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Senza pensieri

Jiddu Krishnamurti
Meditazioni sul vivere 3 – senza pensieri

1 – Il pensiero inizia dalle conclusioni?

Il profilo delle colline che circondavano il lago era molto dolce, e sullo sfondo si stagliavano le montagne innevate. Era piovuto per tutto il giorno ma ora il cielo si era improvvisamente schiarito, come per un miracolo inaspettato, e ogni cosa era ridiventata viva, gioiosa e serena: il giallo, il rosso e il porpora dei fiori apparivano più intensi, e le gocce di pioggia rilucevano sui petali come gemme preziose. Era una serata magnifica, piena di luce e di splendore: la gente si riversava nelle strade e lungo il lago le grida dei bambini echeggiavano di risa. L'andirivieni e la confusione racchiudevano una bellezza incantevole, e una strana pace pervadeva ogni cosa. Molti di noi erano seduti sulla lunga panca che si affacciava sul lago; un uomo parlava a voce abbastanza alta, ed era impossibile non sentire ciò che stava dicendo al suo vicino. «In una sera come questa vorrei trovarmi molto lontano dal rumore e dalla confusione, ma il mio lavoro mi trattiene qui, e lo detesto.» Qualcuno stava dando da mangiare ai cigni, alle anatre e ad alcuni gabbiani che sembravano aggirarsi smarriti: i cigni, molto aggraziati, erano di un biancore abbagliante. Ora non c'era neppure un'increspatura sull'acqua, e le colline intorno al lago sembravano quasi nere; ma, dietro le colline, le montagne risplendevano nella luce del sole del tramonto, e le nuvole limpide che si delineavano nette sullo sfondo sembravano appassionatamente vive.

«Non sono sicuro di comprenderti» esordì il mio visitatore «quando affermi che la conoscenza deve essere accantonata per poter arrivare a comprendere la verità.» Era un uomo anziano, che aveva viaggiato molto e letto molti buoni libri. Per un anno o poco più aveva vissuto in un monastero, spiegò, e aveva poi girovagato per tutto il mondo, di porto in porto, lavorando sulle navi, risparmiando il denaro così guadagnato e arricchendosi di conoscenza. «Non intendo la semplice conoscenza che si acquisisce attraverso le letture,» proseguì «parlo della conoscenza che gli uomini hanno maturato, ma che non hanno trascritto sulla carta; penso alla tradizione misteriosa che va oltre i manoscritti e i testi sacri. Mi sono dilettato con l'occultismo, ma mi è sempre sembrato sciocco e superficiale: un buon microscopio è enormemente più valido della chiaroveggenza di un uomo che vede i fenomeni sovrannaturali. Ho letto alcuni dei più grandi storici, e mi sono avvicinato alle loro teorie e alle loro visioni del mondo, ma... Se è dotato di una mente di prim'ordine e della capacità di accumulare conoscenza, un uomo dovrebbe essere in grado di fare un bene immenso. So che non è di moda, ma ho un irrefrenabile impulso interiore che mi spingerebbe a riformare il mondo, e la conoscenza è la mia passione. Sono sempre stato una persona molto passionale sotto vari aspetti e ora sono consumato dall'urgenza di conoscere. L'altro giorno ho letto qualcosa nei tuoi scritti che mi ha intrigato: un passaggio in cui affermi la necessità di essere liberi dalla conoscenza. Perciò ho deciso di venire a incontrarti: non come seguace, ma in qualità di indagatore.» Essere un seguace di qualcun altro, per quanto erudito o nobile, significa impedire l'intera comprensione: che ne pensi? «Che si può parlare liberamente e con rispetto reciproco.» Posso chiederti che cosa intendi quando parli di conoscenza? «Certo, mi sembra un ottimo spunto da cui partire. La conoscenza è tutto ciò che l'uomo ha appreso attraverso l'esperienza; è ciò che ha acquisito attraverso lo studio, in secoli di lotta e sofferenza, mettendo in atto tentativi negli ambiti più diversi, sia scientifici sia psicologici. Dal momento che persino il più grande storico interpreta la storia secondo la propria cultura e la propria disposizione d'animo, anche un semplice e comune studioso come me può convertire la conoscenza in azione, "buona" o "cattiva" che sia. Siccome al momento non siamo interessati all'azione, la questione è inevitabilmente legata alla conoscenza, che è ciò che l'uomo ha sperimentato o ha appreso attraverso il pensiero, la meditazione, la sofferenza. La conoscenza è vasta; non solo è trascritta nei libri, ma esiste sia nell'individuo sia nella coscienza etnica e collettiva dell'uomo. Le informazioni mediche e scientifiche, il bagaglio di nozioni tecniche del mondo materiale sono radicati essenzialmente nella coscienza dell'uomo occidentale; così come la grande sensibilità dell'immaterialità è invece peculiare appannaggio della coscienza dell'uomo orientale. Tutto questo è conoscenza, e comprende non solo ciò che è già conosciuto, ma ciò che viene scoperto di giorno in giorno. La conoscenza è un processo additivo e senza fine, è assolutamente senza limiti, e potrebbe rappresentare ciò che l'uomo persegue: l'immortalità. Ed è per questo che non riesco a capire come tu possa affermare che tutta la conoscenza debba essere messa da parte, se si vuole arrivare alla comprensione della verità.» La suddivisione fra conoscenza e comprensione è fittizia, non esiste realmente; per essere liberi da questa suddivisione, e riuscire quindi a percepire la differenza fra conoscenza e comprensione, dobbiamo prima scoprire quale sia la forma più alta di pensiero, altrimenti ci sarà confusione. Il pensiero inizia con una conclusione? Il pensiero non è altro che un movimento da una conclusione all'altra? Può esistere il pensiero, se il pensiero è positivo? La forma più alta di pensiero non è forse invece quella negativa? La conoscenza non è altro che un'accumulazione di definizioni, di conclusioni e di asserzioni positive? Il pensiero positivo, che è basato sull'esperienza, è sempre il risultato del passato, e un tale pensiero non potrà mai svelare il nuovo. «Stai quindi affermando che la conoscenza è sempre nel passato, e che il pensiero originato dal passato porta inevitabilmente a offuscare la percezione di ciò che possiamo chiamare verità. Ma senza il passato in quanto memoria, non potremmo certo riconoscere questo oggetto che abbiamo deciso concordemente di definire sedia. La parola "sedia" riflette una conclusione raggiunta per consenso comune, una convenzione, e tutta la comunicazione cesserebbe se tali convenzioni non venissero date per acquisite e scontate. La maggior parte dei nostri pensieri è basata sulle conclusioni, sulle tradizioni, sulle esperienze altrui, e la vita sarebbe impossibile senza le più ovvie e inevitabili convenzioni. Non vorrai certo dire che dovremmo mettere da parte tutte le conclusioni, tutti i ricordi e le tradizioni?» I percorsi della tradizione conducono inevitabilmente alla mediocrità, e una mente imbrigliata nella tradizione non può percepire ciò che è vero. La tradizione può essere vecchia anche solo di un giorno, o può andare indietro per migliaia di anni. Sarebbe ovviamente assurdo per un ingegnere accantonare la conoscenza ingegneristica di cui si è arricchito attraverso l'esperienza di migliaia di altri; e l'atteggiamento di una persona che dovesse cercare di dimenticare la memoria del luogo in cui vive starebbe a indicare semplicemente uno stato nevrotico. Ma la semplice raccolta dei fatti non crea certo la comprensione della vita: una cosa è la conoscenza, un'altra la comprensione. La conoscenza non conduce alla comprensione: la comprensione può invece arricchire la conoscenza; e la conoscenza può attuare la comprensione. «La conoscenza è essenziale e non va disprezzata: senza di essa, non esisterebbero la chirurgia moderna e almeno un centinaio di altre meravigliose scoperte.» Non stiamo attaccando o difendendo la conoscenza: stiamo invece cercando di comprendere il problema nella sua interezza. La conoscenza è solamente una parte della vita, non la sua totalità, e quando questa parte assume un'importanza che esclude qualsiasi altra cosa, come minaccia di fare attualmente, allora la vita diventa superficiale, una vuota routine da cui l'uomo cerca di scappare attraverso ogni forma di distrazione e superstizione, con conseguenze disastrose. La pura e semplice conoscenza, per quanto vasta e sofisticata, non risolverà mai i problemi dell'uomo; avere questa convinzione significa avallare frustrazione e sofferenza. Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più profondo: possiamo anche essere consapevoli che l'odio è sciocco e inutile, ma essere davvero liberi dall'odio è tutta un'altra cosa. L'amore non è una questione di conoscenza. Ritornando al discorso precedente, dobbiamo affermare che il pensiero positivo non è assolutamente pensiero: è solo una continuità modificata di ciò che è stato pensato. La forma esteriore può cambiare di volta in volta, a seconda delle costrizioni o delle pressioni, ma l'essenza del pensiero positivo resta sempre la tradizione: e la sua essenza rappresenta il processo della conformità, e la mente che si conforma non potrà mai trovarsi in uno stato di scoperta. «Ma è forse possibile liberarsi dal pensiero positivo? Non è invece necessario a un certo livello dell'esistenza umana?» Naturalmente, ma questa non è l'intera questione; stiamo invece cercando di scoprire se la conoscenza possa diventare un reale impedimento alla comprensione della verità. La conoscenza è essenziale, poiché senza di essa non ci resterebbe che ricominciare di nuovo tutto da capo, in molti ambiti della nostra esistenza. Questo è un concetto abbastanza semplice e chiaro. Ma la conoscenza accumulata, per quanto vasta possa essere, può rappresentare un valido apporto alla comprensione della verità? «Ma che cos'è la verità? È forse un terreno comune che può essere percorso da tutti? O non è invece un'esperienza individuale e soggettiva?» In qualsiasi modo la si possa definire, la verità deve sempre essere nuova e vivente; ma le parole "nuova" e "vivente" sono usate solo per esprimere una condizione che non è statica, non è morta, non è un punto fisso nella mente dell'uomo. La verità deve essere scoperta partendo da zero, di momento in momento; non è un'esperienza che possa essere ripetuta: non ha continuità, è una condizione senza tempo. La suddivisione fra molti e uno deve cessare affinché la verità possa essere: non è una condizione che va conquistata, né un punto verso cui la mente possa evolversi e crescere. Se la verità viene concepita come un oggetto che deve essere conquistato, allora la coltivazione della conoscenza e le accumulazioni della memoria diventano necessarie, dando spazio e ascesa ai vari guru e ai loro seguaci, a colui che sa e a colui che non sa. «Perciò tu sei contro i guru e i seguaci?» Non è una questione di essere pro o contro qualcosa, ma di percepire che la conformità, che altro non è se non il desiderio di sicurezza, con il suo carico di paure, ci impedisce di sperimentare ciò che è atemporale. «Credo di capire cosa vuoi dire. Ma non è immensamente difficile rinunciare a tutto ciò che uno ha maturato? Anzi, di più: è forse possibile?» Rinunciare per ottenere non è una rinuncia; vedere il falso come falso, vedere il vero nel falso, e vedere il vero come vero: è questo ciò che rende libera la mente.

2 – Conoscenza di sé o autoipnosi?

Era piovuto per tutta la notte e per gran parte della mattinata, e ora il sole stava tramontando dietro nuvole pesanti e nere; il cielo non aveva alcun colore, e il profumo della terra bagnata di pioggia riempiva l'aria. Le rane avevano gracidato per tutta la notte con musicalità insistente, ma all'alba diventarono silenziose. I tronchi degli alberi si erano scuriti per la pioggia ininterrotta, e in pochi giorni le foglie, lavate di fresco dalla polvere dell'estate, sarebbero tornate rigogliose e verdi ancora una volta. Anche i prati sarebbero stati più verdi, i cespugli sarebbero di nuovo fioriti, e tutto si sarebbe rinnovato; dopo giorni afosi e aridi, la pioggia era davvero la benvenuta! Le montagne dietro le colline non sembravano poi così lontane, e la brezza che ne proveniva era fresca e pura. Ci sarebbe stato più lavoro, più cibo, e gli stenti sarebbero diventati solo un ricordo del passato. Un'aquila marrone stava tracciando ampi cerchi nel cielo, facendosi portare dall'aria senza il minimo battito d'ali. Centinaia di persone in bicicletta stavano ritornando a casa dopo una lunga giornata di lavoro in ufficio: alcuni chiacchieravano mentre pedalavano, ma la maggior parte era silenziosa ed evidentemente spossata. Un grande gruppo si era fermato, le biciclette accostate al corpo, e le persone stavano discutendo animatamente su un qualche argomento, mentre lì accanto un poliziotto le osservava stancamente. All'angolo stavano costruendo un nuovo grande palazzo. La strada era piena di pozzanghere scure, e le automobili di passaggio spruzzarono un uomo di quell'acqua sporca, che gli lasciò macchie marroni sui vestiti. Un ciclista si fermò, comprò una sigaretta da un venditore ambulante, e si rimise a pedalare. Un ragazzo avanzava portando sulla testa una vecchia tanica di cherosene, piena a metà di un qualche liquido: doveva aver lavorato al nuovo palazzo in costruzione. Aveva occhi luminosi e un volto straordinariamente amichevole; era snello, ma di costituzione muscolosa e la sua pelle era molto scura, bruciata dal sole. Indossava una camicia e pantaloni corti, entrambi del colore della terra, marroni per il lungo utilizzo. La sua testa era ben disegnata, e c'era quasi una certa arroganza nel suo incedere: un ragazzo che svolgeva un lavoro da uomo. Quando ebbe lasciato la gente dietro di sé, cominciò a cantare, e improvvisamente l'intera atmosfera cambiò: la sua voce era ordinaria, una voce adolescenziale, forte e roca al contempo; ma la canzone aveva ritmo, e il ragazzo probabilmente avrebbe persino tenuto il tempo battendo le mani, se non ne avesse avuta una impegnata a mantenere in equilibrio la latta di cherosene sulla sommità del capo. Era consapevole che qualcuno stava camminando dietro di lui, ma era troppo allegro per essere timido, e non si era assolutamente accorto dello strano mutamento sopravvenuto nell'ambiente circostante; c'era come una sorta di benedizione nell'aria: un amore quasi tangibile ricopriva ogni cosa; una gentilezza semplice, senza calcolo, e una bontà che perennemente rifioriva aleggiavano intorno. D'un tratto il ragazzo smise bruscamente di cantare e svoltò verso una capanna desolata che si trovava poco distante dalla strada. Presto sarebbe piovuto ancora.

Il visitatore si presentò raccontando di aver ricoperto una posizione governativa molto buona, finché era durata, e di aver ricevuto un'ottima educazione sia in patria sia all'estero, e che era quindi in possesso di tutte le caratteristiche per poter salire molto in alto. Era sposato, disse, ed era padre di due bambini. La sua vita gli appariva abbastanza soddisfacente, dal momento che aveva raggiunto una posizione di successo: possedeva la casa in cui vivevano, e aveva messo da parte il denaro sufficiente per l'educazione dei suoi figli. Conosceva il sanscrito, e aveva quindi studiato ampiamente i testi della tradizione religiosa. Tutto sembrava quindi procedere abbastanza piacevolmente, disse; ma una mattina si svegliò molto presto, si lavò, e si sedette per la meditazione prima che i suoi familiari o i suoi vicini fossero svegli. Anche se aveva avuto una nottata tranquilla e riposante, non riusciva a meditare; e d'un tratto sentì un impulso travolgente di trascorrere il resto della sua vita in meditazione. Non c'era alcun dubbio al riguardo: avrebbe dedicato gli anni che gli restavano da vivere nella ricerca di qualsiasi cosa andasse ricercata e trovata attraverso la meditazione; comunicò quindi la sua decisione a sua moglie e ai suoi due figli che si trovavano al college: sarebbe diventato un sannyasi. I suoi colleghi furono molto sorpresi dalla sua scelta, ma accettarono le sue dimissioni; e in pochi giorni aveva lasciato la sua casa, per non tornarci mai più. Questo accadde venticinque anni fa, proseguì. Si sottopose alla disciplina con molto rigore; anche se lo trovava molto difficile, dopo anni di agi; e gli ci volle parecchio tempo per padroneggiare appieno i suoi pensieri e tutte le passioni che in lui si agitavano. Comunque, alla fine, cominciò ad avere visioni del Buddha, di Cristo e di Krishna, visioni la cui bellezza era elettrizzante; per giorni interi viveva come in trance, sempre allargando i confini della mente e del cuore, completamente assorbito da quell'amore che è devozione al Supremo. Tutto intorno a lui, i villaggi, gli animali, gli alberi, l'erba, era intensamente vivo, e risplendente nella sua vitalità e amorevolezza. Molti erano stati gli anni necessari per arrivare a sfiorare i margini dell'Infinito, disse, ed era sorprendente che fosse riuscito a sopravvivere a tutto questo. «Ho un certo numero di discepoli e seguaci, come è inevitabile in questo paese,» proseguì «e uno di loro mi ha suggerito di partecipare a una delle conferenze tenute da te in questa città, dove mi è capitato di trovarmi per pochi giorni. Più per compiacerlo che per ascoltarti, sono comunque venuto alla conferenza, e sono rimasto enormemente impressionato da ciò che hai detto in risposta a un quesito sulla meditazione: sostenevi infatti che senza la conoscenza di sé, che è essa stessa meditazione, tutta la meditazione non è altro che un processo di autoipnosi, una proiezione del proprio pensiero e del proprio desiderio. Ho molto riflettuto sull'argomento, e ora sono tornato per discuterne ancora con te. «Sento che ciò che tu affermi è assolutamente vero e, attonito, devo ammettere di essere stato catturato dalle immagini e dalle proiezioni della mia stessa mente. Solo ora mi rendo conto a livello molto profondo di cosa sia stata la mia meditazione. Per venticinque anni sono stato come bloccato in un meraviglioso giardino che mi ero creato io stesso: i personaggi, le visioni altro non erano che il risultato della mia particolare cultura e di tutto ciò che avevo desiderato, studiato e assorbito. E solo ora comprendo il vero significato di ciò che stavo facendo, e sono più che costernato nel rendermi conto di aver sprecato così tanti anni preziosi.» Rimanemmo in silenzio per qualche attimo. «Ora cosa devo fare?» continuò subito dopo. «Esiste una via d'uscita dalla prigione che io stesso mi sono costruito? Riesco a vedere in modo molto lucido di essere arrivato a un punto morto nella mia meditazione, anche se solo pochi giorni fa mi sembrava così piena di glorioso significato. Per quanto mi piacerebbe, non posso più ritornare a tutta quella sorta di illusione autoindotta e a quegli stimoli così forti, creati da me stesso. Voglio strappare i veli dell'illusione e arrivare a vedere ciò che non è determinato dalla mente. Tu non hai idea di che cosa abbia passato negli ultimi due giorni! La struttura che avevo eretto con così tanta cautela e sofferenza in ben venticinque anni non ha più alcun significato, e mi sembra che dovrò ricominciare tutto da capo. Ma da dove devo ricominciare?» Non potrebbe forse essere che non esista alcun punto da cui ricominciare, ma solo la percezione del falso come falso, che è il vero inizio della comprensione? Se si dovesse ricominciare ogni volta, si potrebbe essere catturati in un'altra illusione, forse solo con modalità diverse. Ciò che ci acceca è il desiderio di perseguire un fine, un risultato; ma se noi invece percepissimo che il risultato che desideriamo raggiungere si trova ancora e solo all'interno del nostro universo interiore, allora abbandoneremmo qualsiasi pensiero di ottenimento. La saggezza è vedere il falso come falso, e il vero come vero. «Ma io vedo veramente che ciò che ho fatto negli ultimi venticinque anni è falso? Sono consapevole di tutte le implicazioni di ciò che io ho ritenuto essere meditazione?» Il desiderio smodato di esperienza è l'inizio dell'illusione. Adesso ti rendi conto che le tue visioni altro non erano che le proiezioni del tuo bagaglio personale, del tuo condizionamento, e tu non hai sperimentato null'altro che queste proiezioni: e questa non è certo meditazione. L'inizio della meditazione è la comprensione del proprio bagaglio culturale, la comprensione di se stessi; e senza questa comprensione, ciò che è chiamato meditazione, sia essa piacevole o dolorosa, è puramente una forma di autoipnosi. Tu hai praticato l'autodisciplina, hai padroneggiato il tuo pensiero, e ti sei concentrato sull'esperienza in divenire: ma questa è un'operazione egocentrica, non è meditazione; e riuscire anche solo a percepire che non si tratta di meditazione è già l'inizio della meditazione. Vedere la verità nel falso rende la mente libera dal falso: la libertà dal falso non deriva dal desiderio di ottenerla; sopraggiunge quando la mente non è più concentrata sul successo, sull'ottenimento di un fine. È necessario che si verifichi la cessazione di tutte le ricerche: solo allora potrà forse venire all'essere ciò che è senza nome. «Non voglio più illudermi.» L'autoillusione compare quando siamo davanti a una qualsiasi forma di desiderio smodato o di attaccamento: l'attaccamento a un pregiudizio, a un'esperienza, a un sistema di pensiero. Consciamente o inconsciamente, lo sperimentatore va sempre cercando un'esperienza più grande, più profonda, più ampia; e finché esiste lo sperimentatore, esisterà la delusione, in una forma o nell'altra. «Tutto questo richiede tempo e pazienza, vero?» Tempo e pazienza possono essere necessari per l'ottenimento di un fine: un uomo ambizioso, sia in un ambito materiale sia in altri contesti, ha bisogno di tempo per ottenere il proprio scopo. La mente è il prodotto del tempo, così come tutto il pensiero è il suo risultato; e il pensiero che opera per liberare se stesso dal tempo non fa che rafforzare la sua schiavitù al tempo. Il tempo esiste solo quando siamo di fronte a uno sfasamento psicologico fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, che è chiamato l'ideale, il fine. Essere consapevoli della falsità di questo intero modo di pensare significa esserne liberi; il che non richiede alcuno sforzo, alcuna pratica: la comprensione è immediata, poiché non appartiene al tempo. «Il tipo di meditazione in cui io mi sono crogiolato può avere un significato solo quando viene visto come falso, e ora penso di essere arrivato a vederlo come falso. Ma...» Ti prego di non fare la domanda inevitabile di cosa ci sarà al suo posto, e di evitare altre elucubrazioni del genere. Quando il falso sarà scomparso, allora ciò che non è falso sarà libero di svelarsi. Tu non puoi cercare la verità attraverso il falso; il falso non rappresenta un passaggio obbligato verso la verità, ma deve cessare completamente, e non in paragone con la verità, poiché non può esistere alcun paragone fra il falso e il vero: la violenza e l'amore non possono venire paragonati. La violenza deve cessare affinché l'amore possa essere, e la cessazione della violenza non è certo una questione di tempo. Solo la percezione del falso come falso è la fine dell'esistenza del falso. Lascia che la mente sia sgombra, non affollata dai movimenti della mente: allora ci sarà solo meditazione, e non un meditatore che sta meditando. «Sono stato sempre occupato con il meditatore, il ricercatore, il gaudente, lo sperimentatore, cioè con me stesso. Ho creduto di vivere in uno splendido giardino di mia creazione, e in realtà ne ero prigioniero. Ora vedo la falsità di tutto ciò: vagamente, ma la vedo.»

3 – La fuga da ciò che è

Era un giardino molto curato, con prati aperti e verdi e cespugli in fiore, circondato da alberi dalle fronde rigogliose che lo delimitavano. Una strada lo costeggiava su un lato, e spesso si potevano involontariamente ascoltare conversazioni a voce alta, soprattutto alla sera, quando la gente rientrava a casa. Per il resto della giornata, nel giardino regnava molta pace. L'erba era innaffiata mattino e sera, quando una grande quantità di uccelli svolazzava su e giù sul prato alla ricerca di vermi. Se si rimaneva seduti sotto un albero arrivavano ad avvicinarsi molto senza alcuna paura, distratti dall'avidità della loro ricerca. Due uccelli, verdi e oro, con le code squadrate e una sola lunga piuma delicata che sporgeva, venivano a becchettare fra i cespugli di rose con regolare puntualità: erano esattamente dello stesso colore delle foglie tenere, ed era quasi impossibile distinguerli. Avevano il capo piatto e lungo, occhi stretti, becchi scuri; volteggiavano disegnando una curva vicino al terreno, catturavano un insetto e ritornavano a posarsi sul ramo ondeggiante di un cespuglio di rose. Era una vista molto piacevole, colma di libertà e bellezza. Non si riusciva ad avvicinarli, erano troppo timidi; ma se si restava seduti ai piedi dell'albero senza muoversi troppo, li si vedeva aggirarsi nell'erba, con il sole sulle loro ali trasparenti e dorate. Spesso una grossa mangusta emergeva dai cespugli fitti, il naso rosso puntato verso l'aria e gli occhi acuti che osservavano ogni movimento attorno. Il primo giorno la mangusta sembrò molto seccata di vedere una persona seduta ai piedi dell'albero, ma presto si abituò alla presenza umana. Attraversava il giardino per la sua intera lunghezza, senza fretta, tenendo la lunga coda aderente al terreno; qualche volta si avventurava fino al limite estremo del prato, vicino ai cespugli, e allora era molto più guardinga, il naso vibrante e arricciato. Una volta spuntò fuori l'intera famiglia tutta in fila, guidata dalla grande mangusta seguita dalla sua più piccola compagna, a sua volta seguita dai due cuccioli. I piccoli si fermarono una o due volte a giocare; ma quando la madre voltò bruscamente il capo, sentendo che non si trovavano dietro di lei, i cuccioli accorsero e si rimisero in fila indiana. Alla luce della luna il giardino diventava un luogo incantato: gli alberi immoti e silenziosi proiettavano ombre lunghe e scure attraverso il prato e fra i cespugli tranquilli. Dopo tante agitazioni e chiacchiericci, gli uccelli si erano sistemati per la notte tra il fogliame scuro. Ora non c'era quasi più nessuno per le strade, anche se talvolta accadeva di sentire una canzone in lontananza, o le note di un flauto suonato da qualcuno che stava rientrando al villaggio: altrimenti il giardino era molto silenzioso e tranquillo, pieno di bisbiglii leggeri: non si muoveva una foglia, e gli alberi davano forma alla foschia e all'argento del cielo.

L'immaginazione non ha un posto nella meditazione; deve essere messa da parte completamente, poiché la mente catturata dall'immaginazione può solo alimentare illusioni. La mente deve essere chiara, senza movimento, e nella luce di questa chiarezza si rivela l'atemporale. Era un uomo molto vecchio con la barba bianca, e il suo corpo sottile era a malapena celato dalla veste color zafferano di un sannyasi. Era gentile nei modi e nell'espressione, ma i suoi occhi erano pieni di sofferenza: la sofferenza di una ricerca vana. All'età di quindici anni aveva lasciato la sua famiglia e aveva rinunciato al mondo, e per molti anni aveva vagato per tutta l'India, visitando ashram, studiando, meditando e ricercando senza fine. Aveva vissuto per qualche tempo nell'ashram del leader politico-religioso che aveva lavorato così strenuamente per la libertà dell'India, e si era fermato in un altro ashram nel Sud, in un luogo dove la recitazione dei mantra era piacevole. Anche lui era rimasto ricercando in silenzio, fra molti altri, nella sala dove un santo viveva silenziosamente. Si era fermato negli ashram della costa orientale e in quelli della costa occidentale, sempre sperimentando, chiedendo, discutendo. Era stato anche nel lontano Nord, fra le nevi e le fredde caverne; e aveva meditato accanto alle acque gorgoglianti del sacro fiume. Vivendo fra gli asceti, aveva patito nel fisico, e aveva fatto lunghi pellegrinaggi ai templi sacri. Era molto versato per il sanscrito, e si era deliziato nel recitare mantra mentre vagava da un posto all'altro. «Ho cercato Dio in ogni modo possibile dall'età di quindici anni, ma non L'ho trovato, e ora ho più di settantanni. Sono venuto da te, così come sono andato da altri, sperando di trovare Dio. Devo trovarLo prima di morire; a meno che, naturalmente, Egli non sia solo un altro dei tanti miti dell'uomo.» Posso chiederle, signore, se pensa che l'incommensurabile possa essere trovato ricercandolo? Seguendo diversi percorsi, attraverso la disciplina e la mortificazione del corpo, attraverso il sacrificio o il servizio dedicato, il ricercatore può arrivare all'origine dell'eterno? Devo dire, signore, che stabilire se l'eterno esista o meno è di secondaria importanza, e la verità di ciò può essere semmai svelata più tardi; è invece importante comprendere perché cerchiamo, e cosa stiamo cercando. Perché cerchiamo? «Io cerco perché, senza Dio, la vita ha un ben misero significato. Lo cerco oltre il dolore e la sofferenza. Lo cerco perché voglio la pace. Lo cerco perché Egli è il permanente, l'immutabile; perché esiste la morte, ed Egli è senza morte. Egli è ordine, bellezza, bontà e misericordia, e perciò io Lo cerco.» Quindi, essendo in agonia per ciò che riguarda l'impermanente, andiamo speranzosi a ricercare ciò che chiamiamo il permanente. Il motivo della nostra ricerca è trovare conforto nell'ideale del permanente, e questo ideale è nato dall'impermanenza, è cresciuto nel dolore del cambiamento continuo. L'ideale è irreale, laddove il dolore è reale; ma non sembriamo comprendere la realtà del dolore, e così ci aggrappiamo all'ideale, alla speranza della non sofferenza. Così è nato in noi lo stato duale di realtà e ideale, con il conseguente e infinito conflitto fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La spinta della nostra ricerca è provare a sfuggire all'impermanenza, alla sofferenza, cercando di raggiungere ciò che la mente pensa sia lo stato di permanenza, di splendore infinitamente eterno e durevole. Ma questo stesso pensiero è impermanente, poiché è nato dalla sofferenza. L'opposto, per quanto nobilitato, contiene già in sé il seme del suo stesso opposto: la nostra ricerca, quindi, non è altro che l'urgenza di fuggire da ciò che è. «Intendi dire che dobbiamo smettere di cercare?» Se dedicassimo la nostra completa e assoluta attenzione alla comprensione di ciò che è, allora la ricerca, così come la conosciamo, potrebbe non essere più necessaria. Quando la mente è libera dalla sofferenza, che bisogno c'è di cercare per ottenere la felicità? «Ma la mente potrà mai essere libera dalla sofferenza?» Cercare di arrivare a una conclusione sulla possibilità o meno che può avere la mente di essere libera significa porre un limite a tutti gli interrogativi e quindi alla comprensione. Dobbiamo invece dedicare la nostra completa attenzione alla comprensione della sofferenza, e non possiamo farlo se stiamo cercando di sfuggirla, o se le nostre menti sono occupate nel ricercarne la causa: e l'attenzione deve essere totale, non basta un interesse relativo. L'incommensurabile potrà venire in essere solo quando la mente non starà più ricercando, e non starà quindi più alimentando il conflitto tramite i suoi desideri e la sue volizioni: solo nel silenzio della comprensione.

4 – Possiamo sapere ciò che è bene per la gente?

Eravamo quasi tutti nella grande sala: due uomini erano stati in prigione per molti anni per ragioni politiche; avevano sofferto e si erano sacrificati per ottenere la libertà per il loro paese, ed erano molto conosciuti. I loro nomi erano stati spesso riportati sui giornali, e nonostante apparissero schivi e riservati, permaneva nei loro sguardi quel particolare alone di arroganza consapevole di aver ottenuto risultati e fama. Avevano fatto buone letture, e discorrevano con la facilità che deriva dall'aver parlato in pubblico. Un altro era un politico, un uomo massiccio con uno sguardo tagliente; sembrava pieno di preconcetti e sembrava gli importasse solamente la propria affermazione personale. Anche lui era stato in prigione per la medesima ragione degli altri, ma ora si trovava in una posizione di potere e il suo sguardo era sicuro e pieno di propositi; poteva manipolare idee e uomini. C'era anche un altro uomo, che aveva rinunciato alle ricchezze materiali, e che bramava il senso di potere che deriva dal fare il bene del prossimo. Molto colto, una miniera di citazioni corrette e puntuali, aveva un sorriso genuinamente gentile e piacevole; stava viaggiando per tutto il paese, parlando, persuadendo, e cercando di accelerare le cose. Ce ne erano poi altri tre o quattro e anch'essi aspiravano a intraprendere la carriera politica o religiosa, anche se con buoni intenti di autenticità o umiltà. «Non riesco a capire» iniziò uno di essi «perché tu sia così contrario all'azione. Vivere è azione; senza azione, la vita è un processo di stagnazione. Abbiamo bisogno di uomini d'azione che si dedichino a cambiare le condizioni sociali e religiose di questo sfortunato paese. Sicuramente tu non sei contro la riforma: significa che le persone che posseggono la terra dovranno offrire volontariamente alcuni dei loro possedimenti a chi di terra non ne ha; significa educazione per gli abitanti dei villaggi, il miglioramento dei villaggi stessi, la fine della divisione in caste.» La riforma, per quanto necessaria, alimenta solo il bisogno di ulteriori riforme, e non c'è fine a questo processo. Essenziale è invece la rivoluzione del pensiero umano, non una riforma a segmenti. Senza un cambiamento fondamentale nella mente e nel cuore dell'uomo, la riforma è semplicemente una sorta di anestetico per l'uomo, che si riterrà soddisfatto per il futuro. Questo è abbastanza ovvio, non trovi? «Vuoi dire che non dobbiamo fare alcuna riforma?» chiese un altro, con un'intensità sorprendente. «Penso che tu lo stia fraintendendo» spiegò uno degli uomini più anziani. «Vuole soltanto dire che la riforma non porterà mai alla totale trasformazione dell'uomo perché impedisce una trasformazione totale: la riforma addormenta l'uomo, dandogli una soddisfazione temporanea e illusoria. Moltiplicando questo genere di riforme gratificanti, drogherai lentamente il tuo prossimo di appagamento.» «Ma se noi ci limitassimo strettamente a una sola riforma essenziale, diciamo ad esempio la donazione volontaria della terra ai senzaterra, fino a che sia pienamente realizzata, questo non sarebbe forse di beneficio?» Puoi separare una parte dall'intero campo dell'esistenza? Puoi costruirci un recinto intorno, e concentrarti solo su di esso, senza coinvolgere il resto del campo? «Coinvolgere l'intero campo dell'esistenza è esattamente ciò che pianifichiamo di fare. Quando avremo realizzato una riforma, passeremo a un'altra.» La totalità della vita può essere compresa attraverso una sua parte? O non è forse che la totalità deve prima essere percepita e compresa, e solamente allora le parti potranno essere esaminate e ridisegnate in relazione con il tutto? Senza comprendere il tutto, la pura e semplice concentrazione sulla parte alimenterà solo ulteriore confusione e disperazione. «Intendi dire» domandò l'uomo che sembrava molto appassionato «che non dobbiamo agire o portare avanti riforme senza prima studiare l'intero processo dell'esistenza?» «Questo è assurdo, naturalmente» interloquì il politico. «Non abbiamo semplicemente il tempo di cercare il pieno significato della vita: questo è un compito che va lasciato ai sognatori, ai guru, ai filosofi. Noi abbiamo a che fare con l'esistenza quotidiana; dobbiamo agire, dobbiamo legiferare, dobbiamo governare e cercare di estrapolare l'ordine dal caos. Ci occupiamo di dighe, irrigazione, di un'agricoltura migliore; siamo assorbiti dal commercio, dall'economia, e dobbiamo trattare con le potenze straniere. Per noi è già sufficiente riuscire a farcela ad andare avanti giorno dopo giorno, senza che si resti travolti da grandi calamità. Siamo uomini pratici in posizioni di responsabilità e dobbiamo agire al meglio della nostra capacità per il bene delle persone.» Posso chiederti come fai a sapere quale sia il bene per le persone? Mi sembra che tu consideri tutto troppo scontato: inizi con così tante conclusioni; e quando si inizia da una conclusione, che sia tua o quella di qualcun altro, tutto il pensiero cessa. La placida assunzione che tu solo conosci e che gli altri invece non conoscono conduce a una sofferenza più grande della sofferenza di avere a disposizione un solo pasto al giorno; poiché è la vanità delle conclusioni che porta allo sfruttamento dell'uomo. Nella tua ansia di agire per il bene degli altri, mi sembra che si stia facendo un gran male. «Alcuni di noi pensano di sapere veramente cosa sia giusto per il paese e il suo popolo» spiegò il politico. «Ovvio che anche l'opposizione pensa di saperlo; ma, per nostra fortuna, l'opposizione non è poi così forte in questo paese, perciò vinceremo e ci troveremo nella posizione di provare a realizzare ciò che pensiamo sia giusto e benefico.» Ogni partito politico sa, o pensa di sapere, quello che è il bene per le persone. Ma ciò che è veramente buono non creerà antagonismo, sia in patria che all'estero; porterà l'unità fra uomo e uomo; ciò che è veramente giusto riguarderà la totalità dell'uomo e non solo alcuni benefici superficiali che possono condurre a più grandi calamità e a molta sofferenza; e porrà fine alla divisione e all'ostilità che il nazionalismo e le religioni organizzate hanno creato. E il buono è così facile da trovare? «Se dovessimo prendere in considerazione tutte le implicazioni di ciò che è bene, non andremmo da nessuna parte; non saremmo capaci di agire. Le necessità immediate hanno bisogno di azione immediata, anche se questa azione può portare a una confusione circoscritta e relativa» replicò il politico. «Solo non abbiamo il tempo di ponderare, di filosofeggiare. Alcuni di noi sono occupati dalla mattina presto fino a sera tardi, e non possiamo stare seduti a considerare il significato completo di tutte le azioni che dovremmo intraprendere. Letteralmente, non possiamo permetterci il piacere di profonde considerazioni, e lasciamo questo piacere agli altri.» «Sembra che tu suggerisca» disse uno di quelli che era stato in silenzio fino a quel momento «che prima di intraprendere ciò che riteniamo essere una buona azione, dovremmo sviscerare completamente il significato di quell'azione, dal momento che, anche se potrebbe sembrare all'apparenza benefica, una qualsivoglia azione potrebbe produrre una sofferenza più grande per il futuro. Ma è possibile avere una così chiara visione delle nostre azioni? Al momento dell'azione, possiamo solo sperare di sfiorare questa visione, ma in seguito potremmo invece scoprire la nostra cecità.» Nel momento dell'azione siamo entusiasti, impetuosi, siamo portati avanti da un'idea, o dalla personalità e dal carisma di un leader. Tutti i leader, dal tiranno più brutale al politico più religioso, affermano di voler agire per il bene dell'umanità, e conducono tutti alla tomba; ma nonostante questa consapevolezza, soccombiamo alla loro influenza, e li seguiamo. Non sei mai stato influenzato da un leader del genere? Può anche non essere più in vita, ma tu ancora pensi e agisci secondo i suoi insegnamenti, le sue formule, i suoi modelli esistenziali; o ancora, puoi essere influenzato da un leader ancora in carica. Così passiamo da un leader a un altro, abbandonandoli quando ci pare conveniente, o quando sembra che un leader migliore si palesi all'orizzonte con una promessa più grande di un qualche generico "bene". Esaltati dal nostro stesso entusiasmo, trasciniamo gli altri nella rete delle nostre convinzioni, e spesso alcuni rimangono prigionieri in quella rete, quando noi stessi ci siamo già allontanati per raggiungere altri leader e altre convinzioni. Ma ciò che è buono è libero dall'influenza, dalla costrizione e dalla convenienza, e qualsiasi azione che non sia positiva in questo senso è destinata ad alimentare confusione e sofferenza. «Penso che ci si possa dichiarare tutti colpevoli di essere stati influenzati da un leader, direttamente o indirettamente,» ammise l'ultimo intervenuto «ma il nostro problema è un altro. Rendendoci conto di ricevere molti benefici dalla società e dando molto poco in cambio, e vedendo così tanta miseria e sofferenza ovunque, sentiamo di avere una responsabilità verso la società, di dover fare qualcosa per alleviare questa sofferenza senza fine. Ma la maggior parte di noi si sente piuttosto disorientata, e così seguiamo qualcuno con una personalità più forte: la sua vita dedicata, la sua sincerità limpida, i suoi pensieri e le sue azioni vitali, ci influenzano grandemente, e noi diventiamo suoi seguaci, seguendo percorsi differenti; sotto la sua influenza siamo presto coinvolti dall'azione, sia essa per la liberazione del paese, o per il miglioramento delle condizioni sociali. In noi è profondamente radicata l'accettazione dell'autorità, e da qui fluisce l'azione. Ciò che ci stai dicendo è così contrario a tutto ciò a cui siamo abituati, che non ci lascia alcuna modalità nota attraverso cui giudicare e agire. Spero che tu comprenda la nostra difficoltà.» Sicuramente, signore, qualsiasi atto basato solo sull'autorità di un libro, anche se sacro, o sull'autorità di una persona, per quanto nobile e santa, è un atto irresponsabile che porta inevitabilmente confusione e sofferenza. In questo e in altri paesi l'autorità del leader deriva dalla comprensione dei libri sacri, che egli interpreta e cita liberamente, o dalle sue stesse esperienze, che sono condizionate dal passato, o dalla sua vita austera, che di nuovo è basata sul modello di testimonianze sacre. Così la vita del leader è condizionata dall'autorità come la vita del suo seguace: entrambi sono schiavi del libro, e dell'esperienza o della conoscenza di qualcuno. Con questo bagaglio culturale, vuoi rifare il mondo. È forse possibile? O non devi piuttosto mettere da parte questa intera visione di vita autoritaria e gerarchica, e avvicinare i problemi con una mente fresca e appassionata? Il vivere e l'azione non sono separati, sono un processo unitario e correlato; ma ora li hai separati, non è così? Ti relazioni all'esistenza quotidiana, con i suoi pensieri e le sue azioni, come a qualcosa di diverso dall'azione che sta per cambiare il mondo. «Di nuovo, è così» proseguì l'ultimo intervenuto. «Ma come possiamo liberarci da questo giogo di autorità e tradizione, che abbiamo volontariamente e felicemente accettato e introiettato fin dall'infanzia? Fa parte della nostra tradizione immemore, e ora arrivi tu per dirci di mettere tutto questo da parte e di fare affidamento solo su noi stessi! Da ciò che ho letto e sentito, tu affermi che persino il vero Atman è privo di permanenza. Forse riesci a capire come mai siamo così confusi.» Ma non potrebbe essere che non avete mai riflettuto seriamente sulle implicazioni della modalità autoritaria dell'esistenza? La vera questione dell'autorità è la fine dell'autorità. Non esiste alcun metodo o sistema per cui la mente possa essere resa libera dall'autorità e dalla tradizione; se ce ne fossero, allora il sistema diventerebbe il fattore dominante. Perché accetti l'autorità, nel senso più profondo della parola? Tu accetti l'autorità, così come i guru, per sentirti al sicuro, per avere certezze confermate, per essere confortato, per avere successo, per raggiungere la meta. Tu e i guru siete adoratori di successo; siete entrambi guidati dall'ambizione; e dove c'è ambizione, non c'è amore; poiché l'azione senza amore non ha alcun significato. «Da un punto di vista razionale, capisco che ciò che affermi è vero; ma dentro di me, emotivamente, non riesco a sentirne l'autenticità.» Non esiste alcuna comprensione intellettuale; sia che si comprenda, sia che non si comprenda. Questo continuo suddividere noi stessi in tanti compartimenti stagni è solo un'altra delle nostre assurdità: è meglio ammettere che non comprendiamo, piuttosto che continuare ad affermare che esiste una comprensione intellettuale, dichiarazione che alimenta solo arroganza e conflitto che noi stessi creiamo. «Abbiamo forse approfittato troppo del tuo tempo, ma spero che ci permetterai di tornare.»

5 – «Voglio trovare la sorgente della gioia»

Il sole era dietro le colline: la città sembrava infuocata dallo scintillio soffuso del tramonto, e il cielo era pieno di luce e di splendore. Nel lento crepuscolo, i bambini gridavano e giocavano: restava ancora molto tempo prima della cena. La campana stonata di un tempio rintoccava in lontananza, e dalla moschea vicina proveniva una voce che richiamava alle preghiere della sera. I pappagalli stavano ritornando dai boschi e dai campi attorno alla città e si dirigevano verso gli alberi lungo i bordi della strada, rigogliosi di fitto fogliame. I pappagalli emettevano gli ultimi richiami assordanti prima di sistemarsi per la notte; vi si aggiungevano i corvi, con il loro roco gracchiare, e anche altri uccelli partecipavano al coro, con suoni vibranti e acuti. Era un quartiere appartato della città, e il rumore del traffico era attutito dai versi assordanti degli uccelli; con il sopraggiungere dell'oscurità divennero più tranquilli, e in pochi minuti furono silenziosi e pronti per la notte. Un uomo stava procedendo verso di me con qualcosa intorno al collo che sembrava una grossa corda. Ne teneva in mano un capo. Un gruppo di persone stava chiacchierando e ridendo sotto un albero, dove si allargavano sprazzi di luce provenienti da una lampada elettrica appesa sopra di loro; e l'uomo, superando il gruppo, appoggiò la corda a terra. Ci furono grida di spavento, mentre tutti incominciarono a scappare; poiché la corda altro non era che un enorme cobra, che sibilava e faceva ondeggiare violentemente il suo cappuccio. L'uomo ridendo lo spinse con i piedi nudi, e quindi lo sollevò di nuovo, tenendolo appena dietro la testa. Naturalmente, i suoi denti veleniferi erano stati asportati; anche se innocuo, era comunque molto spaventoso. L'uomo si offrì di mettermi il serpente intorno al collo, ma si accontentò che lo accarezzassi. Il serpente era squamoso e freddo, con muscoli robusti e frementi, e occhi neri e fissi, poiché i serpenti non hanno palpebre. Facemmo insieme qualche passo, e il cobra intorno al suo collo non stava mai fermo, era in continuo movimento. I lampioni facevano sembrare le stelle deboli e lontane, ma Marte era rosso e ben definito. Un mendicante stava venendo verso di noi con passi lenti e sfiniti, muovendosi appena e con evidente fatica; era coperto di stracci, e i suoi piedi erano avvolti in pezzi di stoffa strappati, legati insieme da uno spago robusto. Aveva un lungo bastone, e borbottava fra sé e sé: non sollevò lo sguardo quando ci incrociammo. Più avanti lungo la strada sorgeva un albergo lussuoso e molto caro; automobili di ogni tipo erano parcheggiate di fronte.

Un giovane professore di una delle nostre università, piuttosto agitato e con una voce stridula e occhi brillanti, disse di essere venuto da molto lontano per chiedere qualcosa che per lui rivestiva una grande importanza. «Ho conosciuto molte gioie: le gioie dell'amore coniugale, le gioie della salute, dell'interesse per qualcosa, e della buona compagnia. Essendo un professore di letteratura, ho letto moltissimo, e ho trovato un grande piacere nelle letture. Ma mi sono reso conto che ogni gioia è aleatoria ed effimera per sua stessa natura; dalla più piccola alla più grande, svaniscono con il tempo. Niente che io tocchi sembra avere una qualsiasi permanenza, e persino la letteratura, il più grande amore della mia vita, sta iniziando a perdere la sua gioia imperitura. Sento che deve esistere una sorgente permanente di tutta la gioia; ma non l'ho mai trovata, sebbene l'abbia cercata intensamente.» La ricerca è un fenomeno straordinariamente ingannevole, non credi? Essendo insoddisfatti del presente, ricerchiamo qualcosa che lo oltrepassi. Soffrendo il presente, esploriamo il futuro o il passato; e agiamo in questo modo, anche se ciò che troviamo si consuma subito nel presente. Non smettiamo mai di indagare sul pieno significato del presente, ma continuiamo sempre a rincorrere i sogni del futuro; oppure, ci mettiamo a selezionare quella che ci sembra essere la più ricca fra le memorie sepolte del passato, e le diamo vita. Restiamo aggrappati a ciò che è stato, o lo rigettiamo alla luce del domani, e così il presente scorre via senza senso; diventa un semplice passaggio, da attraversare il più in fretta possibile. «Che si trovi nel passato o nel futuro, io voglio trovare la fonte della gioia» proseguì. «Sai che cosa voglio dire. Non ricerco più gli oggetti da cui deriva la gioia: idee, libri, gente, natura; ma voglio trovare la sorgente stessa della gioia, al di là di tutta la transitorietà. Se non si scopre quella fonte, si è condannati a restare eternamente avviluppati nel dolore dell'impermanenza.» Non pensi, signore, che si debba prima cercare di comprendere il significato della parola "ricerca"? Altrimenti rischiamo di continuare a fraintenderci. Perché proviamo questa urgenza di cercare, questa ansia di trovare, questo desiderio irrefrenabile e compulsivo di ottenere qualcosa? Forse se riuscissimo a scoprirne il motivo e a vederne le implicazioni, saremmo in grado di comprendere il significato della ricerca. «Il mio motivo è semplice e diretto: voglio trovare la fonte permanente della gioia, poiché ogni gioia che ho conosciuto è stata un'esperienza passeggera. L'urgenza che mi spinge a ricercare è la sofferenza di non possedere nulla di durevole. Voglio fuggire dalla sofferenza dell'incertezza, e non penso che ci sia nulla di strano in questo: chiunque sia almeno un minimo ragionevole dovrebbe cercare la gioia che io sto cercando. Altri la possono chiamare con appellativi diversi, Dio, verità, splendore, libertà, moksa, e altro ancora, ma si tratta essenzialmente della stessa cosa.» Dal momento che ci troviamo intrappolati nel dolore dell'impermanenza, la nostra mente è portata a ricercare il permanente, sotto qualsiasi identità si celi; e questa brama per il permanente crea il permanente, che è l'opposto di ciò che è. Così davvero non vi è alcuna ricerca, ma solamente il desiderio di trovare la soddisfazione confortante e rassicurante del permanente. Infatti, nel momento in cui la mente diventa consapevole di trovarsi in un costante stato di flusso, allora procede per costituire l'opposto di quello stato, e così non le accade altro che di trovarsi di nuovo intrappolata nel conflitto della dualità; quindi, desiderando fuggire da questo conflitto, persegue ancora un altro opposto. Così la mente è legata alla ruota degli opposti. «Sono consapevole di questo processo reattivo della mente, così come lo spieghi; ma allora non si dovrebbe fare ricerca? La vita sarebbe ben povera cosa se non ci fosse alcuna scoperta.» Scopriamo veramente qualcosa di nuovo attraverso la ricerca? Il nuovo non è l'opposto del vecchio, non è l'antitesi di ciò che è. Se il nuovo fosse una proiezione del vecchio, allora sarebbe soltanto una continuazione modificata del vecchio. Tutto il riconoscimento è basato sul passato, e ciò che è riconoscibile non è il nuovo. La ricerca sorge dal dolore del presente, quindi ciò che è cercato è già conosciuto. Tu stai cercando conforto e rassicurazione, e probabilmente li troverai; ma anche quelli saranno transitori, poiché la reale urgenza di trovare è impermanente. Tutto il desiderio di qualcosa, della gioia, di Dio, o di qualsiasi cosa si tratti, è transitorio. «Dal momento che la mia ricerca è il risultato del desiderio, e il desiderio è transitorio, mi sembra di capire che tu intenda dire che quindi la mia ricerca è vana?» Se ti rendi conto della verità di ciò, allora la transitorietà stessa sarà gioia. «Come posso rendermi conto della verità di tutto ciò?» Non c'è nessun "come", nessun metodo: il metodo alimenta l'idea del permanente. Fino a che la mente desidera arrivare da qualche parte, guadagnare, ottenere qualcosa, essa sarà in conflitto. Il conflitto è insensibilità: e solo la mente sensibile realizza la verità. La ricerca nasce dal conflitto, e con la cessazione del conflitto non c'è più alcun bisogno di ricercare. Allora ci sarà la beatitudine.

6 – Piacere, abitudine e rigore

La strada conduceva verso la parte sud della città rumorosa e tentacolare, con le sue file infinite di nuovi edifici, che sembravano non terminare mai. Era una strada affollata di autobus, automobili e carri trainati dai buoi, e da centinaia di ciclisti che tornavano a casa dopo il lavoro: avevano un aspetto sfinito da una lunga giornata di lavoro abitudinario che evidentemente non suscitava in loro alcun interesse. Molti si fermavano a un mercato scoperto sul lato della strada per comprare verdure appassite. A mano a mano che oltrepassavamo la periferia della città, incontravamo alberi verdissimi e rigogliosi che crescevano su entrambi i lati della strada, lavata di recente dalle abbondanti piogge. Il sole stava tramontando alla nostra destra, un'enorme palla dorata sopra le colline in lontananza. C'erano molte capre fra gli alberi, e i bambini giocavano a rincorrersi. La strada curvava oltrepassando una torre dell'undicesimo secolo, che si ergeva rossa e maestosa fra le rovine hindu e moghul. Sparse qua e là c'erano antiche tombe, e una splendida arcata in rovina parlava di una gloria di tanto tempo prima. Fermammo l'automobile e camminammo lungo la strada. Un gruppo di contadini faceva ritorno dal lavoro nei campi; erano tutte donne, e dopo un lungo giorno di duro lavoro, cantavano una canzone melodiosa: e in quella campagna piena di pace le loro voci risuonavano alte, chiare, sonore e allegre. Come ci avvicinammo, smisero timidamente di cantare, ma intonarono di nuovo il loro canto non appena le oltrepassammo. La luce della sera risplendeva tra il dolce saliscendi delle colline, e gli alberi si stagliavano scuri contro il cielo della sera. Su un'enorme roccia a strapiombo si ergevano i bastioni sgretolati e in rovina di un'antica fortezza. Una bellezza stupefacente pervadeva tutto il luogo; era tutta intorno a noi, e riempiva ogni angolo recondito della terra, e gli oscuri recessi dei nostri cuori e delle nostre menti. Esiste un solo amore, non l'amore di Dio e l'amore dell'uomo: non va diviso. Un gufo volò silenziosamente solcando la luna, e un gruppo di abitanti colti del villaggio stavano parlando ad alta voce: stavano decidendo se recarsi o meno al cinema in città; erano arroganti e occupavano prepotentemente metà della strada. Si stava davvero bene nella morbida luce della luna, e le ombre sul terreno erano chiare e nette. Un camion passò sferragliando lungo la strada, suonando il suo clacson minaccioso; ma passò velocemente, lasciando la campagna alla grazia stupita della sera, e all'immensa solitudine.

Era un giovane sano e serio, intorno ai trent'anni, ed era impiegato in un qualche ufficio statale. Il suo lavoro non gli dispiaceva del tutto, spiegò, e tutto considerato aveva uno stipendio abbastanza buono e intravedeva un futuro promettente. Era sposato e aveva un bambino di quattro anni che avrebbe voluto portare con sé in questa occasione, ma la madre del bambino aveva insistito che sarebbe stato di disturbo. «Ho partecipato a una o due delle tue conversazioni» disse «e, se posso, vorrei fare una domanda. Ho preso alcune cattive abitudini che mi stanno infastidendo, e da cui voglio liberarmi. Per molti mesi ho tentato di disfarmene, ma senza successo. Che cosa devo fare?» Consideriamo le abitudini in sé, senza separarle in buone o cattive. La coltivazione dell'abitudine, anche se si tratta di un'abitudine buona e rispettabile, ha come unico risultato quello di rendere ottusa la mente. Che cosa vogliamo dire quando parliamo di abitudine? Cerchiamo di riflettere, e non affidiamoci alla pura e semplice definizione. «L'abitudine è un atto ripetuto frequentemente.» È un impeto che va in una certa direzione, piacevole o spiacevole, e può operare in modo conscio o inconscio: con il pensiero, o senza l'intervento del pensiero. È così? «Sì, è giusto.» Alcuni sentono il bisogno di bere il caffè alla mattina, e se non lo bevono viene loro mal di testa. Il corpo forse dapprima poteva non richiederlo, ma si è gradualmente assuefatto al sapore piacevole e alla stimolazione del caffè, e ora soffre se ne viene privato. «Ma il caffè è una necessità?» Che cosa intendi per necessità? «Il buon cibo è necessario per una buona salute.» Sicuramente; ma il gusto si abitua al cibo di un certo tipo o sapore, e allora il corpo si sente deprivato e ansioso quando non assume ciò a cui è abituato. Questa insistenza sul cibo di un tipo particolare indica – non credi? – che si è radicata un'abitudine, basata sul piacere e sulla memoria del piacere. «Ma come si può interrompere un'abitudine piacevole? Al confronto, abbandonare un'abitudine spiacevole è abbastanza facile; ma il mio problema è come distaccarsi da quelle piacevoli.» Come ho detto, non stiamo considerando le abitudini piacevoli o spiacevoli, o come liberarsi da entrambe, ma stiamo cercando di comprendere l'abitudine stessa. Vediamo che l'abitudine si radica quando sono presenti il piacere e la richiesta che questo piacere continui. L'abitudine è basata sul piacere e sulla memoria del piacere e un'esperienza che dapprincipio può sembrare spiacevole si può trasformare gradualmente in un'abitudine piacevole e "necessaria". Ora cerchiamo di approfondire la questione. Qual è il tuo problema? «Tra le altre abitudini, il vizio del sesso è diventato per me una necessità potente ed estenuante. Ho cercato di tenerla sotto controllo disciplinandomi per combatterla, digiunando, praticando vari esercizi, e ancora con altri mezzi, ma nonostante tutta la mia resistenza, l'abitudine ha avuto il sopravvento.» Forse non c'è un'altra valvola di sfogo nella tua vita, nessun altro interesse preponderante. Probabilmente sei annoiato dal tuo lavoro, senza esserne neppure consapevole; e per te la religione forse è solo un rituale ripetitivo, un insieme di dogmi e credenze prive di significato. Se nel tuo intimo ti senti tormentato e frustrato, allora il sesso può diventare il tuo unico sfogo. Devi cercare di essere intimamente più consapevole di ciò che senti dentro di te; devi provare a guardare al tuo lavoro con occhi nuovi; devi considerare in modo diverso le assurdità della società; e devi cercare di scoprire cosa sia davvero per te l'autentico significato della religione: questo nuovo atteggiamento vitale renderà finalmente libera la tua mente dalla schiavitù delle abitudini, qualsiasi esse possano essere. «Una volta mi interessavo alla religione e alla letteratura, ma al momento non ho abbastanza tempo libero per dedicarmi a nessuna delle due, poiché tutto il mio tempo è assorbito dal mio lavoro. Non che questo mi renda veramente infelice, anche se capisco che guadagnarsi un'esistenza non è tutto; e, come hai detto tu, potrebbe anche essere che se trovassi lo spazio per coltivare interessi più grandi e profondi, forse riuscirei a interrompere quell'abitudine che mi infastidisce.» Come abbiamo detto, l'abitudine è la reiterazione di un atto che arreca piacere rinnovato dai ricordi e dalle immagini stimolanti che la mente evoca. Le secrezioni ghiandolari e il loro risultato, come nel caso della fame, non sono un'abitudine, sono il normale processo dell'organismo fisico; ma quando la mente indugia in sensazioni, stimolate dai pensieri e dalle immagini, allora sicuramente si può parlare dell'inizio della formazione di un'abitudine. Il cibo è necessario, ma l'esigenza di un sapore particolare nel cibo è basata sull'abitudine. La mente insiste nel perpetuare certi pensieri e azioni, non importa se sublimi o rozzi, che trova altamente piacevoli, alimentando così l'abitudine. Un atto ripetitivo, come lavarsi i denti ogni mattina, diventa un'abitudine quando non vi si presta più attenzione, poiché l'attenzione libera la mente dall'abitudine. «Stai quindi dicendo che dobbiamo disfarci di tutti i piaceri?» No. Non stiamo cercando di disfarci di nulla, e neppure di acquisire qualcosa; stiamo provando a comprendere la piena implicazione insita nell'abitudine; e dobbiamo anche cercare di capire la problematica del piacere. Molti sannyasi, yogin e santi si sono negati il piacere; si sono mortificati nel corpo e hanno allenato la mente alla resistenza e all'insensibilità al piacere in ogni sua forma. È un piacere osservare la bellezza di un albero, di una nuvola, del riflesso della luna sull'acqua, o di un essere umano; e negare questo piacere significa negare la bellezza. D'altra parte, alcune persone rifiutano il brutto e si appassionano al bello: vogliono rimanere nel meraviglioso giardino che hanno creato, e vogliono lasciare al di là del muro che lo delimita il rumore, il cattivo odore e la brutalità. Molto spesso vi riescono; ma non si può estromettere il brutto e pensare di possedere perciò il bello, senza diventare ottusi e insensibili: bisogna infatti essere sensibili al dolore così come alla gioia, e non cercare di evitare l'uno per impossessarsi dell'altro. La vita è amore e morte; amare significa essere vulnerabili e sensibili, mentre l'abitudine alimenta l'insensibilità: perciò distrugge l'amore. «Inizio a sentire la bellezza di ciò che stai dicendo. È vero: sono diventato ottuso e stupido; una volta mi piaceva andare nei boschi, ascoltare gli uccelli, osservare i volti delle persone nelle strade, e adesso mi rendo conto di quanto l'abitudine abbia influito negativamente sulla mia indole. Ma cos'è l'amore?» L'amore non è solo piacere puro e semplice, non è un fenomeno della memoria; è invece uno stato di intensa vulnerabilità e bellezza, che ci è negata quando la mente erige muri di attività egocentrica. L'amore è vita, e perciò è anche morte: negare la morte e attaccarsi alla vita significa negare l'amore. «Inizio proprio ad avere un'intuizione di tutto questo, e in profondità: senza amore, la vita diventa meccanica e guidata dalle abitudini. Il lavoro che svolgo in ufficio è un processo meccanico, e anche il resto della mia vita lo è: sono come intrappolato in un enorme ingranaggio fatto solo di routine e di noia. È come se finora fossi stato addormentato e adesso mi rendo conto di dovermi assolutamente svegliare.» La realizzazione stessa del fatto che eri addormentato è già di per sé uno stato di risveglio; non c'è alcun bisogno di volizione. Ora, approfondiamo ancora di più la questione. Non c'è alcuna bellezza senza austerità e rigore, vero? «Questo non lo capisco, signore.» L'austerità non è insita in nessun simbolo e nessuna azione esteriori: come indossare una fascia o una tunica da monaco, assumere un solo pasto al giorno, o vivere la vita di un eremita. Questa semplicità disciplinata, per quanto rigorosa possa essere, non è austerità: si tratta semplicemente di una sorta di ostentazione esteriore priva di qualunque realtà e valenza interiore. Il rigore è invece la semplicità della solitudine interiore, la freschezza di una mente che si è purificata da ogni conflitto, e che non è più avviluppata nel fuoco del desiderio, anche se si dovesse trattare del desiderio per l'altissimo. Senza questo rigore non ci può essere amore; e la bellezza è cosa dell'amore.

7 – «Vorresti far parte del nostro ente per la protezione degli animali?»

Il sole risplendeva abbagliante nel cielo, e una brezza fresca proveniva dal mare. Era mattina, abbastanza presto: solo poche persone erano per strada e il traffico incessante non era ancora incominciato. Per fortuna non sembrava preannunciarsi una giornata troppo afosa; ciononostante, la polvere era ovunque, sottile e penetrante, poiché non era mai piovuto per tutta la lunga calda estate. Nel piccolo parco molto curato, la polvere appesantiva gli alberi, ma sotto di essi e fra i cespugli scorreva un ruscello di acqua fresca e limpida che sgorgava da un lago incastonato fra le montagne lontane. Vicino al ruscello, seduti su di una panchina, si stava bene e in pace, e si godeva la frescura di molta ombra. Più tardi, nel corso della giornata, il parco si sarebbe affollato di bambini, delle loro tate e di persone che lavoravano negli uffici. Il mormorio dell'acqua che scorreva fra i cespugli era amico e benvenuto, e molti uccelli svolazzavano sul bordo del ruscello, bagnandosi e cinguettando felici. Grandi pavoni vagavano fuori e dentro i cespugli, maestosi e per nulla impauriti. In profonde polle di acqua limpida nuotavano grossi pesci rossi, e i bambini venivano ogni giorno per guardarli e dar loro da mangiare, e si beavano nell'osservare le innumerevoli oche candide che nuotavano in un laghetto poco profondo. Lasciammo il piccolo parco e guidammo lungo una strada rumorosa e polverosa fino ai piedi di una collina rocciosa, inerpicandoci quindi per un sentiero ripido fino a un'entrata che conduceva ai sacri dintorni di un antico tempio. A ovest si vedeva la distesa blu del mare famoso per le sue storiche battaglie navali, e verso est stavano delle basse collinette, aride e brulle nell'aria autunnale, ma intrise di ricordi silenziosi e felici. Verso nord torreggiavano le montagne più alte, che sovrastavano le colline e la valle afosa. L'antico tempio sulla collina rocciosa era un ammasso di rovine, distrutto dalla violenza brutale dell'uomo. Le sue colonne di marmo spezzate, lavate dalla pioggia di molti secoli, sembravano quasi trasparenti: chiare, sbiadite, e maestose. Il tempio era ancora una cosa perfetta, da toccare e da osservare nel silenzio. Un piccolo fiore giallo, brillante nella luce del mattino, cresceva in una crepa della base di una splendida colonna. Stare seduti all'ombra di una di quelle colonne, guardando le colline silenziose e il mare lontano, era un'esperienza intensa da sperimentare, che andava oltre le elucubrazioni della mente. Una mattina, scalando la collina rocciosa, trovammo un'enorme folla radunata intorno al tempio. C'erano enormi macchine da presa, riflettori e altri armamentari, e tutti riportavano il logo di una famosa casa di produzione cinematografica, e le sedie da regista di canapa verde avevano i nomi stampati sugli schienali. Cavi elettrici erano sparsi ovunque per terra, il regista e i tecnici si rivolgevano l'un l'altro gridando, e gli attori principali si compiacevano di loro stessi ed erano circondati di premure dalle costumiste. Due uomini, che indossavano le tuniche di preti ortodossi, stavano aspettando di essere chiamati, e donne vestite vivacemente stavano chiacchierando e facevano risolini sciocchi. Stavano girando un film!

Eravamo seduti in una piccola stanza; una finestra era aperta sul prato verde, che luccicava nel sole del mattino, e che rifletteva quella sua morbida luce sul soffitto bianco della stanza. La donna indossava gioielli preziosi, sandali di ottima fattura dai tacchi alti, e un sari che doveva essere costato molti soldi; si presentò spiegando di essere una dei responsabili di un'organizzazione che si occupava della protezione degli animali. L'uomo è incredibilmente crudele con gli animali, spiegò: li picchia, torce le loro code, li pungola con bastoni che hanno conficcati chiodi all'estremità, e perpetra ai loro danni altri orrori indicibili. Gli animali devono essere protetti per legge, e a questo fine la pubblica opinione, così indifferente alla questione, dovrebbe essere sensibilizzata con la propaganda, e con altri mezzi. «Sono venuta per chiederti se ci vuoi aiutare in questa missione importante. Altre figure pubbliche di rilievo hanno aderito all'iniziativa offrendo il loro aiuto, e sarebbe utile se anche tu ti unissi a noi.» Intendi dire che dovrei unirmi alla tua organizzazione? «Sarebbe di grande aiuto se tu lo facessi. Lo faresti?» Pensi che queste organizzazioni contro la crudeltà dell'uomo porteranno in essere l'amore? Pensi di poter realizzare la fraternità dell'uomo attraverso la regolamentazione legale? «Se non operiamo per ciò che è bene, in che altro modo si può risvegliare l'amore dell'uomo? Il bene non si palesa ritirandosi dalla società; al contrario, dobbiamo lavorare tutti insieme uniti, dal più grande al più piccolo, se vogliamo realizzare il bene.» Certo, dobbiamo lavorare insieme, questo è ovvio; ma la cooperazione non significa seguire la modalità unica che ci è stata indicata dallo Stato, o dal leader di un partito o di un gruppo, o da qualsiasi altra autorità. Lavorare insieme con la paura o l'avidità di una ricompensa non è cooperazione. È quando amiamo ciò che stiamo facendo che la cooperazione si realizza naturalmente e facilmente: addirittura, diventa un piacere. Ma per amare, è necessario dapprima accantonare l'ambizione, l'avidità e l'invidia. Non è così? «Mettere da parte l'ambizione personale richiederebbe secoli, e nel frattempo i poveri animali soffrono.» Non c'è alcun frattempo, c'è solo ora. Tu vuoi davvero che l'uomo ami gli animali e i suoi fratelli uomini, non è così? Tu vuoi porre fine alla crudeltà, e non in un ipotetico e vago futuro, ma ora. Se pensi in termini di futuro, l'amore non ha più alcuna realtà. Posso chiederti quale sia secondo te il vero inizio di qualsiasi azione: l'amore, o la capacità organizzativa? «Perché separi le due cose?» C'è forse una separazione implicita nella domanda che ti ho appena posto? Se un'azione nasce solo dalla consapevolezza della necessità di una certa opera, e dalla capacità di organizzarla, andrà in una direzione sicuramente diversa da quella verso cui si muoverà un'azione che sia il risultato dell'amore, e in cui sia presente anche la capacità organizzativa. Quando l'azione sorge dalla frustrazione, o dalla brama di potere, per quanto encomiabile quella azione possa essere di per sé, i suoi effetti saranno destinati a essere confusi e intrisi di sofferenza. L'azione dell'amore non è frammentaria, contraddittoria, o separativa: ha un effetto totale e integrato. «Perché sollevi questa questione? Ero venuta per chiederti se volevi essere così gentile da aiutarci nel nostro lavoro, e ora stai dibattendo sull'origine dell'azione. Ma a che scopo?» Posso chiederti quale sia l'origine del tuo interesse nel supportare un'organizzazione che aiuta gli animali? Perché sei così attiva e impegnata all'interno di questa organizzazione? «Penso che sia abbastanza ovvio: vedo quanto spaventosamente siano trattati i poveri animali, e voglio proteggerli, attraverso la legge e qualsiasi altro mezzo, per cercare di porre fine a questa crudeltà. Non so se ho altre motivazioni oltre a questa. Forse sì.» E non è importante scoprirle? Solo allora sarai in grado di aiutare gli animali e l'uomo in un senso più grande e profondo. Stai organizzando questo movimento per il desiderio di essere qualcuno, per soddisfare la tua ambizione, o per sfuggire a un senso di frustrazione? «Sei molto serio; vuoi andare alla radice delle cose, vero? Anch'io sarò altrettanto onesta. Da un certo punto di vista, riconosco di essere molto ambiziosa: voglio davvero essere conosciuta come riformatrice; voglio essere vincente, non un miserabile fallimento. Ognuno di noi lotta per raggiungere le vette del successo e della fama; penso che sia umano e normale. Perché disapprovi questo atteggiamento?» Non lo sto disapprovando; sto solo cercando di evidenziare il fatto che se la tua motivazione non è veramente quella di aiutare gli animali, allora li stai usando come mezzo di affermazione personale, per aumentare il tuo prestigio; atteggiamento non certo dissimile da quello del guidatore di un carro trainato dai buoi. Il suo atteggiamento può essere forse più rozzo e brutale: tu e i tuoi collaboratori siete più sofisticati e abili nel muovervi, tutto qui. Non stai certo eliminando la crudeltà, dal momento che i tuoi sforzi per eliminarla sono solo vantaggiosi per te. Se tu non riuscissi a soddisfare la tua ambizione, o a fuggire dalla frustrazione e dalla sofferenza, aiutando gli animali, cercheresti subito un qualsiasi altro mezzo di soddisfazione. Tutto ciò sta a indicare (o mi sbaglio?) che non sei per nulla interessata agli animali in quanto animali, ma che essi rappresentano per te semplicemente un mezzo per il tuo guadagno personale. «Ma, in un modo o nell'altro, si comportano tutti così, o no? E perché io non dovrei?» Certo, questo è ciò che fa la stragrande maggioranza delle persone. Dal più quotato uomo politico al manipolatore del villaggio, dal più alto prelato al prete di campagna, dal più grande riformatore al più sfinito lavoratore nel sociale, ognuno usa il paese, i poveri, o il nome di Dio, come un mezzo per sostenere le proprie idee, le proprie speranze, le proprie utopie. Egli è il centro, suoi sono il potere e la gloria, ma tutto questo è sempre nel nome della gente, nel nome del sacro, nel nome degli oppressi. Ed è per questa ragione che nel mondo regna una così spaventosa confusione carica di sofferenza. Non sono certo queste le persone che porteranno la pace nel mondo, che argineranno lo sfruttamento, che porranno fine alla crudeltà; al contrario, sono i veri responsabili di confusione e di infelicità persino maggiori. «Vedo la verità di ciò che dici, certo; ma c'è del piacere nell'esercizio del potere e io, come altri, soccombo a questo piacere.» Possiamo lasciare gli altri fuori dalla discussione? Quando ti paragoni agli altri, lo fai solo per giustificare o condannare ciò che fai, e allora non stai più pensando: ti stai difendendo prendendo una posizione, e così non arriveremo mai a nulla. Ora, in qualità di essere umano che è in qualche modo consapevole del significato di tutto ciò che è stato detto stamattina, non senti che potrebbe esistere un approccio diverso a tutta questa crudeltà, all'ambizione dell'uomo, e a tutto il resto? «Signore, ho sentito molto parlare di te da mio padre, e sono venuta qui, in parte per curiosità, e in parte perché pensavo che avresti potuto unirti a noi, se solo io fossi riuscita a essere convincente. Ma mi sbagliavo. «Ti chiedo: come posso dimenticarmi di me stessa, esteriormente e interiormente, e riuscire ad amare veramente? Innanzitutto, appartenendo alla casta dei bramini, con ciò che ne consegue, ho la religione nel sangue; ma sono andata ormai così oltre la concezione religiosa che non credo di poter più ritornare a sentire come prima. Che cosa devo fare? Forse non ti sto facendo questa domanda in tutta serietà, e probabilmente continuerò a condurre la mia vita in modo superficiale; ma non potresti comunque dirmi qualcosa che attecchisca dentro di me come un seme e possa germogliare persino a dispetto di me stessa?» La vita religiosa non è una questione di rinascita; non puoi riporre nuova vita in ciò che è passato e andato: lascia che il passato venga seppellito, non cercare di farlo rivivere. Sii consapevole che sei interessata a te stessa, e che le tue attività sono egocentriche; non fingere, non ingannarti; sii consapevole del fatto che sei ambiziosa, che stai ricercando il potere, la posizione, il prestigio, che vuoi essere importante; non giustificarti con te stessa o con gli altri; sii semplice e diretta rispetto a ciò che sei: allora l'amore arriverà senza chiederlo, proprio quando non lo starai più cercando. Solo l'amore può purificare la mente dalle ingegnose risoluzioni razionali che essa stessa racchiude nei suoi recessi più nascosti. L'unica via di scampo alla confusione e alla sofferenza umana non sono certo le efficienti costruzioni mentali che la mente stessa si crea: l'unica salvezza è l'amore. «Ma come può un individuo, anche se capace di amare, influenzare il corso degli eventi senza l'aiuto dell'organizzazione collettiva e dell'azione? Mettere un freno alla crudeltà richiede la cooperazione di una grande quantità di persone. Come si potrà ottenere questo risultato?» Se tu sentirai nel profondo che l'amore è l'unica vera origine dell'azione, ne parlerai agli altri, e riuscirai a radunare intorno a te quei pochi che proveranno un sentimento simile; i pochi potranno diventare tanti, ma questo non è un tuo problema: ti devi preoccupare solo dell'amore e della sua azione totale. Solo quando l'azione totale dell'amore sgorgherà dal cuore di ogni individuo, solo allora potremo realizzare un mondo completamente diverso.

8 – Il condizionamento e l'urgenza di essere liberi

Era una passeggiata incantevole: il sentiero che partiva dalla casa si snodava fra i vigneti, e i grappoli d'uva erano quasi maturi; erano ricchi e pieni, e avrebbero prodotto una grande quantità di vino rosso. Era un vigneto molto curato e nessuna erbaccia lo infestava; oltre il vigneto, si estendevano i lunghi e vasti appezzamenti di tabacco, splendidamente tenuti. Dopo la pioggia, le piante stavano cominciando a ricoprirsi di fiori rosa, sgargianti ma ordinati; il loro leggero profumo di tabacco fresco, così diverso dall'odore penetrante del tabacco bruciato, sarebbe diventato più intenso col calore del sole. I lunghi steli su cui crescevano i fiori sarebbero presto stati tagliati per far diventare ancora più ampie e carnose le già grandi ma pallide foglie di tabacco verde argento, per il tempo in cui sarebbero state raccolte. Quindi sarebbero state radunate, classificate, legate in lunghe strisce, e stese nel lungo edificio dietro la casa, così da seccare in modo uniforme anche dove il sole non le avrebbe accarezzate, ma avrebbe soffiato la brezza della sera. Alcuni uomini trascinavano i buoi nei campi per lavorare quegli appezzamenti di tabacco anche ora, disegnando un solco fra i lunghi e diritti filari di piante, in modo da estirpare le erbacce. Il terreno era stato preparato con grande cura e concimato abbondantemente, e le erbacce vi crescevano copiose quanto le piante di tabacco; ma dopo tutte quelle settimane di duro lavoro, non si vedeva più una sola pianta infestante. Il sentiero proseguiva attraverso un frutteto di alberi di pesche, pere, prugne, susine, pesche noci e altri frutti; e gli alberi erano tutti carichi di frutta matura. Un profumo dolcissimo riempiva l'aria della sera, e il ronzio di molte api si diffondeva nell'aria del giorno. Oltre il frutteto, il sentiero scendeva con una notevole pendenza, e conduceva direttamente dentro i boschi fitti che sembravano offrire un rifugio: qui la terra era soffice sotto i piedi, grazie allo strato di foglie morte di molte estati. Faceva molto fresco sotto gli alberi, poiché il sole aveva pochissime possibilità di penetrare fra il fitto fogliame; perciò il terreno era sempre umido e odorava di buono, aveva quell'aroma di humus fertile. Il sottobosco era invaso da una grande quantità di funghi, molti dei quali di varietà non commestibile. Qua e là si potevano trovare funghi da mangiare, ma bisognava cercarli; erano i più discreti, generalmente nascosti sotto una foglia del loro medesimo colore. I contadini sarebbero presto arrivati per raccoglierli e portarli al mercato, o per tenerseli e mangiarseli. Quasi nessun uccello abitava in quei boschi, che si estendevano per chilometri sulle colline dolcemente tondeggianti: erano boschi molto silenziosi; non si sentiva nemmeno il mormorio della brezza fra le foglie. Ma c'era sempre un qualche movimento in quei boschi, ed era comunque parte dell'immenso silenzio: non era fastidioso e sembrava completare l'immobilità della mente. Il movimento vitale degli alberi, degli insetti, delle felci che crescevano a profusione, non era separato, qualcosa che si osservava solo dall'esterno: tutto era parte di quella tranquillità, interna ed esterna. A quella pace apparteneva persino il rombo smorzato di un treno in lontananza. Si sentiva come una completa assenza di resistenza, e il latrare di un cane, insistente e penetrante, sembrava rendere ancora più intensa la calma immobile. Oltre il bosco scorreva il fiume dalle anse dolci. Non era troppo ampio o imponente: la sua ampiezza permetteva infatti a una vista acuta di intravedere le persone sulla riva opposta. Molti alberi crescevano lungo entrambi gli argini, per la maggior parte pioppi, alti, immoti e austeri, le foglie tremule nella brezza. L'acqua del fiume era fredda e profonda, e scorreva senza mai fermarsi: era uno spettacolo bellissimo da vedere, così vivo e ricco. Un pescatore solitario era seduto su uno sgabello, con accanto un cestino da picnic e un giornale appoggiato sulle ginocchia. Anche se il pesce sembrava evitare l'esca, il fiume induceva serenità e pace, e sarebbe stato lì per sempre, nonostante le guerre e le morti degli uomini: e per sempre avrebbe continuato a nutrire la terra e gli uomini. Lontano si potevano vedere le montagne ricoperte di neve; e in una serata limpida, quando il sole del tramonto le arrossava, le cime alte sembravano quasi nubi illuminate dal sole.

Eravamo in tre o quattro nella stanza e dietro la finestra si vedeva un prato vasto e verde brillante. Il cielo era azzurro, solcato da nuvole pesanti e gonfie. «Sarà mai possibile» chiese l'uomo «che la mente si liberi dal proprio condizionamento? E se così fosse, qual è lo stato della mente che riesce ad affrancarsi dal condizionamento? Ho assistito alle tue conversazioni in vari periodi e per parecchi anni, e ho dedicato molte riflessioni a questa questione; tuttavia, la mia mente non sembra essere in grado di liberarsi dalle tradizioni e dalle idee che mi sono state instillate sin dall'infanzia. So di essere condizionato tanto quanto una qualsiasi altra persona. Sin dalla fanciullezza ci viene insegnato a conformarci: in modo brutale, o affettuoso e carico di gentili suggestioni, fino a che conformarsi diventa istintivo, e la mente arriva a temere l'insicurezza insita nel non conformarsi. «Ho un'amica cresciuta in un ambiente cattolico,» proseguì «e naturalmente le è stato raccontato del peccato, delle fiamme dell'inferno, delle gioie rassicuranti del paradiso, e di tutto il resto. Una volta raggiunta la maturità, e dopo grandi e profonde riflessioni, la mia amica ha ripudiato la struttura di pensiero cattolica; ma persino ora, giunta a metà della sua vita, continua a sentirsi influenzata dall'idea dell'inferno, con il conseguente carico di paure tanto irrazionali quanto incontrollabili. Sebbene il mio bagaglio di esperienze sia, almeno all'apparenza, decisamente diverso, anch'io, come lei, ho paura di decidere di non conformarmi. Anche se vedo l'assurdità del conformarsi, non riesco a scrollarmela di dosso; e anche se potessi, credo che forse continuerei a fare lo stesso, solo in modi diversi: semplicemente, mi conformerei a un nuovo modello.» «Questa è anche la mia difficoltà» aggiunse una delle donne. «Vedo molto chiaramente con quante modalità diverse io sia legata alla tradizione; ma come posso liberarmi dalla mia attuale schiavitù senza essere catturata da un'altra? Ci sono persone che passano con disinvoltura da un'organizzazione religiosa a un'altra, sempre alla ricerca, mai soddisfatte; e quando finalmente sono soddisfatte, diventano persone spaventosamente noiose e prevedibili. Temo che possa capitare anche a me, se tenterò di affrancarmi dal mio attuale condizionamento: senza neanche accorgermene, penso che verrei risucchiata in un altro modello di vita.» «Infatti,» proseguì un uomo «la maggior parte di noi non ha mai riflettuto a fondo su come la nostra mente sia interamente plasmata dalla società e dalla cultura nelle quali siamo cresciuti. Siamo inconsapevoli del nostro condizionamento e cerchiamo solo di andare avanti, lottando, ottenendo, o restando frustrati all'interno del modello di una data società: questa è la sorte di quasi tutti noi, persino dei leader politici e religiosi. Sono venuto varie volte ad assistere alle tue conversazioni, e forse è una sfortuna per me, perché ogni volta rinnovo la sofferenza dell'interrogarsi. Per un certo tempo non ho riflettuto in modo profondo su questa questione, ma d'improvviso mi ritrovo di nuovo ad affrontarla seriamente. Sono andato avanti a sperimentare per tanto tempo, e ora sono consapevole di molti aspetti di me stesso che non avevo mai notato prima. Se posso proseguire senza dare l'impressione a qualcuno che io stia parlando troppo, vorrei approfondire ulteriormente l'argomento del condizionamento.» Quando anche gli altri presenti gli ebbero assicurato che anch'essi erano molto interessati ad approfondire la questione, egli proseguì. «Dopo aver sentito o letto la maggior parte delle cose che tu hai detto, mi sono reso conto di quanto io sia condizionato; e allo stesso modo ho sentito in maniera forte e chiara l'urgenza di essere liberi: non solo dal condizionamento della mente superficiale, ma anche da quello dell'inconscio. Mi rendo conto della sua assoluta necessità. Ma ciò che ora sta realmente succedendo è questo: il condizionamento che ho ricevuto nella mia giovinezza continua a influenzarmi, e convive però con un forte desiderio di liberarmene. Quindi la mia mente è presa in questo conflitto fra il condizionamento di cui sono consapevole, e l'urgenza di liberarmene. Questa al momento è la mia posizione attuale. Come posso uscirne?» Ma l'urgenza della mente di liberarsi dal proprio condizionamento non sta innescando un altro modello di resistenza e condizionamento? Sei finalmente consapevole del modello o della condizione in cui sei cresciuto, e vuoi liberartene; ma questo desiderio di essere libero non condiziona forse la mente, ancora in un modo diverso? Il vecchio modello insiste che tu ti conformi a un'autorità, e ora stai sviluppando un nuovo modello che ritiene che tu non ti debba conformare; così hai due modelli, l'uno in conflitto con l'altro. Fino a che questa contraddizione interiore continuerà a sussistere, avranno luogo ulteriori conflitti. «So bene che il vecchio modello è abbastanza assurdo e spento ormai; e che devo credere che esista una condizione di libertà, altrimenti la mia mente procederà nello stesso stupido modo.» Cerchiamo di essere pazienti e di addentrarci nella questione ancora un poco. Il vecchio modello ti ha detto di conformarti, e per varie ragioni, che sia la paura dell'insicurezza, o altro, ti sei conformato. Ora, per ragioni di altro tipo, ma in cui sono comunque presenti la paura e il desiderio di sicurezza, senti di non doverti conformare. È così, giusto? «Sì, è così, più o meno. Ma il vecchio è stupido, e devo essere libero dalla stupidità.» Mi permetto di sottolineare che non mi stai ascoltando: vai avanti a insistere che il vecchio è negativo, e che devi avere il nuovo. Ma il problema non è assolutamente avere il nuovo. «È il mio problema, signore.» Davvero lo è? Pensi così, ma vediamo. Per favore, cerca di non proseguire con i tuoi pensieri sull'argomento, ma prova soltanto ad ascoltare, vuoi? «Cercherò.» Una persona si conforma istintivamente per varie ragioni: per attaccamento, paura, per il desiderio di una ricompensa, e per molto altro ancora. Questa è la prima risposta che uno si dà. Poi improvvisamente arriva qualcuno e sostiene la necessità di essere liberi dal condizionamento, e allora insorge l'urgenza di non conformarsi. Mi stai seguendo? «Sì, signore. È tutto molto chiaro.» Ora, esiste forse una qualche differenza essenziale fra il desiderio di conformarsi, e la brama di essere liberi? «Mi sembra che dovrebbe esistere, ma davvero non lo so. Che cosa vuoi dire, signore?» Il mio ruolo non è dirtelo, e il tuo non è accettare. Non dovresti invece scoprire da solo se esista una qualsiasi differenza fondamentale fra questi due desideri apparentemente in contrapposizione? «Come posso scoprirlo?» Certo né condannandone uno e né perseguendo ansiosamente l'altro. Qual è lo stato della mente che desidera ardentemente la libertà, e che ripudia la conformità? Per favore, non rispondere a me, ma cerca di sentirlo dentro di te, e prova veramente a sperimentare quello stato. Le parole sono necessarie per la comunicazione, ma la parola non è la vera esperienza: se non sperimenterai e non comprenderai fino in fondo quello stato, i tuoi sforzi di essere libero porteranno solamente alla costituzione di altri modelli. Non è così? «Non riesco proprio a capire.» Non mettere fine definitivamente al meccanismo che produce modelli e forme, sia positivi sia negativi, significa continuare a vivere e ritrovarsi in un modello o in condizionamento modificato. «Riesco a comprenderlo a livello razionale, ma non riesco veramente a sentirlo.» Per un uomo affamato, la pura e semplice descrizione del cibo è senza valore: l'uomo vuole mangiare. Esiste l'urgenza che crea la conformità, e l'urgenza di essere liberi. Per quanto dissimili queste due urgenze possano sembrare, non pensi invece che siano fondamentalmente simili? E se sono fondamentalmente simili, allora la tua ricerca della libertà è vana, poiché ti muoverai solo da un modello a un altro, senza fine. Non esiste un condizionamento nobile o migliore di un altro: poiché tutti i condizionamenti sono sofferenza. Il desiderio di essere, o di non essere, alimenta il condizionamento, ed è proprio questo desiderio che deve essere compreso.

9 – Il vuoto interiore

La donna stava trasportando sulla testa un grande cesto, mantenendolo nella giusta posizione con una mano; doveva essere molto pesante, ma il ritmo aggraziato del suo incedere non era alterato in alcun modo dal peso del suo carico. La donna aveva un portamento splendido, il suo passo era fluido e ritmico; al polso portava un grosso bracciale di metallo che emetteva un leggero tintinnio, e ai piedi indossava sandali vecchi e consunti; il suo sari era sporco e liso per il troppo uso. Di solito aveva molti compagni con sé, e tutti trasportavano cesti, ma quella mattina era sola sulla strada accidentata. Il sole non era ancora cocente, e in alto nel cielo azzurro alcuni avvoltoi volteggiavano disegnando ampi cerchi senza un battito delle loro ali. Il fiume scorreva silenzioso costeggiando la strada. Era una mattina molto tranquilla, e quella donna solitaria con il grande cesto sul capo sembrava essere il centro della bellezza e della grazia; tutte le cose sembravano indicarla e accettarla come parte del loro stesso essere. La donna non era un'entità separata, ma era parte di te e di me, e di quell'albero di tamarindo: non stava camminando davanti a me, ma io stavo camminando con in testa quel cesto. Non si trattava di un'illusione, di un'elaborazione, di un desiderio, di un'identificazione coltivata, che sarebbe stata orribilmente fuori posto, ma di un'esperienza che era naturale e immediata. I pochi passi che ci separavano erano come svaniti; il tempo, la memoria, e l'enorme distanza che il pensiero determina, erano completamente scomparsi: c'era solo quella donna, e non c'ero più io che la stavo osservando. E doveva percorrere una lunga distanza per arrivare in città, dove avrebbe venduto il contenuto del suo cesto; verso sera sarebbe poi ritornata lungo quella stessa strada e avrebbe riattraversato il ponticello di bambù per raggiungere il suo villaggio, solo per apparire ancora la mattina seguente con il cesto di nuovo pieno.

L'uomo era molto serio, e non più giovane, ma aveva un sorriso accattivante ed era in ottima salute. Seduto sul pavimento a gambe incrociate, spiegò in un inglese piuttosto stentato, cosa di cui era evidentemente imbarazzato, di essere stato al college e di aver conseguito la sua laurea in storia dell'arte. Aggiunse che non parlava inglese da così tanti anni da esserselo quasi scordato. Aveva letto moltissima letteratura sanscrita, e spesso le parole sanscrite affioravano sulle sue labbra. Era venuto, disse, per fare molte domande sul vuoto interiore, sulla vacuità della mente. Iniziò quindi a recitare in sanscrito, e la stanza fu immediatamente invasa da una risonanza profonda, pura e penetrante. Andò avanti a recitare per qualche tempo, ed era una delizia ascoltarlo; il suo volto risplendeva del significato che attribuiva a ogni parola, e dell'amore che sentiva per ciò che la parola conteneva. Era privo di qualsiasi artificio, e troppo serio per atteggiarsi. «Sono molto felice di aver recitato quegli sloka in vostra presenza. Per me hanno un grande significato e ritengo siano pervasi da un'immensa bellezza; ho meditato su di loro per molti anni, e sono stati per me una sorgente inesauribile di guida e di forza. Mi sono esercitato a non commuovermi facilmente, ma questi sloka mi fanno sgorgare le lacrime. Il suono stesso delle parole, con il loro ricco significato, riempie il mio cuore, e allora la vita non è più travaglio e sofferenza. Come qualsiasi altro essere umano, ho conosciuto il dolore; ho incrociato la morte e il male di vivere. Avevo una moglie che è morta prima che io lasciassi gli agi della casa di mio padre, e ora conosco il significato della povertà volontaria. Vi sto dicendo tutto questo solo per spiegare meglio me stesso. Non sono una persona frustrata, sola, niente del genere; il mio cuore trova piacere in molte cose; ma mio padre era solito dirmi qualcosa sulle tue conversazioni, e un conoscente ha insistito affinché venissi a incontrarti; e perciò eccomi qua.«Vorrei che tu mi parlassi del vuoto incommensurabile» proseguì. «Ho avuto la percezione di quel vuoto, e penso di averne sfiorato solo l'inizio nei miei vagabondaggi e nelle mie meditazioni.» Quindi citò uno sloka per spiegare e convalidare la sua esperienza. Mi permetto di sottolineare che l'autorità di un altro, per quanto eminente possa essere, non rappresenta alcuna prova della verità della tua esperienza. La verità non ha bisogno di prove concrete, né dipende da una qualsivoglia autorità; mettiamo perciò da parte tutte le autorità e la tradizione, e cerchiamo invece di scoprire da soli la verità di questa questione. «Sarebbe molto difficile per me, poiché sono impregnato di tradizione, non della tradizione del mondo, ma quella che ritrovi negli insegnamenti della Gita, delle Upanishad. È giusto per me abbandonare tutto questo? Non sarebbe ingratitudine da parte mia?» Non si tratta di gratitudine o ingratitudine; si parla della scoperta della verità o della falsità di quel vuoto di cui abbiamo parlato. Se procedi sul sentiero dell'autorità e della tradizione, che è conoscenza, sperimenterai solo ciò che desideri sperimentare, confortato dall'autorità e dalla tradizione. Non sarà una scoperta; si tratterà di qualcosa di già conosciuto, qualcosa già sperimentato da riconoscere. L'autorità e la tradizione possono essere sbagliate, possono essere un'illusione rassicurante. Per poter scoprire se quel vuoto è vero o falso, se esista o se sia solamente un'altra delle invenzioni della mente, dovremo avere la mente stessa sgombra e libera dalle maglie dell'autorità e della tradizione. «Ma la mente potrà mai liberare se stessa da questa rete che la avviluppa?» La mente non può liberare se stessa, poiché ogni sforzo da parte sua per essere libera intesse semplicemente un'altra rete in cui verrà di nuovo catturata. La libertà non è un'opposizione; essere liberi non è essere liberi da qualcosa, non è uno stato di rilascio dai legami, poiché l'urgenza di essere liberi alimenta i suoi stessi legami. La libertà è una condizione d'essere che non è il risultato del desiderio di essere liberi: quando la mente arriverà a comprenderlo e riuscirà a vedere la falsità dell'autorità e della tradizione, solo allora il falso svanirà. «Può essere che sia stato indotto a sentire certe cose dalle mie letture, e dai pensieri basati su quelle letture; ma al di là di tutto questo, sin dall'infanzia ho avuto la vaga percezione, come in un sogno, dell'esistenza di questo vuoto. C'è sempre stato come una sorta di accenno, una specie di sentimento nostalgico per questo vuoto; e quando sono diventato più adulto, le mie letture di vari libri religiosi hanno semplicemente rafforzato questo sentimento, dandogli una maggiore vitalità e un più chiaro scopo. Ma adesso incomincio a comprendere ciò che intendi: la mia esperienza dipendeva quasi interamente dalla descrizione dell'esperienza altrui, come quella data nelle Sacre Scritture. Devo riuscire a gettare via questa dipendenza, ora che finalmente vedo la necessità di farlo; ma potrò rivivere quella sensazione originale e incontaminata per ciò che è oltre le parole?» Ciò che si rivive non è vivente, non è il nuovo; è un ricordo, una cosa morta, e non puoi mettere la vita dentro la morte. Rivivere e continuare a vivere nel ricordo significa essere schiavi di uno stimolo, e una mente che dipende dallo stimolo, conscio o inconscio, diventerà inevitabilmente apatica e insensibile. Far rivivere significa perpetuare la confusione; rivolgersi a un morto passato nel momento di una crisi attuale è ricercare un modello di vita che ha le sue radici nella rovina e nel decadimento. Ciò che hai sperimentato in quanto giovane, o anche solo ieri, è finito e andato; e se ti aggrappi al passato, inibisci l'esperienza stimolante del nuovo. «Come credo che comprenderai, signore, sono davvero sincero, e per me è diventata una necessità urgente comprendere ed essere di quel vuoto. Che cosa devo fare?» Bisogna svuotare la mente dal conosciuto: tutta la conoscenza accumulata deve cessare di esistere per poter avere una qualsiasi influenza sulla mente vivente. La conoscenza è sempre del passato, è il vero processo del passato, e la mente deve essere libera da questo processo. Il riconoscimento fa parte del processo della conoscenza, non è così? «Cioè?» Per poter riconoscere qualcosa, devi averla già conosciuta o sperimentata in precedenza, e questa esperienza è immagazzinata come conoscenza, come memoria: perciò, il riconoscimento proviene dal passato. Tu puoi aver sperimentato, una volta, questo vuoto, e avendolo sperimentato una volta, ora ne hai un desiderio smodato. L'esperienza originale affiora senza che tu la persegua; ma ora la stai perseguendo, e ciò che stai cercando non è il vuoto: vorresti invece rinnovare un vecchio ricordo. Affinché possa accadere di nuovo, tutti i ricordi e la conoscenza riguardo all'esperienza devono scomparire. Tutta la ricerca deve cessare, poiché la ricerca è basata sul desiderio di sperimentare. «Vuoi davvero dire che non devo ricercare? Sembra incredibile!» Il motivo della ricerca possiede un significato e una valenza di gran lunga più importanti della ricerca stessa. Il motivo pervade, guida e delinea la ricerca. Il motivo della tua ricerca è il desiderio di sperimentare l'inconoscibile, di conoscere lo splendore e l'immensità dell'inconoscibile. Questo desiderio ha risvegliato lo sperimentatore, che ora arde di desiderio per l'esperienza, dal momento che lo sperimentatore ricerca esperienze sempre più grandi, profonde e significative. Tutte le altre esperienze hanno ormai perso il loro sapore, e ora lo sperimentatore spasima per il vuoto; perciò c'è lo sperimentatore, e la cosa che deve essere sperimentata. Così si è però anche innescato il conflitto fra i due, fra colui che cerca e ciò che è cercato. «Questo lo comprendo molto bene, perché è esattamente lo stato in cui mi trovo. Ora vedo che sono intrappolato in una rete che io stesso ho intessuto.» Esattamente come è intrappolato chiunque ricerchi, e non solo colui che ricerca la verità, Dio, il vuoto, o quant'altro. Ogni uomo ambizioso o avido che stia ricercando potere, posizione, prestigio, ogni idealista, ogni idolatra dello Stato, ogni costruttore di un'utopia perfetta: sono tutti intrappolati nella stessa rete. Ma se tu finalmente comprendessi il significato totale della ricerca, continueresti a ricercare il vuoto? «Percepisco il significato intrinseco della tua domanda, e ho già smesso di ricercare.» Se questo può essere un fatto, allora qual è lo stato della mente che non sta ricercando? «Non lo so; l'intera questione è così nuova per me che prima ho bisogno di riordinare le idee e di osservare. Posso avere qualche minuto prima di procedere?» Dopo una pausa, egli continuò. «Riesco a sentire quanto sia straordinariamente sottile; quanto difficile sia non intromettersi per lo sperimentatore, per l'osservatore. Sembra quasi impossibile per il pensiero non creare il pensatore; ma fino a che c'è un pensatore, uno sperimentatore, deve ovviamente esserci una separazione e un conflitto da e con ciò che sta per essere sperimentato. E tu stai chiedendo, o mi sbaglio, quale sia la condizione della mente quando non c'è nessun conflitto?» Il conflitto esiste quando il desiderio assume la forma dello sperimentatore e persegue ciò che sta per essere sperimentato; poiché ciò che sta per essere sperimentato è anch'esso una creazione del desiderio. «Per favore sii paziente con me, e fammi comprendere ciò che stai dicendo. Il desiderio non solo crea e determina lo sperimentatore, l'osservatore, ma porta anche in essere ciò che deve essere sperimentato, osservato. Così il desiderio è la causa della divisione fra lo sperimentatore e la cosa che sta per essere sperimentata, ed è questa divisione che supporta il conflitto. Ora, tu stai chiedendo qual è la condizione della mente che non è più in conflitto, che non è guidata dal desiderio? Ma si può dare forse una risposta a questa domanda senza l'osservatore che sta osservando l'esperienza della mancanza di desiderio?» Quando sei consapevole della tua umiltà, l'umiltà non è forse cessata? C'è forse virtù nel momento stesso in cui la stai deliberatamente praticando? Una tale pratica è il rafforzamento dell'attività egocentrica, che pone fine alla virtù. Il momento in cui tu sei consapevole di essere felice, ecco che cessi di essere felice. Qual è lo stato della mente che non è intrappolato nel conflitto del desiderio? L'urgenza di scoprire è parte del desiderio che ha portato in essere lo sperimentatore e la cosa che deve essere sperimentata, non è così? «È così. La tua domanda era ingannevole per me, ma ti sono grato di avermela fatta. Sto finalmente comprendendo qualcosa in più dei sofisticati intrichi del desiderio.» Non volevo essere ingannevole e farti un trabocchetto, ma volevo porti una domanda naturale e inevitabile che avresti dovuto fare a te stesso nel corso della tua investigazione. Se la mente non è estremamente attenta, consapevole, viene presto catturata nella rete del suo stesso desiderio. «Un'ultima domanda: per la mente è davvero possibile essere totalmente libera dal desiderio dell'esperienza, che alimenta questa divisione fra lo sperimentatore e la cosa che deve essere sperimentata?» Scoprilo tu stesso. Quando la mente è completamente libera da questa struttura del desiderio è diversa dal vuoto?

10 – Il problema della ricerca

Era mattina molto presto; la giornata si preannunciava soleggiata, limpida e chiara, e il mare mai immoto era tranquillo e lambiva gentilmente la sabbia bianca. Non c'era quasi un movimento nella vasta distesa d'acqua, che era intensamente blu, come se fosse stato aggiunto del colore artificiale al colore del mare. Nell'acqua c'era un gaio luccichio; il mare era più blu del cielo, ed era antico e pieno di gioia. La settimana precedente le sue acque erano state violente e minacciose, e avevano scatenato una corrente potente che avrebbe trascinato via chiunque; ma ora erano assolutamente immobili, con solo un sospiro di movimento. Il vento si era esaurito dopo giorni di forti soffiate, e non spirava nemmeno la minima brezza. Il fumo di un piroscafo lontano saliva quasi diritto nel cielo senza nuvole. Tutto era così tranquillo, che si poteva sentire il rumore di un treno, sebbene viaggiasse molti chilometri lontano, mentre percorreva la bassa scogliera a picco sul mare. Il rombo sommesso cresceva fino a diventare un boato, e presto la terra avrebbe tremato, mentre il lungo treno merci, un centinaio di auto di acciaio trasportate da un diesel nuovo di zecca, sarebbe passato velocemente sui binari sopraelevati. Il conducente salutava con la mano e sorrideva. Presto il treno fu fuori dalla vista, e ancora una volta la pace regnò sul mare blu. Chilometri a nord si potevano vedere solo lunghe file di palme accuratamente piantate, e prati verdissimi, dove la città scivolava fino al bordo del mare; ma qui era molto tranquillo. Sulla spiaggia erano centinaia di gabbiani: uno di essi aveva evidentemente un'ala spezzata, poiché stava in disparte, con l'ala penzolante; ancora più lontano, un gabbiano morto era quasi interamente ricoperto dalla sabbia mossa dal mare. Un cane di grossa taglia si avvicinò, una creatura splendida nel sole, e l'intero stormo di uccelli volò via verso il mare, disegnando un ampio semicerchio, e atterrò nuovamente sulla sabbia, a breve distanza dal cane. Con uno stridio spaventato, il gabbiano ferito si mosse verso l'acqua, trascinando l'ala; il cane lo vide, ma non gli prestò alcuna attenzione, e proseguì nel suo vagabondare, dando la caccia ai piccoli granchi che spuntavano dalla sabbia umida.

Faceva l'impiegato in un qualche ufficio, ed era molto serio e compunto, con uno sguardo serio e brillante e un sorriso pronto. I prezzi erano saliti alle stelle, disse, e vivere era diventato così costoso che era difficile riuscire a sbarcare il lunario. Anche se era ancora abbastanza giovane, sui trentanni, era ansioso rispetto al futuro, poiché aveva delle responsabilità: niente bambini, spiegò, ma una moglie e una madre anziana da accudire. «Qual è lo scopo della vita, di questa esistenza monotona e scandita dalle abitudini?» chiese improvvisamente. «Sono sempre stato alla ricerca di una cosa o di un'altra: ho cercato un lavoro quando sono uscito dal college, ho ricercato il piacere con mia moglie, ho provato a rendere il mondo migliore seguendo il Partito Comunista, che ho lasciato molto presto, fra l'altro, perché non è altro che l'ennesima religione organizzata, come tutte le altre; e ora sto cercando Dio. Per natura non sono un pessimista, ma tutto mi ha rattristato nella vita. Noi cerchiamo e cerchiamo, e sembra che non troviamo mai nulla. Ho letto i libri che le persone più colte leggono, ma lo stimolo intellettuale è diventato presto estenuante e noioso. Devo trovare qualcosa, e la mia vita sta incominciando ad abbreviarsi. Voglio parlare con te molto seriamente, perché sento che mi potresti essere di grande aiuto in questa mia ricerca.» Possiamo provare a entrare, lentamente e pazientemente, in questo movimento chiamato ricerca? Ci sono coloro che asseriscono di aver cercato e trovato, ed essendo soddisfatti di ciò che hanno trovato, hanno così avuto la loro ricompensa. Tu dici di stare cercando. Ma sai perché stai cercando, e cosa sia la tua ricerca? «Come chiunque altro, ho cercato molte cose; e la maggior parte le ho lasciate indietro; ma, come se si trattasse di una malattia incurabile, la ricerca prosegue.» Prima di addentrarci nella vera questione di cosa sia ciò che cerchiamo, proviamo prima a scoprire cosa intendiamo con la parola "cercare". Qual è lo stato della mente che sta cercando? «È uno stato di sforzo in cui la mente sta tentando di sfuggire a una situazione dolorosa o conflittuale, per arrivare a trovarne invece una piacevole e rassicurante.» Ma una mente del genere sta davvero cercando? La mente troverà ciò che ricerca, ma ciò che troverà sarà la sua stessa proiezione. Esiste una vera ricerca, se la ricerca è il risultato di un movente? Tutte le ricerche devono avere un movente, o esiste una ricerca che non ne abbia alcuno? La mente può esistere senza il movimento della ricerca? La ricerca così come la conosciamo è solamente un altro mezzo attraverso cui la mente fugge da se stessa? E se è così, cosa spinge la mente alla fuga? Senza la comprensione del contenuto profondo della mente che sta cercando, la ricerca ha ben poco significato. «Ho paura che tutto questo sia troppo per me. Potresti renderlo più semplice?» Incominciamo con il processo che conosciamo. Perché cerchi, e cosa stai cercando? «Si cercano così tante cose: la felicità, la sicurezza, la comodità, la permanenza, Dio, una società che non sia eternamente in guerra con se stessa, e altro ancora.» La condizione in cui ti trovi in questo momento, e la meta che stai cercando di raggiungere, non sono forse entrambe creazioni della mente? «Per favore, non rendere tutto ancora più difficile. So di soffrire, e voglio trovare una via d'uscita, voglio andare verso una condizione in cui non ci sarà più sofferenza.» Ma la meta che stai cercando di raggiungere è ancora una proiezione della mente che non vuole essere disturbata; non è così? E potrebbe anche non esistere una cosa del genere, potrebbe essere solo un altro mito. «Se quello è un mito, allora ci deve pur essere qualcos'altro che sia reale, e che io devo trovare.» Stiamo cercando di comprendere (o no?) il pieno significato della ricerca, e non stiamo pensando a come trovare il reale. Possiamo ritornarci sopra più avanti. Al momento dobbiamo concentrarci con ciò che intendiamo quando affermiamo di stare cercando, perciò investighiamo a fondo l'intera implicazione di quella parola. Se sei infelice, cerchi la felicità, giusto? Una persona può cercare la felicità nel potere, nella posizione, nel prestigio; qualcun altro nella ricchezza o nella conoscenza, un altro in Dio, un altro ancora nello Stato ideale, l'Utopia perfetta, e così via. Così come un uomo che è ambizioso in senso terreno e materiale persegue la via della propria realizzazione, in cui sono presenti spietatezza, frustrazione, paura, forse mascherate da parole dal suono più accattivante, così anche tu stai cercando di realizzare il tuo desiderio, anche se può essere il desiderio di qualcosa di più alto; e quando sai già quale sia la meta, c'è forse ricerca? «Sicuramente Dio o lo splendore non possono essere conosciuti in anticipo; devono essere ricercati.» Come puoi andare alla ricerca di qualcosa che non conosci? Sai, o pensi di sapere, cosa sia Dio; e conosci a seconda del tuo condizionamento, o secondo la tua stessa esperienza, che è basata sul tuo condizionamento; così, avendo formulato cosa sia Dio, procedi nella "scoperta" di ciò che la tua mente ha proiettato. È chiaro che questa non è ricerca; stai semplicemente perseguendo ciò che già conosci. La ricerca cessa quando conosci, perché conoscere è un processo di riconoscimento, e riconoscere è un'azione del passato, del conosciuto. «Ma sto davvero cercando Dio, con qualsivoglia nome Egli si possa chiamare.» Stai cercando Dio, così come gli altri stanno cercando la felicità attraverso il bere, attraverso l'acquisizione del potere, o attraverso altri mezzi. Questi sono moventi universalmente riconosciuti e radicati; e il movente causa il fine desiderato. Ma esiste ricerca quando c'è un movente? «Penso di incominciare a intravedere quello che intendi. Ti prego, continua.» Se sei veramente benintenzionato, nel momento in cui tu percepissi che in questo intero modello di cosiddetta ricerca, non si dà proprio alcuna ricerca, lo abbandoneresti. Ma la causa della tua ricerca comunque rimane. Puoi provare a mettere da parte il modello A, che è la ricerca dopo che la mente ha effettuato le sue proiezioni; ma allora ti rivolgerai al modello B, che rappresenta l'idea di non dover perseguire il modello A; e se invece non si tratta del modello B, si tratterà del modello C, N, o Z. La vera essenza della tua mente non ha compreso l'autentico problema del ricercare, ed è per questo che si trasferisce da un modello all'altro, da un ideale all'altro, da un guru o un leader a un altro: in questo modo, si sta sempre muovendo nella rete del conosciuto. Ora, la mente riesce a stare senza ricerca? La mente, il ricercatore, esistono quando questo movimento di ricerca non esiste? La mente oscilla da un movimento di ricerca a un altro, sempre brancolando nel buio, sempre ricercando, sempre presa nella rete dell'esperienza. Questo movimento è sempre rivolto verso il "più": più stimolo, più esperienza, una più grande e profonda conoscenza. Il cacciatore che eternamente proietta il cacciato. La mente sta dunque cercando, una volta che è consapevole del significato di questo intero processo di ricerca? E quando la mente non sta cercando, è ancora presente uno sperimentatore che sperimenta? «Che cosa intendi per sperimentatore?» Fino a che c'è un ricercatore e una cosa cercata, ci deve essere anche lo sperimentatore, colui che riconosce, e che è la vera essenza del movimento egocentrico della mente. Da questo centro, hanno luogo tutte le attività, siano esse nobili o meschine: il desiderio di ricchezza e potere, la costrizione ad accontentarsi di ciò che è, l'ansia di cercare Dio, di portare avanti riforme, e così via. «Vedo dentro di me la verità di ciò che stai dicendo. Ho affrontato l'intera questione da un punto di vista sbagliato.» Questo significa che ora la stai per affrontare in maniera "giusta"? O sei consapevole che qualsiasi approccio al problema, "giusto" o "sbagliato", non è altro che un'attività centrata su se stessa, che rafforza solamente, sottilmente o grossolanamente, lo sperimentatore? «Quanto scaltra è la mente, quanto è veloce e abile nel suo movimento per mantenere se stessa! Ora lo vedo molto chiaramente.» Quando la mente cessa di cercare perché ha compreso il significato profondo della ricerca, allora non cadono finalmente le limitazioni che la mente stessa si è imposta? E allora la mente non torna a essere ancora l'incommensurabile e l'ignoto?

11 – Rivoluzione psicologica

Ci fu un gran trambusto e un'attesa infinita prima della partenza del treno. Le lunghe carrozze erano molto affollate, piene di persone e di fumo, ogni faccia nascosta dietro a un giornale; ma fortunatamente c'erano ancora due o tre posti liberi. Il treno era elettrico, e presto fu fuori dai sobborghi, guadagnando velocità in aperta campagna e superando le auto e gli autobus dell'autostrada che correva parallela ai binari. Stavamo attraversando una campagna splendida e verde, costellata da dolci colline e da antiche cittadine ricche di storia. Il sole era brillante ma mite, poiché era l'inizio della primavera, e gli alberi da frutto stavano appena cominciando a mostrare boccioli rosa e bianchi. L'intera campagna era verde, fresca e giovane, con le tenere foglie che luccicavano e danzavano nel sole. Era una giornata paradisiaca, ma le carrozze del treno erano stipate di persone sfinite, e l'aria era pesante di fumo di tabacco. Una bimba e sua madre erano sedute proprio di traverso al corridoio, e la madre stava spiegando alla bimba che non doveva fissare gli estranei; ma la piccola non le prestava attenzione, e a un certo punto ci sorridemmo. Da lì in poi la bimba si rilassò, guardando in alto verso di me per vedere se era osservata, e sorrideva ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano. A un certo punto si addormentò, si accoccolò sul sedile, e la madre la coprì con un cappotto. Doveva essere meraviglioso passeggiare lungo il sentiero che attraversava i campi, immersi in così tanta bellezza e purezza. Le persone ci salutavano con la mano mentre passavamo rombando lungo la strada ben pavimentata. Grandi buoi bianchi stavano trascinando lentamente dei carri carichi di letame, e alcuni degli uomini che conducevano i buoi probabilmente cantavano, poiché le loro bocche erano aperte, e dai loro volti si poteva intuire che si stavano divertendo in quella fresca aria mattutina. Nei campi c'erano uomini e donne che scavavano, piantavano, seminavano. Vagai per il lungo corridoio, con i sedili su entrambi i lati, dirigendomi verso la testa del treno. Oltrepassando la carrozza ristorante e la cucina, spinsi una porta, la spalancai ed entrai nel vagone bagagli. Nessuno mi fermò. I molti colli erano disposti ordinatamente negli scomparti portabagagli, le etichette sventolanti nella corrente d'aria. Oltrepassai un'altra porta, e trovai i due conducenti della motrice, completamente circondati da finestre ampie e spaziose che offrivano una visuale completa e senza ostacoli della meravigliosa campagna. Uno degli uomini stava manipolando la maniglia che controllava la corrente, e davanti a lui c'erano i vari contatori. L'altro uomo, che stava guardando e fumava tranquillamente, mi offrì il suo posto e prendendo uno sgabello, si sedette proprio dietro di me. Insistette molto affinché io mi sedessi al suo posto, e cominciò a farmi innumerevoli domande. Ogni tanto interrompeva il fuoco di fila di domande per segnalarmi i castelli sulla sommità delle colline, alcuni in rovina, altri invece ancora in ottime condizioni. Mi spiegò il significato delle luci brillanti rosse e verdi, ed estraeva il suo orologio per controllare a ogni stazione se fossimo in orario sulla tabella di marcia. Facevamo fra i 100 e i 110 chilometri orari, intorno alle curve, e su per le dolci salite, sopra i ponti, e sui lunghi rettilinei; ma non andammo mai oltre i 110. «Se lei fosse sceso alla stazione che abbiamo appena superato e avesse preso un altro treno,» disse «si sarebbe diretto alla città che prende il nome da un famoso santo.» Abbattendoci con fragore sugli scambi, procedevamo sfrecciando e oltrepassando stazioni dai nomi che echeggiavano tempi antichi. Ora stavamo correndo lungo le rive di un brumoso lago blu, e riuscivamo appena a intravedere le cittadine sul versante opposto. C'era stata una battaglia famosa in questa zona, dal cui risultato era dipeso il destino di un intero popolo. Presto superammo il lago, e inerpicandoci fuori dalla valle, e intorno alle colline tondeggianti, lasciammo dietro di noi gli ulivi e i cipressi, e ci ritrovammo in un paesaggio più aspro. L'uomo dietro di me annunciò il nome del fiume fangoso che stavamo costeggiando, che sembrava così piccolo e tranquillo per un così famoso corso d'acqua. L'altro uomo, che aveva spostato la sua mano dall'acceleratore solo una o due volte durante il viaggio di due ore e mezzo, si scusò da parte di entrambi poiché non sapevano parlare inglese. «Ma che importa,» disse «dal momento che lei comprende la nostra meravigliosa lingua?» Stavamo adesso raggiungendo la periferia della grande città, e il cielo azzurro era offuscato dal suo smog.

Eravamo in molti in quella piccola stanza che si affacciava sullo splendido lago, e tutto era tranquillo, anche se gli uccelli erano piacevolmente rumorosi. Nel gruppo c'era un uomo grande e corpulento, pieno di salute e vigore, con uno sguardo penetrante ma gentile, e una loquela lenta e ponderata. Dal momento che non vedeva l'ora di parlare, gli altri rimasero silenziosi, ma sarebbero poi intervenuti qualora l'avessero ritenuto necessario. «Sono stato in politica per molti anni, e ho davvero lavorato per ciò che sinceramente pensavo fosse il bene del paese. Questo non significa che non cercassi anche potere e posizione: li cercavo davvero, per raggiungerli ho lottato contro altri uomini e come puoi ben immaginare li ho ottenuti. Ti ho ascoltato per la prima volta anni fa, e anche se alcune delle cose che dicesti mi colpirono profondamente, il tuo approccio complessivo alla vita era per me solo di momentaneo interesse; non si è mai radicato nel mio essere. Ciononostante, lungo il passare degli anni, con tutto il loro carico di lotta e sofferenza, qualcosa è come maturato in me, e in questi ultimi tempi ho assistito alle tue conversazioni e discussioni ogni volta che ho potuto. Ora mi rendo pienamente conto che ciò che affermi è l'unico modo per uscire dalle difficoltà che ci confondono. Sono stato ovunque in Europa e in America, e per un certo tempo ho guardato alla Russia, in cerca di una possibile soluzione. Sono stato un attivista del Partito Comunista, e ho collaborato con i suoi leader religiosi e politici, mosso da un intento serio e onesto. Ma ora mi sto allontanando da ogni cosa: è diventato tutto così corrotto e inefficace, anche se qualche progresso è stato fatto in certe direzioni. Ho riflettuto moltissimo su questi argomenti, e ora vorrei esaminare l'intera questione da capo, e sento di essere pronto per qualcosa di nuovo e chiaro.» Per esaminare, non si deve cominciare con una conclusione, con la lealtà a un partito o a un pregiudizio; non ci deve essere alcun desiderio di successo, nessuna richiesta di azione immediata. Se si è coinvolti anche solo in una di queste cose, un reale e veritiero esame è assolutamente impossibile. Per esaminare da capo l'intera questione dell'esistenza, la mente deve essere ripulita a fondo da qualsiasi movente personale, senso di frustrazione, ricerca di potere, sia per se stessi che per un gruppo di appartenenza, il che è poi la stessa cosa. Non è così, signore? «Per favore, non chiamarmi "signore"! Certo, questo è l'unico modo per esaminare e per comprendere qualsiasi cosa, ma non so se ne sono capace.» La capacità deriva dall'applicazione diretta e immediata. Per esaminare le molte complesse istanze dell'esistenza, dobbiamo iniziare senza essere impegnati in nessuna filosofia, in nessuna ideologia, in nessun sistema di pensiero o modello di azione. La capacità di comprendere non è una questione di tempo; è una percezione immediata, non è così? «Se io percepisco qualcosa come velenoso, evitarlo non è un problema; semplicemente non lo tocco. Allo stesso modo, se vedo che un qualsiasi tipo di conclusione mi priva dell'esame completo del problema della vita, allora tutte le conclusioni, personali e collettive, crollano; non devo lottare per esserne libero. È questo che intendi?» Sì, ma una constatazione lucida di un fatto non è il fatto reale: essere davvero liberi dalle conclusioni è tutta un'altra questione. Una volta che percepiamo che un preconcetto di un qualsiasi tipo ci impedisce un esame completo, dobbiamo cercare di procedere nell'osservazione, liberi da preconcetti. Ma per abitudine, la mente tende a ricadere nell'autorità, nella tradizione profondamente radicata; ed essere estremamente consapevoli di questa tendenza è altrettanto necessario per fare in modo che non interferisca con il processo dell'esame. Con questa consapevolezza, possiamo procedere? Ora, quali sono i bisogni assolutamente fondamentali per l'uomo? «Cibo, vestiario e riparo; ma portare avanti un'equa distribuzione di queste necessità basilari diventa un problema, poiché l'uomo è per sua stessa natura avido ed egoista.» Vuoi dire che l'uomo è incoraggiato ed educato dalla società a essere ciò che è? Un altro tipo di società, attraverso la legislazione e altre forme di costrizione, potrebbe essere in grado di forzare l'uomo a non essere avido ed egoista; ma questo innescherebbe semplicemente una reazione contraria, e perciò si verificherebbe un conflitto fra l'individuo e l'ideale stabilito dallo Stato, o dal gruppo di potere religioso e politico. Per portare avanti un'equa distribuzione del cibo, del vestiario e di un riparo, è necessaria un'organizzazione sociale completamente diversa, non è così? Le nazionalità separate e i loro governi sovrani, i blocchi di potere e le strutture economiche conflittuali, così come il sistema di caste e le religioni organizzate – ognuna di queste proclama il suo modo di essere l'unica vera via. Tutto questo deve cessare di esistere, il che significa che l'intero atteggiamento gerarchico e autoritario nei confronti della vita deve arrivare a una fine. «Riesco a vedere che questa è l'unica vera rivoluzione.» È una rivoluzione psicologica completa, e una tale rivoluzione è essenziale se l'uomo in tutto il mondo non vuole mancare delle primarie necessità fisiche. La terra è nostra, non è inglese, russa o americana, né appartiene a un qualsivoglia gruppo ideologico. Noi siamo esseri umani, non induisti, buddhisti, cristiani o musulmani. Tutte queste divisioni devono scomparire, inclusa la più recente, i comunisti, se vogliamo portare avanti una struttura sociale ed economica totalmente differente. Tutto deve cominciare da te e da me. «Come posso agire politicamente per contribuire a portare avanti questa rivoluzione?» Posso chiederti cosa intendi quando parli di agire politicamente? L'azione politica, qualunque sia, è forse separata dall'azione totale dell'uomo, o ne è una parte? «Con azione politica intendo un'azione a livello governativo: legislativo, economico, amministrativo.» Sicuramente, se l'azione politica è separata dall'azione totale dell'uomo, se non prende in considerazione il suo intero essere, il suo stato psicologico così come quello fisico, allora sarà negativa, e arrecherà ulteriore confusione e sofferenza; e questo è esattamente ciò che sta accadendo nel mondo adesso. L'uomo non potrebbe, con tutti i suoi problemi, agire come un essere umano completo, e non come un'entità politica, separata dal suo stato psicologico o "spirituale"? Un albero è le proprie radici, il tronco, i rami, le foglie e i fiori. Qualsiasi azione che non sia totale e di vasta portata condurrà inevitabilmente alla sofferenza. Esiste solamente l'azione umana totale, non l'azione politica, l'azione religiosa, o l'azione indiana. Un'azione che sia separativa e frammentaria condurrà sempre al conflitto fra l'interiore e l'esteriore. «Questo significa che l'azione politica è impossibile, giusto?» Per nulla. La comprensione dell'azione totale non impedisce certo l'attività politica, educativa o religiosa. Queste non sono attività separate, ma fanno tutte parte di un processo unitario che si esplicherà in direzioni diverse. Ciò che è importante è il processo unitario, e non un'azione politica separata, anche se all'apparenza benefica. «Penso di aver capito ciò che vuoi dire. Se possiedo questa totale comprensione dell'uomo, o di me stesso, la mia attenzione si rivolgerà in direzioni diverse, secondo la necessità, ma tutte le mie azioni saranno in relazione diretta con il tutto. L'azione che è separativa, a compartimenti stagni, può solo produrre risultati caotici, e sto cominciando a rendermene conto. Vedendo tutto questo, non in quanto politico, ma come essere umano, la mia concezione della vita cambia radicalmente; non appartengo più ad alcun paese, ad alcun partito, a nessuna religione particolare. Ho bisogno di conoscere Dio, così come ho bisogno di avere del cibo, dei vestiti e un riparo; ma se ricerco una cosa distinta dall'altra, la mia ricerca mi condurrà solamente a varie forme di disastro e confusione. Sì, vedo che è così: la politica, la religione e l'educazione sono tutte intimamente correlate fra loro. «Va bene, signore, non sono più un politico, con un preconcetto politico in azione. In qualità di essere umano, e non come comunista, induista o cristiano, voglio educare mio figlio. Possiamo considerare questo problema?» Vita e azione integrate sono educazione. L'integrazione non scaturisce dalla conformità a un modello, che sia il proprio o quello di qualcun altro: scaturisce dalla comprensione delle molte influenze a cui è sottoposta la mente, attraverso la consapevolezza di questo processo senza lasciarsene catturare. I genitori e la società condizionano i bambini con suggerimenti, desideri e inespresse e sottili costrizioni, e con la costante reiterazione di determinati dogmi e fedi. Per aiutare i bambini a essere consapevoli di tutte queste influenze, con il loro significato intrinseco e psicologico, per cercare di far loro comprendere le modalità dell'autorità, in modo da non essere catturati nella rete della società, non c'è che l'educazione. E l'"educazione" non è puramente una questione di come impartire una tecnica che fornisca al ragazzo i requisiti necessari per dedicarsi a una professione: "educazione" significa aiutarlo a scoprire quali siano veramente la sua passione e il suo talento. E la passione non può esistere se il ragazzo sta perseguendo il successo, la fama o il potere; aiutare il ragazzo a comprendere la propria personalità e le proprie autentiche tendenze, questo è l'educazione. La conoscenza di sé è educazione: poiché nell'educazione non c'è né l'insegnante né colui al quale si insegna, esiste solo l'apprendimento; anche l'insegnante impara qualcosa, così come lo studente. La libertà non ha né inizio né fine; comprenderlo è educazione. Ognuno di questi punti deve essere approfondito e meditato con attenzione, e ora non abbiamo il tempo per considerare troppi dettagli. «Penso di capire, in generale, cosa intendi per educazione. Ma dove sono le persone che insegneranno in questo modo nuovo? Educatori di questo tipo semplicemente non esistono.» Per quanti anni hai detto di aver lavorato in ambito politico? «Per più anni di quanto mi importi ricordare: ho paura che siano ben più di venti.» Sicuramente, per educare l'educatore, bisogna lavorarci con fatica, così come hai lavorato in politica; si tratta inoltre di un ambito ancora più faticoso, che richiede una profonda introspezione psicologica. Sfortunatamente, nessuno sembra preoccuparsi della giusta educazione, anche se è di gran lunga più importante di un qualsiasi altro singolo fattore necessario per portare avanti una trasformazione sociale fondamentale. «La maggior parte di noi, specialmente i politici, sono così tesi verso i risultati immediati, da pensare solo a breve termine: non hanno una visione lungimirante delle cose. «Ora posso chiederti un'altra cosa? In tutti gli argomenti che abbiamo toccato c'entra in qualche modo l'eredità?» Che cosa intendi per eredità? Ti riferisci all'eredità della proprietà, o all'eredità psicologica? «Stavo pensando all'eredità della proprietà. Per dirti la verità, non ho mai pensato all'altra.» L'eredità psicologica è altrettanto condizionante dell'eredità della proprietà; entrambe limitano e mantengono la mente intrappolata in un determinato modello di società, che impedisce una fondamentale trasformazione della società. Se la nostra preoccupazione è quella di portare avanti una cultura totalmente differente, una cultura che non sia basata sull'ambizione e sull'acquisizione, allora l'eredità psicologica diventa un ostacolo. «Che cosa intendi esattamente con eredità psicologica?» L'influenza condizionante del passato sulla mente giovane; il conscio e l'inconscio che condizionano lo studente a obbedire, a conformarsi. I comunisti agiscono ora in questa direzione e in modo molto efficace, così come hanno fatto i cattolici per molte generazioni. Altre sette religiose lo stanno facendo, anche se in maniera meno intenzionale o efficace. I genitori e la società stanno modellando le menti dei bambini attraverso la tradizione, la fede, il dogma, la deduzione, l'opinione, e questa eredità psicologica impedisce la realizzazione di un nuovo ordine sociale. «Questo lo capisco; ma porre fine a questa forma di eredità è quasi impossibile, non trovi?» Se davvero vedi la necessità di porre fine a questa forma di eredità, allora non presterai un'immensa attenzione nel portare avanti il giusto tipo di educazione per tuo figlio? «Di nuovo, la maggior parte di noi è così presa nelle proprie preoccupazioni e paure, da non approfondire abbastanza, o per nulla, questi argomenti. Siamo una generazione di chiacchieroni ambigui e di giocolieri della parola. L'eredità della proprietà è un altro problema complicato. Noi tutti vogliamo possedere qualcosa, un pezzo di terra, anche se piccolo, o un altro essere umano; e se non è questo, allora vogliamo possedere le nostre ideologie e le nostre fedi. Siamo incorreggibili nella nostra ricerca di possesso.» Ma quando ti rendi conto a livello molto profondo che ereditare una proprietà è una condizione altrettanto distruttiva quanto il retaggio dell'eredità psicologica, allora farai in modo di aiutare i tuoi figli a essere liberi da entrambe le forme di eredità. Li educherai a essere completamente autosufficienti, a non dipendere dal tuo favore o da quello di altra gente, ad amare il loro lavoro, e ad avere fiducia nella capacità di lavorare senza ambizione, senza idolatrare il successo; insegnerai loro ad avere un sentimento di responsabilità collaborativa, così come a capire il momento nel quale non bisogna collaborare. Non c'è alcuna necessità per i tuoi bambini di ereditare la tua proprietà: sono degli esseri umani liberi fin dall'inizio, e non sono schiavi, né della famiglia né della società. «Questo è un ideale che temo non potrà mai essere realizzato.» Non è un ideale, non è qualcosa che deve essere raggiunto nella terra che non c'è, nel lontano paese dell'Utopia. La comprensione è ora, non nel futuro. La comprensione è azione; non arriva per prima, seguita dall'azione; l'azione e la comprensione sono inseparabili. Nell'attimo stesso in cui vedi un cobra, c'è l'azione. Se vedi la verità di tutto ciò di cui abbiamo parlato stamattina, allora l'azione sarà intrinseca a quella percezione. Ma siamo così intrappolati dalle parole, siamo così preoccupati di stimolare le attività dell'intelletto, che quelle stesse parole e quello stesso intelletto diventano un impedimento all'azione. La cosiddetta comprensione intellettuale consiste soltanto nell'ascoltare spiegazioni verbali, o ascoltare idee, e una tale comprensione non ha alcun significato, così come la pura e semplice descrizione del cibo non ha alcuna rilevanza per un uomo affamato. Sia che tu comprenda, sia che tu non comprenda. La comprensione è un processo totale, non è separata dall'azione, e non è nemmeno il risultato del tempo.

12 – Non esiste alcun pensatore, ma solo il pensiero condizionato

La pioggia aveva lavato i cieli di fresco; il velo di foschia che aveva aleggiato insistentemente tutt'intorno era svanito, e il cielo era chiaro e intensamente azzurro. Le ombre erano nette e profonde, e in alto sulla collina una colonna di fumo saliva diritta. Stavano bruciando qualcosa lassù, e potevi sentire le loro voci. La casetta si trovava su un pendio, ma era ben protetta, circondata da un piccolo giardino di proprietà che era accudito con grande amorevolezza e cura. Ma quel mattino era parte dell'intera esistenza e il muro intorno al giardino sembrava così poco necessario, quasi inutile. Su quel muro crescevano rampicanti che nascondevano le rocce, anche se qui e là rimanevano esposte; erano rocce splendide, lavate da molte piogge, e avevano sulla loro superficie uno strato di muschio grigioverde. Oltre il muro c'era una sorta di giungla, e in qualche modo quella giungla era anch'essa una parte del giardino. Dal cancello del giardino un sentiero conduceva al villaggio, dove c'era una vecchia chiesa in rovina a ridosso di un cimitero. Pochissime persone andavano in quella chiesa, persino la domenica, ed erano principalmente anziani; e durante la settimana, non andava nessuno, poiché il villaggio offriva altre attrazioni: due volte al giorno, una piccola locomotiva diesel con due sole carrozze, di colore rosso e crema, portava alla città più importante. Il treno era quasi sempre stipato di una folla allegra e colorata, occupatissima in chiacchiere. Oltre il villaggio, un altro sentiero conduceva curvando verso destra, salendo dolcemente su per la collina. Su quel sentiero incontravi occasionalmente un contadino che trasportava qualcosa, e che ti oltrepassava con una specie di grugnito. Sull'altro versante della collina, il sentiero portava giù verso una fitta foresta dove il sole non riusciva mai a penetrare; e spostarsi dalla luce brillante del sole all'ombra fresca della foresta era quasi una segreta benedizione. Sembrava che non passasse nessuno da quella parte, e la foresta era deserta. Il verde scuro del fitto fogliame era rinfrescante per gli occhi e per la mente. Si poteva stare seduti lì nel più completo e perfetto silenzio; persino la brezza era quieta; non si muoveva una foglia, e regnava quella sorta di strana tranquillità di cui sono intrisi i luoghi non frequentati dagli esseri umani. Un cane latrò in lontananza, e un cervo marrone attraversò il sentiero in tutta tranquillità.

Era un uomo anziano, pio, e desideroso di simpatia e benedizioni. Raccontò di aver frequentato regolarmente e per parecchi anni un determinato Maestro del nord, da cui ascoltava i discorsi esplicativi delle Scritture, e ora stava andando verso sud, di ritorno a casa, dove voleva riunirsi con la sua famiglia. «Un amico mi ha detto che stavi tenendo qui una serie di discorsi, e ho fatto appositamente una sosta per intervenire. Ho ascoltato con grande attenzione tutto ciò che hai detto, e sono consapevole di ciò che pensi riguardo alle guide e all'autorità. Non sono completamente d'accordo con te, poiché noi esseri umani abbiamo bisogno di aiuto da coloro che sono in grado di offrirlo, e il fatto che si accetti con entusiasmo questo aiuto non fa di una persona un seguace.» Sicuramente, il desiderio di essere guidati contribuisce a creare la conformità, e una mente che si conforma è incapace di trovare il vero. «Ma io non mi sto conformando. Non sono un credulone, né seguo alla cieca; al contrario, uso la mia testa, e faccio mille domande su tutto ciò che dice questo Maestro dal quale vado.» Cercare la luce da qualcun altro, senza la conoscenza di sé, è seguire ciecamente. Tutto ciò che è seguire è cieco. «Non credo di essere capace di penetrare le pieghe più recondite del sé, perciò cerco aiuto. Il mio venire da te per chiedere aiuto non fa di me un tuo seguace.» Se posso sottolinearlo, la costituzione dell'autorità è una questione complessa. Seguire un altro è semplicemente l'effetto di una causa più profonda, e senza la comprensione di quella causa, se poi esteriormente si segua o no qualcuno ha ben poco significato. Il desiderio di arrivare, di raggiungere l'altra riva, è l'inizio della ricerca umana. Desideriamo ardentemente il successo, la permanenza, la rassicurazione, l'amore, un perdurante stato di pace, e finché la mente non sarà libera da questi desideri, ci saranno seguaci in modo diretto o più contorto. L'essere seguaci è puramente un sintomo di un profondo desiderio di sicurezza. «Voglio davvero raggiungere l'altra riva, come dici tu, e prenderei qualsiasi barca che potesse traghettarmi attraverso il fiume. Per me non è importante la barca, ma l'altra riva.» Non è l'altra riva che è importante, ma il fiume, e la sponda sulla quale ti trovi. Il fiume è la vita, è il vivere quotidiano, con la sua straordinaria bellezza, la sua gioia e il suo piacere, la sua bruttezza, il suo dolore e la sua sofferenza. La vita è un enorme mosaico di tutte queste cose, non è solo un passaggio che deve essere comunque attraversato in qualche modo: lo devi comprendere, e non avere solamente lo sguardo puntato sull'altra riva. Tu sei questa vita di invidia, violenza, amore che finisce, ambizione, frustrazione, paura; e sei anche il desiderio e la voglia di fuga da tutto questo per raggiungere ciò che tu chiami l'altra riva, il permanente, l'anima, l'Atman, Dio, e così via. Se non si comprende questa vita, se non si è liberi dall'invidia, con i suoi piaceri e le sue sofferenze, l'altra riva è solo un mito, un'illusione, un ideale inventato da una mente spaventata nella sua ricerca di sicurezza. Si devono gettare le fondamenta adeguate, altrimenti la casa, per quanto nobile, non reggerà. «Sono già spaventato, e tu aumenti la mia paura anziché alleviarla. Il mio amico mi aveva detto che non sei semplice da capire, e adesso capisco perché non lo sei. Ma io penso di essere in piena coscienza e serietà, e davvero voglio qualcosa di più della pura e semplice illusione. Sono abbastanza d'accordo che bisogna gettare le fondamenta adeguate; ma percepire dentro di sé cosa sia vero e cosa sia falso è tutta un'altra questione.» No, per nulla. Il conflitto dell'invidia, con i suoi piaceri e il suo dolore, alimenta inevitabilmente la confusione, sia esteriore sia interiore. La mente può scoprire ciò che è vero solo quando c'è libertà da questa confusione. Tutte le attività di una mente confusa conducono solo a ulteriore confusione. «Come posso essere libero dalla confusione?» Il "come" implica una libertà graduale; ma la confusione non può essere rimossa un pezzetto per volta, mentre il resto della mente rimane confuso, perché la parte su cui si sta lavorando per ripulirla presto ridiventerà confusa. La questione di come rimuovere questa confusione sorge solamente quando la tua mente è ancora preoccupata e concentrata sull'altra riva. Tu non vedi il pieno significato dell'avidità, della violenza, o di qualsiasi cosa sia; vuoi solamente liberartene in modo da arrivare a qualcos'altro. Se tu invece fossi completamente concentrato sull'invidia, e la sofferenza che ne deriva, non chiederesti nemmeno come disfartene. La comprensione dell'invidia è un'azione totale, laddove il "come" implica un ottenimento graduale della libertà, che è solo l'azione della confusione. «Che cosa intendi per azione totale?» Per comprendere l'azione totale, dobbiamo esplorare la distinzione tra il pensatore e il pensiero. «Ma non esiste un osservatore che è al di sopra del pensatore e del suo pensiero? Sento che c'è. Per un attimo di splendore, ho sperimentato quello stato.» Certe esperienze sono il risultato di una mente che è stata modellata dalla tradizione, da migliaia di influenze. Le visioni religiose di un cristiano saranno parecchio diverse da quelle di un induista o di un musulmano, dal momento che sono tutte essenzialmente basate su particolari condizionamenti della mente. Il criterio della verità non è l'esperienza, ma lo stato in cui né lo sperimentatore né l'esperienza esistono più. «Intendi lo stato della samàdhi?» No: nell'usare quella parola, tu non stai altro che citando la descrizione dell'esperienza di un altro. «Ma non esiste un osservatore oltre e al di sopra del pensatore e del pensiero? Sento davvero che esiste.» Incominciare da una conclusione mette una fine a tutto il processo del pensare, non è così? «Ma questa non è una conclusione, signore. Io so, ho sentito la verità di questo.» Colui che dice di sapere non sa. Ciò che tu sai o senti essere vero è ciò che ti è stato insegnato; un altro, a cui è capitato di avere insegnamenti diversi da questa società, dalla propria cultura, affermerà con altrettanta convinzione e sicurezza che la sua conoscenza ed esperienza gli hanno mostrato che non esiste alcun osservatore ultimo. Entrambi, colui che crede e colui che non crede, sono nella stessa categoria, o no? Entrambi partite da una conclusione, e da esperienze basate sul vostro condizionamento: non fai forse così? «Quando poni la questione in questo modo, mi sembra di ritrovarmi nel torto, ma non sono ancora del tutto convinto.» Non sto cercando di farti passare dalla parte del torto, o di convincerti di qualsiasi altra cosa; sto semplicemente sottolineando alcune cose su cui riflettere. «Dopo letture e studi considerevoli, ho immaginato di aver elaborato abbastanza interamente questa questione dell'osservatore e dell'osservato. Mi sembra che quando l'occhio vede il fiore, e la mente vede attraverso l'occhio, così, dietro alla mente, ci deve essere un'entità che è consapevole dell'intero processo, cioè, della mente, dell'occhio, e del fiore.» Proviamo ad approfondire questo argomento senza essere assertivi, senza fretta o preconcetti dogmatici. Come sorge il pensare? Si verifica una percezione, un contatto, una sensazione e poi il pensiero, basato sulla memoria, dice "Questa è una rosa". Il pensiero crea il pensatore; è il processo del pensare che porta in essere il pensatore. Il pensiero arriva per primo, e solo dopo arriva il pensatore; non è il contrario. Se non riconosciamo questo assunto come un dato di fatto, ci ritroveremo in un dedalo di confusione. «Ma esiste una divisione, un divario, limitato o ampio, fra il pensatore e il suo pensiero; e questo non sta forse a indicare che il pensatore arriva in essere prima?» Vediamo. Percependo se stesso come impermanente, insicuro, e desideroso invece di permanenza e sicurezza, il pensiero porta in essere il pensatore, e in seguito sospinge il pensatore a livelli sempre più alti di permanenza. Così esiste apparentemente un divario incolmabile fra il pensatore e il suo pensiero, fra l'osservatore e ciò che è osservato; ma questo intero processo è ancora nell'ambito dell'area del pensiero, giusto? «Intendi forse dire che l'osservatore non possiede alcuna realtà, che è impermanente come il pensiero? Riesco a crederci a stento.» Puoi chiamarlo anima, Atman, o con qualsiasi altro nome tu voglia, ma l'osservatore rimane comunque e ancora il prodotto del pensiero. Fino a che il pensiero è in qualche modo correlato all'osservatore, o fino a che l'osservatore sta controllando, sta modellando il pensiero, sarà ancora all'interno dell'ambito del pensiero, all'interno del processo del tempo. «Come si oppone la mia mente a tutto ciò! Ciononostante, a dispetto di me stesso, incomincio a vedere che questo è un dato di fatto; e se è un dato di fatto, allora esiste solamente un unico processo del pensare, e nessun pensatore.» È così, non trovi? Il pensiero ha alimentato l'osservatore, il pensatore, il censore conscio o inconscio che incessantemente giudica, condanna, confronta. È questo osservatore che è sempre in conflitto con i suoi pensieri, e sta sempre facendo uno sforzo per guidarli. «Per favore, procedi più lentamente; voglio veramente sentire ed entrare in questa cosa a modo mio. Stai indicando – giusto? – che ogni forma di sforzo, nobile o indegno, è il risultato di questa divisione artificiosa e illusoria fra il pensatore e i suoi pensieri. Ma allora stai cercando di eliminare lo sforzo? Ma lo sforzo non è forse necessario per qualsiasi cambiamento?» Ora cerchiamo di approfondire questo argomento. Abbiamo visto che esiste solo il pensare, che ha riunito in sé il pensatore, l'osservatore, il censore, il controllore. Tra l'osservatore e ciò che è osservato esiste il conflitto dello sforzo fatto dall'uno per sopravanzare o almeno per cambiare l'altro. Questo sforzo è vano, non può mai produrre un cambiamento fondamentale nel pensiero, poiché il pensatore, il censore, è egli stesso parte di ciò che vorrebbe cambiare. Una parte della mente non ha la possibilità di trasformare l'altra parte, che altro non è se non una continuazione di se stessa. Un desiderio può, e spesso così accade, sopravanzare un altro desiderio. Ma il desiderio dominante alimenta ancora un altro desiderio, che a sua volta diventa il perdente o il vincente, e così il conflitto della dualità è innescato. Non esiste alcuna fine a questo processo. «Mi sembra che tu stia dicendo che può esistere una possibilità di cambiamento fondamentale solamente attraverso l'eliminazione del conflitto. Non riesco a seguire queste affermazioni. Potresti gentilmente approfondirle di più?» Il pensatore e il suo pensiero sono un processo unitario, e né l'uno né l'altro possiedono una continuità indipendente; l'osservatore e ciò che è osservato sono inseparabili. Tutte le qualità dell'osservatore sono contenute nel suo pensare; se non c'è il pensare, non ci sarà alcun osservatore, alcun pensatore. Questo è un fatto, giusto? «Sì, fino a qui ho capito.» Se la comprensione è puramente verbale, intellettuale, è di ben poco conto. Deve esserci un reale sperimentare del pensatore e del suo pensiero come uno, un'integrazione dei due. Allora ci sarà solo il processo del pensare. «Che cosa intendi con il processo del pensare?» Il percorso o la direzione in cui il pensiero è stato indirizzato: personale o impersonale, individuale o collettivo, religioso o mondano, induista o cristiano, buddhista o musulmano, e così via. Non esiste alcun pensatore che sia di per sé musulmano, ma solamente il pensare a cui è stato dato un condizionamento musulmano. Il pensare è il risultato del proprio condizionamento. Il processo o la modalità del pensiero devono inevitabilmente creare conflitto, e quando si fa uno sforzo per superare questo conflitto attraverso vari mezzi, costituirà semplicemente altre forme di resistenza e conflitto. «Questo è chiaro, almeno mi sembra.» Questo modo di pensare deve cessare completamente, poiché crea confusione e sofferenza; non esiste un modo migliore o più nobile di pensare, poiché tutto il pensare è condizionato. «Sembri voler implicare che solo quando il pensiero cessa si verifica un cambiamento radicale. Ma è davvero così?» Il pensiero è condizionato. La mente, essendo il magazzino delle esperienze, dei ricordi, da cui il pensiero sorge, è essa stessa condizionata; e qualsiasi movimento della mente, in qualsiasi direzione, non fa che produrre i suoi stessi risultati limitati. Quando la mente fa lo sforzo di trasformare se stessa, sta semplicemente costituendo un altro modello, forse diverso, ma pur sempre un modello. Tutti gli sforzi della mente per essere libera sono la continuità del pensiero; può anche essere a un livello più alto, ma è sempre all'interno del proprio cerchio, il cerchio del pensiero, del tempo. «Sì, sto incominciando a comprendere. Per favore, vai avanti.» Qualsiasi movimento di qualsiasi tipo su una parte della mente non fa che aggiungere forza alla continuità del pensiero, con i suoi scopi invidiosi, ambiziosi, acquisitivi. Quando la mente è totalmente consapevole di questo fatto, così come è completamente consapevole di un serpente velenoso, allora vedrai che il movimento del pensiero arriverà a un termine. Solo allora ci sarà una totale rivoluzione: non la continuità del vecchio per quanto in forma differente. Questo stato non è da descrivere; colui che lo descrive non ne è consapevole. «Sento di aver realmente compreso, non solo le tue parole, ma l'implicazione totale di ciò che hai detto. Se io abbia poi compreso veramente o no, questo si rivelerà nella mia vita quotidiana.»

13 – «Perché doveva accadere proprio a noi?»

Qualcosa deflagrò con un'esplosione. Erano le quattro e mezzo di mattina, ed era ancora molto buio: non sarebbe stata l'alba se non fra un'ora o più. Gli uccelli erano ancora addormentati sugli alberi, e il rumore violento non sembrò averli disturbati: avrebbero comunque dato inizio al loro cinguettio litigioso con il primo chiarore. Una nebbiolina leggera saliva dal terreno, ma le stelle erano molto luminose. Dopo la prima esplosione, ne seguirono molte altre in lontananza; ci fu un attimo di pace, poi i fuochi d'artificio incominciarono a esplodere un pò dappertutto: il giorno di festa era iniziato. Quella mattina, gli uccelli non proseguirono a lungo come al solito con il consueto chiacchiericcio, ma tagliarono corto e si sparpagliarono rapidamente, poiché quei suoni violenti li avevano spaventati; ma verso sera si sarebbero nuovamente radunati sugli stessi alberi, per raccontarsi rumorosamente delle loro faccende giornaliere. Il sole stava ora sfiorando le cime degli alberi, che erano illuminate da una luce soffusa; piacevoli nella loro tranquillità, davano forma al cielo. L'unica rosa del giardino era zuppa di rugiada. Anche se era già tutta rumorosa di fuochi d'artificio, la città era lenta e pigra nel risvegliarsi, poiché si trattava di una delle grandi vacanze dell'anno; ci sarebbero stati festeggiamenti e rallegramenti, e sia i ricchi sia i poveri si sarebbero scambiati regali. Mentre diventava buio quella sera, le persone iniziarono a radunarsi sulle rive del fiume. Facevano scivolare nell'acqua bassa piattini forgiati d'argilla pieni di oli, lo stoppino acceso, con delicatezza affinché stessero a galla. Avrebbero detto una preghiera e lasciato che i lumini accesi scivolassero sulle acque del fiume. Presto ci sarebbero state migliaia di lucine splendenti sulle acque buie e tranquille. Era una visione incredibile da ammirare, i volti entusiasti illuminati dalle piccole fiammelle, e il fiume un miracolo di luce. I cieli con le loro miriadi di stelle guardavano giù verso questo fiume di luce, e la terra era silenziosa e piena dell'amore della gente.

Eravamo in cinque in quella stanza illuminata dal sole: un uomo e sua moglie, e altri due uomini. Erano tutti giovani. La moglie sembrava triste e sconsolata, e anche il marito era molto serio, non uso ai sorrisi. I due giovani uomini si sedettero timidamente e lasciarono iniziare gli altri, ma senza dubbio si sarebbero messi a parlare non appena se ne fosse presentata l'occasione e quando la loro timidezza si fosse dileguata un minimo. «Ma perché doveva accadere proprio a noi?» chiese la donna. Nella sua voce c'era risentimento e rabbia, ma le lacrime avevano incominciato a riempire i suoi occhi e a scorrerle lentamente giù per le guance. «Siamo stati molto bravi con nostro figlio; era così allegro e sveglio, sempre pronto a ridere, e noi lo adoravamo. Lo abbiamo cresciuto con così tante attenzioni, e avevamo pianificato per lui una vita ricca e piena...» Incapace di proseguire, si fermò e aspettò fino a che fu un pò più calma. «Scusami se mi agito così davanti a te,» continuò poi «ma è stato tutto troppo per me. Un giorno giocava e rideva, e pochi giorni dopo se ne era andato per sempre. È molto crudele, e perché doveva accadere proprio a noi? Abbiamo condotto una vita dignitosa; ci siamo amati, e ancora di più abbiamo amato nostro figlio. Ma ora se ne è andato, e la nostra vita è diventata una cosa vuota: mio marito nel suo ufficio, e io nella mia casa. È diventato tutto così orrendo e privo di significato.» Sarebbe andata avanti e ancora avanti nella sua amarezza, ma suo marito la fermò dolcemente. Ora stava singhiozzando, senza alcun ritegno, e al momento era tornata di nuovo silenziosa. Questo capita a tutti noi, non è così? Quando ti chiedi perché è dovuto capitare proprio a te, non vuoi davvero dire che avrebbe dovuto capitare solo agli altri e non a te: vuoi solo condividere la tua disperazione con gli altri. «Ma cosa abbiamo fatto per meritarcelo? Qual è il nostro karma? Perché nostro figlio non è sopravvissuto? Avrei dato volentieri la mia vita per lui.» Ma qualsiasi spiegazione, qualsiasi argomento convincente o credenza razionale, riempirà forse quel vuoto doloroso? «Naturalmente voglio essere consolata, ma non con semplici parole, e non da qualche speranza futura. Il risultato è che non riesco a trovare nessun conforto. Mio marito ha cercato di aiutarmi parlandomi dell'idea della reincarnazione, ma invano. E anche lui sta soffrendo; anche se crede nella reincarnazione, il dolore è sempre lì. Ne siamo entrambi pervasi e avvolti. È una sorta di incubo spaventoso e atroce.» Suo marito intervenne di nuovo per calmare le sue emozioni, che sgorgavano violente e incontrollabili. «Adesso mi calmo e ridivento ragionevole, mi dispiace.» «Signore, sappiamo così poco della vita, della morte, così poco della nostra sofferenza» disse il marito. «Da questo fatto in poi mi sembra di essere improvvisamente maturato, e di poter fare delle domande serie solo ora. Prima, la vita era allegra, e ridevamo sempre; ma la maggior parte delle cose che ci rendevano felici ora sembrano così stupide, così banali. È stato come una specie di tornado che sradica gli alberi e butta la sabbia nel cibo. Nulla sarà mai più come prima. D'un tratto, mi trovo a essere mortalmente serio, e desideroso di sapere che cos'è tutto questo, e dalla morte di nostro figlio ho letto più libri di religione e filosofia di quanti ne abbia mai letti nella mia vita prima; ma quando c'è il dolore e la disperazione, le sole parole non sono facili da accettare. So quanto facilmente una convinzione possa diventare un lento veleno. La fede attenua il bordo affilato del pensiero, ma ottunde anche il dolore, e senza di essa la mente diventerebbe una ferita aperta e dolorante. Siamo venuti qui per ascoltarti ieri sera. Non ci hai dato nessun conforto, ma capisco che è giusto così; ma desideriamo comunque lenire le nostre ferite. Ci puoi aiutare?» «La ferita che noi tutti abbiamo» si intromise uno degli altri due «non è da curare con le parole, con una frase confortante. Siamo venuti qui non per collezionare un'altra fede, ma per scoprire la causa della nostra disperazione.» Pensate che solamente sapendone la causa riuscirete a liberarvi dalla sofferenza? «Se finalmente riuscissi a sapere qual è la causa della mia sofferenza interiore, potrei porle fine. Non mangio una cosa nel momento in cui so che mi può avvelenare.» Pensate che sia una questione così semplice spazzare via la ferita interiore? Proviamo ad approfondire con pazienza e cautela. Qual è il nostro problema? «Il mio problema» rispose la moglie, «è semplice e chiaro. Perché mio figlio mi è stato strappato? Quale ne è stata la causa?» Credi che una spiegazione ti consolerebbe, per quanto confortante possa essere sul momento? Non dovresti invece scoprire da sola la verità della questione? «Come mi devo porre rispetto a questa cosa?» domandò la moglie. «Questo è anche uno dei miei problemi» disse uno degli altri due. «Come posso scoprire ciò che è vero in questo sconcertante e devastante miscuglio che è l'io"?» «Il nostro karma era quello di soffrire, di perdere colui che amavamo di più?» chiese il marito. «Forse potrei essere capace di sopportare il dolore della morte di mio figlio,» aggiunse la moglie «se solo potessi avere la consolazione di sapere perché mi è stato portato via.» La consolazione è una cosa e la verità un'altra; conducono in due direzioni diverse. Se cerchi conforto, lo puoi trovare in una spiegazione, in una droga o in una fede; ma sarà temporaneo e prima o poi dovrai ricominciare tutto daccapo. E poi, esiste davvero una cosa come il conforto? Potrebbe forse essere che tu debba dapprima vedere questo fatto: che una mente che ricerca conforto, sicurezza, sarà sempre nella sofferenza. Una spiegazione soddisfacente, o una fede confortante, può metterti a dormire in modo rassicurante; ma è questo ciò che vuoi? Questo spazzerà via il tuo dolore? La sofferenza si può spazzare via ricercando il sonno? «Suppongo che ciò che voglio veramente» proseguì la moglie «sia ritornare nello stato di felicità che conoscevo una volta, di riaverne la gioia e il piacere. E dal momento che non posso farlo, sono devastata dalla sofferenza, e perciò ricerco la consolazione.» Intendi dire che non vuoi affrontare il fatto che tu pensi essere causa del dolore, e quindi cerchi di fuggirlo? «Perché non dovrei essere consolata?» Ma puoi trovare un conforto duraturo? Non può esistere una cosa del genere. Nel ricercare la consolazione, ciò che vogliamo è uno stato in cui non ci dovrà essere alcun turbamento psicologico di nessun tipo. Ed esiste forse uno stato del genere? Si può cercare di mettere insieme, con vari mezzi, uno stato di consolazione, ma la vita presto tornerà a bussare alla nostra porta. Questo bussare alla porta, questo risveglio, è chiamato dolore. «Poiché lo hai chiarito riesco a vedere che è così. Ma io cosa devo fare?» insistette la moglie. Non c'è nulla da fare se non rendersi conto della verità di questo fatto, che una mente che ricerca conforto, sicurezza, sarà sempre soggetta alla sofferenza. Questa presa di coscienza è la sua stessa azione. Quando un uomo si rende conto di essere un prigioniero, non chiede cosa fare, ma un'intera serie di azioni viene suscitata o bloccata. Con la presa di coscienza stessa c'è già l'azione. «Ma, signore,» si intromise il marito «le nostre ferite sono reali, e noi non possiamo lenirle? Non esiste alcun processo di risanamento, ma solo uno stato di amara disperazione?» La mente può coltivare qualsiasi stato desideri, ma scoprire la verità di tutta questa situazione è tutt'altra questione. In effetti a che cosa stai pensando? «Nessun uomo sano vorrebbe coltivare l'amarezza. Esisterà sicuramente una filosofia della disperazione, ma non ho alcuna intenzione di seguire quel percorso. Voglio invece davvero scoprire quale sia la causa, il karma della nostra sofferenza.» Anche voi due volete approfondire questo argomento? «Certo, lo vogliamo davvero, signore. Abbiamo i nostri problemi che riguardano l'intero processo del karma, e aiuterebbe molto anche noi se potessimo considerarlo insieme.» Qual è l'etimologia della parola "karma"? «L'etimologia di quella parola è "agire"» rispose il marito, e gli altri annuirono assentendo. «Il karma, come comunemente interpretato – credo a torto – è l'azione come causa determinante. Il futuro è determinato dall'azione passata; quello che hai seminato lo raccoglierai. Ho fatto qualcosa nel passato per cui dovrò pagare, o per il quale dovrò guadagnare. Se mio figlio muore giovane, questo è dovuto a una causa nascosta in una vita passata. Esistono molte varianti di questa teoria generale.» Tutte le cose sorgono e hanno una loro esistenza attraverso la catena di causa ed effetto, giusto? «Questo sembra essere un fatto» rispose uno degli altri due. «Sono qui in questo mondo a causa di mio padre e mia madre, e in seguito ad altre cause ancora precedenti. Sono il risultato di cause che si diramano infinitamente all'indietro nel passato. Sia il pensiero sia l'azione sono il risultato di varie cause.» L'effetto è separato dalla causa? Esiste un divario, piccolo o grande, un intervallo di tempo fra i due? La causa è fissa come l'effetto? Se la causa e l'effetto sono statici, allora anche il futuro è già stabilito; e se è così, non esiste alcuna libertà per l'uomo, sarà sempre costretto in un solco predeterminato. Ma non è così, come puoi rilevare dagli accadimenti di tutti i giorni, in cui le circostanze influenzano continuamente il corso delle azioni. C'è sempre un movimento di cambiamento che va avanti, sia esso immediato o graduale. «Sì, lo vedo; ed è un immenso sollievo per me, che sono stato cresciuto nel condizionamento dell'unica causa e dell'unico effetto, rendermi conto che non abbiamo bisogno di essere schiavi del passato.» La mente non ha bisogno di essere trattenuta dal suo condizionamento. L'effetto di una causa non è tenuto a seguire la causa ma può essere spazzato via. Non esiste alcun inferno perenne. La causa e l'effetto non sono statici, prefissati; ciò che era l'effetto diventa la causa ancora di un altro effetto. L'oggi è modellato dall'ieri, e il domani dall'oggi. Questo è vero, non trovi? Così la causa e l'effetto non sono separati, ma sono un processo unitario. Un mezzo sbagliato non può essere usato per un fine giusto, poiché il mezzo è il fine; l'uno contiene l'altro. Il seme contiene l'intero albero. Se sentiamo davvero la verità di questo, allora il pensiero è azione, non c'è prima un pensiero, seguito poi dall'azione, con l'inevitabile problema di come costruire un ponte fra i due. La consapevolezza totale di causa ed effetto in quanto unità indivisibile pone fine all'autore dello sforzo, l"io" che perennemente diventa qualcosa attraverso qualche mezzo. «Ma non stai dando una tua interpretazione del karma?» chiese il marito. O è vero, o è falso. Ciò che è vero non ha bisogno di interpretazione, e ciò che viene interpretato non è vero. L'interprete diventa un traditore, poiché sta semplicemente offrendo la sua opinione, e l'opinione non è verità. «I testi affermano che ognuno di noi inizia la propria vita con un certo carico di karma accumulato che deve essere esaurito» proseguì il marito. «Ci viene detto che è proprio nell'elaborazione di questo karma accumulato, in una vita o in tante vite, che si verifica l'operazione del libero arbitrio. È così?» Ma tu che cosa pensi, mettendo da parte l'autorevolezza dei testi? «Mi sembra di non essere in grado di farmene un'opinione da solo.» Cerchiamo di considerare insieme l'argomento. La vita di ognuno nell'esistenza così come la conosciamo inizia sicuramente con un certo carico di condizionamento, di karma; ogni bambino è influenzato dal proprio ambiente a pensare all'interno di un modello precostituito, e il suo futuro tende a essere determinato da questo modello. Sia che segua, con una certa libertà d'azione, i dettami del modello, sia che rompa totalmente con essi. Nel secondo caso, quella parte della mente che fa lo sforzo di rompere è anch'essa il risultato del condizionamento, del karma; perciò, nel rompere con un certo modello, la mente ne creerà un altro, in cui verrà di nuovo intrappolata. «In quel caso, come potrà mai essere libera la mente? Vedo molto chiaramente che la parte della mente che desidera essere libera dal modello, e la parte che vi è intrappolata, sono entrambe trattenute, per così dire in una sorta di recinto: la prima pensa di essere diversa dalla seconda, ma essenzialmente hanno la stessa qualità per cui nessuna delle due è totalmente libera. Allora cos'è la libertà?» «La maggior parte delle persone» si intromise uno dei due giovani uomini «asserisce che esiste una specie di super anima, l'Atman, che agirà al di sopra del nostro condizionamento e lo annullerà attraverso la devozione e le buone opere, e la concentrazione sul Supremo.» Ma l'entità che è devota, che compie buone azioni, è essa stessa condizionata; e il Supremo su cui si concentra è una proiezione del suo condizionamento, o no? «Incomincio a capire» disse il marito con entusiasmo. «I nostri déi, i nostri concetti religiosi, i nostri ideali, sono tutti all'interno del modello del nostro condizionamento. Ora che lo hai chiarito, sembra così ovvio ed evidente. Ma allora non c'è alcuna speranza per l'uomo.» Saltare a una conclusione e incominciare a pensare partendo da quella conclusione impedisce la comprensione e qualsiasi ulteriore scoperta. Che cosa accade quando la totalità della mente si rende conto di essere trattenuta all'interno di un modello? «Non riesco a capire la tua domanda, signore.» Ti rendi davvero conto che la totalità della tua mente è condizionata, compresa quella parte che si suppone sia il sé superiore, l'Atman? Lo senti, lo riconosci come un fatto, o stai semplicemente accettando una spiegazione verbale? Che cosa si sta verificando in questo momento? «Non riesco a definirlo precisamente, poiché non ho mai pensato per bene a questo.» Quando la mente si rende conto della totalità del proprio condizionamento – cosa che non può fare fino a che sta semplicemente inseguendo la propria consolazione o sta pigramente scegliendo la via più facile – allora tutti i suoi movimenti arriveranno a una fine; sarà completamente immobile, senza nessun desiderio, senza nessuna costrizione, senza nessun motivo. Solo allora ci sarà la libertà. «Ma dobbiamo vivere in questo mondo, e qualsiasi cosa facciamo, dal guadagnarci da vivere sino alla più raffinata elucubrazione della mente, ha un motivo o un altro. Potrà mai esserci azione senza motivo?» Non pensi che ci sia? L'azione dell'amore non ha motivo, ogni altra azione sì.

14 – Vita, morte e sopravvivenza

Era un albero di tamarindo antico e maestoso, carico di frutti, e dalle foglie nuove e tenere. Cresciuto vicino a un fiume profondo, era irrorato abbondantemente e offriva agli uomini e agli animali la giusta dose di ombra. C'era sempre un continuo andirivieni e una grande confusione sotto di esso, chiacchiere ad alta voce, o un vitellino che chiamava la mamma. Era un albero splendidamente proporzionato e contro il cielo il suo contorno era imponente: aveva una vitalità senza età. Doveva essere stato testimone di molte cose dal momento che per innumerevoli estati aveva osservato il fiume e l'andirivieni lungo le sue rive. Era un fiume particolare, ampio e santo, e i pellegrini arrivavano da ogni parte del paese per bagnarsi nelle sue acque sacre. C'erano alcune barche che scivolavano silenziose sulle acque, con vele scure e quadrate. Quando la luna, piena e quasi rossa, saliva alta nel cielo, tracciando un percorso argenteo sulle acque danzanti, nel villaggio lì vicino e in quello dall'altra parte del fiume se ne rallegravano. Nei giorni di festa sacra gli abitanti del villaggio raggiungevano le rive, cantando allegre e melodiose canzoni: portavano con sé il loro cibo, e poi si bagnavano nel fiume, fra chiacchiere e risate; quindi posavano una ghirlanda di fiori ai piedi del grande albero, e spargevano ceneri rosse e gialle intorno al suo tronco, poiché anch'esso era sacro, come tutti gli alberi. E quando, cessate le chiacchiere e le grida, tutti rientravano a casa, continuavano a bruciare una o due torce, lasciate da alcuni pii abitanti del villaggio; queste lampade fatte in casa consistevano di uno stoppino appoggiato su un piattino di terracotta riempito d'olio, ed erano ciò che gli abitanti del villaggio potevano appena permettersi. Allora l'albero era sublime; tutte le cose gli appartenevano: la terra, il fiume, le persone e le stelle. Quindi si raccoglieva in se stesso, per distendersi nuovamente accarezzato dai primi raggi del sole del mattino. Spesso portavano un cadavere sulla riva del fiume. Dopo aver spazzato il terreno vicino all'acqua, dapprima ponevano a terra dei grossi ceppi per formare una base per la pira, e poi continuavano ammassando legni più leggeri sovrapposti; e in cima mettevano il corpo, ricoperto da un lenzuolo nuovo e candido. Il parente più stretto avvicinava una torcia accesa alla pira, e fiamme alte lambivano l'oscurità, illuminando l'acqua e i volti silenziosi di coloro che piangevano il defunto e degli amici che sedevano intorno al fuoco. L'albero accoglieva un pò di quella luce, e donava la sua pace alle fiamme danzanti. Ci volevano parecchie ore prima che il corpo si consumasse, ma tutti rimanevano seduti fino a che non fosse rimasto più nulla tranne le braci ardenti e piccole lingue di fiamma. Nel mezzo di questo enorme silenzio, un bambino scoppiava improvvisamente a piangere, e un nuovo giorno aveva inizio.

Era stato un uomo abbastanza conosciuto. Ora giaceva morente nella piccola casa dietro il muro, e il piccolo giardino, una volta molto curato, ora era trascurato e lasciato a se stesso. L'uomo era circondato dalla moglie e dai figli, e da altri parenti vicini. Forse sarebbero passati mesi, o anche di più, prima della sua dipartita, ma erano comunque tutti intorno a lui, e la stanza era satura di dolore. Non appena arrivai, l'uomo chiese a tutti di allontanarsi, cosa che fecero con riluttanza, tranne un bambino che stava giocando con alcuni giocattoli sul pavimento. Quando se ne furono andati, fece il gesto di avvicinarmi a una sedia e di prendere posto, e per qualche istante sedemmo l'uno di fronte all'altro senza dire una parola, mentre i rumori della casa e della strada invadevano la stanza. Parlava con difficoltà. «Tu lo sai, per molti anni ho pensato tanto alla vita, e ancora di più alla morte, poiché sono ammalato da molto tempo. La morte sembra una cosa tanto strana. Ho letto vari libri che trattavano questo argomento, ma erano tutti un pò superficiali.» Ma non sono forse superficiali tutte le conclusioni? «Non ne sono così sicuro. Se si potesse arrivare a determinate conclusioni profondamente soddisfacenti, queste avrebbero un qualche significato. Che cosa c'è di sbagliato nel giungere alle conclusioni, fin quando queste sono soddisfacenti?» Non c'è nulla di sbagliato in questo, ma non delinea forse un orizzonte ingannevole? La mente ha il potere di creare qualsiasi forma di illusione, e lasciarsene catturare sembra così inutile e immaturo. «Ho vissuto una vita abbastanza ricca, e ho seguito ciò che ho pensato fosse il mio dovere; ma naturalmente sono umano. In ogni caso, quel tipo di vita è ormai finito, ed eccomi qui, come una cosa inutile; fortunatamente la mia mente non ne è stata ancora intaccata. Ho letto molto, e sono ancora assolutamente desideroso come sempre di sapere cosa succede dopo la morte. Io continuo a essere o non resta proprio niente quando il corpo muore?» Posso chiederti perché sei così preoccupato di sapere cosa succederà dopo la morte? «Ma non è una cosa che vogliono sapere tutti?» Probabilmente è così; ma se non sappiamo neppure cosa sia vivere, come potremo mai sapere cosa sia la morte? Vivere e morire può essere la stessa cosa, e il fatto che noi abbiamo separato le due cose potrebbe essere fonte di grande sofferenza. «Sono consapevole di tutto ciò che hai detto al riguardo nei tuoi discorsi, ma ancora io voglio sapere. Per favore, non vuoi dirmi cosa accade dopo la morte? Non lo dirò a nessuno.» Perché stai lottando così strenuamente per sapere? Perché non lasci che l'intero oceano di vita e morte semplicemente sia, senza metterci il dito dentro? «Non voglio morire» disse, mentre la sua mano afferrava il mio polso. «Ho sempre avuto paura della morte; e anche se ho cercato di tranquillizzarmi attraverso razionalizzazioni e credenze, esse hanno solo agito come una leggera mano di vernice colorata stesa sopra questa profonda agonia di paura. Tutte le mie letture sulla morte sono state solamente uno sforzo per cercare di sfuggire da questa paura, per trovare una via d'uscita; ed è per la stessa ragione che ti sto implorando ora: ti prego, voglio sapere.» Ma potrà una qualsiasi fuga liberare la mente dalla paura? Non è forse l'atto stesso del fuggire che alimenta la paura? «Ma tu mi potresti dire qualcosa, e ciò che dirai per me sarà la verità. E questa verità mi renderà libero... » Restammo seduti in silenzio per un pò. Poi ricominciò a parlare. «Questo silenzio è stato più risanante e benefico di tutte le mie domande ansiose. Mi piacerebbe potervi rimanere dentro e spegnermi lentamente, ma la mia mente non me lo permetterà. Soffro molto nel fisico, ma non è nulla rispetto al tumulto che si agita nella mia mente. Esiste una continuità identificata nella morte? Questo "io" che ha gioito, sofferto, conosciuto, continuerà?» Ma cos'è quell'io" a cui la tua mente resta aggrappata, e che tu vuoi che abbia continuità? Per favore, non rispondere, ma ascolta quietamente, ci riuscirai? L"io" esiste solamente attraverso l'identificazione con la proprietà, con un nome, con la famiglia, con i fallimenti e i successi, con tutte le cose che sei stato e che vuoi essere. Tu sei quello con cui ti sei identificato; sei composto da tutto quello, e senza quello, tu non sei. Ma è questa identificazione con persone, proprietà e idee che tu vuoi che continui persino oltre la morte; e questa è una cosa vivente? O non è forse solamente un ammasso di desideri contraddittori, tentativi, riuscite e frustrazioni, con la sofferenza che sovrasta la gioia? «Può essere come suggerisci, ma è sempre meglio che non sapere niente del tutto.» Meglio il conosciuto che l'ignoto, quindi? Ma il conosciuto è così piccolo, così meschino, così delimitante. Il conosciuto è sofferenza, e nonostante ciò tu desideri ardentemente che continui. «Pensa a me, sii compassionevole, non essere così intransigente. Se solo io sapessi, potrei morire felice.» Signore, non lottare così strenuamente per sapere. Quando tutti gli sforzi per conoscere cessano, a quel punto affiora qualcosa che non è stato messo insieme dalla mente. L'ignoto è più grande del conosciuto; il conosciuto non è altro che una barca nell'oceano dell'ignoto. Lascia che tutte le cose fluiscano e siano. Sua moglie entrò proprio allora per offrirgli qualcosa da bere e il bambino si alzò e corse fuori dalla stanza senza curarsi di noi. Egli disse alla moglie di chiudere la porta, uscendo, e di non lasciare che il bambino rientrasse di nuovo. «Non sono preoccupato per la mia famiglia; il loro futuro è assicurato. È del mio futuro che mi preoccupo. Nel mio cuore sento che ciò che dici è giusto, ma la mia mente è come un cavallo al galoppo senza cavaliere. Mi aiuterai, o sono forse al di là di ogni possibile aiuto?» La verità è una cosa strana; più la ricerchi, più ti elude. Non puoi catturarla in nessun modo, per quanto sottile e sofisticato; non puoi trattenerla nella rete dei tuoi pensieri. Cerca di renderti conto di questo, e lascia che tutto fluisca. Nel viaggio di vita e morte devi camminare da solo; in questo viaggio non ci può essere alcun conforto di rassicurazione nella conoscenza, nell'esperienza, nei ricordi. La mente deve liberarsi di tutte le cose che ha ammassato nella sua urgenza di sentirsi sicura; i suoi déi e le sue virtù devono essere restituiti alla società che li ha alimentati. Ci deve essere la solitudine più completa e incontaminata. «I miei giorni sono contati, il mio respiro è corto, e tu mi stai chiedendo una cosa molto difficile: di morire senza sapere cosa sia la morte. Ma sono ben preparato. Che la mia vita sia, e forse troverò benedizione.»

15 – Il deteriorarsi della mente

Sulla punta della lunga e ampia ansa del fiume c'era la città, molto sacra e molto sporca. Lì il fiume scorreva impetuoso e la sua corrente principale sferzava il margine della città, spesso spazzando le scalinate che conducevano in acqua, e anche alcune vecchie case. Ma qualunque danno causasse nella sua furia, il fiume rimaneva sacro e bello. Era particolarmente bello quella sera, con il sole che tramontava dietro la città scura e il minareto solitario, che sembrava essere il punto in cui l'intera città si protendeva verso il cielo. Le nuvole erano color rosso dorato, infiammate dallo sfavillio di un sole che aveva viaggiato sopra una terra d'intensa bellezza e tristezza. E quando lo sfavillio si attenuò, lassù sopra la città scura ecco la luna nuova, tenera e delicata. Sulla riva opposta, a una certa distanza lungo il fiume, l'incantevole veduta nel suo insieme sembrava magica, eppure perfettamente naturale, senza un'ombra di artificialità. Lentamente la giovane luna scese dietro la massa scura della città, e iniziarono ad apparire luci; ma il fiume tratteneva ancora la luce del cielo serale, uno splendore dorato di incredibile leggerezza. Su questa luce, il fiume, c'erano centinaia di piccole barche da pesca. Per tutto il pomeriggio esili uomini scuri con lunghe pertiche avevano laboriosamente spinto le barche nel loro percorso controcorrente, in fila indiana a ridosso dell'argine; partendo dal villaggio di pescatori sotto la città, ogni uomo nella sua barca, talvolta con un bambino o due, si era spinto lentamente lungo il fiume oltrepassando il lungo ponte massiccio ed ora tornavano indietro a centinaia, portati dalla forte corrente. Pescavano tutta la notte, catturando pesci grossi e pesanti, lunghi dai 25 ai 40 centimetri che, tra le ultime convulsioni di qualcuno, venivano poi ammassati in barche più spaziose legate lungo l'argine, per essere venduti il giorno dopo. Le strade della città erano affollate di carri trainati da buoi, bus, biciclette e pedoni, qua e là una vacca o due. Le stradine strette, serpeggianti senza fine e costellate di negozi male illuminati erano fangose per le recenti piogge e sudice della sporcizia di uomini e animali. Una delle stradine conduceva alla larga scalinata che scendeva al vero e proprio bordo del fiume, e su quella scalinata succedeva di tutto. Alcuni sedevano vicino all'acqua, a occhi chiusi, in meditazione silenziosa; vicino a loro un uomo salmodiava di fronte a una folla entusiasta, che si stendeva ben oltre la scalinata; un pò più in là un mendicante lebbroso tendeva la sua mano avvizzita, mentre un uomo con ceneri sulla fronte e i capelli infeltriti stava istruendo la gente. Lì vicino un sannyasi dalla faccia e dalla pelle pulite e con abiti lavati di recente, sedeva immobile con gli occhi chiusi, la mente concentrata in una pratica durevole e serena. Un uomo con le mani a coppa pregava silenziosamente il cielo di riempirgliele e una madre col seno sinistro nudo stava allattando il suo bambino, dimentica di tutto. Più giù lungo il fiume, cadaveri trasportati dai villaggi vicini e dalle sporche città in espansione disordinata venivano arsi su grandi pire crepitanti. Lì succedeva tutto, perché quella era la più sacra e santa delle città. Ma la bellezza del fiume che fluiva quietamente sembrava cancellare tutto il caos umano, mentre dall'alto il cielo guardava giù con amore e meraviglia.

Eravamo in parecchi, due donne e quattro uomini. Una delle donne, un bel viso e lo sguardo acuto, aveva avuto un'eccellente educazione in patria e all'estero. L'altra donna era più modesta, e aveva uno sguardo colmo di una dolorosa richiesta. Uno degli uomini, un ex comunista che aveva lasciato il partito diversi anni prima, era esigente e incalzante; un altro era un artista, timido e riservato, ma abbastanza deciso da imporsi quando l'occasione lo domandasse; il terzo era un impiegato della burocrazia statale; il quarto era un insegnante molto gentile, dal sorriso improvviso, e desideroso di apprendere. Tutti stettero silenziosi per un pò, poi l'ex comunista parlò. «Perché c'è così tanto deterioramento in ogni campo della vita? Posso comprendere come il potere, anche se gestito in nome del popolo, sia essenzialmente malvagio e corruttore, come lei ha messo in evidenza. La dimostrazione di questo fatto la si vede nella storia. Il seme del male e della corruzione è insito in ogni organizzazione politica e religiosa, come è stato dimostrato dalla Chiesa nel corso dei secoli, e dal moderno comunismo, che ha promesso tanto ma che è diventato anch'esso corrotto e tirannico. Perché tutto deve deteriorarsi in questo modo?» «Sappiamo così tanto di così tante cose,» aggiunse la signora colta «ma la conoscenza sembra non arrestare la cancrena che c'è nell'uomo. Io scrivo un pò, mi hanno pubblicato un libro o due, ma vedo quanto facilmente la mente possa andare in pezzi proprio quando si è imparato il segreto di qualcosa. Se impari la tecnica per esprimerti bene, imbastisci un pò di temi interessanti o emozionanti, prendi l'abitudine di scrivere, e sei sistemato a vita; diventi popolare, e sei finito. Non sto dicendo questo per rancore o amarezza, perché io abbia fallito o abbia avuto un successo mediocre, ma perché vedo questo processo operare in altri e in me stessa. Sembra che non cerchiamo di sfuggire alla corrosione della routine e delle nostre capacità. Iniziare qualcosa di nuovo richiede energia e iniziativa, ma una volta iniziato, il germe della corruzione è già lì. C'è qualcuno che possa sfuggire a questo processo di corrompimento?» «Anche io» disse il burocrate «sono preso dalla routine del deterioramento. Pianifichiamo il futuro per i prossimi cinque o dieci anni, costruiamo dighe e incoraggiamo nuove industrie, tutte buone e necessarie; ma anche se le dighe possono essere costruite splendidamente e perfettamente mantenute, e si possono far funzionare le macchine con il grado minimo di inefficienza, d'altro canto il nostro pensiero diventa sempre più inefficiente, stupido e pigro. I computer e altri complicati giocattoli elettronici superano sempre di più l'uomo, eppure senza l'uomo non potrebbero esistere. La nuda verità è che solo pochi cervelli sono attivi e creativi, mentre gli altri vivono alle loro spalle, corrompendosi e spesso godendo della propria corruzione.» «Sono solo un insegnante, ma sono interessato a diversi tipi di educazione – un'educazione che possa prevenire l'inizio di questa cancrena della mente. Attualmente noi "educhiamo" un essere umano vivente a diventare uno stupido burocrate – chiedo scusa – con un gran lavoro e uno stipendio meraviglioso, oppure con una paga da inserviente e un'esistenza ancor più miserabile. So di cosa parlo perché vi sono impigliato dentro. Ma apparentemente è questo il genere di educazione che vuole il governo, perché vi stanno investendo denaro, e ogni cosiddetto educatore, me compreso, aiuta ed è complice di questo rapido deterioramento dell'uomo. Forse un metodo o una tecnica migliori metterebbero fine a questo deterioramento? La prego, signore, mi creda, sono molto serio nel porle questa domanda, non sto domandando solo per il piacere di parlare. Ho letto libri recenti sull'educazione, e invariabilmente trattano di un metodo o di un altro. E da quando ho udito lei ho iniziato a mettere in questione la cosa nel suo complesso.» «Sono un cosiddetto artista, e un paio di musei hanno comprato le mie opere. Sfortunatamente dovrò andare sul personale, della qual cosa spero gli altri non se ne avranno a male, perché il loro problema è anche il mio. Posso dipingere per un pò, poi passare alla ceramica, e poi fare qualche scultura. È la stessa pulsione che si esprime in diversi modi. Il genio è la forza, quel sentimento straordinario cui si deve dare una forma, e non l'uomo o il mezzo attraverso il quale esso si esprime. Forse non lo sto spiegando come si deve, ma capite quello che intendo. È questo potere creativo che deve essere mantenuto vivo, potente, sotto pressione estrema, come il vapore in un bollitore. Ci sono periodi in cui si sente questo potere; e se lo hai gustato una volta nulla al mondo può impedirti di volerlo ricatturare. Da allora in poi ci si sente tormentati, sempre insoddisfatti, perché la fiamma non è mai costante, mai completamente presente. Deve venire nutrita, coltivata; e ogni nutrimento la rende sempre più debole, sempre meno completa. Così la fiamma gradualmente muore, per quanto la sensibilità e la tecnica non vengano meno e si possa anche diventare famosi. Il gesto rimane, ma l'amore è partito e il cuore è morto; e così prende posto il deterioramento.» Il deterioramento è l'elemento centrale, o no?, qualunque possa essere il nostro stile di vita. L'artista lo sente in un modo, e l'insegnante in un altro: ma se siamo completamente coscienti dei nostri e degli altrui processi mentali, è del tutto ovvio che avanzi il deterioramento della mente, sia per l'anziano che per il giovane. Il deterioramento sembra essere inerente all'attività stessa della mente. Come una macchina si logora per l'uso, così la mente sembra rovinarsi per il proprio stesso agire. «Questo lo sappiamo tutti» disse la signora colta. «Il fuoco interiore, la forza creativa, sbiadisce dopo uno o due slanci, ma la capacità rimane, e quel surrogato di creatività nel tempo diventa un sostituto della creatività stessa. Lo sappiamo benissimo. La mia domanda è: come può resistere questa creatività senza perdere la sua bellezza e la sua forza?» Quali sono i fattori del deterioramento? Se li conoscessimo, forse sarebbe possibile mettervi fine. «Ci sono fattori specifici che si possano indicare chiaramente?» domandò l'ex membro di partito. «Il deterioramento potrebbe essere inerente all'effettiva natura della mente.» La mente è il prodotto della società e della cultura nelle quali si è sviluppata; e siccome la società si trova sempre in uno stato di corruzione e si autodistrugge sempre dal suo interno, anche uno spirito che continui a essere influenzato dalla società dovrà necessariamente trovarsi in stato di corruzione o deterioramento. Non è così? «Certamente, e proprio perché percepiamo questa realtà,» spiegò l'ex comunista «alcuni di noi hanno lavorato duramente e, temo, anche abbastanza brutalmente, per creare uno schema nuovo e solido in accordo col quale sentivamo che avrebbe dovuto funzionare la società. Sfortunatamente pochi individui corrotti si sono impossessati del potere, e noi tutti conosciamo il risultato.» Il deterioramento, signore, non potrebbe essere inevitabile se si crea uno schema per la vita individuale e collettiva dell'uomo? Con quale autorità altra da quella, astuta, del potere un qualsiasi individuo o gruppo ha il diritto di creare uno schema onnicomprensivo per l'uomo? La Chiesa lo ha fatto, col potere della paura, della lusinga e della promessa, e ha reso prigioniero l'uomo. «Pensavo di sapere, come pensa di saperlo il prete, qual è il giusto modo di vivere per l'uomo; ma ora, insieme a molti altri, vedo che stupida arroganza sia quella. Comunque rimane il fatto che il deterioramento è il nostro destino: qualcuno può forse sfuggirvi?» «Non possiamo educare i giovani» domandò l'insegnante «a essere coscienti dei fattori di corruzione e deterioramento, in modo che essi li evitino istintivamente, come eviterebbero un flagello?» Non stiamo forse girando intorno all'argomento senza affrontarlo? Consideriamo insieme la cosa. Sappiamo che le nostre menti si deteriorano in modi differenti, a seconda dei nostri temperamenti individuali. Ora, si può mettere fine a questo processo? E che cosa intendiamo con la parola deterioramento? Addentriamoci lentamente. Il deterioramento di cui parliamo non è uno stato della mente che si conosce per comparazione con uno stato incorrotto che la mente ha momentaneamente sperimentato e nel cui ricordo ora vive, sperando di riviverlo con qualche mezzo? Non è la condizione di uno spirito frustrato nel suo desiderio di successo, autocomprensione, e via dicendo? Lo spirito ha forse tentato, fallendo, di diventare qualcosa, e per questo sente di patire un deterioramento? «È tutto questo insieme» disse la signora colta. «Come minimo mi pare di riconoscermi in una delle condizioni che hai appena descritte, se non in tutte.» Questo fuoco interiore di cui parlavi prima, quando si è manifestato? «È giunto inaspettatamente, senza che lo cercassi, e quando è andato via non ero più capace di farlo tornare. Perché lo chiedi?» È giunto quando non lo cercavi; non è giunto né per il tuo desiderio di successo né per la brama di un intossicante senso di esaltazione. Adesso che è andato via lo stai cercando, perché dava momentaneamente senso a una vita che diversamente non aveva senso; e siccome non riesci a ricatturarlo, senti che il deterioramento si è messo in moto. Non è così? «Penso di sì, non solo per me, ma per la maggior parte di noi. I furbi costruiscono una filosofia intorno al ricordo di questa esperienza, e così catturano gente innocente nella loro rete.» Tutto questo non porta a qualcosa che potrebbe essere il fattore centrale e dominante del deterioramento? «Vuoi dire l'ambizione?» Quella è solo una delle facce del nucleo accumulato: il centro intenzionale ed egocentrico di energia che è l'"io", l'ego, il censore, colui che esperisce e che giudica l'esperienza. Non potrebbe essere questo il fattore centrale, l'unico, del deterioramento? «È un'attività autoreferenziale ed egoistica» chiese l'artista, «comprendere cos'è la propria vita senza quell'intossicazione creativa? Non riesco a crederlo.» Non è una questione di credenze o di convinzioni. Consideriamo un pò meglio la cosa. Quello stato creativo è giunto senza un invito, era lì senza che tu lo cercassi. Ora che è scomparso ed è diventato un ricordo, tu vuoi riviverlo, cosa che hai tentato di fare con varie forme di stimolazioni. Potresti occasionalmente averne toccato il limite estremo, il bordo esteriore, ma ciò non è abbastanza, e tu ne sei sempre affamato. Ebbene, ogni desiderio smodato, persino delle cose più elevate, non è forse un'attività del sé? Non è rivolta al sé? «Così pare, se la metti in questo modo» concedette l'artista. «Ma è il desiderio in una forma o nell'altra, che ci motiva tutti, dal santo più austero al più umile contadino.» «Pensi che ogni miglioramento di sé sia egoistico?» chiese l'insegnante. «Ogni sforzo per migliorare la società è un'attività egocentrica? L'educazione non è un miglioramento che espande il sé, che fa fare progressi nella giusta direzione? È egoistico conformarsi a un modello migliore di società?» La società è sempre in uno stato di degenerazione. Non c'è una società perfetta. La società perfetta può esistere in teoria, ma non nella realtà. La società si basa sulle relazioni umane, che sono motivate da avarizia, invidia, desiderio di possesso, gioie superficiali, la ricerca del potere, e via dicendo. Non si può migliorare l'invidia: l'invidia deve cessare. Mettere un rivestimento di civiltà alla violenza attraverso l'ambiguo discorso degli ideali, non è porre fine alla violenza. Educare uno studente a conformarsi alla società è soltanto incoraggiarlo a mettere al sicuro la pulsione al deterioramento. Arrampicare la scala del successo, diventare qualcuno, guadagnare considerazione – è questa la vera sostanza della nostra struttura sociale degenerata, e farne parte significa deterioramento. «Stai dicendo» domandò l'insegnante, in modo piuttosto ansioso «che dobbiamo rinunciare al mondo e diventare degli eremiti, dei sannyasi?» È relativamente facile, e a suo modo utile, rinunciare al mondo esterno: la casa, la famiglia, il nome, la proprietà; ma è tutt'altra questione mettere fine – senza uno scopo, senza una promessa di un futuro felice – al mondo interiore dell'ambizione, del potere, del successo, e ridursi davvero a un nulla. L'uomo inizia dal punto sbagliato, ossia dalle cose, e così persiste sempre nella confusione. Iniziamo dal punto giusto: partiamo da vicino per arrivare lontano. «Non si dovrebbe adottare una pratica definita per metter fine a questo deterioramento, questa inefficienza e pigrizia della mente?» domandò il funzionario statale. La pratica o la disciplina implicano un incentivo, il raggiungimento di un fine; e questa non è un'attività egocentrica? Diventare virtuosi è un processo egoistico, che conduce alla rispettabilità. Quando coltivi in te stesso una condizione di non-violenza, sei ancora violento anche se con un nome differente. Oltre a tutto ciò, c'è un altro fattore di degenerazione: lo sforzo, in tutte le sue forme più sottili. Ma questo non significa invocare la pigrizia. «Santo cielo, signore, è chiaro che ci stai portando via ogni cosa!» esclamò il funzionario. «E quando ci togli tutto, che cosa ci rimane? Nulla!» La creatività non è un processo consistente nel diventare o nel conseguire qualcosa, ma uno stato dell'essere nel quale lo sforzo della ricerca di sé è totalmente assente. Quando il sé fa uno sforzo per essere assente, il sé è presente. Deve cessare ogni sforzo, senza più moventi o lusinghe, da parte di quella cosa complessa chiamata mente. «Questo vorrebbe dire morte, no?» Morte di tutto ciò che conosciamo, ossia l'"io". È solo quando la totalità della mente è quieta che la creatività senza nome viene all'essere. «Che cosa intendi con mente?» domandò l'artista. La coscienza e anche l'inconscio; i recessi nascosti del cuore e le porzioni della mente formate dall'educazione. «Ho ascoltato» disse la signora che era rimasta silenziosa «e il mio cuore comprende.»

16 – La fiamma dell'insoddisfazione

Alla luce del primo mattino, le ombre delle foglie dell'albero davanti alla finestra danzavano sul muro bianco della stanza. Spirava una leggera brezza, e le ombre non stavano mai ferme: erano vive quanto le foglie stesse. Poche foglie si muovevano leggermente, con grazia e agio, ma il movimento delle altre era violento, a scatti e irrequieto. Il sole era appena spuntato dietro a una collina fittamente boschiva. La giornata non sarebbe stata calda, per via della brezza che soffiava dalle montagne innevate del nord. Di buonora c'era una strana quiete – la quiete della terra assopita prima che gli uomini inizino le loro tribolazioni. In quella quiete si udivano gli strilli dei pappagalli, che volavano pazzamente sui prati e sui boschi, c'erano i richiami rauchi dei corvi e gli schiamazzi di molti uccelli, c'erano i fischi lontani di un treno, e l'esplosione della sirena di una fabbrica che annunciava l'ora d'inizio del lavoro. Era l'ora nella quale la mente è aperta come il cielo e vulnerabile come l'amore. La strada era molto affollata e la gente che vi camminava poneva scarsa attenzione al traffico dei veicoli. Sorridendo si facevano tutti da parte, ma prima dovevano guardare intorno per vedere chi facesse tutto quel rumore dietro di loro. C'erano biciclette, bus e carri trainati da buoi, e uomini che guidavano carri più leggeri carichi di sacchi di grano. I negozi, che vendevano ogni cosa desiderabile, dagli aghi alle motociclette, traboccavano di gente. Quella stessa strada portava in aperta campagna attraverso la parte ricca della città, con il suo tipico riserbo e la sua pulizia; non lontano c'era la famosa tomba. Si lasciava l'auto all'entrata principale e si salivano alcuni scalini, passando sotto un'arcata aperta, in un giardino ben tenuto e irrigato. Percorrendo un sentiero sabbioso e altri scalini si passava sotto un'altra arcata dalle tegole blu, e si entrava in un giardino interno completamente circondato da un muro. Era enorme: c'erano acri di dolci prati verdi, begli alberi e fontane. Faceva fresco all'ombra e il suono dell'acqua che cadeva era piacevole. Il sentiero circolare che correva lungo il muro al margine del prato era contornato da fiori sgargianti, e ci sarebbe voluto un bel pò di tempo per percorrerlo tutto. Seguendo il sentiero che tagliava il prato ci si meravigliava che tanto spazio, tanta bellezza, e tanta manodopera potessero essere stati investiti per una tomba. Poi ci si inerpicava per una lunga rampa di scale, che dava su una vasta piattaforma coperta da lastre di arenaria di color marrone rossiccio. Su quella piattaforma si ergeva la maestosa tomba. Era fatta di marmo liscio e levigato, e la singola bara di marmo risplendeva alla dolce luce del sole che filtrava attraverso l'intricato graticcio della finestra di marmo. Sembrava solitaria nella sua pace, sebbene attorniata da grandiosità e bellezza. Dalla piattaforma si poteva vedere il punto nel quale la città vecchia con le sue cupole e le sue strade incontrava la nuova, con i suoi piloni di ferro per le stazioni radio. Era strano vedere l'incontro del vecchio col nuovo: l'effetto era di un'eccitazione di tutto il tuo essere. Era come se il passato e il presente di tutta la vita ti stessero davanti come un semplice fatto, senza l'interferenza di un censore e della sua scelta. L'orizzonte azzurro si estendeva lontano oltre la città e i boschi: sarebbe esistito per sempre, mentre il nuovo sarebbe diventato vecchio.

Erano in tre, tutti abbastanza giovani, fratello e sorella più un amico. Ben vestiti e molto colti, parlavano con facilità diverse lingue e sapevano disquisire dei libri più recenti. Era strano vederli in quella stanza nuda: c'erano solo due sedie, e uno dei giovani era costretto a sedersi scomodamente sul pavimento, spazzando la sporcizia con i suoi pantaloni ben stirati. Un passero che aveva il suo nido proprio lì fuori apparve improvvisamente sul davanzale della finestra aperta, ma vedendo facce sconosciute, sbatté le ali e volò via di nuovo. «Siamo venuti a parlare di un problema abbastanza personale» spiegò il fratello, «e speriamo che non ti dia fastidio. Posso iniziare? Vedi, mia sorella sta attraversando un periodo orribile. È troppo timida per spiegarlo lei stessa perciò per il momento parlerò io. Ci vogliamo davvero molto bene tra di noi, e siamo stati inseparabili fin da quando eravamo ragazzi. Non c'è niente di malsano nel nostro stare insieme, ma lei è stata sposata due volte e due volte divorziata. Abbiamo vissuto questo tutti assieme. I mariti a modo loro erano persone a posto, ma mi sento coinvolto riguardo a mia sorella. Abbiamo consultato un noto psichiatra, ma per qualche motivo non ha funzionato. Non avevamo certo bisogno di trovarci in questa situazione, ora. Anche se non ti avevo mai incontrato personalmente, ti conosco da vari anni, e ho letto alcuni dei tuoi discorsi che sono stati pubblicati; quindi ho persuaso mia sorella e il nostro comune amico a venire con me, ed eccoci qui.» Fece una pausa per alcuni attimi, poi continuò. «Il nostro problema è che mia sorella non sembra soddisfatta di nulla. Letteralmente nulla le dà soddisfazione o la rende contenta. La scontentezza è diventata quasi una mania per lei, e se non facciamo qualcosa potrebbe andare in crisi completa.» Non è un bene essere scontenti? «In una certa misura sì» replicò lui «ma ci sono limiti a tutto, e questa cosa è andata troppo in là.» Che cosa c'è che non va nell'essere totalmente scontenti? Ciò che normalmente chiamiamo scontentezza è l'insoddisfazione che insorge quando un desiderio particolare non è realizzato. Non è così? «Forse, però mia sorella ha tentato tante cose, inclusi quei due matrimoni, e non è mai stata felice. Fortunatamente non ci sono stati figli, il che avrebbe complicato ulteriormente la questione. Ma penso che ora lei possa parlare da sola: ho soltanto voluto aprire la discussione.» Che cos'è la contentezza, e che cos'è la scontentezza? La scontentezza conduce alla contentezza? Essere scontenti: si può mai trovare l'alternativa? «Nulla mi soddisfa per davvero» disse la sorella. «Siamo tutti benestanti, ma le cose che si possono comprare col denaro hanno perso il loro significato. Ho letto un sacco ma, sono certa che tu lo sai, leggere non porta da nessuna parte. Ho sguazzato in diverse dottrine religiose, ma sembrano tutte fondamentalmente fasulle, e dopo che cosa rimane? Ci ho pensato un bel pò, e ora so che non è per la mancanza di figli che sono così. Se avessi dei figli darei loro il mio amore, e tutto il resto, ma questo tormento dell'insoddisfazione di sicuro continuerebbe. Non riesco a trovare un modo per dirigerla o per canalizzarla in qualche attività o interesse che mi assorbano completamente, come invece sembra riuscire a fare la maggior parte delle persone. Se vi riuscissi sarebbe una navigazione facile: ci sarebbero burrasche occasionali, il che nella vita è inevitabile anche se si vorrebbe sempre essere nelle vicinanze di acque tranquille. Io mi sento come se mi trovassi in una tempesta perpetua, senza nessun porto quieto. Voglio trovare un pò di agio, da qualche parte; ma come ho detto, quel che le religioni possono offrirmi mi appare fondamentalmente stupido, null'altro che un mucchio di superstizioni. Tutto il resto, inclusa l'adorazione dello Stato, è soltanto un sostituto razionale della cosa reale – e io non so cosa sia la cosa reale. Ho tentato varie quisquilie divertenti, inclusa l'attuale filosofia francese dell'angoscia, ma mi sono ritrovata a mani vuote. Ho persino voluto sperimentare un paio delle nuove droghe; ma questo, ovviamente, è l'atto finale della disperazione. Tanto varrebbe suicidarsi. Ora sai tutto.» «Se riesco a esprimerlo a parole,» disse l'amico «mi sembra che tutta la questione si risolverebbe se soltanto lei riuscisse a trovare qualcosa che la interessasse davvero. Se avesse un interesse vitale che le occupasse la mente e la vita, questa scontentezza che la divora scomparirebbe. Conosco questa signora e suo fratello da molti anni, e non ho mai smesso di dire che le sue sfortune nascono dal non avere qualcosa che possa distoglierle la mente da lei stessa. Ma nessuno presta attenzione a quello che dice un vecchio amico.» Posso chiedere perché non dovresti essere scontenta? Perché non dovresti essere consumata dalla scontentezza? E che cosa intendi con questa parola? «È una pena, un'ansia straziante, e naturalmente te ne vuoi liberare. Sarebbe una forma di masochismo non volerne uscire. Dopotutto si dovrebbe essere in grado di vivere felici, e non essere incessantemente mossi dalla pena dell'insoddisfazione.» Non sto dicendo che dovresti godere di questa pena o semplicemente che dovresti sopportarla. Ma perché dovresti tentare di sfuggire a essa attraverso un'occupazione interessante, o attraverso qualche altra forma di soddisfazione durevole? «Non è naturale?» domandò l'amico. «Se soffri, vuoi liberarti della sofferenza.» Non ci capiamo. Che cosa intendiamo con "essere scontenti"? Non stiamo solo indagando il significato meramente linguistico della parola, o la sua spiegazione, e nemmeno stiamo cercando le cause della scontentezza, a cui dovremo arrivare tra poco. Quello che stiamo cercando di fare è esaminare la condizione della mente che si lascia catturare dalla pena della scontentezza. «In altre parole, che cosa fa la mia mente quando è scontenta? Non lo so, non mi sono mai fatto prima questa domanda. Lasciami riflettere. Ma ho capito bene la domanda?» «Signore, credo di intuire quello che domandi» aggiunse il fratello. «Qual è il sentimento di una mente presa nella morsa della scontentezza? È così?» Qualcosa del genere. Un sentimento è straordinario in se stesso – non è vero? – a parte il suo carattere di piacere o dolore. «Ma può esserci un sentimento» chiese la sorella «che non sia identificato come piacere o dolore?» L'identificazione causa forse un sentimento? Non può esserci un sentimento senza identità, senza nome? Ora possiamo occuparci di questa domanda, ma di nuovo chiedo: che cosa intendiamo con scontentezza? La scontentezza esiste di per sé, come sentimento isolato, oppure è correlata a qualcosa? «È sempre correlata a qualche altro fattore, a qualche impulso, desiderio o volontà, giusto?» disse l'amico. «Deve sempre esserci una causa; la scontentezza è solo un sintomo. Vogliamo essere o acquisire qualcosa, e se per qualche ragione non possiamo diventiamo insoddisfatti. Penso che sia questa la causa della sua scontentezza.» Lo è? «Non lo so, non sono giunta fino a quel punto» rispose la sorella. Non sai perché sei scontenta? È perché non hai trovato nessuna cosa in cui riversare te stessa? E se trovassi qualche interesse o attività nelle quali occupare completamente la tua mente, la pena della scontentezza se ne andrebbe via per questo? È quello che vuoi per essere contenta? «Dio mio, no!» esplose lei. «Sarebbe terribile, sarebbe una stagnazione.» Ma non è questo che stai cercando? Puoi anche avere orrore dell'essere contenta, ma nel tuo voler essere libera dalla scontentezza tu persegui un genere superiore di contentezza, non è vero? «Non credo di volere l'appagamento; ma voglio essere libera da questa infelicità infinita data dalla scontentezza.» I due desideri sono forse differenti? La maggior parte delle persone sono scontente, ma di solito addomesticano la scontentezza trovando qualcosa che dia loro soddisfazione, e poi vanno avanti meccanicamente e ammuffiscono, o inacidiscono, e così via. È questo che cerchi? «Non voglio diventare cinica, e neppure ammuffire, sarebbe troppo stupido. Voglio soltanto trovare un modo per alleggerire la pena di questa incertezza.» La pena c'è solo quando opponi resistenza all'incertezza, quando vuoi esserne libera. «Intendi dire che devo rimanere in questo stato?» Per piacere, ascoltami. Tu condanni lo stato in cui ti trovi: la tua mente vi si oppone. Ma la scontentezza è una fiamma che deve continuare a bruciare vivida, e non deve essere spenta da qualche interesse o attività ricercata come reazione al dolore. La scontentezza è dolorosa solo quando vi si resiste. Un uomo che sia puramente soddisfatto, senza comprendere il pieno significato della scontentezza, è un dormiente: non è sensibile all'intero movimento della vita. La soddisfazione è una droga ed è relativamente facile da trovare. Ma se si comprende il pieno significato della scontentezza, la ricerca della certezza deve cessare. «È difficile non voler essere certi di qualcosa.» A parte le certezze matematiche, esiste qualche certezza, qualcosa di psicologicamente permanente? O c'è soltanto impermanenza? Ogni relazione è impermanente; ogni pensiero, con i suoi simboli, ideali, proiezioni, è impermanente. La proprietà è perdita, e persino la vita si conclude nella morte, nell'ignoto, nonostante l'uomo costruisca migliaia di meravigliose strutture intellettuali per scongiurarla. Separiamo la vita dalla morte, e così entrambe ci restano ignote. La contentezza e lo scontento sono come le due facce della stessa medaglia. Per liberarsi dalla pena della scontentezza la mente deve cessare di ricercare la contentezza. «Allora non c'è appagamento?» L'autoappagamento è una vana ricerca, no? In un sé appagato ci sono paura e disappunto. Ciò che si è guadagnato diventa cenere; ma di nuovo lottiamo come prima per riguadagnare, e di nuovo veniamo presi dall'affanno. Quando diventiamo coscienti di questo processo complessivo, allora l'autoappagamento, in qualsiasi direzione e a qualsiasi livello, non ha più alcun significato. «Quindi lottare contro la scontentezza significa smorzare la fiamma della vita» concluse lei. «Penso di aver capito il senso di quello che hai detto.»

17 – Trasformazione esteriore e disintegrazione interiore

Il treno del sud era molto affollato, però altre persone vi si stavano stipando, con i loro pacchi e bauli. Erano vestiti in ogni loggia e modo. Qualcuno vestiva pesanti cappotti, mentre altri indossavano a malapena qualcosa, sebbene facesse abbastanza freddo. C'erano giubbe lunghe e stretti chudidar, turbanti di colori diversi, alcuni annodati sciattamente, altri perfettamente. Quando tutti si furono più o meno sistemati, si udirono le grida dei venditori sulla banchina della stazione. Vendevano quasi ogni cosa; acqua di seltz, sigarette, riviste, noccioline, the e caffè, dolci e cibi cotti, giocattoli, coperte, e abbastanza stranamente un flauto, fatto di bambù levigato. Il suo venditore ne suonava uno simile, che aveva un timbro piacevole. Era una folla eccitata e rumorosa. Molte persone erano venute per salutare un uomo che doveva essere stato una persona piuttosto importante, dato che era appesantito da ghirlande che emanavano un buon profumo in mezzo al fumo acre del motore e agli altri spiacevoli odori tipici delle stazioni ferroviarie. Due o tre persone stavano aiutando una donna anziana a entrare nello scompartimento: questa però era piuttosto robusta e insisteva per caricare lei stessa il suo pesante bagaglio. Un bambino piangeva urlando con tutta la sua voce mentre la madre tentava di tenerlo al seno. Suonò una campanella, il fischio della locomotiva sibilò e il treno iniziò a muoversi, e non si sarebbe più fermato per molte ore. Era una bella regione e c'era ancora la rugiada sui campi e sulle foglie degli alberi sparsi. Per un pò viaggiammo lungo un fiume in piena, e la campagna sembrava aprirsi in una bellezza e vitalità senza fine. Qua e là c'erano piccoli villaggi fumosi, con il bestiame che girovagava per i campi, o si abbeverava a una fonte. Un ragazzo vestito di stracci sporchi conduceva due o tre vacche davanti a sé lungo un sentiero; allo sferragliare del treno fece un cenno con la mano, sorridendo. Quel mattino il cielo era intensamente azzurro, le recenti piogge avevano lavato gli alberi e ben irrigato i campi, e le persone si accingevano ai loro lavori; ma non era per questo che il cielo era vicinissimo alla terra. C'era nell'aria un sentimento di qualcosa di sacro, al quale rispondeva tutto il tuo essere. La qualità di quella benedizione era strana e salutare: l'uomo solitario che camminava lungo quella strada e la baracca lungo la strada ne erano impregnati. Non si sarebbe mai trovata nelle chiese, nei templi o nelle moschee, perché questi sono costruiti dall'uomo e i loro déi sono manufatti. Ma lì in aperta campagna e in quel treno sferragliante c'era la vita inesauribile, una benedizione che non avrebbe mai potuto essere né richiesta né concessa. Era lì per essere colta, come quel piccolo fiore che spuntava vicinissimo ai binari. Nel treno le persone chiacchieravano e ridevano, oppure leggevano i giornali del mattino, ma quella benedizione era tra loro, e tra le tenere cose nascenti dell'inizio di primavera. Era lì, immensa e semplice, era l'amore che nessun libro può rivelare, e che la mente non può raggiungere. Era lì presente in quel mirabile mattino: la vera vita della vita.

Eravamo in otto nella stanza, che era gradevolmente scura, ma solo due o tre prendevano parte alla conversazione. Appena fuori stavano tagliando l'erba: qualcuno affilava una falce e le voci dei bambini entravano nella stanza. Coloro che erano venuti lo avevano fatto con le intenzioni più serie. Lavoravano tutti con molto impegno in vari modi per il miglioramento della società, e non per un puro guadagno personale; ma la vanità è una cosa strana e si nasconde sotto le vesti della virtù e della rispettabilità. «L'istituzione che rappresentiamo si sta disintegrando,» iniziò a dire il più vecchio di loro «ha iniziato a naufragare in passato, da vari anni, e dobbiamo fare qualcosa per fermare questa disintegrazione. È così facile distruggere un'organizzazione, ma così difficile costruirne una e tenerla in vita. Abbiamo fronteggiato molte crisi, e in qualche modo siamo sempre riusciti a sormontarle, ammaccati, ma ancora capaci di andare avanti. Ora però abbiamo raggiunto un punto nel quale dobbiamo fare qualcosa di drastico, ma cosa? Questo è il nostro problema.» Quello che va fatto dipende dai sintomi del paziente e da coloro che hanno la responsabilità su di lui. «Conosciamo benissimo i sintomi della disgregazione, sono anche troppo evidenti. Sebbene esteriormente l'istituzione sia riconosciuta e fiorente, internamente è corrotta. I nostri lavoratori sono quello che sono; abbiamo avuto i nostri dissidi ma ci siamo arrangiati per andare avanti insieme per più anni di quanti io abbia voglia di ricordare. Se ci accontentassimo delle semplici apparenze esteriori potremmo considerare che va tutto bene; ma quelli di noi che sono all'interno sanno che è il declino.» Tu e altri che avete costruito questa istituzione e ne siete responsabili l'avete resa quello che è; voi siete l'istituzione. E la disintegrazione è essenziale per ogni istituzione, per ogni società e cultura, non è così? «È così» assentì un altro. «Come hai detto tu, il mondo è come lo facciamo noi; il mondo siamo noi, e noi siamo il mondo. Per cambiare il mondo, dobbiamo cambiare noi stessi. Questa istituzione è parte del mondo: se noi ci corrompiamo si corrompono anche il mondo e l'istituzione. Quindi la rigenerazione deve iniziare da noi stessi. Il problema, signore, è che per noi la vita non è un processo totale; agiamo a differenti livelli, ognuno in contraddizione con gli altri. Questa istituzione è una cosa, e noi siamo un'altra cosa. Siamo manager, presidenti, segretarie, i dirigenti di più alto livello che mandano avanti l'istituzione. Noi non guardiamo a essa come alla nostra stessa vita; è qualcosa di separato da noi, qualcosa che va gestito e riformato. Quando dici che l'organizzazione è quello che siamo noi, possiamo ammetterlo a parole, ma non interiormente; ci sentiamo coinvolti nell'operare sull'istituzione e non su noi stessi.» Riuscite a vedere che avete bisogno di un'operazione? «Vedo che abbiamo bisogno di un'operazione drastica,» disse il più vecchio «ma chi può essere il chirurgo?» Ognuno di noi è il chirurgo e il paziente; non c'è un'autorità esterna che possa maneggiare il bisturi. La percezione autentica del fatto che un'operazione sia necessaria mette in moto un'azione che è già in sé l'operazione stessa. Ma se un'operazione deve esserci, questo implica un disagio notevole, squilibrio, perché il paziente deve smettere di vivere secondo la routine. Il disagio è inevitabile. Evitare ogni disagio alle cose e lasciarle così come sono significa avere la medesima armonia di un cimitero, ben tenuto e ordinato ma colmo di putredine sepolta. «Ma poiché è così che siamo fatti, è possibile operare su noi stessi?» Signore, con questa domanda non stai già costruendo un muro di resistenza che impedisca all'operazione di avere luogo? Così permetti inconsciamente al deterioramento di continuare. «Voglio compiere l'operazione su me stesso, ma mi pare di non essere in grado di farlo.» Quando tenti di operare te stesso non c'è più nessuna operazione. Fare uno sforzo per arrestare il deterioramento è un altro modo per sfuggire alla realtà del fatto; significa permettere al deterioramento di continuare. Signore, tu non vuoi realmente un'operazione, vuoi solo rattoppare, migliorare le apparenze esteriori con piccoli cambiamenti qua e là. Vuoi riformare, ricoprire la putredine con l'oro, per poter avere il mondo e l'istituzione che desideri. Ma invecchiamo tutti e moriremo. Non ti sto dicendo queste cose alla leggera: perché non scosti la mano e lasci che avvenga l'operazione? Scorrerà sangue pulito e sano, se non lo ostacoli.

18 – Per cambiare la società bisogna rompere con essa

Il mare era calmissimo quel mattino, più del solito, perché il vento del sud aveva cessato di soffiare, e prima che iniziasse il vento del nordest il mare si prendeva una pausa. La sabbia era imbiancata dal sole e dall'acqua salmastra, e c'era un forte odore di ozono, misto a quello delle alghe. Non c'era ancora nessuno sulla spiaggia, e avevi tutto il mare per te. Grandi granchi con una chela più grande dell'altra si muovevano qua e là con lentezza, guardandosi attorno e agitando in aria la chela più grande. C'erano anche dei granchi più piccoli, del genere consueto, che correvano all'acqua sciabordante, o guizzavano in buchi rotondi nella sabbia umida. Centinaia di gabbiani stavano lì intorno a riposarsi e lisciarsi le penne. Il cerchio del sole stava uscendo dall'acqua e tracciava un percorso dorato sulle acque calme. Tutto sembrava attendere quel momento, e quanto rapidamente sarebbe trascorso! Il sole continuava a salire fuori dal mare, che era quieto come un lago al riparo in qualche foresta profonda. Nessuna foresta avrebbe potuto contenere quelle acque, troppo inquiete, troppo possenti e vaste; ma quel mattino erano mansuete, dolci e invitanti. Sotto un albero tra la sabbia e l'acqua blu, si svolgeva una vita tutta indipendente dai granchi, dall'acqua salmastra e dai gabbiani. Grosse formiche nere guizzavano tutto intorno, senza fare attenzione a dove andavano. Salivano sull'albero, poi improvvisamente si affrettavano giù senza ragione apparente. Due o tre si fermavano impazientemente, giravano intorno la loro testa e poi, con un'intensa esplosione di energia andavano dritte verso un pezzo di legno che dovevano avere esaminato centinaia di volte; lo indagavano nuovamente con estrema curiosità, poi un secondo più tardi perdevano interesse per esso. Era tutto molto calmo sotto l'albero, anche se tutto lì attorno era vivissimo. Tra le foglie non spirava un soffio d'aria, e ogni foglia era pregna della bellezza e della luce del mattino. C'era intensità intorno all'albero, non l'intensità terribile del perseguire qualcosa, o del divenire, ma l'intensità dell'essere completo, semplice, solo e tuttavia parte della terra. I colori delle foglie, dei pochi fiori, dei tronchi scuri, erano resi mille volte più intensi, e i rami sembravano sostenere il cielo. All'ombra di quell'albero tutto era incredibilmente pulito, chiaro e vivo. La meditazione è un'intensificazione della mente che avviene nella pienezza del silenzio. La mente non è calma come un animale domato, spaventato o disciplinato; è calma come lo sono le acque profonde. La calma laggiù non è come quella della superficie quando si smorza il vento. Quella calma ha una vita e un movimento proprio che è collegato al flusso esteriore della vita, senza esserne toccato. La sua intensità non è quella di qualche potente macchina assemblata da mani abili ed esperte: è semplice e naturale come l'amore, come il fulmine, come un fiume che scorre.

Disse che aveva fatto politica fino ad averne fin sopra le orecchie. Aveva fatto le cose usuali per salire la scala del successo – aveva coltivato le persone giuste, era entrato in confidenza con i leader che che avevano salito essi stessi la medesima scala – e la sua ascesa era stata rapida. Era stato inviato all'estero in molte importanti missioni, ed era considerato con rispetto da quelli che contano, perché era sincero e incorruttibile, sebbene fosse ambizioso come tutti gli altri. Oltre a tutto ciò aveva fatto buone letture e le parole gli uscivano con facilità. Ma adesso per qualche strano caso si era stancato di quel gioco, consistente nell'aiutare il paese promuovendo se stesso e diventando una persona molto importante. Se n'era stancato non perché non potesse salire ancora più in alto ma perché, attraverso un processo naturale di comprensione, era giunto a vedere come il profondo miglioramento umano non risiede interamente nella pianificazione, nell'efficienza, nell'arrampicata al potere. Perciò aveva lasciato perdere tutto e aveva iniziato a riconsiderare da capo la vita nella sua totalità. Che cosa intendi dicendo «la vita nella sua totalità»? «Ho trascorso molti anni lungo un braccio del fiume, lasciandolo così com'era, ora voglio trascorrere gli anni rimanenti della mia vita sul fiume vero e proprio. Sebbene mi sia goduto ogni minuto della lotta politica, non lascio la politica con rimpianto, e ora desidero contribuire al miglioramento della società con il mio cuore e non più con la mente sempre intenta al calcolo. Quello che ho preso alla società voglio restituirlo almeno dieci volte tanto.» Di che cosa sei debitore alla società? «Di ogni cosa che ho; il mio conto in banca, la mia educazione, la mia reputazione, insomma così tante cose!» In realtà tu non hai preso nulla alla società, poiché sei parte di essa. Se tu fossi un'entità separata, non connessa alla società, allora potresti restituirle quello che le hai preso. Ma tu sei parte della società, parte della cultura che ti ha costituito. Puoi restituire del denaro preso a prestito, ma che cosa puoi restituire alla società, dato che ne sei parte? «Grazie alla società io ho denaro, cibo, abiti, protezione, e devo fare qualcosa in cambio. Per ammassare denaro ho approfittato della struttura della società e sarebbe da ingrati voltare la schiena. Bisogna fare un buon lavoro per la società, un buon lavoro in senso largo, e non come farebbe un ingenuo filantropo.» Capisco quello che vuoi dire; ma anche se tu restituissi tutto quello che hai messo insieme, questo ti libererebbe dal tuo debito? Quello che la società ti ha concesso grazie ai tuoi sforzi è relativamente facile da restituire; puoi darlo ai poveri o allo Stato. E poi? Avrai ancora il tuo "dovere" verso la società, perché tu ne sei parte: sei uno dei suoi cittadini. Fino a quando appartieni alla società, ti identifichi in essa, sei allo stesso tempo il creditore e il debitore. Tu sostieni la società, supporti la sua struttura, non è vero? «È vero. Sono parte integrante della società, come hai detto tu: senza di essa io non esisto. Poiché io sono sia il bene che il male della società, devo rimuovere il male e promuovere il bene.» In ogni cultura o società il "bene" è ciò che è accettato, ciò che è rispettabile. Tu vuoi sostenere ciò che è nobile nella struttura della società, giusto? «Quello che voglio fare è cambiare il modello sociale di cui l'uomo è prigioniero. Dico questo con la massima sincerità.» Il modello sociale è istituito dall'uomo; non è indipendente dall'uomo, sebbene abbia vita propria, e l'uomo non è indipendente da esso: sono interdipendenti. Cambiare stando all'interno del modello significa non cambiare per nulla; è una pura modificazione, una riforma. Solo rompendo con il modello sociale senza edificarne un altro puoi "aiutare" la società. Finché appartieni alla società la aiuti soltanto a deteriorarsi. Tutte le società, comprese le più meravigliose utopie, hanno in sé il germe della loro corruzione. Per cambiare la società devi rompere con essa. Devi cessare di essere quello che è la società: avido, ambizioso, invidioso, assetato di potere, e così via. «Intendi dire che devo diventare un monaco, un sannyasi?» Certamente no. Il sannyasi ha soltanto rinunciato allo spettacolo esterno del mondo e della società, ma interiormente ne fa ancora parte: brucia ancora del desiderio di conseguire, di guadagnare, di diventare qualcuno. «Sì, lo capisco.» Certamente, poiché ti sei bruciato nella politica, il tuo problema non è soltanto rompere con la società, ma tornare totalmente alla vita, amare ed essere semplice. Senza amore, per quanto tu faccia tutto quello che puoi non conoscerai mai l'azione totale che sola salva l'uomo. «È vero, signore: noi non amiamo, non siamo davvero semplici.» Perché? Perché siete così coinvolti nelle riforme, nelle impellenze, nella rispettabilità, nel diventare qualcuno, nello spuntarla sulla parte avversa. Nel nome di altri siete coinvolti in voi stessi; siete prigionieri nel vostro stesso guscio di conchiglia. Pensate di essere il centro di questo bellissimo pianeta. Non vi fermate mai a guardare un albero, un fiore, un fiume che scorre, e se per puro caso date un'occhiata i vostri occhi sono pieni delle cose della mente, e non di bellezza e amore. «Ancora una volta, è vero, ma cosa dobbiamo fare?» Guardate e siate semplici.

19 – Dove c'è "io" non c'è amore

I rosai appena al di là del cancello erano coperti di rose di un rosso acceso, fragranti di profumo, e le farfalle volteggiavano sopra di essi. C'erano anche calendule e piante fiorite di piselli odorosi. Il giardino dominava il fiume e quella sera era invaso dalla luce dorata del tramonto. Barche da pesca, in qualche modo foggiate come gondole, apparivano scure sulla superficie calma del fiume. Il villaggio tra gli alberi sulla riva opposta era lontano circa un miglio, eppure le voci giungevano nitidamente attraverso il fiume. Dal cancello c'era un sentiero che conduceva al fiume. Raggiungeva una strada sterrata che veniva usata dalla gente del villaggio nei loro viaggi da e verso la città. Quella strada terminava bruscamente sull'argine di un ruscello che confluiva nel fiume più grande. Non era un argine sabbioso, ma era impastato di argilla umida, nella quale affondavano i piedi. In quel punto avrebbero costruito un ponte di bambù attraverso il ruscello, ma in quel momento c'era una tozza chiatta carica di gente del villaggio che tornava tranquilla dalla giornata di commerci in città. Due uomini ci traghettarono, mentre gli abitanti del villaggio stavano seduti accalcati nel fresco della sera. C'era un piccolo braciere da accendersi quando si fosse fatto un pò più buio, ma la luna li avrebbe illuminati. Una ragazzina trasportava un cesto di legna da ardere; l'aveva posata durante l'attraversamento del ruscello e adesso incontrava difficoltà a risollevarla. Era piuttosto pesante per una ragazzina, ma con qualche aiuto riuscì ad appoggiarla con cura sulla sua testolina, e il suo sorriso sembrò riempire l'universo. Noi tutti salimmo l'argine ripido con passi cauti e subito gli abitanti del villaggio si inoltrarono nella strada chiacchierando. Lì era in aperta campagna e il suolo era molto ricco per i sedimenti di molti secoli. La terra piatta e ben coltivata, punteggiata di stupendi alberi vecchi, si estendeva fino all'orizzonte. C'erano campi di profumate piante di pisello con fiori bianchi, grano autunnale e altri cereali. Da un lato scorreva il fiume, vasto e tortuoso, e a dominare il fiume c'era un villaggio, rumoroso di attività. Qui il sentiero era molto antico; si diceva che l'Illuminato vi avesse camminato, e i pellegrini lo avevano usato per diversi secoli. Era un sentiero sacro e lungo quella via santa qua e là c'erano piccoli templi. Gli alberi di mango e tamarindo erano molto vecchi, e qualcuno stava morendo, dopo avere visto così tante cose: si stagliavano contro il dorato cielo serale, con i rami scuri spalancati. Poco oltre c'era un boschetto di bambù, ingialliti per l'età, e in un piccolo frutteto una capra legata a un albero da frutto stava belando al suo piccolo che faceva balzi e saltelli tutt'intorno. Il sentiero passava per un altro boschetto di mango, e accanto a uno stagno tranquillo. C'era una calma immobile e ogni cosa sperimentava un momento di benedizione. La terra e ogni cosa su di essa divennero sante. Non che la mente fosse cosciente di quella pace come di qualcosa al suo esterno, qualcosa da ricordare e comunicare, ma c'era un'assenza totale di qualsiasi moto della mente. C'era soltanto l'incommensurabile.

Era un uomo piuttosto giovane, disse di essere all'inizio della quarantina, e sebbene avesse già affrontato delle udienze e parlasse con grande sicurezza, tuttavia era abbastanza timido. Come tanti altri della sua generazione aveva flirtato con la politica, con la religione e con le riforme sociali. Scriveva poesie, e sapeva stendere il colore sulla tela. Numerosi leader tra i più in vista erano suoi amici, e in politica sarebbe potuto andare lontano; ma aveva scelto diversamente ed era contento di nascondere la sua luce in una lontana città di montagna. «È da molti anni che desidero vederti. Tu non te ne puoi ricordare ma una volta mi trovai sulla stessa nave diretta in Europa in cui eri tu, prima della Seconda guerra mondiale. Mio padre era molto interessato ai tuoi insegnamenti ma io mi dispersi nella politica e in altre cose. Il mio desiderio di parlarti alla fine divenne così persistente che non potevo più zittirlo. Voglio mettere a nudo il mio cuore – ed è qualcosa che non ho mai fatto con nessun altro – perché non è facile discutere di se stessi con gli altri. Per qualche tempo ho assistito ai tuoi discorsi e alle tue discussioni in luoghi differenti, ma recentemente ho provato una grande urgenza di vederti privatamente, perché sono giunto in un vicolo cieco.» Di che genere? «Mi sembra di non essere capace di "progredire". Ho fatto meditazione, non come quella che affascina te, ma cercando di essere cosciente del mio proprio pensiero, e così via. In questo processo invariabilmente cado addormentato. Suppongo che ciò avvenga perché sono pigro e facilone. Ho digiunato e ho tentato varie diete, ma questa letargia persiste.» Questo è dovuto a pigrizia o a qualcos'altro? C'è forse in te una frustrazione profonda, interiore? Forse la tua mente è stata resa pigra e insensibile dagli eventi della tua vita? Posso chiederti se in te non è forse assente l'amore? «Non lo so signore. Ho vagamente pensato a queste questioni ma non sono mai stato capace di concludere qualcosa. Forse sono stato soffocato da troppe cose buone e cattive. In un certo senso per me la vita è stata troppo facile: la famiglia, il denaro, delle capacità sicure, e così via. Nulla mi è stato davvero difficile, e questo può essere il problema. Questa sensazione generale di essere a mio agio e di avere la capacità di trovare la mia via in quasi ogni situazione potrebbe avermi reso fiacco.» È proprio così? Questa non è soltanto una descrizione di eventi superficiali? Se queste cose ti avessero colpito profondamente avresti condotto un genere di vita differente, avresti seguito la via facile. Invece non lo hai fatto, perciò deve esserci un processo differente in atto che rende la tua mente pigra e inetta. «E allora cos'è? Non mi sono mai preoccupato per il sesso: l'ho praticato ma per me non è mai stato una passione al punto da diventarne schiavo. Iniziava con l'amore e terminava con la delusione, ma non con la frustrazione. Di questo sono proprio sicuro. Non condanno e non cerco il sesso. In ogni caso per me non è un problema.» Questa indifferenza ha distrutto la tua sensibilità? Dopotutto amore è vulnerabilità e una mente che ha costruito difese contro la vita cessa di amare. «Non credo di avere costruito una difesa contro il sesso, ma l'amore non è necessariamente sesso, e in realtà io non so proprio se amo o no.» Vedi, le nostre menti sono coltivate con così tanta cura che noi riempiamo il cuore con le cose della mente. Consacriamo la maggior parte del nostro tempo e della nostra energia per guadagnarci da vivere, per accumulare conoscenze, ci consacriamo alla fiamma delle fedi, al patriottismo e all'adorazione dello Stato, alle attività di riforma sociale, al perseguimento di ideali e virtù, e a molte altre cose con le quali la mente si tiene occupata. Così il cuore si svuota, e la mente si arricchisce delle sue abilità. E questo dà luogo all'insensibilità, non è vero? «È vero che noi coltiviamo troppo la mente. Adoriamo la conoscenza, e l'uomo di intelletto viene onorato, ma pochi di noi amano nel senso di cui parli tu. Riguardo a me, onestamente non so proprio dire se in me c'è dell'amore. Non uccido per mangiare. Mi piace la natura. Mi piace andare nei boschi e sentirne il silenzio e la bellezza. Mi piace dormire sotto le stelle. Ma questi sono indizi del mio amore?» La sensibilità verso la natura fa parte dell'amore, ma non è l'amore, giusto? Essere gentili e premurosi, fare buone azioni e non domandare nulla in cambio, questo fa parte dell'amore, ma non è l'amore, non è così? «Ma allora che cos'è l'amore?» L'amore è tutto questo insieme, ma anche molto di più. La totalità dell'amore non è misurabile dalla mente; e per cogliere questa totalità, la mente deve svuotarsi delle sue preoccupazioni, siano esse nobili o egocentriche. Domandare come fare per svuotare la mente, o come non essere egocentrici, significa cercare un metodo, e seguire un metodo è un'altra occupazione della mente. «Ma è possibile svuotare la mente senza qualche genere di sforzo?» Ogni sforzo, sia quello "giusto" che quello "sbagliato" rinforza il centro, il nucleo essenziale della comprensione, l'io. Dove c'è "io" non c'è amore. Ma stavamo parlando della letargia della mente, della sua insensibilità. Non hai forse letto moltissimo? E la conoscenza non potrebbe fare parte di quel processo di perdita di sensibilità? «Non sono un erudito, ma ho letto molto, e mi piace curiosare nelle biblioteche. Rispetto la conoscenza e non capisco bene perché tu pensi che la conoscenza susciti necessariamente l'insensibilità.» Che cosa intendiamo con "conoscenza"? La nostra vita è in gran parte una ripetizione di quanto ci hanno insegnato, o no? Possiamo aumentare il nostro sapere ma il processo ripetitivo continua e rinforza l'abitudine dell'accumulazione. Che cosa sai al di fuori di quello che hai letto o ti hanno insegnato, o di ciò di cui hai fatto esperienza? Ciò di cui fai esperienza adesso prende forma da ciò di cui hai fatto esperienza prima. Un'esperienza ulteriore fa ancora parte di ciò che hai già sperimentato in passato, anche se ingrandito o modificato, e così si mantiene il processo ripetitivo. La ripetizione di ciò che è buono o cattivo, del nobile o del triviale, ovviamente suscita l'insensibilità, perché la mente si muove soltanto entro i confini del già noto. Non può essere per questo che la tua mente è pigra? «Ma non posso mettere da parte tutto quello che so, tutta la conoscenza che ho accumulato.» Sei tu quella conoscenza, tu sei le cose che hai accumulato; sei il disco che ripete sempre quello che ha inciso sopra. Sei la canzone, il rumore, la chiacchiera della società, della tua cultura. Esiste forse un "tu" incorrotto, che sta in disparte da quella chiacchiera? Quel centro dell'ego ora è ansioso di liberarsi da tutte le cose che ha accumulato, ma lo sforzo per liberarsi fa ancora parte del processo di accumulazione. Ecco che hai un nuovo disco da suonare, con parole nuove, ma la tua mente è ancora pigra, insensibile. «Me ne rendo perfettamente conto, hai descritto molto bene il mio stato psicologico. Ho imparato, a suo tempo, il gergo di varie ideologie, sia religiose che politiche, ma, come tu hai detto, la mia mente è rimasta essenzialmente la medesima. Ora ne sono cosciente con molta chiarezza, e sono anche cosciente che questo intero processo rende la mente superficialmente sveglia, ingegnosa ed esteriormente dinamica, ma al di sotto della superficie c'è ancora sempre quel vecchio centro del sé che è l'ego.» Sei cosciente di tutto ciò come di un fatto reale oppure lo conosci soltanto attraverso la descrizione di qualcun altro? Se non è una tua scoperta personale, qualcosa che non hai trovato per conto tuo, allora è ancora soltanto la parola e non il fatto a essere importante per te. «Non riesco a seguirti su questo punto. Signore, procedi lentamente, per piacere, e spiegami di nuovo.» Conosci qualcosa o riconosci soltanto? Il riconoscimento è un processo di associazione e memoria, che è anche conoscenza. Questo è giusto, no? «Credo di capire quello che intendi. So che quell'uccello è un pappagallo soltanto perché mi è stato insegnato così. Attraverso l'associazione e la memoria, e quindi la conoscenza, avviene un riconoscimento, e a quel punto io dico: è un pappagallo.» La parola "pappagallo" ti ha trattenuto dal guardare realmente l'uccello, quella cosa che vola. Noi non guardiamo quasi mai il fatto, ma la parola o il simbolo che stanno al posto del fatto. Il fatto recede e la parola, il simbolo, diventa l'unica cosa importante. Ora: puoi guardare il fatto, qualunque esso sia, dissociato dalla parola, dal simbolo? «Mi pare che la percezione del fatto e la coscienza della parola che rappresenta il fatto si presentino alla mente nello stesso istante.» La mente può separare il fatto dalla parola? «Non credo che possa farlo.» Forse lo stiamo rendendo più difficile di quanto non sia. Quell'oggetto si chiama albero; la parola e l'oggetto sono due cose separate, o no? «Effettivamente sì, ma come tu hai detto noi guardiamo sempre l'oggetto attraverso la parola.» Riesci a separare l'oggetto dalla parola? La parola "amore" non è il sentimento, il fatto di amare. «Ma in un certo senso anche la parola è un fatto, o no?» In un certo senso sì. Le parole esistono per comunicare, e anche per ricordare, per fissare nella mente un'esperienza passeggera, un pensiero, un sentimento; perciò la mente stessa è la parola, l'esperienza, è la memoria di un fatto accaduto in termini di piacere e dolore, bene e male. L'intero processo si svolge nella dimensione temporale, nella dimensione del conosciuto. E ogni rivoluzione in quella dimensione non è affatto una rivoluzione, ma soltanto una modificazione di quello che è accaduto. «Se ti capisco correttamente stai dicendo che ho reso la mia mente pigra, letargica, insensibile, attraverso un pensiero tradizionale e ripetitivo, di cui fa parte l'autodisciplina. Per porre fine al processo ripetitivo, bisogna rompere quel disco registrato che è il sé; e deve essere rotto soltanto guardando le cose come sono, e non attraverso sforzi. Lo sforzo, dici tu, non serve ad altro che a mettere in funzione il grammofono, perciò in quello non c'è speranza. E allora cosa fare?» Guarda i fatti, il che cosa, e lascia che siano i fatti ad agire. Non agire sui fatti: l'"io" non è altro che un meccanismo ripetitivo, con le sue opinioni, i suoi giudizi, la sua conoscenza. «Tenterò» disse lui con franchezza. Tentare significa oliare il meccanismo ripetitivo, e non porvi fine. «Signore, mi stai portando via tutto, e non mi rimane nulla. Ma può essere questa la novità.» Lo è.

20 – La frammentazione rende l'uomo malato

Era mattino presto e una bruma leggera nascondeva i cespugli e i fiori. Un'intensa rugiada aveva lasciato un cerchio di umidità intorno a ogni albero. Il sole stava appena sorgendo dietro un boschetto, che in quel momento era calmissimo perché gli uccelli schiamazzanti si erano dispersi con l'arrivo del giorno. I motori degli aerei venivano scaldati, e il loro ruggito riempiva l'aria del primo mattino; prestissimo sarebbero partiti per diversi luoghi di questo gran continente, e all'infuori degli usuali rumori quotidiani di una città, tutto sarebbe ridiventato quieto. Un mendicante con una bella voce cantava per strada, e il canto aveva quella qualità nostalgica così familiare a chiunque. La sua voce non si era arrochita, e in mezzo allo sferragliamento dei bus e alle grida della gente che si chiamava per strada, aveva un suono piacevole e invitante. Chi viveva nei dintorni doveva sentirlo ogni mattina. Molti mendicanti fanno dei giochetti, o hanno delle scimmie che fanno dei giochetti: sono sapienti e sofisticati, con uno sguardo astuto e un sorriso facile. Ma quel mendicante era di una specie completamente differente. Era un semplice mendicante, con un lungo bastone e abiti sporchi e stracciati. Non aveva pretese, né modi lusinghieri. Gli altri ricevevano più elemosine di lui, perché alla gente piace essere blandita, essere chiamata con nomi graziosi, oppure ricevere benedizioni e auguri di prosperità. Ma quel mendicante non faceva nessuna di quelle cose. Mendicava, e quando gli facevano la carità chinava il capo e andava avanti; non c'era in lui alcuna posa, né alcun gesticolare. Percorreva tutta la lunga strada scura, cedendo il passo alla gente; alla fine della strada girava a destra in una strada più stretta e quieta, e ricominciava il suo canto, e alla fine si perdeva in una delle stradine vicine. Era piuttosto giovane, e una sensazione piacevole emanava da lui. L'aereo decollò all'ora prestabilita e si arrampicò dolcemente sopra la città, con le sue cupole, le sue tombe antiche e i suoi lunghi isolati di brutti e pretenziosi immobili costruiti di recente. Al di là della città c'era il fiume, vasto e sinuoso, dalle acque di un pallido verde-blu: l'aereo lo seguiva dirigendosi verso sud-est. Ci eravamo assestati a circa duemila metri di altitudine, e il paese giaceva sotto i nostri occhi, nettamente diviso in zone irregolari di color verde-grigio, ogni pezzettino di un diverso proprietario. Il fiume serpeggiava attraversando numerosi villaggi, e a partire dal fiume si diramavano canali scavati dall'uomo, diritti e stretti, che raggiungevano i campi. Centinaia di chilometri a est iniziavano ad apparire le montagne ricoperte di neve, eteree e quasi irreali nel loro brillio rosato. A tutta prima sembravano fluttuare sopra l'orizzonte, ed era molto difficile credere che fossero montagne, con vette aguzze e formazioni massicce. Dalla superficie della terra, a quella distanza non si potevano vedere, ma da quell'altezza erano visibili e spettacolarmente belle. A fatica se ne distoglieva lo sguardo, per paura di perdere la minima sfumatura della loro bellezza e grandiosità. Una catena montuosa succedeva lentamente a un'altra, un picco massiccio a un altro. Ricoprivano la totalità dell'orizzonte a nordest, e anche dopo che avevamo volato per due ore erano ancora lì. Era davvero incredibile: il colore, l'immensità e la solitudine. Si dimenticava ogni altra cosa, i passeggeri, il capitano che faceva domande, e le hostess che domandavano i biglietti. Non era la condizione del bambino assorto nel suo giocattolo, o quella del monaco nella sua cella, e neppure quella del sannyasi sulla riva del fiume. Era uno stato di totale attenzione nel quale non c'era distrazione possibile. C'erano soltanto la bellezza e la gloria della terra. Non c'era alcun osservatore.

Psicologo, psicoanalista e dottore in medicina, l'uomo era piuttosto corpulento, con una grossa testa e occhi seri. Disse di essere venuto per parlare di varie questioni: non avrebbe fatto uso del gergo della psicologia e della psicoanalisi, ma avrebbe usato parole familiari a entrambi. Siccome aveva studiato gli psicologi famosi, e lui stesso era stato in analisi con uno di loro, conosceva i limiti della moderna psicologia e il suo valore terapeutico. Non aveva sempre successo, spiegò, ma nelle mani delle persone giuste offriva grandi possibilità. Naturalmente c'erano molti ciarlatani, come c'era da aspettarsi. Aveva anche studiato, ma non approfonditamente, il pensiero orientale e la concezione orientale della coscienza. «Quando in Occidente si scoprì l'inconscio e se ne dette una descrizione, nessuna università vi riservò spazio, e nessun editore si arrischiò a pubblicarne il testo; ma oggi, naturalmente, dopo solo due decenni, la parola è sulle labbra di tutti. Ci piace pensare di avere scoperto tutto, e che l'Oriente sia una giungla di misticismo e di prestidigitazioni per fare trucchi; ma la verità è che l'Oriente intraprese l'esplorazione della coscienza molti secoli fa, usando solo simboli differenti, con significati più vasti. Dico questo soltanto per indicare che sono desideroso di apprendere, e che non ho le consuete prevenzioni degli occidentali a questo riguardo. Noi specialisti della psicologia aiutiamo i disadattati a ritornare nella società, e questa sembra essere la nostra preoccupazione principale. Ma in qualche modo io personalmente non sono soddisfatto di questo, il che mi porta a una delle questioni che volevo discutere. Questo è tutto ciò che noi psicologi possiamo fare? Non possiamo fare qualcosa di più che aiutare gli individui disadattati a tornare nella società?» È proprio sana la società, perché un individuo debba ritornarvi? Non è la società stessa che ha reso malati gli individui? Naturalmente il malato deve essere guarito, questo va da sé; ma perché una persona dovrebbe adattarsi a una società malata? Se è sano non ne farà parte. Se non mettiamo prima in questione la salute della società, a che giova aiutare i disadattati a conformarsi alla società? «Non credo che la società sia sana; la mandano avanti, e ne vivono, i frustrati, coloro che vogliono il potere, i superstiziosi. Si trova sempre in uno stato di convulsione. Durante l'ultima guerra ho partecipato al tentativo di dare sostegno psicologico ai soldati che non riuscivano ad adattarsi da soli agli orrori del campo di battaglia. Probabilmente di per sé stavano bene ma c'era una guerra in corso, e bisognava vincerla. Alcuni di coloro che hanno combattuto e sono sopravvissuti hanno ancora bisogno di aiuto psichiatrico, e riportarli nell'ambito della società sta diventando un bel lavoraccio.» Aiutare una persona ad adattarsi a una società che è sempre in guerra con se stessa: è questo che ci si aspetta dagli psicologi e dagli psicoanalisti? Le persone devono essere guarite solo per poter poi uccidere o essere uccise? Se uno non viene ucciso, o se non impazzisce, allora non gli resta che adattarsi alla struttura dell'odio, dell'invidia, dell'ambizione e della superstizione, che può essere estremamente razionale? «Ammetto che la società non è quello che dovrebbe essere, ma che cosa ci possiamo fare? Non si può uscire dalla società; bisogna lavorare in essa, condurre una vita in essa, soffrire e morire in essa. Non si può diventare dei reclusi, oppure una di quelle persone che si ritirano e pensano solo alla propria salvezza. Dobbiamo salvare la società a dispetto di essa.» La società è la relazione degli esseri umani con gli esseri umani; la sua struttura si basa sulle sue coercizioni, ambizioni, odi, vanità, invidie, sull'intera complessità della sua brama di dominare e ubbidire. Se l'individuo non rompe con questa struttura corrotta, quale valore fondamentale può avere l'aiuto medico? L'individuo non potrà far altro che ricadere nella malattia. «Curare è il dovere di un medico. Noi non siamo riformatori sociali: quello è il lavoro dei sociologi.» La vita è una sola, non è divisa in compartimenti. Dobbiamo preoccuparci dell'uomo nella sua interezza: del suo lavoro, del suo amare, della sua condotta, della sua salute, della sua morte e del suo Dio, così come della bomba atomica. È la frammentazione dell'uomo che lo rende malato. «Alcuni di noi lo capiscono, ma cosa possiamo fare? Noi stessi non siamo uomini completi con concezioni globali e condotta e finalità armoniose. Guariamo una parte mentre il rimanente si disintegra, per vedere solo a quel punto che la corruzione profonda sta distruggendo l'intero. Che cosa dobbiamo fare? Qual è il mio dovere di medico?» Ovviamente è guarire; ma non è anche responsabilità del medico guarire la società nel suo insieme? Non ci può essere una riforma della società: ci può essere soltanto una rivoluzione al di fuori della struttura sociale. «Ma ritorno alla mia domanda: in quanto individui che cosa possiamo fare noi?» Rompere con la società, innanzitutto: essere liberi non soltanto dai condizionamenti esteriori ma dall'invidia, dall'ambizione, dall'adorazione del successo e così via. «Questa libertà ci darebbe più tempo per studiare, e ci sarebbe sicuramente una maggiore tranquillità. Ma non porterebbe a un'esistenza un pò superficiale e inutile?» Al contrario, la libertà dall'invidia e dalla paura procurerebbe a ogni individuo una condizione di integrazione, non ti pare? Metterebbe fine alle varie forme di fuga che causano inevitabilmente confusione e intima contraddizione e allora la vita avrebbe un significato più profondo e vasto. «Certe forme di fuga non sono benefiche per un'intelligenza limitata? La religione è uno splendido rifugio per molte persone: conferisce un significato, per quanto illusorio, alla loro esistenza altrimenti vuota e sinistra.» Proprio come il cinema, i romanzi e certe droghe: e tu vorresti incoraggiare queste forme di fuga? Gli intellettuali hanno anch'essi i loro mezzi di evasione, grossolani o raffinati, e quasi ogni persona ha i suoi punti deboli. Quando simili persone si ritrovano in posizioni di potere, generano maggiori guai e sofferenza. La religione non è un problema di dogmi e credenze, di rituali e superstizioni, così come non è la ricerca della salvezza personale, che è comunque un'attività egocentrica. La religione è un modo totalizzante di vivere, è la comprensione della verità, che non è una proiezione della mente. «Lei domanda troppo a una persona normale, che vuole i suoi divertimenti, i suoi rifugi, la sua religione rassicurante, e qualcuno da seguire o da odiare. Ciò verso cui tende richiede una diversa educazione, una diversa società mondiale, e né i nostri politici né i nostri normali educatori sono capaci di questa visione più vasta. Suppongo che l'uomo debba attraversare il cammino lungo e oscuro dell'infelicità e della pena prima di poter emergere come essere umano intelligente e completo. Al momento questo non mi preoccupa. Quello che mi preoccupa adesso sono i relitti umani, per i quali posso fare davvero molto: ma sembra così insufficiente in questo oceano di infelicità! Come lei dice, dovrò raggiungere uno stato di integrazione personale, impresa non da nulla. «C'è un'altra cosa, di natura personale, della quale vorrei parlare con lei, se possibile. Prima ha detto qualcosa riguardo all'invidia. Mi rendo conto di essere invidioso, e anche se di tanto in tanto mi faccio analizzare, come la maggior parte degli psicoanalisti, non sono stato capace di superare questa cosa. Provo quasi vergogna ad ammetterlo, ma l'invidia è lì presente, a partire dalla gelosia più meschina su su fino alle sue forme più complesse, e mi sembra di essere incapace di liberarmene.» La mente può liberarsi dall'invidia, non a piccole porzioni, ma integralmente? A meno che non ce ne liberiamo integralmente, nella totalità del nostro essere, l'invidia non cessa di riprodursi in forme differenti, a distanza di tempo. «Sì, questo lo capisco. L'invidia deve essere completamente eliminata dalla mente, proprio come un tumore maligno deve essere totalmente rimosso dal corpo, altrimenti si riformerà: ma come fare?» Il "come" è un'altra forma di invidia, non è vero? Quando si ricerca un metodo, ci si vuole sbarazzare dell'invidia per poter essere qualcosa di diverso, ma questo è ancora opera dell'invidia. «La mia era una domanda spontanea, ma capisco quello che intende dire. Questo aspetto del problema non mi aveva mai colpito prima.» Sembra che cadiamo sempre in questa trappola e ne restiamo sempre prigionieri: cerchiamo continuamente di liberarci dall'invidia. Il nostro tentativo di liberarcene dà luogo a un metodo e così la mente non è mai libera né dall'invidia né dal metodo. Indagare sulla possibilità di una liberazione totale dall'invidia è una cosa, mentre cercare un metodo per tentare di liberarsene è un'altra cosa. Quando si cerca un metodo si finisce sempre per trovarlo, per quanto semplice o complesso possa essere. Però allora cessa ogni interrogazione sulla possibilità di una liberazione totale dall'invidia, e ci si ritrova inchiodati a un metodo, una pratica, una disciplina. Così l'invidia persiste e si perpetua sottilmente. «Già, come lei sottolinea, questo è perfettamente vero. In effetti lei mi sta chiedendo se quello che mi interessa è la liberazione totale dall'invidia. Ebbene, talvolta ho trovato l'invidia stimolante, vi ho trovato perfino del piacere. Voglio davvero liberarmi totalmente dall'invidia, tanto dal piacere che dall'ansia penosa che c'è in essa? Confesso di non essermi mai fatto questa domanda prima d'ora, e nemmeno qualcuno me l'ha mai fatta. La mia prima reazione è che non so se lo voglio oppure no. Suppongo che quello che vorrei davvero sarebbe mantenere il lato stimolante dell'invidia e sbarazzarmi del resto. Ma ovviamente è impossibile mantenere solo quanto c'è di piacevole, e si deve prendere la somma totale, oppure lasciarla completamente. Inizio a capire il senso della sua domanda. Desidero liberarmi dall'invidia, eppure voglio conservarne una parte! Di sicuro noi esseri umani siamo irrazionali e contraddittori! Questo argomento richiede ulteriore analisi, signore, e spero che avrà la pazienza di arrivare fino alla fine. Riesco a scorgere che c'è anche paura in mezzo a tutto questo. Se non fossi spinto dall'invidia, mascherata dai termini e dai bisogni della mia professione, potrebbe subire un arretramento: potrei non avere tanto successo, essere noto ed economicamente benestante. C'è in me una sottile paura di perdere tutto questo, una paura dell'insicurezza, e altre paure che non vale la pena di analizzare adesso. Questa paura sotterranea è certamente più forte del desiderio di liberarmi degli aspetti più sgradevoli dell'invidia, per tacere del desiderio di liberarmene completamente. Adesso vedo l'ordito complicato del problema, e non sono affatto sicuro di volermi liberare dell'invidia.» Fino a quando la mente pensa in termini di "più e meno", l'invidia è presente. Fino a che c'è comparazione, anche se crediamo che le comparazioni ci aiutino a comprendere. Fino a quando c'è un fine, un obiettivo da raggiungere, è necessario che l'invidia persista. Fino a quando è in atto il processo di accumulazione, che è miglioramento di se stessi, ricerca della virtù, e così via, è necessario che l'invidia persista. Il "più e meno" implica la temporalità, non è vero? Richiede tempo per mutare da ciò che si è a ciò che si vorrebbe essere, l'ideale. Il tempo è un mezzo per ottenere qualcosa, per riuscire, per raggiungere un obiettivo. «Certamente. Per coprire una distanza, per muoversi da un punto a un altro, sia fisico che psicologico, è necessario il tempo.» Il tempo come movimento da un punto a un altro è un fatto fisico, di misurazione cronologica. Ma il tempo è necessario per liberarsi dall'invidia? Noi diciamo: «Sono questo e per diventare quello, o per cambiare questa mia qualità in quell'altra, mi occorre tempo». Ma il tempo è un fattore di cambiamento, oppure ogni cambiamento nella sfera temporale non è affatto un cambiamento? «Su questo punto mi ritrovo piuttosto confuso. Lei stai suggerendo che il cambiamento temporale non sia un cambiamento. Com'è possibile?» Un simile cambiamento è la continuità modificata di ciò che c'era prima, non le pare? «Vediamo se capisco bene. Per passare dal fatto reale che è l'invidia, all'ideale, che è l'assenza di invidia, occorre del tempo: almeno questo è quello che pensiamo noi. Questo cambiamento graduale nel tempo, dice lei, non è affatto un cambiamento, ma soltanto un continuare a sguazzare nell'invidia. Sì, questo lo capisco.» Fino a quando la mente pensa in termini di cambiamento temporale, di rivoluzione a venire, non c'è alcuna trasformazione nel presente. Questa è la verità, non trova? «Benissimo, signore, entrambi vediamo che questa è la realtà. E allora?» Come reagisce la mente, a confronto con questa realtà? «O fugge lontano dalla realtà o si ferma e la guarda in faccia.» Qual è la sua reazione? «Entrambe, temo. Provo una pulsione di fuga dalla realtà, e allo stesso tempo voglio esaminarla.» Riesce a esaminare qualcosa quando in lei c'è paura di quella cosa? Può osservare una cosa di cui ha un'opinione, una cosa di cui dà un giudizio? «Capisco quello che intende. Non osservo la realtà e la giudico. La mia mente proietta su di essa le proprie idee e paure. Sì, è proprio così.» In altre parole la sua mente è occupata da se stessa e per questo è incapace di essere semplicemente cosciente della realtà. Lei esercita un'azione sulla realtà e non permette alla realtà di agire sulla sua mente. Il fatto che un cambiamento all'interno della sfera temporale non sia un cambiamento, che ci possa essere solo una libertà totale dall'invidia e non una libertà parziale e graduale: la verità di questo fatto agirà sulla tua mente, rendendola libera. «Penso davvero che la verità di tutto ciò si stia facendo strada attraverso le mie resistenze.»

21 – La vanità della conoscenza

Quattro persone stavano cantando, ed era come una musica pura. Erano uomini calmi, anziani, disinteressati alle cose del mondo, non per spirito di rinuncia ma per una reale mancanza di interesse. Vestivano abiti vecchi ma puliti, avevano facce solenni, e a incrociarli per strada si sarebbero a malapena notati. Ma nel momento in cui iniziarono a cantare, le loro facce si trasformarono e divennero raggianti, senza età, e crearono la strana atmosfera di una lingua antichissima con il suono delle parole e un'intonazione potente. Gli uomini erano le parole, il suono e il significato. Il suono delle parole era profondissimo. Non era la profondità di uno strumento a corde o a percussione, ma la profondità di una voce umana vivente e sensibile al significato di parole rese sacre dal tempo e dall'uso. Il canto si svolgeva in un linguaggio che era stato reso levigato e perfetto nel corso del tempo, e il suo suono riempiva la grande stanza e penetrava le pareti, il giardino, la mente e il cuore. Non era il suono di un cantante sul palco, ma c'era il silenzio tra due movimenti del suono. Sentivi il tuo corpo inesorabilmente scosso dal suono delle parole, che penetrava fino al midollo delle ossa; rimanevi seduto completamente immobile e quel suono ti teneva nel suo movimento: era vivente, danzante, vibrante, e la tua mente ne faceva parte. Non era un suono che cullava verso il sonno, ma anzi scuoteva quasi dolorosamente. Aveva la profondità e la bellezza del suono puro, inattinto da qualsiasi applauso, dalla fama e dal mondo: era il suono dal quale tutti i suoni e tutte le musiche provengono. Un bambino di circa tre anni era seduto in prima fila, immobile, la schiena ben dritta, gli occhi chiusi. Ma non era addormentato. Dopo un'ora si levò rapidamente e se ne andò via, senza nessun impaccio dovuto a timidezza. Era uguale a tutti gli altri, perché il suono delle parole era nel suo cuore. Non ti stancavi mai durante quelle due ore: non ti volevi più muovere e il mondo con tutto il suo rumore non esisteva più. Alla fine il canto cessò e il suono ebbe termine, ma continuava dentro di te e sarebbe continuato per diversi giorni. I quattro si inchinarono, salutarono e ritornarono ancora una volta persone normali. Dissero di avere praticato quella forma di salmodia da più di dieci anni, e che aveva richiesto grande pazienza e una vita consacrata a quello. Era un'arte in via di estinzione, perché al giorno d'oggi era difficile trovare qualcuno che volesse consacrare la sua vita a quel genere di canto sacro. Non portava denaro, né fama, e chi voleva più entrare in quel genere di mondo? Erano entusiasti, dissero, di cantare per la gente che apprezzava realmente il loro sforzo. Poi se ne andarono per la loro strada, poveri e smarriti in un mondo di rumore, crudele e avido. Ma il fiume aveva ascoltato, e rimaneva in silenzio.

Era un noto studioso, ed era venuto con alcuni suoi amici e un paio di discepoli. Aveva una grossa testa e piccoli occhi che attraversavano le spesse lenti. Conosceva il sanscrito come la sua lingua materna, e lo parlava con altrettanta facilità; conosceva anche il greco e l'inglese. Aveva tanta familiarità con le più importanti filosofie orientali, in tutte le loro diverse ramificazioni, quanta se ne ha normalmente con l'aritmetica, e aveva anche studiato i filosofi occidentali, sia quelli antichi che quelli moderni. Rigoroso nella sua autodisciplina, osservava giorni di silenzio e digiuno e aveva praticato varie forme di meditazione. Nonostante tutto questo, era un uomo ancora giovane, probabilmente vicino alla cinquantina, appassionato e vestito semplicemente. I suoi amici e discepoli sedevano intorno a lui e attendevano in quell'aspettativa devota che preclude ogni interrogazione. Appartenevano tutti a quel mondo di eruditi dalla conoscenza enciclopedica, che hanno visioni ed esperienze psichiche, sicuri del loro comprendere. Non presero parte alla conversazione ma ascoltarono, o piuttosto udirono quanto veniva detto. Più tardi avrebbero discusso animatamente tra di loro, ma adesso dovevano mantenere un silenzio reverenziale in presenza dell'altissima autorità. Ci fu un momento di silenzio, poi lui attaccò. In lui non c'era arroganza od orgoglio di conoscenza. «Sono venuto per domandare, non per fare sfoggio di quello che so. Che cosa so oltre a ciò che ho letto e di cui ho fatto esperienza? Imparare è una grande virtù ma accontentarsi di quello che si sa è stupido. Non sono venuto con lo spirito della discussione, anche se le discussioni argomentate sono necessarie quando sorge il dubbio. Sono venuto per cercare e non per rifiutare. Come ho detto, ho praticato la meditazione per molti anni, non soltanto le forme induiste e buddhiste, ma anche le varianti occidentali. Dico questo affinché tu possa sapere fino a che punto ho cercato di attingere ciò che trascende la mente.» La mente che pratica un sistema può mai scoprire che cosa c'è al di là della mente? Una mente che si mantiene nel quadro della propria disciplina è capace di ricerca? Non deve esserci libertà di scoprire? «Di sicuro per cercare e osservare ci deve essere una certa disciplina, deve esserci una pratica regolare di qualche metodo se si vuole scoprire e comprendere quello che si è scoperto.» Signore, tutti cerchiamo una via d'uscita alla nostra infelicità e alle nostre prove; ma la ricerca si interrompe quando si adotta un metodo per mezzo del quale speriamo di metter fine al dolore. Solo nella comprensione del dolore c'è un termine del dolore, e non nella pratica di un metodo. «Ma come far cessare il dolore se la mente non è ben controllala, focalizzata e risoluta? Intendi dire che la disciplina non è necessaria per la comprensione?» È comprensione quella di chi, attraverso la disciplina e varie pratiche, ha la mente modellata dal desiderio? La mente non deve essere libera perché la comprensione abbia luogo? «La libertà, senza dubbio, giunge alla fine del viaggio; all'inizio, si è schiavi del desiderio e dei suoi oggetti. Per liberarsi dall'attaccamento ai piaceri dei sensi deve esserci disciplina, bisogna praticare diversi sàdhanà, altrimenti la mente si arrende al desiderio e si fa prendere nelle sue reti. Se le fondamenta della virtù non sono ben gettate, la casa crollerà.» La libertà è all'inizio, non alla fine. La comprensione dell'attaccamento, della totalità del suo significato – la sua natura, le sue implicazioni e i suoi effetti, tanto piacevoli quanto dolorosi – deve avvenire all'inizio. Perciò la mente non ha alcun bisogno di costruirsi un muro di resistenza, di disciplinarsi per resistere all'attaccamento. Quando si percepisce davvero la totalità di ciò che inevitabilmente porta all'infelicità e al disordine mentale, la disciplina contro di essa non ha più alcun significato. Se colui che impiega tanto tempo ed energia nella pratica di una disciplina con tutti i suoi conflitti prestasse lo stesso pensiero attento alla comprensione del significato globale del dolore, allora avrebbe luogo la fine completa del dolore. Ma siamo prigionieri della tradizione della resistenza, della disciplina, e così non c'è comprensione dei processi del dolore. «Ti ascolto, ma non ti capisco.» Può esserci un ascolto fintantoché la mente aderisce alle conclusioni basate sulle sue convinzioni ed esperienze precedenti? Di sicuro si ascolta solo quando la mente non traduce quello che sente nei termini di quello che conosce. La conoscenza impedisce di ascoltare. Si possono avere moltissime conoscenze ma per ascoltare qualcosa che può essere totalmente differente da ciò che si conosce bisogna mettere da parte la propria conoscenza. Non è forse così, signore? «Ma allora come si fa a dire se ciò che si ascolta è vero o falso?» Il vero e il falso non si basano sull'opinione o sul giudizio individuale di qualcuno, per quanto saggio e anziano. Per percepire il vero e il falso, e il falso in ciò che viene detto essere vero, e per vedere la verità in quanto verità, occorre una mente che non sia intrappolata dai propri condizionamenti. Se la mente ha dei pregiudizi ed è imprigionata nell'orizzonte delle conclusioni e delle esperienze proprie o altrui, come si può capire se un'affermazione è vera o falsa? Per una simile mente quello che è importante è di essere cosciente dei propri limiti. «Come può una mente che si è irretita nella sua rete liberare se stessa?» Questa domanda riflette la ricerca di un altro metodo oppure è fatta con l'intento di scoprire da sé il senso complessivo del seguire e praticare un metodo? Dopotutto quando si pratica un metodo, una disciplina l'intenzione è quella di raggiungere un risultato, di ottenere certe qualità, e così via. Al posto delle cose del mondo si spera di ottenere le cosiddette cose dello spirito: ma guadagnare è il fine in entrambi i casi. Non c'è differenza, eccetto che nelle parole, tra l'uomo che medita e pratica una disciplina per raggiungere l'altra riva, e l'uomo che lavora duramente per soddisfare le sue ambizioni mondane. Entrambi sono ambiziosi, entrambi sono avidi, entrambi sono interessati a se stessi. «Stando così le cose, signore, come possiamo sbarazzarci di invidia, ambizione, avarizia e tutto il resto?» Di nuovo, se si potesse trovare il "come", il metodo che possa apparentemente dare la libertà, esso metterebbe solo fine all'analisi del problema e arresterebbe la sua comprensione. Per afferrare pienamente il significato del problema si deve considerare l'intera questione dello sforzo. Una mente meschina che faccia uno sforzo per non rimanere meschina rimane meschina; una mente avida che si autodisciplina per essere generosa è ancora avida. Lo sforzo per essere o per non essere qualcosa è una forma di perpetuazione di sé. Questo sforzo può identificare se stesso come Atman, l'anima, il Dio interiore, e così via, ma il suo nucleo profondo è ancora avidità, ambizione, ossia il sé con tutti i suoi attributi consci e inconsci. «Quindi confermi che ogni sforzo fatto per raggiungere un fine, mondano o spirituale, ha essenzialmente lo stesso valore, in quanto l'egoismo ne è il fondamento e quindi gli sforzi non fanno che rinforzare l'ego?» È così, non credi? La mente che pratica la virtù cessa di essere virtuosa. L'umiltà non può essere coltivata, e se lo è allora non è più umiltà. «Corretto e pertinente. Ora dimmi, siccome non credo che tu stia difendendo l'indolenza: qual è la natura del vero sforzo?» Quando siamo coscienti del significato pieno dello sforzo, con tutte le sue implicazioni, a quel punto esiste un qualche sforzo del quale siamo coscienti? «Hai dimostrato che ogni divenire, positivo o negativo, è una perpetuazione di quell'io che è il risultato di identificazione con il desiderio e con gli oggetti del desiderio. E tu domandi se una volta che questo sia stato capito ci sia ancora qualche genere di sforzo come quelli che noi conosciamo attualmente? Riesco a concepire la possibilità di una condizione dell'essere nella quale sia cessato qualsiasi sforzo di quel genere.» Il semplice concepire la possibilità di quella condizione non significa comprendere il significato complessivo dello sforzo nell'esistenza quotidiana. Fino a quando c'è un osservatore che tenta di cambiare, o di raggiungere un traguardo, o di mettere tra parentesi ciò che osserva, è necessario che vi sia ancora uno sforzo, perché a conti fatti lo sforzo è il conflitto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, ossia l'ideale. Quando si capisce questo, non solo verbalmente o intellettualmente, bensì in profondità, allora la mente ha penetrato quella condizione dell'essere nella quale non c'è più alcuno sforzo così come noi lo conosciamo. «Sperimentare quella condizione è il desiderio di chiunque cerchi la verità, me compreso.» Ma non si può cercarlo: giunge senza invito. È il desiderio di farne esperienza che spinge ad accumulare conoscenza e a praticare discipline come mezzi per raggiungerlo, il che è ancora un conformarsi a un modello in vista di un traguardo. La conoscenza impedisce di sperimentare quella condizione. «Come può la conoscenza essere un impedimento?» chiese lui con voce quasi scioccata. Il problema della conoscenza è complesso, non è vero? La conoscenza è un movimento del passato. Sapere significa asserire che qualcosa è stato. Colui che asserisce di sapere cessa di comprendere la realtà. Dopotutto, signore, che cos'è che possiamo conoscere? «Conosco certe verità scientifiche ed etiche. Senza una simile conoscenza, il mondo civilizzato regredirebbe alla barbarie, e ovviamente tu non stai auspicando questo. A parte questi fatti, che cosa conosco? So che esiste l'infinitamente compassionevole, il Supremo.» Questo non è un fatto, è un'assunzione psicologica da parte di una mente che è stata condizionata a credere nell'esistenza del Supremo. Una mente diversamente condizionata sosterrebbe che il Supremo non esiste. Entrambi sono costretti entro la tradizione, la conoscenza, e così né l'uno né l'altro scopriranno la realtà della cosa. Ancora una volta, che cosa conosciamo? Conosciamo soltanto ciò che abbiamo letto o di cui abbiamo fatto esperienza, ciò che ci è stato insegnato dagli antichi maestri e dai moderni guru ed esegeti. «Ancora una volta sono costretto a essere d'accordo con te. Siamo il prodotto del passato in congiunzione con il presente. Il presente è modellato dal passato.» E il futuro è una modificazione continua del presente. Ma questo non è oggetto di accordo, signore. O si vede che è così o non lo si vede. Quando il fatto viene visto da entrambi, l'accordo non è più necessario. L'accordo esiste solo quando ci sono in ballo le opinioni. «Stai dicendo, signore, che conosciamo solo quello che ci è stato insegnato; che siamo mera ripetizione di ciò che è già stato; che le nostre esperienze, visioni e aspirazioni sono la risposta ai nostri condizionamenti, e nulla più. Ma questa è tutta la verità? L'Atman è una nostra invenzione? Può essere una semplice proiezione dei nostri desideri e delle nostre speranze? Non è un'invenzione, ma una necessità!» Ciò che è necessario è presto creato dalla mente, alla quale a sua volta è stato insegnato ad accettare ciò che essa stessa ha creato. Le menti di un intero popolo possono essere indotte ad accettare una determinata credenza o il suo contrario, ed entrambi sono il risultato della necessità, della speranza, della paura, del desiderio di agio e di potere. «Con il tuo ragionare mi stai forzando a vedere certe verità, non ultima il mio stato di confusione. Ma rimane ancora una domanda: che cosa può fare una mente che sia imprigionata nelle maglie della propria rete?» Mantieni semplicemente un'attenzione non selettiva del fatto che vi è confusione in te. Signore, la mente non deve morire a ogni conoscenza per scoprire la realtà del Supremo? «È una cosa molto difficile quella che chiedi. Posso venire meno a tutto quello che ho appreso, letto, di cui ho fatto esperienza? Non lo so davvero.» Ma non è necessario che la mente – spontaneamente, senza meta o compulsione – muoia rispetto al passato? Una mente che è il risultato del tempo, una mente che ha letto, studiato, che ha meditato su quanto le è stato insegnato, e che è in se stessa una continuazione del passato, ebbene come può una simile mente fare esperienza della realtà senza tempo, il sempre-nuovo? Come può scandagliare l'ignoto? Conoscere, essere certi, è certamente la via della vanità e dell'arroganza. Fino a quando si conosce non c'è morte della coscienza, ma soltanto continuità; e ciò che ha continuità non può mai trovarsi in quella condizione di creazione, che è l'atemporalità. Quando il passato cessa di contaminare il presente, la realtà è. Allora non c'è alcun bisogno di cercarla. Una parte della mente sa che non c'è alcuna permanenza, che non esiste alcun luogo in cui riposarsi; ma un'altra parte non cessa di disciplinare se stessa, cercando apertamente o surrettiziamente di stabilire un luogo di certezza, di permanenza, una relazione salda e indiscutibile. Così c'è una contraddizione senza fine, una lotta per essere eppure non essere, e trascorriamo i nostri giorni in conflitto e sofferenza, prigionieri delle pareti della nostra stessa mente. Quelle pareti possono essere abbattute ma la conoscenza e la tecnica non sono strumenti di questa liberazione.

22 – «Qual è il senso della vita?»

Il sole sferzava la strada sassosa e impervia ed era piacevole stare all'ombra del grande albero di mango. La gente dei villaggi percorreva la strada trasportando sulla testa grandi ceste cariche di verdura, frutta e altre cose da vendersi in città. Erano per lo più donne che camminavano agevolmente a piedi nudi, chiacchierando e ridendo, offrendo al sole i loro visi scuri. Depositavano i fardelli lungo il bordo della strada e si riposavano per alcuni istanti all'ombra del mango, sedute al suolo e senza più troppo parlare. Le ceste erano piuttosto pesanti e ora ogni donna ne aiutava un'altra a posizionare la cesta sulla testa: l'ultima vi riuscì da sola, in qualche modo, inginocchiandosi quasi al suolo. Poi ripartirono con un passo regolare e una straordinaria grazia di movimenti che derivava loro da anni di lavoro. Non era qualcosa che avevano appreso per scelta, ma che era nato dalla semplice necessità. Fra di loro c'era una bambina di non più di dieci anni, e anche lei recava una cesta sulla testa, ma molto più piccola delle altre. Era giocosa, tutta sorrisi, e non guardava dritto davanti a sé come facevano le donne, ma si voltava per guardare se io le seguissi, ci sorridevamo. Anche lei era a piedi scalzi e anche lei compiva il gran viaggio della vita. Era una campagna piacevole, ricca e incantevole. C'erano piantagioni di mango e colline ondulate, e l'acqua che scorreva ancora nei rivoli stretti e sabbiosi faceva un rumore piacevole attraversando la terra. Le palme sembravano sporgersi sugli alberi di mango, che erano in fiore e animati dal ronzio delle api selvatiche. C'erano anche dei vecchi fichi delle pagode, da entrambi i lati della strada, ora molto animata per il pigro passaggio dei carri tirati da buoi e di persone che chiacchierando andavano a piedi da un villaggio all'altro per regolare qualche affare insignificante. Non avevano fretta e si assembravano per parlare dei fatti loro non appena trovavano un lembo d'ombra. Pochi portavano scarpe ai piedi magri e stanchi, e ancor meno erano quelli che avevano delle biciclette. Di tanto in tanto mangiavano qualche noce o dei cereali fritti. Emanava da essi un'aria di dolce bontà, e naturalmente la città non li aveva contaminati. Sulla strada regnava una sorta di pace, anche se un carro vi passava di tanto in tanto, magari recando sacchi di carbone così mal sistemati che alcuni sembravano lì lì per cadere a ogni momento; ma non cadevano mai. Poi passava un bus pieno di gente, e il suo clacson produceva rumori terrificanti. Ma anche quello scompariva presto lasciando la strada agli abitanti del villaggio e a dozzine di scimmie marroni, giovani e vecchie. Quando un carro o un bus giungeva sbatacchiando, le scimmie piccole si aggrappavano alle loro madri, rimanendo con loro finché tutto tornava calmo; poi si disperdevano di nuovo sulla strada senza allontanarsi mai troppo dalla madre. Si grattavano stando sedute e guardavano le altre, con le loro grosse teste e gli occhi scintillanti di curiosità. Le scimmie quasi adulte erano dappertutto, si inseguivano attraverso la strada e sopra gli alberi, evitando sempre le più vecchie, ma senza nemmeno allontanarsi troppo da loro. C'era un grosso maschio, vecchio ma vivace, che stava seduto tranquillo accanto alla strada e guardava tutto quanto. Le altre scimmie si tenevano a distanza, ma quando quello si allontanò tutte lo seguirono senza fretta, correndo e disperdendosi, senza però mai smettere di muoversi tutte nella stessa direzione. In quella strada avevano luogo mille eventi.

Era un uomo giovane e si era fatto accompagnare da altri due approssimativamente della stessa età. Era piuttosto nervoso, aveva una fronte ampia e capelli lunghi e arruffati, mani inquiete. Spiegò che era un semplice commesso, con una piccola paga e un futuro ancor più piccolo. Sebbene avesse superato bene i suoi esami universitari, aveva trovato quel lavoro con molta fatica ed era ben felice di averlo. Non si era ancora sposato, e non sapeva se lo avrebbe mai fatto, perché la vita era difficile e occorreva denaro per crescere i figli. Ciononostante era contento di quel poco che guadagnava, perché lui e sua madre potevano comprare lo stretto indispensabile per vivere. In ogni caso, disse che non era venuto per parlare di questo, ma di una cosa completamente diversa. Entrambi i suoi compagni, uno dei quali era sposato, avevano problemi simili ai suoi, e li aveva persuasi ad andare lì insieme a lui. Anche loro erano andati all'università, e come lui avevano fatto lavori di poco conto. Erano tutti puliti, seri e in qualche modo cordiali, avevano occhi luminosi e sorrisi espressivi. «Siamo venuti a farti una domanda molto semplice, e speriamo in un risposta semplice. Anche se abbiamo fatto l'università non siamo molto preparati per i ragionamenti profondi e le analisi troppo estese; ma ascolteremo tutto quello che avrai da dirci. Vedi, signore, noi non sappiamo qual è il senso della vita. Ci siamo guardati intorno, abbiamo aderito a dei partiti politici, ci siamo uniti ai "benefattori della società", abbiamo partecipato a riunioni di lavoro e tutto il resto. Inoltre tutti e tre amiamo appassionatamente la musica. Abbiamo fatto visita ai templi e ci siamo immersi nelle sacre scritture, ma non troppo profondamente. Mi permetto di dirti questo soltanto per darti qualche informazione su di noi. Noi tre ci ritroviamo praticamente ogni sera per discutere e la domanda che ti vorremmo fare è questa: qual è il fine della vita e come possiamo scoprirlo?» Perché mi fate questa domanda? Se qualcuno vi dicesse qual è il fine della vita voi lo accettereste e condurreste la vostra vita in base a quello? «Ti facciamo questa domanda» spiegò l'uomo sposato, «perché siamo confusi: non sappiamo quale sia il senso di tutta questa confusione e infelicità. Vorremmo parlarne con qualcuno che non sia confuso quanto noi, e che non sia arrogante e autoritario, qualcuno che ci parli normalmente e non con condiscendenza, come se lui sapesse ogni cosa e noi fossimo ignoranti scolaretti che non sanno nulla. Abbiamo sentito dire che tu non sei così, perciò siamo venuti a chiederti qual è il senso della vita.» «Non è solo questo, signore» aggiunse il primo. «Noi vogliamo anche condurre una vita fruttuosa, una vita che significhi qualcosa; ma allo stesso tempo non vogliamo diventare nulla che finisca con "ista", non vogliamo appartenere a nessun particolare "ismo". Alcuni nostri amici fanno parte di vari gruppi di religiosi e di ambigui politici, ma noi non vogliamo unirci a loro. I politici normalmente sono alla ricerca del potere per se stessi in nome dello Stato e come i religiosi sono per lo più creduloni e superstiziosi. Perciò eccoci qui, e mi domando se tu puoi aiutarci.» Ti chiedo ancora, se qualcuno fosse tanto insensato da dirvi qual è il fine della vita, accettereste quello che potrebbe dirvi, a patto ovviamente che fosse qualcosa di ragionevole, confortante e più o meno soddisfacente? «Suppongo che lo faremmo» disse il primo. «Ma bisognerebbe accertarsi dell'autenticità, e che non fosse soltanto una brillante invenzione» precisò il terzo. «Dubito che siamo capaci di un simile giudizio» aggiunse l'altro. In effetti il problema sta tutto lì, giusto? Avete ammesso tutti di essere piuttosto confusi. Allora, pensate che una mente confusa possa scoprire il senso della vita? «Perché no, signore?» chiese il primo. «Siamo confusi, questo non possiamo negarlo; ma se il fatto che siamo confusi ci impedisce di percepire il senso della vita, allora non c'è proprio speranza.» Per quanto possa indagare a tentoni, una mente confusa può soltanto trovare maggiore confusione, non è vero? «Non capisco dove vuoi arrivare» disse l'uomo sposato. Non vogliamo arrivare da nessuna parte. Procediamo passo dopo passo e la prima cosa da stabilire, ovviamente, è se la mente possa o no pensare qualcosa con chiarezza fintantoché è confusa. «È ovvio che non può» rispose rapidamente il primo. «Se sono confuso, come in effetti sono, non riesco a pensare con chiarezza. Pensare con chiarezza implica assenza di confusione. Se sono confuso, il mio pensiero non è chiaro. Ma allora?» Il fatto è che qualsiasi cosa una mente confusa cerchi e trovi, questo qualcosa deve a sua volta essere confuso. E i suoi leader spirituali, i suoi guru e i suoi obiettivi rifletteranno la sua confusione. Non è così? «È difficile da ammettere» disse l'uomo sposato. È difficile da ammettere a causa della nostra vanità. Pensiamo di essere intelligenti e capaci di risolvere i problemi umani. Abbiamo quasi tutti paura di ammettere con noi stessi il fatto che siamo confusi, perché allora dovremmo ammettere la nostra profonda inadeguatezza, la nostra sconfitta, il che significherebbe o la disperazione o l'umiltà. La disperazione conduce al cinismo, e a certe filosofie grottesche; ma quando c'è la vera umiltà possiamo davvero iniziare a cercare e a comprendere. «Vedo bene quanto sia vero» rispose l'uomo sposato. D'altra parte non è un fatto che la scelta indichi confusione? «Questo non lo capisco» disse il secondo. «Noi dobbiamo scegliere e senza scelta non c'è libertà.» Quando si sceglie? Soltanto nei momenti di confusione, quando non siete del tutto "certi". Quando c'è chiarezza non c'è scelta. «Davvero giusto, signore» aggiunse l'uomo sposato. «Quando si ama una persona e si vuole sposarla, lì non c'entra nessuna scelta. È soltanto quando non c'è amore che si devono prendere in considerazione più possibilità. In un certo senso l'amore è chiarezza, giusto?» Dipende da cosa intendiamo con "amore". Se questo amore è circondato dalla paura, dalla gelosia, dall'attaccamento, allora non è amore, e lì non c'è chiarezza. Ma adesso non stiamo parlando di amore. Quando la mente è in uno stato di confusione, la sua ricerca del senso della vita e la sua scelta di un senso non ha alcun significato, o no? «Che cosa intendi dicendo "scelta di un senso"?» Quando voi tutti siete venuti qui, chiedendo qual è il senso della vita, eravate alla ricerca di un senso, di una finalità, non è vero? Ovviamente avevate fatto ad altri la stessa domanda, ma le loro risposte devono essere state insoddisfacenti, perciò siete venuti qui. Avete fatto una scelta, e come abbiamo detto la scelta nasce da confusione. In quanto confusi volevate raggiungere la certezza, ma una mente che cerca di raggiungere la certezza quando è confusa non fa che mantenere la confusione, non è vero? La certezza aggiunta alla confusione interiore rinforza soltanto la confusione. «Questo è chiaro» rispose il primo. «Inizio a vedere che una mente confusa può soltanto trovare risposte confuse a problemi confusi. Ma allora?» Avanziamo con calma. Le nostre menti sono confuse, e questo è un fatto. Ma le nostre menti sono ugualmente superficiali, meschine e limitate, e questo è un altro fatto, giusto? «Ma noi non siamo completamente meschini, c'è almeno una parte di noi che non lo è» asserì l'uomo sposato. «Se potessimo trovare una via per oltrepassare questa superficialità, potremmo liberarcene.» Questa è una speranza confortante, ma è proprio così? Voi avete la nozione tradizionale di un'entità, l'Atman, l'anima, l'essenza spirituale, che è al di là di questa meschinità, un'entità che può trascendere tutto questo, e lo fa. Ma quando una mente meschina pensa che ci sia una parte di lei che non è meschina, sta soltanto rafforzando la sua meschinità. Asserendo che esiste l'Atman, il sé superiore, e via dicendo, una mente confusa e ignorante si mantiene ancora nei ristretti limiti del proprio pensiero confuso, che si basa essenzialmente sulla tradizione, su ciò che gli altri gli hanno insegnato. «Allora che cosa dobbiamo fare?» Questa domanda è un pò prematura. Può essere che non vi sia bisogno di compiere nessuna azione particolare. Forse nel fatto stesso di comprendere la totalità della questione risiede una forma d'azione radicalmente differente. «Intendi dire che l'azione da intraprendere si rivelerà da sola attraverso la nostra comprensione della vita?» suggerì l'uomo sposato. «Ma allora che cos'è la vita?» La vita è bellezza, dolore, gioia e confusione. È l'albero, l'uccello e la luce della luna sull'acqua. È lavoro, pena e speranza. È morte, ricerca dell'immortalità, la fede e il diniego del Supremo. È bontà, odio e invidia. È avarizia e ambizione. È amore e mancanza d'amore. È creatività e il potere di sfruttare le macchine. È estasi insondabile. È la mente, colui che medita e la meditazione stessa. È tutto quanto. Ma come possono le nostre misere menti confuse avvicinarsi alla vita? Questo è importante, non la descrizione di che cosa è la vita. Dal nostro approccio alla vita dipendono tutte le domande e le risposte. «Capisco che quel disordine che chiamo vita è il prodotto della mia mente» disse il primo. «Io ne faccio parte ed esso è parte di me. Posso forse separarmi dalla vita e domandarmi in che modo la approccio?» In effetti vi siete già separati dalla vita, non è vero? Voi non dite: «Io sono tutto ciò che è la vita», per poi rimanere quieti. No, volete cambiare e migliorare, volete rifiutare certe cose e conservarne altre. Voi, gli osservatori, continuate a comportarvi come un centro immobile e permanente in mezzo a questo movimento incalcolabile, ed è la ragione per la quale vi ritrovate in doloroso conflitto. Ora, voi che ne siete separati, come vi avvicinate alla totalità? Come giungete a questa vastità, a questa bellezza della terra e del cielo? «Mi avvicino così come sono,» rispose l'uomo sposato «con la mia meschinità, in cerca di futili risposte.» Riceviamo quello che chiediamo. Le nostre vite sono meschine, comuni, superficiali e vincolate alla routine. E gli déi di una mente volgare sono stupidi e vacui quanto il loro creatore. Sia che viviamo in un palazzo o in un villaggio, sia che siamo impiegati in un ufficio o ricopriamo posizioni di potere, il fatto è che le nostre menti sono meschine, limitate, ambiziose, invidiose. Ed è attraverso tali menti che noi vogliamo scoprire se esiste Dio, che cos'è la verità, qual è la forma di governo perfetto, e cerchiamo risposte alle innumerevoli altre domande che sorgono. «È vero, signore, questa è la nostra vita» riconobbe tristemente il primo uomo. «Che cosa possiamo fare?» Morire alla totalità della nostra esistenza, non poco a poco, ma radicalmente! È la mente limitata quella che fa tentativi, lotta, alimenta ideali e sistemi, e non cessa di migliorarsi coltivando le virtù. Ma la virtù cessa di essere virtuosa se è coltivata. «Comprendo che dobbiamo morire al nostro passato» disse il primo «ma se muoio al mio passato che cosa accadrà?» Quindi stai dicendo – o no? – che potrai morire al tuo passato solo quando avrai la garanzia di un sostituto soddisfacente di ciò a cui rinunci. Questa non è rinuncia, è solo la ricerca di un altro guadagno. Una mente limitata che voglia sapere che cosa c'è dopo la morte troverà la sua risposta limitata. Bisogna morire a tutto il conosciuto affinché l'ignoto possa essere. «Ho fatto questa domanda senza riflettere. Ora capisco, signore, quello che ci hai detto, e questo non è soltanto una semplice frase di cortesia o di circostanza. Penso che ognuno di noi qui abbia sentito profondamente la verità di quanto ci hai detto, e questo sentire è la cosa importante. L'azione potrà avere luogo e avrà luogo a partire da questa sensazione. Potremo tornare un'altra volta?»

23 – Senza bontà e amore, l'educazione non è nulla

Seduto su una tribuna rialzata suonava uno strumento a sette corde per un piccolo pubblico di persone che avevano familiarità con quel tipo di musica tradizionale. Erano seduti per terra davanti a lui, mentre dietro di lui qualcuno suonava un altro strumento con quattro sole corde. Era un uomo giovane, ma padroneggiava perfettamente le sette corde e quella musica complessa. Improvvisava prima di ogni brano, poi veniva il brano vero e proprio, nel quale c'era ancor più improvvisazione. Non si sentiva mai un brano suonato due volte allo stesso modo. Le parole non erano pronunciate ma c'era gran libertà all'interno di un determinato ambito musicale e il musicista poteva improvvisare secondo l'ispirazione del proprio cuore: quanto più numerose erano le variazioni e le combinazioni, tanto più bravo il musicista. Con gli strumenti a corde le parole non erano possibili, ma tutti quelli che erano seduti conoscevano le parole e se ne estasiavano. Accennando con la testa e facendo gesti aggraziati con le mani, seguivano il tempo con precisione, e con un colpo leggero sulla coscia accompagnavano il battere del ritmo. Il musicista aveva chiuso gli occhi ed era completamente assorto nella sua libertà creativa e nella bellezza del suono. La sua mente e le sue dita erano perfettamente coordinate. E che dita! Delicate e rapide, sembravano vivere di vita propria. Si calmavano solo alla fine della canzone e allora sembravano calme e riposate; ma con incredibile rapidità iniziavano un'altra canzone in una tonalità differente. Producevano quasi un incantesimo con la loro grazia e leggerezza di movimento. E quelle corde: che suoni melodiosi producevano! Venivano premute dalle dita della mano sinistra con la giusta tensione, mentre le dita della mano destra le pizzicavano con sicura maestria e controllo. Fuori, la luna splendeva e le ombre scure erano immobili; attraverso la finestra, il fiume era appena visibile, un argento fluente che risaltava contro l'oscurità, con gli alberi silenziosi sull'altra riva. Una strana cosa proseguiva nello spazio della mente, che era rimasta a guardare i movimenti aggraziati delle dita, ad ascoltare i suoni dolci e a osservare, mentre seguivano il ritmo, i cenni della testa e delle mani delle persone. Improvvisamente l'osservatore e l'ascoltatore scomparvero: non erano solo stati messi in disparte dai melodiosi strumenti a corde, ma erano completamente assenti. C'era soltanto il vasto spazio della mente. Tutte le cose terrene e umane ne facevano parte, ma all'estremo limite esterno, lontane e pallide. In quello spazio in cui non c'era nulla regnava un movimento che era quiete. Era un movimento vasto e profondo, senza direzione e obiettivo, che iniziava dal limite esterno e con incredibile forza si dirigeva verso il centro, un centro che era ovunque all'interno di quella quiete, in quel movimento che è lo spazio. Quel centro è solitudine totale, incontaminata, inconoscibile, una solitudine che non è isolamento e non ha fine né inizio; è completa in sé e non è resa tale da qualcosa d'altro: il suo limite esteriore è in esso ma non ne fa parte. Essa è lì, ma non è percettibile allo spirito umano: è unità, totalità cui non ci si può avvicinare.

Erano in quattro, ragazzi più o meno della stessa età, tra i sedici e i diciotto anni. Piuttosto timidi, avevano bisogno di incoraggiamenti ma una volta partiti non si fermavano facilmente, e le loro domande pressanti fioccavano senza tregua. Si capiva che in precedenza ne avevano parlato molto tra di loro e avevano preparato delle domande scritte; ma dopo le prime due dimenticarono quello che avevano scritto e le loro parole fluirono liberamente dai loro pensieri spontanei. Benché non fossero di famiglia benestante avevano abiti puliti e dignitosi. «Signore, quando hai parlato a noi studenti due o tre giorni fa» iniziò quello più vicino a me «hai detto qualcosa riguardo a quanto sia necessaria una corretta educazione, se vogliamo essere in grado di affrontare la vita. Vorrei che tu ci spiegassi di nuovo che cosa intendi parlando di corretta educazione. Ne abbiamo parlato tra di noi ma non riusciamo a capire.» Che genere di educazione vi viene impartita ora? «Bé, siamo in un college, dove ci insegnano le solite cose che sono necessarie per certe professioni» rispose. «Io sarò ingegnere; i miei amici qui presenti studiano fisica, letteratura, economia. Seguiamo i corsi e leggiamo i libri prescritti, e quando abbiamo tempo leggiamo qualche romanzo. A eccezione dello sport passiamo la maggior parte del nostro tempo a studiare.» Pensi che ciò basti per essere correttamente educati per la vita? «In base a quello che hai detto, signore, non basta» rispose il secondo. «Ma è tutto quello che abbiamo, e normalmente noi pensiamo che ci venga impartita un'educazione.» Imparare soltanto a leggere e a scrivere, coltivare la memoria e superare qualche esame, acquisire certe capacità o abilità per poter trovare un lavoro: è questa l'educazione? «Tutto questo non è necessario?» Sì, è essenziale disporsi ad avere i giusti mezzi per guadagnarsi da vivere, ma questo non esaurisce certo la vita. C'è anche il sesso, l'ambizione, l'invidia, il patriottismo, la violenza, la guerra, l'amore, la morte, Dio, le relazioni umane che costituiscono la società, e tante altre cose. Ricevete un'educazione che vi permetta di affrontare quella cosa complicata chiamata vita? «Chi potrebbe educarci così?» chiese il terzo. «I nostri insegnanti e professori sembrano così indifferenti. Alcuni di loro sono intelligenti e brillanti, ma nessuno di loro dedica alcun pensiero a questo tipo di preoccupazioni. Siamo sottoposti a pressioni e dobbiamo considerarci fortunati se otteniamo i nostri diplomi: ogni cosa è difficile.» «A parte le nostre passioni sessuali, che sono ben definite,» disse il primo «non conosciamo nulla della vita: tutto il resto sembra vago e remoto. Sentiamo i nostri genitori lamentarsi perché non hanno abbastanza denaro, e capiamo che sono intrappolati nella routine per il resto dei loro giorni. Allora chi può insegnarci qualcosa riguardo alla vita?» Nessuno può insegnarvelo ma voi potete apprendere. C'è una gran differenza tra l'apprendere e il ricevere un insegnamento. L'apprendere continua per tutta la vita, mentre il ricevere un insegnamento si esaurisce in poche ore o pochi anni, e poi per il resto della vita si ripete quello che ci è stato insegnato. Quanto ci è stato insegnato si trasforma presto in spenta cenere; e così la vita, che è movimento, diventa un campo di battaglia disseminato di sforzi vani. Siete gettati nella vita senza il tempo necessario per comprenderla; prima che sappiate qualsiasi cosa della vita ve ne ritrovate già nel bel mezzo, sposati, vincolati a un lavoro, mentre intorno a voi la società schiamazza inesorabilmente. Si deve apprendere riguardo alla vita fin dalla prima infanzia, non all'ultimo momento; quando si è quasi adulti è troppo tardi. Sapete che cos'è la vita? Si estende dal momento in cui siete nati fino al momento in cui morite, e forse oltre. La vita è una vasta e complessa totalità; è come una casa nella quale tutto succede nello stesso momento. Si ama e si odia; si è avidi e invidiosi, e allo stesso tempo si sente che non si dovrebbe esserlo. Si è ambiziosi ed ecco la frustrazione o il successo che seguono a ruota l'ansia, la paura e la spietatezza; e presto o tardi giunge il sentimento della futilità di tutto questo. E poi ci sono gli orrori e la brutalità della guerra, e la pace ottenuta a prezzo del terrore, c'è il nazionalismo e la sovranità che alimenta la guerra, c'è la morte alla fine del cammino della vita, o lungo tutto il suo percorso. C'è la ricerca di Dio con le fedi in conflitto e le diatribe tra religioni organizzate. C'è la lotta per ottenere e conservare un lavoro, ci sono il matrimonio, i bambini, le malattie, e il potere della società e dello Stato. La vita è tutto questo e molto di più, e noi siamo gettati in questa confusione. Normalmente vi si affonda infelici e smarriti, e anche se si sopravvive arrampicandosi fino al punto più alto si sta sempre dentro la confusione. Questo è ciò che chiamiamo vita: lotta e sofferenza senza tregua, con piccole gioie occasionali qua e là. Chi potrebbe insegnarvi qualcosa riguardo a questo? O meglio, come potreste impararlo? Anche se avete capacità e talento siete braccati dall'ambizione, dal desiderio di fama, con le sue frustrazioni e le sue sofferenze. La vita è tutto questo no? E andare oltre questo è ancora vita. «Fortunatamente sappiamo ancora molto poco di tutta questa lotta,» riprese il primo «ma quel che dici fa già potenzialmente parte di noi. Io voglio diventare un famoso ingegnere, voglio batterli tutti!, perciò devo lavorare duramente e conoscere le persone giuste. Devo fare piani e calcoli per il futuro. Devo farmi strada nella vita.» È proprio questo il punto. Tutti dicono che devono farsi strada nella vita, tutti puntano su se stessi, in nome degli affari, della religione o della patria. Vuoi diventare famoso, e lo stesso vuole il tuo vicino, e lo stesso vuole il suo vicino; e così accade a ciascuno, dal più in alto al più misero su questa terra. Perciò costruiamo una società basata sull'ambizione, l'invidia e il desiderio di possesso, nella quale ogni uomo è nemico di un altro. E voi venite "educati" a conformarvi a questa società che si disintegra e ad adattarvi alla sua struttura corrotta. «Ma che cosa possiamo fare?» chiese il secondo. «Sembra che dobbiamo conformarci alla società o esserne distrutti. C'è forse una via di scampo, signore?» Al momento attuale venite educati per adattarvi a questa società: le vostre capacità si sviluppano per mettervi in grado di condurre una vita secondo i criteri vigenti. I vostri genitori, i vostri educatori, il vostro governo, sono tutti interessati alla vostra efficienza e sicurezza economica, non è vero? «Non so che dire sul governo, signore,» interloquì il quarto «ma i nostri genitori spendono i loro sudati guadagni per metterci in condizioni di prendere una laurea, in modo da poterci guadagnare da vivere. Ci amano.» Davvero? Esaminiamo un pò questo punto. Il governo vuole che diventiate efficienti burocrati per mandare avanti lo Stato, bravi lavoratori dell'industria per sostenere l'economia, e soldati capaci per uccidere "il nemico", non è così? «Immagino che il governo faccia questo. Ma i nostri genitori sono più premurosi, pensano al nostro benessere e vogliono che diventiamo bravi cittadini.» Già, vogliono che diventiate "bravi cittadini", il che significa essere rispettabilmente ambiziosi, continuamente vogliosi di possesso, e indulgenti verso quella forma di spietatezza socialmente accettata che si chiama competizione, che rende sicuri voi e loro. Questo è ciò che costituisce un cosiddetto bravo cittadino, ma è qualcosa di buono o di cattivo? Dite che i vostri genitori vi amano, ma è proprio vero? Non sono cinico. L'amore è una cosa straordinaria, senza amore la vita è arida. Potete avere molte proprietà e sedere sullo scranno del potere, ma senza la bellezza e la grandezza dell'amore, la vita diventa presto infelicità e confusione. L'amore implica – non è vero? – che coloro che sono amati siano lasciati totalmente liberi di crescere nella loro pienezza, per diventare qualcosa di più grande di semplici macchine sociali. L'amore non obbliga né scopertamente né attraverso la sottile minaccia dei doveri e delle responsabilità. Dove c'è una qualsiasi forma di coercizione o di esercizio di un'autorità, lì non c'è amore. «Non credo che il mio amico parlasse di questo genere di amore» disse il terzo. «I nostri genitori ci amano, ma non in quel modo. Conosco un ragazzo che vuole diventare artista, ma suo padre vuole che diventi un uomo d'affari e minaccia di cacciarlo di casa se non compie il suo dovere.» Quello che i genitori chiamano dovere non è amore, è una forma di coercizione, e la società sosterrà i genitori perché quello che essi fanno è del tutto rispettabile. I genitori sono ansiosi che il loro ragazzo trovi un lavoro sicuro per guadagnare denaro, ma con una popolazione enorme come la nostra ci sono migliaia di candidati per ogni lavoro e i genitori pensano che il ragazzo non potrà mai guadagnare da vivere con la pittura, perciò tentano di forzarlo a mettere da parte quello che a loro pare il suo stupido capriccio. Considerano che per lui sia una necessità conformarsi alla società, essere rispettabile e agiato. Questo si chiama amore, ma è proprio amore? O è paura, nascosta dalla parola "amore"? «Se la metti in questo modo non so cosa dire» rispose il terzo. C'è forse un altro modo di metterla? Quanto abbiamo appena detto può non essere piacevole ma è la verità. La cosiddetta educazione che avete adesso ovviamente non vi aiuta a sperimentare quella grande totalità che è la vita. Vi giungete impreparati e ne venite inghiottiti. «Ma chi può educarci a comprendere la vita? Non abbiamo simili insegnanti, signore.» Anche l'educatore deve essere educato. Le persone più anziane dicono che voi, la nuova generazione, dovete creare un mondo differente, ma non lo dicono affatto seriamente. Al contrario si accingono a "educarvi" con ogni cura affinché vi conformiate al vecchio modello, con qualche modifica. Anche se parlano molto diversamente, insegnanti e genitori, sostenuti dal governo e dalla società in genere, badano a che siate istruiti a conformarvi alla tradizione, ad accettare l'ambizione e l'invidia come un modo naturale di vivere. Non sono affatto interessati a un modo nuovo di vivere ed ecco perché dico che lo stesso educatore non è stato educato correttamente. La vecchia generazione è stata cresciuta in questo mondo di guerra, di antagonismo e divisioni tra uomo e uomo, e la nuova generazione segue diligentemente i suoi passi. «Ma noi vogliamo essere educati come si deve, signore. Come possiamo fare?» Prima di tutto dovete vedere chiaramente un semplice fatto: né il governo né i vostri attuali insegnanti e nemmeno i vostri genitori si preoccupano di educarvi correttamente. Se lo facessero, il mondo sarebbe completamente differente e non ci sarebbero guerre. Perciò se volete essere educati correttamente dovete provvedervi voi stessi, e quando sarete adulti provvederete a che i vostri bambini siano educati correttamente. «Ma come possiamo educare correttamente noi stessi? Abbiamo bisogno che qualcuno ci insegni.» Avete insegnanti che vi istruiscono nella matematica, nella letteratura e così via, ma l'educazione è qualcosa di più profondo e vasto del semplice accumulo di informazioni. L'educazione è coltivare la mente in modo tale che l'azione cessi di essere egocentrica, è apprendere dalla vita ad abbattere le pareti che la mente costruisce per stare tranquilla, e dalle quali scaturisce la paura con tutta la sua complessità. Per essere correttamente educati dovete studiare duramente e non essere pigri. Siate bravi nello sport non per battere un altro ma per divertirvi. Mangiate il cibo giusto e mantenetevi in forma. Svegliate la vostra mente e rendetela capace di occuparsi dei problemi della vita, non in quanto induisti, comunisti o cristiani, ma come esseri umani. Per essere correttamente educati dovete comprendere voi stessi, dovete continuare ad apprendere su voi stessi. Quando smettete di apprendere, la vita diventa brutta e dolorosa. Senza bontà e amore non siete educati correttamente.

24 – Odio e violenza

Era mattino presto, e il sole non sarebbe sorto forse prima di un'ora. La Croce del Sud era molto ben visibile e stranamente bella al di sopra delle palme. Tutto era tranquillo, gli alberi scuri e immoti, e persino le piccole creature della terra erano silenziose. Purezza e sacralità regnavano sopra il mondo ancora addormentato. La strada conduceva attraverso un boschetto di palme, passava oltre un largo stagno e arrivava fin dove iniziavano le case. Ogni casa aveva un giardino, qualcuno era ben tenuto, qualcun altro negletto. C'era un profumo di gelsomino nell'aria e la rugiada rendeva il profumo più ricco. Non c'erano ancora luci nelle case e le stelle continuavano a brillare, ma nel cielo, a Oriente, il sole si stava risvegliando. Un ciclista sbadigliò passando e proseguì senza voltare la testa. Qualcuno aveva avviato il motore di un'auto e lo stava scaldando con calma, poi si udì un impaziente colpo di clacson. Oltre quelle case la strada oltrepassava una risaia, poi girava a sinistra, verso le propaggini della città. Un sentiero si diramava dalla strada seguendo un canale d'acqua. Le palme lungo le rive si riflettevano nell'acqua chiara e tranquilla, e un grande uccello bianco era già all'opera tentando di catturare dei pesci. Non c'era ancora nessuno sul sentiero ma presto ci sarebbero state molte persone, perché veniva usato dalla gente del luogo come scorciatoia per la strada principale. Al di là del corso d'acqua c'era una casa isolata, con un grande albero in un bel giardino. Ora era giunta l'alba e la stella del mattino si scorgeva appena al di sopra dell'albero; ma la notte ostacolava ancora l'arrivo del giorno. Una donna sedeva su una stuoia sotto l'albero, accordava uno strumento a corde che riposava sul suo grembo. Poi cantò qualcosa in sanscrito: era un canto profondamente religioso, e quando le parole riempirono l'aria del mattino l'intera atmosfera parve cambiare e si caricò di strana pienezza e significato. Poi la donna iniziò a cantare una canzone che si canta soltanto a quell'ora del mattino. Era incantevole. Lei era quasi inconsapevole che qualcuno la stesse ascoltando, e nemmeno se ne curava perché era interamente assorta nella canzone. Aveva una bella voce limpida, e si divertiva profondamente, in un modo serio, con gravità. Lo strumento a corde si sentiva appena, ma la sua voce giungeva limpida e forte attraverso il corso d'acqua. Le parole e il suono riempivano l'intero essere: c'era la gioia della grande purezza.

Era venuto insieme a numerosi amici, ma alcuni erano visibilmente suoi seguaci. Era un uomo alto molto scuro e di corporatura possente, di aspetto vigoroso e doveva essere stato fisicamente molto attivo. Doveva essersi fatto un bagno da poco e i suoi vestiti erano immacolati. Quando parlava, le sue labbra sembravano coprirgli tutta la faccia: una qualche furia interiore sembrava divorarlo, e la sua grande testa dai capelli spessi si manteneva eretta con un'aria di sdegnosa autorità. Il sorriso era forzato e si capiva che si concedeva di ridere solo con poche persone. I suoi occhi, diretti e senza esitazioni, indicavano piena adesione a tutto ciò che diceva. C'era qualcosa di stranamente potente in lui. «Spero che mi scuserai se affronto subito l'argomento, non mi piace menare il can per l'aia e preferisco andare dritto al punto. Faccio parte di un vasto gruppo di persone che vogliono distruggere la tradizione braminica e mettere la casta dei bramini al giusto posto. Ci hanno sfruttato crudelmente, e adesso tocca a noi. Ci hanno governati, fatto sentire stupidamente inferiori e servitori dei loro déi. Noi bruceremo i loro déi. Non vogliamo che le loro parole corrompano la nostra lingua, che è molto più antica della loro. Progettiamo di scacciarli da tutte le posizioni di potere, e dobbiamo diventare più abili e astuti di loro. Ci hanno privati della cultura ma dobbiamo prenderci la rivincita.» Signore, perché questo odio verso altri esseri umani? Voi non sfruttate nessuno? Non lasciate che altre persone vi siano inferiori? Non impedite ad altri di ricevere una corretta educazione? Non state forse progettando di fare in modo che altri accettino i vostri déi e i vostri valori? L'odio è lo stesso, che esso sia in te o nel cosiddetto bramino. «Credo che tu non capisca. La gente può essere sottomessa soltanto per un certo tempo. Ora è giunto il momento di chi è stato calpestato. Stiamo per levarci e rovesciare il potere dei bramini, siamo organizzati e dobbiamo lavorare duramente per ottenere ciò. Non vogliamo né i loro déi né i loro preti. Vogliamo essergli pari, o anche superarli.» Non sarebbe meglio che esaminassimo più attentamente il problema delle relazioni umane? È così facile sproloquiare sul nulla, cadere negli slogan, incantare se stessi e gli altri con discorsi ambigui. Siamo esseri umani, signore, anche se possiamo chiamarci con nomi differenti. La terra è nostra, non è la terra dei bramini, dei russi o degli americani. Torturiamo noi stessi con queste vacue divisioni. Un bramino non è più corrotto di qualsiasi altro uomo che ricerchi il potere e una posizione di dominio, e i suoi déi non sono più falsi di quelli che voi e altri avete. Gettare via un'icona e metterne un'altra al suo posto sembra profondamente insensato, che l'icona sia prodotta dalle mani o dalla mente. «Tutto questo può andar bene in teoria, ma nella vita di ogni giorno dobbiamo affrontare i fatti. I bramini hanno sfruttato altre persone per secoli, sono diventati abili e astuti, e adesso occupano tutte le posizioni determinanti. Stiamo per portargli via le loro posizioni di potere, e lo faremo con successo.» Non potete portargli via il loro acume intellettuale, e loro continueranno a usarlo per i loro scopi. «Ma noi educheremo noi stessi, diventeremo più furbi di quanto non siano loro, li batteremo al loro stesso gioco. E poi creeremo un mondo nuovo.» Il mondo non migliora con l'odio e con l'invidia. Non state inseguendo il potere e una migliore posizione sociale piuttosto che cercare di arrivare a un mondo nel quale ogni odio, avidità e violenza trovino fine? È questo desiderio di potere e posizione sociale che corrompe l'uomo, il bramino tanto quanto il non bramino e l'appassionato riformatore. Se un gruppo sociale ambizioso, invidioso, abilmente brutale, viene rimpiazzato da un altro che tende a pensarla allo stesso modo, di sicuro questo non porta da nessuna parte. «Parli di ideologie e noi di fatti.» È davvero così, signore? Che cosa intendi con "fatti"? «Nella vita quotidiana i nostri conflitti e la nostra fame sono un fatto. Per noi la cosa importante è avere i nostri diritti, salvaguardare i nostri interessi e vedere che il futuro dei nostri figli sia positivo. Per questo vogliamo avere il potere nelle nostre mani. Questi sono fatti.» Intendi dire che l'odio e l'invidia non sono dei fatti? «Possono esserlo, ma non ci riguardano.» Si guardò intorno per capire cosa pensassero gli altri, ma stavano tutti rispettosamente in silenzio. Anche loro salvaguardavano i loro interessi. L'odio non dirige il corso dell'azione concreta? L'odio può solo portare ulteriore odio, e una società basata sull'odio, sull'invidia, una società nella quale ci sono gruppi in competizione, ognuno che salvaguarda i propri interessi – una simile società sarà sempre in guerra con se stessa e con le altre società. In base a quello che hai detto tutto quello che avete guadagnato è la prospettiva che il vostro gruppo possa salire al potere e di lì trovarsi nella posizione per sfruttare, opprimere, provocare malanimo, come gli altri gruppi hanno fatto in passato. Sembra abbastanza sciocco, no? «Ammetto che lo sembra, ma dobbiamo prendere le cose così come sono.» In un certo senso sì, ma non dobbiamo lasciarle stare come sono. Deve evidentemente esserci un mutamento, però non secondo il medesimo modello di odio e violenza. Non ti sembra vero? «È possibile provocare un mutamento senza odio e violenza?» Ripeto, c'è forse qualche mutamento se i mezzi impiegati sono simili a quelli usati per costruire la società attuale? «In altre parole stai dicendo che la violenza può soltanto creare una società essenzialmente violenta, per quanto noi possiamo pensare che essa sia nuova. Sì, lo capisco.» E di nuovo si guardò intorno verso i suoi amici. Non diresti che per costruire un buon ordine sociale sono essenziali i giusti mezzi? E i mezzi sono diversi dal fine? Il fine non è contenuto nei mezzi? «Diventa un pò complicato. Capisco che l'odio e la violenza possono soltanto produrre una società fondamentalmente violenta e oppressiva. È chiaro. Poi, tu dici che i mezzi giusti devono essere impiegati per edificare una società giusta. Quali sono i mezzi giusti?» I mezzi giusti sono l'azione che non è prodotta dall'odio, dall'invidia, dall'autorità, dall'ambizione, dalla paura. Il fine non è separato dai mezzi. Il fine è i mezzi. «Ma come possiamo superare l'odio e l'invidia? Questi sentimenti ci uniscono contro un comune nemico. C'è un certo piacere nella violenza che porta dei risultati, e non ce ne si può sbarazzare così facilmente.» Perché no? Quando si percepisce da soli che la violenza conduce soltanto a un danno maggiore, è così difficile liberarsi della violenza? Se qualcosa dà un profondo dolore, anche se è superficialmente piacevole, non se ne fa a meno? «Sul piano fisico questo è relativamente facile, ma è più difficile per le questioni interiori.» È difficile solo quando il piacere supera il dolore. Se l'odio e la violenza risultassero piacevoli, anche se producessero danni e infelicità indicibili, si continuerebbe con esse; ma sii chiaro su questo e non dire che state per creare un nuovo ordine sociale, un modo migliore di vivere, perché questo non ha senso. Chi odia è avido e cerca il potere o una posizione di autorità, non è un bramino, perché un vero bramino è al di fuori dell'ordine sociale che si basa su queste cose. E se voi per parte vostra non siete liberi dall'invidia, dall'antagonismo e dal desiderio di potere, non siete differenti dai bramini di oggi, anche se vi date un altro nome. «Signore, sono stupito di me stesso, perché ti sto ancora ascoltando. Un'ora fa sarei stato orripilato al pensiero di poter ascoltare un simile discorso; ma sono stato ad ascoltarti e non me ne vergogno. Ora vedo bene che ci siamo lasciati trasportare dalle nostre stesse parole e dalle nostre più sordide brame. Speriamo che le cose saranno diverse.»

25 – Coltivare la sensibilità

Era mattino presto quando l'aeroplano decollò. I passeggeri erano tutti pesantemente intabarrati perché faceva piuttosto freddo e avrebbe fatto ancora più freddo guadagnando altitudine. L'uomo sul sedile accanto stava dicendo, tra il rombo dei motori, che gli orientali erano brillanti, logici, e avevano alle loro spalle una cultura millenaria, però qual era il loro futuro? D'altra parte gli occidentali, sebbene per nulla brillanti, tranne pochi, erano molto attivi e producevano tantissimo, industriosi come formiche. Ma perché si davano tanta pena uccidendosi tra loro per le differenze religiose e politiche e per la conquista territoriale? Che pazzi! Non avevano imparato nulla dalla storia! Ringraziava Dio di essere uno studioso e di non avere nulla a che fare con quelle cose. L'uomo che era al potere aveva finito per essere un mero politico, non quel grande uomo di Stato che si sarebbe sperato potesse diventare, ma così andava il mondo. Era strano come secoli orsono un piccolo gruppo di uomini avesse civilizzato l'Occidente e un altro gruppo si fosse sparpagliato caoticamente per tutto l'Oriente, dando un nuovo e più profondo significato alla vita. Ma dove aveva condotto tutto questo adesso? Gli uomini erano diventati d'animo gretto, miserabili, smarriti. «Dopotutto, quando la mente è schiava dell'autorità avvizzisce, ed è questo che è successo alle menti degli studiosi» aggiunse con un sorriso. «Quando è schiava della tradizione la filosofia cessa di essere creativa, significativa. La maggior parte degli studiosi vivono in un mondo tutto loro, un mondo nel quale si rifugiano e le loro menti avvizziscono come i frutti dell'anno scorso sotto il sole dell'estate. Ma la vita è così, no? Piena di promesse infinite ma poi termina in infelicità e frustrazione. Ciononostante, la vita intellettuale dà le sue gratificazioni.» Il cielo prima era di un azzurro chiaro e leggero, ma ora le nuvole si stavano accumulando, scure e gonfie di pioggia. Volavamo tra due strati di nuvole e dov'eravamo noi c'era chiarore. Pesanti gocce di pioggia cadevano dallo strato superiore sull'ala d'argento dell'aereo. Faceva freddo e c'erano scossoni ma presto saremmo atterrati. L'uomo sul sedile accanto si era addormentato: la sua bocca si torceva e le sue mani si agitavano nervosamente. Tra pochi minuti ci sarebbe stato il lungo percorso dall'aeroporto, attraverso boschi e campi verdi.

Come i due che erano venuti con lei, la donna era un'insegnante, giovane ed entusiasta. «Ci siamo laureati» iniziò lei «e abbiamo ricevuto una formazione da insegnanti, il che forse è in parte il nostro problema» aggiunse con un sorriso. «Insegniamo in una scuola per bambini di età preadolescenziale, e vorremmo analizzare con te qualche problema dell'adolescenza, quando ha inizio il desiderio sessuale. Naturalmente abbiamo letto sull'argomento, ma leggere non è lo stesso che discutere a fondo di qualcosa. Siamo tutti sposati, e guardando indietro comprendiamo quanto sarebbe stato meglio se qualcuno ci avesse parlato dei problemi sessuali e ci avesse aiutato a capire il difficile periodo adolescenziale. Ma non siamo venuti per parlare di noi, anche se abbiamo i nostri problemi – e chi non ne ha?» «I ragazzi» aggiunse il secondo «giungono a quel difficile periodo per lo più completamente impreparati, senza che nessuno li aiuti a capire. Anche se possono saperne qualcosa vengono catturati e trascinati dal desiderio sessuale. Noi vogliamo aiutare i nostri studenti a farvi fronte, a capirlo, e a non diventarne schiavi virtuali. Ma con tutti questi film, fotografie pubblicitarie e copertine di riviste sessualmente provocanti è difficile anche per gli adulti pensare correttamente alla cosa. Non voglio fare il perbenista o il pruriginoso ma il problema c'è e bisogna essere capaci di comprenderlo e affrontarlo in modo pratico.» «È così,» disse il terzo «vogliamo essere pratici, qualunque cosa questo significhi, ma non ne sappiamo abbastanza. Ora sono disponibili dei film che parlano di sessualità e mostrano dall'inizio alla fine come nascono i bambini e tutto il resto, ma è un argomento così colossale che si esita ad affrontarlo. Vogliamo insegnare ai ragazzi quello che devono sapere sul sesso, senza favorire le curiosità morbose, e senza rinforzare le loro emozioni già forti fino al punto da incoraggiarli a fare degli esperimenti. È come camminare su una corda. E i genitori, ovviamente con qualche eccezione, non sono di grande aiuto: sono impauriti e ansiosi di apparire perbene. Quindi non è solo un problema di adolescenza, perché include i genitori e l'intero ambiente sociale, e non possiamo nemmeno trascurare questo aspetto. Inoltre c'è il problema della delinquenza.» Tutti questi problemi non sono correlati? Nessun problema è isolato e nessun problema può essere risolto da solo, non è vero? Allora qual è la questione che volevate discutere a fondo? «Il nostro problema immediato è come aiutare un ragazzo a capire il periodo dell'adolescenza, senza però fare nulla che lo incoraggi ad andare troppo in là nelle sue relazioni con l'altro sesso.» Attualmente come affrontate il problema? «Siamo titubanti, parliamo vagamente di controllare le proprie emozioni, disciplinando i desideri, e naturalmente ci sono sempre gli esempi, i campioni di virtù» esclamò il primo insegnante. «Li incalziamo sull'importanza di seguire gli ideali, condurre una onesta vita di moderazione, rispettare l'ordine sociale e tutte le cose di questo genere. Su alcuni ragazzi ha un effetto stabilizzante, su altri non ha alcun effetto e alcuni sono spaventati, ma suppongo che la loro paura scomparirà presto.» «Parliamo del processo riproduttivo, illustrando come avviene in natura,» aggiunse il secondo «ma nel complesso siamo conservatori e cauti.» Allora qual è il problema? «Come ha detto il mio amico il problema è come aiutare uno studente a far fronte al desiderio sessuale quando raggiunge l'adolescenza, per non esserne travolto.» Il desiderio sessuale sorge solo quando il ragazzo o la ragazza raggiungono l'adolescenza oppure esiste in una forma più semplice e libera nel corso degli anni che precedono l'adolescenza? Il ragazzo non deve essere aiutato a comprenderlo fin dalla più tenera età possibile e non soltanto in un certo periodo tardivo del suo sviluppo? «Penso che tu abbia ragione» disse il terzo. «Il desiderio sessuale si manifesta indubitabilmente in modi differenti in un'età molto più precoce, ma la maggior parte di noi non ha il tempo o l'interesse per occuparsene molto prima che il ragazzo giunga all'adolescenza, quando il problema tende a diventare acuto.» Se si giunge all'adolescenza senza essere stati correttamente educati, ovviamente il desiderio sessuale prende un'importanza soverchiante e diventa quasi incontrollabile. «Che cosa significa essere correttamente educati?» La corretta educazione si ottiene coltivando la sensibilità e la sensibilità deve essere coltivata non solo nel particolare periodo della crescita che chiamiamo adolescenza, ma nel corso di tutta la vita, non è vero? «Perché questa enfasi sulla sensibilità?» chiese il primo. Essere sensibili è provare sentimenti, essere coscienti della bellezza e della bruttezza. Coltivare la sensibilità non fa forse parte del problema di cui mi state parlando? «Non ci avevo mai pensato prima ma ora che ce lo fai vedere capisco che sono in relazione.» Essere educati correttamente non significa solo avere studiato storia o fisica: vuol dire anche essere sensibili alle cose della terra, agli animali, agli alberi, ai ruscelli, al cielo e alle altre persone. Ma noi trascuriamo tutto questo, oppure lo studiamo come parte di un progetto, qualcosa che si possa imparare e mettere da parte quando lo richiede l'occasione. Anche se nell'infanzia si ha quella sensibilità, di solito poi viene distrutta dal fracasso della cosiddetta civilizzazione. Presto l'ambiente del ragazzo lo forza entro il modello del rispettabile, del convenzionale. La delicatezza, l'affetto, il sentimento della bellezza, la sensibilità per il brutto, tutto si perde, ma naturalmente la pulsione biologica rimane. «Questo è vero» convenne il terzo. «Sembra che trascuriamo tutta quella parte della vita, no? E ci autoassolviamo dicendo che non abbiamo tempo, dobbiamo pensare al nostro curriculum di studi e cose simili!» Ma coltivare la sensibilità non è importante almeno quanto i libri e i diplomi? Però adoriamo il successo e trascuriamo la sensibilità che eliminerebbe la ricerca del successo. «Ma il successo non è necessario nella vita?» La ricerca insistita del successo produce insensibilità, incoraggia l'aridità e l'azione egocentrica. Come fa un uomo ambizioso a essere sensibile verso le altre persone o le cose della terra? Sono lì per il suo appagamento, per essere usate da lui nella sua ascesa verso il vertice. Ma la sensibilità è essenziale, diversamente ci saranno i problemi sessuali. «Come si potrebbe coltivare la sensibilità in un giovane?» "Coltivare" è una parola infelice, ma poiché l'abbiamo usata continuiamo pure. La sensibilità non è qualcosa che si debba esercitare: non va bene dire semplicemente ai giovani di osservare la natura o di leggere i poeti, eccetera. Ma se voi stessi siete sensibili al bello e al brutto, se c'è in voi delicatezza, amore, non pensate che sarete capaci di aiutare i vostri studenti a provare sentimenti, a essere riguardosi e così via? Vedete, noi soffochiamo o trascuriamo tutto questo, mentre ci si concede ogni tipo di stimolante diversivo, così il problema diventa progressivamente complesso. «Capisco che quel che dici è vero, ma penso che tu non valuti appieno le nostre difficoltà. Abbiamo delle classi di trenta o quaranta ragazzi e ragazze, e non possiamo parlare a ciascuno di loro individualmente, anche se lo vorremmo moltissimo. Quel che è peggio, insegnare a così tanti allievi insieme è un compito che ti esaurisce enormemente e noi stessi siamo stanchi e tendiamo a perdere qualsiasi nostra sensibilità.» Allora che cosa volete fare? L'attenzione, la tenerezza, l'affetto, sono cose essenziali per comprendere il desiderio sessuale. Certamente se si sonda il problema, parlandone e focalizzandolo secondo diversi punti di vista, la sensibilità si mobiliterà nell'insegnante e il suo significato verrà comunicato al ragazzo. E quando il ragazzo diventerà adolescente sarà capace di affrontare il desiderio sessuale con una comprensione più aperta e profonda. Ma per attuare il tipo giusto di educazione per i ragazzi dovete anche educare i genitori che dopotutto formano la società. «Il problema è complesso e davvero gigantesco, e noi tre cosa possiamo fare in questo pasticcio? Che cosa può fare un individuo?» Soltanto in quanto individui possiamo fare qualcosa. Sono sempre stati degli individui, in rare occasioni, ad avere effettivamente cambiato la società e a produrre grandi cambiamenti nel pensiero e nell'azione. Per essere realmente rivoluzionario si deve uscire dai modelli della società vigente, il modello dell'avidità, dell'invidia, eccetera. Ogni riforma all'interno del modello causerà soltanto maggior confusione e infelicità. La delinquenza per esempio non è altro che una rivolta all'interno del modello, e la funzione dell'educatore, naturalmente, è quella di aiutare i giovani a sbarazzarsi dei modelli, il che significa liberarsi dall'avidità e dalla ricerca del potere. «Capisco che non varremo molto finché non sentiremo intensamente a nostra volta queste verità. Ed è una delle nostre più grandi difficoltà: siamo tutti così intellettuali che i nostri sentimenti si sono paralizzati. Solo quando sentiremo fortemente potremo davvero fare qualcosa.»

26 – «Perché non raggiungo l'Illuminazione?»

Era piovuto continuamente per una settimana: la terra era fradicia e c'erano grandi pozzanghere lungo tutto il sentiero. L'acqua aveva tracimato dai pozzi e le rane trascorrevano un bel momento, gracidando senza tregua per tutta la notte. Il fiume rigonfio metteva in pericolo il ponte; ma le piogge erano benvenute anche se ci sarebbero stati gravi danni. Ora però stava lentamente schiarendo: sopra di noi c'erano chiazze di cielo azzurro e il sole del mattino stava dissipando le nuvole. Ci sarebbero voluti mesi prima che le foglie degli alberi appena lavati dalla pioggia si ricoprissero di nuovo di fine polvere rossa. L'azzurro del cielo era così intenso che induceva ad arrestarsi meravigliati. L'aria si era purificata e in meno di una settimana la terra si era improvvisamente fatta verde. Nella luce mattutina la pace regnava sulla terra. Un pappagallo solitario stava appollaiato su un ramo secco di un albero lì vicino. Non si stava lisciando le penne, era completamente immobile, anche se i suoi occhi erano vivi e all'erta. Era di un verde delicato con un becco rosso brillante e una lunga coda di un verde meno intenso. Veniva voglia di toccarlo, per sentirne il colore, ma a muoversi sarebbe volato via. Sebbene fosse completamente immobile, come una gelida luce verde, si sentiva che era intensamente vivo, e sembrava dar vita al ramo secco su cui stava. Era così meravigliosamente bello che toglieva il respiro: quasi non osavi posare gli occhi su di lui per paura che fuggisse via in un lampo. Anche se avevi visto dozzine di pappagalli muoversi nel loro pazzo volo, appollaiati sui cavi o sparpagliati sui campi di terra rossa dove il grano era ancora tenero e verde, quell'uccello sembrava essere il cuore dell'intera vita, della bellezza e della perfezione. Non c'era nulla oltre a quella macchia chiara di verde su un ramo scuro che si stagliava contro il cielo azzurro. Non c'erano parole, nessun pensiero nella mente, non eri nemmeno conscio di non pensare. Quell'intensità provocava lacrime e faceva sbattere le palpebre, ma un semplice batter di ciglia avrebbe potuto spaventare l'uccello e farlo volare via! Invece rimase lì, senza muoversi, così elegante ed esile, ogni piuma al suo posto. Erano passati solo pochi minuti ma quei pochi minuti riempivano il giorno, l'anno e tutto il tempo; in quei pochi minuti c'era ogni vita, senza una fine o un inizio. Non è un'esperienza da conservare nella memoria, una cosa morta da ravvivare col pensiero, anch'esso mortale: è totalmente viva e perciò non può essere trovata in mezzo alla morte. Qualcuno chiamò dalla casa oltre il giardino e il ramo secco fu improvvisamente vuoto.

Erano in tre: una donna e due uomini, tutti piuttosto giovani, forse nel bel mezzo della trentina. Erano venuti presto, subito dopo essersi lavati e vestiti; evidentemente non erano ricchi. I loro visi erano illuminati dai loro pensieri, i loro occhi erano chiari e semplici, senza quello sguardo opaco provocato dal leggere molto. La donna era sorella del più vecchio di loro e l'altro uomo era suo marito. Sedevamo tutti su un materasso con un bordo rosso su ogni lato. Il traffico produceva un rumore terribile e si dovette chiudere una finestra: l'altra si apriva su un giardino riparato dove un albero allargava i suoi rami. I tre erano un pò timidi ma presto presero a parlare apertamente. «Anche se i nostri famigliari sono benestanti, tutti e tre abbiamo scelto di condurre una vita molto semplice, senza pretese» iniziò il fratello. «Viviamo vicino a un piccolo villaggio, leggiamo un pò, e ci dedichiamo alla meditazione. Non abbiamo nessun desiderio di diventare ricchi e abbiamo appena quel che ci basta per vivere. Io conosco un pò di sanscrito, ma non posso citare le Scritture con autorevolezza. Mio cognato è più studioso di me, ma siamo entrambi troppo giovani per essere eruditi. In se stessa la conoscenza ha ben poco significato; è di aiuto solo nella misura in cui può guidarci e tenerci sulla retta via.» Mi domando se la conoscenza sia utile; non è piuttosto un impedimento? «Come può la conoscenza essere un impedimento?» chiese lui con una certa inquietudine. «Sicuramente la conoscenza è sempre utile!» Utile in che modo? «Utile per trovare Dio, per condurre una vita giusta.» Davvero? Un ingegnere deve avere le conoscenze per costruire un ponte, per progettare macchine e così via. La conoscenza è essenziale per coloro che si interessano all'ordine delle cose materiali. Il fisico deve avere conoscenza, fa parte della sua educazione, della sua stessa esistenza, e senza di essa non può andare avanti. Ma la conoscenza rende la mente libera per la scoperta? Anche se la conoscenza è necessaria per fare uso di ciò che è già stato scoperto, sicuramente la condizione reale della scoperta è priva di conoscenza. «Senza conoscenza potrei fuoriuscire dal cammino che conduce a Dio». E perché non dovresti fuoriuscirne? Il cammino è così chiaramente tracciato e il fine così ben definito? E che cosa intendi con conoscenza? «Intendo tutto quello che si è sperimentato, letto o appreso su Dio e sulle cose che si devono fare e le virtù che si devono praticare e tutto il resto, al fine di trovare Dio. Ovviamente non mi riferisco alla conoscenza ingegneristica.» Ma c'è molta differenza tra le due? All'ingegnere hanno insegnato come ottenere certi risultati fisici applicando la conoscenza che l'uomo ha accumulato nel corso dei secoli; mentre a te è stato insegnato come ottenere certi risultati interiori con il controllo dei tuoi pensieri, coltivando la virtù, compiendo opere buone e così via, tutte cose che sono ugualmente un problema di conoscenza accumulata nel corso dei secoli. L'ingegnere ha i suoi libri e i suoi insegnanti come tu hai i tuoi. A entrambi è stata insegnata una tecnica ed entrambi desiderate raggiungere un fine, tu a modo tuo e lui a modo suo. Entrambi perseguite dei risultati. E Dio, o la verità, è forse un risultato? Se lo fosse potrebbe essere contenuto nella mente, e ciò che può essere contenuto nella mente può anche essere analizzato in parti. Quindi, la conoscenza è utile per scoprire la realtà? «Non sono affatto sicuro che non lo sia, signore, a dispetto di quanto dici tu» replicò il marito. «Senza conoscenza come si può seguire il cammino che conduce a Dio?» Se il fine è statico, se è una cosa morta e immobile, allora uno o più percorsi potrebbero anche condurre a esso; ma la realtà, Dio o qualunque nome tu voglia dargli, è forse un residente stabile con un indirizzo fisso? «Certo che no!» disse il fratello con veemenza. Allora come potrebbe esserci un percorso che vi conduca? Di sicuro non ci sono percorsi che conducano alla verità. «Allora qual è la funzione della conoscenza?» chiese il marito. Tu sei il risultato di ciò che ti hanno insegnato e le tue esperienze si basano su quei condizionamenti; le tue esperienze, a loro volta, rinforzano o modificano i tuoi condizionamenti. Sei come un grammofono che può suonare diversi dischi ma rimane sempre lo stesso grammofono. I dischi che suoni sono ciò che ti è stato insegnato, sia dagli altri che dalle tue stesse esperienze. È così, giusto? «Certo signore,» rispose il fratello «ma c'è una parte di me che non sia frutto dell'insegnamento?» C'è? Di sicuro quello che chiami Atman, l'anima, il sé superiore, e così via, fa ancora parte del regno di ciò che hai letto o che ti hanno insegnato. «Le tue affermazioni sono così chiare e sensate che ci si lascia convincere contro la propria volontà» disse il fratello. Se ti fai soltanto convincere, non vedi la verità di tutto ciò. La verità non è una questione di convinzione o di assenso. Puoi assentire o dissentire riguardo alle opinioni o alle conclusioni, ma un fatto non ha bisogno di assenso: è così e basta. Se riesci a vedere da solo almeno una volta che quello che abbiamo detto è un fatto, allora non sarai soltanto convinto: la tua mente avrà subito una trasformazione fondamentale e non guarderà più alla realtà attraverso lo schermo della convinzione o della fede, ma si avvicinerà alla verità, Dio, senza conoscenza, senza più dischi da far suonare. Il disco è l'io, l'ego, è quello pieno di sé, quello che sa, a cui hanno insegnato, che ha praticato la virtù. Ed è quello che è in conflitto con il fatto reale. «Allora perché ci sforziamo di acquisire conoscenza?» chiese il marito. «La conoscenza non è una parte essenziale della nostra esistenza?» Quando c'è comprensione del sé, la conoscenza ha il suo giusto spazio, ma senza questa comprensione la ricerca della conoscenza di sé dà una sensazione di ottenere risultati, di andare da qualche parte: è eccitante e piacevole quanto il successo mondano. Si può rinunciare alle cose esteriori dell'esistenza, ma nello sforzo di acquisire conoscenza di sé c'è la sensazione dell'appagamento, del cacciatore che caccia la preda: il che è simile alla soddisfazione di un guadagno mondano. Non c'è comprensione del sé, dell'io, dell'ego, se si accumula conoscenza di ciò che è stato o è attualmente. L'accumulazione distorce le percezioni e quando la mente è appesantita dalla conoscenza non è possibile comprendere il sé nelle sue attività quotidiane, le sue reazioni rapide e abili. Finché la mente è appesantita dalla conoscenza ed essa stessa è il risultato della conoscenza, non può mai essere nuova, incorrotta. «Mi è concesso fare una domanda?» chiese la signora, piuttosto nervosamente. Aveva ascoltato tranquillamente, esitando a fare domande per deferenza verso suo marito, ma ora che gli altri due permanevano in un silenzio ostinato, parlò lei. «Vorrei chiedere, se mi è possibile, perché accade che uno abbia l'illuminazione, una percezione totale della realtà, mentre altri vedono solo i dettagli diversi e sono incapaci di afferrare il tutto. Perché non possiamo avere tutti quanti quell'illuminazione, quella capacità di vedere il tutto che sembri avere tu? Perché accade che uno ce l'ha e l'altro no?» Pensi che sia un dono? «Sembrerebbe di sì» rispose lei. «Però questo vorrebbe dire che la divinità è parziale, e allora ci sarebbero pochissime possibilità per noi altri. Spero che non sia così.» Vediamo di indagare questo. Innanzitutto perché hai fatto quella domanda? «Per la semplice e ovvia ragione che io voglio quella visione profonda.» Ora aveva perso la sua timidezza ed era desiderosa di parlare quanto gli altri due. Quindi la tua domanda è motivata dal desiderio di ottenere qualcosa. Ottenere qualcosa, raggiungere risultati o diventare qualcosa, implica un processo di accumulazione e di identificazione con ciò che si è accumulato. Non è vero? «Sì, signore.» L'ottenere qualcosa inoltre implica comparazione, o no? Tu che non hai questa illuminazione stai paragonando te stessa con qualcuno che ce l'ha. «Sì, è così.» Ma tutti i paragoni come questo ovviamente sono il prodotto dell'invidia. E l'illuminazione si risveglia forse con l'invidia? «Suppongo di no.» Il mondo è pieno di invidia e ambizione, che si possono scorgere nell'incessante ricerca del successo, nella relazione del discepolo con il Maestro, del Maestro con il suo Maestro e così via all'infinito. E questo fa sviluppare certe capacità. Ma la percezione totale, la totale presenza mentale, è una capacità? Si basa sull'invidia e sull'ambizione? O giunge all'essere solo quando ogni desiderio di ottenimento è cessato? Capisci la questione? «Credo di no.» Il desiderio di ottenere qualcosa si basa sulla presunzione, o no? Esitò, poi disse lentamente: «Ora che lo evidenzi, capisco che fondamentalmente è così.» Perciò è la tua presunzione – in senso lato ma anche in senso stretto – che ti ha fatto fare questa domanda. «Ho paura che anche questo sia vero.» In altre parole stai facendo questa domanda per il desiderio di avere successo. Ora, si può fare questa stessa domanda: perché non ho una visione profonda? senza dare enfasi all'io? «Non lo so.» Può esserci una qualsiasi indagine finché la mente è imbrigliata da un obiettivo? Fino a quando il pensiero ha il suo centro nell'invidia, nella presunzione, nel desiderio di avere successo, può viaggiare lontano e libero? Per indagare realmente, non deve venire meno il centro? «Vuoi dire che l'invidia o l'ambizione, ossia il desiderio di essere o diventare qualcosa, deve scomparire completamente per avere un'illuminazione profonda?» Ancora una volta, se si potesse identificare, tu vorresti possedere quella capacità, perciò inizieresti ad autodisciplinarti per acquisirla. Sei tu l'importante, l'aspirante possessore, e non la capacità stessa. Questa capacità sorge solo quando la mente non ha più nessun tipo di movente. «Ma prima, signore, hai detto che la mente è il risultato del tempo, della conoscenza, degli obiettivi; e come può una mente simile essere priva di qualsiasi movente?» Fa questa domanda a te stessa, non solo superficialmente, ma con la stessa serietà di un affamato che vuole il cibo. Quando domandi e indaghi, è importante che tu capisca da sola la causa della tua indagine. Puoi domandare per invidia o puoi domandare senza un movente. Lo stato della mente che sta realmente indagando la capacità della percezione totale è uno stato di completa umiltà e completa quiete. E quell'umiltà e quiete è la capacità stessa. Non è qualcosa che si deve guadagnare.

27 – Riforma, rivoluzione e ricerca di Dio

Quel mattino il fiume era grigio, sembrava piombo fuso. Dietro ai boschi addormentati spuntò il sole, grande, con incandescente splendore, ma le nuvole proprio sopra all'orizzonte presto lo coprirono, e per tutto il giorno il sole e le nuvole lottarono tra loro per ottenere la vittoria finale. Di solito c'erano dei pescatori sul fiume, nelle loro barche a forma di gondola, ma quel mattino mancavano e il fiume era solitario. La carcassa rigonfia di un qualche grosso animale galleggiava sull'acqua e alcuni avvoltoi le stavano sopra emettendo grida e lacerandone le carni. Altri avvoltoi volevano la loro parte ma venivano spinti via dall'ampio battito delle ali, fino a che quelli già sul cadavere non si furono saziati. Gracchiando furiosamente, i corvi tentavano di farsi largo in mezzo agli uccelli più grossi e sgraziati, ma non avevano possibilità. A eccezione di questo rumore e dell'agitazione intorno alla carcassa, il fiume ampio e sinuoso era tranquillo. Il villaggio sull'altra riva si era risvegliato da un'ora o due. Gli abitanti del villaggio urlavano gli uni agli altri e le loro voci forti giungevano chiare sull'acqua. Quelle urla avevano qualcosa di piacevole, erano calde e amichevoli. Una voce chiamava dall'altra parte del fiume, srotolandosi nell'aria tersa, e un'altra le rispondeva da qualche parte più in su lungo il fiume, o dall'altra riva. Nessuna di esse pareva disturbare la quiete del mattino: regnava una grande pace stabile. L'automobile procedeva lungo una strada sterrata e abbandonata, sollevando una nuvola di polvere che si posava sugli alberi e sui pochi abitanti dei villaggi che stavano facendo il loro percorso di andata e ritorno dalla città sudicia e in espansione disordinata. Percorrevano la strada anche degli scolari, ma non sembravano far caso alla polvere perché troppo coinvolti nelle loro risate e nei loro giochi. Imboccando la strada principale l'auto attraversò la città, incrociò la ferrovia e presto fu di nuovo nell'aperta campagna pulita. Lì era bello, c'erano vacche e capre nei campi verdi e sotto gli enormi vecchi alberi, ed era come non averle mai viste prima di allora. Passando nella città, con la sua sporcizia e il suo squallore pareva che la bellezza del mondo fosse stata estirpata; ora però ti era stata ridata ed eri sorpreso nel vedere la bontà del mondo e delle cose della terra. C'erano dei cammelli, grandi e ben pasciuti, ognuno trasportava un grande fascio di iuta. Non si affrettavano mai ma mantenevano un'andatura stabile, tenendo la testa eretta; in cima a ogni fascio sedeva un uomo che guidava la goffa bestia. Poi con uno shock stupefacente vedevi in quella strada due enormi elefanti dall'andatura lenta, allegramente ricoperti da mantelli rossi ricamati d'oro, e con le zanne ornate da nastri argentati. Venivano condotti a qualche cerimonia religiosa ed erano addobbati per l'occasione, ma erano stati fermati, c'era una conversazione. La loro enorme mole torreggiava su di te, ma erano creature gentili e non avevano nulla di minaccioso o rabbioso. Accarezzavi la loro pelle dura; la punta di una proboscide, curiosa, toccò leggermente il palmo della tua mano, poi si allontanò. L'uomo gridò per farli ripartire e la terra sembrò muoversi con loro. Giunse una piccola carrozza a due ruote tirata da un cavallo magro e sfinito: era senza tetto e trasportava un corpo umano avvolto in un telo bianco. Il corpo era legato in modo lasco al pavimento del veicolo, che non era molleggiato, e siccome il cavallo trottava lungo la strada accidentata sia il conducente che il cadavere ballonzolavano su e giù. L'aeroplano del nord era arrivato e i passeggeri scendevano per concedersi la pausa di mezz'ora prima di ripartire. C'erano dei politici, e dal loro aspetto dovevano essere stati persone molto importanti – dei ministri, si diceva. Scesero la passerella di cemento come una nave che attraversa uno stretto canale, onnipotenti e completamente superiori alla comune massa. Gli altri passeggeri stavano parecchi passi indietro. Tutti sapevano chi erano e se qualcuno non lo sapeva gli veniva subito detto: la folla si fece silenziosa guardando i grandi uomini nella loro gloria. Ma la terra era ancora verde, un cane abbaiava e all'orizzonte c'erano le montagne coperte di neve, un panorama stupefacente alla contemplazione.

Un gruppetto di persone si era riunito nella stanza grande e spoglia, ma solo quattro di loro parlavano, e in qualche modo questi quattro sembravano parlare per tutti. Non era una cosa prestabilita ma avvenne in modo naturale e gli altri erano evidentemente lieti che fosse così. Uno dei quattro, un omone con l'aria sicura di sé, era incline alle affermazioni rapide e facili. Il secondo non era molto grande fisicamente, aveva occhi acuti e maniere piacevoli. Gli altri due erano più piccoli, ma tutti dovevano avere fatto buone letture perché parlavano con facilità. Sembravano sulla quarantina e tutti avevano esperienze di vita, dissero, in seguito al lavoro svolto nei diversi campi di cui si occupavano. «Voglio parlare di frustrazione» disse l'omone. «È la maledizione della mia generazione. Noi tutti sembriamo frustrati per un motivo o per un altro, e qualcuno di noi diventa amaro e cinico, sempre dedito a criticare gli altri e ansioso di sminuirli. A migliaia sono stati liquidati dalle purghe politiche ma dovremmo ricordarci che possiamo uccidere gli altri anche con le parole e i comportamenti. Personalmente non sono un cinico, anche se ho dedicato una buona parte della mia vita a lavorare nel sociale e al miglioramento della società. Come moltissime altre persone ho flirtato con il comunismo, e non vi ho trovato nulla di buono. Caso mai è un movimento regressivo e di sicuro non rappresenta il futuro. Ho fatto parte del governo, e in qualche modo questo non ha significato molto per me. Ho letto proprio di tutto, ma leggere non rende affatto un cuore più leggero. Anche se nella discussione sono pronto, la mia ragione dice una cosa e il mio cuore ne dice un'altra. Per anni sono stato in guerra con me stesso, e pare che non vi sia via d'uscita da questo conflitto interiore. Sono un cumulo di contraddizioni e sto lentamente morendo interiormente... Non intendo parlare di tutto questo ma in qualche modo ne sto parlando. Perché sfioriamo e moriamo interiormente? Non sta accadendo solo a me ma anche ai grandi del paese.» Che cosa intendi dicendo sfiorire e morire? «Puoi occupare una posizione di responsabilità, puoi lavorare duro e arrivare al vertice, eppure essere morto interiormente. Se tu dicessi ai cosiddetti grandi – coloro i cui nomi appaiono ogni giorno sui giornali con un resoconto dei loro atti e discorsi – che sono essenzialmente ottusi e stupidi, ne inorridirebbero ma anche loro stanno sfiorendo come noi, si stanno deteriorando interiormente. Perché? Conduciamo vite morali, rispettabili, ma non c'è nessuna fiamma che arda dietro la nostra facciata. Qualcuno di noi non è nemmeno del tutto chiuso in se stesso, o almeno non sembra, eppure la nostra vita interiore scorre via. Che lo sappiamo o no, e che viviamo nelle case ministeriali o nelle stanze spoglie dei bravi lavoratori, spiritualmente parlando abbiamo un piede nella tomba. Perché?» Non potrebbe essere perché siamo soffocati dalla nostra presunzione, dall'orgoglio del successo e del trionfo, dalle cose che per la mente hanno un gran valore? Il cuore sfiorisce quando la mente è appesantita dalle cose che ha accumulato in se stessa. Non è molto strano che tutti vogliano salire la scala del successo e della notorietà? «Veniamo educati a questo e suppongo che finché si sale la scala o si sta in cima, la frustrazione sia inevitabile. Ma come si potrebbe finirla con questo senso di frustrazione?» Molto semplice, non salendo la scala. Se vedi la scala e sai dove porta, se capisci le sue profonde implicazioni e non posi il piede nemmeno sul primo scalino, non sarai mai frustrato. «Ma non posso semplicemente starmene seduto a subire il mio deterioramento!» Subisci il tuo deterioramento ora, nel bel mezzo della tua incessante attività. E se te ne stai semplicemente seduto, come l'eremita che si autodisciplina, mentre al tuo interno brucia il desiderio con tutti i fuochi dell'ambizione e dell'invidia, continuerai a sfiorire. Non è vero, signore, che il deterioramento va a braccetto con la rispettabilità? Questo non significa che si deve perdere la propria reputazione. Tu sei molto virtuoso non è vero? «Tento di esserlo.» La virtù della società conduce alla morte. Essere coscienti della propria virtù significa morire rispettabilmente. Esteriormente e interiormente ti conformi alle regole della moralità sociale, giusto? «Se la maggior parte di noi non facesse così l'intera struttura della società crollerebbe. Stai forse predicando l'anarchia morale?» Ti sembra che la stia predicando? La moralità sociale è pura rispettabilità. L'ambizione, l'avarizia, la vanità dell'ottenere risultati e apprezzarli, la violenza del potere e di chi ha una posizione, uccidere in nome di un'ideologia o di una nazione: questa è la moralità della società. «Però i nostri leader sociali e religiosi predicano almeno contro alcune di queste cose.» I fatti sono una cosa e le prediche un'altra. Uccidere per un'ideologia o una nazione è rispettabilissimo, e l'assassino, il generale che organizza omicidi di massa, viene decorato e gli si tributano i massimi onori. Sono gli uomini di potere che hanno i posti-guida nel paese. Il predicatore e colui che ascolta la predica sono sulla stessa barca, non è vero? «Siamo tutti nella stessa barca,» disse il secondo «e lottiamo per fare qualcosa riguardo a questo.» Se ti accorgi che la barca ha molti fori e sta affondando rapidamente, non salteresti fuoribordo? «La barca non è così malmessa. Possiamo rattopparla, e tutti dovrebbero dare una mano. Se tutti lo facessero la barca starebbe a galla sul fiume della vita.» Sei uno che lavora nel sociale, giusto? «Sì, signore, e ho avuto il privilegio di stare accanto ad alcuni dei più grandi riformatori. Credo che le riforme e non la rivoluzione siano la sola via per uscire dal caos. Guarda che cosa ne è stato della Rivoluzione russa! No, signore, gli uomini davvero grandi sono sempre stati dei riformatori.» Che cosa intendi con riforme? «Riformare significa migliorare gradualmente le condizioni sociali ed economiche della gente attraverso i diversi schemi che abbiamo formulato a mano a mano: significa diminuire la povertà, rimuovere la superstizione, sbarazzarsi delle divisioni di classe, e così via.» Simili riforme avvengono sempre all'interno del modello sociale esistente. Un diverso gruppo di persone può salire al vertice, una nuova legislazione può entrare in vigore, può esserci la nazionalizzazione di certe industrie e tutte le cose simili, ma questo avviene sempre nella cornice attuale della società. È questo che chiamiamo riforme, non è vero? «Ma se fai questa obiezione allora potrai soltanto invocare la rivoluzione e sappiamo tutti che la grande rivoluzione seguita alla Prima guerra mondiale, da allora in poi ha mostrato di essere un movimento regressivo, come il mio amico ha detto, colpevole di errori ed epurazioni di ogni tipo. Dal punto di vista industriale i comunisti possono avanzare, possono eguagliare o anche sorpassare altre nazioni, ma l'uomo non vive di solo pane e noi di sicuro non vogliamo seguire quel modello.» Una rivoluzione all'interno del modello, all'interno della cornice della società non è affatto una rivoluzione: può essere un progresso o un regresso ma, come le riforme, è soltanto una continuazione modificata del passato. Per quanto le riforme siano buone e necessarie possono soltanto portare a un cambiamento superficiale, che poi richiederà ulteriori riforme. Non c'è fine a questo processo, perché la società si disintegra rispettando il proprio modello di esistenza. «Quindi, signore, sostieni che ogni riforma, per quanto sia benefica, è soltanto un gran rattoppo, e che nessuna riforma può portare a una trasformazione totale della società?» La trasformazione totale non può avere luogo entro i modelli di nessuna società, sia essa una dittatura o una cosiddetta democrazia. «Una società democratica non ha più senso e valore di uno stato di polizia o dittatoriale?» Naturalmente. «Allora cosa intendi per modello della società?» Modello della società sono le relazioni umane basate sull'ambizione, l'invidia, il desiderio personale e collettivo di potere, l'attitudine gerarchica, le ideologie, i dogmi, le fedi. Una simile società può, e di solito lo fa, professare di credere nell'amore, nella bontà; ma è sempre pronta a uccidere, a partire in guerra. All'interno di questo modello il mutamento non è affatto un mutamento, per quanto rivoluzionario possa apparire. Quando il paziente necessita di un'operazione seria è stupido alleviargli semplicemente i sintomi. «Ma chi deve essere il chirurgo?» Bisogna operare se stessi e non affidarsi a un altro, per quanto lo si consideri un bravo specialista. Bisogna fuoriuscire dal modello attuale della società, il modello dell'avidità, del desiderio di possesso, del conflitto. «Ma se fuoriesco dal modello, questo avrà effetti sulla società?» Prima escine e poi guarda cosa succede. Rispettare il modello e domandare che cosa accadrà se ne esci è una via di fuga, un'indagine perversa e inutile. «A differenza di questi due signori,» disse il terzo con una voce dolce e piacevole «non so nulla della gente importante, vengo da un ambiente completamente diverso. Non ho mai pensato a diventare famoso e sono rimasto sullo sfondo, facendo coscienziosamente la mia parte. Ho sacrificato mia moglie, le gioie dell'avere una casa e dei bambini, e mi sono completamente votato all'impresa di liberare il nostro paese. Ho fatto questo onestamente e con grande scrupolo. Non ho cercato potere per me stesso, volevo soltanto che il nostro paese fosse libero, si sviluppasse come una nazione santa, avesse di nuovo la gloria e la grazia che un tempo erano dell'India. Ma ho visto tutto quello che è successo, ho visto la presunzione, il fasto, la corruzione, i favoritismi, e ho sentito i discorsi ambigui dei vari politici, inclusi i leader del partito al quale appartenevo. Non ho sacrificato la mia vita, i miei piaceri, mia moglie, il mio denaro, affinché questi uomini corrotti potessero governare il paese. Mi sono astenuto dal potere per il bene della nazione, ma solo per poi vedere quei politici ambiziosi salire alle posizioni di potere. Ora comprendo di avere speso vanamente i migliori anni della mia vita e mi sento come se mi fossi suicidato.» Gli altri stavano zitti, sgomenti per quello che era stato detto: erano tutti politici, di fatto e in cuor loro. Signore, i più danno una piega perversa alla propria vita e lo scoprono forse troppo tardi o mai. Se raggiungono posizioni di potere fanno danni in nome del paese, seminano zizzania in nome della pace o di Dio. La presunzione e l'ambizione governano ovunque il paese, con gradi diversi di barbarie e insensibilità. L'attività politica riguarda solo una piccolissima parte della vita: ha la sua importanza ma quando usurpa l'intero campo dell'esistenza, come sta facendo adesso, diventa una mostruosità, corrompe il pensiero e l'azione. Glorifichiamo e rispettiamo l'uomo di potere, il leader, perché c'è in noi lo stesso desiderio di potere e di una posizione, lo stesso desiderio di controllare e comandare. Ogni individuo contribuisce a creare un leader; il leader è fatto della confusione, dell'invidia, dell'ambizione di ciascuno, e seguire il leader significa seguire i propri bisogni, pulsioni e frustrazioni. Il leader e il seguace sono entrambi responsabili del dolore e della confusione degli uomini. «Riconosco la verità di ciò che dici, anche se per me è difficile ammetterlo. E adesso, dopo tutti questi anni, non so davvero che cosa fare. Ho pianto tutte le lacrime del mio cuore, ma a cosa è servito? Non posso disfare ciò che è fatto. Ho incoraggiato migliaia di persone, con le parole e le azioni, ad accettare e a ubbidire. Molti di loro sono come me anche se non nella mia stessa situazione critica: hanno mutato la loro ubbidienza da un leader a un altro, da un partito a un altro, da una collezione di slogan a un'altra. Ma io ne sono fuori completamente e non voglio mai più avvicinarmi a un leader politico. Ho lottato invano per tutti questi anni: il giardino che ho coltivato con così tanta cura si è riempito di macerie e pietre. Mia moglie è morta e io sono solo. Ora capisco di avere venerato degli déi fabbricati dagli uomini. Lo Stato, l'autorità dei leader e le sottili vanità legate alla propria importanza personale. Sono stato cieco e stupido.» Ma se davvero percepisci che tutto ciò per cui hai lavorato è stupido e vano e conduce soltanto a una maggior infelicità, allora questo è l'inizio della chiarezza. Se la tua intenzione è di andare a nord e scopri che in realtà sei andato verso il sud, la sola scoperta equivale a voltarsi verso il nord. Non è così? «Non è così semplice. Adesso capisco che la strada che ho seguito conduce soltanto all'infelicità e alla distruzione dell'uomo. Ma non conosco altre strade da prendere.» Non c'è strada che conduca a ciò che è al di là di tutte le strade che gli uomini possano avere aperto e seguito. Per trovare quella realtà impercorribile devi riuscire a scorgere la verità nella falsità, o la falsità nella verità. Se percepisci che il cammino che hai percorso è falso – ma non in paragone con qualcos'altro, non secondo il giudizio e il disappunto, e nemmeno secondo la valutazione in termini di moralità sociale, ma falso in se stesso – allora quella percezione della falsità è consapevolezza della verità. Non devi seguire la verità: la verità ti libera dalla falsità. «Però sento ancora la spinta a chiudere completamente con la mia vita.» Il desiderio di farla finita è il prodotto dell'amarezza, della frustrazione profonda. Se la strada che stavi seguendo, nonostante fosse profondamente falsa in se stessa, ti avesse condotto a ciò che pensavi essere l'obiettivo, insomma se avessi avuto successo non ci sarebbe stato nessun senso di frustrazione, nessun amaro disappunto. Se non ti fossi imbattuto in questa frustrazione finale non avresti mai messo in questione ciò che stavi facendo, non avresti mai indagato per comprendere se fosse vero o falso in se stesso. Se lo avessi fatto le cose avrebbero potuto essere molto differenti. Eri stato trascinato dalla corrente dell'autorealizzazione e ora ti ritrovi isolato, frustrato, deluso. «Penso di capire ciò che intendi. Stai dicendo che ogni forma di autorealizzazione – nello Stato, nelle opere buone o in qualche sogno utopico – deve necessariamente condurre alla frustrazione, a quello stato sterile della mente. Ora ne ho coscienza chiara.» Il ricco fiorire della bontà nella mente – il che è molto differente dall'essere "buoni" per raggiungere un fine o per diventare qualcosa – è in se stesso la retta azione. L'amore è la propria azione, la propria eternità. «Anche se è tardi,» disse il quarto «posso fare una domanda? La fede in Dio aiuta a trovarlo?» Per trovare la verità, o Dio, non ci deve essere né fede né mancanza di fede. Il credente è come il non credente: né l'uno né l'altro troveranno la verità perché il loro pensiero è foggiato dalla loro educazione, dal loro ambiente, dalla loro cultura e dalle loro speranze e paure, gioie e dolori. Una mente che non è libera da tutte queste influenze condizionanti non può mai trovare la verità, per quanto si adoperi. «Quindi cercare Dio non è importante?» Come può una mente impaurita, invidiosa e avida, scoprire ciò che è al di là di se stessa? Troverà solo le proprie proiezioni, le immagini, le credenze e le conclusioni nelle quali è imprigionata. Per scoprire ciò che è vero o ciò che è falso, la mente deve essere libera. Cercare Dio senza comprendere se stessi ha scarso significato. Cercare per un motivo è non cercare affatto. «Si può mai cercare senza un motivo?» Quando c'è un motivo per cercare, il fine della ricerca è già noto. Se sei infelice cerchi la felicità, perciò hai smesso di cercare perché pensi di sapere già cos'è la felicità. «Allora cercare è un'illusione?» Una delle tante. Quando la mente non ha un obiettivo, quando è libera e non è spinta da nessuna brama, quando è totalmente calma, allora la verità è. Non devi cercarla; non puoi darle la caccia o invitarla. Deve venire lei.

28 – Il bambino chiassoso e la mente silenziosa

Per tutto il giorno le nuvole erano giunte attraverso l'ampio spazio tra le montagne; ammassandosi contro le colline a ovest, continuavano a essere scure e minacciose al di sopra della valle, e probabilmente sarebbe piovuto verso sera. La terra rossa era asciutta, ma gli alberi e i cespugli selvatici erano verdi, perché era piovuto qualche settimana prima. Molti piccoli ruscelli si disperdevano per la valle ma non avrebbero mai raggiunto il mare perché la gente usava l'acqua per irrigare le risaie. Alcune di queste risaie erano sommerse dall'acqua, pronte per essere seminate, ma la maggior parte di esse era già verde del riso che maturava. Quel verde era incredibile: non era il verde dei pendii di montagna ben irrigati, e nemmeno il verde dei prati ben tenuti o il verde della primavera, e neppure il verde dei teneri germogli tra le foglie più vecchie di un arancio. Era un verde completamente differente, il verde del Nilo, dell'ulivo, del verderame, una miscela di tutto questo e ancor più: c'era in essa una sfumatura di artificiale, di chimico, e al mattino, quando il sole era proprio sopra le colline a est, quel verde aveva lo splendore e la ricchezza delle lande più antiche della terra. Era difficile credere che un simile verde esistesse in quella valle, nota a così pochi e dove viveva solo la gente dei villaggi. Per loro era una vista quotidiana, una cosa per la quale si erano affaticati, affondati nell'acqua fino alle ginocchia; e ora, dopo lunga preparazione e cure c'erano quei campi di verde incredibile. La pioggia avrebbe aiutato e le nuvole scure portavano una promessa. Ovunque era l'oscurità della notte incipiente e delle nuvole basse, ma un singolo raggio del sole che tramontava toccò il lato liscio di una grande roccia sulla collina verso est, e rimase estraneo all'oscurità crescente. Passò un gruppo di abitanti del villaggio che parlavano ad alta voce e conducevano il bestiame innanzi a loro. Una capra si era allontanata e un ragazzino faceva rumore per richiamarla indietro, ma quella non se ne curava perciò il ragazzino le corse dietro e le gettò delle pietre, arrabbiato, finché alla fine la capra non ritornò nel gregge. Adesso faceva piuttosto buio, ma si poteva ancora vedere il bordo del sentiero, e un fiore bianco in un cespuglio. Un gufo chiamò da qualche parte nelle vicinanze, e un altro gli rispose attraverso la valle. Il tono profondo del loro richiamo vibrava dentro di te e tu smettevi di leggere. Caddero poche gocce di pioggia. Poi iniziò a piovere sul serio e si sentiva il buon odore della pioggia sulla terra secca.

Era una stanza pulita e piacevole, con un materasso rosso sul pavimento. Non c'erano fiori nella stanza ma non se ne sentiva il bisogno. Fuori, la terra verde; una sola nuvola vagava nel cielo azzurro e un uccello emetteva il suo richiamo. Erano in tre, una donna e due uomini. Uno degli uomini era giunto da lontano sopra i monti, dove aveva passato la vita in solitudine e contemplazione. Gli altri due erano insegnanti provenienti da una scuola di una delle vicine città. Erano venuti in bus, perché era troppo lontano per la bicicletta. Il bus era affollato e la strada era brutta, ma ne valeva la pena, dissero, perché avevano parecchie cose di cui discutere. Erano entrambi molto giovani e dissero che si sarebbero presto sposati. Spiegarono quanto fossero pagati assurdamente poco, e dissero che stava diventando difficile far quadrare i conti, poiché i prezzi salivano. Ma sembravano simpatici e felici, ed entusiasti del loro lavoro. L'uomo che veniva dalle montagne ascoltava silenzioso. «Fra tanti altri problemi» iniziò la giovane insegnante «c'è quello del rumore. Spesso c'è così tanto rumore in una scuola per bambini piccoli che a volte diventa quasi insopportabile e puoi a malapena udire le tue stesse parole. Naturalmente puoi punirli, forzarli a stare zitti, ma sembra così naturale per loro urlare e sfogarsi.» «Ma devi proibire il chiasso in certi luoghi, come la classe e la mensa, altrimenti la vita diventa impossibile» replicò l'altro insegnante. «Non puoi permettergli di urlare e chiacchierare per tutto il giorno, devono esserci dei momenti nei quali il rumore cessi del tutto. Ai bambini bisogna insegnare che ci sono anche gli altri al mondo oltre a loro. Il rispetto degli altri è importante quanto l'aritmetica. Sono d'accordo che non è bene semplicemente forzarli a mantenere la quiete con la minaccia di punizioni, ma d'altra parte trattare con loro le cose in termini ragionevoli non sembra poter fermare le loro continue urla.» «Fare chiasso fa parte della vita a quell'età,» continuò la sua compagna «ed è innaturale per loro stare in silenzio in quel modo stupido. Ma stare tranquilli fa anche parte dell'esistenza, e anche se sembra che a loro non interessi affatto noi dobbiamo in qualche modo aiutarli a stare tranquilli quando la tranquillità è necessaria. Nel silenzio si sente e si vede di più, ecco perché è importante per loro imparare il silenzio.» «Sono d'accordo sul fatto che i bambini debbano stare in silenzio in certi momenti,» disse l'altro insegnante «ma come possiamo noi insegnanti insegnare a stare zitti? Sarebbe assurdo vedere file di bambini obbligati a stare seduti in silenzio, sarebbe una cosa del tutto innaturale e disumana.» Forse possiamo affrontare il problema in modo differente. Quand'è che ti dà fastidio un rumore? Un cane abbaia nella notte: ti sveglia e può essere che tu sia in grado di fare qualcosa oppure no. Ma è solo quando c'è una resistenza al rumore che quello diventa una cosa fastidiosa, una pena e un'irritazione. «È più di un'irritazione quando dura per tutto il giorno» protestò l'insegnante uomo. «Ti urta i nervi fino al punto da farti venire voglia di urlare anche tu.» Se posso dare un suggerimento, per ora lasciamo da parte il chiasso dei bambini e consideriamo il rumore in se stesso e il suo effetto su ognuno di noi. Se necessario prenderemo in considerazione più tardi i bambini e il loro chiasso. Ora, quand'è che siete coscienti di un rumore che disturba? Certamente soltanto quando gli resistete. E gli resistete soltanto quando è sgradevole. «Sì, è così» ammise. «Accolgo volentieri i suoni piacevoli della musica ma resisto alle urla orribili dei bambini, e non sempre vi riesco bene.» Questa resistenza al rumore ne aumenta il disturbo. Ed è questo che facciamo nella nostra vita quotidiana: tratteniamo il bello e rifiutiamo il brutto, resistiamo al male e coltiviamo il bene, fuggiamo l'odio e pensiamo all'amore, e così via. C'è sempre in noi un'autocontraddizione, un conflitto di opposti che non porta da nessuna parte. Non è così? «L'autocontraddizione non è una condizione piacevole» rispose la donna. «Lo so benissimo, e immagino anche che sia piuttosto inutile.» Essere sensibili solo in parte significa essere paralizzati. Accogliere la bellezza e resistere alla bruttezza significa non avere sensibilità; accogliere il silenzio e rifiutare il rumore significa non essere completi. Essere sensibili significa essere coscienti sia del silenzio che del rumore, senza cercare l'uno od opporre resistenza all'altro, significa essere privi di autocontraddizioni, essere completi. «Ma in che modo questo può aiutare i bambini?» domandò l'uomo. Quand'è che i bambini sono silenziosi? «Quando sono interessati, assorti in qualcosa. Allora c'è perfetta quiete.» «Non sono silenziosi solo in quei momenti» aggiunse subito la sua compagna. «Quando tu stesso sei molto tranquillo i bambini in qualche modo colgono quella sensazione e anche loro diventano tranquilli, ti guardano quasi con reverenza, domandandosi che cosa stia succedendo. Non te ne sei accorto?» «Certo che me ne sono accorto» rispose lui. Questa allora potrebbe essere la spiegazione. Ma noi siamo silenziosi così di rado e anche se non parliamo la nostra mente continua a chiacchierare, porta avanti una conversazione silenziosa, discute con se stessa, immagina, richiama il passato o specula sul futuro. Ciò avviene senza tregua, in modo rumoroso, sempre in lotta con qualcosa, non è così? «Non ci avevo mai pensato» disse l'insegnante uomo. «In questo senso interiore, non c'è dubbio che la mente è sempre rumorosa come i bambini.» Siamo rumorosi anche in altri modi, no? «Sì?» chiese la sua compagna. «Quando?» Quando siamo emozionati: in un meeting politico, a una tavola festosa, quando siamo arrabbiati, quando siamo frustrati e così via. «Sì, sì, è proprio vero» confermò. «Quando sono molto eccitata, nello sport o in occasioni simili, spesso mi ritrovo a urlare, mentalmente se non realmente. Buon Dio, non c'è molta differenza tra noi e i bambini, vero? E il loro chiasso probabilmente è molto più innocente del chiasso che facciamo noi adulti.» Sapete che cos'è il silenzio? «Io sono silenzioso quando sono assorto nel mio lavoro» rispose l'insegnante uomo. «Non mi rendo conto di nulla di ciò che accade intorno a me.» È così anche per il bambino assorto nel suo giocattolo; ma questo è silenzio? «No» affermò l'uomo solitario venuto dalle colline. «C'è silenzio solo quando si ha il controllo completo della mente, quando si domina il pensiero e non c'è distrazione. Affinché la mente sia tranquilla e silenziosa, il rumore, ossia il chiacchiericcio della mente, deve essere soppresso.» Il silenzio è l'opposto del rumore? La repressione delle chiacchiere mentali indica controllo nel senso della resistenza, non è vero? E il silenzio è il risultato della resistenza e del controllo? Se lo è, è davvero silenzio? «Non capisco bene che cosa intendi, signore. Come può esservi silenzio se la chiacchiera della mente non viene fermata, se le sue divagazioni non vengono messe sotto controllo? La mente è come un cavallo selvaggio che deve essere domato.» Come questo insegnante ha detto prima, non va bene forzare un bambino a stare tranquillo. Se lo fai, quello starà tranquillo per pochi minuti ma presto ricomincerà a fare rumore. E un bambino è davvero tranquillo quando lo obblighi a esserlo? Esteriormente può anche stare seduto per paura o per la speranza di una ricompensa, ma interiormente è in ebollizione, in attesa della possibilità di riprendere la sua chiassosa chiacchiera. Non è così? «Ma la mente è diversa. La sua parte più elevata deve dominare e guidare la parte inferiore.» Anche l'insegnante può considerarsi un'entità superiore che deve guidare o modellare la mente del bambino. La somiglianza è piuttosto ovvia, non credete? «Sì, lo è» disse l'insegnante donna. «Ma non sappiamo ancora cosa fare riguardo ai bambini chiassosi.» Non preoccupiamoci di che cosa fare fino a che non abbiamo pienamente compreso il problema. Questo signore ha detto che la mente è differente da un bambino; ma se osservate entrambi vedrete che non sono così differenti. C'è una grande somiglianza tra il bambino e la mente. La repressione di entrambi tende soltanto ad aumentare la pulsione a fare rumore, a chiacchierare; c'è una tensione interiore che si accumula e deve trovare sfogo, e lo trova in vari modi. È come la colonna di vapore di un bollitore: deve avere uno sfogo o esploderà. «Non voglio discutere,» continuò l'uomo delle colline «ma come può la mente arrestare il proprio rumoroso chiacchiericcio se non attraverso il controllo?» La mente può acquietarsi e avere esperienze trascendenti attraverso anni di controllo, di repressione, di pratiche yoga; talvolta si può ottenere lo stesso risultato per una notte, prendendo una delle moderne droghe. Comunque tu possa raggiungerli, i risultati dipendono da un metodo, e un metodo – magari anche le droghe – sono la strada della resistenza, della repressione, non è vero? Ora, il silenzio è forse la repressione del rumore? «Sì» affermò l'uomo solitario. Allora l'amore è la repressione dell'odio? «È quello che pensiamo di solito,» disse la donna «ma se si guarda alla realtà dei fatti si vede l'assurdità di questo modo di pensare. Se il silenzio è soltanto la negazione del rumore, allora dipende ancora dal rumore, e un simile "silenzio" non è affatto silenzio.» «Questo proprio non lo capisco» disse l'uomo che veniva dalle colline. «Sappiamo tutti cos'è il rumore e se lo eliminiamo sapremo che cos'è il silenzio.» Signore, invece di parlare in modo teorico facciamo un esperimento in questo preciso momento. Procediamo lentamente e con cautela, passo dopo passo, e vediamo se possiamo direttamente sperimentare e comprendere il funzionamento reale della mente. «Sarebbe di grande utilità.» Se ti faccio una semplice domanda come "Dove abiti?", la tua risposta è immediata, giusto? «Naturalmente. » Perché? «Perché conosco la risposta, mi è del tutto familiare.» Quindi il processo del pensiero prende solo un secondo, termina in un lampo, ma una domanda più complessa richiede un tempo più lungo per rispondere, c'è una certa esitazione. Questa esitazione è silenzio? «Non so.» C'è un intervallo di tempo fra una domanda complessa e la tua risposta a essa, perché la tua mente sta cercando tra i dati della memoria per trovare una risposta. Questo intervallo di tempo non è silenzio, giusto? In questo intervallo di tempo si svolge un'indagine, una ricerca per tentativi, un'analisi minuziosa. È un'attività, un movimento nel passato, ma non è silenzio. «Questo lo capisco. Ogni movimento della mente, sia nel passato che nel futuro, ovviamente non è silenzio.» Adesso procediamo un pò oltre. Qual è la tua reazione a una domanda per cui non riesci a trovare una riposta nei dati della memoria? «Posso solo dire che non lo so.» E allora qual è lo stato della tua mente? «È uno stato di sospensione ansiosa» disse la donna. In questa sospensione stai aspettando una risposta, non è vero? Quindi c'è ancora un movimento, un'attesa nell'intervallo fra due parole, fra la domanda e la risposta finale. Questa attesa non è silenzio, giusto? «Inizio a capire dove stai mirando» rispose l'uomo solitario. «Percepisco che non è silenzio né questa attesa di una risposta, né il setacciare le conoscenze del passato. Ma allora che cos'è il silenzio?» Se ogni movimento della mente è rumore, allora il silenzio è l'opposto di questo rumore? L'amore è l'opposto dell'odio? O il silenzio è uno stato totalmente scollegato dal rumore, dal chiacchiericcio mentale, dall'odio? «Non so.» Considera quello che stai dicendo. Quando dici che non lo sai, qual è il tuo stato mentale? «Temo nuovamente di essere in attesa di una risposta, aspetto che tu mi dica che cos'è il silenzio.» In altre parole, aspetti una descrizione verbale del silenzio; ogni descrizione del silenzio deve essere in relazione al rumore, perciò appartiene al rumore, non è così? «Davvero non capisco, signore.» Una domanda mette in moto la macchina della memoria che è un processo di pensiero. Se la domanda è molto familiare la macchina risponde subito. Se la domanda è più complessa, la macchina impiega più tempo per rispondere: deve cercare a tentoni tra i dati della memoria per trovare la risposta. E quando viene fatta una domanda la cui risposta non è tra i dati della memoria, la macchina dice "Non lo so". Questo intero processo è certamente il meccanismo del rumore. Anche se esternamente è silenziosa, la mente è continuamente intenta in qualche operazione, non è vero? «Sì» rispose lui con interesse. Ora: il silenzio è soltanto lo stop di questo meccanismo? Oppure il silenzio è totalmente separato dal meccanismo, che lavori o sia in stop? «Stai dicendo, signore, che l'amore è totalmente separato dall'odio, che l'odio sia presente o no?» chiese la donna. Non è così? L'amore non può essere intessuto nella fibra dell'odio. Se lo è, allora non è amore. Può avere l'apparenza dell'amore, ma non lo è, è qualcosa di interamente differente. Capire questo è molto importante. Un uomo ambizioso non può mai conoscere la pace, l'ambizione deve interamente cessare, e solo allora ci sarà pace. Quando un politico parla di pace lo fa solamente in modo ambiguo, perché essere un politico significa avere un cuore ambizioso e violento. La comprensione di ciò che è vero e di ciò che è falso è in se stessa un'azione, e una simile azione sarà efficiente e "pratica". Ma la maggior parte di noi è così presa dall'azione, dal fare e organizzare qualcosa, oppure dal portare avanti qualche progetto, che interessarsi a ciò che è vero e ciò che è falso sembra complesso e non necessario. Ecco perché tutte le nostre azioni inevitabilmente portano malanimo e infelicità. La semplice assenza d'odio non è amore. Domare l'odio, forzarlo a sopirsi non è amore. Il silenzio non è il prodotto del rumore, non è una reazione di cui il rumore è causa. Il "silenzio" che cresce dal rumore ha le sue radici nel rumore. Il silenzio è una condizione totalmente esterna al macchinario della mente: la mente non può concepirlo, e i tentativi della mente di raggiungere il silenzio fanno ancora parte del rumore. Il silenzio non è mai in relazione con il rumore. Il rumore deve totalmente cessare perché ci sia silenzio. Se c'è il silenzio nell'insegnante questo aiuterà i bambini a essere silenziosi.

29 – Dove c'è attenzione la realtà è

Le nuvole si stagliavano contro le colline, nascondendole insieme alle montagne al di là. Era piovuto tutto il giorno, solo una leggera pioggerella che non aveva lavato la terra, e c'erano nell'aria i profumi piacevoli del gelsomino e della rosa. Il grano maturava nei campi; tra le rocce dove pascolavano le capre c'erano cespugli bassi con qua e là un vecchio albero nodoso. In alto sul versante della collina c'era una sorgente sempre attiva estate e inverno, e l'acqua che scendeva dalla collina, superando un gruppo di alberi e scomparendo in mezzo ai campi aperti oltre il villaggio, mandava un suono piacevole. Gli abitanti del villaggio stavano costruendo sopra il torrente un piccolo ponte di pietre tagliate, con la supervisione di un ingegnere locale. Questi era un gioviale uomo anziano ed essi lavoravano tranquillamente quando lui era sul posto. Ma quando non era lì, solo uno o due proseguivano il lavoro, mentre gli altri, posando i loro attrezzi e le loro ceste, sedevano in circolo e parlavano. Lungo il sentiero vicino al torrente giunse un abitante del villaggio con una dozzina di asini. Stavano tornando dalla città vicina con i sacchi vuoti. Gli asini avevano zampe sottili e graziose e trottavano abbastanza velocemente fermandosi ogni tanto per brucare l'erba verde su entrambi i lati del sentiero. Stavano andando a casa e non avevano bisogno di essere guidati. Lungo tutto il sentiero c'erano piccoli appezzamenti di terra coltivata e una brezza gentile spirava in mezzo al mais ancora giovane. In una piccola casa una donna con una voce limpida stava cantando: faceva venire le lacrime agli occhi, non per qualche rimembranza nostalgica, ma per la bellezza pura del suono. Tu sedevi sotto un albero e la terra e i cieli entrarono nel tuo essere. Oltre alla canzone e alla terra rossa c'era il silenzio, il silenzio totale nel quale ogni vita è in movimento. Ora c'erano delle lucciole tra gli alberi e i cespugli, chiare e luminose nell'oscurità crescente. Era sorprendente la quantità di luce che emanavano. Su una roccia scura, la luce pallida e intermittente di una lucciola isolata racchiudeva tutta la luce del mondo.

Era giovane e molto serio, aveva occhi chiari e acuti. Sebbene sulla trentina non era sposato, ma per lui il sesso e il matrimonio non erano un problema serio, aggiunse. Era un uomo benfatto, vigoroso nei gesti e nella camminata. Non aveva l'abitudine di leggere molto, ma aveva letto un certo numero di libri seri, e aveva riflettuto. Impiegato in qualche ufficio del governo, disse che il suo stipendio era abbastanza buono. Gli piacevano i giochi all'aperto, specialmente il tennis, nel quale era evidentemente piuttosto bravo. Il cinema non lo interessava e non aveva che pochi amici. Aveva la sua pratica, spiegò, consistente nel meditare al mattino e alla sera per circa un'ora: dopo aver sentito il discorso della sera precedente aveva deciso di venire a discutere il significato della meditazione. Da ragazzo andava spesso a meditare con suo padre in una piccola stanza; riusciva a resistere soltanto per circa dieci minuti, ma suo padre non sembrava darvi importanza. Quella stanza aveva un'unica immagine sul muro, e nessun membro della famiglia vi andava se non per la meditazione. Anche se suo padre non lo aveva mai né incoraggiato né scoraggiato al riguardo, e non gli aveva mai detto come meditare o di che cosa si trattasse, in qualche modo fin da quando era un ragazzo gli piaceva meditare. Quando era nel college universitario era stato difficile per lui trovare delle ore regolari, ma più tardi, da quando aveva trovato un lavoro, meditava un'ora ogni mattino e ogni sera, e adesso non avrebbe voluto rinunciare a quelle due ore di meditazione per nulla al mondo. «Sono venuto qui, signore, non per discutere o per difendere un punto di vista, ma per imparare. Anche se ho letto libri sui vari tipi di meditazione, adatti ai differenti temperamenti, e ho sviluppato un modo per controllare i miei pensieri, non sono così stupido da immaginare che ciò che sto facendo sia davvero meditazione. Comunque, se non mi inganno, la maggior parte delle autorità in fatto di meditazione invoca il controllo del pensiero, che sembra esserne l'essenza. Ho anche praticato un pò di yoga come mezzo per calmare la mente: esercizi speciali di respirazione, la ripetizione di certe parole e mantra, e così via. Tutto questo lo dico solamente per presentarmi e forse non è importante. Il punto è che sono davvero interessato a praticare la meditazione: per me è diventata vitale e voglio saperne di più al riguardo.» La meditazione ha significato solo quando c'è la comprensione del meditatore. Praticando ciò che chiami meditazione, il meditatore è separato dalla meditazione, non è così? Perché c'è questa differenza, questo iato tra le due cose? È inevitabile o questo iato può essere superato? Se non si comprende appieno la verità o la falsità di questa divisione apparente, i risultati della cosiddetta meditazione sono simili a quelli che può provocare un qualsiasi tranquillante che si prende per calmare la mente. Se l'obiettivo è quello di porre il pensiero sotto controllo, qualsiasi disciplina o droga che producano gli effetti desiderati andranno bene. «Però così spazzi via d'un sol colpo tutti gli esercizi dello yoga, i sistemi tradizionali di meditazione che sono stati praticati e sostenuti attraverso i secoli da molti santi e asceti. Come possono avere tutti sbagliato?» Perché non dovrebbero avere tutti sbagliato? Perché questa credulità? Uno scetticismo temperato non sarebbe d'aiuto per comprendere il problema complessivo della meditazione? Accetti la tradizione perché sei ansioso di risultati, di successo: vuoi "arrivare" da qualche parte. Per comprendere cos'è la meditazione deve esserci un'interrogazione, un'indagine, e la mera accettazione distrugge l'indagine. Devi vedere da solo il falso come falso e la verità nel falso, e la verità come verità; perché nessuno ti può istruire al riguardo. La meditazione è il modo di vivere, fa parte dell'esistenza quotidiana e la pienezza e la bellezza della vita si possono comprendere solo attraverso la meditazione. Senza la comprensione dell'intera complessità della vita e delle reazioni quotidiane, istante per istante, la meditazione diventa un processo di autoipnosi. La meditazione del cuore è la comprensione dei problemi quotidiani. Non puoi andare molto lontano se non parti da molto vicino. «Questo lo capisco. Non si può scalare una montagna senza prima attraversare la valle. Nella mia vita quotidiana mi sono sforzato di rimuovere le barriere più ovvie, come l'avidità, l'invidia e così via, e con mia sorpresa, in qualche modo, sono riuscito a rinunciare alle cose terrene. Capisco e vedo il valore dell'idea che si debbano gettare buone fondamenta, altrimenti nessun edificio può resistere. Ma la meditazione non è puramente una questione di dominare l'ardore dei desideri e delle passioni. Le passioni devono essere soggiogate, messe sotto controllo, ma di sicuro, signore, la meditazione è più di questo, non è vero? Non cito nessuna fonte autorevole ma sento che la meditazione è qualcosa di molto più grande del semplice gettare le buone fondamenta.» Può essere, ma all'inizio di tutto c'è la totalità. Non è che uno debba prima gettare le buone fondamenta e poi costruire, o prima liberarsi dall'invidia e poi "arrivare". Nell'inizio c'è già la fine. Non c'è una distanza che deve essere coperta, nessuna scalata, nessun punto d'arrivo. La meditazione stessa è atemporalità, non è un modo per arrivare a una condizione atemporale. Semplicemente è, senza un inizio e senza una fine. Ma queste sono soltanto parole, e rimarranno tali finché non ti addentrerai con l'indagine e non comprenderai da solo la verità e la falsità del meditatore. «Perché è così importante?» Il meditatore è il censore, l'osservatore, colui che fa lo sforzo "giusto" o "sbagliato". È il centro, e da lì tesse la rete del pensiero; ma il pensiero stesso ha costituito lui; il pensiero ha creato questo iato tra il pensatore e il pensiero. Se questa divisione non ha termine, la cosiddetta meditazione è soltanto un rinforzare il centro, ossia colui che fa esperienza e pensa a se stesso come separato dall'esperienza. Colui che fa esperienza è sempre affamato di maggiore esperienza; ogni esperienza rinforza l'accumulo delle esperienze passate, che a loro volta comandano e danno forma all'esperienza presente. Perciò la mente condiziona sempre se stessa e l'esperienza e la conoscenza non sono quei fattori di liberazione che sono considerati essere. «Temo di non capire tutto questo» disse piuttosto perplesso. La mente è libera solo quando non è più condizionata dalle sue stesse esperienze, dalla conoscenza, dalla vanità, dall'invidia; e la meditazione è la liberazione della mente da tutte queste cose, da tutte le attività egocentriche e dalle loro influenze. «Capisco che la mente deve essere libera da ogni attività egocentrica, ma non afferro proprio cosa intendi parlando di influenze.» La tua mente è il risultato di influenze, giusto? Fin dall'infanzia la mente è influenzata dal cibo che mangi, dal clima nel quale vivi, dai tuoi genitori, dai libri che leggi, dall'ambiente culturale nel quale sei educato e così via. Ti è stato insegnato a cosa credere e a cosa non credere; la tua mente è il risultato del tempo, che è memoria e conoscenza. Ogni esperienza è un processo di interpretazione nei termini del passato, del già noto, quindi non c'è libertà rispetto al noto, c'è soltanto una continuità modificata di ciò che è stato. La mente è libera solo quando questa continuità trova una fine. «Ma come si fa a sapere se una mente è libera?» Proprio questo desiderio di essere certo, di essere sicuro è l'inizio della prigionia. Solo quando la mente non è catturata nella rete della certezza e non è in cerca di certezza si trova in uno stato di scoperta. «La mente vuole essere certa di tutto e ora capisco come questo desiderio possa essere un impedimento.» Quello che è importante è morire a ogni cosa accumulata, perché quell'accumulazione è il sé, l'ego, l'"io". Senza la fine di questa accumulazione c'è la continuità del desiderio di essere certi, ossia la continuazione del passato. «Inizio a vedere che la meditazione non è semplice. Controllare soltanto il pensiero è relativamente facile, e contemplare un'immagine o ripetere certe parole o mantra significa semplicemente mettere la mente a dormire; ma la vera meditazione sembra essere molto più complessa e difficile di quanto avessi mai immaginato.» In effetti non è molto complesso anche se può essere difficile. Vedi, noi non iniziamo dal reale, dalla realtà, da ciò che pensiamo, facciamo e desideriamo; iniziamo con le assunzioni o con gli ideali, che non sono cose reali, e quindi veniamo sviati. Per iniziare con la realtà e non con le assunzioni necessitiamo di grande attenzione, e ogni forma di pensiero che non origina dal pensiero attuale è una distrazione. Ecco perché è così importante capire che cosa c'è realmente dentro e intorno a sé. «Le visioni non sono cose reali?» Lo sono? Vediamo un pò. Se sei cristiano le tue visioni seguono un certo schema; se sei induista, buddhista o musulmano, seguono uno schema differente. Hai la visione di Cristo o di Krishna, a seconda dei tuoi condizionamenti: la tua educazione, la cultura nella quale sei cresciuto determinano le tue visioni. Qual è la realtà: la visione o la mente che è stata formata secondo un certo modello? La visione è la proiezione di una particolare tradizione alla quale accade di formare lo sfondo della mente. Questo condizionamento è la realtà, e non la visione che esso proietta. Capire la realtà è semplice, ma è reso difficile da quello che ci piace o non ci piace, dal nostro condannare la realtà, dalle opinioni o dai giudizi che diamo sulla realtà. Essere liberi da queste diverse forme di valutazione significa comprendere la realtà, ciò che è. «Stai dicendo che non guardiamo mai la realtà direttamente, ma sempre attraverso i nostri pregiudizi e ricordi, attraverso le nostre tradizioni e le nostre esperienze basate su quelle tradizioni. Per usare le tue parole, non siamo mai coscienti di come noi stessi siamo in realtà. Di nuovo, capisco che hai ragione, signore. La realtà è l'unica cosa che importi.» Ora guardiamo l'intero problema differentemente. Che cos'è l'attenzione? Quando sei attento? E fai mai realmente attenzione a qualcosa? «Faccio attenzione quando sono interessato a qualcosa.» L'interesse è attenzione? Quando sei interessato a qualcosa che cosa accade realmente alla mente? Sei visibilmente interessato a guardare dove si dirigono quegli animali: che cos'è questo interesse? «Sono attratto dal loro movimento, dal loro colore, dalla loro forma, in contrasto con lo sfondo verde.» C'è dell'attenzione in questo interesse? «Penso di sì.» Un bambino è assorto nel suo giocattolo. Questa la chiameresti attenzione? «Non lo è?» Il giocattolo assorbe l'interesse del bambino, occupa la sua mente, e lui sta tranquillo, non è più irrequieto; ma portagli via il giocattolo e di nuovo torna irrequieto, piange e così via. I giocattoli diventano importanti perché lo tengono tranquillo. È lo stesso con gli adulti. Portagli via i loro giocattoli – attività, fede, ambizione, desiderio di potere, l'adorazione degli déi o dello Stato, il sostenere una causa – e anche loro diventano irrequieti, smarriti, confusi. Perciò i giocattoli degli adulti diventano anche importanti. C'è attenzione quando il giocattolo assorbe la mente? Il giocattolo è una distrazione, no? Il giocattolo diventa l'unica cosa importante, e non la mente che è occupata dal giocattolo. Per capire che cos'è l'attenzione dobbiamo interessarci alla mente, non al giocattolo della mente. «I nostri giocattoli, come li chiami, alimentano l'interesse della mente.» Il giocattolo che alimenta l'interesse della mente può essere il Maestro, un'immagine, o qualsiasi altra immagine fatta dalle mani o dalla mente; alimentare l'interesse della mente con un giocattolo si chiama concentrazione. Una simile concentrazione è attenzione? Quando sei concentrato in quel modo e la mente è assorta in un giocattolo, c'è attenzione? Una simile concentrazione non è un rimpicciolimento della mente? Questa sarebbe attenzione? «Per come ho praticato io la concentrazione, è una lotta per tenere la mente fissa su un punto particolare a esclusione di tutti gli altri pensieri, di tutte le distrazioni.» C'è attenzione quando c'è resistenza contro le distrazioni? Certamente le distrazioni sorgono solo quando la mente ha perso interesse per il giocattolo; e allora c'è un conflitto, non è così? «Certamente, c'è un conflitto per superare le distrazioni.» Puoi prestare attenzione quando c'è un conflitto che si svolge nella tua mente? «Inizio a capire dove stai andando a parare, signore. Continua per piacere.» Quando il giocattolo assorbe la mente non c'è attenzione; e nemmeno c'è attenzione quando la mente lotta per concentrarsi escludendo le distrazioni. Fino a quando c'è un oggetto dell'attenzione c'è forse attenzione? «Non stai dicendo la stessa cosa, ma usando la parola "oggetto" al posto di "giocattolo"?» L'oggetto o il giocattolo possono essere esterni, ma ci sono anche i giocattoli interiori, non è vero? «Sì, signore, ne hai enumerati alcuni, ne sono consapevole.» Un giocattolo più complesso è un movente. C'è attenzione quando c'è un movente dell'attenzione? «Che cosa intendi con movente?» Una pulsione all'azione; una spinta verso il miglioramento di se stessi basata sulla paura, l'avidità, l'ambizione; una causa che ti induce a cercare; una sofferenza che ti fa desiderare di fuggire, e così via. C'è attenzione quando qualche movente opera di nascosto? «Quando il dolore o il piacere, la paura o la speranza di una ricompensa mi inducono a essere attento allora non c'è attenzione. Sì, capisco quello che intendi. È molto chiaro, signore, e riesco a seguirti.» Perciò non c'è attenzione quando affrontiamo qualcosa in quel modo. E la parola, il nome, non interferiscono forse con l'attenzione? Per esempio, guardiamo mai la luna senza alcuna espressione verbale oppure la parola "luna" interferisce sempre con il nostro guardare? Ascoltiamo mai qualcosa con attenzione, oppure i nostri pensieri, le nostre interpretazioni e così via, interferiscono sempre con il nostro ascoltare? Prestiamo mai veramente attenzione a qualcosa? Sicuramente la vera attenzione è senza movente, è senza oggetto, senza un giocattolo, senza lotta, senza verbalizzazione. È questa la vera attenzione non è vero? Dove c'è attenzione la realtà è. «Ma è impossibile prestare una simile piena attenzione a ogni cosa!» esclamò. «Se fosse possibile non ci sarebbero più problemi.» Ogni altra forma di "attenzione" incrementa soltanto i problemi, non è vero? «Sì, lo capisco, ma come si può fare?» Quando capisci che ogni concentrazione sui giocattoli, ogni azione basata su un movente, qualunque esso sia, non fa che perpetuare confusione e infelicità, allora in quella comprensione del falso c'è la percezione del vero. E il vero agisce da sé. Tutto ciò è meditazione. «Se posso dirlo, signore, ho ascoltato bene e ho capito molte delle cose che hai spiegato. Quello che ho capito avrà i suoi effetti senza che io vi interferisca. Spero di poter ritornare.»

30 – L'interesse per se stessi deteriora la mente

Serpeggiando da un versante all'altro della valle, il sentiero incrociava un piccolo ponte dove l'acqua che scorreva dolcemente era scura per le recenti piogge. Voltando a nord, il sentiero conduceva a un villaggio circondato da dolci declivi. Quel villaggio e la sua gente erano poverissimi. I cani rognosi abbaiavano da lontano senza mai avvicinarsi, la coda bassa e il capo proteso, pronti a fuggire. C'erano diverse capre sparpagliate sul versante della collina: belavano e brucavano gli arbusti selvatici. Era una bella regione, verde e dalle colline bluastre. Il nudo granito che affiorava dalla cima delle colline era stato lavato dalle piogge di secoli innumerevoli. Quelle colline non erano alte ma molto antiche, e di contro al cielo azzurro mostravano una bellezza fantastica, la strana grazia di un tempo incalcolabile. Erano come i templi che l'uomo costruisce a somiglianza di quelle, per il desiderio di raggiungere i cieli. Ma quella sera, con il sole che tramontava sopra di esse, quelle colline sembravano vicinissime. Lontano verso sud si stava preparando una tempesta e i lampi tra le nuvole davano alla regione una strana qualità affettiva. La tempesta sarebbe scoppiata durante la notte, ma le colline avevano attraversato saldamente le tempeste di epoche inenarrabili e sarebbero sempre state lì, oltre la tribolazione e il dolore umani. Gli abitanti del villaggio stavano tornando alle loro case, stanchi dopo una giornata di lavoro nei campi. Presto avrebbero preparato il pasto serale e si sarebbe visto uscire il fumo dalle loro capanne. Non mancava molto, e i bambini, aspettando il loro pasto, ti sorridevano mentre passavi. Avevano grandi occhi ed erano timidi con gli estranei, ma erano amichevoli. Due ragazzine tenevano al loro fianco dei bambini piccoli mentre le loro madri stavano cucinando: i bambini scivolavano per terra e le ragazzine li tiravano di nuovo su all'altezza dei loro fianchi. Sebbene avessero solo dieci o dodici anni, quelle ragazzine erano già abituate ad accudire bambini piccoli: entrambi sorridevano. La brezza della sera spirava tra gli alberi, e il bestiame veniva fatto rientrare per la notte. Su quel sentiero adesso non c'erano altre persone, nemmeno un abitante solitario del villaggio. La terra sembrava improvvisamente vuota, stranamente quieta. La luna nuova, crescente, era appena sopra alle colline scure. La brezza era finita e non si muoveva nemmeno una foglia; tutto era calmo e la mente era completamente sola. Non era solitaria, isolata, rinchiusa nei propri pensieri: era sola, intatta, incontaminata. Non era distaccata e distante, in disparte dalle cose della terra. Era sola eppure in compagnia di tutto: poiché era sola, tutto era suo. Ciò che è separato conosce se stesso come essere separato, ma quella solitudine non conosceva separazione o divisione. Gli alberi, il corso d'acqua, gli abitanti del villaggio che chiamavano da lontano, c'era tutto in quella solitudine. Non era un'identificazione con l'uomo o con la terra, perché ogni identificazione sarebbe prima o poi completamente svanita. In quella solitudine era cessato il senso del trascorrere del tempo.

Erano in tre, un padre, suo figlio e un amico del padre. Il padre doveva essere vicino ai sessanta, il figlio sui trenta e l'amico aveva un'età incerta. I due più vecchi erano calvi ma il figlio era ancora molto capelluto. La sua testa aveva una bella forma, con un naso abbastanza corto e gli occhi sgranati. Le sue labbra erano irrequiete anche se lui stava seduto abbastanza tranquillamente. Il padre si era seduto dietro il figlio e l'amico, dicendo che avrebbe preso parte alla discussione se necessario; diversamente avrebbe soltanto assistito e ascoltato. Un passero entrò dalla finestra aperta e subito volò via, spaventato da tutta quella gente: conosceva quella stanza e spesso si posava sul davanzale della finestra, cinguettando dolcemente, senza alcuna paura. «Anche se mio padre magari non parteciperà alla conversazione,» iniziò il figlio «vuole essere incluso perché il problema ci riguarda tutti. Sarebbe venuta anche mia madre se non si fosse sentita così male, e comunque aspetta il resoconto che le faremo. Abbiamo letto alcune delle cose che hai detto e mio padre in particolare ha seguito i tuoi discorsi da lungo tempo; però è solo nell'ultimo anno o giù di lì che io stesso mi sono realmente interessato al tuo insegnamento. Fino a un'epoca recente la politica ha assorbito la maggior parte del mio interesse ed entusiasmo; poi ho iniziato a vederne l'immaturità. La vita religiosa è adatta soltanto alle menti mature, e non ai politici e agli avvocati. Sono stato un avvocato di un certo successo, ma non lo sono più e voglio passare gli anni che mi restano da vivere dedicandomi a qualcosa di molto più significativo e di maggior valore. Parlo anche per il mio amico, che voleva accompagnarci quando ha sentito che stavamo venendo qui da te. Vedi, signore, il nostro problema è il fatto che stiamo tutti invecchiando. Anche io che sono ancora relativamente giovane sto giungendo a quel periodo della vita nel quale il tempo sembra volare via, quando i giorni sembrano tanto corti e la morte tanto vicina. La morte, almeno per il momento, non è un problema, ma la vecchiaia sì.» Che cosa intendi per vecchiaia? Ti riferisci all'invecchiamento del corpo o della mente? «L'invecchiamento del corpo ovviamente è inevitabile, avviene attraverso l'usura e le malattie. Ma è inevitabile che la mente invecchi e si deteriori?» Pensare in modo speculativo è futile, e una perdita di tempo. Il deteriorarsi della mente è una supposizione o un fatto reale? «È un fatto reale, signore. Sono cosciente che la mia mente diventa vecchia e affaticata; il lento deterioramento si sta facendo avanti.» Questo non è un problema anche per i giovani, che magari possono non esserne coscienti? Le loro menti sono fin d'ora inserite in un modello; il loro pensiero è già rinchiuso in una rigida struttura. Ma che cosa intendi quando dici che la tua mente sta invecchiando? «Non è più così flessibile, attenta, sensibile com'era un tempo. Il suo esser cosciente sta appassendo; le sue risposte alle molte sfide della vita provengono sempre più dai ricordi del passato immagazzinati nella memoria. Si sta deteriorando, funziona sempre di più all'interno dei limiti della propria impostazione.» Allora cos'è che fa deteriorare la mente? È l'autodifesa e la resistenza al cambiamento, non trovi? Ognuno ha interessi acquisiti che protegge consciamente o inconsciamente, custodendoli e non permettendo nessun disturbo. «Intendi dire un interesse acquisito alla proprietà?» Non solo alla proprietà, ma alle relazioni di ogni genere. Nulla può esistere nell'isolamento. La vita è relazione, e la mente ha un interesse acquisito alle sue relazioni con le persone, le idee e le cose. Questo interesse per se stessi e il rifiuto di operare una rivoluzione fondamentale in se stessi è l'inizio del deteriorarsi della mente. La maggior parte delle menti sono conservatrici, resistono ai cambiamenti. Anche una mente cosiddetta rivoluzionaria è conservatrice perché una volta raggiunto il successo rivoluzionario resiste al cambiamento; la rivoluzione stessa diventa un interesse acquisito. La mente, sia essa conservatrice o per così dire rivoluzionaria, può anche permettere certe modifiche riguardo agli aspetti marginali delle sue attività, tuttavia resiste a ogni cambiamento centrale. Le circostanze possono spingerla ad arrendersi, ad adattarsi a un altro modello, con pena o con facilità; ma il centro rimane duro, ed è questo centro che causa il deterioramento della mente. «Che cosa intendi con il centro?» Non lo sai? Hai bisogno di una descrizione? «No, signore, ma con una descrizione potrei intuirlo, sentirne la sensazione.» «Signore,» disse il padre «noi possiamo essere intellettualmente coscienti di questo centro, ma in realtà la maggior parte di noi non ci si è mai trovato faccia a faccia. Io stesso l'ho visto descritto sottilmente e abilmente in vari libri, ma non mi ci sono mai realmente confrontato; e quando domandi se lo conosciamo per conto mio devo dirti di no. Conosco soltanto delle descrizioni.» «Ancora una volta è il nostro interesse acquisito,» aggiunse l'amico «il nostro ben radicato desiderio di sicurezza, che ci impedisce di farci conoscere il centro. Non conosco il mio stesso figlio anche se ha vissuto con me fin dall'infanzia, e conosco ancor meno ciò che mi è ancora più vicino di mio figlio. Per conoscere qualcuno bisogna guardarlo, osservarlo, ascoltarlo, ma io non lo faccio mai. Sono sempre di fretta e quando occasionalmente presto attenzione, oppongo resistenza.» Stiamo parlando dell'invecchiare, del deteriorarsi della mente. La mente è sempre intenta a costruire modelli per la propria certezza, per la sicurezza dei propri interessi; le parole, la forma, l'espressione possono variare secondo le epoche, secondo le culture, ma permane il centro dell'interesse autoreferenziale. È questo centro che causa il deteriorarsi della mente, per quanto essa possa essere esteriormente all'erta e attiva. Questo centro non è un punto fisso, ma sono vari punti nella mente, quindi è la mente stessa. Il miglioramento della mente, o il muoversi da un centro a un altro, non mette al bando questi centri; la disciplina, la repressione o la sublimazione di un centro ne instaurano semplicemente un altro al suo posto. Ora, che cosa intendiamo quando diciamo che siamo vivi? «Normalmente» rispose il figlio «ci consideriamo vivi quando parliamo, ridiamo, quando proviamo sensazioni, quando c'è il pensiero, l'attività, il conflitto, la gioia.» Perciò quello che chiamiamo vivere è l'accettazione o la "rivolta" all'interno del modello sociale; è un movimento all'interno della gabbia mentale. La nostra vita è una serie infinita di dolori e piaceri, paure e frustrazioni, desideri e successi; e quando consideriamo il deteriorarsi della mente, e chiediamo come sia possibile mettervi fine, la nostra ricerca si svolge ancora all'interno della gabbia mentale. Questo è "vivere"? «Temo che non conosciamo altra vita» disse il padre. «A mano a mano che invecchiamo, i piaceri si restringono mentre i dispiaceri sembrano aumentare, e se ci si pensa bene si è coscienti che la propria mente si deteriora gradualmente. Il corpo invecchia inevitabilmente e conosce la decadenza; ma come si può evitare questo invecchiamento mentale?» Conduciamo una vita sbadata, e verso la fine iniziamo a domandarci perché la mente si deteriora, e come arrestare il processo. Certamente quello che è importante è come viviamo i nostri giorni, non soltanto quando siamo giovani, ma anche nel bel mezzo della vita e durante gli anni del declino. Il genere corretto di vita ci domanda molta più intelligenza di ogni attitudine a guadagnarci da vivere. Pensare correttamente è essenziale per vivere correttamente. «Che cosa intendi per pensare correttamente?» chiese l'amico. Di sicuro c'è una grande differenza tra il pensare correttamente e il pensiero "corretto". Pensare correttamente significa essere costantemente coscienti; pensiero corretto invece è la conformità a un modello sociale o una reazione contro la società. Il pensiero corretto è statico, è un processo consistente nel raggruppare insieme certi concetti chiamati ideali e nel seguirli. Il pensiero corretto costruisce inevitabilmente dei punti di vista autoritari e gerarchici e genera rispettabilità; al contrario il pensare correttamente è coscienza dell'intero processo di conformazione, imitazione, accettazione, rivolta. Il pensare correttamente, a differenza del pensiero corretto, non è qualcosa da raggiungere; sorge spontaneo con l'autocoscienza, che è la percezione delle modalità del sé. Il pensare correttamente non può essere appreso sui libri o da qualcun altro: giunge attraverso l'autocoscienza che la mente ha di sé nell'agire e nel mettersi in relazione. Ma non può esservi comprensione di questa azione finché la mente la giustifica o condanna. Così, pensare correttamente toglie il conflitto e l'autocontraddizione, che sono cause fondamentali del deteriorarsi della mente. «Il conflitto non è una parte essenziale della vita?» chiese il figlio. «Se non lottassimo non faremmo che vegetare.» Pensiamo di essere vivi quando siamo presi nel conflitto delle ambizioni, quando siamo spinti dalla pulsione dell'invidia, quando il desiderio ci induce all'azione; ma tutto questo conduce soltanto a un'infelicità e a una confusione più grandi. Il conflitto aumenta l'attività egocentrica, ma la comprensione del conflitto giunge solo attraverso il corretto pensare. «Sfortunatamente questo processo di lotta e infelicità, con anche qualche gioia, è la sola vita che conosciamo» disse il padre. «Abbiamo il presagio di un altro genere di vita, ma solo raramente. Oltrepassare questa confusione e trovare quell'altro genere di vita è sempre l'oggetto della nostra ricerca.» Cercare ciò che al di là della realtà significa essere prigionieri dell'illusione. Bisogna comprendere l'esistenza di tutti i giorni, con le sue ambizioni, invidie e così via; ma comprendere questo richiede coscienza e corretto pensare. Non si può pensare correttamente quando il pensiero inizia con una presupposizione, un pregiudizio. Cominciare con una conclusione, o cercare una risposta preconfezionata mette fine al corretto pensare; in effetti, a quel punto non si pensa affatto. Perciò il corretto pensare è il fondamento della rettitudine. «A me pare» disse il figlio «che almeno uno dei fattori di questo problema complessivo del deteriorarsi della mente sia la questione della giusta occupazione.» Che cosa intendi per giusta occupazione? «Ho notato, signore, che coloro che si lasciano completamente assorbire in qualche attività o professione presto dimenticano se stessi; sono troppo impegnati per pensare a se stessi, il che invece è una buona cosa.» Ma un simile assorbimento non è una fuga da se stessi? E fuggire da se stessi è un'occupazione errata, implica danni, alimenta inimicizie, divisioni e così via. La giusta occupazione giunge da una buona educazione, e grazie alla comprensione di se stessi. Non avete notato che qualunque sia l'attività o la professione, il sé consciamente o inconsciamente la usa come un mezzo per la propria gratificazione, per l'appagamento della propria ambizione o per il raggiungimento del successo in termini di potere? «È così, sfortunatamente. Sembriamo usare ogni cosa che tocchiamo per il nostro avanzamento.» È questo interesse per se stessi, questo costante far avanzare se stessi che rende la mente meschina; e anche se la sua attività è ampia, anche se è occupata dalla politica, dalla scienza, dall'arte, dalla ricerca o qualsiasi cosa vogliate, c'è un restringimento del pensiero, un appiattimento che porta con sé deterioramento e degrado. Solo quando c'è comprensione della totalità della mente, della parte inconscia come di quella cosciente, c'è una possibilità per la sua rigenerazione. «Il materialismo mondano è la maledizione della moderna generazione» disse il padre. «È prodotto dalle cose terrene e allontana il pensiero dalle cose serie.» Questa generazione è come le altre generazioni. Le cose terrene non sono semplicemente i frigoriferi, le camicie di seta, gli aeroplani, gli apparecchi televisivi e così via; includono anche gli ideali, la ricerca del potere, personale o collettivo, e il desiderio di essere sicuri, sia in questo mondo che nell'altro. Tutto ciò corrompe la mente e ne comporta il degrado. Il problema del deterioramento va compreso al suo inizio, in un giovane, non nell'epoca del declino fisico. «Questo vuol dire che per noi non c'è speranza?» No, affatto. È solo più difficile arrestare il deterioramento della mente alla nostra età, ecco tutto. Per produrre un cambiamento radicale nelle nostre modalità di vita ci deve essere una coscienza in espansione, una gran profondità di sentimento, ossia di amore. Con l'amore tutto è possibile.

31 – L'importanza del cambiamento

Le grosse formiche nere avevano tracciato nell'erba un percorso che, attraverso un tratto di sabbia, passava sopra un cumulo di pietrisco, entrava in una fessura in un vecchio muro. Un pò oltre il muro c'era un buco che era la loro casa. C'era uno straordinario viavai sul quel percorso, un'incessante animazione in entrambe le direzioni. Ogni formica esitava per un secondo quando si trovava vicino a un'altra: si toccavano con la testa e poi ripartivano. Dovevano essercene migliaia. Solo quando il sole era proprio a picco quel percorso fu abbandonato, e allora tutte le attività si spostavano intorno alla loro casa vicino al muro; scavavano, e ogni formica portava fuori un granello di sabbia, un sassolino o un pezzetto di terra. Quando picchiettavi con le dita delicatamente sul suolo vicino a loro c'era uno scompiglio generale. Si riversavano tutte fuori dal buco per guardare chi fosse l'aggressore, ma subito si calmavano e riprendevano il loro lavoro. Non appena il sole prese la strada del tramonto e la brezza della sera iniziò a soffiare dalle montagne, piacevolmente fresca, le formiche uscirono di nuovo sul loro percorso, popolando il silenzioso mondo dell'erba, della sabbia e delle pietre. Seguivano il percorso fino a una certa distanza, andando a caccia, e trovando moltissime cose: la gamba di una cavalletta, una rana morta, i resti di un uccello, una lucertola mezzo mangiata oppure qualche seme. Ogni cosa veniva attaccata con furia; quello che non riuscivano a trasportare veniva mangiato sul posto oppure fatto a pezzi e portato a casa. Solo la pioggia fermava la loro attività costante, e dopo le ultime gocce erano di nuovo fuori. Se mettevi un dito sul loro percorso ispezionavano tutt'intorno a esso, e alcune si arrampicavano sopra ma poi scendevano subito giù. Il vecchio muro aveva vita propria. Vicino alla cima c'erano dei buchi nei quali avevano fatto i loro nidi dei pappagalli color verde chiaro, con becchi rossi ricurvi. Erano timidi e non amavano che ti avvicinassi troppo. Gracchiando e abbarbicandosi sui mattoni rossi che si sbriciolavano, attendevano di vedere che cosa avresti fatto. Se non ti avvicinavi, si dimenavano nei loro buchi, lasciando spuntare fuori soltanto le piume della coda verde pallido; poi facevano un'altra contorsione, le piume scomparivano e apparivano i loro becchi rossi e le aggraziate teste verdi. Si sistemavano per la notte. Il muro recintava un'antica tomba, la cui cupola, trattenendo gli ultimi raggi del sole calante, splendeva come se qualcuno avesse acceso una luce al suo interno. L'intera struttura era ben costruita e splendidamente proporzionata; il suo profilo non poteva dispiacere e si stagliava contro il cielo serale, come sprigionata dalla terra. Tutte le cose erano intensamente vive, e tutte le cose – l'antica tomba, i mattoni rossi che si sbriciolavano, i pappagalli verdi, le formiche indaffarate, il fischio di un treno lontano, il silenzio e le stelle – erano immerse nella totalità della vita. Era una benedizione.

Anche se era tardi erano voluti venire lo stesso, così andammo tutti nella stanza. Si dovettero accendere lampade, e nella fretta una si ruppe, ma le due rimanenti facevano abbastanza luce perché ci vedessimo gli uni gli altri sedendo in cerchio sul pavimento. Uno di quelli che erano venuti era impiegato in un ufficio: era piccolo e nervoso e le sue mani non stavano mai tranquille. Un altro doveva avere un pò più di denaro, perché aveva un negozio e aveva l'aria di un uomo che si fa strada nel mondo. Era di costituzione pesante e piuttosto grasso, incline alla risata facile, ma ora era serio. Il terzo visitatore era un uomo anziano, e poiché era in pensione, spiegò, aveva più tempo per studiare le Scritture e celebrare la puja, una cerimonia religiosa. Il quarto era un artista dai lunghi capelli: guardava fissamente ogni nostro movimento e gesto, senza perdersi nulla. Rimanemmo tutti in silenzio per un pò. Dalla finestra si potevano vedere una o due stelle, e il profumo forte del gelsomino entrava nella stanza. «Vorrei stare seduto tranquillo come adesso per un tempo più lungo» disse il commerciante. «È una benedizione sentire questo genere di silenzio, ha un effetto salutare; ma non voglio sprecare tempo per spiegare le mie sensazioni immediate, e suppongo che farei meglio a iniziare con quello per cui sono venuto. Ho avuto una vita molto difficile, più della maggior parte delle persone; e anche se non sono affatto un uomo ricco godo attualmente di una discreta agiatezza. Ho sempre tentato di condurre una vita religiosa. Non sono stato troppo avido, sono stato caritatevole, e non ho dato dispiaceri a nessuno senza motivo; ma quando sei in affari, talvolta devi evitare di dire l'esatta verità. Avrei potuto guadagnare una quantità di denaro ben maggiore però mi sono privato di questo piacere. Mi diverto in modi semplici, ma nel complesso ho condotto una vita seria; avrebbe potuto essere migliore ma non è stata affatto male. Sono sposato e ho due figli. In breve, signore, questa è la mia storia personale. Ho letto alcuni dei suoi libri e ho ascoltato i suoi discorsi, e sono venuto qui per essere istruito su come condurre una vita più profondamente religiosa. Ma devo lasciar parlare gli altri signori.» «Il mio lavoro è una routine piuttosto faticosa, ma non sono qualificato per fare altri lavori» disse l'impiegato. «Ho poche necessità, e non sono sposato, ma devo sostenere i miei genitori, e sto anche aiutando mio fratello minore per l'università. Non sono affatto religioso in senso ortodosso, ma la vita religiosa mi attrae fortissimamente. Spesso sono tentato di abbandonare tutto e diventare un sannyasi, ma il senso di responsabilità verso i miei genitori e mio fratello mi fa esitare. Ho meditato ogni giorno per anni, e da quando ho udito la tua spiegazione di che cos'è realmente la meditazione, ho tentato di seguirla; ma è molto difficile, almeno per me, e mi sembra di non riuscire ad accedervi. Inoltre la mia posizione di impiegato, che mi richiede di lavorare per tutto il giorno e per la quale non ho il minimo interesse, aiuta ben poco il pensiero a elevarsi. Ma desidero ardentemente trovare la verità, ammesso che ciò mi sia possibile, e finché sono giovane voglio impostare correttamente il corso della mia vita: perciò eccomi qui.» «Per parte mia,» disse l'uomo anziano «sono abbastanza familiare con le Scritture, e da quando anni fa mi sono ritirato in pensione dall'incarico di funzionario statale, il mio tempo mi appartiene. Non ho responsabilità: tutti i miei figli sono adulti e sposati, così sono libero di meditare, di leggere, e di parlare di cose serie. Sono sempre stato interessato alla vita religiosa. Di tanto in tanto ho ascoltato attentamente l'uno o l'altro dei vari maestri, ma non sono mai rimasto soddisfatto. In qualche caso i loro insegnamenti sono profondamente puerili, in altri casi sono dogmatici, ortodossi e meramente descrittivi. Recentemente ho assistito a qualcuno dei tuoi discorsi e discussioni. Riesco a capire moltissimo di quanto dici ma ci sono certi punti sui quali non concordo, o piuttosto che non riesco a capire. Essere d'accordo, come tu hai spiegato, è possibile riguardo alle opinioni, alle conclusioni, alle idee, ma non ci può essere "accordo" relativamente alla verità, che lo si veda o no. Precisamente, vorrei una chiarificazione ulteriore sulla finalità del pensiero.» «Sono un artista, però non bravissimo» disse l'uomo con i capelli lunghi. «Un giorno spero di andare in Europa a studiare arte: qui abbiamo insegnanti mediocri. Per me la bellezza, in qualunque forma, è un'espressione della realtà; è un aspetto del divino. Prima di iniziare a dipingere, medito, come gli antichi, sulla profonda bellezza della vita. Tento di abbeverarmi alla sorgente di ogni bellezza, di catturare un barlume di sublime, e solo allora inizio il mio dipinto della giornata. Talvolta arriva, ma più spesso no; per quanto io provi accanitamente, nulla sembra accadere, e spreco l'intera giornata, persino le settimane. Ho persino provato a digiunare, facendo vari esercizi, sia fisici che intellettuali, sperando di risvegliare l'ispirazione creativa, ma è tutto inutile. Tutto il resto è secondario rispetto a quella sensazione, senza la quale non si può essere veri artisti, e io andrei in capo al mondo per trovarla. Ecco perché sono venuto qui.» Rimanemmo tutti seduti per un pò, ognuno coi suoi pensieri. I vostri vari problemi sono differenti o sono simili anche se appaiono differenti? Non è possibile che ci sia una questione fondamentale sottesa a tutti quanti? «Non sono sicuro che il mio problema sia correlato in qualche modo a quello dell'artista» disse il commerciante. «Lui insegue l'ispirazione, la creatività, ma io voglio condurre una vita più profondamente spirituale.» «È precisamente quello che anch'io voglio fare,» replicò l'artista «solo che l'ho espresso differentemente.» Ci piace pensare che il nostro particolare problema è esclusivo, che la nostra sofferenza è del tutto differente da quella degli altri; vogliamo rimanere separati a tutti i costi. Ma la sofferenza è sofferenza, che sia tua o mia. Se non capiamo questo non possiamo progredire; ci sentiremo per forza ingannati, contrariati, frustrati. Di sicuro, tutti noi qui inseguiamo la stessa cosa: il problema di ciascuno è essenzialmente il problema di tutti. Se sentiamo realmente la verità di questo, abbiamo già fatto un lungo percorso nella nostra comprensione, e potremo indagare insieme; possiamo aiutarci gli uni gli altri, ascoltarci e imparare gli uni dagli altri. Allora l'autorità di un insegnante non ha significato, diventa futile. Il vostro problema è il problema di un altro; la vostra sofferenza è la sofferenza di un altro. L'amore non è esclusivo. Se questo è chiaro, signori, procediamo. «Penso che tutti noi comprendiamo che i nostri problemi non sono slegati» rispose l'uomo anziano, e gli altri annuirono in segno di approvazione. Allora qual è il nostro comune problema? Per piacere non rispondete immediatamente, ma consideriamo bene la questione. Non è forse, signori, il fatto che deve esserci una trasformazione radicale in noi stessi? Senza questa trasformazione, l'ispirazione è sempre transitoria, e c'è una lotta costante per riprenderla; senza questa trasformazione ogni sforzo per condurre un vita spirituale può soltanto essere molto superficiale, una questione di rituali, di campane e libri sacri; senza questa trasformazione la meditazione diventa una via di fuga, una forma di autoipnosi. «È così» disse l'uomo anziano. «Senza un profondo cambiamento interiore ogni sforzo per essere religioso o spirituale è semplicemente scalfire la superficie.» «Sono completamente d'accordo, signore» aggiunse l'uomo che lavorava in ufficio. «Sento che ci deve essere un cambiamento radicale, diversamente dovrò continuare così per il resto della mia vita, procedendo a tentoni, domandando e dubitando. Ma come si può provocare questo cambiamento?» «Anch'io riesco a capire che deve esserci un cambiamento esplosivo in me stesso se ciò che sto cercando a tentoni deve diventare reale» disse l'artista. «Ovviamente è essenziale che avvenga una trasformazione radicale. Ma, come questo signore ha appena chiesto, come si può provocare questo cambiamento?» Lasciamo che le nostre menti e i nostri cuori vadano alla scoperta del modo in cui questo accade. Quello che è importante, di sicuro, è sentire l'urgente necessità di un cambiamento fondamentale, e non soltanto lasciarsi persuadere dalle parole di un altro che si deve cambiare. Una descrizione entusiasmante può stimolarvi a sentire che dovete cambiare, ma un simile sentimento è molto superficiale e passerà quando lo stimolo sarà passato. Ma se voi stessi capite l'importanza del cambiamento, se sentite senza nessun tipo di coercizione, senza nessuna motivazione o influenza, che una trasformazione radicale è essenziale, allora questo sentimento stesso è l'azione della trasformazione. «Ma come si fa ad avere questo sentimento?» chiese il commerciante. Che cosa intendi con la parola "come"? «Siccome io non ho questo sentimento come posso coltivarlo?» Puoi coltivarlo? Non deve sorgere spontaneamente dalla tua percezione diretta della profonda necessità di una trasformazione radicale? Il sentimento crea i propri strumenti di azione. Con il ragionamento logico puoi giungere alla conclusione che un cambiamento fondamentale è necessario, ma questa comprensione intellettuale o verbale non produce l'azione del cambiamento. «Perché no?» chiese l'anziano. La comprensione intellettuale o verbale non è forse una risposta superficiale? Tu senti e ragioni, ma il tuo intero essere non vi partecipa. Lo strato superficiale della tua mente può concordare sul fatto che un cambiamento sia necessario, ma la totalità della tua mente non vi presta completa attenzione, è divisa in se stessa. «Vuoi dire, signore, che l'azione del cambiamento si ha solo quando c'è attenzione totale?» chiese l'artista. Vediamo un pò. Una parte della mente è convinta che questo cambiamento sia fondamentale ma il resto della mente non è coinvolto; può essere messo in disparte, o addormentato, o attivamente opposto a un simile cambiamento. Quando questo accade c'è una contraddizione nella mente, una parte vuole il cambiamento e l'altra è indifferente oppure opposta al cambiamento. Il conflitto che ne risulta, nel quale la parte della mente che vuole cambiare tenta di sopraffare la parte recalcitrante, si chiama disciplina, sublimazione, repressione; si chiama anche seguire gli ideali. Si fa un tentativo per costruire un ponte sul fossato dell'autocontraddizione. Questo è l'ideale, la comprensione intellettuale o verbale che ci debba essere una trasformazione radicale, e il sentimento vago ma reale di non voler essere infastiditi, il desiderio di lasciare le cose come stanno, la paura del cambiamento, dell'insicurezza. Perciò c'è una divisione nella mente, e il perseguimento di questo ideale è un tentativo di mettere insieme le due parti contraddittorie, il che è impossibile. Inseguiamo l'ideale perché non richiede un'azione immediata; l'ideale è un differimento accettato e rispettato. «Allora tentare di cambiare se stessi è sempre una forma di differimento?» chiese l'impiegato. Non lo è? Non avete notato che quando dite: «Tenterò di cambiare» non avete affatto l'intenzione di cambiare? O cambiate o non cambiate; tentare di cambiare ha davvero poco significato. Inseguire l'ideale, tentare di cambiare, obbligare le due parti contraddittorie della mente ad andare assieme con l'azione della volontà, praticare un metodo o una disciplina per ottenere una simile unificazione, e via dicendo, tutto questo è uno sforzo inutile e rovinoso che impedisce realmente ogni trasformazione fondamentale del centro, il sé, l'ego. «Penso di capire quello che ci stai comunicando» disse l'artista. «Noi giriamo intorno all'idea del cambiamento senza mai cambiare. Il cambiamento richiede un'azione drastica e unitaria.» Sì, e un'azione unitaria o integrata non può avvenire finché c'è un conflitto tra parti opposte della mente. «Capisco, davvero capisco!» esclamò l'impiegato. «Nessuna dose di idealismo o di ragionamenti logici, nessuna convinzione o conclusione, può produrre il cambiamento di cui stiamo parlando. Ma allora che cosa lo farà?» Con questa domanda non stai forse impedendo a te stesso di scoprire l'azione del cambiamento? Siamo così desiderosi di risultati che non ci prendiamo una pausa tra l'avere scoperto che qualcosa è vero o falso e la scoperta di un'altra verità. Ci buttiamo in avanti senza comprendere pienamente ciò che abbiamo appena scoperto. Abbiamo capito che il ragionare e le conclusioni logiche non produrranno questo cambiamento, questa fondamentale trasformazione del centro. Ma prima di domandare a noi stessi quali fattori lo produrranno, dobbiamo essere pienamente coscienti dei trucchi di cui la mente fa uso per convincere se stessa che il cambiamento è graduale e deve essere effettuato attraverso il perseguimento di ideali, e così via. Dopo aver capito il vero e il falso dell'intero processo, possiamo procedere a domandare a noi stessi qual è il fattore necessario per questo cambiamento radicale. Allora, che cos'è che vi fa muovere, agire? «Qualsiasi sentimento forte. Il desiderio intenso mi fa agire; dopo posso pentirmene, ma il sentimento esplode in azione.» Ecco, il tuo intero essere è lì; tu dimentichi o trascuri il pericolo, perdi di vista la tua stessa salute e sicurezza. Il semplice sentimento è azione; non c'è iato tra il sentire e l'agire. Lo iato è creato dal cosiddetto processo logico, un soppesare i pro e i contro secondo le proprie convinzioni, i pregiudizi, le paure e così via. L'azione allora è politica, è spogliata di spontaneità, di ogni umanità. Gli uomini che cercano il potere agiscono in questo modo, e una simile azione alimenta soltanto ulteriori infelicità e confusione. «È vero,» continuò l'impiegato «persino il gran desiderio di un cambiamento fondamentale è presto cancellato da ragionamenti autoprotettivi, dal pensiero di che cosa succederebbe se avvenisse un simile cambiamento, e così via.» Il sentimento allora è vincolato dalle idee, dalle parole, non è così? C'è una reazione contraddittoria, che nasce dal desiderio di non essere disturbati. Se questo è il caso, allora continuerete nella vostra vecchia maniera; ma non ingannate voi stessi seguendo ideali, dicendovi che state tentando di cambiare, e tutte le altre giustificazioni simili. Siate semplici rispetto al fatto che voi non volete cambiare. La comprensione di questa verità è in se stessa sufficiente. «Ma io voglio cambiare.» Allora cambia; ma non parlare sterilmente della necessità di cambiare. Questo non ha senso. «Alla mia età,» disse l'uomo anziano «non ho nulla da perdere riguardo alle cose esteriori; ma rinunciare alle vecchie idee e conclusioni è tutta un'altra cosa. Ora comprendo almeno una cosa: che non ci può essere un cambiamento fondamentale senza che vi sia un risveglio del sentimento di questo cambiamento. Ragionare è necessario, ma non è lo strumento dell'azione. Conoscere non è necessariamente agire.» Ma l'azione del sentire è anche l'azione del conoscere, le due cose non sono separate; sono separate soltanto quando la ragione, la conoscenza, la conclusione o la fede inducono all'azione. «Inizio a vederlo molto chiaramente, e la mia conoscenza delle Scritture, come base per l'azione, sta già perdendo presa sulla mia mente.» L'azione basata sull'autorità non è affatto azione: è più un'imitazione, una ripetizione. «E la maggior parte di noi è prigioniera di quel processo. Ma ce ne si può distaccare. Questa sera ho capito davvero molto.» «Anch'io» disse l'artista. «Per me questa discussione è stata altamente stimolante, e non credo che ammetterò nessun passo indietro. Ho capito qualcosa con molta chiarezza e continuerò a ricercarlo, senza sapere dove mi condurrà.» «La mia vita è stata rispettabile,» disse il commerciante «e la rispettabilità non è favorevole al cambiamento, specialmente a quel genere fondamentale di cambiamento di cui abbiamo parlato. Ho sinceramente coltivato il desiderio idealistico di cambiare, e di condurre una vita più genuinamente religiosa; ma ora vedo che la meditazione sulla vita e sulle vie del cambiamento è molto più essenziale.» «Posso aggiungere una parola?» chiese l'uomo anziano. «La meditazione non riguarda la vita: è essa stessa la modalità della vita.»

32 – Uccidere

Il sole non sarebbe sorto per le prossime due o tre ore. Nemmeno una nuvola in cielo, e le stelle gridavano di gioia. Il cielo era segnato dai contorni scuri delle colline circostanti e la notte era completamente silenziosa; non sentivi nemmeno un cane abbaiare e gli abitanti del villaggio non si erano ancora risvegliati. Persino il gufo, che di solito emette un verso proveniente dal profondo della gola, taceva. Dalla finestra entrava l'immensità della notte e avevi come la strana sensazione di essere completamente solo: una solitudine consapevole. Il ruscelletto scorreva sotto il ponte di pietra, ma bisognava tendere l'orecchio per sentirlo; il suo gentile mormorio era tutt'altro che inudibile nel vasto silenzio, talmente intenso e penetrante da poter quasi contenere la tua intera essenza. Non era l'opposto del rumore; poteva contenere il rumore, ma il rumore non ne faceva parte. Faceva ancora buio quando salimmo in macchina, anche se la stella del mattino era ormai al di sopra delle colline che si trovavano a est. Mentre la macchina procedeva tra queste colline, gli alberi e i cespugli apparivano intensamente verdi sotto la luce vivida dei fari. La strada era vuota, ma non si poteva procedere troppo velocemente per via delle molte curve. A est si intravedeva ormai l'inizio di un certo chiarore; anche se in macchina non smettevamo un attimo di chiacchierare, la consapevolezza della meditazione continuava. La mente era totalmente immobile; non era addormentata o stanca, semplicemente era del tutto immobile. A mano a mano che il cielo diventava più luminoso, la mente avanzava sempre più in profondità. Anche se era conscia dell'enorme palla di luce dorata e della conversazione in corso, era sola, si muoveva senza alcuna resistenza, senza alcuna direttiva; era sola, come una luce nell'oscurità. Non sapeva di essere sola: questo lo sa solo la parola. Era un movimento senza fine né direzione. Accadeva senza una causa e sarebbe potuto andare avanti anche al di fuori del tempo. I fari erano stati spenti, e nella luce del mattino il paesaggio ricco e lussureggiante era meraviglioso. C'era rugiada dappertutto e ogni volta che i raggi del sole toccavano terra era come se innumerevoli diamanti brillassero con i colori dell'arcobaleno. A quell'ora persino le dure rocce di granito sembravano morbide e levigate: un'illusione che presto sarebbe stata spazzata via dal sorgere del sole. La strada si snodava attraverso rigogliosi campi di riso e stagni enormi, pieni fino all'orlo di acque danzanti che avrebbero provveduto a irrigare la terra fino alla prossima stagione delle piogge. Ma le piogge non erano ancora terminate; tutto era così verde e vivo! Il bestiame era pasciuto e i volti delle persone sulla strada risplendevano nella freschezza del mattino. Parecchie scimmie si assembravano sui bordi della strada. Non si trattava di scimmie dalle lunghe braccia e dai lunghi corpi, di quelle che dondolano con grazia da un ramo all'altro e che se ne vanno in giro con leggerezza e arroganza, guardando i passanti con musi gravi. Queste erano scimmie piccole, con la lunga coda e il pelo verde-marrone un pò sporco, giocherellone e furbette. Una di loro quasi finì sotto le ruote anteriori, ma venne salvata dalla propria rapidità e dalla prontezza dell'autista. Era ormai pieno giorno e un gran numero di abitanti del villaggio si erano messi in movimento. La macchina aveva accostato al bordo della strada per far passare i carri, che si muovevano con estrema lentezza e che parevano non finire mai; gli autocarri non ti facevano passare fino a quando non suonavi il clacson per un paio di minuti. Templi famosi torreggiavano al di sopra degli alberi, e la macchina passò davanti alla casa natale di un santo Maestro.

Era arrivato un piccolo gruppo, una donna e diversi uomini, ma solo tre o quattro di loro presero parte alla discussione. Si trattava di persone serie, e si vedeva che erano buoni amici nonostante le differenze di opinione. Il primo uomo a parlare aveva una barbetta ben rasata, un naso aquilino e un'ampia fronte; i suoi occhi scuri erano acuti e molto seri. Il secondo era tremendamente magro; era calvo, con la pelle chiara e non riusciva a tenere le mani lontane dal viso. Il terzo era grassoccio, simpatico e dalle maniere semplici; guardava come per giudicare ma, rimanendo insoddisfatto, guardava di nuovo per avere conferma del suo giudizio. Aveva mani dalla bella forma, con lunghe dita. Anche se rideva facilmente, c'era qualcosa di profondamente serio in lui. Il quarto aveva un sorriso piacevole e gli occhi di chi ha letto molto. Nonostante il suo contributo alla discussione fosse minimo, non dormiva affatto. Tutti gli uomini erano probabilmente sulla quarantina, ma la donna sembrava molto più giovane; parlava poco, ma era attenta a quello che stava succedendo. «Per diversi mesi abbiamo discusso tra di noi e ora vogliamo parlare con te riguardo a un problema che ci turba da tempo» disse il primo uomo. «Vedi: alcuni di noi sono carnivori, altri no. Personalmente non ho mai mangiato carne in vita mia; la trovo disgustosa sotto qualsiasi forma e non sopporto l'idea di dover uccidere un animale per riempirmi la pancia. Anche se non siamo riusciti a trovare un accordo sulla soluzione migliore per questo problema siamo rimasti buoni amici, e così continueremo, o almeno spero.» «Alcune volte mangio carne» disse il secondo uomo. «Preferirei di no, ma quando si viaggia è difficile riuscire a mantenere una dieta equilibrata senza carne, e poi è molto più semplice da preparare. Non mi piace dover uccidere degli animali, sono molto sensibile a questo genere di cose, anche se penso che vada bene mangiare carne ogni tanto. Molti puritani fanatici del tema del vegetarianismo commettono più peccato di quelli che uccidono per mangiare.» «L'altro giorno mio figlio ha sparato a un piccione e lo abbiamo mangiato per cena» disse il terzo uomo. «Il ragazzo era parecchio emozionato all'idea di averlo ammazzato con la sua nuova pistola. Avresti dovuto vedere il suo sguardo! Era scioccato, ma contento allo stesso tempo; anche se si sentiva colpevole aveva l'aria del conquistatore. Gli ho detto che non doveva sentirsi in colpa. Uccidere è una cosa crudele, ma fa parte della vita, e non è troppo grave se questo viene praticato con moderazione e tenuto sotto stretto controllo. Consumare carne non è quel crimine così atroce che il nostro amico qui presente vorrebbe farci credere. Non sono granché a favore degli sport cruenti, ma uccidere per mangiare non è un peccato contro Dio. Perché farne un simile problema?» «Come puoi ben vedere signore» continuò il primo oratore, «non sono riuscito a convincere queste persone che uccidere per ottenere del cibo sia un atto barbarico; inoltre mangiare carne fa male alla salute, e questo è risaputo da tutti coloro che hanno deciso di cercare in maniera imparziale più informazioni sull'argomento. Nel mio caso non consumare carne è una questione di principio; nella mia famiglia siamo vegetariani da generazioni. Credo che l'essere umano, se realmente vuole diventare più civile, debba fare degli sforzi per eliminare dalla propria natura l'abitudine crudele di uccidere gli animali per procurarsi il cibo.» «Questo è quello che non riesce a smettere di ripetere» lo interruppe il secondo uomo. «Vuole "civilizzare" noi carnivori, ma altre forme di crudeltà non gli provocano nessun problema. È un avvocato e non si cruccia per la crudeltà insita nella pratica della sua professione. In ogni modo, nonostante un certo disaccordo sull'argomento siamo ancora amici. Abbiamo discusso di questo problema decine di volte e dato che non facciamo alcun progresso ci siamo messi d'accordo per parlarne con te.» «Esistono temi ben più vasti e importanti dell'uccisione di qualche povero animale per nutrirsi» aggiunse il quarto uomo. «Si tratta solo di come si guarda alla vita.» Qual è il problema signori? «Se mangiare o non mangiare carne» rispose il vegetariano. Si tratta del problema principale o fa parte di uno più grande? «Per ciò che mi riguarda, la volontà o la non volontà di uccidere animali per soddisfare il proprio appetito indica l'atteggiamento generale verso altri ben più complessi temi della vita.» Se concentrarsi esclusivamente su una delle parti non porta alla comprensione del tutto, allora forse non dovremmo lasciarci confondere dalle singole parti. Se non siamo in grado di vedere la totalità del problema, la singola parte assume un'importanza maggiore del dovuto. Ma il problema è ancora più grande, no? Il problema riguarda l'uccidere, e non semplicemente l'uccisione di animali per ottenere del cibo. Un uomo non diventa più virtuoso solo perché non mangia della carne, e nemmeno si rende meno virtuoso perché la mangia. Anche il dio di una mente meschina è meschino; la sua meschinità è misurata attraverso quella della persona che deposita fiori ai suoi piedi. Il problema più grande tocca i diversi problemi, apparentemente separati tra di loro, che l'uomo ha creato all'interno e al di fuori di se stesso. Uccidere è veramente un tema grande e complesso. Pensate che dovremmo prenderlo in considerazione, signori? «Credo di sì» rispose il quarto uomo. «Sono vivamente interessato a questo tema e mi attira l'idea di affrontarlo più ampiamente.» Esistono molte forme di uccisione, no? Si uccide attraverso la parola o il gesto, per paura o rabbia, si uccide per un paese o un'ideologia, si uccide nel nome di dogmi economici o fedi religiose. «Come si uccide attraverso una parola o un gesto?» chiese il terzo interlocutore. Non lo sai? Con una parola o un gesto puoi uccidere la reputazione di un uomo; attraverso il pettegolezzo, la diffamazione, il disprezzo lo puoi spazzare via. E che ne dici del paragone? Non uccidi forse un ragazzo paragonandolo a un altro che è più intelligente o più dotato di lui? Un uomo che uccide a causa dell'odio o della rabbia viene considerato un criminale e condannato a morte. Tuttavia l'uomo che, nel nome della propria patria, deliberatamente cancella migliaia di persone dalla faccia della terra bombardandole, è onorato e decorato con medaglie; è considerato come un eroe. L'assassinio si sta diffondendo a macchia d'olio sulla faccia della terra. Per giustificare il bisogno di sicurezza o il desiderio di espansione di una nazione, un'altra viene distrutta. Gli animali vengono uccisi per mangiarli, per trarne profitto, o per quello che chiamiamo sport; sono vivisezionati per il "benessere" dell'uomo. Il soldato esiste per uccidere. Si stanno facendo grandi progressi nel campo della tecnologia dell'omicidio di massa, in pochi secondi e a grandi distanze. Parecchi scienziati si occupano di questo tema, e i preti benedicono i bombardieri e le navi da guerra. Inoltre uccidiamo il cavolo e la carota per poter mangiare, e distruggiamo i parassiti. Come possiamo decidere dove far cominciare quella linea oltre la quale non uccideremo? «Dipende dal singolo individuo» rispose il secondo uomo. Ma è veramente così semplice? Se ti rifiuti di fare la guerra ti fucilano o ti imprigionano, o magari ti mandano in un ospedale psichiatrico. Se ti rifiuti di prendere parte allo sport nazionale dell'odio vieni disprezzato e rischi di perdere il lavoro; la pressione viene esercitata in modi differenti per forzarti a conformarti alla massa. Persino nel pagare le tasse o nell'acquistare un francobollo stai sostenendo la guerra, l'uccisione di nemici sempre nuovi. «E allora che cosa dovremmo fare?» chiese il vegetariano. «Mi rendo conto di aver ucciso molte volte in maniera legale nei tribunali; tuttavia sono un ferreo vegetariano, e non ho mai ammazzato un essere vivente con le mie stesse mani.» «Nemmeno un insetto velenoso?» chiese il secondo uomo. «No, se posso evitarlo.» «Qualcun altro lo fa per te.» «Signore» continuò l'avvocato vegetariano «stai forse suggerendo di non pagare le tasse o di non scrivere lettere?» Per l'ennesima volta, nel preoccuparci troppo per i dettagli dell'azione e se speculiamo riguardo a quello che dovremmo o non dovremmo fare ci siamo persi nel particolare senza comprendere la totalità del problema. Il problema deve essere compreso nella sua totalità, non è così? «Capisco che il problema debba essere considerato da un punto di vista più generale, ma anche i dettagli sono importanti. Non possiamo perdere di vista la nostra attività più immediata, no?» Che cosa intendi per "un punto di vista più generale" del problema? La tua è pura comprensione intellettuale, approvazione verbale, o comprendi veramente il problema dell'uccidere nella sua interezza? «Per essere onesto, signore, fino a questo momento non avevo mai prestato molta attenzione alle implicazioni più vaste del problema. Mi sono concentrato solo su un aspetto particolare.» Sarebbe come non spalancare una finestra per guardare il cielo, gli alberi, la gente, l'intero movimento della vita, per sbirciare attraverso una fessura delle persiane. La mente è fatta così: una parte piccola e inutile è costantemente attiva, mentre il resto dorme. Questa meschina attività della mente dà vita a meschini problemi relativi a ciò che è bene e a ciò che è male, ai valori politici e morali, e così via. Se veramente riuscissimo a vedere l'assurdità di questo processo, desidereremmo naturalmente, e senza alcun tipo di coercizione, esplorare le regioni più vaste della mente. Per cui il tema di cui stiamo discutendo ora non riguarda semplicemente l'assassinio di animali, bensì la crudeltà e l'odio che stanno crescendo nel mondo e in ciascuno di noi. Questo è il nostro vero problema, no? «Sì» rispose il quarto uomo con enfasi. «La brutalità si sta spargendo a macchia d'olio, come una piaga; un'intera nazione può essere distrutta dal suo più grande e più potente vicino. La crudeltà, l'odio: questi sono i veri problemi, e non se la carne piace o meno.» La crudeltà, la rabbia e l'odio che ci sono in noi sono espressi in mille forme diverse: nello sfruttamento dei deboli da parte dei più forti e scaltri; nella crudeltà consistente nell'obbligare un'intera popolazione, sotto minaccia di estinzione, ad accettare un certo modello ideologico di vita; nella creazione di uno spirito nazionalista e di governi sovrani attraverso un'intensa propaganda; nel coltivare in modo organizzato dogmi e fedi, chiamandoli religione, mentre in realtà separano gli uomini dagli uomini. Le vie della crudeltà sono numerose e sottili. «Anche se passassimo il resto della nostra vita cercando, non credo riusciremmo a smascherare tutte le sottili forme sotto cui la crudeltà si esprime, è vero?» chiese il terzo uomo. «E quindi come dobbiamo procedere?» «Mi sembra» disse il primo che aveva parlato, «che stiamo perdendo di vista il tema centrale. Ognuno di noi sta cercando di proteggersi; stiamo difendendo solo i nostri interessi, i nostri beni economici e intellettuali, o forse una tradizione che ci consente di ottenere un certo profitto, e non sto parlando di quello economico. Questo interesse per noi stessi, in tutto ciò che tocchiamo, dalla politica a Dio, è alla radice del problema.» Ancora una volta, se mi è consentito chiedere, si tratta di una semplice affermazione o di una logica conclusione demolibile o difendibile con l'intelligenza? O si tratta di qualcosa che riflette la percezione di un fatto reale, che ha un certo significato nella nostra vita quotidiana e nelle nostre azioni? «Stai cercando di farci distinguere tra la parola e il fatto,» disse il terzo uomo «e io sto cominciando a vedere quanto questa distinzione sia importante per noi. In caso contrario ci saremmo persi tra le parole, senza le azioni... come appunto ci è successo ora.» Per agire bisogna provare un sentimento. Un sentimento per il problema complessivo produce l'azione totale. «Quando si prova qualcosa di forte, non importa perché,» disse il quarto uomo «si agisce, e tale azione non è impulsiva o, come si suol dire, intuitiva; nemmeno diventa un atto premeditato, calcolato. Sorge appunto dalla profondità dell'essere umano. Se quell'azione causa del male, del dolore, se ne pagano volentieri le conseguenze; ma tale azione raramente è dannosa. La domanda è: come si fa ad alimentare un tale profondo sentimento?» «Prima di procedere» aggiunse il terzo uomo con franchezza, «cerchiamo di fare chiarezza su quello che ci stai spiegando, signore. Sappiamo già che, per arrivare a un'azione completa, dobbiamo provare un sentimento profondo in cui ci sia una grande comprensione psicologica del problema; altrimenti esistono solo degli spezzoni di azione che non stanno insieme gli uni con gli altri. Questo mi sembra chiaro. E poi, come stavamo dicendo, la parola non è il sentimento; la parola può evocare il sentimento, ma questa evocazione verbale non alimenta il sentimento. Non è forse possibile entrare nel mondo dei sentimenti in maniera diretta, senza una descrizione, senza il simbolo o la parola? Non è forse questa la domanda seguente?» Sì, signore. Veniamo distratti dalle parole, dai simboli; raramente proviamo qualcosa se non attraverso lo stimolo della parola, della descrizione. La parola "Dio" non è Dio, ma quella parola ci fa reagire a seconda del nostro condizionamento. Possiamo scoprire qualcosa sulla verità o la falsità di Dio solo quando la parola "Dio" non crea più in noi certe abituali risposte fisiologiche o psicologiche. Come dicevamo prima, un sentimento totale porta a un'azione totale: o meglio, un sentimento totale è azione totale. La sensazione passa, lasciandoci al punto di prima. Ma questo sentimento totale di cui stiamo parlando ora non è una sensazione, non dipende dallo stimolo; si alimenta da solo, non ha bisogno di alcun artificio. «E allora com'è possibile destare questo sentimento?» insistette il primo uomo. Se posso dirlo, non stai cogliendo il punto. Il sentimento che può essere destato è una questione di stimolazione; si tratta di una sensazione che deve essere nutrita per vie diverse, attraverso un metodo o l'altro. Allora i mezzi e il metodo, e non il sentimento, assumono un'importanza assoluta. Il simbolo, come mezzo per raggiungere il sentimento, viene custodito in un tempio, in una chiesa, così il sentimento esiste solo attraverso quel simbolo o quella parola. Ma è possibile "destare" un sentimento totale? Pensaci, non rispondere. «Capisco quello che vuoi dire» disse il terzo uomo. «Il sentimento totale non deve essere affatto provocato; c'è o non c'è. Questo ci lascia abbastanza senza speranza, non trovi?» Ne sei sicuro? C'è in te un senso di disperazione perché vuoi arrivare da qualche parte, stai cercando di ottenere quel sentimento totale; e siccome non ce la fai ti senti del tutto smarrito. È proprio questo desiderio di arrivare, di conseguire, di diventare, che crea il metodo, il simbolo, il fattore stimolante attraverso cui la mente conforta e distrae se stessa. Ora consideriamo di nuovo il problema dell'assassinio, della crudeltà, dell'odio. Preoccuparsi per una forma di uccisione "umanitaria" è piuttosto assurdo; astenersi dal consumare carne mentre distruggi tuo figlio paragonandolo con un altro ragazzo significa essere crudeli; partecipare alla forma rispettabile di uccisione per la tua patria o per una qualsiasi ideologia significa coltivare l'odio; essere gentile con gli animali e crudele con il prossimo attraverso l'azione, la parola o i gesti significa coltivare inimicizia e brutalità. «Signore, credo di capire quello che hai appena detto; ma come può venire allora questo sentimento totale? Faccio questa domanda per partecipare al movimento di ricerca. Non sto chiedendo il metodo: capisco che sarebbe un'assurdità. Capisco anche che il desiderio di raggiungere una meta crea da sé i propri ostacoli, e che è inutile sentirsi senza speranza o impotenti. Tutto questo ora mi è chiaro.» Se questo è chiaro, e non solo a livello verbale o intellettuale ma con l'intensità dolorosa di una spina nel piede, allora c'è compassione, amore. A quel punto hai già aperto la porta a questo sentimento totale di compassione. L'uomo che ha compassione sa qual è la cosa giusta da fare. Senza amore stai semplicemente cercando di scoprire quale sia la cosa giusta da fare, e la tua azione porta soltanto a un danno maggiore e all'infelicità; questo è il modo di agire dei politici e dei riformatori. Senza amore non puoi comprendere la crudeltà; è possibile stabilire una sorta di pace attraverso il regno del terrore; ma la guerra e le uccisioni continueranno su un altro livello della nostra esistenza. «Non abbiamo compassione, signore, e questa è la vera fonte della nostra infelicità» disse il primo uomo con voce piena di emozione. «Siamo induriti dentro, c'è qualcosa di brutto dentro di noi, ma lo seppelliamo sotto parole gentili e sotto atti di generosità superficiale. Nonostante le nostre credenze religiose e le riforme sociali abbiamo un cuore canceroso. È nel proprio cuore che deve avvenire un'operazione, e solo allora sarà possibile piantare un nuovo seme. Proprio quell'operazione è la vita del nuovo seme. L'operazione è iniziata, e che il seme possa dare vita al frutto.»

33 – Essere intelligenti significa essere semplici

Il mare era di un blu intenso e il sole al tramonto quasi toccava la sommità delle nuvole più basse. Un ragazzo di tredici o quattordici anni, avvolto in un panno umido, si trovava vicino a un'automobile, tremando e fingendo di essere muto; chiedeva l'elemosina e aveva organizzato un bello spettacolo. Dopo aver ottenuto alcune monetine scattò via correndo sulla sabbia. Le onde sciabordavano dolcemente, senza cancellare in maniera definitiva le impronte. I granchi facevano la gara con le onde, cercando di non farsi calpestare; si facevano travolgere dalle onde e dalla sabbia in movimento, ma ogni volta tornavano su, pronti per la prossima onda. Seduto su alcuni tronchi assemblati insieme a mò di barca, un uomo ritornava dalla pesca recando due grossi pesci; era scuro e abbronzato da molti soli. Arrivando a riva con grazia e abilità, portò la sua imbarcazione sulla sabbia asciutta, lontano dalle onde. Più in là c'era un boschetto di palme piegate verso il mare, e oltre quello la città. All'orizzonte si intravedeva una barca a vapore, quasi immobile, e una brezza gentile soffiava da nord. Era un momento della giornata caratterizzato da un'intensa bellezza e calma, in cui la terra e il cielo si incontravano. Potevi stare seduto sulla sabbia e guardare le onde arrivare e andare via, senza fine, e il loro movimento ritmico sembrava ignorare la terra. La tua mente era viva, ma non quanto il mare sempre in movimento, che era vivo e si estendeva da un orizzonte all'altro. Non conosceva altezza né profondità, non era lontano né vicino; non esisteva un punto centrale da cui misurare o circoscrivere il tutto. Il mare, il cielo e la terra erano tutti lì assieme ma non c'era nessun osservatore. Si trattava di uno spazio immenso e di una luce incalcolabile. La luce del sole al tramonto si rifletteva sugli alberi, bagnava il villaggio e poteva essere vista oltre il fiume; ma questa era una luce che non tramontava mai, una luce sempre splendente. E stranamente non c'erano ombre; non proiettavi la tua ombra su questa luce. Non eri addormentato, non avevi chiuso gli occhi, ormai le stelle stavano diventando visibili; ma sia che chiudessi gli occhi sia che li aprissi, la luce era sempre lì. Non poteva essere raccolta e messa in un tempio.

Madre di tre bambini, aveva l'aria semplice, tranquilla e modesta, ma i suoi occhi erano vivi e osservatori, assorbivano molte cose. Mentre parlava, la sua nervosa timidezza scomparve, ma lei rimase silenziosamente all'erta. Il figlio maggiore era stato educato all'estero e lavorava come ingegnere elettronico; il secondo aveva un buon lavoro in una fabbrica di tessuti, e il terzo stava finendo l'università. Erano tutti dei bravi ragazzi, disse, e si vedeva che ne andava fiera. Avevano perso il padre qualche anno prima, ma prima di morire lui aveva provveduto a che tutti e tre ricevessero un'ottima educazione e diventassero autosufficienti. Quel poco che il padre possedeva lo aveva lasciato a lei, che non aveva bisogno di nulla, dato che le sue necessità erano minime. A quel punto smise di parlare e divennero evidenti le sue difficoltà nell'esprimere qualcosa che aveva in mente. Intuendo ciò di cui voleva parlare le feci delle domande, non senza una certa esitazione. Ami i tuoi figli? «Certo» rispose rapidamente, contenta di questa domanda iniziale. «Chi non ama i propri figli? Li ho educati con amore e attenzione, e in tutti questi anni sono stata occupata con le loro partenze e i loro arrivi, le loro pene e le loro gioie, e con tutte le altre cose che importano a ogni madre. Sono stati dei bravissimi figli, sono stati molto buoni con me. Sono stati tutti bravi negli studi e si faranno strada nella vita; forse non lasceranno il segno nel mondo ma, in fin dei conti, ben pochi lo fanno. Tuttora viviamo insieme, e quando si sposeranno io rimarrò, se mi vogliono, con l'uno o con l'altro. È ovvio che io ho la mia casa, e che non dipendo economicamente da loro. Ma è strano che tu mi abbia fatto questa domanda.» Come mai? «Bé, non ho mai parlato di me stessa con nessuno, nemmeno con mia sorella o con il mio defunto marito, e improvvisamente è strano sentirsi rivolgere una simile domanda, anche se ho voglia di parlarne con te. Mi ha richiesto molto coraggio venire a vederti, ma ora sono lieta di essere venuta e che tu mi abbia reso così facile parlare. Sono sempre stata un'ascoltatrice, ma non nel senso che dai tu alla parola. Ero solita ascoltare mio marito e i suoi colleghi di lavoro ogni volta che si presentavano da me. Ho sempre ascoltato i miei figli e le mie amiche. Ma mi sembra che a nessuno sia mai importato di ascoltare me, e per la maggior parte delle volte sono sempre stata zitta. Ascoltando gli altri si impara, anche se la maggior parte di ciò che si ascolta è qualcosa che si sa già. Gli uomini erano soliti fare pettegolezzi tanto quanto le donne, oltre a lamentarsi per via del proprio lavoro e del loro magro stipendio; alcuni discutevano della tanto desiderata promozione, altri di riforme sociali, del lavoro del villaggio, o di quello che aveva detto il guru. Ascoltavo tutti, ma non mi confidavo mai con nessuno. Alcuni erano più intelligenti, altri più stupidi di me, ma per la maggior parte delle cose non erano tanto diversi. Mi piace il suono delle parole, ma lo sento con un orecchio differente. La maggior parte delle volte sembra che io ascolti l'uno o l'altro; tuttavia ascolto anche qualcos'altro, qualcosa che sempre mi sfugge. Ne posso parlare?» Non è per questo che sei qui? «Credo di sì. Vedi, sto per compiere quarantacinque anni, e per la maggior parte della mia vita mi sono sempre occupata degli altri; sono stata impegnata con migliaia di cose, tutto il giorno e ogni giorno. Mio marito è morto cinque anni fa, e da quel momento sono stata occupata più che mai con i miei figli; mentre adesso, per qualche strana ragione, continuo a imbattermi in me stessa. L'altro giorno ho ascoltato il tuo discorso assieme a mia cognata, e qualcosa si è agitato nel mio cuore, qualcosa che sapevo essere lì da sempre. Non riesco a esprimerlo molto bene ma spero che tu riesca a capire ciò che voglio dire.» Posso aiutarti? «Mi piacerebbe.» È difficile essere semplici fino in fondo relativamente a qualcosa, non è vero? Abbiamo l'esperienza di qualcosa di semplice in sé, ma subito diventa complicata; è difficile mantenerla entro i confini della sua semplicità originaria. Senti che è così? «Sì, in un certo modo. Nel mio cuore esiste qualcosa di semplice, ma non so proprio che cosa significhi.» Hai detto che hai amato i tuoi figli. Qual è il significato della parola "amore"? «Ti ho detto cosa significa. Amare i propri figli significa prendersi cura di loro, fare attenzione affinché non si facciano male e non facciano troppi errori; significa aiutarli a prepararsi ad avere un buon lavoro, per vederli felicemente sposati e così via.» Tutto qui? «Che altro può fare una madre?» Posso chiederti se l'amore per i tuoi figli riempie tutta la tua vita o solo una parte di essa? «No» ammise. «Voglio bene ai miei figli, ma questo amore non ha mai riempito completamente la mia vita. La relazione con mio marito era diversa. Forse lui riempiva completamente la mia vita, non i miei figli; e ora che sono diventati degli uomini adulti devono vivere la loro vita. Mi amano, e io amo loro; ma la relazione tra un uomo e sua moglie è diversa, e quindi i miei figli troveranno un senso di completezza sposando la donna giusta.» Non hai mai desiderato che i tuoi figli fossero educati in modo giusto, in modo da poter dare una mano per prevenire le guerre, senza venire uccisi nel nome di qualche ideale o soltanto per soddisfare la brama di potere di qualche politico? Il tuo amore per loro non ti ha mai fatto desiderare che essi potessero dare un contributo alla costruzione di una società diversa, una società in cui l'odio, l'antagonismo, l'invidia non esistano più? «Ma cosa posso fare io a questo proposito? Nemmeno io ho ricevuto la giusta educazione, quindi come potrei mai contribuire alla creazione di un nuovo ordine sociale?» Non ti appassiona l'argomento? «Ho paura di no. Ci appassioniamo mai a qualcosa?» Allora l'amore non è qualcosa di forte, vitale, urgente? «Dovrebbe esserlo, ma per la maggior parte di noi non lo è. Amo i miei figli e prego affinché non capiti loro mai nulla di male. Se capitasse, che potrei fare se non piangere lacrime amare?» Ma se hai dell'amore dentro di te, non è abbastanza forte da farti agire? La gelosia, come l'odio, è qualcosa di forte che provoca un'azione decisa e vigorosa; ma la gelosia non è amore. Allora sappiamo realmente che cos'è l'amore? «Ho sempre creduto di amare i miei figli, anche se non sono stati la cosa più bella della mia vita.» E dunque esiste al mondo un amore più grande dell'amore per i tuoi figli? Non era stato semplice arrivare a questo punto, e la donna si sentiva a disagio e imbarazzata. All'inizio non disse nulla, e rimanemmo seduti senza dire una parola. «Non ho mai veramente amato» cominciò a dire dolcemente. «Non ho mai provato niente di profondo per nessuno. Sono sempre stata molto gelosa, e si è trattato di un sentimento molto forte. Mi entrò nel cuore e mi rese violenta; piansi, feci delle scenate e una volta, Dio mi perdoni, ho colpito. Ma tutto questo adesso è passato. Anche il desiderio sessuale era molto forte, ma è diminuito con la nascita di ogni figlio, e ora è completamente scomparso. Ciò che provo per i miei figli non è quello che dovrebbe essere. Non ho mai provato sentimenti molto forti tranne la gelosia e il desiderio sessuale; e così non si va molto lontano no?» No, non molto lontano. «Ma allora che cos'è l'amore? Attaccamento, gelosia, persino l'odio era ciò che consideravo amore; e ovviamente una relazione sessuale. Ma capisco ora che la relazione sessuale è solo una piccola parte di qualcosa di molto più grande. Non ho mai conosciuto questo qualcosa più grande, e questo spiega perché il sesso è diventato così prepotentemente importante, almeno per un certo periodo della mia vita. Quando quello è svanito ho pensato di amare i miei figli; ma la realtà è che li ho amati, se mi è concesso usare questa parola, solo in modo limitato; anche se sono dei bravi ragazzi, sono come tutti gli altri. Suppongo che siamo tutti mediocri, soddisfatti dalle cose meschine: soddisfatti dall'ambizione, dalla prosperità, dall'invidia. Le nostre vite sono misere, indipendentemente da dove abitiamo, in palazzi o capanne. Adesso comprendo tutto ciò con molta chiarezza, e non mi era mai successo prima; tuttavia, come devi aver capito, non sono una persona con una grande educazione.» L'educazione non c'entra niente con questo; la mediocrità non è monopolio degli ignoranti. Anche lo studioso, lo scienziato o il genio possono essere mediocri. La libertà dalla mediocrità, dalla meschinità, non è una questione di classe o di apprendimento. «Tuttavia io non ho mai pensato molto, non ho mai sentito molto; la mia vita è stata miserabile.» Anche quando sentiamo intensamente, generalmente accade per via di cose meschine: la sicurezza personale e della nostra famiglia, la bandiera della patria, un leader religioso o politico. Il nostro sentimento è sempre a favore o contro qualcosa; non è un fuoco puro e senza fumo. «Ma chi è che ci deve dare quel fuoco?» Dipendere da qualcun altro, cercare il proprio guru, un leader, significa togliere la solitudine, la purezza del fuoco; tutto questo crea solo fumo. «E allora se non possiamo chiedere aiuto, dobbiamo almeno avere il fuoco per iniziare.» No, affatto. All'inizio il fuoco non c'è. Deve essere nutrito; bisogna prendersene cura, bisogna conservarlo saggiamente e comprendere quali sono le cose che lo fanno spegnere, che rovinano la chiarezza della fiamma. Solo a quel punto c'è quel fuoco che niente può spegnere. «Ma allora c'è bisogno di intelligenza, e io non ne ho.» Sì che ne hai. Rendendoti conto di quanto miseri siano stati la tua vita e il tuo amore; percependo la natura della tua gelosia; iniziando a essere cosciente di te stessa nelle tue relazioni quotidiane, in tutto questo c'è già il movimento dell'intelligenza. L'intelligenza è questione di duro lavoro, è la rapida percezione dei trucchi sottili della mente, è affrontare la realtà, è pensare chiaramente, senza presupposizioni o conclusioni. Per rendere più vivo il fuoco dell'intelligenza e per mantenerlo vivo occorre essere sempre all'erta e avere grande semplicità. «È gentile da parte tua dirmi che sono intelligente. Ma lo sono davvero?» insistette. È bene farsi questa domanda, ma non affermare che tu lo sia o non lo sia. Ricercare correttamente è l'inizio dell'intelligenza. Tu stessa inceppi l'intelligenza con le tue convinzioni, opinioni, affermazioni e i tuoi dinieghi. La semplicità è la via dell'intelligenza: non la semplice dimostrazione di semplicità nelle cose esteriori e nel comportamento, bensì la semplicità del non-essere interiore. Quando dici "lo so" sei sulla via della non-intelligenza; quando dici "non lo so", e veramente lo pensi, ti sei già incamminata sulla strada dell'intelligenza. Quando non si sa, si guarda, si ascolta e si fanno domande. "Sapere" significa accumulare, e colui che accumula non saprà mai: costui non è intelligente. «Se già mi trovo sul cammino dell'intelligenza perché sono semplice e non so molte cose...» Pensare in termini di "molto" significa non essere intelligenti. "Molto" è una parola usata per fare paragoni, e il paragone è basato sull'accumulo. «Sì, questo lo capisco. Ma, come stavo dicendo, se uno si trova sulla via dell'intelligenza perché è semplice e veramente non conosce nulla, allora l'intelligenza equivale all'ignoranza.» L'ignoranza è una cosa, mentre lo stato di non-conoscenza è molto diverso; le due cose non sono affatto legate tra loro. Puoi sapere molte cose, essere intellettuale, efficiente, pieno di talento, eppure essere ignorante. L'ignoranza c'è quando non c'è la conoscenza di se stessi. L'uomo ignorante è colui che non conosce se stesso, che non è conscio dei propri atti di inganno, vanità, invidie, e così via. La conoscenza di sé è libertà. Puoi sapere tutto sulle meraviglie della terra e dei cieli, e tuttavia essere prigioniero dell'invidia e del dolore. Ma quando dici "non lo so" stai imparando. Imparare non significa accumulazione, né conoscenza di cose o di relazioni. Essere intelligenti significa essere semplici; ma essere semplici è incredibilmente difficile.

34 – Confusione e convinzioni

Le cime delle montagne oltre il lago erano avvolte da nuvole scure e pesanti, ma le sponde del lago erano illuminate dal sole. La primavera era appena iniziata, e il sole non era caldo. Gli alberi erano ancora nudi, i loro rami spogli sullo sfondo del cielo azzurro; ma erano belli nella loro nudità. Potevano aspettare con pazienza e certezza, poiché il sole risplendeva su di loro e nel giro di poche settimane sarebbero stati ricoperti da morbide foglioline verdi. Un sentierino vicino al lago si perdeva nei boschi, per lo più eternamente verdi; si estendevano per miglia e miglia, e se camminavi abbastanza a lungo per quel sentiero arrivavi a un prato aperto, circondato da alberi. Era un posto bellissimo, nascosto e lontano. Alcune vacche brucavano un pò nel prato, ma il tintinnio delle loro campane non sembrava disturbare la solitudine del luogo né poter togliere quella sensazione di distanza, solitudine e familiare isolamento. Mille persone sarebbero potute andare in quel luogo incantato, e dopo la loro partenza, con il loro rumore e i loro rifiuti, tutto sarebbe rimasto intatto, isolato e accogliente. Quel pomeriggio il sole risplendeva sul prato e sugli alti alberi scuri che lo circondavano, ritagliati nel verde, statuari, immobili. Con le tue preoccupazioni e con il dialogo interiore, con la mente e gli occhi che si posavano dappertutto, chiedendoti senza sosta se la pioggia ti avrebbe sorpreso sulla via del ritorno, in quel luogo ti sentivi quasi un intruso, un indesiderato; ma subito dopo facevi già parte di quella solitudine incantata. Non c'erano uccelli di alcun tipo; l'aria era immobile, e le cime degli alberi non si muovevano contro il cielo azzurro. Il lussureggiante prato verde era il centro di questo mondo e, seduto su una roccia, facevi parte di quel centro. Non si trattava di pura immaginazione; l'immaginazione è fatua. Non cercavi di identificarti con ciò che era così splendidamente aperto e bello; identificarsi è vanità. Non cercavi di dimenticare o di rinunciare a te stesso in quella intatta solitudine della natura; l'ascesi della dimenticanza di sé è solo arroganza. Non si trattava dello shock o di una coercizione provocata da tanta purezza; tutte le coercizioni sono una negazione della verità. Non avresti potuto fare nulla per essere, o fare a meno di essere, parte di quella totalità. Ma ne facevi parte, facevi parte di quel prato verde, della dura roccia, del cielo azzurro e degli alberi statuari. Semplicemente era così. Avresti potuto ricordare tutto ciò, ma allora non ne saresti più stato parte; e se ci fossi tornato, non lo avresti più trovato. Improvvisamente udisti le chiare note di un flauto e lungo il sentiero incontrasti il musicista, un semplice fanciullo. Non sarebbe mai diventato un professionista, ma c'era della gioia nella sua maniera di suonare. Accudiva le vacche. Era troppo timido per parlare, e dunque si dedicava al suo strumento mentre insieme percorrevate il sentiero. Sarebbe voluto arrivare fino in fondo, ma era troppo lontano, e dunque tornò indietro; le note del suo flauto risuonavano ancora nell'aria.

Erano marito e moglie, senza bambini, ancora relativamente giovani. Di bassa statura e ottima costituzione, erano una coppia dall'aria forte e piena di salute. Lei ti guardava dritto negli occhi, mentre lui guardava solo quando non lo guardavi tu. Erano venuti una o due volte in precedenza, e in loro si notava un cambiamento. Fisicamente erano più o meno come prima, ma c'era qualcosa di diverso nel loro sguardo, nel loro modo di stare seduti e nella postura della testa; avevano l'aria di persone sul punto di diventare importanti, o di esserlo appena diventati. Lontani dal loro elemento naturale si sentivano un pò in imbarazzo, costretti, e sembravano non essere ben sicuri del motivo della loro visita, o di quello che dovevano dire; dunque iniziarono a parlare dei loro viaggi e di altri temi che, in quelle circostanze, per loro non erano troppo interessanti. «Certo,» disse il marito alla fine «noi crediamo nei Maestri, ma al momento non stiamo dando troppa enfasi a questo. Le persone non capiscono e rendono i Maestri dei sapienti, dei super guru: è perfettamente vero quello che dici tu riguardo ai guru. Per noi i Maestri sono il nostro sé superiore; esistono non semplicemente per un fatto di fede, ma perché sono un fattore quotidiano nelle nostre vite. Guidano le nostre vite, ci istruiscono e ci indicano il cammino.» Verso che cosa, signore, se mi è lecito chiedere? «Verso i più nobili processi evolutivi della vita. Abbiamo le immagini dei Maestri, ma sono semplicemente dei simboli, delle rappresentazioni su cui la mente può sostare, e hanno il fine di portare qualcosa di più grande nelle nostre vite meschine. Altrimenti la vita diventa banale, vuota e superficiale. Così come esistono dei leader in politica e in economia, questi simboli fungono da guida nel regno del pensiero più elevato. Sono necessari come luci nell'oscurità. Non siamo intolleranti verso le altre guide o gli altri simboli; li salutiamo con gioia, poiché in questi tempi così problematici l'uomo ha bisogno di tutto l'aiuto di cui può disporre. Dunque non siamo intolleranti; ma tu sembri essere alquanto intollerante e piuttosto dogmatico quando neghi la presenza dei Maestri come guide e rifiuti qualsiasi forma di autorità. Perché insisti che l'uomo deve essere libero dall'autorità? Come potremmo esistere a questo mondo se non ci fosse qualche tipo di legge e ordine, in fin dei conti basati sull'autorità? L'uomo è messo a dura prova e ha bisogno di persone che possano aiutarlo e confortarlo.» Quale uomo? «L'uomo in senso generico. Possono esserci delle eccezioni, ma l'uomo medio ha bisogno di un certo tipo di autorità, di una guida che lo porti da una vita vissuta con razionalità alla vita spirituale. Perché sei contro l'autorità?» Ci sono diversi tipi di autorità, no? C'è l'autorità dello Stato per il cosiddetto bene comune. C'è l'autorità della Chiesa fondata sul dogma e sulla fede, che viene chiamata religione e che è finalizzata a salvare l'uomo dal male e ad aiutarlo a essere civile. C'è l'autorità della società che corrisponde all'autorità della tradizione, dell'avidità, dell'invidia, dell'ambizione; c'è l'autorità della conoscenza personale o esperienza, che è il risultato dei nostri condizionamenti e della nostra educazione. Inoltre c'è l'autorità dello specialista, quella del talento, quella della forza bruta, sia essa di un governo o di un individuo. Perché cerchiamo l'autorità? «Mi sembra abbastanza ovvio, no? Come ho appena detto, l'uomo ha bisogno di essere guidato; essendo per natura confuso, naturalmente cerca una forma di autorità che lo conduca fuori dalla confusione.» Signore, non stai forse parlando dell'uomo come di un essere diverso da te stesso? Forse tu non cerchi l'autorità? «Certo che la cerco.» Perché? «Il dottore ne sa più di me riguardo alla struttura della materia, e se voglio imparare qualcosa in quel campo mi rivolgo a lui. Se ho mal di denti vado dal dentista. Se interiormente sono confuso, cosa che capita spesso, cerco la guida del sé superiore, il Maestro, e così via. Che cosa c'è di sbagliato?» Una cosa è andare dal dentista, o guidare sul lato destro o su quello sinistro della strada, o pagare le tasse; ma è la stessa cosa che accettare l'autorità per liberarsi dalla sofferenza? Le due cose sono completamente differenti, non è vero? Il dolore psicologico deve essere forse compreso ed eliminato seguendo l'autorità di qualcuno? «Lo psicologo o lo psicoanalista spesso aiutano la mente confusa a risolvere i problemi. In quei casi l'autorità porta beneficio, ovviamente.» Ma perché ricerchi proprio l'autorità di quello che tu chiami il sé superiore, ossia del Maestro? «Perché sono confuso.» E può una mente confusa ricercare la verità? «Perché no?» Per quanto faccia, una mente confusa può solo trovare ulteriore confusione: la sua ricerca del sé superiore e la risposta che ne riceve si accorderanno con il suo stato confusionale. Quando c'è la chiarezza cessa l'autorità. «Ci sono dei momenti in cui la mia mente è chiara.» Stai dicendo, in realtà, che non sei completamente confuso, e che c'è una parte di te in cui le cose sono chiare; e questa parte supposta essere chiara è ciò che tu chiami il sé superiore, il Maestro, e così via. Non ti sto affatto dicendo questo per sminuirti. Ma può esservi una parte della mente che è confusa e un'altra parte che non lo è? O stiamo solo parlando di pii desideri? «Tutto quello che so è che ci sono dei momenti in cui non sono confuso.» La chiarezza può conoscere se stessa come qualcosa di non-confuso? La confusione può riconoscere la chiarezza? Se la confusione riconosce la chiarezza, allora ciò che è riconosciuto fa ancora parte della confusione. Se la chiarezza riconosce se stessa come uno stato di non-confusione, si tratta del risultato di una comparazione; sta comparando se stessa alla confusione, e dunque fa parte della confusione. «Mi stai dicendo che sono completamente confuso, non è vero signore? Ma ti sbagli» insistette l'uomo. Di cosa sei cosciente per primo: della confusione o della chiarezza? «Non è forse come chiedere che cosa è venuto prima? Se l'uovo o la gallina?» Non proprio. Quando sei felice non ne sei cosciente; è solo quando la felicità non c'è che la cerchi. Quando sei cosciente di essere felice, proprio in quel momento cessa la felicità. Mentre ti rivolgi all'Atman, alla mente superiore, al Maestro, o comunque tu voglia chiamarlo, per chiarire la tua confusione, la tua azione è guidata dalla confusione; la tua azione è il prodotto di una mente confusa, non è vero? «Forse sì.» Ed essendo confuso stai cercando di stabilire una forma di autorità in modo da gettare luce sulla tua confusione, cosa che rende il tutto peggiore. «Sì» concordò con riluttanza. Se vedi la verità di tutto ciò, allora la tua sola preoccupazione è chiarire la tua confusione e non stabilire un'autorità, che non ha alcun significato. «Ma come posso chiarire la mia confusione?» Cercando di essere completamente onesto nella tua confusione. Ammettere con se stessi che si è totalmente confusi è l'inizio della comprensione. «Ma io ho una posizione da mantenere» disse impulsivamente. È proprio questo il punto. Tu hai una posizione da leader, e il leader è confuso tanto quanto i suoi seguaci. È così dappertutto. Per via di questa confusione il seguace o il discepolo sceglie il leader, il Maestro, il guru; e dunque prevale la confusione. Se veramente vuoi liberarti dalla confusione, allora questa deve essere la tua preoccupazione principale, e dunque mantenere una posizione di rilievo non ha più alcuna importanza. Ma per un pò hai giocato a nascondino con te stesso, non è vero? «Immagino di sì.» Ognuno vuole essere qualcuno, e così portiamo ancora più confusione e dolore a noi stessi e agli altri; e poi parliamo di salvare il mondo! Innanzitutto bisogna chiarirsi le idee, senza preoccuparsi della confusione altrui. Ci fu una lunga pausa. E poi la moglie, che era rimasta ad ascoltarci silenziosamente, parlò con voce abbastanza risentita. «Ma noi vogliamo aiutare gli altri e a ciò abbiamo dedicato le nostre vite. Non puoi toglierci questo desiderio dopo tutto il buon lavoro che abbiamo fatto. Sei troppo distruttivo, troppo negativo. Tu togli, ma cosa dai in cambio? Forse hai trovato la verità, ma noi no; la stiamo cercando e abbiamo diritto alle nostre convinzioni.» Il marito la guardava con aria piuttosto ansiosa, chiedendosi che cosa sarebbe accaduto, ma lei continuò imperterrita. «Dopo aver lavorato per così tanti anni, abbiamo creato per noi stessi una posizione all'interno dell'organizzazione; per la prima volta nella nostra vita abbiamo l'opportunità di essere dei leader, ed è nostro dovere cercare di sfruttarla.» Lo credi davvero? «Certo.» Allora non c'è nessun problema. Non sto cercando di convincerti di nulla, o di convertirti a una particolare visione delle cose. Pensare di partire da una conclusione o da una convinzione significa non pensare per nulla, e a quel punto vivere è una forma di morte, non credi? «Senza le nostre convinzioni la nostra vita sarebbe vuota. Le nostre convinzioni hanno fatto di noi quello che siamo adesso; crediamo in determinate cose, e queste sono diventate parte di noi.» A prescindere dalla loro validità? Una fede cieca ha qualche validità? «Abbiamo prestato molta attenzione alla nostra fede e abbiamo scoperto che esiste una verità dietro di essa.» E come fai a conoscere la verità di una fede? «Sappiamo bene se esiste una verità nascosta dietro una fede oppure no» rispose con veemenza. Ma come fate a saperlo? «Attraverso la nostra intelligenza, l'esperienza, e ovviamente la prova della nostra vita quotidiana.» Le tue credenze sono basate sulla tua educazione, sulla tua cultura; sono il prodotto del tuo ambiente, dell'influenza sociale, familiare, religiosa o tradizionale, non è vero? «E che cosa c'è di sbagliato in tutto questo?» Quando la mente è già condizionata da un certo numero di credenze, come può scoprirne la verità? Sicuramente la mente deve prima di tutto liberarsi dalle proprie credenze e solo allora le sarà possibile percepirne la verità. È assurdo per un cristiano disprezzare il credo e i dogmi dell'induismo, così come è assurdo che un induista derida il dogma cristiano che afferma che è possibile essere salvati solo tramite una determinata fede: entrambi si trovano sulla stessa barca. Per capire la verità riguardo alla fede, alla convinzione e al dogma bisogna innanzitutto che ci sia una certa libertà dal condizionamento in quanto cristiani, comunisti, induisti, musulmani, e così via. In caso contrario stai semplicemente ripetendo quello che ti è stato detto. «Ma la fede basata sull'esperienza è qualcosa di diverso» asserì. È così? La fede è proiettata sull'esperienza, ed è proprio l'esperienza a rafforzare la fede. Le nostre visioni sono il risultato del nostro condizionamento, religioso e non. Non credi? «Signore, quello che stai dicendo è troppo devastante» si lamentò la donna. «Noi siamo deboli, non possiamo stare in piedi sulle nostre gambe, e dunque abbiamo bisogno del supporto delle nostre credenze.» Nell'insistere che non ce la fate a sorreggervi con le vostre gambe state chiaramente indebolendo voi stessi; e dunque vi lasciate sfruttare dallo sfruttatore che voi stessi avete creato. «Ma noi abbiamo bisogno di aiuto.» Quando non lo cerchi un aiuto arriva sempre. Può arrivare da una foglia, da un sorriso, dal gesto di un bambino, o da un libro. Ma se rendi il libro, la foglia o l'immagine troppo importanti allora ti sei perso, perché sei prigioniero in una gabbia che tu stesso ti sei costruito. Era diventata più calma adesso, ma era ancora preoccupata da qualcosa. Anche il marito era pronto a parlare, ma si trattenne. Aspettammo tutti in silenzio, e alla fine lei parlò. «Da tutto ciò che hai detto sembra che consideri il potere come male. Perché? Che cosa c'è di sbagliato nell'esercizio del potere?» Che cosa intendi con potere? Il dominio dello Stato, di un gruppo, di un guru, di un leader, di un'ideologia? La pressione esercitata dalla propaganda, attraverso cui gli intelligenti e i furbi esercitano la propria influenza sulla cosiddetta massa? È questo che intendi per potere? «Sì, in un certo senso. Ma esiste il potere di fare il bene, così come quello di fare il male.» Il potere inteso come ascendente, dominazione, forte influenza su qualcun altro, è sempre negativo; non esiste un potere "buono". «Tuttavia ci sono delle persone che cercano il potere per il bene della propria patria, o nel nome di Dio, della pace e della fratellanza, no?» Sfortunatamente sì. Se posso chiederlo: voi state cercando il potere? «Sì» rispose con aria di sfida. «Ma solo per fare del bene agli altri.» Questo è quello che dicono tutti, dal più crudele dei tiranni al cosiddetto politico democratico, dal guru al genitore irritato. «Ma noi siamo diversi. Poiché abbiamo sofferto così tanto vogliamo evitare che gli altri cadano nei medesimi tranelli. Le persone sono come bambini, e devono essere aiutate per il loro benessere. Veramente vogliamo fare solo del bene.» Ma sapete che cos'è il bene? «Credo che la maggior parte di noi lo sappia: significa non fare il male, essere generosi, astenersi dall'uccidere, e non preoccuparsi per se stessi.» In altre parole, volete dire alle persone di essere generose di cuore e di mano; ma questo richiede forse la creazione di una vasta organizzazione basata sul territorio, con la possibilità che uno di voi ne diventi il capo? «Il nostro esserne a capo avrebbe il solo fine di mettere l'organizzazione sulla via giusta, e non per amore del potere personale.» Avere potere in un'organizzazione è così diverso dall'esercitare un potere personale? Tutti e due volete godere del prestigio che ne deriva, delle opportunità di viaggio che si aprono, della sensazione di importanza, e così via. Perché allora non essere semplici riguardo a ciò? Perché mascherare tutto questo con la rispettabilità? Perché utilizzare così tante parole nobili per coprire il desiderio di avere successo, con il conseguente riconoscimento, che alla fine è proprio quello che la maggior parte degli esseri umani desidera? «Semplicemente vogliamo aiutare il prossimo» insistette. Non è strano rifiutarsi di vedere le cose come sono? «Signore,» intervenne il marito «non credo che tu possa capire la nostra situazione. Siamo persone semplici e non vogliamo diventare qualcuno di diverso; abbiamo i nostri difetti e onestamente ammettiamo la nostra ambizione. Ma coloro che rispettiamo e che si sono dimostrati saggi in molti modi ci hanno chiesto di assumere questa posizione: se noi non avessimo acconsentito, questa sarebbe caduta in mani ben peggiori, nelle mani di persone che sono esclusivamente preoccupate di se stesse. Dunque sentiamo che è nostro dovere accettare questa responsabilità, anche se non ne siamo certo degni. Spero sinceramente che tu capisca.» Non è forse meglio che sia tu a capire quello che stai facendo? Ti stai occupando di riforme, non è vero? «E chi non se ne occupa? I grandi leader e maestri, del passato e del presente, si sono sempre occupati di riforme. Gli eremiti isolati, i sannyasi, servono ben poco alla società.» La riforma, anche se necessaria, non ha molto significato se non si considera l'intera essenza dell'uomo. Tagliare un pò di rami secchi non rende un albero più sano se le radici sono marce. Le semplici riforme hanno sempre bisogno di ulteriori riforme. Quello di cui abbiamo bisogno è una rivoluzione totale del nostro pensiero. «Ma la maggior parte di noi non è capace di una simile rivoluzione e un cambiamento fondamentale deve avvenire gradualmente, attraverso evoluzioni progressive. È nostra aspirazione aiutare questo cambiamento graduale, e abbiamo dedicato le nostre vite al servizio dell'uomo. Non dovresti essere più tollerante verso la debolezza umana?» La tolleranza non è compassione, è qualcosa messo insieme dall'astuzia della mente. La tolleranza è la reazione all'intolleranza, ma né il tollerante né l'intollerante saranno mai davvero compassionevoli. Senza amore, ogni cosiddetta buona azione può soltanto condurre a un danno e a un'infelicità maggiori. Una mente ambiziosa, alla ricerca del potere, non conosce amore, e non sarà mai compassionevole. L'amore non è riforma, ma azione totale.

35 – Attenzione disinteressata

Nel passaggio stretto e ombroso tra due giardini, un giovane suonava il flauto; era un oggetto di legno di scarso valore, la melodia che ne proveniva era un celebre tema cinematografico, eppure la purezza delle note riempiva lo spazio di quel sentiero. I muri bianchi delle case erano intrisi delle piogge recenti e le ombre proiettate su di essi danzavano sulle note del flauto. Era un mattino soleggiato, nel cielo azzurro c'erano nuvole bianche sparse e una brezza gradevole soffiava da nord. Al di là delle case e dei giardini c'era il villaggio, con alberi enormi che svettavano sui capanni dai tetti di paglia. Sotto quegli alberi, le donne vendevano il pesce, della verdura e cibi fritti. I bambini piccoli giocavano nel sentiero stretto e bambini ancor più piccini usavano il fosso come loro gabinetto, incuranti degli adulti e delle auto che passavano. C'erano molte capre, i cui piccoli bianchi e neri sembravano essere più puliti e persino più vivaci dei bambini. Erano straordinariamente morbidi al tatto e non disdegnavano qualche carezza. Passando sotto il filo di ferro spinato del loro recinto, i capretti si precipitavano in un piccolo spazio aperto oltre la strada, ne brucavano l'erba, giocavano chiassosamente, si scornavano l'uno con l'altro, saltellavano allegramente, per poi tornare rapidi dalle loro madri. Le auto rallentavano per evitarli, e non uno era stato investito. Sembravano godere di una protezione divina – venivano uccisi esclusivamente per essere mangiati. Il flautista si trovava nel mezzo del fogliame verde e le sue note cristalline erano un'esortazione ad andare all'aperto. Il giovane era sudicio, i suoi abiti erano laceri e sporchi, i lineamenti affilati del suo viso tradivano aggressività e scontentezza. Nessuno gli aveva insegnato a suonare il flauto e nessuno mai l'avrebbe fatto; aveva imparato da solo, e nello svolgersi della melodia cinematografica la purezza delle note era straordinaria. Era un'esperienza insolita per la mente cullarsi in tanta purezza. Fatto qualche passo più in là, la mente continuava il suo viaggio attraverso gli alberi, sulle case, verso il mare. Non era un viaggio nel tempo e nello spazio, ma nella purezza. La parola “purezza” non è la purezza. La parola è collegata alla memoria e all'associazione di molte cose. Ma la purezza in questione non era un'invenzione della mente. Non era qualcosa di assemblato attraverso il ricordo e la comparazione, per poi essere scomposto. Il suonatore di flauto era lì, ma la mente era in un luogo infinitamente lontano – non nel senso della distanza, né nel senso della memoria. Era lontana al suo interno, chiara, intatta, solitaria, oltre la misura del tempo e del riconoscimento.

La stanzetta si affacciava su un piccolo giardino traboccante di fiori e con un pezzetto di prato. C'era giusto lo spazio sufficiente per noi cinque e per il ragazzino che uno di loro si era portato appresso. Il ragazzo stava seduto in silenzio per un pò, poi si alzava e usciva. Aveva voglia di giocare e la conversazione tra adulti non faceva per lui; malgrado ciò, aveva un'aria seria. Tutte le volte che rientrava, si sedeva accanto a un uomo che si rivelò essere suo padre; poi gli prendeva le mani e, stringendone un dito, si addormentava all'istante. Erano tutti uomini operosi, visibilmente capaci ed energici. Le loro rispettive professioni – avvocato, funzionario statale, ingegnere e assistente sociale – tranne quest'ultima, erano solo un modo per procurarsi da vivere. Il loro vero interesse risiedeva altrove e in ognuno di loro sembrava riflettersi la cultura di molte generazioni. «Mi interesso solo a me stesso,» disse l'avvocato «ma non nel senso limitato e soggettivo di un progresso individuale. Il punto è che soltanto da solo posso superare la barriera dei secoli e liberare la mia mente. Sono disposto ad ascoltare, ragionare, discutere, ma provo orrore per qualsiasi genere d'influenza. L'influenza, dopo tutto, è propaganda e la propaganda è la forma più stupida di coercizione. Leggo molto, ma faccio un'attenzione costante a non cedere all'influenza del pensiero dell'autore. Ho ascoltato molti dei tuoi discorsi, signore, e sono d'accordo con te nel ritenere che qualsiasi forma di coercizione impedisca la comprensione. Chiunque si faccia convincere, consciamente o inconsciamente, a seguire una certa linea di pensiero, per quanto questa possa apparire vantaggiosa, è destinato a una qualche forma di frustrazione, poiché il suo appagamento avverrà secondo le modalità di qualcun altro, il che vuol dire che non troverà mai reale appagamento.» Non siamo forse sotto l'influenza di qualcuno o qualcosa la maggior parte delle volte? Possiamo non averne coscienza, ma una qualche forma d'influenza non è sempre presente? Il pensiero stesso non è forse il prodotto dell'influenza? «Noi quattro abbiamo discusso spesso di queste cose,» rispose il funzionario «ma non abbiamo ancora le idee chiare, altrimenti non saremmo qui. Personalmente, ho fatto visita a molti Maestri nei loro ashram, in tutto il paese; ma prima di incontrare il Maestro, cerco di avere un incontro preliminare con i discepoli per capire se siano stati condotti a una vita migliore. Alcuni discepoli sono scandalizzati da un simile approccio e non riescono a capire il motivo per il quale non intendo incontrare prima il guru. Si tratta di persone che vivono quasi completamente sotto il giogo dell'autorità e gli ashram, specialmente i più grandi, sono gestiti con efficienza, proprio come un ufficio o una fabbrica. La gente cede tutti i propri possedimenti all'autorità centrale e rimane nell'ashram, sotto tutela spirituale, per il resto della propria vita. Ti sorprenderebbe vedere che genere di persone è possibile trovare al loro interno, un perfetto spaccato della società: amministratori in pensione, uomini d'affari che hanno fatto i soldi, uno o due professori e così via. E sono tutti sotto il dominio del cosiddetto ascendente spirituale del guru. È ridicolo, ma è così!» Influenza e coercizione sono davvero limitate al solo ashram? L'eroe, l'ideale, l'utopia politica, il futuro come simbolo di conquista e di successo, non sono cose che esercitano la loro sottile influenza su ciascuno di noi? La mente non dovrebbe liberarsi anche da questo genere di coercizioni? «Noi non arriviamo a tanto», disse l'assistente sociale. «Rimaniamo saggiamente entro certi limiti, altrimenti sarebbe il caos assoluto.» Non è forse un'impresa sterile eliminare la coercizione in una forma, per poi accettarla in una forma più sottile? «Intendiamo fare un passo alla volta e comprendere in maniera sistematica e completa una forma di coercizione dopo l'altra» disse l'ingegnere. Ma è davvero possibile? Non si dovrebbe affrontare la coercizione o l'influenza nella loro totalità e non un pò alla volta? Nel tentativo di eliminare una forma di pressione dopo l'altra non c'è il rischio di mantenere, magari a un livello differente, ciò di cui ci si voleva liberare? Possiamo liberarci dell'invidia un pò alla volta? Lo sforzo stesso di eliminarla non la tiene forse in vita? «Per costruire qualsiasi cosa occorre tempo. Non si può costruire un ponte tutto in una volta. Ci vuole tempo per tutto, per il seme affinché dia il frutto e per l'uomo affinché maturi». In certi casi, è del tutto evidente che è necessario del tempo. Ci vuole tempo per compiere delle azioni o per muoversi nello spazio, da qui a lì. Tuttavia, se non facciamo caso alla cronologia, non è forse il tempo un gingillo della mente? Il tempo è usato come strumento per ottenere o diventare qualcosa, in positivo o in negativo; il tempo esiste nell'atto di comparazione. Il pensiero "sono questo, e diventerò quello" testimonia la modalità del tempo. Il futuro è il passato modificato, mentre il presente è soltanto un movimento o un passaggio dal passato al futuro, dunque qualcosa di poco importante. Il tempo inteso come strumento di conquista ha un'influenza straordinaria e può contare sulla forza di tradizioni secolari. Ma un simile processo d'attrazione e coercizione, che è sia positivo che negativo, va compreso e visto nella sua interezza oppure un pò alla volta? «Se posso interromperti, vorrei riprendere ciò che stavo dicendo all'inizio» protestò l'avvocato. «Essere influenzati significa non pensare del tutto ed è per questo motivo che mi preoccupo solo di me stesso, sebbene non in modo egocentrico. Se posso andare sul personale, ho letto alcune delle cose che dici sull'autorità e sono sulla stessa linea. È per questa ragione che cerco di stare alla larga dai Maestri. Un uomo intelligente deve evitare l'autorità, sebbene non nel senso dell'autorità civile o legale.» Ti preoccupa esclusivamente la libertà da un'autorità esterna, ovvero la libertà dall'influenza di giornali, libri, maestri e così via? Ma non dovresti liberarti anche da qualsiasi forma di coercizione interiore, dalle pressioni della mente stessa, non solo dalla mente superficiale, ma anche dall'inconscio profondo? Questo è possibile? «È una delle cose di cui volevo parlare con te. Se si è in qualche misura consapevoli, è relativamente facile osservare, per liberarsene, la traccia lasciata sulla mente cosciente dalle pressioni e dalle influenze esterne; ma l'influenza e il condizionamento dell'inconscio è un problema di difficile comprensione.» L'inconscio è il risultato di innumerevoli influenze e coercizioni, sia autoimposte che imposte dalla società. Non è forse così? «È indubbiamente influenzato dalla cultura o dalla società in cui si è cresciuti; ma non saprei dire se tale condizionamento sia totale o solo parziale.» Vuoi scoprirlo? «Certo che lo voglio, sono qui per questo.» Come possiamo scoprirlo? Il "come" è il processo di ricerca, ma non la ricerca di un metodo. Se cercassimo un metodo, la ricerca si arresterebbe. Non vi è alcun dubbio che la mente sia influenzata, educata, formata, non solo dalla cultura attuale, ma da secoli di cultura. Ciò che stiamo cercando di capire è se a essere influenzata e condizionata in questo modo è solo una parte della mente o la coscienza nella sua interezza. «Sì, è questo il problema.» Che cosa intendiamo con coscienza? Intenzione e azione; desiderio, appagamento e frustrazione; paura e invidia; tradizione, eredità razziale ed esperienze individuali basate sul passato collettivo; il tempo come passato e futuro. Tutto ciò costituisce l'essenza della coscienza, il suo centro. Giusto? «Sì, e riesco a vedere chiaramente la sua enorme complessità.» Siamo in grado di cogliere la natura della coscienza da soli, oppure siamo influenzati dalla descrizione che ne danno gli altri? «A essere onesti, entrambe le cose; colgo la natura della mia coscienza, ma averne anche una descrizione è d'aiuto.» Com'è difficile liberarsi dell'influenza! Lasciando da parte la descrizione della coscienza, è possibile sondarne la natura e non semplicemente teorizzare su di essa o perdersi in spiegazioni? È importante farlo. Non sei d'accordo? «Suppongo di sì», s'intromise con esitazione il funzionario. L'avvocato era assorto nei suoi pensieri. Sondare da soli la natura della coscienza è un'esperienza completamente diversa dal coglierne la natura attraverso una descrizione. «Certamente lo è» replicò l'avvocato, di nuovo sulla scena. «In un caso si è sottoposti all'influenza delle parole, nell'altro si ha a che fare con un'esperienza diretta del fenomeno.» Lo stato dell'esperienza diretta è l'attenzione disinteressata. Quando si ha a che fare con il desiderio di ottenere un risultato, abbiamo un'esperienza guidata da un movente, che conduce a un ulteriore condizionamento della mente. Imparare e imparare per uno scopo sono processi in contraddizione, non è così? Impariamo davvero quando c'è uno scopo per il quale impariamo? L'accumulazione della conoscenza, o l'acquisizione della tecnica, non sono movimenti di apprendimento. Imparare è un movimento che non è da o verso qualcosa; s'interrompe se il fine dell'accumulazione di conoscenza è guadagnare, conseguire, arrivare. Sondare la natura della coscienza, imparare qualcosa su di essa, è un'attività senza scopo; non c'è esperienza o insegnamento che ti faccia diventare o meno qualcosa. Avere uno scopo, una causa, procura sempre pressione, coercizione. «Vuoi forse dire, signore, che la vera libertà è senza una causa?» Certo. La libertà non è una reazione a un vincolo. Quando lo è, la libertà diventa un vincolo ulteriore. Perciò è importante scoprire se si ha un motivo per voler essere liberi. Se la risposta è positiva, allora il risultato non è la libertà, ma il suo opposto. «Allora nel sondare la natura della coscienza, ovvero nell'esperienza diretta e disinteressata di essa, la mente si sta già liberando dell'influenza, giusto?» Non è forse così? Non vi siete resi conto di come avere un motivo porti con sé influenza, coercizione, conformismo? Affinché la mente sia libera da pressioni, gradevoli o sgradevoli, tutti i motivi, per quanto sottili o nobili, devono venire meno, ma non attraverso una qualche forma di coercizione, disciplina o repressione, il che equivarrebbe solo a un'altra forma di costrizione. «Capisco» proseguì l'avvocato. «La coscienza è un intero complesso di moventi interrelati. E per capire questo complesso, è necessario indagarlo, conoscerlo, senza alcun motivo ulteriore, dal momento che ogni motivo porta con sé, inevitabilmente, qualche forma di influenza e di pressione. Dove c'è un motivo di qualche genere, non c'è libertà. Sto iniziando a capirlo molto chiaramente.» «Ma è possibile agire senza scopo?» domandò l'assistente sociale. «A me sembra che lo scopo non possa essere separato dall'azione.» Che cosa intendi per azione? «Il villaggio deve essere ripulito, i bambini devono essere educati, la legge deve essere fatta rispettare, le riforme devono essere portate avanti e così via. Tutto questo è azione, e dietro ognuna di queste azioni c'è innegabilmente un qualche genere di scopo. Se agire con uno scopo è sbagliato, allora che cos'è un'azione giusta?» Il comunista pensa che il suo sia il modo giusto di vivere; lo stesso pensa il capitalista e così pensa l'uomo religioso. I governi fanno piani quinquennali o decennali e impongono certe leggi per realizzarli. Il riformista sociale concepisce un modo di vivere e lo consiglia come il modo giusto di vivere. Ogni genitore, ogni insegnante impone la tradizione e l'attenzione. Ci sono innumerevoli organizzazioni politiche e religiose, ciascuna con il suo leader, ciascuna con il suo potere, grande o piccolo che sia, che impongono ciò che chiamano l'agire giusto. «Ma senza tutto ciò, ci sarebbe il caos, l'anarchia.» Noi non intendiamo condannare o difendere un determinato stile di vita, un determinato leader o insegnante; stiamo cercando di capire, attraverso questo labirinto, che cosa sia l'azione giusta. Tutti questi individui e organizzazioni, con le loro proposte e controproposte, cercano di influenzare il pensiero in una direzione o nell'altra e quello che per gli uni è un'azione giusta è considerata dagli altri un'azione sbagliata. Non è così? «Sì, in una certa misura» si trovò d'accordo l'assistente sociale. «Eppure, sebbene sia chiaramente incompleta e frammentaria, nessuno pensa dell'azione politica, per esempio, che sia giusta o sbagliata in se stessa; è solo una necessità. Ma allora che cos'è un'azione giusta?» Cercare di mettere insieme tutte queste nozioni discordanti non conduce ad agire correttamente, vero? «Certamente no.» Nel vedere la confusione in cui si trova il mondo, l'individuo reagisce in modi diversi, sostiene di dover comprendere per prima cosa se stesso, di dover purificare il suo essere e così via; altrimenti diventa un riformatore, un dogmatico, un politico che cerca di influenzare le menti degli altri affinché si conformino a un determinato modello. Ma l'individuo che reagisce in questo modo alla confusione e al disordine sociale non vi si sottrae veramente; la sua azione, che è, in verità, una reazione, può solo produrre confusione in una forma diversa. Nulla di tutto ciò equivale a un'azione giusta. È indubbio che l'azione giusta sia azione totale e non frammentaria o contraddittoria; ed è soltanto nell'azione totale che i bisogni politici e sociali possono trovare davvero delle risposte. «Che cos'è l'azione totale di cui parli?» Non l'hai scoperto da solo? Se ti si dicesse che cos'è, e tu ti trovassi d'accordo o in disaccordo, ciò avrebbe come risultato soltanto un'altra azione frammentaria, non credi? L'azione riformatrice nella società, così come l'azione individuale in opposizione alla società o separata da essa, sono azioni incomplete. L'azione totale è al di là di questo genere di azioni, l'azione totale è amore.

36 – Il viaggio attraverso un mare sconosciuto

Il sole si era appena nascosto dietro gli alberi e le nuvole, mentre un bagliore dorato penetrava da una finestra della grande stanza piena di gente intenta ad ascoltare la musica di uno strumento a otto corde, accompagnato da un tamburello. Quasi tutto il pubblico era completamente assorbito dalla musica, in particolare una ragazza con uno splendido vestito, che se ne stava seduta come una statua e teneva perfettamente il tempo, picchiettandosi ritmicamente la coscia con la mano. Era l'unico movimento che si concedeva. La testa dritta e gli occhi incollati sul musicista, non sembrava avere altri pensieri che se stessa. Diversi altri nel pubblico tenevano il tempo con le mani o con la testa. Erano tutti rapiti, e il mondo delle guerre, dei politici e delle preoccupazioni aveva letteralmente cessato di esistere. Fuori, la luce si attenuava, e i fiori, che solo fino a qualche minuto prima avevano brillato con i loro colori sfavillanti, erano scomparsi nell'oscurità crescente. Gli uccelli erano diventati silenziosi e uno di quei piccoli gufi aveva cominciato a intonare il suo richiamo. Da una casa oltre la strada qualcuno gridava; si potevano scorgere due o tre stelle attraverso gli alberi e anche una lucertola sul muro bianco del giardino intenta a dirigersi furtivamente verso un insetto. La musica, tuttavia, aveva catturato il pubblico. Era una musica pura e sottile, capace di raggiungere alte vette di bellezza e di emotività. Improvvisamente lo strumento a corde smise di suonare e il tamburello prese il sopravvento; comunicava con una chiarezza e una precisione davvero incredibili. Le mani erano eccezionalmente lievi e veloci nel colpire entrambi i lati del tamburello, il cui suono era più eloquente del disordinato chiacchiericcio degli uomini. Se solo gli fosse stato richiesto, quel tamburo avrebbe potuto mandare messaggi appassionati con vigore ed enfasi; ma in quell'istante parlava sommessamente di molte cose e la mente cavalcava le onde di quel suono. Quando la mente è in volo verso la scoperta, l'immaginazione è una cosa pericolosa. L'immaginazione non trova spazio nella comprensione; la distrugge proprio come la speculazione. Speculazione e immaginazione sono nemiche dell'attenzione. Ma la mente era consapevole di ciò, perciò non c'era volo dell'immaginazione che potesse distrarla. La mente era perfettamente immobile, eppure quanto era rapida! Era arrivata ai limiti della terra ed era già tornata, ancor prima di intraprendere il suo viaggio. Era più veloce del più veloce, eppure sapeva essere lenta, così lenta da non farsi sfuggire alcun dettaglio. La musica, il pubblico, la lucertola, erano solo dei piccoli movimenti al suo interno. Era perfettamente ferma e, poiché era immobile, era sola. La sua immobilità non era la fissità della morte, né qualcosa che il pensiero aveva messo insieme, imposto e portato alla luce dalla vanità dell'uomo. Era un movimento fuori della portata dell'uomo, un movimento che non era del tempo, che non aveva partenza né ritorno, ma che non aveva ancora abbandonato le profondità sconosciute della creazione.

Nella sua quarantina avanzata, era piuttosto paffuto, ed era stato educato all'estero; e sottovoce, in maniera indiretta, mi fece capire che conosceva tutte le persone che contano. Si guadagnava da vivere scrivendo di questioni serie per i giornali e facendo conferenze in giro per il paese; ma aveva anche altre fonti di guadagno. Sembrava una persona di buone letture oltre ad avere un interesse per la religione – come la maggior parte delle persone, aggiunse. «Ho un mio guru e ci vado il più regolarmente possibile, ma non sono uno di quei discepoli accecati. Infatti, ho viaggiato un bel pò, ho incontrato molti maestri, dall'estremo nord al punto più a sud del paese. Alcuni sono chiaramente degli impostori, con un'infarinatura di nozioni libresche, furbescamente spacciata come propria esperienza. Ci sono altri che hanno fatto anni di meditazione, che praticano varie forme di yoga e così via. Alcuni di loro sono a uno stadio piuttosto avanzato, ma la maggior parte è superficiale quanto una qualsiasi altra categoria di specialisti. Le loro conoscenze si limitano alla loro disciplina e sono contenti così. Ci sono ashram i cui maestri spirituali sono efficienti, capaci, propositivi, e completamente autocratici, pieni del loro ego sublimato. Ti dico questo non come pettegolezzo ma per dimostrarti quanto sia seria la mia ricerca della verità e quanto io sia capace di distinguere. Ho assistito ad alcuni dei tuoi discorsi, quando il tempo me l'ha concesso; e sebbene mi tocchi scrivere per guadagnarmi da vivere e non possa dedicare tutto il mio tempo alla vita religiosa, prendo quest'ultima assolutamente sul serio.» Ma che cosa intendi dicendo "sul serio", se posso chiedertelo? «Non prendo alla leggera le questioni religiose e intendo davvero condurre una vita religiosa. Dedico una parte della giornata alla meditazione e investo più tempo possibile nell'approfondimento della mia vita interiore. Su questo sono parecchio serio.» La maggior parte delle persone si dice serio a proposito di qualcosa, non trovi? Prendono sul serio i loro problemi, il soddisfacimento dei loro desideri, la loro posizione nella società, il loro aspetto, i loro divertimenti, i loro soldi e così via. «Perché mi paragoni agli altri?» domandò, alquanto risentito. Non sto sminuendo la tua serietà, ma ciascuno di noi è serio ogniqualvolta sono toccati i suoi interessi particolari. Un uomo sciocco è serio nell'autostimarsi; il potente prende sul serio la sua importanza e la sua influenza. «Ma io sono sobrio nelle mie attività, oltre a essere molto onesto nel mio tentativo di condurre una vita religiosa.» Il desiderio di qualcosa genera forse serietà? Se così fosse, praticamente tutti sarebbero seri, dal politico astuto al santo più esaltato. L'oggetto del desiderio può essere mondano o meno; ma sono tutti seri quelli che inseguono qualcosa oppure no? «Certamente c'è una differenza» replicò con un pò di irritazione «tra l'essere serio del politico e del faccendiere e l'essere serio del religioso. La serietà dell'uomo religioso ha una qualità completamente differente.» Davvero? Che cos'è per te un uomo religioso? «L'uomo alla ricerca di Dio. L'eremita o sannyasi che ha rinunciato al mondo per trovare Dio, ecco chi definirei veramente serio. La serietà degli altri, inclusa quella dell'artista e del riformatore, è in una categoria completamente diversa.» Ma è davvero religioso chi cerca Dio? Come fa a cercarlo se non Lo conosce? E anche se conosce il Dio che cerca, ciò che sa è soltanto ciò che gli è stato tramandato, o ciò che ha letto, altrimenti si baserà sulla sua esperienza personale, che, di nuovo, è plasmata dalla tradizione e dal suo stesso desiderio di trovare sicurezza in un altro mondo. «Non stai esagerando un pò con la logica?» Non c'è dubbio che si debba comprendere il meccanismo con cui la mente produce miti prima di poter sperimentare ciò che sta fuori della portata della mente. Bisogna liberarsi del noto affinché l'ignoto si faccia avanti. L'ignoto non deve essere perseguito o cercato. È serio chi rincorre una proiezione della sua stessa mente, anche quando questa proiezione si chiama Dio? «Se la metti in questi termini, nessuno di noi è serio.» Prendiamo sul serio la nostra ricerca del piacere e della soddisfazione. «E cosa c'è di sbagliato?» Non è né giusto né ingiusto, ma è un semplice dato di fatto. Non è forse ciò che accade effettivamente a ciascuno di noi? «Io posso parlare solo per me stesso e non penso di ricercare Dio per una gratificazione personale. Mi privo di un gran numero di cose e non è per nulla piacevole.» Ti privi di certe cose per avere una soddisfazione più grande, o no? «Ma cercare Dio non ha nulla a che fare con la gratificazione» insisteva. Ci si può rendere conto dell'idiozia insita nella ricerca dei beni materiali, o essere frustrati nel tentativo di conquistarli, oppure essere scoraggiati dal dolore e dalla lotta che la loro conquista comporta; così la nostra mente si rivolge a qualcosa di ulteriore, alla ricerca di una gioia e una beatitudine chiamata Dio. La gratificazione risiede nel processo stesso di autoprivazione. Dopotutto, sei alla ricerca di una qualche forma di permanenza, non è vero? «Tutti lo siamo; è la natura umana.» Così non stai cercando Dio, o l'ignoto, ciò che è sopra e al di là del mutevole, oltre la lotta e il dispiacere. Ciò che stai cercando in realtà è uno stato permanente di tranquilla soddisfazione. «Messa in questi termini, non suona granché bene.» Ma questi sono i fatti, non è così? È nella speranza di ottenere completa gratificazione che andiamo di Maestro in Maestro, di religione in religione, di sistema in sistema. E siamo molto seri nel fare ciò. «Concesso» disse senza convinzione. Signore, non è questione di concedere, né di accordo verbale. È un fatto che prendiamo tutti sul serio la nostra ricerca di contentezza, di soddisfazione profonda, anche se i modi per ottenerla possono essere diversi. Puoi importi una disciplina in modo da ottenere potere e posizioni nel mondo, laddove io posso praticare rigorosamente certi metodi nella speranza di ottenere un cosiddetto stato spirituale, ma la motivazione in ciascun caso è essenzialmente la stessa. Un'impresa può essere meno dannosa dal punto di vista sociale dell'altra, ma entrambi siamo alla ricerca di gratificazione, la continuazione di quel centro che è sempre un voler ottenere successo, essere o diventare qualcuno. «Ma davvero sto cercando di essere qualcuno?» Non è forse così? «Non tengo a essere conosciuto come scrittore, ma terrei davvero a vedere accettate le idee e i principi di cui scrivo dalle persone che contano». Non ti stai identificando in quelle idee? È proprio così, signore. Per chiarire la situazione basta analizzarla in maniera semplice e diretta. L'interesse di molti di noi è rivolto all'avanzamento personale, sia interno che esterno. Tuttavia, è piuttosto difficile percepire i fatti che ci riguardano per quello che sono e non per quello che vorremmo che fossero; è necessaria una percezione senza pregiudizi, che sia priva di quella memoria che distingue ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. «La tua non è una condanna totale dell'ambizione, o sì?» Esaminare quello che è, non equivale né a condannare né a giustificare. L'appagamento personale in qualsiasi forma è senza dubbio il perpetuarsi di questo centro che cerca di essere o diventare qualcosa. Così la tua aspirazione può essere quella di voler diventare famoso grazie ai tuoi scritti e la mia può essere quella di raggiungere ciò che chiamo Dio o realtà, con i suoi benefici consci o inconsci. La tua aspirazione la chiamiamo mondana, mentre la mia la definiamo religiosa o spirituale, ma a parte le etichette, c'è davvero una così grande differenza tra queste aspirazioni? L'oggetto del desiderio può variare, ma il movente che vi sta a fondamento è lo stesso. L'ambizione da soddisfare, o il diventare qualcuno, ha sempre in sé i semi della frustrazione, della paura e del dolore. Questa attività egocentrica è l'autentica natura dell'egoismo, non credi? «Per l'amor del cielo, mi stai spogliando di tutto; delle mie vanità, del mio desiderio di essere famoso, addirittura della mia voglia di comunicare idee apprezzabili. Che cosa farò quando tutto questo non ci sarà più?» La tua domanda lascia intendere che nulla è perso, non è vero? Nessuno può toglierti, interiormente, ciò a cui tu non vuoi rinunciare. Continuerai nel tuo percorso verso il successo, un percorso di dolore, frustrazione e paura. «Talvolta avrei voglia di farla finita con l'intera, ignobile impresa, ma la pressione è forte.» Il suo tono divenne ansioso e serio. «Che cosa m'impedirà di intraprendere un simile percorso?» Me lo chiedi seriamente? «Penso di sì. Suppongo si tratti della paura del dolore.» Il dolore è una via alla comprensione? Oppure il dolore esiste per l'assenza di comprensione? Se esaminassi fino in fondo, non solo intellettualmente, ma in profondità, la pulsione a diventare qualcuno e il percorso che porta all'appagamento, verrebbero alla luce intelligenza e comprensione, a estirpare le radici del dolore. Tuttavia, il dolore non porta comprensione. «Com'è possibile, signore?» Il dolore è il risultato di uno shock, è lo scuotimento momentaneo di una mente che ha trovato stabilità, che ha accettato la routine quotidiana. Qualcosa accade, una morte, la perdita di un lavoro, la messa in questione di una fede cui si è devoti, e la mente è resa instabile. E cosa fa una mente instabile? Cerca un modo per tornare a essere nuovamente stabile; cerca rifugio in un'altra fede, in un lavoro più sicuro, in una nuova relazione. Poi, l'onda della vita arriva di nuovo a frantumare le sue protezioni, ma la mente trova immediatamente nuovi modi di difendersi; e così via. Questo non è il modo dell'intelligenza, non credi? «Allora qual è il modo dell'intelligenza?» Perché lo chiedi a un altro? Non vuoi scoprirlo da solo? Se ti dessi una risposta, la rifiuteresti o l'accetteresti, il che vorrebbe dire di nuovo impedire l'intelligenza, la comprensione. «Ciò che dici a proposito del dolore lo trovo perfettamente vero. Noi tutti ci comportiamo esattamente in quel modo. Ma c'è un modo per sfuggire a questa trappola?» Nessuna forma di coercizione interiore o esteriore è d'aiuto, non credi? Ogni imposizione, per quanto sottile, è il frutto dell'ignoranza; nasce dal desiderio di essere premiati o dalla paura di essere puniti. Comprendere la natura della trappola equivale a liberarsene; non c'è persona, sistema, fede che possa liberarti. Questa verità è l'unico fattore di liberazione, ma devi capirlo da te e non esserne semplicemente persuaso. Devi compiere il viaggio in un mare sconosciuto.

37 – Da soli oltre la solitudine

La luna aveva appena lasciato il mare per una valle di nuvole. Le acque erano ancora azzurre e Orione era appena visibile nel cielo argento pallido. Onde bianche s'infrangevano lungo tutta la battigia e i capanni dei pescatori, squadrati, ordinati, scuri sulle sabbie bianche, non erano distanti dall'acqua. Le mura di questi capanni erano fatte di bambù mentre i tetti erano pagliericci di foglie di palma disposte una sull'altra, inclinati verso il basso in modo da proteggere l'interno dalle piogge insistenti. La luna, rotonda e completamente piena, disegnava un sentiero di luce sulle acque in movimento ed era immensa, impossibile da abbracciare. Levandosi sopra la valle di nuvole, aveva il cielo per sé. Il suono del mare era incessante, eppure c'era un gran silenzio. Non provi mai un sentimento nella sua purezza e semplicità, ma lo contorni sempre con parole superflue. La parola lo distorce; il pensiero, girandovi attorno, lo annebbia, lo opprime con paure e brame smisurate. Non provi mai un sentimento, senza null'altro; l'odio, o quello strano sentore di bellezza. Quando il sentimento d'odio cresce, ne dichiari la negatività; c'è la coercizione, la lotta per superarlo, il tumulto del pensarvi. Vuoi permanere nell'amore, ma lo spezzi, chiamandolo personale o impersonale; lo celi dietro le parole, dandogli un significato ordinario, o dicendo che è universale; spieghi come provarlo, come mantenerlo, perché scompare; pensi a qualcuno che ami, o a qualcuno che ti ama. Non manca nessuna forma di movimento verbale. Cerca di convivere con l'odio, l'invidia, la gelosia, con il veleno dell'ambizione; dopotutto, è ciò che provi nella vita quotidiana, anche se vuoi vivere con amore, o con la parola "amore". Dal momento che provi odio e vorresti far male a qualcuno con un gesto o con parole brucianti, cerca di capire se puoi convivere con un tale sentimento. Ce la fai? Hai mai provato? Cerca di convivere con un sentimento e vedi cosa succede. Ti sorprenderà scoprire quanto è difficile. La tua mente non ti lascerà solo con il tuo sentimento; ti rincorrerà con i suoi ricordi, le sue associazioni, le sue regole, la sua chiacchiera incessante. Raccogli una conchiglia. Riesci a guardarla, a meravigliarti di fronte alla sua bellezza delicata, senza dire quanto è bella o quale animale l'ha fatta? Riesci a guardare senza che la mente faccia un movimento? Riesci a vivere con il sentimento che sta dietro alle parole e senza il sentimento che le parole generano? Se ci riesci, allora scoprirai qualcosa di straordinario, un movimento oltre la misura del tempo, una primavera che non conosce estate.

Era una donna esile e anziana, con i capelli bianchi e il viso profondamente segnato di chi aveva dato alla luce molti figli; ma non c'era nulla di debole o remissivo in lei e il suo sorriso comunicava la profondità del sentire. Le sue mani erano raggrinzite ma forti e avevano certamente preparato un gran numero di verdure, a giudicare dai taglietti, ormai divenuti scuri, sul pollice e sull'indice. Ma erano delle belle mani, mani che avevano lavorato duro e che avevano asciugato molte lacrime. Parlava piano, con esitazione, e con la voce di chi ha sofferto molto; era molto ortodossa, dal momento che apparteneva a una casta che aveva un'alta considerazione di sé e la cui tradizione era quella di non avere contatti con altri gruppi, né attraverso i matrimoni né attraverso il commercio. Erano persone che avrebbero coltivato l'intelletto come strumento per qualcosa di diverso dalla semplice conquista materiale. Per un pò nessuno di noi parlò; la donna si stava raccogliendo in se stessa e non sapeva come cominciare. Si guardava attorno nella stanza e sembrava rallegrarsi di quanto fosse spoglia; non c'era nemmeno una sedia, o un fiore, se si esclude quello che si poteva scorgere appena fuori della finestra. «Ormai ho settantacinque anni» cominciò «e tu potresti essere mio figlio. Come sarei orgogliosa di un figlio del genere! Sarebbe una benedizione. Ma molti di noi non hanno una simile soddisfazione. Facciamo figli che crescono, diventano uomini di mondo e tentano di diventare dei grandi nel piccolo del loro lavoro. Certo, possono occupare posizioni di rilievo, ma non c'è grandezza in loro. Uno dei miei figli è in affari e ha un gran potere, ma conosco il suo cuore come solo a una madre è concesso. Per quanto mi riguarda, io non voglio niente da nessuno; non voglio soldi o una casa più grande. Intendo vivere una vita semplice fino alla fine. I miei figli ridono della mia ortodossia, ma non intendo rinunciarvi. Loro fumano, bevono e spesso mangiano carne, senza pensarci. Pur amandoli, non mangerò con loro, perché sono diventati impuri; e perché mai dovrei assecondare tutte le loro insensatezze alla mia età? Si vogliono sposare fuori della casta, non seguono i riti religiosi, non praticano la meditazione, proprio come loro padre. Era un uomo religioso, ma...» Smise di parlare e soppesò le parole che avrebbe detto. «Non sono venuta qui per parlare della mia famiglia,» continuò «ma sono felice di aver detto quello che ho detto. I miei figli faranno la loro strada e non posso trattenerli, anche se m'intristisce vedere la fine che fanno. Ci stanno perdendo e non guadagnando, anche se hanno soldi e posizioni. Quando i loro nomi compaiono sui giornali, come spesso accade, me li mostrano, orgogliosi; ma stanno diventando come tutti gli altri e la qualità dei nostri avi sta scomparendo velocemente. Stanno diventando tutti mercanti, vendono i loro talenti e io non posso fare nulla per fermare la marea. Ma ho detto abbastanza a proposito dei miei figli.» Smise nuovamente di parlare e questa volta sarebbe stato assai più difficile esprimere ciò che serbava nel suo cuore. Con la testa china, pensava a quali parole usare, ma non arrivavano. Non volle aiuto e non la metteva in imbarazzo rimanere in silenzio per qualche istante. Poi riprese a parlare. «È difficile parlare di cose così profonde, non credi? Possiamo parlare di cose che non stanno così in profondità, ma ci vuole una certa fiducia in se stessi e nel proprio interlocutore per discutere di un problema la cui esistenza stessa si era negata per paura di risvegliare l'eco di cose più oscure rimaste sopite così a lungo. In questo caso, non è che io non abbia fiducia nell'interlocutore», aggiunse immediatamente. «Ho più di una semplice fiducia in te. Ma mettere in parole certi sentimenti non è semplice, specialmente se non lo si è mai fatto prima. I sentimenti sono familiari, ma non lo sono le parole per descriverli. Le parole sono cose orribili, non è vero? Ma so che non sei impaziente, perciò terrò il mio passo. «Sai che in questo paese i giovani non si sposano in seguito a una loro scelta. Io e mio marito ci siamo sposati così, molti anni addietro. Non era un uomo dai modi gentili; aveva un carattere sbrigativo ed era solito dire parole taglienti. Una volta mi ha picchiata; ma mi sono abituata a molte cose nel corso della mia vita matrimoniale. Sebbene da bambina giocassi con i miei fratelli e sorelle, passavo una gran quantità di tempo per conto mio, mi sentivo sempre isolata, sola. Nella vita con mio marito, quel sentimento era finito in secondo piano; c'erano talmente tante cose da fare. Ero occupata con le faccende di casa e con la gioia e il dolore di partorire e di crescere dei figli. Eppure, il sentimento di solitudine s'insinuava ancora dentro di me, e avrei voluto aver tempo per pensarci, ma non ne avevo; così passava come un'onda e continuavo a fare le cose di sempre. «Una volta che i figli erano diventati degli adulti, erano stati educati e se n'erano andati per conto loro, sebbene uno di loro viva ancora con me, mio marito e io vivemmo serenamente fino alla sua morte, avvenuta cinque anni fa. Dalla sua morte, questo senso di solitudine mi ha sopraffatto sempre più spesso; è cresciuto lentamente fino a oggi e ora vi sono totalmente immersa. Ho cercato di liberarmene facendo la puja, parlando con qualche amico, ma è sempre presente; ed è un'agonia, qualcosa di terribile. Mio figlio ha una radio, ma non riesco a fuggire da un tale sentimento con simili mezzi e non amo tutto quel trambusto. Vado al tempio; ma questo senso di assoluta solitudine mi accompagna mentre ci vado, quando sono lì e quando ritorno. Non sto esagerando, ma sto solo descrivendo le cose per quelle che sono.» Fece un istante di pausa e poi ricominciò. «L'altro giorno mio figlio mi ha portata a sentire il tuo discorso. Non riuscivo a seguire tutto quello che dicevi, ma hai detto qualcosa a proposito della solitudine, a proposito della sua purezza; allora forse mi capirai.» C'erano lacrime nei suoi occhi. Per scoprire se c'è qualcosa di più profondo, qualcosa che va oltre il sentimento che ti assale e nel quale sei intrappolata, devi prima capire questo sentimento, non credi? «Questo sentimento angosciante di solitudine mi condurrà a Dio?» domandò con ansia. Che cosa intendi per solitudine? «È difficile tradurre quel sentimento in parole, ma ci proverò. È una paura che viene quando ci si sente completamente soli, interamente isolati, assolutamente tagliati fuori da tutto il resto. Benché mio marito e i miei figli fossero presenti, quest'onda mi assaliva e mi sentivo come un albero morto in una terra desolata: sola, incapace d'amare e di essere amata. L'agonia in tutto ciò era assai più intensa di quella che si prova nel partorire un figlio. Era spaventosa, da togliere il respiro. Non appartenevo ad alcuno; c'era un senso di completo isolamento. Mi capisci, vero?» La maggior parte delle persone prova questo senso di solitudine, con la paura che ne consegue, solo che lo soffocano, lo fuggono, perdono se stessi in qualche forma d'attività, che sia religiosa o di altra natura. L'attività a cui si abbandonano è la loro fuga, possono perdervisi, ed è questo il motivo per il quale la difendono così strenuamente. «Ma ho fatto del mio meglio per sfuggire a questa sensazione di isolamento, con la paura che si porta appresso, e non ci sono riuscita. Andare al tempio non mi è d'aiuto. E anche se lo fosse, non è possibile andarci sempre, come non è possibile passare tutta la propria vita a celebrare riti.» Non aver trovato una via di fuga potrebbe essere la tua salvezza. Nel timore di rimanere da soli, di sentirsi tagliati fuori, c'è chi inizia a bere, chi a drogarsi, molti si danno alla politica o cercano altre vie d'uscita. Allora comprenderai quanto sei stata fortunata a non aver trovato i mezzi per evitare questa situazione. Quelli che la evitano compiono parecchi danni nel mondo; sono persone molto dannose, poiché danno importanza a cose che non ne hanno alcuna. Spesso questa gente, essendo molto intelligente e caparbia, inganna gli altri con la propria dedizione ad attività che non sono altro che la loro via di fuga. Se non è la religione, è la politica, o il riformismo sociale, qualsiasi cosa pur di stare alla larga da se stessi. Possono apparire altruisti, ma in realtà si preoccupano ancora di se stessi, anche se in un modo diverso. Diventano capi o seguaci di qualche Maestro; appartengono sempre a qualcosa, o praticano un metodo, o perseguono un ideale. Non sono mai solamente se stessi. Non sono esseri umani, ma etichette. Quindi capirai che fortuna hai avuto a non trovare una via di fuga. «Vuoi dire che è pericoloso fuggire?» domandò con un certo stupore. Non lo è? Una ferita profonda deve essere esaminata, trattata, curata; non è bene coprirla o rifiutarsi di guardarla. «È vero. E questo senso d'isolamento è una ferita di questo genere?» È qualcosa che non riesci a capire e in questo senso è come una malattia che continuerà a manifestarsi; perciò è insensato cercare di sfuggirvi. Hai tentato di scappare lontano, eppure continua a opprimerti, non è così? «Sì, è così. Allora sei contento del fatto che non abbia trovato una via d'uscita?» Tu non lo sei? È questa la cosa più importante. «Penso di aver capito quello che vuoi dire e mi conforta sapere che c'è una speranza.» Adesso esaminiamo insieme la ferita. Per esaminare qualcosa, non si deve essere spaventati da ciò che si sta per vedere, giusto? Se avrai paura, non guarderai e distoglierai lo sguardo. Quando hai partorito i tuoi figli, li hai guardati appena possibile dopo la loro nascita. Non ti importava se fossero brutti o belli; li hai guardati con amore, non è vero? «È proprio quello che ho fatto. Ho guardato ogni nuovo nato con amore, con cura, mentre li stringevo al petto.» Allo stesso modo, con affetto, dobbiamo esaminare questo senso d'esclusione, questo sentimento d'isolamento, di solitudine, non credi? Essere timorosi e ansiosi non ci permetterà di farlo. «Certo, capisco la difficoltà. Non ho mai guardato prima d'ora perché temevo quello che avrei potuto vedere. Ma ora penso di poter guardare.» Senza dubbio, questa sofferenza da solitudine è solo l'esagerazione finale di ciò che tutti provano in forma minore nella vita di tutti i giorni, non è d'accordo? Ogni giorno ci si isola, ci si taglia fuori, non è così? «In che modo?» domandò piuttosto inorridita. In molti modi. Appartieni a una certa famiglia, a una casta particolare; loro sono i tuoi figli, i tuoi nipoti; è la tua fede, il tuo Dio, la tua proprietà; sei più virtuoso di qualcun altro; tu sai e altri non sanno. Tutti questi sono modi di tagliarsi fuori, modi di isolarsi, non ti sembra? «Ma noi siamo cresciuti in questo modo e si deve pur vivere. Non possiamo escluderci dalla società, non credi?» Ma non è quello che stai facendo realmente? In questa relazione chiamata società, ogni essere umano si esclude dall'altro attraverso la propria posizione, la propria ambizione, il proprio desiderio di successo, potere e così via; ma si deve vivere in questa relazione brutale con altri simili, così l'intera situazione viene abbellita e resa rispettabile per mezzo di belle parole. Nella vita di tutti i giorni, ognuno è preoccupato dei propri interessi, anche se questo avviene in nome del proprio paese, in nome della pace o di Dio, e il processo di isolamento non trova sosta. Si diventa consapevoli dell'intero processo nella forma di una solitudine intensa, una sensazione di completo isolamento. Il pensiero, nel suo darsi troppa importanza e nel suo isolarsi come "io", l'ego, è arrivato infine al punto di comprendere di essere prigioniero di una prigione che si è costruita da solo. «Temo che tutto ciò sia un pò difficile da capire per una della mia età e di studi limitati.» Questo non ha nulla a che fare con l'avere studiato. Bisogna solo ragionarci, nient'altro. Ti senti sola, isolata e se solo potessi scapperesti da questa sensazione; ma per tua fortuna non sei stata capace di trovare i mezzi per farlo. Dal momento che non hai trovato una via di uscita, ora sei in grado di affrontare ciò da cui ha cercato di fuggire; ma non puoi affrontarlo se ne sei spaventata, non è vero? «Capisco.» La tua difficoltà non risiede forse nel fatto che è la parola stessa a provocarti inquietudine? «Non capisco che cosa vuoi dire.» Hai associato alcune parole a questa sensazione ricorrente, parole come "solitudine", "isolamento", "paura", "essere tagliata fuori". Non è forse così? «Sì.» Ora, così come il nome di tuo figlio non ti impedisce di percepirne e coglierne la sua reale natura e le sue reali qualità, allo stesso modo non devi permettere a parole come "isolamento", "solitudine", "paura", "essere tagliata fuori" di interferire con il tuo esame del sentimento che sono venute a rappresentare. «Capisco cosa intendi. Ho sempre osservato i miei figli in questo modo diretto.» E quando guardi questo sentimento nello stesso modo diretto, cosa accade? Non credi che a far paura non sia il sentimento in sé, ma soltanto ciò che ne pensi? Non è forse la mente, il pensiero, ad associare la paura al sentimento in questione? «Sì, è così. In questo momento mi è perfettamente chiaro. Ma mi sarà ancora chiaro una volta che me ne sarò andata e non ci sarai più tu a spiegarmelo?» Certamente. È come andare alla ricerca di un cobra. Una volta visto, non ci si può più sbagliare; non si deve dipendere più dagli altri per sapere come è fatto un cobra. Analogamente, una volta compreso questo sentimento, la capacità di capirlo ti accompagnerà per sempre. Una volta che avrai imparato a guardare otterrai la capacità di vedere. Tuttavia, bisogna andare oltre questo sentimento, perché c'è ancora molto da scoprire. C'è una solitudine che non è questo sentirsi soli, questo senso di isolamento. Un simile stato di solitudine non è un ricordo né un riconoscimento; non è intaccato dalla mente, dalla parola, dalla società, dalla tradizione. È una benedizione. «Ho imparato di più in questa sola ora che in tutti i miei settant'anni di vita. Che questa benedizione possa essere con te e con me.»

38 – «Perché hai sciolto il tuo Ordine della Stella?»

Immerso nella luce del sole serale, un pescatore camminava ondeggiando lungo la strada, col sorriso sul volto. Era vestito con un pezzo di tessuto, legato da una corda intorno alla vita, sotto il quale era completamente nudo. Aveva un corpo magnifico e si capiva che ne andava molto fiero. Passò una macchina guidata da un autista che trasportava una donna vestita di tutto punto. Probabilmente era diretta a una festa. Portava gioielli al collo e alle orecchie e c'erano dei fiori nei suoi capelli scuri. L'autista era tutto intento a guidare, mentre lei era assorta in se stessa. Non vide neppure il pescatore, né si rese conto di altro. Ma il pescatore guardò la macchina mentre passava, per vedere se lo avessero notato. Camminava piuttosto velocemente, con passo lungo e tranquillo, senza mai diminuire la sua andatura; ma non appena passava una macchina si voltava. Proprio poco prima di raggiungere il villaggio, prese una strada fatta di recente, di terra rossa luccicante, che con gli ultimi raggi del sole al tramonto appariva più rossa che mai. Dopo aver attraversato un palmeto ed essere passato lungo il canale, dove c'erano delle chiatte leggere cariche di legna da ardere, il pescatore attraversò un ponte e imboccò un sentiero stretto che conduceva al fiume. C'era molto silenzio vicino al fiume, dal momento che non c'erano abitazioni nelle vicinanze e il rumore del traffico non arrivava così lontano. I granchi avevano fatto dei grandi buchi circolari nel fango umido e c'era del bestiame lì attorno. La brezza giocava con le palme, che si muovevano maestosamente; sembravano danzare come al ritmo di una musica. La meditazione non è per il meditatore. Il meditatore può pensare, ragionare, costruire o distruggere, ma non saprà mai che cos'è la meditazione; e senza meditazione, la sua vita sarà vuota come una conchiglia in riva al mare. Qualcosa può riempire un simile vuoto, ma non è meditazione. La meditazione non è un atto il cui valore può essere pesato al mercato; ha la sua specifica condotta, che non può essere misurata. Il meditatore conosce soltanto l'azione del mercato, con il suo frastuono di scambi; e non è possibile trovare l'agire silenzioso della meditazione in una simile confusione. L'azione della causa che diventa effetto e dell'effetto che diventa causa è una catena perenne che blocca il meditatore. Un simile agire, all'interno delle mura della propria prigione, non è meditare. Il meditatore potrebbe non venire mai a sapere che cos'è la meditazione, la quale risiede proprio oltre quelle mura. Le mura, alte o basse, spesse o sottili, che il meditatore ha costruito da sé e che lo separano dalla meditazione.

Era piuttosto giovane, appena uscito dall'università e pieno d'entusiasmo. Spinto dall'esigenza di fare del bene, aveva aderito di recente a un movimento per essere più utile, e avrebbe voluto dedicare la sua intera vita a questo scopo; ma sfortunatamente suo padre era invalido e perciò doveva aiutare i suoi genitori. Aveva visto tanto i difetti quanto i meriti del movimento, ma le cose positive superavano di gran lunga quelle negative. Diceva che non era sposato e che non lo sarebbe mai stato. Il suo sorriso era amichevole e moriva dalla voglia di dire la sua. «L'altro giorno ho assistito al tuo discorso, nel quale sostenevi che la verità non può essere organizzata e che nessuna organizzazione può condurre alla verità. Avevi una posizione molto netta, ma la tua spiegazione non mi ha soddisfatto del tutto, e ne vorrei parlare con te. So che un tempo eri a capo di una grande organizzazione, l'Ordine della Stella, che hai sciolto; se posso domandartelo, è stata una decisione che hai preso per un capriccio personale o eri mosso da un principio?» Nessuno dei due. Se c'è una causa per l'azione, è forse vera azione? Se rinunci a causa di un principio, un'idea, una conclusione è forse vera rinuncia? Se abbandoni una cosa per qualcosa di più grande, o per una persona, la chiami rinuncia? «La ragione non gioca un ruolo nella rinuncia; è questo che vuoi dire?» La ragione può farti comportare in un modo o nell'altro; ma la ragione non può disfare ciò che ha messo insieme. Se la ragione è il criterio dell'azione, allora la mente non può mai essere libera di agire. La ragione, per quanto logica e sottile, è un processo del pensiero e il pensare è sempre influenzato, condizionato dall'immaginazione individuale, dal desiderio, o da un'idea, da una conclusione, che sia imposta o autoindotta. «Se non è stata la ragione, un principio o la smania personale a farti prendere quella decisione, allora è stato qualcosa che sta al di fuori di te, un fattore superiore o divino?» No. Ma forse capiremo meglio se affrontiamo la questione con un approccio diverso. Qual è il tuo problema? «Hai detto che la verità non può essere organizzata e che nessuna organizzazione può condurre l'uomo alla verità. L'organizzazione a cui appartengo sostiene che l'uomo può essere guidato alla verità attraverso certi principi di azione, attraverso l'iniziativa personale giusta, offrendosi per opere di bene e così via. Il mio problema è: non sono sulla strada giusta?» Credi che ci sia una strada che porta alla verità? «Se credessi il contrario, non farei parte di questa organizzazione. Secondo i nostri leader, questa organizzazione è fondata sulla verità; è dedita al benessere di tutti e aiuterà tanto l'abitante del villaggio quanto coloro che hanno ricevuto una formazione superiore e occupano ruoli di responsabilità. Tuttavia, quando ti ho ascoltato l'altro giorno mi sono preoccupato, così ho colto la prima occasione per incontrarti. Spero che tu comprenda la mia difficoltà.» Affrontiamo la questione senza fretta, passo dopo passo. Per prima cosa, c'è davvero una strada che porta alla verità? Un percorso implica che si vada da un punto fermo a un altro. Come entità dotate di vita, si cambia, ci si rimodella, si cerca di andare oltre, ci si mette in questione, nella speranza di trovare una verità definitiva e immutabile. Non è così? «Certo. Io voglio trovare la verità, o Dio, per fare del bene» rispose impaziente. Indubbiamente, niente di te è eterno, se non ciò che tu pensi sia tale; ma anche il tuo pensiero è passeggero, non credi? La verità ha un punto fermo, senza alcun movimento? «Non saprei. Si vede così tanta povertà, così tanta miseria e confusione nel mondo che nel nostro desiderio di fare del bene si è disposti ad accettare un capo o una filosofia che offra speranze. Altrimenti, la vita sarebbe terribile.» Tutte le persone rispettabili vogliono fare del bene, ma la maggior parte di noi non pensa a fondo sulla questione. Si dirà che non possiamo pensarci da soli o che i nostri leader ne sanno di più. Ma è davvero così? Guarda i vari leader politici, o i cosiddetti leader religiosi o i leader della riforma sociale ed economica. Hanno tutti degli schemi e ciascuno sostiene che il proprio schema è la via per salvarsi, per sradicare la povertà e così via; e persone come te, che vogliono agire di fronte a tanta miseria e confusione, vengono intrappolate nella rete della propaganda e delle affermazioni dogmatiche. Non ti sei accorto di come questo stesso modo di agire produca ulteriore miseria e confusione? La verità non ha una dimora stabile. È una cosa viva, più vitale, più dinamica di qualunque cosa la mente possa concepire, per questo motivo non può esserci una strada che conduca a essa. «Credo di capire, signore. Ma tu sei contrario a ogni organizzazione?» Sarebbe senz'altro stupido essere "contro" organizzazioni come quelle postali o di natura simile. Ma tu non hai in mente questo genere di organizzazioni, vero? «No. Mi riferisco alle chiese, ai gruppi spirituali, alle società religiose e così via. L'organizzazione alla quale appartengo abbraccia tutte le religioni e tutti coloro che hanno a cuore il progresso spirituale e fisico dell'uomo possono farne parte. Naturalmente, organizzazioni come questa hanno i propri leader che dicono di conoscere la verità o che conducono vite da santi.» Ma la verità può forse essere organizzata, con tanto di presidente e segretario, o con alti prelati e interpreti? «Se capisco bene, si direbbe che non è possibile. Ma allora perché questi leader venerabili dicono che le loro organizzazioni sono necessarie?» Non importa ciò che dicono i leader, poiché sono ciechi quanto i loro seguaci, altrimenti non sarebbero leader. Che cosa pensi tu, a prescindere da quello che dicono i tuoi leader? Queste organizzazioni sono davvero necessarie? «Forse non sono strettamente necessarie, ma uno trova conforto nell'appartenere a organizzazioni di questo tipo e nel lavorare con persone che la pensano allo stesso modo.» Sicuramente. E c'è anche un senso di sicurezza nel sentirsi dire che cosa bisogna fare, non credi? I leader sanno e tu, seguace, non sai; per questa ragione, pensi che sotto la loro guida uno possa fare la cosa giusta. Avere un'autorità superiore, qualcuno che ti guidi, è di gran conforto, specialmente quando ovunque c'è così tanto caos e così tanta miseria. Questo è il motivo per il quale sei diventato non proprio uno schiavo, ma un seguace che si attiene al progetto del proprio leader. È l'essere umano ad aver creato tutto questo caos nel mondo, ma non è importante; soltanto il progetto conta. Non conta la tua libertà, il tuo amore, ma la tua anima, che deve essere salvata secondo i dogmi di una setta o di una Chiesa particolare. «Capisco quanto tutto ciò sia vero, certo, poiché lo spieghi. Ma allora che cosa conta in tutta questa confusione?» La cosa importante è liberare la tua mente dall'invidia, dall'odio e dalla violenza; e per fare questo non hai bisogno di alcuna organizzazione, non ti sembra? Le cosiddette organizzazioni religiose non liberano mai la mente, ma la fanno conformare a un certo credo o a una certa fede. «Ho bisogno di cambiare. Deve esserci amore dentro di me, devo smettere di essere invidioso e devo agire sempre con correttezza. Non devo farmi dire in cosa consiste l'azione giusta. Ora capisco che questa è l'unica cosa che conta e non l'organizzazione di cui faccio parte.» Ci si può conformare a ciò che generalmente si ritiene essere un'azione corretta o farsi dire in cosa consista; ma ciò non suscita amore, non credi? «No, certamente non ne suscita; si segue semplicemente un modello creato dalla mente. Di nuovo, signore, ora comprendo molto chiaramente il motivo per il quale hai sciolto l'organizzazione di cui eri a capo. Bisogna illuminare da sé il proprio cammino; farlo fare ad altri conduce soltanto all'oscurità.»

39 – Che cos'è l'amore

La bambina della porta accanto era malata e aveva pianto a intervalli per tutto il giorno, fino a notte inoltrata. La cosa andava avanti da un pò di tempo e la povera madre era sfinita. C'era una piccola pianta sulla finestra, che veniva annaffiata ogni sera, ma che da qualche giorno era ignorata. La madre era sola in casa, se si esclude un servo piuttosto inefficiente e di pochissimo aiuto, e si sentiva abbastanza persa, vista la gravità evidente della malattia della figlia. Il dottore era venuto diverse volte con il suo macchinone e la madre diventava sempre più triste. Un banano nel giardino veniva annaffiato con l'acqua della cucina e il terreno tutt'intorno era sempre umido. Le sue foglie erano verde scuro e c'era una foglia piuttosto grande, di circa un metro di larghezza e molto di più di lunghezza, che era stata risparmiata dai venti, a differenza delle altre foglie. Dondolava lievemente per la brezza ed era accarezzata solo dal sole del tramonto. Era meraviglioso vedere i fiori gialli che formavano cerchi decrescenti sul lungo stelo afflosciato. Questi fiori si sarebbero trasformati presto in piccole banane, il gambo sarebbe diventato piuttosto spesso, dal momento che di banane avrebbero potuto essercene a dozzine, abbondanti, verdi e pesanti. Di quando in quando, un calabrone nero brillante volava tra i fiori gialli e anche diverse farfalle bianche e nere svolazzavano qua e là. Sembrava esserci una tale abbondanza di vita su quel banano, specialmente quando il sole era sopra di esso e le sue grandi foglie erano mosse dalla brezza. La bambina vi aveva giocato spesso intorno, colma di gioia e di sorrisi. Certe volte passeggiavamo insieme per un breve tratto lungo la strada, con sua madre che ci osservava, e subito dopo tornava indietro di corsa. Non riuscivamo a capirci, perché le nostre parole erano diverse, ma questo non la induceva a smettere di parlare; e perciò parlavamo. Un pomeriggio la madre mi fece cenno di entrare. La bambina era pelle e ossa; sorrideva debolmente, poi chiudeva gli occhi, esausta. Aveva un sonno agitato. Dalla finestra aperta giungevano gli schiamazzi di altri bambini che giocavano e strillavano. La madre non aveva più parole né lacrime. Non stava seduta, ma stava vicina alla piccola culla e nell'aria c'erano disperazione e nostalgia. Poco dopo, entrò il dottore e io uscii, con la tacita promessa che sarei tornato. Il sole stava tramontando dietro agli alberi e le grandi nuvole sopra di esso erano di un oro scintillante. C'erano i soliti corvi, mentre un pappagallo sopraggiunse, emettendo uno stridio, e si aggrappò al bordo di un buco all'interno del grande albero privo di vita, con la coda tutta schiacciata sul tronco; esitava, vedendo un essere umano così vicino, ma un istante dopo era già scomparso all'interno del foro. Per strada c'erano alcuni abitanti del villaggio e passava un'automobile carica di giovani. Un vitellino di una settimana era legato a un palo della recinzione, con sua madre che pascolava nelle vicinanze. Una donna veniva giù dalla strada portando sulla testa un vaso d'ottone perfettamente lustro, e un altro sul fianco; stava trasportando l'acqua del pozzo. Passava ogni sera; e specialmente quella sera, contro il sole che tramontava, lei era la terra stessa in movimento.

Erano giunti due ragazzi dalla città vicina. L'autobus li aveva lasciati all'angolo e fecero a piedi il resto del tragitto. Dissero che lavoravano in un ufficio e che questo era il motivo per il quale non sarebbero potuti arrivare prima. Indossavano abiti freschi di bucato, che il viaggio nel vecchio autobus non aveva sporcato, ed entrarono sorridendo, anche se piuttosto timidamente, con modi incerti ma educati. Uno di loro si sedette, dimenticarono presto la loro timidezza, anche se non avevano affatto le idee chiare su come tradurre i loro pensieri in parole. Che genere di lavoro fate? «Siamo entrambi impiegati nello stesso ufficio; io sono stenografo e il mio amico tiene la contabilità. Nessuno di noi due è stato all'università, perché non potevamo permettercelo e nessuno di noi due è sposato. Non ci pagano molto, ma non avendo una famiglia da mantenere, ciò che ci danno è sufficiente a soddisfare le nostre esigenze. Se uno di noi decidesse mai di sposarsi, le cose andrebbero in maniera molto diversa.» «Non abbiamo studiato molto,» aggiunse l'altro «e anche se abbiamo fatto una gran quantità di letture serie, non leggiamo con costanza. Passiamo moltissimo tempo insieme e durante le vacanze torniamo dalle nostre famiglie. Sono davvero pochi in ufficio a interessarsi di cose serie. Un comune amico ci ha portati a sentire il tuo discorso l'altro giorno e abbiamo chiesto se fosse possibile incontrarti. Posso domandarti una cosa, signore?» Certo. «Che cos'è l'amore?» Vuoi una definizione? Non sai cosa significa quella parola? «Ci sono così tante idee su cosa l'amore dovrebbe essere che non si può non essere piuttosto confusi» disse il primo. Che genere d'idee? «Che l'amore non dovrebbe essere passionale e carnale; che si dovrebbe amare il prossimo come se stessi; che si dovrebbe amare il proprio padre e la propria madre; che l'amore dovrebbe essere l'amore impersonale di Dio e così via. Ognuno dice la sua, secondo la propria fantasia.» Lasciando da parte le opinioni degli altri, voi che cosa pensate? Avete anche voi delle opinioni sull'amore? «È difficile tradurre in parole quello che si sente», replicò il secondo. «Penso che l'amore dovrebbe essere universale; si dovrebbe amare tutti, senza pregiudizi. È il pregiudizio che distrugge l'amore; è la coscienza di classe che crea barriere e divide le persone. I libri sacri dicono che dobbiamo amarci reciprocamente e non essere individualisti o limitati nel nostro amore, ma delle volte tutto ciò si rivela assai complicato.»«Amare Dio è amare tutti» aggiunse l'altro. «C'è soltanto l'amore divino. Il resto è amore carnale, personale. Questo amore fisico impedisce l'amore divino; e senza amore divino, tutto l'amore che rimane è semplice scambio e baratto. L'amore non è sensazione. La sensazione fisica deve essere tenuta sotto controllo, deve essere disciplinata; questo è il motivo per il quale sono contrario al controllo delle nascite. La passione fisica è distruttiva; la strada verso Dio passa attraverso la castità.» Prima di proseguire, non pensate che dovremmo scoprire se tutte queste opinioni hanno una qualche validità? Un'opinione non vale l'altra? A prescindere da chi la difende, un'opinione non è una forma di pregiudizio, un preconcetto frutto del proprio carattere, della propria esperienza e della propria educazione? «Pensi che sia sbagliato avere delle opinioni?» chiese il secondo. Rispondere che è giusto o sbagliato sarebbe soltanto un'altra opinione, non credi? Ma se cominciamo a osservare e a capire in che modo si forma, allora, forse, saremo in grado di percepire il reale significato di un'opinione, di un giudizio, di un accordo. «Per favore, puoi spiegarti meglio?» Il pensiero è il risultato dell'influenza altrui, non è così? Il vostro pensiero e le vostre opinioni sono dettate dal modo in cui siete stati cresciuti. Voi dite: "Questo è giusto, questo è sbagliato", secondo il modello morale del vostro particolare condizionamento. Al momento, non siamo interessati a ciò che è vero al di là dell'influenza o se ci sia davvero una simile verità. Stiamo cercando di capire il significato di opinioni, credenze e affermazioni, che siano collettive o personali. Opinione, credenza, accordo o disaccordo, sono risposte che dipendono dal proprio retroterra, vasto o limitato che sia. Non è così? «Sì, ma è forse sbagliato?» Di nuovo, se si dice che è giusto o sbagliato si rimane nel campo delle opinioni. La verità non è questione di opinioni; un fatto non dipende dall'accordo o dalla credenza. Tu e io possiamo essere d'accordo nel chiamare questo oggetto orologio, ma anche con un nome diverso sarebbe sempre ciò che è. Le vostre credenze od opinioni sono qualcosa che vi è stato dato dalla società in cui vivete. Nel ribellarvi a essa, come reazione, potreste formarvi opinioni diverse, credenze diverse; ma sareste sempre allo stesso livello, non credete? «Mi dispiace, signore, ma temo di non capire dove vuoi arrivare» replicò il secondo. Avete certe idee e opinioni sull'amore, non è vero? «Sì.» Come ve le siete procurate? «Ho letto che cosa hanno detto i santi e i grandi maestri religiosi sull'amore, ci ho riflettuto sopra e sono giunto alle mie conclusioni.» Che sono modellate secondo le tue preferenze, non è così? Quello che hanno detto altri sull'amore può piacerti o meno e sei tu a decidere quali affermazioni vanno bene o meno, a seconda del tuo gradimento. Non è questo quel che fai? «Scelgo ciò che penso sia vero.» Su che cosa è basata la tua scelta? «Sulla mia conoscenza e sulla mia capacità di discernimento.» Che cosa intendi per conoscenza? Non sto cercando di farti fare un passo falso o di metterti all'angolo, ma stiamo cercando di capire insieme il motivo per il quale abbiamo opinioni, idee, conclusioni, a proposito dell'amore. Una volta compreso questo, possiamo sondare assai più in profondità la questione. Che cosa intendi allora per conoscenza? «Per conoscenza intendo ciò che ho imparato dagli insegnamenti dei libri sacri.» «La conoscenza abbraccia anche le tecniche delle scienze moderne e tutte le informazioni che sono state accumulate dall'uomo, dall'antichità ai giorni nostri» aggiunse l'altro. Dunque la conoscenza è un processo di accumulazione, non è così? È coltivare la memoria. Il sapere che abbiamo accumulato come scienziati, musicisti, compositori, studiosi, ingegneri ci rende tecnici in diversi settori della vita. Quando dobbiamo costruire un ponte, pensiamo come ingegneri, e questa conoscenza è parte della tradizione, parte del retroterra, o del condizionamento che influenza tutto il nostro pensare. Vivere, inclusa la capacità di costruire un ponte, è azione totale, non un'attività parziale, separata; eppure il nostro pensiero sulla vita, sull'amore è forgiato dalle opinioni, dalle conclusioni cui giungiamo, dalla tradizione. Se foste cresciuti in una cultura in cui si pensasse che l'amore è esclusivamente fisico e che l'amore divino è privo di senso, ripetereste, né più né meno, ciò che avreste appreso, non credete? «Non sempre» replicò il secondo. «Ammetto che è raro, ma alcuni di noi sanno ribellarsi e pensare autonomamente.» Il pensiero è in grado di ribellarsi a un modello esistente, ma questa stessa ribellione è in genere il frutto di un altro modello; la mente è ancora prigioniera del processo della conoscenza, della tradizione. È come ribellarsi tra le mura di una prigione per ottenere un trattamento migliore, cibo migliore e così via. Dunque la vostra mente è condizionata dalle opinioni, dalla tradizione, da ciò che sapete e dalle vostre idee sull'amore, il che vi fa agire in un certo modo. Questo è chiaro, no? «Sì, signore, è sufficientemente chiaro» rispose il primo. «Ma allora che cos'è l'amore?» Se vuoi una definizione puoi cercarla su qualsiasi dizionario; ma le parole che definiscono l'amore non sono a loro volta amore, non ti pare? Andare semplicemente alla ricerca di una spiegazione di che cos'è l'amore è ancora essere intrappolati nelle parole, nelle opinioni, che sono accettate o rifiutate a seconda del proprio condizionamento. «Non stai forse rendendo impossibile indagare la natura dell'amore?» domandò il secondo. È possibile indagare attraverso una serie di opinioni e di conclusioni? Per ricercare correttamente, il pensiero deve essere liberato dal pregiudizio, dalla sicurezza del sapere, della tradizione. La mente può liberarsi da una serie di conclusioni e formarsene un'altra, che è soltanto la continuazione in altra forma di quella vecchia. Ora, non è il pensiero stesso un movimento da un risultato a un altro, da un'influenza all'altra? Capite che cosa voglio dire? «Non sono affatto certo di capire» disse il primo. «Non capisco affatto» disse il secondo. Forse capirete, a mano a mano che procediamo. Mettiamola così: il pensiero è lo strumento della ricerca? Il pensiero ci sarà d'aiuto nel comprendere che cos'è l'amore? «Come posso scoprire che cos'è l'amore se non mi è consentito pensare?» domandò il secondo in modo un pò brusco. Abbi un pò di pazienza. Avete riflettuto sull'amore, non è così? «Sì. Io e il mio amico ci abbiamo riflettuto moltissimo.» Posso chiedere che cosa intendi quando affermi di aver riflettuto sull'amore? «Ho letto molto, ne ho discusso con i miei amici e ho tratto le mie conclusioni.» Tutto ciò ti ha aiutato a scoprire che cos'è l'amore? Hai letto, scambiato opinioni con altri e sei giunto a certe conclusioni sull'amore, e tutto ciò lo chiamiamo riflessione. Hai descritto in termini positivi o negativi che cos'è l'amore, talvolta aggiungendo, talvolta eliminando ciò che avevi imparato in precedenza. Non è così? «Sì, è esattamente ciò che ho fatto e la nostra riflessione è servita a chiarirci le idee.» Davvero? O vi siete trincerati sempre più dietro a un'opinione? Evidentemente, ciò che chiamate chiarimento è un procedimento per arrivare a una conclusione intellettuale o verbale definitiva. «Esattamente; siamo meno confusi di prima.» In altre parole, ci sono una o due idee che emergono chiaramente in questa congerie di insegnamenti e opinioni contrastanti sull'amore. Giusto? «Sì; la questione di che cosa sia l'amore è diventata sempre più chiara a mano a mano che l'affrontavamo.» È l'amore a essere diventato più chiaro o ciò che pensate di esso? Cerchiamo di approfondire un pò la questione, d'accordo? Di un certo ingegnoso marchingegno diciamo che è un orologio perché siamo tutti d'accordo nell'usare questa parola per indicare quel particolare tipo di oggetto; ma è evidente che la parola "orologio" non è il marchingegno stesso. Analogamente, c'è un sentimento o uno stato che abbiamo tutti convenuto di chiamare amore; ma la parola che lo designa non è il sentimento stesso, giusto? E la parola "amore" ha un gran numero di significati. In un caso, la si usa per descrivere un sentimento carnale, in un altro caso si usa per parlare dell'amore disinteressato o divino, oppure si afferma ciò che l'amore dovrebbe o non dovrebbe essere e così via. «Se posso interromperti, signore, non potrebbe darsi che tutti questi sentimenti non siano altro che forme diverse di uno stesso sentimento?» domandò il primo. Tu che ne dici? «Non saprei. Ci sono momenti in cui l'amore sembra una cosa grande e altri in cui appare come qualcosa di completamente diverso. È tutto così confuso. Non sai mai in quale situazione ti trovi.» È proprio così. Vogliamo essere certi dell'amore, per ancorarlo a noi, perché non ci sfugga; arriviamo a certe conclusioni, conveniamo certe cose su di esso; lo chiamiamo con nomi diversi, con i loro significati particolari; parliamo del "nostro amore", proprio come parliamo della "nostra proprietà", della "nostra famiglia", della "nostra virtù" e speriamo di averlo messo al sicuro, così da poterci dedicare ad altre cose e mettere al sicuro anche queste; ma, quando meno te lo aspetti, scivola sempre via in un modo o nell'altro. «Non riesco proprio a seguirti» disse il secondo, piuttosto perplesso. Come abbiamo visto, il sentimento in sé è una cosa diversa da quanto viene detto nei libri; il sentimento non è la descrizione, non è la parola. Fin qui è tutto chiaro, oppure no? «Sì.» Ora, siete in grado di separare il sentimento dalla parola e dai vostri preconcetti su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere? «Che cosa intendi dire con "separare"» chiese il primo. C'è un sentimento e la parola, o le parole, con cui descriviamo, con approvazione o disapprovazione, questo sentimento. Siete in grado di separare il sentimento dalla sua descrizione linguistica? È relativamente facile separare una cosa oggettiva come questo orologio dalla parola che lo designa; ma scindere il sentimento stesso dalla parola "amore", con tutte le sue implicazioni, è di gran lunga più complicato e richiede una notevole dose di attenzione. «A che pro?» chiese il secondo. Vogliamo sempre avere un risultato in cambio di qualcosa che facciamo. Questo desiderio di un risultato, che è un altro modo di cercare conclusioni, ci impedisce di comprendere. Quando chiedi a che cosa ti servirà dissociare il sentimento dalla parola "amore" stai pensando a un risultato; perciò non stai proprio indagando per scoprire che cos'è quel sentimento, non è così? «Voglio scoprirlo, ma voglio anche sapere quale sarà il prodotto della dissociazione tra il sentimento e la parola. Non è perfettamente normale?» Forse; ma se vuoi comprendere dovrai prestare attenzione, e non c'è attenzione quando una parte della tua mente è interessata ai risultati e l'altra alla comprensione. In questo modo non ottieni ne gli uni né l'altra e così diventi sempre più confuso, cinico e infelice. Se dal sentimento non dissociamo la parola, che è memoria con tutte le sue reazioni, allora quella parola distrugge il sentimento; e la parola, o la memoria, è la cenere senza il fuoco. Non è forse questo che è accaduto a voi due? Vi siete talmente avviluppati in una rete di parole e speculazioni, che si è perso il sentimento stesso, che è la sola cosa che abbia significato profondo e vitale. «Inizio a capire che cosa intendi» disse il primo lentamente. «Noi non siamo semplici, non scopriamo nulla da soli ma ripetiamo soltanto quello che ci è stato insegnato. Persino quando ci rivoltiamo formiamo nuove conclusioni che di nuovo dovranno essere abbattute. Non sappiamo davvero che cos'è l'amore, ma ne abbiamo soltanto delle opinioni. È così?» Voi non pensate che sia così? Certamente per conoscere l'amore, la verità, Dio, non devono esserci opinioni, credenze e speculazioni al riguardo. Se avete un'opinione riguardo a un fatto, l'opinione diventa più importante del fatto. Se volete conoscere la verità o la falsità di quel fatto, non dovete vivere nella parola e nei concetti dell'intelletto. Potete anche avere moltissime conoscenze e informazioni riguardo al fatto, ma il fatto reale è del tutto diverso da quelle. Mettete da parte il libro, le descrizioni, la tradizione, l'autorità, e iniziate il viaggio dell'autoconoscenza. Amate e non siate prigionieri delle opinioni e delle idee su ciò che l'amore è o dovrebbe essere. Se amate ogni cosa andrà bene. L'amore svolge la propria intrinseca azione: amate e ne conoscerete la benedizione. State lontani dall'autorità che vi dice che cos'è amore e che cosa non lo è. Nessuna autorità lo sa e chi non sa non può dirlo. Amate, e la comprensione verrà.

40 – Il cercare e la disposizione alla ricerca

I cieli si aprirono, ed ecco la pioggia; copriva la terra. Scendeva a scrosci, inondando le strade e riempiendo a vista d'occhio il laghetto delle ninfee. Gli alberi si piegavano sotto il suo peso. I corvi erano inzuppati e riuscivano a stento ad alzarsi in volo, e molti piccoli uccelli cercavano riparo sotto il tetto della veranda. All'improvviso, dal nulla, arrivarono le rane, grandi e piccole. Quelle con le zampe lunghe facevano balzi prodigiosi con la massima disinvoltura. Alcune erano marroni, alcune avevano strisce verdi, mentre altre erano quasi del tutto verdi, e tutte avevano occhi scintillanti, neri, tondi e grandi. Quando ne prendevi una in mano, rimaneva ferma, e ti fissava con i suoi occhi lucidi; e quando la rimettevi giù, ancora non si muoveva, ma restava seduta come incollata a terra. La pioggia continuava a scendere; dappertutto scorrevano rivoli d'acqua, e ormai l'acqua sul sentiero arrivava alle caviglie. Non c'era vento, solo pioggia a dirotto. In pochi secondi i vestiti si inzuppavano, e ti si appiccicavano al corpo in modo sgradevole; ma faceva caldo, e non era così brutto sentirsi completamente fradici. Guardavi verso il basso per non riempirti gli occhi d'acqua; ma le gocce ti battevano forte sul cranio, e ben presto ti veniva voglia di rientrare. Un giglio viola chiaro, con un vivido cuore dorato, era straziato dalla violenza della pioggia; non avrebbe potuto resistere ancora a lungo a quelle percosse. Un serpente verde largo come un dito era appeso a un ramo; lo si vedeva appena, perché era quasi dello stesso colore delle foglie, di un verde appena più brillante, con qualcosa di chimico, di artificiale. Non aveva ciglia, e gli occhi neri erano nudi. Se ti avvicinavi restava immobile, ma sentivi che la tua vicinanza lo metteva a disagio. Era di una varietà innocua, lungo quasi mezzo metro, grassoccio e straordinariamente flessuoso. Anche quando ti allontanavi, rimaneva immobile e guardingo, e da una breve distanza già non lo vedevi più. Le foglie del banano erano a brandelli, i fiori erano sradicati, e ancora continuava a piovere con furia. I delicati gelsomini bianchi erano a terra, e stavano diventando rapidamente del colore del suolo; nella morte avevano ancora il loro buon profumo, ma solo se ti avvicinavi; da poco più in là sentivi solo l'odore della pioggia e dell'umidità che ti penetrava nelle ossa. Un corvo tutto arruffato si era rifugiato nella veranda; era fradicio, le sue ali toccavano il pavimento, e si vedeva la pelle bianca e bluastra. Non riusciva a volare, e ti guardava come per chiederti di non avvicinarti. Il becco nero e aguzzo era l'unica cosa dura e possente che gli fosse rimasta; tutto il resto era molle e inerme. Il rumore della pioggia sul tetto, sulle foglie e sulla palma copriva il rombo del mare. Ma si sentiva che quel rumore stava poco a poco per terminare. Già pioveva meno forte, e si sentiva il gracidio delle rane. Si cominciavano a udire anche altri rumori: voci che chiamavano, un cane che abbaiava, un'auto che passava in strada. Tutto stava tornando normale. Eri parte della terra, delle foglie, del giglio morente, e anche tu ti sentivi ripulito.

Era un vecchio, conosciuto per la sua natura generosa, e per il suo duro lavoro. Magro e austero, viaggiava per il paese in treno, in pullman e a piedi, parlando di questioni religiose, e aveva la dignità conferita dal pensiero e dalla meditazione. Aveva i capelli lunghi e una barba ordinata e ben tagliata. Le mani erano lunghe e sottili, e aveva un sorriso cordiale e amichevole. «Anche se non indosso la tunica zafferano, sono un sannyasi, e sono stato in tutto il paese. Ho parlato con molte persone e ovunque ho interrogato i maestri religiosi. Come vedi, sono un vecchio, la mia barba è bianca, ma ho cercato di mantenere il mio cuore giovane e la mia mente lucida. Sono andato via di casa a quindici anni in cerca di Dio.» Sorrise con dolcezza ricordando il passato. «Sono passati molti anni, e benché io abbia letto, pregato e meditato, non ho trovato Dio. Ho ascoltato con attenzione i più celebri santoni, che parlano in continuazione di Dio. Li ho ascoltati non una, ma molte volte, ho osservato le loro opere, le loro riforme sociali, senza giudicare, ma con l'apertura di cuore necessaria per vederne la positività. Non sono né tollerante né intollerante. Ho pregato insieme alla folla, ho pregato dentro di me, in silenzio, in solitudine. Da giovane, volevo divenire un riformista sociale, e ho rivolto la mia volontà alle opere buone, ma ho scoperto che le opere buone hanno senso solo all'interno del grande tutto, che è Dio, e anche se considero necessaria la riforma sociale, non è più il mio interesse dominante. «Non è con cuore arido che ho ascoltato questi "leader del popolo", come vengono chiamati,» continuò «ma il loro Dio non è il Dio che sto cercando. Il loro Dio è azione; loro predicano, esortano, digiunano, organizzano raduni politici; si pongono alla testa di comitati, scrivono articoli, dirigono giornali, e si immergono nella grande vita del paese. Sono attivi, ma non conoscono il silenzio. Io ho cercato Dio con loro ma non l'ho trovato. Molto prima che i nomi di queste persone iniziassero ad apparire sui giornali, io cercavo Dio in solitudine, nelle caverne e negli spazi aperti, ma non l'ho trovato. «Adesso sono vecchio, e mi restano pochi anni. Lo troverò? Non voglio un'opinione, o le argute argomentazioni di una mente raffinata. Io devo sapere. Ti ho ascoltato molte volte, sia nel nord sia nel sud, e tu non parli di Dio come fanno gli altri, tu non sei nell'arena religioso-politica. Tu spieghi che cosa Dio non è, ma non dici cosa Lui è – ed è giusto così. Ma non dai nessuna via per arrivare a Lui, e questo è difficile da comprendere. Io ti conosco da quando eri molto giovane, e spesso mi sono chiesto come sarebbe andata a finire. Se fosse andata in un altro modo, ora non sarei qui. Non è un complimento. Voglio sapere la verità prima di lasciare questo mondo.» Restò in silenzio, a occhi chiusi. Non c'era in lui l'asprezza del dubbio, né la brutalità del cinismo, né l'intolleranza che cerca di essere tollerante. Era un uomo giunto al termine del proprio cercare, e che ancora voleva sapere. C'era uno strano silenzio nella stanza. Signore, c'è umiltà quando cerchiamo? Il cercare non è mai frutto di umiltà, vero? «Allora è frutto di arroganza?» Non è così? Il desiderio di ottenere, di arrivare, è parte dell'orgoglio che si nasconde nel cercare. Bisogna trovare un modo per ottenere una distribuzione efficiente ed equa per le necessità fisiche dell'uomo; e lo si troverà, perché la tecnologia ci costringerà a trovarlo, prima o poi. Ma oltre a cercare il benessere fisico dell'uomo, perché cercare altro? «Io ho sempre cercato fin dall'infanzia perché questo mondo ha ben poco senso, il suo scarso significato lo si coglie a occhio nudo. Io non dico che sia un'illusione, come sostengono alcuni. Questo mondo è reale come lo sono il dolore e la sofferenza. L'illusione esiste solo nella mente, e il potere di creare illusioni può giungere a un termine. La mente può essere ripulita dalle sue impurità grazie al soffio della compassione; ma ripulire la mente non è trovare Dio. Io l'ho cercato, ma non l'ho trovato.» Questa vita quotidiana è una cosa transitoria, e si cerca la permanenza; oppure nel mezzo di tutta questa follia, si spera in qualcosa di razionale, di sano; o si insegue una qualche sorta di immortalità personale; o l'appagamento in qualcosa di infinitamente più grande del desiderio passeggero. Ora, tutto questo cercare è una forma di arroganza, non è vero? E come potresti conoscere la realtà? Saresti capace di riconoscerla, di sondarla? La mente può abbracciarla? «Dio verrà da noi senza che lo cerchiamo?» Il cercare è un'attività confinata nell'area del pensiero; ogni cercare e ogni trovare avviene all'interno dei confini della mente, non è vero? La mente può immaginare, speculare, può udire il rumore del proprio chiacchiericcio, ma non può trovare ciò che le sta al di fuori. Il suo cercare ha un raggio limitato alla propria misura. «Allora io sto solo prendendo le misure, non sto davvero cercando?» Cercare è sempre prendere le misure, signore. Non si può cercare se la mente cessa di prendere le misure, di comparare. «Mi stai dicendo che tutti gli anni che ho speso a cercare sono stati inutili?» Questo non spetta a un altro dirlo. Ma il movimento della mente che intraprende il viaggio del cercare si svolge sempre all'interno dei più o meno vasti confini di se stessa. «Ho cercato il silenzio della mente, ma anche in questo non ho trovato alcuna finalità.» Una mente che è stata resa silenziosa non è una mente silenziosa. È una mente morta. Qualunque cosa che sia stata volta a una finalità in modo forzato deve essere riconquistata di continuo: è un processo interminabile. Solo ciò che ha un termine è oltre la portata del tempo. «Il silenzio non deve essere cercato? Di certo una mente che vaga deve essere controllata e tenuta a freno.» Il silenzio può essere cercato? È una cosa da coltivare e raccogliere? Per cercare il silenzio della mente uno deve sapere già che cos'è. E noi sappiamo che cos'è il silenzio? Possiamo conoscerlo attraverso le definizioni di qualcun altro, ma può essere definito? La conoscenza è solo una condizione verbale, un processo di riconoscimento, e quel che viene riconosciuto non è il silenzio, che è sempre nuovo. «Io ho conosciuto il silenzio delle montagne e delle caverne, e ho allontanato ogni pensiero tranne il pensiero del silenzio; ma il silenzio della mente non l'ho mai conosciuto. Tu hai detto saggiamente che la speculazione è vuota. Ma deve esserci uno stato di silenzio; e come si può raggiungere quello stato?» C'è un metodo per raggiungere ciò che non è il prodotto dell'immaginazione, ciò che non è costruito dalla mente? «No, presumo che non ci sia. L'unico silenzio che ho sperimentato è quello che nasce quando la mia mente è del tutto sotto controllo; ma tu dici che questo non è silenzio. Io ho abituato la mia mente all'obbedienza, e l'ho lasciata libera solo sotto stretta sorveglianza; è stata addestrata e resa affilata attraverso lo studio, attraverso l'argomentazione, attraverso la meditazione e il pensiero profondo; ma il silenzio di cui parli non è mai rientrato nel campo della mia esperienza. Come si fa a sperimentare il silenzio? Che cosa devo fare?» Signore, perché ci sia silenzio lo sperimentatore deve trarsi in disparte. Lo sperimentatore è sempre a caccia di nuove esperienze; vuole sensazioni nuove, oppure ripetere quelle vecchie; pretende di soddisfare se stesso, di essere o divenire qualcosa. Lo sperimentatore ha sempre uno scopo; e finché c'è uno scopo, per quanto sottile, ci può solo essere un silenzio pagato a caro prezzo; ma non è vero silenzio. «Allora come accade il silenzio? È un caso della vita? È un dono?» Consideriamo l'intera questione. Stiamo sempre cercando qualcosa, e usiamo la parola "cercare" con grande facilità. L'importante ci sembra il fatto stesso di stare cercando, non ciò che cerchiamo. Quel che si cerca è la proiezione del proprio desiderio. Cercare non è la disposizione alla ricerca, è una reazione, un processo di diniego e di affermazione rispetto a un'idea costruita dalla mente. Per cercare il proverbiale ago nel pagliaio, deve già esserci una conoscenza dell'ago. Similmente, cercare Dio, la felicità, il silenzio o quel che si vuole, significa averlo già conosciuto, formulato o immaginato. Cercare è per definizione indagare su qualcosa di già noto. Cercare è riconoscere, e il riconoscimento si basa su una conoscenza precedente. Questo processo del cercare non è la disposizione alla ricerca. La mente che sta cercando aspetta, attende, desidera, e ciò che trova è qualcosa di riconoscibile, perché già noto. Cercare è azione del passato. Ma la disposizione alla ricerca è una cosa del tutto diversa, non è affatto simile al cercare, e non è una reazione, il contrario del cercare. Le due cose non sono in alcun modo collegate. «Allora cos'è la disposizione alla ricerca?» Non può essere definita, ma è possibile trovarsi in quella disposizione se si comprende che cosa significa cercare. Noi cerchiamo a causa di una frustrazione, di un'infelicità, di una paura, non è vero? Cercare è un concatenarsi di attività in cui non c'è alcuna libertà. Questa concatenazione deve essere compresa. «Che cosa intendi con comprensione?» La comprensione non è uno stato della mente in cui la conoscenza, la memoria o il riconoscimento non sono in funzione? Per comprendere, la mente deve essere immobile; l'attività della conoscenza deve essere sospesa. Questa immobilità della mente ha luogo in modo spontaneo quando il Maestro o il genitore vuole comprendere il bambino. Quando c'è l'intenzione di comprendere, c'è attenzione senza la distrazione causata dal desiderio di intervenire. Allora la mente non è disciplinata, controllata, tenuta a freno e resa immobile. Quando c'è l'intenzione di comprendere, la sua immobilità è naturale. Nella comprensione non entra in gioco alcuno sforzo, alcun conflitto. Con la comprensione del pieno significato del cercare, la disposizione alla ricerca si realizza. Questa disposizione non può essere affatto cercata o trovata. «Mentre ascoltavo la tua spiegazione, ho tenuto la mente sotto stretta sorveglianza. Adesso vedo la verità di ciò che si definisce cercare, e percepisco che è possibile non cercare; tuttavia non mi trovo nella disposizione alla ricerca.» Perché dire se ti ci trovi oppure no? Essendo divenuta consapevole della verità e della falsità del cercare, la mente non è più schiava dei meccanismi del cercare. Si prova un senso di sollievo, come se ci si fosse sgravati di un peso. La mente è immobile; non sta più sforzandosi di perseguire qualcosa; ma non dorme, e non è neppure in attesa, in ansia. È soltanto silenziosa, e sveglia. Non è così, signore? «Ti prego, non chiamarmi "signore". Sono io quello che viene istruito. Ciò che dici sembra essere vero.» Questa mente risvegliata è la disposizione alla ricerca. Non ha più uno scopo per cercare; non c'è alcun obiettivo da raggiungere. La mente non è stata resa immobile; non subisce alcuna pressione, perciò è immobile. La sua immobilità non è quella di una foglia pronta a danzare al primo soffio di vento; non è in balia del desiderio. «C'è consapevolezza di un movimento in questa immobilità.» Questa consapevolezza non è silenzio? Noi stiamo descrivendo, ma non come descriverebbe lo sperimentatore. Lo sperimentatore entra in gioco per una qualche causa; è un effetto, che a sua volta diviene la causa di un altro effetto. Lo sperimentatore è sia causa sia effetto in una serie infinita di cause ed effetti. Percepire questa verità libera la mente. Non c'è libertà nella rete di causa ed effetto. La libertà non è essere liberi da questa rete, la libertà è quando questa rete non c'è. La libertà da qualcosa non è libertà; è solo una reazione, l'opposto della schiavitù. La libertà è quando la schiavitù viene compresa. La verità non è qualcosa di permanente, di fisso, e perciò non può essere cercata; la verità è una cosa vivente, è la disposizione alla ricerca. «Questa disposizione alla ricerca è Dio. Non c'è alcun fine da raggiungere. Il mio cercare senza trovare che è continuato per tutti questi anni non ha portato amarezza al cuore, e non c'è neppure rimpianto per gli anni sprecati. Ci viene insegnato, non siamo noi a imparare, e sta in questo la nostra miseria. La comprensione abolisce il tempo e l'età, spazza via la differenza tra colui che insegna e colui a cui viene insegnato. Io comprendo e mi sento bene. Dovremo rincontrarci.»

41 – «Perché le Scritture condannano il desiderio?»

Era una di quelle città enormi, in continua espansione, che stanno divorando le campagne, e per oltrepassarla dovemmo avanzare per chilometri e chilometri lungo strade squallide, passando accanto a fabbriche, quartieri popolari e scali ferroviari, attraverso esclusivi sobborghi residenziali, finché finalmente vedemmo cominciare l'aperta campagna, dove il cielo era sconfinato e gli alberi alti e liberi. Era una bella giornata, limpida e non troppo calda, perché era piovuto da poco, una di quelle piogge leggere e gentili che scendono nel profondo della terra. A un tratto, mentre la strada giungeva alla sommità di una collina, ci ritrovammo sopra il fiume, che scintillava nel sole serpeggiando tra i campi verdi in direzione del mare lontano. Sul fiume c'era solo qualche barca, rozzamente costruita, con vele nere e squadrate. Molti chilometri più in là c'era un ponte che serviva sia ai treni sia al traffico automobilistico, ma in quel punto c'era solo un ponte di barche, su cui si poteva passare in un solo senso per volta, e vedemmo una fila di camion, carri trainati da buoi e automobili, oltre a due cammelli, che aspettavano il loro turno per attraversare. Non volevamo immetterci in quella coda che si andava allungando, temendo una lunga attesa, perciò prendemmo un'altra strada per tornare indietro, lasciando il fiume al suo percorso serpeggiante tra campi e colline, attraverso molti villaggi, fino al mare aperto. Il cielo sopra le nostre teste era di un azzurro intenso, e l'orizzonte era pieno di enormi nuvole bianche, sovrastate dal sole mattutino. Avevano forme bizzarre, e rimanevano immote e distanti. Non ti ci saresti potuto avvicinare neanche guidando verso di loro per chilometri e chilometri. A fianco della strada l'erba era giovane e verde. L'estate imminente l'avrebbe seccata e brunita, facendo perdere alla campagna la sua verde freschezza; ma adesso tutto era nuovo, e c'era gioia nella terra. La strada era piuttosto malconcia, piena di buche, e benché l'autista cercasse il più possibile di evitarle, continuavamo a sobbalzare su e giù, con le teste che quasi toccavano il tettuccio; ma il motore girava a meraviglia, e non c'era rumore nell'abitacolo. La nostra mente notava gli alberi imponenti, le colline pietrose, la gente dei villaggi, il grande cielo azzurro, ma era anche in meditazione. Non un solo pensiero la disturbava. Non c'era baluginare di ricordi, né alcuno sforzo da compiere o a cui resistere, niente da ottenere nel futuro. La mente coglieva ogni cosa, era più rapida dell'occhio, e non tratteneva ciò che percepiva; l'evento vi passava attraverso come la brezza passa attraverso i rami di un albero. Si udiva la conversazione alle proprie spalle, e si vedeva il carro trainato dai buoi e il camion che si avvicinava, eppure la mente era del tutto immobile; e il movimento all'interno di quell'immobilità era l'impulso di un nuovo inizio, di una nuova nascita. Ma il nuovo inizio non sarebbe mai invecchiato, non avrebbe mai conosciuto ieri e domani. La mente non stava facendo esperienza del nuovo: era lei stessa il nuovo. Non aveva continuità, e perciò non aveva morte: era nuova, non resa nuova. Il fuoco non nasceva dalle braci del giorno prima.

Aveva portato il suo amico, disse, in modo da potere formulare meglio le proprie posizioni col suo aiuto. Erano entrambi piuttosto riservati e non molto loquaci, ma dissero di conoscere il sanscrito e un pò della sua letteratura. Più o meno quarantenni, avevano un'aria sana, erano snelli, con belle teste e occhi pensosi. «Perché le Scritture condannano il desiderio?» cominciò il più alto. «Praticamente tutti i vecchi maestri paiono condannarlo, soprattutto il desiderio sessuale, dicendo che deve essere controllato, soggiogato. Evidentemente considerano il desiderio come un intralcio per la vita superiore. Il Buddha ha parlato del desiderio come della causa di ogni sofferenza e ne ha predicato la cessazione. Shankara, nella sua complessa filosofia, ha detto che il desiderio e la pulsione sessuale dovevano essere soppressi, e tutti gli altri maestri religiosi hanno mantenuto più o meno lo stesso atteggiamento. Alcuni santi cristiani castigavano i propri corpi e si torturavano in vari modi, mentre altri ritenevano che il corpo, come un asino o un cavallo, dovesse essere trattato bene ma controllato. Non abbiamo letto così tanto, ma per quanto ne sappiamo, tutta la letteratura religiosa pare insistere sul fatto che il desiderio deve essere disciplinato, soggiogato, sublimato e così via. Noi siamo solo principianti nella vita religiosa, ma in qualche modo sentiamo che c'è qualcosa che manca, come un fiore senza profumo. Forse ci sbagliamo, e non intendiamo certo contrapporci ai grandi maestri, ma ci piacerebbe, se possibile, parlare con te di questa cosa. Da quanto possiamo cogliere da quel che abbiamo letto, tu non hai mai affermato che il desiderio deve essere soppresso o sublimato, ma solo che deve essere compreso con una consapevolezza in cui non c'è né condanna né giustificazione. Benché tu abbia spiegato questa cosa in modi diversi, troviamo difficile afferrarne il pieno significato, e per noi sarebbe di grande aiuto parlarne con te.» Qual è esattamente il problema di cui volete discutere? «Il desiderio è naturale, non è vero, signore?» domandò l'altro. «Desiderio di cibo, desiderio di sonno, desiderio di un certo grado di comodità, desiderio sessuale, il desiderio per la verità: in tutte queste forme, il desiderio è perfettamente naturale, perché allora ci viene detto che deve essere eliminato?» Lasciando da parte ciò che vi è stato detto, possiamo indagare la verità e falsità del desiderio? Che cosa intendete per desiderio? Non la definizione del dizionario, ma qual è il significato, il contenuto del desiderio? E quale importanza date a esso? «Io ho molti desideri» replicò il più alto «e questi desideri mutano di valore e importanza di volta in volta. Ci sono desideri permanenti e desideri passeggeri. Un desiderio che provo un giorno, il giorno successivo può essere passato, o essersi intensificato. Anche se non provo più il desiderio sessuale, posso ancora volere il potere; posso aver superato la fase sessuale, ma il mio desiderio di potere rimane costante.» È cosi. Le voglie infantili diventano desideri maturi con l'età, con l'abitudine, con la ripetizione. L'oggetto del desiderio può mutare a mano mano che invecchiamo, ma il desiderio rimane. L'appagamento e il dolore della frustrazione rientrano sempre nell'area del desiderio, non è vero? Ora, c'è desiderio se non c'è oggetto del desiderio? Il desiderio e il suo oggetto sono inseparabili? Io conosco il desiderio solo a causa del suo oggetto? Scopriamolo. Vedo una nuova penna stilografica, e dal momento che la mia non è altrettanto buona, voglio quella nuova; così si mette in moto un processo di desiderio, una catena di reazioni, finché ottengo, o non riesco a ottenere, ciò che voglio. Un oggetto attira lo sguardo, e ne consegue la sensazione di volerlo o di non volerlo. In quale punto di questo processo entra in gioco l'"io"? «Questa è una buona domanda.» L'io esiste prima della sensazione di volere, o sorge insieme a quella sensazione? Tu vedi un oggetto, ad esempio un nuovo tipo di penna stilografica, e si mette in moto una serie di reazioni che sono perfettamente normali; ma con esse viene il desiderio di possedere l'oggetto, e poi inizia un'altra serie di reazioni che fanno entrare in gioco l'"io" che dice, «Io devo averlo». Perciò l'io è suscitato dalla sensazione o dal desiderio che nasce come reazione naturale al vedere. Senza il vedere, il percepire, il desiderare, esiste un "io" come entità separata, isolata? Oppure è questo processo di vedere, provare una sensazione, desiderare, che costituisce l'io? «Intendi dire, signore, che l'"io" all'inizio non c'è? Non è l'io a percepire e a desiderare?» domandò il più basso dei due. Voi cosa ne dite? L"'io" non si distingue forse solo nel processo di percepire e desiderare? Prima che questo processo cominci, c'è un "io" come entità separata? «È difficile pensare all'"io" come al mero prodotto di un determinato processo fisiopsicologico, perché questo suona molto materialistico, e va contro la nostra tradizione e le nostre abitudini di pensiero, che dicono che l'io, l'osservatore, c'è dal principio, e non che viene "costituito". Ma nonostante la nostra tradizione e i libri sacri, e la mia tentennante inclinazione a credere in essi, considero quel che tu dici come un fatto.» Non è quel che un altro dice che può far percepire una cosa come un fatto, ma la propria diretta osservazione e lucidità di pensiero, non è così? «Certo» replicò il più alto. «Sulle prime posso confondere un pezzo di corda con un serpente, ma nel momento in cui lo vedo chiaramente, non mi posso confondere, anche se lo volessi.» Se questo punto è chiaro, possiamo procedere con la questione del sopprimere o sublimare il desiderio? Allora, qual è il problema? «Il desiderio è sempre presente, a volte è bruciante, a volte non si fa sentire ma è pronto a prendere vita; e il problema è: cosa farne? Quando il desiderio tace, il mio intero essere prova una piacevole quiete, ma quando si risveglia, mi sento molto disturbato; divento inquieto, febbrilmente attivo, finché quel determinato desiderio non è soddisfatto. Allora divento relativamente calmo – solo per tornare a provare desiderio, magari per un oggetto diverso. È come l'acqua sotto pressione, per quanto si costruisca alta la diga, riuscirà sempre a insinuarsi nelle fenditure, ad aggirarla o a traboccare dalla sommità. Mi sono quasi torturato, nel tentativo di superare il desiderio, ma nonostante tutti i miei sforzi è sempre lì, sorridente o accigliato. Come posso liberarmene?» Stai cercando di sopprimere, di sublimare il desiderio? Vuoi addomesticarlo, addormentarlo, renderlo rispettabile? Lasciando da parte i libri, le idee e i guru, cosa provi riguardo al desiderio? Qual è il tuo impulso? Che cosa pensi? «Il desiderio è naturale, non è vero, signore?» domandò il più basso. Che cosa intendi con "naturale"? «La fame, il sesso, il volere la comodità o la sicurezza – tutto questo è desiderio, e mi sembra sano e normale. Dopotutto, siamo fatti così.» Se è tanto normale, perché ve ne preoccupate? «Il guaio è che non c'è un unico desiderio, ma molti desideri contraddittori, che spingono ognuno in una diversa direzione. Mi sento dilaniato dentro. Due o tre desideri sono dominanti, e hanno la meglio su quelli minori in conflitto; ma anche tra i desideri maggiori c'è una contraddizione. È questa contraddizione, con le sue tensioni e il suo logorio, a causare la sofferenza.» E per superare questa sofferenza vi è stato detto che dovete controllare, sopprimere o sublimare il desiderio. È così? Se l'appagamento del desiderio arrecasse soltanto piacere e nessuna sofferenza, voi lo seguireste allegramente, non è vero? «Certo» intervenne il più alto. «Ma c'è sempre anche del dolore o della paura, ed è questo che vogliamo eliminare.» Sì, tutti lo vogliono, ed è per questo che lo sfondo e l'intento del nostro modo di pensare è continuare con i piaceri evitando il dolore del desiderio. Non è questo che anche voi pretendete? «Temo di sì.» Questa lotta tra i piaceri del desiderio e la sofferenza che esso comporta è il conflitto della dualità. Non c'è niente di sconcertante in essa. Il desiderio cerca l'appagamento, e l'ombra dell'appagamento è la frustrazione. Noi non lo ammettiamo, perciò inseguiamo tutti l'appagamento sperando di non venire mai frustrati; ma le due cose sono inseparabili. «Non è mai possibile avere l'appagamento senza il dolore della frustrazione?» Non lo sapete? Non avete sperimentato il breve piacere dell'appagamento, e non è invariabilmente seguito dall'ansietà, dal dolore? «L'ho notato, ma uno cerca in un modo o nell'altro di tenere a bada il dolore.» E ci siete riusciti? «Non ancora, ma si spera sempre di riuscirci.» Come proteggersi da questa sofferenza è la vostra preoccupazione principale nella vita; perciò iniziate a disciplinare il desiderio; dite: «Questo è il desiderio giusto, e l'altro è sbagliato, immorale». Coltivate il desiderio ideale, quello che dovrebbe essere, e finite per trovarvi di fronte a quello che non dovrebbe essere. Quello che non dovrebbe essere è il fatto reale, mentre quello che dovrebbe essere non ha alcuna realtà se non quella di un simbolo immaginario. È così, non è vero? «Ma per quanto immaginari, gli ideali non sono necessari?» domandò il più basso. «Ci aiutano a disfarci della sofferenza.» Davvero? I vostri ideali vi hanno aiutato a liberarvi dalla sofferenza, o vi hanno solo aiutato a continuare con il piacere mentre idealmente dicevate a voi stessi che non avreste dovuto? Così il dolore e il piacere del desiderio continuano. In realtà non volete liberarvi di nessuno dei due; volete lasciarvi trasportare dal dolore e dal piacere del desiderio, e nel frattempo parlare di ideali e di roba simile. «Hai perfettamente ragione» ammise lui. Procediamo da qui. Il desiderio non deve essere distinto in piacevole e doloroso, o in giusto e sbagliato. C'è un unico desiderio, che appare sotto forme differenti, con obiettivi differenti. Se non capite questo, continuerete a lottare per superare le contraddizioni che sono la natura stessa del desiderio. «Allora c'è un desiderio centrale che deve essere superato, un desiderio da cui nascono tutti gli altri desideri?» domandò il più alto. Intendi il desiderio di sicurezza? «Pensavo a quello; ma c'è anche il desiderio di sesso, e di molte altre cose.» C'è un unico desiderio centrale da cui nascono come tanti bambini gli altri desideri, o il desiderio si limita a mutare oggetto di volta in volta, dall'immaturità fino alla maturità? C'è il desiderio di possedere, di essere appassionato, di riuscire, di sentirsi al sicuro sia dentro di sé sia all'esterno, e così via. Il desiderio oscilla tra pensiero e azione, tra la vita cosiddetta spirituale e quella terrena, non è vero? Restarono in silenzio per qualche tempo. «Non sappiamo più cosa pensare» disse il più basso. «Siamo perplessi.» Se sopprimete il desiderio, esso si ripresenta in un'altra forma, non è vero? Controllare il desiderio significa limitarlo ed essere egocentrici; disciplinarlo significa costruire un muro di difesa, che viene sempre abbattuto – a meno che, naturalmente, si diventi nevrotici, fissati in un unico schema di desiderio. Sublimare il desiderio è un atto di volontà; ma la volontà è essenzialmente la concentrazione del desiderio, e quando una forma di desiderio ne domina un'altra, ci si ritrova di nuovo nel vecchio schema di lotta. Controllo, disciplina, sublimazione, soppressione – tutto ciò comporta uno sforzo di un qualche tipo, e un tale sforzo rientra ancora nel campo della dualità, del desiderio "giusto" o "sbagliato". La pigrizia può essere superata con un atto di volontà, ma la meschinità della mente rimane. Una mente meschina può essere molto attiva, e di solito lo è, causando di conseguenza dispiaceri e problemi a se stessa e agli altri. Perciò, per quanto una mente meschina possa lottare per superare il desiderio, continuerà a essere una mente meschina. Tutto questo è chiaro, non è vero? Si scambiarono uno sguardo. «Credo di sì» replicò il più alto. «Ma ti prego, procedi un pò più lentamente, signore, e non infarcire di idee ogni frase.» Come il vapore, il desiderio è energia, non è vero? E come il vapore può essere utilizzato per alimentare ogni sorta di macchinari, sia benefici sia distruttivi, così anche il desiderio può essere dissipato, oppure può essere usato per comprendere senza che ci sia alcun utilizzatore di questa straordinaria energia. Se c'è un utilizzatore, sia esso un singolo o molti, l'individuo o la collettività, che è la tradizione, allora cominciano i guai; allora c'è il circolo chiuso del dolore e del piacere. «Se a utilizzare quest'energia non è né l'individuo né la collettività, allora chi è?» Non vi sembra una domanda sbagliata? Una domanda sbagliata avrà una risposta sbagliata, ma una domanda giusta può aprire la porta alla comprensione. C'è solo energia; non esiste la questione di chi la utilizzerà. Non è quest'energia, ma chi la utilizza, che produce la confusione e la contraddizione tra dolore e piacere. L'utilizzatore, sia esso un singolo o molti, dice: «Questo è giusto e questo è sbagliato» perpetuando così il conflitto della dualità. È lui il vero guastafeste, l'autore della sofferenza. Può l'utilizzatore di quest'energia chiamata desiderio cessare di esistere? Può l'osservatore non essere un operatore, un'entità separata che incarna questa o quella tradizione, ed essere quest'energia stessa? «Non è molto difficile?» È questo l'unico problema, e non come controllare, disciplinare o sublimare il desiderio. Quando cominci a comprendere questo, il desiderio assume un significato alquanto differente; ed è allora la purezza della creazione, il movimento della verità. Ma limitarsi a ripetere che il desiderio è il supremo, e così via, non è solo inutile, ma in definitiva dannoso, perché agisce come sonnifero, come una droga per tranquillizzare la mente meschina. «Ma come può l'utilizzatore del desiderio scomparire?» Se la domanda «Come?» riflette la ricerca di un metodo, allora l'utilizzatore del desiderio si limiterà a ricostituirsi sotto altra forma. Ciò che importa è la scomparsa dell'utilizzatore, non il come far scomparire l'utilizzatore. Non c'è alcun "come". C'è solo la comprensione, l'impulso che distruggerà il vecchio.

42 – Può la politica essere spiritualizzata?

Oltre il ponte c'è il mare, azzurro e distante. Ci sono sabbie gialle lungo la costa curvilinea, e distese di palme. La gente di città viene qui in auto con i bambini ben vestiti, che strillano per la gioia di sentirsi liberi dalle proprie case anguste e dalle strade squallide. Il mattino presto, appena prima che il sole spunti dal mare, quando la terra è bagnata di rugiada e le stelle sono ancora visibili, questo posto è molto bello. Puoi sedere qui da solo, con tutt'intorno un mondo di immenso silenzio. Il mare è irrequieto e scuro, agitato dalla luna, con le onde che si accavallano furiose e roboanti. Ma nonostante il cupo rombo del mare, tutto è stranamente quieto; non c'è vento, e gli uccelli sono ancora addormentati. La tua mente ha perso l'impulso di vagare sulla faccia della terra, di muoversi tra vecchi, familiari punti di riferimento, per abbandonarsi a un silenzioso soliloquio. A un tratto e inaspettatamente, tutta quella tremenda energia si raccoglie, si concentra, ma non per spendersi in un movimento. C'è movimento solo quando qualcuno è impegnato a cercare, a ottenere, a perdere. Il raccogliersi di questa energia, libera dalle pressioni e dalle influenze del desiderio, indebolite o acuite che siano, ha prodotto un totale silenzio interiore. La tua mente è pienamente illuminata, senza alcuna ombra, e senza proiettare alcuna ombra. La stella del mattino è molto chiara, del tutto immobile, e c'è un bagliore nel cielo a Oriente. La tua mente non si è mossa neanche di un soffio; non è paralizzata, ma la luce di quel silenzio interiore è divenuta essa stessa azione, senza le parole e le immagini della mente. La sua luce è priva di un centro che possa produrre ombra; c'è solo luce. La stella del mattino sta svanendo, e ben presto una linea dorata emerge sul bordo delle acque agitate. Sulla terra, cominciano a proiettarsi delle ombre. Tutto si risveglia, e una lieve brezza soffia da nord. Segui il sentiero che corre accanto al fiume fino a incrociare la strada principale. A quell'ora c'è poca gente, due o tre persone che fanno la loro passeggiata mattutina; quasi non ci sono auto, e c'è una grande quiete. La strada attraversa un villaggio ancora immerso nel sonno, dove due bambini piccoli si stanno servendo del bordo della strada come di un gabinetto, ridendo e chiacchierando, ignari dei passanti. Una capra è sdraiata in mezzo alla strada, e un'auto la aggira. A una certa distanza oltre il villaggio varchi un cancello che dà su un giardino ben tenuto, con fiori dai colori vivaci e una pozza squadrata piena di ninfee. Le ombre adesso si stagliano nette, ma c'è ancora rugiada sull'erba.

Era un uomo di mezza età originario del villaggio, una specie di avvocato. Non lavorava molto, disse, perché aveva una piccola proprietà e preferiva dedicare parte del suo tempo ad altre cose. Al momento stava scrivendo un libro sulle condizioni sociali in questo paese. Aveva conosciuto alcune importanti personalità del governo, e aveva partecipato all'ultimo movimento di riforma agraria, marciando con gli altri di villaggio in villaggio. Il suo entusiasmo era molto marcato quando parlava di riforme sociali e politiche, e il suo tono di voce cambiava. Diventava acuminato, urgente, accalorato; la sua testa si drizzava, gli compariva negli occhi un'espressione aggressiva, e i suoi modi diventavano risoluti. Di tutto questo lui era del tutto inconsapevole. Le parole e i dati statistici gli venivano in mente con facilità, e sembrava prendere forza a mano a mano che continuava. Se si ascoltava senza interrompere il suo flusso di spiegazioni e valutazioni, a un tratto si rendeva conto di dov'era e si interrompeva imbarazzato. «Mi infervoro sempre quando parlo di politica e di riforme sociali; non riesco a farne a meno. Ce l'ho nel sangue. A quanto pare è così per tutti noi, almeno in questa generazione; abbiamo la politica nel sangue. Una volta lasciato il college, la nostra educazione continua soprattutto attraverso i giornali, che per la maggior parte sono dedicati alla politica. Io sento che un'enorme quantità di bene può essere fatto attraverso la politica, ed è per questo che vi dedico una gran parte del mio tempo. Inoltre mi piace, è eccitante.» Come il bere, il sesso, il cibo, la brutalità, e così via. L'eccitazione, in qualunque forma, ci fa sentire vivi, e la pretendiamo anche dalla religione. «Tu credi che sia sbagliato?» Secondo te? Anche l'odio e la guerra offrono una grande eccitazione, non è vero? «Personalmente, io non prendo la politica alla leggera» continuò lui, ignorando la domanda. «Per me è una faccenda molto seria, perché credo sia uno strumento meraviglioso per produrre riforme essenziali, L'azione politica produce risultati, e non in un futuro troppo distante, perciò in essa c'è una fondata speranza per l'uomo medio. La maggior parte degli uomini religiosi non sembrano rendersi conto dell'importanza della politica, e questo mi sembra un vero peccato; perché, come ha detto uno dei nostri leader, la politica deve essere spiritualizzata. Tu con questo sei d'accordo, non è vero?» Un uomo davvero religioso non si occupa di politica; per lui esiste un'unica azione, un'azione religiosa complessiva, e non le attività frammentarie che si chiamano politiche e sociali. «Sei contrario a portare la religione nella politica?» L'opposizione genera solo antagonismo, non è vero? Soffermiamoci su quel che intendiamo per religione. Ma prima di tutto, cosa intendi tu per politica? «L'intera procedura legislativa: la giustizia, la pianificazione per il bene dello Stato, la garanzia di eguali opportunità per tutti i cittadini, e così via. La funzione del governo è amministrare con saggezza e prevenire il caos.» Sicuramente una funzione del governo è anche quella di applicare ogni genere di riforme; non dovrebbe essere lasciato ai capricci e alle fantasie, chiamate ideali, di individui forti e dei loro gruppi, perché questo porta alla frammentazione dello Stato. In un sistema bipartitico o multipartitico, i riformatori dovrebbero lavorare o attraverso il governo oppure come parte dell'opposizione. Che bisogno abbiamo di riformisti sociali? «Senza di loro, non si sarebbe mai arrivati a molte riforme già attuate. I riformisti sono necessari perché pungolano il governo. Hanno una visione più ampia di quella del politico medio e col loro esempio costringono il governo a intraprendere le riforme necessarie o a modificare la sua politica. Il digiuno è uno dei mezzi adoperati dai santi riformatori per costringere il governo a seguire le loro raccomandazioni.» Si tratta di una sorta di ricatto, non è vero? «Forse; ma funziona, perché costringe il governo a prendere in considerazione o anche ad applicare le riforme necessarie.» Il santo riformatore potrebbe sbagliarsi, come spesso accade quando ci si lascia coinvolgere dalla politica. Dato che ha una certa influenza sulla pubblica opinione, il governo può trovarsi a dover cedere alle sue richieste – a volte con risultati disastrosi, come si è visto di recente. Dal momento che un qualunque tipo di riforma, attraverso le varie forme di legislazione, è essenzialmente frutto di un governo umano, intelligente, perché questi santi dalla mentalità politica non si uniscono al governo, o creano un altro partito politico? Forse vogliono giocare alla politica, ma senza sporcarsi le mani? «Credo che vogliano spiritualizzare la politica.» La politica può essere spiritualizzata? La politica si occupa della società, che è sempre in conflitto con se stessa, in continuo deterioramento. L'interrelazione degli essere umani costituisce la società, e di fatto questa relazione si basa sull'ambizione, sulla frustrazione, sull'invidia. La società non conosce compassione. La compassione è l'atto di un individuo totale, integrato. Ora, ognuno di questi riformatori politico-religiosi asserisce che la propria è l'unica via per la salvezza, non è vero? «Per lo più, ma alcuni non sono così determinati.» Non potrebbero trovarsi tutti in grande errore, schiavi dei propri condizionamenti e dei forti pregiudizi dettati dalla tradizione? Non c'è una tendenza in ogni santo leader politico, col suo gruppo di seguaci, a produrre un'ulteriore frammentazione e disintegrazione dello Stato? «Ma non è un rischio che dobbiamo correre? L'unità può essere assicurata dalla sola legislazione?» Naturalmente no. Può esserci un'apparenza di unità, l'adesione esteriore a un modello generale, sociale o politico, ma l'unità dell'uomo non può mai essere ottenuta attraverso la legislazione, per quanto illuminata. Dove c'è amicizia, compassione, l'organizzazione della giustizia non è necessaria; e non necessariamente l'organizzazione della giustizia produce compassione. Al contrario, può bandirla. Ma questa è un'altra faccenda. Come stavo dicendo, perché questi santi politici non si uniscono al governo, o fondano un partito che porti avanti la loro politica? Che bisogno c'è di questi riformisti, al di fuori dell'arena politica? «Hanno più potere fuori dal parlamento di quanto ne avrebbero dentro; agiscono come sferze morali nei confronti del governo. Entro certi limiti dividono il popolo, questo è vero, ma è un male necessario da cui può derivare un bene.» Il problema è più profondo, non è vero? Ovviamente le riforme politiche, economiche e sociali sono necessarie; ma se non cominciamo a comprendere la questione più importante, che è la totalità dell'uomo e la sua azione totale, tali riforme non fanno che produrre nuovi guai, creando la necessità di ulteriori riforme, in una catena senza fine di cui l'uomo si ritrova prigioniero. Ora, non ci sono delle spinte più profonde che conducono questi "santi" leader politici ad agire così come fanno? La leadership implica potere, il potere di influenzare, di guidare, di dominare, e in modo più o meno esplicito questi leader cercano il potere. Il potere in qualunque forma è male, e porterà inevitabilmente al disastro. La maggior parte delle persone vogliono essere guidate, vogliono sentirsi dire quel che devono fare, e nella propria confusione producono leader altrettanto confusi di loro. «Ma perché dici che i nostri leader cercano il potere?» mi domandò con un certo scetticismo. «Sono uomini altamente rispettabili, di buone intenzioni e buona condotta.» I rispettabili sono convenzionali; seguono le tradizioni, più o meno anguste, riconosciute o meno. Il rispettabile ha sempre l'autorità del libro, del passato. Possono anche non cercare consapevolmente il potere, ma il potere viene a loro dalla loro posizione, dalle loro attività, e così via; e da questo potere sono guidati. L'umiltà è lungi da loro. Sono leader, hanno seguaci. Colui che segue un altro, sia egli il più grande dei santi o il primo Maestro venuto, è essenzialmente irreligioso. «Capisco cosa intendi, signore; ma perché queste persone cercano il potere?» domandò lui, in tono più schietto. Perché tu cerchi il potere? Avere potere su una persona, su migliaia di persone, dà un intenso piacere possessivo, non è vero? C'è la piacevole sensazione di sentirsi importanti, di essere in una posizione di autorità. «Sì, la conosco bene. Io provo questa piacevole sensazione di autorità quando vengo consultato su questioni legali o politiche.» Perché cerchiamo e poi tentiamo di mantenere questa eccitante sensazione di potere? «Ci viene tanto spontanea che forse ci è connaturata.» Una tale spiegazione sbarra la strada a ogni ulteriore approfondimento, non è vero? Se tu volessi scoprire la verità in merito a questa faccenda, non ti accontenteresti di una spiegazione, per quanto piacevole e gratificante. Perché vogliamo essere leader? Dobbiamo venire riconosciuti per sentirci importanti; se non veniamo riconosciuti tali, l'importanza non ha alcun senso. Il riconoscimento è parte integrante del processo della leadership. Non è solo il leader ad acquisire importanza, ma anche il seguace. Asserendo di appartenere al tal movimento, guidato dal tal leader, il seguace diventa qualcuno. Non ti sembra che questo sia vero? «Temo di sì.» E quel che vale per il seguace, vale anche per il leader. Sentendoci insufficienti in noi stessi, vuoti, cerchiamo di riempire questo vuoto con la sensazione del possesso, del potere, della posizione, o con la conoscenza, con ideologie gratificanti, e così via; affolliamo il vuoto con le cose della mente. Questo processo di riempimento, di fuga, di divenire, che sia o meno conscio, è la rete del sé; è l'ego, l'"io", l'entità che si è identificata con l'ideologia, con la riforma, con un certo modello di azione. In questo processo di divenire, che è di autoappagamento, c'è sempre l'ombra della frustrazione. Se questo fatto non viene profondamente compreso, in modo che la mente si liberi dall'atto dell'autoappagamento, ci sarà sempre questo male del potere, con appiccicate varie etichette di rispettabilità. «Se posso domandarlo, quando tu hai rifiutato, molti anni fa, di continuare a essere il capo di un'organizzazione religiosa, avevi già pensato tutto questo? Allora eri piuttosto giovane, come hai potuto farlo?» Si ha un'intuizione, una vaga sensazione, di ciò che è giusto, e lo si fa senza pensare alle conseguenze. In seguito viene la spiegazione ragionata; e poiché l'atto è vero, le ragioni saranno adeguate e vere. Ma questa è di nuovo un'altra faccenda. Stavamo parlando del lavorio interno ai leader e ai seguaci. L'uomo che cerca il potere, o che accetta il potere in una qualunque forma, è fondamentalmente irreligioso. Può cercare il potere attraverso l'austerità, attraverso la disciplina e l'abnegazione, che viene definita virtù, o attraverso l'interpretazione dei libri sacri; ma un tale uomo non conosce l'immenso significato di ciò che può venir chiamato religione. «Allora cos'è la religione? Adesso vedo con chiarezza che la politica non può essere spiritualizzata, ma che ha un significato definito nel suo proprio ambito, che include il mondo della riforma; e di quel mondo sono ancora entusiasta. Ma io sono religioso di natura, e voglio sapere da te cosa significa religione.» Non puoi saperlo da un altro. Per te cosa significa? «Io sono cresciuto nell'induismo, e quel che esso insegna lo accetto come religione.» È quello che fanno anche i cristiani, i buddhisti, i musulmani; ognuno accetta come religione il particolare modello di credenze, dogmi e rituali in cui gli è capitato di crescere. L'accettazione implica una scelta, non è vero? E c'è una scelta in materia di religione? «Quando dico che accetto quel che insegna la religione in cui sono cresciuto, intendo che attrae la mia ragione. C'è qualcosa di sbagliato in questo?» Non è questione di giusto o sbagliato, ma cerchiamo di comprendere ciò di cui stiamo parlando. Fin dall'infanzia sei stato influenzato dai tuoi genitori, e dalla società, a pensare nei termini di un determinato modello di credenze e dogmi. Magari in seguito ti sei rivoltato contro tutto ciò, e hai assunto un altro modello di ciò che viene chiamato religione; ma che tu ti sia o meno rivoltato, la tua ragione si basa sul tuo desiderio di essere sicuro, di essere "spiritualmente" saldo, e da questa pulsione dipende la tua scelta. Dopotutto anche la ragione o il pensiero sono il prodotto del condizionamento, della tradizione, del pregiudizio, della paura conscia o inconscia, e così via. Per quanto logico ed efficiente possa essere il modo di ragionare di qualcuno, esso non porta a ciò che è al di là della mente. Perché ciò che è al di là della mente possa entrare in gioco, la mente deve essere del tutto immobile. «Ma tu sei contro la ragione?» domandò lui. Di nuovo, si tratta di comprendere, non di essere pro o contro qualcosa. Anche se uno ha la capacità di pensare in modo efficace fino in fondo un problema, il pensiero è sempre limitato; la ragione è incapace di andare oltre un certo punto. Il pensiero non può mai essere libero, perché ogni atto di pensiero è la reazione della memoria; senza memoria, non c'è pensiero. La memoria, o conoscenza, è meccanica; essendo radicata nello ieri, è sempre nel passato. Ogni indagine, ragionante o meno, parte dalla conoscenza, da ciò che è stato. Dato che il pensiero non è libero, non può andare lontano; si muove entro i limiti del proprio condizionamento, entro i confini della propria conoscenza ed esperienza. Ogni nuova esperienza è interpretata secondo il passato, e di conseguenza rafforza il passato, che è la tradizione, lo stato condizionato. Perciò il pensiero non ha modo di conoscere la realtà. «Se non si deve utilizzare la propria mente, come si può scoprire cos'è la religione?» Nel processo stesso dell'utilizzare la mente, del pensare lucidamente, del ragionare in modo critico e sano, uno scopre da sé i limiti del pensiero. Il pensiero, la reazione della mente nelle relazioni umane, è impastoiato dal proprio interesse, positivo o negativo; è legato all'ambizione, all'invidia, alla possessività, alla paura, e così via. Solo quando la mente si è sgravata da questa schiavitù che è il sé, la mente è libera. Il comprendere questa schiavitù è la conoscenza del sé. «Non hai ancora detto che cos'è la religione. Per me la religione è sempre stata la fede in Dio, con tutto il complesso di dogmi, rituali, tradizioni e ideali che questo comporta.» La fede non è la via per la realtà. La fede e l'incredulità sono una questione di influenze, pressioni, e una mente che si trova sotto una pressione, esplicita o nascosta, non può mai volare diritta. La mente deve essere libera dalle influenze, dalle spinte e dalle costrizioni interiori, in modo da essere sola, non intralciata dal passato; solo allora ciò che è senza tempo può entrare in gioco. Non c'è un sentiero che porti a questo. La religione non è una questione di dogma, ortodossia e rituale; non è la fede organizzata. La fede organizzata uccide l'amore e l'amicizia. La religione è la percezione della sacralità, della compassione, dell'amore. «Bisogna abbandonare le credenze, gli ideali, il tempio – tutto ciò con cui si è cresciuti? Fare questo sarebbe molto difficile; si ha paura di restare soli. Una tal cosa è davvero possibile?» È possibile nel momento in cui se ne sente l'urgente necessità. Ma tu non puoi esservi costretto; devi rendertene conto da te. Le credenze e i dogmi hanno ben poco valore – sono anzi dannosi, poiché separano l'uomo dall'uomo e alimentano l'animosità. Ciò che conta è che la mente si liberi dall'invidia, dall'ambizione, dal desiderio di potere, perché queste cose distruggono la compassione. Amare, essere compassionevoli, appartiene al reale. «Nel profondo, ciò che dici suona come la verità. Per lo più noi viviamo in modo così superficiale, siamo così immaturi e soggetti alle influenze, che la cosa reale ci sfugge. E uno vuole riformare il mondo! Io devo cominciare da me stesso; devo ripulire il mio cuore e non essere distratto dal pensiero di riformare un altro. Signore, spero di poter tornare.»

43 – La consapevolezza e la cessazione dei sogni

Il cielo a Oriente era più luminoso di dove era tramontato il sole; c'erano nuvole possenti, dalle forme fantastiche e come rischiarate dall'interno da un fuoco dorato. Un'altra massa di nuvole era di un azzurro intenso, purpureo; minacciosa e scura, era solcata dai lampi dei fulmini, ritorti, affilati e scintillanti. Al di sopra e al di là di essa c'erano altre forme bizzarre, incredibilmente belle e risplendenti di ogni colore immaginabile. Ma il sole era tramontato in un cielo limpido, e verso Occidente c'era una cristallina luce arancione. Contro quel cielo, oltre la cima degli alti alberi, si stagliava una palma isolata, netta, immobile, scura e sottile. Alcuni bambini stavano giocando, con eccitazione e piacere, in un campo verde. Presto se ne sarebbero andati, perché stava facendo buio; già da una delle case sparse qualcuno stava chiamando, e un bambino rispose con una voce stridula. Alle finestre cominciavano ad apparire le luci, e una strana immobilità scendeva sulla terra. La si sentiva avvicinarsi da lontano, passarti sopra e spingersi oltre fino ai confini della terra. Sedevi lì completamente immoto, e la mente si abbandonava a quell'immobilità, espandendosi incommensurabilmente senza un centro, senza un punto di riferimento a cui aggrapparsi. Seduto ai bordi di quel prato, il tuo corpo non si muoveva, ma era estremamente vivo. La mente lo era ancora di più; in uno stato di completo silenzio, era nondimeno consapevole dei fulmini e dei bambini urlanti, dei piccoli rumori in mezzo all'erba e del suono di un clacson lontano. C'era silenzio nelle profondità dove il pensiero non poteva giungere, e quel silenzio era una penetrante benedizione – una parola dallo scarso significato se non ai fini della comunicazione – che continuava senza sosta; non era un movimento in termini di tempo e distanza, ma era senza fine. Era stranamente possente, tuttavia sarebbe bastato un soffio a spazzarlo via. Il sentiero passava accanto a un grande cimitero, pieno di spoglie lapidi bianche, eredità della guerra. Era un giardino verde, ben tenuto, chiuso da una siepe e da una recinzione di filo spinato con un cancello. Giardini come quello esistono in tutta la terra per coloro che sono stati amati, educati, uccisi e sepolti. Il sentiero continuava giù da un pendio, dove c'erano alcuni vecchi alberi alti, con un ruscello che ci scorreva in mezzo. Dopo aver attraversato un traballante ponte di legno, si risaliva un altro pendio e si seguiva il sentiero verso l'aperta campagna. Ormai era quasi buio, ma conoscevi la strada, perché quel sentiero l'avevi già percorso. Le stelle brillavano, ma le nuvole cariche di fulmini si stavano avvicinando. Ci sarebbe voluto ancora un pò di tempo prima che scoppiasse il temporale, e per allora tu saresti stato al riparo.

«Mi chiedo perché sogno così tanto. Faccio qualche sogno quasi ogni notte. A volte i miei sogni sono piacevoli, ma più spesso sono sgradevoli, se non spaventosi, e quando la mattina mi sveglio mi sento esausto.» Era un uomo giovanile, visibilmente turbato e in ansia. Aveva un lavoro per il governo alquanto soddisfacente, spiegò, con buone prospettive per il futuro, e guadagnarsi da vivere non era per lui una preoccupazione. Era un uomo capace, e sarebbe sempre stato in grado di trovare lavoro. Sua moglie era morta, e aveva un figlio piccolo che aveva lasciato presso una sorella, perché il bambino era troppo capriccioso, disse, per poterlo crescere da solo. Era di corporatura pesante e parlava lentamente, in tono prosaico. «Non sono un gran lettore,» continuò «anche se al college andavo bene, e mi sono laureato con lode. Ma tutto questo non significa niente, se non che mi è servito per ottenere un buon lavoro, che per la verità non mi interessa un granché. Mi basta qualche ora di duro lavoro al giorno per tirare avanti, e mi rimane un pò di tempo libero. Credo di essere normale, e potrei risposarmi, ma non sono molto attratto dall'altro sesso. Mi piace lo sport, e conduco una vita sana, vigorosa. Il mio lavoro mi porta in contatto con alcuni politici importanti, ma la politica non mi interessa, con tutti i suoi bestiali intrighi, e me ne tengo deliberatamente fuori. Si potrebbe salire in alto attraverso il favoritismo e la corruzione, ma io conservo il mio lavoro perché lo faccio bene, e questo mi basta. Ti racconto tutto questo non per spettegolare, ma per darti l'idea dell'ambiente in cui vivo. Ho una normale ambizione, ma non divento matto per essa. Avrò successo se non mi ammalo e se non ci saranno troppi intrallazzi. A parte il lavoro, ho qualche buon amico, e spesso discutiamo di cose serie. Ecco, adesso hai più o meno il quadro completo.» Se posso chiederlo, di che cosa vuoi che parliamo? «Un amico mi ha portato a una delle tue conversazioni serali, e con lui ho anche partecipato a una discussione mattutina. Sono stato molto colpito da ciò che ho sentito, e vorrei approfondire. Ma quel che adesso mi preoccupa sono questi sogni notturni. I miei sogni mi turbano molto, anche quelli piacevoli, e vorrei sbarazzarmene; vorrei avere delle notti tranquille. Che cosa devo fare? O è una domanda stupida?» Che cosa intendi con sogni? «Quando dormo, ho visioni di vario tipo; una serie di immagini o apparizioni mi salgono alla mente. Magari una notte sono sul punto di cadere da un precipizio, e mi sveglio di soprassalto; un'altra notte mi trovo in una bella vallata, circondata da alte montagne e con un ruscello che ci scorre in mezzo; un'altra notte ho un terribile litigio con i miei amici; oppure perdo un treno, o gioco da campione una partita di tennis; o vedo all'improvviso il corpo morto di mia moglie, e così via. I miei sogni sono di rado erotici, spesso sono incubi spaventosi, e a volte sono di un'incredibile complessità.» Quando sogni, accade talvolta che quasi nello stesso momento ti venga in mente un'interpretazione di ciò che sogni? «No, non mi è mai accaduto; sogno e basta, e dopo me ne lagno. Non ho mai letto libri di psicologia o di interpretazione dei sogni. Ho parlato del problema con alcuni miei amici, ma non mi sono stati di grande aiuto e provo una certa diffidenza verso gli psicoanalisti. Mi puoi dire perché sogno, e cosa significano i miei sogni?» Vuoi un'interpretazione dei tuoi sogni? O vuoi comprendere il complesso problema del sognare? «Non è necessario interpretare i propri sogni?» Può non esserci alcun bisogno di sognare. Di certo devi essere tu a scoprire la verità o la falsità dell'intero processo che chiamiamo "sognare". Questa scoperta è di gran lunga più importante del sentirti interpretare i tuoi sogni, non è vero? «Certo. Se riuscissi a cogliere il pieno significato del sognare, ciò dovrebbe sollevarmi da quest'ansietà e inquietudine notturna. Ma non ho mai davvero riflettuto su queste faccende, e dovrai avere pazienza con me.» Stiamo cercando di comprendere il problema insieme, perciò non c'è impazienza da alcuna delle due parti. Stiamo intraprendendo insieme il viaggio di esplorazione, il che significa che dobbiamo stare entrambi all'erta, e non dobbiamo lasciarci trattenere da alcun pregiudizio o paura che potremmo scoprire lungo il percorso. La tua coscienza è la totalità di ciò che pensi e senti, e molto di più: i tuoi moventi e propositi, siano essi espliciti o nascosti; i tuoi desideri segreti; la sottigliezza e la scaltrezza del tuo pensiero; le costrizioni e le spinte oscure nella profondità del tuo cuore – tutto questo è la tua coscienza. È il tuo carattere, le tue tendenze, il tuo temperamento, i tuoi appagamenti e frustrazioni, le tue speranze e paure. Indipendentemente dal fatto che tu creda o meno in Dio, o nell'anima, nell'Atman, in qualche entità sovraspirituale, l'intero processo del tuo pensiero è coscienza, non è vero? «Non ci ho mai pensato prima, signore, ma vedo che la mia coscienza è fatta di tutti questi elementi.» È anche tradizione, conoscenza ed esperienza; è il passato in relazione al presente, che costituisce il carattere; è il collettivo, il razziale, la totalità dell'uomo. La coscienza è l'intero campo del pensiero, del desiderio, dell'affetto, delle virtù, che se coltivate non sono affatto virtù; è l'invidia, la bramosia, e così via. Non è tutto questo ciò che chiamiamo coscienza? «Non riesco a seguirti in ogni dettaglio, ma ho il sentimento di questa totalità» replicò lui esitante. La coscienza è ancora qualcosa di più: è il campo di battaglia di desideri contraddittori, il campo della fatica, della lotta, del dolore, della sofferenza. È anche la rivolta contro questo campo, che è la ricerca di pace, di bene, di affetto durevole. L'autocoscienza emerge quando c'è consapevolezza del conflitto e della sofferenza, e desiderio di sbarazzarsene; anche quando c'è consapevolezza della gioia, e desiderio di averne di più. Tutto questo è la totalità della coscienza; è un vasto processo della memoria, del passato, che utilizza il presente come passaggio verso il futuro. La coscienza è il tempo – il tempo sia di veglia che di sonno, il giorno e la notte. «Ma si può essere consapevoli di questa totalità della coscienza?» Perlopiù siamo consapevoli solo di un angolino di essa, e le nostre vite trascorrono in quell'angolino, smaniando per sopraffarci e distruggerci l'un l'altro, con qualche pizzico di amicizia e affetto di tanto in tanto. Della parte maggiore non siamo consapevoli, e perciò esiste il conscio e l'inconscio. Di fatto, naturalmente, non c'è alcuna divisione tra i due; è solo che noi prestiamo più attenzione all'uno che all'altro. «Questo è piuttosto chiaro – anzi, troppo chiaro. La mente conscia è occupata da mille e una cosa, quasi tutte radicate nel proprio interesse.» Ma c'è il resto, nascosto, attivo, aggressivo e molto più dinamico del conscio, della mente diurna. Questa parte nascosta della mente è sempre lì a spingere, a influenzare, a controllare, ma spesso durante le ore di veglia non riesce a comunicare i propri propositi, perché lo strato superiore della mente è occupato; perciò trasmette i suoi suggerimenti e le sue intimazioni durante il cosiddetto sonno. La mente superficiale può rivoltarsi contro questa influenza invisibile, ma lei riprende silenziosamente la sua posizione, perché la totalità della coscienza si preoccupa di mantenersi salda, permanente; e ogni cambiamento va sempre nella direzione del cercare ulteriore sicurezza, una maggiore permanenza di sé. «Temo di non comprendere del tutto.» In fondo la mente vuole essere certa in tutte le proprie relazioni, non è vero? Vuole essere salda nella relazione con le idee e le credenze, così come nella relazione con le persone e con le proprietà. Non l'hai notato? «Ma non è naturale?» Siamo stati educati a pensare che sia naturale; ma lo è? Di certo solo la mente che non si aggrappa alle sicurezze è libera di scoprire ciò che è del tutto intatto dal passato. Ma la mente conscia si fonda su questa pulsione a essere salda, sicura, a rendersi permanente; e la parte nascosta o negletta della mente, l'inconscio, bada anch'essa ai propri interessi. La mente conscia può essere forzata dalle circostanze a riformarsi, a modificarsi, almeno esteriormente. Ma l'inconscio, essendo profondamente trincerato nel passato, è conservatore, cauto, consapevole delle questioni più profonde e del loro più celato esito; perciò c'è un conflitto tra le due parti della mente. Questo conflitto produce una qualche sorta di mutamento, una continuità modificata, di cui la maggior parte di noi si accontenta; ma la vera rivoluzione è al di fuori di questo campo dualistico della coscienza. «Che cosa c'entrano i sogni con tutto questo?» Dobbiamo comprendere la totalità della coscienza prima di arrivare a una particolare parte di essa. La mente conscia, essendo occupata durante le ore di veglia dagli eventi e dalle pressioni quotidiane, non ha il tempo o l'opportunità di ascoltare la parte più profonda di sé; di conseguenza, quando la mente conscia «va a dormire», cioè quando è abbastanza quieta, non troppo preoccupata, allora l'inconscio può comunicare, e questa comunicazione prende la forma di simboli, visioni, scene. Al risveglio tu dici «Ho fatto un sogno» e cerchi di scoprirne il significato; ma ogni interpretazione sarà pregiudiziale, condizionata. «Non ci sono persone addestrate a interpretare i sogni?» Possono esserci; ma se ti rivolgi a un altro per l'interpretazione dei tuoi sogni, hai il problema ulteriore della dipendenza da un'autorità, il che genera molti conflitti e sofferenze. «In questo caso, come faccio a interpretarli da me?» È questa la giusta domanda? Le domande irrilevanti non possono che produrre risposte superflue. La questione non è come interpretare i sogni, ma se i sogni sono necessari. «Allora come faccio a far smettere questi miei sogni?» insistette lui. I sogni sono uno strumento attraverso cui una parte della mente comunica con l'altra, non è vero? «Sì, sembra piuttosto ovvio, adesso che ho compreso un pò meglio la natura della coscienza.» Questa comunicazione non potrebbe avvenire sempre, anche durante il periodo di veglia? Non è possibile essere consapevole delle tue reazioni anche quando sali sull'autobus, quando sei con la tua famiglia, quando stai parlando col tuo capo in ufficio, o col tuo servo a casa? Basta essere consapevoli di tutto questo – essere consapevoli degli alberi e degli uccelli, delle nuvole e dei bambini, delle proprie abitudini, reazioni e tradizioni – per osservarlo senza giudicare o fare paragoni; e se riuscirai ad avere questa consapevolezza, a guardare, ad ascoltare di continuo, scoprirai che non sogni più. Allora tutta la tua mente è in intensa attività; tutto ha un senso, un significato. Per una tale mente, i sogni non sono necessari. Allora scoprirai che nel sonno non c'è solo un completo riposo e rinnovamento, ma anche uno stato che la mente non può toccare. Non è qualcosa da ricordare e su cui tornare; è del tutto inconcepibile, un totale rinnovamento che non può essere formulato. «Potrò riuscire ad avere una tale consapevolezza durante l'intera giornata?» domandò lui schiettamente. «Ma devo farlo, e lo farò, perché onestamente adesso ne vedo la necessità, signore, ho imparato molto, e spero di poter tornare.»

44 – Che cosa significa essere seri?

Seduto sul carro trainato dai buoi, con un lungo bastone sottile in mano, c'era un vecchio così magro che gli si vedevano le ossa attraverso la pelle. Aveva un viso gentile, pieno di rughe, e la sua pelle era molto scura, bruciata dai molti soli. Il carro era carico di legna da ardere, e lui stava percuotendo i buoi; si sentivano i colpi del bastone sul loro dorso. Venivano in città dalla campagna, ed era stata una lunga giornata. Il conducente e le bestie erano esausti, e avevano ancora una certa distanza da percorrere. C'era bava intorno alla bocca dei buoi, e il vecchio sembrava sul punto di cadere addormentato; ma c'era del vigore in quel vecchio corpo asciutto, e i buoi sarebbero andati avanti. Quando ti trovasti a camminare a fianco del carro, il vecchio incrociò il tuo sguardo, sorrise, e smise di battere i buoi. Erano i suoi buoi, e lui li guidava da anni; loro sapevano che gli voleva bene, e che le percosse erano solo una cosa passeggera. Adesso li stava accarezzando, e loro continuavano a muoversi a proprio agio. Gli occhi del vecchio rivelavano una pazienza infinita, e la sua bocca esprimeva la stanchezza e l'incessante fatica del lavoro. Non avrebbe ricevuto molto denaro per la sua legna da ardere, ma era abbastanza per tirare avanti. Si sarebbero riposati lungo la strada per la notte, e sarebbero partiti la mattina presto per tornare a casa. Il carro allora sarebbe stato vuoto, e il viaggio di ritorno sarebbe stato più facile. Continuammo la strada insieme e ai buoi non sembrava dar fastidio venir toccati dall'estraneo che camminava loro accanto. Cominciava a far buio, e a un certo punto il conducente si fermò, accese una lampada, la appese sotto il carro e riprese a dirigersi verso i rumori della città. La mattina dopo, il sole sorse dietro spesse nuvole scure. Pioveva molto di frequente su quella grande isola, e la terra era ricca di vegetazione. C'erano ovunque alberi immensi, e giardini ben tenuti pieni di fiori. La gente era ben nutrita, e il bestiame pasciuto e dagli occhi dolci. Su un albero c'erano decine di orioli, con ali nere e corpi gialli; erano uccelli sorprendentemente grandi, ma il loro richiamo era tenue. Saltellavano di ramo in ramo, come lampi di luce dorata, e il loro colore sembrava ancora più vivido in quella giornata nuvolosa. Una gazza stava chiamando nella sua tonalità profonda, e i corvi facevano i loro soliti versi rauchi. Era relativamente fresco, ed era piacevole camminare. Il tempio era pieno di gente inginocchiata in preghiera, e la zona circostante era sgombra. Al di là del tempio c'era un circolo sportivo, dove stavano giocando a tennis. C'erano bambini dappertutto, e tra loro camminavano i preti con le loro teste rasate e l'immancabile ventaglio. Le strade erano addobbate, perché il giorno seguente ci sarebbe stata una processione religiosa, quando la luna sarebbe stata piena. Al di sopra delle palme si poteva vedere una grande striscia di cielo azzurro, che le nuvole si stavano affrettando a riempire. In mezzo alla gente, lungo le strade chiassose, e nei giardini dei benestanti, c'era grande bellezza; era lì in permanenza, ma pochi si prendevano la briga di notarla.

I due, un uomo e una donna, erano arrivati da lontano per partecipare alle conversazioni. Potevano essere marito e moglie, fratello e sorella, o solo amici. Erano allegri e amichevoli, e i loro occhi rivelavano l'antica cultura che avevano alle spalle. Dalla voce gradevole e con una timidezza dettata dal rispetto, sembravano sorprendentemente di buone letture, e lui conosceva il sanscrito. Aveva anche viaggiato un pò, e sapeva come andava il mondo. «Abbiamo entrambi vissuto molte cose» cominciò lui. «Abbiamo seguito alcuni leader politici, siamo stati compagni di strada dei comunisti e conosciamo di prima mano la loro terribile brutalità, abbiamo ronzato intorno ai maestri spirituali, e praticato alcune forme di meditazione. Ci consideriamo persone serie, ma forse ci inganniamo. Tutte queste cose le abbiamo fatte con intenzioni serie, ma nessuna di esse è risultata avere grande profondità, anche se sul momento pensavamo sempre il contrario. Siamo entrambi attivi di natura, non siamo dei sognatori, ma adesso siamo arrivati al punto in cui non vogliamo più "andare da qualche parte" o partecipare a pratiche e attività organizzate che hanno ben poco significato. Avendo trovato in queste attività non molto più che belle parole e autoinganno, adesso vogliamo comprendere ciò che tu stai insegnando. Mio padre aveva una certa familiarità col tuo approccio alla vita, e me ne parlava spesso, ma non mi sono mai deciso a investigare la questione in prima persona, forse perché mi era stato "detto" – il che è forse la reazione normale quando uno è giovane. Poi è capitato che l'anno scorso un nostro amico ha seguito le tue conversazioni, e quando ci ha riferito qualcosa di quel che aveva sentito, abbiamo deciso di venire. Io non so da che parte cominciare, forse tu ci puoi aiutare.» Anche se la sua compagna non aveva detto una parola, i suoi occhi e il suo atteggiamento indicavano che stava dedicando tutta la sua attenzione a ciò che veniva detto. Dal momento che hai detto che voi due siete entrambi seri, cominciamo da qui. Mi chiedo che cosa intendiamo quando parliamo dell'essere seri. La maggior parte delle persone sono serie in una cosa o nell'altra. Il politico nelle sue trame, nei suoi tentativi di ottenere il potere; lo scolaro nel suo desiderio di passare un esame; l'uomo che cerca di fare soldi; il professionista, e l'uomo che si è consacrato a una qualche ideologia, o è preso nella rete di una fede – ognuno di essi a modo suo è serio. Il nevrotico è serio, e anche il sannyasi. Allora cosa significa essere seri? Vi prego, non pensate che io stia cavillando. Se riusciamo a comprendere questa cosa, possiamo imparare molto riguardo a noi stessi; e dopotutto, è questo il giusto inizio. «Io sono seria,» disse la sua compagna «nel voler far chiarezza nella mia confusione, ed è per questo che ho vagato in cerca dell'aiuto di coloro che dicono di potermi guidare verso la chiarificazione. Ho cercato di dimenticare me stessa nelle buone opere, nel portare un pò di felicità agli altri, e in questo sforzo sono stata seria. Sono anche seria nel mio desiderio di trovare Dio.» La maggior parte delle persone sono serie riguardo a qualcosa. In modo negativo o positivo, questa serietà ha sempre un oggetto, religioso o meno, e la loro serietà dipende dalla speranza di ottenere questo oggetto. Se per qualunque ragione la loro speranza di ottenere l'oggetto della propria gratificazione sparisce, sono ancora serie? Uno è serio nell'ottenere, nel guadagnare, nel riuscire, nel divenire; è il fine che rende seri, la cosa che uno spera di avere o di evitare. Perciò è il fine che conta, e non il comprendere cosa significa essere seri. Non ci preoccupiamo dell'amore, ma di ciò che l'amore farà. Il fare, il risultato, la riuscita, è l'unica cosa che conta, e non l'amore in sé, che ha un suo proprio agire. «Non comprendo come possa esserci serietà se non si è seri riguardo a qualcosa» replicò lui. «Penso di cogliere ciò che intendi» disse la sua compagna. «Io voglio trovare Dio, ed è importante per me trovarlo, altrimenti la vita non ha senso; è solo un caos forsennato, pieno di tormento. Io posso comprendere la vita solo attraverso Dio, che è il fine e il principio di tutte le cose; Lui solo può guidarmi in questo mare di contraddizioni, ed è per questo che sono seria riguardo al trovarlo. Ma tu stai domandando, questa è davvero serietà?» Sì. La comprensione della vita, con tutte le sue contraddizioni, è una cosa, e la ricerca di Dio è un'altra. Dicendo che Dio, il fine ultimo, darà senso alla vita, hai tirato in ballo – non è vero? – due stati opposti: vivere, e Dio. Tu stai lottando per trovare qualcosa al di là della vita. Sei seria nel perseguire uno scopo, un fine, che chiami Dio; e questa è serietà? Forse non esiste una cosa del genere, prima trovare Dio, e poi vivere; forse Dio deve essere trovato proprio nel comprendere questo complesso processo chiamato vita. Stiamo cercando di comprendere cosa intendiamo per serietà. Tu sei seria riguardo a una formulazione, una proiezione, una credenza, che non ha niente a che fare con la realtà. Tu sei seria riguardo alle cose della mente, e non riguardo alla mente in sé, che è l'autrice di quelle cose. Nel consacrare la tua serietà al raggiungimento di un particolare risultato, non stai perseguendo la tua propria gratificazione? Ed è in questo che tutti sono seri: nell'avere quel che vogliono. È questo quel che intendiamo con serietà? «Non avevo mai guardato la cosa da questo punto di vista» esclamò lei. «Evidentemente non sono affatto seria.» Non saltiamo alle conclusioni. Stiamo cercando di comprendere cosa significa essere seri. Possiamo cogliere come cercare l'appagamento in qualunque forma, sia essa nobile o stupida, non significa essere davvero seri. L'uomo che beve per sfuggire alla propria sofferenza, l'uomo che insegue il potere e l'uomo che cerca Dio sono tutti sulla stessa strada, anche se il significato sociale del loro interesse può differire. Queste persone sono serie? «Se non lo sono, temo che non lo sia nessuno di noi» replicò lui. «Ho sempre dato per scontato di essere stato serio nelle cose a cui mi sono applicato, ma adesso comincio a vedere che esiste un tipo di serietà del tutto diverso. Non credo di essere ancora in grado di spiegarlo a parole, ma comincio ad averne il sentimento. Per favore, continua.» «Mi sto un pò perdendo» intervenne la sua compagna. «Pensavo di comprendere, ma adesso mi sfugge.» Quando siamo seri, siamo seri riguardo a qualcosa; è così, non è vero? «Sì.» Ora, esiste una serietà che non sia rivolta verso un fine e non produca una resistenza? «Non ti seguo.» «La domanda in sé è abbastanza semplice» spiegò lui. «Nel momento in cui vogliamo qualcosa, cerchiamo di averlo, e in questo sforzo ci consideriamo seri. Ora, sta chiedendo lui, questa è davvero serietà? Oppure la serietà è uno stato della mente in cui non esistono fini da raggiungere e resistenze?» «Vediamo se ho capito» replicò lei. «Finché cerco di avere o di evitare qualcosa, sono concentrata su me stessa. Il perseguimento di un fine è di fatto egoismo; è una forma di indulgenza, patente o raffinata, e tu, signore, stai dicendo che l'indulgenza non è serietà. Sì, questo adesso mi è abbastanza chiaro. Ma allora cos'è la serietà?» Indaghiamolo e impariamolo insieme. Io non sto insegnando a voi. Ricevere un insegnamento, ed essere liberi di imparare, sono due cose del tutto diverse, non è vero? «Per favore, procedi lentamente. Io non sono molto intelligente, ma con la perseveranza ci arriverò. Sono anche un pò testarda – una discreta virtù, ma che può essere una scocciatura. Ti prego di essere paziente con me. In che senso ricevere un insegnamento è diverso da essere liberi di imparare?» Quando si riceve un insegnamento, c'è sempre un Maestro, il guru, che sa, e il discepolo che non sa; così si mantiene sempre una divisione tra i due. Questo è un approccio essenzialmente autoritario, gerarchico, in cui non esiste amore. Anche se il Maestro può parlare di amore, e il discepolo asserire la propria devozione, la loro relazione non è spirituale, è profondamente immorale, e porta a un alto grado di confusione e di sofferenza. Questo è chiaro, non è vero? «Spaventosamente chiaro» intervenne lui. «Tu hai abolito tutto d'un colpo l'intera struttura dell'autorità religiosa; ma vedo che hai ragione.» «Però si ha bisogno di una guida, e chi farà da guida?» domandò la sua compagna. C'è davvero bisogno di una guida quando stiamo costantemente imparando, non da qualcuno in particolare, ma da tutto ciò in cui ci imbattiamo? Di certo cerchiamo una guida solo quando vogliamo essere sicuri, saldi, comodi. Se siamo liberi di imparare, impareremo dalla foglia che cade, da ogni tipo di relazioni, dall'essere consapevoli delle attività della nostra mente; ci viene detto cosa pensare dai libri, dai nostri genitori, dalla società, e come un grammofono noi ripetiamo il disco. «E di solito il disco è molto graffiato,» aggiunse lui «a forza di suonarlo. Il nostro pensiero è interamente di seconda mano.» Ricevere un insegnamento rende ripetitivi, mediocri. La pulsione a essere guidati, con tutte le implicazioni di autorità, obbedienza, paura, mancanza d'amore, e così via, può condurre solo all'oscurità. Essere liberi di imparare è tutta un'altra faccenda. E non può esserci libertà di imparare quando c'è già una conclusione, una tesi; o quando il proprio approccio è basato sull'esperienza come conoscenza; o quando la mente è in balia della tradizione, impastoiata da una fede; o quando c'è il desiderio di essere saldi, di perseguire un particolare fine. «Ma è impossibile liberarsi di tutto questo!» sbottò lei. Non sai se è possibile o impossibile finché non ci provi. «Che piaccia o meno,» insistette lei «la nostra mente ha ricevuto degli insegnamenti; e se, come dici tu, una mente che ha ricevuto degli insegnamenti non può imparare, che cosa dobbiamo fare?» La mente può essere consapevole della propria schiavitù, e in questa consapevolezza si comincia a imparare. Ma prima di tutto, ci è chiaro che una mente in cieca balia di ciò che le è stato insegnato non è libera di imparare? «In altre parole, stai dicendo che finché mi limito a seguire la tradizione, non posso imparare niente di nuovo. Sì, questo è molto chiaro. Ma come posso essere libera dalla tradizione?» Non così in fretta, per favore. Il materiale che ingombra la mente ostacola la libertà di imparare. Per imparare, non deve esserci accumulazione di conoscenza né l'ammassarsi delle esperienze del passato. Cogliete anche voi la verità di questo? È un fatto per voi, o solo una cosa che ho detto io, con cui potete o meno essere d'accordo? «Mi sembra di cogliere che si tratta di un fatto» intervenne lui. «Naturalmente non intendi dire che dobbiamo gettare via tutta la conoscenza accumulata dalla scienza, questo sarebbe assurdo. Il punto è che, se vogliamo imparare, non possiamo dare niente per scontato.» Imparare è un movimento, ma non da un punto fisso a un altro, e questo movimento è impossibile se la mente è gravata dall'accumulazione del passato, dalle sue conclusioni, tradizioni, credenze. Questa accumulazione, anche se può essere chiamata l'Atman, l'anima, il sé superiore e così via, è l'"io", l'ego, il sé. Il sé e il suo mantenimento impediscono il movimento dell'imparare. «Comincio a comprendere cosa si intende per movimento dell'imparare» disse lei lentamente. «Finché sono chiusa all'interno del mio desiderio di sicurezza, di comodità, di pace, non può esserci movimento dell'imparare. Allora come faccio a liberarmi da questo desiderio?» Non è una domanda sbagliata? Non esiste alcun metodo attraverso il quale possiamo liberarci. La stessa urgenza e importanza dell'essere in grado di imparare libererà la mente dalle conclusioni, dal sé che è costituito dalle parole, dalla memoria. La pratica di un metodo, di un "come" e della sua disciplina, è un'altra forma di accumulazione; non libera la mente, non fa che mettere in moto un modello diverso. «Mi sembra di comprendere qualcosa,» disse lui «ma ci sono così tante implicazioni che mi chiedo se arriverò mai al fondo della cosa.» Non è così difficile. Basta comprendere due o tre fatti centrali e l'intero quadro diventa chiaro. Una mente che ha ricevuto un insegnamento, o che desidera essere guidata, non può imparare. Adesso questo lo vediamo in modo evidente, perciò torniamo alla questione della serietà da cui siamo partiti. Abbiamo visto che la mente non è seria se ha un qualche fine da raggiungere o evitare. Allora cos'è la serietà? Per scoprirlo, uno deve essere consapevole che la propria mente si volge verso l'esterno o verso l'interno allo scopo di appagarsi, di ottenere o divenire qualcosa. È questa consapevolezza che rende la mente libera di imparare cosa significa essere seri e di imparare che non c'è fine. Per una mente che sta imparando, i cieli sono aperti. «Ho imparato molto in questa breve conversazione,» disse la sua compagna «ma saprò imparare ancora senza il tuo aiuto?» Vedi come ti stai bloccando? Se posso dirlo, tu sei bramosa di avere di più, e questa brama sta intralciando il movimento dell'imparare. Se tu fossi stata consapevole del significato di ciò che sentivi e dicevi, questo avrebbe aperto la porta a quel movimento. Non esiste alcun imparare "di più", ma solo un continuare a imparare. I paragoni nascono soltanto quando c'è accumulazione. Morire a tutto ciò che hai imparato è imparare. Questo morire non è un atto definitivo; è morire di momento in momento. «Ho visto e compreso, e ne fiorirà del bene.»

45 – Esiste qualcosa di permanente?

La casa si trovava su una collina che si affacciava sulla strada principale, e oltre la strada c'era il mare grigio spento, che sembrava non aver mai vita. Non era come il mare nelle altre parti del mondo – blu, agitato, immenso – ma era sempre o marrone o grigio, e l'orizzonte sembrava così vicino. Si era contenti di trovarsi lì, perché di solito c'era una brezza fresca che soffiava da dove stava tramontando il sole. In alcune rare occasioni non c'era neanche un filo d'aria e allora faceva un caldo soffocante; dalla strada si alzava l'odore del catrame, insieme ai gas di scarico del traffico incessante. Dietro la casa c'era un piccolo giardino, con molti fiori, ed era una delizia per i passanti. Dagli alti cespugli cadevano sulla strada dei fiori gialli, e di tanto in tanto un pedone si fermava a raccogliere un fiore caduto. Passavano bambini con le loro tate, ma alla maggior parte di loro non era permesso raccogliere i fiori; la strada era sporca, e non bisogna toccare le cose sporche! Non lontano c'era un tempio accanto a un laghetto, e intorno al laghetto c'erano delle panchine. C'era sempre gente seduta su quelle panchine, e sui gradini di mattoni che scendevano verso l'acqua. Da uno spiazzo a fianco del laghetto quattro o cinque gradini portavano al tempio. Il tempio, i gradini e lo spiazzo erano tenuti molto puliti, e la gente si toglieva le calzature prima di entrare. Ogni fedele suonava la campanella che pendeva dal tetto, sistemava dei fiori vicino all'idolo, univa le mani in preghiera e se ne andava. C'era molto silenzio, e nonostante si vedesse un certo viavai di automobili, il rumore del traffico non arrivava fin lì. Ogni sera, dopo il tramonto del sole, un giovane veniva a sedersi accanto all'entrata del santuario. Appena lavato e con abiti puliti, sembrava una persona istruita, ed era probabilmente una qualche sorta di funzionario. Sedeva lì a gambe incrociate per un'ora o più, con la schiena dritta e gli occhi chiusi; nella mano destra, sotto un panno appena lavato che era ancora umido, teneva un rosario. Le sue mani coperte si spostavano da un grano all'altro mentre le sue labbra pronunciavano le parole di ogni preghiera. A parte questo, non muoveva un muscolo, e restava seduto lì, fuori dal mondo, finché era quasi buio. C'erano sempre due o tre ambulanti vicino all'entrata del tempio, che vendevano noccioline, fiori e cocco. Una sera vennero a sedersi lì tre giovani. Sembravano avere meno di vent'anni. A un tratto uno di loro si alzò e si mise a ballare, mentre un altro batteva il ritmo su una latta. Indossava solo una canottiera e un perizoma, e si stava esibendo. Danzava con un'agilità straordinaria, muovendo i fianchi e le braccia con grazia e disinvoltura. Doveva aver studiato non solo le danze indiane, ma anche i balli che si tenevano nel club alla moda poco lontano. Ormai si era radunata una certa folla, e tutti lo acclamavano; ma lui non aveva bisogno di incoraggiamento, e il ballo si faceva sempre più grossolano. Per tutto quel tempo l'uomo in preghiera continuò a restare seduto col corpo eretto e solo le labbra e le dita in movimento. La piccola vasca piena d'acqua del tempio rifletteva la luce delle stelle.

Ci trovavamo in una piccola stanza spoglia affacciata su una strada chiassosa. C'era una stuoia sul pavimento, e tutti noi sedevamo intorno. Attraverso la finestra aperta si vedeva una palma isolata su cui era appollaiato un nibbio, con i suoi occhi ardenti e il suo becco aguzzo e sporgente. Il gruppo era composto da tre uomini e due donne. Le donne sedevano su un lato, di fronte agli uomini, e non parlavano mai; ma ascoltavano con attenzione, e spesso i loro occhi scintillavano di comprensione, e sulle loro labbra faceva capolino un abbozzo di sorriso. Erano tutti piuttosto giovani, e tutti erano stati al college, e adesso avevano un lavoro o una professione. Erano buoni amici e si rivolgevano l'uno all'altro con familiarità, ed era evidente che avevano parlato insieme di moltissime cose. Uno degli uomini era portato per l'arte, e fu lui a cominciare. «Penso sempre» disse «che pochissimi artisti siano davvero creativi. Alcuni di loro sanno come maneggiare colori e pennello; hanno imparato a disegnare e padroneggiano la resa dei dettagli; conoscono l'anatomia alla perfezione, e hanno una straordinaria abilità con le tele. Forniti di capacità e tecnica, e mossi da un profondo impulso creativo, dipingono. Ma poi diventano celebri e affermati, e allora accade loro qualcosa – probabilmente a causa del denaro e delle adulazioni. La visione creativa se ne andata, ma hanno ancora la loro tecnica superba, e per il resto della vita si barcamenano con quella. Può trattarsi di astrazione pura, o di donne dal doppio volto, o di scene belliche rese con pochi tratti, spazi e puntini. Quel periodo passa, e inizia un periodo nuovo: diventano scultori, ceramisti, costruttori di chiese, e così via. Ma la gloria interiore è perduta, e non conoscono altro che riconoscimenti esteriori. Io non sono un artista, non so neanche tenere in mano un pennello; ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di enormemente significativo che tutti noi non cogliamo.» «Io sono un avvocato,» disse uno degli altri «ma la pratica del diritto per me è solo un mezzo per guadagnarmi da vivere. So che è corrotta, bisogna fare così tante cose sporche per andare avanti, e smetterei domani se non avessi delle responsabilità familiari, e la mia paura – che è un fardello ancora maggiore delle responsabilità. Fin dall'infanzia sono stato attratto dalla religione; sono quasi diventato un sannyasi, e anche adesso cerco di meditare tutte le mattine. Detto in poche parole sento che il mondo è troppo per noi. Non sono né felice né infelice; mi limito a esistere. Ma nonostante tutto c'è dentro di me una profonda sete di qualcosa di più grande di questa squallida esistenza. Qualunque cosa sia, sento che è lì, ma la mia volontà sembra troppo debole e inerme per rompere con la mediocrità nella quale vivo. Ho cercato di andarmene, ma sono dovuto tornare, a causa della famiglia, e di tutto il resto. Dentro di me sono lacerato tra due impulsi opposti. Potrei sfuggire a questo conflitto perdendomi nei dogmi e nei rituali di una qualche chiesa o tempio, ma mi sembra sciocco e infantile. La mera rispettabilità sociale, con la sua immorale moralità, per me non significa niente; però sono rispettato nella mia pratica legale, e potrei continuare con questa professione – ma si tratta di una fuga ancora più grande del tempio o della chiesa. Ho studiato i libri e il gergo contorto del comunismo, e il suo cinismo sciovinista è una cosa terribile. Ovunque io vada – a casa, in tribunale, nelle mie passeggiate solitarie – questa agonia interiore mi accompagna, come una malattia per cui non c'è rimedio. Sono venuto qui con i miei amici non per trovare un rimedio, perché ho letto quello che tu dici su queste cose, ma se possibile per comprendere questa mia febbre interiore.» «Da bambino dicevo sempre di voler diventare un medico,» disse il terzo «e adesso sono un medico. Guadagno un bel pò di soldi; potrei farne anche di più, ma a che pro? Cerco di essere molto coscienzioso con i miei pazienti, ma sai com'è. Curo i benestanti, ma ho anche pazienti senza un soldo, e ce ne sono così tanti che se anche ne curassi mille al giorno, ce ne sarebbero ancora. Non posso dedicare tutto il mio tempo a loro, perciò di mattina visito i ricchi, e nel pomeriggio i poveri, a volte fino a notte fonda; e con così tanto lavoro, si tende a divenire insensibili. Cerco di prendermi cura dei poveri con altrettanto scrupolo dei benestanti, ma ho scoperto che sto diventando meno comprensivo e che sto perdendo quella sensibilità così essenziale per chi pratica la medicina. Utilizzo le parole giuste, e ho sviluppato un certo garbo coi malati, ma dentro di me sto inaridendo. I pazienti forse non se ne accorgono, ma io me ne accorgo fin troppo. Una volta amavo i miei pazienti, soprattutto i più miseri; avevo una vera compassione per loro, per il loro sudiciume e le loro malattie. Ma nel corso degli anni ho perso tutto; il mio cuore è diventato arido, la mia compassione si è ridotta al lumicino. Per un periodo sono andato via, nella speranza che un periodo di cambiamento e di riposo totale potesse riattizzare la fiamma; ma non è servito. Semplicemente il fuoco non c'è più, e non restano che le ceneri fredde della memoria. Visito i miei pazienti, ma il mio cuore è privo d'amore. Mi ha fatto bene raccontarti tutto questo – ma è solo un breve sollievo, non la cosa vera. E come si può mai trovare la cosa vera?» Restammo tutti in silenzio. Il nibbio era volato via e un grosso corvo aveva preso il suo posto sulla palma. Il suo possente becco nero scintillava nel sole. Questi problemi non sono tutti collegati? Bisogna diffidare delle somiglianze; ma questi tre problemi nel profondo non differiscono molto, non è vero? «A ben pensarci,» replicò l'avvocato «a quanto pare io e i miei due amici siamo tutti sulla stessa barca. Dopotutto siamo alla ricerca della stessa cosa. Possiamo chiamarla con nomi diversi – amore, creatività, qualcosa di più grande di questa misera esistenza – ma di fatto è la stessa cosa.» «Lo è?» domandò l'artista. «In certi momenti ho percepito la sconvolgente bellezza e vastità della vita; ma quei momenti passano in fretta, e rimane un vuoto. Questo vuoto ha una propria vitalità, ma non è la stessa cosa dell'altra, che è oltre la misura del tempo, oltre ogni parola o pensiero. Quando l'alterità si manifesta, è come se non si fosse mai esistiti; tutte le meschinità della vita, le torture dell'esistenza quotidiana svaniscono, e rimane solo quello stato. L'ho conosciuto quello stato, e in qualche modo devo ridargli vita. Non m'importa di nient'altro.» «Voi artisti» disse il medico «pensate di essere una razza a parte dal resto di noi. Di essere al di sopra degli altri uomini; di avere un dono speciale, con particolari privilegi; di vedere di più, sentire di più, vivere più intensamente. Ma non credo che siate tanto diversi dall'ingegnere, dall'avvocato o dal medico, che possono vivere altrettanto intensamente. Un tempo io soffrivo con i miei pazienti; li amavo, sapevo quel che stavano attraversando, le loro paure, le loro speranze e angosce. Provavo per loro sentimenti altrettanto intensi di quelli che tu puoi provare per una nuvola, per un fiore, per una foglia sospinta dal vento, o per un viso umano. La tua intensità di sentimento non è diversa dalla mia, o da quella del nostro amico qui. Ed è questa intensità ciò che conta, e non l'oggetto di sentimenti intensi. All'artista piace pensare che la sua particolare espressione di ciò sia di gran lunga superiore, più vicina al cielo, e so che il mondo trattiene il fiato quando pronuncia la parola "artista"; ma tu sei umano come tutti noi, e la nostra intensità è altrettanto forte, viva, brillante della tua. Non voglio sottovalutare l'artista, non sono geloso di lui; sto solo dicendo che la cosa importante è l'intensità del sentimento. Naturalmente può essere diretta in modo sbagliato, e allora ne risulta caos e sofferenza sia per sé, sia per gli altri, soprattutto se uno si trova in una posizione di potere. Il punto è che io e te inseguiamo la stessa cosa – tu nel voler ricatturare quella che chiami la bellezza e la vastità della vita, io nel voler tornare ad amare.» «E anch'io la cerco, nel voler rompere con la mediocrità della mia vita» aggiunse l'avvocato. «Il male che sento è simile al vostro; forse non sono in grado di esprimerlo a parole, o su una tela, ma è altrettanto intenso del colore che tu vedi in quel fiore. Anch'io bramo qualcosa di infinitamente più grande di tutto questo, qualcosa che porterà pace e pienezza.» «Va bene, cedo; avete ragione entrambi» ammise l'artista. «A volte la vanità è più forte della ragione. Siamo tutti vanitosi a modo nostro, e come ci fa male ammetterlo! Certo, siamo sulla stessa barca, come dite voi. Tutti noi vogliamo qualcosa di più dei nostri meschini sé, ma questa meschinità si insinua in noi e ci travolge.» Allora qual è il problema di cui vogliamo parlare? È chiaro a tutti? «Credo di sì» disse il medico. «Io la metterei così. Esiste uno stato permanente di amore, di creatività, di termine della sofferenza? Siamo tutti d'accordo con questo modo di esprimere la questione?» Gli altri annuirono in silenzio. «Esiste uno stato di amore, o pace creativa» continuò il medico «che, essendo stato ottenuto, non degeneri mai, non vada mai perduto?» «Sì, la domanda è questa» acconsentì l'artista. «Esiste questo straordinario vertice di esaltazione che giunge inaspettato, e scompare come una fragranza. Quest'intensità può rimanere, senza quella reazione di cupo vuoto? Esiste uno stato di ispirazione che non ceda al tempo e al mutare dell'umore?» State chiedendo molto, non è vero? Se necessario, considereremo in seguito cos'è questo stato. Ma prima di tutto, esiste qualcosa di permanente? «Deve esistere» disse l'avvocato. «Sarebbe molto deprimente e alquanto spaventoso scoprire che non esiste niente di permanente.» Potremmo scoprire che esiste qualcosa di molto più significativo della permanenza. Ma prima di approfondire questo, concordiamo sul fatto che non deve esserci alcuna conclusione, alcuna apprensione, alcun desiderio che proietti un modello di pensiero? Per pensare in modo lucido, non bisogna cominciare da una tesi, da una credenza o da una richiesta interiore, non è vero? «Temo che questo sia di una difficoltà eccessiva» replicò l'artista. «Io ho una memoria talmente chiara e vivida dello stato che ho vissuto, che mi è quasi impossibile accantonarlo.» «Signore, quel che dici è perfettamente vero» disse il medico. «Se devo scoprire un fatto nuovo, o percepire la verità di qualcosa, la mia mente non può lasciarsi intralciare da ciò che è stato. Vedo bene quanto è necessario per la mente lasciare da parte tutto ciò che ha conosciuto o sperimentato; ma considerando la natura della mente, è possibile una cosa simile?» «Se non deve esserci alcuna richiesta interiore» disse l'avvocato, pensando ad alta voce, «allora io non devo voler rompere con la mia attuale meschina condizione, o pensare a qualche altro stato che può essere solo il risultato di ciò che è stato, una proiezione di ciò che già so. Ma questo non è quasi impossibile?» Non credo. Se io voglio comprendervi, sicuramente non posso avere pregiudizi o conclusioni già tratte su di voi. «È così.» Se per me la cosa più importante è comprendervi, allora questo stesso senso di urgenza avrà la meglio sui miei pregiudizi e opinioni su di voi, non è vero? «Ovviamente non può esserci diagnosi se non dopo aver esaminato il paziente» disse il medico. «Ma un tale approccio è possibile in un'area dell'esperienza umana in cui è così tanto in gioco il proprio interesse?» Se c'è l'intensità del comprendere la realtà, la verità, allora tutto è possibile; se invece questa intensità non c'è allora tutto diventa un intralcio. Questo è chiaro, non è vero? «Sì, almeno a parole» replicò l'artista. «Forse continuando ci entrerò meglio.» Stiamo cercando di scoprire se esiste o meno uno stato permanente – non ciò che noi vorremmo ma il fatto reale, la verità della faccenda. Tutto ciò che ci riguarda – le nostre relazioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti – è impermanente, in un costante stato di flusso. Essendo consapevole di questo, la mente brama la permanenza, uno stato perpetuo di pace, di amore, di bontà, una sicurezza che né il tempo né gli eventi possano distruggere; di conseguenza crea l'anima, l'Atman, e le visioni di un paradiso permanente. Ma questa permanenza è un frutto dell'impermanenza, perciò ha al proprio interno i semi dell'impermanente. Esiste un unico fatto: l'impermanenza. «Noi sappiamo che le cellule del corpo subiscono un costante mutamento» disse il medico. «Il corpo stesso è impermanente; l'organismo si consuma. Nondimeno si percepisce l'esistenza di uno stato non toccato dal tempo, ed è a questo stato che noi ambiamo.» Non facciamo speculazioni, manteniamoci aderenti ai fatti. Il pensiero è consapevole della propria natura impermanente; le cose della mente sono fuggevoli, per quanto uno possa asserire il contrario. La mente stessa è il risultato del tempo; si è costituita nel corso del tempo, e nel corso del tempo si può disfare. Può essere condizionata a pensare che esista una permanenza, e può anche essere condizionata a pensare che non esista nulla di durevole. Il condizionamento è in sé impermanente come si può osservare ogni giorno. Il fatto è che c'è impermanenza. Ma la mente brama la permanenza in tutte le sue relazioni, vuole perpetuare il nome di famiglia attraverso il figlio, e così via. Non riesce a sopportare l'incertezza del proprio stato, e così si dedica a creare la certezza. «Di questo fatto sono consapevole» disse il medico. «Una volta sapevo cosa significava amare i miei pazienti, e quando l'amore c'era io non mi preoccupavo affatto se fosse permanente o impermanente; ma adesso che non c'è più, vorrei renderlo duraturo. Il desiderio per la permanenza emerge solo quando uno ha sperimentato l'impermanenza.» «Ma non esiste alcuno stato durevole di quella che può essere chiamata ispirazione creativa?» domandò l'artista. Forse lo comprenderemo presto. Prima però cerchiamo di vedere con lucidità come la mente stessa appartenga al tempo, e come tutto ciò che è creato dalla mente sia impermanente. Nella sua impermanenza può aver avuto un'esperienza momentanea di ciò che adesso chiama il permanente; e avendo una volta sperimentato quello stato, lo ricorda e lo desidera ancora. Così, da quel che ha conosciuto, la memoria mette insieme e proietta quel che chiama il permanente; ma questa proiezione si situa pur sempre nel raggio d'azione della mente, che è il campo del transitorio. «Capisco che ciò che nasce dalla mente deve essere in un costante stato di flusso» disse il medico. «Ma quando c'era l'amore, non si trattava di un frutto della mente.» Ma adesso è diventato una cosa della mente attraverso la memoria, non è vero? La mente adesso richiede che venga riportato in vita; e ciò che è stato riportato in vita sarà impermanente. «Questo è perfettamente giusto, signore,» intervenne l'avvocato «lo vedo con chiarezza. La mia pena è la pena del ricordare le cose che non dovrebbero essere, e desiderare le cose che dovrebbero essere. Non vivo mai nel presente, ma nel passato o nel futuro. La mia mente è sempre schiava del tempo.» «Mi sembra di afferrare» disse l'artista. «La mente, con tutte le sue astuzie, con i suoi intrighi, le sue vanità e invidie, è un turbine di contraddizioni. Occasionalmente può cogliere un barlume di qualcosa che sta al di là del rumore che essa produce, e ciò che ha colto diventa un ricordo. È di queste ceneri del ricordo che noi viviamo, custodendo come un tesoro cose che sono morte. Io ho sempre fatto così, ed è una gran sciocchezza!» Ora, può la mente morire ai propri ricordi, alle proprie esperienze, a tutte le cose che ha conosciuto? Senza cercare il permanente, può morire all'impermanente? «È quello che devo comprendere» disse il medico. «Io ho conosciuto l'amore – mi perdonerete se uso questa parola – e non posso "conoscerlo" di nuovo perché la mia mente è in balia del ricordo di ciò che è stato. È questo ricordo che desidera rendere permanente, il ricordo di ciò che ha conosciuto; e il ricordo, con le sue implicazioni, non è altro che cenere. E da ceneri spente non può nascere alcuna fiamma. E allora? Per favore, lasciatemi continuare. La mia mente vive di memorie, e la mente stessa è memoria, la memoria di ciò che è stato; e questa memoria di ciò che è stato vuole essere resa permanente. Così non c'è amore, ma solo la memoria dell'amore. Ma io voglio la cosa vera, non solo la sua memoria.» Volere la cosa vera è ancora la pulsione della memoria, non è vero? «Intendi dire che non dovrei volerla?» «Esatto» replicò l'artista. «Volerla è un desiderio smodato che nasce dalla memoria. Tu non volevi né ti aggrappavi alla cosa vera quando c'era; c'era e basta, come un fiore. Ma quando è svanita, hai cominciato a sentirne il desiderio smodato. Volerla è avere le ceneri del ricordo. Il momento supremo che ho desiderato non è quello vero. Il mio desiderio sorge dal ricordo di qualcosa che è accaduto una volta, e così mi trovo di nuovo nella nebbia della memoria, che adesso vedo come oscurità.» Il desiderio è ricordo; non c'è desiderio senza il conosciuto, che è la memoria di ciò che è stato, ed è questo desiderio che sostiene l'io, il sé, l'ego. Ora, può la mente morire al conosciuto, il conosciuto che richiede di essere reso permanente? È questo il vero problema, no? «Che cosa intendi con morire al conosciuto?» domandò il medico. Morire al conosciuto è non avere alcuna continuità con ieri. Ciò che ha continuità è solo memoria. Ciò che non ha continuità non è né permanente né impermanente. La permanenza o continuità entra in gioco solo quando c'è la paura del fuggevole. Si può porre fine alla coscienza come continuità, morire alla sensazione totalizzante del divenire senza ricostituirsi di nuovo nell'atto stesso del morire? C'è questa sensazione di divenire solo quando c'è la memoria di ciò che è stato e di ciò che dovrebbe essere, e allora il presente è utilizzato come passaggio tra i due. Morire al conosciuto è la completa immobilità della mente. Sotto la pressione del desiderio smodato il pensiero non può mai restare immobile. «Ti ho seguito comprendendoti fino al punto in cui hai menzionato il morire» disse l'avvocato. «Adesso sono confuso.» Solo ciò che ha fine può essere consapevole del nuovo, dell'amore o del supremo. Ciò che ha continuità, "permanenza", è memoria delle cose che sono state. La mente deve morire al passato, anche se la mente è costituita dal passato. La totalità della mente deve essere completamente immobile, senza alcuna pressione, influenza o movimento dal passato. Solo allora l'altro è possibile. «Dovrò riflettere un bel pò su questo» disse il medico. «Sarà vera meditazione.»

46 – Perché questa pulsione a possedere?

Pioveva da giorni, e ancora non sembrava voler tornare il sereno. Le colline e le montagne erano coperte da nuvole scure, e la riva verde oltre il lago era celata da una spessa nebbia. C'erano pozzanghere ovunque, e la pioggia entrava dal finestrino mezzo aperto dell'auto. Lasciandosi il lago alle spalle e serpeggiando tra le colline, la strada passava da un gran numero di paesi e villaggi, per poi inerpicarsi sul fianco di una montagna. Adesso la pioggia era cessata, e a mano a mano che salivamo si cominciavano a scorgere le cime coperte di neve, scintillanti nel sole mattutino. A un certo punto l'auto si fermava, e ti incamminavi per un sentiero che si allontanava dalla strada, tra gli alberi e in mezzo ai prati. L'aria era ferma e fredda, e c'era un sorprendente silenzio; non c'erano le solite vacche con i loro campanacci. Non incontravi esseri umani su quel sentiero, ma sul terreno umido c'erano le impronte di scarponi chiodati. Il sentiero non era troppo zuppo d'acqua, ma i pini grondavano pioggia. Giungendo al fianco di una parete di roccia, potevi vedere molto più in basso un torrente che scendeva da remoti ghiacciai. Era alimentato da diverse cascate, ma da quella distanza il rumore non si sentiva, e c'era un assoluto silenzio. Era impossibile non sentirti quieto. Non era una quiete forzata; diventavi quieto in modo semplice e naturale. La tua mente non si abbandonava più ai suoi incessanti vagabondaggi. Il suo movimento esteriore era cessato, ed era impegnata in un viaggio interiore, un viaggio che portava a grandi altezze e a sconvolgenti profondità. Ma presto anche questo viaggio si interruppe, e nella mente non c'era più movimento né esteriore né interiore. Era totalmente immobile, eppure un movimento c'era – un movimento che non aveva nulla a che fare con gli andirivieni della mente, un movimento privo di causa, di fine, di centro. Era un movimento dentro la mente, attraverso la mente, e oltre la mente. La mente poteva seguire le proprie attività, per quanto intricate e sottili, ma era incapace di seguire quest'altro movimento, che non aveva origine da essa. Perciò la mente era immobile. Non era stata resa immobile; la sua immobilità non era stata preordinata, né era frutto di un qualche desiderio di immobilità. Era semplicemente immobile, e poiché era immobile, c'era questo movimento senza tempo. La mente non riusciva a catturarlo e a porlo tra i propri ricordi; l'avrebbe fatto se avesse potuto, ma non c'era riconoscimento di questo movimento. La mente non lo conosceva, perché non l'aveva mai conosciuto; di conseguenza la mente era immobile, e questo movimento senza tempo continuava senza poter essere richiamato. Il sole adesso era dietro le cime lontane, che erano di nuovo coperte di nuvole.

«È da molti giorni che aspetto con impazienza questa conversazione, e adesso che sono qui, non so da dove cominciare.» Era un uomo giovane, piuttosto alto e magro, e aveva maniere cortesi. Era stato all'università, disse, ma non se l'era cavata molto bene, ce l'aveva fatta a malapena, ed era grazie ai maneggi del padre che era riuscito a trovare un buon lavoro. Il suo lavoro aveva un futuro, come aveva ogni lavoro se ti davi da fare, ma lui non ne era entusiasta; ci sarebbe rimasto, e questo era tutto. Ma in mezzo all'assurdità di questo mondo, in ogni caso non aveva una grande importanza. Era sposato, e aveva un figlio piccolo – un bel bambino, di un'intelligenza sorprendente, aggiunse, considerando la mediocrità dei genitori. Ma crescendo probabilmente il bambino sarebbe diventato come il resto del mondo, a caccia di successo e di potere, se a quel punto il mondo fosse ancora esistito. «Come vedi, riesco a parlare abbastanza facilmente di alcune cose, ma ciò di cui voglio davvero parlare sembra così complesso e ostico. Non ne ho mai parlato con nessuno, nemmeno con mia moglie, e presumo che questo mi renda ancora più difficile parlarne adesso; ma se hai pazienza, ci arriverò.» Fece qualche istante di pausa, poi continuò. «Io sono figlio unico, e sono stato parecchio viziato. Anche se sono appassionato di letteratura, e mi piacerebbe scrivere, non ho né il dono né la volontà di dedicarmici. Non sono del tutto stupido, e potrei fare qualcosa della mia vita, ma c'è un unico problema che mi consuma: voglio possedere le persone, corpo e anima. Non è solo il possesso che cerco, ma una dominazione assoluta. Non sopporto che possa esserci alcuna libertà per la persona posseduta. Ho osservato gli altri, e benché anche loro siano possessivi, è un sentimento moderato, senza una grande intensità dietro. La società con le sue nozioni di buone maniere pone loro dei limiti. Io non ho limiti; io posseggo e basta, senza aggettivi qualificativi. Credo che nessuno possa sapere quali agonie attraverso, a quali torture mi sottopongo. Non è mera gelosia, è un fuoco divorante. Qualcosa prima o poi dovrà scattare, anche se finora non è accaduto. Esteriormente riesco a controllarmi, e probabilmente sembro una persona normale; ma dentro di me infurio. Ti prego, non pensare che stia esagerando; magari fosse così.» Cos'è che ci spinge a voler possedere, non solo le persone, ma le cose e le idee? Perché questa pulsione ad avere, con tutta la lotta e il dolore che ne consegue? E quando finalmente possediamo, questo non pone fine al problema, ma non fa che risvegliare altre questioni. Se posso chiederlo, tu sai perché vuoi possedere, e cosa significa il possesso? «Possedere una proprietà è diverso dal possedere una persona. Finché durerà l'attuale tipo di governo, la proprietà privata sarà un diritto – non nell'eccesso, naturalmente, ma almeno la proprietà di qualche acro, di una o due case, e così via. Puoi prendere dei provvedimenti per salvaguardare la tua proprietà, per mantenerla a tuo nome. Ma con le persone è differente. Non puoi imprigionarle, o rinchiuderle. Prima o poi sfuggiranno alla tua presa, e allora comincerà la tortura.» Ma perché questa pulsione a possedere? E cosa intendiamo per possedere? Nel possedere, nel sentire che hai qualcosa, c'è dell'orgoglio, un certo senso di potere e prestigio, non è vero? C'è un piacere nel sapere che qualcosa è tuo, sia esso una casa, un capo d'abbigliamento, o un quadro di valore. Il possesso di capacità, di talento, l'abilità di ottenere qualcosa, e il riconoscimento che questo comporta – anche queste cose ti danno un senso di importanza, un approccio saldo alla vita. Per quanto riguarda le persone, possedere ed essere posseduti sono i due aspetti reciproci di una relazione spesso soddisfacente per entrambe le parti. Esiste anche un possesso in termini di credenze, idee, ideologie, non è vero? «Non stiamo entrando in un campo troppo vasto?» Ma il possesso implica tutto questo. Tu puoi voler possedere le persone, un altro può possedere un complesso di idee, mentre qualcun altro si può accontentare di avere qualche acro di terra; ma per quanto gli oggetti possano variare, nella sua essenza il possesso è sempre lo stesso, e ognuno difenderà ciò che ha – e se lo cede, possederà qualcos'altro a un altro livello. La rivoluzione economica può limitare o abolire la proprietà privata, ma liberarsi dalla proprietà psicologica di persone o idee è tutta un'altra faccenda. Ti puoi sbarazzare di una particolare ideologia, ma presto ne troverai un'altra. A qualunque costo, devi possedere. Ora, esiste un momento in cui la mente non possiede né viene posseduta? E perché uno vuole possedere? «Presumo che sia perché nell'avere ci si sente forti, sicuri; e naturalmente c'è sempre un piacere gratificante nella proprietà, come tu hai detto. Io voglio possedere le persone per svariate ragioni. Ad esempio, avere potere su un altro mi fa sentire importante. Nel possesso c'è anche un senso di benessere; ci si sente saldi, tranquilli.» Tuttavia insieme a tutto questo c'è sempre conflitto e sofferenza. Tu non vorresti rinunciare al piacere del possesso, ma vorresti evitarne il dolore. Questo è possibile? «Probabilmente no, ma io continuo a provarci. Cavalco l'eccitante onda del possesso pur sapendo alla perfezione ciò che accadrà; e quando arriva la caduta, come sempre accade, mi rialzo e mi butto sull'onda successiva.» E quindi non hai alcun problema? «Voglio che questa tortura finisca. È davvero impossibile possedere completamente e per sempre?» Sembra impossibile rispetto alle proprietà e alle idee; perciò non lo sarà ancora di più rispetto alle persone? Le proprietà, le ideologie e le tradizioni radicate nel profondo sono statiche, fisse, e possono essere difese per lunghi periodi di tempo attraverso la legislazione e varie forme di resistenza; ma le persone non sono così. Le persone sono vive; al pari di te, anche loro vogliono dominare, possedere o essere possedute. Nonostante i codici di moralità e le sanzioni sociali, le persone passano da un modello di possesso all'altro. Non esiste alcun possesso completo di niente, mai. L'amore non è né possesso né attaccamento. «Allora cosa devo fare? Posso liberarmi da questo tormento?» Certo che puoi, ma questa è tutta un'altra faccenda. Tu sei consapevole di possedere; ma sei anche consapevole di un momento in cui la mente non possiede né è posseduta? Noi possediamo perché in noi stessi non siamo niente, e nel possedere sentiamo di essere diventati qualcuno. Quando chiamiamo noi stessi americani, tedeschi, russi, indù, o quel che vuoi, l'etichetta ci fa sentire importanti, perciò la difendiamo con la spada e con le astuzie della mente. Non siamo nient'altro che ciò che possediamo – l'etichetta, il conto in banca, l'ideologia, la persona – e da questa identificazione nascono l'inimicizia e un dissidio incessante. «Tutto questo lo so bene; ma hai detto qualcosa che ha fatto risuonare un campanello dentro di me. Sono mai consapevole di un momento in cui la mente non possiede né è posseduta? Credo di no.» Può la mente smettere di possedere o di essere posseduta dal passato e dal futuro? Può liberarsi sia dall'influenza dell'esperienza che dalla pulsione a fare esperienze? «È mai possibile?» Dovrai scoprirlo tu; dovrai essere pienamente consapevole dei percorsi della tua mente. Tu conosci la verità del possesso, la sua sofferenza e il suo piacere, ma ti fermi lì e cerchi di superare l'una attraverso l'altro. Non conosci un momento in cui la mente non possiede né è posseduta, in cui è totalmente libera dall'influenza di ciò che è stato, e dal desiderio di divenire. L'approfondire e lo scoprire da te la verità di questa libertà, e non la volontà di essere libero, è il fattore davvero liberatorio. «Sono capace di un'indagine e di una scoperta così difficile? In uno strano modo, lo sono. Sono stato astuto e determinato nel possedere, e con questa stessa energia adesso posso cominciare a indagare la libertà della mente. Mi piacerebbe tornare, se posso, dopo aver fatto questo esperimento.»

47 – Il desiderio e il dolore della contraddizione

Due uomini stavano scavando una fossa lunga e stretta. Era un buon terreno, sabbioso, senza troppa argilla, e scavare era facile. Adesso stavano rifilando gli spigoli, smussandoli per bene. Alcune palme sovrastavano la fossa , e i grossi rami erano carichi di noci di cocco. Gli uomini indossavano soltanto il perizoma, e i loro corpi nudi scintillavano nel sole del primo mattino. Il terreno era ancora umido per le piogge recenti, e le foglie degli alberi, agitate da una lieve brezza, luccicavano nella limpida aria mattutina. Era una bella giornata, e il sole era appena salito oltre le cime degli alberi, non faceva ancora troppo caldo. Il mare era azzurro e molto calmo, e le onde bianche si formavano pigramente. Non c'era una nuvola e la luna calante era a metà del cielo. L'erba era di un verde intenso, e ovunque c'erano uccelli, ognuno col suo diverso richiamo. C'era una grande pace sulla terra. Al di là della stretta fossa gli uomini sistemarono due lunghe assi, e ci avvolsero intorno una fune robusta. I perizomi chiari e i corpi scuri bruciati dal sole avevano scavato una sepoltura; ma adesso ne erano usciti, e il terreno si stava asciugando in fretta al sole. Era un cimitero piuttosto grande, non molto ordinato ma ben tenuto. Le file di lapidi bianche con sopra incisi i nomi erano state sbiadite dalle molte piogge. Due giardinieri lavoravano lì per tutta la giornata, a bagnare, potare, piantare e togliere le erbacce. Uno era alto, l'altro basso e tarchiato. A parte un turbante sulla testa contro il sole bruciante, indossavano solo il perizoma, e la loro pelle era quasi nera. Anche nelle giornate di pioggia il sudicio panno intorno ai lombi era il loro unico abito, e le piogge lavavano i loro corpi scuri. Adesso quello alto stava bagnando un arbusto fiorito che aveva appena piantato. Spargeva l'acqua sulle foglie e sui fiori da un grosso vaso tondeggiante di terracotta con un collo stretto. Il vaso scintillava nel sole mentre i muscoli del suo corpo scuro si muovevano agili, e il suo portamento aveva grazia e dignità. Era una cosa bella da guardare. Le ombre erano lunghe nel sole mattutino. L'attenzione è una strana cosa. Non guardiamo mai se non attraverso uno schermo di parole, spiegazioni e pregiudizi; non ascoltiamo mai se non attraverso giudizi, paragoni e ricordi. Lo stesso attribuire un nome agli uccelli, o ai fiori, è una distrazione. La mente non se ne sta mai immobile a guardare, ad ascoltare. Nel momento in cui guarda, parte per i suoi inquieti vagabondaggi; nell'atto stesso dell'ascoltare c'è un'interpretazione, un ricordo, un apprezzamento, che impediscono l'attenzione. La mente può essere assorbita dalla cosa che vede o che ascolta, come lo è un bambino da un giocattolo, ma questa non è attenzione. E neppure la concentrazione è attenzione, perché la concentrazione è una via di esclusione e resistenza. C'è attenzione solo quando la mente non è assorbita da alcuna idea od oggetto interiore o esteriore. L'attenzione è il bene assoluto.

Era un uomo di mezza età, quasi calvo, con occhi chiari e osservatori, e il suo volto era segnato dalla preoccupazione e dall'ansia. Padre di molti figli, spiegò che la moglie era morta dando alla luce l'ultimo figlio, e adesso i bambini vivevano tutti presso qualche parente. Nonostante lavorasse ancora, il suo salario era magro, ed era difficile per lui far quadrare il bilancio, ma in qualche modo riusciva ogni volta ad arrivare alla fine del mese senza troppi sforzi. Il figlio più grande si manteneva da solo, e il secondo era al college. Lui proveniva da una famiglia che per molti secoli aveva coltivato delle abitudini austere, e le sue origini adesso lo aiutavano a mantenersi a galla. Ma per la generazione seguente le cose sarebbero state molto diverse; il mondo stava cambiando in fretta, e le vecchie tradizioni si stavano sgretolando. In ogni caso, la vita avrebbe fatto il suo corso, ed era inutile lamentarsi. Non era venuto per parlare della sua famiglia, o del futuro, ma di sé. «Fin da quando ho memoria, mi sembra di essermi trovato in uno stato di contraddizione. Ho sempre avuto degli ideali, e non ne sono mai stato all'altezza. Fin dai miei primi anni mi sono sentito attirato verso la vita monastica, la vita di solitudine e meditazione, e ho finito per avere una famiglia. Una volta pensavo che mi sarebbe piaciuto essere uno studioso, ma invece sono diventato un impiegatuccio. Tutta la mia vita è stata un susseguirsi di spiacevoli contrasti, e anche adesso mi sento nel pieno di una contraddizione che mi turba molto; perché vorrei essere in pace con me stesso, e non mi sento capace di armonizzare questi desideri contrastanti. Che cosa devo fare?» Di certo non ci potrà mai essere un'armonia o integrazione tra desideri opposti. Come armonizzare l'amore e l'odio? Come mettere insieme l'ambizione e il desiderio di pace? Non saranno sempre in contraddizione? «Ma i desideri conflittuali non possono essere tenuti sotto controllo? Questi cavalli selvaggi non possono essere domati?» Tu ci hai provato, non è vero? «Sì, per molti anni.» E ci sei riuscito? «No, ma questo perché non sono riuscito a disciplinare a dovere il desiderio, non ci ho provato abbastanza. La colpa non è della disciplina, ma di chi non mantiene la disciplina.» Non è questa stessa disciplina del desiderio l'origine della contraddizione? Disciplinare è resistere, reprimere; e la resistenza e la repressione non sono la via del conflitto? Quando disciplini il desiderio, chi è il "tu" che compie questo disciplinamento? «È il sé superiore.» Davvero? O è solo una parte della mente che cerca di dominare l'altra, un desiderio che reprime un altro desiderio? Questa repressione di una parte della mente da parte di un'altra che tu chiami "il sé superiore" non può che portare al conflitto. Ogni resistenza produce un dissidio. Per quanto un desiderio possa reprimerne o disciplinarne un altro, il desiderio cosiddetto superiore genera altri desideri che ben presto gli si rivolteranno contro. Il desiderio si moltiplica; non c'è un unico desiderio. Non l'hai notato? Sì, ho notato che nel disciplinare un particolare desiderio, altri desideri gli sorgono intorno. E devi cacciarli via uno a uno.» E così passi la vita a inseguire e tenere a bada un desiderio dopo l'altro – solo per scoprire che alla fine il desiderio continua a rimanere. La volontà è desiderio, e può dominare come un tiranno tutti gli altri desideri; ma quel che viene conquistato dovrà essere riconquistato di continuo. La volontà può divenire un'abitudine; e una mente che funziona nel solco dell'abitudine è meccanica, morta. «Non sono certo di comprendere tutte le sottigliezze di ciò che stai spiegando, ma sono consapevole dei grovigli e delle contraddizioni del desiderio. Se in me ci fosse un'unica contraddizione, potrei venire a capo di quel dissidio, ma ce ne sono molte. Come posso essere in pace?» La comprensione è una cosa, e il desiderio di essere in pace è un'altra. Con la comprensione viene la pace, ma il mero desiderio di essere in pace non fa che rafforzare il desiderio, che è la fonte di ogni conflitto. Un forte desiderio dominante non porta mai pace, non fa che costruirsi intorno un muro che lo imprigiona. «Allora come si può uscire da questa rete di desideri contraddittori?» Il "come" è una domanda, o è la richiesta di un metodo con cui porre fine alla contraddizione? «Presumo di stare chiedendo un metodo. Ma non è solo attraverso la pratica paziente e rigorosa di un metodo che si può porre fine a questo dissidio? Ancora una volta, ogni metodo implica uno sforzo per controllare, sopprimere o sublimare il desiderio, e in questo sforzo, si costruisce una resistenza, sottile o brutale, in forme differenti. È come vivere in un angusto passaggio che ti esclude dalla vastità della vita. «Mi sembra che tu sia molto contrario alla disciplina.» Sto solo sottolineando che una mente disciplinata, plasmata, non è una mente libera. Quando si comprende il desiderio, la disciplina perde il suo significato. La comprensione del desiderio ha un significato molto più grande della disciplina, che non è altro che conformità a un modello. «Se non ci deve essere disciplina, allora come fa la mente a liberarsi dal desiderio, che comporta tutte queste contraddizioni?» Il desiderio non comporta contraddizioni. Il desiderio è contraddizione. Ecco perché è importante comprendere il desiderio. «Che cosa intendi con comprendere il desiderio?» Significa essere consapevoli del desiderio, senza dargli un nome, senza respingerlo o accettarlo. Significa essere semplicemente consapevoli del desiderio, come lo saresti di un bambino. Se tu vuoi comprendere un bambino, lo devi osservare, e una tale osservazione non è possibile se c'è un qualunque senso di condanna, giustificazione o comparazione. Similmente, per comprendere il desiderio, deve esserci questa semplice consapevolezza di esso. «Così cesserà la contraddizione?» È possibile garantire qualcosa in queste questioni? E questa stessa pulsione a essere sicuro, salvo – non è un'altra forma di desiderio? Signore, hai mai conosciuto un momento in cui non c'era contraddizione? «Forse nel sonno, altrimenti no.» Il sonno non è necessariamente uno stato di pace, o di libertà dalla contraddizione – ma questa è un'altra faccenda. Perché non hai mai conosciuto un tale momento? Non hai mai sperimentato un'azione totale – un'azione che coinvolge la tua mente e il tuo cuore tanto quanto il tuo corpo, la totalità del tuo essere? «Sfortunatamente, non ho mai conosciuto un momento così puro. Il totale oblio di sé deve essere una grande benedizione, ma a me non è mai successo, e credo che pochissime persone siano state benedette in tal modo.» Signore, quando il sé è assente, non conosciamo forse l'amore – non l'amore che viene chiamato personale o impersonale, mondano o divino, ma l'amore privo di interpretazione da parte della mente? «Talvolta, quando sono seduto alla mia scrivania in ufficio, mi coglie una strana sensazione di "alterità" – ma è una cosa tanto rara. Se solo durasse e non svanisse.» Quanto siamo avidi! Vogliamo trattenere ciò che non può essere trattenuto; vogliamo ricordare ciò che non è materia di memoria. Tutto questo volere, inseguire, raggiungere, che è il desiderio di essere, di divenire, costituisce la contraddizione, l'edificio del sé. Il sé non può mai conoscere l'amore; può solo conoscere il desiderio, con le sue contraddizioni e i suoi tormenti. L'amore non è una cosa da inseguire, da guadagnare; non è una cosa che si acquista attraverso la pratica della virtù. Tutti questi inseguimenti sono vie del sé, del desiderio; e col desiderio c'è sempre il dolore della contraddizione.

48 – «Che cosa devo fare?»

Il vento soffiava fresco e asciutto. Non era l'aria secca del semideserto circostante, ma proveniva dalle montagne lontane. Quelle montagne erano tra le più alte del mondo, una grande catena che correva da nordovest a sudest. Erano imponenti e sublimi, una vista incredibile quando le si guardava al mattino presto, prima che il sole si alzasse sulla terra ancora addormentata. Le loro cime torreggiami, scintillanti di un rosa tenue, erano di un chiarore impressionante sullo sfondo del cielo azzurro pallido. Quando il sole saliva più in alto, le pianure si coprivano di lunghe ombre. Presto quelle cime misteriose sarebbero scomparse tra le nuvole, ma prima di ritirarsi avrebbero lasciato la loro benedizione sulle valli, i fiumi e le città. Anche se non riuscivi più a vederle, sentivi che erano lì, silenziose, immense e senza tempo. Un mendicante si avvicinava lungo la strada, cantando; era cieco, e un bambino lo guidava. La gente gli passava accanto, e di tanto in tanto qualcuno lasciava cadere una moneta o due nella latta che teneva in una mano; ma lui continuava con la sua canzone, noncurante del tintinnio delle monete. Un servitore uscì da una grande casa, lasciò cadere una moneta nella latta, bisbigliò qualcosa e tornò dentro, chiudendosi il cancello alle spalle. I pappagalli erano usciti alla luce del giorno con i loro voli pazzi e chiassosi. Si sarebbero sparsi nei campi e nei boschi, ma verso sera sarebbero tornati per la notte tra gli alberi lungo la strada; lì era più sicuro, anche se i lampioni raggiungevano quasi le foglie. Molti altri uccelli parevano restare tutto il giorno in città, e su un grande prato alcuni di loro stavano cercando di cacciare i vermi insonnoliti. Passò un ragazzino, suonando il suo flauto. Era magro e scalzo; camminava tutto impettito, e non pareva badare a dove metteva i piedi. Lui era il suo flauto, e la canzone era nei suoi occhi. Camminando alle sue spalle, sentivi che era il primo ragazzino con un flauto in tutto il mondo. E in un certo senso lo era; perché non prestava alcuna attenzione all'auto che gli sfrecciava accanto, né al poliziotto all'angolo, ancora carico di sonno, né alla donna con un fagotto sulla testa. Era del tutto estraniato da ciò che lo circondava, ma la sua canzone andava avanti. E adesso il giorno era iniziato.

La stanza non era molto grande, e i pochi che erano venuti la affollavano già. Erano di tutte le età. C'era un vecchio con una figlia molto giovane, una coppia sposata e uno studente universitario. Evidentemente non si conoscevano tra loro, e ognuno intendeva parlare del proprio problema, ma senza voler interferire con gli altri. La ragazzina sedeva accanto al padre, timida e molto quieta; doveva avere sui dieci anni. Aveva abiti freschi, e un fiore tra i capelli. Per un pò restammo tutti seduti senza dire una parola. Lo studente aspettava da un'eternità di parlare, e il vecchio preferiva che parlassero prima gli altri. Alla fine, con un certo nervosismo, cominciò il giovane. «Sono adesso al mio ultimo anno di università, dove studio ingegneria, ma non mi sento davvero interessato ad alcuna particolare carriera. Semplicemente non so cosa voglio fare. A mio padre, che è avvocato, non importa quel che farò, purché io faccia qualcosa. Naturalmente, dal momento che studio ingegneria, gli piacerebbe che diventassi ingegnere; ma a me non interessa. Gliel'ho detto, ma lui dice che l'interesse verrà una volta che ne farò il lavoro con cui guadagnarmi da vivere. Ho molti amici che hanno studiato per svariate carriere, e adesso si mantengono bene; ma la maggior parte di loro sono già stufi, e cosa ne sarà di loro tra qualche anno lo sa solo Dio. Io non voglio essere così – e sono certo che lo sarò, se divento ingegnere. Non che io abbia paura degli esami. Li passo facilmente, non per vantarmi. Solo non voglio essere un ingegnere, ma non c'è nient'altro che mi interessi. Ho fatto qualche tentativo di scrivere, ho pasticciato con la pittura, ma quel tipo di cose non porta molto lontano. A mio padre importa solo che io mi metta a lavorare, e lui potrebbe trovarmi un buon posto; ma io lo so cosa mi succederà, se accetto. Ho voglia di lasciar perdere tutto e di lasciare l'università senza laurearmi.» E questo sarebbe alquanto sciocco, non è vero? Dopotutto sei quasi alla laurea, perché non finire? Non può certo farti male, no? «Presumo di no. Ma allora cosa devo fare?» A parte le solite carriere, cosa ti piacerebbe fare davvero? Devi avere qualche interesse, per quanto vago. Da qualche parte, nel tuo profondo, lo sai qual è, non è vero? «Vedi, io non voglio diventare ricco; non mi interessa mettere su famiglia, e non voglio essere schiavo di una routine. La maggior parte dei miei amici che lavorano, o che hanno intrapreso una carriera, sono legati all'ufficio dalla mattina alla sera; e cosa ne ricavano? Una casa, una moglie, dei bambini – e la noia. Per me è una prospettiva terrificante, e non voglio trovarmici incastrato; ma ancora non so cosa fare.» Dal momento che ci hai pensato così tanto, non hai cercato di scoprire in cosa sta il tuo vero interesse? Tua madre cosa dice? «A lei non importa quel che faccio, purché io sia al sicuro, e cioè saldamente sposato e legato mani e piedi; perciò dà manforte a papà. Nelle mie camminate ho pensato molto a quel che mi piacerebbe davvero fare, e ne ho anche parlato con gli amici. Ma quasi tutti i miei amici sono impegnati in una carriera o nell'altra, e non mi serve a niente parlare con loro. Una volta che si sono ficcati in una carriera, qualunque essa sia, pensano che quella sia la cosa giusta da fare – il dovere, la responsabilità, e tutto il resto. Io non voglio trovarmi incastrato in quel tipo di tran-tran, ecco tutto. Ma cos'è che mi piacerebbe davvero fare? Vorrei saperlo.» Ti piace la gente? «In un certo modo. Perché me lo chiedi?» Forse potresti fare qualcosa nel sociale. «Curioso che tu lo dica. Ho pensato di lavorare nel sociale, e per un certo tempo mi sono accompagnato con persone che avevano consacrato la vita a questo. Parlando in generale, sono persone aride, frustrate, spaventosamente angustiate dai poveri, e dedite in modo incessante a cercare di migliore le condizioni sociali, ma infelici dentro. Conosco una giovane che darebbe il suo occhio destro per sposarsi e fare vita di famiglia, ma il suo idealismo la sta distruggendo. È presa dalla routine delle opere buone, la noia la sta rendendo di una formalità terrificante. È tutto idealismo senza calore, senza gioia interiore.» Presumo che la religione, nel senso comunemente accettato della parola, per te non significhi niente. «Da bambino andavo spesso con mia madre al tempio, con i suoi preti, le preghiere e le cerimonie, ma non lo frequento da anni.» Anche questa diventa una routine, una sensazione ripetitiva, una vita di parole e spiegazioni. La religione è qualcosa di più di questo. Sei avventuroso? «Non nel senso consueto della parola – scalate in montagna, esplorazioni polari, immersioni in fondo al mare, e così via. Non che mi senta superiore, ma per me c'è qualcosa di piuttosto immaturo in quelle imprese. Non potrei né scalare montagne né cacciare balene.» E la politica? «I soliti intrallazzi politici non mi interessano. Ho alcuni amici comunisti, e ho letto alcune loro cose, ma non sopporto il loro gergo astruso, la loro violenza e tirannia. Sono queste le cose che davvero sostengono, qualunque sia la loro ideologia ufficiale e i loro discorsi di pace. Quella fase l'ho superata in fretta.» Bé, abbiamo eliminato una bella fetta, non è vero? Se non vuoi fare nessuna di queste cose, cosa resta? «Non lo so. Sono ancora troppo giovane per saperlo?» Non è questione di età. Il malcontento è parte dell'esistenza, ma di solito troviamo un modo per domarlo, o attraverso una carriera, o attraverso il matrimonio, o la fede, oppure attraverso l'idealismo e le opere buone. In un modo o nell'altro la maggior parte di noi riesce a soffocare questa fiamma del malcontento, non è vero? E dopo averla soffocata con successo, ci riteniamo felici – e magari lo siamo, almeno per un momento. Ora, invece di soffocare la fiamma del malcontento attraverso una qualche forma di soddisfazione, è possibile lasciarla bruciare per sempre? E si tratta allora di malcontento? «Intendi che dovrei rimanere quel che sono, insoddisfatto di tutto intorno a me e dentro di me, senza cercare qualche occupazione soddisfacente che possa spegnere questo fuoco? È questo che intendi?» Siamo scontenti perché pensiamo di dover essere contenti; l'idea che dovremmo essere in pace con noi stessi rende il malcontento doloroso. Tu credi di dover essere qualcosa, non è vero? – una persona responsabile, un cittadino operoso, e tutto il resto. Riuscendo a comprendere il malcontento, puoi essere tutto questo e molto di più. Ma tu vuoi fare qualcosa di soddisfacente, qualcosa che occupi la tua mente e ponga così fine a questo disturbo interiore; non è vero? «In un certo senso sì, ma adesso vedo a cosa mi porterebbe una tale occupazione.» La mente occupata è una mente stanca, abitudinaria; essenzialmente mediocre. Poiché si è consolidata in un'abitudine, in una fede, in una routine rispettabile e proficua, la mente si sente salda, sia esternamente che internamente; di conseguenza cessa di sentirsi turbata. È così, non è vero? «In generale sì. Ma io cosa devo fare?» Puoi scoprire la soluzione se vai a fondo di questa sensazione di malcontento. Non pensare che dovresti essere contento. Scopri perché il malcontento esiste, e se non dovrebbe continuare a bruciare. Dopotutto, non sei particolarmente preoccupato di come guadagnarti da vivere, non è vero? «In effetti no. In un modo o nell'altro si può sempre vivere.» Perciò questo per te non è affatto un problema. Ma non puoi trovarti imprigionato in una routine, nella ruota della mediocrità; non è questo quel che ti preoccupa? «A quanto pare, signore.» Per non essere imprigionato in quel modo è necessario un duro lavoro, un'incessante vigilanza, il che significa non giungere ad alcuna conclusione da cui continuare a pensare; perché pensare a partire da una conclusione è come non pensare affatto. È proprio perché la mente parte da una conclusione, da una fede, da un'esperienza, dalla conoscenza, che si viene a trovare prigioniera della routine, della rete dell'abitudine, e allora il fuoco del malcontento viene soffocato. «Vedo che hai perfettamente ragione, e adesso comprendo che cosa ho sempre avuto in mente. Io non voglio essere come coloro la cui vita è routine e noia, e dico questo senza alcun senso di superiorità. Perdersi in varie forme di avventura è ugualmente privo di senso; e non voglio neppure limitarmi a essere contento. Ho cominciato a guardare, per quanto vagamente, in una direzione che non sapevo neppure esistesse. È questa la nuova direzione a cui ti riferivi l'altro giorno nel tuo discorso, quando parlavi di uno stato, o di un movimento, che è senza tempo eppure creativo?» Forse. La religione non è una faccenda di chiese, templi, rituali e credenze; è la scoperta momento per momento di quel movimento che può avere qualunque nome, o nessuno. «Temo di aver preso più di quanto mi spettava del tempo a disposizione» disse lui, rivolgendosi agli altri. «Spero che non vi dispiaccia.» «Al contrario» replicò il vecchio. «Tanto per cominciare ho ascoltato con grande attenzione, e mi è servito molto; inoltre ho visto qualcosa che mi porta oltre il mio problema. Nell'ascoltare in silenzio i guai degli altri, talvolta i nostri fardelli si alleggeriscono.» Rimase in silenzio per uno o due minuti, come riflettendo su come esprimere ciò che aveva da dire. «Personalmente, ho raggiunto un'età» continuò «in cui non mi chiedo più cosa farò; piuttosto mi rivolgo indietro a riflettere su ciò che ho fatto della mia vita. Anch'io sono andato all'università, ma non ero meditabondo come il nostro giovane amico qui. Appena laureato mi sono messo a cercare lavoro, e una volta trovato un posto, ho passato gli oltre quarantanni successivi a guadagnarmi da vivere e a mantenere una famiglia piuttosto estesa. Nel corso di tutto questo tempo mi sono trovato imprigionato in quella routine da ufficio a cui vi riferivate, e nelle abitudini della vita di famiglia, e ne conosco i piaceri e le tribolazioni, le lacrime e le gioie passeggere. Sono invecchiato attraverso la lotta e la stanchezza, e gli ultimi anni sono stati di rapido declino. Guardandomi indietro, adesso mi domando, "Che cosa ne hai fatto della tua vita? A parte la famiglia e il lavoro, cos'hai realizzato?".» Il vecchio fece una pausa prima di darsi una risposta. «Nel corso degli anni, ho aderito a svariate organizzazioni per il miglioramento di questo e quello; ho fatto parte di diversi gruppi religiosi, e li ho lasciati uno dopo l'altro; ho letto speranzoso la letteratura dell'estrema sinistra, solo per scoprire che la loro organizzazione era altrettanto tirannica e autoritaria della Chiesa. Adesso che sono in pensione, vedo che ho sempre vissuto alla superficie della vita; mi sono limitato a lasciarmi trasportare. Benché abbia lottato un pò contro la forte corrente della società, alla fine mi ci sono ritrovato in mezzo. Ma non fraintendetemi. Non sto spargendo lacrime sul passato; non rimpiango ciò che è stato. Sono solo preoccupato dei pochi anni che mi restano ancora. Tra adesso e il giorno sempre più vicino della mia morte, come potrò incontrare la cosa che si chiama vita? È questo il mio problema.» Ciò che siamo è il prodotto di ciò che siamo stati; e ciò che siamo stati modella anche il futuro, pur senza dare una linea e una sostanza definitiva a ogni pensiero e azione. Il presente è il movimento del passato verso il futuro. «Che cosa è stato il mio passato? Praticamente niente. Non ci sono stati grandi peccati, nessuna trascinante ambizione, nessuna straziante sofferenza, nessuna degradante violenza. La mia vita è stata quella di un uomo qualunque, né calda né fredda; è stato un flusso costante, una vita del tutto mediocre. Ho edificato un passato in cui non c'è nulla di cui essere fiero e nulla di cui vergognarsi. Tutta la mia esistenza è stata ottusa e vuota, senza molto senso. Sarebbe stato lo stesso se fossi vissuto in un palazzo o nella capanna di un villaggio. Com'è facile scivolare nella corrente della mediocrità! Ora, la mia domanda è: posso arginare in me questa corrente di mediocrità? È possibile rompere col mio meschino lungo passato?» Cos'è il passato? Quando usi la parola "passato", che cosa significa? «Mi sembra che il passato sia soprattutto una questione di associazione di idee e memoria.» Intendi la totalità della memoria, o solo la memoria degli eventi quotidiani? Gli eventi privi di significato psicologico, anche se possono essere ricordati, non mettono radici nel terreno della mente. Vanno e vengono; non occupano né gravano la mente. Restano solo quelli che hanno un significato psicologico. Perciò cosa intendi come passato? È un passato che rimane solido, irremovibile, o che puoi spazzare via con facilità? «Il mio passato è fatto di una moltitudine di piccole cose messe insieme, e le sue radici sono poco profonde. Un grosso trauma, come un forte vento, potrebbe soffiarle via.» E tu stai aspettando quel vento. È questo il tuo problema? «Io non sto aspettando niente. Ma devo continuare così per il resto dei miei giorni? Non posso rompere col passato?» Di nuovo, qual è il passato con cui vuoi rompere? È il passato statico o è una cosa vivente? Se è una cosa vivente, come prende vita? Attraverso quali mezzi rivive? Se è una cosa vivente, puoi rompere con essa? E chi è quell'"io" che vuole rompere? «Adesso mi sto confondendo» si lamentò lui. «Io ho fatto una semplice domanda, e tu hai reagito facendo molte altre domande più complicate. Avresti la gentilezza di spiegarmi cosa intendi?» Tu hai detto che vuoi essere libero dal passato. Cos'è questo passato? «Consiste delle esperienze e delle memorie che se ne hanno.» Ora, queste memorie, tu dici, sono sulla superficie, non hanno radici profonde. Ma non è che qualcuna di esse ha radici profonde nell'inconscio? «Non credo di avere alcuna memoria radicata nel profondo. La tradizione e la fede hanno radici profonde in molte persone, ma io le seguo solo per una faccenda di convenienze sociali. Non giocano un ruolo molto significativo nella mia vita.» Se il passato può essere congedato con questa facilità, allora non c'è alcun problema; se del passato rimane solo il guscio esterno, che può essere spazzato via in ogni momento, allora hai già rotto con esso. Ma il problema è più complesso di così, non è vero? Come puoi rompere con la tua vita mediocre? Come distruggere la meschinità della mente? Non è anche questo il tuo problema, signore? E certo, il "come" in questo caso è uno stimolo di indagine, non la richiesta di un metodo. È in primo luogo la pratica di un metodo, basato sul desiderio di riuscire, con la sua paura dell'autorità, che ha portato alla meschinità. «Sono venuto con l'intenzione di disfarmi del mio passato, che è privo di grande significato, ma adesso mi trovo di fronte a un altro problema.» Perché dici che il tuo passato è privo di grande significato? «Mi sono lasciato trasportare sulla superficie della vita, e quando ti lasci trasportare, non puoi avere radici profonde, neanche nella famiglia. Vedo che per me la vita non ha significato molto; non ne ho fatto niente. Ormai mi restano pochi anni, e voglio smettere di lasciarmi trasportare, voglio fare qualcosa di ciò che rimane della mia vita. È possibile?» Che cosa vuoi fare della tua vita? Il modello di ciò che vuoi essere non deriva da ciò che sei stato? Di certo il tuo modello è una reazione a ciò che è stato; è un esito del passato. «Allora che cosa posso farmene della vita?» Che cosa intendi con vita? Puoi agire su di essa? Oppure sulla vita non si possono fare calcoli, non la si può trattenere all'interno dei confini della mente? La vita è tutto, non è vero? Gelosia, vanità, disperazione e angoscia; moralità sociale, e la virtù che è al di fuori del regno della correttezza coltivata; la conoscenza accumulata nel corso dei secoli; il carattere, che è l'incontro del passato col presente; fedi organizzate, chiamate religioni, e la verità che vi sta dietro; l'odio e l'affetto; l'amore e la compassione, che non sono all'interno del campo della mente – la vita è tutto questo e molto altro, non è vero? E tu vuoi farne qualcosa, vuoi dargli forma, direzione, significato. Ora, chi è quell"'io" che vuole fare tutto ciò? Tu sei diverso da ciò che cerchi di cambiare? «Vuoi lasciar intendere che bisognerebbe continuare a lasciarsi trasportare?» Quando vuoi dirigere, modellare la vita, il tuo modello non può che derivare dal passato; oppure, se non riesci a modellarla, la tua reazione è lasciarti trasportare. Ma comprendere la totalità della vita comporta di per sé un'azione in cui non c'è né un lasciarsi trasportare né l'imposizione di un modello. Questa totalità deve essere compresa di momento in momento. Deve esserci la morte del momento passato. «Ma io sono in grado di comprendere la totalità della vita?» domandò lui con ansia. Se non la comprendi tu, nessun altro può comprenderla per te. Non puoi imparare da un altro. «Come devo procedere?» Attraverso la conoscenza di te stesso; perché la totalità, l'intero tesoro della vita, è dentro di te. «Che cosa intendi con conoscenza di me stesso?» Percepire le vie della tua mente; imparare quali sono le tue bramosie, i tuoi desideri, le tue passioni e i tuoi propositi, sia quelli espliciti sia quelli nascosti. Non c'è niente da imparare quando c'è accumulazione di conoscenza. Con la conoscenza di se stessa la mente è libera di essere immobile. Solo allora entra in gioco ciò che è oltre la misura della mente. La coppia sposata aveva ascoltato per tutto il tempo; aspettavano il loro turno, ma senza mai interrompere, e solo adesso il marito parlò. «Il nostro problema era quello della gelosia, ma dopo aver ascoltato quel che è già stato detto, credo che saremo capaci di risolverlo. Forse abbiamo compreso in modo più profondo ascoltando in silenzio di quanto avremmo compreso se avessimo posto le nostre domande.»

49 – Attività frammentarie e azione totale

Due corvi stavano lottando, e facevano sul serio. Giravano in cerchio sul terreno con le ali intrecciate, e si ferivano con i becchi neri e aguzzi. Due o tre dei loro compagni gracchiavano alla loro volta da un albero vicino, e a un tratto l'intera popolazione di corvi della zona era lì a fare un frastuono tremendo cercando di fermare la zuffa. Doveva essercene qualche dozzina, ma nonostante i loro richiami ansiosi e arrabbiati, la zuffa continuava. Un grido non la fermò; poi un forte battito di mani li spaventò tutti, anche i contendenti, che continuarono a volare l'uno contro l'altro tra i rami degli alberi circostanti. Ma era tutto finito. Una vacca nera legata a un palo aveva rivolto una placida occhiata in direzione della zuffa, e poi aveva continuato a mangiare. Era un animale snello, per essere una vacca, e molto amichevole, con occhi grandi e limpidi. Una processione si avvicinò lungo la strada. Era un funerale. Una mezza dozzina di auto erano precedute da un carro funebre, in cui si vedeva il feretro, un affare lucidissimo con molte finiture argentee. Giunte al cimitero, tutte le persone scesero dalle auto, e la bara venne trasportata lentamente alla fossa che era stata scavata quella mattina. Vi fecero due giri intorno, poi posarono con cautela la bara su due solide assi adagiate sulla fossa aperta. Tutti si inginocchiarono mentre il prete pronunciava la sua benedizione, e la bara venne calata con gentilezza nel suo luogo di definitivo riposo. Ci fu una lunga pausa; poi ognuno lanciò una manciata della terra scavata di fresco, e i becchini, nei loro perizomi chiari, cominciarono a spalarla nella fossa, che presto fu riempita. Una corona di fiori bianchi, già appassiti dal sole, venne posata sopra la tomba, poi la gente si allontanò con fare solenne. Era piovuto di recente, e l'erba nel cimitero era di un verde vivido. Tutto intorno c'erano palme e banani, e cespugli fioriti. Era un luogo gradevole, e i bambini venivano a giocare sull'erba sotto gli alberi dove non c'erano tombe. La mattina presto, molto prima del levar del sole, c'era molta rugiada sull'erba, e le alte palme si stagliavano contro il cielo stellato. La brezza da nord era fresca, e portava con sé il lungo gemito di un treno lontano. Per il resto c'era molto silenzio; non c'erano luci nelle case circostanti, e il frastuono dei camion sulla strada non era ancora cominciato. La meditazione è il fiorire del bene; non è la coltivazione del bene. Ciò che è coltivato non dura mai; passa, e deve essere ricominciato. La meditazione non è per chi medita. Chi medita sa come meditare: esercita, controlla, modella, lotta, ma la luce della meditazione non è questa attività della mente. La meditazione non è messa in atto dalla mente; è il totale silenzio della mente, in cui non c'è il centro dell'esperienza, della conoscenza, del pensiero. La meditazione è l'attenzione assoluta priva di un oggetto in cui il pensiero sia assorbito. Chi medita non può mai conoscere il bene della meditazione.

Non più giovane, era un uomo ben conosciuto per il suo idealismo politico e per le sue buone opere. Nel profondo del suo cuore c'era la speranza di trovare qualcosa di ancora più grande, ma era uno di coloro a cui l'azione corretta è sempre parsa il segno del bene. Era costantemente alle prese con le riforme, che considerava come dei mezzi verso un fine ultimo: il bene della società. Con una bizzarra mistura di compassione e attività, viveva nel guscio del suo pensiero abituato a ragionare; tuttavia udiva il sussurro di qualcosa che andava oltre. Era venuto con un amico, che era attivo insieme a lui nella riforma sociale. L'amico era un uomo basso ed energico, che trasmetteva un senso di aggressività trattenuta. Doveva aver colto che l'aggressività non è il giusto modo di procedere, ma non riusciva a tenerla del tutto a bada; era appena dietro i suoi occhi, e si rivelava inconsapevolmente quando sorrideva. Mentre ci sedevamo insieme in quella stanza, nessuno dei due parve accorgersi del fiore delicato che una brezza passeggera aveva fatto entrare dalla finestra. Era sul pavimento, illuminato dal sole. «Io e il mio amico non siamo venuti qui per discutere dell'azione politica» cominciò il primo. «Sappiamo bene cosa ne pensi. Per te l'azione non è politica, riformista o religiosa; esiste un'unica azione, un'azione totale. Ma noi non la pensiamo così. Noi crediamo ai compartimenti, che a volte sono stagni, e a volte permeabili, cedevoli; ma la nostra azione è sempre frammentaria. Semplicemente non sappiamo cosa sia l'azione totale. Conosciamo solo le attività delle parti, e speriamo di costituire l'intero mettendo insieme le varie parti.» È mai possibile costituire l'intero assemblando le parti, se non nelle cose meccaniche? In quel caso c'è un progetto, un disegno che aiuta a montare insieme le parti. Avete un disegno simile con cui ottenere la perfezione della società? «Sì» replicò l'amico. Allora sapete già quale sarà il futuro dell'uomo? «Non arriviamo fino a quel punto, però vogliamo assolutamente realizzare determinate riforme verso cui nessuno può avanzare obiezioni.» Certo la riforma sarà sempre frammentaria. A lungo andare essere attivi nel fare il "bene" senza comprendere l'azione totale significa produrre un danno, non è vero? «Cos'è l'azione totale?» Di certo non è mettere insieme varie attività separate. Per comprendere l'azione totale, l'attività frammentaria deve cessare. È impossibile vedere nel suo complesso l'intera distesa celeste spostandosi da una piccola finestra all'altra. Uno deve abbandonare tutte le finestre, o no? «Questo suona intellettualmente sottile, ma quando vedi la fame, la miseria, ti senti ribollire dentro e vuoi fare qualcosa.» Il che è del tutto naturale. Ma la mera riforma necessita sempre di un'ulteriore riforma, e portare avanti queste varie attività frammentarie senza comprendere l'azione totale appare qualcosa di malefico e distruttivo. «Come possiamo comprendere questa azione totale di cui parli?» domandò l'altro. Ovviamente, si deve prima abbandonare la parte, il frammentario, che è il gruppo, la nazione, l'ideologia. Uno spera di comprendere l'intero tenendosi aggrappato a queste cose, ma è impossibile. È come un uomo ambizioso che cerca di amare. Per amare, il desiderio di successo, di potere e di posizione, deve cessare. Non si possono avere entrambe le cose. In modo simile, la mente, il cui stesso pensiero è frammentario, è incapace di scoprire questa azione totale. «Allora come si può scoprirla?» domandò l'amico. Non esiste alcuna formula per questa scoperta. La sensazione di essere intero, completo, è molto diversa dalla definizione intellettuale che se ne può dare. Noi non sentiamo questo essere totale, e cerchiamo di mettere insieme i frammenti, sperando così di ottenere l'intero. Signore, se posso chiederlo, perché fai qualcosa? «Sento e penso, e l'azione fluisce da questo.» Questo non porta a una contraddizione tra le tue varie attività? «Spesso sì, ma questa contraddizione si può evitare mantenendosi fedeli a una linea d'azione ben definita.» In altre parole, escludi tutte le attività che non sono in relazione con quella che hai scelto. Presto o tardi, questo non creerà confusione? «Forse, ma cosa ci si può fare?» domandò lui alquanto irritato. È solo una questione di parole, oppure cominci a sentire che mantenersi fedeli a un dato modello di azione è troppo esclusivo e dannoso? È perché non senti la necessità dell'azione totale che ti trastulli con attività tra loro contraddittorie. Ma per sentire la necessità dell'azione totale, devi indagare nel profondo di te stesso. E non c'è indagine se non c'è umiltà. Per imparare, ci deve essere umiltà; ma tu sai già, e un uomo che sa come fa a essere umile? Quando c'è umiltà, non puoi essere un riformatore, o un politico. «Allora non possiamo fare niente, e verremo ridotti in schiavitù da quelli dell'estrema sinistra la cui ideologia promette il paradiso in terra! Prenderanno il potere e ci liquideranno. Ma una tale eventualità può essere certamente evitata attraverso una legislazione intelligente, attraverso la riforma, e attraverso la graduale socializzazione dell'industria. È questo che noi perseguiamo.» «Ma tornando all'umiltà,» domandò il primo «ne colgo l'importanza, ma come si fa ad arrivarci?» Di certo non attraverso un metodo. Praticare l'umiltà è coltivare l'orgoglio. Un metodo implica successo, e il successo è arroganza. La difficoltà è che la maggior parte di noi vuole essere qualcuno, e questa parziale attività di riforma ci dà un'opportunità di soddisfare questa pulsione. La rivoluzione politica o economica è ancora parziale, frammentaria, conduce a ulteriore tirannia e miseria, come si è mostrato di recente. Esiste un'unica rivoluzione totale, quella religiosa, e non ha niente a che fare con la religione organizzata, che è un'altra forma di tirannia. Ma perché non c'è umiltà? «Per la semplice ragione che se uno fosse umile, non sarebbe in grado di fare niente» asserì l'amico. «L'umiltà è per il recluso, non per l'uomo d'azione.» Non ti sei allontanato dalle tue conclusioni, non è vero? Sei venuto qui con esse, e te ne andrai con esse; e pensare a partire dalle conclusioni equivale a non pensare affatto. «Che cosa impedisce l'umiltà?» domandò il primo. La paura. La paura di dire «Non so»; la paura di non essere un leader, di non essere importante; la paura di non essere incluso nello spettacolo, sia esso lo spettacolo tradizionale oppure la più recente ideologia. «Io ho paura?» domandò lui meditabondo. Può un altro rispondere a questa domanda? Non si deve scoprire da sé la verità su questa questione? «Presumo di essere stato alla ribalta così a lungo da dare per scontato che le attività in cui sono impegnato siano quelle buone e giuste. Tu hai perfettamente ragione. C'è una certa dose di intervento e di correzione da parte nostra, ma non osiamo pensare troppo in profondità, perché vogliamo essere tra i leader; non vogliamo essere messi da parte.» Di certo tutto questo indica che non siete davvero interessati al popolo, ma alle ideologie, agli schemi e alle utopie. Non amate il popolo, né provate comprensione per esso; amate voi stessi, attraverso la vostra identificazione personale con determinate teorie, ideali e attività riformatrici. Rimanete sempre voi, per quanto travestiti da una differente rispettabilità. Voi aiutate il popolo nel nome di qualcosa, per il bene di qualcosa. Ciò che davvero vi preoccupa non è aiutare il popolo, ma portare avanti il piano o l'organizzazione che secondo voi aiuterà il popolo. Non sta in questo il vostro vero interesse? Rimasero in silenzio e se ne andarono.

50 – Libertà dal conosciuto

Era una notte stellata, molto limpida. Non c'era una nuvola in cielo. Il monotono rombo della città vicina era cessato, e c'era un grande silenzio, non rotto neppure dal grido di un gufo. La luna calante era appena al di sopra delle alte palme, immobili, stregate dal silenzio. Orione era alto nel cielo occidentale, e la Croce del Sud era sopra le colline. Non una casa aveva una luce accesa, e l'angusta strada era deserta e buia. A un tratto, da un qualche punto tra gli alberi, provenne un lamento. Dapprima soffocato, produsse una strana impressione di mistero e paura. A mano a mano che si avvicinava, divenne acuto e rumoroso, e prese a suonare artificiale; la tristezza non sembrava genuina. Alla fine apparve alla vista una processione di persone con lampade, e il lamento si fece ancora più forte. Trasportavano in spalla quello che nella pallida luce lunare appariva come un cadavere. La processione avanzò lentamente lungo un sentiero che attraversava la radura e svoltò a destra, per scomparire di nuovo in mezzo agli alberi. Il lamento si fece più fievole, e infine svanì. C'era di nuovo un assoluto silenzio, quello strano silenzio che viene quando il mondo è addormentato, con una qualità tutta sua. Non era il silenzio della foresta, o del deserto, dei luoghi remoti e isolati; e neppure il silenzio di una mente pienamente risvegliata. Era il silenzio della fatica e della stanchezza, della sofferenza e del baluginare della gioia. Quel silenzio sarebbe passato con l'arrivo dell'alba, e sarebbe tornato di nuovo col calare della notte. La mattina dopo colui che ci ospitava ci chiese: «Vi ha disturbato la processione di questa notte?». Cos'era? «Quando qualcuno è gravemente ammalato, chiamano un medico, ma per maggior sicurezza chiamano anche un uomo ritenuto capace di scacciare il male della morte. Dopo aver salmodiato sull'uomo malato e fatto ogni sorta di cose stravaganti, l'esorcista stesso si corica e fa mostra di essere in preda agli spasmi della morte. Poi è legato su una lettiga, portato in processione con grandi lamenti fino al luogo della sepoltura o della cremazione e lasciato lì. A quel punto il suo assistente slega le corde e lui ritorna in vita; si riprende a salmodiare sull'uomo malato e poi tutti se ne tornano quietamente a casa propria. Se il paziente si riprende, la magia ha funzionato; altrimenti significa che il male è stato troppo forte.»

L'uomo anziano era un sannyasi, un asceta religioso che aveva abbandonato il mondo. La sua testa era rasata, il suo unico capo d'abbigliamento era un perizoma appena lavato color zafferano, e portava un lungo bastone, che aveva posato accanto a sé mentre lui sedeva sul pavimento con la disinvoltura di una lunga pratica. Il suo corpo era snello e ben disciplinato, si chinava un poco in avanti come se stesse ascoltando, ma la sua schiena era perfettamente diritta. Era molto pulito, il suo viso era luminoso e puro, e trasmetteva la dignità dell'ultramondano. Quando parlava sollevava lo sguardo, altrimenti teneva gli occhi bassi. C'era qualcosa di molto gradevole e cordiale in lui. Aveva viaggiato a piedi ovunque, passando di villaggio in villaggio e di città in città. Camminava solo la mattina e verso sera, non quando il sole era caldo. Essendo un sannyasi e un esponente della casta più alta non aveva problemi a ottenere del cibo, perché era ricevuto con rispetto e nutrito a dovere. Quando, in rare occasioni, viaggiava in treno, era sempre senza biglietto, perché era un uomo santo, e aveva l'aria di uno i cui pensieri non sono di questo mondo. «Fin da giovani il mondo ha poca attrazione, e quando si lascia la famiglia, la casa, la proprietà, è per sempre. Non si ritorna più. È stata una vita dura, e la mente adesso è ben disciplinata. Si sono ascoltati i Maestri spirituali nel Nord e nel Sud; si è andati in pellegrinaggio nei diversi santuari e templi, dove c'era santità e giusto insegnamento. Si è cercato nel silenzio dei luoghi remoti, lontani dai raduni degli uomini, e si conoscono gli effetti benefici della solitudine e della meditazione. Si è stati testimoni dei disordini attraversati da questo paese negli ultimi anni – il rivolgersi di uomo contro uomo, setta contro setta, le uccisioni, e l'andirivieni dei leader politici, con i loro schemi e le loro promesse. L'astuto e l'innocente, il potente e il debole, il ricco e il povero – sono sempre coesistiti, e sempre coesisteranno; perché questa è la via del mondo.» Restò in silenzio per un minuto o due, poi continuò. «Nella conversazione dell'altra sera, è stato detto che la mente deve essere libera dalle idee, dalle formule, dalle conclusioni. Perché?» Può la ricerca prendere le mosse da una conclusione, da ciò che è già conosciuto? Non deve cominciare in libertà? «Quando c'è libertà, c'è forse bisogno di ricerca? La libertà è il fine della ricerca.» Di certo la libertà dal conosciuto è solo l'inizio della ricerca. A meno che la mente sia libera dalla conoscenza come esperienza e conclusione, non c'è scoperta, ma solo una continuazione, per quanto modificata, di ciò che è stato. Il passato detta e interpreta ogni esperienza ulteriore, e di conseguenza si rafforza. Pensare a partire da una conclusione, da una fede, significa non pensare affatto. «Il passato è ciò che uno è adesso, ed è costituito dalle cose che uno ha messo insieme attraverso il desiderio e le sue attività. Esiste la possibilità di liberarsi del passato?» Non esiste forse? Né il passato né il presente sono statici, fissi, determinati in modo definitivo. Il passato è il risultato di molte pressioni, influenze ed esperienze conflittuali, e diviene il presente in movimento, che è anche in mutamento, essendo trasformato dall'incessante pressione di molte influenze differenti. La mente è il risultato del passato, è costituita dal tempo, dalle circostanze, dagli avvenimenti e dalle esperienze che si fondano sul passato. Ma tutto ciò che le accade, esternamente e interiormente, la influenza. Non continua a essere com'era, né sarà come è adesso. «È sempre così?» Solo un oggetto specifico mantiene sempre la stessa foggia. Il chicco di riso non diventerà mai, in alcuna circostanza, cotone, e la rosa non diventerà mai una palma. Ma per fortuna la mente umana non è specifica, e può sempre rompere con ciò che è stata; non deve per forza essere schiava di una tradizione. «Ma non è così facile sbarazzarsi del karma; ciò che si è costituito attraverso molte vite non può essere interrotto in un lampo.» Perché no? Ciò che si è costituito nel corso dei secoli, o solo ieri, può essere disfatto all'istante. «In che modo?» Attraverso la comprensione di questa catena di causa ed effetto. Né la causa né l'effetto sono mai determinati in modo immutabile – significherebbe un'eterna schiavitù e decadenza. Ogni effetto di una causa è sottoposto a molte influenze sia dall'esterno sia dall'interno, è in costante mutamento, e a propria volta diventerà la causa di un altro effetto ancora. Attraverso la comprensione di ciò che sta effettivamente avendo luogo, questo processo può essere interrotto all'istante, e si ha la libertà da ciò che è stato. Il karma non è una catena eterna; è una catena che può essere spezzata in qualunque momento. Ciò che si è fatto ieri può essere disfatto oggi; non c'è niente che continui in modo perenne. La continuità può e deve essere bloccata attraverso la comprensione del suo processo. «Tutto questo lo si vede con chiarezza, ma c'è un altro problema che deve essere chiarito. Ed è questo. L'attaccamento alla famiglia e alla proprietà è cessato da molto tempo; ma la mente è ancora attaccata alle idee, alle credenze, alle visioni.» Perché? «È facile sbarazzarsi dell'attaccamento alle cose terrene, ma con le cose della mente è tutta un'altra faccenda. La mente è fatta di pensiero, e il pensiero esiste nella forma di idee e credenze. La mente non ha il coraggio di essere vuota, perché se fosse vuota cesserebbe di esistere; di conseguenza è attaccata alle idee, alle speranze, e alla propria fede nelle cose che vanno oltre se stessa.» Tu dici che è stato facile scuotersi di dosso l'attaccamento alla famiglia e alla proprietà. Perché allora non è facile liberarsi dalle idee e dalle credenze? Non sono coinvolti gli stessi fattori in entrambi i casi? Un uomo si aggrappa alla famiglia e alla proprietà perché senza di loro si sente perduto, vuoto, solo; ed è per la stessa ragione che la mente è attaccata alle idee, alle visioni e alle credenze. «È così. Essere fisicamente solo, in luoghi solitari, non causa alcuna preoccupazione, perché si è soli anche in mezzo alla moltitudine; invece la mente si ritrae di fronte alla prospettiva di trovarsi senza le cose della mente.» Questo ritrarsi è paura, non è vero? La paura è causata non dal fatto di essere soli esteriormente o interiormente, ma dall'anticipazione del sentimento di solitudine. Noi non abbiamo paura del fatto, ma dell'effetto anticipato del fatto. La mente prevede e ha paura di ciò che potrebbe essere. «Allora la paura riguarda sempre il futuro anticipato, e mai il fatto presente?» Non è così? Quando c'è paura di ciò che è stato, questa paura non è del fatto in sé, ma della prospettiva che esso venga scoperto, rivelato, il che di nuovo riguarda il futuro. La mente non ha paura dell'ignoto ma della perdita del noto. Non esiste una paura del passato; ma la paura è causata dal pensiero di quali effetti il passato potrebbe avere. Si ha paura dell'isolamento interiore, del senso di vuoto che potrebbe sorgere se la mente non avesse più qualcosa a cui aggrapparsi; perciò si ha l'attaccamento a un'ideologia, a una fede, che impedisce la comprensione di ciò che è. «Anche questo lo si vede con chiarezza.» E la mente non deve essere sola, vuota? Non deve essere inviolata dal passato, dal collettivo, dall'influenza del desiderio? «Questo lo si deve ancora scoprire.»

51 – Tempo, abitudine e ideali

Era piovuto molto, parecchi centimetri al giorno per più di una settimana, e il fiume era in piena. Aveva già rotto gli argini, e alcuni dei villaggi erano allagati. I campi erano sotto l'acqua, e il bestiame aveva dovuto essere spostato dove la terra era più alta. Ancora qualche centimetro e il fiume avrebbe sommerso il ponte, e allora sarebbe stato davvero un guaio; ma proprio quando stavano per raggiungere il punto pericoloso, le piogge si fermarono e il fiume cominciò a calare. Alcune scimmie che si erano rifugiate sugli alberi erano isolate, e avrebbero dovuto rimanere lassù almeno per un giorno. Una mattina presto, quando le acque si erano ritirate, andammo in aperta campagna, nel pianoro che si estendeva fin quasi ai piedi delle montagne. La strada passava villaggio dopo villaggio, e per fattorie dotate di macchinari moderni. Era primavera, e lungo la strada gli alberi da frutta erano in fiore. L'auto filava liscia. C'era il ronzio del motore, e il sibilo degli pneumatici sulla strada; e tuttavia c'era ovunque un silenzio straordinario, tra gli alberi, sul fiume, e sulla terra coltivata. La mente è silenziosa solo quando l'energia abbonda, quando c'è quell'attenzione in cui le contraddizioni, gli strattoni del desiderio nelle differenti direzioni sono cessate. La lotta del desiderio di essere silenziosi non porta al silenzio. Il silenzio non può essere acquistato attraverso alcuna forma di costrizione; non è la ricompensa per la soppressione e neppure per la sublimazione. Ma la mente che non è silenziosa non è mai libera; ed è solo alla mente libera che i cieli si aprono. La benedizione che la mente cerca non può essere trovata cercandola, e non sta nemmeno nella fede. Solo la mente silenziosa può ricevere quella benedizione che non appartiene alla Chiesa o alla fede. Perché la mente sia silenziosa, tutti i suoi angoli contraddittori devono riunirsi e fondersi alla fiamma della comprensione. La mente silenziosa non è una mente riflessiva. Per riflettere, deve esserci chi osserva e chi è osservato, lo sperimentatore gravato dal suo passato. Nella mente silenziosa non c'è alcun centro da cui divenire, essere o pensare. Ogni desiderio è contraddizione, perché ogni centro del desiderio è opposto a un altro centro. Il silenzio della mente totale è meditazione.

Era un uomo giovanile, con una grande testa, occhi chiari e mani capaci. Parlava con sicurezza e con disinvoltura, e aveva portato con sé la moglie, una signora distinta che con ogni evidenza non avrebbe aperto bocca. Probabilmente era venuta per far piacere a lui, e preferiva ascoltare. «Sono sempre stato interessato alla religione,» disse «e la mattina presto, prima che i bambini si alzino e cominci il trambusto casalingo, trascorro un considerevole periodo di tempo nella pratica della meditazione. Trovo la meditazione molto utile per ottenere il controllo della mente e per coltivare determinate virtù necessarie. Qualche giorno fa ho sentito il tuo discorso sulla meditazione, ma dato che sono nuovo ai tuoi insegnamenti, non sono riuscito a seguire bene. Ma non è di questo che sono venuto a parlare. Sono venuto per parlare del tempo – il tempo come mezzo per la comprensione del Supremo. A quanto vedo, il tempo è necessario per la coltivazione di quelle qualità e sensibilità della mente che sono essenziali se si intende raggiungere l'illuminazione. È così, non è vero?» Se si comincia dando per scontate determinate cose, è possibile poi cercare la verità della questione? Le conclusioni non impediscono la lucidità del pensiero? «Ho sempre dato per scontato che sia necessario del tempo per ottenere la liberazione. È quello che sostengono la maggior parte dei libri religiosi, e io non l'ho mai messo in dubbio. Si sa che alcuni individui qua e là hanno realizzato questo stato di estasi in modo istantaneo; ma sono pochi, molto pochi. Il resto di noi ha bisogno di un tempo, breve o lungo, in cui preparare la mente a ricevere quella benedizione. Ma mi sembra di cogliere ciò che intendi quando dici che per pensare lucidamente la mente deve essere libera dalle conclusioni.» Ed è estremamente arduo liberarsene, non è vero? Ora, cosa intendiamo con tempo? C'è il tempo dell'orologio, il tempo come passato, presente e futuro. C'è il tempo come memoria, il tempo come distanza, un viaggio da qui a lì, e il tempo come conquista, come processo di divenire qualcosa. Tutto ciò è quel che intendiamo con tempo. Ed è mai possibile per la mente liberarsi dal tempo, andare oltre i suoi limiti? Cominciamo dal tempo cronologico. Ci si può liberare dal tempo in senso concreto, cronologico? «No, se uno non vuole perdere il treno! Per essere attivi in modo sano in questo mondo, per mantenere un barlume di ordine, il tempo cronologico è essenziale.» Poi c'è il tempo come memoria, abitudine, tradizione; e il tempo come sforzo per ottenere, per raggiungere, per divenire. Ovviamente ci vuole tempo per imparare una professione, o acquisire una tecnica. Ma il tempo è necessario anche per la realizzazione del Supremo? «Mi sembra di sì.» Qual è il soggetto dell'ottenere, del raggiungere? «Presumo che sia quello che tu chiami l'"io".» Che è un fascio di memorie e di associazioni, sia consce sia inconsce. È l'entità che gode e soffre, che ha praticato le virtù, che ha acquisito conoscenza, che ha accumulato esperienza, l'entità che ha conosciuto l'appagamento e la frustrazione, e che pensa che esista l'anima, l'Atman, il sé superiore. Questa entità, questo "io", questo ego, è il prodotto del tempo. È la sostanza stessa del tempo. Pensa nel tempo, funziona nel tempo e si costituisce nel tempo. Questo "io", che è memoria, pensa che attraverso il tempo raggiungerà il Supremo. Ma il "Supremo" è qualcosa che esso stesso ha formulato, ed è di conseguenza all'interno del campo del tempo, non è vero? «Da come tu stai procedendo, sembra che l'autore dello sforzo e il fine a cui esso mira siano entrambi all'interno della sfera del tempo.» Attraverso il tempo si può ottenere soltanto ciò che il tempo ha creato. Il pensiero è la reazione della memoria, e il pensiero può raggiungere solo ciò che il pensiero ha messo insieme. «Signore, stai dicendo che la mente deve essere libera dalla memoria e dal desiderio di conseguire qualcosa, per potersi realizzare?» Ci arriveremo subito. Ma se possibile, affrontiamo il problema da un'altra prospettiva. Prendiamo ad esempio la violenza, e l'ideale della non-violenza. Si dice che l'ideale della non-violenza sia un deterrente alla violenza. Ma è così? Diciamo che io sono violento, e che il mio ideale è non essere violento. C'è un intervallo, un salto tra ciò che effettivamente sono e ciò che dovrei essere, l'ideale. Per coprire questa distanza ci vuole del tempo; l'ideale può essere raggiunto solo gradualmente, e durante quest'intervallo di graduale avvicinamento ho l'opportunità di indulgere nel piacere della violenza. L'ideale è l'opposto di ciò che io sono, e ogni opposto contiene in sé il seme del proprio opposto. L'ideale è una proiezione del pensiero, che è memoria, e la pratica dell'ideale è un'attività egocentrica, proprio come la violenza. È stato detto per secoli, e continuiamo a ripeterlo, che è necessario del tempo per liberarsi dalla violenza; ma è solo un'abitudine, priva di qualsivoglia saggezza. Noi siamo ancora violenti. Perciò non è il tempo il fattore della libertà; l'ideale della non-violenza non libera la mente dalla violenza. La violenza non potrebbe cessare e basta, e non domani o tra dieci anni? «Intendi in modo istantaneo?» Quando utilizzi quel termine, non stai ancora pensando o sentendo in termini di tempo? La violenza non potrebbe cessare e basta, in un qualsivoglia momento? «È possibile una tal cosa?» Solo attraverso la comprensione del tempo. Noi siamo abituati agli ideali, per noi è normale resistere, reprimere, sublimare, sostituire, e tutto ciò comporta uno sforzo e una lotta attraverso il tempo. La mente pensa per mezzo delle abitudini; è condizionata al gradualismo, ed è giunta a considerare il tempo come un mezzo per ottenere la libertà dalla violenza. Con la comprensione della falsità di tutto questo processo, la verità della violenza si rivela, ed è questo il fattore liberante, non l'ideale, o il tempo. «Credo di comprendere quello che stai dicendo, o meglio, di percepirne la verità. Ma non è molto difficile liberare la mente dalle abitudini? È difficile solo quando combatti le abitudini. Prendiamo l'abitudine di fumare. Combattere quest'abitudine significa darle vita. L'abitudine è meccanica, e resisterle significa solo alimentare la macchina, darle più potenza. Ma se tu consideri la mente e osservi la formazione delle sue abitudini, allora con la comprensione della questione più grande quella più piccola diventa insignificante e viene meno. «Perché la mente si forma delle abitudini?» Se sarai consapevole delle vie della tua mente, scoprirai perché. La mente si forma delle abitudini allo scopo di essere salda, sicura, certa, indisturbata, allo scopo di avere continuità. La memoria è abitudine. Parlare una determinata lingua è un processo di memoria, di abitudine; ma anche ciò che viene espresso nella lingua, una serie di pensieri e di sentimenti, è abituale, basato su ciò che è già stato detto, sulla tradizione, e così via. La mente si sposta dal conosciuto al conosciuto, da una certezza all'altra; perciò non c'è mai libertà dal conosciuto. Questo ci riporta al punto di partenza. Si presume che il tempo sia necessario alla comprensione del Supremo. Ma ciò a cui il pensiero può pensare è ancora nel campo del tempo. La mente non può assolutamente formulare l'ignoto. Può speculare sull'ignoto, ma la sua speculazione non è l'ignoto. «E qui sorge il problema, come si può comprendere il Supremo?» Non attraverso un qualche metodo. Praticare un metodo significa coltivare un'altra serie di memorie legate al tempo; mentre la comprensione è possibile solo quando la mente non è più soggetta alla schiavitù del tempo. «Può la mente liberarsi dalla schiavitù che essa stessa si è creata? Non è necessario un intervento esterno?» Quando guardi a un intervento esterno, torni di nuovo ai tuoi condizionamenti, alle tue conclusioni. La nostra unica preoccupazione è la domanda «Può la mente liberarsi dalla schiavitù che essa stessa si è creata?». Tutte le altre domande sono irrilevanti e impediscono alle mente di concentrarsi su quest'unica domanda. Non c'è attenzione quando c'è uno scopo, la pressione di qualcosa da raggiungere, da realizzare; cioè quando la mente sta cercando un risultato, un fine. La mente scoprirà la soluzione di questo problema, non attraverso ragionamenti, opinioni, convinzioni o credenze, ma attraverso l'intensità stessa della domanda.

52 – Si può cercare Dio attraverso le religioni organizzate?

Il sole della sera era sui verdi campi di riso e sulle alte palme. I campi curvavano intorno ai boschetti di palme, e un ruscello che scorreva attraverso i campi e i boschetti catturava il bagliore dorato e prendeva vita. La terra era molto ricca. Era piovuto molto, e la vegetazione era fitta; persino i pali delle staccionate stavano mettendo le foglie. Il mare era pieno di pesci, e non c'era fame nella terra; la gente era ben nutrita, il bestiame grasso e indolente. C'erano bambini ovunque, con pochi abiti addosso, e il sole gli aveva scurito la pelle. Era una bella serata, fresca dopo il giorno caldo e assolato. Si stava alzando una brezza dalle colline, e le palme ondeggianti davano forma e bellezza al cielo. La piccola automobile stava sbuffando su per una collina, e la bambina seduta davanti si era messa comoda. Era troppo timida per dire una parola, ma era tutta occhi, assorbiva ogni cosa. C'erano molte persone lungo la strada, alcune ben coperte e altre quasi nude. Un uomo che indossava solo una cintura e un pezzo di tessuto era in piedi nel ruscello vicino a riva. Si immerse varie volte nell'acqua, si strofinò, si immerse di nuovo e uscì. Ben presto era quasi buio, e i fari dell'auto illuminavano le persone e gli alberi. È strano come la mente sia sempre occupata dai propri pensieri, anche quando osserva e ascolta. Non è mai davvero vuota; ed essendo così totalmente piena, non le è possibile alcun altro movimento. Divenendo consapevole di questo suo stato di costante occupazione, cerca di divenire non occupata, vuota. Il metodo, la pratica, che promette pace, diventa la nuova occupazione della mente. Alcuni pensieri – l'ufficio, la famiglia, il futuro – riempiono in continuazione la mente. È sempre affollata, ingombra di cose prodotte da lei o da altri; un incessante movimento privo di grande significato. Una mente occupata è una mente meschina, sia essa occupata con Dio, con l'invidia o con il sesso. L'isolamento, il movimento egocentrico della mente, non è che un'occupazione più profonda in cui l'attività si impegna. La mente non ha mai il lusso di un vuoto totale; c'è sempre un angolo attivo, che progetta, che chiacchiera, che si impegna. Il vuoto totale della mente, quando sono esposti anche i suoi più oscuri recessi, ha un'intensità che non è il furore di essere occupata, e che non è indebolita dalla resistenza che l'occupazione comporta. Non essendoci niente a cui resistere o da sconfiggere, quest'intensità è un silenzio privo di sforzo. La mente occupata non conosce questo silenzio. Anche quei momenti in cui non è occupata sono solo intervalli nell'attività della sua occupazione, che ben presto vengono colmati. Questo silenzio del vuoto non è l'opposto dell'occupazione. Tutti gli opposti rientrano nello schema della lotta. Non è un risultato, un effetto, perché non ha scopo, non ha causa. Ogni concatenamento di causa ed effetto rientra nella sfera dell'attività egocentrica. Il sé, con la sua occupazione, non può mai conoscere questa intensità di silenzio, né ciò che sta in essa e oltre di essa.

Tre uomini erano arrivati dalla lontana città, in treno e pullman. Uno, decisamente più vecchio degli altri due, con una barba ben curata, era il portavoce, anche se gli altri non gli erano per nulla subordinati. Lento e determinato nel parlare, era in grado di citare liberamente dalle fonti più autorevoli. Non era mai impaziente, e trasmetteva un senso di tolleranza. Dei due uomini più giovani, uno era quasi calvo, e l'altro aveva capelli folti. Quello stempiato sembrava non essersi ancora chiarito le idee riguardo alle cose serie, ed era disposto a mettere in discussione ciò che diceva; però emergevano qua e là dei ben precisi modelli di pensiero. Faceva grandi sorrisi mentre parlava, ma non gesticolava. L'altro era piuttosto timido, e parlava molto poco. «Non è possibile trovare Dio attraverso le organizzazioni religiose istituite?» chiese l'uomo più anziano. Se posso chiederlo, perché rivolge una domanda simile? È un problema serio di per sé, o è solo un'apertura in direzione di un problema serio? Se dietro questo c'è un altro problema più serio, non sarebbe più semplice passare subito a quello? «Per il momento questa domanda è piuttosto seria in sé, almeno per noi. Due anni fa tutti noi siamo venuti ad ascoltarti quando sei stato qui l'ultima volta, e allora abbiamo avuto l'impressione che tu fossi di gran lunga troppo drastico riguardo alle religioni organizzate. I miei due amici e io apparteniamo a una di esse; ma poco a poco abbiamo cominciato a pensare che potresti avere ragione, e vogliamo parlarne seriamente con te.» Prima di tutto, cosa significa essere seri? Noi siamo seri, in modo passeggero, riguardo a molte cose. Dal momento che vi siete presi il disturbo di venire qui, non sarebbe bene cominciare a comprendere cosa intendiamo con serietà? «Forse non siamo così seri come tu vorresti, ma dedichiamo più tempo possibile alla ricerca di Dio.» Il tempo trascorso a fare qualcosa è una prova di serietà? L'uomo d'affari, l'impiegato, lo scienziato, il falegname – tutti loro dedicano una grande quantità di tempo alle rispettive occupazioni. Voi li considerereste seri, giusto? «In un certo senso, sì. Ma la serietà con cui noi portiamo avanti la nostra ricerca di Dio è del tutto diversa. È difficile spiegarla a parole.» In un caso la serietà è esteriore, superficiale, mentre nell'altro è interiore, più profonda, richiede una maggiore visione, e così via; non è vero? «Sì, è più o meno questo quello che lui intende» intervenne lo stempiato. «Noi dedichiamo il maggior tempo possibile alla meditazione, a leggere i libri sacri e a partecipare ai raduni religiosi. In breve, siamo molto seri nella nostra ricerca di Dio.» Ancora una volta, il tempo è un indicatore di serietà? Oppure la serietà dipende dallo stato della mente? «Non capisco che cosa intendi per stato della mente.» Per quanto seria una mente meschina o immatura possa essere, è sempre limitata, poco profonda, dipendente, soggetta alle influenze. Preoccuparsi di un'unica parte della vita significa essere seri solo in parte; invece la mente che si preoccupa della totalità della vita accosterà tutte le cose con un intento serio. Una tale mente è del tutto seria, schietta. «Forse intendi dire che noi non ci accostiamo mai alla vita come a un tutto» disse il più anziano. «E temo che tu abbia ragione.» L'approccio parziale trova solo una risposta parziale, e per quanto serio uno possa essere, la propria serietà sarà sempre frammentaria. Una tale mente non può trovare la verità di nulla. «Allora come si fa ad avere questa serietà totale?» Il "come" non importa affatto. Non esiste metodo o pratica che possa risvegliare questo sentimento – il sentimento della mente intenta alla comprensione della totalità del proprio essere. Giungeremo a questo sentimento, spero, nel seguito della nostra conversazione. Ma tu hai cominciato domandando se Dio può essere trovato attraverso una religione organizzata. «Sì, era questa la nostra domanda» replicò lo stempiato. «Tutto ciò che sappiamo della religione è ciò che ci è stato inculcato fin dall'infanzia. Nel corso dei secoli, le religioni organizzate ci hanno insegnato a credere in questo o quell'altro. In pratica tutti i santi di cui siamo a conoscenza hanno seguito la religione dei propri padri e hanno fatto affidamento sull'autorità dei libri sacri. Noi tre qui apparteniamo a una delle organizzazioni religiose tradizionali, ma da quando ti abbiamo sentito parlare, abbiamo cominciato a dubitare – o quantomeno, io ho cominciato a dubitare – della necessità di appartenere a una qualche organizzazione religiosa. È di questo che ci piacerebbe parlare.» Che cosa implica l'organizzazione? Noi ci organizziamo al fine di cooperare a fare qualcosa. L'organizzazione è necessaria per un'azione efficace se io e te vogliamo fare qualcosa insieme. Dobbiamo organizzarci, porci in una relazione corretta, se vogliamo portare avanti in modo efficiente un qualche piano politico, sociale o economico. Le organizzazioni religiose si basano su questo stesso fondamento? E che cosa intendete voi con religione? «Per me, la religione è il modo di vivere» replicò il terzo. «Il modo di vivere ci viene illustrato dai nostri maestri spirituali e dai libri sacri, e il fatto di seguirlo nella nostra vita quotidiana costituisce la religione.» La religione consiste allora nel seguire un modello illustratoci da altre persone, per quanto grandi? Seguire significa conformarsi, imitare, nella speranza di ricevere una ricompensa confortante; e certo questo non è religione. Il distacco dell'individuo dall'invidia, dalla cupidigia e dalla violenza, dal desiderio di successo e di potere, così che la mente sia libera dalle contraddizioni, dai conflitti, dalle frustrazioni – non è questa la via della religione? E solo una mente siffatta può scoprire il vero, il reale. Una tale mente non è in alcun modo influenzata, non è sottoposta ad alcuna pressione, e perciò riesce a essere immobile; ed è solo quando la mente è del tutto immobile che esiste la possibilità che entri in gioco ciò che è oltre la misura della mente. Ma le religioni organizzate non fanno che condizionare la mente affinché segua un determinato modello di pensiero. «Ma noi siamo stati educati a pensare all'interno di un certo modello, con il suo codice morale» disse lo stempiato. «Il tempio o la chiesa, con il culto, con le cerimonie, con le credenze e i dogmi – per noi, questo è sempre stato religione, e tu lo stai distruggendo senza mettere niente al suo posto.» Ciò che è falso deve essere accantonato se si vuole lasciar emergere ciò che è vero. L'isolamento della mente è essenziale; e la via della religione è il districarsi della mente dal modello costituito dal collettivo, dal passato. Al momento la mente è in balia della moralità collettiva, con la sua avidità, la sua ambizione, la sua rispettabilità e l'inseguimento del potere. La comprensione di tutto ciò ha una sua propria azione, che libera il sentimento della mente dal collettivo, rendendola capace di amore, di compassione. Solo allora c'è il sublime. «Ma noi non siamo capaci di una tale immensa comprensione» disse il più anziano. «Noi abbiamo ancora bisogno della cooperazione e della guida degli altri perché ci accompagnino nella giusta direzione. Questa cooperazione e guida viene fornita da quella che chiamiamo religione organizzata.» Avete davvero bisogno dell'aiuto di qualcun altro per liberarvi dall'invidia e dall'ambizione? E quando avete l'aiuto di qualcun altro siete liberi? O la libertà viene solo con la conoscenza di sé? E la conoscenza di sé è una questione di guida, di aiuto organizzato? Oppure le vie del sé vanno scoperte di momento in momento nelle nostre relazioni quotidiane? La dipendenza da qualcun altro, o da un'organizzazione, alimenta la paura, non è vero? «Possono esserci alcuni che sono forti abbastanza da ergersi soli contro il mondo, ma la grande maggioranza di noi ha bisogno del confortante supporto della religione organizzata. Le nostre vite, nel loro complesso, sono vuote, monotone, prive di grande significato, e ci pare meglio riempire questo vuoto con le credenze religiose, piuttosto che con stupidi divertimenti, o con la sofisticazione dei pensieri e dei desideri mondani.» Nel riempire questo vuoto con le credenze religiose, lo avete riempito di parole, non è vero? «Si presume che noi siamo persone colte» disse lo stempiato. «Siamo stati all'università, abbiamo dei lavori piuttosto buoni, e tutto il resto. Inoltre la religione è sempre stata per noi del più profondo interesse. Ma adesso vedo che quel che noi consideravamo religione non lo è affatto. D'altra parte, evadere da questa prigione del collettivo richiede più energia e comprensione di quanta ne posseggano la maggior parte di noi; perciò cosa dobbiamo fare? Se lasciassimo l'organizzazione religiosa a cui apparteniamo, ci sentiremmo perduti, e prima o poi ci aggrapperemmo a un'altra fede con cui ingannarci e riempire il nostro vuoto. L'attrazione della via vecchia è forte, e la seguiamo pigramente. Ma nel parlare di tutto questo certe cose mi sono divenute chiare come mai prima; e forse questa stessa chiarezza produrrà la propria azione.»

53 – Ascetismo ed essere totale

Stavamo volando molto in alto, a più di cinquemila metri. L'aereo era affollato, non c'era un posto vuoto. C'era gente da tutto il mondo. Molto più in basso, il mare era del colore dell'erba appena spuntata, delicato e incantevole. L'isola da cui eravamo decollati era verde scura; le strade nere e i sentieri rossi si stagliavano nitidi attraverso i boschetti di palme e la fitta vegetazione, e le case dai tetti rossi erano belle da vedere. Il mare divenne a poco a poco grigioverde, e poi blu. Adesso eravamo sopra le nuvole, ed esse nascondevano la terra, estendendosi per chilometri e chilometri fin dove l'occhio poteva vedere. Al di sopra il cielo era azzurro, vasto e onnicomprensivo. C'era un vento leggero alle nostre spalle, e volavamo veloci, a più di cinquecento chilometri all'ora. All'improvviso le nuvole si aprirono, e lì, molto più in basso, c'era la terra rossa, brulla, quasi senza vegetazione. Quel rosso era come il bagliore di una foresta in fiamme. La foresta non c'era, ma era la terra stessa a fiammeggiare, non per un incendio, ma per il proprio colore, intenso e stupefacente. Ben presto ci ritrovammo a volare di nuovo sopra la terra fertile, con borghi e villaggi sparpagliati tra i campi verdi. Adesso la terra era divisa dalla mano dell'uomo, e ogni sezione coltivata era presa, posseduta. Era come uno sconfinato tappeto variopinto, ma ogni colore apparteneva a qualcuno. Un fiume serpeggiava in mezzo a tutto ciò, e lungo le rive c'erano alberi che proiettavano le lunghe ombre mattutine. In lontananza c'erano le montagne che si estendevano da una parte all'altra della terra. Era un bel paese; c'erano spazio e tempo. Oltre il rumore dei reattori e il chiacchiericcio della gente, e oltre il proprio stesso chiacchiericcio, la mente era in movimento. Era un viaggio del tutto silenzioso, non nel tempo e nello spazio, ma in se stessa. Questo movimento interiore non era il viaggio esteriore della mente attraverso il campo più o meno vasto delle proprie origini, del proprio chiassoso passato. Non era un viaggio intrapreso dalla mente; era un movimento del tutto diverso. La totalità della mente, non solo una parte di essa, il nascosto così come l'esplicito, era del tutto immobile. La registrazione del fatto, qui, non è il fatto; il fatto è del tutto diverso dalle parole che lo registrano. Quell'immobilità non era nella misura del tempo. Divenire ed essere non hanno relazione tra loro; si muovono in direzioni del tutto diverse; l'uno non porta all'altro. Nell'immobilità dell'essere, il passato come osservatore, come sperimentatore, non c'è. Non c'è alcuna attività temporale. Non c'è alcun ricordo che si comunichi, ma solo il movimento stesso – il movimento del silenzio nello smisurato. È un movimento che non parte da un centro, che non va da un punto all'altro; non ha centro, né osservatore. È un viaggio dell'essere totale, e l'essere totale non ha la contraddizione del desiderio. In questo viaggio dell'intero, non c'è punto di partenza né punto d'arrivo. L'intera mente è immobile, e questa immobilità è un movimento che non è il viaggio della mente.

La pioggia a dirotto era venuta e se n'era andata, ma c'era ancora ovunque il suono delle gocce che cadevano. La stanza era molto umida, e ci sarebbero voluti parecchi giorni perché le cose asciugassero. L'uomo aveva occhi infossati e un bel corpo. Aveva rinunciato al mondo e alle sue vie; e anche se non vestiva gli abiti di quella rinuncia, aveva stampato in volto il pensiero di cose alte. Non si rasava da tempo, perché stava viaggiando, ma si era appena lavato, e anche i suoi abiti erano puliti. Gentile e di modi cordiali, con mani espressive, restò seduto in un grave silenzio per un lungo tempo, assaporando l'atmosfera, sentendo la propria via. Poi spiegò. «Ti ho sentito parlare molti anni fa, un pò per caso, e qualcosa di ciò che hai detto mi ha sempre accompagnato: che alla realtà non si può giungere attraverso la disciplina, o attraverso una qualunque forma di tortura di se stessi. Da quella volta ho girato per tutto il paese, ho visto e sentito molte cose. Ho disciplinato me stesso con severità. Superare la passione fisica non è stato troppo difficile, ma altre forme di desiderio non sono state così facili da accantonare: per molti anni ho praticato ogni giorno la meditazione, senza riuscire ad andare oltre un certo punto. Ma quel che voglio discutere con te è la disciplina che ci si impone. Il controllo del corpo e della mente è essenziale – e in gran parte essi sono stati controllati. Ma parlando con un compagno di pellegrinaggio del processo della disciplina, ne ho percepito il pericolo. Lui si è mutilato fisicamente per superare la passione sessuale. Si può andare troppo oltre in quella direzione. Ma la moderazione nella disciplina non è facile. Ogni tipo di raggiungimento comporta un senso di potere. C'è un esaltante eccitazione nel conquistare gli altri, ma ancor più nel dominare se stessi.» L'ascetismo ha le proprie delizie, al pari della mondanità. «Questo è perfettamente vero. Io conosco i piaceri dell'ascetismo, e il senso di potere che trasmette. Come tutti gli asceti e i santi hanno sempre fatto, ho soppresso le pulsioni corporali nell'intento di affinare e rendere inerte la mente. Ho sottoposto i sensi, e i desideri che ne derivano, a una rigorosa disciplina, in modo che lo spirito potesse essere liberato. Ho negato ogni forma di comodità al corpo, e ho dormito in ogni sorta di luogo; ho mangiato ogni sorta di cibo, eccetto la carne, e ho digiunato per giorni e giorni di seguito. Ho meditato per lunghe ore con implacabile tensione; e tuttavia, nonostante tutta questa lotta e questo dolore, con il senso di gioia e potere che comportano, la mente non sembra essere andata oltre un certo punto. È come se ci si ritrovasse un muro davanti; per quanto si faccia non si riuscirà mai ad abbatterlo.» Da questo lato del muro ci sono le visioni, le opere buone, le virtù coltivate, il culto, le preghiere, l'abnegazione, gli dèi; tutte queste cose hanno solo il significato che la mente conferisce loro. La mente è ancora il fattore dominante, non è vero? E può la mente andare oltre le proprie barriere, oltre se stessa? Non è questa la domanda? «Sì. Dopo trent'anni di tentativi strenui e disciplinati, dedicati alla meditazione e alla completa abnegazione di sé, perché questo muro di cinta non è stato abbattuto? Ho parlato con molti altri asceti che hanno avuto la stessa esperienza. Naturalmente ci sono coloro che sostengono che si dovrebbe essere ancora più severi nell'abnegazione, più determinati nella meditazione, e così via; ma io so di non poter fare di più. Tutti i miei sforzi non hanno portato che al presente stato di frustrazione.» Nessuna fatica o sforzo, per quanto grandi, possono abbattere questo muro all'apparenza impenetrabile; ma forse potremmo comprendere il problema se lo affrontiamo da un altro punto di vista. È possibile accostarsi ai problemi della vita in modo totale, con l'interezza del proprio essere? «Non credo di capire che cosa vuoi dire.» Ti capita mai di essere consapevole di tutto il tuo essere, nella sua totalità? La totalità non la si realizza mettendo insieme le molte parti in conflitto tra loro, non è vero? Può esistere il sentimento dell'integrità dell'essere – non l'intero speculativo, non quello che pensi o formuli come l'intero, ma il vero e proprio sentimento del tutto? «Forse un tale sentimento è possibile, ma io non l'ho mai provato.» Al momento una parte della mente sta cercando di catturare l'intero, non è vero? Una parte lotta contro un'altra parte, un desiderio contro un altro desiderio. La mente nascosta è in conflitto con quella esplicita; la violenza sta cercando di divenire non-violenza. La frustrazione è seguita dalla speranza, l'appagamento da un'altra frustrazione. Questo è tutto ciò che sappiamo. C'è l'incessante corsa all'appagamento, la cui ombra è la frustrazione; così non proviamo né conosciamo mai l'integrità dell'essere. Il corpo è contro il sentimento; il sentimento è contro il pensiero; il pensiero insegue ciò che dovrebbe essere, l'ideale. Siamo divisi, frammentati, e rimettendo insieme i vari frammenti speriamo di ottenere l'intero. È mai possibile fare questo? «Ma cos'altro si può fare?» Per il momento non preoccupiamoci dell'azione; forse ci arriveremo in seguito. Questo sentimento della totalità del tuo essere, del tuo corpo, mente e cuore, non è l'assemblaggio di tutti questi frammenti. Non puoi comporre dei desideri contraddittori in un tutto armonico. Tentare di far questo è un atto della mente, e la mente stessa non è che una sola parte. Una parte non può creare il tutto. «Questo lo capisco; ma allora?» La nostra indagine non serve a scoprire cosa fare, ma a individuare questo sentimento dell'integrità del proprio essere – anzi, a provarlo. Questo sentimento ha una propria azione. Quando c'è azione senza questo sentimento, allora sorge il problema di come colmare l'abisso tra la realtà e ciò che dovrebbe essere, l'ideale. Allora non sentiamo mai in modo completo, c'è sempre qualcosa di trattenuto; non pensiamo mai in modo completo, c'è sempre la paura; non agiamo mai in modo libero, c'è sempre uno scopo, qualcosa che vogliamo ottenere o evitare. La nostra vita è sempre parziale, mai intera, e di conseguenza ci rendiamo insensibili. Attraverso la repressione del desiderio, attraverso il mero controllo della mente, attraverso la negazione dei bisogni corporali, l'asceta si rende insensibile. «I nostri desideri non devono essere domati?» Quando vengono domati reprimendoli, perdono il loro vigore, e in questo processo le percezioni si affievoliscono, la mente viene resa insensibile; benché si cerchi la libertà, non si ha l'energia necessaria per trovarla. È necessaria un'abbondante energia per trovare la verità, e questa energia viene dissipata attraverso il conflitto che deriva dalla repressione, dalla conformità, dalla costrizione. Ma anche cedere al desiderio alimenta la contraddizione, che di nuovo dissipa l'energia. «Come si può allora conservare l'energia?» Il desiderio di conservare l'energia è cupidigia. Questa energia essenziale non può essere conservata o accumulata; entra in gioco con il cessare della contraddizione al proprio interno. Per sua stessa natura, il desiderio comporta contraddizione e conflitto. Il desiderio è energia, e deve essere compreso; non ci si può limitare a sopprimerlo, o a renderlo conforme. Ogni sforzo per costringere o disciplinare il desiderio produce un conflitto, che porta all'insensibilità. Tutte le intricate vie del desiderio devono essere conosciute e comprese. Le vie del desiderio non possono essere insegnate e non possono essere imparate. Comprendere il desiderio è essere consapevoli, senza scelta, dei suoi movimenti. Se distruggi il desiderio distruggi la sensibilità, così come l'intensità indispensabile per comprendere la verità. «Non c'è intensità quando la mente è rivolta in un'unica direzione?» Una tale intensità è d'intralcio alla realtà, perché è il risultato di una limitazione, di una compressione della mente attraverso l'azione della volontà; e la volontà è desiderio. Esiste un'intensità che è del tutto differente: la strana intensità che deriva dall'essere totale, cioè quando il proprio intero essere è integrato, non messo insieme attraverso il desiderio di un risultato. «Puoi dire qualcosa di più riguardo a questo essere totale?» È il sentimento di essere interi, indivisi, non frammentati, un'intensità in cui non c'è tensione, non c'è pulsione del desiderio con le proprie contraddizioni. È questa intensità, questo profondo impulso non premeditato, che abbatterà il muro che la mente si è costruita intorno. Quel muro è l'ego, l'"io", il sé. Ogni attività del sé crea separazione, chiusura, e più esso lotta per spezzare le proprie barriere, più forti queste barriere divengono. Gli sforzi del sé per liberarsi non fanno che alimentare la propria energia, la propria sofferenza. Quando si percepisce questa verità, solo allora si ha il movimento dell'intero. Questo movimento non ha centro, come non ha inizio né fine; è un movimento oltre la misura della mente – la mente che viene messa insieme attraverso il tempo. La comprensione delle attività delle parti conflittuali della mente, che costituisce il sé, l'ego, è meditazione. «Adesso vedo quel che ho fatto per tutti questi anni. È sempre stato un movimento a partire dal centro – ed è questo stesso centro che deve essere distrutto. Ma come?» Non esiste un metodo, perché ogni metodo o sistema diventa il centro. La realizzazione della verità che questo centro deve essere distrutto è la sua stessa distruzione. «La mia vita è stata una lotta incessante, ma adesso vedo la possibilità che questo conflitto abbia termine.»

54 – La sfida del presente

Questo viottolo scendeva al mare dalla grande strada ben illuminata, passando in mezzo ai muri dei giardini di molte case ricche. Era silenzioso qui, perché i muri parevano tenere lontano il rumore della città. Il viottolo era tutto curve, e sui muri bianchi le ombre danzavano quando la brezza agitava gli alberi. La brezza era gravida di aromi: la salsedine del mare, l'odore del pasto serale, il profumo del gelsomino, e i gas di scarico. Adesso veniva dal mare, e c'era una strana intensità. Un grosso fiore bianco stava crescendo nel terriccio scuro accanto al sentiero, e la sera era piena della sua fragranza. Il sentiero continuava a scendere, e poco dopo incrociò una strada che costeggiava il mare. Un giovane era seduto accanto alla strada, e teneva un cane al guinzaglio. Si stavano riposando entrambi. Era un cane grosso, possente, elegante e ben nutrito. Il suo proprietario doveva considerare il cane più importante dell'uomo, perché l'uomo indossava abiti sudici e aveva un aspetto spaventato, avvilito. Era il cane che era importante, non l'uomo, e l'uomo pareva saperlo. I cani di razza sono sempre un pò snob. Arrivarono due persone, parlando e ridendo, e il cane ringhiò minaccioso mentre passavano; ma loro non gli prestarono attenzione, perché il cane era al guinzaglio e ben custodito. Un bambino stava trasportando qualcosa di molto pesante, e riusciva a stento a reggerlo; ma era sorprendentemente allegro, e sorrise mentre passava. Adesso c'era silenzio; non passavano auto e per strada non c'era nessuno. A poco a poco l'intensità crebbe. Non derivava dalla quiete della sera, o dal cielo stellato, o dalle ombre danzanti, o dal cane al guinzaglio, o dalla fragranza della brezza passeggera; ma tutte queste cose erano contenute in quell'intensità. C'era solo l'intensità, pura e semplice, senza una causa, senza un dio, senza il sussurro di una promessa. Era così forte che il corpo si ritrovò per un momento incapace di ogni movimento. Tutti i sensi avevano una sensibilità acuita. La mente, questa cosa strana e complessa, era prosciugata da ogni pensiero, e perciò del tutto sveglia; era una luce priva di ombra. Il proprio intero essere bruciava di un'intensità che consumava il movimento del tempo. Il simbolo del tempo è il pensiero, e in quella fiamma si consumavano il rumore di un pullman di passaggio e il profumo del fiore bianco. Il suono e la fragranza si intrecciavano, ma erano due fiamme distinte, separate. Senza un fremito, e senza l'osservatore, la mente era consapevole di questa intensità senza tempo; era lei stessa la fiamma, limpida, intensa, innocente.

Lui e la moglie erano lì nella piccola stanza, la cui unica finestra dava su un muro spoglio di fronte a cui c'era il tronco marrone di un grande albero. Si vedeva solo il tronco massiccio e non i rami che se ne dipartivano. Lui era un uomo grosso, ben piantato, e piuttosto pesante. Il suo sorriso era fulmineo e amichevole, ma i suoi occhi penetranti potevano mostrare rabbia, e la sua lingua sapeva essere molto affilata. Aveva evidentemente letto molto, e adesso stava cercando di andare oltre la conoscenza. La moglie aveva gli occhi chiari e un bel viso; anche lei era troppo grossa, ma non flaccida. Prendeva poca parte alla conversazione, ma ascoltava con evidente interesse. Non avevano figli. «È mai possibile liberare la mente dalla memoria?» cominciò lui. «La memoria non è la sostanza stessa della mente – intendendo come memoria la conoscenza e l'esperienza dei secoli? Ogni esperienza non rafforza forse la memoria? In ogni caso, io non sono mai stato in grado di comprendere perché uno dovrebbe liberarsi dal passato, come tu sembri sostenere. Il passato è ricco di associazioni e ricordi piacevoli. Per fortuna spesso ci si dimentica degli avvenimenti sgradevoli e dolorosi, ma le memorie piacevoli rimangono. Sarebbe un grande impoverimento per l'essere se tutte le esperienze e le conoscenze che uno ha ottenuto venissero accantonate. Sarebbe davvero una povera mente quella che non ha alcuna profondità di conoscenza ed esperienza. Sarebbe una mente primitiva.» Se non senti la necessità di liberarti dal passato, allora non c'è alcun problema, no? Allora la ricchezza del passato, con tutte le sue gioie e le sue sofferenze, rimarrà. Ma il passato è una cosa vivente? Oppure è il movimento del presente che dà vita al passato? Il presente, con la propria esigente intensità e la propria rapida mutevolezza, è una costante sfida per la mente. Il presente e il passato sono sempre in conflitto, a meno che la mente sia capace di incontrare pienamente il mutevole presente. Il conflitto sorge solo quando la mente, gravata dal passato, dal conosciuto, dal già sperimentato, reagisce in modo incompleto alle sfide del presente, che è sempre nuovo, in mutamento. «Può la mente reagire in modo completo al presente? A me sembra che la mente sia sempre colorata dal passato; come è mai possibile liberarsi di questa colorazione?» Approfondiamo la cosa e scopriamolo. Il passato è tempo, non è vero? – tempo come esperienza, conoscenza; e ogni ulteriore esperienza rafforza il passato. «Come?» Quando nella propria vita ha luogo un evento e si ha quel che si dice un'esperienza, l'esperienza viene immediatamente tradotta nei termini del passato. Se si ha una qualche fede religiosa, questa fede può determinare particolari esperienze che a propria volta rafforzeranno la fede. La mente superficiale può adattarsi alle pressioni e alle richieste del proprio immediato ambiente circostante; ma la parte nascosta della mente è pesantemente condizionata dal passato, ed è questo condizionamento, questo retroterra che detta l'esperienza. L'intero movimento della coscienza è la reazione del passato, non è vero? Il passato è essenzialmente statico, latente, non ha alcuna azione propria; ma prende vita quando si trova di fronte a una qualche sfida; allora reagisce. Ogni pensiero è la reazione del passato, dell'esperienza accumulata, della conoscenza. Perciò ogni pensiero è condizionato; la libertà è al di là del potere del pensiero. «Allora la mente come potrà mai liberarsi dalle proprie limitazioni?» Se posso chiederlo, perché la mente – che è essa stessa il passato, il risultato del tempo – dovrebbe liberarsi? Qual è lo scopo che sta dietro la tua domanda? Perché essa sorge? È un problema teorico o concreto? «Credo entrambe le cose. C'è la curiosità speculativa di sapere, come uno può voler conoscere la struttura della materia, e c'è anche un problema personale. È un problema per me nel senso che sembra non esserci alcuna via d'uscita dal mio condizionamento. Posso rompere con un modello di pensiero, ma in questo stesso processo si viene formando un altro modello. Accade mai che la rottura col vecchio faccia entrare in gioco il nuovo?» Se lo si può riconoscere come il nuovo, è davvero il nuovo? Di certo ciò che viene riconosciuto come il nuovo è ancora l'esito del passato. Il riconoscimento è un frutto della memoria. Ed è solo quando il passato cessa che il nuovo può esistere. «Ma è possibile per la mente spezzare la cortina del passato?» Di nuovo, perché stai facendo questa domanda? «Come ho detto, si ha la curiosità di sapere; e c'è anche il desiderio di liberarsi di determinate memorie sgradevoli e dolorose.» La mera curiosità non porta molto lontano. E tenersi aggrappati al piacevole, cercando nello stesso tempo di sbarazzarsi dello sgradevole, non fa che rendere la mente ottusa, superficiale; non porta la libertà. La mente deve liberarsi da entrambe le cose, non solo dallo sgradevole. La schiavitù di memorie piacevoli evidentemente non è libertà. Il desiderio di tenersi stretti a ciò che è piacevole genera il conflitto nella vita; questo conflitto condiziona ancor più la mente, e una tale mente non può mai essere libera. Finché la mente è presa nel flusso della memoria, piacevole o spiacevole che sia, finché è in balia della concatenazione di causa ed effetto; finché sta utilizzando il presente come passaggio dal passato al futuro, non può mai essere libera. La libertà è allora una mera idea, non una realtà. La verità di ciò deve essere colta, e allora la tua domanda avrà un significato del tutto diverso. «Se colgo la verità di questo, ci sarà libertà?» La speculazione è vana. La verità deve essere colta, il fatto reale che non c'è libertà fino a quando la mente è prigioniera del passato deve essere sperimentato. «Un uomo che è libero in questo senso ultimo ha una qualunque relazione col flusso causale e temporale? E se no, allora a cosa giova questa libertà? Che valore o significato ha un tale uomo in questo mondo di gioia e dolore?» È strano come pensiamo quasi sempre in termini di utilità. Non stai ponendo questa domanda dalla barca in balia della corrente del tempo? E da lì vuoi sapere quale significato ha un uomo libero per la gente sulla barca. Probabilmente nessuno. La maggior parte della gente non è interessata alla libertà; e quando incontrano un uomo che è libero, essi o ne fanno una divinità e lo piazzano in un santuario, oppure lo cacciano via a sassate o a parole – il che significa distruggerlo. Ma di certo la tua preoccupazione non ha a che fare con un tale uomo. La tua preoccupazione è quella di liberare la mente dal passato, la mente che sei tu. «Quando la mente è libera, qual è la sua responsabilità?» La parola "responsabilità" non si può applicare a una tale mente. La sua stessa esistenza ha un'azione esplosiva sul tempo, sul passato. Ed è questa azione esplosiva a essere della massima importanza. L'uomo che chiede aiuto rimanendo sulla barca lo vuole secondo il modello del passato, nel suo campo di riconoscimento, e a questo la mente libera non ha nulla da replicare; ma quella libertà esplosiva agisce sulla schiavitù del tempo. «Non so che cosa dire di fronte a questo. In effetti sono venuto qui con mia moglie per curiosità, e mi sono ritrovato a divenire profondamente serio. A un certo livello di me stesso io sono serio, e lo sto scoprendo adesso per la prima volta. Molti della mia generazione hanno voltato le spalle alle religioni riconosciute, ma nel profondo esiste il sentimento religioso, che ha ben poche opportunità di emergere. Bisogna avvalersi dell'opportunità presente.»

55 – Sofferenza causata dall'autocommiserazione

In quel periodo dell'anno, in quel clima temperato, era primavera. Il sole era eccezionalmente mite, perché c'era un vento leggero proveniente da nord, dove le montagne erano fresche per la neve. Un albero accanto alla strada, spoglio una settimana fa, adesso era coperto di foglioline nuove, che scintillavano verdi al sole. Le foglie nuove erano così tenere, così delicate, così piccole nel vasto spazio della mente, della terra e del cielo azzurro; eppure nel giro di poco tempo parevano riempire lo spazio di ogni pensiero. Più avanti lungo la strada c'era un albero che non aveva foglie, ma solo fiori. La brezza ne aveva sparso i petali a terra, e vari bambini ci si erano seduti in mezzo. Erano i figli degli autisti e di altri servitori. Non sarebbero mai andati a scuola, e sarebbero sempre stati i poveri della terra; ma in mezzo ai petali caduti di fianco alla strada di catrame, erano parte della terra. Restarono stupiti nel vedere un estraneo sedersi lì con loro, e di colpo si ammutolirono; smisero di giocare con i petali, e per qualche secondo restarono immobili come statue. Ma i loro occhi erano animati dalla curiosità, dalla cordialità e dall'apprensione. In un piccolo giardino un pò più in basso rispetto alla strada c'erano una quantità di fiori dai colori vivaci. Tra le foglie di un albero di quel giardino, un corvo si riparava dal sole di mezzogiorno. Tutto il suo corpo posava sul ramo, con le piume che coprivano gli artigli. Stava chiamando o rispondendo ad altri corvi, e nel corso di una decina di minuti nel suo gracchiare si alternarono cinque o sei note differenti. Probabilmente sapeva fare anche altre note, ma per il momento era soddisfatto di quelle. Era molto nero, con il collo grigio; aveva occhi straordinari che non stavano mai fermi, e il becco era duro e aguzzo. Era in stato di completo riposo, eppure completamente vivo. Era strano come la mente fosse totalmente con quell'uccello. Non lo stava osservando, anche se ne coglieva ogni dettaglio; non era divenuta l'uccello, perché non si dava alcuna identificazione. Era con l'uccello, con i suoi occhi e col suo becco aguzzo, così come il mare è con i pesci; era con l'uccello, eppure andava attraverso e oltre l'uccello. La mente aguzza, aggressiva e spaventata del corvo era parte della mente che abbracciava i mari e il tempo. Questa mente era vasta, illimitata, oltre ogni misura, e tuttavia era consapevole del minimo movimento degli occhi di quel corvo nero in mezzo alle foglioline scintillanti. Era consapevole dei petali che cadevano, ma la sua attenzione non era concentrata, non si rivolgeva ad alcun punto. A differenza dello spazio che ha sempre qualcosa dentro – una particella di polvere, la terra, o i cieli – era del tutto vuota, ed essendo vuota poteva esercitarsi senza alcuna causa. La sua attenzione non andava né alle radici né ai rami. Tutta l'energia era in quella vuota immobilità. Non era l'energia che viene accumulata con un intento, e che ben presto viene dissipata quando la pressione si allenta. Era l'energia di ogni inizio; era la vita che non ha tempo né fine.

Erano arrivate varie persone insieme, e mentre qualcuno cercava di presentare un problema, gli altri già cominciavano a dare spiegazioni e a fare il confronto con i propri affanni. Ma la sofferenza non può avere confronti. Il confronto conduce all'autocommiserazione, e allora ne conseguono sventure. L'avversità deve essere affrontata in modo diretto, non con l'idea che la tua è maggiore di quella di un altro. Adesso stavano tutti in silenzio, e a un certo punto uno di loro cominciò. «Mia madre è morta da qualche anno. Di recente ho perso anche mio padre, e sono pieno di rimorsi. Era un bravo padre, e avrei dovuto fare molte cose che non ho fatto. Le nostre idee erano in contrasto; i nostri rispettivi modi di vivere ci avevano allontanato. Lui era un uomo religioso, mentre i miei sentimenti religiosi non sono così evidenti. La relazione tra noi due era spesso tesa, ma era pur sempre una relazione, e adesso che lui se ne andato io sono straziato dalla sofferenza. La mia sofferenza non è solo rimorso, ma anche il sentimento di essere rimasto solo. Non ho mai provato prima questo tipo di sofferenza, ed è molto acuta. Che cosa devo fare? Come faccio a superarla?» Posso chiederti se soffri per tuo padre o se la sofferenza deriva dal non avere più una relazione a cui eri abituato? «Non capisco bene cosa intendi» replicò lui. Soffri perché tuo padre se ne andato o perché ti senti solo? «So soltanto che soffro e che voglio smetterla. Davvero non capisco che cosa intendi. Ti prego di spiegarmi.» È piuttosto semplice, no? O stai soffrendo per tuo padre, cioè perché lui amava la vita e voleva vivere, e adesso se n'è andato; oppure stai soffrendo perché c'è stata una rottura di una relazione che aveva avuto significato per così tanto tempo, e all'improvviso ti sei ritrovato consapevole della tua solitudine. Allora, quale delle due? Di certo stai soffrendo non per tuo padre, ma perché sei solo, e la tua sofferenza è quella che deriva dall'autocommiserazione. «Cos'è esattamente la solitudine?» Non ti sei mai sentito solo? «Sì, ho spesso fatto delle passeggiate solitarie. Cammino a lungo da solo, soprattutto durante le vacanze.» Non c'è differenza tra il sentirsi solo e l'essere da solo nel corso di una camminata solitaria? «Se c'è, allora penso di non sapere cos'è la solitudine.» «Credo che di niente sappiamo cosa significa, se non a parole» aggiunse qualcuno. Non hai mai provato la sensazione della solitudine come potresti aver provato un mal di denti? Quando parliamo di solitudine ne proviamo il dolore psicologico, oppure ci limitiamo a impiegare una parola per indicare qualcosa che non abbiamo mai provato davvero? Soffriamo davvero o pensiamo soltanto di soffrire? «Io voglio sapere cos'è la solitudine» replicò lui. Intendi dire che ne vuoi una definizione. È l'esperienza dell'essere completamente isolato; il sentimento di non poter fare affidamento su niente, di essere tagliato fuori da ogni relazione. L'"io", l'ego, il sé, per sua stessa natura si costruisce continuamente un muro intorno; ogni sua attività conduce all'isolamento. Divenendo consapevole del proprio isolamento, comincia a identificarsi con la virtù, con Dio, con la proprietà, con una persona, un paese o un'ideologia; ma questa stessa identificazione è parte di un processo di isolamento. In altre parole, noi fuggiamo attraverso ogni possibile mezzo da questo dolore, da questo senso di isolamento, e così non lo proviamo mai in modo diretto. È come aver paura di qualcosa che è dietro l'angolo e non affrontarlo mai, non scoprire mai di cosa si tratta, ma correr sempre via a rifugiarsi da qualcosa o qualcuno, il che non fa che generare ulteriore paura. Non ti sei mai sentito solo in questo senso di essere tagliato fuori da tutto, completamente isolato? «Non ho idea di ciò di cui stai parlando.» Allora, se posso chiederlo, sai davvero che cos'è la sofferenza? Stai provando la sofferenza in modo altrettanto forte e pressante di quanto sarebbe con un mal di denti? Quando hai mal di denti, agisci; vai dal dentista. Ma quando c'è sofferenza tu cerchi di sfuggirla attraverso le spiegazioni, la fede, il bere, e così via. Agisci, ma la tua azione non è l'azione che libera la mente dalla sofferenza, non è vero? «Non so cosa fare, è per questo che sono qui.» Prima che tu possa sapere cosa fare, non devi scoprire cos'è davvero la sofferenza? Non ti sei finora limitato a formarti solo un'idea, un'opinione, di cos'è la sofferenza? Di certo la fuga, il ragionamento, la paura, ti impediscono di sperimentarla in modo diretto. Quando soffri il mal di denti, non ti formi delle idee e opinioni in proposito; ce l'hai e basta, e agisci. Ma qui non c'è azione, immediata o remota, perché in realtà tu non stai soffrendo. Per soffrire e per comprendere la sofferenza, non devi fuggire. «Mio padre se n'è andato per sempre, perciò soffro. Che cosa devo fare per sfuggire alla presa della sofferenza?» Noi soffriamo perché non vediamo la verità della sofferenza. La realtà e le nostre idee riguardo alla realtà sono due cose del tutto distinte, che conducono in due direzioni differenti. Se posso chiederlo, a te interessa la realtà, il fatto concreto, o solo l'idea della sofferenza? «Non stai rispondendo alla mia domanda, signore» insistette lui. «Cosa devo fare?» Vuoi scappare dalla sofferenza o liberartene? Se vuoi soltanto scappare, allora una pasticca, una fede, una spiegazione, uno svago possono "aiutare", con le inevitabili conseguenze della dipendenza, della paura, e così via. Ma sei vuoi liberarti dalla sofferenza, devi smettere di fuggirla ed esserne consapevole senza alcun giudizio, e senza alcuna scelta; devi osservarla, imparare da essa, conoscerne ogni intima piega. Allora non ne sarai più spaventato, e non ci sarà più il veleno dell'autocommiserazione. Con la comprensione della sofferenza viene anche la libertà da essa. Per comprendere la sofferenza è necessario sperimentarla davvero, e non accontentarsi della finzione verbale della sofferenza. «Posso fare solo un'altra domanda?» intervenne uno degli altri. «In quale maniera si dovrebbe vivere la propria vita quotidiana?» Come se uno stesse vivendo solo quel singolo giorno, solo quella singola ora. «Come?» Se tu avessi soltanto un'ora da vivere, che cosa faresti? «Non lo so proprio» replicò lui con ansia. Non sistemeresti ciò che è necessario esteriormente, i tuoi affari, le tue volontà, e così via? Non chiameresti i tuoi parenti e amici per chiedere loro perdono per il male che potresti aver fatto loro, e li perdoneresti per ogni male che avrebbero potuto fare a te? Non moriresti del tutto alle cose della mente, ai desideri e al mondo? E se questo può essere fatto in un'ora, allora può essere fatto anche per i giorni e gli anni che restano. «Una tal cosa è davvero possibile, signore?» Provaci e lo scoprirai.

56 – Insensibilità e resistenza al rumore

Il mare era calmo e l'orizzonte limpido. Mancavano una o due ore al levarsi del sole dietro le colline, e la luna calante faceva danzare le acque; era così luminoso che i corvi del circondario erano svegli e gracchiavano, svegliando anche i galli. A un certo punto i corvi e i galli si fecero di nuovo silenziosi; era troppo presto anche per loro. Era uno strano silenzio. Non il silenzio che viene dopo la tempesta, o il silenzio minaccioso che la precede. Non era un silenzio da "prima e dopo". Nulla si muoveva, nulla si agitava tra i cespugli. Era la totalità del silenzio, con la sua penetrante intensità. Non era la superficie del silenzio, ma la sua stessa essenza, e cancellava ogni pensiero, ogni azione. La mente sentiva questo smisurato silenzio e si faceva lei stessa silenziosa – o meglio entrava nel silenzio senza la resistenza opposta dalla propria attività. Il pensiero non stava valutando, misurando, accettando il silenzio, ma era esso stesso silenzio. La meditazione era priva di sforzo. Non c'era un autore della meditazione, non c'era pensiero rivolto a un fine; di conseguenza il silenzio era meditazione. Questo silenzio aveva il proprio movimento, e penetrava nelle profondità, in ogni angolo della mente. La mente non era divenuta silenziosa: il silenzio era la mente. Il silenzio aveva piantato il proprio seme nel cuore stesso della mente, e anche se i corvi e i galli stavano di nuovo annunciando l'alba, questo silenzio non avrebbe mai avuto fine. Il sole stava ora sorgendo dietro le colline; lunghe ombre si proiettavano sulla terra, e il cuore le avrebbe seguite per tutto il giorno.

La donna che viveva alla porta accanto era piuttosto giovane, e aveva tre figli. Il marito tornava dall'ufficio nel tardo pomeriggio, e dopo i giochi erano tutti sorridenti al di là del muro. Un giorno lei venne con uno dei figli, solo per curiosità. Non aveva molto da dire, e non c'era molto da dire. Parlò di molte cose – di vestiti, di auto, di istruzione e del bere, di feste e vita di club. Ci fu un sussurro tra le colline, ma scomparve prima che lo si potesse afferrare. C'era qualcosa dietro le parole, ma lei non aveva tempo di ascoltare. Il bambino cominciava a farsi irrequieto e nervoso. «Mi domando perché perdi il tuo tempo con persone del genere» indagò lui al suo arrivo. «La conosco, è una farfallona, buona per i cocktail, con un certo ammontare di gusto e di soldi. Mi sorprende che sia venuta a trovarti. Una pura e semplice perdita di tempo per te, ma forse lei ne ha ricavato qualcosa. Devi conoscerlo quel tipo di donna: abiti e gioielli, e se stessa come principale interesse. In realtà ero venuto per parlare di qualcos'altro, naturalmente, ma vedere lei qui mi ha davvero indisposto. Scusa se ti ho parlato di lei.» Un uomo giovanile, con buone maniere e una voce coltivata, era scrupoloso, ordinato e piuttosto esigente. Suo padre era ben conosciuto in ambito politico. Era sposato e aveva due figli, e guadagnava abbastanza da arrivare senza problemi alla fine del mese. Avrebbe potuto facilmente fare più soldi, diceva, ma non ne valeva la pena; avrebbe mandato i figli all'università, e poi avrebbero dovuto badare a loro stessi. Parlò della propria vita, dei capricci del destino, dei saliscendi della sua esistenza. «Vivere in città per me è diventato un incubo» continuò. «Il rumore della metropoli mi fa impazzire. Già il putiferio dei bambini in casa è abbastanza pesante, ma il frastuono della città, con i suoi autobus, le sue auto e i suoi tram, il martellare dei cantieri, i vicini con le loro radio a tutto volume – tutta questa cacofonia di rumori è distruttiva e rovinosa. Non riesco ad abituarmici. Mi tortura la mente, e anche fisicamente mi fa stare male. Di notte mi ficco qualcosa nelle orecchie, ma anche così so che il rumore c'è. Non sono ancora un caso patologico, ma presto lo diventerò se non faccio qualcosa.» Perché credi che il rumore abbia un effetto tale su di te? Il rumore e il silenzio non sono l'uno in relazione con l'altro? Esiste il rumore senza silenzio? «Io so solo che in generale il rumore mi fa impazzire.» Presumo che tu senta l'abbaiare persistente dei cani la notte. Che cosa succede? Metti in moto un meccanismo di resistenza, non è vero? Combatti il rumore dei cani. La resistenza è un segno di sensibilità? «Combatto molte battaglie del genere, non solo col rumore dei cani, ma col rumore delle radio, col rumore dei bambini in casa, e così via. Noi viviamo facendo resistenza, non trovi?» I rumori li senti davvero o sei soltanto consapevole del disturbo che ti creano, ed è a questo che cerchi di resistere? «Non ti seguo. Il rumore mi disturba, e naturalmente si cerca di far resistenza a ciò che causa disturbo. La resistenza non è naturale? Noi resistiamo a quasi tutto ciò che è causa di dolore o sofferenza.» Nello stesso tempo cerchiamo di coltivare il piacevole, il bello; a questo non resistiamo, anzi ne vogliamo di più. È solo alle cose sgradevoli, disturbanti, che facciamo resistenza. «Ma come ho detto, non è del tutto naturale? Tutti noi istintivamente lo facciamo.» Non sto dicendo che sia anormale; è così, è un fatto della vita quotidiana. Ma resistere allo sgradevole, al brutto, al disturbante, accettando solo ciò che è piacevole, non comporta un costante conflitto? E il conflitto non comporta ottusità e insensibilità? Questo doppio processo di accettazione e opposizione rende la mente egocentrica nei propri sentimenti e nelle proprie attività, giusto? «Ma cosa si deve fare?» Cerchiamo di comprendere il problema, e forse una tale comprensione comporterà una propria azione in cui non c'è resistenza né conflitto. Il conflitto, interiore ed esteriore, non rende la mente egocentrica e di conseguenza insensibile? «Credo di comprendere cosa intendi con egocentrico; ma cosa intendi con sensibile?» Tu sei sensibile alla bellezza, non è vero? «È una delle maledizioni della mia vita. È quasi doloroso per me vedere qualcosa di bello, guardare un tramonto sul mare, o il sorriso di un bambino, o una bella opera d'arte. Mi fa venire le lacrime agli occhi. D'altro canto, detesto lo sporco, il rumore e il disordine. A volte riesco a stento a sopportare di uscire per strada. I contrasti mi dilaniano, e ti prego di credermi, non sto esagerando.» Ma c'è sensibilità quando la mente trae piacere dal bello e inorridisce per il brutto? Adesso non stiamo considerando cosa sia la bellezza e cosa la bruttezza. Quando c'è questo conflitto tra contrasti, questo acuto apprezzamento dell'uno e resistenza all'altro, si tratta di sensibilità? Di certo ogni volta che c'è conflitto, frizione, c'è una distorsione. Non c'è distorsione quando tendi verso la bellezza e ti ritrai dalla bruttezza? Nel fare resistenza al rumore, non stai coltivando l'insensibilità? «Ma come si fa ad accettare ciò che è ripugnante? Non si può tollerare un cattivo odore, non è vero?» C'è lo sporco e lo squallore di una strada cittadina, e c'è la bellezza di un giardino. Entrambi sono fatti, realtà. Nel far resistenza all'uno, non si diventa insensibili all'altro? «Capisco quello che vuoi dire; ma allora?» Sii sensibile a entrambi i fatti. Hai mai provato ad ascoltare un rumore – ascoltarlo come ascolteresti della musica? Ma forse non si ascolta mai davvero. Non puoi ascoltare quello che senti se fai resistenza. Per ascoltare deve esserci attenzione, e dove c'è resistenza non c'è attenzione. «Come faccio ad ascoltare con quella che tu chiami attenzione?» Come guardi un albero, un bel giardino, il sole sull'acqua o una foglia che fluttua nel vento? «Non lo so, so solo che mi piace guardare queste cose.» Ne sei conscio quando guardi qualcosa in quel modo? «No.» Ma lo sei quando fai resistenza a ciò che vedi. «Mi stai chiedendo di ascoltare il rumore come se mi piacesse, non è vero? Bé, non mi piace, e non penso proprio che mi sia possibile farmelo piacere. Non ti può piacere una caratteristica brutta, brutale.» È possibile ed è stato fatto. Non sto dicendo che ti dovrebbe piacere il rumore; ma non è possibile liberare la mente da ogni resistenza, da ogni conflitto? Ogni forma di resistenza intensifica il conflitto, e il conflitto produce insensibilità; e quando la mente è insensibile la bellezza è una fuga dalla bruttezza. Se la bellezza è soltanto uno degli opposti, non è bellezza. L'amore non è l'opposto dell'odio. L'odio, la resistenza, il conflitto non danno origine all'amore. L'amore non è un'attività conscia. È qualcosa di esterno al campo della mente. Ascoltare è un atto di attenzione, come osservare. Se tu non condanni il rumore, scoprirai che cessa di disturbare la mente. «Inizio a capire cosa intendi. Ci proverò non appena sarò uscito da questa stanza.»

57 – La qualità della semplicità

Le colline ripulite dalla pioggia scintillavano nel sole mattutino e il cielo alle loro spalle era di un azzurro intenso. La valle, piena di alberi e di torrenti, era alta tra le colline; non ci viveva molta gente, e aveva la purezza della solitudine. C'erano numerosi edifici bianchi con tetti di paglia, e molte capre e mucche; ma era fuori mano, e non ci capitavi a meno che qualcuno ti avesse raccontato della sua esistenza. Al suo ingresso partiva una strada pulita, e di solito nessuno entrava in questa valle senza uno scopo ben preciso. Era intatta, appartata e remota, ma quella mattina sembrava particolarmente pura nella sua solitudine, e le piogge avevano lavato via la polvere di molti giorni. Le rocce sulle colline erano ancora umide nel sole mattutino, e le stesse colline sembravano osservare in attesa. Quelle colline si estendevano da est a ovest, e il sole sorgeva e tramontava su di esse. Ce n'era una che si stagliava contro il cielo azzurro come un tempio scolpito nella roccia viva, squadrata e splendente. Un sentiero percorreva la valle da un estremo all'altro, e a un certo punto dal sentiero si vedeva la collina scolpita. Arretrata rispetto alle altre colline, era più scura, più possente, e trasmetteva un senso di grande forza. Accanto al sentiero scorreva a est verso il sole un torrente che sussurrava piano, e i grossi pozzi erano colmi di acqua che faceva ben sperare per l'estate e oltre. Innumerevoli rane facevano chiasso lungo quel torrente silenzioso, e un grosso serpente attraversò il sentiero. Non aveva fretta e si muoveva pigro, lasciando una traccia nel terreno soffice e umido. Rendendosi conto di una presenza umana, si fermò, la nera lingua biforcuta che saettava dentro e fuori dalla bocca appuntita. Poi riprese il suo viaggio alla ricerca di cibo, e scomparve tra i cespugli e l'alta erba ondeggiante. Era una bella mattinata, ed era piacevole stare sotto un grosso albero di mango che sorgeva accanto a un pozzo aperto. La fragranza delle foglie lavate di fresco era nell'aria, e anche l'odore del mango. Il fitto fogliame non lasciava passare il sole, e potevi restare a lungo seduto su una lastra di pietra ancora umida. La valle era nella solitudine, e così l'albero. Quelle colline erano tra le più vecchie della terra, perciò anche loro sapevano cosa significa essere soli e remoti. L'isolamento è triste se c'è uno strisciante desiderio di relazionarsi, di non essere tagliati fuori; ma questo senso di solitudine, questo isolamento era legato al tutto, era parte di ogni cosa. Non eri consapevole di essere solo, perché c'erano gli alberi, le rocce, l'acqua mormorante. Si è consapevoli dell'isolamento, ma non della solitudine; e quando sei consapevole del tuo isolamento, ti senti solo. Le colline, i torrenti, un passante, erano tutti parte di questa solitudine la cui purezza tratteneva ogni impurità, e non se ne faceva sporcare. L'impurità non poteva condividere questa solitudine. L'impurità conosce invece l'isolamento, che è gravato dalla sofferenza e dal dolore dell'esistenza. Sedendo lì sotto l'albero, con le grosse formiche che ti passavano sulla gamba, in quella solitudine smisurata c'era il movimento di un'era senza tempo. Non era un movimento che copriva uno spazio, ma un movimento dentro se stesso, una fiamma dentro una fiamma, una luce dentro il vuoto della luce. Era un movimento che non si sarebbe mai fermato, perché non aveva inizio e perciò non era volto a una fine. Era un movimento privo di direzione, e perciò copriva lo spazio. Lì sotto l'albero il tempo era immobile, come le colline, e questo movimento lo copriva e andava oltre; perciò il tempo non avrebbe mai potuto sopraffare quel movimento. La mente non poteva nemmeno sfiorarlo; ma la mente era quel movimento. L'osservatore non avrebbe potuto tenere il suo passo, perché riusciva a seguire solo la propria ombra e le parole che la rivestivano. Ma sotto quell'albero, in quell'isolamento, l'osservatore e la sua ombra non c'erano. I pozzi erano ancora pieni, le colline osservavano ancora in attesa, e gli uccelli svolazzavano ancora tra le foglie.

Un uomo, la moglie e un amico erano seduti nella stanza illuminata dal sole. Non c'erano sedie, ma solo una stuoia di paglia sul pavimento, sulla quale ci eravamo seduti in cerchio. Delle due finestre, una dava su una parete spoglia battuta dalle intemperie, mentre dall'altra si vedevano dei cespugli che avevano bisogno di essere annaffiati. Uno era in fiore, ma non mandava profumo. Il marito e la moglie erano molto benestanti, e avevano figli grandi che vivevano già la propria vita. Lui era in pensione, e avevano una casetta in campagna. Venivano di rado in città, disse lui, ma ora avevano voluto farlo per sentire le conversazioni e le discussioni. Nel corso delle tre settimane di incontri il loro particolare problema non era mai stato toccato, perciò adesso erano lì. Il loro amico, un uomo anziano e brizzolato che stava diventando calvo, viveva in città. Era un noto avvocato con un eccellente giro d'affari. «So che tu non approvi la nostra professione, e a volte penso che tu abbia ragione» disse l'avvocato. «La nostra professione non è quel che dovrebbe essere; ma quale professione lo è? Le tre professioni dell'avvocato, del soldato e del poliziotto, come dici tu, sono di detrimento all'uomo e una sventura per la società – e io ci includerei anche il politico. Essendoci dentro, non posso ormai uscirne, anche se ci ho pensato spesso. Ma non sono qui per parlare di questo, benché non mi dispiacerebbe avere prima o poi l'opportunità di farlo. Sono venuto con i miei amici perché il loro problema interessa anche me.» «Ciò di cui vogliamo parlare è piuttosto complesso, almeno per quanto mi riguarda» disse il marito. «Io e il mio amico avvocato ci interessiamo da molti anni di questioni religiose – non del mero ritualismo e delle credenze convenzionali, ma di qualcosa di molto più grande dei soliti arnesi delle religioni. Parlando per me, posso dire di aver meditato per non pochi anni su varie questioni concernenti la vita interiore, e di essermi sempre trovato a girare in tondo. Adesso non voglio parlare delle implicazioni della meditazione, ma approfondire la questione della semplicità. Io sento che si dovrebbe essere semplici, ma non sono certo di sapere che cosa sia la semplicità. Al pari della maggior parte delle persone, sono un essere molto complesso; ed è possibile divenire semplici?» Divenire semplici significa continuare nel cammino della complessità. Non è possibile divenire semplici, ma ci si può confrontare in modo semplice con la complessità. «Ma come può la mente, che è molto complessa, confrontarsi in modo semplice con un qualsiasi problema?» Essere semplici e divenire semplici sono due processi del tutto differenti, e ognuno dei due punta in una direzione diversa. C'è azione dell'essere solo quando cessa il desiderio di divenire. Ma prima di addentrarci in questo, posso chiedere perché senti che dovresti avere la qualità della semplicità? Qual è lo scopo che sta dietro questa spinta? «Davvero non lo so. Ma la vita si fa sempre più complicata; c'è una lotta sempre maggiore, con un'indifferenza crescente e un'enorme superficialità. La maggior parte della gente vive in superficie e ne fa un gran cancan, e anche la mia vita non è molto profonda; perciò sento di dover divenire semplice.» Semplice nelle cose esteriori, o interiori? «In entrambe.» La manifestazione esteriore dell'austerità – avere pochi vestiti, mangiare una sola volta al giorno, rinunciare alle consuete comodità, e così via – è un segno di semplicità? «L'austerità esteriore è necessaria, o no?» Adesso scopriremo subito la verità o la falsità di questo punto. Credi che la semplicità sia avere la mente sgombra di credenze, di desideri e delle loro contraddizioni, di invidia e di volontà di potere? C'è semplicità quando la mente è occupata dal proprio progresso nella virtù? Una mente occupata è una mente semplice? «Se la metti in questo modo, diventa ovvio che non è una mente semplice. Ma come può una mente essere ripulita dai propri residui?» Non ci siamo ancora arrivati, non è vero? Troveremo le parole giuste quando avremo il sentimento della semplicità. Vedi, una delle nostre difficoltà è che noi cerchiamo di trovare un'espressione verbale adeguata senza sentire la qualità, l'interiorità della cosa. Sentiamo mai qualcosa in modo diretto? Oppure sentiamo tutto attraverso le parole, attraverso i concetti e le definizioni? Guardiamo mai un albero, il mare, il cielo, senza formare delle parole, senza esprimere delle opinioni su di essi? «Ma come si fa a sentire la natura o la qualità della semplicità?» Non ti stai impedendo di sentirne la natura chiedendo un metodo che ti permetta di farlo? Quando hai fame e hai del cibo davanti, non chiedi «Come si fa a mangiare?». Mangi e basta. Il "come" è sempre una digressione dal fatto. Il sentimento della semplicità non ha niente a che fare con le tue opinioni, parole e conclusioni riguardo a quel sentimento. «Ma la mente, con le sue complessità, interpone sempre quel che pensa di sapere riguardo alla semplicità.» Il che ti impedisce di rimanere con il sentimento. Hai mai provato a rimanere con un sentimento? «Che cosa intendi con rimanere con un sentimento?» Con un sentimento di piacere vuoi rimanere, non è vero? Avendolo provato, cerchi di trattenerlo, progetti di continuare a provarlo, e così via. Ora, si può rimanere col sentimento indicato dalla parola "semplicità"? «Non credo di sapere quale sia questo sentimento, perciò non posso rimanere con esso.» Esiste il sentimento separato dalle reazioni sollevate dalla parola "semplicità"? Esiste il sentimento separato dalla parola, dal termine, oppure sono inseparabili? Il sentimento e il nome che gli si dà sono quasi simultanei, non è vero? La parola è sempre inventata, escogitata, ma il sentimento non lo è; ed è molto arduo separare il sentimento dalla parola. «Ma è possibile?» È possibile sentire in modo intenso, in modo puro, senza contaminazione? Sentire in modo intenso riguardo a qualcosa – la famiglia, il paese, una causa – è relativamente facile. Il sentimento intenso o l'entusiasmo possono sorgere ad esempio quando ci si identifica con una fede o un'ideologia. Questo si sa. Si può vedere uno stormo di uccelli bianchi nel cielo azzurro e quasi svenire per l'intenso sentimento di una tale bellezza, oppure ci si può contorcere dall'orrore per la crudeltà dell'uomo. Tutti i sentimenti di questo tipo vengono suscitati da una parola, da una scena, da un atto, da un oggetto. Ma esiste una tale intensità di sentimento senza un oggetto? E questo sentimento non è di una grandezza incomparabile? Ed è allora un sentimento, o qualcosa del tutto diverso? «Temo di non sapere di cosa stai parlando, signore. Spero che tu non te la prenda se te lo dico.» Affatto. Esiste uno stato senza una causa? Se esiste, allora lo si può sentire? Non a parole o in teoria, ma essendo davvero consapevoli di quello stato? Per poterne essere consapevoli in modo così acuto, ogni forma di verbalizzazione, e ogni identificazione con la parola, con la memoria, deve cessare. Esiste uno stato senza causa? L'amore non è un tale stato? «Ma l'amore è sensuale, e quello divino è oltre di esso.» Ci ritroviamo di nuovo nella stessa confusione, non è vero? Dividere l'amore in questo e quello è un atteggiamento mondano; da questa divisione c'è profitto. Amare senza una recinzione morale e verbale è lo stato della compassione, che non viene suscitata da un oggetto. L'amore è azione, e tutto il resto è reazione. Da un atto frutto di una reazione non può nascere che conflitto e sofferenza. «Se posso dirlo, signore, tutto questo non è alla mia portata. Se sarò semplice, allora forse comprenderò il profondo.»

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