Suggerimento
Subscribe to the Subscribe
And/or subscribe to the Daily Meditation Newsletter (Many languages)

                         Diaspora      rss 

Lettere alle scuole

Lettere alle scuole
Titolo originale dell’opera LETTERS TO SCHOOLS
Traduzione di PATRIZIA NICCII

1 settembre 1978

Poiché desidererei tenermi in contatto con tutte le scuole dell’In­dia, la Brockwood Park in Inghilterra, la Oak Grove School di Ojai, in California, e la Wolf Lake School in Canada, mi prefiggo di inviare a tutte una lettera ogni due settimane finché mi sia possibile. Na­turalmente, è difficile mantenersi in contatto di persona con tante scuole e quindi, potendo, mi piacerebbe moltissimo scrivere lettere in modo da suggerire cosa dovrebbero essere le nostre scuole, e co­municare a tutti coloro che ne sono responsabili che le scuole non devono essere eccellenti soltanto accademicamente ma da molti altri punti di vista. Esse si devono occupare dello sviluppo di tutto l’essere umano. Questi centri d’istruzione devono aiutare lo studente e l’insegnante a fiorire in modo naturale; fioritura che è davvero im­portantissima, altrimenti l’istruzione diviene unicamente un proces­so meccanico indirizzato verso una carriera, verso una certa profes­sione. La carriera e la professione, nella società attuale, sono inevita­bili, ma se gli dedichiamo tutto il nostro interesse la libertà di fiorire avvizzirà gradualmente. Abbiamo dato troppa importanza agli esami e al conseguimento di buoni titoli.

Ciò non è lo scopo principale per cui furono fondate le nostre scuole, né ciò significa che lo studente sarà inferiore accademicamente. Al contrario, con la fioritura del maestro come pure dello studente, la carriera e la professione avranno il loro giusto posto. La società, la cultura in cui viviamo, favorisce ed esige che lo studente sia indirizzato verso un lavoro e la sicurezza fisica. È la pressione costante di tutte le società; innanzitutto la carriera e ogni altra cosa è secondaria. Vale a dire, innanzitutto il denaro e in secondo luogo i complessi aspetti della nostra vita quotidiana. Noi stiamo tentando di invertire questo processo perché l’uomo non può essere felice con il solo denaro. Quando il denaro diventa il fattore dominante della vita non vi è equilibrio nella nostra attività quotidiana. Perciò, potendo, vorrei che tutti gli insegnanti se ne rendessero conto seriamente e ne comprendessero a fondo il significato. Se l’insegnante ne comprende l’importanza, e gli ha dato il posto che merita nella sua stessa vita, può aiutare lo studente che viene forzato dai genitori e dalla società a considerare la carriera la cosa più importante. Pertan­to, nella mia prima lettera, vorrei sottolineare tale punto e conservare sempre nelle nostre scuole un sistema di vita che coltivi tutto l’es­sere umano.

Poiché gran parte della nostra istruzione consiste nell’acquisizione di conoscenze, essa ci rende sempre più meccanici; la nostra mente funziona lungo stretti canali, quali che siano le conoscenze che ac­quisiamo: scientifiche, filosofiche, religiose, commerciali o tecnologiche. Il nostro modo di vivere, tanto in famiglia quanto al di fuori di essa, e la nostra specializzazione in una particolare professione, ren­dono la nostra mente sempre più stretta, limitata e incompleta. Tutto ciò porta a un sistema di vita meccanicistico, a una standardizza­zione mentale, e così gradualmente lo Stato, anche uno Stato demo­cratico, impone ciò che dobbiamo divenire. Naturalmente, la mag­gior parte delle persone riflessive ne è consapevole, ma sfortunatamente sembra accettarlo. Pertanto ciò è divenuto un pericolo per la libertà.

La libertà è un argomento molto complesso, e per comprenderne la complessità è necessaria la fioritura della mente. Ciascuno, natu­ralmente, darà una diversa definizione della fioritura dell’uomo, una definizione che dipende dalla propria cultura, dalla cosiddetta educazione, dall’e­sperienza, dalla superstizione religiosa – vale a dire, dal proprio condizionamento. Qui non ci occupiamo di opinioni o pregiudizi, ma piuttosto di una comprensione non verbale delle implicazioni e conseguenze della fioritura mentale. Questa fioritura è lo schiudersi totale e la coltivazione della nostra mente, del cuore e del nostro be­nessere fisico. Vale a dire, il vivere in una completa armonia in cui non vi sia alcuna opposizione o contraddizione tra loro. La fioritura della mente può aver luogo solo quando vi sia una percezione chia­ra, oggettiva, impersonale, alleviata da ogni sorta di imposizioni. Non si riferisce a cosa pensare ma a “come” pensare chiaramente. Per secoli, tramite la propaganda e così via, ci è stato suggerito cosa pensare. Gran parte dell’istruzione moderna è così, e non un’inve­stigazione dell’intero movimento del pensiero. La fioritura implica la libertà; come ogni pianta ha bisogno di libertà per svilupparsi.

Durante l’anno prossimo, in ogni lettera, tratteremo questo argomento in modi diversi: il risveglio del cuore, che non è sentimentale, romantico o visionario, ma è un risveglio della bontà nata dall’affet­to e dall’amore; e la cultura del corpo, la giusta qualità dei cibi, l’esercizio appropriato, che daranno origine a una profonda sensibi­lità. Quando questi tre sono in completa armonia – vale a dire, la mente, il cuore e il corpo – la fioritura giunge in modo naturale, facil­mente e alla perfezione. Ecco il nostro compito di insegnanti, la no­stra responsabilità: l’insegnamento è la professione più elevata della vita.

15 settembre 1978

La bontà può fiorire soltanto nella libertà. Non può sbocciare nel terreno di una qualsiasi persuasione, né per costrizione, né è il risul­tato di ricompense. Non si rivela quando vi è una specie qualsiasi di imitazione o conformismo, e naturalmente non può esistere quando è presente la paura. La bontà si mostra nel comportamento, e il com­portamento è basato sulla sensibilità. La bontà viene espressa nell’a­zione. L’intero moto del pensiero non è la bontà. Il pensiero, tanto complesso, deve essere compreso, ma la stessa comprensione lo ren­de conscio dei propri limiti.

La bontà non ha alcun opposto. Gran parte di noi considera la bontà l’opposto della cattiveria o del male, e perciò nel corso della storia in ogni cultura la bontà è stata considerata l’altra faccia di ciò che è brutale. Quindi l’uomo ha sempre lottato contro il male al fine di essere buono; ma la bontà non potrà mai nascere se vi è una qual­siasi forma di violenza o lotta.

La bontà si rivela nel comportamento, nell’azione e nei rapporti. Generalmente il nostro comportamento quotidiano è basato o sul seguire alcuni modelli – meccanico e pertanto superficiale – o sul conformarsi a ragioni ponderate molto accuratamente, basate sulla ricompensa o la punizione. Quindi il nostro comportamento, consciamente o incon­sciamente, è calcolato. Questo non è un buon comportamento. Quan­do lo si comprende, non solo intellettualmente o mettendo insieme le parole, da questa negazione totale si manifesta il vero comportamento.

In essenza, il comportamento buono è l’assenza del sé, dell’io. Si mostra nella gentilezza, nel rispetto verso gli altri, sottomettendosi senza perdere integrità. Quindi il comportamento diviene straordi­nariamente importante. Non è una cosa casuale da sorvolare, né un balocco della mente sofisticata. Risulta dal più profondo del vostro essere, ed è parte della vostra esistenza quotidiana.

La bontà si rivela nell’azione. Dobbiamo distinguere l’azione dal comportamento. Probabilmente sono entrambi la stessa cosa, ma per chiarezza li si deve separare ed esaminare. L’agire correttamente è una delle cose più difficili da fare. È molto complesso e lo si deve esaminare con grande attenzione senza impazienza e senza saltare a qualche conclusione.

Nella nostra vita quotidiana l’azione è un movimento continuo dal passato, spezzato di quando in quando da un nuovo gruppo di con­clusioni; queste conclusioni divengono quindi il passato e noi agia­mo in conseguenza. Si agisce conformemente a idee o ideali già con­cepiti, per cui si agisce sempre o partendo dalla conoscenza accumu­lata, cioè il passato, o partendo da un futuro idealistico, una utopia.

Accettiamo una tale azione come normale. Lo è? La mettiamo in dubbio dopo che è accaduta o prima di farla, ma la discussione si basa su conclusioni precedenti o sulla ricompensa o punizione futu­re. Se faccio questo – avrò quello, e così via. Così ora mettiamo in di­scussione tutto il concetto accettato di azione.

L’azione ha luogo in seguito all’accumulazione di conoscenza o esperienza; oppure agiamo, e impariamo da questa azione, piacevole o spiacevole, e l’imparare diviene ancora una volta l’accumulazione di conoscenza. Quindi entrambe le azioni sono basate sulla cono­scenza; non sono diverse. La conoscenza è sempre il passato e perciò le nostre azioni sono sempre meccaniche.

Vi è un’azione che non sia meccanica, non imitativa, non abitudi­naria e perciò priva di rammarico? È veramente importante che noi lo comprendiamo, perché dov’è la libertà e il fiorire della bontà, l’azione non può essere mai meccanica. Scrivere è meccanico, studiare una lingua, guidare un’automobile è meccanico; l’acquisire ogni specie di conoscenze tecniche e l’agire conformemente a esse è mec­canicistico. Di nuovo, in questa attività meccanica vi potrebbe essere un’interruzione, e in questa interruzione viene concepita una nuova conclusione che a sua volta diviene meccanica. Si deve tenere a mente sempre che la libertà è essenziale alla bellezza della bontà. Vi è un’azione nonmeccanica ma dovete scoprirla. Non potete esserne informati, non potete essere istruiti in essa, non potete imparare da esempi, perché in tal caso diviene imitazione e conformismo. Allora avete perso totalmente la libertà e non vi è alcuna bontà.

Penso che ciò sia sufficiente per questa lettera, ma proseguiremo nella prossima con il fiorire della bontà nei rapporti.

1 ottobre 1978

Dobbiamo proseguire, se possibile, con il fiorire della bontà in tutti i nostri rapporti, siano essi i più intimi o i più superficiali, o nelle faccende ordinarie di ogni giorno. Il rapporto con un altro essere umano è una delle cose più importanti della vita. La maggior parte di noi non è molto seria nei propri rapporti, perché noi ci interessia­mo in primo luogo di noi stessi, e degli altri quando ciò sia conve­niente, soddisfacente o sensualmente piacevole. Noi trattiamo i rapporti, per così dire, da lontano, e non come un qualcosa in cui siamo totalmente coinvolti.

Non ci riveliamo quasi mai a un altro, perché non siamo pienamente consapevoli di noi stessi e ciò che mostriamo all’altro nel rapporto è possessivo, dominante o dipendente. Vi è l’altro e l’io, due entità separate che mantengono una divisione permanente fino alla morte. L’altro si interessa di se stesso, per cui questa divisione è con­servata per tutta la vita. Naturalmente si mostra comprensione, affet­to, incoraggiamento generale, ma questo processo separativo va avanti. E da ciò ha origine l’inopportunità, l’affermazione di tempe­ramenti e desideri, e quindi vi è la paura e la conciliazione. Sessual­mente vi può essere una riunione, ma questo particolare rapporto quasi statico del tu e dell’io è sostenuto da liti, offese, gelosie e da tutti gli sforzi penosi. Generalmente tutto ciò viene considerato un buon rapporto.

Ora, può fiorire la bontà in tutto questo? Eppure i rapporti sono la vita e senza qualche tipo di rapporto non si può esistere. L’eremi­ta, il monaco, per quanto si possano allontanare dal mondo, portano il mondo con loro. Lo possono rifiutare; lo possono reprimere; si possono torturare, ma rimangono ancora in una specie di rapporto con il mondo, perché essi sono il risultato di migliaia di anni di tradizione, superstizione e di tutte le conoscenze che l’uomo ha accu­mulato per millenni. Quindi non vi è scampo da tutto ciò.

Vi è il rapporto tra l’insegnante e lo studente. Deve il maestro conservare, sia intenzionalmente che inconsapevolmente, il proprio senso di superiorità e perciò stare sempre su un piedistallo, facendo sì che lo studente si senta inferiore, una persona che si debba istrui­re? Evidentemente in questo caso non vi è alcun rapporto. Da ciò, da parte dello studente, ha origine la paura, un senso di oppressione e di tensione, e pertanto lo studente impara sin dall’adolescenza la qualità della superiorità; lo si fa sentire sminuito, e così per tutta la vita o diventa l’aggressore o è continuamente remissivo e dipendente.

La scuola è un luogo di riposo in cui entrambi, l’insegnante e lo studente, imparano. Questa è la realtà principale della scuola: impa­rare. Per riposo non intendiamo dire l’avere tempo per se stessi, benché anche questo sia necessario; non significa prendere un libro e sedersi sotto un albero, o nella vostra camera, leggendo a caso. Non significa uno stato mentale sereno; non significa certamente essere oziosi o passare il tempo a sognare a occhi aperti. Riposo signi­fica una mente che non si occupa costantemente di qualcosa, di un problema, di qualche gioia, di qualche piacere sensoriale. Il riposo implica una mente che ha un tempo infinito per osservare: osservare ciò che accade intorno a sé e ciò che accade entro il sé; avere agio di ascoltare, di vedere chiaramente. Il riposo implica la libertà, che generalmente viene interpretata come il fare ciò che si desidera, che è poi quanto gli esseri umani fanno in ogni caso, creando moltissimi mali, sofferenze e confusione. Il riposo implica una mente quieta, nessun motivo e quindi nessuna direzione. Questo è il riposo, e soltanto in questo stato la mente può imparare, non solo la scienza, la storia e la matematica, ma anche sul sé; e si può imparare su se stessi nei rapporti.

Si può insegnare tutto ciò nelle nostre scuole? O è qualcosa che voi leggete e memorizzate o dimenticate? Ma quando il maestro e lo studente sono coinvolti nel comprendere realmente l’importanza straordinaria del rapporto, instaurano nella scuola un giusto rappor­to tra loro. Questa è una parte dell’istruzione, superiore al semplice insegnamento di materie accademiche.

Il rapporto richiede moltissima intelligenza. Non la si può acquisi­re con i libri né insegnare. Non è il frutto accumulato di una grande esperienza. La conoscenza non è intelligenza. L’intelligenza si può servire della conoscenza. La conoscenza può essere abile, brillante e utilitarista, ma ciò non è intelligenza. L’intelligenza giunge naturalmente e facilmente quando si comprende l’intera natura e struttura del rapporto. Ecco perché è importante avere il riposo, perché l’uo­mo o la donna, il maestro o lo studente, possano discutere quietamente e seriamente il loro rapporto in cui appaiono le loro reazioni, suscettibilità e barriere reali, non immaginate, non distorte per com­piacersi l’un l’altro, o represse per conciliarsi con l’altro.

La funzione della scuola è certamente questa: aiutare lo studente a risvegliare la propria intelligenza e a imparare la grande importanza dei buoni rapporti.

15 ottobre 1978

La maggior parte degli uomini passa moltissimo tempo a discutere la sola chiarezza verbale ma, a quanto pare, non afferra il nocciolo e i contenuti al di là della parola. Cercando la chiarezza verbale ren­dono meccanica e superficiale la propria mente, e molto spesso con­traddittoria la loro vita. In queste lettere non ci occupiamo della comprensione verbale, ma delle realtà quotidiane della nostra vita. Ecco il punto principale delle nostre lettere: non la spiegazione ver­bale del fatto ma il fatto stesso. Quando ci interessiamo alla chiarez­za verbale, e quindi alla chiarezza delle idee, la nostra vita quotidia­na è concettuale e non fattuale. Tutte le teorie, i principi, gli ideali, sono concettuali. I concetti possono essere disonesti, ipocriti e illu­sori. Si può avere una molteplicità di concetti o ideali, ma essi non hanno assolutamente nulla a che fare con gli avvenimenti quotidiani della nostra vita. Gli uomini sono nutriti di ideali; più sono chimeri­ci, più li si considera nobili; ma – ancora – la comprensione degli eventi di ogni giorno è assai più importante degli ideali. Se la propria mente è ingombra di concetti, ideali, e così via, non si può mai fron­teggiare il fatto, l’avvenimento reale. Il concetto diviene un ostacolo. Quando si comprende perfettamente tutto ciò – non una compren­sione intellettuale, concettuale – la grande importanza del fronteggiare un fatto, il reale, il presente, diviene il fattore principale della nostra istruzione.

La politica è una specie di malattia universale fondata sui concet­ti, e la religione è una impressionabilità romantica e immaginaria. Quando osservate ciò che accade realmente, tutto ciò è un segno di pensiero concettuale e un evitare le sofferenze quotidiane, la confu­sione e il dolore della nostra vita.

La bontà non può fiorire nel terreno della paura. In questo terreno vi sono molte varietà di paura, la paura immediata e le paure di molti domani. La paura non è un concetto, ma la spiegazione della paura è concettuale, e queste spiegazioni variano da un pandit all’al­tro o da un intellettuale all’altro. La spiegazione non è importante, lo è invece l’affrontare il fatto della paura.

In tutte le nostre scuole l’insegnante e coloro che sono responsa­bili degli studenti, sia in classe, nel campo da giuoco o nelle loro stanze, hanno la responsabilità di fare in modo che non sorga alcuna forma di paura. L’insegnante non deve destare paura nello studente. Ciò non è concettuale perché l’insegnante stesso comprende, e non solo verbalmente, che qualsiasi forma di paura paralizza la mente, distrugge la sensibilità, fa indietreggiare i sensi. La paura è il pesante fardello che l’uomo ha sempre trasportato. Da questa paura hanno origine varie forme di superstizione – religiosa, scientifica e immagi­naria. Si vive in un mondo di finzioni, e l’essenza del mondo concet­tuale nasce dalla paura. Precedentemente abbiamo detto che l’uomo non può vivere senza rapporti, e questi rapporti non sono soltanto la sua vita privata ma, se egli è un insegnante, vi è anche un rapporto diretto con lo studente. Se in questo rapporto vi è una specie qual­siasi di paura, il maestro non può assolutamente aiutare lo studente a esserne libero. Lo studente proviene da un ambiente di paura, di au­torità, di ogni sorta di impressioni e oppressioni immaginarie e reali. Anche l’insegnante ha le proprie oppressioni, paure. Non sarà in grado di far nascere la comprensione della natura della paura se egli stesso non ha scoperto la radice delle proprie paure. Non che egli debba essere innanzitutto libero dalle proprie paure allo scopo di aiutare lo studente a essere libero, ma piuttosto nel rapporto quotidiano, nei discorsi, in classe, il maestro farà notare che egli stesso ha paura, come anche lo studente, e così essi possono esplorare insieme l’intera natura e struttura della paura. Si deve sottolineare che questa non è una confessione da parte del maestro. Egli sta semplicemente enunciando un fatto senza alcuna enfasi emotiva personale. È come fare una conversazione tra buoni amici. Questo richiede una certa onestà e umiltà. Umiltà non è servilismo; l’umiltà non è un senso di disfattismo; l’umiltà non conosce né arroganza né orgoglio. Quindi il maestro ha una responsabilità tremenda, perché la sua è la professio­ne più elevata. Egli deve far nascere una nuova generazione nel mon­do e ciò, ancora una volta, è un fatto e non un concetto. Potete trasformare un fatto in concetto, e perdervi così in concetti, ma il reale rimane sempre. Fronteggiare il reale, il presente, e la paura, è la massima funzione dell’insegnante – non solo il far conseguire la perfe­zione accademica – ma ciò che è ben più importante, la libertà psi­cologica dello studente e di se stesso. Quando si è compresa la natu­ra della libertà, allora è eliminata ogni rivalità; nel campo da giuoco, in classe. È possibile eliminare affatto la valutazione comparativa, ac­cademicamente o eticamente? È possibile aiutare lo studente a non pensare con rivalità nel campo accademico e tuttavia a eccellere negli studi, nelle azioni e nella vita di ogni giorno? Vi prego di tenere a mente che ci occupiamo della fioritura della bontà, che non può as­solutamente fiorire dove vi sia un qualsiasi spirito di competizione. La competizione esiste solo quando vi è il confronto, e il confronto non dà origine all’eccellenza. Fondamentalmente le nostre scuole esistono per aiutare entrambi, lo studente e il maestro, a fiorire nella bontà. Ciò richiede la perfezione del comportamento, dell’azione e del rapporto. Questo è il nostro scopo e la ragione per cui sono nate le scuole; non per fabbricare dei semplici professionisti ma per rea­lizzare la perfezione dello spirito.

Nella prossima lettera proseguiremo con la natura della paura; non la parola paura ma l’accadere reale della paura.

1 novembre 1978

La conoscenza non conduce all’intelligenza. Accumuliamo moltis­sime conoscenze relative a tante cose, ma sembra quasi impossibile agire intelligentemente in merito a quanto si è imparato. Le scuole, i college e le università coltivano la conoscenza sul nostro comportamento, sull’universo, sulla scienza e su ogni sorta di informazione tecnologica. Questi centri d’istruzione raramente aiutano un essere umano a condurre una vita quotidiana perfetta. Gli studiosi affermano che gli esseri umani si possono evolvere solo tramite enormi accu­mulazioni di informazioni e conoscenze. L’uomo è sopravvissuto a migliaia e migliaia di guerre; ha accumulato vastissime conoscenze su come uccidere, eppure queste stesse conoscenze gli impediscono di porre fine a tutte le guerre. Accettiamo la guerra come un sistema di vita, e tutte le brutalità, la violenza e le uccisioni come il corso natu­rale della vita. Sappiamo che non dovremmo uccidere un altro. Il saperlo è totalmente estraneo al fatto dell’uccidere. La conoscenza non impedisce di uccidere gli animali e la terra. La conoscenza non può funzionare tramite l’intelligenza, ma l’intelligenza può funzionare con la conoscenza. Conoscere è non conoscere e comprendere que­sto fatto, che la conoscenza non può mai risolvere i nostri problemi umani, è l’intelligenza.

L’istruzione nelle nostre scuole non è soltanto l’acquisizione di conoscenze ma, cosa ben più importante, è il risveglio dell’intelligenza che quindi utilizzerà le conoscenze. Non è mai il contrario. Il nostro interesse in tutte le nostre scuole è il risveglio dell’intelligenza, e a questo punto sorge la domanda: in che modo si deve risvegliare que­sta intelligenza? Qual è il sistema, quale il metodo e quale la pratica? La stessa domanda implica che si opera ancora nel campo della co­noscenza. Comprendere che questa è una domanda errata è l’inizio del risveglio dell’intelligenza. La pratica, il metodo, il sistema nella nostra vita quotidiana si adattano alla routine, a un’azione abitudinaria e quindi alla mente meccanica. Il movimento continuo di conoscenze, per quanto specializzate, pone la mente in una routine, in un sistema di vita limitato. Imparare a osservare e comprendere que­sta struttura complessiva della conoscenza equivale a risvegliare l’in­telligenza.

La nostra mente vive nella tradizione. Il significato stesso di que­sta parola – trasmettere, consegnare – nega l’intelligenza. È facile e comodo seguire la tradizione, sia essa una tradizione politica, religio­sa o personale. In questo caso non si deve pensare né porre doman­de; accettare e ubbidire fanno parte della tradizione. Più è antica la cultura, e più la mente è legata al passato, vive nel passato. Lo sgre­tolamento di una tradizione sarà seguito immancabilmente dall’im­posizione di un’altra. Una mente che abbia alle spalle molti secoli di una qualsiasi tradizione particolare rifiuta di abbandonarla, e accetta di farlo soltanto quando vi sia un’altra tradizione ugualmente soddi­sfacente e salda. La tradizione in tutti i suoi vari aspetti, dal religioso all’accademico, deve negare l’intelligenza. L’intelligenza è infinita. La conoscenza, per quanto vasta, è limitata come la tradizione. Nelle nostre scuole si deve osservare il meccanismo mentale che produce le abitudini, e da questa osservazione nasce la stimolazione dell’intel­ligenza.

Accettare la paura fa parte della tradizione umana. Viviamo con la paura, sia la vecchia che la nuova generazione. La maggior parte degli uomini non è consapevole di vivere nella paura. Solo con una leg­gera crisi o un avvenimento sconvolgente si diviene consci di questa paura costante. Alcuni ne sono consapevoli, altri la schivano. La tradizione dice di controllare la paura, di scappare da essa, di soffo­carla, analizzarla, di agire su di essa o accettarla. Abbiamo vissuto per millenni con la paura e in qualche modo riusciamo ad andare d’accordo con essa. Questa è la natura della tradizione – agire su di essa o scappare da essa; oppure accettarla sentimentalmente e contare su qualche agente esterno per risolverla. Le religioni derivano da questa paura, e l’irresistibile sete di potere degli uomini politici na­sce da questa paura. Qualsiasi forma di dominio su un altro indivi­duo è la natura della paura. Quando un uomo o una donna possie­dono un’altra persona nel retroscena vi è la paura, e questa paura distrugge ogni forma di rapporto.

È compito dell’insegnante aiutare lo studente a fronteggiare questa paura, sia la paura dei genitori, del maestro o di un ragazzo più grande, o la paura di stare solo e la paura della natura. Questa è la conclusione principale quando si comprende la natura e la struttura della paura: fronteggiarla. Non fronteggiarla attraverso lo schermo delle parole, ma osservare l’accadere stesso della paura senza fare alcuna mossa per allontanarsene. Allontanarsi dal fatto equivale a confonderlo. La nostra tradizione, la nostra educazione, incoraggiano il controllo, l’approvazione o il rifiuto, o una razionalizzazione molto ingegnosa. Come maestri, potete aiutare lo studente e quindi voi stessi a fronteggiare ogni problema che sorga nella vita? Nell’istruzione, non vi sono né l’insegnante né ciò che è insegnato; vi è soltanto l’istruzione. Per comprendere l’intero moto della paura ci si deve accostare a essa con una curiosità che abbia una propria viva­cità e intensità simile a quella di un bambino. Il sentiero della tradi­zione è di conquistare ciò che non comprendiamo, abbatterlo, calpe­starlo; oppure venerarlo. La tradizione è conoscenza, e la fine della conoscenza è la nascita dell’intelligenza.

Ora, comprendendo che non vi è né l’insegnante né ciò che è insegnato ma solo l’atto di imparare da parte dell’adulto e dello stu­dente, è possibile, tramite una percezione diretta di ciò che accade, conoscere questa paura e tutto ciò che la riguarda? È possibile se permetterete alla paura di narrare la sua antica storia. Ascoltatela at­tentamente senza interferire, perché vi sta narrando la storia della vostra stessa paura. Quando ascoltate in questo modo scoprirete che quella paura non è distinta da voi. Voi siete quella stessa paura, quella stessa reazione collegata a una parola. La parola non è importante. La parola è la conoscenza, la tradizione; ma il reale, il presente che accade in questo momento, è un qualcosa totalmente nuovo. È la ri­velazione della novità della vostra paura. Fronteggiare il fatto della paura senza alcun moto mentale è la fine della paura. In questa osser­vazione non si disgrega qualche paura particolare ma la radice stessa della paura. Non vi è alcun osservatore, soltanto l’osservazione.

La paura è una cosa molto complessa, è antica come le colline, an­tica come l’umanità, e ci può narrare una storia molto straordinaria. Ma voi dovete conoscere l’arte di ascoltarla e questo ascolto è colmo di bellezza. Vi è solo l’ascolto e la storia non esiste.

15 novembre 1978

Si dovrebbe comprendere in tutti i suoi significati la parola responsabilità. Viene da rispondere, rispondere non parzialmente ma totalmente. La parola significa anche riferirsi: rispondere al vostro ambiente, che equivale a riferirsi al vostro condizionamento. La re­sponsabilità, come la si intende generalmente, è l’azione del proprio condizionamento umano. La propria cultura, la società in cui si vive, naturalmente condizionano la mente, sia questa cultura nativa o stra­niera. Si risponde partendo da questo ambiente e questa risposta li­mita la nostra responsabilità. Se si nasce in India, in Europa, in Ame­rica o in qualunque luogo, la propria reazione sarà conforme alla su­perstizione religiosa – tutte le religioni sono strutture superstiziose – o al nazionalismo, o alle teorie scientifiche. Questi condizionano le reazioni dell’individuo e sono sempre limitati, finiti. E quindi vi sono sempre la contraddizione, il conflitto e il sorgere della confusione. Ciò è inevitabile e causa una divisione tra gli esseri umani. Ogni forma di divisione provocherà certamente non solo il conflitto e la vio­lenza, ma infine la guerra.

Se si comprende il significato reale della parola responsabile e ciò che accade oggi nel mondo, ci si rende conto che la responsabilità è divenuta irresponsabile. Nel comprendere ciò che è irresponsabile inizieremo a comprendere cosa sia la responsabilità. La responsabi­lità è della totalità, come implica la parola, non di se stessi, non della propria famiglia, non di alcuni concetti o credenze, ma di tutta l’umanità.

Le nostre varie culture hanno accentuato la separazione, detta individualismo, che si è risolta nel fatto che ciascuno fa quel che vuole o si affida al proprio scarso talento individuale, per quanto questo talento possa essere vantaggioso o utile alla società. Ciò non significa quel che i totalitaristi vorrebbero si credesse: che sono importanti soltanto lo stato e le autorità che rappresentano, e non gli esseri umani. Lo stato è un concetto, mentre l’essere umano, benché viva in esso, non è un concetto. La paura è una realtà e non un concetto.

Psicologicamente un essere umano è tutta l’umanità. Non solo la rappresenta, ma è tutto il genere umano. Essenzialmente è la psiche complessiva dell’umanità. Le varie culture hanno imposto su questa realtà l’illusione che ciascun essere umano sia diverso. L’umanità è stata irretita per secoli in questa illusione, e questa illusione è dive­nuta una realtà.

Se si osserva attentamente la propria struttura psicologica com­plessiva si scoprirà che come si soffre, così tutta l’umanità soffre in vari gradi. Se siete soli, tutta l’umanità conosce questa solitudine. L’angoscia, la gelosia, l’invidia e la paura sono note a tutti. Perciò psicologicamente, interiormente, tutti gli esseri umani sono simili. Vi possono essere differenze fisiche, biologiche. Un individuo è alto o basso e così via, ma fondamentalmente è il rappresentante di tutta l’umanità. Quindi psicologicamente voi siete il mondo; siete respon­sabili di tutta l’umanità, non di voi stessi come esseri umani distinti, che è un’illusione psicologica. Come rappresentanti di tutta la razza umana, la vostra risposta è totale e non parziale. Quindi la responsabilità ha un significato completamente diverso. Si deve imparare l’ar­te di questa responsabilità. Se afferriamo il pieno significato del fatto che noi siamo psicologicamente il mondo, la responsabilità diviene l’amore irresistibile. Si curerà il bambino non solo in tenera età, ma si farà in modo che comprenda il significato della responsabilità per tutta la vita. Questa arte include il comportamento, le opinioni e l’importanza dell’azione corretta. In queste nostre scuole la respon­sabilità verso la terra, verso la natura e il prossimo fa parte dell’edu­cazione – non unicamente l’accentuazione sulle materie accademi­che, benché necessarie.

A questo punto possiamo chiedere cosa insegna il maestro e cosa riceve lo studente, e da un punto di vista più ampio – cos’è l’istru­zione? Qual è la funzione dell’insegnante? È quella di insegnare uni­camente l’algebra e la fisica o quella di risvegliare nello studente – e così in se stesso – questo enorme senso di responsabilità? Si possono accoppiare bene queste due? Vale a dire, le materie accademiche che saranno di aiuto nella professione e questa responsabilità di tutta l’umanità e la vita. O le si deve tenere separate? Se sono separate, nella sua vita vi sarà una contraddizione; diventerà un ipocrita e inconsciamente o volutamente separerà la vita in due parti ben distin­te. L’umanità vive in questa suddivisione. A casa è in un modo e in fabbrica o in ufficio assume una faccia diversa. Abbiamo chiesto se le due possono proseguire insieme. È possibile? Quando viene posta una domanda di questo genere si devono esaminare le implicazioni della domanda e non se sia o no possibile. Quindi è della massima importanza il modo in cui vi accostate a questa domanda. Se vi acco­state a essa partendo dal vostro ambiente limitato – e ogni condizio­namento è limitato – vi sarà una comprensione parziale delle impli­cazioni racchiuse in tutto ciò. Dovete avvicinare questa domanda di nuovo. Allora scoprirete la futilità della domanda stessa perché, come vi accostate a essa in modo diverso, vi accorgerete che queste due si incontrano come due torrenti che formano un fiume formidabile che è la vostra vita, la vostra vita quotidiana di responsabilità totale.

È questo che insegnate, comprendendo che il maestro esercita la professione più elevata? Queste non sono semplici parole ma una realtà durevole che non si deve sorvolare. Se non ne percepite la ve­rità dovreste davvero esercitare un’altra professione. Vivrete allora nelle illusioni che l’umanità si è creata.

Quindi possiamo chiedere nuovamente: cosa insegnate e cosa im­para lo studente? State creando quella strana atmosfera in cui ha luogo l’istruzione reale? Se avete compreso l’enormità della respon­sabilità e la sua bellezza, siete totalmente responsabili dello studente – di ciò che indossa, di ciò che mangia, del suo modo di parlare e così via.

Questa domanda ne origina un’altra, cos’è l’istruzione? Probabil­mente la maggior parte di noi non si è neanche posta questa doman­da o, in caso contrario, la nostra risposta è provenuta dalla tradizio­ne, cioè dalla conoscenza accumulata, conoscenza che opera con o senza capacità per guadagnare il nostro mantenimento quotidiano. Questo ci è stato insegnato, e per questo esistono le scuole abituali, i college, le università, ecc. Predomina la conoscenza, uno dei nostri maggiori condizionamenti, e così il cervello non è mai libero dal co­nosciuto. Vi aggiunge continuamente nuovi dati, e così il cervello viene messo nella camicia di forza della conoscenza accumulata e non è mai libero di scoprire un sistema di vita che possa non essere basato del tutto su di essa. L’insieme delle conoscenze crea un binario, largo o stretto, e noi rimaniamo in quel binario pensando che in esso vi sia la sicurezza. Questa sicurezza viene distrutta dalla stessa conoscenza limitata. Ecco qual è stato finora il sistema di vita umano.

Vi è quindi un sistema d’insegnamento che non trasformi la vita in una routine, in uno stretto canale? Cos’è quindi l’istruzione? Si deve essere molto chiari a proposito delle vie della conoscenza: prima ac­quisire la conoscenza e in seguito agire partendo da questa cono­scenza – tecnologica e psicologica – oppure agire, e acquisire la co­noscenza da questa azione? Entrambe sono acquisizioni di cono­scenza. La conoscenza è sempre il passato. Vi è un modo di agire senza l’enorme peso della conoscenza accumulata dall’uomo? Sì. Non è come l’istruzione che abbiamo conosciuto; è l’osservazione pura – non l’osservazione che non è continua e che quindi diviene la memoria, ma l’osservazione di momento in momento. L’osservatore è l’essenza della conoscenza ed egli impone su ciò che osserva quel che ha acquisito attraverso l’esperienza e le varie forme di reazione sensoriale. L’osservatore influenza sempre ciò che osserva, e ciò che osserva viene sempre ridotto a conoscenza. Perciò ricade sempre nella vecchia tradizione di creare abitudini. Quindi l’istruzione è l’osservazione pura – non solo delle cose al di fuori di voi ma anche di ciò che accade interiormente; osservare senza un osservatore.

1 dicembre 1978

Tutto il moto vitale è istruzione. Non vi è mai un istante in cui non vi sia alcun apprendimento. Ogni azione è un moto d’istruzione, e ogni rapporto è istruzione. L’accumulazione di conoscenze, che è definita istruzione e a cui siamo tanto abituati, è necessaria sino a un grado limitato, ma questo limite ci impedisce di comprendere noi stessi. La conoscenza è più o meno misurabile, ma nell’istruzione non vi è alcuna misura. Comprenderlo è davvero importantissimo, soprattutto se dovete comprendere il significato totale della vita reli­giosa. La conoscenza è memoria e se avete osservato il reale, il presente non è la memoria. La memoria non ha luogo nell’osservazione. Il reale è ciò che sta accadendo effettivamente. Il momento successi­vo è misurabile ed è questa la via della memoria.

Osservare il movimento di un insetto richiede attenzione – ciò se siete interessati a osservare l’insetto o qualsiasi altra cosa. Anche questa attenzione non è misurabile. La responsabilità dell’insegnan­te è quella di comprendere l’intera natura e struttura della memoria, osservare questo limite e aiutare lo studente a percepirlo. Noi impa­riamo dai libri o da un maestro che ha moltissime informazioni in merito a una data materia, e i nostri cervelli vengono riempiti di que­ste informazioni. Queste informazioni riguardano le cose, la natura, tutto ciò che è al di fuori di noi, e quando vogliamo imparare su noi stessi ricorriamo all’aiuto dei libri che ci parlano di noi. Così questo processo va eternamente avanti e noi diveniamo gradualmente esseri umani di seconda mano. Questa è una realtà che è possibile osservare in tutto il mondo, ed è questa la nostra istruzione moderna.

L’atto dell’apprendere, come abbiamo sottolineato, è l’atto dell’osservazione pura, e questa osservazione non è compresa nei limiti della memoria. Impariamo a guadagnarci da vivere ma non viviamo mai. La capacità di guadagnarsi da vivere occupa gran parte della vi­ta; non abbiamo quasi tempo per le altre cose. Troviamo tempo per chiacchierare, per divertirci, per giocare, ma tutto ciò non è vivere. Vi è un intero campo totalmente trascurato, che è la vita reale.

Per imparare l’arte di vivere si deve avere agio. La parola agio, ri­poso, è enormemente fraintesa, come abbiamo detto nella terza let­tera. Generalmente significa il non essere occupati nelle cose che dobbiamo fare, quali guadagnarsi da vivere, andare in ufficio, in fab­brica e così via, e solo quando questi doveri sono terminati vi è il ri­poso. Durante questo cosiddetto riposo volete distrarvi, volete rilas­sarvi, volete fare le cose che vi piacciono realmente o che richiedono le vostre massime capacità. Il vostro guadagnarvi da vivere – qualsia­si cosa facciate – è in opposizione al cosiddetto riposo. Così vi è sem­pre lo sforzo, la tensione e la fuga da questa tensione, e quando non avete alcuna tensione vi è il riposo. Durante questo riposo prendete un giornale, leggete un romanzo, chiacchierate, giocate, e così via. Questa è la realtà effettiva. Questo è quel che succede ovunque. Il guadagnarsi da vivere è il rifiuto di vivere.

Perciò arriviamo alla domanda: cos’è il riposo? Il riposo, come lo si intende, è una tregua dalla pressione dei mezzi di sussistenza. Ge­neralmente consideriamo assenza di riposo la necessità di guada­gnarci da vivere o qualsiasi pressione ci sia imposta, ma in noi vi è una pressione ben maggiore, conscia o inconscia, che è il desiderio e noi lo esamineremo in seguito.

La scuola è un luogo di riposo. Solo quando vi riposate siete in grado di imparare. Vale a dire: l’istruzione può aver luogo soltanto quando non vi sia alcuna pressione di nessun tipo. Quando vi trovate di fronte a un serpente o un pericolo vi è una sorta d’insegnamen­to che deriva dalla pressione della realtà di questo pericolo. L’istru­zione sotto questa pressione è la coltivazione della memoria che vi aiuterà a riconoscere un pericolo futuro e che diviene quindi una ri­sposta meccanica.

Riposo significa una mente che non è occupata. Solo in questo caso vi è una condizione per l’apprendimento. La scuola è un luogo d’istruzione e non semplicemente un luogo dove accumulare cono­scenze. È veramente importante comprenderlo. Come abbiamo det­to, la conoscenza è necessaria e ha il proprio posto limitato nella vi­ta. Sfortunatamente questo limite ha divorato tutta la nostra vita e non abbiamo più spazio per l’istruzione. Siamo tanto occupati dal nostro mantenimento che esso consuma tutta l’energia del meccanismo mentale, così che alla fine della giornata siamo esausti e abbiamo bisogno di essere stimolati. Ci riprendiamo da questa spossatez­za per mezzo di trattenimenti – religiosi o altro. Questa è la vita degli esseri umani. Gli esseri umani hanno creato una società che ri­chiede tutto il loro tempo, tutte le loro energie, tutta la loro vita.

Non vi è alcun tempo a disposizione per imparare e così la loro vi­ta diviene meccanica, quasi senza senso. Quindi dobbiamo com­prendere molto chiaramente la parola riposo – un tempo, un perio­do in cui la mente non è occupata assolutamente in nulla. È il tempo dell’osservazione. Soltanto la mente non occupata è in grado di os­servare. L’osservazione libera è il moto dell’apprendimento. Ciò consente alla mente di non essere meccanica.

Perciò, il maestro, l’insegnante, può aiutare lo studente a com­prendere tutta questa faccenda del guadagnarsi da vivere con tutte le sue pressioni? – l’istruzione che vi aiuta ad acquisire un lavoro con tutte le sue paure, le inquietudini e il guardare al futuro con terrore? Poiché egli stesso ha compreso la natura del riposo e dell’osservazio­ne pura, così che il guadagnarsi da vivere non diventa un tormento, uno sforzo penosissimo per tutta la vita, il maestro può aiutare lo studente ad avere una mente nonmeccanica? Il coltivare la fioritura della bontà nel riposo è la responsabilità assoluta del maestro. Le scuole esistono per questo scopo. È responsabilità del maestro il creare una nuova generazione che trasformi la struttura sociale al­lontanandola dalla preoccupazione assoluta dell’ottenere i mezzi di sussistenza. Allora l’insegnamento diventa un atto santo.

15 dicembre 1978

In una delle lettere scorse abbiamo detto che la responsabilità totale è amore. Questa responsabilità non è di una particolare nazione o di un particolare gruppo, comunità, o di una particolare divinità, o di qualche forma di programma politico o del vostro guru, ma di tut­ta l’umanità. Lo si deve comprendere e percepire profondamente e questa è la responsabilità dell’insegnante. Quasi tutti ci sentiamo re­sponsabili della nostra famiglia, dei bambini e così via, ma non ab­biamo la sensazione di essere completamente interessati e impegnati nell’ambiente che ci circonda, nella natura, o totalmente responsabi­li delle nostre azioni. Questa partecipazione assoluta è amore. Senza questo amore non vi può essere alcun cambiamento nella società. Gli idealisti, per quanto possano amare il loro ideale o concetto, non hanno dato vita a una società radicalmente diversa. I rivoluzionari, i terroristi, non hanno affatto cambiato fondamentalmente le linee delle nostre società. I rivoluzionari con la loro violenza fisica hanno parlato di libertà per tutti gli uomini, di formare una nuova società, ma tutti i gerghi e gli slogan hanno torturato ulteriormente lo spirito e l’esistenza. Hanno deformato le parole adattandole alle proprie ve­dute limitate. Nessuna forma di violenza ha cambiato la società nel senso più fondamentale. Grandi dominatori per mezzo dell’autorità di pochi hanno realizzato un certo tipo di ordine nella società. Anche i totalitaristi hanno stabilito superficialmente con la violenza e la tortura una parvenza di ordine. Non stiamo discutendo di un tale ordine nella società.

Diciamo in modo ben preciso e molto vigoroso che solo la responsabilità totale di tutta l’umanità – che è amore – può trasformare fondamentalmente lo stato presente della società. Qualsiasi possa essere il sistema esistente nelle varie parti del mondo, è corrotto, degenerato e completamente immorale. Dovete soltanto guardarvi intorno per accorgervene. In tutto il mondo si spendono milioni su milioni per gli armamenti, e tutti i politici parlano di pace mentre si preparano alla guerra. Le religioni hanno dichiarato più e più volte la santità della pace, eppure hanno incoraggiato le guerre, e violenze e torture di una natura più sottile. Vi sono innumerevoli suddivisio­ni e sette con i propri preti, rituali e tutte quelle assurdità che segui­tano a esistere nel nome di Dio e della religione. Dove vi è la divisio­ne vi deve essere il disordine, la lotta, il conflitto – sia essa religiosa, politica o economica. La nostra società moderna è fondata sull’avi­dità, sull’invidia e sul potere. Quando considerate tutto questo com’è realmente – questo mercantilismo soffocante – esso esprime degenerazione e immoralità fondamentale. Il cambiare radicalmente gli schemi della nostra vita, che è la base di ogni società, è la respon­sabilità dell’insegnante. Noi stiamo distruggendo la terra e tutte le cose in essa vengono distrutte per il nostro soddisfacimento. L’istru­zione non è solo l’insegnamento delle varie materie accademiche, ma la coltivazione della responsabilità totale nello studente. Non si com­prende che l’insegnante, in quanto tale, dà vita a una nuova genera­zione. La maggior parte delle scuole si occupa unicamente di impar­tire nozioni. Non si interessa affatto della trasformazione dell’uomo e della sua vita quotidiana, e voi – gli insegnanti delle nostre scuole – avete bisogno di profondo interesse e di attenzione per questa re­sponsabilità totale.

In che modo potete aiutare lo studente a percepire in tutta la sua perfezione questa qualità di amore? Se voi stessi non lo sentite profondamente, non ha senso parlare di responsabilità. Voi, come insegnanti, ne potete sentire la realtà?

Comprendere la realtà di ciò darà origine in modo naturale a que­sto amore e responsabilità totale. Dovete riflettere su di esso, osser­varlo quotidianamente nella vostra vita, nei rapporti con vostra mo­glie, gli amici, gli studenti. E nei rapporti con gli studenti ne dovrete parlare dal cuore – non ricercare soltanto la chiarezza verbale. La sensazione di questa realtà è il massimo dono che un uomo possa avere, e una volta che essa brucia in voi, voi troverete la parola giu­sta, l’azione giusta e il comportamento corretto. Se considerate lo studente vedrete che egli giunge a voi totalmente impreparato a tutto questo. Giunge a voi spaventato, nervoso, preoccupato di soddi­sfare o sulla difensiva, condizionato dai genitori e dalla società in cui ha vissuto i suoi pochi anni. Dovete considerare il suo ambiente, vi dovete interessare di ciò che egli è realmente e non imporgli opinio­ni, conclusioni e giudizi personali. Nel considerare ciò che egli è vi si rivelerà ciò che siete voi, e così scoprirete che lo studente è voi stessi.

E ora, nell’insegnamento della matematica, della fisica e così via che egli deve conoscere perché in questo modo ci si guadagna da vivere – siete in grado di comunicare allo studente che egli è responsa­bile di tutta l’umanità? Benché possa lavorare per la propria carriera, per il proprio modo di vivere, ciò non renderà limitata la sua mente. Comprenderà il pericolo della specializzazione con tutti i suoi limiti e la sua strana brutalità. Dovete aiutarlo a comprendere tutto questo. La fioritura della bontà non sta nella conoscenza della matematica e della biologia o nel superare gli esami e nell’avere una carriera felice. Esiste al di fuori di queste cose e quando vi è quella fioritura, la carriera e le altre attività necessarie sono influenzate dalla sua bellezza. Attualmente mettiamo in evidenza una cosa e trascuriamo completamente la fioritura. Nelle nostre scuole tentiamo di riunirle, non artificialmente, non come un principio o un modello da seguire, ma perché comprendiate la verità assoluta, cioè che queste due devono flui­re insieme per la rigenerazione dell’uomo.

Siete in grado di farlo? – non perché voi tutti acconsentiate a farlo dopo aver discusso ed essere giunti a una conclusione, ma piutto­sto perché ne comprendiate con un occhio interiore la straordinaria importanza: la comprendiate da soli. Allora ciò che dite avrà senso. Diverrete un centro di luce che brilla di luce propria. Poiché voi sie­te tutta l’umanità – cosa che è una realtà e non una dichiarazione verbale – siete totalmente responsabili del futuro dell’uomo. Vi prego di non considerarlo un fardello. Se lo fate, questo fardello è un insieme di parole senza alcuna realtà. È un’illusione. Questa respon­sabilità ha la propria gaiezza, il proprio umore, il proprio moto sen­za il peso del pensiero.

1 gennaio 1979

Poiché ci occupiamo dell’istruzione, vi sono due fattori che dob­biamo tenere a mente in ogni momento. Uno è la diligenza e l’altro la negligenza. La maggior parte delle religioni ha parlato dell’attività mentale, che deve essere controllata, modellata, dalla volontà di Dio o da qualche agente esterno; e la devozione verso una certa divinità, creata dalla mano o dalla mente, ha bisogno di una certa qualità di attenzione in cui sono coinvolti l’emozione, il sentimento e l’immagi­nazione romantica. Questa è l’attività mentale che è il pensiero. La parola diligenza significa cura, attenzione, osservazione e un senso profondo di libertà. La devozione a un oggetto, una persona o un principio nega questa libertà. La diligenza è l’attenzione che dà origi­ne in modo naturale a una cura infinita, all’interesse e alla freschezza dell’affetto. Tutto ciò richiede una grande sensibilità. Si è sensibili ai propri desideri o ferite psicologiche, o si è sensibili a una persona particolare, osservandone i desideri e rispondendo prontamente ai suoi bisogni; ma questa specie di sensibilità è molto limitata e la si può definire a stento sensibile. La caratteristica della sensibilità di cui stiamo parlando viene fuori naturalmente quando vi è la respon­sabilità totale, cioè l’amore. La diligenza ha questa caratteristica.

La negligenza è indifferenza, pigrizia; indifferenza verso l’organi­smo fisico, verso lo stato psicologico, e indifferenza verso gli altri. Nell’indifferenza vi è l’insensibilità. In questo stadio la mente divie­ne tarda, l’attività del pensiero rallenta, viene a mancare la prontezza di percezione e la sensibilità diviene una cosa incomprensibile. La maggior parte di noi è talvolta diligente ma più spesso negligente. Questi non sono realmente opposti. Se lo fossero, la diligenza sareb­be ancora negligenza. La diligenza è la conseguenza della negligen­za? Se lo è, fa ancora parte della negligenza e pertanto non è realmente diligente.

La maggior parte degli uomini è diligente nei propri interessi personali, quando si identificano con la famiglia, un gruppo particolare, una setta o una nazione. In quegli interessi vi è il germe della negli­genza benché vi sia una preoccupazione costante per se stessi. Preoccupazione limitata e perciò negligente; è un’energia trattenuta entro un limite ristretto. La diligenza è la libertà dalla preoccupazio­ne accentrata su se stessi e produce un’abbondanza di energia. Quando si comprende la natura della negligenza l’altra viene alla lu­ce senza alcuno sforzo. Quando lo si comprende a fondo – non soltanto le definizioni verbali di negligenza e diligenza – si manifesterà la somma perfezione nel nostro pensiero, nell’azione e nel comportamento. Ma, sfortunatamente, non chiediamo mai a noi stessi la qua­lità massima del pensiero, dell’azione e del comportamento. Non sfi­diamo mai noi stessi e, quando lo facciamo, abbiamo varie scuse per non rispondere completamente. Ciò rivela un’indolenza della mente, la debole attività del pensiero, non è vero? Il corpo può essere pigro ma la mente, con la sua prontezza di pensiero e sottigliezza, mai. Si può comprendere facilmente la pigrizia del corpo, essa può derivare dal fatto che si è lavorato eccessivamente o si è abusato di qualcosa, o si è giuocato troppo. Perciò il corpo ha bisogno di riposo, che si può considerare pigrizia benché non lo sia. La mente attenta, essendo vi­gile, sensibile, sa quando l’organismo ha bisogno di riposo e di cura.

Nelle nostre scuole, è importante comprendere che la qualità di energia, che è la diligenza, richiede il giusto tipo di cibo, il giusto ti­po di esercizio fisico e un periodo di riposo sufficiente. L’abitudine, la routine, è la nemica della diligenza – l’abitudine del pensiero, dell’azione, del comportamento. Il pensiero stesso si crea i propri schemi e vive in essi. Allorché questo schema viene sfidato, o viene trascurato o il pensiero si crea un altro schema di sicurezza. Ecco il moto del pensiero – da uno schema all’altro, da una conclusione, una credenza, all’altra. Questa è la vera negligenza del pensiero. La mente diligente non ha alcuna abitudine; non ha alcuno schema di risposta. È un movimento incessante, che non si consolida mai in abitudine, che non è mai imprigionato in conclusioni.

Il movimento ha una grande profondità e mole quando non ha al­cun limite causato dalla negligenza del pensiero.

Poiché ci occupiamo ora dell’istruzione, in che modo questa dili­genza con la sua sensibilità, con la sua grande attenzione in cui non vi è posto per la pigrizia dello spirito può essere comunicata dalmaestro? Naturalmente è sottinteso che l’insegnante si interessa di questo problema e comprende l’importanza della diligenza per tutta la vita. In questo caso, come si accingerà a coltivare il fiore della dili­genza? Si interessa profondamente dello studente? Si assume realmente la responsabilità totale di quei giovani che gli sono affidati? O è lì soltanto per guadagnarsi da vivere, costretto dalla preoccupazio­ne per i propri averi? Come abbiamo sottolineato nelle lettere precedenti, l’insegnamento è la massima funzione dell’uomo. Siete lì e avete gli studenti davanti a voi. Siete indifferenti? I vostri problemi personali di casa esauriscono la vostra energia?

Il portare i problemi psicologici di giorno in giorno è un’assoluta perdita di tempo e di energia, che rivela la negligenza. La mente dili­gente affronta il problema al suo sorgere, ne osserva la natura e lo ri­solve immediatamente. Trascinare un problema psicologico non è ri­solverlo. È una dispersione di energia e dello spirito. Quando risol­vete i problemi com’essi nascono, scoprirete che non vi sono affatto problemi.

Quindi dobbiamo tornare alla domanda: come insegnanti nella nostra o in qualsiasi altra scuola, potete coltivare la diligenza? Solo in essa viene alla luce la fioritura della bontà. È la vostra responsabi­lità totale, irrevocabile, e in essa vi è quell’amore che troverà istinti­vamente un modo di aiutare lo studente.

15 gennaio 1979

È importante che il maestro nelle nostre scuole si senta sicuro tanto economicamente quanto psicologicamente. Alcuni maestri possono essere desiderosi di insegnare senza interessarsi molto della pro­pria condizione economica; possono essere lì per l’insegnamento e per ragioni psicologiche, ma ogni maestro si dovrebbe sentire sicuro nel senso di essere a casa, assistito, privo di preoccupazioni finanziarie. Se il maestro stesso non si sente sicuro e pertanto non si sente li­bero di fare attenzione allo studente e alla sua sicurezza, non sarà in grado di essere totalmente responsabile. Se il maestro non è felice in se stesso, la sua attenzione sarà divisa ed egli sarà incapace di eserci­tare interamente la propria funzione.

Perciò diventa importante da parte nostra scegliere i maestri giu­sti, invitando ciascuno a fermarsi per qualche tempo nelle nostre scuole in modo da scoprire se si può unire felicemente alle attività svolte. Ciò deve essere reciproco. In tal caso il maestro, essendo feli­ce, sicuro, sentendosi a casa, può creare nello studente quel senso di sicurezza, quella sensazione che la scuola è la sua casa.

Sentirsi a casa significa che non vi è alcun senso di paura, che si è protetti fisicamente, assistiti e liberi, non è vero? La protezione, seb­bene lo studente si possa opporre all’idea di essere protetto, sorve­gliato, non significa che egli è tenuto in una prigione, relegato e sor­vegliato in modo critico. Ovviamente la libertà non significa fare ciò che si desidera, ed è ugualmente ovvio che ciò non è sempre possibi­le. Il tentativo di fare ciò che si desidera – la cosiddetta libertà indi­viduale, cioè scegliere una linea d’azione conforme al proprio desi­derio – ha provocato nel mondo una confusione sociale ed economica. La reazione a questa confusione è il totalitarismo.

La libertà è una cosa molto complessa. Ci si deve accostare a essa con la massima attenzione, perché la libertà non è l’opposto della schiavitù né una fuga dalle circostanze in cui si è imprigionati. Non èuna libertà da un qualcosa, o lo scampo da una costrizione. La li­bertà non ha alcun opposto; esiste per se stessa. La comprensione stessa della natura della libertà è il risveglio dell’intelligenza. Non è un adattamento a ciò che esiste, ma la comprensione di ciò che esiste e quindi il trascenderlo. Se il maestro non comprende la natura della libertà imporrà allo studente soltanto i propri pregiudizi, limiti e conclusioni. Così lo studente naturalmente si opporrà o accetterà per paura, divenendo un essere umano convenzionale, o timido o ag­gressivo. Solo con la comprensione di questa libertà di vita, non il suo concetto o la sua approvazione verbale che diviene uno slogan, la mente è libera di imparare.

La scuola, dopo tutto, è un luogo in cui lo studente è fondamentalmente felice, non tiranneggiato, non spaventato dagli esami, non costretto ad agire secondo un modello, un sistema. È un luogo in cui viene insegnata l’arte di imparare. Se lo studente non è felice, è incapace di imparare quest’arte.

La memorizzazione, il registrare le informazioni, è considerata apprendimento. Ciò produce una mente che è limitata e pertanto profondamente condizionata. L’arte di imparare equivale a dare il posto giusto alle informazioni, ad agire abilmente secondo quel che viene appreso, ma allo stesso tempo a non essere legati psicologicamente dai limiti delle conoscenze e dalle immagini o simboli creati dal pensiero. Arte significa mettere ogni cosa al suo proprio posto, non in conformità a qualche ideale. Comprendere il meccanismo degli ideali e delle conclusioni equivale a imparare l’arte dell’osserva­zione. Un concetto costruito dal pensiero, o verso il futuro o secon­do il passato, è un ideale – un’idea proiettata o un ricordo. È uno spettacolo di ombre, un trasformare la realtà in astrazione. Quella astrazione è una fuga da ciò che sta accadendo in questo momento. La fuga dalla realtà è infelicità.

Ora, possiamo noi, come maestri, aiutare lo studente a essere feli­ce in senso reale? Possiamo aiutarlo a occuparsi di ciò che accade realmente? Questa è attenzione. Lo studente che osserva una foglia ondeggiare nel sole è attento. In quel momento, costringerlo a ritor­nare al libro equivale a scoraggiare l’attenzione; mentre aiutarlo a os­servare perfettamente quella foglia lo rende consapevole del culmine dell’attenzione in cui non vi è alcuna distrazione. Allo stesso modo, poiché ha appena visto cosa significhi l’attenzione, sarà capace di rivolgersi al libro o a qualsiasi altra cosa si stia insegnando. In quell’at­tenzione non vi è alcuna costrizione, alcun conformismo. È la libertà in cui vi è l’osservazione totale. L’insegnante stesso è in grado di avere quella specie di attenzione? Solo in questo caso può aiutare un altro.

Per massima parte lottiamo contro le distrazioni. Non vi è alcuna distrazione. Immaginate di sognare a occhi aperti o che la vostra mente stia vagando senza meta; ciò è quanto accade realmente. Osservatelo. Quell’osservazione è attenzione. Quindi non vi è alcuna distrazione.

Lo si può insegnare agli studenti, si può imparare quest’arte? Voi siete totalmente responsabili dello studente; dovete creare un’atmosfera d’apprendimento, una serietà in cui vi sia un senso di libertà e felicità.

1 febbraio 1979

Come abbiamo già indicato diverse volte in queste lettere, le scuo­le esistono in primo luogo per operare una profonda trasformazione negli esseri umani. L’insegnante ne è completamente responsabile. Se il maestro non comprende questo fattore centrale, allo studente insegnerà unicamente a divenire un uomo d’affari, un ingegnere, un avvocato o un politico. Vi sono molti maestri di questo tipo che sem­brano incapaci di trasformare sia se stessi che la loro società. Proba­bilmente nella struttura attuale della società gli avvocati e gli uomini d’affari sono necessari, ma quando nacquero le nostre scuole il loro scopo era, e resta, quello di trasformare profondamente l’uomo. Gli insegnanti lo dovrebbero comprendere realmente, non intellettual­mente, non come un concetto, ma comprendendone con tutto il loro essere la piena implicazione. Noi ci occupiamo dello sviluppo totale di un essere umano, e non unicamente di accumulare conoscenze.

Le idee e gli ideali sono una cosa, e il fatto, l’avvenimento reale, è un’altra cosa. I due non si possono mai riunire. Gli ideali sono stati imposti sulla realtà e alterano ciò che accade per uniformarlo a ciò che dovrebbe essere, l’ideale. L’utopia è una conclusione tratta da ciò che accade e sacrifica la realtà per uniformarsi a ciò che si è idea­lizzato. Questo è stato il procedimento per millenni, e ogni studente e tutti gli intellettuali si dilettano di ideazioni. La fuga da ciò che esi­ste è il principio della corruzione della mente. Questa corruzione pervade tutte le religioni, la politica e l’istruzione, tutti i rapporti umani. Il nostro interesse è quello di comprendere il processo di fu­ga e superarlo.

Gli ideali corrompono la mente: nascono dalle idee, dai giudizi e dalla speranza. Gli ideali sono astrazioni da ciò che esiste, e una qualsiasi idea o conclusione su ciò che accade realmente distorce l’avvenimento, e così ha luogo la corruzione. Sottrae l’attenzione dalla realtà, da ciò che esiste, e così la dirige verso l’immaginario. L’allontanamento dalla realtà crea simboli, immagini, che quindi assu­mono un’importanza che distrugge ogni cosa. L’allontanamento dalla realtà è la corruzione della mente. Gli esseri umani si abbandonano a esso nelle conversazioni, nei loro rapporti, in quasi tutto ciò che fanno. La realtà è convertita istantaneamente in un concetto o in una conclusione che quindi detta le nostre reazioni. Quando si vede qualcosa, il pensiero immediatamente ne fa un duplicato, e questo diviene la realtà. Voi vedete un cane, e istantaneamente il pensiero si rivolge a qualsiasi immagine possiate avere riguardo ai cani, e così non vedete mai il cane.

Si può insegnare agli studenti ad attenersi al fatto, la realtà che accade in questo momento, sia psicologicamente o esteriormente? La conoscenza non è la realtà, ma un qualcosa che la riguarda per cui, benché abbia una propria funzione, impedisce la percezione di ciò che è realmente; allora ha luogo la corruzione.

È davvero molto importante comprenderlo. Gli ideali vengono considerati nobili, elevati, pieni di significato, e ciò che accade realmente viene considerato puramente sensoriale, terreno e di minor valore. Le scuole di tutto il mondo hanno qualche scopo elevato, un ideale; in questo modo educano gli studenti alla corruzione.

Cosa corrompe la mente? Usiamo la parola mente per intendere i sensi, la facoltà di pensare, e il cervello che immagazzina tutte le memorie e le esperienze come conoscenza. Questo moto completo è la mente. Il conscio come pure l’inconscio, la cosiddetta supercoscien­za, tutto questo è la mente. Ci chiediamo: quali sono i fattori, i germi della corruzione in tutto ciò? Abbiamo detto che gli ideali corrom­pono. Anche la conoscenza corrompe la mente. La conoscenza, par­ticolare o ampia, è un moto del passato, e quando il passato adom­bra la realtà, ha luogo la corruzione. La conoscenza, che è proiettata nel futuro, e dirige ciò che accade in questo momento, è corruzione. Usiamo la parola corruzione per intendere ciò che viene fatto a pez­zi, ciò che non viene considerato un tutto. Non si può mai fare a pezzi la realtà; non si può mai limitare con la conoscenza la realtà. La completezza della realtà schiude la porta all’infinito. Non si può dividere la completezza; essa non si contraddice; non può suddividere se stessa. La completezza, la totalità, è il moto infinito.

L’imitazione, o conformismo, è uno dei grandi fattori di corruzio­ne della mente; il modello, l’eroe, il salvatore, il guru, è il fattore dicorruzione più rovinoso. Il seguire, l’obbedire, il conformarsi, negano la libertà. La libertà esiste dall’inizio, non dalla fine. Non è un conformarsi, un imitare, un accettare dapprima per poi trovare infi­ne la libertà. Questo è lo spirito del totalitarismo, sia del guru o del prete. Questa è la crudeltà, la spietatezza del dittatore, dell’autorità, del guru o del sommo sacerdote.

Quindi l’autorità è corruzione. L’autorità è fare a pezzi l’integrità, l’intero, il completo – l’autorità del maestro nella scuola, l’autorità di uno scopo, di un ideale, di colui che afferma di sapere, l’autorità di una istituzione. La pressione dell’autorità in ogni aspetto è il fattore alterante della corruzione. Fondamentalmente l’autorità nega la libertà.

La funzione del vero insegnante è quella di istruire, mostrare, informare, senza l’influenza corrompente dell’autorità. L’autorità del confronto distrugge. Quando uno studente è confrontato a un altro, li si danneggia entrambi. Vivere senza confronti vuol dire essere inte­gri. Voi, o maestri, lo farete?

15 febbraio 1979

Sembra che gli esseri umani abbiano un’enorme quantità di ener­gia. Sono stati sulla luna, hanno scalato le vette più alte della terra, hanno avuto un’energia prodigiosa per le guerre, per gli strumenti bellici, e una grande energia per lo sviluppo tecnologico, per accu­mulare quelle vaste conoscenze raccolte dall’uomo, per lavorare ogni giorno, l’energia per costruire le piramidi e per esplorare l’atomo. Quando si considera tutto ciò è impressionante rendersi conto di quanta energia abbia consumato l’uomo. Questa energia è stata dedicata all’indagine delle cose esteriori, ma l’uomo ha speso pochissi­ma energia per indagare tutta la struttura psicologica di se stesso. È necessaria l’energia, sia esteriormente che interiormente, per agire o essere totalmente muti.

L’azione e la nonazione richiedono una grande energia. Abbiamo usato l’energia positivamente nelle guerre, nello scrivere libri, negli interventi chirurgici, per lavorare sul fondo dei mari. La nonazione richiede molta più azione della cosiddetta azione positiva. L’azione positiva è il controllare, il sostenere, l’evitare. La nonazione è l’at­tenzione totale dell’osservazione. In questa osservazione ciò che viene osservato subisce una trasformazione. Questa osservazione silen­ziosa non richiede soltanto energia fisica ma anche una profonda energia psicologica. Noi siamo abituati alla prima e questo condizio­namento limita la nostra energia. Nell’osservazione totale, silenziosa, che è la nonazione, non vi è alcun dispendio di energia, e così l’energia è infinita.

La nonazione è l’opposto dell’azione. L’andare al lavoro ogni giorno, un anno dopo l’altro per tanto tempo, che può essere neces­sario da come stanno le cose, limita effettivamente, ma il non lavorare non vuol dire che avrete un’energia illimitata. La stessa pigrizia della mente è una dispersione di energia, com’è l’indolenza del cor­po. La nostra istruzione in ogni campo limita questa energia. Il nostro sistema di vita, che è una lotta costante per divenire e non dive­nire, è la dissipazione dell’energia.

L’energia è eterna e non la si può misurare. Ma le nostre azioni sono misurabili, e così noi abbassiamo questa energia illimitata nella stretta orbita dell’io. E, avendola imprigionata, cerchiamo l’immen­surabile. Questa ricerca fa parte dell’azione positiva ed è dispersione di energia psicologica. Quindi vi è un moto senza fine entro gli ar­chivi dell’io.

Nell’istruzione, il nostro interesse è quello di liberare la mente dall’io. Come abbiamo detto in diverse occasioni in queste lettere, è nostro compito dare origine a una nuova generazione libera da que­sta energia limitata definita “io”. Si deve ripetere ancora una volta che le nostre scuole esistono per realizzare tale scopo.

Nella lettera precedente abbiamo parlato della corruzione della mente. Il germe di tale corruzione è l’io. L’io è l’immagine, la raffigu­razione, la parola che viene trasmessa di generazione in generazione, e si deve lottare con il peso della tradizione dell’io. Questo fatto – non la conseguenza di questo fatto o come esso si sia prodotto – è abbastanza facile da spiegare; mentre osservare il fatto con tutte le sue reazioni senza un movente che alteri il fatto, è l’azione negativa. Questa allora trasforma il fatto. È importante comprenderlo molto profondamente; non agire sulla realtà ma osservare cos’è.

Ogni essere umano è ferito sia psicologicamente che fisicamente. È relativamente facile affrontare il dolore fisico, ma il dolore psicolo­gico rimane nascosto. La conseguenza di questa ferita psicologica è il costruirsi un muro intorno, il resistere a un ulteriore dolore e perciò il divenire timorosi o il ritirarsi in isolamento. La ferita è stata prodotta dall’immagine dell’io con la sua energia limitata. Poiché è limitata è danneggiata. Non si può mai danneggiare ciò che non è misu­rabile, non lo si può mai corrompere. Qualsiasi cosa sia limitata può essere ferita, mentre ciò che è intero è oltre la portata del pensiero.

L’insegnante può aiutare lo studente a non essere mai ferito psicologicamente, non solo durante la scuola ma per tutta la vita? Se l’insegnante comprende il grande danno che deriva da quella ferita, come istruirà lo studente? Cosa farà effettivamente affinché lo studen­te non sia mai ferito per tutta la vita? Lo studente arriva alla scuola già ferito. Probabilmente non ne è consapevole. Il maestro, osser­vandone le reazioni, le paure e l’aggressività, scoprirà il danno che è stato fatto. Perciò egli ha due problemi: liberare lo studente dal dan­no passato e impedire danni futuri. È questo che vi interessa? O voi leggete semplicemente questa lettera, la comprendete intellettual­mente, che equivale a non comprenderla affatto, e così non vi inte­ressate dello studente? Ma se vi interessate, come dovreste, come af­fronterete questo fatto – che egli è ferito e che voi dovete impedire a tutti i costi ogni ferita ulteriore? In che modo vi accostate al proble­ma? Qual è lo stato della vostra mente quando gli siete di fronte? È anche il vostro problema, non solo quello dello studente. Voi siete feriti e così e lo studente. Quindi siete interessati entrambi: non è un problema unilaterale; voi siete coinvolti quanto lo studente. Osservate, il coinvolgimento è il fattore principale che dovete affrontare. Il desiderare unicamente di essere liberi dalla vostra ferita passata e lo sperare di non essere mai feriti di nuovo è una dispersione di ener­gia. L’attenzione assoluta, l’osservazione di questo fatto, non solo vi racconterà la storia della ferita stessa, ma proprio questa attenzione disperde, cancella la ferita.

Quindi l’attenzione è questa immensa energia che non può essere mai ferita o corrotta. Vi prego di non accettare ciò che viene detto in queste lettere. L’approvazione è la distruzione della verità. Mettetelo alla prova – non in qualche momento futuro, ma mettetelo alla prova mentre leggete questa lettera. Quando lo mettete alla prova, non casualmente ma con tutto il vostro cuore ed essere, ne scoprirete da soli la verità. E solo allora sarete in grado di aiutare lo studente a cancellare il passato e ad avere una mente invulnerabile.

1 marzo 1979

Queste lettere sono scritte in uno spirito amichevole. Non si propongono di dominare il vostro pensiero o di convincervi a unifor­marvi al modo in cui lo scrivente pensa o sente. Non sono propagan­da. In realtà, sono un dialogo tra voi e lo scrivente, tra amici che di­scutono i propri problemi, e nella buona amicizia non vi è mai alcun senso di competizione o dominio. Anche voi dovete aver osservato lo stato del mondo e della nostra società, e come vi debba essere una trasformazione radicale nel modo di vivere degli uomini, nei loro rapporti reciproci, nei loro rapporti con il mondo come un insieme e in ogni modo possibile. Discutiamo tra noi, essendo tutti profondamente interessati non solo del nostro sé individuale, ma anche degli studenti di cui siete completamente responsabili. Il maestro è la persona più importante della scuola, perché da lui dipende il benessere futuro dell’umanità. Non è una semplice affermazione verbale; è una realtà assoluta e irrevocabile. Solo quando lo stesso insegnante sen­tirà la dignità e il rispetto impliciti nella sua professione, sarà consa­pevole che l’insegnamento è l’occupazione più elevata, superiore a quella del politico, superiore a quella dei principi del mondo. Lo scrivente intende dire realmente ogni singola parola e quindi, vi prego, non ignoratele come esagerazioni o tentativi di farvi sentire un’importanza irreale. Voi e gli studenti dovete fiorire insieme nella bontà.

Abbiamo messo in luce i fattori corrompenti o degeneranti della mente. Poiché la società si sta disgregando, le nostre scuole devono essere centri per la rigenerazione della mente. Non del pensiero. Non si può mai rigenerare il pensiero perché il pensiero è sempre li­mitato, ma è possibile una rigenerazione della totalità della mente. Quando si siano esaminate a fondo le vie della degenerazione, que­sta possibilità non è concettuale ma reale. Nelle lettere precedenti abbiamo esplorato alcune di queste vie.

Ora dobbiamo esaminare anche la natura distruttiva della tradi­zione, dell’abitudine e dei sistemi di pensiero che si basano sulla ri­petizione. Sembra che il seguire, l’accettare la tradizione, diano una certa sicurezza alla propria vita, sia esteriore che interiore. La ricerca della sicurezza in ogni modo possibile è il movente, la forza motrice della maggior parte delle nostre azioni. L’esigenza di sicurezza psico­logica adombra la sicurezza fisica rendendola così incerta. Questa si­curezza psicologica è la base della tradizione trasmessa da una generazione all’altra tramite le parole, i rituali, le credenze – religiosi, po­litici o sociologici. Raramente contestiamo la norma stabilita, ma quando lo facciamo cadiamo invariabilmente nella trappola di un nuovo modello. Questo è stato il nostro sistema di vita: rifiutare una cosa e accettarne un’altra. Il nuovo è più attraente e il vecchio viene lasciato alla generazione passata. Ma entrambe le generazioni sono intrappolate in modelli, in sistemi, e questo è il movimento della tradizione. La parola stessa significa conformismo, sia moderno o antico. Non vi è alcuna tradizione buona o cattiva: vi è solo la tradizione, la vana ripetizione di rituali in ogni chiesa, tempio o moschea. Essi sono assolutamente privi di senso, ma l’emozione, il sentimento, il romanticismo, l’immaginazione gli donano colore e illusione. È la natura della superstizione e ogni prete al mondo la incoraggia. Il processo di abbandonarsi a cose prive di senso o di affidarsi a cose senza significato è una dispersione di energia che degenera la mente. Si deve essere profondamente consapevoli di queste realtà, e la stes­sa attenzione dissolve ogni illusione.

Vi è quindi l’abitudine. Non vi sono affatto abitudini buone o cat­tive; vi è soltanto l’abitudine. Abitudine significa un’azione che si ri­pete, che ha origine dal non essere consci. Si prendono le abitudini deliberatamente o si è convinti per mezzo della propaganda; o, aven­do paura, si assumono riflessi autodifensivi. Lo stesso per il piacere. Il seguire una routine, per quanto sia efficace o necessario nella vita quotidiana, può condurre, e generalmente conduce, a un sistema di vita meccanico. Si può fare la stessa cosa alla stessa ora ogni giorno senza che essa divenga un’abitudine se vi è la consapevolezza di ciò che si fa. L’attenzione disperde l’abitudine. Le abitudini si formano solo quando non vi è alcuna attenzione. Vi potete alzare alla stessa ora ogni mattino e sapete perché vi state alzando. Questa consapevolezza può sembrare a un altro un’abitudine, buona o cattiva, ma inrealtà per colui che è consapevole, attento, non esiste alcuna abitudi­ne. Noi prendiamo abitudini psicologiche o routine perché crediamo che questo sia il sistema di vita più comodo, e se osservate attentamente anche nelle abitudini formate nei rapporti, personali o altro, vi è un certo carattere di pigrizia, trascuratezza e noncuranza. Tutto ciò dà un falso senso di intimità, sicurezza e facile crudeltà. Nell’abi­tudine vi è ogni pericolo: l’abitudine di fumare, l’azione che si ripete, l’impiego di parole, pensieri o comportamenti. Ciò rende la mente completamente insensibile, e il processo degenerante è portato a trovare qualche forma di sicurezza illusoria quale la nazione, una credenza o un ideale, e ad aggrapparsi a essa. Tutti questi fattori sono molto distruttivi per la sicurezza reale. Viviamo in un mondo im­maginario che è divenuto una realtà. Confutare questa illusione equivale a divenire un rivoluzionario o a essere permissivi. Questi sono entrambi fattori di degenerazione.

In sostanza, il cervello con tutte le sue facoltà straordinarie è stato condizionato di generazione in generazione ad accettare questa sicu­rezza fallace, che è diventata ora un’abitudine radicata. Per abbattere questa abitudine noi subiamo varie forme di tortura, molteplici evasioni, o ci buttiamo in qualche utopia idealistica e così via. Il pro­blema dell’insegnante è quello di indagare, e la sua facoltà creativa sta nell’osservare con grande attenzione il proprio condizionamento radicato e quello dello studente. È un processo reciproco: non dovete esaminare dapprima il vostro condizionamento e quindi informare l’altro delle vostre scoperte, ma esplorare insieme e scoprire la ve­rità. Ciò richiede una certa specie di pazienza; non una pazienza in senso temporale, ma la perseveranza e l’attenzione diligente della re­sponsabilità totale.

15 marzo 1979

Noi siamo diventati troppo abili. I nostri cervelli sono stati adde­strati a divenire molto brillanti verbalmente e intellettualmente. Sono zeppi di moltissime informazioni e noi ci serviamo di questo fatto per ottenere una carriera vantaggiosa. La persona abile e intellettuale viene lodata e stimata. Sembra che tali persone usurpino tutte le po­sizioni più importanti del mondo: hanno il potere, la posizione, il prestigio. Ma alla fine la loro abilità le tradisce. Il loro cuore non ha mai saputo cosa sia l’amore o la carità o la generosità profonda, perché esse sono rinchiuse nella loro vanità e arroganza. Questo è dive­nuto il modello di tutte le scuole molto dotate. Il ragazzo o la ragaz­za, accettati nelle scuole convenzionali, rimangono intrappolati nella civiltà moderna e sono insensibili all’intera bellezza della vita.

Quando vagate per i boschi dalle ombre profonde chiazzate di lu­ci e improvvisamente vi trovate per caso in uno spazio aperto, in un prato verde circondato da alberi maestosi, o presso un ruscello scin­tillante, vi domandate perché l’uomo abbia perso il proprio rappor­to con la natura e la bellezza della terra, della foglia caduta e del ra­mo spezzato. Se avete perso i contatti con la natura, perderete inevi­tabilmente i rapporti con gli altri. La natura non è soltanto i fiori, il grazioso praticello verde o le acque che scorrono nel vostro giardi­netto, ma la terra intera con tutte le cose in essa. Noi pensiamo che la natura esista per il nostro uso, per il nostro comodo, e così perdia­mo la comunione con la terra. Questa sensibilità verso la foglia cadu­ta e il grande albero sulla collina è molto più importante di tutti gli esami superati e dell’ottenere una carriera brillante. Queste cose non sono tutta la vita. La vita è simile a un fiume immenso con un’enor­me massa d’acqua senza principio né fine. Da questa corrente veloce prendiamo un secchio d’acqua, e quell’acqua limitata diviene la no­stra vita. È il nostro condizionamento e il nostro dolore eterno.

Il movimento del pensiero non è la bellezza. Il pensiero può crea­re ciò che sembra bello – il dipinto, la statua di marmo o una bella poesia – ma esso non è la bellezza. La bellezza è la sensibilità supre­ma, non rivolta alla sensazione dei propri dolori e inquietudini, ma a racchiudere l’intera esistenza dell’uomo. Vi è la bellezza solo quando la corrente dell’io si è prosciugata completamente. Quando non vi è l’io, vi è la bellezza. Con l’abbandono del sé nasce la passione della bellezza. Nelle nostre lettere abbiamo discusso insieme la degenera­zione della mente. Abbiamo presentato al vostro esame e indagine alcune vie di tale deterioramento. Una delle sue attività basilari è il pensiero. Il pensiero è una frattura della totalità della mente. L’inte­ro contiene la parte, ma la parte non può mai essere ciò che è com­pleto. Il pensiero è la parte più attiva della nostra vita. Il sentimento si unisce al pensiero. Essi sono essenzialmente una cosa sola sebbene tendiamo a separarli. Avendoli separati, diamo molta importanza alla sensazione, al sentimento, al romanticismo e alla devozione, ma il pensiero, come il filo di una collana si insinua attraverso tutti questi, nascosto, vivo, controllando e modellando. È sempre lì, anche se ci piace credere che le nostre profonde emozioni siano essenzialmente diverse. In ciò sta una grande illusione, un inganno tenuto in grande stima che conduce alla disonestà.

Come abbiamo detto, il pensiero è la realtà della nostra vita quotidiana. Tutti i cosiddetti libri sacri sono frutto del pensiero. Li si può venerare come rivelazioni ma sono essenzialmente pensiero. Il pensiero ha costruito la turbina e i grandi templi della terra, il missi­le e l’inimicizia tra gli uomini. Il pensiero è il responsabile delle guer­re, della lingua usata e dell’immagine prodotta dalla mano o dalla mente. Il pensiero domina i rapporti. Il pensiero ha descritto cosa sia l’amore, i paradisi e il dolore della sofferenza. L’uomo venera il pensiero, ne ammira le sottigliezze, l’astuzia, la violenza, le crudeltà per una ragione. Il pensiero ha portato grandi progressi nella tecnologia e con essa l’abilità nel distruggere. Ecco la storia del pensiero, ripetuta nei secoli.

Perché l’umanità ha attribuito un’importanza tanto straordinaria al pensiero? Forse perché è la sola cosa che abbiamo, per quanto sia attivata dai sensi? Perché il pensiero è stato capace di dominare la natura, dominare il suo ambiente, e ha realizzato una certa sicurezza fisica? Perché è lo strumento più elevato per mezzo del quale l’uomo opera, vive e si avvantaggia? Perché il pensiero ha creato gli dèi, i salvatori, la supercoscienza, dimenticando l’inquietudine, la paura, il dolore, l’invidia, la colpa? Perché tiene unite le persone come na­zione, gruppo o setta? Perché dà speranza a una vita oscura? Perché presenta una breccia per evadere dal nostro noioso sistema di vita di tutti i giorni? Perché, non sapendo quale sia il futuro, offre la sicu­rezza del passato, la sua arroganza, la sua insistenza sull’esperienza? Perché nella conoscenza vi è la stabilità, lo scampo dalla paura nella certezza del conosciuto? Perché il pensiero in se stesso ha assunto una posizione invulnerabile, opponendosi allo sconosciuto? Perché l’amore è inesplicabile, non misurabile, mentre il pensiero è misurato e resiste al moto costante dell’amore?

Non abbiamo mai messo in discussione la natura stessa del pensiero. Abbiamo accettato il pensiero come una cosa inevitabile, come gli occhi e le gambe. Non abbiamo mai esplorato fino in fondo il pensiero: e poiché non lo abbiamo mai discusso, ha assunto la pre­minenza. È il tiranno della nostra vita e i tiranni sono sfidati raramente.

Quindi, come insegnanti, ci accingiamo ad esporlo alla luce bril­lante dell’osservazione. La luce dell’osservazione non solo disperde istantaneamente l’illusione, ma la sua chiarezza rivela i più minuti dettagli di ciò che si osserva. Come abbiamo detto, l’osservazione non parte da un punto di vista fisso, da una credenza, un pregiudi­zio o una conclusione. L’opinione è una cosa piuttosto scadente e pretenziosa come anche l’esperienza. L’uomo esperto è una persona pericolosa perché è intrappolato nella prigione della sua stessa co­noscenza.

Potete quindi osservare con chiarezza straordinaria l’intero moto del pensiero? Questa luce è libertà: non significa che voi l’avete catturato e usato a vostro comodo e vantaggio. L’osservazione stessa del pensiero è l’osservazione di tutto il vostro essere, e lo stesso essere è costruito dal pensiero. Come il pensiero è finito, limitato, così siete voi.

1 aprile 1979

Ci occupiamo ancora della totalità della mente. La mente com­prende i sensi, le emozioni volubili, la facoltà del cervello e il pensie­ro incessante. Tutto ciò è la mente, compresi i vari attributi della coscienza. Quando tutta la mente è in attività essa è illimitata, ha grande energia e azione senza un’ombra di rimpianto e una promessa di ricompensa. Questa caratteristica della mente, questa totalità, è l’in­telligenza. Si può comunicare allo studente questa intelligenza e aiu­tarlo ad afferrarne prontamente il significato? Realizzarlo è sicuramente responsabilità dell’insegnante.

La facoltà del pensiero viene modellata e controllata dal desiderio tanto che essa ne è limitata; cioè è limitata dal moto del desiderio: il desiderio è l’essenza della sensazione. L’ambizione limita la facoltà del cervello, cioè il pensiero. Questa facoltà è ridotta dalle esigenze sociali ed economiche o dall’esperienza e da motivi individuali. È li­mitata da un ideale, dalle sanzioni di varie credenze religiose, dalla paura senza fine. La paura non è distinta dal piacere.

Il desiderio – l’essenza della sensazione – è modellato dall’am­biente, dalla tradizione, dalle nostre inclinazioni e dal nostro tempe­ramento. E così la facoltà o azione che richiede un’energia totale è condizionata a seconda del nostro comodo e piacere. Il desiderio è un fattore irresistibile della nostra vita, non lo si deve soffocare o evitare, non si deve lusingarlo o discorrere con esso, ma piuttosto lo si deve comprendere. Questa comprensione può nascere soltanto tramite l’esame del desiderio e l’osservazione del suo moto. Conoscen­do il fuoco stimolante del desiderio, la maggior parte delle proibizio­ni religiose e settarie lo ha trasformato in un qualcosa che si deve soffocare, controllare o abbandonare – consegnare, per così dire, a una divinità o un principio. Gli innumerevoli voti fatti dagli uomini interamente per negare il desiderio non lo hanno affatto estinto. È là.

Quindi ci dobbiamo accostare a esso in un modo diverso, tenendo a mente che l’intelligenza non è destata dal desiderio. Il desiderio di andare sulla luna dà origine a un’enorme conoscenza tecnica, ma questa conoscenza è un’intelligenza limitata. La conoscenza è sem­pre specializzata e quindi incompleta, mentre noi stiamo parlando dell’intelligenza che è il moto della totalità mentale. Noi ci occupia­mo di questa intelligenza e del suo risveglio in entrambi: l’insegnan­te e lo studente.

Come abbiamo detto prima, la facoltà è limitata dal desiderio. Il desiderio è la sensazione, la sensazione di una nuova esperienza, di nuove forme di eccitazione, la sensazione di scalare le vette più alte della terra, la sensazione del potere, della posizione sociale. Tutto ciò limita l’energia del cervello. Il desiderio dà un’illusione di sicurezza, e il cervello, che ha bisogno di sicurezza, incoraggia e favorisce ogni forma di desiderio. Quindi, se non comprendiamo il compito del de­siderio, esso causa la degenerazione della mente. È davvero importante comprenderlo.

Il pensiero è il moto di questo desiderio. La curiosità di scoprire è stimolata dal desiderio di sensazioni maggiori e dalla certezza illusoria di sicurezza. La curiosità ha conseguito l’enorme quantità di co­noscenze che hanno il loro peso nella nostra vita di tutti i giorni. La curiosità ha un significato nell’osservazione.

Il pensiero può essere il fattore principale della degenerazione della mente, mentre l’intuizione schiude la porta alla totalità dell’azione. Nella prossima lettera ci addentreremo nel significato completo dell’intuizione, ma per ora dobbiamo discutere se il pensiero sia un fattore distruttivo della totalità mentale. Abbiamo affer­mato che lo è. Non accettate questa affermazione finché non l’avrete esaminata completamente e liberamente.

Per totalità mentale intendiamo la facoltà infinita e la sua vacuità assoluta in cui vi è un’energia incommensurabile. Il pensiero, essen­do limitato dalla sua stessa natura, impone la sua limitatezza all’in­sieme, e così il pensiero è sempre in prima linea. Il pensiero è limitato perché è il risultato della memoria e della conoscenza accumulata con l’esperienza. La conoscenza è il passato e ciò che è stato è sem­pre limitato. Il ricordo può proiettare un futuro. Questo futuro è le­gato al passato, perciò il pensiero è sempre limitato. Il pensiero è mi­surabile – il più e il meno, il più grande e il più piccolo. Questa mi­sura è il movimento del tempo: io sono stato, io sarò. Pertanto il pensiero, quando predomina, per quanto sia sottile, astuto e vitale, corrompe la totalità, e noi abbiamo attribuito al pensiero la massima importanza.

Vi posso chiedere se, dopo aver letto questa lettera, avete afferrato il significato della natura del pensiero e della totalità della mente? E se l’avete compreso, lo potete comunicare allo studente che è sotto la vostra responsabilità totale? Questo è un argomento difficile. Se non avete alcuna luce non potete aiutare un altro ad averla. Lo pote­te spiegare molto chiaramente o definirlo con parole scelte, ma non avrà la forza della verità.

15 aprile 1979

Qualsiasi forma di conflitto, di lotta, corrompe la mente – la mente essendo la totalità della nostra esistenza. Questa caratteristica viene distrutta quando vi sia una specie qualsiasi di attrito, una qualsia­si contraddizione. Poiché la maggior parte di noi vive in uno stato perenne di contraddizione e conflitto, questa mancanza di totalità produce la degenerazione. Nella presente lettera ci occupiamo di scoprire da soli se sia possibile far cessare questi fattori degeneranti. Probabilmente la maggior parte di noi non ci ha mai pensato; l’ab­biamo accettato come il sistema di vita normale. Abbiamo convinto noi stessi che il conflitto porta uno sviluppo – come la competizione – e abbiamo varie spiegazioni in merito: l’albero nella foresta lotta per la luce, il neonato lotta per il respiro, la madre soffre per partori­re. Noi siamo condizionati ad accettarlo e a vivere in questo modo. Questo è stato il nostro sistema di vita per generazioni, e qualsiasi suggerimento che forse vi potrebbe essere un sistema di vita senza conflitto sembra quasi incredibile. Vi potete prestare ascolto come a un’assurdità idealistica o rifiutarlo immediatamente, ma non riflettete mai se vi sia un qualsiasi significato nell’affermazione che è possi­bile condurre una vita senza un’ombra di conflitto. Quando ci occu­piamo dell’integrità e responsabilità di far nascere una nuova generazione, che è la nostra unica funzione di insegnanti, potete esaminare questo fatto? E, nel processo stesso dell’istruzione, potete comu­nicare allo studente quel che scoprite personalmente?

Ogni forma di conflitto è un indizio di resistenza. In un fiume ra­pido non vi è alcuna resistenza; esso scorre intorno ai grandi massi, attraverso villaggi e città. L’uomo lo controlla per i suoi scopi. In sostanza la libertà significa la mancanza di quella resistenza che il pensiero si è costruito intorno, non è vero?

L’onestà è una cosa molto complessa. In cosa siete onesti e per quale ragione? Potete essere onesti con voi stessi e nello stesso modoessere leali verso un altro? È possibile dire che si deve essere onesti verso se stessi? L’onestà è una faccenda di ideali? Può mai essere onesto l’idealista? Egli vive in un futuro intagliato nel passato; è in­trappolato tra ciò che è stato e ciò che dovrebbe essere, e quindi non può mai essere onesto. Potete essere onesti con voi stessi? È possibi­le? Siete il centro di varie attività, talvolta contraddittorie; di vari pensieri, sentimenti e desideri che sono sempre in opposizione tra loro. Qual è il desiderio o pensiero onesto, e quale non lo è? Queste non sono domande puramente retoriche o abili controversie. È mol­to importante scoprire cosa significhi essere completamente onesti perché ci accingiamo a occuparci dell’intuizione e dell’immediatezza dell’azione. È assolutamente importante, se desideriamo afferrare la profondità dell’intuizione, avere questa caratteristica di integrità totale, quell’integrità che è l’onestà della totalità.

Si può essere onesti su un ideale, un principio o una credenza ra­dicata. Senza dubbio questa non è l’onestà. L’onestà può esistere soltanto quando non vi è alcun conflitto delle dualità, quando l’opposto non esiste. Vi è l’oscurità e la luce, la notte e il giorno; vi è l’uomo, la donna, l’alto, il basso e così via, ma è il pensiero a renderli opposti, a metterli in contraddizione. Stiamo manifestando la contraddizione psicologica coltivata dall’umanità. L’amore non è l’opposto dell’odio o della gelosia. Se lo fosse, non sarebbe l’amore. L’umiltà non è l’op­posto della vanità o dell’orgoglio e dell’arroganza. Se lo fosse, sareb­be ancora parte dell’arroganza e dell’orgoglio e quindi non umiltà. L’umiltà è completamente separata da tutto ciò. La mente umile è inconsapevole della propria umiltà. Quindi l’onestà non è l’opposto della disonestà.

Si può essere sinceri nelle proprie credenze o concetti, ma questa sincerità produce il conflitto e dov’è il conflitto non vi può essere alcuna onestà. Perciò chiediamo: potete essere onesti con voi stessi? Il vostro essere è un miscuglio di molti movimenti che si ostacolano l’un l’altro, che si dominano l’un l’altro e raramente fluiscono insie­me. Quando tutti questi movimenti fluiscono insieme vi è l’onestà. Di nuovo, vi è la separazione tra il conscio e l’inconscio, dio e il diavolo; il pensiero ha prodotto questa divisione e il conflitto che esiste tra queste parti. La bontà non ha alcun opposto.

Con questa nuova comprensione di cosa sia l’onestà, possiamo procedere nell’esame di cosa sia l’intuizione? Essa è assolutamente importante, perché può essere il fattore in grado di rivoluzionare le nostre azioni e di operare una trasformazione nel cervello stesso. Ab­biamo detto che il nostro sistema di vita è divenuto meccanico: il passato con tutte le esperienze e conoscenze accumulate, che sono le fonti del pensiero, dirige e modella ogni azione. Il passato e il futuro sono interdipendenti e inseparabili, e lo stesso processo del pensiero è fondato su ciò. Il pensiero è sempre limitato, finito; sebbene possa pretendere di raggiungere il cielo, quello stesso cielo è entro la struttura del pensiero. La memoria è misurabile, come lo è il tempo. Questo movimento del pensiero non può mai essere fresco, nuovo, originale. Quindi l’azione fondata sul pensiero deve essere sempre interrotta, incompleta, contraddittoria. Si deve comprendere a fondo tutto il movimento del pensiero con il posto relativo che occupa nelle necessità della vita, cose che si devono ricordare. Qual è quindi l’azione che non è la continuazione del ricordo? È l’intuizione.

L’intuizione non è l’attenta deduzione del pensiero, il suo proces­so analitico o la natura della memoria legata al tempo. È la percezio­ne priva di colui che percepisce; è istantanea. Da questa intuizione ha luogo l’azione. A causa di questa intuizione la spiegazione di ogni problema è accurata, definita e vera. Non vi è alcun rimpianto, alcu­na reazione. È assoluta. Non vi può essere alcuna intuizione senza la caratteristica dell’amore. L’intuizione non è un affare intellettuale da discutere e brevettare. Questo amore è la forma di sensibilità più ele­vata – quando tutti i sensi fioriscono insieme. Senza sensibilità – non ai propri desideri e problemi e a tutte le piccolezze della propria vita – l’intuizione è ovviamente del tutto impossibile.

L’intuizione è olistica. Olistico significa l’intero, la totalità della mente. La mente è tutte le esperienze dell’umanità, le vaste cono­scenze accumulate con le loro capacità tecniche, con i loro dispiace­ri, inquietudini, dolori, pene e malinconie. Ma l’intuizione è oltre tutto ciò. Perché esista l’intuizione è essenziale la libertà dal dolore, dalla pena, dalla malinconia. L’intuizione non è un movimento con­tinuo. Non può essere catturata dal pensiero. L’intuizione è l’intelli­genza suprema e questa intelligenza usa il pensiero come uno stru­mento. L’intuizione è l’intelligenza con la sua bellezza e amore. In realtà sono inseparabili: in realtà sono una cosa sola. Questa è la to­talità più sacra.

1 maggio 1979

Dopo tutto, la scuola è un luogo in cui non si impara soltanto la conoscenza necessaria alla vita quotidiana ma anche l’arte di vivere con tutte le sue complessità e sottigliezze. Sembra che lo dimenti­chiamo e ci lasciamo prendere completamente dalla superficialità della conoscenza. La conoscenza è sempre superficiale, e imparare l’arte di vivere non è ritenuto necessario. Vivere non è considerato un’arte. Quando si lascia la scuola si smette di imparare e si conti­nua a vivere in base a quel che si è accumulato come conoscenza. Non pensiamo mai che la vita è un processo d’apprendimento con­tinuo. Quando si osserva la vita, la vita quotidiana è un mutamento e un movimento costante e la nostra mente non è abbastanza rapida e sensibile da seguirne le sottigliezze. Ci avviciniamo a essa con risposte stereotipate e fissazioni. Lo si può evitare nelle nostre scuole? Ciò non significa che si debba avere una mente aperta. Ge­neralmente la mente aperta è simile a un setaccio che trattiene po­co o nulla. Ma è necessaria una mente capace di una percezione e azione rapide. Ecco perché abbiamo esaminato il problema dell’in­tuizione con la sua immediatezza d’azione. L’intuizione non lascia la cicatrice della memoria. Generalmente l’esperienza, come la si intende, lascia un proprio residuo come memoria, e noi agiamo partendo da questo residuo. Quindi l’azione rafforza il residuo e così diviene meccanica. L’intuizione non è un’attività meccanica. Pertanto, si può insegnare in una scuola che la vita quotidiana è un processo costante d’apprendimento e di azione nei rapporti, senza rafforzare quel residuo che è la memoria? Per gran parte di noi la cicatrice diviene importantissima, e noi perdiamo la veloce corren­te della vita.

Studente e insegnante vivono entrambi in uno stato di confusione e disordine, sia esternamente sia interiormente. Si può essere incon­sapevoli di questo fatto e, essendone consapevoli, si mettono in ordine rapidamente le cose esteriori, ma si è consapevoli raramente della confusione e del disordine interiori.

Dio è disordine. Esaminate gli innumerevoli dèi che l’uomo ha inventato, o il dio unico, l’unico salvatore, e osservate la confusione che ciò ha creato nel mondo, le guerre che ha causato, le innumere­voli divisioni, le credenze, i simboli e le immagini che dividono. Ciò non è forse confusione e disordine? Noi ci siamo abituati, lo accet­tiamo prontamente, perché la nostra vita è così pesante per la noia e il dolore che cerchiamo conforto negli dèi evocati dal pensiero. Que­sto è stato il nostro sistema di vita per migliaia d’anni. Ogni civiltà ha inventato gli dèi ed essi sono stati la fonte di una grande tirannia, di guerre e distruzione. I loro templi possono essere straordinariamen­te belli, ma all’interno vi è oscurità e la fonte della confusione.

Si possono mettere da parte questi dèi? Lo si deve fare, se si riflet­te sul motivo per cui la mente umana vive nel disordine politicamen­te, religiosamente ed economicamente e lo accetta. Qual è la fonte di questo disordine, la sua realtà, non il motivo teologico? Si possono mettere da parte i concetti di disordine ed essere liberi di indagare l’effettiva fonte quotidiana del nostro disordine, non cosa sia l’ordi­ne ma il disordine? Solo quando abbiamo esaminato a fondo il disordine e la sua origine possiamo scoprire cosa sia l’ordine assoluto. Siamo così desiderosi di scoprire cosa sia l’ordine, così impazienti verso il disordine, che siamo propensi a soffocarlo, pensando di rea­lizzare in questo modo l’ordine. In questa lettera non ci chiediamo soltanto se vi possa essere un ordine assoluto nella nostra vita quotidiana ma anche se questa confusione può cessare.

Pertanto ci occupiamo in primo luogo del disordine e di quale sia la sua fonte. È il pensiero? Sono i desideri contraddittori? È la paura e la ricerca della sicurezza? È la domanda costante di piaceri? Il pensiero è una delle fonti o la ragione principale del disordine? Non è unicamente lo scrivente ma siete voi stessi a porre queste domande, quindi vi prego di tenerlo sempre a mente. Voi dovete scoprire la fonte, non conoscerla da altri per poi ripeterla verbalmente.

Il pensiero, come abbiamo sottolineato, è finito, limitato, e qual­siasi cosa sia limitata, per quanto possano essere vaste le sue attività, inevitabilmente causa la confusione. Ciò che è limitato crea divisioni e quindi distrugge e confonde. Abbiamo studiato a sufficienza la na­tura e la struttura del pensiero, e comprendere a fondo la natura delpensiero equivale a dargli il posto giusto così che esso perda il pro­prio dominio schiacciante.

Il desiderio e gli oggetti mutevoli del desiderio sono una delle cau­se del nostro disordine? Reprimere il desiderio vuol dire reprimere ogni sensazione – che equivale a paralizzare la mente. Pensiamo che questo sia il modo più facile e rapido per porre fine al desiderio ma non è possibile reprimerlo; è troppo forte, troppo sottile. Non potete afferrarlo con le mani e torcerlo a piacere – cosa che è un altro desi­derio. In una lettera precedente abbiamo parlato del desiderio. Il de­siderio non può essere mai represso o trasformato o corrotto dal desiderio giusto e sbagliato. Rimane sempre una sensazione e un de­siderio, qualsiasi cosa ne facciate. Il desiderio dell’Illuminazione e il desiderio di denaro sono la stessa cosa, benché l’oggetto sia diverso. Si può vivere senza il desiderio? O per esprimerlo in un altro modo, i sensi possono essere supremamente attivi senza l’intervento del de­siderio? Vi sono attività sensoriali sia psicologiche che fisiche. Il cor­po cerca il calore, il cibo, il sesso; vi è il dolore fisico e così via. Que­ste sensazioni sono naturali ma quando entrano nel campo psicologico, cominciano le difficoltà. E qui sta la nostra confusione. È importante comprenderlo, specialmente da giovani. Osservare le sensazio­ni fisiche senza reprimerle o esagerarle ed essere vigilanti, attenti che esse non filtrino nel regno psicologico interiore a cui non apparten­gono – qui sta la nostra difficoltà. L’intero processo accade così rapi­damente perché noi non lo copiamo, non l’abbiamo compreso, non abbiamo esaminato effettivamente ciò che accade in realtà.

Allo stimolo vi è una risposta sensoriale immediata. Questa rispo­sta è naturale e non è sotto il dominio del pensiero, del desiderio. La nostra difficoltà inizia quando queste risposte sensoriali penetrano nel regno psicologico. Lo stimolo può essere una donna o un uomo o un qualcosa piacevole, allettante; o un bel giardino. La risposta a essa è la sensazione, e quando questa sensazione entra nel campo psicologico ha inizio il desiderio, e il pensiero con le sue immagini cerca di realizzarlo.

La domanda che ci poniamo è: come possiamo impedire che le ri­sposte fisiche naturali entrino nel campo psicologico? È possibile? È possibile soltanto quando osservate con grande attenzione la natura degli stimoli e le risposte. Questa attenzione totale impedirà che le risposte entrino nella psiche interiore.

Ci occupiamo del desiderio e della comprensione di esso, non del fattore abbrutente del reprimerlo, evitarlo o idealizzarlo. Non potete vivere senza il desiderio. Quando avete fame avete bisogno di cibo. Ma comprendere, che vuol dire esaminare tutta l’attività del deside­rio, è dargli il posto giusto. In questo modo non sarà una fonte di disordine nella nostra vita quotidiana.

15 maggio 1979

Ciò che l’uomo ha fatto all’uomo non ha limiti. Lo ha torturato, lo ha bruciato, ucciso, lo ha sfruttato in ogni modo possibile – religio­so, politico, economico. Questa è stata la storia dell’uomo nei confronti dell’uomo; l’intelligente sfrutta lo stupido, l’ignorante. Tutte le filosofie sono intellettuali e pertanto non totali. Queste filosofie hanno reso schiavo l’uomo. Hanno inventato cosa dovrebbe essere la so­cietà e sacrificato l’uomo ai loro concetti; gli ideali dei cosiddetti pensatori hanno disumanizzato l’uomo. Lo sfruttamento di un altro – uomo o donna – sembra il sistema della nostra vita quotidiana. Ci usiamo l’un l’altro, e ciascuno accetta questa consuetudine. Da que­sto rapporto particolare ha origine la dipendenza con tutte le sue sofferenze, confusioni e l’angoscia che le è connessa. L’uomo è stato sia interiormente sia esteriormente sleale verso se stesso e gli altri; e come vi può essere amore in queste circostanze?

Diventa quindi molto importante che l’insegnante provi una responsabilità totale non solo nel suo rapporto personale con lo stu­dente ma anche nel rapporto con tutta l’umanità. Egli è l’umanità. Se non si sente totalmente responsabile di se stesso, sarà incapace di provare questa emozione di responsabilità totale che è amore. Voi, come insegnanti, sentite questa responsabilità? In caso negativo – perché no? Vi potete sentire responsabili di vostra moglie, di vostro marito o dei bambini e potete ignorare e non sentire alcuna respon­sabilità di un altro. Ma se vi sentite completamente responsabili di voi stessi non potete fare a meno di essere responsabili dell’umanità intera.

Questa domanda – perché non vi sentite responsabili di un altro, è molto importante. La responsabilità non è una reazione emotiva, non un qualcosa che imponete a voi stessi – sentirsi responsabili. In tal caso diviene un dovere e il dovere ha perso il profumo o la bellez­za di quella qualità interiore di responsabilità totale. Non è un qualcosa che accogliete come un principio o un concetto a cui aggrap­parvi, come si possiede una sedia o un orologio. La madre si può sentire responsabile del suo bambino, sentire che il bambino è parte del suo sangue e della sua carne e perciò dedicargli ogni cura e at­tenzione per alcuni anni. La responsabilità è questo istinto materno? Forse abbiamo ereditato il nostro particolare attaccamento al bambi­no dai primi animali. Esiste in tutta la natura, dal più minuto uccello all’elefante maestoso. Ci chiediamo – la responsabilità è questo istin­to? Se lo fosse, i genitori si sentirebbero responsabili di un giusto ti­po d’educazione, di una specie totalmente diversa di società. Fareb­bero in modo che non vi fossero guerre e che essi stessi fiorissero nella bontà.

Così sembra che l’essere umano non si interessi agli altri ma si im­pegni solo in se stesso. Questo impegno è una irresponsabilità totale. Le sue emozioni, i suoi desideri personali, i suoi attaccamenti, il suo successo, il suo progresso, produrranno inevitabilmente una crudeltà sia manifesta che sottile. È questa la via della vera responsabilità?

Nelle nostre scuole, colui che dà e colui che riceve sono entrambi responsabili e quindi non si possono mai abbandonare a questa spe­cie particolare di separazione. La separazione egotistica forse è pro­prio la radice della degenerazione della totalità della mente di cui ci interessiamo profondamente. Ciò non significa che non vi sia alcun rapporto personale con il suo affetto, la tenerezza, l’incoraggiamento e l’appoggio. Ma quando il rapporto personale diviene importantis­simo e responsabile soltanto di pochi, ha inizio il male; quanto ciò sia reale è noto a ogni essere umano. Questa frammentazione dei rapporti è il fattore degenerante della nostra vita. Abbiamo così ri­stretto i rapporti, che essi siano rapporti personali, con un gruppo, con una nazione, con alcuni concetti e così via. Ciò che è in frammenti non può mai contenere la totalità della responsabilità. Dal pic­colo noi tentiamo sempre di prendere il più grande. Il migliore non è il buono, e tutti i nostri pensieri sono fondati sul meglio, il più; mi­gliore agli esami, lavori migliori, stato sociale migliore; dèi migliori, concetti più nobili.

Il meglio è il risultato del paragone. Il quadro migliore, la tecnica migliore, il musicista più bravo, il più dotato, il più bello e il più in­telligente dipendono da questo paragone. Raramente consideriamo un quadro in se stesso, o un uomo o donna in se stessi. Vi è semprequesta caratteristica innata del paragone. Il paragone è amore? Pote­te mai dire di amare questo più di quello? Quando vi è questo paragone, è amore? Quando vi è questa sensazione del più, che è la mi­sura, il pensiero è in attività. L’amore non è il moto del pensiero. Questa misura è il paragone. Siamo incoraggiati per tutta la vita a paragonare. Quando, nella vostra scuola, paragonate B e A, li state distruggendo entrambi.

Quindi, è possibile educare senza alcun senso di paragone? E perché paragoniamo? Paragoniamo per la semplice ragione che la misu­ra è il sistema del pensiero e il nostro sistema di vita. Siamo istruiti in questa corruzione. Il migliore è sempre più nobile di ciò che è, di ciò che accade realmente. Osservare ciò che è, senza il paragone, senza la misura, vuol dire oltrepassare ciò che è.

Quando non vi è alcun paragone vi è l’integrità. Non che voi siete sinceri con voi stessi, cosa che è una forma di misura, ma quando non vi è assolutamente alcuna misura vi è questa caratteristica di to­talità. L’essenza dell’io, il “me’, è la misura. Quando vi è la misura vi è la frammentazione. Lo si deve comprendere profondamente non come un concetto ma come una realtà. Quando leggete questa affer­mazione la potete rendere un’astrazione come un’idea, un concetto, e l’astrazione è un’altra forma di misura. Ciò che è non ha alcuna mi­sura. Vi prego di dedicarvi con tutto il cuore a comprendere queste cose. Quando ne avete afferrato il significato completo, il vostro rapporto con lo studente e la vostra famiglia diventerà completamente diverso. Se domandate se questa differenza sarà in senso migliore, siete presi nell’ingranaggio della misura. Allora siete persi. Scoprirete la differenza quando lo metterete alla prova realmente. La parola stessa, differenza, implica la misura, ma noi usiamo questa parola in un senso non relativo. Quasi ogni parola che usiamo ha questo senso di misura, così le parole influenzano le nostre reazioni e le reazioni approfondiscono il senso di paragone. La parola e la reazione sono interdipendenti, e l’arte sta nel non essere condizionati dalla parola, che significa che il linguaggio non ci modella. Usate la parola senza le reazioni psicologiche connesse.

Come abbiamo detto, ci occupiamo di comunicare tra noi la natu­ra della degenerazione della nostra mente e quindi il nostro sistema di vita.

1 giugno 1979

Generalmente i genitori hanno pochissimo tempo per i bambini dopo la prima infanzia. Li mandano alla scuola locale o in collegio, oppure lasciano che se ne occupino altri. Possono non avere il tem­po o la pazienza necessaria per educarli in casa. Essi si occupano dei loro problemi. Perciò le nostre scuole diventano la casa dei bambini e gli insegnanti ne diventano i genitori con tutta la responsabilità. Ne abbiamo già parlato e non è fuori luogo ripeterlo: la casa è un luogo in cui vi è una certa libertà, un senso di essere sicuri, curati e protet­ti. I bambini nelle nostre scuole sentono di essere sorvegliati attentamente, considerati e amati molto, e che ci si interessa al loro com­portamento, al cibo, ai vestiti e al loro contegno? Se è così, la scuola diventa un luogo in cui lo studente si sente realmente a casa, con tutte le sue implicazioni: che vi sono persone vicino a lui che si occupano dei suoi gusti, del modo in cui parla, che egli è seguito sia fisicamente che psicologicamente, e aiutato a liberarsi dalle ferite e dalla paura. Questa è la responsabilità di ogni maestro nelle nostre scuole – non di uno o due soltanto. Tutta la scuola esiste per questo, per un’atmosfera in cui sia gli insegnanti che gli studenti fioriscano nella bontà.

L’insegnante ha bisogno di tempo per essere tranquillo con se stesso, per raccogliere l’energia che ha consumato, per essere consa­pevole dei suoi problemi personali e per risolverli, così che quando incontra di nuovo gli studenti non porti con sé il fragore, il rumore della sua agitazione personale. Come abbiamo indicato in preceden­za, qualsiasi problema che sorga nella nostra vita dovrebbe essere ri­solto istantaneamente o il più rapidamente possibile, perché i pro­blemi, se trascinati da un giorno all’altro, degenerano la sensibilità di tutta la mente. Questa sensibilità è essenziale. Perdiamo questa sen­sibilità quando istruiamo lo studente unicamente in una materia. Quando la materia diviene la sola cosa importante, la sensibilità svanisce e voi realmente perdete il contatto con lo studente. Lo studen­te in questo caso è un semplice ricettacolo per le informazioni. Perciò la vostra mente e quella dello studente divengono meccaniche. Generalmente, siamo sensibili ai nostri problemi, ai nostri pensieri e desideri e raramente agli altri. Quando siamo in contatto costantemente con gli studenti vi è una tendenza a imporre loro i nostri con­cetti, le nostre immagini mentali, oppure, se lo studente ha i propri concetti saldi, vi è un conflitto tra questi concetti. Diviene quindi molto importante che l’insegnante lasci a casa i propri concetti, e si occupi dei concetti che i genitori o la società hanno imposto allo stu­dente, o del concetto che egli stesso ha creato. Solamente nella fun­zione vi può essere un rapporto, e generalmente il rapporto tra due concetti è illusorio.

I problemi fisici e psicologici logorano la nostra energia. L’inse­gnante può essere sicuro fisicamente in queste scuole oltre a essere libero da problemi psicologici? È veramente importante compren­derlo. Quando non vi è questo senso di sicurezza fisica, l’incertezza dà origine all’inquietudine psicologica. Essa favorisce la fiacchezza mentale, e così la passione tanto necessaria alla nostra vita quotidia­na si inaridisce e viene sostituita dall’entusiasmo.

L’entusiasmo non è una passione. Potete essere entusiasti di qualcosa un giorno e perderlo il giorno dopo. Potete essere entusiasti di giocare al calcio e perdere ogni interesse quando non vi diverte più. Ma la passione è un qualcosa completamente diverso. In essa non vi è alcun intervallo di tempo.

L’entusiasmo è una cosa pericolosa perché non è mai costante. Si solleva a ondate ed è già morto. Ciò viene scambiato per serietà. Po­tete essere entusiasti per un certo periodo di ciò che fate, appassio­nati, attivi, ma vi è intrinseca la dissipazione. Ancora una volta, è es­senziale che lo comprendiamo, perché la maggior parte dei rapporti è incline a questa dispersione.

La passione è completamente diversa dalla lussuria, dall’interesse o dall’entusiasmo. L’interesse in qualcosa può essere molto profon­do, e voi ve ne potete servire per un vantaggio o per il potere, ma questo interesse non è la passione. L’interesse può essere stimolato da un oggetto o un’idea. L’interesse è intemperanza. La passione è li­bera dal sé. L’entusiasmo è sempre in merito a qualcosa. La passione è una fiamma a sé. L’entusiasmo può essere destato da un’altra persona, da una cosa al di fuori di voi. La passione è la sommatoria dell’energia che non è il risultato di un qualsiasi stimolo. La passione è oltre il sé.

Gli insegnanti hanno questo senso di passione? – perché da essa deriva la creazione. Nell’insegnare le materie si devono trovare me­todi nuovi per trasmettere le informazioni, senza che queste infor­mazioni rendano meccanica la mente. Potete insegnare la storia – che è la storia dell’umanità – non come storia indiana, inglese, ame­ricana e così via, ma come la storia dell’uomo che è globale? Allora la mente dell’insegnante è sempre fresca, appassionata, e scopre un accostamento all’insegnamento totalmente diverso. In ciò l’insegnan­te è intensamente attivo, e a questa vitalità si unisce la passione.

Lo si può fare in tutte le nostre scuole? – perché noi ci occupiamo di realizzare una società diversa, con la fioritura della bontà, con una mente non meccanica. Questa è la vera istruzione e voi, gli insegnan­ti, vi assumerete questa responsabilità? In questa responsabilità sta la fioritura della bontà in voi stessi e nello studente. Noi siamo respon­sabili di tutta l’umanità – che è voi e lo studente. Dovete partire da lì e percorrere tutta la terra. Potete andare molto lontano se partite da molto vicino. La cosa più vicina è voi stessi e il vostro studente. Ge­neralmente partiamo dal punto più lontano – il principio supremo, l’ideale più nobile, e ci perdiamo in qualche sogno confuso del pensiero immaginativo. Ma quando partite da molto vicino, dalla cosa più vicina, che è voi stessi, tutto il mondo è accessibile, perché voi siete il mondo e il mondo al di là di voi è soltanto la natura. La natu­ra non è immaginaria: è reale, e ciò che vi accade in questo momen­to è reale. Dovete iniziare dal reale – da ciò che accade in questo mo­mento – e il presente è eterno.

15 giugno 1979

La maggior parte degli esseri umani è egoista. Sono inconsci del proprio egoismo; è il loro sistema di vita. E se si è consapevoli di essere egoisti, lo si nasconde con grande cura e ci si conforma al modello della società che è essenzialmente egoista. La mente egoista è molto astuta. È egoista brutalmente e apertamente o assume molte forme. Se siete un uomo politico, l’egoismo insegue il potere, lo stato sociale e la popolarità; si identifica con un’idea, con una missione e con tutto ciò che sia per il bene pubblico. Se siete un tiranno, si esprime nel domi­nio brutale. Se tendete a essere religiosi, assume la forma della venera­zione, della devozione, dell’adesione a qualche credenza, qualche dogma. Si esprime anche nella famiglia; il padre persegue il proprio egoi­smo in tutti gli aspetti della sua vita, e così la madre. La fama, la pro­sperità, la bellezza, costituiscono la base di questo movimento nascosto e strisciante del sé. È presente nella struttura gerarchica del clero, sebbene essi possano proclamare il loro amore per Dio, la loro adesio­ne all’immagine autoprodotta della loro particolare divinità. I magnati dell’industria e l’umile impiegato hanno questa sensualità del sé che si dilata e paralizza. Il monaco che ha rinunciato alle vie del mondo può vagare sulla superficie della terra o si può rinchiudere in qualche monastero, ma non ha abbandonato questo moto incessante del sé. Essi possono cambiar nome, indossare toghe o fare i voti di celibato o silenzio, ma ardono per un ideale, per un’immagine, per un simbolo.

Lo stesso per gli scienziati, i filosofi e i professori universitari. Colui che compie opere buone, i santi e i guru, l’uomo o la donna che operano incessantemente per i poveri – tutti tentano di perdere se stessi nella loro opera, ma quest’opera ne fa parte. Essi hanno trasfe­rito il loro egoismo nel proprio lavoro. Ciò inizia nell’infanzia e con­tinua fino alla vecchiaia. La presunzione della conoscenza, l’umiltà esperta del capopartito, la moglie sottomessa e l’uomo dominante, hanno tutti questa malattia.

Il sé si identifica con lo stato, con gruppi senza fine, con idee e ra­gioni infinite, ma resta ciò che era al principio.

Gli esseri umani hanno tentato varie pratiche, metodi, meditazioni per liberarsi da questo nucleo che causa tanto dolore e confusione, ma, come un’ombra, non viene mai catturato. È sempre lì e vi scivola tra le dita, tra la mente. Talvolta diviene più forte o più debole a se­conda delle circostanze. Lo mettete alle strette qui, e rispunta là.

Ci si domanda se l’insegnante, che è così responsabile di una generazione nuova, comprenda non verbalmente che cosa nociva sia il sé – quanto causi corruzioni e deformazioni, quanto sia pericoloso nella nostra vita. È possibile che egli non sappia come liberarsene, che non sia neanche consapevole della sua presenza, ma non appena comprende la natura del moto del sé, è in grado di comunicarne le sottigliezze allo studente? E non è sua responsabilità farlo? L’intui­zione dell’attività del sé è superiore all’istruzione accademica. La co­noscenza può essere utilizzata dal sé per la propria espansione, la sua aggressività, la sua innata crudeltà.

L’egoismo è il problema essenziale della nostra vita. Il conformarsi e l’imitazione sono parte del sé, come lo sono la competizione e un talento spregiudicato. Se, nelle nostre scuole, l’insegnante prende a cuore seriamente questo problema, come spero che faccia, come aiu­terà lo studente a essere altruista? Potreste dire che è un dono di strani dèi o ignorarlo perché impossibile. Ma se siete seri, come è ne­cessario essere, e siete totalmente responsabili dello studente, come vi accingerete a liberare la mente da questa eterna energia vincolan­te? – il sé che ha causato tanto dolore? Non vorreste spiegare, con grande cura – che implica l’affetto – e in parole povere quali sono le conseguenze quando egli parla con ira, o colpisce qualcuno, o pensa alla propria importanza? Non è possibile spiegargli che quando egli insiste: “questo è mio”, o si vanta: “l’ho fatto io”, o evita per paura una certa azione, sta costruendo un muro, mattone dopo mattone, intor­no a se stesso? Quando i suoi desideri, le sue sensazioni, dominano il pensiero razionale, non è possibile indicargli che l’ombra del sé sta crescendo? Non è possibile dirgli che dov’è il sé, in qualsiasi aspetto, non vi è affatto amore?

Ma lo studente potrebbe domandare all’insegnante: “Avete com­preso tutto ciò o state solo giocando con le parole?”. Proprio que­sta domanda può risvegliare la vostra intelligenza, e proprio questa intelligenza vi darà i sentimenti giusti e le parole giuste in risposta.

Come insegnanti non avete alcuna posizione sociale; siete un essere umano con tutti i problemi della vita, simile a uno studente. Nel momento in cui parlate dalla vostra posizione sociale distruggete ef­fettivamente il rapporto umano. La posizione sociale implica il pote­re e quando aspirate a esso, consciamente o inconsciamente, entrate nel mondo della crudeltà. Voi, amici miei, avete una grande respon­sabilità, e se vi assumete questa responsabilità totale che è amore, le radici del sé sono morte. Non dico questo come un incoraggiamento o per farvi sentire in dovere di farlo, ma, poiché siamo tutti esseri umani, che rappresentano tutta l’umanità, siamo totalmente e asso­lutamente responsabili sia se scegliamo di esserlo o no. Potete tentare di eludere la domanda ma questo stesso movimento è l’azione del sé. La chiarezza di percezione è libertà dal sé.

1 luglio 1979

La fioritura della bontà è la liberazione della nostra energia totale. Non è il controllo o la repressione dell’energia, ma piuttosto la libe­razione totale di quell’immensa energia. Essa è limitata, ristretta, dal pensiero, dalla frammentazione dei nostri sensi. Il pensiero stesso è quell’energia che manipola se stessa in uno stretto canale, un centro del sé. La fioritura della bontà può avvenire soltanto quando l’ener­gia è libera, ma il pensiero, per la sua stessa natura, ha limitato que­sta energia e così ha luogo la frammentazione dei sensi. Perciò vi sono i sensi, le sensazioni, i desideri e le immagini mentali che il pensiero ha ricavato dal desiderio. Tutto ciò è una frammentazione dell’energia. Questo movimento limitato può essere conscio di se stesso? Cioè, i sensi possono essere consci di se stessi? Il desiderio può vedere se stesso che sorge dai sensi, dalla sensazione, dall’imma­gine creata dal pensiero, e il pensiero può essere conscio di se stesso, del suo movimento? Tutto ciò significa – l’intero corpo fisico può essere conscio di se stesso?

Noi viviamo per mezzo dei nostri sensi. Generalmente uno di essi è dominante; sembra che l’udito, la vista, il gusto, siano separati l’uno dall’altro, ma è vero? O forse abbiamo attribuito un’importan­za maggiore all’uno o all’altro – o piuttosto il pensiero gli ha attribui­to un’importanza maggiore? Si può ascoltare una musica splendida ed esserne incantati, pur essendo insensibili alle altre cose. Si può avere un gusto sensibile ed essere completamente insensibili a un colore delicato. Questa è frammentazione. Quando ciascun frammento è conscio unicamente di se stesso, la frammentazione viene mantenu­ta. In questo modo l’energia si spezza. Se è così, come sembra, vi è una consapevolezza non frammentaria da parte di tutti i sensi? E il pensiero fa parte dei sensi. Ciò significa – il corpo può essere conscio di se stesso? Non un vostro essere consapevoli del corpo, ma una consapevolezza del corpo stesso. È molto importante scoprirlo. Non lo può insegnare un’altra persona: in questo caso è un’informazione di seconda mano che il pensiero impone a se stesso. Dovete scoprire da soli se l’intero organismo, l’entità fisica, può essere conscio di se stesso. Potete essere consci del movimento di un braccio, di una gamba o della testa, e avere la sensazione, tramite quel movimento, di divenire consci dell’insieme corporeo, ma noi stiamo chiedendo: il corpo può essere conscio di se stesso senza alcun movimento? È es­senziale scoprirlo, poiché il pensiero ha imposto al corpo il proprio modello, quel che ritiene il giusto esercizio fisico, il giusto cibo, e così via. Quindi vi è un dominio del pensiero sull’organismo; consciamente o inconsciamente vi è una lotta tra il pensiero e l’organismo. In questo modo il pensiero distrugge l’intelligenza naturale del corpo stesso. Il corpo, l’organismo fisico, ha una propria intelligenza? Sì, quando tutti i sensi agiscono insieme in armonia così che non vi sia alcuno sforzo, alcun bisogno emotivo o sensoriale del desiderio.

Quando abbiamo fame mangiamo, ma generalmente il gusto, for­mato dall’abitudine, detta ciò che mangiamo. Così ha luogo la fram­mentazione. Si può realizzare un corpo sano soltanto con l’armonia di tutti i sensi che è l’intelligenza del corpo stesso. Ci chiediamo: la disarmonia provoca la dispersione dell’energia? L’intelligenza pro­pria all’organismo, che è stata repressa o distrutta dal pensiero, può essere risvegliata?

Il ricordo distrugge il corpo. Il ricordo del piacere di ieri rende il pensiero padrone del corpo. Il corpo diviene allora lo schiavo del padrone, e l’intelligenza è negata. Quindi vi è un conflitto. Questa lotta si può esprimere come pigrizia, stanchezza, indifferenza o con reazioni nevrotiche. Quando l’intelligenza propria del corpo è libera dal pensiero, benché esso ne faccia parte, questa intelligenza sorve­glierà il suo benessere.

Il piacere, nelle sue forme più crude o più colte, domina la nostra vita. E il piacere è essenzialmente un ricordo di ciò che e stato o di ciò che è anticipato. Il piacere non è mai al momento presente. Quando si nega, si reprime o si ostacola il piacere, da questa frustra­zione hanno origine atti nevrotici, quali la violenza e l’odio. Allora il piacere cerca forme e sfoghi diversi; nascono la soddisfazione e l’in­soddisfazione. L’essere consci di tutte queste attività, sia fisicamente che psicologicamente, richiede l’osservazione di tutto il moto della propria vita.

Quando il corpo è conscio di se stesso, possiamo porre un’ulterio­re domanda, forse più difficile: il pensiero, che ha messo insieme tut­ta questa coscienza, può essere conscio di se stesso? Per la maggior parte del tempo il pensiero domina il corpo e così il corpo perde la sua vitalità, l’intelligenza, la propria energia intrinseca, e ha in conse­guenza reazioni nevrotiche. L’intelligenza del corpo è diversa da quella intelligenza totale che può esistere solo quando il pensiero, comprendendo i suoi limiti, trova il proprio posto?

Come abbiamo detto all’inizio di questa lettera, la fioritura della bontà può aver luogo solo quando ci sia la liberazione dell’energia totale. In questa liberazione non vi è alcun attrito. Solo in questa suprema intelligenza indivisa vi è questa fioritura. Questa intelligenza non è figlia della ragione. La totalità di questa intelligenza è la com­passione.

L’umanità ha tentato di liberare questa immensa energia per mez­zo di varie forme di controllo, tramite una disciplina estenuante, il digiuno, i sacrifici offerti a qualche principio o dio supremo, o mani­polando questa energia attraverso vari stati. Tutto ciò implica la ma­nipolazione del pensiero verso un fine desiderato. Ma quel che dicia­mo è completamente opposto a tutto ciò.

Lo si può comunicare allo studente? È vostra responsabilità farlo.

15 luglio 1979

L’interesse delle nostre scuole è quello di dare origine a una nuo­va generazione di esseri umani che siano liberi dall’azione egocentri­ca. Nessun altro centro educativo se ne interessa ed è nostra respon­sabilità, in quanto insegnanti, conseguire una mente che non abbia alcun conflitto interiore e porre fine in questo modo alla lotta e al conflitto in atto nel mondo che ci circonda. La mente, che è una struttura e un moto complesso, si può liberare dalla rete che ha in­trecciato? Ogni essere umano intelligente si chiede se sia possibile porre fine al conflitto tra uomo e uomo. Alcuni lo hanno esaminato molto profondamente, intellettualmente; altri, comprendendone l’irreparabilità, diventano aspri, cinici, o cercano qualche agente este­riore che li liberi dal loro stesso caos e dolore. Quando chiediamo se la mente si possa liberare dalla prigione che ha prodotto, non è una domanda intellettuale o retorica. È posta con serietà assoluta; è una sfida a cui non dovete rispondere quando e come vi fa comodo, ma uniformandovi alla sua essenzialità. Non la si può rimandare.

La sfida non chiede se sia possibile o no, se la mente è in grado di liberare se stessa: la sfida, per essere tale, deve essere immediata e intensa. Per risponderle dovete avere questa qualità di intensità e immediatezza – la sensazione di essa. Quando vi è questo accostamen­to intenso, la domanda ha grandi implicazioni. La sfida esige da voi la massima perfezione, non solo intellettualmente, ma con ogni fa­coltà del vostro essere. Essa non è al di fuori di voi. Vi prego di non metterla all’esterno – che equivale a crearne un concetto. Esigete da voi stessi la totalità di ogni vostra energia.

La stessa richiesta cancella ogni controllo, ogni contraddizione e qualsiasi opposizione entro voi stessi. Implica un’integrità totale, un’armonia assoluta. Questa è l’essenza del non essere egoisti.

La mente con le sue reazioni emotive, con tutte le cose messe in­sieme dal pensiero, è la nostra coscienza. Essa, con i suoi contenuti, è la coscienza di ogni essere umano, modificata, non del tutto simile, diversa per sfumature e sottigliezze, ma fondamentalmente le radici della sua esistenza sono comuni a noi tutti. Gli scienziati e gli psico­logi stanno esaminando questa coscienza e i guru giocano con essa per i propri scopi. I più seri esaminano la coscienza come un concet­to, un procedimento da laboratorio – le reazioni del cervello, le onde alfa e così via – come un qualcosa al di fuori di loro stessi. Ma noi non ci occupiamo di teorie, concetti o idee sulla coscienza; ci occupiamo della sua attività nella vita quotidiana. Comprendendo queste attività, le reazioni quotidiane, i conflitti, comprenderemo a fondo la natura e la struttura della nostra stessa coscienza. Come abbiamo indicato, la realtà fondamentale di questa coscienza è comune a noi tutti. Non è la vostra coscienza individuale o la mia. Noi l’abbiamo ereditata e la stiamo modificando, cambiandola qui e là, ma il suo moto fondamentale è comune a tutta l’umanità.

La coscienza è la nostra mente con tutti i suoi labirinti di pensiero – le emozioni, le reazioni sensoriali, la conoscenza accumulata, la sofferenza, il dolore, l’inquietudine, la violenza. La nostra coscienza è tutto ciò. Il cervello è antico ed è condizionato da secoli d’evolu­zione, da ogni sorta d’esperienza, dalle recenti accumulazioni di ul­teriori conoscenze. Tutto ciò è la coscienza in azione in ogni momen­to della nostra vita – il rapporto tra gli esseri umani con tutti i piace­ri, i dolori, la confusione dei sensi contraddittori e il soddisfacimen­to del desiderio con il suo dolore. Questo è il moto della nostra vita. Chiediamo, e si deve rispondere a questa domanda come a una sfida: questo moto antico potrà mai giungere al termine? – perché questa è divenuta un’attività meccanica, un sistema di vita tradizionale. Nella fine vi è un inizio e solo allora non vi è né la fine né l’inizio.

La coscienza sembra una cosa molto complessa ma in realtà è molto semplice. Il pensiero ha messo insieme tutti i contenuti della nostra coscienza – la sua sicurezza, la sua incertezza, le speranze e le paure, la depressione e l’esaltazione, l’ideale, l’illusione. Una volta compreso ciò – che il pensiero è responsabile di tutti i contenuti della nostra coscienza – sorge la domanda inevitabile – si può fermare il pensiero? Sono stati fatti molti tentativi, religiosi e meccanici, di in­terrompere il pensiero. La domanda stessa di interrompere il pensie­ro fa parte del moto del pensiero. Gli dèi, i rituali, tutta l’illusione emotiva delle chiese, dei templi e delle moschee con la loro architettura meravigliosa, è ancora il moto del pensiero. Dio è posto in cielo dal pensiero.

Il pensiero non ha creato la natura. Essa è reale. Anche la sedia è reale, ed è fatta dal pensiero; tutte le cose prodotte dalla tecnologia sono reali. Le illusioni sono ciò che evita il reale (ciò che accade in questo momento), ma le illusioni diventano reali perché noi viviamo di esse.

Un cane non è creato dal pensiero, ma quel che noi vogliamo sia il cane è un moto del pensiero. Il pensiero è la misura. Il pensiero è il tempo. L’insieme di ciò è la nostra coscienza. La mente, il cervello, i sensi ne fanno parte. Ci chiediamo: può giungere al termine questo moto? Il pensiero è la radice di tutto il nostro dolore, di tutta la no­stra bassezza. Ciò che chiediamo è la fine di queste cose – le cose messe insieme dal pensiero – non la fine del pensiero stesso ma la fi­ne della nostra inquietudine, pena, dolore, potere, violenza. Con la fine di queste cose, il pensiero trova il proprio posto, legittimo e li­mitato – la conoscenza di ogni giorno e la memoria che ci sono ne­cessarie. Quando i contenuti della coscienza, messi insieme dal pensiero, non sono più attivi, vi è uno spazio immenso e, quindi, la libe­razione di quell’energia infinita che era limitata dalla coscienza. L’amore è oltre questa coscienza.

1 agosto 1979

Interrogante: Vi posso chiedere quali sono le cose che considerate più importanti nella vita? Vi ho pensato molto e vi sono tante cose nella vita che sembrano tutte importanti. Mi piacerebbe porvi questa doman­da con la massima serietà.

Krishnamurti: Probabilmente è l’arte di vivere. Usiamo la parola arte nel senso più vasto. Poiché la vita è tanto complessa, è sempre piuttosto diffi­cile e sconcertante sceglierne un aspetto e dire che è il più importan­te. La stessa scelta, la qualità differenziante, se posso farlo notare, porta a un’ulteriore confusione. Se dite che questo è il più importan­te, relegate le altre realtà della vita in una posizione secondaria. O consideriamo l’intero movimento della vita una cosa sola, cosa che diviene estremamente difficile per la maggior parte della gente, o prendiamo un aspetto fondamentale in cui si possano includere tutti gli altri. Se siete d’accordo, possiamo procedere nel nostro dialogo.

Interrogante: Intendete dire che un solo aspetto può comprendere l’intero cam­po della vita? È possibile?

Krishnamurti: Sì. Esaminiamolo molto lentamente e con esitazione. Prima di tutto noi due dobbiamo indagare e non arrivare immediatamente a una conclusione, che è generalmente piuttosto superficiale. Esploriamo insieme un aspetto della vita e proprio nella sua comprensione pos­siamo comprendere l’intero campo della vita. Per indagare dobbia­mo essere liberi dai nostri pregiudizi, dalle esperienze personali, e dalle conclusioni predeterminate. Come un buon scienziato, dobbiamo avere una mente libera dalla conoscenza che abbiamo già accu­mulato. Dobbiamo accostarci a esso in un modo nuovo e questo è uno dei requisiti dell’esplorazione, non dell’esplorazione di un’idea o di una serie di concetti filosofici, ma di un’esplorazione della no­stra stessa mente senza alcuna reazione a quel che si osserva.

Ciò è assolutamente necessario; altrimenti la vostra indagine si tin­ge delle vostre paure e speranze e dei vostri piaceri.

Interrogante: Non chiedete troppo? È possibile avere una tale mente?

Krishnamurti: Proprio il bisogno di indagare e la sua intensità libera la mente dalle sue colorazioni emotive. Come abbiamo detto, una delle cose più importanti è l’arte di vivere. Vi è un sistema di condurre la no­stra vita quotidiana che sia affatto diverso da com’è normalmente? Noi tutti conosciamo il sistema abituale. Vi è un sistema di vivere senza alcun controllo, senza alcun conflitto, senza un conformismo disciplinare? In che modo lo scopro? Lo posso scoprire soltanto quando tutta la mia mente fronteggia proprio quel che accade in questo momento. Ciò significa che posso scoprire cosa voglia dire vivere senza conflitti solo quando sono in grado di osservare quel che accade in questo momento. Questa osservazione non è una cosa in­tellettuale o emotiva, ma la percezione acuta, chiara, sottile, in cui non vi è alcuna dualità. Vi è solo il reale e null’altro.

Interrogante: Cosa intendete per dualità in questo caso?

Krishnamurti: Che in ciò che accade non vi è alcuna contraddizione o opposizio­ne. Il dualismo nasce solo quando vi è una fuga da ciò che è. Questa fuga crea l’opposto e così ha origine il conflitto. Vi è solo il reale e null’altro.

Interrogante: State dicendo che quando si percepisce qualcosa che accade in questo momento, la mente non deve intromettersi con associazioni e reazioni?

Krishnamurti: Sì, intendiamo dire questo. Le associazioni e le reazioni a quel che accade sono il condizionamento della mente. Questo condizionamento impedisce l’osservazione di ciò che accade ora. Ciò che ha luogo in questo momento è libero dal tempo. Il tempo è l’evoluzione del nostro condizionamento. È l’eredità dell’uomo, il fardello che non ha alcun principio.

Quando vi è questa osservazione veemente di quel che accade, ciò che viene osservato si dissolve nel nulla. L’osservazione dell’ira che ha luogo in questo momento rivela l’intera natura e struttura della violenza. Questa intuizione è il termine di ogni violenza. Non è sosti­tuita da nessun’altra cosa e qui sta la nostra difficoltà. Tutti i nostri desideri e impulsi mirano a trovare un termine definito. In questo termine vi è un senso di sicurezza illusoria.

Interrogante: Molti di noi hanno difficoltà nell’osservazione dell’ira perché sem­bra che le emozioni e le reazioni ne facciano inestricabilmente parte. Non si prova un sentimento d’ira senza associazioni, contenuti.

Krishnamurti: L’ira ha molte storie alle spalle. Non è soltanto un singolo evento. Come avete indicato, ha moltissime associazioni. Proprio queste as­sociazioni, con le loro emozioni, impediscono l’osservazione reale. Nel caso dell’ira, i contenuti sono l’ira. L’ira è i contenuti; non sono due cose distinte. I contenuti sono il condizionamento. Con l’osser­vazione veemente di quel che accade realmente – vale a dire, le atti­vità del condizionamento – la natura e la struttura del condizionamento si dissolvono.

Interrogante: State dicendo che quando ha luogo un avvenimento, nella mente vi è un’immediata, rapida corrente di associazioni? E se si percepisce all’istante che questo sta per accadere, questa osservazione lo interrompe immediatamente ed esso cessa? È questo che intendete dire?

Krishnamurti: Sì. In realtà è molto semplice, tanto semplice che non afferrate la sua stessa semplicità e quindi la sua sottigliezza. Stiamo dicendo che qualsiasi cosa accada – quando camminate, parlate, “meditate” – si deve osservare l’evento che sta accadendo. Quando la mente vaga, l’os­servazione stessa del suo vagare pone fine alle sue chiacchiere. Quindi non vi è assolutamente nessuna distrazione in alcun momento.

Interrogante: Sembrate dire che i contenuti del pensiero non hanno essenzialmente alcun significato nell’arte di vivere.

Krishnamurti: Sì. Il ricordo non ha alcun posto nell’arte di vivere. Il rapporto è l’arte di vivere. Se nel rapporto è presente il ricordo, non è un rapporto.

Il rapporto è tra gli esseri umani, non tra i loro ricordi. Questi ri­cordi sono quel che divide, e così vi è la rivalità, l’opposizione del tu e dell’io. Quindi il pensiero, che è ricordare, non ha assolutamente posto nel rapporto. Questa è l’arte di vivere.

Il rapporto è con tutte le cose – con la natura, gli uccelli, le rocce, con ogni cosa intorno a noi e al di sopra di noi – con le nuvole, le stelle e il cielo azzurro. Ogni esistenza è il rapporto. Senza di esso non potete vivere. Poiché abbiamo rapporti corrotti viviamo in una società in degenerazione.

L’arte di vivere può nascere soltanto quando il pensiero non con­tamini l’amore.

Nelle nostre scuole, il maestro si può affidare interamente a quest’arte?

15 agosto 1979

L’arte suprema è l’arte di vivere, superiore a tutte le cose create, con la mente o la mano, dagli esseri umani, superiore a tutte le scrit­ture e ai loro dei. Solo per mezzo di quest’arte di vivere può nascere una nuova cultura. Darle origine è la responsabilità di ogni maestro, particolarmente in queste scuole. Quest’arte di vivere può risultare soltanto dalla libertà assoluta.

Tale libertà non è un ideale, una cosa che dovrà finalmente acca­dere. Il primo passo nella libertà è l’ultimo passo in essa. È il primo passo che conta, non l’ultimo. Quel che fate ora è ben più essenziale di quel che farete in qualche momento futuro. La vita è ciò che accade in questo istante, non in un istante immaginato, non ciò che ha concepito il pensiero. Quindi il primo passo che fate ora è quello im­portante. Se questo passo è nella direzione giusta, tutta la vita è dischiusa per voi. La direzione giusta non è verso un ideale, un fine predeterminato. È inseparabile da ciò che accade in questo momen­to. Questa non è una filosofia, una serie di teorie. È esattamente quel che significa la parola filosofia – l’amore della verità, l’amore della vi­ta. Non è un qualcosa che si impara all’università. Impariamo l’arte di vivere nella nostra vita quotidiana.

Noi viviamo di parole e le parole divengono la nostra prigione. Le parole sono necessarie per comunicare, ma la parola non è mai la cosa. Il reale non è la parola, ma la parola diviene importantissima se ha preso il posto di ciò che è. Potete osservare questo fenomeno quando la descrizione è divenuta la realtà al posto della cosa stessa – il simbolo che veneriamo, l’ombra che seguiamo, l’illusione a cui ci aggrappiamo. E così le parole, il linguaggio, modellano le nostre rea­zioni. Il linguaggio diviene una forza irresistibile, e la nostra mente è modellata e controllata dalla parola. Le parole nazione, stato, Dio, famiglia, e così via ci avvolgono con tutte le loro associazioni, e così la nostra mente diviene schiava della pressione delle parole.

Interrogante: Come lo si può evitare?

Krishnamurti: La parola non è mai la cosa. La parola “moglie” non è mai la perso­na, la parola “porta” non è mai la cosa. La parola impedisce la perce­zione reale della cosa o della persona, perché la parola ha molte associazioni. Queste associazioni, che sono in realtà ricordi, deformano l’osservazione non solo visuale ma anche psicologica. Le parole diven­gono quindi una barriera al libero flusso dell’osservazione. Considerate le parole “Primo Ministro” e “impiegato”. Esse descrivono delle fun­zioni, ma le parole “Primo Ministro” hanno un tremendo significato di potere, rango e importanza, mentre la parola “impiegato” ha associa­zioni di scarsa importanza, condizione sociale misera e nessun potere. Quindi la parola vi impedisce di considerarli entrambi esseri umani. In gran parte di noi vi è uno snobismo radicato, e capire cos’abbiano fatto le parole al nostro pensiero ed esserne consapevoli senza alternativa, è imparare l’arte dell’osservazione – l’osservare senza associazioni.

Interrogante: Comprendo quel che dite ma d’altra parte la velocità delle associazioni è tanto istantanea che la reazione ha luogo prima che sia possibile rendersene conto. È possibile evitarlo?

Krishnamurti: Non è una domanda sbagliata? Chi lo deve evitare? È un altro simbolo, un’altra parola, un’altra idea? Se lo è, allora non si è com­preso il significato completo della schiavitù della mente operata dalle parole, dal linguaggio. Vedete, usiamo le parole emotivamente; è una forma di pensiero emotivo, a parte l’uso di parole tecnologiche quali i metri, i numeri, che sono precisi. Nei rapporti e nelle attività uma­ne, le emozioni interpretano un ruolo di primo piano. Il desiderio è molto forte, ed è sostenuto dal pensiero che crea le immagini mentali. L’immagine è la parola, la raffigurazione, ed essa segue il nostro piacere, il nostro desiderio. Pertanto tutto il nostro sistema di vita è modellato dalla parola e dalle sue associazioni. Comprendere nell’insieme tutto questo processo vuol dire comprendere la verità di come il pensiero impedisca la percezione.

Interrogante: State dicendo che non vi è alcun pensiero senza le parole?

Krishnamurti: Sì, più o meno. Vi prego di tenere a mente che stiamo parlando dell’arte di vivere, imparando su di essa, non memorizzando le parole. Noi stiamo imparando; non che noi insegniamo e voi divenite uno sciocco discepolo. Chiedete se vi è il pensiero senza le parole. Questa è una domanda molto importante. Tutto il nostro pensiero si basa sulla memoria, e la memoria si basa sulle parole, le immagini, i simboli, le raffigurazioni. Tutte queste sono parole.

Interrogante: Ma ciò che si ricorda non è una parola; è un’esperienza, un evento emotivo, un’immagine di una persona o di un luogo. La parola è un’associazione secondaria.

Krishnamurti: Ci serviamo della parola per descrivere tutto questo. Dopo tutto, la parola è un simbolo per indicare ciò che è accaduto o sta accaden­do, per comunicare o evocare qualcosa. Vi è un pensiero senza tutto questo processo? Sì, vi è, ma non lo si dovrebbe definire pensiero. Il pensiero implica una continuazione della memoria, mentre la perce­zione non è l’attività del pensiero. In realtà è un’intuizione dell’inte­ra natura e moto della parola, del simbolo, dell’immagine e delle lo­ro implicazioni emotive. Comprenderlo nell’insieme vuol dire attri­buire alla parola il posto giusto.

Interrogante: Ma cosa vuol dire comprendere nell’insieme? Lo dite spesso. Cosa intendete con ciò?

Krishnamurti: Il pensiero crea divisioni perché è limitato in se stesso. Osservare interamente implica la non interferenza del pensiero – osservare sen­za che il passato, sotto forma di conoscenza, freni l’osservazione. In questo caso non vi è un osservatore, poiché l’osservatore è il passato, la natura stessa del pensiero.

Interrogante: Ci state chiedendo di interrompere il pensiero?

Krishnamurti: Ancora una volta, se possiamo farlo notare, questa è una doman­da sbagliata. Se il pensiero dice a se stesso di smettere di pensare, crea dualità e conflitti. Questo è proprio il processo del pensiero che crea divisioni. Se ne afferrate realmente la verità, il pensiero viene naturalmente sospeso.

Il pensiero, in questo caso, ha il proprio posto limitato. Il pensie­ro non si impadronirà di tutta la sfera della vita, come fa ora.

Interrogante: Signore, comprendo quale attenzione straordinaria sia necessaria. Posso avere realmente questa attenzione, sono abbastanza serio da dedicargli tutta la mia energia?

Krishnamurti: Si può del tutto dividere l’energia? L’energia consumata per guadagnarsi da vivere, per avere una famiglia, e per essere abbastanza seri da afferrare quanto si è detto, è tutta energia. Ma il pensiero la divide, e così noi consumiamo molta energia per vivere e pochissima energia per il resto. Questa è l’arte in cui non vi è alcuna divisione. Questa è la vita totale.

1 settembre 1979

Perché veniamo istruiti? Probabilmente non vi ponete mai questa domanda, ma se lo fate, qual è la vostra risposta? Per sostenerne la necessità sono proposti molti motivi, argomenti ragionevoli, veramente essenziali e mondani. La risposta consueta è per avere un la­voro, per avere una carriera felice, o per divenire abili con le mani o con la mente. Si mette molto in evidenza la capacità della mente di trovarsi una professione buona e vantaggiosa. Se non siete brillanti intellettualmente diviene importante l’abilità delle vostre mani. Si dice che l’educazione sia necessaria per sostenere la società com’è, per conformarsi a un modello stabilito dalla cosiddetta istituzione, tradi­zionale o ultramoderna. La mente istruita ha una grande capacità di raccogliere informazioni quasi su qualsiasi materia – l’arte, la scien­za, e così via. Questa mente istruita è scolastica, professionale, filoso­fica. Una tale erudizione è molto lodata e onorata. Questa istruzione, se siete studiosi, abili, svelti a imparare, vi assicurerà un futuro brillante, il cui splendore dipende dalla vostra condizione sociale e am­bientale. Se non brillate particolarmente nella struttura dell’educa­zione, divenite un lavoratore, un operaio oppure vi dovete trovare un posto in fondo a questa società molto complessa. Questo è gene­ralmente il sistema della nostra istruzione.

Cos’è l’istruzione? Essenzialmente è l’arte di imparare, non solo dai libri, ma da tutto il movimento della vita. La parola stampata è diventata eccessivamente importante. Voi imparate ciò che pensano altre persone, le loro opinioni, i loro valori, i loro giudizi e una mol­teplicità delle loro innumerevoli esperienze. La biblioteca è più im­portante dell’uomo che possiede la biblioteca. Egli stesso è la biblio­teca e presume di imparare con la lettura costante. Questa accumula­zione di informazioni, come in un calcolatore, è considerata una mente istruita, raffinata. Quindi vi sono coloro che non leggono af­fatto, che sono piuttosto sprezzanti verso gli altri e assorbiti dalleproprie esperienze egocentriche e dalle proprie opinioni dogmatiche.

Riconoscendo tutto ciò, qual è la funzione della mente olistica? Intendiamo per mente tutte le reazioni dei sensi, le emozioni – che sono completamente diverse dall’amore – e la facoltà intellettuale. Al presente attribuiamo un’importanza fantastica all’intelletto. Inten­diamo per intelletto la facoltà di ragionare logicamente, sensatamen­te o senza ragionevolezza, oggettivamente o personalmente. L’intel­letto, con il suo moto del pensiero, causa la frammentazione della nostra condizione umana. L’intelletto ha diviso il mondo linguisticamente, nazionalmente, religiosamente – ha diviso l’uomo dall’uomo. L’intelletto è il fattore principale della degenerazione dell’uomo in tutto il mondo, perché l’intelletto è solo una parte della condizione e capacità umane. Quando una parte è esaltata, lodata e onorata, quando assume un’importanza assoluta, la nostra vita che è il rapporto, l’azione, il comportamento, diviene contraddittoria e ipocrita, e hanno origine l’inquietudine e la colpa. L’intelletto ha il proprio posto, ad esempio nella scienza, ma l’uomo si è servito della cono­scenza scientifica per produrre strumenti di guerra e d’inquinamen­to della terra. L’intelletto può percepire le proprie attività che causano la degenerazione, ma è completamente incapace di porre fine al proprio decadimento perché, essenzialmente, è solo una parte.

Come abbiamo detto, l’istruzione è l’essenza dello studio. Istru­zione è studiare la natura dell’intelletto, il suo predominio, le sue at­tività, le sue vaste capacità e il suo potere distruttivo. Istruzione è studiare la natura del pensiero, che è il moto stesso dell’intelletto, non da un libro ma dall’osservazione del mondo intorno a voi – stu­diare esattamente quel che sta accadendo senza teorie, pregiudizi e valori. I libri sono importanti, ma è ben più importante studiare il li­bro, la storia di voi stessi, perché voi siete tutta l’umanità. Leggere quel libro è l’arte di imparare. È tutto lì; le istituzioni, le loro oppres­sioni, le imposizioni, e le dottrine religiose, la loro crudeltà, le loro fedi. La struttura sociale di tutte le società è il rapporto tra gli esseri umani con la loro avidità, le ambizioni, la violenza, i piaceri, le inquietudini. È lì se sapete cercare. La ricerca non è volta all’interno. Il libro non è all’esterno né è nascosto dentro di voi. È tutto intorno a voi: voi fate parte di quel libro. Il libro vi narra la storia dell’essere umano e lo si deve leggere nei vostri rapporti, nelle reazioni, nei vo­stri concetti e valori. Il libro è il nucleo stesso del vostro essere, e istruzione è leggere quel libro con viva attenzione. Il libro vi narra la storia del passato, di come il passato modelli la vostra mente, il vo­stro cuore e i vostri sensi. Il passato modella il presente, modifican­dosi a seconda della richiesta del momento. E gli esseri umani sono catturati da questo moto infinito del tempo. Questo è il condizionamento dell’uomo. Questo condizionamento è stato l’eterno fardello dell’uomo, di voi stessi e dei vostri fratelli.

I filosofi, i teologi, i santi, hanno accettato questo condizionamen­to, hanno permesso che venisse accettato, traendone il massimo van­taggio; oppure hanno proposto delle fughe in fantasie di esperienze mistiche, di dèi e paradisi. L’istruzione è l’arte di conoscere questo condizionamento e la via per uscirne, la libertà da questo fardello. Vi è una via d’uscita che non è una fuga, che non accetta le cose come sono. Non è un evitare il condizionamento, non è la sua repressione. È la dissoluzione del condizionamento.

Quando leggete o ascoltate questa lettera, siate consapevoli se lo state facendo con la facoltà verbale dell’intelletto o con la cura dell’attenzione. Quando vi è questa attenzione totale non vi è affatto il passato ma soltanto la semplice osservazione di quel che accade realmente.

15 settembre 1979

Siamo portati a dimenticare o trascurare la responsabilità dell’insegnante di dare origine a una nuova generazione di esseri umani che siano psicologicamente, interiormente, privi di sofferenze, in­quietudini e tensioni. È una responsabilità sacra, che non si può met­tere da parte facilmente per le proprie ambizioni, lo stato sociale o il potere. Se l’insegnante sente tale responsabilità – la grandezza, la profondità e la bellezza di questa responsabilità – troverà la capacità di insegnare e di conservare la propria energia. Ciò richiede una grande diligenza, non uno sforzo periodico e casuale, e proprio que­sta profonda responsabilità accenderà il fuoco che lo manterrà un essere umano totale e un grande maestro. Poiché il mondo sta rapi­damente degenerando, in tutte le nostre scuole vi deve essere un gruppo di maestri e studenti che si dedichino a operare una trasfor­mazione radicale degli esseri umani tramite una giusta istruzione. La parola “giusta” non è una questione di opinioni, valutazioni o con­cetti inventati dall’intelletto. La parola “giusta” denota l’azione tota­le in cui cessano tutti i moventi interessati. La stessa responsabilità dominante, interesse non solo dell’insegnante ma anche dello stu­dente, bandisce i problemi che si autoperpetuano. Per quanto la mente sia immatura, una volta che accettate questa responsabilità, quell’accoglienza stessa produce la fioritura della mente. La fioritu­ra sta nel rapporto tra lo studente e l’insegnante. Non è una cosa unilaterale. Quando leggete queste parole, vi prego di dar loro tutta la vostra attenzione e di sentire l’urgenza e l’intensità di questa re­sponsabilità. Mentre leggete, vi prego di non trasformarla in un’astrazione, in un concetto, ma piuttosto di osservare il fatto reale, l’avvenimento reale.

Nella vita, quasi tutti gli esseri umani desiderano il potere e la ricchezza. Quando vi è la ricchezza vi è un senso di libertà, e si aspira al piacere. La sete di potere sembra un istinto che si esprime in molti modi. È presente nel prete, nel guru, nel marito o nella moglie, oppure in un ragazzo nei confronti di un altro. Questo desiderio di dominare o sottomettere è una condizione dell’uomo, ereditata proba­bilmente dagli animali. Questa aggressività e l’abbandonarsi a essa corrompono ogni rapporto per tutta la vita. È stato il modello dal principio del tempo. L’uomo lo ha accettato come il sistema di vita naturale, con tutti i conflitti e le sofferenze che comporta.

Fondamentalmente vi è implicata la misura – il più e il meno, il maggiore e l’inferiore – che è essenzialmente il paragone. Ci parago­niamo sempre agli altri, paragoniamo una raffigurazione all’altra; vi è un confronto tra il potere maggiore e minore, tra il timido e l’aggres­sivo. Inizia quasi alla nascita e continua per tutta la vita – questa mi­sura costante del potere, della posizione, della ricchezza. Ciò viene incoraggiato nelle scuole, nei college e nelle università. Tutto il siste­ma di gradazione è questo valore comparativo della conoscenza. Quando A è paragonato a B, che è abile, brillante, positivo, il paragone stesso distrugge A. Questa distruzione prende la forma di com­petizione, imitazione e conformismo ai modelli fissati da B. Ciò cau­sa, consciamente o inconsciamente, l’antagonismo, la gelosia, l’in­quietudine e persino la paura, e diviene la condizione in cui A vive per il resto della vita, sempre misurando, sempre paragonando psi­cologicamente e fisicamente.

Questo paragone è uno dei tanti aspetti della violenza. La parola “più” è sempre comparativa, come lo è la parola “meglio”. La doman­da è: il maestro può mettere da parte ogni paragone, ogni misura, nel suo insegnamento? Può accettare lo studente così com’è, non come dovrebbe essere, e non fare giudizi basati su valutazioni compa­rative? Solo quando vi è un paragone tra uno studente definito abile e uno studente definito ottuso vi è una caratteristica quale l’ottusità. L’idiota – è un idiota a causa del paragone o perché è incapace di certe attività? Fissiamo alcuni standard che si basano sulla misura e coloro che non corrispondono a essi sono considerati deficienti. Quando l’insegnante mette da parte il paragone e la misura, si inte­ressa dello studente così com’è, e il suo rapporto con lo studente è diretto e totalmente diverso. È veramente molto importante comprenderlo. L’amore non è comparativo. Non ha alcuna misura. Il paragone e la misura sono le vie dell’intelletto. L’intelletto crea divisio­ni. Quando lo si comprende a fondo – non il significato verbale mala realtà effettiva – il rapporto del maestro e dello studente subisce una trasformazione radicale. Le prove ultime della misura sono gli esami con la loro paura e angoscia che influenzano profondamente la vita futura dello studente. Tutta l’atmosfera della scuola subisce una trasformazione quando non vi è alcun senso di competizione, di paragone.

1 ottobre 1979

Una delle caratteristiche degli esseri umani è quella di coltivare valori. Dall’infanzia siamo incoraggiati a fissarci alcuni valori radicati. Ciascun individuo ha i propri scopi e propositi duraturi. Naturalmente i valori di una persona sono diversi da quelli di un’altra. Que­sti valori sono coltivati o dal desiderio o dall’intelletto. Essi sono il­lusori, confortevoli, consolanti o reali. Questi valori ovviamente fa­voriscono la divisione tra uomo e uomo. Sono ignobili o nobili a se­conda dei propri pregiudizi e intenzioni. Senza stare a elencare i vari tipi di valori, perché gli uomini fissano dei valori e quali sono le loro conseguenze? Il significato di base della parola valore è forza. Deriva dal latino valere, aver forza. La forza non è un valore. Diviene un valore quando è l’opposto di debolezza. La forza – non la forza di ca­rattere che è il risultato della pressione della società – è l’essenza della chiarezza. Il pensiero chiaro è privo di pregiudizi e preconcetti; è un’osservazione senza alterazioni. La forza o il valore non è una cosa che si deve coltivare come coltivereste una pianta o una nuova razza. Non è un risultato. Il risultato ha una causa e la presenza di una cau­sa rivela una debolezza; le conseguenze della debolezza sono la resi­stenza o la sottomissione. La chiarezza non ha alcuna causa. La chia­rezza non è un effetto o un risultato; è l’osservazione pura del pensiero e la sua attività totale. Questa chiarezza è forza.

Se lo comprendiamo chiaramente, perché gli esseri umani hanno proiettato dei valori? Forse perché essi li guidino nella vita quotidiana? Perché diano loro uno scopo, dato che altrimenti la vita diviene incerta, vaga, priva di una direzione? Eppure la direzione è fissata dall’intelletto o dal desiderio, e così la direzione stessa divie­ne un’alterazione. Queste distorsioni variano da uomo a uomo, e l’uomo vi si aggrappa in un tormentato oceano di confusione. Si pos­sono osservare le conseguenze del nutrire valori: essi separano gli uomini e mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri. In senso lato, ciò conduce alla sofferenza, alla violenza e in definitiva alla guerra.

Gli ideali sono valori. Gli ideali di qualsiasi tipo sono una serie di valori, nazionali, religiosi, collettivi, personali, e se ne possono osser­vare le conseguenze com’esse si manifestano nel mondo. Quando si comprende la verità di ciò, la mente è libera da tutti i valori e per una tale mente esiste solo la chiarezza. La mente che si aggrappa a un’esperienza o la desidera insegue l’inganno dei valori, e diviene così isolata, riservata e crea divisioni.

Come insegnanti, potete spiegare questo allo studente: il non avere assolutamente alcun valore, ma vivere con chiarezza, che non è un valore? Lo si può fare quando l’insegnante stesso ne ha percepito profondamente la verità. Altrimenti, diviene unicamente una spiega­zione verbale priva di un qualsiasi significato profondo. È necessario comunicarlo non solo agli studenti più grandi ma anche ai giovanis­simi. Gli studenti più anziani sono già profondamente condizionati, a causa della pressione, ai valori della società e dei genitori; oppure essi stessi hanno proiettato mete proprie che divengono la loro pri­gione. Nel caso dei più giovani, la cosa più importante è aiutarli a li­berarsi dalle pressioni e dai problemi psicologici. Attualmente ai gio­vanissimi si insegnano complessi problemi intellettuali; i loro studi divengono sempre più tecnici; si danno loro sempre più informazio­ni astratte; ai loro cervelli sono imposte varie forme di conoscenza, condizionandoli così fin dall’infanzia. Invece noi ci occupiamo di aiutare i giovani a non avere alcun problema psicologico, a essere li­beri dalla paura, dall’inquietudine, dalla crudeltà, ad avere cura, ge­nerosità e affetto. Ciò è molto più importante di imporre la cono­scenza alle loro giovani menti. Questo non significa che il bambino non dovrebbe imparare a leggere, a scrivere, e così via, ma si accen­tua la libertà psicologica invece dell’acquisizione di conoscenze, benché necessaria. Questa libertà non significa che il bambino fa quel che vuole ma che lo si aiuta a comprendere la natura delle sue rea­zioni, dei suoi desideri.

Ciò richiede moltissima intuizione da parte del maestro. Dopo tutto, voi desiderate che lo studente sia un essere umano completo senza alcun problema psicologico; altrimenti farà un cattivo uso di qualsiasi conoscenza acquisita. La nostra istruzione è quella di vivere nel conosciuto ed essere così schiavi del passato con tutte le sue tradizioni, memorie, esperienze. La nostra vita è dal conosciuto al conosciuto, quindi non vi è mai la libertà dal conosciuto. Se si vive costantemente nel conosciuto non vi è nulla di nuovo, nulla di origi­nale, nulla che non sia stato contaminato dal pensiero. Il pensiero è il conosciuto. Se la nostra istruzione è l’accumulazione costante del conosciuto, la nostra mente e il cuore divengono meccanici e privi della vitalità immensa del nonconosciuto. Ciò che ha continuità è la conoscenza, ed è eternamente limitato. E ciò che è limitato deve in­cessantemente creare problemi. La fine della continuità che è il tem­po – è la fioritura dell’eterno.

15 ottobre 1979

I maestri o gli insegnanti sono esseri umani. La loro funzione è di aiutare lo studente a imparare – non solo questa o quella materia – ma a comprendere tutta l’attività dell’apprendimento; non solo accumulare informazioni su varie materie ma in primo luogo essere un uomo completo. Le nostre scuole non sono unicamente centri d’istruzione, ma devono essere centri di bontà, e dare origine a menti religiose.

Gli esseri umani stanno degenerando in tutto il mondo in misura maggiore o minore. Quando il piacere, personale o collettivo, divie­ne l’interesse dominante della vita – il piacere sessuale, il piacere di far valere la propria volontà, il piacere dell’esaltazione, il piacere dell’interesse personale, il piacere del potere e della posizione sociale, il bisogno insistente di soddisfare i propri piaceri – vi è la degene­razione. Quando i rapporti umani diventano casuali, fondati sul piacere, vi è la degenerazione. Quando la responsabilità ha perso il suo significato totale, quando non vi è alcuna sollecitudine per gli altri, o per la terra e la vita dei mari, questa noncuranza verso il cielo e la terra è un’altra forma di degenerazione. Quando vi è ipocrisia nelle sfere sociali più alte, quando vi è disonestà nel commercio, quando le menzogne fanno parte del linguaggio di ogni giorno, quando vi è la tirannia di pochi, quando hanno il predominio soltanto le cose – vi è il tradimento di ogni vita. Allora l’uccidere diviene l’unico lin­guaggio della vita. Quando l’amore è considerato piacere, l’uomo si è tagliato fuori dalla bellezza e dalla santità della vita.

Il piacere è sempre personale, è un processo isolante. Per quanto si creda che il piacere sia un qualcosa condiviso con un altro, in realtà, attraverso il soddisfacimento, è un’azione dell’io, del “me”, che racchiude e isola. Più è grande il piacere, più è grande il rafforzamento del “me”. Quando vi è la ricerca del piacere, gli esseri umani si sfruttano l’un l’altro. Quando il piacere domina la nostra vita, il rapporto viene sfruttato per questo scopo e così non vi è alcun rapporto reale con gli altri. Il rapporto diviene un commercio. Il bisogno di soddisfacimento si basa sul piacere, e quando questo piacere è negato o non trova i mezzi d’espressione, vi è l’ira, il cinismo, l’odio o l’amarezza. In realtà questa ricerca incessante del piacere è insania.

Tutto ciò rivela che l’uomo, nonostante le sue vaste conoscenze, le capacità straordinarie, l’energia motrice, l’azione aggressiva, è in declino?

Ciò è evidente in tutto il mondo – questo egocentrismo deliberato con le sue paure, i piaceri, le inquietudini.

Qual è quindi la responsabilità totale delle nostre scuole? Certamente esse devono essere centri per l’apprendimento di un sistema di vita che non sia basato sul piacere, su attività egocentriche, ma sulla comprensione dell’azione corretta, della profondità e bellezza del rapporto, e della santità della vita religiosa. Quando il mondo che ci circonda è completamente distruttivo e privo di senso, queste scuole, questi centri, devono divenire luoghi di luce e di saggezza. Realizzarlo è responsabilità di coloro che dirigono questi luoghi.

Data l’urgenza di ciò, le scuse non hanno senso. O i centri sono come una roccia circondata dalle acque della distruzione, o si uni­scono alla corrente della decadenza. Questi luoghi esistono per l’Il­luminazione dell’uomo.

1 novembre 1979

In un mondo in cui l’umanità si sente minacciata dalle agitazioni sociali, dalla sovrappopolazione, dalle guerre, da una violenza terrifi­cante, dall’insensibilità, ciascun essere umano si interessa più che mai della propria sopravvivenza.

Sopravvivenza implica il vivere ragionevolmente, felicemente, sen­za grandi pressioni o tensioni. Ciascuno di noi interpreta la sopravvi­venza secondo il proprio concetto. Gli idealisti proiettano un siste­ma di vita che non è il reale; i teorici, marxisti, religiosi o apparte­nenti a una qualsiasi altra credenza, hanno formulato modelli per la sopravvivenza; i nazionalisti ritengono che la sopravvivenza sia pos­sibile soltanto all’interno di un particolare gruppo o comunità. Que­ste differenze ideologiche, questi ideali o fedi sono le radici di una divisione che impedisce la sopravvivenza umana.

Gli uomini vogliono sopravvivere in un modo particolare, conformemente alle loro risposte limitate, ai loro piaceri immediati, a qualche fede, a qualche salvatore religioso, profeta o santo. Tutte queste cose non possono affatto dare sicurezza perché sono in se stesse esclusive e limitate e creano divisioni. Vivere sperando nella soprav­vivenza secondo la tradizione, sia antica o moderna, non ha senso. Le soluzioni parziali di qualsiasi specie – scientifiche, religiose, poli­tiche, economiche – non possono più assicurare la sopravvivenza all’umanità. L’uomo si è interessato della propria sopravvivenza indi­viduale, della sua famiglia, del suo gruppo, della propria nazione tri­bale, e tutto ciò, creando divisioni, minaccia la sua sopravvivenza ef­fettiva. Le suddivisioni moderne in nazionalità, colore, cultura, reli­gione, sono le cause dell’incertezza umana per la sopravvivenza. L’in­certezza, nell’agitazione del mondo attuale, ha spinto l’uomo a rivol­gersi all’autorità – all’esperto politico, religioso o economico. Lo specialista è inevitabilmente un pericolo, perché la sua risposta deve essere sempre parziale, limitata. L’uomo non è più un individuo, un essere distinto. Quel che riguarda una minoranza riguarda tutta l’umanità. Non vi è alcuna fuga o scampo dal problema. Non vi po­tete più ritirare dalla totalità della situazione umana.

Abbiamo enunciato il problema e la causa e ora dobbiamo trovare la soluzione. Questa soluzione non deve dipendere da un qualsiasi tipo di pressione – sociologica, religiosa, economica, politica o di una qualsiasi organizzazione. Non possiamo assolutamente sopravvi­vere se ci interessiamo soltanto della nostra sopravvivenza personale. Oggi tutti gli esseri umani, in tutto il mondo, sono interdipendenti. Quel che accade in uno stato riguarda anche gli altri. L’uomo si è considerato un individuo distinto dagli altri ma, psicologicamente, un essere umano è inseparabile da tutta l’umanità.

Non esiste una cosa quale la sopravvivenza psicologica. Quando vi è questo desiderio di sopravvivenza o realizzazione, voi create una situazione che non solo separa, ma è anche completamente ir­reale. Psicologicamente non potete essere separati dagli altri. E que­sto desiderio di esserlo è l’origine stessa del pericolo e della distru­zione. Ogni persona che tenti di predominare minaccia la propria esistenza.

Quando se ne percepisce e comprende la verità, la responsabilità dell’uomo subisce una trasformazione radicale non solo nei confron­ti dell’ambiente immediato ma nei confronti di tutte le cose viventi. Questa responsabilità totale è compassione. Questa compassione agisce per mezzo dell’intelligenza. Questa intelligenza non è parzia­le, individuale, separata. La compassione non è mai parziale. La compassione è la santità di tutte le cose viventi.

15 novembre 1979

Dovremmo esaminare con grande serietà, non solo in queste scuole ma anche come esseri umani, la capacità di lavorare insieme; lavorare insieme con la natura, le cose viventi della terra, e pure con gli altri esseri umani. Come esseri sociali, esistiamo in modo indivi­duale. Le nostre leggi, i governi, le religioni, sottolineano tutti la se­parazione dell’uomo che, nel corso dei secoli, si è sviluppata in una contrapposizione tra uomo e uomo. Diviene sempre più importante, se dobbiamo sopravvivere, che vi sia uno spirito di cooperazione con l’universo, con tutte le cose del mare e della terra.

Si può vedere in atto, in tutte le strutture sociali, l’effetto distrut­tivo della frammentazione – una nazione contro l’altra, un gruppo contro un altro gruppo, una famiglia contro un’altra famiglia, un in­dividuo contro l’altro. Lo stesso religiosamente, socialmente ed eco­nomicamente. Ciascuno si sforza per se stesso, per la sua classe o il suo interesse particolare nella comunità. Questa divisione di creden­ze, ideali, conclusioni e pregiudizi impedisce di fiorire allo spirito di cooperazione. Noi siamo esseri umani, non identità tribali, esclusive, separate. Siamo esseri umani irretiti in conclusioni, teorie, fedi. Sia­mo creature viventi, non etichette. La nostra condizione umana ci costringe a cercarci il cibo, le vesti e il ricovero a spese degli altri. Il nostro pensiero stesso crea divisioni, e ogni azione che deriva da questo pensiero limitato deve naturalmente impedire la cooperazio­ne. L’attuale struttura economica e sociale, comprese le religioni di stato, intensifica l’esclusività, la separazione. Questa mancanza di cooperazione causa infine le guerre e la distruzione dell’uomo. Sem­bra che diveniamo uniti solo durante le crisi o i disastri e, cessati questi, ritorniamo alla nostra vecchia condizione. Sembriamo incapaci di vivere e lavorare insieme armoniosamente.

Questo processo isolante, aggressivo, si è verificato perché il no­stro cervello, che è il centro del pensiero e della sensazione, è divenuto fin dall’antichità tanto condizionato da ricercare la propria so­pravvivenza personale? Perché questo processo isolante si identifica con la famiglia, con la tribù, e diventa il glorificato nazionalismo? Ogni isolamento non è collegato a un bisogno di identificazione e realizzazione? L’importanza del sé non è stata coltivata attraverso l’evoluzione dell’opposizione tra io e tu, noi e loro? Tutte le religioni non hanno accentuato la salvezza personale, l’illuminazione personale, la realizzazione personale, sia religiosamente che nel mondo? La cooperazione è diventata impossibile perché abbiamo attribuito tale importanza al talento, alla specializzazione, al raggiungimento, al successo – che sottolineano tutti la separazione? Perché la coopera­zione umana si è concentrata su un qualche tipo di autorità governa­tiva o religiosa, su qualche ideologia o conclusione, che quindi pro­ducono inevitabilmente Il proprio opposto distruttivo?

Cosa significa cooperare – non la parola, ma il suo spirito? Non potete assolutamente cooperare con un altro, con la terra e le sue acque, a meno che non siate armoniosi in voi stessi, integri e privi di contraddizioni; non potete cooperare se siete sotto tensione o pressione, in conflitto. Come potete cooperare con l’universo se vi interessate di voi stessi, dei vostri problemi, delle vostre ambizioni? Non può esistere alcuna cooperazione se tutte le vostre attività sono egocentriche e vi occupate del vostro egoismo, dei vostri deside­ri e piaceri segreti. Finché l’intelletto con i suoi pensieri domina tutte le vostre azioni, ovviamente non può esistere alcuna cooperazione, perché il pensiero è parziale, limitato e crea eternamente divisioni. La cooperazione richiede una grande onestà. L’onestà non ha alcun movente. L’onestà non è un qualche ideale, una fede. L’onestà è chiarezza – la chiara percezione delle cose così come sono. La percezione è attenzione. Questa stessa attenzione con tutta la sua energia, fa luce su ciò che viene osservato. Questa luce della percezione opera una trasformazione nella cosa osservata. Non vi è alcun metodo con cui imparare a cooperare. Non lo si deve struttu­rare e classificare. La sua natura stessa richiede che vi sia amore, e quest’amore non è misurabile, perché quando paragonate – che è l’essenza della misura – entra in scena il pensiero. Dove è il pensie­ro, non vi è l’amore.

Ora, lo si può comunicare allo studente, e nelle nostre scuole può esistere la cooperazione tra gli insegnanti? Queste scuole sono centri di una nuova generazione con una prospettiva nuova, con un senso nuovo di essere cittadini del mondo, interessati a tutte le cose viven­ti di questa terra. È vostra grave responsabilità dare origine a questo spirito di cooperazione.

1 dicembre 1979

L’intelligenza e la facoltà dell’intelletto sono due cose completamente diverse. Probabilmente queste due parole derivano dalla stes­sa radice ma, al fine di chiarire il pieno significato della compassione, dobbiamo essere in grado di distinguere la differenza tra le due. L’intelletto è la facoltà di discernere, ragionare, immaginare, creare illusioni, pensare chiaramente e inoltre pensare non oggettivamente, personalmente. Generalmente l’intelletto viene considerato diverso dall’emozione, ma noi ci serviamo della parola “intelletto” per sugge­rire l’intera facoltà di pensiero umano. Il pensiero è la risposta della memoria accumulata per mezzo di varie esperienze, reali o immagi­nate, che vengono immagazzinate nel cervello come conoscenza. Quindi la facoltà dell’intelletto è quella di pensare. Il pensiero è li­mitato in tutti i casi, e quando l’intelletto domina le nostre attività sia nel mondo esteriore sia in quello interiore, le nostre azioni devono essere naturalmente parziali, incomplete. Ciò produce il rimpianto, l’inquietudine, e il dolore.

Tutte le teorie e le ideologie sono in se stesse parziali, e quando gli scienziati, i tecnici e i cosiddetti filosofi dominano la nostra società, la morale – e quindi la nostra vita quotidiana –, non ci troviamo mai di fronte alla realtà di quel che accade effettivamente. Queste in­fluenze colorano le nostre percezioni, la nostra comprensione diret­ta. L’intelletto trova spiegazioni, sia per il male sia per il bene com­piuto. Razionalizza il cattivo comportamento, l’uccidere e le guerre. Definisce il bene come l’opposto del male. Il bene non ha alcun opposto. Se il bene fosse collegato al male, la volontà avrebbe in se i germi del male. In tal caso non sarebbe bontà. Ma l’intelletto è incapace, a causa della sua facoltà di dividere, di comprendere la com­pletezza del bene. L’intelletto – il pensiero – paragona, valuta, com­pete e imita sempre; perciò noi diveniamo esseri umani conformisti, di seconda mano. L’intelletto ha portato enormi benefici all’umanitàma ha provocato anche grandi distruzioni. Ha coltivato le arti belliche ma è incapace di cancellare le barriere tra gli esseri umani. L’in­quietudine fa parte della natura dell’intelletto, come le ferite, perché l’intelletto, cioè il pensiero, crea l’immagine mentale che è quindi vulnerabile.

Quando abbiamo compreso l’intera natura e moto dell’intelletto e del pensiero, possiamo iniziare a esaminare cosa sia l’intelligenza. L’intelligenza è la capacità di percepire l’insieme. L’intelligenza è incapace di dividere i sensi, le emozioni, l’intelletto l’uno dall’altro. Li considera un solo movimento unitario. Poiché la sua percezione è sempre totale, è incapace di dividere un uomo dall’altro, di contrap­porre l’uomo alla natura. Poiché l’intelligenza nella sua stessa natura è totale, è incapace di uccidere.

Praticamente tutte le religioni hanno detto di non uccidere ma non lo hanno mai impedito. Alcune hanno affermato che le cose della terra, comprese le creature viventi, sono lì per l’uso dell’uomo – quindi per essere uccise e distrutte. L’uccidere per piacere, l’uccidere per commercio, l’uccidere per il nazionalismo, l’uccidere per le ideologie, l’uccidere per la propria fede, sono tutti accettati come si­stemi di vita. Mentre uccidiamo le creature viventi della terra e del mare diveniamo sempre più isolati e, in questo isolamento, sempre più avidi, alla ricerca del piacere, in ogni forma. L’intelletto lo può percepire ma è incapace di un’azione completa. L’intelligenza, che è inseparabile dall’amore, non uccide mai.

Non uccidere, se è un concetto, un ideale, non è intelligenza.

Quando l’intelligenza è attiva nella nostra vita quotidiana ci dirà quando cooperare e quando non farlo. La natura stessa dell’intelligenza è la sensibilità, e questa sensibilità è amore.

Senza questa intelligenza non vi può essere alcuna compassione.

La compassione non è il compiere atti caritatevoli o riforme sociali; è libera dal sentimento, dal romanticismo e dall’entusiasmo emotivo. È potente come la morte. È simile a una grande roccia, immobile nel mezzo della confusione, della sofferenza e dell’inquietudine. Senza questa compassione non può nascere alcuna cultura o società nuova. La compassione e l’intelligenza camminano insieme; non sono sepa­rate. La compassione agisce tramite l’intelligenza. Non può mai agire tramite l’intelletto. La compassione è l’essenza della totalità della vita.

15 dicembre 1979

Gli esseri umani in tutto il mondo hanno reso l’intelletto uno dei fattori più importanti della nostra vita quotidiana. Come si nota, gli antichi indù, gli egizi e i greci hanno tutti considerato l’intelletto la funzione più importante nella vita. Persino i buddhisti gli hanno at­tribuito importanza. In ogni università, college e scuola in tutto il mondo, sia sotto un regime totalitario o nelle cosiddette democrazie, esso ha interpretato un ruolo dominante. Intendiamo per intelletto la facoltà di comprendere, discernere, scegliere, considerare, tutta la tecnologia della scienza moderna. L’essenza dell’intelletto è l’intero moto del pensiero. Il pensiero domina il mondo tanto nella vita este­riore quanto nella vita interiore. Il pensiero ha creato tutti gli dèi del mondo, tutti i rituali, i dogmi, le credenze. Il pensiero ha creato anche le cattedrali, i templi, le moschee con la loro architettura meravigliosa, e i santuari locali. Il pensiero è stato il responsabile della tecnologia senza fine ed espansiva, delle guerre e dei loro strumenti, della divisione degli uomini in nazioni, classi e razze. Il pensiero è stato, e probabilmente è tuttora, l’istigatore della tortura nel nome di Dio, della pace, dell’ordine. È stato il responsabile anche della rivo­luzione, dei terroristi, del principio fondamentale e degli ideali prammatici. Noi viviamo di pensiero. Le nostre azioni sono basate sul pensiero, i nostri rapporti sono fondati anch’essi sul pensiero, quindi l’intelletto è stato venerato per tutte le età.

Ma il pensiero non ha creato la natura – i cieli disseminati di stelle, il mondo con tutta la sua bellezza, con i suoi vasti mari e le terre ver­di. Il pensiero non ha creato l’albero, ma il pensiero ha usato l’albero per costruire la casa, per fare la sedia. Il pensiero usa e distrugge.

Il pensiero non può creare l’amore, l’affetto e la caratteristica della bellezza. Ha intrecciato una rete di illusioni e realtà. Quando vi­viamo soltanto del pensiero, con tutte le sue complessità e sottigliez­ze, con i suoi scopi e direzioni, perdiamo la profondità della vita,perché il pensiero è superficiale. Sebbene pretenda di scavare profondamente, lo strumento stesso è incapace di penetrare oltre i propri limiti. Può proiettare il futuro, ma quel futuro ha origine dalle radici del passato. Le cose create dal pensiero sono reali, vere – come un tavolo, come l’immagine che venerate – ma l’immagine, il simbolo che venerate è costruito dal pensiero, comprese le sue tante illusioni – romantiche, idealiste, umanitarie. Gli uomini accettano le cose del pensiero e vivono con esse – il denaro, la posizione, lo stato sociale e il piacere della libertà donata dal denaro. Questo è l’intero moto del pensiero e dell’intelletto e attraverso questa stretta finestra della nostra vita noi guardiamo il mondo.

Vi è un qualsiasi altro moto che non sia quello dell’intelletto e del pensiero? È stata la ricerca di molti sforzi religiosi, filosofici, e scien­tifici. Quando usiamo la parola religione non intendiamo l’assurdità delle credenze, dei rituali, dei dogmi e della struttura gerarchica. Per uomo religioso intendiamo chi si è liberato da secoli di propaganda, dal peso morto della tradizione, antica o moderna. I filosofi che si abbandonano a teorie, concetti, ricerche sull’ideazione, non possono assolutamente esplorare oltre la stretta finestra del pensiero, come non lo possono gli scienziati con le loro capacità straordinarie, con il loro pensiero forse originale, con le loro conoscenze immense. La conoscenza è il deposito della memoria e vi deve essere una libertà dal conosciuto per esplorare ciò che è al di là di esso. Vi deve essere la libertà di indagare senza alcun legame, senza alcun attaccamento alla propria esperienza, alle proprie conclusioni, a tutte le cose che l’uomo ha imposto a se stesso. L’intelletto deve essere immobile in una quiete assoluta senza un fremito di pensiero.

Oggi la nostra istruzione si basa sulla coltivazione dell’intelletto, del pensiero e della conoscenza, necessari nel campo della nostra azione quotidiana, ma fuori posto nei nostri rapporti psicologici l’uno con l’altro, perché la natura stessa del pensiero crea divisioni e distrugge. Quando il pensiero domina ogni nostra attività e rapporto produce un mondo di violenza, terrore, conflitto, sofferenza.

Nelle nostre scuole, questo deve essere l’interesse di noi tutti – vecchi e giovani.

1 gennaio 1980

Dovremmo comprendere fin dall’inizio di questo nuovo anno che ci interessiamo in primo luogo dell’aspetto psicologico della nostra vita, anche se non intendiamo trascurarne l’aspetto fisico, biologico. Quel che si è interiormente alla fine darà origine a una buona società o a un deterioramento graduale dei rapporti umani. Ci occupiamo di entrambi gli aspetti della vita, senza attribuire il predominio all’uno o all’altro, benché l’aspetto psicologico – vale a dire quel che siamo interiormente – detti il nostro comportamento, i nostri rapporti con gli altri.

Sembra che attribuiamo un’importanza assai maggiore agli aspet­ti fisici della vita, alle attività di ogni giorno, per quanto importanti o irrilevanti, e che trascuriamo completamente le realtà più profonde e più vaste. Quindi vi prego di tenere a mente che in queste lettere ci accostiamo alla nostra esistenza dall’interno all’esterno, e non viceversa. Benché la maggior parte degli uomini si interessi dell’aspetto esteriore, la nostra istruzione si deve occupare di realizzare un’armo­nia tra l’aspetto esteriore e interiore, e ciò non può assolutamente accadere se i nostri occhi sono fissi unicamente all’esterno. Intendiamo per aspetto interiore tutti i moti del pensiero, i nostri sentimenti – lo­gici e assurdi, le nostre immaginazioni, le credenze e gli attaccamenti – felici e infelici – i nostri desideri segreti con le loro contraddizioni, le nostre esperienze, i dubbi, la violenza e così via. Le ambizioni na­scoste, le illusioni a cui si aggrappa la mente, le superstizioni della religione, e il conflitto interiore apparentemente infinito fanno parte anch’essi della nostra struttura psicologica. Se siamo ciechi a tutto ciò o lo accettiamo come una parte inevitabile della natura umana, permettiamo una società in cui noi stessi diveniamo prigionieri. Quindi è veramente importante comprenderlo.

Siamo certi che ogni studente in tutto il mondo vede l’effetto del caos che ci circonda e spera di trovare scampo in qualche ordine esteriore, per quanto possa essere interiormente in un’agitazione as­soluta. Vuole cambiare il mondo esteriore senza cambiare se stesso, ma egli è la fonte e la continuazione del disordine. Questa è una realtà, non una conclusione personale.

Perciò, nella nostra istruzione, ci occupiamo di cambiare la fonte e la continuazione. Sono gli esseri umani a creare la società, non gli dèi di qualche paradiso. Iniziamo quindi dallo studente. La parola stessa significa studiare, apprendere e agire. Apprendere non solo dai libri e dai maestri, ma studiare e apprendere su voi stessi – que­sta è l’istruzione fondamentale. Se non conoscete voi stessi e vi riem­pite la mente delle molte realtà dell’universo, state unicamente accet­tando e perpetuando il disordine. Probabilmente voi studenti non vi interessate di ciò. Volete divertirvi, perseguire i vostri interessi, siete costretti a studiare soltanto sotto pressione, accettate i confronti e le conseguenze inevitabili con lo sguardo fisso su una certa professione. Questo è il vostro interesse fondamentale che sembra naturale, dato che i vostri genitori e nonni hanno seguito lo stesso sentiero – lavoro, matrimonio, bambini, responsabilità. Finché voi siete al sicuro vi preoccupate ben poco di ciò che accade intorno a voi. Questo è il vostro rapporto reale con il mondo, il mondo che è stato creato dagli esseri umani. L’immediato è ben più reale, importante ed esigente della totalità. Il vostro interesse, e l’interesse dell’insegnante, è e deve essere quello di comprendere la totalità dell’esistenza umana; non una parte ma il tutto. La parte è solo la conoscenza delle scoperte fisiche umane.

Perciò qui in queste lettere iniziamo in primo luogo da voi studen­ti e dall’insegnante che vi aiuta a conoscere voi stessi. Questa è la fun­zione di ogni istruzione. Abbiamo bisogno di creare una buona so­cietà in cui tutti gli esseri umani possano vivere felicemente in pace, senza violenza, con sicurezza. Voi, come studenti, ne siete responsabi­li. Una buona società non nasce per mezzo di qualche ideale, un eroe o una guida, o qualche sistema progettato attentamente. Voi dovete essere buoni perché siete il futuro. Voi costruirete il mondo, o com’esso è, o modificato, o come un mondo in cui voi e gli altri pos­siate vivere senza guerre, senza brutalità, con generosità e affetto.

Quindi, cosa farete? Avete compreso il pròblema, che non è diffi­cile; cosa farete? La maggior parte di voi è istintivamente gentile, buona e desiderosa di aiutare, naturalmente se non è stata troppo calpestata e ingannata, come speriamo non sia accaduto. Cosa farete quindi? Se l’insegnante è all’altezza del suo compito vi vorrà aiutare, e in questo caso la domanda è: cosa farete insieme per aiutarvi a stu­diare voi stessi, per apprendere su voi stessi e agire? Per questa lette­ra ci fermiamo qui e continueremo nella prossima.

15 gennaio 1980

Continuiamo con ciò che stavamo dicendo nella nostra ultima let­tera, che metteva in luce la responsabilità di studiare, apprendere e agire. Finché si è giovani e forse innocenti, dediti all’eccitazione e ai giochi, la parola responsabilità sembra un fardello abbastanza terrifi­cante e pesante. Ma noi usiamo questa parola per indicare la cura e l’attenzione verso il nostro mondo. Gli studenti non devono provare alcun senso di colpa se non hanno mostrato questa cura e attenzione. Dopo tutto, i genitori che si sentono responsabili di voi, di farvi stu­diare e preparare alla vita futura, non si sentono colpevoli, sebbene si possano sentire insoddisfatti o infelici se non corrispondete alle loro aspettative. Dobbiamo comprendere chiaramente che quando usia­mo la parola responsabilità non vi deve essere un senso di colpa. Sia­mo particolarmente attenti nell’usare questa parola, libera dal triste peso di una parola quale dovere. Quando ciò sia compreso chiaramente, possiamo usare la parola responsabilità senza il suo fardello di tradizione. Quindi, siete a scuola con questa responsabilità di stu­diare, apprendere, agire. Questo è lo scopo principale dell’istruzione.

Nella nostra ultima lettera abbiamo posto la domanda “Cosa farete per voi stessi e il vostro rapporto con il mondo?”. Come abbiamo detto, anche l’insegnante, il maestro, è responsabile di aiutarvi a comprendere voi stessi e così il mondo. Poniamo questa domanda perché voi scopriate da soli la vostra risposta. È una sfida a cui dovete rispondere. Dovete incominciare da voi stessi, con il comprendere voi stessi e, in relazione a ciò, qual è il primo passo? Non è l’affetto? Probabilmente da giovani avete questa caratteristica, ma sembra che la perdiamo molto rapidamente. Perché? Non è a causa della pres­sione degli studi, la pressione della competizione, la pressione del tentare di raggiungere una certa posizione negli studi, paragonandovi agli altri e forse essendo tiranneggiati dagli altri studenti? Tutte queste molteplici pressioni non vi costringono a occuparvi di voi stessi? E quando vi interessate così di voi stessi, perdete inevitabil­mente questa caratteristica di affetto. È molto importante compren­dere come gradualmente le circostanze, l’ambiente, la pressione dei vostri genitori o il vostro stesso bisogno di uniformarvi, riducano la vasta bellezza della vita alla piccola sfera dell’io. E se perdete da gio­vani questo affetto vi è un indurimento del cuore e della mente. È una cosa rara mantenere questo affetto per tutta la vita, senza corru­zione. Ecco quindi la prima cosa che dovete avere. Affetto significa cura, una cura diligente in qualsiasi cosa facciate; cura nel parlare, nel vestire, nel modo di mangiare, in come vi occupate del corpo; cura nel vostro comportamento senza le distinzioni di superiore o in­feriore; in come considerate la gente.

La cortesia è considerazione per gli altri, e questa considerazione è cura, sia se è verso il fratello minore o la sorella maggiore. Quando avete cura, ogni forma di violenza scompare da voi – la vostra ira, il vostro antagonismo e orgoglio. Questa cura significa attenzione. At­tenzione è guardare, osservare, ascoltare, apprendere. Vi sono molte cose che potete imparare dai libri, ma vi è un apprendimento che è infinitamente chiaro, rapido e privo di una qualsiasi ignoranza. At­tenzione significa sensibilità, e questa dà alla percezione una profon­dità che nessuna conoscenza, con la sua ignoranza, potrebbe dare. Dovete studiare questo, non in un libro, ma, con l’aiuto dell’inse­gnante, dovete imparare a osservare le cose che vi circondano – quel che accade nel mondo, quel che accade a un compagno, quel che accade in un povero villaggio o vicolo e all’uomo che si trascina in quella strada sudicia.

L’osservazione non è un’abitudine. Non è una cosa che vi adde­strate a fare meccanicamente. È lo sguardo fresco dell’interesse, della cura, della sensibilità. Non vi potete addestrare a essere sensibili. Di nuovo, da giovani siete sensibili, rapidi a percepire, ma ciò scompare con la crescita. Perciò dovete studiare voi stessi e forse il vostro mae­stro vi aiuterà. Se non lo fa, non importa, perché è vostra responsa­bilità studiare voi stessi e imparare così cosa siete. E quando vi è questo affetto le vostre azioni nascono dalla sua purezza. Tutto ciò potrebbe sembrare molto difficile ma non lo è. Abbiamo trascurato tutto questo aspetto della vita. Siamo tanto interessati dalla nostra professione, dai nostri piaceri, dalla nostra stessa importanza, che trascuriamo la grande bellezza dell’affetto.

Vi sono due parole che si devono tenere sempre a mente – la dili­genza e la negligenza. Noi ci dedichiamo diligentemente ad acquisi­re conoscenze dai libri, dai maestri, vi passiamo venti o più anni della vita e trascuriamo di studiare il significato più profondo della no­stra stessa vita. Abbiamo sia l’esteriore che l’interiore. L’aspetto inte­riore richiede una diligenza maggiore dell’esteriore. È un’esigenza pressante e questa diligenza è lo studio affettuoso di ciò che siamo.

1 febbraio 1980

La crudeltà è una malattia infettiva da cui ci si deve guardare rigorosamente. Sembra che alcuni studenti abbiano questa particolare infezione ed essi in un certo qual modo dominano gradualmente gli altri. Probabilmente la considerano molto virile, dato che gli adulti sono spesso crudeli nelle azioni, negli atteggiamenti, nei gesti, nell’orgoglio. Tale crudeltà esiste nel mondo. È responsabilità dello studente – e vi prego di ricordare in quale significato usiamo questa parola – evitare qualsiasi forma di crudeltà. Una volta, molti anni fa, fui invitato a parlare in una scuola della California, e mentre entravo nella scuola fui superato da un ragazzo di circa dieci anni con un grande uccello, preso in trappola, dalle zampe spezzate. Mi fermai e guardai il ragazzo senza pronunciare una parola. Il suo viso manife­stava la paura, e quando finii il mio discorso e uscii, il ragazzo – uno sconosciuto – mi si avvicinò con le lacrime agli occhi e mi disse: “Si­gnore, non accadrà mai più”. Aveva paura che lo dicessi al preside e che vi fosse una scenata, e poiché non avevo detto una parola sul crudele incidente né al ragazzo né al preside, la consapevolezza della cosa terribile che aveva fatto gli fece comprendere l’enormità dell’azione. È importante essere consapevoli delle proprie attività e, se vi è l’affetto, la crudeltà non trova posto nella nostra vita in nessun momento. Nei paesi occidentali vedete uccelli allevati con cura e, più avanti nella stagione, uccisi per divertimento e mangiati. La cru­deltà del cacciare, uccidere piccoli animali, è divenuta una parte della nostra civiltà, come la guerra, la tortura e gli atti di terrorismo e sequestro. Anche nei nostri rapporti intimi e personali vi è molta crudeltà, ira, e un nuocersi a vicenda. Il mondo è divenuto un luogo pericoloso in cui vivere e, nelle nostre scuole, si deve evitare total­mente e completamente qualsiasi forma di coercizione, minaccia e ira, perché tutte queste cose induriscono il cuore e la mente, e l’af­fetto non può coesistere con la crudeltà.

Voi, come studenti, comprendete quanto sia importante rendersi conto che qualsiasi forma di crudeltà non solo vi indurisce il cuore ma corrompe i vostri pensieri, distorce le vostre azioni. La mente, come il cuore, è uno strumento delicato, sensibile e molto capace, e quando la crudeltà e l’oppressione lo colpiscono vi è un indurimen­to del sé. L’affetto o amore non ha alcun centro come il sé.

Ora, avendo letto queste cose e compreso quel che si è detto fino­ra, cosa farete a proposito? Avete studiato quel che si è detto, ap­prendete i contenuti di queste parole; quale sarà quindi la vostra azione? La vostra risposta non è unicamente studiare e apprendere ma anche agire. La maggior parte di noi conosce ed è consapevole di tutte le implicazioni della crudeltà e di ciò che essa compie effettivamente sia esteriormente che interiormente, e lascia andare senza fare nulla – pensando una cosa e facendo esattamente il contrario. Ciò non solo genera molti conflitti ma anche l’ipocrisia. La maggior parte degli studenti non ama essere ipocrita; ama osservare i fatti ma non sempre agisce. Quindi è responsabilità dello studente percepire effettivamente la crudeltà e comprendere, senza alcuna persuasione o adulazione, cosa significhi e fare qualcosa. L’agire è forse una re­sponsabilità maggiore. Generalmente gli uomini vivono con idee e credenze completamente distaccate dalla loro vita quotidiana e ciò naturalmente diviene ipocrisia. Quindi, non siate ipocriti – cosa che non significa che dovete essere rudi, aggressivi o eccessivamente cri­tici. Quando vi è l’affetto, inevitabilmente vi è una cortesia priva di ipocrisia.

Qual è la responsabilità del maestro che ha studiato e appreso, e agisce nei confronti dello studente? La crudeltà ha molte forme. Uno sguardo, un gesto, un’osservazione secca, e soprattutto il paragone. Tutto il nostro sistema educativo si basa sul paragone. A è me­glio di B, e quindi B si deve conformare ad A o imitarlo. Questa, in essenza, è crudeltà, ed essa si esprime fondamentalmente negli esa­mi; perciò, qual è la responsabilità dell’insegnante che comprende questa verità? In che modo insegnerà una qualsiasi materia senza la ricompensa e la punizione, tenendo conto della necessità di un resoconto finale che indichi la capacità dello studente? Può farlo il mae­stro? È compatibile con l’affetto? Se è presente la realtà fondamen­tale dell’affetto, vi trova posto il paragone? Il maestro può eliminare in se stesso il dolore del paragone? Tutta la nostra civiltà si basa sul paragone gerarchico sia esteriormente che interiormente, che nega il senso di profondo affetto. Possiamo eliminare dalla nostra mente il migliore, il più, lo stupido, l’abile, tutto questo pensiero comparati­vo? Se l’insegnante ha compreso il dolore del paragone, qual è la sua responsabilità nell’insegnamento e nell’azione? La persona che abbia realmente afferrato il significato del dolore del paragone agisce partendo dall’intelligenza.

15 febbraio 1980

In tutte queste lettere abbiamo sottolineato costantemente che la cooperazione tra l’insegnante e lo studente è responsabilità di en­trambi. La parola cooperazione significa lavorare insieme, ma noi non possiamo lavorare insieme se non guardiamo nella stessa dire­zione con gli stessi occhi e la stessa mente. La parola “stesso”, in que­sto contesto, non significa in alcun caso uniformità, conformismo, o l’accettare, obbedire, imitare. Nella cooperazione reciproca, nel la­vorare insieme, lo studente e il maestro devono avere un rapporto basato essenzialmente sull’affetto. Gli uomini, per lo più, cooperano quando fabbricano, giocano, o sono impegnati in ricerche scientifi­che, o se lavorano insieme per un ideale, una credenza, o un qualche concetto realizzato per un certo beneficio personale o collettivo; oppure cooperano intorno a un’autorità, religiosa o politica.

Per studiare, apprendere e agire, è necessaria una cooperazione tra il maestro e lo studente. Entrambi sono coinvolti in queste cose. L’in­segnante può conoscere molte materie e fatti. Se, nel comunicarli allo studente, non vi è la caratteristica dell’affetto, ciò diventa una lotta tra i due. Ma noi non ci interessiamo soltanto della conoscenza terre­na ma anche dello studio del sé in cui vi è l’apprendimento e l’azione. Sia l’insegnante che lo studente sono impegnati in quello studio, e qui cessa l’autorità. Per apprendere su se stesso l’insegnante non si occu­pa soltanto di sé ma dello studente. Nell’azione reciproca e nelle sue reazioni iniziamo a comprendere la natura di noi stessi – i pensieri, i desideri, gli attaccamenti, le identificazioni, e così via. Ciascuno fa da specchio all’altro; ciascuno osserva allo specchio esattamente quel che è perché, come abbiamo sottolineato precedentemente, la com­prensione psicologica di noi stessi è molto più importante dell’accu­mulare fatti e immagazzinarli come conoscenza a favore dell’abilità nelle azioni. L’interiore prevale sempre sull’esteriore. Ciò deve essere compreso chiaramente sia dall’insegnante che dallo studente. L’esteriore non ha trasformato l’uomo; le attività esteriori, la rivoluzione fisica, il controllo fisico dell’ambiente non hanno trasformato profon­damente l’essere umano, i suoi pregiudizi e superstizioni; intimamen­te gli esseri umani restano come sono stati per milioni d’anni.

L’istruzione giusta è il trasformare questa condizione fondamentale. Quando l’insegnante lo afferra realmente, benché debba insegnare delle materie, il suo interesse principale dovrà essere la trasformazio­ne radicale della psiche, del “tu” e del “me”. E qui sta l’importanza della cooperazione tra le due persone che studiano, apprendono e agiscono insieme. Non è lo spirito di squadra, o lo spirito della fami­glia, o l’identificazione con un gruppo o nazione. È una libera inda­gine in noi stessi senza la barriera tra colui che sa e colui che non sa. Questa è la barriera più distruttiva, specialmente in questioni di au­toconoscenza. In questa non vi è alcuna guida né alcun guidato. Quando lo si percepisce totalmente – e con affetto – la comunicazio­ne tra lo studente e il maestro diviene facile, chiara e non solo a un livello verbale. L’affetto non implica alcuna pressione, non è mai tor­tuoso. È semplice e diretto.

Una volta dette queste cose, e se entrambi le avete studiate, qual è la caratteristica della vostra mente e del cuore? Vi è stato un mutamento non prodotto dall’influenza o dalla semplice stimolazione, che possono causare un mutamento illusorio? La stimolazione è come una droga: svanisce, e voi siete di nuovo al punto di partenza. Anche qualsiasi forma di pressione o influenza agisce nello stesso modo. Se agite in queste circostanze non state realmente studiando e apprendendo su voi stessi. L’azione basata sulla ricompensa e la pu­nizione, l’influenza o la pressione, inevitabilmente dà origine a con­flitti. È così. Ma pochi ne comprendono la verità, e così ci rinunciano o dicono che in un mondo pratico è impossibile o che è idealistico – un qualche concetto utopista. Eppure non lo è. È eminentemente pratico e realizzabile. Quindi non vi lasciate sconcertare dai tradizionalisti, dai conservatori o da coloro che si aggrappano all’il­lusione che il mutamento possa provenire soltanto dall’esterno.

Quando studiate e apprendete su voi stessi, nasce una forza straordinaria, basata sulla chiarezza, che si può opporre a tutte le as­surdità del sistema. Questa forza non è una forma di resistenza o un’ostinazione o volontà egocentriche, ma un’osservazione diligente dell’esterno e dell’interno. È la forza dell’affetto e dell’intelligenza.

1 marzo 1980

Voi arrivate nelle nostre scuole con un bagaglio personale – sia tradizionale o libero – con disciplina o senza disciplina, obbedienti o riluttanti e disobbedienti, in rivolta o conformisti. I vostri genitori sono o negligenti o molto diligenti per voi; alcuni si possono sentire molto responsabili, altri no. Arrivate con tutti questi problemi, con famiglie divise, incerti o assertivi, volendo fare a modo vostro o sot­tomettendovi con diffidenza ma ribellandovi interiormente.

Nelle nostre scuole siete liberi, e tutte le agitazioni della vostra giovane vita entrano in azione. Volete fare a modo vostro ma nessu­no al mondo lo può. Lo dovete comprendere molto seriamente – non potete fare a modo vostro. O imparate ad adattarvi con com­prensione, con ragionevolezza, o siete spezzati dal nuovo ambiente in cui siete entrati. È molto importante comprenderlo. Nelle nostre scuole gli insegnanti spiegano con cura e voi potete discutere con lo­ro, avere un dialogo, e capire perché si debbano fare certe cose. Quando si vive in una piccola comunità di maestri e studenti, è ne­cessario che essi abbiano un buon rapporto tra loro, amichevole, affettuoso, e con una certa qualità di comprensione sollecita. Partico­larmente oggigiorno, nessuno che vive in una società libera ama le norme, e le norme divengono assolutamente superflue quando voi e l’insegnante adulto comprendete, non solo verbalmente e intellet­tualmente ma con il cuore, che alcune discipline sono necessarie.

La parola disciplina è stata rovinata dagli assolutisti. Ciascuna ar­te ha la propria disciplina, la propria abilità. La parola disciplina deriva dalla parola discepolo – apprendere; non conformarsi, non ri­bellarsi, ma apprendere in merito alle vostre reazioni, il vostro am­biente, i loro limiti, e trascenderli. L’essenza dell’apprendimento è un moto costante senza un punto fisso. Se il vostro pregiudizio, le opinioni e le conclusioni ne divengono il punto fisso e voi partite da quell’ostacolo, cessate di imparare. L’apprendimento è infinito. La mente che apprende costantemente è al di là di ogni conoscenza. Quindi, siete qui per apprendere come pure per comunicare. La co­municazione non è solo uno scambio di parole, per quanto queste parole possano essere articolate e chiare; è molto più profonda. La comunicazione è apprendere l’uno dall’altro, comprendersi l’un l’al­tro, e ciò ha fine quando avete assunto una posizione definitiva in merito a qualche azione superficiale o non meditata a fondo.

Quando si è giovani vi è un bisogno di conformarsi, di non sentirsi esclusi; apprendere la natura e le implicazioni del conformismo comporta una propria disciplina particolare. Vi prego di tenere a mente quando usiamo questa parola che sia lo studente che l’inse­gnante sono in un rapporto d’apprendimento, non di affermazione e approvazione. Quando lo si comprende chiaramente le norme di­ventano superflue. Quando non è chiaro, è necessario formulare norme. Vi potete rivoltare contro le norme, contro il fatto che vi si dica cosa fare e cosa non fare, ma quando comprendete prontamen­te la natura dell’apprendimento, le norme scompaiono del tutto. Solo chi è ostinato e arrogante dà origine alle norme; fai questo e non fare quello.

L’apprendimento non deriva dalla curiosità. Potete essere curiosi del sesso: questa curiosità si basa sul piacere, su qualche specie di ec­citazione, sugli atteggiamenti degli altri. Lo stesso si applica al bere, alle droghe, al fumo. L’apprendimento è molto più profondo e più vasto. Apprendete sull’universo non per piacere o curiosità ma per il vostro rapporto con il mondo. Avete diviso l’apprendimento in cate­gorie distinte che dipendono dalle esigenze della società o dalle vo­stre tendenze personali.

Non stiamo parlando di apprendere su un qualcosa, ma della qua­lità della mente che è desiderosa di apprendere. Potete imparare come diventare un buon falegname, o un giardiniere, o un ingegnere, e quando avete raggiunto la destrezza in queste professioni avete ri­dotto la mente a uno strumento che può funzionare forse abilmente in un certo schema. Ciò è definito apprendimento. Esso dà una cer­ta sicurezza finanziaria che, probabilmente, è tutto quel che voglia­mo, e così creiamo una società che provvede alle nostre richieste. Ma quando vi è questa qualità diversa di un apprendimento non su qualcosa, avete una mente e, naturalmente, un cuore, eternamente vivi.

La disciplina non è il controllo o la sottomissione. Apprendimento significa attenzione, vale a dire essere diligenti. Solo la mente ne­gligente non apprende mai. Se è superficiale, noncurante e indiffe­rente, costringe se stessa ad accettare. La mente diligente esamina at­tivamente, osserva, non cade in valori e credenze di seconda mano. La mente che apprende è una mente libera, e la libertà richiede la re­sponsabilità dell’apprendimento. La mente intrappolata nell’ostina­zione, trincerata in qualche conoscenza, può domandare la libertà, ma per libertà intende l’espressione dei propri atteggiamenti e con­clusioni personali, e quando ciò venga ostacolato chiede la propria realizzazione. La libertà non ha alcun senso di realizzazione: è libera.

Quindi, quando arrivate nelle nostre scuole, o di fatto in qualsiasi altra scuola, vi deve essere questa nobile qualità di apprendimento a cui si unisce un grande senso di affetto. Quando siete davvero profondamente affettuosi, state imparando.

Except where otherwise noted, content on this site is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International license.
Feedback
Web Statistics