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Sul conflitto

Sul conflitto
Titolo originale dell’opera ON CONFLICT
Traduzione di GIAMPAOLO FIORENTINI

Nel momento in cui indagate direttamente la causa della guerra, state indagando il vostro rapporto con l’altro, il che significa che mettete in discussione tutta la vostra esistenza, tutto il vostro modo di vivere.

Bombay, 7 marzo 1948

Dovete esaminare volontariamente la vostra vita, senza condannarla, senza dire che è giusta o sbagliata, ma guardare. Guardando in questo modo, scoprirete che state guardando con occhi pieni di amorevolezza, senza condanna, senza giudizio, ma con affetto. Vi state guardando con affetto e quindi con grande amorevolezza, e solo quando c’è grande amorevolezza e amore vedete la totalità della vita.

Madras, 22 dicembre 1965

Prefazione

Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895 e, all’età di tredici an­ni, venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il vei­colo di quel “maestro del mondo” del quale essa stava annunciando l’avvento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un maestro efficace, senza compromessi e difficilmente classificabile; i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in particolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un messia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sof­ferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito attor­no e dichiarò che la verità è “una terra senza sentieri” che non può essere raggiunta attraverso una religione istituzionalizzata, una filo­sofia o una setta.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente l’immagine del guru che gli altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre grandi fol­le in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle di­scepoli e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo in­segnamento sta l’aver compreso che i cambiamenti fondamentali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la ne­cessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi limitan­ti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krishnamur­ti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio mentale in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra esser stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta della sua capacità di attrarre un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla morte, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dialoghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa collana di libri dedicati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpus di insegnamenti. Ogni libro della collana tratta un argomento particolarmente significativo per la nostra vita quotidiana.

1. Ojai, 27 maggio 1945

Domanda: Sicuramente la maggior parte di noi ha visto al cinema o sui giornali le immagini degli orrori e delle barbarie dei campi di concentramento. Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei, a coloro che hanno perpetrato tali mostruose atrocità? Non dovrebbero venire puniti?

Krishnamurti: Chi li punirà? Il giudice non è spesso colpevole come l’accusato? Ciascuno di noi ha creato questa civiltà, ha contribui­to alla sua infelicità, è responsabile delle sue azioni. Noi siamo il ri­sultato delle azioni e reazioni reciproche, questa civiltà è un prodot­to collettivo. Nessun paese e nessun popolo è separato da un altro, siamo tutti interrelati, siamo tutti uno. Che lo riconosciamo o no, partecipiamo alla sfortuna di un popolo come partecipiamo alla sua fortuna. Non potete prendere le distanze per condannare o elogiare.

Il potere che opprime è male, e qualunque gruppo abbastanza grande e organizzato diventa una fonte potenziale del male. Strillan­do sulle crudeltà di un altro paese, pensate di poter trascurare quelle del vostro. Non solo la nazione vinta, ma tutte le nazioni sono re­sponsabili degli orrori della guerra. La guerra è una delle massime catastrofi; il male più grande è uccidere un’altra persona. Se lasciate entrare questo male nel vostro cuore, spianerete la strada a un numero infinito di atrocità più piccole. Non condannerete la guerra in se stessa, ma colui che in guerra commette atrocità.

Voi siete i responsabili della guerra, voi l’avete provocata con le vostre azioni quotidiane segnate dall’avidità, dalla cattiveria, dalla passione. Ognuno di noi ha costruito questa civiltà spietata e compe­titiva in cui l’uomo è contro l’uomo. Volete sradicare le cause della guerra e della barbarie negli altri, mentre dentro di voi continuate ad alimentarle. Ciò conduce all’ipocrisia e ad altre guerre. Dovete sradi­care le cause della guerra, della violenza, dentro di voi, il che richie­de pazienza e gentilezza, non questa maledetta condanna degli altri.

L’umanità non ha bisogno di altra sofferenza per poter capire, ma ciò che occorre è che voi siate consapevoli delle vostre azioni, che vi risvegliate alla vostra ignoranza e al vostro dolore, per far nascere in voi stessi la compassione e la tolleranza. Non dovete preoccuparvi di punizioni e ricompense, ma di sradicare in voi stessi quelle cause che si manifestano nella violenza e nell’odio, nella rivalità e nell’ostilità. Uccidendo l’uccisore diventate come lui, diventate voi i criminali. Ciò che è sbagliato non viene raddrizzato con mezzi sbagliati, solo con giusti mezzi si può raggiungere un giusto fine. Se volete la pace, dovete usare mezzi pacifici; mentre lo sterminio di massa e la guerra con­ducono solo a ulteriore sterminio, ulteriore sofferenza. Non si raggiunge l’amore con lo spargimento di sangue, un esercito non è uno strumento di pace. Solo la benevolenza e la compassione possono portare pace nel mondo, non la forza, l’inganno, e neppure le leggi.

Voi siete i responsabili per l’infelicità e i disastri, voi che nella vo­stra vita quotidiana siete crudeli, avidi, ambiziosi, oppressori. La sof­ferenza continuerà finché non avrete sradicato dentro di voi le cause che generano la passione, l’avidità, la crudeltà.

Abbia pace e compassione nel cuore, e troverà la giusta risposta alla sua domanda.

Dalla trascrizione del primo discorso pubblico tenuto a Ojai il 27 maggio 1945, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. iv, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

2. Ojai, 17 giugno 1945

Domanda: Lei condanna la guerra, ma non la appoggia anche lei?

Krishnamurti: Non stiamo noi tutti appoggiando questo terrifican­te sterminio di massa? Noi siamo responsabili, ognuno di noi, della guerra; la guerra è il prodotto finale della nostra vita quotidiana; è causata dai nostri pensieri, sentimenti e atti quotidiani. Noi proiet­tiamo ciò che siamo nei nostri rapporti lavorativi, sociali, religiosi; come noi siamo, così è il mondo.

Se non comprendiamo quali sono le implicazioni principali, ma anche quelle di minor conto, del nostro essere responsabili della guerra, rimarremo confusi e incapaci di liberarci dai suoi disastri. Dobbiamo sapere dove mettere l’accento, e solo allora comprenderemo il problema. La guerra è lo sbocco inevitabile di questa società: essa è innestata sulla guerra, la sua industrializzazione conduce alla guerra, i suoi valori incoraggiano la guerra. Tutto ciò che facciamo entro i suoi confini contribuisce alla guerra. Quando compriamo qualcosa, le tasse vengono usate per la guerra; anche i francobolli servono a sostenere la guerra. Non possiamo sfuggire alla guerra, in qualunque luogo andiamo, e soprattutto adesso, poiché la società è organizzata per la guerra totale. Anche il lavoro più semplice e inno­cuo contribuisce in un modo o nell’altro alla guerra. Che ci piaccia o no, stiamo appoggiando la guerra con la nostra stessa esistenza. Che cosa faremo? Non possiamo rinchiuderci in un’isola o in una società primitiva, perché l’attuale cultura è ovunque. Quindi, che cosa pos­siamo fare? Ci rifiuteremo di appoggiare la guerra astenendoci dal pagare le tasse, dal comprare francobolli? È questo il punto principa­le? Se non lo è, se è solo secondario, non lasciamo che ci distragga.

Il punto principale non è forse molto più profondo, non è la cau­sa stessa della guerra? Se riusciamo a comprendere la causa della guerra, affronteremo i problemi secondari da un punto di vista totalmente diverso; se invece non la comprendiamo, siamo perduti. Se riusciamo a liberarci dalle cause della guerra, può darsi che i proble­mi secondari non sorgano neppure.

L’accento va dunque posto sulla scoperta in se stessi della causa della guerra. Tale scoperta va fatta da ciascuno, e non da un gruppo organizzato, perché le attività di gruppo tendono ad andare in dire­zione dell’inconsapevolezza, della mera propaganda e degli slogan, che generano soltanto ulteriore intolleranza e conflitto. La causa va scoperta da sé, di modo che ciascuno, attraverso l’esperienza diretta, se ne liberi.

Se riflettiamo bene, siamo ben consapevoli delle cause della guer­ra: la passione, l’ostilità e l’ignoranza; la sensualità, la mondanità, la sete di fama personale e di continuità; l’avidità, l’invidia e l’ambizio­ne; il nazionalismo con i suoi diversi stati sovrani, le frontiere econo­miche, le divisioni sociali, i pregiudizi razziali e le religioni istituzio­nalizzate. Non è possibile che ciascuno diventi consapevole della propria avidità, ostilità e ignoranza, e così se ne liberi? Ci aggrappia­mo al nazionalismo perché è uno sfogo dei nostri istinti crudeli, cri­minali; in nome del nostro paese o di un’ideologia possiamo uccidere e ammazzare impunemente, diventare degli eroi, e più uccidiamo i nostri simili più onori riceviamo dal nostro paese.

Il problema principale non è quindi la liberazione dalle cause del conflitto e della sofferenza? Se non mettiamo l’accento su di ciò, come fa la soluzione dei problemi secondari a fermare la guerra? Se non sradichiamo le cause della guerra in noi stessi, a che cosa serve affaccendarci con i risultati esterni di quello che è il nostro stato in­teriore? Ognuno deve scavare in profondità e gettare via la lussuria, l’ostilità e l’ignoranza; dobbiamo abbandonare completamente il na­zionalismo, il razzismo e tutte le cause che producono inimicizia. Dobbiamo impegnarci totalmente in ciò che è di primaria importan­za, e non lasciarci confondere dai problemi secondari.

Domanda: Lei è molto scoraggiante. Io cerco un’ispirazione. Lei non ci stimola con parole d’incoraggiamento e di speranza. È sbagliato cer­care una fonte d’ispirazione?

Krishnamurti: Perché vuole essere ispirato? Non è perché dentro di lei si sente vuoto, non creativo, solo? Vogliamo riempire questa solitudine, questo vuoto doloroso; lei certamente ha cercato vari modi per riem­pirlo, e spera di sfuggirlo una volta di più venendo qui. Il processo con cui si tenta di coprire un’arida solitudine viene chiamato ispira­zione. L’ispirazione diventa così una semplice stimolazione, e come tutte le stimolazioni porta presto con sé noia e insensibilità. Così passiamo da una ispirazione, da una stimolazione all’altra, ognuna delle quali porta con sé delusione e stanchezza; la mente-cuore perde la sua duttilità, la sua sensibilità; e la capacità di tensione interna va perduta in questo continuo processo di tira e molla. La tensione è indispensabile alla scoperta, ma una tensione che richiede rilassamento o stimolazione perde presto la capacità di rinnovarsi, di essere duttile, sveglia. Questa duttilità sveglia non può venire indotta dall’esterno, ma nasce quando non dipende dalla stimolazione, dall’ispirazione.

Qualunque stimolo non ha forse identici effetti? Che beviate un bicchiere o che siate stimolati da un dipinto o da un’idea., che andia­te a un concerto o a una cerimonia religiosa, o che siate eccitati da un’azione, nobile o ignobile, tutto ciò non ottunde forse la mente-cuore? Una giusta rabbia, che è un’assurdità, per quanto possa essere stimolante e ispirante, genera insensibilità; ma per far esperienza della realtà, non occorre forse la più alta forma di intelligenza, sensi­bilità e ricettività? Gli stimoli generano dipendenza, e la dipendenza, degna o indegna che sia, genera paura. È relativamente indifferente da che cosa ci facciamo stimolare, o ispirare, dalla chiesa istituziona­lizzata, dalla politica o dalle distrazioni, perché il risultato sarà lo stesso: l’insensibilità prodotta dalla paura e dalla dipendenza.

Le distrazioni diventano stimolazioni. La nostra società incoraggia fortemente la distrazione, in ogni sua forma. Il nostro stesso pensie­ro-sentimento è diventato un processo di allontanamento dal centro, dalla realtà. Perciò è estremamente difficile ritrarsi da tutte le distra­zioni, perché siamo diventati quasi del tutto incapaci di essere consa­pevoli senza preferenze di ciò che è. Così nasce il conflitto, che di­strae ulteriormente il nostro pensiero-sentimento, e solo mediante una costante consapevolezza il pensiero-sentimento riuscirà a libe­rarsi dalla rete delle distrazioni.

Inoltre, chi vi può dare animo, coraggio e speranza? Se ci appog­giamo su di un altro, per quanto grande e nobile, siamo completamente perduti, perché la dipendenza genera possessività, con la sua infinita lotta e sofferenza. Animo e felicità non sono fini in se stessi; come il coraggio e la speranza sono strumenti per la ricerca di qualcosa che è un fine in se stesso. È questo fine che va cercato con pa­zienza e perseveranza, e solo con la sua scoperta la nostra agitazione e il nostro dolore cesseranno. Il viaggio verso la sua scoperta passa attraverso se stessi, ogni altro viaggio è una distrazione che conduce all’ignoranza e all’illusione. Il viaggio all’interno di sé non va intrapreso in vista di un risultato, e neppure per risolvere il conflitto e il dolore, perché la ricerca stessa è devozione, ispirazione. Allora il viaggiare è di per se stesso un processo di svelamento, un’esperienza sempre liberante e creativa. Avete notato che l’ispirazione viene quando non la cercate? Viene quando ogni attesa è finita, quando la mente-cuore è silenziosa. Ciò che è cercato è anche creato dal sé, e quindi non è reale.

Dalla trascrizione del quarto discorso pubblico tenuto a Ojai il 17 giugno 1945, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. iv, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

3. Bombay, 7 marzo 1948

Domanda: Che cosa ci consiglia di fare se scoppia la guerra?

Krishnamurti: Invece di chiedere consigli, posso suggerire di esaminare il problema assieme? Dare consigli è facile, ma non risolve il problema. Esaminando il problema assieme, forse potremo capire che cosa fare se scoppia una guerra. Questa azione deve essere diret­ta, non un’azione basata sul consiglio e sull’autorità di un altro, il che sarebbe assai stupido in un momento di crisi. Nei momenti di crisi, seguire un altro porta alla nostra distruzione. Nei momenti cri­tici come la guerra siete avviati alla distruzione; ma se ne conoscete tutte le implicazioni, se ne vedete l’attività, come nasce e quando na­sce la crisi, senza chiedere consigli o seguire qualcun altro, agirete in modo vero e diretto. Ciò non significa che voglio evitare il problema non rispondendo alla domanda. Non cerco di sottrarmi. Al contrario, voglio dimostrarvi che possiamo agire virtuosamente, il che non significa essere “nel giusto”, quando questa spaventosa catastrofe si abbatte sull’uomo.

Che cosa fareste se vi fosse una guerra? Come induisti o indiani, tedeschi, nazionalisti, patrioti, correreste naturalmente ad armarvi, non è vero? Perché attraverso la propaganda, attraverso manifesti orribili, e tutto il resto, sareste stimolati e pronti a combattere. Es­sendo condizionati dal patriottismo, dal nazionalismo, dalle frontie­re economiche, dal cosiddetto amor di patria, la vostra risposta im­mediata sarebbe la lotta. Non avreste problemi, vero? Il problema sorge quando iniziate a interrogarvi sulle cause della guerra, che non sono soltanto economiche, ma molto più psicologiche e ideolo­giche.

Quando iniziate a mettere in discussione l’intero processo della guerra, in che modo nasce la guerra, diventate i responsabili diretti delle vostre azioni. Perché la guerra nasce solo quando voi, nel vo­stro rapporto con un altro, create il conflitto. In fin dei conti, la guerra è una proiezione della nostra vita quotidiana, solo un po’ più spettacolare e più distruttiva. Nella vita quotidiana uccidiamo, distruggiamo, storpiamo a causa della nostra avidità, a causa del nazio­nalismo, delle frontiere economiche, e così via. Perciò la guerra è la continuazione della vostra esistenza quotidiana, resa più spettacola­re. Nel momento in cui indagate direttamente la causa della guerra, state indagando il vostro rapporto con l’altro, il che significa che mettete in discussione tutta la vostra esistenza, tutto il vostro modo di vivere.

Se indagate con intelligenza, e non superficialmente, quando la guerra arriverà risponderete in base alla vostra indagine e alla vostra comprensione. Per un uomo pacifico, non perché nutre un ideale di non violenza, ma perché è realmente libero dalla violenza, la guerra è priva di senso. Ovviamente, non vi parteciperà. Forse sarà fucilato, ma ne accetta le conseguenze. Come minimo non prenderà parte al conflitto, e non per idealismo. L’idealista è una persona che evita l’azione immediata. L’idealista, che cerca la non violenza, è incapace di essere libero dalla violenza; giacché, essendo la nostra vita tutta basata sul conflitto e sulla violenza, se non comprendo me stesso ora, oggi, come faccio a sapere come agire se domani scoppia la catastro­fe? Se continuo a essere avido, condizionato dal nazionalismo, dalla mia classe sociale (conoscete tutto il processo), se sono così condi­zionato dall’avidità e dalla violenza, come posso agire senza avidità e senza violenza davanti a una catastrofe? Ovviamente sarò violento. Inoltre, quando c’è la guerra, molte persone ne traggono beneficio; il governo si prende cura di me, sfama la mia famiglia; è uno stacco dalla routine quotidiana, dal lavoro, dalla monotonia dell’esistenza. Così la guerra diventa una fuga, e a molte persone offre una facile via per scansare le responsabilità. Vi è mai capitato di sentir dire: “Grazie a Dio. È una cosa bestiale, ma finalmente è qualcosa di ecci­tante”? Infine, la guerra offre uno sfogo ai nostri istinti criminali. Siamo criminali nella vita quotidiana, nel mondo degli affari, nei no­stri rapporti, ma tutto è sotterraneo, viene tenuto accuratamente na­scosto, coperto da una patina di rettitudine, tutto legalmente ammesso; e la guerra offre uno sbocco a questa ipocrisia: finalmente possiamo essere violenti.

Quindi, che cosa farete in tempo di guerra dipende da voi, dalla condizione, dallo stato in cui siete. Dire: “Non devi andare in guer­ra” a una persona condizionata dalla violenza, è totalmente inutile. È una perdita di tempo dirgli di non combattere, perché è condizionato a combattere, gli piace combattere. Ma se siamo seriamente inten­zionati possiamo esaminare la nostra vita, possiamo vedere in che modo siamo violenti nella vita quotidiana, in ciò che diciamo, pensiamo e facciamo, nel modo in cui sentiamo, ed essere liberi da que­sta violenza, non in virtù di un ideale, non cercando di trasformarla in non violenza, ma affrontandola realmente, essendone semplicemente consapevoli. Così, quando la guerra arriverà, saremo in grado di agire in modo reale. Una persona alla ricerca di un ideale agirà falsamente, perché la sua risposta sarà basata sulla frustrazione. Se invece siamo consapevoli dei nostri pensieri, sentimenti e azioni nella vita quotidiana, se non li condanniamo ma semplicemente ne sia­mo consapevoli, ci libereremo dal patriottismo, dal nazionalismo, dal sentimentalismo per la bandiera, e da tutto questo marciume che è il simbolo vero e proprio della violenza. E se siamo liberi, sapremo come agire davvero quando scoppierà la crisi che chiamiamo guerra.

Domanda: Una persona che aborre la violenza, può far parte del governo di una nazione?

Krishnamurti: Che cos’è un governo? Alla resa dei conti è, rappresenta, ciò che siamo noi. Nella cosiddetta democrazia, qualunque cosa signifi­chi, eleggiamo come nostri rappresentanti persone simili a noi, che ci piacciono, che hanno la voce più forte, la mente più scaltra, o qua­lunque altra cosa. Quindi, il governo è ciò che noi siamo, non è ve­ro? E che cosa siamo? Siamo una massa di reazioni condizionate: violenza, bramosia, avidità, desiderio di potere, e così via. Quindi, ovviamente, il governo è ciò che noi siamo, cioè violenza in forme diverse; e come può una persona che non è violenta far parte, di nome o di fatto, di una struttura violenta? Può la realtà coesistere con la violenza, che è ciò che chiamiamo governo? Può una persona che cerca o che conosce la realtà aver qualcosa a che fare con i governi sovrani, con il nazionalismo, un’ideologia, i partiti politici e un siste­ma di potere? Una persona pacifica pensa che, entrando a far parte del governo, potrà fare qualcosa di buono. Ma che cosa accade quando entra nel governo? Che la struttura è così potente che lo inghiotte, e può fare ben poco. È un fatto, ed è ciò che accade nel mondo. Se vi associate a un partito o siete tra i candidati alle elezio­ni in parlamento, dovete accettare la linea del partito. Così smettete di pensare. E come può una persona che si è consegnata a un altro, a un partito, a un governo o a un guru, come può scoprire la realtà? E come può una persona che cerca la verità avere qualunque relazione con il potere politico?

Vedete? Noi facciamo domande come la tua perché vogliamo appoggiarci su un’autorità esterna, sull’ambiente, per trasformare noi stessi. Speriamo che capi, governi, partiti, sistemi e modelli di azio­ne ci trasformino in qualche modo, portando ordine e pace nella no­stra vita. Certamente è questa la radice di domande siffatte, non è così? Può un altro, che sia un governo, un guru o il diavolo, darvi pace e ordine? Può un altro darvi la felicità e l’amore? Sicuramente no. La pace può nascere solo quando la confusione che abbiamo prodotto viene totalmente compresa, non a livello verbale ma inte­riormente. Solo quando saranno rimosse le cause della confusione, del conflitto, ci potrà essere pace e libertà. Se non rimuoviamo le cause aspetteremo che un’autorità esterna ci porti la pace, ma l’esterno è sempre dominato dall’interno. Finché esisterà il conflitto psicologico, con la sua ricerca di potere, di posizione, e così via, per quanto la struttura esterna sia ben costruita, per quanto sia buona e ordinata, sarà sempre sopraffatta dalla confusione interiore. Perciò dobbiamo sicuramente mettere l’accento sull’interno, e non guardare soltanto l’esterno.

Dalla trascrizione dell’ottavo discorso pubblico tenuto a Bombay il 7 marzo 1948, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. iv, copyright ©1991, Krishnamur­ti Foundation of America.

4. Bangalore, 11 luglio 1948

Domanda: In che modo possiamo risolvere l’attuale caos politico e la crisi del mondo? L’individuo può fare qualcosa per fermare la guerra?

Krishnamurti: La guerra è la drammatica e sanguinosa proiezione della nostra vita quotidiana. La guerra è la manifestazione esterna del nostro stato interiore, un allargamento delle nostre azioni quotidiane. È più spettacolare, più sanguinosa, più distruttiva, ma è il prodotto collettivo della nostra attività individuale. Perciò voi e io siamo responsabili della guerra. Quindi, cosa possiamo fare per fermarla? Ovviamente la guerra non può essere fermata né da voi né da me perché è già in movimento, sta già avvenendo, anche se soprattutto a livello psicologico, ancora. È già iniziata nel mondo delle idee, anche se forse ci vorrà ancora un po’ perché i nostri corpi vengano distrut­ti. Essendo già in atto, non possiamo fermarla: le implicazioni sono troppe, troppo grandi, e sono già in corso. Ma voi e io, vedendo che la casa è in fiamme, possiamo comprendere le cause dell’incendio, allontanarci e ricostruire in un altro luogo con materiali diversi, non infiammabili, che non produrranno altre guerre. Questo è tutto ciò che possiamo fare.

Voi e io possiamo capire che cosa origina le guerre, e se vogliamo fermarle possiamo iniziare a trasformare noi stessi, perché siamo noi le cause della guerra. Che cosa causa la guerra, religiosa, politica o economica? Ovviamente il credere, nel nazionalismo, in una ideolo­gia o in uno specifico dogma. Se non abbiamo credi, ma benevolen­za, amore e considerazione reciproca, non ci saranno guerre. Ma noi siamo nutriti di credi, idee e dogmi, e così alimentiamo il malcontento. L’attuale crisi è eccezionalmente grave, e noi, in quanto esseri umani, dobbiamo seguire la via del continuo conflitto e della guerra, che sono il risultato della nostra attività quotidiana, o vederne le cau­se e voltargli le spalle.

Ciò che causa la guerra è il desiderio di potere, posizione, presti­gio, denaro, e in più la malattia chiamata nazionalismo, l’adorazione di una bandiera, e la malattia della religione istituzionalizzata, l’ado­razione di un dogma. Tutte queste cose sono causa della guerra, e se voi, in quanto individui, appartenete a una qualunque religione isti­tuzionalizzata, se siete avidi di potere, se siete invidiosi, non potete non creare una società che produrrà distruzione. Dipende sempre da voi, e non dai capi, non da Stalin, Churchill e tutti gli altri. Dipende da voi e da me, ma sembra che non ce ne rendiamo conto. Se anche solo una volta sentissimo realmente la responsabilità delle nostre azioni, con quanta rapidità potremmo mettere fine a tutte queste guerre, a questa spaventosa sofferenza! Invece, lo vedete, rimaniamo indifferenti. Disponiamo di tre pasti al giorno, abbiamo un lavoro, un conto in banca, grande o piccolo che sia, e diciamo: “Per amor di Dio, lasciateci stare, lasciateci in pace”. Più siamo in alto e più vo­gliamo sicurezza, stabilità e tranquillità; vogliamo essere lasciati in pace, mantenere le cose così come stanno, ma non possono essere conservate così come stanno, perché non c’è niente che si conservi. Tutto si sta disintegrando. Ma non vogliamo affrontare questo fatto, non vogliamo affrontare il fatto che voi e io siamo responsabili delle guerre. Possiamo parlare di pace, organizzare congressi, sederci attorno a una tavola e discutere; ma interiormente, psicologicamente, vogliamo potere, posizione; siamo mossi dall’avidità. Tessiamo intri­ghi, siamo nazionalisti, siamo incatenati a credi, dogmi, per i quali siamo disposti a morire e a distruggerci a vicenda. Pensate che per­sone così, ovvero voi e io, possano vivere in pace nel mondo? Per vivere in pace dobbiamo essere in pace. Vivere pacificamente significa non creare antagonismo. La pace non è un ideale. Per me, un ideale è una fuga, un sottrarsi, una contraddizione di ciò che è. L’ideale im­pedisce di agire direttamente su ciò che è. Per avere pace dobbiamo avere amore, dobbiamo iniziare a vivere non una vita fatta di ideali, ma vedere le cose per quello che sono e agire su di esse, trasformarle. Finché ognuno di noi cercherà sicurezza psicologica, ostacolerà la sicurezza fisiologica di cui abbiamo davvero bisogno: cibo, abiti e casa. Cerchiamo la sicurezza psicologica, che non esiste; e la cerchia­mo, se ci riusciamo, nel potere, nella posizione, nei titoli, nella fama, tutte cose che distruggono la sicurezza fisica. Se lo vedete, è un fatto evidente.

Per portare la pace nel mondo, per fermare le guerre, deve avve­nire una rivoluzione nell’individuo, in voi e in me. Una rivoluzione economica senza questa rivoluzione interiore è priva di senso, perché la fame è il risultato di condizioni economiche difettose prodot­te dai nostri stati psicologici: bramosia, invidia, ostilità e avidità. Per mettere fine alla sofferenza, alla fame, alla guerra, deve avvenire una rivoluzione psicologica, ma ben pochi sono disposti ad affrontarla. Discutiamo della pace, programmiamo leggi, creiamo organismi come le Nazioni Unite, e così via, ma non avremo la pace finché non ri­nunceremo alla posizione, all’autorità, al denaro, alla proprietà, alle nostre stupide vite. Appoggiarsi agli altri è totalmente inutile, gli al­tri non ci possono dare la pace. Nessun leader ci darà la pace, nes­sun governo, nessun esercito, nessun paese. Ciò che porterà la pace è una trasformazione interiore che provocherà un’azione esterna. La trasformazione interiore non è isolamento, non è rinuncia all’azione esterna. Al contrario, è corretto pensiero, ma non può esserci corret­to pensiero se non c’è conoscenza di sé. Senza conoscenza di sé non può esserci pace.

Per mettere fine alla guerra esterna, dovete iniziare a mettere fine alla guerra in voi stessi. Alcuni annuiranno, dicendo: “Sono d’accor­do”, poi usciranno e continueranno a fare esattamente la stessa cosa che fanno da dieci o vent’anni. La vostra adesione è puramente ver­bale e quindi inutile, perché le sofferenze del mondo e le guerre non verranno fermate da un vostro assenso superficiale. Si fermeranno solo quando ne vedrete il pericolo, quando vedrete la vostra respon­sabilità e non la lascerete a un altro. Se vedete la sofferenza, se vedete l’urgenza di un’azione immediata e non la rimandate, allora trasformerete voi stessi. La pace verrà solo se siete in pace in voi stessi e con i vostri simili.

Domanda: La famiglia è il contesto del nostro amore e della nostra avi­dità, dell’egoismo e della divisione. Che posto occupa nel suo sche­ma delle cose?

Krishnamurti: Io non ho nessuno schema. Consideri in che modo assurdo pensiamo alla vita! La vita è viva, attiva, dinamica, non possiamo rinchiuderla in uno schema. Sono gli intellettuali che rinchiudono la vi­ta in uno schema, che usano uno schema per sistematizzarla. Io non ho uno schema. Osserviamo piuttosto i fatti. In primo luogo c’è il fatto del nostro rapporto con un altro, con una moglie, un marito o un figlio, il rapporto che chiamiamo famiglia. Esaminiamo questo fatto nella sua realtà, non come vorremmo che fosse. Ognuno ha le sue idee riguardo alla famiglia, ma se la osserviamo, la esaminiamo e la comprendiamo, forse saremo in grado di trasformarla. Nascondere la realtà sotto un grazioso assortimento di parole (responsabilità, dovere, amore) non ha nessun senso. Perciò, esaminiamo ciò che chiamiamo famiglia. Per comprendere qualcosa dobbiamo esaminare che cos’è, e non nasconderlo sotto frasi che suonano bene.

Cos’è quella cosa che chiamate famiglia? Ovviamente è un rapporto di intimità, di comunione. Ma nella vostra famiglia, nel rapporto con vostra moglie, con vostro marito, c’è comunione? Il rapporto è senza dubbio questo, rapporto significa comunione libera da paura, libertà di comprensione reciproca, di comunicazione diretta. Ovviamente è questo il senso del rapporto: essere in comunione con un altro. Voi lo siete? Siete in comunione con vostra moglie? Forse lo siete fisicamente, ma questo non è rapporto. Voi e vostra moglie vivete ai due lati di un muro di isolamento, non è vero? Voi avete i vostri scopi, le vostre ambizioni, e lei ha i suoi. Vivete da questa parte del muro e di tanto in tanto vi sporgete dall’altra parte, e lo chia­mate rapporto. Potete allargarlo, attenuarlo, introdurre un nuovo insieme di parole per descriverlo, ma il fatto reale è che voi e l’altro vi­vete in isolamento, e questa vita in isolamento la chiamate rapporto.

Ma un vero rapporto tra due persone, il che significa che tra di loro c’è comunicazione, ha implicazioni enormi. Allora non c’è iso­lamento, c’è amore, e non responsabilità o dovere. Sono le persone isolate dietro i loro muri che parlano di dovere e responsabilità. Una persona che ama non parla di responsabilità: ama e basta. E divide con l’altro la sua felicità, il suo dolore e il suo denaro. Le no­stre famiglie sono così? C’è comunicazione diretta con vostra mo­glie, con i vostri figli? Sicuramente no. Così la famiglia diventa un semplice strumento per dare continuità al vostro nome o alla vostra tradizione, per ottenere quello che volete, sessualmente o psicologi­camente. La famiglia diventa uno strumento di autoperpetuamento. Una sorta di immortalità, una sorta di durata. Inoltre, la famiglia diventa un mezzo di gratificazione. Nel mondo degli affari, nel mon­do esterno, politico o sociale, sfrutto gli altri spietatamente, e a casa cerco di essere gentile e generoso. Che assurdità! Oppure il mondo è troppo difficile per me, cerco pace, e la cerco in casa mia. Nel mondo soffro, torno a casa, e vi cerco consolazione. Così uso il rapporto come mezzo di gratificazione, il che significa che nulla deve venire a turbarlo.

Nelle nostre famiglie c’è isolamento e non comunione, e quindi non c’è amore. Amore e sesso sono due cose diverse, che esaminere­mo in un’altra occasione. Nel nostro isolamento possiamo anche svi­luppare una forma di altruismo, devozione e gentilezza, ma rimania­mo sempre al di qua del muro, perché siamo più interessati a noi stessi che agli altri. Se foste interessati agli altri, se foste realmente in comunione con vostra moglie o vostro marito, e quindi se foste aperti ai vostri simili, il mondo non sarebbe in queste pessime condizioni. Ecco perché le famiglie che vivono nell’isolamento sono un pericolo per la società.

Come si può rompere questo isolamento? Per farlo, dobbiamo prima esserne consapevoli; non dobbiamo prendere le distanze o dire che non esiste. Esiste, è un fatto evidente. Siate consapevoli del modo in cui trattate vostra moglie, vostro marito, i vostri figli; siate consapevoli dell’insensibilità, della brutalità, delle idee tradizionali, della falsa educazione. Credete che se amaste vostra moglie o vostro marito ci sarebbe tutto questo conflitto e questa sofferenza nel mon­do? C’è perché non sapete amare vostra moglie, vostro marito, perché non sapete amare Dio. Cercate Dio come un ulteriore strumento di isolamento, un ulteriore strumento di sicurezza. In fin dei conti, Dio è la sicurezza assoluta; ma questa non è la ricerca di Dio, è semplicemente un rifugio, una fuga. Per trovare Dio dobbiamo saper amare, non Dio ma gli esseri umani attorno a voi, gli alberi, i fiori, gli uccelli. Quando saprete amarli, saprete che cosa significa realmente amare Dio. Se non amate l’altro, se non sapete che cosa signi­fichi essere in totale comunione con un altro, non potete essere in comunione con la verità. Ma noi non pensiamo all’amore, non ci in­teressa essere in comunione con l’altro. Vogliamo sicurezza, nella famiglia, nei possessi, nelle idee; ma se la mente cerca sicurezza non può conoscere l’amore. L’amore è la cosa più pericolosa, perché quando amiamo qualcuno siamo vulnerabili, siamo aperti, e noi non vogliamo essere aperti e vulnerabili. Vogliamo essere chiusi, perché così ci sentiamo più a nostro agio.

Non si ottiene una trasformazione nel nostro rapporto attraverso le leggi, né obbedendo alle scritture. Per portare nel rapporto una trasformazione radicale, dobbiamo iniziare da noi stessi. Osservatevi, guardate come trattate vostra moglie e i vostri bambini. Vostra moglie è una donna, e tutto finisce qui: qualcosa che vi serve da zer­bino! Non penso che vi rendiate conto di quanto siano catastrofiche le attuali condizioni del mondo, altrimenti non le prendereste tanto alla leggera. Siamo sull’orlo dell’abisso, morale, sociale e spirituale. Non vi accorgete che la casa è in fiamme e che voi siete dentro. Se sapeste che la casa brucia, che siete sull’orlo del precipizio, agireste. Ma purtroppo siete soddisfatti così, avete paura, volete star comodi; siete fiacchi o stanchi, e cercate soddisfazioni immediate. Lasciate che le cose vadano alla deriva, e così la catastrofe mondiale si avvici­na. Non è una minaccia, è un fatto reale. In Europa la guerra è già in atto; guerra, guerra, guerra, distruzione, incertezza. Alla resa dei conti, ciò che riguarda un altro riguarda anche voi. Voi siete respon­sabili degli altri, e non potete chiudere gli occhi e dire: “Qui a Bangalore sono al sicuro”. È un pensiero palesemente stupido e miope.

La famiglia diventa un pericolo quando c’è isolamento tra marito e moglie, tra genitori e figli, perché così la famiglia incoraggia l’isolamento generale; ma se i muri dell’isolamento vengono abbattuti nella famiglia, allora siete in comunione non solo con vostra moglie e i vostri figli, ma con i vostri simili. Allora la famiglia non è più chiusa, limitata; non è più un rifugio, una fuga. E il problema non è più di qualcun altro: è il vostro.

Dalla trascrizione del secondo discorso pubblico tenuto a Bangalore 1’11 luglio 1948, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. v, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

5. Poona, 1 settembre 1948

Domanda: Di fronte alla guerra e alla possibile distruzione atomica dell’umanità, non è futile occuparsi soltanto della trasformazione individuale?

Krishnamurti: È un problema molto complesso, e richiede un esa­me molto attento. Mi auguro che abbiate la pazienza di fare un passo alla volta assieme a me, e di non abbandonare a metà strada. Le cause della guerra sono evidenti, anche un bambino è in grado di ve­derle: avidità, nazionalismo, ricerca di potere, divisioni geografiche e nazionali, conflitti economici, stati sovrani, patriottismo, un’ideolo­gia di destra o di sinistra che vuole imporsi su un’altra, e così via. Queste cause sono create da voi e da me. La guerra è l’espressione più spettacolare della nostra vita quotidiana. Ci identifichiamo in un gruppo particolare, nazionale, religioso o etnico, perché ci dà un senso di potere, ma il potere causa inevitabilmente la catastrofe. Voi e io siamo responsabili della guerra, non Hitler, Stalin o qualche al­tro supercapo. Ci fa comodo dire che il capitalismo o degli uomini politici impazziti sono i responsabili della guerra. Nel proprio cuore, ognuno vuole essere ricco, ognuno vuole il potere. Queste sono le cause della guerra, della quale voi e io siamo responsabili.

Credo sia sufficientemente chiaro che la guerra è il risultato della nostra vita quotidiana, solo più spettacolare, più maledettamente spettacolare. Poiché tutti cerchiamo di accumulare proprietà, di am­massare denaro, è ovvio che creiamo una società con confini, frontie­re e dazi; e quando una nazione isolata entra in conflitto con un’altra, la guerra è l’inevitabile risultato. È un fatto. Non so se abbiate mai riflettuto su questo punto. Dobbiamo affrontare la guerra, e non dovremmo capire chi è il responsabile? Sicuramente un essere prov­visto di sanità mentale vede che è lui stesso il responsabile, e dice: “Io sto causando questa guerra. Quindi smetterò di essere un nazio­nalista. Non sarò più un patriota né un nazionalista; non sarò più in­duista, musulmano o cristiano, ma un essere umano”. Ciò richiede una certa chiarezza di pensiero e di percezione, che la maggior parte di noi non è disposta ad affrontare. Se voi, personalmente, vi oppo­nete alla guerra (ma non per un ideale, perché gli ideali sono impedimenti all’azione diretta), che cosa farete? Che cosa farà una persona mentalmente sana che è contraria alla guerra? Per prima cosa deve purificare la sua mente, liberare se stessa dalle cause della guerra, ad esempio l’avidità. Poiché siete voi i responsabili della guerra, è es­senziale liberare voi stessi dalle sue cause. Ciò significa, tra le altre cose, smettere di essere nazionalisti. Siete disposti a farlo? Ovviamente no, perché vi piace essere chiamati induisti, brahmani, o quale che sia la vostra etichetta. Ciò significa che adorate l’etichetta, la preferite a una vita sana e razionale, e così verrete distrutti, che vi piac­cia o no.

Che cosa bisogna fare per liberarsi dalle cause della guerra? Come si mette fine alla guerra? La spinta dell’avidità, la forza motrice del nazionalismo, che ognuno di noi ha messo in moto, si può fermare? Ovviamente no. La guerra si può fermare solo se la Russia, l’Ameri­ca, ognuno di noi si trasforma istantaneamente affermando che non intende più avere nessuna idea nazionalista, che non saremo più rus­si, americani, indiani, musulmani, tedeschi o inglesi, ma esseri uma­ni; che saremo esseri umani in rapporto, cercando di vivere bene as­sieme. Quando le cause della guerra vengono sradicate dalla mente e dal cuore, non c’è più guerra. La forza d’inerzia, però, continua an­cora. Vi faccio un esempio. Se una casa è in fiamme, che cosa faccia­mo? Tentiamo di mettere in salvo tutto il possibile, poi cerchiamo di capire le cause dell’incendio. Utilizziamo il giusto tipo di mattoni, materiali ignifughi, una migliore edilizia, eccetera, e ricostruiamo di nuovo. In altre parole, non costruiamo più una casa che può andare a fuoco. Allo stesso modo, quando una civiltà crolla, quando distrugge se stessa, le persone sane di mente vedono che non possono farci più niente e ne costruiscono una nuova che non possa incen­diarsi. Questo è certamente l’unico modo di fare, l’unico metodo ra­zionale, e non riadattare il vecchio, rabberciare una casa che brucia.

Se io riunissi, in questo incontro e in altri luoghi, tutte le persone che sentono di essere davvero libere dalle cause della guerra, che cosa accadrebbe? Potremmo “organizzare” la pace? Osservatene le im­plicazioni, guardate che cosa è insito nell’organizzazione della pace.. Una delle cause della guerra è il desiderio di potere, individuale, di gruppo e nazionale. Che cosa accade se formiamo un’organizzazione per la pace? Che diventiamo un centro di potere, e la ricerca del po­tere è una delle cause della guerra. Non appena creiamo un’organiz­zazione per la pace, sollecitiamo inevitabilmente il potere, e quando abbiamo potere stiamo creando di nuovo le cause della guerra. Allo­ra, che cosa farò? Vedendo che una delle cause della guerra è il pote­re, mi opporrò alla guerra, il che significa ulteriore potere? Nel processo stesso di oppormi, non sto creando potere? Il mio problema è quindi molto diverso. Non è un problema di organizzazione. Non posso parlare a un gruppo, ma a voi in quanto individui, indicando a ciascuno di voi le cause della guerra. Voi e io, come individui, dob­biamo applicare a questo problema la nostra facoltà di pensiero, e non delegarla a qualcun altro. Se in una famiglia c’è affetto, se c’è benevolenza, di sicuro non c’è bisogno di un’organizzazione per la pace in famiglia. Ciò di cui abbiamo bisogno è la reciproca com­prensione, reciproca cooperazione. Dove non c’è amore, c’è inevita­bilmente la guerra.

Per comprendere il complesso problema della guerra, occorre affrontarlo con grande semplicità. Affrontarlo con semplicità significa comprendere il proprio rapporto con il mondo. Se in questo rappor­to c’è senso del potere, senso del dominio, un tale rapporto creerà inevitabilmente una società fondata sul potere, sul dominio, che a sua volta creerà la guerra. Posso vederlo con chiarezza, ma se ne parlo ad altre persone e le organizzo, che cosa ho fatto? Ho creato pote­re, non è vero? Non occorre nessuna organizzazione. L’organizzazio­ne è il potere che provoca la guerra. Devono esserci degli individui che si oppongono alla guerra, ma se li unite in una organizzazione o se rappresentate un credo, siete nella stessa posizione del guerrafon­daio. Molti di noi si accontentano di parole, viviamo di parole prive di senso, ma se esaminiamo il problema da vicino, con chiarezza, il problema stesso genera la risposta. Non avete bisogno di cercarla. Perciò ognuno di noi deve essere consapevole delle cause della guer­ra, e ognuno di noi deve essere libero da esse.

Domanda: Invece di cavillare su problemi quali l’essere e il divenire, perché non si impegna in qualcuno degli scottanti problemi di questo paese e non ci indica il modo per uscirne? Ad esempio, qual è la sua posizione rispetto ai problemi dell’unità tra induisti e musulmani, dell’amicizia tra India e Pakistan, della rivalità tra brahmani e non brahmani? Ci farebbe un grande servizio se potesse suggerire valide soluzioni a questi scottanti problemi.

Krishnamurti: L’unità tra induisti e musulmani è un problema simile a quelli che gli esseri umani hanno in tutto il mondo. Ma sono davvero pro­blemi difficili, o problemi infantili, di immaturità? Dovremmo esserci liberati di questi problemi infantili, e lei li definisce i problemi at­tuali più scottanti! Quando lei si dichiara induista e dice di apparte­nere a una certa religione, non sta litigando per delle semplici parole? Che cosa intende per induismo? Un insieme di credi, dogmi, tradizioni e superstizioni. Ma la religione ha a che fare con il credere? La religione è la ricerca della verità, e le persone religiose non sono quelle che hanno queste stupide idee. Chi è alla ricerca della verità è una persona religiosa, e non ha bisogno di etichette: induista, musul­mano o cristiano. Perché ci diamo questi nomi? Perché in realtà non siamo affatto persone religiose. Se avessimo amore e benevolenza nel nostro cuore, non ci importerebbe un bel niente di chiamarci in un certo modo; e questa è religione. È perché i nostri cuori sono vuoti che li riempiamo di cose infantili, e che voi chiamate problemi scottanti! È davvero molto immaturo. Che debbano esservi brahmani e non brahmani: sono questi i problemi scottanti, o sono una facciata dietro cui vi nascondete? Dopo tutto, che cos’è un brahmano? Di certo non chi indossa il cordone sacro. Un brahmano è una persona che sa, che non ha nessuna autorità sociale, che è indipendente dalla società, che non è avido, non cerca il potere, è al di fuori del potere; costui è un brahmano. Voi e io, siamo così? Ovviamente no. Perché quindi definirci con un’etichetta priva di senso? Vi definite attraver­so questa etichetta perché vi fa comodo, vi dà una posizione nella so­cietà. Una persona assennata non appartiene a nessun gruppo, non cerca una posizione nella società, cosa che alimenta soltanto la guer­ra. Se foste veramente assennati non vi importerebbe come farvi chiamare, non adorereste un’etichetta. Le etichette, le parole, diven­tano importanti quando il cuore è vuoto. Poiché il vostro cuore è vuoto avete paura, e siete pronti a uccidere un altro. La questionedegli induisti e dei musulmani è davvero un problema assurdo. Se vedete delle persone immature produrre una gran confusione, che cosa fate? Non serve a niente dargli uno scappellotto in testa. O cer­cate di aiutarli, o vi mettete in disparte lasciandole libere di produrre la loro confusione. Se loro amano i loro giocattoli, voi vi fate da parte e costruite una nuova cultura, una nuova società. Il nazionalismo è un veleno, il patriottismo è una droga, e i conflitti del mondo servono a distrarre dal rapporto diretto tra le persone. Sapendolo, potete ancora indulgere in queste cose? Se lo vedeste con chiarezza, non vi sarebbe più divisione tra induisti e musulmani. Il nostro problema è molto più ampio di questo, e perciò non ci perderemo in stupide di­spute al cospetto di quelli che sono i veri problemi della vita.

I veri problemi sono qui a portata di mano, nel conflitto tra voi e me, tra marito e moglie, tra voi e i vostri vicini. Con la nostra vita personale abbiamo creato questa confusione, queste dispute tra brahmani e non brahmani, tra induisti e musulmani. Voi e io abbia­mo contribuito a creare questo disordine, e siamo noi i diretti re­sponsabili, non i capi. Poiché la responsabilità è nostra, dobbiamo fare qualcosa; per fare qualcosa, dobbiamo pensare correttamente; per pensare correttamente, dobbiamo sbarazzarci di queste cose in­fantili, che sappiamo essere profondamente false e prive di significato. Per essere persone mature dobbiamo gettare via gli assurdi gio­cattoli del nazionalismo, della religione istituzionalizzata, del seguire qualcuno in politica o nella religione. Questo è il nostro problema. Se siete realmente sinceri, se siete seri riguardo a tutto ciò, vi sbaraz­zerete spontaneamente dei comportamenti infantili, del definirvi attraverso un’etichetta specifica, nazionale, politica o religiosa; e solo allora avremo un mondo in pace. Ma se vi limitate soltanto ad ascol­tare, uscirete di qui e continuerete a fare esattamente le stesse cose che avete sempre fatto. So che sorridete, e qui sta la tragedia. A voi non interessa fermare la guerra, non siete realmente interessati alla pace nel mondo.

Siamo tutti sull’orlo del baratro. Questa civiltà, in cui l’uomo ha creduto, rischia di essere distrutta; le cose che abbiamo prodotto, e teneramente coltivato, tutto è a repentaglio. Perché l’uomo si salvi dal baratro deve avvenire una vera rivoluzione, non una rivoluzione sanguinosa, ma una rivoluzione di rigenerazione interiore. Non può esservi rigenerazione senza conoscenza di sé. Se non conoscete voi stessi, non potete fare niente. Dobbiamo riconsiderare tutti i proble­mi in modo nuovo, ma per farlo dobbiamo liberarci dal passato, il che significa che il processo del pensiero deve arrestarsi. Il nostro problema è comprendere il presente nella sua mostruosità, con le sue catastrofi e le sue sofferenze, e affrontarlo in modo del tutto nuo­vo. Non c’è alcun modo nuovo se ci limitiamo a portarci dietro il passato, se analizziamo il presente attraverso il processo del pensie­ro. Questo è il motivo per cui, per comprendere un problema, il processo del pensiero deve arrestarsi. Quando la mente è ferma, silen­ziosa, calma, solo allora il problema è risolto. Per questo è importan­te comprendere se stessi. Voi e io dobbiamo essere il sale della terra, manifestando un nuovo pensiero, una nuova felicità.

Dalla trascrizione del primo discorso pubblico tenuto a Poona il primo settembre 1948, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. v, copyright ©1991, Krishnamurti Foundation of America.

6. Bombay, 19 febbraio 1950

Domanda: Grazie a organizzazioni come le Nazioni Unite e il Congresso mondiale dei pacifisti, gli uomini di tutto il mondo stanno producendo uno sforzo individuale e collettivo per impedire la terza guerra mondiale. In che modo il suo sforzo si differenzia dagli altri, e spera di ottenere risultati apprezzabili? Si può evitare la guerra?

Krishnamurti: In primo luogo, sbarazziamoci dei fatti ovvi; poi entreremo più a fondo nell’argomento. Si può evitare la guerra? Che cosa ne pensate? Gli uomini tendono a trucidarsi a vicenda, voi ten­dete a trucidare i vostri vicini, forse non con la spada, ma sfruttan­doli politicamente, religiosamente ed economicamente. Ci sono divi­sioni sociali, locali, linguistiche, e non state facendo assolutamente niente a proposito. Non volete impedire la guerra perché alcuni di voi ne trarranno degli utili. I furbi ne ricaveranno soldi, e anche gli stupidi ne vogliono sempre di più. Per amor di Dio, guardate l’orro­re, la spietatezza di tutto ciò! Se avete lo scopo irremovibile di gua­dagnare a tutti i costi, il risultato è inevitabile. La terza guerra mon­diale nasce dalla seconda, la seconda guerra mondiale è nata dalla prima, e la prima fu il prodotto delle guerre precedenti. Finché non metterete fine alla causa, gingillarvi con i sintomi non serve a niente. Una delle cause della guerra è il nazionalismo, le nazioni sovrane, e tutto l’orrore che ne consegue: potere, prestigio, posizione, autorità. La maggior parte di noi non vuole mettere fine alla guerra perché le nostre vite sono incomplete, tutta la nostra esistenza è un campo di battaglia, un conflitto incessante, non solo con nostra moglie, nostro marito o i nostri vicini, ma con noi stessi: una continua lotta per di­ventare qualcosa. Questa è la nostra vita, di cui la guerra e la bomba all’idrogeno sono soltanto delle proiezioni violente e spettacolari. Finché non comprenderemo il senso globale della nostra esistenza e non vi porteremo una radicale trasformazione, non vi potrà essere pace nel mondo.

Il secondo problema è molto più difficile, richiede molta più at­tenzione, il che non significa che il primo non sia importante. Il pro­blema, dicevo, è che la maggior parte di noi dedica scarsa attenzione alla trasformazione di sé perché non vogliamo cambiare. Siamo soddisfatti così e vogliamo essere lasciati in pace. Siamo contenti di con­tinuare a essere come siamo: questo è il motivo per cui mandiamo i nostri figli in guerra e accettiamo di fare il servizio militare. Tutti vo­lete difendere il vostro conto in banca, conservare le vostre pro­prietà, e tutto ciò in nome della non violenza, in nome di Dio e della pace, il che è un enorme controsenso ipocrita. Che cosa intendiamo con pace? Lei dice che le Nazioni Unite tentano di difendere la pace organizzando le nazioni che ne fanno parte, ma questo è soltanto un equilibrio di potere. È davvero ricerca della pace?

Poi c’è il riunirsi degli individui attorno all’idea di ciò che ritengono essere la pace. L’individuo, cioè, si oppone alla guerra secondo le sue convinzioni morali o le sue idee economiche. Collochiamo la pace su un piano razionale o su un piano morale. Diciamo di volere la pace perché la guerra non è vantaggiosa, e questa è la motivazione economica; o diciamo di volere la pace perché uccidere è immorale, è irreligioso, l’uomo è per natura buono e non si deve ucciderlo, e così via. Abbiamo tutte queste spiegazioni del perché non vogliamo la guerra; da un lato le motivazioni religiose, morali, umanitarie o etiche per la pace, e dall’altro le motivazioni razionali, economiche o sociali.

Ma la pace è una cosa della mente? Una motivazione, una ragione per la pace porterà di per sé la pace? Se mi astengo dall’uccidervi perché penso che sia immorale, è un atteggiamento pacifico? Se non mi arruolo nell’esercito per motivi economici, pensando che non sia vantaggioso, è un atteggiamento pacifico? Se fondo la mia pace su una motivazione, su una ragione, ciò può portare la pace? Se vi amo per la vostra bellezza, perché mi piacete fisicamente, è amore? È molto importante. La maggior parte di noi ha coltivato così tanto la mente, siamo così intellettuali, che vogliamo trovare delle ragioni per non uccidere, ragioni come la spaventosa distruttività della bomba atomica, le argomentazioni morali ed economiche in favore della pace, e così via; e pensiamo che più sono le ragioni per non uccidere, più pace ci sarà. Ma potete portare la pace perché c’è un motivo? Può la pace essere trasformata in una causa? Le cause stesse non fanno parte del conflitto? La non violenza, la pace, sono un ideale da perseguire e raggiungere alla fine di un processo evolutivo graduale? Sono tutte ragioni, razionalizzazioni, non è vero?

Se vogliamo andare al fondo del problema, la vera domanda è se la pace sia il prodotto, il risultato di una causa, o invece uno stato dell’essere, non nel futuro o nel passato, ma adesso. Se la pace e la non violenza sono un ideale, significa certamente che in realtà siete violenti, che non siete pacifici. Vorreste essere pacifici, ed elencate le ragioni per cui dovreste esserlo; e accontentandovi delle ragioni ri­manete violenti. In realtà chi vuole la pace, chi vede la necessità di essere pacifico, non sente la pace come un ideale. Non fa nessuno sforzo per diventare pacifico, ma vede la necessità, la verità dell’essere pacifico. Solo chi non vede l’importanza, la necessità, la verità dell’essere pacifico, fa della non violenza un ideale, che è soltanto un continuo posporre la pace. Questo è ciò che fate: adorate tutti l’ideale della pace e nello stesso tempo vi godete la violenza. Ridete... Vi basta poco per divertirvi. Anche questa è una distrazione, e quando uscirete di qui vi comporterete esattamente come prima. Vi aspettate la pace da argomentazioni semplicistiche e chiacchiere futili? Non avrete la pace perché non volete la pace, non vi interessa, non vedete l’importanza, la necessità della pace adesso, non domani. Solo quando non avrete motivazioni per essere pacifici avrete la pace.

Finché avete un motivo per vivere, non state davvero vivendo. Non è vero? Vivete davvero solo quando non avete una ragione, un motivo; semplicemente vivere. Allo stesso modo, finché avrete un motivo per la pace, non avrete la pace. Una mente che inventa delle ragioni per essere in pace è in conflitto, e una tale mente porterà caos e conflitto nel mondo. Riflettete a fondo, e lo vedrete. Come può una mente che inventa delle ragioni per la pace essere in pace? Potete avere argomentazioni e controargomentazioni molto intelli­genti, ma la struttura stessa della mente non si basa sulla violenza? La mente è il prodotto del tempo, dello ieri, ed è in continuo conflit­to con il presente; ma chi vuole essere davvero in pace adesso non accampa nessuna ragione per esserlo. L’uomo pacifico non ha bisogno di un motivo per essere pacifico. La generosità ha forse un moti­vo? Se siete generosi per qualche motivo, è generosità? Quando qualcuno rinuncia al mondo per trovare Dio, per trovare qualcosa di più grande, è davvero rinuncia? Se rinuncio a questo per ottenere quello, sto davvero rinunciando a qualcosa? Se sono pacifico per delle ragioni, ho davvero trovato la pace?

La pace non è quindi qualcosa che va molto al di là della mente e delle invenzioni della mente? La maggior parte di noi, la maggior parte degli uomini religiosi con le loro organizzazioni, arrivano alla pace attraverso le motivazioni, attraverso la disciplina, attraverso l’obbedienza perché non hanno la percezione diretta della necessità, della verità dell’essere pacifici. La pacificità, lo stato dell’essere in pace, non è stagnazione; al contrario, è uno stato molto attivo. Ma la mente può solo conoscere l’attività della sua stessa creazione, che è il pensiero, e il pensiero non può mai essere pacifico. Il pensiero è dolore, il pensiero è conflitto. Finché conosceremo solo dolore e soffe­renza, cercheremo modi e mezzi per oltrepassarli, ma qualunque cosa inventi la mente non farà che aumentare la sua stessa sofferenza, il suo stesso conflitto, la sua stessa lotta. Potreste dire che pochissimi sono in grado di capirlo, che pochissimi saranno in pace nel vero senso della parola. Perché dite così? Non è forse perché costituisce una comoda scusa? Dite che la pace non si potrà mai raggiungere nel modo che sto indicando, che è impossibile. Perciò dovete avere delle ragioni in favore della pace, dovete avere delle organizzazioni per la pace, dovete fare propaganda per la pace. Ma tutti questi me­todi sono ovvie dilazioni della pace.

Solo se siete in contatto diretto con il problema, quando capite che senza pace oggi non potrete avere pace domani, quando non avete delle ragioni per la pace ma vedete la verità di fatto che senza pace la vita è impossibile, che la creatività non è possibile, che senza pace non vi può essere gioia, solo vedendo questa verità potrete avere pace. Allora avrete la pace senza bisogno di nessuna organizzazio­ne per la pace. Per farlo dovete essere molto vulnerabili, dovete in­vocare la pace con tutto il vostro cuore, dovete scoprirne la verità da voi stessi, non attraverso le organizzazioni, attraverso la propaganda, attraverso sagaci argomentazioni in favore della pace e contro la guerra. La pace non è il rifiuto della guerra. La pace è uno stato dell’essere in cui tutti i conflitti e i problemi sono cessati; non è una teoria, non è un ideale da raggiungere nel corso di dieci incarnazio­ni, dieci anni o dieci giorni. Finché la mente non comprenderà la sua stessa attività, creerà sempre più sofferenza. E la comprensione della mente è l’inizio della pace.

Dalla trascrizione del secondo discorso pubblico tenuto a Bombay il 19 febbraio 1950, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. vi, copyright ©1991, Krishnamur­ti Foundation of America.

7. Rajghat School, 22 gennaio 1954 Discorso agli studenti

Domanda: Che cos’è il conflitto, e come si forma nella mente?

Krishnamurti: Vuoi essere il capitano della squadra di cricket. C’è un altro, migliore di te. A te questo fatto non piace. Così sorge il conflitto. Vuoi ottenere qualcosa, ma non puoi, ed ecco il conflitto. Se poi riesci a ottenere quello che vuoi, la difficoltà sta nel conser­varlo; così lotti ancora o ne vuoi di più. In questo modo c’è sempre un conflitto in atto, perché vuoi sempre qualcosa. Se sei impiegato vuoi diventare dirigente, se hai una bicicletta vuoi un’automobile. e così via. Se sei infelice, vuoi essere felice.

Quindi, non è importante ciò che volete, ma ciò che siete. Comprendere ciò che siete, esaminarlo a fondo, vedere tutte le implica­zioni di ciò che siete vi libera dal conflitto.

Dalla trascrizione del quindicesimo discorso agli studenti tenuto alla Rajghat School, Benares, il 22 gennaio 1954, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. vii, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

8. Rajghat, 9 gennaio 1955

Domanda: Che cosa pensa delle bombe atomiche e delle bombe all’idrogeno? Possiamo discuterne?

Krishnamurti: Ciò implica il problema complessivo della guerra e di come prevenirla. Possiamo discuterne per chiarire la nostra mente, indagare con serietà, sinceramente, fino in fondo, e così conoscere totalmente la verità sull’argomento?

Che cosa intendiamo con “pace”? La pace è il contrario, l’antitesi della guerra? Se non vi fosse la guerra, avremmo la pace? Stiamo cercando la pace, o ciò che chiamiamo pace è soltanto un intervallo tra due attività contraddittorie? Vogliamo davvero la pace, non solo a un livello, economico e spirituale, ma globalmente? O forse siamo costantemente in guerra dentro noi stessi, e quindi anche all’ester­no? Se vogliamo impedire la guerra dobbiamo fare ovviamente determinati passi, il che significa in realtà non avere frontiere nella mente, perché le credenze creano inimicizia. Se voi credete nel co­munismo e io nel capitalismo, o se voi siete induisti e io sono cristia­no, tra noi c’è ovviamente antagonismo. Se quindi voi e io desideria­mo la pace, non dobbiamo abolire tutte queste frontiere della mente? Oppure vogliamo la pace soltanto in termini di appagamento, mantenendo lo status quo dopo aver raggiunto un certo risultato?

Non penso che gli individui possano fermare la guerra. La guerra è come un meccanismo gigantesco che, una volta messo in moto, ha un’enorme forza di inerzia. Probabilmente continuerà il suo moto e noi saremo schiacciati, annientati nel processo. Ma se voglio uscire da questo meccanismo, dall’intero congegno della guerra, che cosa devo fare? Questo è il problema. Vogliamo davvero fermare la guerra, interiormente e all’esterno? Dopo tutto la guerra è soltanto la sensazionale manifestazione esterna della nostra lotta interiore, non è così? Può, ciascuno di noi, smettere di essere ambizioso? Finché saremo ambiziosi saremo crudeli, creando inevitabilmente conflitto tra noi e gli altri, tra un gruppo o una nazione e un altro. Ciò signifi­ca, in pratica, che finché voi e io cercheremo il potere in qualunque modo, siccome il potere è il male, provocheremo per forza le guerre. È possibile, per ciascuno di noi, investigare il processo dell’ambizio­ne, della competizione, del desiderio di essere qualcuno nel campo del potere, e mettere fine a tutto ciò? A me pare che solo allora potremo, in quanto individui, uscire da questa cultura, da questa civiltà che produce le guerre.

Possiamo, individualmente, mettere fine alle cause della guerra dentro di noi? Una delle cause è ovviamente il sistema di credenze, la divisione tra induisti, buddhisti, cristiani, comunisti o capitalisti. Possiamo mettere da parte tutto ciò?

Domanda: Tutti i problemi della vita sono irreali, e deve esserci qualcosa di reale su cui appoggiarci. Che cos’è la realtà?

Krishnamurti: Lei pensa che il reale e l’irreale si possano distinguere con tan­ta facilità? Oppure il reale appare quando inizio a capire che cosa è irreale? Ha mai considerato che cos’è irreale? Il dolore è irreale? La morte è irreale? Se il suo conto in banca svanisce, era irreale? Chi dice: “Tutto questo è irreale, cerchiamo ciò che è reale”, sta fuggendo dalla realtà.

Possiamo, voi e io, mettere fine dentro di noi ai fattori che contribuiscono alla guerra interiormente ed esteriormente? Discutiamo di questo, non solo a parole ma indagando realmente, esaminando onestamente, per vedere se sia possibile sradicare in noi stessi la causa dell’odio, dell’inimicizia, il senso di superiorità, l’ambizione, e tutto il resto. Siamo in grado di sradicare tutto ciò? Se vogliamo davvero la pace, dobbiamo sradicarlo. Se volete scoprire che cos’è reale, che cos’è Dio, che cos’è la verità, dovete avere una mente molto tran­quilla; ma potete avere una mente simile se siete ambiziosi, invidiosi, bramosi di potere, posizione e tutto il resto? La serietà non sta nella comprensione del processo della mente, dell’io, che causa tutti que­sti problemi, e nel dissolverlo?

Domanda: Come possiamo decondizionarci?

Krishnamurti: È quello che vi sto spiegando! Che cos’è il condizionamento? È la tradizione che vi è stata imposta sin dall’infanzia, più le creden­ze, le esperienze e la conoscenza che abbiamo accumulato per nostro conto. Tutto ciò condiziona la mente.

Prima di affrontare gli aspetti più complessi della domanda, siete in grado di smettere di essere induisti, con tutto ciò che implica, in modo che la vostra mente possa pensare, rispondere, non secondo l’attuale “induismo riformato”, ma in modo totalmente nuovo? Può avvenire in voi una rivoluzione totale che renda la mente nuova, pu­lita, e quindi in grado di indagare? È una domanda molto semplice. Potrei tenere un intero discorso, ma non servirebbe a nulla se poi voi vi limitate ad ascoltare e ve ne andate dichiarandovi d’accordo o in disaccordo. Se invece voi e io discutiamo il problema e lo esaminia­mo assieme sino in fondo, forse la nostra discussione servirà a qualcosa. Siamo dunque in grado, voi e io, che vogliamo la pace, che par­liamo di pace, di sradicare in noi stessi le cause dell’antagonismo, della guerra?

Domanda: Gli individui sono impotenti di fronte alle bombe atomiche e alle bombe all’idrogeno?

Krishnamurti: Si continuano a fare esperimenti con queste bombe in Ameri­ca, in Russia e altrove, e che cosa possiamo farci voi e io? Che senso ha discutere questo punto? Potreste cercare di muovere l’opinione pubblica scrivendo ai giornali per dire che è una cosa terribile, ma servirà a impedire ai governi di far ricerche e di costruire la bomba H? Si potrebbe usare l’energia atomica per scopi pacifici, oltre che a fini distruttivi; è probabile che tra cinque o dieci anni le industrie funzionino a energia atomica, e forse che si continui a preparare la guerra. Si potrebbe limitare l’uso delle armi atomiche, ma se la spin­ta alla guerra è sempre in atto, che cosa possiamo fare? Gli eventi storici sono in movimento, e non penso che voi e io, che viviamo qui, possiamo arrestare questo movimento. Ciò che possiamo fare è qualcosa di completamente diverso. Possiamo uscire dall’attuale meccanismo sociale, che prepara continuamente la guerra, e forse, grazie alla nostra totale rivoluzione interiore, potremo contribuire alla creazione di una civiltà completamente nuova.

Dopo tutto, che cos’è la civiltà? Che cos’è la civiltà indiana o eu­ropea? È l’espressione della volontà collettiva, non è così? La vo­lontà di molti ha creato l’attuale civiltà dell’India, ma non possiamo, voi e io, distaccarcene e pensare in modo completamente diverso?

Non è forse la responsabilità di tutte le persone serie? Non devono forse esserci delle persone che vedono questo processo di distruzio­ne in atto, che lo esaminano, e che ne escono nel senso di smettere di essere ambiziosi, e tutto il resto? Che altro potremmo fare? Ma noi non vogliamo essere seri, questo è il problema. Non vogliamo af­frontare noi stessi, vogliamo discutere di altre cose, di cose lontane da noi.

Domanda: Ma esisteranno persone serie che hanno risolto i loro problemi e i problemi del mondo!

Krishnamurti: Lei sta scherzando, vero? Sarebbe come dire che io ho fame, ma altri hanno mangiato. Se ho fame, mi preoccuperò di trovare del cibo; e dire che ci sono altre persone ben nutrite non mi servirà a niente. Significa che non sono davvero affamato. Che esistano persone serie che hanno risolto i loro problemi è irrilevante. Ma voi e io, abbiamo risolto i nostri problemi? Questo è molto più importante. Può qualcuno di noi discutere questo punto con grande serietà, esa­minarlo sinceramente e capire che cosa possiamo fare, non solo a livello intellettuale, verbale, ma nella realtà?

Domanda: È davvero possibile sottrarsi all’impatto della civiltà moderna?

Krishnamurti: Che cos’è la civiltà moderna? Qui in India è un’antica cultura alla quale sono stati aggiunti alcuni strati della cultura occidentale, quali il nazionalismo, la scienza, il parlamentarismo, il militarismo, e così via. O ci facciamo assorbire da questa civiltà, oppure ce ne distacchiamo per creare una civiltà completamente diversa.

È deplorevole che siamo disposti soltanto ad ascoltare, perché ascoltiamo in modo estremamente superficiale e sembra che questo ci basti. Perché sembra così straordinariamente difficile per noi di­scutere seriamente e sradicare in noi stessi le cose che causano l’an­tagonismo e la guerra?

Domanda: Dobbiamo far fronte a problemi più immediati.

Krishnamurti: Esaminando un problema immediato, vedrete che ha radici profonde: è il risultato delle cause che giacciono dentro di noi. Quindi, per risolvere un problema immediato, non dovremmo esa­minare i problemi più profondi?

Domanda: C’è un unico problema: scoprire qual è lo scopo della vita.

Krishnamurti: Possiamo discuterlo seriamente, sviscerarlo completamente, per capire da soli qual è lo scopo della vita? Che cosa implica la vi­ta? Dove ci conduce? Questa è la domanda, non quale sia il suo scopo. Se cerchiamo soltanto una definizione dello scopo della vita, voi lo definirete in un modo e io in un altro, e sceglieremo erroneamen­te quella che riteniamo la definizione migliore a seconda delle nostre idiosincrasie. Certamente non è questo che intendeva chi mi ha fatto la domanda. Voleva sapere dov’è la fine di tutta questa lotta, di questa ricerca, di questa continua battaglia, di questo unirsi e divi­dersi, nascita e morte. Dove ci porta l’esistenza nel suo insieme? Che senso ha?

Che cos’è ciò che chiamiamo vita? Conosciamo la vita solo attra­verso la coscienza di sé, non è vero? So di essere vivo perché parlo, penso, mangio, ho vari desideri conflittuali, consci e inconsci, varie pulsioni, ambizioni, e così via. Solo quando sono cosciente di tutto ciò, ovvero solo quando ho coscienza di me, so di essere vivo. Che cosa intendiamo con « coscienza di sé’? Sono cosciente di me solo quando c’è un conflitto di qualche tipo, in caso contrario non ho coscienza di me. Quando penso, mi sforzo, dibatto, discuto, sostengo questa o quella opinione, io sono conscio di me. La natura della coscienza di sé è la contraddizione. La coscienza è un processo globale: è il nascosto come il palese, l’attivo. Qual è il senso del processo della coscienza, e dove conduce? Conosciamo la nascita e la morte, le credenze, la lotta, il dolore, la speranza, il continuo conflitto. Qual è il senso di tutto ciò? Possiamo scoprirne il reale significato solo quando la mente è capace di esaminare, ovvero quando non è anco­rata a nessuna conclusione.

Domanda: Si tratta di esaminare o di riesaminare?

Krishnamurti: Si tratta di un riesame solo quando la mente sia impastoiata, ripetitiva, e quindi riesamina se stessa in continuazione. Essere liberi di indagare, di scoprire ciò che è vero, richiede di certo una mente che non è tenuta in schiavitù da nessuna conclusione. Possiamo, voi e io, scoprire il significato di tutta questa lotta, con le sue ramifica­zioni? Se questa è la nostra intenzione, e se siamo seri, onesti, possia­mo avere già in mente delle conclusioni? Non dobbiamo forse essere aperti a questa confusione? Non dobbiamo investigare con mente aperta se vogliamo scoprire che cos’è vero? L’importante non è il problema, ma capire se sia possibile per la mente essere libera di in­dagare per scoprire la verità di quel problema.

Può la mente essere libera da qualunque conclusione? Una con­clusione è soltanto la risposta di un particolare condizionamento, non è vero? Prendete la conclusione della reincarnazione. Che la reincarnazione sia vera o no, è irrilevante. Perché mantenete questa conclusione? Perché la mente ha paura della morte? Una mente del genere, che crede a determinate conclusioni che sono il prodotto della paura, della speranza e del desiderio, è ovviamente incapace di scoprire la verità riguardo alla morte. Se quindi siamo realmente se­ri, il nostro problema principale, prima ancora di chiederci quale sia il senso dell’intero processo della vita, è scoprire se la mente possa essere libera da qualunque conclusione.

Dalla trascrizione del primo discorso pubblico tenuto a Rajghat il 9 gennaio 1955, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. vii, copyright © 1991, Krishna­murti Foundation of America.

9. Ojai 6 agosto 1955

Domanda: Tutti i nostri problemi sembrano nascere dal desiderio, ma potremo mai essere liberi dal desiderio? Il desiderio è connaturato in noi, o è un prodotto della mente?

Krishnamurti: Che cos’è il desiderio? Perché separiamo il deside­rio dalla mente? Qual è l’entità che dice: “Il desiderio crea problemi, per cui devo liberarmi dal desiderio”? Dobbiamo comprendere che cos’è il desiderio, non chiedere come liberarcene perché ci crea dei problemi o domandare se è un prodotto della mente. Come nasce il desiderio? Ve lo spiegherò e voi ascoltate, ma non limitatevi ad ascoltare semplicemente le mie parole. Sperimentate realmente ciò di cui stiamo parlando mentre procediamo, e allora avrà senso.

Come viene in essere il desiderio? Certamente attraverso la perce­zione o la vista, il contatto, la sensazione; e solo alla fine troviamo il desiderio. Prima vedete un’automobile, poi c’è il contatto, la sensa­zione, e infine il desiderio di possedere l’auto, di guidarla. Vi prego di seguire con calma, pazientemente. Nel tentativo di avere quell’auto, che è desiderio, c’è conflitto. Quindi, nell’appagamento stesso del desiderio c’è conflitto; c’è dolore, sofferenza, gioia; la volontà di trat­tenere il piacere e di allontanare il dolore. Questo è ciò che avviene realmente in ognuno di noi. L’entità creata dal desiderio, l’entità che si identifica con il piacere, dice: “Devo liberarmi di ciò che non è piacevole, che è doloroso”. Non diciamo mai: “Voglio liberarmi dal dolore e dal piacere”. Vogliamo trattenere il piacere e abbandonare il dolore, ma il desiderio li crea entrambi. Il desiderio, che viene in essere attraverso la percezione, il contatto e la sensazione, viene sen­tito come ciò che vuole trattenere il piacevole e sbarazzarsi del doloroso. Ma il doloroso e il piacevole sono entrambi il prodotto del desiderio, che fa parte della mente, che non è esterno alla mente. E finché c’è un’entità che dice: “Voglio trattenere questo e sbarazzarmi di quello”, c’è conflitto. Poiché vogliamo liberarci da tutti i desideri dolorosi e trattenere quelli soprattutto piacevoli, che valgono la pe­na, non prendiamo mai in considerazione il problema globale del desiderio. Quando diciamo: “Devo liberarmi del desiderio”, chi è l’entità che vuole liberarsi da qualcosa? Questa entità, non è anch’es­sa un prodotto del desiderio?

Vi prego, dovete essere infinitamente pazienti per capire queste cose. Le domande fondamentali non hanno una risposta assoluta, o sì o no. La cosa importante è porre la domanda fondamentale, non trovare una risposta; e se siamo capaci di osservare questa domanda fondamentale senza cercare una risposta, l’osservazione stessa di ciò che è fondamentale porta la comprensione.

Quindi il nostro problema non è quello di liberarci dai desideri dolorosi conservando quelli piacevoli, ma comprendere la natura globale del desiderio. Ciò solleva la domanda: che cos’è il conflitto? E chi è l’entità che sceglie continuamente tra piacevole e doloroso? L’entità che chiamiamo “me”, il sé, l’io, la mente che dice: “Questo è piacevole, quello è doloroso; mi aggrapperò al piacevole e rifiuterò il doloroso”, questa entità non è sempre il desiderio? Ma se fossimo capaci di osservare la globalità del desiderio, senza entrare nell’otti­ca di trattenere qualcosa o di sbarazzarcene, scopriremmo che il de­siderio ha un significato completamente diverso.

Il desiderio crea contraddizione, e la mente completamente sve­glia non ama vivere nella contraddizione; per questo cerca di liberarsi del desiderio. Ma se la mente riesce a comprendere il desiderio senza cercare di spazzarlo via, senza dire: “Questo desiderio è buono e quello è cattivo; conserverò il primo e mi sbarazzerò del secondo”; se riesce a essere consapevole della portata globale del desiderio sen­za rifiutare, scegliere o condannare, allora vedrete che la mente è de­siderio, non è separata dal desiderio. Se lo comprendete realmente, la mente diventa molto tranquilla. I desideri sorgono, ma non hanno più impatto; non hanno più quel grande peso; non mettono radici nella mente e non creano più problemi. La mente reagisce, altrimen­ti non sarebbe viva, ma la reazione è immediata e non mette radici. Per questo è importante comprendere l’intero processo del desiderio, in cui la maggior parte di noi è ingabbiata. Essendo ingabbiati ne av­vertiamo la contraddizione, l’infinito dolore; lottiamo contro il desi­derio, e la lotta genera dualità. Se invece riusciamo a osservare il de­siderio senza giudizio, valutazione o condanna, scopriremo che non metterà più radici. La mente che concede terreno ai problemi non potrà mai scoprire che cos’è reale. Il punto, dunque, non è risolvere il desiderio ma comprenderlo, e possiamo farlo solo se non lo condanniamo.

Dalla trascrizione del discorso pubblico di Ojai, 6 agosto 1955, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. ix, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

10. New Delhi, 27 ottobre 1963

Prima di esaminare il problema del conflitto e se sia possibile es­serne liberi, dobbiamo, credo, comprendere la struttura delle parole, il senso che diamo a una particolare parola e, attraverso la consapevo­lezza delle parole, capire come la mente resti intrappolata nella loro rete. La maggior parte di noi vive infatti di formule, di concetti creati da noi o tramandati dalla società, che chiamiamo ideali, insomma vive della necessità di avere determinati modelli in base ai quali com­portarsi. Se esaminate queste formule, idee, concetti e modelli, vedre­te che sono parole, e che queste parole controllano le nostre azioni, modellano i nostri pensieri e ci fanno sentire in un certo modo. Le parole condizionano il nostro pensiero, il nostro modo di essere.

Una mente intrappolata nelle parole non può essere libera. Una mente che funziona entro lo schema di una formula è ovviamente una mente condizionata, schiava. Non sa pensare in modo nuovo, fresco, e la maggior parte del nostro pensare, delle nostre azioni, del nostro pensiero, è dentro i confini delle parole e delle formule. Pren­dete una parola come “Dio” o “amore”. Che immagini, che formule straordinarie nascono nella vostra mente! Una persona che voglia scoprire se esiste Dio, che voglia scoprire il significato dell’amore, deve ovviamente essere libera da tutti i concetti, da tutte le formule. Ma la mente rifiuta di sfondare tutto ciò ed essere libera dalla formula, dal concetto, perché ha paura. La paura si annida nelle parole, e ci scontriamo sulle parole. Quindi, la prima cosa da fare per una persona che voglia indagare seriamente per scoprire se c’è o non c’è una realtà, qualcosa al di là della portata delle parole, è capire a fondo e liberarsi delle formule.

Ora vorrei discutere il conflitto interno ed esterno, e se sia possi­bile, continuando a vivere nel mondo, essere totalmente, e non solo parzialmente, liberi dal conflitto. È possibile essere completamente liberi da qualunque conflitto? Non rispondete sì o no. Una mente seria non prende posizione in questo modo, indaga, e per indagare deve essere libera dal conflitto che crea confusione, contraddizione, e varie forme di nevrosi. Se non è libera dalla confusione, come può vedere, osservare, capire? Potrà soltanto tessere una montagna di parole sulla verità, la non violenza, Dio, il nirvana, parole che non hanno nessun senso.

Una mente che voglia scoprire la realtà deve essere libera dal con­flitto a tutti i livelli di coscienza, il che non significa cercare la pace, ritirarsi dal mondo, entrare in monastero o meditare sotto un albero; queste sono tutte fughe. Deve essere completamente libera, a tutti i livelli di coscienza, da qualunque conflitto: essere sgombra. Solo una mente sgombra può essere libera, e solo nella totale libertà potrete scoprire che cos’è vero.

Perciò dobbiamo esaminare l’anatomia, la struttura del conflitto. Non ascoltate me, ascoltate la vostra coscienza. Ascoltate, osservate, guardate il conflitto nella vostra vita: in ufficio, con vostra moglie o vostro marito, i vostri figli, i vostri vicini, i vostri ideali; osservate il vostro stesso conflitto. Ciò di cui infatti ci stiamo occupando è la ri­voluzione dentro di voi, non dentro di me; una rivoluzione radicale dentro ciascuno di noi, alle radici stesse del nostro essere. Altrimenti è un cambiamento superficiale, un aggiustamento privo di ogni valo­re. Il mondo sta attraversando enormi cambiamenti, non solo tecno­logici ma morali, etici; e adattarsi semplicemente a un cambiamento non reca lucidità di visione, chiarità di mente. Ciò che porta una straordinaria lucidità è una mente che abbia compreso fino in fondo tutto il processo del conflitto interno ed esterno; perché questa stes­sa comprensione produce libertà. Una tale mente è chiara, e in que­sta chiarità c’è bellezza. Questa mente è la mente religiosa, non la mente fasulla che va al tempio, che ripete continuamente parole, che celebra cerimonie decine di migliaia di volte. Tutto ciò non ha nes­sun senso.

Ciò che ci interessa è la comprensione del conflitto, non come sbarazzarci del conflitto, non come sostituire al conflitto una serie di formule chiamate pace, e neppure opporci o evitare il conflitto, ma comprenderlo. Spero di essere chiaro quando uso la parola compren­dere. Comprendere una cosa significa convivere con essa, e non pos­siamo convivere con qualcosa se la respingiamo, se dissimuliamo per paura quello che è un fatto, se scappiamo o se, trovandoci in tre­mendo conflitto con noi stessi, cerchiamo la pace, che è soltanto un’altra via di fuga. Uso la parola comprendere in un senso speciale, cioè affrontare il fatto che siamo in conflitto e convivere totalmente con esso, senza evitarlo, senza fuggirlo. Osservate se potete vivere con esso, senza tradurlo, senza applicarvi l’opinione di qualcun altro, ma vivere con esso.

Prima di tutto, il conflitto non è solo a livello conscio della mente, ma anche inconscio, nel profondo. Siamo una massa di conflitti, con­traddizioni, non solo a livello del pensiero, ma anche al livello che il pensiero conscio non raggiunge. Ciò richiede totale attenzione da parte vostra. Che lo vogliate o no, siete in conflitto; la vostra vita è sofferenza, confusione, una serie di contraddizioni, violenza e non violenza. I santi vi hanno rovinato con le loro particolari idiosincra­sie, particolari modelli di violenza e non violenza. Infrangere tutto ciò, scoprire da soli, richiede attenzione e la sincerità di indagare il problema sino in fondo.

Tutto ciò che facciamo provoca conflitto. Non abbiamo conosciu­to un momento, dai giorni della scuola a ora, in cui non siamo stati in conflitto. Andare in ufficio, che è una noia terribile, pregare, la ri­cerca di Dio, le discipline, i rapporti: tutto ha in sé un seme di con­flitto. È evidente a chiunque voglia conoscere se stesso: quando si guarda allo specchio, vede di essere in conflitto. Allora, che cosa fa? Cerca immediatamente di fuggire o di trovare una formula che assorba il conflitto. Ma ciò che noi cerchiamo di fare è osservare il con­flitto, non fuggirlo.

Il conflitto nasce quando c’è contraddizione nella nostra attività, nel nostro pensiero e nel nostro essere, esternamente e interiormen­te. Accettiamo il conflitto come un mezzo per progredire. Prendia­mo il conflitto come una lotta. I compromessi, le repressioni, gli in­numerevoli desideri contraddittori, le varie pulsioni contraddittorie, le sollecitazioni, tutte queste cose creano conflitto dentro di noi. Ve­niamo educati a essere ambiziosi, ad avere successo nella vita. Dove c’è ambizione c’è conflitto, ma ciò non significa che dobbiamo met­terci a dormire o a meditare. Quando comprendete la reale natura del conflitto sgorga una nuova energia, un’energia che non è contaminata dallo sforzo, ed è questa che esamineremo.

Quindi, per prima cosa, essere consapevoli di essere in conflitto; non cercare di capire come trascenderlo, che cosa fare al proposito o come reprimerlo, ma esserne consapevoli e non fare niente: questa è la cosa necessaria. Faremo qualcosa più tardi, ma per prima cosa non intervenite su ciò che avete scoperto, sul fatto di essere in con­flitto, sul fatto che cercate di fuggire dal conflitto in molti modi diversi. Il fatto è questo, e rimanendo con il fatto anche per pochi mi­nuti, vedrete come la mente si rifiuti di rimanere con esso. Vuole fuggire, intervenire, fare qualcosa. Non riesce mai a convivere con il fatto. Per comprendere qualcosa, dovete vivere con esso, e per conviverci dovete essere estremamente sensibili. Vivere con un bellissimo albero, un dipinto o una persona, vivere con esso significa non abituarsi ad esso. Nel momento in cui vi abituate, avete perso la sen­sibilità. Questo è un fatto. Se mi abituo alla montagna su cui vivo tutta la mia vita, non sono più sensibile alla bellezza del suo profilo, alla luce, alla forma, al suo straordinario splendore al mattino e alla sera. Mi sono abituato, il che significa che sono diventato insensibile. Anche convivere con una cosa brutta richiede la stessa sensibilità. Se mi abituo alle strade sporche, ai pensieri sporchi, alle situazioni brutte, a tollerare le cose, divento di nuovo insensibile. Vivere con qualcosa, che sia bello o brutto o doloroso, vivere con esso significa essere sensibili ad esso, non abituarsi. Questa è la prima cosa.

Il conflitto esiste non solo perché abbiamo desideri contradditto­ri, ma perché tutta l’educazione, la pressione psicologica sociale, crea in noi questa divisione, questa spaccatura tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, tra il reale e l’ideale. Siamo dominati dagli ideali. Una mente chiara non ha ideali. Funziona passando da un fatto a un altro fatto, non da un’idea a un’altra idea. il conflitto non è solo a livello conscio, ma anche a livello inconscio. Non ho intenzione di di­scutere adesso che cosa siano il conscio e l’inconscio, ce ne occupe­remo un altro giorno. Adesso ci interessa il conflitto, il conflitto in tutto il nostro essere, a livello conscio e inconscio. Il conflitto esiste. Qualunque sforzo per liberarcene è un ulteriore conflitto. Questo è molto evidente, perfettamente logico. Quindi la mente deve trovare un modo per essere libera dal conflitto senza bisogno di sforzo. Se mi oppongo al conflitto, se mi oppongo agli schemi e alle intimazio­ni comprese nel conflitto, questa mia stessa opposizione è un’altra contraddizione, e cioè conflitto.

Mettiamola in termini molto semplici. Capisco di essere in conflit­to, sono violento, tutti i santi e i libri dicono che non devo esserlo. In me ci sono così due cose in contraddizione: la violenza e il non dover essere violento. È una contraddizione, che mi sono imposto da solo o che mi è stata imposta da altri. In questa contraddizione c’è con­flitto. Se mi oppongo ad essa, sia per comprendere il conflitto sia per evitarlo, sono comunque in conflitto. L’opposizione stessa crea con­flitto. È evidente. Per comprendere il conflitto ed esserne libero, non devo oppormi ad esso, non devo scappare. Devo guardarlo, ascoltarlo nella sua globalità: con mia moglie, i miei figli, con la società, con le mie stesse idee. Se affermate che in questa vita non sia possibile li­berarsi dal conflitto, il rapporto tra voi e me è finito. È finito anche se affermate che è possibile. Ma se dite: “Voglio scoprire, voglio in­dagare, voglio sviscerare la struttura del conflitto che è stato creato in me e di cui io sono parte”, allora siamo in rapporto e possiamo procedere assieme.

Qualunque forma di resistenza, fuga, evitamento del conflitto non fa che accrescerlo, e il conflitto implica confusione, brutalità, durez­za. Una mente in conflitto non può essere compassionevole, non può avere la lucidità della compassione. Perciò la mente deve essere con­sapevole del conflitto senza evitarlo, senza opporsi, e senza formarsi opinioni. In questo stesso atto nasce una disciplina, una disciplina flessibile, una disciplina che non si basa su nessuna formula, modello o repressione. Si osserva cioè l’intero contenuto del conflitto inte­riore, e questa stessa osservazione porta con sé, naturalmente, senza nessuno sforzo, una disciplina. Tale disciplina è necessaria. Uso la parola disciplina nel senso di lucidità, nel senso di una mente che pensa con precisione, in modo sano; e non potete avere una mente così se c’è conflitto.

Quindi, l’essenziale è in primo luogo comprendere il conflitto. Potreste dire: “Non sono libero dal conflitto, dimmi come fare per liberarmene”. Questo è il modello che vi hanno insegnato. Volete che vi si dica come essere liberi dal conflitto, ma seguendo questo modello per liberarvi dal conflitto continuerete a essere in conflitto.

È abbastanza semplice. Non c’è nessun “come”. Cercate di capirlo. Non c’è nessun metodo nella vita. Dovete viverla. Una persona che disponga di un metodo per raggiungere la non violenza, o qualche stato straordinario, è semplicemente imprigionata in un modello; il modello può produrre dei risultati, ma non condurrà mai alla realtà. Perciò, quando chiedete: “Come posso fare per essere libero dal conflitto?”, state ricadendo nel vecchio modello, il che indica che siete ancora in conflitto, che non avete compreso. E questo significa che ancora una volta non avete vissuto con chiarezza il fatto.

Essere in conflitto implica una mente confusa, cosa che potete osservare in tutto il mondo. Tutti gli uomini politici del mondo sono confusi e hanno causato sofferenza al mondo. Anche i santi hanno causato sofferenza al mondo. Se quindi siete sinceri e volete essere li­beri dal conflitto, dovete abolire completamente qualunque autorità dentro di voi, perché per chi vuole scoprire la verità non c’è alcuna autorità, né la Gita, né i vostri santi, né i vostri capi, nessuno. Ciò si­gnifica essere completamente soli. E si può essere soli quando la mente è libera dal conflitto.

La maggior parte di noi vuole evitare la vita, e abbiamo trovato modi e metodi diversi per evitarla. La vita è qualcosa di totale, non una cosa parziale. La vita include la bellezza, la religione, la politica, l’economia, i rapporti, le dispute, la sofferenza, il tormento, l’ango­scia dell’esistenza, la disperazione. Tutto ciò è la vita, e non solo un suo pezzo, un frammento; perciò dovete comprenderla nella sua globalità. Ciò richiede una mente sana, assennata, chiara. Perciò dovete avere una mente priva di conflitto, una mente che non ha nessuna traccia di conflitto, che non è stata scalfita. Ecco il motivo per cui il conflitto, in qualunque sua forma, può essere compreso solo essen­done consapevoli.

Per “esserne consapevoli” intendo osservarlo. Osservare vuol dire guardare senza opinioni. Dovete guardare, ma senza le vostre idee, i vostri giudizi, paragoni e condanne. Se c’è condanna, opposizione; non state osservando, e quindi il vostro interesse non è il conflitto. Non potete osservare niente senza avere già un’idea, e questo diven­ta il vostro problema. Volete osservare il conflitto, ma non potete farlo se vi sovrapponete un’opinione, un’idea o un giudizio circa il conflitto, oppure se fate resistenza. Allora il vostro interesse sarà sco­prire perché fate resistenza, non comprendere il conflitto, ma perché vi opponete. Vi siete spostati dal conflitto, e diventate consapevoli della vostra resistenza. Perché resistete? Scopritelo da soli. Per la maggior parte di noi, il conflitto è diventato un’abitudine. Ci ha resi così ottusi che non ne siamo neppure più consapevoli. L’abbiamo ac­cettato come parte della vita, e quando lo incontriamo, quando lo vediamo come un fatto, allora facciamo opposizione oppure cerchia­mo di evitarlo, di trovare una via d’uscita. Così, osservare il fatto della vostra resistenza diventa molto più importante che comprendere il conflitto. Quindi come fate ad evitarlo, la formula che vi applicate. Così iniziate a osservare le vostre formule, opinioni e resistenze. Di­ventandone consapevoli spezzate il vostro condizionamento, e siete in grado di affrontare il conflitto.

Dunque, capire il conflitto e perciò esserne liberi, non in seguito, non alla fine della vita, non dopodomani, ma immediatamente e totalmente (e si può fare), richiede una straordinaria capacità di osser­vazione, che non è qualcosa da coltivare perché nel momento in cui la coltivate siete ricaduti nel conflitto. Ciò che occorre è la percezio­ne immediata del processo globale, del contenuto totale della coscienza; l’osservazione immediata che ne vede la verità. Nel momen­to in cui ne vedete la verità, ne siete fuori. Non potete vederne la ve­rità, in qualunque forma, a nessun livello, se cercate di opporvi, di fuggire o di sovrapporvi determinate formule che avete appreso.

Ciò solleva un problema molto importante: non c’è tempo per il cambiamento. O cambiate adesso o mai più. Non intendo “mai più” nel senso tradizionale o nel senso cristiano di “dannati in eterno”. Intendo che il cambiamento avviene ora, nell’attivo presente. L’attivo presente può essere domani, ma è sempre l’attivo presente; e solo nell’attivo presente c’è cambiamento, non dopodomani. È molto im­portante capirlo. Siamo abituati ad avere un’idea, e a tradurre l’idea in atto. Prima formuliamo, in modo logico o illogico, ma il più delle volte illogico, un’idea o un ideale, e poi cerchiamo di metterla in atto. Così c’è una frattura tra l’azione e l’idea, una contraddizione. L’azione è il vivo presente, non l’idea. La formula è solo un’idea fis­sa; l’attivo presente è l’azione. Dire: “Devo essere libero dal conflit­to”, diventa un’idea. C’è un intervallo di tempo tra l’idea e l’azione, e voi sperate che in questo intervallo di tempo avvenga qualche spe­ciale, misterioso evento che porti con sé un cambiamento.

Se chiamate in causa il tempo, non ci sarà mutamento. La comprensione è immediata, e potete comprendere solo se osservate totalmente, con tutto il vostro essere. Come ascoltare questo aeroplano, il suo rombo con tutto il vostro essere, senza interpretarlo, senza dire: “È un aereo”, “Che fracasso”, “Voglio ascoltare, ma sta passando un aereo”. Così diventa una distrazione, una contraddizione, e vi siete persi. Ascoltare quell’aereo con tutto il vostro essere è ascoltare chi vi parla con tutto il vostro essere. Non c’è divisione tra i due ascolti. C’è divisione solo quando volete concentrarvi su ciò che viene detto, e allora diventa una resistenza. Se siete totalmente attenti, potete ascoltare l’aereo e ascoltare chi vi parla.

Allo stesso modo vedrete che, se siete totalmente consapevoli dell’intera struttura, dell’anatomia del conflitto, avverrà un cambiamento immediato. Allora sarete completamente fuori dal conflitto. Ma se dite: “Sarà sempre così, sarò sempre libero dal conflitto?”, state ponendo una domanda stupida. Indica che non siete liberi dal conflitto, che non ne avete compreso la natura. Volete soltanto vin­cerlo e stare in pace.

Una mente che non ha compreso il conflitto non può mai essere in pace. Può rifugiarsi in un’idea, in una parola che dice “pace”, ma che non è la pace. Essere in pace richiede lucidità, e la lucidità viene soltanto quando non c’è conflitto di nessun tipo, il che non è un processo di autoipnosi. Solo la mente che ha compreso il conflitto, con tutta la sua violenza, la sua follia (e la non violenza è una forma di follia perché la mente non ha ancora compreso la violenza), può spingersi molto più lontano. Una mente che si costringe a essere non violenta è una mente violenta. La maggior parte dei vostri santi e maestri è tutta presa dalla violenza, essi non conoscono la chiarezza della compassione. È solo la mente compassionevole può comprendere ciò che va al di là delle parole.

Dalla trascrizione del secondo discorso pubblico tenuto a New Delhi il 27 otto­bre 1963, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. xiii, copyright ©1992, Krish­namurti Foundation of America.

11. Madras, 22 dicembre 1965

È possibile mettere fine al conflitto in tutti i nostri rapporti, in casa, sul lavoro, in ogni area della nostra vita? Ciò non significa chiu­derci nell’isolamento, diventare monaci o ritirarci in un angolino della nostra immaginazione e della nostra fantasia; significa vivere in questo mondo per comprendere il conflitto. Finché c’è conflitto di qualunque tipo, la nostra mente, il cuore, il cervello non possono funzionare al meglio delle loro capacità. Lo possono soltanto quan­do non c’è attrito, quando c’è lucidità, e ciò è possibile solo quando la totalità della mente (l’organismo fisico, le cellule cerebrali, il com­plesso che chiamiamo mente) è in uno stato di non conflitto. Solo al­lora è possibile avere pace.

Per comprendere tale stato dobbiamo comprendere i conflitti che sorgono quotidianamente, la quotidiana battaglia con noi stessi e con i nostri simili, sul lavoro, in famiglia, tra uomo e uomo, tra uomo e donna, e la struttura psicologica di questo conflitto, cioè del con­flitto. Comprendere, al pari del vedere e dell’ascoltare, è una delle cose più difficili. Quando dite: “Capisco”, intendete non solo che avete afferrato perfettamente il senso di ciò che è stato detto, ma anche che quella comprensione diventa azione. Non potete compren­dere se capite solo intellettualmente, verbalmente, ciò che si sta di­cendo. Se ascoltate soltanto intellettualmente, cioè a livello verbale, non è certo comprensione. Se sentite qualcosa solo a livello emotivo, sentimentale, anche questa non è comprensione. C’è comprensione solo quando comprendete con tutto il vostro essere, ovvero quando non considerate una cosa in modo frammentario, solo intellettuale o solo emotivo, ma globalmente.

Comprendere la natura del conflitto richiede perciò non solo la comprensione del vostro specifico conflitto in quanto individui, ma la comprensione del conflitto dell’umanità nel suo insieme, che in­clude il nazionalismo, le differenze di classe, l’ambizione, l’avidità, l’invidia, il desiderio di posizione e di prestigio, la sete di potere, il dominio, la paura, la colpa, l’ansia, la morte e la meditazione, la glo­balità della vita. Per comprendere tutto ciò bisogna guardare, ascol­tare, non parzialmente, ma osservare l’intera mappa della vita. Una delle nostre difficoltà è che funzioniamo in modo frammentario, fun­zioniamo in modo parziale, siamo ingegneri, artisti, scienziati, uomi­ni d’affari, avvocati, fisici, e così via, e ogni frammento è in lotta con un altro frammento, disprezzandolo o sentendosi superiore.

Il problema è quindi: come osservare la totalità della vita in modo non frammentario? Se guardiamo la totalità della vita, non come in­duisti, musulmani, cattolici, comunisti, socialisti, docenti o religiosi, se vediamo lo straordinario movimento della vita che include tutto, morte, dolore, sofferenza, confusione, la totale mancanza d’amore, l’immagine del piacere che abbiamo creato nei secoli e che determi­na i nostri valori e le nostre azioni, se vediamo questa cosa immensa nella sua totalità, la nostra risposta a questa totalità sarà completamente diversa. È questa risposta, sgorgata dal vedere l’intero movi­mento della vita nella sua totalità, che porterà una rivoluzione in noi stessi, e questa rivoluzione è assolutamente necessaria. Gli esseri umani non possono continuare a fare come hanno sempre fatto, massacrarsi a vicenda, odiarsi l’un l’altro, dividersi in nazioni, fram­mentarsi in tutte queste meschine, piccole attività individuali, perché in questo modo si crea sempre più sofferenza, sempre più confusio­ne, sempre più dolore.

È possibile vedere la totalità della vita, che è simile a un fiume di grande bellezza che scorre continuamente, senza fermarsi, che è in movimento perché ha dietro di sé una massa d’acqua enorme? Pos­siamo vedere la vita nella sua totalità?

Solo se vediamo qualcosa nella sua totalità possiamo comprenderlo, e non possiamo vedere la totalità se c’è un’attività egoistica che guida e modella le nostre azioni e i nostri pensieri. È l’immagine egoistica che si identifica con la famiglia, la nazione, le ideologie e i partiti, politici o religiosi. È questo centro che afferma di cercare Dio, la verità, e così via, e che impedisce la comprensione della globalità della vita. Comprendere questo centro, ciò che è realmente, ri­chiede una mente che non sia ingombra di concetti e conclusioni. Devo conoscere in realtà, e non solo in teoria, ciò che sono. Ciò che penso, ciò che sento, le mie ambizioni, invidie, il desiderio di succes­so, di emergere, di prestigio, la mia avidità, le mie sofferenze: tutto questo è ciò che sono. Posso pensare di essere Dio, di essere qualcos’altro, ma ciò fa ancora parte del pensiero, dell’immagine che viene proiettata attraverso il pensiero. Se quindi non comprendete tutto ciò senza rifarvi a Shankara, a Buddha o a chiunque altro, se non vedete ciò che siete realmente giorno per giorno, il modo in cui parlate, in cui sentite, in cui reagite, non solo consciamente ma anche inconsciamente, se non costruite su ciò le fondamenta, come potre­ste spingervi più in là? Per quanto lontano possiate andare, sarà solo immaginazione, fantasia, inganno, e sareste degli ipocriti.

Dovete gettare queste fondamenta, cioè comprendere ciò che sie­te. Potete farlo solo osservando voi stessi, senza cercare di correggervi, senza cercare di modellarvi, senza dire che è giusto o sbagliato, ma vedendo ciò che avviene realmente. Ciò non vuol dire diventare ancora più egoisti; al contrario, diventate più egoisti se volete soltan­to correggere ciò che vedete, interpretare ciò che vedete alla luce di ciò che vi piace e non vi piace. Ma se osservate e basta, non c’è un rafforzamento del centro.

Vedere la totalità della vita richiede grande amorevolezza. Siamo diventati insensibili, e potete capire perché. In un paese sovrappo­polato, un paese povero interiormente ed esteriormente, un paese che è sempre vissuto di idee e non di realtà, un paese che ha sempre venerato il passato, con un’autorità radicata nel passato, è ovvio che le persone siano indifferenti a ciò che avviene nella realtà. Se vi os­servate, vedrete quanto poca amorevolezza avete, e l’amorevolezza è premura. Amorevolezza è senso della bellezza, non solo come ornamento esterno. Il senso della bellezza viene solo quando c’è grande gentilezza, grande considerazione, grande premura, che è l’essenza stessa dell’amorevolezza. Quando tutto ciò si inaridisce, i nostri cuo­ri si inaridiscono, e li riempiamo di parole, idee, citazioni, di cose che sono state dette. Coscienti di questa confusione, cerchiamo di resuscitare il passato, veneriamo la tradizione, ritorniamo indietro. Non sapendo come risolvere l’attuale esistenza con tutta la sua confusione, diciamo: “Torniamo indietro, ritorniamo al passato, viviamo secondo una cosa morta”. Così, messi di fronte al presente, fuggite nel passato, in una ideologia, un’utopia, e poiché il vostro cuore è vuoto lo riempite di parole, immagini, formule e slogan. Osservatevi, e lo vedrete.

Indurre naturalmente, liberamente, questo totale cambiamento della mente richiede grande e seria attenzione. Non vogliamo prestare attenzione, perché abbiamo paura di ciò che potrebbe accadere se riflettessimo davvero sui fatti reali, quotidiani, della nostra vita. Ab­biamo paura di guardare; preferiamo vivere una vita cieca, asfittica, triste, infelice, banale, e quindi vuota e priva di senso; e vivendo una vita priva di senso tentiamo di dare un senso alla vita. La vita non ha un senso. La vita è fatta per essere vissuta, e vivendola iniziamo a scoprire la realtà, la verità, la bellezza della vita. Per scoprire la ve­rità, la bellezza della vita, dovete comprenderne il movimento totale, e per riuscirci dovete mettere fine a un pensiero e a un modo di vivere frammentario. Dovete smettere di essere induisti, non solo di nome ma di fatto; dovete smettere di essere musulmani, buddhisti o cattolici con tutti i vostri dogmi, perché queste cose dividono le per­sone, dividono la vostra mente, il vostro cuore.

È sorprendente che ascoltate tutto ciò, ascoltate per un’ora e poi tornate a casa e ripetete il vecchio modello. Ripeterete il vecchio mo­dello all’infinito, e questo modello si basa essenzialmente sul piacere.

Dovete esaminare la vostra vita volontariamente, non perché il governo vi spinge a farlo o perché qualcuno ve lo dice. Dovete esami­narla volontariamente, senza condannarla, senza dire che è giusta o sbagliata, ma guardare. Guardando in questo modo, scoprirete che state guardando con occhi pieni di amorevolezza, senza condanna, senza giudizio, ma con affetto. Vi state guardando con affetto e quin­di con grande amorevolezza, e solo quando c’è grande amorevolezza e amore vedete la totalità della vita.

Dalla trascrizione del primo discorso pubblico tenuto a Madras il 22 dicembre 1965, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. xiii, copyright © 1992, Krishna­murti Foundation of America.

12. Roma, 31 marzo 1966

È possibile trovare un modo di vita quotidiano che sia totalmente e radicalmente libero, e quindi rivoluzionario? Per me c’è una sola rivoluzione, che è una rivoluzione religiosa. Le altre, economiche, sociali e politiche, non sono rivoluzioni. L’unica rivoluzione è la mente religiosa in rivolta, non come reazione, ma una mente che ha trovato un modo di vita in cui non c’è contraddizione. Tutte le no­stre vite sono in contraddizione, e quindi in conflitto, conflitto nato dal tentativo di uniformarsi, conflitto che viene dalla ricerca di appa­gamento, conflitto provocato dalla pressione sociale. Gli esseri uma­ni sono vissuti in questa condizione di conflitto per tutta la storia conosciuta. Tutto ciò che toccano lo trasformano in conflitto, interno ed esterno. Che sia una guerra tra popoli o la vita individuale, dentro è un campo di battaglia. Tutti conosciamo questa continua lotta infinita, esterna e interna. Il conflitto può produrre determinati risultati attraverso l’uso della volontà, ma non è mai creativo. Per vivere, per fiorire nel bene, deve esservi pace, non la pace economica, la pace tra due guerre, la pace dei trattati politici, la pace di cui parla la chie­sa o predicata dalle religioni istituzionalizzate, ma la pace che ciascu­no ha trovato da sé. Solo nella pace possiamo fiorire, crescere, essere e agire. Ma non può venire in essere se c’è conflitto di qualunque ti­po, conscio o inconscio.

È possibile, nel mondo moderno, vivere una vita priva di conflitto, considerando la tensione, la lotta, le pressioni e gli influssi della struttura sociale? L’essenza di una mente che esamina seriamente, questa è vera vita. La domanda se vi sia Dio, se vi sia verità, se vi siabellezza, si può porre solo quando ci sono queste fondamenta, quan­do la mente non è più in conflitto.

Domanda: Come si fa a evitare il conflitto?

Krishnamurti: Non si può evitare il conflitto, bisogna compren­derne la natura. Il conflitto è una delle cose più difficili da compren­dere. Abbiamo sempre tentato di evitare il conflitto, e così ci rivol­giamo all’alcol, al sesso, alla chiesa, alla religione istituzionalizzata, alle attività sociali, ai divertimenti superficiali, qualunque via di fuga. Abbiamo tentato di evitare il conflitto, ma non ci siamo riusciti. Il suo stesso evitamento contribuisce al conflitto.

Domanda: Può dire qualcosa sulla natura del conflitto?

Krishnamurti: La esamineremo, ma prima consideriamo la fondamentale, as­soluta necessità di libertà e di pace. Non sappiamo ancora che cosa ciò significhi. Vediamo, forse intellettualmente, la necessità della mente, del cuore, dell’intera struttura dell’essere umano, di non essere in conflitto, perché allora c’è pace. Possiamo capire che la pace sia realmente una forma di comportamento morale, perché una mente che non è in pace non può agire, non può avere corretti rapporti, e il corretto rapporto è condotta, virtù, moralità, e così via.

Se comprendiamo la necessità di mettere fine al conflitto (per il momento, capitelo almeno verbalmente), possiamo procedere e ini­ziare a investigare che cos’è il conflitto, perché viene in essere, e se sia possibile mettervi fine insistendo su un fattore che chiamiamo vo­lontà. Procediamo pian piano. È un argomento enorme, non possia­mo farne piazza pulita in un pomeriggio. Che cos’è il conflitto, tanto esterno che interno? Vediamo che le guerre esterne sono il prodotto delle nazionalità, delle pressioni economiche, dei pregiudizi religiosi e personali. Vi sono state guerre di religione durante tutta la storia del mondo. Forse il buddhismo non ha contribuito a queste guerre, anche se di recente alcuni monaci buddhisti si sono dati fuoco. Ma è stata una cosa del tutto contraria al loro insegnamento. Sono stati istruiti a non occuparsi assolutamente di politica, ma la politica è il nuovo oracolo, e fornisce il veleno del nazionalismo. È facile vedere i fattori esterni che contribuiscono alla guerra, non occorre ap­profondirlo.

Poi c’è il conflitto interno, che è molto più complesso. Perché c’è conflitto dentro di noi? Lo stiamo esaminando, non stiamo dicendo che dovremmo o non dovremmo essere in conflitto. Stiamo indagando, e per farlo dobbiamo avere molta chiarezza nel nostro pensiero, dobbiamo essere molto lucidi e svegli nell’osservazione della natura e del significato del conflitto. Perché c’è conflitto? Che cosa inten­diamo con la parola lotta? Stiamo esaminando il significato della pa­rola, non le cause del conflitto. Quand’è che siamo pienamente coscienti di questa parola, di questo fatto? Solo quando c’è dolore, contraddizione, l’inseguimento del piacere e la sua impossibilità. Sono consapevole del conflitto quando il mio piacere nel raggiungerlo, quando la mia ambizione, nelle sue varie forme, viene ostacolata. Quando il piacere dell’ambizione è frustrato, divento conscio del conflitto, ma finché quel piacere non trova ostacoli non provo nessun senso di conflitto. C’è anche il piacere del conformismo. Voglio conformarmi alla società perché mi avvantaggia, mi dà un profitto. Per ottenere sicurezza e mezzi di sostentamento, per diventare famo­so, per essere riconosciuto, per essere qualcuno nella società, devo uniformarmi alle norme, al modello imposto dalla società. Finché mi uniformo totalmente, il che è un grande piacere, non c’è conflitto; ma c’è conflitto nel momento in cui c’è una deviazione dal conformismo.

Dalla trascrizione del primo dialogo pubblico tenuto a Roma il 31 marzo 1966, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. xvi, copyright ©1992, Krishnamurti Foun­dation of America.

13. Rajghat, 10 dicembre 1967

Domanda: Lei ha parlato di premura, amorevolezza e amore, ma come possono due nazioni essere premurose l’un l’altra?

Krishnamurti: Ovviamente non possono. Se lei va a nord e io vado a sud, come può esservi premura, attenzione o amore? Quando una nazione vuole un pezzo di terra, e un’altra nazione vuole lo stesso pezzo di terra, come può esservi premura o amore? Può esservi soltanto guerra, e infatti è ciò che accade. Finché vi saranno nazioni, governi sovrani controllati dall’esercito e dai politici, con le loro ideologie idiote, con le loro separazioni, ci sarà per forza la guerra. Finché voi adorerete uno straccio chiamato bandiera, e io adoro un altro straccio di un altro colore, finiremo ovviamente per combatterci a vicenda.

Solo dove non vi sono nazioni, non vi sono divisioni quali i cristia­ni, i buddhisti, gli induisti, i musulmani, i comunisti e i capitalisti, non vi sarà guerra. Solo se l’uomo abbandona le sue meschine cre­denze e i suoi pregiudizi, l’adorazione per la propria famiglia, e tutto il resto, ci sarà la possibilità della pace nel mondo. La pace può venire solo con l’organizzazione di tutto il mondo, ma il mondo non po­trà avere un’organizzazione economica o sociale finché ci saranno divisioni. Ciò significa che deve esserci un linguaggio e un programma universale, che nessuno di voi vuole. Finché conserverete i vostri credi particolari, le nazionalità, i vostri dèi e guru, siete destinati a essere in guerra l’uno contro l’altro. È come se un uomo pretendesse di essere amichevole odiando nel frattempo gli altri.

Dalla trascrizione del primo discorso tenuto a Rajghat il 10 dicembre 1967, in Collected Works of J. Krishnamurti, vol. xvii, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation of America.

14. Brockwood Park, 8 settembre 1970

Krishnamurti: Prima di cercare di capire come educare i bambini in modo che si adeguino o non si adeguino, non dovremmo capire se noi stessi, educatori, genitori e insegnanti, esseri umani, ci stiamo adeguando? Stiamo imitando, seguiamo un certo modello, accettia­mo delle formule e adattiamo la vita a quelle formule? Tutto ciò im­plica il conformismo (l’accettazione dell’autorità, avere una formula, un principio, un credo secondo cui vivere) oppure il rifiuto dei mo­delli esterni che ci sono stati imposti dalla cultura, dalla scuola e dalla forza delle influenze sociali. Possiamo anche avere nostri modelli interni, che accettiamo e seguiamo, adeguandoci esternamente e internamente.

Sono consapevole di uniformarmi? Prima di capire se si deve o non si deve, cominciamo dal capire se ci stiamo uniformando. Che cosa significa? Qualunque struttura linguistica è una forma di accet­tazione di un modello di espressione e di pensiero. Osserviamo se ci stiamo uniformando in questo campo. Poi ci si uniforma ai modelli sociali esterni: capelli corti o capelli lunghi, barba o niente barba, pantaloni, minigonne o gonne lunghe, e tutto quanto. E interiormente ci uniformiamo, aderiamo all’immagine che abbiamo costrui­to di noi stessi, a una conclusione, un credo, un modello di comportamento? Siamo consapevoli di tutto ciò? Non ci stiamo chiedendo se si debba o non si debba imitare, ma se siamo consapevoli della presenza di questo continuo conformismo esterno e interno. Se c’è conformismo non c’è ovviamente libertà, e senza libertà non c’è in­telligenza.

Quindi, guardarci dentro, osservarci con assoluta Oggettività senza sentimentalismo, senza dire che è giusto o sbagliato, ma solo os­servare e scoprire quanto profondamente ci stiamo uniformando. Soltanto a livello superficiale, o con tutto il nostro essere? È un punto molto complesso, perché ci hanno insegnato a dividere la vita in ciò che è “io” e ciò che è “non io”, come se l’osservatore e la cosa os­servata fossero due cose separate. Questo è uno dei modelli basilari di conformismo, il modo in cui siamo stati allevati. Dire: “Sono in­duista” è conformismo al modello della cultura e della società speci­fica in cui questa mente particolare è stata allevata, istruita. Stiamo facendo anche noi così? È straordinariamente interessante, se lo indaghiamo a fondo.

In primo luogo, vediamo in che modo voi e io ci uniformiamo. Se noi educatori, genitori, non sappiamo che cosa voglia dire confor­marsi, come potremmo aiutare un altro a essere libero dal confor­mismo o come potremmo affermare che ci si deve uniformare? Dobbiamo avere chiarezza in noi stessi. Non mettiamo il carro davanti ai buoi!

È un punto molto delicato, e se lo indagate scoprirete che è un tema molto profondo. La memoria, lo sviluppo della memoria, ecco l’attuale educazione; i fatti, questa o quella tecnologia. La via della conoscenza è il conformismo, mi seguite? Seguire il passato, accettare una tradizione, definirsi tedeschi, russi o inglesi, è uniformarsi, e anche la rivolta contro tutto ciò diventa un altro modello di confor­mismo. Perciò, qualunque reazione è una forma di conformismo. Non so se potete accettarlo. Non mi piace un sistema, quello capitalista o quello comunista. Mi ribello perché voglio un sistema diverso, ma questo sistema diverso è il prodotto di quei due sistemi; ne preferisco uno, e mi adeguo.

Esaminando questo punto (non l’educazione dei bambini, di que­sto parleremo più tardi) dobbiamo scoprire i modelli di conformi­smo, di imitazione, dentro di noi.

Domanda: Se non seguiamo il sistema vigente nella nostra società, come possiamo dare insegnamenti ai bambini in modo che superino gli esami della vita?

Krishnamurti: Lasciamo per il momento da parte i bambini. Parliamo di noi stessi, che siamo i responsabili di questi poveri bambini, e vediamo se noi ci siamo uniformati. Se lo siamo, qualunque sia la nostra rela­zione con i bambini, sottilmente o brutalmente riprodurremo comunque un sistema educativo che porterà il bambino, l’adolescente o il giovane a uniformarsi. È semplicissimo. Se sono cieco non posso guidare, non posso vedere, non posso aiutare nessun altro. E tutti siamo, in misura maggiore o minore, dei ciechi se non sappiamo quanto è profondo il nostro conformismo.

Domanda: La conoscenza di questi livelli di profondità non è un proces­so continuo? E può diventare più preciso?

Krishnamurti: Sì, diventa molto preciso. Esaminiamo con attenzione. Lei si sta uniformando? Ovviamente, quando indosso i pantaloni mi sto uniformando. Se vado in India e indosso abiti diversi, mi sto unifor­mando. Se tengo i capelli corti, mi sto uniformando. Ma anche se ho i capelli lunghi o una folta barba, mi sto uniformando.

Domanda: Non si tratta più che altro di considerare se stessi e il mondo esterno come due cose separate?

Krishnamurti: L’ho già detto. La divisione tra “io” e “non io”, tra esterno e interno, questa divisione è un’altra forma di conformismo. Cerchiamo di arrivare all’essenza, non ai conformismi alla periferia, ma alla radice. Perché la mente umana si conforma? Questa mente, sa che si sta conformando? È ponendo questa domanda che lo scopriremo, non esaminando il conformismo periferico, i confini del conformismo. Sa­rebbe una vera perdita di tempo. Una volta compreso il principio cen­trale, sapremo che cosa fare con il conformismo esterno, periferico.

Domanda: Io mi sento molto insicuro se non seguo un modello.

Krishnamurti: Lei dice che se non si segue un certo modello, stabilito da una certa società o cultura, che sia comunista, finlandese, tedesca o cat­tolica, si viene emarginati, giusto? Pensate a che cosa accade in Rus­sia sotto la tirannia sovietica, anche se la chiamano democrazia po­polare, e tutte quelle stupidaggini: verrei ucciso, o mi manderebbero in un ospedale per malattie mentali e mi darebbero delle droghe per farmi diventare normale. Quindi, prima di chiedermi che cosa farei in una cultura in cui il conformismo è il modello, prima ancora di pormi questa domanda, devo scoprire da me se mi sto conformando e che cosa significa. Spesso si discute su che cosa fare in una certa struttura sociale, ma non è questo il problema. La domanda è: sono consapevole, so che mi sto uniformando? E questo conformismo è periferico, superficiale, o invece è molto profondo? Finché non avre­te risposto a questa domanda non potrete affrontare il problema di come vivere in una società che esige il conformismo.

Domanda: Mi comporto in un certo modo: come faccio a sapere se mi sto uniformando o no?

Krishnamurti: Dobbiamo appunto scoprirlo. Esaminiamolo a fondo. Concediamoci tempo e pazienza per scoprirlo. Non poniamo domande se­condarie come “che cosa fare”.

Domanda: Forse è possibile che, come ogni altra specie, abbiamo un de­siderio istintivo e naturale di uniformarci.

Krishnamurti: Sì. Perché? Lo sappiamo bene: tutto il processo educativo, tutta l’educazione è volta al conformismo. Perché? Guardiamo. L’animale si uniforma.

Domanda: Per preservare la specie.

Domanda: Per stare assieme.

Domanda: Per difendere il gruppo.

Krishnamurti: Per difendere il gruppo, per sicurezza, per protezione. Per questo ci uniformiamo. Ma questo conformismo porta alla sicurez­za? Pensiamo di sì, ma è vero? Voglio dire, definirmi americano, indiano, giapponese o indonesiano sembra darmi un senso di sicurez­za. Identificarsi con una certa comunità sembra offrire sicurezza. Ma la offre? Se vi definite tedeschi e io mi definisco ebreo o inglese, que­sta divisione è una delle cause principali della guerra, e questa non è certo sicurezza. La divisione che si crea attraverso l’identificazione con una certa comunità, nella speranza che questa comunità ci dia sicurezza, è l’inizio della perdita della sicurezza. È evidente.

Domanda: Quindi lei pensa che qualunque idea di comunità vada a sca­pito di...

Krishnamurti: No, no. Stiamo dicendo che il desiderio di conformarsi, la spinta, l’istinto al conformismo è creato dal desiderio di sicurezza, dal volersi sentire sicuri, protetti, soprattutto fisicamente. Non è un fatto? La storia, anche se io non sono uno storico, dimostra che, se lei si definisce cattolico e io protestante, ci uccidiamo a vicenda nel nome di Dio, eccetera eccetera. Perciò, la mente che cerca sicurezza nel conformismo distrugge la stessa sicurezza. È chiaro, no? Se è chiaro, l’abbiamo fatta finita con l’identificazione con una comunità attraverso la quale speriamo di trovare sicurezza. Questo modo di pensare, questo modo di vedere, è finito. Quando vedete la natura velenosa della divisione tra le comunità, e dell’identificazione con una comunità nella speranza della sicurezza, quando lo vedete con chiarezza, quando ne vedete la verità, non cercate più la sicurezza attraverso una comunità, una nazionalità, attraverso l’identificazione con un certo gruppo.

Domanda: Non c’è qualcos’altro: il senso di appartenenza?

Krishnamurti: Sì. Appartengo a un certo gruppo, mi dà soddisfazione, mi fa sentire un calore dentro, mi fa sentire sicuro. È la stessa cosa.

Domanda: È molto più che sicurezza, è una bella sensazione.

Krishnamurti: Sì, ma che cosa implica? Appartengo a questa comunità di Brockwood, e ciò mi dà una bella sensazione. Che cosa vuol dire? Vuol dire che voglio appartenere a qualcosa. Perché? Svisceriamolo e guardiamolo. Perché voglio sentirmi bene in una dannata, piccola comunità?

Domanda: Non basto a me stesso.

Krishnamurti: Che cosa vuol dire? Non basto a me stesso, mi sento solo, po­vero, infelice, smarrito, una misera entità. E mi dico: “Dio mio, se potessi identificarmi in una grande comunità, mi perderei in essa”. È davvero semplice.

Domanda: Vogliamo comunione.

Krishnamurti: Con chi?

Domanda: Con gli altri.

Krishnamurti: Come possiamo essere in comunione con gli altri se gli altri ci servono per trovare sicurezza?

Domanda: Non si tratta di sicurezza.

Krishnamurti: Cerchi di osservare. Mi sento bene, felice, in un piccolo grup­po di persone, una particolare comunità. Perché? Risponda a questa domanda. Perché mi sento bene in un certo gruppo di persone?

Domanda: Perché sono spaventato dagli altri.

Krishnamurti: Non sono solo gli altri a spaventarmi.

Domanda: No.

Krishnamurti: No, e quindi? Non mi piacciono gli altri. Non mi piace il loro aspetto, il loro odore, come si vestono, le loro barbe, i loro capelli. Ma questo gruppo mi piace. Questo gruppo mi dà un senso di grande calore.

Domanda: Vogliamo espanderci.

Krishnamurti: Espandere che cosa? Che cosa espando? La mia solitudine, la mia paura, la mia sofferenza, la mia mancanza di certezze? Se sono lucido, sicuro, vitale, non voglio identificarmi in niente. Non so se stiamo sprecando tempo con questo argomento... Dovremmo anda­re molto più in profondo. Qualunque forma di identificazione con un gruppo, per quanto piacevole, per quanto soddisfacente, implica non solo un benessere psicologico, benessere psicologico trovato nella divisione, e quindi distruttivo, ma crea anche il conformismo di un gruppo che si oppone a un altro gruppo. Quindi, la domanda è: perché ci conformiamo, e so che mi sto conformando? Vi prego, fer­matevi a queste due cose. Sapete di conformarvi? Quando vi defini­te inglesi o francesi, non vi state conformando? Quando vi definite cattolici, protestanti, comunisti, Pantere Nere, e qualunque altra cosa, non vi state conformando? E una volta che avete consapevolezza, periferica o superficiale, di conformarvi, la domanda successiva è: perché? Se rispondete “per essere protetti, sicuri”, guardate i pericoli di questo tipo di sicurezza. Non c’è sicurezza nell’identificazione con un gruppo, per quanto possa essere soddisfacente. Allora, è chiaro? Possiamo finire, mettere da parte l’argomento? Qualunque identifi­cazione con un gruppo, per quanto soddisfacente, per quanto como­da, non porta sicurezza. Perciò non cercherò mai più la sicurezza in un gruppo. Possiamo considerare l’argomento concluso?

Domanda: Sì.

Krishnamurti: Un momento. Sì, ma fatelo!

Domanda: Non è sempre chiaro che ci stiamo identificando. Ad esempio, sembra che stiamo lavorando assieme, poi la cosa ci scivola di mano.

Krishnamurti: Esatto. Il punto è se possiamo pensare di lavorare assieme sen­za necessariamente identificarci con il gruppo. La cooperazione è imitazione, conformismo? Iniziate a chiedervelo. Sto cooperando con voi in vista di qualcosa? In vista di un principio, un’utopia, una serie di fantasie? Collaboro con voi perché mi conducete all’illumi­nazione? Oppure ho uno spirito di cooperazione in cui non c’è conformismo? Se coopero in vista di uno scopo, perché spero che attraverso la cooperazione otterrò un profitto personale, non è coo­perazione. Ma se ho spirito di cooperazione...

Domanda: Vado al di là di me stesso.

Krishnamurti: Esatto. Ho questo spirito, questo senso di cooperazione? Ma torniamo indietro, devo ritornare alla domanda: sappiamo di confor­marci, perché ci conformiamo e qual è la necessità che ci spinge a conformarci?

Domanda: Dà un’idea di identità.

Krishnamurti: No, consideri bene. Lei si sta conformando? Mi dispiace insi­stere tanto. Si sta conformando? Se si droga, non parlo di lei, parlo in generale, non mi riguarda se lei si droga o no, non è conformi­smo? Se beve, fuma, non è conformismo?

Domanda: Mi pare di capire che, quando parla di conformismo, non si stia riferendo alle azioni. Si riferisce senza dubbio alla mente.

Krishnamurti: Ecco, ben detto. Perché la mente si conforma?

Domanda: Possiamo dire che la mente si conforma, ma possiamo dire che una certa azione conformista è tale perché fatta da una mente conformista?

Krishnamurti: Lei sa di conformarsi attraverso l’azione del conformarsi? Fac­cio qualcosa, e questo qualcosa rivela che mi sto conformando. Oppure so di conformarmi anche senza un’azione precisa. Vede la diffe­renza? So di avere fame perché lei me lo dice, o so da me di essere affamato? So di conformarmi perché vedo svilupparsi un’azione conformista? Non so se riesco a spiegarmi, mi segua, la prego.

So di conformarmi attraverso un’azione, oppure so di conformarmi senza necessariamente un’azione? Sono due tipi diversi di cono­scenza. La scoperta di conformarmi mediante un’azione porta a cor­reggere quell’azione, giusto? Scopro di conformarmi attraverso un’azione precisa e mi dico che per cambiare, per portare un cam­biamento nel mio conformismo, devo agire in modo diverso. Così metto l’accento sull’azione, non sul movimento che genera l’azione. È evidente. Quindi, prima di parlare dell’azione, devo chiarire la na­tura del conformismo.

Domanda: Non capisco come sia possibile osservare la natura del conformismo senza un’azione che lo riveli.

Krishnamurti: È proprio così. Non posso scoprire la natura del conformismo senza essere consapevole delle azioni prodotte dal conformismo. Giusto?

Domanda: Il conformismo è legato a un obiettivo.

Krishnamurti: Lei come sa che si sta conformando?

Domanda: Attraverso l’osservazione.

Krishnamurti: Attraverso l’osservazione. Un momento, cerchiamo di essere chiari. Attraverso l’osservazione, lei dice. L’osservatore che osserva l’azione dice: “Io mi sto conformando”. Giusto? Ma l’osservatore stesso non è il prodotto di secoli di conformismo?

Domanda: Sì.

Krishnamurti: Quindi non sta osservando l’azione, osserva se stesso che si conforma.

Domanda: Sì.

Krishnamurti: È lui la fonte di ogni conformismo, non ciò che fa. Quello che fa è il prodotto del fluire del conformismo in quanto osservatore, censore, inglese, tradizionalista, e così via. Quando ci chiediamo chi si conforma, che cos’è il conformismo e perché ci si conforma, penso che la risposta stia tutta nell’osservatore. L’osservatore è il censore. Il censore diventa cosciente di sé condannando o giustificando. La condanna o la giustificazione è il risultato del suo conformarsi al modello della cultura in cui è stato allevato. E questo è tutto.

Dalla registrazione del primo dialogo pubblico tenuto a Brookwood Park l’8 settembre 1970, copyright © 1970/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

15. Brockwood Park, 31 agosto 1974

Dobbiamo osservare, ovviamente, non solo la nostra vita, ma anche ciò che avviene attorno a noi: il conflitto, la violenza, l’enorme senso di disperazione, la sofferenza, un’esistenza priva di senso. Per sfuggire a tutto ciò ricorriamo a ogni sorta di idee fantasiose e settarie. I guru si moltiplicano come funghi in autunno, in tutto il mon­do. Portano le loro particolari fantasie, le loro tradizioni, e le impon­gono agli altri. Questa non è religione, è un’assurdità bella e buona, è accettazione tradizionale di ciò che stato, di ciò che è morto. Perciò è davvero importante non solo portare un cambiamento nel mondo esterno, ma anche una totale rivoluzione psicologica interio­re. Questa mi sembra la cosa più urgente e necessaria. Essa porterà, in modo naturale e inevitabile, un cambiamento nella struttura so­ciale, nei nostri rapporti, in tutto il nostro campo di attività.

La prima cosa, io credo, è l’atto dell’osservazione; osservare, osservare senza l’osservatore. Lo approfondiremo, perché è abbastan­za difficile.

Osservare, non come inglesi, americani, induisti, buddhisti, catto­lici, protestanti, comunisti, socialisti, o quello che volete, ma osservare senza questi atteggiamenti condizionanti, osservare senza apparte­nenze tradizionali, osservare senza un “io” che interferisca con l’os­servazione. L’“io” che costituisce il prodotto del passato, di tutte le nostre tradizioni, dell’educazione, delle influenze sociali, ambientali ed economiche, questo “io” è ciò che interferisce con l’osservazione. È possibile annullare completamente l’attività dell’“io” nell’osserva­zione? Perché è l’“io” che separa e quindi crea conflitto nei rapporti reciproci.

È possibile osservare il fenomeno globale dell’esistenza senza l’“io” della tradizione, con tutti i suoi pregiudizi, giudizi, opinioni, deside­ri, piaceri e paure? Se non è possibile, se non c’è una comprensione radicale dell’intera struttura dell’io, rimarremo imprigionati nella vecchia trappola delle piccole riforme dentro lo stesso territorio, con un po’ di esperienza in più, con una conoscenza un po’ più ampia, e così via, ma resteremo sempre nello stesso territorio. A me sembra decisamente ovvio, ma la maggior parte di noi è propensa a dimenticarlo; siamo così gravati dalle nostre opinioni, dai nostri giu­dizi e atteggiamenti personali che non riusciamo a percepire il tutto. Nella percezione del tutto c’è la nostra salvezza. Con la parola sal­vezza intendo un modo diverso di vivere, di agire e di pensare, per poter vivere perfettamente in pace con noi stessi senza conflitti, sen­za problemi.

Questo è ciò di cui discuteremo insieme: se la mente umana, così condizionata dal tempo, dall’evoluzione, da tutte le esperienze e da una grande quantità di conoscenze, se tale mente, la vostra mente, la nostra mente, la nostra coscienza, può andare al di là di se stessa. Non in teoria, non nella fantasia, non attraverso esperienze romanti­che, ma in realtà, senza nessuna illusione. Perché la nostra coscienza è la coscienza del mondo. Penso sia importante capirlo. La nostra coscienza, con i suoi contenuti, è la coscienza di ogni essere umano al mondo. Possiamo variare un po’ qui e un po’ là, un colore diverso, fattezze diverse, forma diversa, ma il contenuto della nostra coscien­za è in essenza la coscienza del mondo. Se questo contenuto può ve­nire cambiato, anche la coscienza del mondo può cambiare. Ci stia­mo incontrando su questo punto? Stiamo parlando la stessa lingua?

Se riesco a cambiare il contenuto della mia coscienza, ciò influirà ovviamente sulla coscienza degli altri. È questo contenuto che forma la mia coscienza. Il contenuto non è separato dalla coscienza. In quanto essere umano, vivo in questo mondo con tutta la fatica, la sofferenza, la confusione, il dolore, la violenza, le nazioni divise con i loro conflitti, guerre, brutalità e le catastrofi che continuano ad av­venire. Ciò fa parte della mia e della vostra coscienza, la coscienza educata ad accettare salvatori, insegnanti, guru, autorità. Questa coscienza globale può essere trasformata? E se può essere trasformata, qual è il modo per farlo? Ovviamente, non un metodo. Un metodo implica un piano precostituito o un sistema inventato da qualcuno che rispettate o che credete in possesso della risposta risolutiva, e a quel metodo vi conformate. L’abbiamo sempre fatto, e quindi rientra ancora nello stesso modello. Se rifiutiamo di conformarci a qualun­que modello, metodo o fine, non attraverso la resistenza ma attraver­so la comprensione, intuendo la follia del conformismo, la mente ar­riva a un problema molto più difficile: la paura. Per favore, questo non è soltanto un discorso, ma qualcosa che stiamo condividendo. Continuo a ripeterlo: qualcosa che stiamo condividendo. La condivi­sione implica attenzione. La condivisione implica la necessità, l’ur­genza di capire, non intellettualmente, non verbalmente, ma capire con la mente, con il cuore, con tutto l’essere.

Come abbiamo detto, la nostra coscienza, con i suoi contenuti, è la coscienza del mondo, perché, ovunque andiate, la gente soffre. C’è povertà, sofferenza, brutalità, e tutto questo fa parte della nostra vita quotidiana. C’è ingiustizia sociale, l’enormemente ricco e il povero. Ovunque si vada, è un fatto incontrovertibile. Ciascuno di noi soffre, è imprigionato in ogni tipo di problemi, sessuali, personali, collettivi, e così via. Questo conflitto avviene in tutto il mondo, in ogni essere umano. La nostra coscienza è la loro. Di qui nasce la compassione, non la compassione intellettuale, ma la passione reale per la totalità degli esseri umani imprigionati in questa pena tremenda.

Guardando la coscienza senza definirla buona o cattiva, nobile o ignobile, bella o brutta, semplicemente osservandola senza nessuna interpretazione, vedrete da voi stessi che c’è un enorme senso di paura, insicurezza, mancanza di certezza, e a causa di questa insicu­rezza ci rifugiamo in qualsiasi forma di sicurezza nevrotica. Vi prego, osservatelo in voi stessi, non accettate le parole di chi vi parla. Inol­tre, mentre osservate, chi è l’osservatore? Chi è l’osservatore che os­serva l’intero fenomeno? L’osservatore è diverso dalla cosa osserva­ta? Il pensatore è diverso dal pensiero? Colui che fa esperienza è diverso da ciò di cui fa esperienza? Credo sia una delle cose fondamentali da capire. Secondo noi c’è una divisione tra l’osservatore e la cosa osservata, e questa divisione crea il conflitto. Ovunque c’è divi­sione c’è per forza conflitto.

Credo quindi che dobbiamo fare molta chiarezza su queste do­mande: chi è l’osservatore? E l’osservatore è diverso dalla cosa osser­vata? Guardo la mia coscienza... non so se avete mai provato a guardare la vostra coscienza. Guardatela come se vi guardaste allo specchio. Guardare tutte le attività consce e inconsce della vostra coscienza, che sono entro il territorio del tempo, entro l’area del pensiero. È possibile osservare così? O lo osserviamo come se fosse qualcosa al di fuori di noi? Se osservate, l’osservatore che osserva è diverso dalla cosa osservata? E che cosa lo rende diverso? Stiamo procedendo assieme? Stiamo facendo un viaggio insieme, non lasciate che io parli soltanto a me stesso, siamo tutti accomunati.

Che cos’è l’osservatore? Qual è la struttura e la natura dell’osservatore? L’osservatore è il passato, con le sue esperienze, le sue cono­scenze, le ferite accumulate, i dolori, e così via? L’osservatore è il passato? L’osservatore è l’“io”? L’osservatore, che è il passato, è in grado di vedere ciò che avviene attorno a sé in questo momento? Se vivo nel passato, con i ricordi, le ferite, le sofferenze e tutte le cono­scenze che la mente ha accumulato, e qualunque conoscenza è sem­pre nel passato, osserverò attraverso quella mente. Se osservo con quella mente, guarderò sempre con occhi che sono stati feriti, che ri­cordano le cose del passato. In questo modo guardo sempre attraver­so il passato, attraverso la tradizione, e quindi non vedo mai il presente. C’è una divisione tra l’osservatore, che è il passato, e il presen­te attivo, mobile, vivo. Così c’è conflitto tra osservatore e osservato.

Può la mente osservare senza osservatore? Non è un indovinello, un giochetto, qualcosa su cui congetturare. Potete vederlo da voi, potete avere un barlume di realtà, e cioè che l’osservatore non può osservare. Può osservare solo ciò che vuole osservare; osserva attra­verso i suoi desideri, le paure, le inclinazioni, le sue esigenze irreali­stiche, e così via. La cosa osservata diventa completamente diversa se anche l’osservatore è completamente diverso. Se sono stato allevato come cattolico, buddhista, induista, o Dio sa che cos’altro, e osservo la vita, questo straordinario movimento della vita, con una mente condizionata, con le mie persuasioni, le mie paure, i miei salvatori, non sto osservando “ciò che è”; sto osservando i miei stessi condizio­namenti, e quindi non osservo mai “ciò che è”.

Quando osservo, l’osservatore è diverso da me? Oppure l’osservatore è la cosa osservata? Capite? Il che elimina completamente il conflitto. Sapete che la nostra vita, la nostra educazione, il nostro modo di vivere si basano sul conflitto; i nostri rapporti, le nostre azioni, il modo in cui viviamo, il modo in cui pensiamo scaturiscono da questo perenne conflitto tra voi e me, tra l’uno e l’altro, tanto esterno quanto interno. A tutt’oggi la vita religiosa ha rafforzato il conflitto, ha reso la vita un tormento: dovete arrivare a Dio attraver­so il conformismo o l’accettazione di un credo, che sono tutte forme di conflitto. Ed è ovvio che una mente in conflitto non è una mente religiosa.

Arriviamo così al nocciolo della questione: può la mente, la vostra mente, osservare senza osservatore? È un punto estremamente com­plesso, perché solleva il problema della paura. Non ci sono solo le paure consce, ma anche le paure che radicano nel profondo. Può la mente essere libera dalla paura? Non solo da alcune paure, o dalle paure di cui siamo coscienti, ma dell’intera struttura della paura, conscia e inconscia? Potreste dire che non è possibile, che nessun essere umano può vivere senza paura in questo mondo. Ma chiediamoci se la mente che vive nella paura, paura del domani, di ciò che è stato, di ciò che potrebbe essere, di ciò che è, paura del rapporto, della solitudine, decine e decine di paure, le paure più assurde, le paure più tragiche, può la mente liberarsi da tutto ciò?

Come si indaga la paura? Ho paura di decine di cose. Come pos­so indagare e liberarmi dalla paura, tenendo a mente che l’osservatore è l’osservato, che la paura non è diversa dall’osservatore? L’osser­vatore fa parte della paura, è ovvio. Come potrà quindi la mente essere libera dalla paura? Poiché il fardello della paura ci costringe a vivere nell’oscurità, dalla paura sorgono l’aggressività e la violenza, tutte le azioni nevrotiche che sono in atto non solo in campo religio­so, ma nei rapporti di tutti i giorni. Una mente sana, salubre, com­pleta, deve essere libera dalla paura. Non da paure parziali, ma dalla paura nella sua totalità; non esistono le paure parziali. Quindi l’os­servatore è la paura stessa, ma se osserva la paura come qualcosa di separato da sé, ecco il conflitto. Allora cerca di superarlo, reprimerlo, fuggire, eccetera. Ma se ha un’intuizione, se coglie la verità che l’osservatore è l’osservato, che cosa avviene?

Mettiamola in modo diverso: sono adirato, l’ira è qualcosa di diverso da me? Da me, dall’osservatore che dice: “Sono adirato”? O l’ira è parte di me? È tanto semplice! Quando comprendo che l’os­servatore è l’osservato, che l’ira che percepisco è parte di me, e non qualcosa di separato, come mi comporterò nei confronti dell’ira? Non sono diverso dall’ira. Io sono ira. Non sono diverso dalla vio­lenza. Io sono quella violenza. Questa violenza è nata dalla mia paura, la paura ha provocato l’aggressività. Io sono tutto ciò. Allora, che cosa accade?

Continuiamo a indagare. Quando sono adirato, le risposte che chiamo “ira” vengono riconosciute perché sono già stato adirato in passato. La prossima volta che proverò ira la riconoscerò, e ciò ren­derà l’ira ancora più forte perché guarderò questa risposta, che è nuova, attraverso il riconoscimento di un’ira passata. Mi limito a ri­conoscere la paura, non vado oltre di essa. Ogni volta, mi limito a ri­conoscerla. Io posso... la mente può osservare l’ira senza riconoscimento, senza usare la parola ira, che è una forma di riconoscimento? Siamo violenti in tanti modi diversi, possiamo avere un’espressione gentile e una voce pacata, ma dentro siamo esseri violenti. Agiamo in modo violento, parliamo in modo violento, e così via. Questa violen­za è diversa da me, dall’osservatore? Vedo che l’osservatore fa parte della violenza. Siccome l’osservatore non è non violento, non può vedere la violenza; l’osservatore stesso ne è parte.

Quindi, che cosa farò? Io sono parte di questa violenza, ma in precedenza me ne sono separato dicendo: “Devo sopprimerla, devo vincerla, devo trascenderla”, e così c’è conflitto tra la violenza e me stesso. Ma ora ho cancellato questa assurdità, vedo il fatto di essere violento, che la mia stessa struttura è violenta. Che cosa accade, allo­ra? Ovviamente non c’è più il desiderio di superarla, perché io ne sono parte. Non si pone più il problema di cercare di superarla o di reprimerla. Reprimere, superare, fuggire sono uno spreco d’energia, non è così? Ora che l’osservatore è l’osservato, ho a disposizione tut­ta l’energia che prima andava sprecata nel tentativo di fuggire o di reprimere. Ho a disposizione l’enorme energia presente quando l’os­servatore è l’osservato, ed è questa energia che può andare al di là della violenza.

Abbiamo bisogno di energia per fare qualunque cosa, non è vero? Ho bisogno di energia per andare al di là della violenza, ma ho spre­cato questa energia attraverso la repressione, il conformismo, la ra­zionalizzazione, attraverso tutte le fughe e le giustificazioni. Quando vedo che l’osservatore è l’osservato, e quando tutta l’energia è unifi­cata, quando c’è questa energia totale, non c’è violenza. Sono i fram­menti che creano la violenza.

Domanda: C’è interazione.

Krishnamurti: No, non interazione. Esaminiamo una cosa alla volta. Non introduciamo ancora l’interazione, ci arriveremo in seguito. Gli esseri umani, in tutto il mondo, hanno cercato, con i vecchi me­todi tradizionali, di superare la violenza, l’ira, attraverso la raziona­lizzazione, le giustificazioni, le vie di fuga, ogni tipo di attività nevro­tica, e non siamo riusciti ad andare al di là della violenza, non siamo andati al di là dell’ira, della brutalità, e tutto il resto. Può la mente andare al di là? Farla finita una volta per tutte con la violenza? È possibile solo se capiamo che l’osservatore è l’osservato, perché nell’osservazione non c’è fuga, interpretazione o razionalizzazione, ma soltanto la cosa così com’è, e quindi l’energia per superarla. Provate e vedrete. Ma prima dovete comprendere la verità, il semplice fatto che l’osservatore è l’osservato.

Quando guardate un’altra persona, moglie, marito, ragazza, ragaz­zo, e così via, siete diversi da ciò che osservate, dalla persona che os­servate? La forma può essere diversa, può essere diverso il sesso, uo­mo o donna, ma psicologicamente la vostra coscienza è diversa dalla sua? Indagate, mentre procediamo. Osservando, state osservando la vostra immagine, non l’altro. L’immagine che avete costruito attra­verso le molteplici interazioni, l’immagine che avete costruito sull’al­tro, ed è questa immagine che guardate. È ovvio, non è vero? Ma quando si comprende realmente che l’osservatore è l’osservato, non verbalmente, non intellettualmente, ma nella realtà di fatto, come una cosa vera, ogni conflitto finisce, e il nostro rapporto con gli altri subisce una trasformazione radicale.

Può quindi la mente osservare la paura? Ritorniamo su questo punto: la vostra paura della morte, della vita, della solitudine, del buio, di non essere nessuno, di non ottenere un successo strepitoso, di non essere un leader, uno scrittore, di non essere questo o quello, decine di cose diverse. Prima di tutto, siamo consapevoli di ciò? Oppure conduciamo una vita così superficiale, eternamente impegnati a parlare di qualcos’altro, che non siamo mai consapevoli di noi stessi, delle nostre paure? E se diventiamo consapevoli delle nostre paure, a che livello lo facciamo? È una consapevolezza intellettuale delle vo­stre paure, oppure ne siete realmente consapevoli, nello stesso modo in cui siete consapevoli del colore della maglia della persona che vi siede accanto? Siete consapevoli della vostra paura a livelli profondi, nei recessi più nascosti della mente? E se sono nascosti, come fare per portarli alla luce? Andrete da un analista? Ma l’analista è come voi, anche lui ha avuto bisogno di essere analizzato, altrimenti non sarebbe un analista!

Come fate quindi a svelare tutta questa struttura, tutto il groviglio della paura? Sapete bene che è un problema enorme, e non basta ascoltare per due o tre minuti e poi dimenticarsene; si tratta di sco­prire da sé se sia possibile mettere a nudo tutte le paure o se c’è una paura centrale con molte diramazioni. Se si vede la paura centrale, i rami cominciano a seccare. Come intendete affrontare il problema? Dalla periferia o dal centro? Se la mente riesce a comprendere la ra­dice della paura, i suoi rami, i vari aspetti della paura perdono di importanza. Cadono da soli. Qual è la radice della paura? Riuscite a guardarla? Guardatela adesso, evocatela. Ovviamente qui non avete paura, ma sapete quali sono le vostre paure: la solitudine, non essere amati, non essere belli, perdere la vostra posizione, il lavoro, questa o quella cosa, tante cose diverse. Osservando una paura, una vostra paura particolare, potete vederne la radice; non solo la radice di quella paura, ma la radice della paura nel suo insieme. Osservando una paura, e sapendo che l’osservatore è l’osservato, vedrete da voi che attraverso una paura si può scoprire la radice di tutte le paure. Supponiamo che qualcosa ci spaventi: che cos’è?

Domanda: La solitudine.

Krishnamurti: La solitudine. Abbiamo paura della solitudine. Ma avete dav­vero guardato nella vostra solitudine, o è la sua idea che vi fa paura? Non la solitudine come fatto, ma l’idea della solitudine: cogliete la differenza? Quale delle due cose? È l’idea che vi spaventa, o vi spa­venta il fatto reale?

Domanda: Non separate. È così?

Krishnamurti: No, rifletta. Io ho un’idea della solitudine. Questa idea è la razionalizzazione del pensiero che dice: “Non so che cos’è, ma ne ho paura”. Oppure so che cos’è la solitudine, non come idea ma in quanto realtà. La sento quando sono in mezzo a una folla e di colpo mi accorgo che non sono in relazione con niente, che sono comple­tamente dissociato, perduto, che non posso appoggiarmi su nessuno. Tutti i miei fili sono stati tagliati, e mi sento tremendamente solo, spaventato. Questo è un fatto. Ma la sola idea non è un fatto, e temo che la maggior parte di noi ne abbia solo un’idea.

Al di là dell’idea, nella sua realtà, che cos’è la solitudine? Non la alimentiamo continuamente, con le nostre azioni egoistiche, con l’enorme preoccupazione per noi stessi, con i nostri atteggiamenti, comportamenti, opinioni, giudizi, posizione, status, presunzione, e tutto il resto? Tutto ciò è una forma di isolamento. Abbiamo fatto così per anni, un giorno dopo l’altro, e improvvisamente ci scopria­mo completamente isolati; ciò in cui credevamo, Dio, e tutto quanto, è sparito. C’è questo senso di tremendo isolamento, di cui non ca­piamo il motivo, e ciò naturalmente provoca una grande paura. Ma ora vedo che nella mia vita, nella mia vita quotidiana, tutte le mie azioni, i miei pensieri, i miei desideri, i miei piaceri, le mie esperien­ze non fanno che isolarmi sempre di più. E alla fine la morte, ma questo è un altro problema. Così, osservo. Osservo l’isolamento nei miei movimenti quotidiani, nelle mie attività quotidiane. E nell’os­servazione di questa solitudine, l’osservatore ne è parte, è in essenza quella solitudine. L’osservatore è l’osservato. Quindi, non può sottrarsi. Non può nascondere il fatto, tentare di colmarlo con belle parole o con qualunque cosa, correre in chiesa o a meditare, e tutto il resto. L’osservatore è l’osservato. Che cosa accade, allora? Che avete dissolto completamente il conflitto, non è così? Non cercando di scappare, non cercando di nasconderlo, non cercando di razionaliz­zarlo, lo affrontate, lo siete. Se lo affrontate totalmente, se non c’è fu­ga, e se voi siete quello, allora il problema non c’è più, giusto? Non c’è il problema perché non c’è più nessun senso di isolamento.

Siete in grado di osservare la vostra paura? E, attraverso la vostra paura, risalire alla radice stessa di qualunque paura? Se seguite il senso di solitudine, non siete arrivati alla radice della paura? Sono solo. So che cosa significa, non come idea ma come realtà di fatto. So che cos’è la fame nella sua realtà, non perché qualcuno mi ha spiegato che cosa sia la fame. C’è questo immenso senso di solitudine, di isolamento. L’isolamento è una forma di resistenza, una forma di esclusione. Ne sono pienamente consapevole, e sono anche consape­vole che l’osservatore è l’osservato. E c’è paura, una paura profondamente radicata, e attraverso un fattore della paura, la solitudine, sono riuscito a scoprire, a guardare la realtà centrale della paura, che è l’esistenza dell’osservatore. Se non c’è osservatore, e l’osservatore è il passato, le opinioni, i giudizi, le valutazioni, le razionalizzazioni, le interpretazioni, tutta la tradizione, se non c’è l’osservatore, dov’è la paura?

Se non c’è dov’è la paura? Ma la religione, e poi la scuola e l’università, ci hanno educati a sostenere, a coltivare un “io” che è l’osservatore. Io sono cattolico, protestante, inglese, io sono questo, io sono quello, e così via. Guardando la propria paura, la mente è riuscita a guardare e a scoprire la realtà centrale della paura, che è l’esistenza dell’osservatore, dell’“io”. Posso vivere in questo mondo senza l’“io”? Quando tutto attorno a me è affermazione dell’“io”, la cultura, l’arte, gli affari, la politica, la religione, quando tutto attorno a me dice coltivate l’“io”, in questa cultura, in questa civiltà, si può vivere senza l’“io”? Il monaco dice che non potete. Fuggite pure dal mondo, entrate in monastero, cambiate nome, dedicate la vostra vita a questo o quest’altro, ma l’“io” è sempre lì, perché l’“io” è identificato con l’immagine che ha proiettato di se stesso nelle sue svariate forme. L’“io” è sempre lì, in forma diversa.

È quindi possibile, domanda terribilmente importante e serissima, vivere senza “io” in questo mondo mostruoso? Il che significa: è pos­sibile vivere in modo sano in un mondo pazzo? Perché è pazzo, con tutte le finzioni delle sue religioni. Potete vivere in un mondo pazzo rimanendo perfettamente sani di mente?

Chi può rispondere a questa domanda se non voi stessi? Ciò signi­fica che dovete vedere che la vostra coscienza, con tutti i suoi conte­nuti, è la coscienza del mondo. Non è un’affermazione, è una realtà, qualcosa di tremendamente reale. Il contenuto della vostra coscienza crea la vostra coscienza. Senza contenuto, non c’è coscienza. Il vo­stro attuale contenuto è la paura, il piacere, tutto ciò che sta acca­dendo nel mondo, la cultura così esaltata, così lodata, questa meravi­gliosa cultura con le sue guerre, la brutalità, l’ingiustizia, la denutri­zione, la fame: questa è la nostra coscienza. Se la vostra coscienza subisce un cambiamento radicale, questo cambiamento influisce sulla coscienza del mondo, influisce realmente. Pensate a chiunque abbia prodotto una cosiddetta rivoluzione materiale, Lenin, il popolo della rivoluzione francese. Forse non approvate ciò che hanno fatto, ma hanno influito sulla coscienza del mondo, così come Hitler, Mussoli­ni, Stalin e tutta la banda.

Domanda: Come Cristo.

Krishnamurti: Oh! Giusto, come Cristo. Vedete il modo in cui fuggite? Vi ri­fugiate nelle vostre vecchie tradizioni. Non dite mai: “Io devo cam­biare, la mia coscienza deve subire una trasformazione radicale”. Questo è il punto centrale: la vostra coscienza può subire un cambiamento radicale? Può farlo solo se si è visto il fatto centrale che l’osservatore è l’osservato. Quando lo vedete, qualunque conflitto interno finisce. Ma dove c’è divisione tra osservatore e osservato, tra ira e non ira, c’è conflitto. Se arabi ed ebrei capiscono di essere iden­tici esseri umani, non c’è più bisogno di conflitto. Potete quindi os­servare il vostro conflitto e vedere che non è separato da voi, che voi siete il conflitto?

Dalla registrazione del primo discorso pubblico tenuto a Brookwood Park il 31 agosto 1974, copyright © 1974/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

16. Ojai, 13 aprile 1975

Il problema è: quale azione non è basata sempre sulla memoria? Perché l’azione basata sulla memoria porta inevitabilmente alla degenerazione. Questo è il nostro problema: la mente umana sta degenerando, e uno dei fattori di questa degenerazione è il conflitto, la paura, l’incessante ricerca del piacere, tutto fondato su un movimen­to del pensiero, ovvero un processo materiale. C’è un’azione che non sia degenerata? C’è un’azione che sia percezione e azione? Davvero percepire e agire senza intervallo di tempo.

Mettiamola in un altro modo. La vita è rapporto. Senza rapporto non c’è vita, non c’è esistenza. Ma nei nostri rapporti c’è una grande quantità di ricordi accumulati; tra due persone ci sono ferite, irrita­zioni, piaceri, screzi, predominio, e così via. Sapete tutti che cosa av­viene in un rapporto. Tutto ciò viene immagazzinato nella memoria sotto forma di immagine. Voi avete un’immagine di lei, e lei ha un’immagine di voi. E queste due immagini dicono: “Noi siamo in rapporto, ci amiamo a vicenda”. Guardate che cosa avviene: l’amore è ridotto alle immagini che create reciprocamente. Queste immagini sono ricordi, e così chiamate amore il ricordo di cose passate. È un fatto, è ciò che accade nella vita di tutti i giorni. È possibile vivere senza queste immagini? Perché solo allora c’è amore. Nel rapporto in cui non c’è immagine, c’è un’azione che attimo per attimo è sem­pre nuova.

Siete collegati a qualcuno intimamente, a vostra moglie, la vostra ragazza, il vostro ragazzo, o chiunque sia. Vivendo assieme per un giorno, o per quindici o trent’anni, avete creato, costruito un’imma­gine dell’altro. Questo è un fatto. Potete osservarlo nella vostra vita.

L’accumulo di episodi vari, offese, fastidi, impazienza, ira, piacere, predominio, è diventato un ricordo, un’immagine, ed è sempre que­sta immagine che reagisce. È possibile vivere senza costruire assolu­tamente nessuna immagine? Solo allora c’è rapporto. Siete in grado di farlo, di non creare un’immagine qualunque cosa accada? Non dite di sì o di no, stiamo cercando di scoprirlo. Se dite: “No, non è possibile”, benissimo, continuerete a fare a modo vostro. Ma se volete scoprirlo, il che significa vivere in modo diverso, dovete porvi la domanda se sia possibile vivere senza neppure un’immagine. Volete scoprirlo? Io vi indico il punto, e poi procederemo assieme. Non sono il vostro guru, grazie a Dio, e neppure il vostro maestro o colui che vi spiega le cose, niente di tutto questo.

Dovete scoprire voi che cos’è l’attenzione e che cos’è la disatten­zione. Io sono in rapporto con voi, intimo, familiare, e ho un’imma­gine di voi. Perché è nata questa immagine? Può nascere l’immagine se c’è attenzione? Perciò devo scoprire che cos’è l’attenzione.

Che cos’è l’attenzione? L’attenzione è concentrazione? Che cos’è la concentrazione? Se vi concentrate, escludete; quando vi concen­trate, applicate tutto il vostro essere a un unico punto. Perciò co­struite una resistenza attorno a voi, e in questa resistenza c’è il con­flitto: volete qualcosa e non volete qualcos’altro. Perciò devo scoprire che cos’è l’attenzione.

Se c’è attenzione, ci sarà immagine? Perché il rapporto è la cosa più importante della vita. Se ho un corretto rapporto con voi ho un rapporto corretto con tutte le cose, con la natura, con i miei simili, con tutto ciò che è la vita. Ma poiché non ho un corretto rapporto con voi, tutto va male. Quindi devo scoprire se dove c’è attenzione c’è ancora immagine. O l’immagine c’è solo quando c’è disattenzio­ne? Capite la mia domanda? Mi dite qualcosa di crudele, perché siete mia moglie, mio marito, o quello che volete. Se non faccio at­tenzione, la cosa viene registrata. Ma se faccio completa attenzione nel momento dell’insulto, lo registro? Scopritelo. Indagatelo, fatelo. Quando c’è attenzione non c’è un centro. Quando invece vi concentrate, c’è un centro. Se siete totalmente attenti, non c’è “io”, im­magine, niente. Se, ad esempio, in questo momento state ascoltando con totale attenzione, se davvero è così, che cosa accade? Non c’è né adesione né rifiuto; c’è premura, amorevolezza, amore, e così state ascoltando davvero con pienezza. Allo stesso modo, se nel rapporto c’è una parola, un gesto, uno sguardo che ferisce, e se in quel momento c’è totale attenzione, non c’è nessuna immagine, niente da registrare.

Dalla registrazione del secondo discorso pubblico tenuto a Ojai il 13 aprile 1975, copyright ©1975/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

17. Saanen, 30 luglio 1978

Che cosa intendiamo con la parola “ordine”? Sentendo questa pa­rola, che sensazione provate, qual è la vostra reazione, la vostra ri­sposta istintiva? L’ordine, nel totalitarismo, è l’obbedienza ai pochi e l’uniformarsi a un modello stabilito da loro. La metto in termini semplicistici, ma sufficienti per capire che cosa intendono costoro con la parola “ordine”. Non c’è dissenso, tutti pensano allo stesso modo, tutti lavorano per lo stato. Chiunque devia è un dissidente, e viene annientato. Questo è un tipo di ordine, che ora esamineremo.

C’è stato l’ordine del vittorianesimo, intendendo con “vittoriano” la fine del diciannovesimo secolo, che significava mantenere un ordi­ne esterno rigoroso. Interiormente potete essere nel caos, ma este­riormente vi mostrate in perfetto ordine. In opposizione a ciò, in tempi più recenti abbiamo favorito il permessivismo. Per l’uomo o la donna che vive in una società permissiva, l’ordine è un abominio. Per l’uomo o la donna che viveva nell’epoca vittoriana, l’ordine era controllo, non esprimere le emozioni, trattenersi, dominarsi. Adesso c’è l’ordine totalitario. Questi sono puri fatti, fatti quotidiani. Este­riormente diciamo che c’è bisogno di ordine, e interiormente siamo nel disordine. Siete d’accordo? Disordine significa contraddizione, confusione, dare importanza a una cosa contrapposta ad altre, il ses­so che diventa enormemente importante, forse l’unica cosa davvero importante, e il resto che viene messo da parte o relegato in secondo piano. Interiormente c’è continua lotta, battaglia, e tutto questo è disordine. È evidente, non c’è dubbio.

Che cosa produce il disordine, tanto all’interno che all’esterno? Siamo consapevoli di vivere nel disordine? Esternamente c’è disordine quando c’è la guerra, questo assoluto terrorismo organizzato, be­nedetto dai preti e rispettabile. Questo terrorismo assoluto è ovviamente disordine, ma disordine rispettabile, riconosciuto da ogni essere umano come qualcosa di necessario. C’è disordine quando ci sono le nazionalità. Così c’è disordine all’esterno e disordine all’in­terno. Conosciamo il nostro disordine interno? Sappiamo, dalla lettura dei giornali e delle riviste, che c’è questo mostruoso disordine esterno, ma è molto più difficile fare conoscenza con il nostro disor­dine interno. Perciò mi chiedo, e ve lo state chiedendo anche voi, qual è la radice di questo disordine, perché viviamo in questo modo? Perché viviamo così? Perché lo tolleriamo? Perché lo accettiamo? C’è disordine tra l’uomo e la donna. Per quanto intimo, piacevole, confortante e soddisfacente sia il loro rapporto, c’è una continua lot­ta tra uomo e donna, che è disordine.

Domanda: Non è sempre così.

Krishnamurti: Possono esserci delle eccezioni, certo. Alcune per­sone al mondo, una o due, o mezza dozzina, possono avere un rapporto reciproco meraviglioso, e un rapporto con il mondo assolutamente spaventoso. Sì, può accadere.

Ma, prima di tutto, conosciamo tutto ciò? Ne siamo interiormen­te consapevoli, consci? Vediamo, osserviamo che viviamo nel disor­dine? Possono esservi delle eccezioni, la signora che è intervenuta poco fa e pochi altri. Se non siamo consapevoli di vivere nel disordi­ne, c’è qualcuno che ce lo dirà? Gli altri non se ne preoccupano; al contrario, vogliono vivere nel disordine. Fa comodo alla società, agli affari, che voi viviate nel disordine, perché nel momento in cui avete ordine in voi stessi diventate un pericolo.

Vi prego quindi di scoprire da voi se la vostra vita sia interiormen­te in ordine o in disordine. Ordine può anche significare uniformarsi a un modello, conformarsi a una tradizione. In genere è questo che viene chiamato ordine. Uniformandovi a ciò che hanno detto gli uo­mini religiosi, monaci, guru, maestri, i cosiddetti libri sacri, seguen­doli e conformandovi ad essi, affermate di vivere in modo ordinato. Ma il conformismo porta ordine? O è la radice stessa del disordine? Ci si conforma quando, in questo paese, indossiamo un certo tipo di pantaloni e di camicia, e altri abiti in India. Ma noi stiamo parlando del conformismo interiore, psicologico. Ci stiamo conformando? Ca­piamo, sappiamo che ci stiamo conformando?

Lo esamineremo ancora meglio. Iniziamo di qui: mi sto, vi state conformando a un modello stabilito dalla società o stabilito da voi stessi? Magari rifiuto totalmente l’autorità esterna, ma interiormente mantengo l’autorità delle mie esperienze, delle mie conoscenze, e mi conformo ad essa. Anche questo è conformismo. Siete consapevoli di questo fatto? Se non lo siete, chi potrà risvegliarvi? Chi vi farà pressione per farvi dire: “Sì, sono in disordine, l’ho capito”? Attra­verso la pressione non scoprirete niente. È la pressione dall’esterno che vi fa conformare o non conformare. Posso ripetere la domanda? Vi state chiedendo se vi state psicologicamente uniformando in qua­lunque modo? È uno dei punti più sottili e più importanti da inda­gare a fondo. Dovete uniformarvi alle leggi, dovete guidare a destra in Europa e a sinistra in Inghilterra. Se dite: “No, non mi uniformo” e guidate a destra, avrete presto la polizia alle calcagna!

Vi prego, chiedetevi se vi state conformando alla tradizione, alle vostre reazioni aggressive e violente. Vi conformate a tutto ciò? Ca­pite quanto sia enorme questo problema. State imitando, non este­riormente ma interiormente, state psicologicamente imitando? Dedi­cherete prima o poi del tempo, un pomeriggio, una sera, un momen­to della giornata a osservarvi? Fatelo adesso. Se posso rispettosamente suggerirlo, osservatevi adesso per scoprire da voi se vi state conformando, se state imitando, se vi state conformando a un mo­dello, mentre un altro si conforma a un altro modello, e così tra i due c’è conflitto e quindi disordine.

Se capite, vedete, scoprite di essere nel disordine, rimanete con questo fatto, non tentate di cambiarlo, non dite: “Devo superarlo, reprimerlo, capirlo, razionalizzarlo”, ma tenetelo per così dire in braccio, senza nessun movimento. Tenete in braccio un bambino che dorme, un minimo movimento e si sveglierà e si metterà a piangere.

Questo è il punto: si comprende e si fa ordine nella propria vita attraverso le regole, la disciplina, la repressione e il controllo, oppu­re osservando se stessi nel disordine senza fuggire, senza tradurlo nelle idiosincrasie personali, in dipendenza della propria indole, ma semplicemente guardando il disordine, vedendolo, osservandolo?

Abbiamo detto in un’altra occasione che la parola “arte” significa mettere le cose al loro giusto posto, senza dare a una cosa o a un’altra un’importanza che non ha. Se date troppa importanza alla tecno­logia, altri modi di vita ne ricevono troppo poca, e il risultato è una disarmonia. Se date al sesso la massima importanza, se lo ponete al di sopra di tutto il resto, se ne fate l’unica cosa che conta nella vita, come fa la maggioranza, anche se possono esserci delle eccezioni, esagerate di nuovo e create disarmonia. Se giudicate il denaro la cosa essenziale, create contraddizione; e se dite che la cosa essenziale è il potere, il dominio, create di nuovo contraddizione. Vivere armo­niosamente significa mettere ogni cosa al suo giusto posto. Siete disposti a farlo, a non assegnare al corpo l’enorme importanza che l’Occidente gli assegna, i modi di apparire, il modo di vestire? (Il che non significa che non dobbiate vestirvi dignitosamente, decorosamente). Lo farete? Non c’è nessun motivo per non farlo. Se voglia­mo vivere in ordine, e quindi in armonia, con un senso di grande bellezza, forse anche di pace, dobbiamo avere ordine.

L’ordine non è andare a vedere le vetrine, andare di negozio in ne­gozio senza comprare mai niente. Pensiamo che indichi una mente molto aperta passare da un libro all’altro, da un insegnante all’altro, da un guru a un altro, da un prete a un altro, da un filosofo a un altro. Mai, mai rimanere in un luogo per scoprire qualcosa. Perché facciamo così? Ve lo siete mai domandato? Alcuni vanno in India, sono stanchi dei loro preti qui, e forse troveranno qualcuno laggiù. Tutta un’insensatezza romantica. E questo si chiama accumulare conoscen­ze o avere una mente aperta. Non è affatto una mente aperta, è un setaccio con buchi enormi; anzi, fatto solo di buchi! E facciamo con­tinuamente così, in molti modi diversi. Perciò chiediamoci: siamo ab­bastanza seri, impegnati, dediti a vivere una vita in assoluto ordine?

Domanda: Sembra più facile vivere nel disordine.

Krishnamurti: È più facile vivere nel disordine, è così?

Domanda: Chi preferisce vivere nel disordine non ha capito che cos’è il disordine.

Krishnamurti: La prego, scopriamo se noi vogliamo vivere nel disordine. Apparentemente, la maggior parte delle persone lo fa: a cominciare dal disordine nella loro stanza, e così via. Se ci piace, non c’è nient’altro da dire. Ma se pensate che vivere nel disordine porti nella propria vi­ta devastazione, sofferenza, confusione e violenza, allora è ovvio che dovete conoscere, acquisire familiarità con il vostro disordine.

Se scoprite che la vostra vita è in disordine, per capire che cosa fare o che cosa non fare bisogna porsi questa domanda: qual è la vera radice del disordine che causa tutta questa confusione, conflitto, sof­ferenza? Il totale disordine del nostro modo di vivere: qual è la sua radice? Non dite: “Sono io”, o “È l’io”; queste sono solo parole, o pensieri. Scopritelo voi stessi.

Domanda: Accettiamo il terrore della maggioranza...

Krishnamurti: Getti via tutto questo, getti via Krishnamurti e tutte queste assurdità, e scopra da sé. Di me non m’importa nulla, sono troppo vec­chio per queste cose infantili.

Domanda: La mancanza di attenzione verso gli altri è la causa del disor­dine.

Krishnamurti: Stiamo parlando del disordine. Qual è la sua ragione, la sua causa, la sua essenza? Un attimo di pazienza, non citate nessuno, compreso me. Se fate così, state dando semplicemente una risposta, ripetendo qualcosa che hanno detto altri. Gettate via tutto quello che hanno detto gli altri, compreso chi vi parla. Non appartenete a Krishnamurti. Vi sarebbe fatale. Non costituite dei gruppi di Krish­namurti, per amor di Dio.

Qual è la radice del disordine? Tutto ciò che è limitato, che agisce in uno spazio ristretto crea per forza disordine. Se amo voi e odio gli altri esseri umani, se sono attaccato a voi e non mi curo affatto del mondo finché voi e io siamo perfettamente felici nella nostra casetta, creo disordine. Stiamo scoprendo qualcosa: tutto ciò che agisce, vive in uno spazio ristretto, in un piccolo guscio, o anche un guscio enor­me, è limitato. Tutto ciò che si muove, agisce e funziona in uno spazio ristretto crea per forza disordine. Se appartengo a quel guru e a nessun altro guru, agisco in modo limitato. È ovvio. Ma se non ho nessun guru, se non seguo assolutamente nessuno, la mia azione sarà di grande ampiezza.

Perciò vi chiedo: il disordine è prodotto da un modo limitato di vivere? Mio marito, e nessun altro. Dico che devo essere gentile, ge­neroso, compassionevole, che devo amare gli altri, ma sono soltanto parole perché il mio unico centro è una persona o una cosa. Ciò può creare disordine. Così, ho scoperto che qualsiasi azione limitata crea per forza disordine. Se agisco da nazionalista, è disordine; se mi comporto da cattolico, protestante, induista, buddhista, e tutto quanto, è disordine.

Avete osservato voi stessi, siete diventati così familiari con voi stessi da dire: “Ecco come stanno le cose. Me ne libero, finito”? Se vi in­teressa scoprire che cos’è l’ordine, abbandonate immediatamente tutto ciò che crea disordine. Uno scienziato impegnato nella ricerca, che è la cosa che più lo interessa, dedica alla ricerca tutta la sua vita; il resto è secondario. Siete in grado di capire da voi se state agendo, vivendo in un piccolo spazio?

Domanda: Lei pensa che sia così facile cambiare se stessi, avere un’intui­zione sul proprio disordine?

Krishnamurti: È facile cambiare se stessi? Questo è il punto fondamentale. Io dico di sì. Non credetemi, perché non si cambia così facilmente. Se lei vede un pericolo reale, se vede il pericolo di un precipizio, agisce immediatamente. Ma non vede il pericolo di un agire limitato, di un modo di vita limitato. Che significa: io sono attaccato a te, tu sei mio, per amor di Dio viviamo assieme pacificamente, non litighiamo, e di­mentichiamo il mondo, il mondo è brutto. Devo andare nel mondo per guadagnare il pane e tutto quanto, ma noi due siamo assieme. È davvero troppo infantile.

Quando capite il danno del disordine nella vita, che si può espri­mere in modi diversi, il conformismo, vivere in un piccolo solco ri­stretto, o anche grande ma sempre un solco, se vedete tutto ciò non verbalmente, intellettualmente, ma ne vedete realmente il pericolo, è finito. Ecco l’ordine.

Domanda: Penso che non sia così facile cambiare se stessi. Adesso posso avere un’intuizione, vederne i pericoli, poi ritorno in città, ritorno dai miei amici, e dimentico tutto.

Krishnamurti: La città, gli affari, la moglie, il marito, sono le cose più perico­lose, perché comportano attaccamento. Un attimo di pazienza... Non significa non sposarsi o non avere una ragazza, e così via, ma vi prego di vedere il pericolo di vivere in un cerchio piccolo e ristretto. A Saanen, questa piccola cittadina, parlano tedesco; tre chilometri più in là parlano francese. Le persone non si incontrano mai, si chiu­dono in cerchie molto piccole. Noi facciamo lo stesso. Vedete il pericolo di questo modo di vivere? Se non lo vedete, come farvelo vedere, come aiutarvi a vederlo? Supponiamo che io non veda il pericolo dell’uniformarmi a una tradizione, a un modello, esterno o interno; non mi accorgo che causa disordine. Me l’avete spiegato in dieci modi diversi, ma mi rifiuto di vederlo. Capite? Mi disturba troppo: sono abituato a vivere in modo disordinato, e il fatto che mi chiediate di vederlo mi spaventa. Ne sono terrorizzato.

Vi siete abituati al disordine, vi siete abituati alle guerre, vi siete abituati a litigare con vostra moglie o vostro marito. Vi siete abituati a vivere in questo caos. È molto interessante: la parola cosmo signifi­ca ordine, e l’universo è ordine, ordine perfetto. Noi viviamo nel disordine e cerchiamo di capire il cosmo, l’universo. Come posso com­prendere qualcosa che è ordine perfetto, senza un’incrinatura, se io vivo nel disordine?

Dalla registrazione del quinto dialogo pubblico tenuto a Saanen il 30 luglio 1978, copyright © 1978/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

18. Bombay, 31 gennaio 1981

Che cosa vuole ciascuno di voi? Io non posso darvi denaro, lavo­ro, condurvi in cielo, alla salvezza; perciò che cosa può fare chi vi parla? Tutto quello che posso fare è indicare alcuni fattori, avveni­menti, esperienze che sono dannosi all’esistenza umana; posso indicare che il nazionalismo è un grande pericolo, che il localismo è un grande pericolo, che una piccola comunità che si oppone all’esisten­za globale è un grande pericolo, che ogni religione che non libera l’uomo è un pericolo enorme, che i vostri libri, i cosiddetti testi sacri, sono inutili se non vi aiutano a essere liberi. Possiamo aiutarci a vi­cenda a essere liberi, liberi dalla paura, dalla sofferenza, dall’ansia, così che nel mondo vi sia pace, amore? Possiamo farlo assieme? O è impossibile? Vi farebbe piacere che chi vi parla discutesse della fine del dolore? Vi farebbe piacere che chi vi parla vi indicasse un modo di vivere completamente diverso dal modo in cui viviamo? È possibi­le creare assieme una società completamente diversa? È possibile solo se i nostri rapporti sono corretti, se le nostre azioni sono giuste.

Vogliamo approfondire il punto di che cosa sia la giusta azione? Un’azione che sia giusta in qualunque circostanza, qualunque sia il luogo in cui vivete, in qualunque ambiente, per limitata che sia la vo­stra sfera d’azione? Vogliamo scoprire assieme che cos’è la giusta azione? È molto importante. Esaminiamo insieme il significato di queste due parole: “giusto” e “azione”. Usando la parola “giusto” vo­gliamo dire intero, non frammentato, non spezzato; un agire com­pleto, in cui non vi siano rimpianti, che non porti con sé nessuna confusione. “Giusto” indica un movimento che è sempre intero, pre­ciso, accurato in qualunque circostanza. “Azione” significa fare, e non significa “ho fatto” o “farò”. Giusta azione significa quindi fare, indica un’azione completa e immediata. Qual è invece l’azione che conosciamo? È basata su un ideale, sulla memoria, oppure è qualcosa che dovremmo fare; e così l’azione è sempre un manipolare, sempre un diventare. Se abbiamo un motivo per una certa azione, questa azione è in sostanza inazione, perché compiendola state continuamente di­ventando, e quindi ciò che vi interessa è il diventare, non l’azione. Perciò adesso scopriremo assieme che cos’è la giusta azione.

Comprendendolo realmente, avrete risolto numerosi problemi. Tutta la nostra vita è un diventare. Se siete impiegati, volete diventare dirigenti; se siete dirigenti, volete diventare direttori, e così via. Volete salire la scala, negli affari o in politica, e lo stesso accade nel mondo religioso. Se nel mondo religioso siete praticanti, se seguite precise norme, precisi concetti, idee, state di nuovo diventando, state continuamente ottenendo qualcosa. La nostra vita, se la esaminate, è un continuo processo per diventare. In questo diventare è insi­to il tempo. Sono questo e sarò quello, il che significa un movimento da qui a li, una distanza psicologica. E avete bisogno di tempo per andare di qui a casa vostra. È indispensabile, che viviate lontano o vicino. Che viviate lontano o vicino, vi serve il tempo. Psicologicamente, interiormente, dite a voi stessi: “Sono questo, ma diventerò quello”. C’è una distanza tra ciò che siete e ciò che volete essere, un lasso di tempo nel corso del quale diventare qualcosa. La nostra vita è un continuo divenire, e in questo divenire c’è azione. Giusto? Quindi l’azione non è mai completa. Mi chiedo se lo capite. Quando concedete del tempo all’azione, quel tempo indica che vi state muo­vendo da un punto a un altro punto. Così la vostra azione sarà inevi­tabilmente limitata, e qualunque azione limitata causa un conflitto ancora più grande.

C’è un’azione che non implica il tempo? Vi prego, coglietene l’importanza. C’è il tempo biologico, la crescita a partire dall’infanzia, c’è il tempo psicologico, e c’è il tempo dell’orologio, il giorno e la notte. Ci sono quindi tre tipi di tempo. Sul tempo biologico non possiamo influire in nessun modo, perché questo tempo è racchiuso nei nostri geni. Per crescere dall’infanzia alla maturità, alla vecchiaia, occorre il tempo. E occorre il tempo per andare di qui a casa vostra. Ma pensiamo che il tempo sia anche necessario per produrre la giu­sta azione, infatti diciamo: “Imparerò qual è la giusta azione”, e imparare richiede tempo. C’è un’azione che non implica il tempo? O meglio, c’è un’azione che non sia determinata dall’idea di diventare? Vi prego di capire bene cosa implichi il tempo psicologico. Sono ar­rabbiato, mi prendo del tempo per superare la mia rabbia. Questo è il modo in cui funziona il nostro cervello, ed è stato abituato a fun­zionare così da millenni. Inoltre, pensa che l’illuminazione richieda una serie di vite, seguire un sistema di meditazione, obbedire; e tutto ciò vuol dire tempo.

Stiamo dicendo che il tempo è un pericolo. Il tempo psicologico è un pericolo perché vi impedisce di agire. Se siete violenti e dite: “Sarò non violento”, state prendendo tempo. Durante questo tempo non siete liberi dalla violenza, continuate a essere violenti. Se invece comprendete la natura del tempo, l’azione sarà immediata. Ovvero, ci sarà l’immediata fine della violenza. Cerchiamo di capire il proble­ma del tempo. È molto importante, perché pensiamo che ci occorra tempo per cambiare, pensiamo che ci occorra tempo per crescere, per evolvere, e questo tempo divide ciò che siamo da ciò che do­vremmo essere. È il nostro modello continuo e costante, il nostro condizionamento. Ciò che stiamo indicando è il pericolo del tempo psicologico, non del tempo biologico o del tempo dell’orologio, ma del tempo psicologico che significa ipotizzare un domani, un doma­ni che può essere centinaia di giorni più in là, l’idea che il tempo sia necessario per cambiare da ciò “che è” a ciò che “dovrebbe essere”. Stiamo dicendo che lasciar entrare il tempo nell’azione è uno dei fattori più pericolosi della vita. Ma, un attimo: ho bisogno di tempo per imparare una lingua, ho bisogno di tempo per prendere una laurea in ingegneria. Se voglio diventare un esperto di computer devo stu­diare, approfondire l’argomento, ho bisogno di tempo. Avete biso­gno di tempo per andare di qui a casa vostra. Abbiamo bisogno di tempo per andare materialmente di qui a là. Abbiamo bisogno di tempo per imparare una lingua, abbiamo bisogno di tempo per di­ventare esperti in qualunque campo, per diventare un bravo falegna­me. Per tutto ciò abbiamo bisogno di tempo.

Dunque, il cervello lavora sempre con il concetto di tempo. Tutta la nostra vita consiste nel diventare qualcosa, e questo diventare è uno dei fattori più pericolosi in atto. Non ci siamo mai chiesti se sia possibile non avere un domani, non avere un futuro, e il futuro è il diventare. Inoltre, non ci siamo mai chiesti che cosa sia essere. Abbiamo accettato il modello tradizionale, il condizionamento, secondo il quale la vita è divenire. Piantate un seme che diventa un albero, e ciò richiede tempo. Questo stesso movimento viene accettato anche nel mondo psicologico. È questo che stiamo mettendo in discussio­ne. Stiamo dicendo che qualunque forma di divenire psicologico non solo impedisce l’azione adesso, ma è un’illusione. Non esiste un domani psicologico, ma il pensiero ha creato l’idea del divenire, il pensiero ha proiettato il domani, non l’inesistenza del domani, ma l’idea che domani dovremo alzarci, l’idea che psicologicamente, interiormente, diventerò qualcosa. Alla fine troverò il paradiso, troverò l’illuminazione. Nel corso di tante vite, se vivo rettamente, otterrò la mia ricompensa. Poiché il tempo è necessario a una pianta per cre­scere, pensiamo che il tempo sia necessario per diventare qualcosa.

In questo divenire stanno tutti i nostri problemi: devo diventare migliore, più amorevole, oppure sono avido di denaro e continuerò a volere denaro, denaro, denaro. Vedete come funziona? Il cervello è il prodotto del tempo, si è evoluto dalla scimmia sino ai nostri giorni, è cresciuto attraverso l’esperienza, la conoscenza, la memoria, il pensiero e l’azione. Vedete come funziona? Esperienza, conoscenza, memoria, azione... Per acquisire conoscenze occorre tempo.

Perciò ci chiediamo: che cos’è la giusta azione? Non può essere nella sfera del tempo. Non posso imparare la giusta azione. Se impa­rassi la giusta azione, questo apprendimento richiederebbe tempo. Se afferrate immediatamente il significato di tutto ciò, da questa per­cezione immediata nasce l’azione che non ha bisogno del tempo. Lo esaminerò ancora più a fondo.

Come ha detto chi vi parla, il tempo è un pericolo. Potete perce­pirlo direttamente e agire immediatamente, o dire: “Rifletterò su ciò che lei ha detto, e stabilirò se ha ragione o torto”. In questo caso state prendendo tempo. Se invece dite: “Voglio ascoltare con grande at­tenzione ciò che sta dicendo”, significa che state facendo attenzione, e l’attenzione non ha tempo. Siete attenti, ascoltate; non “ascolterete” o “ascoltate e poi interpreterete” ciò che è stato detto, il che richiede tempo; e neanche “tradurrete” ciò che avete sentito in ciò che cono­scete già, e anche questo richiederebbe tempo. Riuscite ad ascoltare così completamente da afferrare immediatamente il significato del tempo? Andiamo più a fondo. Gli scienziati, soprattutto gli speciali­sti in informatica, hanno capito che ciò che il pensiero può fare o ha fatto, lo può fare anche il computer. Questo è un fatto. Ciò che il pensiero può fare, il computer riesce a farlo molto più velocemente, con molta più precisione; è in grado di fare cose straordinarie. Perciò si sono posti la domanda: che cos’è l’intelligenza? Se il computer è in grado di fare ciò che fa il pensiero, che cos’è l’uomo? Ma il com­puter è programmato da un essere umano, e quindi non può mai essere libero dalla conoscenza, si basa sulla conoscenza. Gli esseri umani possono essere liberi dalla conoscenza. Questa è l’unica diffe­renza. Libertà dalla conoscenza significa essere liberi dal tempo.

L’uomo è l’unico in grado di liberarsi dal conosciuto. Il computer non può. Il conosciuto è il tempo, acquisire conoscenza richiede tempo. Per conoscere se stessi, pensate che occorra tempo. Conoscere me stesso significa leggere il libro dell’umanità. Io sono l’umanità, e penso di aver bisogno di tempo per leggere quel libro. Devo capire perché ho determinate reazioni, perché ho immagazzinato certi ri­cordi, perché questo e perché quello. Per leggere quel libro, che è la conoscenza di sé, pensiamo di aver bisogno di tempo. Ho bisogno di conoscere me stesso, il che corrisponde all’intera struttura della co­noscenza. Per conoscere me stesso, penso di aver bisogno di tempo. Applichiamo lo stesso principio dell’apprendimento di una lingua alla conoscenza di noi stessi. E pensiamo che il tempo sia necessario. Ma per farlo non mi serve tempo.

Perciò ci stiamo chiedendo: la giusta azione implica il tempo? Vi darò una dimostrazione. Le nostre azioni si basano sull’esperienza, sulla conoscenza, la memoria, il pensiero. Questa è la catena in cui viviamo e a partire dalla quale agiamo. Questo processo è un movi­mento nel tempo. Ma ora stiamo sottolineando qualcos’altro: che questo movimento di conoscenza, esperienza, memoria, azione, e la ripetizione continua di questo modello, è il tempo, ed essendo vissu­ti in questo processo ne siamo ingabbiati, condizionati. Ora, agire si­gnifica fare adesso, non domani, non aver agito. Azione significa fare, fare senza il tempo. Questa è azione. Se avete un problema, non trascinatelo fino al mattino seguente, non chiedete tempo per risol­verlo: il tempo non lo risolverà mai. Non appesantite la vostra mente con problemi psicologici. Se siete un tecnico, vi è stato insegnato come risolvere i problemi, è semplice. Ma rimanete condizionati dal tempo, cioè dall’acquisire conoscenza e agire a partire da quella co­noscenza, agire in base a ciò che avete imparato. Stiamo dicendo di vedere questo movimento: esperienza, conoscenza, memoria, pensie­ro e azione; vedere questo fatto. Perché è un fatto. Vedetelo nel sen­so di esserne consapevoli; se lo vedete con estrema chiarezza la vo­stra percezione è priva di tempo, ed è quindi un’azione in cui il tem­po non è assolutamente implicato. Ve lo dimostrerò.

Molti di voi nell’infanzia sono stati feriti psicologicamente. A scuola siete stati paragonati a qualcun altro, più intelligente, e ciò vi ha ferito. Questa ferita viene trascinata per tutti gli anni di scuola, dell’università. Oppure siete stati feriti psicologicamente, interiormente, in qualche altro modo: da una parola, un gesto, uno sguardo. Tutti noi, quasi tutti gli esseri umani, siamo stati psicologicamente feriti. Ciò che viene ferito è l’immagine che avete costruito di voi stes­si. È chiaro. L’immagine viene ferita. Finché avrete un’immagine ver­rete feriti, o blanditi; è la stessa cosa, le due facce della stessa medaglia. Questo è un fatto. La maggior parte degli esseri umani viene fe­rita, trascina la ferita nel corso di tutta la vita, e questa ferita produ­ce sempre maggior chiusura, paura, resistenza, fuga, isolamento. Vedete bene tutto ciò. Avete ascoltato; ne vedete i motivi, la logica; avete compreso intellettualmente, il che significa che avete capito solo il significato delle parole, ma non ne vedete realmente la verità. La ve­rità è che la ferita è l’immagine che avete creato di voi stessi attraver­so la società, la famiglia, l’educazione, e così via. Avete costruito que­sta immagine come i politici che costruiscono un’immagine di sé perché vogliono potere, posizione, e se qualcuno infila uno spillo nella vostra immagine, voi vi sentite feriti. Lo vedete come un fatto, o è soltanto un’idea? Capite la differenza?

Sentite le parole che vengono dette. Ascoltate, ma lo trasformate in un’astrazione che diventa un’idea da seguire, e non la realtà im­mediata. Vedete il fatto reale di avere un’immagine di voi stessi? Se l’avete, ed è un fatto, questa immagine sarà ferita. Non potete sot­trarvi. È lì. Ma comprendete realmente che finché avrete un’immagi­ne di voi stessi verrete feriti? Lo vedete come un fatto? Se vedete che è un fatto reale, potete indagare chi l’ha prodotto? Il pensiero, l’esperienza, l’educazione, la famiglia, la tradizione; tutto questo contribuisce a creare l’immagine. Ma ora vedete la verità che finché avrete un’immagine verrete feriti, con tutte le sue conseguenze. Se lo vedete, se ne percepite la realtà di fatto, l’immagine scompare istan­taneamente. Se dite: “Come farò a liberarmi dall’immagine? Mi indichi il metodo e lo metterò in pratica”, state ammettendo il tempo e quindi state perpetuando la vostra immagine. Se invece vedete il fatto, la verità che finché avrete un’immagine di qualcosa verrete feriti, allora vedere la verità è la fine stessa dell’immagine. Vedere il fatto è tutto ciò che conta. Percezione e azione immediata.

Noi esseri umani abbiamo molti problemi. Come ho detto, uno di questi problemi è il conflitto, il conflitto tra ciò ‘che è’ e ciò che ‘do­vrebbe essere’. Questo è un conflitto. Anche qualunque forma di credo, che dia una certa sicurezza psicologica, è dannosa per l’uomo. Se vedete che il conflitto è un pericolo, lo guardate, ne vedete tutte le conseguenze, lo vedete nella sua realtà di fatto, e non fuggite dal fatto, allora la sua stessa percezione equivale a mettervi fine. Ecco perché bisogna comprendere l’enorme complessità del tempo. Com­prenderla intellettualmente non serve a niente, è solo una comunica­zione verbale. Ma se comprendete realmente, se vedete davvero di essere avidi, e non dite: “Non devo essere avido”, perché è una forma di fuga, se rimanete con l’avidità, se la vedete istantaneamente, questa stessa percezione è l’azione che vi mette fine. Lo state facen­do, o lo state accettando solo verbalmente?

Come abbiamo detto, abbiamo esplorato assieme il nostro cervel­lo umano, la nostra vita umana, la vita di tutti i giorni con i suoi con­flitti, illusioni, e così via. Il tempo è il peggiore nemico che possiate avere, perché il tempo impedisce l’azione, l’azione intera, completa, indivisa, che non lascia la minima traccia di rimpianto. Se avete ascoltato con attenzione, se avete visto voi stessi, capirete che la libertà dal tempo è la massima illuminazione.

Dalla registrazione del terzo discorso pubblico tenuto a Bombay il 31 gennaio 1981, copyright © 1981/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

19. Ojai, 2 maggio 1982

Stiamo indagando assieme il motivo per cui gli esseri umani non riescono a vivere reciprocamente in pace. Questo è un dato di fatto, senza esagerazioni, e il nostro approccio ad esso può essere l’osser­vazione pura, oggettiva, impersonale, oppure la reazione personale. Se lo affrontate attraverso una reazione personale, il conflitto conti­nuerà per sempre. Ma se lo affrontate obiettivamente, spassionatamente, senza direzioni preconcette, quale sarà allora lo stato della vostra mente che osserva il problema? Mettiamola in un altro modo. Perché c’è conflitto tra uomo e donna, tra uomo e uomo, e nell’inte­ra area dei rapporti? Vi prego, osservate, rispondete voi stessi, esa­minate voi stessi; non dipendete da me, da chi vi parla, non servireb­be a niente. Chi vi parla è una semplice entità verbale, un telefono. Voi dovete scoprire perché. Stiamo indagando assieme. Non state imparando da chi vi parla, che non vi sta insegnando niente. Non siete i suoi seguaci, non è la vostra autorità, non è il vostro guru.

Indagando assieme, scopriremo perché esiste il conflitto e se sia possibile mettervi fine completamente, non in teoria, non per un giorno soltanto, ma mettervi fine del tutto. Il conflitto esiste, deve esistere perché... non vi dirò perché, sarebbe sciocco. Se ve lo dicessi, voi direste: “Sì, è così”, e rimarreste come prima. Non sarebbe qualcosa che voi stessi avete scoperto. Che cosa avviene quando sco­prite qualcosa da voi stessi? In voi c’è un’enorme energia, di cui avete bisogno per liberare la mente dal suo condizionamento. Litigo con mia moglie, se ne ho una, o con la mia ragazza, o con chiunque; litigo con lei perché sono un uomo solo, voglio possederla, voglio dipendere da lei; voglio il suo appoggio, il suo incoraggiamento, la suacompagnia, qualcuno che mi dica che sono meraviglioso. In questo modo costruisco un’immagine di lei, e anche lei vuole essere posse­duta, vuole da me soddisfazione sessuale, vuole che io sia diverso da quello che sono. Chiunque viva assieme, per un giorno, una settima­na o per anni, costruisce un’immagine che diventa conoscenza, co­noscenza dell’altro.

Consentite che approfondisca un poco il problema della cono­scenza? È un problema serio. La conoscenza è distruttiva per il rapporto. Dico di conoscere mia moglie perché ho vissuto con lei, cono­sco le sue tendenze, irritazioni, impetuosità, gelosie, e tutto ciò di­venta la mia conoscenza di lei: come cammina, come si pettina, come si muove. Ho raccolto una montagna di informazioni e di conoscen­ze su di lei, E lei ha raccolto una montagna di informazioni su di me dal passato. La conoscenza è sempre passato, non esiste conoscenza del futuro. Abbiamo quindi una conoscenza reciproca.

Dobbiamo indagare a fondo il problema della conoscenza: che posto occupa la conoscenza nella vita? Stiamo procedendo assieme? La conoscenza trasforma l’uomo? Che ruolo ha la conoscenza nella trasformazione o nella cessazione del condizionamento? Il condizio­namento è questo: io ho condizionato lei con la mia conoscenza, e lei ha condizionato me con la sua conoscenza. Non vi sto insegnando qualcosa, siete voi che state indagando con tutta la vostra energia, la vostra capacità di vedere, il fatto che se c’è conoscenza nel rapporto deve esservi conflitto. Devo essere in possesso di conoscenza per gui­dare l’automobile, per scrivere una frase, per parlare inglese o fran­cese. Devo avere conoscenze tecniche. Per essere un buon falegname devo conoscere il legno, gli strumenti da usare, e così via; ma nel rapporto con mia moglie, con un amico, con chiunque, la conoscen­za che ho accumulato, ammassato attraverso una continua irritazio­ne, una continua separatezza e ambizione, impedirà il vero rapporto.

Tutto ciò è un fatto, o una semplice supposizione, una teoria, un’idea? L’idea è astrarsi da un fatto. La parola greca idea significa osservare, vedere, arrivare alla comprensione, non creare un’astra­zione che diventa un’idea. Noi non ci occupiamo delle idee, ma del rapporto reale, che è conflittuale, e questo conflitto sorge quando ho accumulato molta conoscenza su mia moglie, per esempio, e lei ha acquisito molta conoscenza su di me. Così la base del nostro rappor­to diventa la conoscenza, ma non potremo mai avere la conoscenza totale di niente nella vita. Vi prego di comprenderlo. La conoscenza porta sempre con se l’ombra dell’ignoranza. Non potete conoscere l’universo. Gli astrofisici possono descriverlo, ma per essere consa­pevoli di questa immensità non occorre la conoscenza acquisita attraverso le informazioni: dovete avere una mente vasta e perfettamente ordinata come l’universo. Allora è diverso.

È quindi molto importante riconoscere il ruolo della conoscenza, e la conoscenza come ostacolo al rapporto. L’amore non è conoscen­za, l’amore non è memoria. Se non ho conoscenza di mia moglie, la guardo come un essere umano sempre nuovo, nuovo ogni giorno. Sapete allora che cosa avviene?

Siete troppo colti, pieni di conoscenza libresca, di ciò che altri hanno detto. Ecco perché una cosa semplicissima come questa di­venta tremendamente difficile da capire.

Dalla registrazione del secondo discorso pubblico tenuto a Ojai il 2 maggio 1982, copyright © 1982/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

20. Bombay, 23 gennaio 1983

Questo tanto celebrato tribalismo chiamato nazionalismo ha cau­sato molte guerre, perché dove c’è divisione, non solo divisione nel rapporto tra uomo e donna, ma divisioni razziali, religiose e lingui­stiche, c’è per forza conflitto. Ci siamo posti la domanda: perché esi­ste questo continuo conflitto? Qual è la sua radice, la causa di tutto questo caos, questa quasi anarchia, di questi cattivi governi, di grup­pi che si armano, di intere nazioni che preparano la guerra, che cre­dono che una religione sia superiore a un’altra? Osserviamo questa divisione in tutto il mondo, storicamente in atto da secoli. Qual è la causa? Chi ne è il responsabile? Abbiamo detto che è il pensiero, che ha messo l’uomo contro l’uomo, il pensiero che ha creato anche straordinarie architetture, quadri, poesie, il mondo della tecnologia, della medicina, della chirurgia, delle comunicazioni, dei computer, dei robot, e così via. Il pensiero ha contribuito alla salute, alle medicine, a varie forme di benessere umano.

Ma il pensiero ha creato anche questa enorme divisione tra uomo e uomo, perciò ci domandiamo: qual è la causa di tutto ciò? Abbia­mo detto che se c’è una causa c’è anche la sua fine; se siete malati, si può trovare la causa della malattia e curarla. Ovunque vi sia una cau­sa, c’è la sua fine. È un fatto ovvio. Se il pensiero ha creato questa confusione, questa incertezza, questo continuo rischio di una guerra, se il pensiero è responsabile di ciò, che cosa accadrà se il pensiero non verrà più usato in questo modo?

Abbiamo anche detto che questa non è una lezione. Stiamo inda­gando, esaminando assieme per scoprire perché gli uomini, e certo anche le donne, perpetuano il conflitto in tutto il mondo, non solo interiormente ma anche all’esterno, nella società, nella religione, nell’eco­nomia. Se il pensiero è responsabile, com’è evidente, del disordine, della divisione, di tutta la sofferenza degli esseri umani, e se ricono­sciamo tutto ciò come un fatto, non come una teoria o un postulato fi­losofico, ma comprendendo il dato di fatto che, per quanto intelligen­te, sottile ed erudito, è il pensiero il responsabile, cosa faremo?

Abbiamo anche detto che il pensiero ha creato splendide catte­drali, templi e moschee, e che tutto ciò che vi è contenuto è inven­zione del pensiero. Il pensiero ha creato Dio. Poiché il pensiero tro­va in questo mondo soltanto incertezza, insicurezza e conflitto, il pensiero stesso cerca, inventa un’entità, un principio, un ideale che offra sicurezza, agio, ma questo agio e questa sicurezza sono sue in­venzioni. Mi pare ovvio, se osservate il vostro pensiero, che il pensie­ro, che sia intelligente o stupido, astuto o abile, ha creato questa divisione e questo conflitto. Perciò ci chiediamo: perché esiste il con­flitto? Perché abbiamo vissuto da tempi immemorabili in questo conflitto tra bene e male? Tra ciò “che è” e ciò che “dovrebbe essere”, tra il reale e l’ideale?

Esaminiamo non solo perché c’è il conflitto, ma anche perché c’è divisione tra buono e cattivo, tra il male e ciò che è bello e santo. Stiamo riflettendo assieme, non accettate e non dichiaratevi d’accor­do, ma avendo osservato la condizione del mondo, la società in cui vivete, i governi, la situazione economica, i vari guru, dopo aver os­servato tutto ciò oggettivamente, razionalmente, assennatamente, chiedetevi: perché l’uomo vive nel conflitto? Che cos’è il conflitto? Se mi è consentito ricordarvelo, e lo farò continuamente, stiamo di­scutendo assieme. Tra voi e chi vi parla è in atto un dialogo; non si tratta di ascoltare soltanto alcune idee, concetti o parole, ma di condividere assieme. E potete condividere, partecipare, solo se siete realmente interessati.

Se consideriamo ciò che viene detto solo come una sequenza di idee, conclusioni, supposizioni, il dialogo è finito, non c’è più comu­nicazione tra voi e chi vi parla. C’è se siete interessati, se siete svegli a ciò che accade nel mondo: la tirannia, la sete di potere, l’accetta­zione del potere, la convivenza con il potere. Qualunque potere è cattivo, brutto, il potere sulla moglie o della moglie sul marito, il po­tere dei governi in tutto il mondo. Il potere va assieme a tutto ciò che è brutto.

Stiamo indagando perché l’uomo vive nel conflitto. Non solo tra due persone, tra uomo e donna, ma una comunità contro un’altra comunità, un gruppo contro un altro gruppo. Qual è la natura del conflitto? Stiamo parlando di cose molto serie, non di filosofia; stia­mo esaminando la vita che conduciamo un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, sino alla morte. Perché gli esseri umani vivono nel conflitto? Alcuni di voi avranno visitato le grotte nel sud della Fran­cia risalenti a venticinque, trentamila anni fa: vi è raffigurato un uo­mo che combatte contro il male in forma di toro. Per migliaia di anni abbiamo vissuto nel conflitto. Meditare diventa un conflitto. Tutto ciò che facciamo o non facciamo è diventato un conflitto.

Il conflitto c’è dove c’è il paragone? Paragone significa misurazio­ne: ci paragoniamo a un altro che forse è più brillante, più intelligen­te, con una posizione, un uomo di potere, e così via. Dove c’è paragone c’è per forza paura, c’è per forza conflitto. Si può vivere senza assolutamente paragoni? Pensiamo che, paragonandoci a un altro, possiamo progredire. Volete essere come il vostro guru o migliori del vostro guru, superarlo. Volete raggiungere l’illuminazione, uno sta­tus; volete dei seguaci, volete essere rispettati. Dove c’è divenire psi­cologico, c’è per forza conflitto. Stiamo riflettendo assieme su tutto ciò? È possibile condurre una vita, una vita moderna, senza nessun paragone e quindi senza conflitto? Stiamo esaminando il divenire psicologico. Un bambino cresce, e poi entra nella maturità. Per im­parare una lingua abbiamo bisogno di tempo, per acquisire qualun­que capacità abbiamo bisogno di tempo. E ci chiediamo: il divenire psicologico è una delle ragioni del conflitto? Voglio che ciò “che è” si trasformi in ciò che “dovrebbe essere”. Non sono buono, ma lo di­venterò. Sono avido, invidioso, ma forse un giorno sarò libero da tutto ciò.

Il desiderio di diventare, che è misurazione, paragone, è una delle cause del conflitto? C’è un’altra ragione? La dualità? (Non si tratta di filosofia, stiamo indagando per comprendere la natura del conflitto e scoprire da noi stessi se è possibile essere totalmente liberi dal conflit­to). Il conflitto logora il cervello, rende la mente vecchia. Una perso­na che ha vissuto senza conflitti è un essere umano straordinario. Un’immensa energia viene dissipata nel conflitto. È quindi molto im­portante, necessario, se posso sottolinearlo, comprendere il conflitto. Abbiamo visto che la misurazione, il paragone, causano il conflitto.

Abbiamo anche detto che esiste la dualità. Alcuni dei vostri filosofi l’hanno postulata, dicendo che è una delle ragioni del conflitto. C’è il dualismo: notte e giorno, luce o buio, grande e piccolo, intelligente e stupido, alba e tramonto. Anche a livello fisico c’è il dualismo. Voi siete una donna, e lui è un uomo. Vi prego, riflettete assieme a chi vi parla, non accettate ciò che dice. Ciò significa che dovete mettere da parte le vostre opinioni, conclusioni ed esperienze, perché se rimanete attaccati alle vostre e un altro è attaccato alle proprie, non c’è coo­perazione, riflessione comune. C’è divisione, c’è conflitto. Perciò vi prego di riflettere insieme, perché è un punto davvero importante. C’è un reale dualismo psicologico, o c’è solo ciò « che è’? Se io sono violento, questo è l’unico stato, la violenza, e non la non violenza. La non violenza è soltanto un’idea, non un fatto. Quindi, dove ci sono violenza e non violenza deve esserci conflitto. In questo paese si parla continuamente di non violenza, ma è probabile che anche voi siate persone molto violente. Quindi, il fatto e un non fatto; il fatto è che gli esseri umani in tutto il mondo sono violenti. Questo è un fatto. Violenza non significa solo violenza fisica, ma anche imitazione, conformismo, obbedienza, accettazione.

Fatto è ciò “che è”, il resto non è un fatto. Ma se siete condizionati dal non fatto, se cioè siete violenti e perseguite la non violenza, vi al­lontanate dal fatto, e quindi siete per forza in conflitto. Mentre ricerco la non violenza continuo a essere violento, spargo semi di violenza. C’è un unico fatto: che sono violento. Nella comprensione della natu­ra e della struttura della violenza può esserci la fine della violenza.

Esistono solo fatti, non l’opposto. È evidente: gli ideali, i principi che definite nobili, sono tutte illusioni. Il fatto è che siamo violenti, ignobili, corrotti, indecisi, e così via. Questi sono fatti, e noi dobbia­mo affrontare i fatti. Se li affrontate, i fatti non creano problemi; sono ciò che è. Scopro di essere violento, e non l’opposto; rifiuto totalmen­te gli opposti, in quanto privi di significato. Davanti a me ho solo questo fatto. Come lo osservo? Qual è la motivazione della mia osser­vazione? In quale direzione voglio che il fatto si muova? Devo essere consapevole della natura e della struttura del fatto, esserne consape­vole, senza scelta. Mentre stiamo parlando, ne siete consapevoli? O state beatamente ascoltando tante parole, raccogliendone qualcuna qua e là che vi sembra utile e vantaggiosa, senza prestare totale ascol­to alla vostra stessa indagine?

Come si affronta un fatto? In che modo osservo il fatto della mia violenza? La violenza si rivela quando sono arrabbiato, geloso, quan­do cerco di paragonarmi a un altro. Se sto facendo così, non posso affrontare i fatti. Una mente capace affronta i fatti. Negli affari, af­frontate i fatti e ve ne occupate; non pretendete di ottenere qualcosa ignorandoli. Non sareste un uomo d’affari capace. Ma in questo campo siamo incapaci, non cambiamo perché non affrontiamo i fatti. Psicologicamente, interiormente, li scansiamo. Li fuggiamo o, quando li vediamo, li reprimiamo. E così non ne risolviamo nemme­no uno.

Da questo punto possiamo passare a un altro, molto importante. Che cos’è una mente capace? Ve lo siete mai chiesto? Una mente è capace se è stipata di conoscenza? E che cos’è la conoscenza? Siamo molto orgogliosi della nostra conoscenza, conoscenza scolastica o accumulata attraverso l’esperienza, gli eventi, gli incidenti. La cono­scenza è memoria accumulata, esperienza accumulata, e l’esperienza non può mai essere completa. Quindi, una mente capace è piena di conoscenza? Una mente capace è una mente libera, ampia, globale? O una mente capace è una mente limitata, ristretta, nazionalista, tra­dizionale? Questa non è una mente capace, è ovvio. Una mente capace è una mente libera. Non è una mente “attuale”. Una mente capace non appartiene al tempo, non è coinvolta nell’ambiente. Può occuparsi dell’ambiente, occuparsi del tempo, ma in se stessa è completamente libera. Tale mente non ha paura. Chi vi parla dice così perché la nostra mente è stata così istruita, così allenata, che non ab­biamo più niente di originale. Non c’è profondità, la conoscenza è sempre superficiale.

Siamo interessati a comprendere l’essere umano, la sua mente, il suo agire, il comportamento, le risposte; tutte cose limitate perché i suoi sensi sono limitati. Per comprendere la profondità, la natura del conflitto, e se sia possibile liberarsene completamente, bisogna avere una mente capace, non solo un accumulo di parole. Ciò non signifi­ca una mente scaltra, astuta, che abbiamo tutti. Abbiamo menti mol­to scaltre, ma non capaci. Siamo furbi, sottili, falsi, disonesti, ma queste non sono le qualità di una mente capace. Ma allora, dobbia­mo chiederci: siamo in grado, vivendo nel mondo moderno, di avere una mente capace, nonostante tutte le attività, le pressioni, le influenze, i giornali e la continua ripetizione? La nostra mente è stata programmata come un computer, e se siete stati programmati a essere induisti durante gli ultimi tremila anni, tenderete a ripeterlo. Tale ripetizione non è indice di una mente capace, che invece è forte, sa­na, attiva, risoluta, colma di appassionata attenzione. Questa mente è indispensabile. Solo così è possibile creare una rivoluzione psicolo­gica e quindi una nuova società, una nuova cultura.

L’arte dell’ascolto sta nell’ascoltare, vedere la verità, e agire. Vediamo la verità di qualcosa, la comprendiamo razionalmente, ma non agiamo. C’è un intervallo tra la percezione e l’azione. Tra la per­cezione e l’azione intervengono molti altri eventi, e quindi non agirete mai. Se vedete la violenza in voi stessi come un fatto, e non cercate di diventare non violenti, che è un non fatto, vedrete la natura, la complessità della violenza; e potrete vederla se ascoltate la vostra stessa violenza. Essa vi rivelerà la sua natura. Potete scoprirla da soli. Quando percepite la vostra violenza e agite, la violenza si estingue, totalmente. Invece, la percezione con un intervallo prima dell’azione vuol dire conflitto.

Dalla registrazione del secondo discorso pubblico tenuto a Bombay il 23 gennaio 1983, copyright © 1983/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

21. Ojai, 31 marzo 1983 – Da “A se stesso”

L’uomo si pone ora una domanda che avrebbe dovuto porsi da molti anni, e non all’ultimo momento. Si è preparato per la guerra ogni giorno della sua vita. Disgraziatamente, la preparazione alla guerra sembra una nostra tendenza naturale. Dopo aver calcato a lungo quella strada, ora ci chiediamo: che cosa possiamo fare? Che cosa faremo, noi esseri umani? Se affrontiamo realmente il proble­ma, qual è la nostra responsabilità? Ecco il problema che si trova di fronte l’attuale umanità, non il problema di quali strumenti di guer­ra inventare e produrre. Provochiamo sempre una crisi, e poi ci chie­diamo che cosa fare. Data la situazione attuale, i politici e la grande maggioranza della popolazione decideranno sulla base del loro orgoglio nazionale e razziale, sulla base della patria, la madrepatria, e tutto il resto.

La domanda arriva troppo tardi. La domanda che dobbiamo porre a noi stessi, al di là dell’azione immediata da intraprendere, è se sia possibile fermare le guerre, non un certo tipo di guerra, nucleare o convenzionale, e scoprire con la massima sincerità quali sono le cause della guerra. Finché queste cause non saranno scoperte e risol­te, che la guerra sia nucleare o convenzionale, continueremo a farla, e l’uomo annienterà l’uomo.

Perciò dobbiamo chiederci realmente: quali sono le cause princi­pali, basilari, della guerra? Vedere assieme le cause reali, non le cau­se immaginarie, romantiche, patriottiche, e tutte queste assurdità, ma vedere realmente perché l’uomo si predispone all’assassinio lega­lizzato, alla guerra. Finché non cercheremo e non troveremo la ri­sposta, le guerre continueranno. Non abbiamo abbastanza serietà per esaminare, non ci impegniamo abbastanza per scoprire le cause della guerra. Lasciando da parte ciò che ci sta di fronte in questo momento, il problema immediato, l’attuale crisi, non possiamo sco­prire assieme le cause reali e abbandonarle, dissolverle? Ma ciò esige la spinta a scoprire la verità.

Perché, dobbiamo chiederci, c’è questa divisione? Russi, ameri­cani, inglesi, francesi, tedeschi, e così via? Perché c’è questa divisio­ne tra uomo e uomo, tra razza e razza, una cultura contro un’altra cultura, una serie di ideologie contro un’altra? Perché? Perché c’è questa separazione? L’uomo ha diviso la terra in “tua” e “mia”. Perché? Forse perché cerchiamo di trovare sicurezza, protezione, in un gruppo particolare, in un particolare credo, una fede? Anche le re­ligioni hanno diviso gli uomini, hanno messo l’uomo contro l’uomo: induisti, musulmani, cristiani, ebrei, e così via. Il nazionalismo, con il suo sventurato patriottismo, è una forma esaltata e nobilitata di tribalismo. In una piccola tribù, o in una tribù molto numerosa, c’è il senso della comunanza, la stessa lingua, le stesse superstizioni, lo stesso sistema politico e religioso. Così ci sentiamo sicuri, protetti, contenti, confortati. In nome di questa sicurezza, di questa prote­zione, siamo disposti a uccidere altri che hanno lo stesso desiderio di sentirsi sicuri, di sentirsi protetti, di appartenere a qualcosa. Questo tremendo desiderio di identificarci con un gruppo, una bandiera, una cerimonia religiosa, e così via, ci dà il senso di avere radici, di non essere vagabondi senza casa. C’è il desiderio, la spinta a trovare le proprie radici.

Inoltre, abbiamo diviso il mondo in sfere economiche, con tutti i problemi che ne derivano. Forse una delle cause principali della guerra è l’industria pesante. Quando l’industria e l’economia vanno a braccetto con la politica, alimentano inevitabilmente un’attività di separazione per mantenere la propria statura economica. Tutte le nazioni fanno così, grandi e piccole. Le piccole vengono armate dalle grandi, in qualche caso in silenzio, di nascosto, e in altri casi aper­tamente. La causa di tutto questo dolore, questa sofferenza, e dell’immenso spreco di denaro per gli armamenti, è l’ostentazione dell’orgoglio, del desiderio di essere superiori agli altri?

È la nostra terra, non la tua, la mia o la sua. Siamo fatti per vivere su di essa aiutandoci a vicenda, non annientandoci a vicenda. Non è un’assurdità romantica, ma un fatto reale. Ma l’uomo ha diviso la terra, sperando di trovare nel limitato felicità, sicurezza e uno star bene duraturo. Ma finché non avverrà un radicale cambiamento, e non avremo spazzato via tutte le nazionalità, le ideologie, le divisio­ni religiose, creando un rapporto globale prima psicologicamente, interiormente, e poi organizzando l’esterno, continueremo con le guerre. Se fai del male agli altri, se uccidi altri individui, per rabbia o per quell’omicidio organizzato che viene chiamato guerra, tu che sei tutta l’umanità, non un essere umano separato che combatte contro il resto dell’umanità, distruggerai te stesso.

Questo è il punto reale, il punto principale, che dovete compren­dere a fondo e risolvere. Finché non vi dedicherete, non vi impe­gnerete per sradicare la divisione nazionale, economica e religiosa, perpetuerete la guerra. Siete responsabili di tutte le guerre, nucleari o convenzionali.

È una domanda davvero urgente e importante: può l’uomo, voi, portare un cambiamento in se stesso? Senza dirvi: “Anche se cambio io, che importanza può avere? Non sarà soltanto una goccia nel mare, senza nessun effetto? A che cosa serve il mio cambiamento?”. Sono domande sbagliate, se posso farlo notare. Sono sbagliate perché siete tutta l’umanità. Voi siete il mondo, non siete separati dal mondo. Non siete americani, russi, induisti o musulmani. Siete altro da queste etichette, da queste parole; voi siete tutta l’umanità perché la vostra coscienza, le vostre reazioni, sono uguali a quelle di tutti gli altri: Potete parlare una lingua diversa, avere abitudini diverse, ma ciò appartiene alla cultura superficiale, e tutte le culture sono ovviamente superficiali. Ma la vostra coscienza, le vostre rea­zioni, la vostra fede, le vostre credenze, le vostre ideologie, le vostre paure, ansie, solitudine, sofferenza e piacere sono uguali al resto dell’umanità. Se voi cambiate, influirete sull’intera umanità.

È importante prendere in considerazione, non soltanto in termini vaghi o superficiali, l’indagine, la ricerca, l’esame delle cause della guerra. La guerra può essere compresa e cessare se voi, e tutti coloro che sono profondamente interessati alla sopravvivenza dell’uomo, sentite di essere totalmente responsabili dell’uccisione di altre persone. Che cosa vi farà cambiare? Che cosa vi farà capire l’attuale, spaventosa situazione che abbiamo creato? Che cosa vi farà rivoltare contro ogni divisione, religiosa, nazionale, morale, e così via? Lo farà una ulteriore sofferenza? Avete vissuto migliaia di migliaia di anni di sofferenza, e l’uomo non è cambiato; continua a seguire la stessa tradizione, lo stesso tribalismo, le stesse divisioni religiose tra il “mio Dio” e il “vostro Dio”. Gli dèi e le loro rappresentazioni sono inventati dal pensiero, non hanno nessuna realtà effettiva nella vita quotidiana. La maggior parte delle religioni ha detto che uccidere gli esseri umani è il più grande peccato. Molto prima del cristianesimo l’hanno detto gli induisti, l’hanno detto i buddhistí, eppure uccidiamo nonostante la nostra fede in Dio, la fede in un salvatore, eccetera; continuiamo a seguire la via dell’uccisione. Sarà la ricompensa del paradiso a cambiarvi, o la punizione dell’inferno? Anche questo è stato presentato all’uomo, e anche questo ha fallito. Nessuna imposizione esterna, legge o sistema fermerà mai l’uccisione degli uomini. Nessuna convinzione intellet­tuale, romantica, fermerà le guerre. Si fermeranno solo quando voi, come il resto dell’umanità, vedrete la verità che finché c’è divisione in qualunque forma c’è per forza conflitto, piccolo o grande, ristret­to o allargato; c’è per forza lotta, conflitto, dolore. Perciò voi siete responsabili non solo dei vostri figli, ma di tutta l’umanità. Se non lo comprendete profondamente – non verbalmente, in teoria o intellettualmente, ma nel vostro sangue, nel vostro modo di vedere la vi­ta, nelle vostre azioni – continuerete ad appoggiare quell’omicidio legalizzato che chiamiamo guerra. L’immediatezza di questa perce­zione è molto più importante della risposta immediata a una doman­da che è il prodotto di millenni di uccisioni dell’uomo da parte dell’uomo.

Il mondo è malato, e nessuno può aiutarvi al di fuori di voi stessi. Abbiamo avuto capi, esperti, ogni sorta di intervento esterno, com­preso Dio, ma non hanno avuto effetto, non hanno influenzato in al­cun modo il vostro stato psicologico. Non possono guidarvi. Nessun uomo di stato, nessun maestro, nessun guru, nessuno può rendervi forti dentro, perfettamente sani. Finché siete nel disordine, finché la vostra casa non è tenuta nel modo giusto, in buono stato, creerete un profeta esterno, che vi condurrà sempre fuori strada. La vostra casa è in disordine, e nessuno sulla terra o nel cielo può fare ordine in casa vostra. Se non comprendete da voi la natura del disordine, la na­tura del conflitto, la natura della divisione, allora la vostra casa, cioè voi stessi, sarà sempre in disordine, in guerra.

Non è questione di chi possegga il potere militare maggiore, ma si tratta dell’uomo contro l’uomo, l’uomo che ha creato le ideologie, e queste ideologie, fatte dall’uomo, si oppongono a vicenda. Finché le idee, le ideologie e gli uomini non si assumono la responsabilità degli altri esseri umani, non vi sarà mai pace nel mondo.

Da Krishnamurti to Himself, Ojai, 31 marzo 1983, copyright © 1987, Krishna­murti Foundation Trust Ltd. [trad. it. A se stesso, Ubaldini, Roma, 1990].

22. Saanen, 26 luglio 1983

Domanda: Lei ha detto che è indispensabile non avere opinioni su nulla. A me pare che sia indispensabile avere un’opinione su cose serie come il nazismo, il comunismo, la corsa agli armamenti, l’uso della tortura da parte dei governi. Non possiamo stare semplicemente lì a guardare mentre avvengono queste cose. Non dovremmo dire qualcosa, o piuttosto fare qualcosa?

Krishnamurti: Non riuscirà a incastrarmi, come io non voglio incastrare lei! Questo non è un gioco. Perché abbiamo delle opinioni? Non dico che siano o non siano necessarie, ma perché le abbiamo? Un’opinione è qualcosa che non è stato provato, e il pregiudizio è una forma di opinione. Perché le abbiamo? Non che non vi sia il na­zismo, la corsa agli armamenti e l’uso della tortura da parte dei go­verni. Queste cose accadono davvero, tutti i governi vi ricorrono in nome della pace, della legge, del patriottismo, di Dio. Tutte le reli­gioni hanno torturato la gente, salvo il buddhismo e l’induismo. Questi sono fatti. Gli inglesi vendono armi all’Argentina. Che assur­dità! La Francia e altri paesi vendono armi. Magari abbiamo la fer­ma opinione che ciò non debba accadere. Allora, che cosa faremo? Unirci a un gruppo, dimostrare, urlare slogan, farci picchiare dalla polizia, farci scagliare contro gas lacrimogeni? Avete visto tutto ciò alla televisione, oppure ne avete fatto esperienza voi stessi se fate parte del circo, dello spettacolo.

La vostra opinione ha prodotto un cambiamento? Il problema degli armamenti dura da secoli. Tutti dicono che non dobbiamo fare così, ma l’alta finanza e l’industria dicono che non possiamo farne a meno. Smetterete di pagare le tasse? Se lo fate, vi metteranno in prigione. Prima di tutto, osservate la logica di tutto ciò. Che cosa potete fare al proposito? Sono tutte cose sbagliate, crudeli, che creano una grande quantità di violenza. È un fatto. In Cile si tortura la gente, e lo stesso a Belfast, e così via. Nessun governo ne è immune; che sia fatto di nascosto o apertamente, è ciò che accade. Che cosa faremo? Potete essere decisi oppositori del nazismo, di Hitler e compagnia. Hanno fatto cose terribili a questo mondo. La Germania era un pae­se di altissima civiltà, che eccelleva nella filosofia e nelle invenzioni, e un popolo così raffinato è stato preso in mano da un pazzo.

Che cos’è un’opinione? Ho un’opinione contro tutto ciò. Che valore ha la mia opinione? Influirà sulla vendita degli armamenti, im­pedirà il nazismo, impedirà la tortura? O il problema va molto più in là dell’avere opinioni? C’è una domanda molto più seria e profonda: perché l’uomo è contro l’uomo? Ponetevi questa domanda, e non se una mia opinione sia giustificata o no. Perché, dopo tanti secoli di cosiddetta civiltà e cultura, l’uomo è ancora contro l’uomo? Se riu­sciamo a scoprirlo, il che richiede un esame molto più serio dell’ave­re o non avere opinioni, entriamo nel campo della possibilità di fare qualcosa.

Perché voi, un essere umano, siete contro un altro essere umano? Contro un’altra ideologia? Avete la vostra ideologia, ma siete contro un’altra. L’ideologia democratica e l’ideologia totalitaria sono in guerra. Perché gli uomini vivono di ideologie? Le ideologie non sono reali, ma qualcosa che il pensiero ha inventato. Il pensiero, dopo un lungo studio della filosofia materialista, giunge a determinate conclusioni che diventano legge per alcune persone, le quali vogliono che tutti gli altri le accettino. L’altra parte fa la stessa cosa in mo­do diverso. Il mondo democratico, il cosiddetto mondo libero, non ci mette in prigione perché siamo seduti qui a discutere. Probabilmente, in uno stato totalitario non sarebbe possibile.

La domanda che ci poniamo è molto più fondamentale, più profonda: perché l’uomo è contro l’uomo? Non siete anche voi con­tro qualcuno? Non siete anche voi violenti? E voi siete tutta l’uma­nità. So che ci piace pensare di essere individui separati, anime pri­vate, ma non lo siamo. Voi siete tutta l’umanità, perché soffrite, vi tormentate, vi sentite soli e depressi come il resto dell’umanità. Voi siete umanità, siete globalità, che vi piaccia o no. Se siete ostili, vio­lenti, aggressivi, patrioti, il mio paese è migliore del tuo, la mia cultura è la migliore, e tutte queste assurdità, allora siete voi che vendete armamenti, voi che contribuite a torturare la gente, perché siete cattolici, protestanti o induisti. Dove c’è divisione c’è conflitto, e tutto il resto. Perciò, la vostra azione è globale o è il piccolo “io” che agi­sce? Se è così, siete un uomo contro l’uomo.

Domanda: Da quanto leggiamo, lei ha avuto strane e misteriose esperien­ze. Si tratta della kundalini, o di qualcosa di ancora più grande? Leg­giamo che considera il processo che ha attraversato come una sorta di espansione della coscienza. Non potrebbe essere invece una sorta di autoipnosi, qualcosa di psicosomatico prodotto dalla tensione? La coscienza di Krishnamurti non è fatta di pensiero e di parole?

Krishnamurti: Dato che a qualcuno interessa, sono tenuto a rispondere. A voi interessa? Certamente, è ancora più eccitante del desiderio! Vorrei che lo consideraste in modo molto semplice. Krishnamurti ha avuto varie esperienze. Possono essere psicosomatiche, prodotte dalla ten­sione, o proiezioni piacevoli dei suoi stessi desideri, e così via. In India, la parola kundalini riveste un grande significato. Sono stati scrit­ti libri sull’argomento, e molti affermano di averla risvegliata. Non me ne occuperò. Non fatevi ipnotizzare da questa parola. Indica uno sbocco di energia che diventa inesauribile. Ha anche altri significati: risvegliare l’energia e lasciarla agire liberamente. Questo processo può essere semplice immaginazione, o chissà cos’altro...

Ma hanno importanza queste cose? In Russia stanno facendo esperimenti sulla lettura del pensiero. Andropov legge i pensieri di Reagan, Reagan legge i pensieri di Andropov, e il gioco è fatto! Se sono in grado di leggere i vostri pensieri, e voi i miei, la vita diventa tremendamente complessa e decisamente fastidiosa. Hanno fatto gli stessi esperimenti in America, alla Duke University. E tutta la tradi­zione indiana antica. Forse Krishnamurti ha fatto alcune di queste cose, ma è importante? È come fare un bel bagno; alla fine di una giornata calda, fate un bagno salutare con un buon sapone e un asciugamano pulito, e dopo vi sentite puliti. Ciò che importa è che siate puliti. Mettetelo su questo livello, non assegnategli troppa im­portanza. Krishnamurti è passato attraverso tutto ciò, ne sa moltissi­mo, ma non lo considera necessario. C’è un’energia che viene usata male: lotte, litigi, pretese, il mio è migliore del tuo, io ho raggiunto questo livello, e così via. È molto più importante capire perché gli esseri umani si comportano come fanno, che non queste futilità. Perché sono futilità. Se ne è discusso con alcune persone che affermano di aver sperimentato questo risveglio. Ne fate una piccola esperien­za, e ci aprite subito un negozio. Divento un guru, mi metto in affa­ri, ho dei discepoli, gli dico che cosa fare, ho del denaro, mi siedo in una certa posizione, e sono molto... che stupidaggine!

Bisogna stare molto attenti alle nostre piccole esperienze. Ciò che realmente importa e scoprire razionalmente, assennatamente, logicamente come dissipate la vostra energia nel conflitto, nelle dispute, nella paura, nella presunzione. Se questa energia non viene sprecata, avete a disposizione tutta l’energia del mondo. Se il vostro cervello non si deteriora attraverso il conflitto, l’ambizione, lo sforzo, la com­petizione, la solitudine, la depressione, e tutto il resto, avete energia in abbondanza. Ma se liberate un certo tipo di energia limitata, dan­neggerete enormemente gli altri.

Quindi, vi prego, non cadete nella trappola dei guru che dicono: “Io so, tu non sai. Te lo spiego io”. Esistono molti centri in America, e probabilmente anche in Europa e in India, in cui una o due persone dicono: “Io ho risvegliato questa cosa speciale e ve ne parlerò, ve la insegnerò”. Il buon, vecchio gioco, lo conoscete. Ma è così futile... mentre l’uomo continua a lottare contro l’uomo, mentre il mondo degenera, si distrugge, e voi parlate di stupide, piccole esperienze.

Mi si è anche chiesto se la coscienza di Krishnamurti non sia fatta di pensiero, e se ogni coscienza, con il suo contenuto, non sia il risul­tato del movimento del pensiero. I contenuti della vostra coscienza sono la paura, le credenze, la solitudine, l’ansia, la sofferenza, seguire qualcuno, avere fede, affermare che il vostro paese è il migliore, che ha la cultura migliore. Tutto ciò è parte della vostra coscienza, è ciò che siete. Se siete liberi da ciò, allora siete in una dimensione completamente diversa. Non si tratta di espandere la coscienza, ma di rifiutare questi contenuti della coscienza. Non si tratta di espan­dersi per diventare sempre più egoisti.

Dalla registrazione del terzo incontro di domande e risposte tenuto a Saanen il 26 luglio 1983, copyright © 1983/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

23. San Francisco, 5 maggio 1984

Per indagare e osservare tutto il mondo psicologico di ciascuno di noi ci occorre passione, non solo curiosità intellettuale, capacità di analisi o di approfondimento. Ci occorre passione ed energia. Attualmente l’energia va sprecata nel conflitto, perché ognuno di noi, ricco o povero, ignorante o scienziato di fama, persona comu­ne con una monotona vita quotidiana o incolto abitante di un pic­colo villaggio nella foresta, vive in continuo conflitto. Tutti gli esseri umani sono in grande conflitto, c’è lotta, dolore. Indagare se sia possibile mettere fine al conflitto interiore, psicologico, richie­de non solo energia, ma vera passione; passione per capire se il conflitto degli uomini può avere fine o se è destinato a durare per sempre.

Secondo gli archeologi e i biologi, dalla più antica civiltà sino ai nostri giorni sono passati da quaranta a cinquantamila anni. Tutti gli uomini sono vissuti nel conflitto, non solo con la natura, ma anche interiormente, ed esternamente con le guerre. Questi quaranta o cinquantamila anni di evoluzione umana ci hanno portato esattamente dove siamo ora: ancora nel conflitto. Mi chiedo se lo afferrate, non in teoria, non intellettualmente, ma se comprendete davve­ro quanto siamo profondamente in conflitto uno con l’altro, e non solo l’uno con l’altro, ma anche in noi stessi. Abbiamo accettato il conflitto come modo di vita. Esternamente si chiama guerra, che è la celebrazione del tribalismo attraverso la distruzione di milioni e milioni di persone. Anche se le religioni parlano di pace sulla terra, tutte hanno ucciso, salvo forse il buddhismo e l’induismo. C’è competizione, aggressione, ciascuno ricerca il proprio vantaggio, il proprio appagamento. Esternamente siamo in conflitto, e anche in­ternamente. È un fatto, non una teoria.

Non ci siamo mai chiesti se sia possibile essere liberi dal conflit­to.È inevitabile, e naturale, che domandiate a chi vi parla: “Tu sei libero dal conflitto?”. Se non lo fosse, non ne parlerebbe. Sarebbe ipocrisia, e chi vi parla ha aborrito in tutta la sua vita ogni forma di pensiero o di vita ipocrita e disonesta. Indagare assieme esige che condividiate, che vi impegniate, vi dedichiate a scoprire da voi stes­si se il conflitto può avere fine mentre vivete ancora in questo mon­do, non fuggendo in monastero, chiudendovi in un ashram, e tutte queste stupide assurdità. Perché siamo in conflitto? Qual è la cau­sa, la natura reale, la struttura del conflitto? La maggior parte di noi aspetta di ricevere una risposta, aspetta che qualcuno glielo dica. È la funzione dell’esperto, ma qui non c’è nessun esperto. Ci stiamo chiedendo assieme: qual è la causa del conflitto, delle guer­re, delle guerre economiche, delle guerre sociali, dello sterminio degli esseri umani? Qual è la causa di tutto ciò? Non sono forse le nazioni, il fatto che ogni nazione pensa di essere separata dal resto del mondo? E non solo il nazionalismo, questo tribalismo glorificato, ma anche le ideologie degli stati totalitari e del mondo democratico, i diversi credi, il materialismo dialettico da una parte e la fede in Dio, gli ideali democratici dall’altra. Sono tutti ideali. Gli ideali sono in guerra, i credi sono in guerra. Se credete in certe forme di dogmatismo cristiano, o nelle superstizioni e nel dogmatismo induista o buddhista, queste stesse credenze, queste fedi, dividono gli esseri umani. Siete cattolici o protestanti, e all’interno del prote­stantesimo esistono innumerevoli divisioni, esattamente come nell’induismo e nel buddhismo, come tra buddhisti del nord e buddhisti del sud.

La causa principale del conflitto esterno è quindi la divisione. Dove c’è divisione c’è per forza conflitto, e dentro noi stessi siamo spez­zati, frammentati. Ognuno pensa di essere separato da un altro, non è vero? Le religioni di tutto il mondo hanno incoraggiato l’idea di essere separati, di possedere un’anima individuale, un’individualità separata. Non rifiutatelo subito. Non stiamo chiedendo di accettare qualcosa, stiamo indagando.

Nel mondo asiatico, in India, si crede in questa individualità sepa­rata, in un atman separato, esattamente come fate voi nel mondo cristiano: la vostra anima è separata, deve salvarsi. Sin dall’infanzia que­sto senso di divisione, di frammentazione dentro di noi, è la causa principale del conflitto. Ciascuno cerca la propria salvezza nella reli­gione, qualunque cosa ciò voglia dire. Ciascuno vuole esprimersi, ot­tenere soddisfazioni, inseguire i propri ideali, le proprie ambizioni; moglie e marito fanno esattamente la stessa cosa, ciascuno persegue il proprio piacere, il proprio desiderio.

Possiamo ben vedere che, fin quando c’è divisione, il conflitto deve per forza esistere. Ma questa divisione può finire? Questa divisio­ne, che ha prodotto tanta infelicità, confusione, bruttezza e brutalità nel mondo, può finire in ciascuno di noi? Potete porvi questa domanda intellettualmente e specularvi sopra. Forse qualcuno di voi dirà: “No, non è possibile. Il conflitto è nella natura. Tutto lotta per raggiungere la luce, gli animali più grandi uccidono i più piccoli, e così via. Poiché siamo parte della natura, dobbiamo vivere in con­flitto. Così è la vita”. L’abbiamo accettato, e non solo come una tradizione; siamo stati incoraggiati, istruiti, educati a perseverare nel conflitto.

Può finire questa divisione dentro di noi? Gli opposti desideri, voglio e non voglio, tutte le energie contrapposte che causano questo immenso conflitto e questa sofferenza, può finire tutto ciò? Sicuramente non può finire mediante la volizione, la volontà. Qualunque forma di volizione, desiderio, motivazione o volontà di mettere fine a questo conflitto, il desiderio stesso di far cessare il conflitto genera ulteriore conflitto. Non è così? Voglio mettere fine al conflitto. Perché? Perché spero di vivere una vita di pace, costretto però a vivere in questo mondo: il mondo degli affari, della scienza, dei rapporti re­ciproci, e così via; il mondo moderno. Posso vivere nel mondo moderno senza conflitto? Il mondo degli affari è tutto basato sul conflit­to, sulla competizione: una ditta contro l’altra. Questo è l’eterno conflitto in atto all’esterno. Ma, prima di tutto, può finire il conflitto interno? Chiediamo continuamente di poter vivere nel mondo esterno senza conflitti, ma scopriremo la giusta domanda, la giusta azio­ne, quando esamineremo il conflitto che ognuno di noi ha dentro di sé. Può questa divisione, questi opposti desideri, richieste contrastanti, spinte individuali... può finire tutta questa divisione?

Può finire solo se osserviamo il conflitto, senza cercare di mettervi fine o di trasformarlo in un’altra forma di conflitto, ma cercando semplicemente di osservarlo. Il che significa essere consapevoli, dare la nostra totale attenzione a ciò che è il conflitto e a come nasce, le spinte contrapposte dell’energia. Semplicemente osservare.

Abbiamo mai osservato qualcosa totalmente? Guardando il mare, agitato al mattino e profondamente calmo alla sera, l’avete mai os­servato senza commenti, senza dire: “Che bello, che rumoroso, che fastidioso”? Avete mai osservato con tutti i vostri sensi, con tutto il vostro essere, queste acque straordinarie? Osservare il mare senza nessuna reazione, semplicemente guardarlo. Se l’avete fatto, osservate nello stesso modo il conflitto, senza reazione, senza motivazione, perché nel momento in cui avete una motivazione, la motivazione stessa vi spinge in una direzione. In questa direzione c’è conflitto. Perciò, osservate soltanto il fenomeno globale del conflitto, la sua causa: non solo la divisione, ma l’imitazione, il conformismo, e tutto quanto. Essere semplicemente consapevoli di tutta la natura e la struttura del conflitto. Dando questa totale attenzione, vedrete da voi stessi se il conflitto finisce o no. Ma ciò richiede, come abbiamo detto, una grande quantità di energia, che può venire solo quando dietro c’è passione, quando volete realmente capire. Impegnate una grande quantità di tempo e di energia per fare denaro, e lo stesso per divertirvi. Ma non impegnate mai un’energia totale e profonda, in totale attenzione, per scoprire se è possibile che il conflitto finisca.

Quindi, osservazione; non volizione, non un atto di volontà o una decisione, ma osservare con tutto il vostro essere la natura e la struttura del conflitto. Allora uno dei condizionamenti del cervello ha termine. Giacché tutti gli esseri umani, in ogni parte del mondo, sono condizionati in quanto cattolici, protestanti, induisti, buddhisti, musulmani, e via via con tutte le varianti dell’inventiva umana.

Dobbiamo indagare i nostri condizionamenti, il motivo per cui siamo condizionati. Voi siete americani, e seguite il modello di vita americano. Se siete cattolici, siete condizionati da duemila anni; se siete protestanti, il vostro condizionamento risale all’epoca di Enrico VIII, che voleva sbarazzarsi del papa per potersi risposare a suo piacere. Ci sono svariate forme di condizionamento religioso, sociale e culturale in India, in Giappone, in tutto il mondo. Siamo condizio­nati. E questo condizionamento è la nostra coscienza.

Siamo condizionati dai giornali, dai mezzi di informazione. Que­sto condizionamento è la nostra coscienza: non solo le reazioni biologiche, le reazioni sensoriali, le reazioni sessuali (che fanno parte del nostro condizionamento), ma siamo condizionati anche dalle varie forme di fede o di credo, dai dogmi, dall’ideologia, dai diversi rituali religiosi. Poi c’è il problema del condizionamento linguistico, del modo in cui il linguaggio condiziona il cervello.

Perciò, siamo condizionati. La nostra coscienza è tutta la cono­scenza che abbiamo acquisito, l’esperienza; non solo fede, credi, dogmi, rituali, ma anche paura, piacere, sofferenza, dolore. Il nostro condizionamento è essenzialmente il conosciuto. Abbiamo accumu­lato conoscenza per quarantamila anni, o più. E ne aggiungiamo sempre altra. Gli scienziati aggiungono conoscenza giorno per gior­no, mese dopo mese, a ciò che già conoscono. Questa conoscenza viene acquisita attraverso esperienze, prove, esperimenti; se questi falliscono, li accantonano e ricominciano daccapo. C’è questa conti­nua espansione della conoscenza, sia dentro di noi sia esternamente. E la conoscenza, essendo basata sull’esperienza, è limitata. Non può esservi una completa conoscenza di nulla, Dio incluso. La conoscenza è sempre limitata, oggi come in futuro; può venire ampliata, ricevere aggiunte, ma ha sempre i suoi limiti.

Anche il pensiero, nato dalla conoscenza immagazzinata nel cer­vello sotto forma di memoria, anche questo pensiero è limitato. Non c’è un pensiero totale. Vi prego, mettete in discussione tutto ciò, du­bitatene, scoprite. È molto importante, perché la nostra coscienza è fondamentalmente pensiero, fondamentalmente conoscenza. La no­stra coscienza, la capacità del cervello, è quindi sempre limitata, con­dizionata. Il pensiero può immaginare lo spazio infinito e incom­mensurabile, specularvi sopra, ma quale che sia il pensiero che fa tutto questo, è sempre limitato. Riusciamo a vedere questo fatto? Perché è molto importante comprenderlo non solo intellettualmen­te, ma vedere realmente che qualunque cosa possiamo pensare è sempre limitata, nella politica, nell’economia o nella religione. Il pensiero ha inventato Dio; scusate, non voglio urtare nessuno. Vi chiedo solo un momento. Se non avete paura, assolutamente nessu­na paura riguardo agli avvenimenti, agli incidenti esterni o interni, assolutamente nessuna paura della morte, del domani, del tempo, che bisogno c’è di Dio? Allora c’è uno stato che è eterno, ma non intendo esaminarlo adesso.

È quindi importante, è essenziale, comprendere la natura del pensiero. Il pensiero ha creato cose stupefacenti, dipinti meravigliosi, poesie stupende; il pensiero ha creato il mondo della tecnologia, dalla bomba atomica alla comunicazione istantanea, dagli strumenti di guerra ai sottomarini, ai computer, e così via. Tutto ciò è stato creato dal pensiero. Le più splendide cattedrali dell’Europa, e tutto ciò che si trova nelle cattedrali e nelle chiese, è stato fatto dal pensiero. Ma il pensiero, qualunque cosa abbia creato all’esterno o all’interno, è li­mitato, e quindi frammentato.

Il pensiero è un processo materiale, quindi niente di sacro può essere creato dal pensiero. Tutto ciò che chiamiamo religione è stato creato dal pensiero. Possiamo dire che si tratta di una rivelazione di­vina venuta dal cielo, ma l’idea stessa di “rivelazione” o di “cielo” è sempre un’attività del pensiero, come la “supercoscienza” e tutte le fantasie che questo paese ha preso dai guru, purtroppo. Voi avete già i vostri guru, i preti; non aggiungetene altri. Quelli che avete bastano.

Quindi, dobbiamo comprendere la reale natura del pensiero. Il pensiero nasce dalla conoscenza ed è immagazzinato nel cervello sotto forma di memoria, quindi è un processo materiale. Ovviamente, la conoscenza è necessaria in certe sfere dell’esistenza: ho bisogno di conoscenza per scrivere una lettera, per andare da un luogo a un al­tro. La conoscenza è necessaria per guidare un’auto, per fare qual­siasi cosa materiale. La conoscenza ha un suo preciso ruolo. Ma la nostra domanda è: la conoscenza ha un ruolo nel mondo psicologico? La conoscenza ha un ruolo tra voi e vostra moglie, o vostro marito? La conoscenza sono i ricordi che avete accumulato nel corso di un rapporto tra uomo e donna, ricordi sessuali, di piacere, di dolore, di rivalità, e in più la conoscenza e le immagini che avete costruito l’uno dell’altro.

Ci stiamo ponendo una domanda fondamentale: se la conoscenza nel rapporto sia uno dei fattori del conflitto. Avete certamente un’immagine di vostra moglie, non è così? La moglie ha un’immagi­ne del marito, una ragazza del suo ragazzo, e così via. Ciascuno di noi crea non solo la propria immagine, ma anche l’immagine dell’al­tro. Certamente avete un’immagine di chi vi sta parlando, ne sono sicuro, altrimenti non sareste qui. E questa immagine ci impedisce di fatto di comprenderci reciprocamente.

Vivendo in stretta intimità con un’altra persona, giorno dopo giorno accumulate nel rapporto dei ricordi reciproci. Questi ricordi, che sono immagini, impediscono il vero rapporto. È un fatto. Questi ricordi sono il fattore divisivo, e quindi creano conflitto tra l’uomo e la donna. Ci dobbiamo chiedere se il processo cerebrale della memoria riferita al rapporto può arrestarsi. Se siamo sposati, supponia­mo che io sia sposato... non lo sono, ma supponiamo che lo sia. Non chiedetemi: “Perché lei non è sposato?”, sarebbe un modo troppo facile per schivare il problema. Supponiamo che io sia sposato: c’è attrazione, sesso, e tutto il resto. Un giorno dopo l’altro, un mese do­po l’altro, per anni ho accumulato una grande conoscenza su di lei. E lei ha fatto esattamente la stessa cosa con me. Queste immagini, la conoscenza che uno ha dell’altro, creano divisione e quindi conflitto. Ma questo conflitto che è insito nel rapporto, può cessare? È un punto importantissimo, essenziale. Se avete un rapporto senza la mi­nima ombra di conflitto, il rapporto diventa una cosa splendida, e nessuno può vivere su questa terra meravigliosa senza rapporto.

L’isolamento è una forma di separazione totale, di divisione totale. Essendo spaventati dalla solitudine, con tutta la sua depressione, la sua bruttezza, cerchiamo consciamente o inconsciamente di stabilire una relazione con l’altro. Ci attacchiamo all’immagine, al ricordo di una donna o di un uomo, chiunque sia quella persona. La vera li­bertà sta nell’essere liberi dal processo di costruzione di immagini. Questa è vera libertà, non la libertà di fare ciò che volete, che è così infantile, così immatura, ma la libertà che viene quando nel rapporto non c’è accumulo di ricordi. È possibile? Oppure è una vana speran­za, qualcosa che si può avere solo in paradiso, il che naturalmente è un’assurdità?

Esaminiamo questo punto. Chi vi parla l’ha esaminato a fondo, ma se volete capire tocca a voi indagare il motivo per cui il cervello registra. Il cervello registra, fa parte del suo funzionamento. Registra l’apprendimento del francese o del russo, registra le attività legate agli affari. Tutto il meccanismo del cervello sta nella registrazione. Ma perché dovrebbe registrare anche nel rapporto? Perché il mio cervello deve ricordare l’oltraggio, l’incoraggiamento o l’adulazione da parte di mia moglie? Perché? Ve lo siete mai chiesto? Probabil­mente no. Probabilmente è un argomento troppo noioso. La mag­gior parte di noi è soddisfatta del modo in cui vive: accettate e conti­nuate così, fino alla vecchiaia e alla morte. Che dispendio di energia! Non c’è arte, non c’è bellezza. Continuare un giorno dopo l’altro, seguire la stessa routine: pena, confusione, insicurezza; e alla fine mo­rire. Che insensatezza.

È necessario che il cervello ricordi, ma solo nella sfera pratica: per guidare un’auto, per essere un bravo falegname o un politicante. Ma nel rapporto reciproco, perché dovrebbe intervenire il ricordo? Il ri­cordo ci dà sicurezza nel nostro rapporto? Ma c’è sicurezza nel rapporto? Credo che in questo paese ci siano più divorzi che matrimoni.

Il rapporto è un argomento molto, molto serio. Ma la qualità del rapporto viene distrutta quando il cervello registra tutti i piccoli, sciocchi incidenti, i fastidi, i piaceri. Sapete come vanno le cose in un normale rapporto: ognuno insegue le proprie ambizioni, soddisfazio­ni, piaceri. Ciò distrugge completamente il rapporto.

Ínoltre, l’amore ha a che fare con il pensiero? L’amore è deside­rio? L’amore è piacere? L’amore è memoria? Vi prego, esaminate tutto ciò; non solo intellettualmente ma nella realtà, così che l’inda­gine stessa sia azione. Quando agite, l’azione richiede passione, non solo intellettualismo o desiderio. L’amore non è lussuria, l’amore non ruota nell’orbita del pensiero, e se nel rapporto il cervello è un semplice registratore, state distruggendo tutto ciò che è amore.

Potreste obiettare che per me è facile parlare in questo modo, perché non sono sposato. Me l’hanno detto in molti, ma è una scioc­chezza. Chi vi parla vive continuamente con molte persone in India, Europa e America, con moltissime persone. Quando la natura, la struttura, l’attività e la limitazione del pensiero sono realmente com­prese, cioè osservate, questa stessa osservazione è azione. Allora c’è una qualità completamente diversa di rapporto, perché l’amore è esterno al cervello, non chiuso dentro i suoi confini.

Il nostro condizionamento, come la paura, è il movimento del pensiero. Abbiamo vissuto nella paura per millenni, e siamo ancora spaventati, all’interno e all’esterno. All’esterno vogliamo la sicurezza fisica, dobbiamo avere sicurezza fisica. Ma questa sicurezza esterna diventa insicurezza se vi cerchiamo anche la sicurezza psicologica. In primo luogo vogliamo la sicurezza psicologica, essere psicologicamente al sicuro, vogliamo essere completamente al sicuro nel nostro rapporto: la mia moglie permanente! Oppure, se con questa donna non c’è permanenza, la cercherò in un’altra. Ridete pure, ma è ciò che accade in questo mondo. Forse è ciò che è accaduto anche a voi. Forse per questo siete così pronti a sbarazzarvene con una risata.

Dobbiamo indagare a fondo se nella vita vi sia una sicurezza inte­riore, qualcosa che dura. O se la ricerca della sicurezza interiore, in definitiva di Dio, è illusoria, e se quindi non vi sia, psicologicamente, nessuna sicurezza, ma solo quella suprema intelligenza, non raccatta­ta dai libri, non derivata dalla conoscenza, che viene e si instaura solo quando ci sono l’amore e la compassione. Questa intelligenza agi­sce. Potreste dire: “È tutto così inverosimile, così complicato”, ma non è vero. La vita, vivere, è un processo molto complesso. Dovreste conoscerlo molto meglio di chi vi parla. Andare in ufficio, in fabbrica, tutto il nostro modo di vivere è un processo molto complesso. Ciò che è complesso va affrontato con grande semplicità. Essere psi­cologicamente semplici, non stupidamente semplici, ma vedere la qualità della semplicità. La parola innocenza significa, etimologicamente, non ferire e non essere feriti. Noi, invece, veniamo feriti sin dall’infanzia dai genitori, dai compagni di scuola sino all’università, e così via. Veniamo feriti psicologicamente in continuazione. E por­tiamo con noi quella ferita per tutta la vita, con tutta l’angoscia che ne deriva. Se veniamo feriti, abbiamo sempre paura di venire feriti di nuovo, perciò ci costruiamo un muro attorno e ci mettiamo sulla di­fensiva. Ma lasciarsi ferire non è mai semplicità.

Affrontare con questa semplicità il complesso problema della vita è l’arte del vivere. Richiede molta energia, passione e la grande li­bertà di osservare.

Dalla registrazione del primo discorso pubblico tenuto a San Francisco il 5 mag­gio 1984, copyright © 1984/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

24. Rajghat, 12 novembre 1984

Vi interessa discutere perché gli esseri umani vivono in perenne conflitto, perché hanno continuamente problemi? L’avete mai inda­gato? Le vostre vite nuotano nel conflitto, non è così? Per una volta, siate semplici e sinceri. Che cos’è il conflitto? Desideri contrastanti, richieste contrastanti, opinioni contrastanti; io penso in questo modo e voi in quello; i miei pregiudizi contro i vostri pregiudizi, la mia tradizione contro la vostra, la mia meditazione contro la vostra, il mio guru è migliore del vostro. Ancora più in profondità, il mio egoismo contro il vostro egoismo. È quindi in atto dentro di noi questo processo contraddittorio, che è l’atteggiamento dualistico nei confronti della vita. Il bene e il male. Vi siete mai chiesti che rapporto vi sia tra il bene e il male? Tutto ciò è completamente nuovo per voi? E la dualità, capite? Odio e non odio.

Prendiamo soltanto un esempio: la violenza e la non violenza. C’è qualche rapporto tra la violenza e un cervello privo di violenza? Se c’è, tra le due cose c’è un collegamento. Se c’è un collegamento tra la violenza e ciò che non è violenza, allora una scaturisce dall’altra. Ap­plicate per un momento la vostra attenzione. Due opposti: la violen­za o, se non vi piace la violenza, l’invidia e la non invidia. Se l’invidia ha qualche rapporto con la non invidia, allora una cosa è prodotta dall’altra.

Riflettete: se l’amore è collegato all’odio o alla gelosia... Sì, questo va meglio, è un fatto molto diffuso nel quotidiano, se l’amore è colle­gato all’odio, non è amore. Non è così?

Se la non violenza è collegata alla violenza, fa ancora parte della violenza. Ma la violenza è completamente diversa dalla non violenza.

Se vedete questo fatto, il conflitto finisce. Se sono cieco, lo accetto, e non posso continuare a lottare e a dire che devo avere la luce, che devo vedere. Sono cieco. Ma se non accetto e dico devo vedere, de­vo vedere, devo vedere, ecco il conflitto. È un fatto semplicissimo. Accetto di essere cieco. Accettando il fatto della mia cecità, devo coltivare altri sensi. Percepisco che mi sto avvicinando a un muro. Rendermi conto di essere cieco è determinante; ma se dico continuamente devo vedere, devo vedere, devo vedere, sono in conflitto.

Voi fate così. Se accetto di essere stupido, lo faccio perché mi paragono a voi, che siete intelligenti. Conosco la stupidità solo attra­verso il paragone. Vi vedo così brillanti, capaci, intelligenti, e mi dico: “Al confronto, come sono stupido”. Ma se non faccio paragoni, io sono ciò che sono. Giusto? Allora posso partire di lì. Ma se non faccio altro che paragonarmi a voi, che siete brillanti, intelligenti, di bell’aspetto, capaci, eccetera eccetera, sono in continuo conflitto con voi. Se invece accetto ciò che sono, “io sono questo”, posso partire di qui. Dunque, il conflitto esiste solo se neghiamo la realtà di ciò “che è”. Sono questo, ma se cerco continuamente di diventare quello, sono in conflitto. Tutti fate così, perché siete coinvolti nel divenire psico­logico. Tutti volete diventare uomini d’affari, santi, o meditare nel modo giusto, non è vero? Così, c’è conflitto. Invece di vedere il fatto di essere violento, e di non spostarmi dal fatto, fingo di non essere violento; e se fingo di non essere violento, ecco il conflitto. Volete sospendere la vostra finzione e dire: “Sono violento, affrontiamo que­sta violenza”? Se avete mal di denti andate dal dentista, fate qualco­sa al riguardo, ma se fate finta di non avere nessun mal di denti... Il conflitto ha fine quando vedete le cose come sono, senza fingere qualcosa che non c’è.

Dalla registrazione del secondo discorso pubblico tenuto a Rajghat il 12 novem­bre 1984, copyright © 1984/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

25. Bombay, 1 febbraio 1985

Siete in grado di guardare qualcosa senza le parole? Stando seduti qui, potete guardare questa persona senza le parole, l’immagine, la reputazione, e tutte queste assurdità? Potete guardarla? La parola non è forse l’osservatore? Le parole, l’immagine, la memoria, e via dicendo, non sono l’osservatore? L’osservatore non è forse la vostra storia che vi fa essere un induista, un musulmano, o qualunque altra cosa, con tutte le superstizioni, i credi e le implicazioni? È la memoria che fa sembrare l’osservatore diverso dalla cosa osservata. Siete in grado di guardare, osservare, senza il vostro retroterra, senza i ricor­di passati che interferiscono con la cosa osservata? Facendo così, c’è soltanto la cosa che viene osservata. Non c’è un osservatore che os­serva la cosa osservata.

Dove c’è una differenza, una divisione, tra l’osservatore o testimo­ne, tra l’osservatore e l’osservato, deve, come abbiamo già detto, esservi conflitto. E capire perché gli esseri umani vivono nel conflitto dal momento della nascita a quello della morte vuol dire capire perché esiste questa divisione tra l’osservatore e la cosa osservata, o sco­prire se invece c’è soltanto la cosa osservata.

Stiamo dicendo che ovunque ci sia divisione c’è per forza conflit­to. È una legge, una legge eterna. Dove c’è separazione, divisione, frattura in due parti, c’è per forza conflitto. Questo conflitto, alla fi­ne, diventa guerra, uccisione. Come si può vedere oggi in tutto il mondo, in America, Russia, Libano, nel mondo islamico e nel mon­do non islamico, c’è conflitto. Quindi, capire ed essere liberi dal conflitto, realmente liberi da esso, significa capire perché l’osservatore diventa così preponderante, separando da sé la persona o la cosa osservata. Quando osservo, io e mia moglie, o io e la mia ragazza, c’è divisione tra noi, una divisione reale, non solo fisica ma anche tradizionale: l’autorità del genitore, l’autorità di qualcuno. Così c’è sem­pre conflitto nel rapporto e quindi sempre conflitto tra gli esseri umani.

Pochissimi esseri umani al mondo hanno un rapporto privo di conflitto, e questo conflitto esiste perché abbiamo separato l’osservatore dall’osservato. Io sono diverso dalla mia rabbia, dalla mia invi­dia, dalla mia sofferenza; ed essendo diverso, ecco il conflitto. “Devo sbarazzarmi della sofferenza. Ditemi come fare per superare la soffe­renza. Ditemi che cosa fare con le mie paure”. E così c’è conflitto, in continuazione. Ma voi siete sofferenza. Non siete diversi dalla soffe­renza, dalla rabbia, dal desiderio sessuale, non è vero? Non siete diversi dalla solitudine che provate, siete soli. Ma diciamo: “Sì, sono solo. Ma devo uscirne”. Così vado al tempio o a divertirmi. Voi non siete diversi dalla qualità che sperimentate, quella qualità è voi. Io sono rabbia, sofferenza, solitudine, depressione. Prima, quando ero diviso, agivo sulla mia sofferenza. Se ero solo fuggivo dalla solitudine, cercavo di superarla, analizzarla o riempirla con ogni sorta di diver­timenti o di attività religiose. Se sono solo, non posso far niente. Sono solo, ma non come se la solitudine fosse qualcosa di diverso da me: io sono quella cosa. Prima agivo sulla cosa, ora non posso più perché io sono quella cosa.

Che cosa avviene quando l’osservatore è la cosa osservata? Quan­do la rabbia è me, che cosa accade? L’avete esaminato, o vi limitate a dire: “Sì, sono l’osservatore e la cosa osservata”? Così non serve a niente. Indagate, e scoprite se la rabbia è diversa da voi. La tradizio­ne, il condizionamento, dice: “Io sono diverso dalla mia rabbia”, e così agite su di essa. Ma se comprendete di essere la rabbia, che cosa fate, che cosa avviene?

Per prima cosa, cessa ogni conflitto. Tutti i conflitti finiscono quando capite di essere quella cosa. Sono nero, fine. È un fatto: ne­ro chiaro, nero scuro, viola, o qualunque sia il colore. Avete com­pletamente eliminato il processo divisivo che creava conflitto dentro di voi.

Inoltre, perché trasformiamo un fatto in astrazione? Il fatto è che io sono rabbia, sono geloso, sono solo. Perché lo trasformiamo in un’idea, in una astrazione? È più facile astrarre piuttosto che affrontare il fatto? Infatti, in questo modo posso giocare con le idee. Dico: “Sì, questa è una buona idea, questa è una cattiva idea. Questa mi convince, questa no”. E continuo così. Quando non c’è astrazione, ma solo il fatto, devo affrontare il fatto. Ma anche così divido me stesso e dico: “Farò qualcosa al riguardo”. Quando capite che non c’è separazione, siete quella cosa, siete ciò “che è”, siete un induista, un musulmano, un cristiano; siete un uomo d’affari, siete cattivi, sie­te brutali. Siete tutto questo. Ma avete annullato completamente il senso di divisione dentro di voi, e quindi il conflitto finisce. Sapete com’è il cervello in assenza di conflitto? Quando il cervello è in con­tinuo conflitto, come quello della maggior parte delle persone, che cosa accade al cervello? Che è ferito, dolente.

Probabilmente avete vissuto a lungo nel conflitto, nel dolore, nella sofferenza e nella paura, e vi siete detti: “Fa parte della mia vita, lo accetto”, e avete continuato ad andare avanti così. Non vi siete mai chiesti che cosa il conflitto provoca al cervello, alla psiche di un essere umano. Se siamo costantemente bersagliati, bombardati dal con­flitto, sapete che cosa accade al cervello? Si accartoccia. Diventa pic­colo, limitato, brutto. È ciò che accade a tutti. Ma una persona me­diamente intelligente si domanda: “Perché devo vivere nel conflitto per tutta la vita?”. Inizia a esaminare il conflitto. Il conflitto c’è dove c’è divisione, interna ed esterna. Questa divisione, fondamentalmen­te, è tra “me”, l’osservatore, e la cosa osservata. Così entrano in azio­ne due attività separate, il che è falso, perché voi siete la rabbia, voi siete la violenza. Se cogliete questo punto e capite che l’osservatore è l’osservato, c’è un’attività completamente diversa.

Dalla registrazione del secondo incontro pubblico di domande e risposte tenuto a Bombay il 7 febbraio 1985, copyright © 1985/1994, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

26. 30 settembre 1961 – Dal Taccuino

Il sole scendeva in mezzo a grandi nuvole colorate dietro i colli ro­mani, sfolgoranti e sparse per tutto il cielo, e tutta la terra era dive­nuta splendida, persino i pali del telegrafo e le interminabili file di edifici. Stava per diventare buio, e l’auto correva veloce. I colli scom­parvero, e il paesaggio divenne piatto. Guardare con il pensiero e guardare senza pensiero sono due cose diverse. Guardare gli alberi lungo la strada e le costruzioni oltre i campi aridi con il pensiero tiene il cervello legato ai suoi ancoraggi del tempo, dell’esperienza, della memoria; il meccanismo del pensiero sempre al lavoro, senza ripo­so, senza forze nuove; il cervello diventa ottuso, insensibile, privo di capacità di recupero. Risponde continuamente alla sfida, e la sua ri­sposta è inadeguata e mai nuova. Guardare con il pensiero costringe il cervello nel solco dell’abitudine e del riconoscimento, diventa stanco e pigro, vive nelle ristrette limitazioni del suo stesso funzionamento. Non è mai libero. Questa libertà ha luogo quando il pensiero non sta guardando; guardare senza il pensiero non significa osserva­zione vuota, non è la mancanza di presenza caratteristica della di­strazione.

Quando il pensiero non guarda c’è soltanto osservazione, senza il processo meccanico del riconoscimento e del paragone, della giusti­ficazione e della condanna; questo vedere non affatica il cervello, perché tutti i processi meccanici del tempo si sono fermati. Nel com­pleto riposo il cervello diventa fresco, per rispondere senza reazione, per vivere senza deterioramento, per morire senza la tortura dei pro­blemi. Guardare senza il pensiero è vedere senza l’interferenza del tempo, della conoscenza e del conflitto. Questa libertà di vedere non è una reazione; tutte le reazioni hanno delle cause; guardare senza reazione non è indifferenza, distanza, un gelido distacco. Vedere sen­za il meccanismo del pensiero è vedere totale, senza parcellizzazione o divisione, il che non significa che non vi siano diversità e dissimi­glianze. Un albero non diventa una casa, né una casa un albero. Guardare senza il pensiero non mette a dormire il cervello; al contrario, è totalmente sveglio, attento, privo di attrito e dolore. L’atten­zione senza i confini del tempo è il fiorire della meditazione.

Da Krishnamurti’s Notebook, copyright © 1976, Krishnamurti Foundation Trust Ltd. [trad. it. Taccuino, Ubaldini, Roma, 1980].

Nel 1969, in Gran Bretagna, Krishnamurti ha creato Brockwood Park, un’istituzione che comprende una scuola internazionale per giovani dai 14 ai 24 anni, un centro per ospitare persone che desiderano studiare i suoi insegnamenti e la fondazione che distribuisce libri e audiovideocassette.

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