro padre? Se lo faceste, ciò equivarrebbe a mettere da parte la vostra felicità e a intraprendere qualcosa che non amate realmente; questa scelta sarà sufficiente a eliminare la contraddizione? Mentre, se vi opponeste a vostro padre, se diceste: «Mi spiace, non m'importa se dovrò chiedere l'elemosina, se soffrirò la fame, ma io farò il pittore» allora la contraddizione sarà destinata a venire meno; in tal caso l'essere e il fare potranno coesistere, perché siete consapevoli di ciò che volete fare e lo fate con tutto il vostro cuore. Ma se diventaste un avvocato o un uomo d'affari, mentre il vostro reale desiderio è quello di essere un pittore, allora per il resto della vostra vita non sareste altro che un essere umano apatico e stanco che vive nel tormento, nella frustrazione, nella infelicità, che distrugge se stesso e gli altri. Questo è un problema veramente importante su cui riflettere, dal momento che man mano che crescerete i vostri genitori vi imporranno di fare certe cose e se non avete bene chiaro in mente ciò che volete fare, sarete come pecore condotte al macello. Ma se scoprite ciò che amate fare e a esso dedicate la vostra vita, non ci sarà alcuna contraddizione, e in tal caso il vostro essere coinciderà con il vostro fare. Come possiamo mettere in pratica ciò che dice? Sentite cose che vi sembrano giuste e vorreste metterle in pratica nella vostra vita quotidiana; dunque c'è una distanza tra ciò che pensate e ciò che fate, non è così? Pensate una cosa e fate qualcosa di diverso; volete mettere in pratica ciò che pensate ed è per questo che c'è una separazione tra azione e pensiero; poi chiedete come è possibile colmare questa distanza, ossia come è possibile connettere il pensiero con l'azione. Ora, quando desiderate molto fare qualcosa la fate, non è così? Quando desiderate andare a giocare a cricket, o fare qualsiasi altra cosa a cui siete molto interessati, trovate modi e mezzi per farla; non vi chiedete mai come metterla in pratica. La fate perché siete smaniosi, perché la vostra mente, il vostro cuore, il vostro intero essere è volto a quel fine. Ma in queste altre questioni siete diventati assai scaltri, pensate una cosa e ne fate un'altra. Dite: «È un'idea eccellente e la approvo sotto l'aspetto teorico, ma non so che farmene, perciò dimmi come posso metterla in pratica» – il che significa che non volete affatto metterla in pratica. Ciò che realmente vi interessa è ritardare l'azione, perché provate piacere a essere un pò invidiosi o qualcos'altro. Dite: «Tutti gli altri sono invidiosi, perché non posso esserlo anch'io?» e continuate esattamente come prima. Ma se davvero volete smettere di essere invidiosi e cogliete la realtà dell'invidia così come cogliete la realtà di un cobra, allora cesserete di esserlo e ciò segnerà la fine del problema; ovvero non chiederete più come ci si possa liberare dall'invidia. Ciò che è importante, dunque, è vedere la verità di qualcosa e non chiedersi come realizzarla, poiché ciò significherebbe non vederla affatto. Quando incontrate un cobra per strada non vi domandate: «Che cosa devo fare?». Comprendete piuttosto bene quale pericolo rappresenti un cobra e gli state alla larga. Ma non avete mai analizzato tutte le implicazioni dell'invidia; nessuno ve ne ha mai parlato, affrontando la questione in profondità. Vi hanno detto di non essere invidiosi, ma non avete mai esaminato la natura dell'invidia; non avete mai osservato come la società e tutte le organizzazioni religiose si fondino su di essa, ovvero sul desiderio di diventare qualcuno o qualcosa. Nel momento stesso in cui si va in profondità nella comprensione dell'invidia e se ne vede realmente la verità, essa si dissolve. Chiedere: «Come posso fare?» è porre una domanda superficiale, perché quando si è realmente interessati a fare una cosa che non si è in grado di fare, si inizia a farla e ben presto si ha la risposta che si stava cercando. Se ci si rilassa e si dice: «Per favore dimmi un modo pratico per far cessare l'avidità» si seguiterà a essere avidi. Ma se si indaga l'avidità con mente attenta, senza pregiudizi, e se in questa indagine si mettono tutte le proprie energie, si scoprirà da soli la verità sull'avidità, ed è la verità che ci libera, non la ricerca di un modo per liberarci. Che cos'è che ci fa temere la morte? Pensate forse che una foglia che cade al suolo abbia paura della morte? O che un uccello viva con la paura di morire? Incontra la morte, quando questa si presenta; ma non è preoccupato di morire, piuttosto è occupato a vivere, a cacciare insetti, a costruire nidi, a cinguettare, a volare per la gioia stessa di volare. Avete mai osservato gli uccelli solcare il cielo senza battere le ali, trasportati esclusivamente dal vento? Sembra un divertimento senza fine per loro! E non si preoccupano della morte. Se questa arriva, poco male, la loro esistenza termina lì. Non mostrano alcuna preoccupazione su cosa potrà loro accadere; vivono istante per istante – non è forse così? Siamo noi uomini a essere sempre preoccupati della morte, perché non viviamo realmente. Questo è il problema: ci prepariamo alla morte, non viviamo. I vecchi sono a un passo dalla tomba, i più giovani qualche passo indietro. Vedete, c'è questa preoccupazione nei confronti della morte perché abbiamo paura di perdere ciò che conosciamo, le cose che abbiamo accumulato. Abbiamo paura di perdere la moglie o il marito, un figlio o un amico; abbiamo il timore di perdere ciò che abbiamo imparato, accumulato. Se potessimo portare con noi tutto ciò che abbiamo raccolto – i nostri amici, i nostri averi, le nostre virtù, il nostro carattere – la morte non ci farebbe paura, non credete? Questo è il motivo per il quale inventiamo teorie sulla morte e su ciò che la segue. Ma il fatto è che la morte è una fine e la maggior parte di noi non è disposta ad accettarlo. Non vogliamo abbandonare ciò che conosciamo; così è il nostro attaccamento al noto, e non l'ignoto, a farci paura. L'ignoto non può essere percepito attraverso il noto. Ma la mente, essendo costituita di ciò che è noto, dice: «Sono giunta al termine» e perciò si spaventa. Ora, se poteste vivere istante dopo istante, senza preoccuparvi del futuro, se poteste vivere senza l'assillo del domani – il che non equivale a vivere nella mera superficialità dell'oggi; se, consapevoli dell'intero processo di ciò che ci è noto, foste in grado di rinunciarvi, di lasciarlo andare completamente, allora scoprireste che qualcosa di sorprendente sta accadendo. Provateci per un giorno – mettete da parte tutto ciò che sapete, dimenticatelo, e vedete che cosa capita. Non portatevi le vostre preoccupazioni da un giorno all'altro, da un'ora all'altra, da un momento all'altro; lasciatele andare e vedrete che da questa libertà si originerà una vita straordinaria che contempla tanto il vivere quanto il morire. La morte è soltanto la conclusione di qualcosa e in essa risiede il rinnovamento. Che cosa intende con «cambiamento totale» e come può essere realizzato nel proprio essere? Credete che possa esserci un cambiamento totale se cercate di realizzarlo? Sapete in che cosa consiste il cambiamento? Supponete di essere ambiziosi e di avere cominciato a capire che cosa comporta l'ambizione: speranza, soddisfazione, frustrazione, crudeltà, dispiacere, indifferenza, avidità, invidia, un'assoluta mancanza d'amore. Vedendo tutto ciò che cosa fate? Compiere uno sforzo per cambiare o trasformare l'ambizione è solo un'altra forma di ambizione, non è così? Implica il desiderio di essere qualcos'altro. Puoi reprimere un desiderio, ma nel farlo non potrai che coltivarne un altro che porterà dispiacere. Ora, se capite che l'ambizione produce dispiacere e che anche il desiderio di mettere fine all'ambizione è foriero di dispiacere, se vedete da soli la verità di ciò in maniera chiara e non agite ma lasciate che sia la verità ad agire, allora questa stessa verità produrrà nella mente un cambiamento fondamentale, una rivoluzione totale. Ma ciò richiede una grande dose di attenzione, di penetrazione, di acume. Quando vi si dice, come succede, che dovete essere buoni, che dovete amare, che cosa accade in genere? Dite: «Devo esercitarmi a essere buono, devo dimostrare amore nei confronti dei miei genitori, nei confronti del servitore, nei confronti dell'asino e nei confronti di ogni cosa». Questo significa che vi state sforzando di amare – cosicché l'amore diventa qualcosa di scadente, insignificante, così come lo diventa la fratellanza incessantemente professata dai nazionalisti, il che è stupido e insulso. È l'avidità a determinare queste pratiche. Ma se cogliete la verità sul nazionalismo, sull'avidità, e fate in modo che la verità agisca su di voi, allora sarete affratellati senza compiere alcuno sforzo. Una mente che professa l'amore non può amare. Ma se amate e non interferite con l'amore, esso sortirà i suoi effetti. Un giorno ha detto che dovremmo starcene seduti in silenzio a osservare l'attività della nostra mente; ma i nostri pensieri svaniscono non appena prestiamo loro attenzione. Come possiamo percepire la nostra mente, se la mente è sia il soggetto che l'oggetto della percezione? Questa è una domanda particolarmente complessa, che tocca diverse questioni. C'è un soggetto che percepisce o c'è solo percezione? Vi prego di seguirmi con attenzione. C'è un soggetto che pensa o c'è solo pensiero? Non c'è dubbio che il soggetto che pensa non esista dal principio. Per prima cosa c'è il pensiero, il quale crea il soggetto che pensa – il che significa che si è realizzata una frattura nel pensiero. È quando tale frattura si realizza che si generano il soggetto che osserva e l'osservare, il soggetto che percepisce e l'oggetto della percezione. Come colui che mi ha posto la domanda ha osservato, se esaminate la vostra mente, se ne esaminate i pensieri, essi svaniranno; ma in realtà c'è soltanto la percezione, non c'è un soggetto della percezione. Quando guardate un fiore, quando lo osservate soltanto, in quell'istante, c'è forse un'entità che osserva? Oppure c'è solo l'atto dell'osservare? Vedere il fiore vi fa dire: «Com'è bello, lo desidero»; è così che l'«io» viene alla luce, attraverso il desiderio, la paura, l'avidità, l'ambizione, che seguono l'atto del vedere. È tutto questo che crea l'«io» e in assenza di ciò l'«io» non esiste. Se andate a fondo di questo problema nella sua interezza, scoprirete che nell'istante stesso in cui la mente è silente, completamente immobile, ovvero quando non ci sono movimenti del pensiero e perciò non c'è alcun soggetto d'esperienza, alcun indagatore, quella stessa immobilità ha la sua logica creativa. In tale immobilità, la mente si trasforma in qualcosa di diverso. Ma la mente non può conquistare questa immobilità attraverso qualche strumento, qualche disciplina o pratica; non è qualcosa che sopravviene grazie al fatto di starsene seduti in un angolo a cercare di concentrarsi. Questa immobilità sopraggiunge una volta che si siano comprese le modalità della mente. È la mente che ha creato l'immagine scolpita nelle pietre che la gente venera; è la mente che ha creato la Bhagavad gita, le religioni organizzate, le innumerevoli fedi; e, per scoprire ciò che è reale, è necessario andare oltre le creazioni della mente. L'uomo consiste esclusivamente di mente e cervello, oppure è fatto di qualcosa di più? Come potete scoprirlo? Se ciò che intendete fare è semplicemente credere, speculare, o accettare ciò che ha detto Shankara, Buddha o qualcun altro, non state affatto indagando, non state cercando di scoprire la verità. Avete a vostra disposizione un solo strumento, che è la mente, e la mente è anche cervello. Perciò, per sapere la verità sull'argomento, dovete comprendere le modalità della mente, non vi pare? Se la mente è disonesta non riuscirete a coglierla in maniera diretta; se la mente è limitata non potrete percepire l'illimitabile. La mente è lo strumento della percezione e per percepire in maniera veritiera essa deve divenire retta e ogni suo condizionamento, ogni suo timore, deve essere eliminato. La mente deve anche liberarsi del sapere, perché il sapere la distrae e rende tutto contorto. La straordinaria capacità della mente di inventare, immaginare, speculare, pensare non deve forse essere messa da parte al fine di renderla semplice e trasparente? Infatti, è soltanto la mente innocente, la mente che ha fatto innumerevoli esperienze ma che ciò nondimeno è libera dal sapere e dall'esperienza, che può scoprire cosa c'è in più della mente e del cervello. Altrimenti, ciò che scoprirete sarà colorato delle cose di cui avete già cognizione e la vostra esperienza non è che il risultato dei condizionamenti. Perché siamo fondamentalmente egoisti? Possiamo fare del nostro meglio per non esserlo nei nostri comportamenti, ma non appena vengono toccati i nostri interessi siamo assorbiti da noi stessi e diventiamo indifferenti nei confronti degli altri Credo che sia molto importante non dirsi né egoisti né generosi, perché le parole possono avere un'enorme influenza sulla mente. Chiamate un uomo egoista ed egli sarà segnato; chiamatelo professore e qualcosa accadrà nel vostro atteggiamento verso di lui; chiamatelo «mahatma» e immediatamente si creerà un cerchio di luce intorno a lui. Osservate le vostre reazioni e capirete che parole come «avvocato», «uomo d'affari», «governatore», «servitore», «amore», «Dio» hanno uno strano effetto sui nervi e sulla mente. La parola che denota una funzione particolare evoca il senso di uno status; così, per prima cosa, è necessario liberarsi di questa abitudine inconscia di associare certe sensazioni a certe parole, non vi sembra? La vostra mente è stata costretta a pensare che il termine «egoista» denoti qualcosa di sbagliato, di non spirituale, e nell'istante stesso in cui usate quella parola in relazione a qualcosa, la condannate. Così quando fate la domanda «perché siamo fondamentalmente egoisti?», le attribuite già un significato di condanna. È molto importante essere consapevoli del fatto che molte parole provocano in voi delle reazioni intellettuali, emotive, nervose, di approvazione o di condanna. Nel definire voi stessi come persone gelose, ad esempio, bloccate immediatamente ogni possibilità di ricerca, impedite la vostra comprensione del problema della gelosia. Analogamente, ci sono molte persone che sostengono di battersi per la fratellanza, eppure tutto ciò che fanno va contro tale sentimento; ma non vedono ciò perché la parola «fratellanza» ha per loro un certo significato e di esso sono già persuasi; non fanno ricerche ulteriori e perciò non sapranno mai quali sono i fatti a prescindere dalle reazioni neurologiche o emotive che la parola suscita. Pertanto, questa è la prima cosa da farsi: provare a vedere se si è in grado di guardare ai fatti senza farsi condizionare dagli elementi di condanna o approvazione che sono associati a certe parole. Se si è in grado di guardare ai fatti senza sentimenti di condanna o approvazione, scoprirete che nel processo stesso di osservazione risiede la possibilità di dissolvere ogni barriera eretta dalla mente tra sé e i fatti. Osservate semplicemente il vostro atteggiamento nei confronti di una persona che la gente definisce un grand'uomo. Il termine «grand'uomo» avrà avuto un effetto su di voi; i giornali, i libri, i suoi seguaci dicono tutti di lui che è un grand'uomo e la vostra mente non fa che accettare questo giudizio. Oppure assumete l'atteggiamento opposto e dite: «Quanto è stupido, non è affatto un grande uomo». Mentre, se foste in grado di tenere la vostra mente distante da tutte le influenze e sapeste guardare semplicemente ai fatti, il vostro approccio si rivelerebbe completamente diverso. Allo stesso modo, la parola «contadino», con le sue connotazioni di povertà, sporcizia, squallore, o quel che è, influenza il vostro modo di pensare. Tuttavia, una volta che la mente sia immune dalle influenze, non giudichi e guardi semplicemente ai fatti, non sarà più assorbita da se stessa e anche il problema dell'egoista che non vuole esserlo sarà destinato a svanire. Voglio operare nel sociale, ma non so da dove cominciare Qual è la ragione per la quale desideri operare nel sociale? È perché vedi la miseria che abita il mondo – la fame, la malattia, lo sfruttamento, l'indifferenza brutale delle grandi ricchezze accostate all'enorme povertà, l'inimicizia tra gli uomini? È questa la ragione? Vuoi lavorare nel sociale perché c'è amore nel tuo cuore e non sei pertanto preoccupato della tua soddisfazione personale? Oppure il lavoro nel sociale è una forma di fuga da te stesso? Hai capito cosa intendo? Ad esempio, osservata tutta la mostruosità di un matrimonio ortodosso, tu dici: «Non mi sposerò mai» e non vedi alternative se non quella di buttarti nel lavoro sociale; oppure sono i tuoi genitori ad avertelo imposto o i tuoi ideali. Se rappresenta una via di fuga, o se stai semplicemente perseguendo un ideale imposto dalla società, da un leader o da un prete, o da te stesso, allora qualsiasi genere di lavoro nel sociale intraprenderai non potrà che produrre altra miseria. Ma se c'è amore nel tuo cuore, se sei alla ricerca della verità e sei una persona veramente religiosa, se non sei più ambizioso, se non insegui più il successo e le tue virtù non sono un viatico per la rispettabilità – allora la tua vita rappresenterà un contributo alla trasformazione radicale della società. Credo sia davvero importante comprendere ciò. Quando si è giovani, come la maggior parte di voi, si sente il desiderio di fare qualcosa e l'impegno nel sociale è la scelta naturale; lo dicono i libri, lo pubblicizzano i giornali, ci sono scuole apposite e così via. Ma vedete, senza conoscenza di sé, senza una comprensione di sé e delle proprie relazioni, qualsiasi impegno nel sociale sarà un buco nell'acqua. È l'uomo felice il vero rivoluzionario, non l'idealista o il fuggiasco infelice, e l'uomo felice non è chi ha molti possedimenti. Semmai lo è l'uomo veramente religioso, il cui destino è nel sociale. Ma se diventate uno dei tanti operatori del sociale, il vostro cuore rimarrà vuoto. Potete anche donare i vostri quattrini o convincere gli altri a farlo, potete essere i promotori di riforme straordinarie, ma finché il vostro cuore sarà vuoto e la vostra mente sarà colma di teorie, la vostra vita si rivelerà banale, stanca e priva di gioia. Pertanto, per prima cosa, cercate di capire voi stessi e vedrete che da questa conoscenza di se verrà il giusto tipo di azioni. È possibile smettere di fare ciò che ci piace e avere nondimeno la possibilità di trovare la via per la libertà? Sapete, una delle cose più complicate da scoprire è ciò che si vuole fare davvero, non solo nella nostra adolescenza, ma in tutta la nostra vita. E a meno che non siate in grado di scoprirlo da soli, con tutto il vostro essere, finirete col fare qualcosa che non vi interessa per nulla e la vostra sarà una vita infelice; per attenuare tale infelicità cercherete distrazioni nei film, nel bere, nel leggere una gran quantità di libri, in qualche genere di riforma sociale e tutto il resto. Dunque, chi vi educa può aiutarvi nella scoperta di ciò che volete fare per tutta la vostra vita, a prescindere da quale possa essere la volontà dei vostri genitori e della società? Questo è il vero interrogativo, non credete? Perché una volta scoperto ciò che si desidera fare con tutto il proprio essere si sarà persone libere; si avranno talento, fiducia e iniziativa. Ma se si è all'oscuro di ciò che si desidera realmente fare e si diventa avvocati, politici, questo e quest'altro, non potrà esserci felicità perché tali professioni non sono altro che un mezzo di distruzione di sé e degli altri. Dovete scoprire da soli che cosa amate fare veramente. Non pensate in termini di scelta di una vocazione per essere parte della società, perché non è questo il modo di scoprire ciò che si ama fare davvero. Quando si ama fare qualcosa, non ci sono problemi di scelta. Quando si ama e si lascia fare all'amore ciò che deve fare, vi sarà l'agire corretto, perché l'amore non è ricerca di successo e non porta alla trappola dell'imitazione; ma se dedicate la vostra vita a qualcosa per cui non provate amore, non sarete mai liberi. Tuttavia fare semplicemente ciò che vi piace non è fare ciò che amate. Per scoprire che cosa amate fare veramente bisogna essere dotati di grande acume e intelligenza. Non cominciate a pensare di dovervi guadagnare da vivere; se scoprite che cosa amate fare, avrete di conseguenza i mezzi per mantenervi. Qual è il motivo per il quale, dalla nascita alla morte, le persone vogliono sempre essere amate e perché se ciò non accade esse non mostrano la stessa sicurezza in se stessi dei loro simili? Pensate davvero che i loro simili siano così sicuri di sé? Possono anche camminare impettiti, darsi delle arie, ma scoprirete che dietro l'apparenza di sicurezza molte persone sono vuote, banali, mediocri, e non sono realmente sicure di sé. E perché desideriamo essere amati? Non desiderate forse essere amati dai vostri genitori, dai vostri insegnanti, dai vostri amici? E, se siete adulti, volete essere amati da vostra moglie, da vostro marito, dai vostri figli o dal vostro guru. Qual è la ragione di questa costante brama d'amore? Ascoltate attentamente. Volete essere amati perché non amate; ma nel momento stesso in cui amate, è tutto finito: non vi preoccupate più di sapere se qualcuno vi ama. Finché chiedete di essere amati, non ci sarà amore in voi; senza amore siete inguardabili, imbruttiti, e per quale ragione dovreste essere amati? Senza amore siete una cosa morta; e quando una cosa morta chiede amore è pur sempre morta. D'altra parte, se il vostro cuore trabocca d'amore, non chiederete mai di essere amati, né porgerete mai il vostro cappello di mendicante d'amore perché qualcuno vi faccia l'elemosina. Soltanto chi è vuoto chiede di essere riempito e un cuore vuoto non potrà mai essere riempito correndo dietro a un guru o cercando amore in cento altri modi. Qual è il ruolo dell'età nella ricerca di Dio? Che cos'è l'età? È forse il numero di anni che si sono vissuti? Questa è solo una parte della definizione di età; siete nati in un particolare anno e adesso avete quindici, quaranta o sessantanni. Il vostro corpo invecchia e lo stesso fa la vostra mente sotto il peso di tutte le esperienze, le miserie e le fatiche della vita; una mente siffatta non potrà mai scoprire che cos'è la verità. La mente è in grado di fare scoperte soltanto quando è giovane, fresca, innocente; ma l'innocenza non è questione d'età. Non è solo il bambino a essere innocente – può non esserlo – ma anche la mente che è in grado di fare esperienza senza accumulare il prodotto di tale esperienza. La mente deve esperire, questo è inevitabile. Deve reagire di fronte a ogni cosa – il fiume, l'animale malato, il cadavere portato alla cremazione, il contadino che trascina pesi lungo la strada, le torture e le miserie della vita – altrimenti è già morta; ma deve anche essere in grado di reagire senza farsi imprigionare dall'esperienza. È la tradizione, l'accumulo di esperienza, la polvere della memoria a rendere vecchia la mente. La mente che dona la morte alle memorie del giorno prima, a tutte le gioie e ai dispiaceri del passato è una mente fresca, innocente, senza età; e senza innocenza, che si abbiano dieci o sessant'anni, non è possibile trovare Dio.
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