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Sul Rapporto

Sul rapporto
Titolo originale dell’opera ON RELATIONSHIP
Traduzione di GIAMPAOLO FIORENTINI

Il problema non è il mondo, ma voi in rapporto a un altro. Questo crea un problema e questo problema, estendendosi, diventa il problema del mondo.

Colombo, 25 dicembre 1949

Prefazione

Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895 e, all’età di tredici anni, venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il veicolo di quel “maestro del mondo” del quale essa stava annuncian­do l’avvento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un mae­stro efficace, senza compromessi e difficilmente classificabile; i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in par­ticolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un messia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sofferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito attorno e dichiarò che la verità è “una terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che gli altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre ampie cerchie di persone in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle discepoli e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo insegnamento sta l’aver compreso che i camhiamentí fondamen­tali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi li­mitanti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krish­namurti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta del suo impatto catalizzante su un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla mor­te, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dialo­ghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa nuova collana di libri dedicati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni libro della collana punta su un argomento che ha particolare rilevanza e urgen­za nella nostra vita quotidiana.

1. Ojai, 16 giugno 1940

Per la maggior parte di noi, il rapporto con un altro è basato sulla dipendenza, economica o psicologica. Questa dipendenza crea paura, genera in noi possessività e produce come conseguenza attri­to, sospetto e frustrazione. La dipendenza economica da un altro si può forse eliminare con le leggi e un’apposita struttura, ma io mi ri­ferisco soprattutto alla dipendenza psicologica dall’altro, che è il ri­sultato della bramosia di soddisfazione, felicità personale, e così via. In questo rapporto possessivo ci sentiamo arricchiti, creativi e attivi; sentiamo la nostra piccola fiammella vitale accresciuta dall’altro. Per non perdere questa fonte di completezza, abbiamo paura di perdere l’altro: e così nascono le paure possessive, con tutti i pro­blemi che ne derivano. In questo rapporto di dipendenza psicologica c’è sempre paura, conscia o inconscia, c’è sospetto, spesso nascosto dietro parole dal tono dolce. La reazione a questa paura porta sempre a cercare sicurezza e arricchimento attraverso canali diversi, oppure a isolarsi nelle idee e negli ideali, o a cercare soddisfazioni sostitutive.

Anche se siamo dipendenti dall’altro, c’è comunque il desiderio di essere integri, di essere interi. il complesso problema dei rapporti è come amare senza dipendenza, senza attrito e conflitto; come su­perare il desiderio di isolarci, di ritirarci dalla causa del conflitto. Se per la nostra felicità dipendiamo da un altro, dalla società o dall’am­biente, essi ci diventano indispensabili; ci aggrappiamo a essi, e ci opponiamo violentemente a qualunque loro cambiamento perché dipendiamo da essi per quanto riguarda la nostra sicurezza e il no­stro benessere psicologico. Anche se intellettualmente capiamo che la vita è un processo in continuo fluire, un cambiamento che richie­de mutazioni continue, emotivamente o sentimentalmente ci aggrap­piamo alla sicurezza dei valori istituiti: di qui la continua battaglia tra il cambiamento e il desiderio di permanenza. È possibile mettere fine a questo conflitto?

La vita non può esistere senza rapporti, ma fondandoli sull’amore privato e possessivo li abbiamo resi angosciosi e odiosi. Si può amare senza possedere? Troverete la vera risposta non nella fuga, negli ideali e nei credi, ma attraverso la comprensione delle cause della dipendenza e della possessività. Se riusciremo a comprendere in profondità il problema del rapporto tra noi stessi e l’altro, forse comprenderemo e risolveremo i problemi del nostro rapporto con la società, perché la società non è che un’estensione di noi stessi. L’am­biente che chiamiamo società è stato creato dalle passate generazio­ni, e lo accettiamo perché ci serve per conservare la nostra avidità, possessività e illusione. In questa illusione non vi possono essere unità e pace. L’unione economica imposta con la costrizione e le leg­gi non può mettere fine alle guerre. Finché non avremo compreso i rapporti individuali, non potremo avere una società in pace. Poiché i nostri rapporti sono fondati sull’amore possessivo, dobbiamo di­ventare consapevoli, dentro di noi, della sua origine, delle sue cause e dei suoi funzionamenti. Diventando profondamente consapevoli del processo della possessività, con la sua violenza, paure e reazioni, lo comprenderemo in modo globale, completo. Solo questa com­prensione libera il pensiero dalla dipendenza e dalla possessività. È in noi stessi che possiamo trovare l’armonia nei rapporti, non in un altro e neppure nell’ambiente.

Nei rapporti, la prima causa dell’attrito siamo noi stessi, l’io che costituisce il centro dell’avidità consolidata. Se solo riuscissimo a capire che la cosa di primaria importanza non è come agisce l’altro, ma come agisce e reagisce ciascuno di noi, e se l’azione e la reazione fossero profondamente, completamente comprese, allora i rapporti subirebbero un cambiamento profondo e radicale. Nel rapporto con un altro non c’è solo il problema fisico, ma anche quello del pensie­ro e del sentimento a tutti i livelli, e possiamo essere armonici con l’altro solo se siamo completamente armonici in noi stessi. Nel rapporto, la cosa importante da tenere a mente non è l’altro, ma noi stessi; il che non significa isolarsi, ma comprendere profondamente dentro di sé la causa del conflitto e del dolore. Finché dipenderemo intellettualmente o emotivamente da un altro per il nostro benessere psicologico, questa dipendenza creerà inevitabilmente paura, dalla quale nasce il dolore.

Per comprendere la complessità dei rapporti occorrono una profonda pazienza e serietà. Il rapporto è un processo di svelamento di sé in cui si scoprono le cause nascoste del dolore. Questo autosvelamento può avvenire soltanto nel rapporto.

Metto l’accento sui rapporti perché, se ne vediamo a fondo la complessità, creiamo una comprensione, una comprensione che trascende la ragione e l’emozione. Se fondiamo la nostra comprensione soltanto sulla ragione creiamo isolamento e orgoglio, e non vi met­tiamo amore; se fondiamo la nostra comprensione soltanto sull’emo­zione, ci mancherà la profondità, sarà solo sentimentalismo che presto svaporerà, e non amore. Solo da questa comprensione può sca­turire la totalità dell’azione. È una comprensione impersonale, che niente può distruggere. Non è più sotto il dominio del tempo. Se non sappiamo sviluppare la comprensione a partire dai nostri pro­blemi quotidiani di avidità e di rapporto, cercare la comprensione e l’amore in altri livelli di coscienza significa vivere nell’ignoranza e nell’illusione.

Coltivare semplicemente la gentilezza e la generosità senza comprendere a fondo il processo dell’avidità, vuol dire perpetuare l’i­gnoranza e la crudeltà. Coltivare semplicemente la compassione e il perdono senza comprendere a fondo i rapporti, vuol dire isolarsi e indulgere in forme sottili di orgoglio. La compassione e il perdono stanno nella comprensione totale dell’avidità. Le virtù coltivate non sono virtù. Questa comprensione richiede una consapevolezza attenta e continua, un’energia molto flessibile. Il semplice controllo, e il suo esercizio, presenta dei pericoli perché è unilaterale, parziale e quindi superficiale. L’interesse ha invece una sua naturale, sponta­nea concentrazione nella quale fiorisce la comprensione. Tale inte­resse viene risvegliato osservando e indagando le azioni e le reazioni della vita di tutti i giorni.

Per comprendere il complesso problema della vita, con i suoi conflitti e le sue sofferenze, occorre applicare una comprensione totale. E possiamo farlo solo comprendendo in profondità il processo del desiderio che è la forza centrale della nostra vita.

Domanda: Quando parla di autosvelamento, intende lo svelamento di sé a se stessi o agli altri?

Krishnamurti: Spesso ci mostriamo agli altri, ma che cos’è più importante: vederci come siamo, o farci vedere dagli altri? Ho cercato di spiegare che, se siamo disposti, qualunque rapporto diventa uno specchio in cui vedere con chiarezza quello che è diritto e quello che è storto. Fornisce la messa a fuoco necessaria per vedere con preci­sione; ma, come ho già spiegato, se siamo accecati dai pregiudizi, dalle opinioni e dalle credenze, non riusciremo a vedere chiaramen­te, senza distorsioni, per quanto intenso possa essere il rapporto. Al­lora il rapporto non è più un processo di autosvelamento.

La nostra prima riflessione deve essere questa: che cosa ci impe­disce di vedere chiaramente? Non riusciamo a vedere perché le opi­nioni su noi stessi, le nostre paure, ideali, credenze, speranze e tradi­zioni fungono tutti da veli. Senza comprendere le cause di quelle di­storsioni, ci teniamo stretti a ciò che vediamo o cerchiamo di alterarlo, creando ulteriori resistenze e ulteriore dolore. Il nostro interesse principale non deve essere aderire a ciò che vediamo e neppure alte­rarlo, ma diventare consapevoli delle svariate cause che producono questa distorsione. Alcuni potrebbero dire di non aver tempo per diventare consapevoli, di avere troppi impegni, e così via, ma non è una questione di tempo, è una questione di interesse. In ognuno dei nostri impegni può esserci l’inizio della consapevolezza. Pretendere risultati immediati significa annullare la possibilità della compren­sione totale.

Dalla stesura autenticata del quarto discorso pubblico tenuto a Ojai il 16 giugno 1940, in Col­lected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

2. Saanen, 31 luglio 1981

Domanda: Se due persone hanno un rapporto conflittuale e doloroso, possono risolverlo o è meglio che la relazione finisca? Non è necessario un buon rapporto per poter cambiare entrambi?

Krishnamurti: Mi auguro che la domanda sia chiara: qual è la causa di un rapporto doloroso e conflittuale, e di tutti i problemi che ne derivano? Qual è la radice di tutto ciò? Rispondendo a que­ste domande, stiamo riflettendo insieme. Non sto dando io una ri­sposta perché voi la ascoltiate, la accettiate o la rifiutiate, ma stiamo esaminando assieme questi problemi. È una domanda che riguarda tutti gli esseri umani, in Oriente, qui, o in America. E un problema che riguarda davvero la maggioranza degli esseri umani. Sembrereb­be che due persone, un uomo e una donna, non possano vivere as­sieme senza conflitto, senza sofferenza, senza un senso di diseguaglianza, senza sentire di non essere profondamente collegati tra loro. E ci si domanda: perché? Le cause possono essere svariate: sesso, carattere, modi diversi di sentire, credenze, ambizione. Possono esservi molte, molte cause per questa mancanza di armonia nei rapporti. Ma qual è la vera causa, la causa profonda, che origina il con­flitto dentro ognuno di noi? Ritengo che sia questa la domanda im­portante da porre, senza aspettare che la risposta venga da qualcun altro, ad esempio da colui che vi sta parlando, ma, dopo aver posto la domanda, avere la pazienza di attendere, fare una pausa, lasciare che la domanda metta radici, fiorisca, si metta in moto. Non so se riesco a trasmettere questo modo di sentire.

Mi chiedo perché, sposato con una donna, vivendo con una don­na, perché deve esserci questo profondo conflitto tra noi? Posso dare una risposta superficiale: perché lei è cattolica e io sono protestan­te, o altre del genere. Questi sono motivi superficiali, ma voglio sco­prire la radice profonda, la causa profonda del conflitto tra due per­sone. Ho posto la domanda e aspetto che la domanda fiorisca, che ri­veli tutte le sue complessità e tutto ciò che fa emergere. A questo sco­po devo avere un po’ di pazienza, vero?, devo alimentare un po’ di attesa, di osservazione, di consapevolezza, in modo che la domanda si dischiuda. A mano a mano che si dischiude, inizio a vedere la ri­sposta. Non si tratta di esigere una risposta, ma del fatto che la domanda stessa si schiude rivelandomi la straordinaria complessità che si instaura tra due persone, tra due esseri umani che forse si piacciono, forse sono reciprocamente attratti. Finché sono molto giovani, il loro coinvolgimento è sessuale; poi, invecchiando, si vengono reciprocamente a noia e fuggono a poco a poco dalla noia per mezzo di un’altra persona, il divorzio, e tutto quello che sapete. Ma con l’altra persona incontrano lo stesso problema. Perciò devo avere pazienza. Con la parola pazienza non intendo lasciar fare al tempo. Non so se avete mai esaminato il problema della pazienza e dell’impazienza.

In genere siamo abbastanza impazienti. Vogliamo avere una ri­sposta immediata alla nostra domanda, oppure vogliamo sbarazzarcene immediatamente, o fare immediatamente qualcosa. Siamo im­pazienti di procedere. Questa impazienza ci impedisce di compren­dere il problema in profondità. Se invece ho pazienza, che non ap­partiene al tempo, non desidero mettere fine al problema: guardo il problema, lo osservo, lo lascio crescere, evolvere. La pazienza inizia a farmi vedere la profondità della risposta. È chiaro? Proviamo as­sieme, adesso. Siamo pazienti, non pretendiamo una risposta imme­diata, e quindi la nostra mente, il nostro cervello, sono disposti a guardare, sono consapevoli del problema e della sua complessità. Va bene? Stiamo cercando.., no, non voglio usare la parola cercare... ci stiamo facendo strada nel problema del perché sembra che due persone non possano vivere assieme senza conflitto. Qual è la radice di questo conflitto? Com’è il mio rapporto con lei, con qualcuno? È superficiale? L’attrazione sessuale, la curiosità, l’eccita­zione, sono tutte risposte sensoriali superficiali. Non è vero? Capi­sco che queste risposte sono superficiali, e che finché cercherò una risposta superficiale non vedrò mai il problema in profondità. Sono libero dalle risposte superficiali, dai problemi creati dalle risposte:superficiali e dal tentativo di risolvere i problemi in modo superficiale? Non so se mi seguite.

Ho capito che superficialmente non troverò nessuna risposta. Perciò mi chiedo quale sia la radice. L’educazione? Si tratta del fatto che, essendo un uomo, voglio dominare l’altro, voglio possederlo? Sono attaccato così tanto che non intendo lasciarlo andare? Riesco a vedere che essere così attaccato, così legato, creerà inevitabilmente un corrompimento, corrompimento nel senso di gelosia, ansia e paura? Conosciamo assai bene le conseguenze dell’attaccamento. È questa la causa? O c’è una causa ancora più profonda? In primo luogo, come abbiamo visto, la superficialità; poi l’emotività, l’attaccamento, la dipendenza emotiva, sentimentale, romantica. Se mi libero da tutto ciò, incontro un problema ancora più profondo? Ci state arrivando? Stiamo abbandonando il superficiale per andare sempre più nel profondo, per scoprire da noi stessi quale sia la radice di tutto ciò. Mi auguro che stiate facendo così.

Come faccio per scoprire la radice? Come fate per scoprire la ra­dice? Volete una risposta, volete trovare la radice facendo uno sforzo tremendo? Oppure volete trovarla con la mente, con il cervello tran­quilli? È un guardare, non è agitazione, non è l’azione del desiderio, un volere. È semplicemente osservare. Lo stiamo facendo assieme? Stiamo semplicemen te osservando per scoprire la radice profonda, la causa profonda, la base del conflitto tra gli esseri umani? È forse il senso della separazione individuale? Guardate, esaminate attenta­mente, vi prego. Si tratta, fondamentalmente, dell’idea di essere separati dagli altri? Biologicamente siamo differenti, ma c’è il senso di un’azione individuale separativa profondamente radicata. È questa la radice di tutto? O c’è una radice ancora più profonda, un livello an­cora più profondo? Capite? Mi chiedo se stiate seguendo. Stiamo procedendo assieme? Prima le risposte sensoriali, le risposte sensua­li; poi le risposte emotive, romantiche, sentimentali; e infine l’attac­camento, con tutto il suo corrompimento? O è qualcosa di profon­damente condizionato, un cervello che dice: “Io sono un individuo; lui, o lei, è un individuo; noi siamo entità separate. Ognuno deve soddisfare se stesso, perciò la divisione è basilare”? È così?

È davvero basilare, o sono stato educato a pensare che io sono un individuo e che lei, che è un altro individuo, deve pensare a soddi­sfare se stessa, e io devo fare la stessa cosa? In questo modo procediamo, sin dall’inizio, in due direzioni separate. Forse correranno parallele, ma non potranno mai incontrarsi, come due binari che non si uniscono mai. E faccio di tutto per cercare di incontrarci, per cercare di vivere in armonia, facendo ogni sforzo. “Cara, come sei brava”. Mi seguite? Ci ripetiamo sempre, senza incontrarci mai. Non è così?

Se questa è la causa, e parrebbe davvero essere la causa, la radice di tutto ciò, l’esistenza separata di un individuo è una realtà? O è un’illusione che ho nutrito, serbato, conservato senza che dietro di essa vi sia alcuna validità? Se non ha alcuna validità, devo essere sicuro, totalmente e irrevocabilmente sicuro che è un’illusione, e chie­dermi se il cervello può staccarsi da questa illusione e capire che, psicologicamente, siamo tutti uguali. Mi seguite? La mia coscienza è la coscienza del resto dell’umanità; anche se biologicamente siamo diversi, psicologicamente la coscienza è uguale in tutti gli esseri umani. Se lo capisco, non intellettualmente ma nel profondo, nel cuore, nel sangue, nelle viscere, il mio rapporto con l’altro subisce un cambiamento radicale. Giusto? È inevitabile.

La domanda era: siamo in conflitto, è meglio interrompere il rapporto? Se ci scontriamo con l’altro durante tutto il giorno, come quasi tutti facciamo all’interno di questa lotta, di questo conflitto (amarezza, rabbia, odio, avversione, tutte cose che conoscete), alimentiamo il conflitto il più a lungo possibile finché giunge il mo­mento in cui siamo costretti a separarci. Conosciamo la normale di­namica, ci sono sempre più divorzi. La domanda era: che cosa si deve fare? Se sono perennemente in conflitto con mia moglie, e non riesco in qualche modo ad appianarlo, il rapporto deve finire? Oppure comprendo a fondo la causa del dissesto, del conflitto, cioè il senso di un’individualità separata, e avendone visto la natura illusoria non perseguo più una linea individuale. Che cosa accade se l’ho capito e lo vivo (se non lo affermo solo verbalmente, ma lo vivo realmente), come diventa il mio rapporto con l’altra persona, con la donna che pensa ancora in termini di individuo? Capite la mia domanda?

È molto interessante. Indagate. Io vedo, o lei vede (meglio attri­buirlo a lei), lei vede la follia, l’assurdità, la natura illusoria dell’indi­viduo. La capisce, la sente, e io no perché sono un maschio, sono più aggressivo, più autoritario, e tutto il resto. Che cosa avviene tra noi? Lei ha capito e io no. Non disputerà mai più con me. Giusto? Non scenderà mai più su quel terreno, mentre io continuerò a spingerla, a trascinarla, ad attirarla su quel terreno. Io sto creando il conflitto, non lei. Avete capito come si è sviluppata l’intera faccen­da? L’avete seguita? Tutta la faccenda si è trasformata. Ora non ci sono più due persone che disputano, ma una sola. Osservate ciò che è accaduto. E io, se sono un minimo sensibile, se ho un vero sentimento per lei, comincio a cambiare anch’io, perché lei è irrevocabil­mente ferma. Capite? Lei non si muoverà da dove è. Osservate ciò che avviene. Se due oggetti immobili si incontrano, c’è conflitto. Non so se lo vedete. Ma se uno è immobile, la donna, e io mi sto muovendo, vado inevitabilmente verso ciò che è immobile. Vero? Mi chiedo se capite. È molto semplice.

Così il problema è risolto, se si ha vera comprensione del rappor­to (senza più l’immagine, che abbiamo esaminato in precedenza). Con la sua stessa presenza, con la vitalità della sua realtà, lei mi sta trasformando, mi aiuta. Questa è la risposta. Avete afferrato?

Dalla trascrizione del terzo incontro pubblico di domande e risposte tenuto a Saanen il 31 lu­glio 1981, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

3. Bangalore, 15 agosto 1948

La vita è un processo di continua mobilità nei rapporti, e se non comprendiamo il rapporto creeremo confusione, lotta e sterili sforzi. È quindi importante capire che cosa intendiamo per rapporto, perché la società è fondata sul rapporto e non ammette isolamento. Non esiste una vita isolata. Ciò che è isolato muore.

Il problema è quindi ciò che intendiamo per rapporto. Compren­dendo il rapporto, cioè il comportamento tra esseri umani, da quello intimo a quello sociale, inizieremo a comprendere l’intero processo dell’esistenza, e il conflitto tra schiavitù e indipendenza. Per questo dobbiamo esaminare con grande attenzione ciò che intendiamo per rapporto. Gli attuali rapporti non sono forse un processo di isolamento, e quindi un continuo conflitto? Il rapporto tra voi e un altro, tra voi e vostra moglie, tra voi e la società, è il prodotto di questo isolamento. Con isolamento intendo la continua ricerca di sicurezza, gratificazione e potere.

Alla resa dei conti, nel rapporto con un altro tutti cerchiamo gratificazione; e dove c’è ricerca di comodità e sicurezza, in una nazio­ne o in un individuo, c’è isolamento; e ciò che è isolato chiama il conflitto. Qualunque cosa opponga resistenza tende a creare conflit­to tra se stessa e ciò a cui fa resistenza; e poiché la maggior parte dei nostri rapporti è una forma di resistenza, creiamo una società che alimenta inevitabilmente l’isolamento e quindi il conflitto all’interno e all’esterno di quell’isolamento. Dobbiamo quindi esaminare il reale funzionamento dei rapporti nella nostra vita. Ciò che io sono (le mie azioni, i miei pensieri, i miei modi di sentire, le mie motivazioni, le mie intenzioni) crea quel rapporto tra me e gli altri che chiamiamo società. Non esiste una società senza rapporto tra due persone; perciò, prima di parlare di indipendenza nazionale, di sventolare la bandiera, e tutto il resto, dobbiamo comprendere il nostro rapporto reciproco.

Se esaminiamo la nostra vita, il nostro rapporto con l’altro, ve­dremo che è un processo di isolamento. Non siamo realmente inte­ressati all’altro; anche se ne facciamo un gran parlare, non abbiamo un vero interesse. Siamo in rapporto con un altro solo finché il rapporto ci gratifica, finché ci offre rifugio, finché ci soddisfa. Ma nel momento in cui nel rapporto interviene un elemento disturbante che ci causa disagio, abbandoniamo la relazione. In altre parole, è un rapporto solo finché ci gratifica. Può sembrare un’affermazione molto dura, ma se esaminate la vostra vita da vicino vedrete che è un fatto. Negare un fatto significa vivere nell’ignoranza, la quale non potrà mai creare rapporti corretti.

Se guardiamo nella nostra vita ed esaminiamo i nostri rapporti, vedremo che è un processo di resistenza a un altro, un muro al di sopra del quale guardiamo e osserviamo l’altro. Manteniamo conti­nuamente questo muro e restiamo dietro di esso, che sia un muro psicologico, un muro materiale, un muro economico o un muro na­zionalista. Finché viviamo nell’isolamento, dietro un muro, non ci può essere rapporto con un altro. Viviamo rinchiusi perché è molto più gratificante, pensiamo che sia molto più sicuro. il mondo è così pericoloso (c’è tanta sofferenza, tanto dolore, guerra, miseria, distru­zione) che vogliamo fuggirlo e vivere tra le mura sicure del nostro essere psicologico privato. Così i rapporti, per la maggior parte di noi, sono in realtà un processo di isolamento, ed è ovvio che rappor­ti di questo tipo creano una società altrettanto isolata. È precisamen­te ciò che accade in tutto il mondo. Rimanete nel vostro isolamento, sporgete la mano al di sopra del muro e lo chiamate internazionali­smo, fraternità, o quello che preferite, ma di fatto le sovranità nazio­nali e gli eserciti restano. Vi aggrappate alle vostre stesse limitazioni e pensate di poter creare un mondo unito, la pace mondiale, ma è impossibile. Finché ci saranno frontiere, di tipo nazionale, economico, religioso o sociale, è un fatto ovvio che non vi potrà essere pace nel mondo.

Il processo dell’isolamento è un processo di ricerca di potere, e che si stia cercando il potere individuale o per un gruppo nazionale o razziale, c’è sempre isolamento, perché il desiderio stesso di pote­re, di posizione, è separatismo. In fondo è ciò che tutti vogliamo, non è vero? Vogliamo una posizione di potere da cui dominare, a casa, sul lavoro o con un regime burocratico. Ciascuno cerca il pote­re, e ricercando il potere crea una società fondata sul potere, militare, industriale, economico, e così via; anche questo è ovvio. Ma il de­siderio di potere non è, per sua stessa natura, isolante? Ritengo che sia molto importante questa comprensione, perché una persona che vuole un mondo in pace, un mondo in cui non vi siano guerre, non terrificanti distruzioni, non una catastrofica povertà di proporzioni inimmaginabili, deve capire questo problema fondamentale. Finché voi, individui, cercate il potere, grande o piccolo che sia, come pri­mo ministro, governatore, avvocato o semplicemente come marito e moglie in casa propria, cioè fin tanto che volete questo senso di dominio, questo senso di comando, questo senso di avere potere e in­fluenza, siete sicuramente destinati a creare una società che è il risul­tato di un processo di isolamento, perché il potere, per sua stessa natura, isola e separa.

Una persona affettuosa, gentile, non ha il senso del potere, e quindi non è legata a nessuna nazionalità, a nessuna bandiera. Non ha bandiera. Ma chi cerca il potere sotto qualunque forma, ricavato dalla burocrazia o da quella proiezione di sé che chiama Dio, è im­prigionato in un processo di isolamento. Indagando con grande at­tenzione, capirete che il desiderio di potere è per sua stessa natura un processo di chiusura. Ognuno cerca la propria posizione, la pro­pria sicurezza, e finché perdurano tali motivazioni la società viene costruita su un processo di isolamento. Dove c’è ricerca di potere c’è un processo di isolamento, e ciò che è isolato è destinato a creare conflitto. È precisamente ciò che avviene in tutto il mondo. Ogni gruppo cerca il potere, e quindi isola se stesso. È il processo del na­zionalismo, del patriottismo, che alla fine porta alla guerra e alla di­struzione.

Senza rapporti non ci può essere vita, e finché i rapporti sono ba­sati sul potere, sul predominio, c’è per forza un processo di isolamento, che inevitabilmente sollecita il conflitto. Non esiste una cosa come una vita in isolamento. Nessun paese, nessun popolo, nessun individuo può vivere nell’isolamento; ma poiché cercate il potere in tanti modi diversi, alimentate l’isolamento. Un nazionalista è una maledizione, perché proprio attraverso il suo spirito nazionalista, patriottico, alza un muro di isolamento. È così identificato con il proprio paese che costruisce un muro contro un altro paese. E che cosa accade se costruite un muro contro qualcosa? Che questo qualcosa sbatte continuamente contro il vostro muro. Quando fate resistenza a qualcosa, questa stessa resistenza indica che siete in conflit­to con l’altro. Perciò il nazionalismo, che è un processo di isolamen­to, che è il risultato della ricerca di potere, non può portare la pace al mondo. Un nazionalista che parla di fratellanza sta mentendo. Vive in stato di contraddizione.

La pace nel mondo è indispensabile, altrimenti verremo distrut­ti. Pochi potranno salvarsi, ma vi sarà una distruzione peggiore di tutte le precedenti se non risolviamo il problema della pace. La pa­ce non è un ideale, un ideale è fittizio. Ciò che va compresa è la realtà, ma la comprensione della realtà è impedita dalla finzione che chiamiamo ideale. La realtà è che ognuno cerca il potere, titoli, po­sizioni di autorità, e così via, e tutto ciò viene nascosto in vari modi dietro parole benintenzionate. È un problema vitale, non un problema teorico o posponibile; esige di agire adesso, perché la cata­strofe si sta evidentemente avvicinando. Se non sarà domani, sarà l’anno venturo, o poco dopo, perché la spinta del processo di isolamento è già in atto. Chi vi riflette davvero deve affrontare la radice del problema, la ricerca di potere individuale che crea gruppi, razze e nazioni in cerca del potere.

È possibile vivere nel mondo senza desiderare potere, posizione e autorità? Ovviamente sì. È possibile se non ci identifichiamo con qualcosa di più grande. L’identificazione con qualcosa di più grande (il partito, la nazione, la razza, la religione, Dio) è ricerca di potere. Poiché dentro di voi siete vuoti, inerti, deboli, volete identificarvi con qualcosa di più grande. il desiderio di identificarsi con qualcosa di più grande è desiderio di potere. Per questo il nazionalismo, o qualunque spirito di gruppo, è una maledizione per il mondo: è an­cora desiderio di potere. La cosa importante per poter comprendere la vita, e quindi i rapporti, è scoprire la motivazione che ci spinge: quale la motivazione, tale l’ambiente. È la motivazione che porta la pace o la distruzione nel mondo. Perciò è fondamentale per ognuno di noi essere consapevoli che il mondo è in uno stato di miseria e di distruzione, e capire che se cerchiamo il potere, consciamente o inconsciamente, stiamo contribuendo a quella distruzione, e quindi il nostro rapporto con la società sarà un perenne processo conflittuale.

Ci sono molteplici forme di potere, non si tratta soltanto di posi­zione sociale e ricchezza. Il desiderio stesso di essere qualcosa è una forma di potere, che causa isolamento e quindi conflitto. A meno che ognuno di noi capisca la motivazione, l’intenzione che guida le sue azioni, le legislazioni statali serviranno a ben poco, perché l’in­terno predomina sempre sull’esterno. Possiamo creare una struttura esteriore pacifica, ma le persone che la governano vi influiranno a seconda delle loro intenzioni. Per questo è importantissimo che coloro che vogliono creare una nuova cultura, una nuova società, un nuovo stato, conoscano prima se stessi. Diventando consapevoli di se stessi, dei diversi moti e fluttuazioni interiori, si comprenderanno le motivazioni, le intenzioni e i pericoli che vi si nascondono, e solo in questa consapevolezza c’è trasformazione. Il rinnovamento può avvenire solo con la cessazione della ricerca di potere; solo allora potremo creare una nuova cultura, una società non basata sul con­flitto, ma sulla comprensione. I rapporti sono un processo di autosvelamento, e se non conosciamo noi stessi, i modi della nostra mente e del nostro cuore, imporre soltanto un ordine esterno, un siste­ma, una formula astuta, ha ben poco senso.

Quello che importa è comprendere se stessi in relazione a un al­tro. Allora il rapporto non è più un processo di isolamento, ma un movimento in cui scoprite le vostre motivazioni, i vostri pensieri, i vostri obiettivi. Questa scoperta è l’inizio della liberazione, l’inizio della trasformazione. Solo questa immediata trasformazione può produrre quella radicale, totale trasformazione così essenziale per il mondo. La rivoluzione all’interno delle mura dell’isolamento non è una rivoluzione. La rivoluzione avviene solo quando le mura dell’i­solamento sono abbattute, e ciò può accadere solo quando avete smesso di cercare il potere.

Dalla stesura letterale del settimo discorso pubblico tenuto a Bangalore il 15 agosto 1948, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

4. Ojai, 17 luglio 1949

Vi consiglio di cercare di ascoltare ciò che viene detto senza rifiu­tarlo o accettarlo. Dovremmo essere capaci di ascoltare in modo che, se viene detto qualcosa di nuovo, non lo rifiutiamo immediatamente. Ciò non significa dover accettare tutto ciò che viene detto. Sarebbe davvero assurdo, perché staremmo semplicemente creando autorità, e dove c’è autorità non può esservi pensiero, sentire: non può esservi scoperta del nuovo. Poiché la maggior parte di noi è incline ad accet­tare entusiasticamente, senza una vera comprensione, c’è il pericolo di accettare senza riflessione o esame, senza guardare in profondità. Può darsi che in questo discorso io dica qualcosa di nuovo, o presen­ti qualcosa in modo diverso, che trascurerete se non ascoltate con la calma e la tranquillità che producono la comprensione.

Intendo discutere un tema che può risultare abbastanza difficile: il problema dell’azione, dell’attività e del rapporto. Ma, prima, dob­biamo capire che cosa intendiamo per attività, che cosa intendiamo per azione. Tutta la nostra vita sembra basata sull’azione o, meglio, sull’attività. Vorrei distinguere tra attività e azione. Siamo così assorbiti dal fare cose, siamo così irrequieti, così rosi dal movimento, dal fare qualcosa a qualsiasi costo, dal riuscire, dall’ottenere, dal lottare per il successo. Che ruolo ha l’attività nel rapporto? Perché la vita è una questione di rapporti. Niente può esistere nell’isolamento, ma se il rapporto è semplicemente un’attività, allora il rapporto non ha tanto senso. Non so se avete notato che, nel momento stesso in cui cessate di essere attivi, c’è immediatamente un senso di inquietudine e di nervosismo; vi sembra di non essere più vivi, sve­gli, e perciò dovete continuare a fare. Poi c’è la paura della solitudine, la paura di fare una passeggiata da soli, di essere soli con voi stessi, senza un libro, senza la radio, senza parlare; la paura di se­dervi tranquilli senza fare continuamente qualcosa con le mani, con la mente o con il cuore.

Quindi, per comprendere l’attività dobbiamo comprendere il rapporto, non è così? Se trattiamo il rapporto come una distrazione, come una fuga da qualcos”altro, il rapporto diventa una semplice at­tività. La maggior parte dei nostri rapporti non è infatti una sempli­ce distrazione, e quindi il rapporto non è soltanto una serie di atti­vità? Come ho già detto, il rapporto ha un vero valore solo se è un processo di autosvelamento, in cui riveliamo noi stessi nell’azione stessa del rapporto. Ma la maggior parte di noi non vuole svelarsi nel rapporto. Al contrario, usiamo il rapporto per nascondere le no­stre manchevolezze, i nostri problemi, la nostra insicurezza. Così il rapporto diventa un semplice movimento, una semplice attività. Non so se avete notato che il rapporto è molto doloroso e che, finché non diventa un processo di svelamento in cui scoprire voi stessi, il rapporto è un mero strumento di fuga da voi stessi.

Ritengo che questa comprensione sia importante, perché il pro­blema della conoscenza di sé sta appunto nel dispiegarsi di un rapporto, con le cose, con le persone o con le idee. Un rapporto può fondarsi su un’idea? Qualunque azione basata su un’idea è per forza la continuazione di quell’idea, cioè un’attività. L’azione non si basa su un’idea. L’azione è immediata, spontanea, diretta, senza che vi sia implicato il processo del pensiero. Se invece basiamo l’azione su un’idea, diventa un’attività, e se basiamo il rapporto su un’idea, si­curamente il rapporto diventa una semplice attività priva di possibi­lità di comprensione. È la semplice attuazione di una formula, di un modello, di un’idea. Poiché vogliamo ricavare qualcosa dal rappor­to, il rapporto è sempre restrittivo, limitante, imprigionante.

Un’idea è il prodotto di un appetito, di un desiderio, di uno sco­po. Se entro in rapporto con voi perché ho bisogno di voi, fisiologi­camente o psicologicamente, il mio rapporto è ovviamente fondato su un’idea: quella di volere qualcosa da voi. Un tale rapporto, basato su un’idea, non può essere un processo di autosvelamento. È un semplice impulso, un’attività, una monotonia in cui si instaura un’a­bitudine. Perciò un rapporto di questo tipo è sempre fatica, soffe­renza, competizione, lotta, e ci fa star male.

È possibile entrare in rapporto senza idee, senza richieste, senza proprietà e possesso? Possiamo essere in comunione reciproca (cosa che costituisce il vero rapporto, su tutti i piani di coscienza) se il nostro rapporto si fonda su un desiderio, un bisogno fisico o psicologico? Può esistere un rapporto privo di questi condizionamenti prodotti dal desiderio? Come ho già detto, è un problema decisamente difficile. Occorre esaminarlo in profondità e con molta tranquillità. Non si tratta né di accettare né di rifiutare.

Sappiamo che cosa sono i nostri attuali rapporti: competizione, lotta, sofferenza o semplice abitudine. Se riusciamo a comprendere appieno, completamente, il rapporto con una persona, c’è forse la possibilità di comprendere il rapporto con i molti, ovvero con la so­cietà. Se non comprendo il mio rapporto con una persona, certamente non comprenderò il mio rapporto con il tutto, con la società, con i molti. E se il mio rapporto con una persona si fonda sul bisogno, sulla gratificazione, il mio rapporto con la società sarà identico. Perciò seguirà necessariamente la competizione, con uno e con mol­ti. È possibile vivere senza richieste rispetto all’uno e ai molti? Sicu­ramente è questo il problema, non solo tra voi e me, ma tra me e la società, non è così? Per comprendere il problema, per esaminarlo in profondità, bisogna addentrarci nel problema della conoscenza di sé, perché se non vi conoscete così come siete, senza vedere esattamente ciò “che è”, è ovvio che non potrete avere rapporti corretti con un altro. Potete fare di tutto, scappare, andare in chiesa, leggere, andare al cinema, accendere la radio, ma finché non ci sarà cono­scenza di voi stessi non potrete avere giusti rapporti; di qui la com­petizione, la lotta, l’antagonismo e la confusione, non solo dentro di voi, ma al di fuori di voi e attorno a voi. Finché useremo il rapporto come un semplice strumento di gratificazione, di fuga, come una di­strazione, che è solo una forma di attività, non ci sarà conoscenza di sé. La conoscenza di sé è compresa, scoperta, il suo processo viene svelato attraverso il rapporto, se siete disposti a esaminare il proble­ma del rapporto e a scoprirvi. Dopo tutto, non potete vivere senza rapporti. Ma vogliamo usare il rapporto per stare bene, per essere gratificati, per essere qualcosa. Usiamo un rapporto fondato su un’i­dea, il che significa che la mente svolge un ruolo importante nel rapporto. E poiché la mente è sempre interessata a proteggersi, a rimanere sempre nel conosciuto, riduce qualunque rapporto al livello di un’abitudine, di una sicurezza, e così il rapporto diventa una semplice attività.

Vedete quindi che il rapporto può essere, se lo consentiamo, un processo di autosvelamento. Se invece non lo consentiamo, il rapporto diventa semplicemente un’attività gratificante. Finché la mente sfrutta i rapporti solo per la propria sicurezza, il rapporto è destinato a creare confusione e antagonismo. È possibile essere in rapporto senza l’idea di richieste, desideri e gratificazioni?

Non potete pensare all’amore. Potete pensare alla persona che amate, ma questo pensiero non è amore, e così, a poco a poco, il pensiero prende il posto dell’amore... Si può fondare un rapporto su un’idea? Se è così, non è forse un’attività di chiusura, e non è quindi inevitabile che vi siano competizione, lotta e infelicità?

Dalla stesura letterale del secondo discorso pubblico tenuto a Ojai il 17 luglio 1949, in Collec­ted Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

5. Rajabmundry, 4 dicembre 1949

La realtà si rivela solo quando la mente è calma, non quando la calmiamo. Perciò non deve esservi nessuna disciplina tesa a calmare la mente. Disciplinarsi è semplicemente il desiderio di essere in un particolare stato. Questo stato non è passività. La religione è la com­prensione del pensatore e del pensiero, il che significa la compren­sione dell’azione nei rapporti. Questa comprensione è la religione, non l’adorazione di qualche idea, per quanto gratificante, per quan­to tradizionale, e chiunque l’abbia espressa. La religione è la com­prensione della bellezza, della profondità, del pieno significato dell’azione nei rapporti. In ultima analisi, la vita è rapporto; essere è essere in rapporto. Altrimenti non potreste esistere. Non potete vivere nell’isolamento. Siete in relazione con gli amici, con la famiglia, con le persone con cui lavorate. Anche se vi ritiraste su una montagna, sareste in relazione con chi vi porta il cibo. Siete in relazione con l’i­dea che vi prefiggete. L’esistenza implica essere, che è rapporto, e se non comprendiamo il rapporto non abbiamo comprensione della realtà. Ma poiché il rapporto è doloroso, ci turba e muta continuamente nelle sue richieste, scappiamo rifugiandoci in ciò che chia­miamo Dio, e la definiamo ricerca della verità. Il cercatore non può raggiungere la realtà: può solo perseguire il proprio ideale, che egli stesso crea. I nostri rapporti e la loro comprensione, e nient”altro, sono la vera religione, perché nel rapporto è contenuto l’intero si­gnificato dell’esistenza. Nel rapporto con gli altri, con la natura, con gli alberi, con le stelle, con le idee, con lo stato, in questo rapporto c’è tutto quello che serve a svelare il pensatore e il pensiero, ovvero l’uomo, la mente. L’io viene in essere mediante il punto focale del conflitto, e la concentrazione del conflitto rende la mente conscia di se stessa. Altrimenti non c’è io, e per quanto possiate porre l’io a un livello molto alto, sarà sempre l’io della gratificazione.

Per poter ricevere la realtà, e non cercare la realtà, per poter udi­re la voce dell’eterno, qualunque cosa sia l’eterno, dobbiamo com­prendere il rapporto, perché nel rapporto c’è conflitto, ed è il con­flitto che impedisce la realtà. Nel conflitto avviene il consolidamen­to della coscienza dell’io che cerca di evitare il conflitto, di fuggirlo, ma solo quando la mente comprende il conflitto è in grado di ricevere il reale. Quindi, senza la comprensione del rapporto, la ricerca del reale è la ricerca di una via di fuga. Perché non affrontarlo? Se non avete compreso il reale, come potete trascenderlo? Potete chiu­dere gli occhi, scappare davanti agli altari per adorare vuote imma­gini, ma l’adorazione, la devozione, il rituale, l’offerta di fiori, i sacri­fici, gli ideali, le credenze, tutto ciò non ha valore se non si è com­preso il conflitto nel rapporto. La comprensione del conflitto nel rapporto è di primaria importanza, nient”altro è così importante, perché nel conflitto scoprite la totalità del processo mentale. Se non vi conoscete così come siete, non come teoricamente immaginate di essere (Dio imprigionato nella materia, o qualunque altra teoria), ma nella realtà, nel conflitto della vita quotidiana, economico, sociale e ideologico, se non comprendete il conflitto, come potete superarlo per trovare qualcos”altro? La ricerca dell’oltre” è semplicemente una fuga da ciò “che è”, e se volete fuggire, la religione o Dio sono una via di fuga utile quanto l’ubriachezza. Non indignatevi se metto l’alcol e Dio sullo stesso piano. Tutte le fughe sono sullo stesso piano, non importa che cerchiate scampo nell’alcol, nella chiesa, o in qualunque altra cosa.

Quindi, la comprensione del conflitto nel rapporto è di primaria importanza, più di ogni altra cosa, perché è a partire dal conflitto che creiamo il mondo in cui viviamo ogni giorno, l’infelicità, la povertà, le brutture dell’esistenza. Il rapporto è una risposta al movimento della vita. La vita è una sfida continua, e se la risposta è inadeguata nasce il conflitto. Al contrario, rispondere in modo immediato, pre­ciso e adeguato alla sfida dà completezza. Nella risposta adeguata alla sfida c’è la cessazione del conflitto. Per questo è importante com­prendere se stessi, non in teoria, ma nella realtà, nella vita quotidia­na. Ciò che siete nella vita quotidiana è di assoluta importanza; non quello che pensate o ciò su cui avete le vostre idee, ma il modo in cui vi comportate con vostra moglie, vostro marito, i vostri figli, i vostri sottoposti. Perché create il mondo con ciò che siete. Il comportamento non è un ideale. Non esiste un ideale di comportamento. Il comportamento è ciò che siete di momento in momento, il modo in cui agite un momento dopo l’altro. L’ideale è una fuga da ciò che sie­te davvero. Come potreste andare lontano se non conoscete quello che vi sta vicino, se non siete consapevoli di vostra moglie? Per anda­re lontano bisogna iniziare da vicino; ciò nonostante i vostri occhi so­no fissi sull’orizzonte, che chiamate religione, e possedete tutti gli ammennicoli della fede che vi aiutano nella fuga.

Non è importante come fuggire, perché una fuga vale l’altra; le fughe religiose e le fughe mondane sono identiche, ma le fughe non risolvono il nostro problema. Il nostro problema è il conflitto, non solo il conflitto tra gli individui, ma il conflitto del mondo. Abbiamo sotto gli occhi ciò che avviene nel mondo, il conflitto sempre cre­scente della guerra, la distruzione, la povertà, che non potete fermare. Tutto ciò che potete fare è cambiare il vostro rapporto con il mondo, non il mondo dell’Europa o dell’America, ma il mondo di vostra moglie, vostro marito, del lavoro, della casa. Qui potete indurre un cambiamento, e questo cambiamento si allarga in cerchi sempre più ampi. Senza questo cambiamento radicale non può esservi pace della mente. Potete sedervi in un angolo o leggere qualco­sa per addormentarvi, cosa che molti chiamano meditazione, ma non è questa la scoperta, l’accoglimento del reale. Ciò che vuole la maggior parte di noi è una via di fuga soddisfacente; non vogliamo affrontare i nostri conflitti perché sono troppo dolorosi. Ma sono dolorosi solo perché non li esaminiamo mai per capirne la natura. Cerchiamo qualcosa che chiamiamo Dio, ma non indaghiamo mai la causa del conflitto. Se invece comprendiamo il conflitto nella vita quotidiana possiamo andare oltre, perché lì sta l’intero significato della vita. Una mente in conflitto è una mente distruttiva, una mente smodata, e le persone conflittuali non potranno mai capire se stesse. Il conflitto non si può fermare attraverso sanzioni, fedi o discipline, perché è il conflitto in se stesso che va compreso. Il nostro problema è nel rapporto, che è vita; la religione è la comprensione della vita, che porta a uno stato in cui la mente è tranquilla. Questa mente è in grado di ricevere il reale. È questa, in fondo, la religione; non i vostri servizi di culto, i vostri rituali, la vostra ripetizione di parole, frasi e cerimonie. Di certo, tutto ciò non è religione. Queste sono divi­sioni, ma una mente che comprende il rapporto non ha divisioni. Credere che la vita sia un tutt”uno è semplicemente un’idea, e quin­di non ha valore; ma per chi comprende il rapporto non ci sono “in­clusi” ed “esclusi”, non ci sono stranieri ne intimi. Il rapporto è il processo di comprensione di sé, e comprendere se stessi istante per istante nella vita quotidiana è autoconoscenza. L’autoconoscenza non è una religione, il fine supremo. Non esiste un fine supremo. Esiste per chi vuole fuggire, ma la comprensione del rapporto, in cui si dispiega in continuazione l’autoconoscenza, è incommensurabile.

L’autoconoscenza non è la conoscenza dell’io su chissà quale piano elevato. Si fa momento per momento nel comportamento quotidiano, che è azione, che è rapporto; e senza questa autoconoscenza non c’è corretto pensiero. Non avete basi per pensare correttamente se non sapete che cosa siete. E non potete conoscervi in astratto, attraverso un’ideologia. Potete conoscere voi stessi solo in rapporto alla vostra vita quotidiana. Non sapete di essere in conflitto? Che senso ha scappare, evitarlo, come una persona che, avendo del veleno nell’organismo, non lo espelle e si lascia morire lentamente?

L’autoconoscenza è l’inizio della saggezza, e senza autoconoscen­za non andrete lontano. Cercare l’assoluto, Dio, la verità, o quello che vi pare, è soltanto la ricerca di una gratificazione programmata. Perciò dovete cominciare da vicino, esaminare ogni parola che dite, esaminare ogni gesto, il modo in cui parlate, il modo in cui agite, il modo in cui mangiate; siate consapevoli di ogni cosa senza condan­nare. In questa consapevolezza conoscerete che cos’è reale e la tra­sformazione del reale, che è l’inizio della liberazione. La liberazione non è una fine. La liberazione avviene momento per momento nella comprensione di ciò che è, quando la mente è libera, non resa libera. Solo una mente libera è capace di scoprire, non una mente modella­ta su una credenza o strutturata secondo un’ipotesi. Una tale mente non può scoprire. E non c’è libertà se c’è conflitto, perché il conflit­to è il consolidamento dell’io nel rapporto.

Dalla stesura letterale del terzo discorso pubblico tenuto a Rajahmundry il 4 dicembre 1949, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

6. Colombo, 25 dicembre 1949

Di certo la confusione aumenta, perché avviciniamo un problema attraverso un modello di azione, attraverso un’ideologia, politica o religiosa. La religione istituzionale impedisce ovviamente la com­prensione di un problema, perché la mente è condizionata dal dogma e dalla credenza. La nostra difficoltà è comprendere un proble­ma in modo diretto, e non attraverso un particolare condizionamen­to religioso o politico; comprendere il problema di modo che il con­flitto cessi, non temporaneamente ma del tutto, affinché l’uomo pos­sa vivere pienamente, senza l’angoscia del domani e il peso di ieri. E certamente questo che dobbiamo scoprire: come affrontare il pro­blema in modo nuovo, perché ogni problema, politico, economico, religioso, sociale o personale, è sempre nuovo, e non può essere af­frontato con il vecchio. Forse questo modo di presentare la cosa è diverso da quello a cui siete abituati, ma il punto è proprio questo. Dopo tutto, la vita è un ambiente in continuo cambiamento.

Vorremmo starcene seduti e comodi. Vorremmo trovare rifugio nella religione e nei credi, o in una conoscenza fondata su particolari fatti certi. Vorremmo starcene tranquilli, vorremmo essere gratificati, vorremmo non venire disturbati; ma la vita, che è sempre mutevole, sempre nuova, è sempre un disturbo per il vecchio. La nostra domanda è quindi come affrontare la sfida in modo sempre nuovo. Noi siamo il prodotto del passato, il nostro pensiero è il risultato di ieri, ma con lo ieri non possiamo incontrare l’oggi, perché l’oggi è nuovo. Se affrontiamo il nuovo attraverso lo ieri, trasportiamo il condizionamento di ieri nella comprensione di oggi. Perciò il nostro problema nell’affrontare il nuovo è quello di comprendere il vecchio, e quindi essere liberi dal vecchio. Il vecchio non può compren­dere il nuovo, non si può “mettere il vino nuovo in bottiglie vecchie”. Perciò è importante comprendere il vecchio, che è il passato, che è la mente fondata sul pensiero.

Il pensiero, l’idea, è il prodotto del passato. Che si tratti di cono­scenza storica o scientifica, o di mero pregiudizio e superstizione, un’i­dea è l’ovvio prodotto del passato. Non potremmo pensare se non avessimo la memoria. La memoria è il residuo dell’esperienza, la memoria è la risposta del pensiero. Per comprendere la sfida, che è il nuo­vo, dobbiamo comprendere il processo globale dell’io, che è il prodot­to del nostro passato, il risultato del nostro condizionamento ambien­tale, sociale, climatico, politico ed economico, la nostra intera struttu­ra. Comprendere il problema è comprendere noi stessi. La compren­sione del mondo inizia dalla comprensione di noi stessi. Il problema non è il mondo, ma voi in rapporto a un altro. Questo crea un proble­ma e questo problema, espandendosi, diventa il problema del mondo.

Per capire questo meccanismo straordinariamente complesso, il conflitto, il dolore, la confusione e l’infelicità, dobbiamo iniziare da noi stessi, ma non in termini individualistici in contrapposizione alla massa. L’astrazione chiamata “massa” non esiste; è quando voi e io non ci intendiamo, quando seguiamo un capo e ci facciamo ipnotiz­zare dalle parole, allora diventiamo la massa e ci lasciamo sfruttare. La soluzione del problema non va quindi cercata nell’isolamento, nel ritirarsi in un monastero, in una grotta o su una montagna, ma nella comprensione della globalità del problema di noi stessi nel rapporto. Non potete vivere in isolamento, essere è essere in rappor­to. Quindi il nostro problema è il rapporto, che causa conflitto, che provoca infelicità, costante disagio. Finché non l’avremo compreso, il rapporto sarà fonte di infinito dolore e agitazione. Comprendere noi stessi, che è autoconoscenza, è l’inizio della saggezza, e l’autoco­noscenza non la troverete nei libri. Nessun libro può insegnarvela. Conoscete voi stessi e, quando vi sarete conosciuti, potrete affrontare i problemi che ci attendono quotidianamente. L’autoconoscenza dona tranquillità alla mente, e solo così la verità può manifestarsi. La verità non può essere cercata. La verità è l’ignoto, mentre si cerca solo ciò che è già noto. La verità si presenta senza essere cercata quando la mente è libera da pregiudizi, quando c’è comprensione del processo di noi stessi nella sua globalità.

Dalla stesura letterale del primo discorso pubblico tenuto a Colombo il 25 dicembre 1949, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

7. Colombo, 28 dicembre 1949

L’autoconoscenza non si compra nei libri, e non è neppure il ri­sultato di una pratica o una disciplina lunga e dolorosa. È la consape­volezza, attimo per attimo, di ogni pensiero e sensazione che sorgono nel rapporto. Il rapporto non è un piano ideale astratto, ma una realtà: rapporto con i possessi, con le persone e con le idee. Il rapporto implica l’esistenza; e poiché niente può vivere in isolamento, essere è essere in rapporto. Il nostro conflitto è nel rapporto, a tutti i livelli dell’esistenza, e la comprensione di questo rapporto, completa e totale, è l’unico vero problema di tutti noi. Questo problema non si può posporre o evitare. Evitarlo non fa che creare ulteriore conflitto e infelicità. La fuga da esso provoca un atteggiamento irriflessivo, che viene sfruttato dai furbi e dagli ambiziosi.

La religione non è una credenza né un dogma, ma la comprensio­ne della verità che va scoperta nel rapporto, di momento in momen­to. Una religione che è credenza e dogma è soltanto una fuga dalla realtà del rapporto. Colui che cerca Dio, o quello che volete, attra­verso una credenza che chiama religione, non fa che creare opposi­zione, causando una separazione che è disintegrazione. Qualunque ideologia, di destra o di sinistra, di questa o di quella religione, mette l’uomo contro l’uomo, come sta avvenendo nel mondo.

Sostituire un’ideologia con un’altra non è la soluzione ai nostri problemi. Il problema non è quale sia l’ideologia migliore, ma la comprensione di noi stessi come processo globale. Potreste dire che la comprensione di noi stessi richiede un tempo infinito, e che nel frattempo il mondo va a pezzi. Pensate che avere un progetto d’a­zione in accordo con un’ideologia sia la possibilità di indurre, e presto, una trasformazione nel mondo. Ma se guardate un poco più a fondo, vedrete che le idee non uniscono affatto le persone. Un’idea può servire a formare un gruppo, ma questo gruppo è contro un al­tro gruppo che ha un’idea diversa, e così via, finché le idee diventano più importanti dell’azione: ideologie, credi, religioni istituziona­lizzate, persone divise.

L’esperienza di un altro non è valida per la comprensione della realtà. Le religioni istituzionalizzate di tutto il mondo si basano sull’esperienza di un altro, quindi non liberano l’uomo, ma lo vincolano soltanto a un modello particolare che mette l’uomo contro l’uo­mo. Ciascuno di noi deve cominciare daccapo, in modo nuovo, perché come noi siamo, così è il mondo, Il mondo non è diverso da voi e da me. Questo piccolo mondo di problemi, espandendosi, diventa il mondo e i problemi del mondo.

Disperiamo della possibilità di comprendere i molti problemi del mondo. Non vediamo che non si tratta di un’azione di massa, ma del risveglio dell’individuo al mondo in cui vive e della soluzione dei problemi del suo mondo, per quanto limitato. La massa è un’astra­zione che viene sfruttata dal politico, da chi detiene un’ideologia. La massa è in realtà voi, io e l’altro. Quando voi, io e un altro siamo ipnotizzati da una parola, diventiamo la massa, che è sempre un’a­strazione, perché la parola è un’astrazione. L’azione di massa è un’il­lusione. Questa azione, in realtà, è l’idea circa un’azione dei pochi che accettiamo nella nostra confusione e disperazione. Sulla scorta della nostra confusione e disperazione scegliamo le nostre guide, po­litiche o religiose, che essendo state scelte da noi sono inevitabil­mente anche loro nella confusione e nella disperazione. Possono esi­bire un’aria di sicurezza e di onniscienza, ma di fatto, essendo guide di persone confuse, devono essere ugualmente confuse, altrimenti non sarebbero le loro guide. In un mondo in cui chi guida e chi è guidato sono entrambi confusi, seguire un modello o un’ideologia, consciamente o inconsciamente, significa alimentare ulteriore con­flitto e infelicità.

Il mondo è il vostro problema, e per comprenderlo dovete comprendere voi stessi. La comprensione di se stessi non chiama in causa il tempo. Esistete solo in rapporto, altrimenti non esistete. Il vostro rapporto è il problema, il vostro rapporto con i possessi, con le idee o i credi. Attualmente questo rapporto è attrito, conflitto, e finché non avrete compreso il vostro rapporto, qualun­que cosa facciate, ipnotizzatevi pure con qualunque ideologia o dogma, non ci sarà mai riposo per voi. La comprensione di voi stessi è azione nel rapporto. Vi scoprite come siete direttamente nel rapporto. Il rapporto è lo specchio in cui vi potete vedere così come siete. Ma non potete vedervi così come siete in questo specchio se vi avvi­cinate già con una conclusione, una spiegazione, una condanna o una giustificazione.

La percezione stessa di ciò che siete, del modo in cui siete, nel momento dell’azione nel rapporto, dà la libertà da ciò “che è”. Solo nella libertà può esservi scoperta. Una mente condizionata non può scoprire la verità. La libertà non è un’astrazione, ma viene con la virtù. La vera natura della virtù è quella di liberare dalle cause della confusione. Alla resa dei conti, la non virtù è disordine, conflitto. Ma la virtù è libertà, la chiarezza percettiva data dalla comprensio­ne. Non potete diventare virtuosi. Il diventare è un’illusione dell’avi­dità, dell’acquisività. La virtù è la percezione diretta di ciò “che è”. Quindi l’autoconoscenza è l’inizio della saggezza, ed è la saggezza che risolverà i vostri problemi e quindi i problemi del mondo.

Dalla stesura letterale del discorso radiofonico tenuto a Colombo il 28 dicembre 1949, in Col­lected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

8. Colombo, 1 gennaio 1950

È importante, prima di chiederci che cosa fare o come agire, sco­prire che cos’è il corretto pensare, perché senza pensiero corretto è ovvio che non può esserci corretta azione. L’azione in accordo a un modello, in accordo a un credo, ha messo l’uomo contro l’uomo. Non può esservi corretto pensare finché non c’è conoscenza di sé, perché se non conosciamo noi stessi come possiamo sapere che cosa pensiamo davvero? Pensiamo moltissimo, e facciamo moltissime cose, ma questo tipo di pensiero e di azione produce conflitto e anta­gonismo, che vediamo non solo in noi stessi, ma anche nel mondo che ci circonda. Il nostro problema è quindi come pensare correttamente, cosa che produrrà la corretta azione, eliminando così il conflitto e la confusione che troviamo non solo in noi stessi, ma anche nel mondo.

Se il nostro pensiero si fonda sul terreno del nostro condizionamento, qualunque cosa pensiamo è ovviamente una semplice reazio­ne e conduce perciò a ulteriore conflitto. Quindi, prima di scoprire che cos’è il corretto pensare, dobbiamo sapere che cosa sia l’autoco­noscenza. Di certo, l’autoconoscenza non è il mero apprendimento di un particolare tipo di pensiero. L’autoconoscenza non si basa su idee, credi o conclusioni. Deve essere una cosa viva, altrimenti cessa di essere autoconoscenza e diventa semplice informazione. C’è una differenza tra l’informazione, che è nozione, e la saggezza, che è la conoscenza dei processi dei nostri pensieri e sentimenti. La maggiorparte di noi è prigioniera dell’informazione, della conoscenza super­ficiale, perciò non siamo capaci di penetrare a fondo nel problema. Per scoprire l’intero processo dell’autoconoscenza dobbiamo essere consapevoli nel rapporto. Il rapporto è l’unico specchio che abbia­mo, uno specchio che non deforma, uno specchio in cui possiamo vedere con esattezza e precisione il dispiegarsi del nostro pensiero. L’isolamento, che molti ricercano, è la furtiva costruzione di una re­sistenza al rapporto. Ovviamente l’isolamento impedisce la com­prensione del rapporto, il rapporto con le persone, con le idee, con le cose. Finché non sappiamo quale sia il nostro reale rapporto tra noi e i nostri possessi, tra noi e gli altri, tra noi e le idee, è naturale che ci sia confusione e conflitto.

Perciò possiamo scoprire che cosa sia il corretto pensare solo nel rapporto. Cioè, nel rapporto possiamo scoprire come pensiamo mo­mento per momento, quali sono le nostre reazioni, e poi procedere a passo a passo verso il dispiegarsi del corretto pensare. Non è una cosa astratta o difficile osservare esattamente che cosa sta avvenendo all’interno del nostro rapporto, quali sono le nostre reazioni, e in questo modo scoprire la realtà di ogni pensiero, di ogni sentimento. Ma se vi sovrapponiamo un’idea o un preconcetto di come dovreb­be essere il rapporto, ciò ovviamente impedisce la scoperta, il dispie­garsi di ciò “che è”. Questa è la nostra difficoltà: abbiamo già pro­grammato nella mente come deve essere il rapporto. Per la maggior parte di noi, rapporto significa comodità, gratificazione, sicurezza, e in questo tipo di rapporto usiamo i possessi, le idee e le persone per la nostra gratificazione. Usiamo una credenza come sicurezza. Il rapporto non è solo un adattamento meccanico. L’uso delle persone esi­ge il possesso, fisico o psicologico, e possedendo qualcuno creiamo tutti i problemi della gelosia, dell’invidia, della solitudine e del con­flitto. Se indaghiamo più da vicino e più in profondità, vedremo che usare una persona o una cosa per gratificazione è un processo di iso­lamento. Il processo di isolamento non è affatto un rapporto. Perciò le nostre difficoltà e i nostri crescenti problemi derivano dalla man­canza di comprensione del rapporto, che è essenzialmente autoconoscenza. Se non sappiamo com’è il nostro rapporto con le persone, i possessi, le idee, quel rapporto produrrà inevitabilmente conflitto. Qui sta tutto il problema dell’epoca attuale, non è vero? Il rapporto non solo tra persone, ma tra gruppi di persone, tra nazioni, tra ideologie, di destra o di sinistra, religiose o secolari. Per questo è importante comprendere alla base il rapporto con vostra moglie, con vo­stro marito, con i vostri vicini, perché il rapporto è una porta attra­verso cui possiamo scoprire noi stessi, e grazie a questa scoperta capire che cos’è il corretto pensare.

Il corretto pensare è sicuramente diverso dal corretto pensiero. Il corretto pensiero è statico. Potete imparare che cos’è il corretto pensiero, ma non potete imparare il corretto pensare, perché il corretto pensare è movimento, non è statico. Potete apprendere il corretto pensiero da un libro, da un insegnante, o raccogliere informazioni su di esso, ma non potete pensare correttamente seguendo un modello o uno stampo. Il corretto pensare è la comprensione del rapporto momento per momento, la quale rivela l’intero processo dell’io.

A qualunque livello viviate c’è conflitto, non solo conflitto indivi­duale, ma conflitto mondiale. Il mondo è voi, non è separato da voi. Come voi siete, così è il mondo. Deve avvenire una radicale rivolu­zione nel vostro rapporto con le persone, con le idee. Deve avvenire un cambiamento fondamentale, e questo cambiamento deve iniziare non al di fuori di voi, ma nei vostri rapporti. Perciò è essenziale, per una persona di pace, per una persona di pensiero, comprendere se stessa. Senza autoconoscenza, i suoi sforzi creeranno solo ulteriore confusione e ulteriore infelicità. Siate consapevoli del processo glo­bale di voi stessi. Non avete bisogno di guru né di libri per compren­dere momento per momento il vostro rapporto con tutte le cose.

Domanda: Perché spreca il suo tempo predicando invece di aiu­tare il mondo facendo qualcosa di pratico?

Krishnamurti: Che cosa intende con pratico? Intende portare un cambiamento nel mondo, un migliore sistema economico, una mi­gliore distribuzione delle ricchezze, migliori rapporti o, per dirla più brutalmente, aiutarla a trovare un lavoro migliore? Lei vuole vedere un cambiamento nel mondo, ogni persona intelligente lo vuole, e vuole un metodo per indurre quel cambiamento. Perciò mi doman­da perché spreco il mio tempo predicando invece di fare qualcosa al proposito. Ma ciò che sto facendo è davvero uno spreco di tempo? Sarebbe uno spreco di tempo se introducessi un nuovo ordine di idee per rimpiazzare la vecchia ideologia, il vecchio modello. Forse è questo che lei vuole da me. Ma invece di definire un modo cosiddet­to pratico di agire, di vivere, di trovare un lavoro migliore, di creare un mondo migliore, non è importante scoprire i reali ostacoli che impediscono una vera rivoluzione, non una rivoluzione di destra o di sinistra, ma una rivoluzione radicale, essenziale, non fondata sull’ego? Perché gli ideali, i credi, le ideologie, i dogmi impediscono l’azione. Non potrà esservi una trasformazione, una rivoluzione mon­diale finché l’azione si baserà sulle idee, perché questa azione è una vera reazione in cui le idee diventano molto più importanti dell’a­zione. È precisamente quello che accade nel mondo, non è vero? Per agire, dobbiamo scoprire gli ostacoli che impediscono l’azione. Ma la maggior parte di noi non vuole agire, questa è la nostra diffi­coltà. Preferiamo discutere, preferiamo sostituire un’ideologia con un’altra, e così fuggiamo dall’azione attraverso l’ideologia. È davve­ro molto semplice, non vi pare? Il mondo attuale è di fronte a molti problemi: la sovrappopolazione, la fame, la divisione delle persone in nazionalità e classi, e così via. Perché non c’è un gruppo di persone che si riuniscono per tentare di risolvere i problemi del nazionalismo? Se cerchiamo di diventare internazionalisti aggrappandoci alla nostra nazionalità, creiamo un altro problema. E questo è ciò che fa la maggioranza delle persone.

Quindi vedete che sono gli ideali a impedire effettivamente l’a­zione. Un uomo di stato, un’eminente autorità, ha dichiarato che il mondo può essere organizzato in modo che tutti abbiano da mangiare. E allora perché non lo si fa? A causa delle diversità di idee, credi e nazionalismi. Sono le idee che impediscono di sfamare la gente, e molti di noi giocano con le idee e pensano di essere fantasti­ci rivoluzionari, ipnotizzandosi con parole come “pratico”. L’importan­te è liberarci dalle idee, dal nazionalismo, da tutti i credi e i dogmi religiosi, in modo da poter agire non in base a un modello o una ideologia, ma in base a ciò che le circostanze richiedono. Certamen­te, indicare gli ostacoli e gli impedimenti che si oppongono a tale azione non è una perdita di tempo, non è aria fritta. Ciò che state fa­cendo è un ovvio controsenso. Le vostre idee e i vostri credi, le vo­stre panacee politiche, economiche e religiose stanno in realtà divi­dendo le persone e preparando la guerra. Solo quando la mente è li­bera da idee e credi può agire correttamente. Un uomo che sia un patriota, un nazionalista, non potrà mai sapere che cos’è la fratellan­za, per quanto ne parli; al contrario, le sue azioni, in campo econo­mico e in tutti gli altri, contribuiscono alla guerra. Vi può essere azione corretta e quindi una radicale, durevole trasformazione, solo quando la mente è libera dalle idee, non solo in superficie, ma in profondità; e la libertà dalle idee può avvenire solo mediante la consapevolezza e la conoscenza di sé.

Dalla stesura letterale del secondo discorso pubblico tenuto a Colombo il 1 gennaio 1950, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright ©1991, Krishnamurti Foundation of America.

9. Colombo, 8 gennaio 1950

Uno dei nostri maggiori problemi è quello di vivere creativamen­te. È ovvio che la maggior parte di noi vive una vita piatta. Abbiamo reazioni molto superficiali, in genere le nostre risposte sono superfi­ciali e creano quindi innumerevoli problemi. Vivere creativamente non significa per forza diventare un famoso architetto o un grande scrittore. Queste sono semplici capacità, e le capacità sono comple­tamente diverse dal vivere creativamente. Non c’è bisogno che nes­suno sappia che siete creativi, ma voi stessi potete conoscere questo stato di straordinaria felicità, una qualità dell’indistruttibilità. Non è facile conoscerlo, perché in genere abbiamo innumerevoli problemi, politici, sociali, economici, religiosi e familiari, che tentiamo di risol­vere secondo determinate spiegazioni, determinate regole, tradizio­ni, modelli sociologici e religiosi che ci sono familiari. Ma la nostra soluzione di un problema sembra causare inevitabilmente altri pro­blemi, e creiamo una serie di problemi sempre più numerosi e sem­pre più distruttivi.

Per cercare una via d’uscita da questo disordine, da questa confusione, cerchiamo la risposta su un unico piano. Bisognerebbe avere la capacità di andare al di là di tutti i piani, perché il modo di vivere creativo non si trova su un piano specifico. L’azione creativa nasce solo con la comprensione del rapporto, e il rapporto è comu­nione con l’altro. Non è quindi una visione egoistica quella di essere interessati all’azione individuale. Sembriamo pensare di poter fare molto poco in questo mondo, e che solo i grandi uomini politici, gli scrittori famosi, le grandi guide religiose siano capaci di azioni straordinarie. In realtà, voi e io siamo infinitamente più in grado dei politici e degli economisti di professione di produrre una trasforma­zione radicale. Se abbiamo interesse per la nostra stessa vita, se com­prendiamo il nostro rapporto con gli altri, avremo creato una nuova società; altrimenti, non faremo che perpetuare la confusione, il disordine attuale e caotico.

Perciò non è per egoismo, né per desiderio di potere, che siamo interessati all’azione individuale. Se riusciamo a trovare un modo di vivere creativo, che non si conformi semplicemente ai modelli reli­giosi, sociali, politici o economici come stiamo facendo attualmente, credo che saremo in grado di risolvere i tanti nostri problemi. Al momento siamo come grammofoni ripetitivi, forse cambiamo ogni tanto disco sotto pressione, ma in genere ripetiamo lo stesso moti­vetto buono per ogni occasione. In questa continua ripetizione, in questo perpetuamento della tradizione, c’è la causa del problema e di tutte le sue complessità. Sembriamo incapaci di spezzare il conformismo, anche se possiamo sostituire un nuovo conformismo a quello attuale, o tentare di modificare il presente modello. È un costante processo di ripetizione, di imitazione. Siamo buddhisti, cri­stiani, o induisti; apparteniamo alla destra o alla sinistra. Citando i libri sacri, ripetendoli soltanto, pensiamo che risolveremo i nostri in­numerevoli problemi. Ma la ripetizione non risolverà certo i proble­mi umani. Che cosa ha fatto il “rivoluzionario” per le cosiddette masse? I problemi sono ancora li. Ciò che accade è che questa costante ripetizione di un’idea impedisce la comprensione del problema stes­so. Mediante l’autoconoscenza abbiamo la capacità di liberarci da questa ripetitività. Allora è possibile essere in quello stato creativo che è sempre nuovo, e perciò siamo sempre pronti ad affrontare ogni problema in modo nuovo. Alla resa dei conti, la nostra difficoltà è che affrontiamo questi enormi problemi con conclusioni precedenti, con la documentazione dell’esperienza, nostra o acquisita attraverso altri. Così andiamo incontro al nuovo con il vecchio, e ciò causa ulteriori problemi.

Vivere creativamente è essere privi di questo bagaglio; il nuovo viene affrontato come nuovo, e quindi non crea ulteriori problemi. Per questo è necessario andare incontro al nuovo con il nuovo, finché avremo compreso il processo globale, l’intero problema dell’a umento dei disastri, della miseria, della fame, della guerra, della di­soccupazione, della diseguaglianza, dello scontro tra ideologie in conflitto. Questa battaglia, questa confusione, non si risolve con la ripetizione di vecchie modalità. Se guarderete davvero un po’ più da vicino, senza pregiudizi, senza preconcetti religiosi, vedrete proble­mi molto più grandi; ed essendo liberi dal conformismo, da un credo, sarete in grado di incontrare il nuovo. La capacità di andare incontro al nuovo con il nuovo è lo stato creativo, ed è certamente la forma più alta di religione. La religione non è soltanto un credo, non è seguire determinati rituali, dogmi, definendovi questo o quello. Religione è sperimentare realmente uno stato in cui c’è creatività. Non è un’idea, un processo. Si sperimenta quando c’è libertà dall’io. Ci può essere libertà dall’io solo attraverso la comprensione dell’io nel rapporto, ma non ci può essere comprensione nell’isolamento.

Come ho già indicato, è importante sperimentare ogni domanda al suo sorgere, e non ascoltare semplicemente le mie risposte, sco­prire assieme la realtà della faccenda, e ciò è molto più difficile. La maggior parte di noi vorrebbe prendere le distanze dal problema e guardare che cosa fanno gli altri, ma se riusciamo a scoprire assieme, a fare il cammino assieme, in modo che sia la vostra esperienza e non la mia, allora, anche se state ascoltando le mie parole, se riuscia­mo a camminare assieme, sarà di immenso valore e importanza.

Domanda: Lei è favorevole al vegetarianesimo? Rifiuterebbe l’aggiunta di un uovo alla sua alimentazione?

Krishnamurti: È davvero un problema tanto grave mangiare un uovo? Forse, quasi tutti voi siete interessati alla non violenza. Qual è il vero nodo del problema? E forse quasi tutti voi mangiate carne o pesce. Vi astenete dall’uccidere servendovi del macellaio, o gettate tutta la colpa sul carnefice, il macellaio; ma è solo aggirare il proble­ma. Se vi piacciono le uova, per evitare di uccidere potete procurarvi uova non fertilizzate. Ma questo è un punto davvero superficiale, il problema è molto più profondo. Non volete uccidere animali per riempirvi lo stomaco, ma appoggiate governi organizzati per uccidere. Tutti i governi nazionali si fondano sulla violenza, hanno eserciti, marine e forze aeree. Non vi preoccupa il fatto di appoggiarli, ma vi scagliate contro la terribile calamità di mangiare un uovo. Non vedete che cosa ridicola? Indagate la mentalità di un uomo per bene nazionalista, che non è turbato dallo sfruttamento e dallo spietato ster­minio di uomini, per il quale il genocidio non è niente, ma che si fa degli scrupoli su ciò che mette in bocca.

In questo problema c’è molto di più: non solo il problema globa­le dell’uccidere, ma anche il corretto uso della mente. La mente può essere usata in modo ristretto, ma è capace di un’attività straordina­ria. La maggior parte di noi si accontenta di un’attività superficiale, di sicurezza, soddisfazione sessuale, divertimenti, credo religioso; ci accontentiamo di ciò e ci disinteressiamo totalmente di una risposta più profonda e di un più ampio significato della vita. Anche le guide religiose sono diventate meschine nella loro risposta alla vita. In fondo, il problema non è l’uccisione di animali, ma quella degli esseri umani, che è più importante. Potete astenervi dall’uso degli animali e dal loro sfruttamento, potete provare compassione per la loro uc­cisione, ma ciò che è importante a questo riguardo è il problema globale dello sfruttamento e dell’uccisione, non solo del massacro di esseri umani in tempo di guerra, ma del modo in cui voi sfruttate le persone, il modo in cui voi trattate gli altri, e se li guardate dall’alto in basso considerandoli inferiori. Forse non prestate attenzione a tutto questo, perché vi è troppo vicino. Preferite discutere di Dio e di reincarnazione, ma di niente che richieda un’azione immediata e responsabilità.

Dalla stesura letterale del terzo discorso pubblico tenuto a Colombo l’8 gennaio 1950, in Col­letted Works of J. Krishnamurti, copyright ©1991, Krishnamurti Foundation of America.

10. Colombo, 22 gennaio 1950 – Conferenza pubblica

Ciò che è importante è il modo in cui affrontiamo qualunque problema. È essenziale vedere con chiarezza che è l’assenza di rapporti corretti che crea il conflitto, ed è quindi essenziale comprendere il conflitto nel rapporto, l’intero processo del nostro pensiero e azione. Ovviamente, se non comprendiamo noi stessi nel rapporto, qualunque società noi creiamo, qualunque idea o opinione nutria­mo, non faremo che creare ulteriori problemi e ulteriore infelicità. Quindi la comprensione dell’intero processo di noi stessi in rappor­to alla società è il primo passo nella comprensione del problema del conflitto. L’autoconoscenza è l’inizio della saggezza, perché voi siete il mondo, voi non siete separati dal mondo. La società è il vostro rapporto con gli altri; voi l’avete creata, e la soluzione sta nella vo­stra comprensione di quel rapporto, dell’interazione tra voi e la so­cietà. Senza la comprensione di voi stessi, cercare soluzioni è com­pletamente inutile, è una semplice fuga. Ciò che importa è la com­prensione del rapporto. È il rapporto che causa il conflitto, e questo rapporto resterà incompreso finché non avremo la capacità di essere passivamente attenti. In questa attenzione passiva, in questa consa­pevolezza, giunge la comprensione.

Interlocutore: Penso che la solitudine sia la causa che sta dietro a molti miei problemi. Che cosa posso fare?

Krishnamurti: Che cosa intende per solitudine? È davvero consapevole di essere solo? Certamente la solitudine non è uno stato di unicità. Ben pochi di noi sono soli, non vogliamo essere soli. È es­senziale comprendere che l’unicità non è isolamento. C’è una diffe­renza tra l’essere unici e l’isolamento. L’isolamento è il senso di essere separati, il senso di non avere rapporti, la sensazione di essere ta­gliati fuori da tutto. Ciò è completamente diverso dall’essere unici, che significa essere straordinariamente vulnerabili. Quando siamo soli ci invade un senso di paura, di ansia, il dolore di ritrovarsi isolati. Quando amate qualcuno, sentite che senza questo qualcuno siete perduti. Quella persona vi diventa indispensabile per non provare il senso dell’isolamento. Così usate quella persona per fuggire da ciò che siete. Questo è il motivo per cui cerchiamo di stabilire un rapporto, una comunione con un altro, oppure di stabilire un contatto con le cose, con i possessi, solo perché così ci sentiamo vivi. Compriamo mobili, abiti, automobili; cerchiamo di accumulare cono­scenze, o diventiamo dipendenti dall’amore.

Con solitudine intendiamo uno stato che invade la mente, uno stato di isolamento, uno stato in cui non vi sono contatti, non c’è rapporto, non c’è comunione con niente. Ne abbiamo paura, dicia­mo che è doloroso; e avendo paura di ciò che siamo, del nostro stato presente, lo rifuggiamo cercando tantissime vie di fuga: Dio, l’alcol, la radio, i divertimenti, qualunque cosa pur di fuggire dal senso di isolamento. Le nostre azioni, tanto nei rapporti individuali quanto nel rapporto con la società, non sono un processo di isolamento? Il rapporto in cui siamo padri, madri, mogli, mariti, non è un processo di isolamento? Questo rapporto non è quasi sempre un rapporto basato sul bisogno reciproco? Il processo di autoisolamento è molto semplice: cercate continuamente, nel rapporto, un vantaggio per voi stessi. Questo processo di isolamento si perpetua continuamente, e quando la consapevolezza dell’isolamento ci afferra vorremmo scap­pare. Così andiamo al tempio, apriamo un libro, accendiamo la radio o sediamo davanti a un’immagine a meditare, tutto pur di fuggire.

Dalla stesura letterale del quinto discorso pubblico tenuto a Colombo il 22 gennaio 1950, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

11. Colombo, 22 gennaio 1950 – Discorso radiofonico

L’azione ha senso solo nel rapporto, e senza comprensione del rapporto l’azione, a qualunque livello, alimenterà soltanto il conflitto. La comprensione del rapporto è infinitamente più importante della ricerca di qualunque programma d’azione. L’ideologia, il mo­dello dell’azione, impedisce l’azione. L’azione basata sull’ideologia impedisce la comprensione del rapporto tra uomo e uomo. L’ideolo­gia può essere di destra o di sinistra, religiosa o secolare, ma è inva­riabilmente distruttiva del rapporto. La comprensione del rapporto é vera azione. Senza comprensione del rapporto, lotta e antagoni­smo, guerra e confusione sono inevitabili.

Rapporto significa contatto, comunione. Non può esservi comu­nione se le persone sono divise da idee. Un credo può aggregare un gruppo di persone attorno a sé, ma tale gruppo darà inevitabilmen­te origine all’opposizione, creando un altro gruppo con un diverso credo.

Le idee ritardano il rapporto diretto con il problema. Solo dove c’è rapporto diretto con il problema c’è azione. Purtroppo, noi tutti affrontiamo un problema con conclusioni, con spiegazioni, che chia­miamo idee. Questi sono mezzi per posporre l’azione. L’idea è pensiero verbalizzato. Senza la parola, il simbolo, l’immagine, il pensie­ro non esiste. Il pensiero è la risposta della memoria, dell’esperienza, che sono influssi condizionanti. Questi influssi non appartengono solo al passato, ma al passato unito al presente. Così il passato mette sempre in ombra il presente. Un’idea è la risposta del passato al presente, perciò è sempre limitata, per quanto ampia possa essere. Per questo le idee separano sempre le persone.

Il mondo è sempre vicino alla catastrofe, ma oggi sembra esserlo ancora di più. Vedendo approssimarsi la catastrofe, molti cercano ri­fugio nelle idee. Pensiamo che questa catastrofe, questa crisi, possa venire risolta da un’ideologia. L’ideologia è sempre un impedimento al rapporto diretto, e impedisce l’azione. Vogliamo la pace solo come idea, non come un fatto. Vogliamo la pace a livello verbale, che è soltanto il livello del pensiero, anche se lo chiamiamo orgogliosamente livello intellettuale. Ma la parola pace non è la pace. La pace può esistere solo quando la confusione che voi e un altro provocate cessa. Siamo attaccati al mondo delle idee, non alla pace. Cerchiamo nuovi modelli sociali e politici, e non la pace. Siamo interessati alla riconciliazione dopo gli effetti della guerra, e non all’annullarne le cause. Questa ricerca porterà solo a risposte condizionate dal passato. Questo condizionamento è ciò che chiamiamo conoscenza, espe­rienza, e i nuovi fatti sempre in cambiamento vengono tradotti e in­terpretati secondo quelle conoscenze. Così c’è conflitto tra ciò che è e l’esperienza di ciò che è già stato. Il passato, che è conoscenza, è sempre in conflitto con il fatto, che è sempre nel presente. Così non si risolverà il problema, ma si perpetueranno le condizioni che hanno creato il problema.

Il rapporto è il nostro problema, non su un unico livello, ma su tutti i livelli della nostra esistenza. È l’unico problema che abbiamo. Per comprendere il rapporto, dobbiamo affrontarlo liberi da ogni ideologia, da qualunque pregiudizio, non solo dai pregiudizi delle persone incolte, ma anche dal pregiudizio della conoscenza. Non è possibile comprendere il problema mediante l’esperienza passata. Ogni problema è nuovo. Non esiste un problema vecchio. Quando affrontiamo un problema, che è sempre nuovo, con un’idea che è inevitabilmente il frutto del passato, anche la nostra risposta appar­tiene al passato, il che impedisce la comprensione del problema.

La ricerca della risposta a un problema non fa che aggravarlo. La risposta non è al di fuori del problema, ma nel problema stesso. Dobbiamo guardare il problema in modo nuovo, e non attraverso lo schermo del passato. L’inadeguatezza della risposta alla sfida crea il problema. È questa inadeguatezza che va compresa, e non la sfida.

Siamo ansiosi di vedere il nuovo e non riusciamo a vederlo, perché l’immagine del passato ne impedisce la percezione chiara. Rispon­diamo alla sfida come cattolici, induisti o buddhisti, o come appar­tenenti alla destra o alla sinistra, e ciò crea invariabilmente ulteriore conflitto. Non è quindi importante vedere il nuovo, ma rimuovere il vecchio. Quando la risposta è adeguata alla sfida, solo allora non c’è conflitto o problema. Dobbiamo impararlo nella nostra vita quotidiana, e non dai giornali.

Il rapporto è la sfida della vita quotidiana. Se voi, io e un altro non sappiamo come trovare un punto d’incontro, stiamo creando le condizioni che producono la guerra. Perciò il problema del mondo è il vostro problema. Voi non siete diversi dal mondo. Il mondo è voi. Come voi siete, così è il mondo. Potete salvare il mondo, che è voi stessi, solo comprendendo il rapporto nella vostra vita quotidia­na, non attraverso un credo chiamato religione, non attraverso la de­stra o la sinistra, e neppure attraverso le riforme, per quanto ampie. Le speranze non stanno nell’esperto, nell’ideologia o nel nuovo ca­po. Le speranze stanno in voi.

Potreste chiedervi come, vivendo una vita ordinaria in un ambito limitato, potreste influire sull’attuale crisi del mondo. Non pensate di esserne in grado. L’attuale lotta è il risultato del passato, che voi e gli altri avete creato. Finché voi e gli altri non cambierete radicalmente l’attuale rapporto, non farete che collaborare a diffondere infelicità. Non è una semplificazione eccessiva. Indagando a fondo, vedrete come il vostro rapporto con l’altro, espandendosi, causa conflitto e antagonismo nel mondo.

Il mondo siete voi. Senza la trasformazione dell’individuo che voi siete, non vi può essere una radicale rivoluzione nel mondo. La rivo­luzione dell’ordinamento sociale senza trasformazione individuale porterà soltanto a ulteriori conflitti e disastri. La società è infatti il rapporto tra voi, me e l’altro. Senza una radicale rivoluzione in que­sto rapporto, qualunque sforzo per portare la pace è solo una rifor­ma che, per quanto rivoluzionaria, è un regresso.

Il rapporto fondato sul bisogno reciproco crea soltanto conflitto. Benché siamo reciprocamente interdipendenti, ci usiamo reciprocamente per uno scopo, per un fine. Con uno scopo in vista, non può esserci rapporto. Voi usate me, e io uso voi. In questo uso reciproco, perdiamo il contatto. Una società basata sull’uso reciproco è il fondamento della violenza. Quando usiamo l’altro, abbiamo in mente solo lo scopo da raggiungere. Lo scopo, l’obiettivo, impedisce il rapporto, la comunione. Nell’uso dell’altro, per quanto gratificante e soddisfacente possa essere, c’è sempre paura. Cerchiamo scampo dalla paura nel possesso. Dal possesso sorgono invidia, sospetto e continuo conflitto. Un tale rapporto non darà mai la felicità.

Una società la cui struttura è fondata sul bisogno, fisico o psico­logico, genera necessariamente conflitto, confusione e infelicità. La società è la proiezione di voi stessi in rapporto all’altro, rapporto in cui il bisogno e l’uso sono predominanti. Se usate un altro per i vo­stri bisogni, fisici o psicologici, non c’è nessun reale rapporto, non avete nessun reale contatto con l’altro, nessuna comunione con l’al­tro. Come potreste essere in comunione con l’altro, se l’altro viene usato come un oggetto d’arredamento, per il vostro vantaggio e co­modità? Perciò è essenziale comprendere il significato del rapporto nella vita quotidiana.

Non comprendiamo il rapporto. La totalità del processo del no­stro essere, il nostro pensiero, le nostre attività, creano l’isolamento che impedisce il rapporto. L’ambizioso, l’astuto, il credente, non possono entrare in rapporto con l’altro. Possono solo usare l’altro, creando confusione e inimicizia. Tale confusione e inimicizia sono ben presenti nell’attuale struttura sociale, ed esisteranno anche in qualunque società riformista finché non ci sarà una rivoluzione radicale nel nostro atteggiamento verso gli altri esseri umani. Finché useremo l’altro come un mezzo verso un fine, per quanto nobile, ci sarà inevitabilmente violenza e disordine.

Se voi e io produrremo una rivoluzione radicale in noi stessi, non basata sul bisogno reciproco, fisico o psicologico, il nostro rapporto con l’altro non subirà una radicale trasformazione? La nostra diffi­coltà sta nel fatto che abbiamo un’immagine di ciò che dovrebbe essere una nuova società e cerchiamo di adattarci a questo modello. Il modello è ovviamente immaginario. Ciò che è reale è ciò che siamo in questo momento, è la comprensione di ciò che siamo, che vedia­mo con chiarezza nello specchio dei rapporti quotidiani. Adeguarsi a un modello crea soltanto ulteriore conflitto e confusione.

L’attuale disordine e miseria sociale si devono risolvere. Ma voi, io e un altro possiamo e dobbiamo vedere la verità del rapporto, ini­ziando così un’azione nuova che non si basa sul bisogno reciproco e sulla gratificazione. La semplice riforma dell’attuale struttura della società, senza mutare radicalmente i nostri rapporti, è una regressio­ne. Una rivoluzione che conservi l’uso dell’uomo in vista di un fine, di quanto sia promettente, non produrrà che altre guerre e indicibi­li sofferenze. Lo scopo è sempre la proiezione del nostro stesso con­dizionamento. Per promettente e utopistico che sia lo scopo, non farà altro che alimentare la confusione e il dolore. Ciò che importa non è un nuovo modello, nuovi cambiamenti superficiali, ma la comprensione della totalità del processo dell’uomo, che siete voi stessi.

Nel processo di comprensione di voi stessi, non in isolamento ma dal rapporto, scoprirete che c’è una profonda, durevole trasformazione in cui l’uso dell’altro come mezzo per raggiungere la vostra personale gratificazione psicologica è giunto alla fine. L’importante non è come agire, che modello seguire, o quale sia l’ideologia mi­gliore, ma la comprensione del vostro rapporto con l’altro. Questa comprensione è l’unica rivoluzione, non la rivoluzione basata su un’idea. Qualunque rivoluzione fondata su un’ideologia continua a considerare l’uomo solo come un mezzo.

Poiché l’interno predomina sempre sull’esterno, senza compren­sione della totalità del processo psicologico che siete voi stessi, non c’è assolutamente base per il pensiero. Qualunque pensiero che produca un modello d’azione condurrà soltanto a ulteriore ignoranza e confusione.

C’è una sola rivoluzione fondamentale. Questa rivoluzione avvie­ne quando il bisogno di usare l’altro cessa. Questa trasformazione non è un’astrazione, qualcosa di soltanto auspicabile, ma una realtà che è possibile sperimentare iniziando a comprendere i nostri rapporti. Questa rivoluzione radicale si può chiamare amore, ed è l’unico fattore creativo capace di produrre una trasformazione in noi stessi e quindi nella società.

Dalla stesura letterale del secondo discorso radiofonico tenuto a Colombo il 22 gennaio 1950, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

12. Bombay, 9 marzo 1955

Domanda: Come posso liberarmi dalla paura?

Krishnamurti: Che cos’è la paura? La paura esiste solo in rappor­to a qualcosa, non esiste di per se stessa. La paura viene in essere in rapporto a un’idea, a una persona, alla perdita dei possessi, e così via. Si può avere paura della morte, che è l’ignoto. C’è paura dell’o­pinione pubblica, di quello che dicono gli altri, paura di perdere il lavoro, paura di essere rimproverati o sgridati. Ci sono varie forme di paura, profonde e superficiali, ma qualunque paura è in rapporto a qualcosa. Quando lei chiede: “Come posso liberarmi dalla pau­ra?”, in realtà intende: “Posso liberarmi da tutti i rapporti?”. Mi capisce? Se è il rapporto che provoca paura, chiedere se si può essere liberi dalla paura è come chiedere se si può vivere nell’isolamento. Ovviamente, nessun essere umano può farlo. Non esiste vita in isolamento, si può vivere solo nel rapporto. Quindi, per essere liberi dalla paura occorre comprendere il rapporto, il rapporto della mente con le sue stesse idee, con alcuni valori, il rapporto tra marito e mo­glie, tra l’individuo e i suoi possessi, tra l’individuo e la società. Se comprendo il mio rapporto con voi, allora non c’è paura, perché la paura non esiste di per sé, ma si sviluppa nel rapporto. Quindi il no­stro problema non è come superare la paura, ma scoprire prima di tutto che cos’è adesso il nostro rapporto, e che cos’è il rapporto cor­retto. Non abbiamo bisogno di creare rapporti corretti, perché nella comprensione stessa del rapporto nasce il corretto rapporto.

Penso sia importante capire che niente può vivere in isolamento. Anche se potete diventare monaci o eremiti, coprirvi con un perizo­ma e ritirarvi, isolarvi in un credo, nessun essere umano può vivere in isolamento. Ma la mente cerca l’isolamento nell’autoesclusione della “mia esperienza”, il “mio credo”, “mia moglie”, “mio marito”, i “miei possessi”, che sono processi di esclusione. La mente cerca l’isolamento in tutti i suoi rapporti, e perciò c’è paura. Quindi, il nostro problema è la comprensione del rapporto.

Che cos’è il rapporto? Quando dite: “Sono in rapporto”, che cosa significa? A parte il rapporto fisico attraverso il contatto, il sangue e l’ereditarietà, il nostro rapporto si fonda su idee, non è vero? Stiamo esaminando ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. Il nostro attuale rapporto si fonda su idee, sull’immagine mentale di ciò che pensia­mo sia il rapporto. Questo significa che il nostro rapporto con qual­siasi cosa è uno stato di dipendenza. Credo in una certa idea perché mi dà conforto, sicurezza, un senso di benessere; agisce come un mezzo per disciplinare, controllare, mantenere il mio pensiero attivo. Il mio rapporto con quella certa idea si fonda sulla dipenden­za, e se mi togliete la fede in essa sono perduto, non so più che cosa pensare, come valutare. Senza la fede in Dio, o nell’idea che non c’è alcun Dio, mi sento insicuro, perché dipendo da quella idea.

I nostri rapporti reciproci non sono forse uno stato di dipenden­za psicologica? Non sto parlando di interdipendenza psicologica, che è tutt”altra cosa. Dipendo da mio figlio perché voglio che diven­ti qualcosa che io non sono. È il coronamento di tutte le mie speran­ze, dei miei desideri; è la mia immortalità, la mia continuazione. Così il mio rapporto con mio figlio, mia moglie, i miei bambini, i miei vicini, è uno stato di dipendenza psicologica, e ho paura di uno stato in cui non c’è dipendenza. Non so che cosa possa significare, e con­tinuo a dipendere dai libri, dai rapporti, dalla società. Dipendo dai miei possessi per avere sicurezza, posizione, prestigio. E anche se non dipendo da queste cose, dipendo dalle esperienze che ho fatto, dai miei pensieri, dalla grandezza dei miei obiettivi.

Psicologicamente, quindi, i nostri rapporti sono basati sulla dipendenza: ecco perché c’è la paura. Il problema non è come non dipendere, ma vedere il fatto che dipendiamo. Dove c’è attaccamento non c’è amore. Non sapendo amare, dipendete, e così c’è paura. L’importante è vedere questo fatto, non chiedere come si fa ad amare o come essere liberi dalla paura. Potete dimenticare momentaneamente la vostra paura attraverso varie distrazioni, ascoltando la ra­dio, leggendo le scritture, andando in chiesa o al tempio, ma sono tutte fughe. Non c’è molta differenza tra chi si dà all’alcol e chi si dà ai testi religiosi, tra chi va al cinema e chi va nella presunta casa di Dio, perché stanno tutti scappando. Ma se vi mettete in ascolto, se riuscite realmente a vedere il fatto che dove c’è dipendenza nel rapporto c’è per forza paura, c’è per forza dolore, e che dove c’è attaccamento non ci può essere amore, se state in ascolto in questo momento, potete vedere questo semplice fatto e comprenderlo istantaneamente, e allora scoprirete che avviene una cosa straordinaria. Senza rifiutare, accettare o formulare le vostre opinioni al proposito, senza citare questo o quello, prestate semplicemente ascolto al fatto che dove c’è attaccamento non c’è amore, e dove c’è dipendenza c’è paura. Sto parlando di dipendenza psicologica, non della dipenden­za dall’uomo che vi porta il latte o della dipendenza dalla ferrovia o da un ponte. È la dipendenza psicologica interna da idee, persone e possessi che provoca la paura. Non potete essere liberi dalla paura finché non avrete compreso il rapporto, e il rapporto si comprende solo quando la mente osserva tutti i propri rapporti, il che è l’inizio dell’autoconoscenza.

Riuscite a seguire facilmente, senza sforzo? C’è sforzo solo quan­do cercate di ottenere qualcosa, quando cercate di essere qualcosa. Ma se, senza cercare di essere liberi dalla paura, riuscite ad ascoltare il fatto che l’attaccamento distrugge l’amore, questo stesso fatto libe­ra all’istante la mente dalla paura. Non ci può essere libertà dalla paura finché non c’è comprensione del rapporto, il che significa, in realtà, finché non c’è autoconoscenza. L’io si svela solo nel rapporto. Osservando il modo in cui parlo ai miei vicini, il modo in cui consi­dero la proprietà, il modo in cui mi aggrappo a un credo, o all’espe­rienza, o alla conoscenza, scoprendo cioè la mia dipendenza, inizio a svegliarmi all’intero processo dell’autoconoscenza.

Perciò, non è importante come liberarsi dalla paura. Potete bere un bicchiere per dimenticarla. Potete andare in chiesa o al tempio e sbarazzarvi di voi stessi prostrandovi, mormorando parole o me­diante la devozione, ma la paura vi aspetta dietro l’angolo, all’uscita. La fine della paura c’è solo quando comprendete il vostro rapporto con tutte le cose, ma questa comprensione non si produce se non c’è autoconoscenza. L’autoconoscenza non è un evento lontano: inizia qui, adesso, osservando come trattate gli altri, vostra moglie, i vostri figli. Il rapporto è lo specchio in cui potete vedervi così come siete.

Se siete capaci di guardarvi così come siete senza giudizi, la paura cessa, e da ciò nasce uno straordinario senso d’amore. L’amore non si può coltivare, l’amore non è qualcosa che la mente acquisisce. Se dite: “Adesso praticherò la compassione”, questa compassione è un fatto mentale, e quindi non è amore. L’amore viene in essere pienamente, oscuramente, a nostra insaputa, quando comprendiamo l’intero processo del rapporto. Allora la mente è tranquilla, non riempie il cuore con le cose della mente, e l’amore può nascere.

Dalla stesura letterale del settimo discorso pubblico tenuto a Bombay il 9 marzo 1955, in Col­lected Works of J. Krishnamurti, copyright ©1991, Krishnamurti Foundation of America.

13. Colombo, 13 gennaio 1957

Se siete davvero seri nei vostri intenti, dovete comprendere il rapporto tra voi e chi vi sta parlando. Non c’è qualcuno che vi stia insegnando; al contrario, voi e io come individui stiamo imparando, e non c’è divisione tra chi insegna e chi apprende. Una tale divisione è contraria all’etica, non spirituale, e irreligiosa. Vi prego, compren­detelo con chiarezza. Io non sono dogmatico né assertivo. Finché non comprenderemo il rapporto tra voi e chi vi parla, saremo in una posizione falsa. Per me c’è solo l’apprendere, non una persona che sa e una persona che non sa. Nel momento in cui diciamo di sapere, non sappiamo più. La verità non è da conoscere. Il conosciuto appartiene al passato, è morto. La verità è viva, non statica; perciò non potete conoscere la verità. La verità è in continuo movimento, non ha dimora, e una mente legata a un credo, a una conoscenza, a un particolare condizionamento, non è capace di comprendere che cos’è la verità.

L’autoconoscenza è l’inizio della saggezza. Questa autoconoscen­za non si trova nei libri, ma la potete scoprire da voi osservando il vostro rapporto quotidiano con vostra moglie o vostro marito, con i vostri figli, il vostro capo, il conducente dell’autobus. È attraverso la consapevolezza di voi stessi nel rapporto con l’altro che potete sco­prire i funzionamenti della vostra mente, e questa comprensione di voi stessi è l’inizio della libertà dal condizionamento. Se indagate in profondità, scoprirete che la mente diventa tranquilla, davvero ferma. Questa tranquillità non è una calma mentale disciplinata, mantenuta, controllata, ma la tranquillità che sopravviene quando, attraverso la comprensione del rapporto, la mente ha smesso di essere un nucleo di egoismo. Tale mente è capace di vedere ciò che è al di là deila portata della mente.

Dalla stesura letterale del primo discorso pubblico tenuto a Colombo il 13 gennaio 1957, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation of America

14. Londra, 18 maggio 1961

Credo che molti di noi sappiano che cos’è la solitudine. Conosciamo quello stato in cui tutti i rapporti sono troncati, in cui non c’è più il senso del futuro o del passato, un senso totale di isolamen­to. Potete stare in mezzo a moltissima gente, in un autobus stipato, o seduti accanto a un amico, a vostro marito o vostra moglie, e im­provvisamente quest’onda vi sommerge, il senso di un vuoto spaven­toso, una mancanza, un abisso. La reazione istintiva è scappare. Perciò accendete la radio, iniziate a chiacchierare, vi unite a un gruppo, predicate a proposito di Dio, la verità, l’amore, e tutto il resto. Pote­te fuggire attraverso Dio o il cinema, tutte le fughe sono identiche. La reazione è la paura per questo senso di totale isolamento, e la fu­ga. Conoscete tutte le vie di fuga: il nazionalismo, il vostro paese, i vostri figli, il vostro nome, i vostri possessi, e per ognuna di esse sie­te pronti a combattere, a lottare, a morire.

Ma se si comprende che tutte le fughe sono identiche, e se si vede davvero il senso della propria fuga, potete ancora scappare? Oppure non c’è via di fuga? E se non fuggite, c’è ancora conflitto? Mi seguite? È la fuga da ciò “che è”, lo sforzo di arrivare a qualcosa di diverso da ciò “che è”, che crea il conflitto. Quindi, una mente che vuole andare oltre questo senso di solitudine, questa immediata ces­sazione di qualunque memoria di qualsiasi rapporto in cui siano coinvolti gelosia, invidia, possessività, il tentativo di essere virtuosa e tutto il resto, deve prima affrontare il problema, esaminarlo a fondo, così che la paura, in tutte le sue forme, inaridisca. È in grado la mente di vedere l’inutilità di tutte le fughe esaminandone una sola? Allo­ra non c’è più conflitto, non è vero? Perché non c’è un osservatore della solitudine, c’è solo la sua esperienza. Mi seguite? Questa soli­tudine è la cessazione di tutti i rapporti; le idee non hanno più im­portanza, il pensiero ha perso il suo valore. Io lo descrivo, ma voi non limitatevi ad ascoltare, perché altrimenti rimarrete soltanto con un mucchietto di cenere. In fin dei conti, lo scopo di queste discussioni è di liberarci realmente da tutti questi terribili grovigli, di avere nella vita qualcos’altro oltre al conflitto, alla paura, alla fatica e alla noia dell’esistenza.

Dove non c’è paura c’è bellezza, non la bellezza di cui parlano i poeti e dipinta dai pittori, e così via, ma qualcosa di molto diverso. Per scoprire la bellezza dobbiamo attraversare completamente que­sto totale isolamento; o meglio, non dovete farlo, è già qui. L’avete tutti fuggito, ma è qui, sempre con voi. È nel vostro cuore e nella vostra mente, nelle profondità e nei recessi del vostro essere. L’avete tascosto, siete scappati, fuggiti, ma è sempre lì. La mente deve farne esperienza, come una purificazione attraverso il fuoco. Può farlo senza reagire, senza dire che è uno stato orribile? Nel momento stess­o in cui reagite, ecco il conflitto. Se lo accettate, continuerete a por­tarne il peso; se lo rifiutate, lo ritroverete appena girato l’angolo. Se non reagisce, la mente è quella solitudine; non ha bisogno di entrarci dentro, lo è già. Non appena pensate in termini di andarvi dentro per raggiungere qualcos’altro, siete di nuovo in conflitto. Nel mo­mento in cui dite: “Come fare per entrarci, come fare per guardare davvero?”, siete di nuovo in conflitto.

C’è quindi questo vuoto, questa straordinaria solitudine che nes­sun maestro, nessun guru, nessuna idea, nessuna attività può cancellare. Vi siete gingillati con tutte queste cose, avete giocato con loro, ma non possono riempire questo vuoto: è un pozzo senza fondo. Ma non è un pozzo senza fondo nel momento in cui lo sperimentate. Capite?

Perché la mente sia totalmente libera dal conflitto, totalmente e completamente priva di ansia, paura e apprensione, deve esserci l’esperienza di questo senso straordinario di non avere nessun rappor­to con nessuna cosa. Di qui viene il senso dell’unicità. Vi prego di non immaginare di provarlo, è qualcosa di abbastanza difficile. C’è solo quando, in questa unicità in cui non c’è paura, avviene un mo­vimento verso l’incommensurabile, perché allora non c’è illusione, né creatore di illusione, né potere di creare illusione. Finché c’è conflitto c’è potere di creare illusione, ma con la completa fine del con­flitto tutte le paure cessano, e quindi non c’è ulteriore ricercare.

Mi chiedo se comprendiate. In fondo, siete qui perché cercate. Ma se lo esaminate, che cosa state cercando? Cercate qualcosa al di là di tutto questo conflitto, infelicità, sofferenza, ansia e angoscia. Cercate una via d”uscita. Ma, comprendendo ciò di cui abbiamo ap­pena parlato, qualunque ricerca cessa, e questo è uno stato mentale straordinario.

La vita è un processo di sfida e risposta, vero? C’è una sfida esterna, la sfida della guerra, della morte, di decine di altre cose, e noi rispondiamo. La sfida è sempre nuova, ma le nostre risposte sono sempre vecchie, condizionate. Non so se è chiaro. Per rispondere a una sfida devo riconoscerla, non è così? E, se la riconosco, è in termini di passato, è ovviamente il vecchio. Vi prego di capirlo, perché vorrei andare ancora un poco oltre.

Per una persona rivolta all’interno, le sfide esterne non importano più, ma ci sono ancora le sfide e le risposte interiori. Invece, io parlo di una mente che non cerca più, e che quindi non ha più una sfida e una risposta. Non è uno stato di soddisfazione, di appagamento bovino. Quando avete compreso il senso della sfida esterna e della risposta, il senso della sfida interiore che uno si pone da sé e la risposta a essa, e lo avete esaminato sino in fondo rapidamente, sen­za impiegare mesi o anni, allora la mente non è più modellata dall’ambiente, non è più influenzabile. La mente che ha compiuto fino in fondo questa straordinaria rivoluzione, può affrontare qualunque problema senza che il problema lasci alcun segno, alcuna radice. Al­lora ogni senso di paura è finito.

Non so quanto abbiate seguito tutto ciò. Ascoltare non significa soltanto udire, ascoltare è un’arte. Tutto ciò è parte dell’autocono­scenza, e se uno ascolta realmente e va in profondità dentro se stes­so, è una purificazione. E ciò che è purificato riceve una benedizio­ne che non è la benedizione che si riceve in chiesa.

Dalla stesura letterale dell’ottavo discorso pubblico tenuto a Londra il 18 maggio 1961, in Collected Works of J. Krrshnmraorti, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation of America.

15. Madras, 9 gennaio 1966

La nostra vita così com’è, la nostra vita quotidiana, è un fatto di relazioni. Vivere è rapporto. Essere in rapporto implica contatto, non solo fisico ma psicologico, emotivo, intellettuale. Ci può essere rapporto solo dove c’è grande affetto. Io non sono in rapporto con voi, e voi non siete in rapporto con me, se ciò che c’è tra di noi è solo intellettuale, verbale. Questo non è rapporto. C’è rapporto solo quando c’è un senso di contatto, un senso di comunicazione, un senso di comunione. Tutto ciò implica un grande affetto.

Nella sua realtà attuale, il nostro rapporto è molto confuso, infe­lice, contraddittorio e isolato; ognuno cerca di costruire per se stes­so, attorno a se stesso e dentro se stesso un recinto inavvicinabile.

Esaminatevi, non come dovreste essere, ma come siete. Come siete inavvicinabili, tutti voi, perché avete così tante barriere, idee, carat­teri, esperienze, infelicità, problemi, preoccupazioni! La vostra atti­vità quotidiana non fa che isolarvi. Anche se siete sposati e avete dei figlí, funzionate e agite sempre con un movimento centrato su voi stessi. E così non esiste quasi rapporto tra un padre e una madre, tra una figlia e suo marito, nella comunità.

Se non creiamo un rapporto corretto, la nostra vita sarà una con­tinua battaglia, tanto individuale che collettiva. Potreste dire che, come operatori sociali o persone socialmente impegnate, lavorate per la comunità dimenticandovi di voi stessi, ma in realtà non di­menticate affatto voi stessi. Non potete dimenticarvi di voi identifi­candovi con qualcosa di più grande, con la comunità. Questo non è un gesto di annullamento dell’io”. Al contrario, è l’identificazione dell’io” con qualcosa di più grande, e così il conflitto continua, com’è evidente nelle nazioni in cui si fa un gran parlare di comunità e collettività. I comunisti parlano continuamente di collettività, ma hanno identificato se stessi con il collettivo. Il collettivo diventa l’ “io” per il quale sono pronti a combattere e a subire qualunque tortura e disciplina, perché si sono identificati con la collettività così come una persona religiosa si identifica con un’idea chiamata Dio. Ma questa identificazione è sempre l’“io”.

La vita, come si può vedere, è rapporto, e il rapporto è un’atti­vità, non è vero? Sono in rapporto con voi, con mia moglie, con mio marito, in quanto parti della società. Il mio rapporto con voi o con il mio capo produce un’azione che non è solo utile a me in primo luo­go, ma anche alla comunità, e la ragione della mia identificazione con la comunità è il fatto che mi e utile. Vi prego di seguirmi: dob­biamo capire i motivi delle nostre azioni.

La vita com’è in realtà, la vita reale di ogni giorno, è una continua battaglia. È continua infelicità, confusione, con lampi occasionali di gioia, espressioni occasionali di profondo piacere. Quindi, finché non ci sarà una rivoluzione radicale nel nostro rapporto, la lotta con­tinuerà, e in questa direzione non ci sono soluzioni. Vi prego di capire. Il conflitto relazionale non offre vie d’uscita, anche se è ciò che cerchiamo di fare. Nessuno dice: “Il rapporto deve cambiare, la base del nostro rapporto deve trasformarsi”. Essendo in conflitto, cerchia­mo di fuggirlo attraverso i vari sistemi filosofici, attraverso l’alcol, attraverso il sesso, attraverso qualunque diversivo intellettuale ed emo­tivo. Se non c’è una radicale rivoluzione interiore riguardo al nostro rapporto (essendo il rapporto la nostra vita, il nostro rapporto attuale, “mia moglie”, la “mia comunità”, il “mio capo”, il “mio rapporto”), se non avviene un mutamento radicale nel rapporto, fate tutto ciò che volete, nutrite le più nobili idee, parlate, discutete all’infinito di Dio e di tutto quanto, ma non serve a niente, perché sono tutte fughe.

Sorge quindi il problema: come posso, vivendo in rapporto, portare un cambiamento radicale nel mio rapporto? Non posso fuggire dal rapporto. Posso ipnotizzarmi, posso chiudermi in un monastero, scappare e farmi monaco, o qualunque altra cosa, ma continuo a esi­stere come essere umano in relazione. Vivere è essere in rapporto. Quindi devo capirlo e devo cambiarlo. Devo scoprire come portare un cambiamento radicale nel mio rapporto, perché è dal rapporto che si producono le guerre; è quello che sta accadendo in questo mese tra pakistani e indiani, tra musulmani e induisti, e tra arabi ed ebrei. Ma il tempio, la moschea, le chiese cristiane, i dibattiti sul Vedanta o su qualunque altro sistema, non sono la via d’uscita. Non c’è via d’uscita a meno che voi, in quanto esseri umani, non cambia­te radicalmente il vostro rapporto.

Sorge dunque il problema: come posso cambiare, non in modo astratto, un rapporto che attualmente si basa su scopi e piaceri egoi­stici? Questa è la vera domanda, non è vero?

Ciò significa comprendere realmente il desiderio e il piacere; comprendere, non dire: “Devo sopprimere il desiderio, devo sbarazzarmi del desiderio”, sono secoli che ci provate. “Devi lavorare sen­za desiderio”, non so che cosa significhi. “Devi essere privo di desideri”, non ha senso, perché siamo pieni di desideri, bruciamo di desideri. Non serve sopprimere il desiderio: rimane lì, imbottigliato, chiuso da un tappo. Vi disciplinate contro il desiderio, e qual è il ri­sultato? Che diventate duri, brutali.

Perciò occorre comprendere il desiderio e comprendere il piacere, perché i nostri valori e i nostri giudizi interni si basano sul piacere, non su grandi e mirabili principi, ma soltanto sul piacere. Cercate Dio perché vi dà un piacere maggiore la fuga da questa vita brutale, monotona, stupida, priva di senso. Il principio attivo della nostra vita è quindi il piacere. Non potete gettare via il piacere. Guardare il tramonto, guardare le foglie contro la luce, vederne la bellezza, la grazia, è un enorme senso di piacere, c’è una grande bellezza in tutto ciò. Ma avendo negato, soppresso il piacere, abbiamo perso il senso della bellezza. Nella nostra vita non c’è bellezza, non c’è dav­vero bellezza, e neppure buon gusto. Il buon gusto si può imparare, ma non potete imparare la bellezza. Per comprendere la bellezza, dovete comprendere il piacere.

Dobbiamo comprendere il piacere, che cosa significa, come na­sce, la sua natura e la sua struttura, e non negarlo. Non prendiamoci in giro dicendo: “I miei valori sono pii, io ho nobili ideali”. Se inda­gate a fondo in voi stessi, vedrete che i vostri valori, le vostre idee, la vostra prospettiva, il vostro comportamento si fondano tutti sul piacere. Per questo lo indagheremo. Non solo verbalmente o intellet­tualmente, ma per scoprire realmente come considerare il piacere, qual è il suo giusto ruolo e il suo ruolo sbagliato, se ne vale la pena o no. Ciò richiede un attento esame.

Per comprendere il piacere dobbiamo esaminare il desiderio. Dobbiamo scoprire che cos’è il desiderio, come nasce, che cosa gli conferisce durata e se può aver fine. Dobbiamo capire come viene in essere, come perdura, e se può aver fine, così come deve. Finché non avremo compreso tutto ciò, fingere di essere privi di desideri, lottare per essere senza desideri, non ha senso; distrugge la vostra mente, distorce la vostra mente, deforma il vostro essere. E per com­prendere qualunque cosa vada compresa vi occorre una mente sana, limpida, equilibrata; non una mente distorta, non una mente devia­ta, controllata, modellata, privata della sua chiarezza.

Stiamo scoprendo in che modo il desiderio viene in essere. Vi prego di seguire, perché procederemo anche verso qualcos’altro. Dovete iniziare dall’inizio per capire dove questa indagine ci stia portando. Se non riuscite a esaminarlo, non riuscirete a esaminare e a compren­dere nient’altro. Perciò non dite: “Questo punto lo posso saltare”.

È abbastanza semplice capire come il desiderio viene in essere. Vedo uno splendido tramonto. C’è il vedere, e vedere quella bellez­za, i colori, la grazia delle foglie contro il cielo, il loro orlo scuro, ri­sveglia in me il desiderio di continuare a guardare. Cioè: percezione, sensazione, contatto e desiderio. E chiaro? Non è complicato. Vedo una stupenda automobile, con splendide rifiniture, dalla linea ele­gante: la percezione. La tocco: la sensazione. E di qui il desiderio. Vedo un bellissimo volto, e tutto il meccanismo del desiderio, della lussuria, della passione si mette in moto. È semplicissimo.

La domanda seguente è un po’ più complessa: che cosa dà dura­ta, continuità al desiderio? Se lo comprendo, saprò anche come trat­tare il desiderio. State seguendo? I guai iniziano quando il desiderio diventa continuativo. Lotto per soddisfarlo, voglio sempre di più. Se riesco a scoprire l’elemento temporale del desiderio, allora saprò come affrontarlo. Stiamo per arrivarci. Cercherò di farvi capire.

Vediamo come nasce il desiderio: vedendo un’automobile, il tramonto, un bel viso, un ideale piacevole, la persona perfetta (ma la parola non è la persona). Vediamo in che modo il desiderio viene in essere. Ora esamineremo che cosa dà forza e potere al desiderio, che cosa lo fa durare. Che cosa lo fa durare? Il pensiero, è ovvio. Vedo l’automobile, la desidero e dico: “Devo averla”. Il pensiero, il pen­sarci, conferisce durata al desiderio. La durata nasce a causa del piacere che mi dà il pensare a quel desiderio. Giusto? Vedo una splendida casa, architettonicamente e funzionalmente eccellente, ed ecco il desiderio. Quindi interviene il pensiero che dice: “Magari la aves­si!”. Allora inizia la lotta. Inizia l’intero problema. Non posso averla perché sono povero, ciò mi dà frustrazione, provo odio, e così ha inizio tutta la faccenda. Il problema nasce nel momento in cui il pensiero come piacere interferisce con il desiderio. Nel momento in cui il pensiero, che è basato sul piacere, interviene nel desiderio, e si inizia il problema del conflitto, della frustrazione e della lotta.

Se la mente riesce a comprendere l’intera struttura del desiderio, la struttura del pensiero, saprà come trattare il desiderio. Ovvero, il pensiero non interferisce con il desiderio, il desiderio arriva alla sua fine. Capite? Riflettete! Vedo una bella casa e dico che è gradevole. Che cosa c’è di sbagliato in questo? È una casa ben fatta, dalle bellissime proporzioni. Ma non appena il pensiero dice: “Come sarebbe bello possederla e viverci”, inizia l’intero problema. Il desiderio non è sbagliato, il desiderio non è mai sbagliato: è il pensiero che interfe­risce con esso che crea il problema. Ma invece di comprendere il de­siderio e comprendere il pensiero, cerchiamo di sopprimere il desi­derio, controllarlo o disciplinarlo. Non è così?

Spero che stiate seguendo, che non vi limitiate ad ascoltare, ma lavoriate duro come fa chi vi parla. Altrimenti non state partecipan­do. Ascoltate lasciando che quello che vi entra da un orecchio vi esca dall’altro, è quello che facciamo tutti. Ascoltare significa essere attenti. E se ascoltate realmente, con tutto il cuore, vedrete, capirete che cos’è la vita, un modo completamente diverso di vivere.

Stiamo esaminando il meccanismo del pensiero. Il meccanismo del pensiero si basa essenzialmente sul piacere, sul “mi piace” e “non mi piace”. Ma nel piacere c’è sempre dolore. È ovvio. Io non voglio il dolore, vorrei avere la perenne durata del piacere. Voglio sbaraz­zarmi del dolore. Ma per sbarazzarmi del dolore devo anche sbaraz­zarmi del piacere, le due cose non si possono dividere, sono una cosa sola. Così, comprendendo il pensiero, scopro che il principio di piacere può venire spezzato. Capite?

Il nostro pensiero è basato sul piacere. Anche se abbiamo provato molto dolore, non solo fisico ma interiore, molta sofferenza, mol­ta ansia, paura, terrore e disperazione, sono stati tutti il prodotto di questa esigenza di vivere e fondare tutti i nostri valori sul piacere. Ciò non significa che dobbiate vivere senza il piacere, né che dobbiate indulgere nel piacere. Ma comprendendo la struttura totale della mente e del cervello, che è profondamente basata sul piacere, sapremo come considerare il desiderio senza interferire con esso, e quindi mettere fine alla confusione e alla sofferenza che si producono prolungandolo. Giusto?

Il pensiero è meccanico. È come un ottimo computer. Ha impa­rato molte cose, ha fatto molte, molte esperienze, non solo indivi­duali, collettive, ma umane. È tanto conscio che inconscio. La coscienza nella sua totalità è il residuo, il meccanismo del pensiero. E questo pensiero non si basa solo sull’imitazione e il conformismo, ma sempre sul piacere. Mi conformo perché mi dà piacere; seguo una persona perché mi dà piacere; dico: “Sta sbagliando”, perché mi dà piacere. Quando dico: “È il mio paese, voglio morire per il mio paese”, è perché mi dà piacere, che a sua volta si fonda sul piacere più grande della sicurezza, e così via.

Quindi, il pensiero è meccanico. Non importa di chi sia un pensiero, compresi tutti i vostri guru, tutti i vostri insegnanti, tutti i vo­stri filosofi. Il pensiero è la risposta della memoria accumulata, e la memoria, se la indagate a fondo, si basa sul principio di piacere. Credete nell’atman, nell’anima, o in qualunque cosa crediate, ma se indagate a fondo vedrete che si tratta di piacere! Poiché la vita è così insicura, c’è la morte, c’è la paura, sperate che vi sia qualcosa di molto più profondo di tutto ciò, e gli date un nome. Questo vi dà un’immensa consolazione, e quella consolazione è piacere. Il pensie­ro, il meccanismo del pensare, per quanto complesso, sottile, per quanto originale lo crediate, si basa su questo principio.

Perciò dovete comprendere questo fatto, e potete comprenderlo solo se siete totalmente attenti. Se ascoltate con piena attenzione ciò che viene detto, ne coglierete immediatamente la verità o la falsità. Ma in questo non c’è niente di falso, perché riguarda la realtà dei fatti. Stiamo trattando con fatti, non con idee su cui possiamo dibat­tere o su cui avete la vostra opinione o l’opinione di un altro. Questi sono fatti, belli o brutti che siano. Per secoli abbiamo pensato e ci siamo detti: “Il pensiero può cambiare qualunque cosa”. Il pensiero è fondato sul piacere, la volontà è il prodotto del piacere, eppure di­ciamo: “Con la volontà cambieremo tutto”. Indagando, vedrete che non potete cambiare la più piccola cosa se non avete compreso il principio di piacere.

Se l’avete compreso, il conflitto cessa. Non dovete mettere volontariamente fine al conflitto, il conflitto cessa da sé, il che non significa trasformarsi in vegetali. Dovete comprendere il desiderio, osser­varlo in azione quotidianamente, e guardare l’interferenza del pensiero che conferisce al desiderio l’elemento temporale. Nell’esame e nella comprensione di ciò c’è una disciplina implicita. Osservate! Ascoltare quanto viene detto richiede disciplina, ascoltare non solo le parole ma interiormente, nel profondo, non attraverso un modello. L’atto stesso di ascoltare è una disciplina, non è così?

Quando la mente comprende la natura del piacere, del pensiero, del desiderio, questa stessa indagine reca con sé la disciplina. Perciò non si tratta più di indulgere o non indulgere, di dovere o non dovere: tutto ciò scompare. È come mangiare un cibo che vi provoca mal di stomaco. Se il piacere della gola è maggiore del mal di stomaco, continuerete a mangiare quel cibo e continuerete a dire: “Non devo mangiarlo”. Vi prendete in giro da voi stessi, ma continuate a man­giarlo. Ma quando il dolore si fa ancora più intenso, fate attenzione a ciò che mangiate. Se foste stati attenti al primo istante in cui avete sentito dolore, non ci sarebbe stato bisogno di tutto il conflitto tra piacere e dolore. Mi seguite?

Tutto ciò ci conduce al seguente punto: dobbiamo essere luce totale a noi stessi. Non lo siamo, ci appoggiamo ad altri. Ascoltando, vi appoggiate a chi parla perché vi dica che cosa fare. Ma se ascoltate molto attentamente, chi vi parla non vi dice più che cosa fare. Vi sta chiedendo di esaminare, vi sta dicendo come esaminare e che cosa l’esame implica. Esaminando con estrema attenzione, siete liberi da qualunque dipendenza e siete luce a voi stessi. Ciò significa che siete completamente unici.

Noi non siamo unici, noi siamo soli. Siete il prodotto di secoli e secoli di cultura, propaganda, influssi, clima, cibo, modo di vestire, di ciò che è stato detto e che non è stato detto, e così via. Perciò non siete unici. Siete un prodotto. Ma per essere luce a voi stessi dovete essere unici. Quando avete rifiutato l’intera struttura psicologica della società, del piacere, del conflitto, siete unici.

Questa unicità non è da temere, non è dolorosa. Solo quando c’è isolamento, quando c’è solitudine, allora c’è dolore, ansia, paura. L’unicità è completamente diversa, perché è la mente che si regge da sé, che non è influenzabile. Ciò significa che la mente ha compreso il principio di piacere e quindi niente può toccarla, niente: non l’adu­lazione, non la fama, e neppure le sue capacità e i suoi doni possono toccarla. E questa unicità è essenziale.

Quando guardate il tramonto con attenzione siete soli con voi stessi, non è vero? La bellezza è sempre unica, non in senso stupido, limitante. È una qualità della mente che è andata oltre la propagan­da, oltre le attrazioni e le avversioni personali, che non funziona più in base al piacere. La mente può percepire la bellezza solo nell’uni­cità. La mente deve giungere a quello stato straordinario in cui non è influenzabile, e quindi in cui si è liberata dal condizionamento am­bientale, dal condizionamento della tradizione, e così via. Solo una tale mente può procedere, nella sua unicità, a osservare e indagare che cosa sia il silenzio. Perché solo nel silenzio potete udire le civette gridare. Se state chiacchierando con i vostri problemi, e così via, non potrete mai udirle. Grazie al silenzio, voi udite. Grazie al silen­zio, voi agite. E l’azione è vita.

Quando capite il desiderio, il piacere e il pensiero, vi siete sba­razzati di qualunque autorità, perché l’autorità di qualunque tipo, interna o esterna, non vi ha portato da nessuna parte. Dentro di voi avete perso ogni fede in qualunque autorità, perciò non vi appoggiate più su nessuno. Così, attraverso il vostro esame del pensiero e del piacere, siete diventati unici. Essere unici implica il silenzio, non po­tete esserlo se non siete in silenzio. Da questo silenzio nasce l’azione, ma ciò richiede un ulteriore esame.

Per noi l’azione si basa su un’idea, un principio, un credo, un dogma, e in dipendenza di quell’idea io agisco. Se riesco ad avvicinare l’a­zione alla mia idea, mi ritengo una persona molto sincera, una persona nobile. Ma c’è sempre una differenza tra idea e azione, e di qui il con­flitto. Quando c’è conflitto, di qualunque tipo, non c’è chiarezza. All’esterno potreste agire davvero santamente, condurre una cosiddetta vita semplice, il che significa un perizoma e un unico pasto. Ma questa non è una vita semplice. Una vita semplice è molto più esigente e mol­to più profonda. Una vita semplice è una vita in cui non c’è conflitto.

Il silenzio viene perché c’è unicità, ed è un silenzio oltre la coscienza. La coscienza è piacere, pensiero, e tutto il loro meccanismo, conscio o inconscio. In questo campo non può mai esservi silenzio, e quindi qualunque azione in questo campo causerà sempre confusio­ne, porterà sempre sofferenza, creerà sempre infelicità.

Solo quando l’azione nasce dal silenzio, la sofferenza finisce. Se la mente non è completamente libera dalla sofferenza, personale o di altro tipo, vive nell’oscurità, nella paura e nell’ansia. Quindi, qualunque sia la sua azione ci sarà sempre confusione, e qualunque sia la sua scelta produrrà sempre conflitto. Ma quando si comprende tutto ciò c’è silenzio, e dove c’è silenzio c’è azione. Il silenzio in se stesso è azione, non il silenzio e poi l’azione. Forse non vi è mai accaduto di essere totalmente silenziosi. Se siete silenziosi, potete parlare a partire da quel silenzio, anche se avete i vostri ricordi, le vo­stre esperienze e conoscenze. Se non aveste conoscenze, non sapreste neppure parlare. Ma quando c’è silenzio, a partire da quel silen­zio c’è azione, e quell’azione non è mai complicata, mai confusa, mai contraddittoria.

Quando si è compreso il principio di piacere, il pensiero, l’uni­cità e questo vuoto del silenzio, quando ci si è spinti sin là, non in termini di tempo ma di immediatezza, allora, poiché c’è totale atten­zione, c’è un atto di silenzio in cui c’è totale inattività, e questa inatt­ività è azione. Essendo totalmente inattiva, c’è un’esplosione. Solo quando c’è una totale esplosione può avvenire qualcosa di nuovo; nuovo, cioè non basato sul riconoscimento e quindi non sperimentabile. Quindi non si tratta di: “Io faccio esperienza, e voi venite a im­parare da me come fare esperienza”.

Tutto avviene naturalmente, con facilità, quando comprendiamo il. fenomeno dell’esistenza, che è rapporto. Il rapporto è, per la mag­gior parte di noi, confusione, infelicità; e per portarvi un profondo ed enorme mutamento, un radicale cambiamento, bisogna compren­dere il desiderio, il piacere, il pensiero e anche la natura dell’unicità. Da ciò viene il silenzio. E quel silenzio, essendo totalmente inattivo, agisce quando viene richiesto di agire; e poiché è completamente inattivo, privo di qualunque movimento, avviene un’esplosione. Gli scienziati affermano che le galassie si formano quando la materia cessa il suo moto e avviene un’esplosione. Solo con un’esplosione la nuova mente, la mente davvero religiosa, viene in essere. E solo una mente religiosa può risolvere i problemi dell’umanità.

Dalla stesura autenticata del sesto discorso pubblico tenuto a Madras il 9 gennaio 1966, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation of America.

16. Rishi Valley, 8 novembre 1967

Che cos’è l’amore? È possibile comprenderlo verbalmente e intellettualmente, o è qualcosa che non si può mettere in parole? Che cos’è ciò che tutti chiamiamo amore? L’amore è sentimento? L’amore è emozione? Si può dividere in amore divino e amore umano? C’è amore quando c’è gelosia, odio o spinta competitiva? C’è amore quando ciascuno cerca la propria sicurezza, tanto psicologica che esterna, mondana? Non siate subito d’accordo o in disaccordo, perché tutti ci siete coinvolti. Non stiamo parlando dell’amore in astrat­to: un’idea astratta dell’amore non ha nessun valore. Voi e io possia­mo avere moltissime teorie al proposito, ma che cos’è in realtà ciò che chiamiamo amore?

C’è il piacere, il piacere sessuale, in cui c’è gelosia, possesso, domi­nio, desiderio di possedere, di avere, di controllare, di interferire con ciò che pensa l’altro. Conoscendo la complessità di tutto questo, di­ciamo che deve esserci un amore divino, bello, immacolato, puro; vi meditiamo sopra, entriamo in un atteggiamento devozionale, sentimentale, emotivo, e siamo perduti. Non riuscendo a capire questo fatto umano chiamato amore, ci rifugiamo in astrazioni che non hanno assolutamente nessun valore. È vero? Quindi, che cos’è l’amore? È piacere e desiderio? L’amore è per una persona sola, e non per molte?

Per comprendere questa domanda, che cos’è l’amore, dobbiamo esaminare il problema del piacere, il piacere sessuale o il piacere di dominare l’altro, di controllare o di annullare l’altro; e se l’amore è per una persona sola, negando l’amore per un altro. Dire: “Ti amo”, esclude l’amore per gli altri? L’amore è personale o impersonale? Pensiamo che, se amiamo una persona, non possiamo amare tutti, e se amiamo l’umanità non possiamo amare una persona specifica. Tutto ciò non significa che nutriamo delle idee su ciò che l’amore dovrebbe essere? È sempre il modello, il codice sviluppato dalla cul­tura in cui viviamo, o il modello che ciascuno ha coltivato da sé. Così, le idee sull’amore diventano molto più importanti del fatto; coltiviamo idee su che cos’è l’amore, su che cosa dovrebbe essere, su che cosa non è. I santi delle varie religioni, sfortunatamente per l’uma­nità, hanno deciso che amare una donna è completamente sbagliato: non potete assolutamente avvicinarvi alla loro idea di Dio se amate una persona. Il sesso è tabù, i santi l’hanno bandito, ma in genere ne sono divorati. Quindi, per esaminare che cosa sia l’amore, occorre anzitutto mettere da parte tutte le idee, tutte le ideologie che lo ri­guardano, come dovrebbe essere o come non dovrebbe essere, e la divisione tra divino e non divino. Siamo in grado di farlo?

Siamo in grado, non come reazione ma perché comprendiamo l’intero processo della divisione tra l’idea e il fatto, di mettere da parte l’idea e guardare il fatto reale, la realtà? Altrimenti, questa divisione tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è diventa il modo più falso di affrontare la vita. La Gita, la Bibbia, Gesù Cristo, Krishna, tutti costoro, tutti i libri, dicono: “Devi, devi, devi”. Mettete com­pletamente via tutto ciò; sono tutte idee, ideologie. Così potremo guardare la realtà. Allora vedremo che né l’emozione né il sentimen­to hanno parte là dove è chiamato in causa l’amore. Il sentimentalismo e l’emozione sono semplici reazioni di attrazione e repulsione. Mi piaci, e mi appassiono tremendamente a te. Mi piace questo luo­go, il che implica che non mi piace un altro luogo, e così via. Perciò, sentimento ed emozione generano crudeltà. L’avete mai notato? L’identificazione con uno straccio chiamato bandiera nazionale è un fattore emotivo e sentimentale, e per questo fattore siete disposti a uccidere. Prende il nome di amore per la vostra patria, amore per il vostro popolo. Ma si può osservare che, dove intervengono il sentimento e l’emozione, non c’è amore. Sono l’emozione e il sentimento che causano la crudeltà del “mi piace” e “non mi piace”. Si può inol­tre osservare che dove c’è gelosia non c’è amore. È così ovvio! Sono invidioso di voi perché avete una posizione migliore, un lavoro migliore, una casa migliore; avete un aspetto migliore, siete più intelli­genti, più pronti, e io sono geloso di voi. Anche se non ve lo dico, competo con voi, che è una forma di gelosia, di invidia. L’invidia e la gelosia non sono amore, perciò li spazzo via. Non sto parlando di come fare per spazzarli via continuando nel contempo a essere invi­dioso. Li spazzo via realmente, come la pioggia toglie la polvere di molti giorni da una foglia; li tolgo, semplicemente.

L’amore è piacere, desiderio, sesso? Osservate tutti gli elementi implicati. L’amore è piacere? Sapete quanto la parola amore sia abu­sata: “Amo il mio paese, amo quel libro, amo questa valle, amo il mio re, amo mia moglie, amo Dio”. Che carico pesante sopporta. Possia­mo liberare questa parola, dato che dobbiamo usarla, dalle incrosta­zioni di secoli? Possiamo farlo solo esaminando a fondo la domanda: l’amore è piacere e desiderio? Abbiamo detto che il comportamento si fonda sul principio di piacere; anche sacrificarci si basa sul piacere. Lo notate in tutti gli aspetti della vita. Ci comportiamo in un certo modo perché, essenzialmente, ci piace. E diciamo, se non vi abbiamo riflettuto un granché, che l’amore è piacere. Ora cerchiamo di capire se l’amore va al di là del piacere e se quindi include il piacere.

Che cos’è il piacere? Dal luogo in cui sono seduto vedo, attraver­so un’apertura tra gli alberi, una collina con in cima una roccia. È un po’ come il paesaggio italiano, con un castello e un villaggio in cima alla collina. Vedo dei fiori con le foglie che brillano alla luce del sole. È una grande gioia, un grande piacere. Non è così? Questo sce­nario è davvero bellissimo. C’è la sua percezione, e nella percezione un’immensa gioia. Questo è piacere, non è vero? Che cos’ha di sba­gliato? Guardo, e la mente dice: “Che bello! Vorrei poterlo vedere per sempre, non vivere in una sudicia città, ma vivere qui in pace senza far niente”. Voglio la ripetizione di tutto ciò, e domani ritor­nerò a sedermi qui, che voi ci siate o no, e lo guarderò di nuovo, perché l’ho goduto ieri e voglio goderlo anche oggi. Quindi, nella ri­petizione c’è piacere. Giusto? Ieri c’è stato il piacere sessuale, e vo­glio ripeterlo oggi e domani. Giusto? Guardo la collina, gli alberi, i fiori, e in quel momento c’è una gioia totale, la gioia di una grande bellezza. Che cosa c’è di sbagliato in questo? Non c’è niente di sba­gliato, ma quando il pensiero interviene a dire: “Per Giove, che me­raviglia! Voglio ripeterla”, questa ripetizione è l’inizio del desiderio, la ricerca del piacere, del domani. Così il piacere del domani diventa meccanico. Il pensiero è sempre meccanico, ricrea un’immagine di quella collina, di quei fiori; ne costruisce il ricordo, e il piacere che ho provato deve essere ripetuto. Quella ripetizione è la continuità del desiderio rafforzata dal pensiero. Diciamo: “L’amore è piacere, l’amore è desiderio”, ma lo è davvero? L’amore è un prodotto del pensiero? Prodotto del pensiero è la continuità del desiderio come piacere. Il pensiero ha prodotto questo piacere ripensando a ciò che è stato piacevole ieri, e che voglio ripetere oggi.

L’amore è quindi durata del pensiero, o il pensiero non ha niente a che fare con l’amore? Potremmo rispondere che il pensiero non ha assolutamente niente a che fare con l’amore, ma possiamo affermarlo realmente solo quando abbiamo compreso il problema globale del piacere, del desiderio, del tempo e del pensiero, il che significa che c’è libertà. Nella libertà, l’azione può essere soltanto immediata. Osservate: il comportamento ripetitivo, il comportamento che segue un modello, causa non solo rapporti meccanici e ripetitivi, ma disor­dine. In ciò agisce il fattore tempo. Ci stiamo domandando se esiste un comportamento, una condotta, totalmente liberi, attimo dopo attimo, istante per istante. Solo in un comportamento completo mo­mento per momento c’è virtù, senza continuità di ieri e domani.

La libertà è nel momento dell’azione, che è comportamento non legato allo ieri o al domani. Guardatelo in un altro modo: l’amore ha radici nello ieri o nel domani? Ciò che ha radici nello ieri è il pensie­ro. Il pensiero è la risposta della memoria, e se l’amore è soltanto memoria, ovviamente non è la cosa vera. Se vi amo perché ieri siete stati gentili con me, o se non vi amo perché ieri non mi avete dato la possibilità di fare una certa cosa, questa è una forma di pensiero, che accetta e rifiuta.

Esiste un amore che non abbia emozione e sentimento, che non appartenga al tempo? Non è un problema teorico ma concreto, se lo affrontate realmente. Allora scoprirete che l’amore è sia personale sia impersonale, sia per uno solo sia per tanti. È come un fiore profumato, potete odorarlo o ignorarlo. Ma il fiore è li per tutti, e per chi si dà pena di odorarlo profondamente e guardarlo, è una grande gioia.

Se lo desiderate, possiamo parlare ancora di questo punto, fare domande ed esaminarlo più in profondità.

Domanda: Quando c’è conflitto causato da pressioni, è impossi­bile vivere uno stato in cui l’amore è impersonale. In quello stato la parola amore scompare, per dire così, e ne usiamo altre. Possiamo discutere questo punto?

Krishnamurti: Quando non c’è conflitto nell’amore, che in questo caso è impersonale, lo chiameremo con un altro nome? Vede, stiamo usando di nuovo la parola conflitto. Quando nasce il conflitto nell’a­more? È una domanda che spaventa, non è vero? Lo capisce? È un’affermazione spaventosa dire che nell’amore c’è conflitto. Tutti i nostri rapporti umani sono conflitto, con nostra moglie, nostro marito, i nostri vicini, e così via. Perché c’è conflitto tra due esseri umani, tra moglie e marito, eccetera, nel rapporto che chiamiamo amore? Perché? Che cosa significa la parola rapporto, che cosa significa “essere in rapporto”? Sono in rapporto con voi, il che significa che vi posso toccare, fisicamente o mentalmente. Ci incontriamo, non ci sono bar­riere tra noi, c’è immediato contatto, come in questo momento posso toccare questo microfono. Ma nei rapporti umani non c’è questo contatto immediato, perché il marito ha un’immagine della moglie, e la moglie del marito. Non avete forse un’immagine di chi vi sta parlan­do? Certamente sì. Altrimenti, molti di voi non lo ascolterebbero. Così siete in rapporto con l’immagine, e se questa immagine non si accorda col vostro modello, dite: “Non è la persona giusta”. Così non avete nessun vero contatto con chi vi parla. Siete in contatto con l’im­magine che voi stessi avete creato della persona che vi parla, esattamente come avete un’immagine di vostra moglie e vostro marito, e il contatto, il rapporto tra queste due immagini è ciò che chiamate rapporto. Il conflitto è tra queste due immagini, e finché le immagini sus­sistono ci sarà conflitto. Ma se non c’è nessuna immagine, il che è un fatto straordinario che merita di essere esaminato a fondo, molto a fondo, se non c’è assolutamente immagine, non c’è conflitto. Se voi non avete nessuna immagine di me, e io non ho nessuna immagine di voi, allora possiamo incontrarci. Ma se perseverate nell’idea che io sono uno straniero e voi siete induisti dogmatici imbevuti di tradizione, diventa impossibile. Dove c’è amore non c’è conflitto, perché l’amore non ha immagini. L’amore non crea immagini perché l’amore non è toccato dal pensiero. L’amore non appartiene al tempo.

Come lei ha sottolineato, siamo schiavi delle parole, così come siamo schiavi delle immagini, dei simboli. La parola, il simbolo, non la realtà, e per scoprire la realtà, per vedere la realtà, dobbiamo es­sere liberi dalle parole e dai simboli.

Domanda: Ci può essere spontaneità in amore?

Krishnamurti: Non so che cosa lei intenda con le parole amore e spontaneo. Siamo mai spontanei? Esiste l’essere spontanei? Siete mai stati spon­tanei? Lei lo è stato? Aspetti, non dica subito di sì o di no. Conside­ri che cosa implica questa parola. Essere spontanei significa non essere mai stati condizionati, non reagire, non venire influenzati; significa essere realmente un essere umano libero, privo di rabbia, di odio, senza finalità. Lei è libero in questi termini? Perché solo così possiamo dire: “Sono spontaneo”. Essere davvero spontanei implica non soltanto la comprensione della coscienza superficiale, ma anche i livelli più profondi della coscienza, perché qualunque coscienza è un comportamento legato a un modello. Qualunque azione entro lo spazio della coscienza è limitata, e quindi non è un’azione libera, spontanea.

Dalla stesura autenticata del secondo discorso pubblico tenuto a Rishi Valley l’8 novembre 1967, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation of America.

17. Claremont College, California, 17 novembre 1968

Non ci stiamo occupando di astrazioni, di ideali, che in ogni caso sono idioti, ma davvero di ciò “che è”, ovvero la nostra vita. Che cos’è la nostra vita? Se la osservate, dal momento in cui nasciamo a quello in cui moriamo c’è una continua lotta, una continua battaglia, con grandi piaceri, grandi paure, disperazione, solitudine, totale mancanza d’amore, noia, ripetizione, routine. Questa è la nostra vi­ta: passare quarant’anni in un ufficio o in fabbrica, fare la casalinga, la fatica, la monotonia, la noia di tutto ciò, il piacere sessuale, la ge­losia, l’invidia, la mancanza di successo e l’adorazione del successo. Questa è la nostra vita tormentata di ogni giorno, se siete davvero seri e osservate la realtà dei fatti; ma se cercate soltanto distrazioni in varie forme, che sia la chiesa o un campo di calcio, anche la di­strazione ha i suoi dolori, i suoi problemi. E una mente superficiale trova davvero una fuga attraverso la chiesa o il campo di calcio. Ma noi non ci stiamo occupando della mente superficiale, che in realtà non prova nessun interesse. La vita è una cosa seria, e in questa se­rietà c’è una grande risata. Solo la mente seria vive davvero e può ri­solvere l’immenso problema dell’esistenza.

Lo spiegherò brevemente, e spero che sia chiaro. Veniamo condi­zionati ad accettare l’invidia, e invidia significa misurazione, parago­ne. Uno è brillante, intelligente, ha successo, viene applaudito; l’al­tro, io, non lo è. Attraverso il paragone, attraverso la misurazione, l’invidia viene coltivata sin dall’infanzia. C’è l’invidia come oggetto, come qualcosa all’esterno di noi. Essendo invidiosi la osserviamo, e l’invidia diventa l’osservatore; non c’è divisione tra osservatore e osservato. L’osservatore è l’invidia. Vi prego di seguire. E comprendere. L’osservatore non può fare assolutamente niente riguardo all’invi­dia, perché lui stesso è la causa e l’effetto, che è l’invidia. Quindi, ciò “che è”, ovvero la nostra vita quotidiana, con tutti i suoi problemi, paura, invidia, gelosia, profonda disperazione, solitudine, non è qualcosa di diverso dall’osservatore che dice: “Sono solo”. L’osservatore è solo, l’osservatore è invidia, è paura. Giusto? Quindi l’osservatore non può fare assolutamente niente riguardo a ciò “che è”, il che non significa che accetta ciò “che è”, non significa che si accontenta di ciò “che è”. Ma se non c’è conflitto con ciò “che è”, se non c’è conflitto causato dalla divisione tra osservatore e osservato, se non c’è resistenza a ciò “che è”, scoprirete una totale trasformazione. Questa è meditazione: scoprire da se stessi l’intero problema dell’osservatore, la struttura e la natura dell’osservatore, che siete voi stessi. E l’osser­vatore è l’osservato, che è parte di voi. Comprendere questa totalità, questa unità, è meditazione, in cui non c’è nessun tipo di conflitto. E quindi c’è la dissoluzione, l’andare oltre ciò “che è”.

Dalla trascrizione del terzo discorso pubblico tenuto al Claremont College, California, il 17 novembre 1968, in Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1992, Krishnamurti Foun­dation Trust, Ltd.

18. Rishi Valley, 28 gennaio 1971 – da “Tradizione e rivoluzione”

Krishnamurti: Che cosa significa per lei rapporto?

Domanda: Essere in comunicazione.

Krishnamurti: Che cosa significa per lei rapporto? Quando lei guarda me, quando guarda una donna, in che modo è in rapporto con me, con quella donna? Siete in rapporto?

Domanda: Credo di sì.

Krishnamurti: Esaminiamolo. Io guardo lei, lei guarda me. Qual è il nostro rapporto? C’è un altro rapporto al di là di quello verbale?

Domanda: C’è il senso del rapporto quando c’è movimento verso qualcosa,

Krishnamurti: Se entrambi ci muoviamo verso un ideale, se andiamo assieme verso un punto, è rapporto? Ci può essere rapporto se entrambi siamo isolati?

Domanda: La sua prima domanda è stata: ci può essere rapporto se c’è un centro?

Krishnamurti: Se ho eretto un muro attorno a me stesso, consciamente o inconsciamente, un muro di resistenza, di protezione per sentirmi sicuro, per non venire ferito, per essere in salvo, ci può essere un qualsiasi rapporto? Osservi bene. Ho paura, perché sono stato ferito fisicamente e psicologicamente, tutto il mio essere è ferito, e non vo­glio essere ferito mai più. Mi costruisco attorno un muro di resisten­za, di difesa, di “io so, tu non sai”, per sentirmi al sicuro da ulteriori ferite. Dov’è il mio rapporto con lei? C’è forse qualche rapporto?

Domanda: Che cosa intende con rapporto nella normale vita quotidiana?

Krishnamurti: Perché lo chiede a me? Osservi se stesso. Nella sua normale vita quotidiana, che cosa accade? C’è l’andare in ufficio, l’essere oppressi, offesi da qualcuno più in alto. Questo è il suo rapporto. Poi torna a casa con il suo orgoglio ferito, sua moglie le dice che lei è questo e quest’altro, lei si ritrae ancora di più, e poi dorme con sua moglie. È in rapporto?

Domanda (1): Ciò significa che quando c’è un centro non c’è assolutamente rapporto.

Domanda (2): C’è il normale affetto.

Krishnamurti: C’è affetto se ho creato questo muro di resistenze, questo recinto in cui vivo? Che affetto ho per lei? Sono educato, mantengo le distanze, sono sempre al di qua del mio muro.

Domanda (1): Anche nella vita di una persona ordinaria ci sono rapporti che non hanno sempre un muro in mezzo.

Domanda (2): Lei dice che non c’è rapporto. Il fatto è che sono in rapporto in questo modo a causa di un senso di impegno. C’è impegno l’uno verso l’altro. Non agisco nel mio interesse, ma solo nell’interesse dell’altro.

Krishnamurti: Lei dice di agire nell’interesse dell’altro. È davvero così? Se­guo un capo che vuole rivoluzionare la società, internamente ed esteriormente, lo seguo e gli obbedisco. Mi impegno in una linea d’azione che entrambi, il capo e io, abbiamo riconosciuto come ne­cessaria. C’è un rapporto tra me e il capo che lavora per lo stesso scopo? Che cosa significa rapporto? Essere in contatto, in stretta vi­cinanza?

Domanda: Il punto cruciale di quel rapporto è l’utilità.

Krishnamurti: Il nostro rapporto si basa su un rapporto utilitaristico.

Domanda: Se si applica questo metro di giudizio, capisco che non c’è rapporto.

Krishnamurti: Non ha risposto al problema più profondo: sinché c’è un osservatore che si impegna in una linea d’azione, c’è rapporto tra lei e me?

Domanda: Allora il rapporto è solo un’idea?

Krishnamurti: Un’idea, una formula, un modello, uno scopo, un principio, un’utopia su cui entrambi siamo d’accordo; ma è rapporto?

Domanda: Non c’è mai rapporto tra due persone?

Krishnamurti: È davvero un problema enorme. Come ho già detto, qual è il rapporto tra un pensiero e un altro, tra un’azione e un’altra? Oppu­re l’azione è un continuo movimento, e quindi nell’azione non c’è al­cun collegamento, e perciò nessuna azione è collegata a un’altra? Osservi: sono in rapporto quando guardo un albero? Il rapporto è la distanza tra me in quanto osservatore e l’albero. La distanza può andare da un metro e mezzo a un centinaio di metri, ma dove c’è una distanza tra osservatore e osservato, c’è qualche possibilità di rapporto? Quando mi sposo e costruisco un’immagine di mia moglie, e mia moglie si crea un’immagine di me, l’immagine è il fattore della distanza. Ho qualche rapporto con mia moglie, salvo quelli fisici? Possiamo collaborare per fare qualcosa assieme. Fare qualcosa ci tiene assieme, ma io ho le mie preoccupazioni e lei i suoi tormenti. La­voriamo insieme, ma siamo in rapporto, anche se stiamo lavorando insieme per un’idea?

Domanda: Ho capito il punto del lavorare insieme, ma l’altro no.

Krishnamurti: Solo un attimo. Per costruire un missile, credo che occorrano centinaia di migliaia di persone, ognuna delle quali mette le sue conoscenze tecnologiche per creare un meccanismo perfetto. Insie­me costruiscono un missile perfetto, ognuno mette da parte le pro­prie manie, ed ecco quella che viene chiamata cooperazione. Ma è cooperazione? Lei e io costruiamo assieme una casa. Abbiamo uno scopo comune, ma lei e io siamo esseri umani separati. È cooperazione? Quando guardo un albero, c’è una distanza tra me e l’albero, e quindi non sono in rapporto con l’albero. Quella distan­za non è creata dallo spazio fisico, è creata dalla conoscenza. Che cos’è quindi il rapporto, che cos’è la cooperazione, qual è il fattore di divisione?

Domanda: L’immagine, che in un modo o nell’altro divide.

Krishnamurti: Piano, piano. C’è un albero. Lo guardo. La distanza fisica tra me e l’albero può essere di pochi metri, ma la vera distanza tra me e l’albero è molto maggiore. Anche se lo guardo, i miei occhi, la mente, il cuore, tutto è molto, molto distante. Una distanza incalcolabile.

Allo stesso modo guardo mia moglie e sono così lontano. Allo stesso modo sono molto distante nell’azione comune.

Domanda: È la parola, l’immagine, che interferisce?

Krishnamurti: Lo stiamo appunto indagando. C’è la parola, l’immagine, e lo scopo verso il quale entrambi cooperiamo. Ciò che divide è lo sco­po. Ciò che sta dividendo lei e me è lo scopo.

Domanda: Non c’è nessuno scopo rispetto all’albero.

Krishnamurti: Rimaniamo qui, non corriamo. Pensiamo che lavorare per uno scopo comune ci abbia messo in contatto. In realtà, lo scopo ci separa.

Domanda: Non è vero. Come può dire che lo scopo ci separa?

Krishnamurti: Non so, forse sbaglio. Stiamo investigando. Lei e io abbiamo uno scopo, lavoriamo insieme.

Domanda: un problema collegato al diventare?

Krishnamurti: Vediamo. Affermo che gli scopi dividono le persone. Uno scopo non unisce le persone. Il suo scopo e il mio sono separati, ci hanno diviso. È lo scopo stesso che ci ha diviso, non la cooperazio­ne, che è irrilevante rispetto allo scopo.

Domanda: A me è chiara una cosa: quando due persone si associano per godere di qualcosa, è diverso.

Krishnamurti: No. Quando due persone si associano per affetto, amore, gioia, qual è l’azione che non è divisibile, che non divide? Io amo lei, lei ama me: qual è l’azione di questo amore? È uno scopo? Qual è l’azione tra due persone che amano?

Domanda: Se due persone si uniscono per affetto si può produrre un ri­sultato, ma non si sono associate in vista del risultato. Quindi, in un’unione di questo tipo non c’è divisione. Se invece due persone si associano con uno scopo, allora c’è un fattore divisivo.

Krishnamurti: Abbiamo fatto una scoperta. Indaghiamo in profondità. Vedo che quando le persone si uniscono per affetto, quando non c’è uno scopo, un fine, un’utopia, allora non c’è divisione. Lo status scont­pare, e c’è solo la funzione. Allora pulirò il giardino perché ciò fa parte dei bisogni del luogo.

Domanda: Per amore del luogo.

Krishnamurti: No, amore, non amore del luogo. Vede dove sbagliamo. Gli scopi dividono le persone, e uno scopo è una formula, uno scopo è un ideale. Voglio capire che cosa implica. Vedo che finché ho uno scopo, un fine, un principio, un’utopia, quello stesso scopo, quello stesso principio divide le persone. Così, è finita. Perciò mi chiedo: come posso vivere, lavorare con lei senza uno scopo?

Capisco che rapporto significa essere in stretto contatto, di modo che non vi sia distanza tra i due. Giusto? E vedo che nel rapporto tra l’albero e me stesso, tra il fiore e me stesso, tra mia moglie e me stesso, c’è una distanza fisica e una distanza psicologica ancora più grande. Perciò capisco che non sono affatto in rapporto.

Che cosa farò? Mi dico: “Identificati con l’albero”, “Consacrati alla famiglia”, “Dedica te stesso, rinnega te stesso in nome dello sco­po e lavora in comune”. Tutti gli intellettuali dicono: “Lo scopo è più importante della persona, il tutto è più grande dell’individuo, perciò impegnatevi, coinvolgetevi completamente con vostra moglie, con l’albero, con il mondo”.

Che cosa farò? Amo la natura. Mi consegno al mondo della natu­ra, alla famiglia, all’idea che dobbiamo lavorare tutti assieme per uno scopo. Ma facendo così, che cosa accade?

Domanda: Mi isolo.

Krishnamurti: No. Osservi che cosa accade.

Domanda: Il fatto è che non sono in rapporto. Lotto per costruire un rapporto, per riempire il vuoto tra pensiero e pensiero. Devo riem­pire questo vuoto tra un pensiero e l’altro perché, se non lo faccio, mi sento completamente isolato. Mi sento perduto.

Krishnamurti: Questo è solo un aspetto. Indaghi ancora più a fondo. Che cosa accade alla mia mente quando lotta per dedicarsi a qualunque cosa, alla famiglia, alla natura, alla bellezza, al lavoro comune?

Domanda: Accade che c’è molto conflitto.

Krishnamurti: Capisco, come qualcuno ha già sottolineato, che non sono in rapporto con niente. Sono giunto a questo punto. Non essendo in rapporto con niente voglio essere in rapporto; perciò dedico me stesso, mi faccio coinvolgere nell’azione, eppure l’isolamento conti­nua. Ma che cosa avviene nella mia mente?

Domanda (1): La morte.

Domanda (2): Una continua lotta.

Krishnamurti: Vedete che siamo sempre allo stesso punto. Non sono in rapporto, e quindi cerco di esserlo, cerco di identificarmi in un’azione. Ma che cosa avviene nella mente? Mi muovo verso un impegno peri­ferico. Che cosa accade alla mia mente quando si muove sempre verso l’esterno?

Domanda (1): La mente si rafforza.

Domanda (2): Sto scappando da me stesso.

Krishnamurti: Il che significa? Esamini attentamente. La natura diventa molto importante, la famiglia diventa molto importante, l’azione a cui ho dedicato completamente me stesso diventa totalmente importante, e a me che cosa è accaduto? Ho proiettato tutto all’esterno. E che cosa accade alla mente che ha proiettato all’esterno tutto il mo­vimento del rapporto? Che cosa accade alla vostra mente quando è tutta occupata dall’esterno, dalla periferia?

Domanda: Perde tutta la sua sensibilità.

Krishnamurti: Osservi ciò che avviene dentro di lei. In reazione a questa esteriorizzazione, lei si ritira, diventa un monaco. Che cosa avviene alla mente che si ritira?

Domanda: Non sono più capace di spontaneità.

Krishnamurti: Troverà la risposta se guarda dentro. Che cosa accade alla sua mente quando lei si ritira e quando si coinvolge? Che cosa accade quando lei si ritrae nelle sue stesse conclusioni? È un altro mondo. Al posto di un mondo ne crea un altro, che chiama mondo interiore.

Domanda: La mente non è libera.

Krishnamurti: È questo che accade alla sua mente?

Domanda: E sempre coinvolta.

Krishnamurti: La mente è coinvolta nei fenomeni esterni, e la reazione a ciò e il coinvolgimento nell’interiore, il ritiro. L’impegno interiore e la nozione del suo mondo immaginario, il suo mondo di esperienze mistiche. Che cosa accade alla mente che si comporta così?

Domanda: È occupata.

Krishnamurti: È questo che avviene? La signora dice che è occupata. È tutto qui? Metteteci del fegato. La mente esteriorizzala sua attività, poi si ritira e agisce. Che cosa accade alla qualità della mente, al cervello che si ritira e si esteriorizza?

Domanda (1): Non affronta i fatti.

Domanda (2): C’è molta paura, diventa ottusa.

Domanda (3): Non è libera di guardare.

Krishnamurti: Avete mai osservato la vostra mente quando esteriorizza qualunque azione esterna e qualunque azione interna? È lo stesso movimento: l’esterno e l’interno. È come la marea, che si ritira e ritorna. Semplicissimo, no? Che cosa accade alla mente che esce e rientra?

Domanda: Diventa meccanica.

Krishnamurti: È una mente che non ha nessuna saldezza, totalmente instabi­le, una mente che non ha nessun ordine. Diventa nevrotica, squili­brata, sproporzionata, disarmonica, distruttiva, perché non c’è nes­suna stabilità nel suo movimento.

Domanda: È irrequieta.

Krishnamurti: Quindi non ha stabilità. Allora, che cosa accade? inventa un’altra azione esterna, oppure si ritira. Ma il cervello esige ordine, e ordine significa stabilità. Tenta di trovare l’ordine all’esterno, nel rapporto, e non lo trova; si ritrae, e cerca di trovare l’ordine all’in­terno, ingabbiato di nuovo nello stesso processo. Non è un fatto?

La mente cerca di trovare stabilità nell’azione cooperativa riguar­do a qualcosa. La mente cerca di trovare stabilità nella famiglia, nell’impegno, ma non trovandolo trasferisce, cerca il rapporto con la natura, diventa fantasiosa, romantica, il che crea di nuovo instabi­lità. Si ritrae in un mondo di infinite conclusioni, utopie, speranze, ma anche qui non c’è stabilità, perciò inventa un ordine al riguardo. La mente instabile, ristretta, non radicata in niente, si perde. È que­sto che accade anche a voi?

Domanda: Questo spiega il culto del bello.

Krishnamurti: Culto del bello, culto del brutto, culto degli hippie. È questo che accade alla vostra mente? Attenti, non accettate ciò che dico io.

Una mente che non è stabile, nel senso che non è ferma, radicata profondamente nell’ordine, non un ordine inventato, perché un ordine inventato è qualcosa di morto, questa mente è la mente più di­struttiva. Passa dal comunismo al guru, allo Yoga Vashista, a Rama­na Maharishi, e indietro di nuovo. È impigliata nel culto del bello, nel culto del brutto, nel culto della devozione, della meditazione, e così via.

Com’è una mente completamente ferma? L’azione che parte da questa saldezza è totalmente diversa. Scopritene la bellezza.

Domanda: Ma così la mente è in un vicolo cieco.

Krishnamurti: No. Mi chiedo: com’è una mente completamente ferma? Non stabilità nel senso di rigidità, ma una stabilità duttile. Una mente perfettamente stabile, ferma, profonda, ha le radici nell’infinito. Com’è possibile? E quale diventa il rapporto con l’albero, con la famiglia, con l’impegno?

Capisco che la mia mente è instabile, e capisco che cosa implica. Ora lo vedo da me, ho compreso da me che questo movimento na­sce dall’instabilità. Lo so, e quindi lo nego. E chiedo: che cos’è la stabilità? Conosco l’instabilità, con tutte le sue attività, con tutta la sua distruzione, e se la elimino completamente, che cos’è la stabi­lità? Ho cercato la stabilità nella famiglia, nel lavoro, e l’ho cercata interiormente nel ritrarmi, nell’esperienza, nella conoscenza, nelle mie capacità, in Dio. Capisco che non so che cosa sia la stabilità. Il non sapere è la cosa stabile.

Chi dice: “Io so”, e quindi: “Io sono stabile”, ci ha condotti in questo caos; coloro che dicono: “Noi siamo i prescelti”. Il grande numero di maestri, di guru, che hanno detto: “Io so”.

Rifiutando tutto ciò, affidatevi a voi stessi. Abbiate fiducia in voi stessi. Quando la mente si sbarazza di tutto ciò, quando ha conosciuto ciò che non è stabile e ha compreso che non può sapere che la vera stabilità, avviene un movimento di flessibilità, di armo­nia, perché la mente non sa. La realtà di non sapere è l’unico fattore da cui si può partire. Questa verità è stabilità. Una mente che non sa è in uno stato di apprendimento. Nel momento stesso in cui dico che ho imparato, ho fermato l’apprendere, e questo arresto è la stabilità della divisione.

Quindi, non so. La verità è che non so. Questo è tutto. Ma vi dà la qualità dell’apprendere, e nell’apprendere c’è stabilità. La stabilità “io sto imparando”, non “io ho imparato”. Osservatene gli effetti nella mente. Toglie ogni peso alla mente, e questa è libertà: la libertà di non sapere. Sentitene la bellezza: non sapere, e quindi libertà. Invece, che cosa accade al cervello che funziona in base al conoscere? Perché è questo il suo funzionamento, non è vero? Funzionare in base ai ricordi. La mente ha trovato nella conoscenza un’enorme si­curezza, e biologicamente questa sicurezza è necessaria, altrimenti non può sopravvivere. Ma che cosa accade al cervello che dice: in realtà non so assolutamente niente, salvo le conoscenze necessarie alla sopravvivenza biologica? Che cosa accade al resto del cervello? Prima, il resto del cervello era impastoiato. Ora è libero. Agirà, ma da libero.

Quel cervello non è mai stato toccato. Non può più venire ferito. È nato un nuovo cervello, o il vecchio cervello si è liberato da ciò che lo occupava.

Dal dialogo n° 23 tenuto a Rishi Valley il 28 gennaio 1971, in Tradition and Reuolotion, copyright © 1972, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

19. San Francisco, 10 marzo 1973

Dobbiamo scoprire che cosa significa osservare, osservare il vo­stro rapporto con un altro, intimo o sociale. L’osservazione implica totale attenzione. Vi prego di farlo mentre stiamo parlando, non come una terapia di gruppo, che è un orrore, o come un qualche tipo di passatempo di gruppo, che è assurdo, ma osservare realmente ciò “che è” senza distorsioni, di modo che pregiudizi, tendenze e inclina­zioni varie non si frappongano. Pura osservazione senza distorsioni significa attenzione. Questa attenzione viene naturalmente, non avete bisogno di andare all’università, di praticare, o tutte le assurdità che mettete in atto quando siete davvero profondamente interessati. Se non lo siete, c’è qualcosa che non va. Se la casa è in fiamme, quando ci sono tante catastrofi in atto, non essere interessati, non dedicarsi totalmente, non impegnarsi completamente nella soluzione del problema, indica una mente totalmente morta. Quindi, parliamo di osservare il vostro rapporto e di trasformarlo.

La trasformazione del rapporto, in cui c’è divisione e quindi con­flitto, gelosia, ansia, insicurezza, violenza, e tutto ciò che nasce dalla divisione, avviene attraverso l’osservazione. Osservate quello che av­viene. Se osservate, vedrete che il vostro rapporto con l’altro è fondato sulle conoscenze, conoscenze che sono il passato, conoscenze che diventano l’immagine dell’altro. Ascoltando chi vi parla avete un’immagine di chi vi parla, il che è ovvio, altrimenti non sareste qui. La vostra immagine dell’oratore si fonda sulla sua reputazione, la pubblicità, i libri, e tutto il resto. Non conoscete affatto l’oratore, ma ne avete già un’immagine. Questa immagine divide. Vi siete fatti un’immagine di vostra moglie, della vostra ragazza, del vostro ragazzo, e questa immagine è costruita sulla conoscenza di eventi, di fatti passati. Questa immagine, nata dalle conoscenze acquisite nel rapporrto, produce divisione. È un fatto. Non occorre esaminarlo, dibatterlo o analizzarlo: è così. E queste immagini, verbali, strutturali, romantiche, intellettuali, emotive, e così via, producono tutte una divi­sione profonda. Avete un’immagine di voi stessi, di come dovreste essere, e avete un’immagine dell’altro; così il vostro rapporto è tra queste due immagini e quindi non c’è alcun vero rapporto, e quindi conflitto.

Può la struttura del rapporto cambiare totalmente, essere trasformata radicalmente? Allora creeremo una società totalmente diversa. Ciò è possibile solo quando partecipiamo, pensiamo, creiamo insie­me. In questo non c’è nessun tipo di autorità, perché state osservan­do voi stessi, l’immagine di voi stessi e l’immagine che avete costruito sull’altro, la quale crea divisione.

Sorge la domanda: com’è possibile non creare immagini? Capite? Spero che ci stiamo seguendo a vicenda. È possibile per la mente che è stata coltivata, che ha acquisito enormi conoscenze attraverso l’esperienza, la quale è il passato; questa mente che possiede così tante immagini, così tante conclusioni, che è così pesantemente con­dizionata, può questa mente essere libera da qualsiasi immagine? Se non può, la vita diventa una continua battaglia. Giusto? È chiara la domanda?

La conoscenza, portata nel rapporto, crea divisione. Quando avete un rapporto con vostro marito o con una ragazza, o con chiun­que, la conoscenza entra a poco a poco nel rapporto, e per cono­scenza intendo tutto ciò che avete acquisito, memorizzato, speri­mentato in quello stesso rapporto. Così la conoscenza diventa una barriera al rapporto. Giusto? Stiamo procedendo insieme?

Pubblico: Sì.

Krishnamurti: Bene. Sapete che è importantissimo, perché per procedere assieme a qualcuno dobbiamo possedere la qualità dell’attenzione che partecipa, che non si limita semplicemente ad ascol­tare un’esposizione verbale. La descrizione non è la cosa descritta, la parola non è la cosa. Se seguite soltanto le parole, non stiamo proce­dendo insieme, non c’è la chiarezza dell’indagine, che è così essen­ziale. Perciò non state seguendo chi vi parla. Se seguite chi vi parla, l’oratore diventa l’autorità, e di autorità nel mondo ne avete già abbastanza, non aggiungetene altra. La libertà dall’autorità è indispen­sabile. Autorità è l’autorità di qualcuno che vi dice che cosa fare. Così dipendete da un altro, e nascono tutti i problemi connessi con l’autorità. Se invece imparate a osservare da voi, a dedicarvi comple­tamente all’attenzione nel rapporto, capirete che è impossibile impa­rare da un altro. È qualcosa che si impara procedendo, non lo si im­para dai libri. Se posso dare un consiglio, usate l’oratore come uno specchio in cui guardare voi stessi. Quando avete imparato a guardarvi in quello specchio, rompete lo specchio per liberarvi dell’oratore ed osservare da voi ciò che sta realmente accadendo.

Come abbiamo detto, abbiamo così tante immagini e conclusioni che la mente non è mai libera di osservare. Avendo accumulato que­ste conclusioni attraverso l’educazione, attraverso il rapporto, attra­verso la propaganda, in mille modi diversi, la mente funziona in ba­se alle conclusioni, cioè meccanicamente. Ma il rapporto non è mec­canico, anche se abbiamo ridotto il rapporto a routine, a un proces­so meccanico.

Dobbiamo comprendere in profondità il significato della parola conoscenza, e che cosa significa la libertà dalla conoscenza nel rapporto. La conoscenza è necessaria: voi e chi vi parla non possono comunicare verbalmente se non conoscono la lingua inglese. Per agire in modo funzionale, oggettivo, razionale, la conoscenza è ne­cessaria; per andare in bicicletta, e tutto il resto. Per funzionare con efficienza, oggettività e raziocinio, la conoscenza è necessaria, ma noi usiamo una funzione per raggiungere uno status. Se in una fun­zione ricerchiamo uno status c’è divisione, e quindi conflitto tra fun­zione e status, come accade nel nostro rapporto reciproco. Se ricer­cate lo status nella funzione, per voi lo status è molto più importan te della funzione, e c’è conflitto tanto interiormente che esteriormente. Dobbiamo osservare tutto ciò, osservare come la mente funziona nel rapporto, come in una funzione ricerca uno status e quindi come nel rapporto c’è conflitto; osservate che c’è conflitto dove c’è divisione tra voi e l’altro, e come la conoscenza rispetto a vostro marito, al vo­stro ragazzo, alla vostra ragazza, o a chiunque, agisce come divisio­ne. Solo quando la mente è libera, o meglio quando è consapevole, può vedere la funzione della conoscenza e dove la conoscenza è ne­cessaria, e capire il pericolo, il veleno che la conoscenza rappresenta per il rapporto. Spero che sia chiaro.

Se sono sposato con voi e ho vissuto con voi, ho accumulato una grande quantità di conoscenza su di voi attraverso il rapporto. Que­sta conoscenza è diventata l’immagine che ho di voi. Mi avete dato piacere, sesso, mi avete insultato, rimproverato, angariato, dominato, dicendo: “Le donne valgono più degli uomini”; sapete come vanno queste cose. Com’è infantile tutto ciò, quanto profondamente immaturo. Così ho costruito un’immagine di voi. Può essere vecchia di un giorno o vecchia di dieci anni. Questa immagine mi divide da voi, e voi avete un’immagine di me. Il nostro rapporto è tra queste due immagini, e quindi non c’è assolutamente nessun rapporto.

Comprendendo ciò, è possibile vivere in questo mondo con la conoscenza, che è assolutamente necessaria, ma con la libertà dalla conoscenza nel rapporto? Perché, quando c’è libertà dalla conoscenza nel rapporto, la divisione cessa e il conflitto relazionale giunge a fi­ne. Nella realtà dei fatti, vediamo nel mondo sempre più conflitto; l’infelicità, la confusione, la sofferenza sono ovunque. E la mente è in uno stato di ansia nel rapporto, se è interessata solo alla cono­scenza e non alla saggezza. E la saggezza viene in essere solo quando c’è la comprensione della conoscenza e della libertà dal conosciuto.

Quindi, la nostra domanda è: può la mente, che funziona per conclusioni, per immagini, può questa mente essere libera, non domani, non alla fine di un periodo stabilito di tempo, essere completamente libera dal conflitto? Ciò è possibile solo se imparate a osservare, os­servare voi stessi e gli altri. È molto più importante osservare voi stessi, e non l’altro, perché come voi siete, così è l’altro; voi siete il mondo e il mondo è voi, le due cose non sono separate. La società, che voi avete creato, siete voi. Questa società, le sue brutture, la bru­talità, gli sperperi, l’inquinamento, tutto ciò che sta accadendo, sono il risultato della vostra attività quotidiana. Siete voi la società, voi siete il mondo e il mondo è voi. Non è un modo di dire, è un fatto reale. Per osservare questo fatto, la mente deve essere libera di guardare, li­bera dalla distorsione delle opinioni, delle conclusioni; allora la mente ha la freschezza per guardare, per imparare.

Sapete che c’è una differenza tra imparare e acquisire conoscen­za. A scuola, all’università, molti sono assai bravi ad acquisire cono­scenze. Imparare diventa accumulare fatti, correlarli con altri fatti e dati. La nostra mente, il nostro cervello sono colmi della conoscenza del passato. La conoscenza è il passato, e non facciamo che aggiungere continuamente dati a quella conoscenza, il che è necessario per fare l’ingegnere o lo scienziato, per guidare l’automobile o parlare una lingua. Ma l’imparare, secondo me, è completamente diverso. Imparare è un movimento costante. C’è un costante movimento nell’imparare, e quindi non c’è mai accumulo. L’accumulo è l’“io” che mi separa da voi, e di qui il conflitto. Ovunque c’è l’“io” c’è conflitto, perché questo è il nucleo stesso della divisione.

L’amore non si può imparare. La conoscenza non può acquisi­re saggezza o amore. È quindi molto importante comprendere l’in­tera struttura del rapporto, perché è la base della nostra vita. Da ciò derivano tutte le nostre azioni. Se l’azione è una semplice continua­zione della conoscenza, diventa meccanica. E il nostro rapporto di­venta meccanico quando è fondato sulla routine e la conoscenza. Quando c’è libertà dal conosciuto, il rapporto muta radicalmente.

State facendo attenzione al nostro rapporto? È ciò di cui abbia­mo parlato, non di fiori o di nuvole. Siete profondamente, non ver­balmente e senza conclusioni, consapevoli del vostro rapporto? O avete paura di affrontare il vostro rapporto, paura di guardare, perché guardare fa venire a galla ogni sorta di cose che preferireste evitare? L’attenzione non è qualcosa che si dà in modo specifico a un particolare problema. L’attenzione è uno stato della mente totalmen­te impegnata a scoprire un modo di vivere in cui qualunque conflit­to è giunto a fine. Perché, se il conflitto nei rapporti umani ha fine, creeremo una cultura completamente diversa.,

Dalla trascrizione del primo discorso pubblico tenuto a San Francisco il 10 marzo 1973, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

20. Saanen, 1 agosto 1973

Che cos’è il rapporto tra me e voi, mia moglie, mio marito, mia figlia, mio figlio, se io non ho un’immagine? Che cos’è il mio rapporto con voi se io non ho un’immagine di voi? Dovete scoprirlo, non rispondete subito. Ho vissuto con voi, e tutti i problemi, i travagli, le ansie, tutto ciò ha prodotto un’immagine nella mia mente. Ma se non ho un’immagine di voi, com’è allora il mio rapporto? Se siete davvero sinceri, non potete rispondere a questa domanda. Po­tete rispondere solo se anche voi non avete nessuna immagine. È una delle cose principali della vita: non avere un’immagine delle montagne, di un altro, della persona con cui vivete, e di tutto il resto; non avere neppure un’immagine del vostro paese, niente. hn­magine significa opinione, idea, conclusione, simbolo, il pensiero che crea tutte le immagini. Che cos’è dunque il rapporto tra voi, che avete un’immagine, e la persona che non ne ha? Non rispon­detemi. Dovete scoprirlo. Questo è amore, e il contrario non è amore. Vero?

Ci serve la memoria per andare in bicicletta. Mi serve la memoria per parlare inglese e così comunicarvi qualcosa, se siete interessati a ciò che desidero comunicare. Mi serve la memoria per funzionare in una fabbrica, negli affari, e così via. Ma, nel rapporto, la memoria diventa immagine. Ho costruito un’immagine di voi, e voi avete co­struito un’immagine di me; così il nostro rapporto è tra queste due immagini. Questa diventa la cosa più importante: l’immagine che io ho di voi e l’immagine che voi avete di me, e viviamo entrambi con queste immagini. Questo rapporto viene chiamato amore, ma in questo rapporto c’è attaccamento e tutto il resto, e restiamo attaccati all’immagine. Diciamo che la mente agisce così perché si sente sicura avendo qualcosa, avendo un’immagine. Se non ha immagini è vuota, e poiché abbiamo paura di essere vuoti diciamo che dobbia­mo essere qualcosa.

Può la mente osservare il presente, ciò “che è”, senza la memoria, le immagini, le conclusioni, le opinioni, i giudizi, le valutazioni del passato? Osservare semplicemente ciò “che è”. Provo a metterla in un altro modo. Andiamo più in profondità, molto più in profondità. Amo mio fratello, mio figlio, mia moglie, la mia ragazza, il mio ra­gazzo... e muore. Il fatto è che è morto. Questo è ciò “che è”. Giu­sto? Può la mente osservare ciò “che è” senza nessun movimento del pensiero, che è il passato? Capite?

Continuiamo. Mio figlio è morto, questo è un fatto. Che cosa av­viene? L’immagine che ho costruito su mio figlio nel corso degli anni fa sentire la mente vuota, sola, addolorata, autocommiserante. C’è la speranza di incontrare mio figlio nella prossima vita, così vado da un medium, faccio una seduta spiritica per entrare in contatto con lui, e tutta la faccenda. La mente non osserva, non vive totalmente con ciò “che è”, senza nessuna immagine. Capite? Coraggio! Se non ho autocommiserazione, non dico: “Come vorrei che mio figlio fosse ancora vivo, sarebbe stato una persona meravigliosa”. Mi seguite? Non ho nessun movimento di pensiero. La mente vive soltanto con il fatto che mio figlio è morto. Ci siete mai riusciti? Sì o no?

Domanda: La mente diventa tranquilla.

Krishnamurti: No, non sto parlando della tranquillità. Osservi: accade a ogni essere umano, la morte è presente. Ma che cosa avvie­ne in lei se guarda un fatto senza neppure un’immagine? Non posso dirglielo io, deve arrivarci lei.

Domanda: Vedo realmente ciò che è.

Krishnamurti: Sì. Ho detto così. Vivere, essere con ciò che c’è in realtà, non deviare, non fuggire, non lasciare che il pensiero aggiunga qualcosa. Niente.

Domanda: Tranquillità.

Krishnamurti: Lo scoprirete da voi. Vi auguro che nessuna persona che amate, o che pensate di amare, muoia. Vi auguro di non soffrire mai, ma se vi accade, come accade inevitabilmente a chiunque in questo mondo, non solo a chi vive in Vietnam o in Cambogia, ma accade ogni giorno attorno a voi, allora scoprirete che cosa significa vivere solamente con ciò “che è”, senza neppure un’immagine. Vi insulto, dico di voi cose terribili: siete in grado di ascoltare senza il movi­mento del pensiero che crea un’immagine che vi ferisce? Siete in grado di ascoltare? Provate. Fatelo, e vedrete che avviene un cambiamento straordinario, un cambiamento in cui c’è la totale negazio­ne di qualunque tipo di immagine, e così la mente non è mai più gravata dal passato. Sapete, è come avere una mente giovane.

Dalla trascrizione del primo dialogo pubblico tenuto a Saanen il 1 agosto 1973, copyright 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

21. Saanen, 2 agosto 1973

La cultura in cui la mente è cresciuta, in cui è stata coltivata ed educata, ha accettato la confusione come modo di vita. Essa dice: “Sì, sono confusa, andiamo avanti lo stesso. Non fate tanto chiasso al proposito, andiamo avanti lo stesso”. Un bel giorno mi accorgo della mia confusione, alcune parti di me sono confuse, altre non lo sono, e così via. La cultura mi ha portato a questo punto, ha educato questa mente, l’ha istruita a vivere nella confusione e nel disordine. Ciò ha causato molta infelicità e sofferenza. E la mente dice: “Ci deve essere una via d’uscita”. Inizia a imparare a guardarsi. Capisce che può vedere se stessa solo quando non c’è movimento del pensie­ro, perché è il pensiero che ha creato questo disordine, questa cultu­ra. Perciò capisce che può osservare con chiarezza solo quando non c’è movimento del pensiero. È possibile? Ci prova. Non lo sa, e dice: “Verificherò, scoprirò se è possibile”. Osserva le cose, le monta­gne, le colline, i fiumi, gli alberi e le persone. Le è abbastanza facile guardare all’esterno senza che il pensiero interferisca, ma è molto più difficile guardare all’interno. La percezione interiore è sempre accompagnata dal desiderio di intervenire su ciò che percepisce. Comprende perciò che si tratta di nuovo di attività del pensiero. Considera tutto, osserva, e comprende che finché c’è un osservatore c’è questo processo di scelta, conflitto. È possibile osservare l’espe­rienza senza osservatore, che è il passato; è possibile osservare senza un osservatore? Ciò richiede grande attenzione. Questa attenzione porta con sé ordine, che è disciplina. Non si tratta di imporre un ordine. L’esperimento stesso, la prova stessa di osservare senza l’osservatore porta con sé il proprio ordine, il senso di totale attenzione.

La mente osserva senza l’osservatore e rimane completamente immobile nei confronti di ciò “che è”. Giusto? Che cosa accade allora?

Osservate che cosa ha fatto la mente. Non essendo riuscita a ri­solvere ciò “che è” ha sprecato la propria energia nel tentativo di fug­girlo, di sopprimerlo, di analizzarlo, di spiegarlo, e così via. Ma se non spreca la propria energia, restando totalmente con ciò “che è”, la mente conserva tutta la sua energia. Capite? Non una scintilla d’e­nergia viene sprecata. Non c’è fuggire, non c’è denominare, non c’è tentativo di sconfiggere, di sopprimere, di adeguare a un modello, e così via. Questi sono tutti sprechi di energia. Ma se l’energia non viene sprecata, la mente è piena della propria energia e può osservare realmente ciò “che è”. Allora, c’è ciò “che è”? C’è confusione?

Vedere tutto ciò non è solo la verità, ma anche la sua saggezza. Da questa saggezza proviene l’intelligenza che agirà nella vita quotidiana, e che non creerà confusione. Capite? Se fa qualcosa in un momento di disattenzione, lo correggerà immediatamente. State se­guendo? Allora l’intelligenza è sempre in atto, e non è la mia intelli­genza o la vostra intelligenza.

Abbiamo fatto un po’ di strada assieme, almeno un piccolo tratto?

Domanda: In quel tipo di azione non c’è chi agisce.

Krishnamurti: Qual è l’azione dell’intelligenza nel rapporto? Ca­pite? La vita è rapporto, tra l’uomo e la donna, tra la natura e l’uo­mo o la donna, tra gli esseri umani. Vi domando qual è l’azione dell’intelligenza nata dalla saggezza, nata dalla percezione della verità. Qual è l’azione di questa intelligenza nei rapporti umani? Devo vivere in questo mondo, giusto? Ho moglie, figli, famiglia, datore di lavoro, fabbrica, negozio, e così via; qual è allora l’azione dell’intelli­genza nel mio rapporto con gli altri? Coraggio, chiedete.

Domanda: Come si può sapere in anticipo che cosa accadrà?

Krishnamurti: Come fare per sapere in anticipo quale sarà l’azione dell’intelligenza? Non sappiamo in anticipo quale sarà, lo stiamo indagando ora. Qual è l’azione dell’intelligenza nel rapporto? Io sono in rappor­to con lei. Sono realmente in rapporto con lei, perché lei siede lì e io siedo qui, lei mi sta ascoltando, stiamo condividendo, stiamo osser­vando insieme, stiamo “cucinando” assieme. Perciò siamo in rapporto, non nel senso di essere intimi, ma esseri umani in rapporto perché il rapporto è il nostro problema comune, il nostro problema umano. Perciò ci chiediamo: come agisce l’intelligenza nel rapporto?

Domanda: C’è amore. Dall’intelligenza viene l’amore.

Krishnamurti: Non lo so, è un’idea. La mia mente non accetta teorie, idee, conclusioni, speculazioni. La mia mente, non la sua, si muove sempli­cemente da un fatto all’altro, da ciò “che è” a ciò “che è”, e nient”altro.

Domanda: Per dialogare dobbiamo servirci delle parole, e quando usia­mo le parole stiamo ricorrendo alle idee. Il dialogo su cui lei insiste è quasi impossibile per noi.

Krishnamurti: C’è comunicazione attraverso le parole e comunicazione non attraverso le parole, verbale e non verbale. Se sono capace di ascoltarla, se conosco le parole che sta usando, il significato delle parole che sta usando, che è comune a entrambi, se so ascoltarla davvero verbalmente, so anche ascoltarla non verbalmente, perché posso riceverla.

Sto facendo una domanda molto semplice che può indurre un’enorme investigazione: qual è l’azione dell’intuizione che ha prodotto la qualità dell’intelligenza nel mio rapporto con un altro essere uma­no? Finché non l’avrò risolto, il mio rapporto causerà infelicità, non solo a lei ma anche a me. Perciò impegno tutto il mio essere per sco­prirlo. Non è un’indagine negligente, superficiale, perché ne va della mia vita. Non voglio vivere nella sofferenza, nella confusione, in questo spaventoso disordine che la civiltà, la cultura, ha introdotto dentro di me. Perciò la mia intelligenza dice: “Trova!”. Perché non potete vivere soli, non esiste qualcosa come il vivere soli. È solo iso­lamento, che questa cultura ha incoraggiato. Nel mondo degli affari, nel mondo della religione, nel mondo dell’economia, nel mondo dell’arte, in qualsiasi mondo, in ogni campo, mi ha spinto a isolarmi: “Sono un pittore”, “Sono uno scrittore”, “Sono superiore a chiun­que altro”, “Sono uno scienziato”, “Sono il più vicino a Dio”.

So molto bene che cos’è l’isolamento, e vivere in isolamento avendo rapporti con un altro è totalmente privo di senso. Perciò la mia intelligenza dice: “È assurdo, non puoi vivere così”. Perciò vo­glio scoprire come vivere in rapporto e qual è l’attività dell’intelli­genza nel rapporto.

Voglio saperlo. Vi prego di porvi questa domanda e di verificarlo da voi. Capite che cos’è questa intelligenza? È il risultato di un’intui­zione della realtà di ciò “che è”; l’osservazione di ciò è saggezza, e la sua percezione è la verità. La figlia della verità è la saggezza, e l’in­telligenza è la figlia della saggezza. L’ho visto. Ora mi chiedo: qual è l’azione di questa intelligenza nel rapporto? Nel rapporto, conserva ancora qualche immagine? La mia mente sta costruendo un’immagi­ne di voi che vivete nella stessa casa con me? Voi potete rimprove­rarmi, angariarmi, minacciarmi, dominarmi, darmi piacere sessuale, e così via; ma la mia mente costruisce immagini?

Domanda: No.

Krishnamurti: Non dite mai “no”, scopritelo! Esige grande attenzione, vero? Non si limiti a dire sì o no. Ci vuole una totale attenzione per scoprire se avete un’immagine e perché l’immagine si forma. Ascolti sem­plicemente. Le impedisco di dire sì o no. Fine. Investighiamo, esa­miniamo insieme il problema. Appena dice sì o no, lei si è fermato. Ma se dico: “Scopriamo, investighiamo, vediamo che cosa implica”, non ho creato nessuna immagine di voi. Ho semplicemente detto: “fermiamoci, e guardiamo che cosa stiamo facendo”.

La mente sta creando un’immagine? Se è così non è l’attività dell’intelligenza, perché l’intelligenza vede che le immagini dividono gli uomini, così come le nazioni hanno diviso gli uomini, le religioni hanno diviso gli uomini, i guru hanno diviso gli uomini, i libri, la Bibbia, la Bhagavad Gita, il Corano, hanno diviso gli uomini. L’im­magine, i simboli, le conclusioni, dividono le persone. Dove c’è divi­sione c’è conflitto. Quindi un’azione nata dal conflitto è un’azione non intelligente. Azione intelligente è un’azione priva di attrito, pri­va di conflitto. Se sono in rapporto con lei e ho un’immagine di lei, è un’azione stupida, un’azione non intelligente. Lo vedo. Sto crean­do un’immagine di lei se lei mi chiama stupido, se dipendo da lei per il mio piacere fisico, se dipendo da lei per il denaro, per appog­gio, compagnia o incoraggiamento? La dipendenza è un’azione mentale non intelligente.

Inizio a scoprire, a capire che cos’è il rapporto in cui l’intelligen­za è in atto. State seguendo? È straordinariamente semplice, davvero semplice.

Domanda: Semplice, ma non facile.

Krishnamurti: Ciò che è semplice è la cosa più facile e pratica, non le vostre cose tanto complicate. Esse hanno portato alla impraticabilità, a tutta questa confusione che è il prodotto di una profonda futilità. Semplice è vedere la verità del fatto che le immagini dividono le persone. Non è semplice? Vederne la semplicità è un atto di intelli­genza, e questa intelligenza agirà nel mio rapporto con lei. Sto guardando come l’intelligenza agisce. Comprende? Sono in rapporto con mia moglie, mia madre, mia sorella, la mia ragazza, qualunque cosa. Guardo. Guardo per vedere come l’intelligenza agisce. Mi se­gue? E vede che nel momento stesso in cui creo un’immagine sono di nuovo nel vecchio mondo, in una civiltà marcia. Ma se la mente guarda, impara, l’intelligenza apre la porta a una vita perfettamente semplice.

Dalla trascrizione del secondo dialogo pubblico tenuto a Saanen il 2 agosto 1973, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

22. Broockwood Park, 8 settembre 1973

In quello che chiamiamo amore c’è dipendenza, il senso di attaccamento che deriva dalla solitudine, dal non bastare a se stessi, dall’incapacità di essere unici. Così ci appoggiamo a qualcuno, dipen­diamo da qualcuno. Dipendiamo anche dal lattaio, dal macchinista del treno, dal poliziotto. Non sto parlando di questo tipo di dipendenza, ma della dipendenza psicologica con tutti i suoi problemi: i problemi dell’immagine nel rapporto, l’immagine che la mente ha costruito su un altro, l’attaccamento a questa immagine, il ripudio di questa immagine e la costruzione di un’altra. Tutto questo lo chia­miamo amore. I preti ne hanno inventato un altro, l’amore per Dio, perché è molto più facile amare Dio, un’immagine, un’idea, un sim­bolo creato, prodotto dalla mente o dalla mano, che scoprire che cos’è l’amore nel rapporto.

State seguendo? Dunque, che cos’è l’amore? È parte della nostra coscienza questa cosa chiamata amore in cui c’è l’ “io” e il “tu”; l’“io” attaccato a voi, possessivo, dominante; e voi che possedete me, mi avete, mi dominate. Voi soddisfate le mie richieste fisiche, sessuali, e io soddisfo le vostre richieste economiche, e così via. Tutto questo lo chiamiamo amore. Ma questo è amore? L’amore romantico, l’amore fisico, l’amore per il proprio paese in nome del quale siete disposti a uccidere, storpiare, distruggere voi stessi: è questo l’amore? Ovviamente, amore non è emotività, sentimentalismo, la svenevolezza dell’“io ti amo e tu mi ami”. Parlare della bellezza dell’amore, di persone belle, è tutto questo amore?

Mettiamola in modo molto semplice. Ogni rapporto si basa sull’immagine che avete costruito sull’altro e che l’altro ha costruito su di voi. Giusto? Non potete obiettare, è così. Queste due immagini entrano in rapporto. Queste immagini sono il prodotto di anni di ri­cordi, esperienze, conoscenze, che avete costruito su di lei e che lei ha costruito su di voi. Ciò appartiene alla vostra coscienza. Che cos’è il rapporto quando non c’è più nessuna immagine tra voi e lei, se lei non ha nessuna immagine di voi? Capite? Posso chiedervi se siete consapevoli di avere un’immagine della persona a cui siete terribil­mente attaccati? Siete consapevoli di avere un’immagine di lei a cui vi tenete aggrappati? Siete consapevoli, siete consci di ciò? Se ne sie­te consci, capite che il vostro rapporto con lei, e il suo con voi, si ba­sa su queste immagini. Possono queste immagini avere fine? E in questo caso, che cosa diventa il rapporto? Se l’immagine è giunta a fine, immagine che è il contenuto della coscienza, che costituisce la vostra coscienza quando le varie immagini che avete di voi stessi, di qualunque cosa, giungono a fine, che cosa diventa il rapporto tra voi e lei? C’è ancora un osservatore che osserva, separato dalla cosa che ha osservato? O nel rapporto c’è un totale movimento d’amore? Ca­pite? L’amore è quindi un movimento nel rapporto in cui l’osservatore non c’è.

Così la mente (usiamo la parola mente includendo il cervello, l’organismo fisico, la totalità), questa mente è vissuta nella sfera della frammentazione, che costituisce la sua coscienza, e senza il suo contenuto l’osservatore non esiste. E quando l’osservatore non esi­ste, il rapporto non avviene più nella sfera del tempo legato all’im­magine che voi avete di lei e lei ha di voi. Può questa immagine giungere a fine mentre vivete la vostra vita quotidiana? Se questa immagine non giunge a fine, non c’è amore. È un frammento contro un altro frammento.

Avendo sentito ciò, non traetene una conclusione. Osservatene la verità, ma non potete vederne la verità verbalmente. Potete udire il significato delle parole, ma dovete cercarne il senso, averne un’intui­zione, vedere realmente la verità di ciò “che è”. Questa verità non è nella sfera della coscienza.

Dalla trascrizione del terzo discorso pubblico tenuto a Brookwood Park l’8 settembre 1973, copyright ©l 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

23. Saanen, 25 luglio 1974

Esiste davvero la sicurezza? La mente ha cercato la sicurezza negli oggetti, nelle cose materiali, nei possessi, in un nome, in un’atti­vità specifica, e così via. Ha cercato sicurezza nei concetti, negli ideali, nelle formule, nei sistemi. Ma se esaminate tutto ciò da vicino, oggettivamente, non sentimentalmente, impersonalmente, ve­drete che tutto il sistema non fa che dare insicurezza a chiunque. Eppure la mente, il cervello, deve avere sicurezza per poter funzio­nare. Perciò vi domando, e domando a me stesso, esiste davvero una cosa chiamata sicurezza? È chiaro? È ciò che ora indagheremo. È ciò che scopriremo. Ma se lo scopro io, e lo comunico a voi, non stiamo partecipando. Perciò lo scopriremo assieme.

Vediamo la realtà della necessità della sicurezza fisica, ma anche la mente è alla continua ricerca di sicurezza sotto forme diverse, si­curezza come qualcosa di permanente, un rapporto permanente, una casa permanente, un’idea permanente. Ma esiste la permanen­za? La cerco perché vedo che tutto attorno a me svanisce, appassi­sce, è un fluire, e la mente dice: deve esistere sicurezza, permanenza. Ma non c’è permanenza in un’idea o un concetto, non c’è perma­nenza nelle cose, per motivi che capisco o che non capisco. Eppure cerco permanenza nel mio rapporto, in mia moglie, nei miei figli, e così via. C’è sicurezza permanente in un rapporto? Capite? Chiede­tevelo. Quando volete permanenza nel rapporto, ecco nascere l’inte­ro problema dell’attaccamento. Vi prego, per il vostro bene, osservate. Quando siete attaccati, tutta la gamma della paura, della perdita, del sospetto, dell’odio, della gelosia, dell’ansia, tutto ciò entra a far parte del problema: il desiderio di avere un rapporto permanente.

Capite? Vediamo che non c’è permanenza in un concetto, ma i cat­tolici, i protestanti, i comunisti hanno indottrinato la mente, e la mente ha accettato una dottrina come permanente. Eppure potete vedere come scompare, come svanisce, come tutto viene messo in discussione. Vediamo anche che non c’è permanenza nelle cose ma­teriali. Poi la mente dice: “Devo avere un rapporto personale”, e vediamo le implicazioni di questo rapporto, un rapporto basato su un’immagine di voi stessi e dell’altro, entrambi abbiamo un’immagi­ne dell’altro, immagine che è impermanente, eppure continuiamo a cercare permanenza nel rapporto.

La domanda è: esiste qualcosa di permanente? Se la poniamo con serietà è una domanda difficilissima, ed è altrettanto difficile scoprire che cosa accade a una mente che ha visto che in verità non c’è niente di permanente. Scoppierà, impazzirà? Si darà alle droghe, commetterà un suicidio? Cadrà ancora una volta nella trappola di un’altra ideolo­gia, del desiderio di qualcos’altro di permanente? State seguendo?

Abbiamo scoperto, non analizzando ma semplicemente osservan­do la nostra vita quotidiana, di giorno in giorno, che la mente ha cercato sicurezza in tutte queste cose. Il pensiero dice: “Non c’è si­curezza, non c’è niente di permanente”, e inizia a cercare qualcosa di più permanente. Poiché qui non ha trovato niente di permanente, cerca la permanenza in un’altra sfera, in un’altra coscienza. Ma anche il pensiero è impermanente, giusto?, eppure non si è mai chiesto se lui stesso sia impermanente. Capite ciò che sto dicendo?

Vi prego, occorre un’attenzione estrema, non balzate alle conclu­sioni. Quando la mente dice che non c’è niente di permanente, in­clude anche il pensiero. Osservate! Può la mente essere sana, lucida, integra, e quindi agire in modo totale, quando comprende che nien­te è permanente? Oppure impazzisce? Mi seguite? Di fronte al fatto che non c’è niente di permanente, compresa la struttura del pensie­ro, potete sopportarlo? Capite? Riuscite a vedere la portata del dire che niente è permanente, compresi voi stessi, compresa tutta la struttura che il pensiero ha creato e che chiama “io”? Anche questo “io” è impermanente. Mi chiedo se lo vedete. Per il momento fermia­moci qui, vi arriveremo da un altro punto di vista.

Dobbiamo capire anche il problema del tempo. Tempo significa movimento da un luogo a un altro, fisicamente. Giusto? Per coprire la distanza tra qui e lì vi serve del tempo, tempo dell’orologio, tempo solare, un giorno di tempo, un anno di tempo. Qual è il rapporto del tempo, che è distanza, movimento, con il pensiero? Non è difficile, esaminatelo e lo vedrete da voi. Il mondo occiden­tale è principalmente, essenzialmente, basato sulla misura, materiale e spirituale. La gerarchia, il grande capo, il grande vescovo, il grande arcivescovo, il papa: tutto è fondato sulla misura, sociale, morale e ovviamente tecnologica. Il santo è la misura suprema accettata dalla chiesa o dalla religione. Quindi tutta la struttura mo­ndiale, intellettuale, della nostra civiltà si fonda su ciò: il tempo, la misura, il pensiero. Giusto? Il pensiero è misura, il pensiero è tem­po, il tempo è il passato. Ciò che ho fatto ieri modifica il presente, e questa modificazione continua in forma diversa nel futuro. Il mo­vimento dal passato al futuro attraverso il presente è il tempo, che è misurabile.

Occorre tempo per andare di qui a lì. Mi occorre tempo per im­parare una lingua o una tecnica. Ma la mente ha bisogno di tempo per trasformare se stessa? Mi seguite? Nel momento stesso in cui la mente accetta il tempo per trasformare se stessa, è ancora nella sfera della misura, del tempo, del pensiero. È ancora nell’area creata dal pensiero, e cambiare se stessi, creare una mente diversa agendo sem­pre in quell’area, non è affatto un cambiamento. Posso andare avan­ti? Spero che stiate seguendo.

Mettiamola in questo modo: sono avido, e so che l’avidità si reg­ge sulla comparazione. Sento nascere questo senso di avidità quan­do vedo qualcosa di più di quello che ho, e questa è una misurazio­ne, giusto? Allora mi chiedo: per trasformare questa sensazione, questa misurazione, è necessario il tempo? Se è necessario il tempo, sono ancora nella sfera della misura. Perciò non ho affatto trasfor­mato l’avidità. Capite? Esiste un cambiamento che non si basa su una causa, che è il tempo, ma un cambiamento istantaneo? Vi prego, ponetevi voi queste domande, non solo io.

Sono una persona violenta. Purtroppo, per vari motivi, gli esseri umani sono esseri violenti, lo sappiamo tutti. Trasformare la violen­za, cambiarla in modo che la mente non sia più violenta, esige il tempo? Se ammettete la necessità del tempo, la violenza assumerà soltanto un’altra forma, perché rimane sempre nella stessa sfera. Qualcuno di voi l’ha capito? Se è così, spiegatelo anche agli altri.

Perciò mi chiedo: è il desiderio di permanenza la causa di un’atti­vità permanente che rimane nella sfera del tempo? È la causa, il mo­tivo, che mi fa desiderare la permanenza? Così, la causa crea la struttura del tempo. Ma mi chiedo: esiste davvero la permanenza?

Indaghiamo. Abbiamo osservato il tempo, la permanenza, e ora osserviamo la nostra vita quotidiana, che è basata su tutto ciò. Giu­sto? C’è il desiderio di permanenza nel rapporto, che diventa sem­pre più reale perché abbiamo abbandonato tutte le altre, le perma­nenze intellettuali delle teorie, della politica, della chiesa, e così via. Avendo abbandonato tutto ciò, diciamo che deve esserci permanen­za nel rapporto. È l’unica cosa che abbiamo, ma anche in essa non troviamo niente di permanente. Può la mente, la vostra mente, reg­gere questa assoluta realtà che non c’è permanenza, vederla e non solo teorizzarla?

Ora consideriamo l’enorme problema che l’uomo non è mai stato capace di risolvere: la morte. Tutti questi problemi sono collegati.

Gli antichi indiani, che erano un popolo molto intelligente, pensavano: “È impossibile, l’uomo non può abbandonare tutto istantaneamente”. Perciò l’idea di “io”, l’idea che ne avete, deve continuare; e l’“io” è ovviamente il prodotto del tempo, della misu­razione e del pensiero. Non è così? Questo “io” deve evolvere lentamente durante molte vite, sino a raggiungere la suprema eccellenza che è il Brahman, Dio, o comunque vogliate chiamarlo. Avevano questa idea. I cristiani vedono la cosa in modo diverso, non elaborata altrettanto matematicamente e intelligentemente, senza le sot­tili implicazioni che vi sono connesse. Non intendo esaminare tutto ciò. L’implicazione è che la prossima vita diventa molto importan­te, e quindi è importante anche questa vita. Questa vita è terribil­mente importante perché in conseguenza del vostro comportamen­to, se vi comportate rettamente, sarete remunerati nella prossima vita. Capite? Questo è il credo. Tutti ci credono, ma nessuno agi­sce adesso.

Portano avanti questo gioco.

Può la mente vedere questo straordinario fenomeno? Non posso esaminarlo in tutti i dettagli, è un’area talmente enorme quella in cui la mente cerca sicurezza. La mente ha creato il tempo in quanto pensiero, in quanto misura. E nella misura, nel tempo, ha un movi­mento in cui ha cercato di trovare una permanenza in forma di “io”, “tu”, e così via. Ci stiamo domandando: vedendo quest’area enorme, complessissima e straordinariamente sottile, può la mente vedere che in verità non c’è assolutamente nessuna permanenza? E ciò equivale alla morte. Capite?

Riuscite a vederne la verità? Non accettate la verità di un altro, perché non è la verità, è semplice propaganda, la quale è menzogna. Siete in grado, voi, dopo tutta questa spiegazione, di vedere la verità di tutto ciò? Non una verità verbale, non un concetto intellettuale, dicendo: “Sì, l’ho capito”. Questa non è la verità. Verità significa che agisce. Agisce, e così vedete che non c’è permanenza. Allora non sie­te più attaccati. Non siete più attaccati a un’idea, a un concetto, a un credo religioso, a un dogma, a un salvatore. Allora che cosa avviene? Seguite? Quando vedete la verità c’è libertà, e libertà significa totale intelligenza, mi chiedo se capite, non l’intelligenza del pensiero astu­to, ma la suprema intelligenza che ha visto la verità ed è quindi libe­ra dalle cose che il pensiero ha creato. E questa qualità intelligente, che è suprema ed eccellente nella sua essenza, può agire. Mi seguite? Allora c’è sicurezza in quello, non in questo. Mi chiedo se abbiate afferrato. Allora potete vivere in questo mondo, con delle cose o senza niente. Capite? Perché quello è immortale. Capite? Questa in­telligenza, che non è vostra né mia, che non appartiene a nessuna chiesa, a nessun gruppo, è la forma più alta di intelligenza, e perciò in essa c’è completa e totale sicurezza. La mente non può creare questa intelligenza. Si manifesta quando vedete la verità dell’eviden­za, quando vedete il falso come falso. Allora la mente non è più in­gabbiata nella rete del pensiero, l’intelligenza può agire nella nostra vita quotidiana, e c’è permanenza. Giusto? L’avete colto?

Dal sesto discorso pubblico del 25 luglio, in Talks in Saaneen 1974, copyright © 1975, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

24. Brockwood Park, 30 maggio 1976 – Dialogo con gli studenti e gli insegnanti

Krishnamurti: Stiamo cercando di scoprire qual è la giusta azione nel rapporto. Abbiamo fatto un esempio di ferita. Se quella ferita continua nel presente, che modifica il futuro, il movimento di questa ferita non può portare la corretta azione. È chiaro. Chi è ferito? Ab­biamo detto che la ferita c’è se c’è l’immagine. Questa immagine è l’“io”, l’“io” non è diverso dall’immagine. Prima abbiamo separato l’“ío” dall’immagine, poi l’“io” ha detto: “Mi sforzerò di liberarmi di quella ferita”. Giusto? “La combatterò, la cancellerò, andrò dall’a­nalista, farò di tutto per sbarazzarmi di quella ferita”. Ma quando scopriamo che l’“io” è la stessa cosa dell’immagine, che cosa avviene? Capite la mia domanda? Volete fare uno sforzo per liberarvene, ma lo sforzo proviene dall’“io” che ha detto: “Devo sbarazzarmene”. Quindi, che cosa farete? Avete capito la domanda?

Non vi risponderò. Non vi darò nessuna risposta. Lo dico sin dall’inizio: in tutte le nostre discussioni, i nostri dialoghi, diciamo: “Non accettare niente da chi parla”. D’accordo? Io non sono la vostra auto­rità, non sono il vostro guru, e voi non siete i miei seguaci. Dico di in­dagare insieme questo problema: qual è la corretta azione nel rappor­to? Questa corretta azione non può avvenire nel rapporto se c’è un qualunque tipo di ferita. Chi è ferito? Indagate, non accettate quello che vi dico. Chi è ferito? Abbiamo detto, l’immagine. L’immagine, è diversa da “me”? Come abbiamo detto, l’immagine è creata dal pensiero e anche il “me” è creato dal pensiero. Vado troppo veloce?

Domanda: Perché dice che io sono un’immagine?

Krishnamurti: Non è un’immagine? Non ha un nome, una forma, tutta la struttura psicologica, contenuti? Quando dice: “Devo essere migliore, così non vado bene, voglio essere più alto, i miei capelli non sono belli”, il mulinello che gira in continuazione, non è l’im­magine di lei stesso? E lei, è diverso da ciò che sta guardando?

Osservate! Voi state guardando me, vero? Dato che, purtroppo, sono seduto su una pedana, state guardando me. Giusto? Avete un’immagine di me?

Domanda: Sì.

Krishnamurti: Quindi state guardando l’immagine che avete costruito su di me, non è così? Mi mettete una maschera, e guardate la maschera. È cosi?

Domanda: Ciò crea grande conflitto.

Krishnamurti: Sì. Toglietemi la maschera e mi vedrete, se ne siete in grado. D’accordo? Se quindi l’immagine è “io”, che cosa accade?

Domanda: Togliere la maschera...

Krishnamurti: È un’immagine. Gettatela via, non prendetela troppo sul serio. Capite la mia domanda? Rispondete a questa domanda: se siete l’immagine, che cos’è accaduto? C’è una ferita? C’è conflitto tra l’“io” e l’immagine? Che cosa accade? Prima c’era l’illusione che l’“io” fosse diverso dall’immagine, ma di colpo questa illusione è caduta, e rimane il fatto reale. Che cosa rimane?

Domanda: Il vero io.

Krishnamurti: Che cos’è il vero io?

Domanda: Direi che è una vera illusione.

Krishnamurti: Qual è il vero voi? Avete introdotto di colpo una nuova espressione: il vero io. È un trucco inventato dagli antichi indiani, che tuttora ci sbattono la testa. Ce lo portiamo ancora dietro, pur senza essere induisti o buddhisti, questo senso che c’è qualcosa ol­tre. Ma io vi chiedo: che cosa resta, che cosa c’è quando capite, o quando avete un’intuizione, quando comprendete davvero, e com­prendere implica la fine dell’illusione, quando tutto ciò non c’è più, che cosa rimane? Attenzione, attenzione! No, vi è sfuggito qualcosa, procedete con calma.

Domanda: C’è un tutto, una unità.

Krishnamurti: C’è il tutto. Che cosa intende? Intende sanità? È questo? Il che significa che non c’è frammentazione, giusto? Piano. Guardate ciò che dite, osservatelo, non gettatelo solo fuori, ma guardatelo at­tentamente. Non c’è frammentazione tra l’“io” e l’immagine, che sono due frammenti. Non c’è frammentazione, perciò c’è sanità mentale. Lei dice che dove c’è sanità mentale non c’è frammentazione. Lei è sano, cioè non c’è alienazione in lei in quanto persona. Ma io le chiedo, non accettiamo ancora la parola tutto, le chiedo, che cosa c’è? Capisce? Abbiamo detto che il nome, la forma e il contenuto psicologico dell’immagine, tutto ciò è l’“io” e l’immagine. Giusto? Che cosa significa? Nome, forma, contenuto, non sono solo parole? Non sono solo ricordi? Non sono cose ricordate, esperienze passate? Tutto ciò, non è il passato?

Domanda: Penso che è tutto quello che è, perché è un fatto.

Krishnamurti: Quindi, a parte il vostro organismo biologico, che cosa siete? Soltanto un fascio di parole, di ricordi?

Domanda: Sembra di sì.

Krishnamurti: Non “sembra di sì”; è così? Se è così, se questa è la verità, come possono delle parole influire su altre parole? Mi segue? Capisce? Così è completamente libero, salvo che biologicamente. Non riesce a vederlo!

Domanda: Le cose fisiche possono ferirmi, ma i nomi no.

Krishnamurti: Le parole no.

Domanda: Se non c’è un ‘io”.

Krishnamurti: Esatto. Non c’è un “io”, quindi niente la può ferire. Ciò non significa diventare insensibili, indifferenti; al contrario, si può diven­tare molto più compassionevoli, enormemente affettuosi. Giusto?

Qual è quindi la corretta azione? Se c’è un’immagine tra voi e me, c’è disordine nel nostro rapporto. Vero? Lei ha parlato di ordi­ne, lei desidera ordine. Ma come può esservi ordine nel nostro rapporto se siamo in continua lotta l’uno con l’altro per il fatto che le nostre immagini si scontrano? Può esservi ordine solo quando non c’è immagine. E quando non c’è nessuna immagine, nel nostro rapporto c’è azione corretta. Allora non avete bisogno di chiedervi: “Qual è l’azione corretta?”, perché c’è azione corretta. Vi è chiaro?

Domanda: Che cos’è che fa l’azione corretta?

Krishnamurti: No; c’è azione corretta; non “Chi è che fa l’azione corretta?”.

Domanda (1): Che cosa fa l’azione corretta?

Domanda (2): Siamo solo un sacco di protoplasma?

Krishnamurti: Temo di non capire.

Domanda: Che cosa compie l’azione, l’azione corretta?

Krishnamurti: Ah, ho capito! Lei che cosa pensa? Non scrolli le spalle. Si rende conto che questa è una domanda molto importante. L’abbia­mo esaminata a fondo se anche lei l’ha esaminata, se abbiamo proce­duto assieme. Abbiamo detto che siamo nome, forma e contenuti psicologici, mi segue, tutto questo. Ricordi, cervello, io ricordo il mio nome, associo il nome alla forma, e il nome e la forma prose­guono nel quadro psicologico, e sono il contenuto di tutto questo. Tutto ciò sono io, l’immagine. Che cos’è tutto ciò (a parte la struttura, la natura e l’attività biologica che, se si osserva con attenzione, ha una sua intelligenza)? Abbiamo distrutto l’intelligenza organica. L’abbiamo distrutta con l’alcol, consegnandola al gusto: “Quella cosa mi piace, è più buona, perciò mi ci abituo”. A poco a poco abbia­mo distrutto l’intelligenza biologica, istintuale.

Stiamo dicendo che psicologicamente abbiamo distrutto l’intelli­genza più profonda. Consentitemi di indagare pian piano. Sto cer­cando. Non accettate ciò che dico, d’accordo? Stiamo indagando, stiamo procedendo insieme. Sto dicendo che l’insieme dei contenuti psicologici è l’“io” e l’immagine. Quei contenuti non sono forse ri­cordi, esperienze passate, conoscenze, parole, il passato? Ora, quan­do c’è la comprensione che tutta la faccenda è creata dal pensiero, essendo il pensiero la risposta del passato... Fermiamoci qui. Che cos’è il pensiero?

Domanda: Quello che ha detto, tutto il passato.

Krishnamurti: Che cos’è il pensiero?

Domanda (1): Un movimento nel tempo.

Domanda (2): Il cervello vero e proprio che cerca di equilibrarsi.

Krishnamurti: Un momento! Se le chiedo come si chiama, lei risponde immediatamente, giusto? Perché?

Domanda: La memoria risponde.

Krishnamurti: Piano. Io le chiedo come si chiama, e lei risponde immediatamente. Perché?

Domanda: Perché è qualcosa che ci è familiare.

Krishnamurti: Perché ci è familiare, l’abbiamo ripetuto centinaia di milioni di volte. Perciò rispondiamo immediatamente. Ma un attimo, procediamo lentamente. Se vi chiedo qual è la distanza tra questo luogo e Londra, che cosa avviene?

Domanda: È più lungo.

Krishnamurti: Che cosa intende con “è più lungo”?

Domanda: Ci vuole un certo tempo.

Krishnamurti: Sì. Che cosa avviene nella sua mente?

Domanda: Cerco nella memoria.

Krishnamurti: Piano. Che cosa avviene nella sua mente, nel suo cervello?

Domanda: Pensa.

Krishnamurti: Pensare, che cosa significa?

Domanda: Cercare l’informazione giusta.

Krishnamurti: Si, pensare significa cercare informazioni. Giusto? In una gui­da, o cercando di ricordare quanti chilometri ci sono, o aspettando che qualcuno ve lo dica. D’accordo? Mi seguite? Se quindi vi chiedo qual è la distanza tra questo luogo e Londra, il pensiero si attiva im­mediatamente e dice: “L’ho sentito, ma l’ho dimenticato; lasciami pensare un attimo. Non lo so, ma posso scoprirlo; chiederò a qual­cuno, guarderò nella guida”. Quindi, il pensiero è movimento che cerca nella memoria o cerca di scoprire in qualche altro luogo. Il pensiero è in azione. Siamo d’accordo? Ne siete certi?

Ora vi chiedo qualcos’altro. Vi faccio una domanda a cui rispon­dete: “Davvero non lo so”. Che cosa significa? Non state cercando, il pensiero non è in movimento. Il pensiero risponde: “Non so, non posso rispondere”. Vedete la differenza? Familiarità e risposta im­mediata. Oppure un intervallo di tempo in cui il pensiero cerca, guarda, chiede, fruga. Se poi fate una domanda a proposito di qualcosa che proprio non conosce, di cui non trova la risposta in nessun libro, il pensiero dice: “Non lo so”. Il pensiero si ferma qui. Capite? Guardate la differenza. Risposta immediata perché c’è familiarità, intervallo di tempo mentre il pensiero elabora, e un problema a cui non sa rispondere quando dice: “Non lo so”. Allora il pensiero si ferma.

Dunque, che cos’è il pensiero? Ve l’ho detto, coraggio.

Domanda: Il pensiero è la risposta della memoria.

Krishnamurti: E la memoria, che cos’è?

Domanda: Simboli.

Krishnamurti: Simboli, immagini, informazioni, giusto? immagini. Abbiamo detto che il pensiero è la risposta della memoria. Che cos’è la memoria?

Domanda: Conoscenza.

Krishnamurti: Conoscenza, esperienze immagazzinate nel cervello. Il cervel­li, trattiene l’esperienza, la conoscenza della distanza tra qui e Lon­dra, e risponde. Giusto? Avete scoperto qualcosa: che il pensiero è quella risposta o un movimento della memoria. Guidare l’automobile è una risposta della conoscenza che è stata immagazzinata, e perciò posso guidare. Il pensiero ha creato l’immagine, e poiché il pensiero è un frammento ha creato l’ “io”, pensando che siano due cose diverse. Il pensiero ha creato l’immagine, e il pensiero dice: “L’immagine è passeggera, cambia in continuazione, ma c’è un “io” che è perma­nente”. Il pensiero ha creato entrambe le cose, giusto? Ma se il pensiero vede che ha creato entrambe le cose, e che quindi sono la stes­sa cosa, che cosa avviene?

Domanda: Il pensiero si ferma.

Krishnamurti: Il pensiero e bloccato. Dice: “Non posso fare niente”, giusto? E allora? Capite? Vi prego di capire questo punto di enorme impor­tanza per la vostra vita. Per amor di Dio, capitelo! Afferratene il principio, la sua realtà, il fatto. Il pensiero ha creato l’immagine, il pensiero ha creato l’“io”, e ora il pensiero dice: “Io ho creato il conflitto tra le due cose”. Giusto? E all’improvviso: “Per Giove, vedo che cosa ho fatto”. Allora, che cosa avviene?

Domanda: Non penso più in quel modo.

Krishnamurti: Se non c’è più immagine, se il pensiero si ferma, che cosa c’è ancora? Non c’è illusione, non c’è immagine, non c’è “io”, quindi non c’è ferita, da ciò nasce l’azione corretta, che è intelligente. L’in­telligenza dice: “Questa è l’azione corretta”. Capite? L’intelligenza non lo dice, l’intelligenza è azione corretta.

Domanda: All’intelligenza non serve il pensiero?

Krishnamurti: Al contrario! Ve l’ho appena dimostrato. Ascoltate attentamente, vi prego. Ascoltate non le vostre opinioni, non le vostre con­clusioni, non ciò che avete capito, ma ascoltate semplicemente, sco­prite. Abbiamo detto che il pensiero è la risposta della memoria, giusto? Il pensiero ha creato tutta quanta la struttura psicologica, l’“io” e l’immagine, l’immagine che dice: “Sono buono, sono cattivo, sono superiore”, e così via. Il pensiero ha creato anche l’“io”, che dice: “Sono più durevole, resisterò alla morte”, e così via. Ma è il pensiero che ha creato entrambi. Voi fate progressi e dite: “Guarda at­tentamente. Il pensiero ha creato entrambi, quindi sono la stessa cosa. Non c’è divisione tra l’“io” e l’immagine. Non c’è divisione tra os­servatore e osservato. Non c’è divisione tra il pensatore e il pensiero. Non c’è divisione tra lo sperimentatore e l’esperienza”. Scusate se lo faccio dire a voi.

Allora il pensiero vede di colpo la verità di tutto ciò. Non che il pensiero ne comprenda la verità, è la verità. Giusto? La percezione della verità è intelligenza, e l’intelligenza dice: “Tutto ciò che faccio è azione corretta”. Perché non c’è immagine, non c’è “io”, non c’è contenuto psicologico, solo intelligenza in atto. Afferrate?

Domanda: Se il pensiero si è fermato, o è bloccato, è ovvio che non si usa più il pensiero per...

Krishnamurti: ...solo per guidare l’automobile, parlare una lingua, espletare una funzione pratica, e così via. Non c’è contenuto psicologico. Avete fatto una scoperta enorme. Così potete vivere una vita priva di conflitto, una vita colma di immensa compassione.

Domanda: Ho l’impressione che per scoprire tutto ciò si usi il pensiero.

Krishnamurti: No, usiamo parole, create dal pensiero, per comunicare un significato. Osservi! Io le descrivo una cosa, la descrizione è il mo­vimento del pensiero. D’accordo? La descrizione è il movimento del pensiero, ma la descrizione non è la cosa descritta. La cosa descritta non è pensiero. L’albero non è pensiero, anche se lo descri­vo. Afferrate?

Ciò che resta è quindi totale libertà dall’immagine e dall’“io”. Ca­pite? Questo è ciò che tutti i santi, quelli seri, e tutti i grandi maestri hanno cercato: essere in uno stato in cui è in atto solo l’intelligenza, ovvero l’intelligenza della percezione della verità. Avete compreso tutto ciò? Avete avuto un’intuizione, e non soltanto una descrizione verbale?

Domanda: È ciò che chiamiamo “santità”?

Krishnamurti: Quello è santo. Quell’intelligenza è sacra, non le cose create dalla mano o dalla mente, le statue, i templi, le chiese. Queste cose non sono sacre, sono il prodotto del pensiero. L’architetto che ne aveva un’immagine in forma di progetto, che l’ha messa sulla carta e l’ha costruita, tutto questo è pensiero. È una realtà, capite? L’edifi­cio è stato creato dall’architetto, ed è una realtà, è così, è lì. Ma l’“io”, l’immagine, non c’è.

Domanda: Qual è la differenza tra la realtà e l’“io”?

Krishnamurti: Osservi l’organismo. Lei è il corpo?

Domanda: Sì.

Krishnamurti: È il corpo? Che cosa intende?

Domanda: Due braccia, due gambe.

Krishnamurti: È il nome JeanMichel, la forma, la conformazione della testa, la forma degli occhi, la forma del naso, l’altezza e la larghezza, giu­sto? Questa è una realtà. L’organismo è una realtà, ma la cosa psico­logica che il pensiero ha creato non è una realtà. Aspetti, aspetti, non corra. Il corpo, l’organismo, la struttura biologica non è una creazione del pensiero. L’albero non è una creazione del pensiero. Giusto? Ma il pensiero ha creato la struttura psicologica. Anche questa è una realtà, aspetti!, ma è un’illusione.

Domanda: L’illusione sta nel non capire che è creata dal pensiero?

Krishnamurti: Naturalmente. Non è un’illusione creata dal pensiero, come tutte le illusioni: credo nello stato perfetto, nel governo perfetto, credo che i comunisti abbiano la migliore capacità organizzativa, e così via. Credo. Sono illusioni, ma le loro azioni sono reali. Capisce? Se sono in disaccordo con loro, mi mandano in un ospedale per ma­lattie mentali. La clinica e io nella clinica siamo realtà, causata però da un’illusione.

Stiamo investigando. Tutto ciò che il pensiero ha creato è una realtà. Il pensiero dice: “Sono Napoleone”; è un’illusione, ma io penso che sia un fatto. Capisce? L’albero non è un’illusione, è un fatto; non è creato dal pensiero. E così l’intelligenza, che non è crea­ta dal pensiero.

Domanda: È quello che stavo dicendo. Se il pensiero si ferma, non accade più.

Krishnamurti: Quindi l’intelligenza è in atto dove c’è un rapporto non basato su immagini. Giusto? L’intelligenza nel rapporto induce l’azione corretta. Afferrate? Avete capito almeno in parte? Tenete ben stretta la coda della tigre, non lasciate che vi sfugga, e vedrete che se conti­nuerete a stringerla entrerete in una dimensione molto diversa. Se invece la lasciate andare, ritornerete a vivere la vita bestiale della lot­ta, del conflitto, della guerra gli uni contro gli altri. Capite?

Dalla trascrizione di una conversazione con gli studenti e gli insegnanti tenuto a Brockwood Park il 30 maggio 1976, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

25. Saanen, 20 luglio 1976

Il problema della coscienza è molto complesso. Il contenuto della coscienza è tutta la sua natura e struttura. Siamo consapevoli della coscienza di noi stessi solo quando abbiamo qualche problema: con­flitti, contraddizioni, ira, gelosia, eccetera. Solo allora diventiamo completamente consci di noi stessi. In caso contrario non c’è coscienza dell’“io”.

Ritengo importante discutere assieme il problema della sofferen­za e la parola amore, parola così abusata, e qual è il senso e la porta­ta reale di questa parola. Per indagare abbastanza a fondo questi problemi, dobbiamo iniziare da ciò che chiamiamo rapporto, i rapporti umani. Altrimenti l’amore diventa un’astrazione senza signifi­cato, qualcosa che è stampato in un libro, o di cui si parla in chiesa o al tempio, e poi completamente dimenticato.

Per metterla in termini molto, molto semplici, penso che do­vremmo iniziare dicendo che il rapporto è l’intera struttura della so­cietà. È un problema molto complesso. Ma per esaminarlo dobbia­mo iniziare da molto vicino, e ciò che è molto vicino sono i nostri re­ciproci rapporti umani. Di qui scoprire che cos’è il corretto rappor­to, se esiste, e passare poi al problema della natura dell’amore, se può esistere amore finché gli esseri umani soffrono, e se c’è una fine alla sofferenza, soprattutto la sofferenza psicologica. Perciò esami­neremo questo problema assai complesso.

Come abbiamo detto, dobbiamo iniziare da molto vicino per sco­prire qual è realmente il nostro rapporto reciproco. Su di esso si fonda tutta la nostra struttura, sociale, morale ed etica. E questa è la società, la società che noi abbiamo creato, una società che oggi è totalmente immorale, degradata, distruttiva. Per cambiare la struttura sociale dobbiamo iniziare dall’interno, e non cambiare solo esterior­mente. Mi pare decisamente ovvio, se osserviamo i tentativi fatti dai comunisti e dagli altri riformatori. Essi pensano che cambiando, ri­modellando la struttura sociale, ambientale, gli esseri umani cambie­ranno radicalmente. Se esaminiamo i vari esperimenti fatti in India nei tempi antichi, e in Cina in tempi recenti, vediamo che in fondo gli esseri umani non cambiano anche se cambia l’ambiente. Mi pare davvero importante capire il rapporto tra noi stessi e la società, e se trasformando radicalmente la mente e la coscienza umana si può produrre un nuovo ordinamento sociale. È uno dei nostri problemi, perché l’ordinamento sociale deve necessariamente cambiare. Deve avvenire una trasformazione radicale. I terroristi, i rivoluzionari e gli idealisti, o almeno alcuni di loro, pensano che cambiare l’ambiente, gettare bombe, e tutto ciò in cui consiste la rivoluzione materiale, trasformerà in qualche modo la natura e la struttura della coscienza umana. Noi invece pensiamo che la radicale trasformazione della so­cietà possa aver luogo solo con una radicale trasformazione della coscienza umana. Credo che l’abbiamo chiarito sin dall’inizio.

Perciò dobbiamo scoprire che cos’è il nostro rapporto di esseri umani con la società, i rapporti umani reciproci, il rapporto umano con la globalità dell’umanità, la totalità del rapporto. Che cos’è realmente, nella vita quotidiana, il nostro rapporto reciproco, e su che cosa si basa? Come abbiamo detto, la parola non è la cosa, la descri­zione non è la cosa descritta. In questo momento stiamo dando una descrizione verbale, ma se restiamo imprigionati nella descrizione senza arrivare alla cosa descritta, al fatto, scalfiremo soltanto la su­perficie e non coglieremo affatto il senso. Dobbiamo quindi essere consapevoli, consci, o qualunque parola vogliate usare, non restare imprigionati nelle parole, non restare imprigionati nelle descrizioni, nelle conclusioni, ma guardare, osservare che cos’è realmente il no­stro rapporto nella vita quotidiana, e se questo rapporto può venire trasformato in qualcosa di diverso da ciò “che è”. Ecco la nostra domanda. Per trasformare ciò “che è” bisogna essere interessati e osser­vare a fondo ciò “che è”, senza immaginare ciò che “dovrebbe essere”. Giusto?

Su che cosa è basato il nostro rapporto? Sulla conoscenza? Sull’esperienza? Su svariate conclusioni intellettuali, emotive, sentimentali? Se non vi spiace, vi prego di osservare, come stiamo ripetendo, il vostro effettivo rapporto con l’altro, quello effettivo, non come pensate dovrebbe essere, non il rapporto ideale, ma quello reale, quotidiano, il rapporto di tutti i giorni, perché è ciò che stiamo vivendo, e se lo comprendiamo potremo spingerci molto più in là. Ma se non vi scaviamo in profondità, immaginare soltanto o avere un rapporto che è pura fantasia, non ha senso. Ci stiamo occupando di fatti, e non di astrazioni idealizzate che non ci porterebbero da nes­suna parte. Quindi, che cos’è realmente il nostro rapporto?

Rapporto significa rispondere. Il senso profondo di questa parola, non quello in cui l’abbiamo trasformato, è rispondere totalmente a un altro, come nella parola “responsabilità”. Ci rispondiamo mai in modo completo l’un l’altro, o è sempre una risposta frammentaria, una risposta parziale? E se è una risposta parziale, frammentaria, perché lo è? Capite la mia domanda? Mi auguro che stiamo comuni­cando reciprocamente, perché è davvero molto importante. Come tutto ciò di cui abbiamo parlato, il rapporto umano è una delle cose più radicali, basilari, essenziali che dobbiamo comprendere, perché così saremo in grado di scoprire che cos’è l’amore, che cos’è davvero, al di là di quello che ne abbiamo fatto. È quindi importan­tissimo per ciascuno di noi capire che cosa sono realmente i nostri rapporti, se si possono trasformare e se è possibile trasformarli radi­calmente.

Il nostro rapporto non si basa forse sulla memoria, sui ricordi accumulati attraverso le varie risposte emotive, irrazionali o sessuali? Ovvero, il desiderio più il pensiero, e il pensiero crea l’immagine. Giusto? Il desiderio, che è sensazione, più il pensiero, e il pensiero crea l’immagine di me stesso e di voi. Così, ci sono due immagini: me stesso e quella che ho costruito su di voi. Vero? Vi prego, esami­niamolo assieme. Questa è la vostra vita, e per amor del cielo dedi­cate un po’ d’attenzione a questo punto, perché ci stiamo distrug­gendo a vicenda, stiamo distruggendo la terra, l’aria, abbiamo distrutto tutto ciò che tocchiamo. E credo che non ci sentiamo responsabili per tutto ciò. Vi prego quindi di dare attenzione, il che si­gnifica cura, interesse, per scoprire che cosa sono realmente i nostri rapporti.

Abbiamo detto che il nostro rapporto è sensazione più pensiero, il quale è desiderio, e l’immagine che il pensiero ha modellato sulla base del desiderio. Così ho un’immagine di me stesso, varie immagini: l’immagine professionale, l’immagine intellettuale, l’immagine emotiva, tutte le immagini che la società mi ha aiutato a costruire, che la scuola mi ha aiutato a costruire. Io ho un’immagine, e il mio rapporto con voi è un’altra immagine, che applico su di voi. Giusto? È un fatto indiscutibile. L’immagine, il ritratto, la forma siete voi, e io sono in rapporto con voi attraverso quel ritratto. Sono attaccato a quel ritratto. Che voi siate mia moglie, un mio amico, la mia ragazza, il mio ragazzo, o qualunque altra cosa, sono attaccato all’immagine che ho costruito su di voi, e mantengo quell’immagine. L’immagine viene costruita attraverso i fatti che avvengono nel nostro reciproco contatto. Anche voi avete un’immagine di voi stessi, varie immagini, alle quali aggiungete anche la mia. E così il rapporto è tra la vostra immagine e la mia immagine di voi.

Approfondite, vi prego, approfondite. Osservate voi stessi. Forse siete sposati da cinque o dieci anni, oppure avete una ragazza o un ragazzo, e a poco a poco si sono formate queste immagini, in modo conscio o inconscio, ma in genere inconscio. L’immagine ha messo radici attraverso le liti, il dominio, le rivendicazioni, le offese, la pos­sessività, gli attaccamenti. Mi seguite? Tutte queste cose hanno creato in me un’immagine di voi. E voi avete fatto la stessa cosa con me. Chiamiamo tutto ciò rapporto, lo chiamiamo amore. “Ti amo” signi­fica: amo l’immagine che mi sono fatto di te. Sembra cinismo, ma non lo è: è la realtà dei fatti.

Perché il cervello costruisce immagini? Capite la mia domanda? Io ho costruito un’immagine di voi, e voi un’immagine di me. Que­sto è un fatto, e io vi chiedo: perché il cervello agisce in questo mo­do? Perché il pensiero crea questa divisione tra voi e me attraverso l’immagine? È chiara la domanda? Perché?

Come abbiamo già detto, il cervello ha bisogno di sicurezza. Sin da piccoli, i bambini hanno bisogno di sicurezza, devono essere protetti. Non li proteggiamo, ma questa è un’altra faccenda. Li distrug­giamo, ma questo è un altro problema. Il cervello ha bisogno di totale sicurezza, e la cerca in un’illusione: Dio, fantasie, ogni sorta di cose, e così diventa nevrotico. Oppure, può cercare sicurezza in un’immagine che ritiene una conoscenza. State seguendo? Il cervello ha costruito mediante il pensiero questa immagine per avere sicurez­za. Conosco mia moglie, la conosco. Mi seguite? Un’affermazione precisa. L’immagine che ho costruito su di lei mi fa sentire di posse­derla completamente, lei è mia. E per lei vale la stessa cosa, eccetera, eccetera. Le immagini vengono quindi create a causa del desiderio di sicurezza. Questo è uno dei fattori.

Avere un’immagine è molto comodo, perché non avete più biso­gno di guardare l’altro, non dovete più prendervi questo fastidio. Vi sentite responsabili nei confronti dell’immagine, non verso la persona. Osservatevi, vi prego! Avendo reciprocamente un’immagi­ne dell’altro, vivete la vostra vita quotidiana a livello molto superfi­ciale, che è il livello sessuale. Uscite per andare al lavoro e ritornate a casa, conoscete tutti molto bene questo modo superficiale di vivere. È uno dei motivi per cui le immagini diventano terribilmente importanti.

Ma se diventiamo consapevoli del processo del creatore di imma­gini e dell’immagine, quando ne prendiamo coscienza ci domandia­mo: può finire questa costruzione di immagini? Capite la mia domanda? È importantissima. Vi prego, osservate voi stessi, osservate il vostro rapporto. Voi avete un’immagine e io ho un’immagine, e su di esse si basa il nostro rapporto.

La domanda successiva è: quali sono i motivi di questo funzionamento del cervello? E un’altra domanda ancora: è possibile non creare assolutamente nessuna immagine? Se si riesce a evitarlo, il rapporto acquista un valore straordinario. Ci incontriamo davvero? Stiamo chiedendo: è possibile non costruire immagini? Il costruttore delle immagini è ovviamente il pensiero. Giusto? Il pensiero è il tempo, il ricordo di quello che è accaduto ieri, che è sempre il tem­po, e nel tempo l’immagine si è formata giorno dopo giorno, giorno dopo giorno. Il pensiero ha costruito l’immagine attraverso il desi­derio, la sensazione, e così via. Quello che ci stiamo chiedendo è se questa spinta, che è la spinta della tradizione, può arrestarsi.

Siamo schiavi della tradizione. Possiamo pensare di essere mo­derni, liberi, ma nel profondo siamo molto tradizionali, fatto che vediamo quando accettiamo questa costruzione di immagini e vi fondiamo i nostri rapporti. È un processo antico come le montagne, ed è una delle nostre tradizioni. La accettiamo, conviviamo con essa e con essa ci tormentiamo a vicenda. Può questa tradizione aver fine? Voglio dire, non registrare i fatti, i casi che avvengono nel nostro rapporto? Avete capito? No.

All’interno del nostro rapporto diciamo qualcosa mossi da rab­bia, perché siamo irritati; il cervello lo registra e lo aggiunge all’im­magine che ha già costruito su di voi. Può l’offesa, l’irritazione e la rabbia contro qualcosa che avete detto e che mi ferisce, ferisce l’im­magine, può non mettersi in moto? Capite la mia domanda? Può fermarsi solo quando capite l’intero processo della memorizzazione. Il cervello registra tutto. In questo momento sta registrando ciò che sto dicendo. Quando avviene qualcosa di spiacevole, viene registrato. E ci stiamo chiedendo: può non avvenire questa registrazione? Capite la domanda? Vi offendo e scatta immediatamente una vostra reazione, che è la registrazione. Può cessare tutto ciò? Altrimenti, il nostro amore è soltanto emotivo, sentimentale, sessuale e superficia­le. Solo una mente che non viene ferita è capace di amare, non è ve­ro? Ne vedete l’importanza? Coraggio! Mi ferite, cioè ferite l’imma­gine che mi sono fatto di me stesso. Può l’offesa non venire registra­ta, e il mio cervello non venire ferito? Allora conoscerò il senso e la bellezza di qualcosa che sento che esiste, ma che solo adesso com­prendo. Per questo sto cercando di scoprire se è possibile impedire che la ferita venga registrata.

È possibile solo se l’immagine non c’è. È chiaro? Se io non ho nessuna immagine di voi, e voi nessuna immagine di me, solo allora qualunque cosa diciate non lascia segni. Ciò non significa che sia isolato in me stesso o che sia privo di sensibilità, ma che la registra­zione delle ferite, delle offese e di tutti questi movimenti del pensie­ro, è cessata. Il che richiede, nel momento dell’offesa, di essere all’erta con tutti i vostri sensi. Ciò che viene ferito è il nostro cervello. Colpi e incidenti vari fanno sentire il cervello in tremendo pericolo. Vuole sicurezza, e la cerca nelle cose normali o anormali. Ad esempio nel proprio paese, ma la venerazione di una nazione è anormale, un istinto tribale. Ciò nonostante, lì trova sicurezza. E così via, e così via. La ricerca stessa di sicurezza è la sua distruzione. Capite? La famiglia mi dà sicurezza. In famiglia c’è un perenne conflitto, tra me e voi, con i miei figli, un conflitto continuo, angoscia, disperazione, fastidi. Sapete tutti come si ripete un giorno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro. Per il cervello è un colpo tremendo. Per questo dicia­mo: finché c’è un costruttore di immagini ci saranno ferite, ci sarà registrazione. Solo quando non c’è un costruttore di immagini non c’è più registrazione. Ciò significa che non c’è “io”, il quale è l’immagine che viene ferita. Capite? Non c’è “io”. è l’immagine che ho di me stesso, un essere umano eccezionalmente capace e di successo, ciò che il pensiero ha costruito attorno a se stesso in quanto “io”, la grande immagine conscia o inconscia che ha creato.

Nel rapporto, la costruzione di immagini diventa una continua attività quotidiana, e per questo non c’è nessun reale rapporto. Può esserci rapporto solo quando non c’è immagine. Capite che cosa sto dicendo? Ne avete afferrato qualcosa? Non a livello verbale, ma realmente, nel vostro stesso sangue? Allora una verità entra nel no­stro rapporto.

Che cos’è il nostro rapporto se non c’è nessuna immagine tra voi e me? Se non avete nessuna immagine di me, qual è il vostro rappor­to con me? Se non avete un’immagine, mentre io ho un’immagine, che cosa avviene tra di noi? Se ho un’immagine di me stesso sono in contrasto con voi, se voi non avete nessuna immagine non siete in contrasto con me. Capite? Siete in grado, nel rapporto, di mantene­re uno stato mentale in cui la creazione di immagini è cessata? È la vostra responsabilità nei miei confronti. Se voi non avete nessuna immagine di me, ma io ne ho una di voi, voi avete la responsabilità di impedirmi di crearmi un’immagine di voi. Ne avete la responsabi­lità. Siete attenti, siete svegli, siete pienamente vivi, mentre io sono mezzo addormentato. È quindi vostra responsabilità fare in modo che io non costruisca immagini.

Due persone prive di immagine, se mai è possibile, sono qualcosa di miracoloso, un miracolo più grande di qualunque altro al mondo. Se avviene, si instaura una forma di comunicazione completamente diversa. Ciò significa non litigare mai, capite?, non essere mai pos­sessivi, non dominare, non foggiarsi a vicenda con le parole, le mi­nacce, le insinuazioni. Allora avremo un rapporto straordinario. So che può essere così. È già stato fatto, noi l’abbiamo fatto. Non sono solo chiacchiere.

Stiamo dicendo che dove non c’è immagine c’è amore. Così dob­biamo scoprire che cos’è realmente l’amore. Ma che cos’è quello che chiamiamo amore nella nostra vita? Quando dite di amare qualcu­no, che cosa significa? È amore sessuale, una faccenda biologica, il ricordo, il bisogno, la ricerca dell’amore sessuale? Evidentemente ha un rilievo enorme nella nostra vita, è gonfiato su tutte le riviste, nei film, e tutto il resto. È amore sessuale? È amore se c’è gelosia? Capite?

È amore, vi prego di ascoltarmi, se vado in ufficio o in fabbrica, faccio la segretaria o qualunque altro lavoro, e voi fate qualcos’altro perché volete anche voi la vostra gratificazione? La moglie vuole la propria gratificazione, il marito la propria, i figli la propria. In tutto ciò, dove siamo noi? Capite? E tutto ciò è chiamato “amore”, “re­sponsabilità”. Per scoprire che cos’è l’amore non deve esserci fram­mentazione, nessuna frammentazione nel mio lavoro e in ciò che im­plica, nessuna divisione tra il mio lavoro e la mia famiglia, mia mo­glie, la mia ragazza. Capite che cosa sto dicendo? Non è qualcosa di spezzato. Vado in ufficio, dove sono ambizioso, avido, invidioso, bramoso di successo, sapete com’è, spingere, farsi avanti, competere; poi torno a casa e dico; “Oh cara, come ti amo”. Tutto ciò è così meschino, ed è la nostra tradizione.

Perciò ci stiamo chiedendo: è possibile vivere una vita totalmente armoniosa, intera, in modo che quando vado in ufficio io sia sempre intero, e non qualcosa di diverso da ciò che sono in famiglia? Capite? È possibile? Non dite che è un’idea, che è utopistico. Bisogna renderlo reale, bisogna lavorarci, affrontarlo seriamente e riuscirci, perché altrimenti ci distruggiamo.

L’amore può venire in essere solo quando c’è totale armonia in se stessi, in qualunque azione, e perciò non c’è conflitto tra l’interno e l’esterno. Per scoprire come vivere in questo modo, come vivere una vita che non sia contraddittoria, spezzata, di comodo, ma che sia totale e armoniosa, per scoprirlo dobbiamo esaminare il problema della sofferenza. Tutte queste cose sono collegate, capite? Rapporto, amore e sofferenza sono interrelati.

Gli uomini hanno sempre vissuto con il dolore. Sin dall’antichità hanno portato questo fardello, e lo stiamo portando ancora. Siamo diventati molto sofisticati, altamente tecnologici, eccetera, ma inte­riormente c’è angoscia, pena, solitudine, isolamento, un grande carico di dolore, non solo il dolore per la propria piccola vita, ma il dolore dell’umanità. Ci stiamo intendendo? Il dolore dell’umanità. Gli esseri umani soffrono in India, in Asia, nel mondo arabo, nel mondo ebreo, in Russia; c’è una sofferenza globale. E soffre anche il nostro piccolo io. Quindi ci domandiamo: è possibile mettere fine alla soffe­renza? Se non c’è fine della sofferenza non ci può essere compassio­ne, quindi non ci può essere amore, quindi non ci può essere rappor­to. Ecco che cosa è realmente in atto nella nostra società: niente rapporto, niente amore, niente compassione, niente fine della sofferenza. Perciò facciamo della nostra vita un’orribile confusione. Capite?

Perciò ci domandiamo: c’è una fine al dolore? È una domanda che ogni essere umano serio si è posto davanti al proprio dolore e al dolore altrui. Si è posto la domanda: “Può finire tutto ciò? O l’infe­licità dell’uomo è perenne?”. Stiamo cercando di scoprirlo, non in astratto, non in teoria, ma scoprire nella realtà se voi, in quanto esse­ri umani che rappresentate il mondo, e il mondo è voi, se potete mettere fine alla sofferenza. Stiamo cercando di scoprirlo.

È un problema molto serio, come tutto quello che riguarda la vi­ta, e molto complesso. Per scoprire che cos’è l’amore dobbiamo disfarci di tutte le tradizioni, di qualunque emozione, sentimento, di tutto ciò che ci siamo costruiti attorno, gettarlo via. Poi, per arrivare a qualcosa che è globale, totale, armonioso, dobbiamo lavorare, guardare, osservare. E stiamo facendo la stessa cosa con il dolore.

C’è il dolore biologico, il dolore fisico, e il dolore registrato nella mente, nel cervello. C’è la paura che possa ritornare, e anche questo è dolore. C’è la solitudine, l’isolamento, il senso di essere staccati dalla vita, il completo ritiro, il senso di non poter essere in rapporto con niente. È una sofferenza enorme. Non so se l’avete provata. Molti la provano. Poi c’è il dolore della morte. Avete perduto una persona, che vi ha lasciato; la solitudine dell’improvvisa scomparsa di una persona che pensavate di amare, che vi era cara, amica, in cui forse avevate investito tutta la vostra immortalità. Anche qui c’è dolore. Poi c’è il dolore di tutte le persone uccise nelle cosiddette guer­re di religione, guerre di nazionalismi, guerra per la sicurezza, milio­ni e milioni uccisi per la vostra nazione, per la vostra sicurezza. Tutto questo dolore indicibile. Capite? Noi siamo i responsabili di tutto ciò, non gli americani in Vietnam o gli arabi a Beirut. Gli esseri umani sono i responsabili, perché la loro richiesta primaria è: datemi sicurezza. Ma la sicurezza assume la forma del nazionalismo, la forma di un credo religioso che incide nel profondo. E vi aggrappate a ciò perché è la vostra sicurezza, in nome della quale siete dispo­sti a uccidere e distruggere. Tutto ciò ha causato millenni di dolore. Giusto? Stiamo dando una descrizione, non fatevi prendere dall’emozione, perché dobbiamo affrontarlo e capirlo.

C’è il dolore dell’umanità. Può avere fine? Se non può avere fine, siamo incatenati per sempre all’infelicità. La sofferenza può essere conscia o inconscia. Perciò dobbiamo osservare l’inconscio, il profondo, il nascosto, oltre che il conscio. E ciò significa ritornare alla domanda: che cos’è la coscienza?

Il mondo occidentale, con Freud e altri, ha diviso la coscienza in conscio e inconscio. L’inconscio è razziale, comune, ereditario; le tradizioni, i ricordi, gli impulsi. Il conscio è la mente tecnica, colta, altamente sofisticata. Così c’è una divisione tra conscio e inconscio. Esatto? Questa è la vostra tradizione. Ma potrebbe non essere affat­to così. Qual è stato l’agente della divisione? Il pensiero, giusto? Se non comprendiamo il senso profondo del movimento del pensiero, ogni suo movimento sarà divisivo. Negli strati profondi della coscienza c’è sofferenza? C’è la sofferenza di millenni di umano dolore, immagazzinato, trasportato dal passato al presente in un essere umano preciso, nei profondi recessi della mente individuale? Abbia­mo detto che fa parte dei contenuti della coscienza. La parte è il tutto. Il passato è la coscienza. Quindi, in noi, nella nostra coscienza, c’è la passata sofferenza degli uomini e c’è quella presente. Può finire tutto ciò? Ne vedete l’importanza, l’urgenza? Non accettatelo, di­cendo: “Va avanti così da milioni di anni, e allora? Qualche persona in più che soffre, qualcuna in meno, che importanza può avere?”. Ha un’importanza enorme, perché quando un essere umano trasfor­ma completamente, radicalmente se stesso, influisce sulla totalità della coscienza umana. Capite? Ve lo dimostrerò.

La vostra coscienza non è forse influenzata da tutto il passato, da Hitler, da Stalin, dai tiranni, dalle brutalità? Tutto ciò è il passato. È il contenuto della coscienza, è la coscienza umana. Se vivete nel mondo occidentale siete influenzati dal cristianesimo. Il cristianesi­mo, creato dai preti, è parte della vostra coscienza.

Quindi la sofferenza è parte della coscienza, che sia nascosta o che ne siamo consapevoli. Ciò che ora ci chiediamo è se questo immenso carico di solitudine, disperazione, isolamento, ripiegamento causato dalle ferite, la costruzione delle resistenze attorno a sé, può avere fine, non gradualmente, non in anni e anni, ma adesso. Capite la mia domanda? Capite che cosa sto dicendo? Siamo abituati, ci hanno inse­gnato, abbiamo acquisito l’abitudine di dire: “Bene, lo farò a poco a poco. Ci vorrà tempo, ma ci riuscirò”. Cioè: ora sto soffrendo, e a po­co a poco smetterò di soffrire. C’è questa profonda spaccatura tra una fine e un inizio. In questa spaccatura si insinuano vari avvenimenti e incidenti, e così continuiamo a posporre. Mi seguite? Per questo dob­biamo infrangere la tradizione del risultato futuro.

Ci stiamo chiedendo se la sofferenza che fa parte della condizione umana, che fa parte della nostra coscienza, può finire non in qualche lontano futuro felice, ma adesso. Adesso è la cosa più importante, lo capite? Scoprire che cos’è l’adesso, in modo che la sofferenza abbia fine. L’adesso è il passato che incontra il presente, e se il passato, in­contrando il presente, si modifica diventando il futuro, non c’è ades­so. Il passato, i miei ricordi, le mie ansie, le mie speranze, memorie, piaceri, dolori, tutto ciò è un movimento nel presente. Vi vengo incontro: c’è la sfida del presente, il passato si modifica e procede ver­so il futuro. Il tempo è quindi un movimento dal passato, attraverso il presente, verso il futuro. Siamo abituati a fare così, fa parte della nostra tradizione. I comunisti sostengono il processo di tesi, antitesi e sintesi; cioè pezzetto per pezzetto per pezzetto. Così il passato, in­contrando il presente, si modifica e procede verso il futuro. Stiamo dicendo che l’adesso è quando il passato incontra il presente e mette fine al movimento. Ma può finire solo quando comprendete l’intera struttura della memoria, in quanto esperienza, conoscenza, e risposta di quella esperienza, conoscenza e memoria, che è il pensiero; quan­do il pensiero porta il passato nel presente e lì ha termine, senza procedere nel domani. Mi chiedo se comprendiate. Comprendetelo, perché è molto importante per la vostra vita che il tempo abbia fine.

Quando vi sentite soli, isolati, addolorati per la morte di una persona, perché avete perso il lavoro, eccetera eccetera, tutti i vari dolo­ri che gli uomini si sono creati da sé, affrontate questa solitudine. È creata dall’attività egoistica della vita quotidiana. Questa solitudine è la sintesi, l’essenza della nostra attività egoistica quotidiana. Af­frontate la solitudine, non datele un futuro. Guardatela, osservatela a fondo, con tutti i vostri sensi, con totale attenzione, e vedrete che il passato incontra il presente e vi mette fine, e che la solitudine non ha futuro, è finita. Nello stesso modo mettete fine al dolore, che co­noscete bene, viste le molte vie di fuga che avete creato: fughe attra­verso la chiesa, attraverso i libri, decine di vie di fuga. Ma la fuga dal dolore lo rafforza, è ovvio. Quindi, essere consapevoli delle fughe, e ciò significa dargli il tempo di maturare, essere consapevoli delle fu­ghe e affrontare totalmente la sofferenza, senza nessuna distorsione prodotta dal pensiero, mette fine alla sofferenza.

Solo con la fine della sofferenza c’è compassione. La parola soffe­renza è collegata alla compassione. Compassione significa passione per tutte le cose. Capite? Per tutte le cose. Quindi significa non uc­cidere. I cristiani sono abituati a uccidere, forse hanno ucciso più di chiunque altro. Non uccidere. Per vivere dobbiamo uccidere, ad esempio i vegetali, dobbiamo uccidere, ma non uccidere gli animali. Quando c’è compassione non si uccide, né con le parole, né con i fatti, né con le idee.

Stiamo dicendo che, se comprendiamo il rapporto, nasce l’amore. La comprensione dell’amore trasforma la struttura della società, e la sofferenza finisce. Solo allora c’è compassione. La compassione è la cosa più straordinaria della vita, perché non c’è un ‘io” che è compassionevole. C’è solo la compassione, che non è né mia né vostra.

Dalla trascrizione del quinto discorso pubblico tenuto a Saanen il 20 luglio 1976, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

26. Saanen, 31 luglio 1977

Stiamo parlando di qualcosa di molto importante, almeno a mio parere. Ci stiamo chiedendo: che cos’è l’amore nel rapporto recipro­co, l’amore tra uomo e donna, l’amore di una madre per il figlio, l’a­more per il proprio paese, e così via? Può esserci amore se non c’è comprensione totale, o autoconoscenza? E c’è anche un’altra domanda: che cos’è il rapporto tra esseri umani dotati di autocono­scenza, che comprendono se stessi?

Com’è il rapporto tra gli esseri umani, uomo e donna, marito e moglie, madre e figlio, e così via? Se il nostro rapporto non è corret­to, e uso la parola corretto nel senso di vero, giusto e sincero, la so­cietà che creiamo è in disintegrazione, spaventosa, oppure è un mondo totalitario. È ciò che creiamo e accettiamo.

È molto importante comprendere il rapporto. La parola signifi­ca essere collegati, essere realmente collegati, essere in contatto, sentire empatia, comunanza, avere una sensibilità che ci fa com­prendere a vicenda completamente, non parzialmente. Ma poiché la maggior parte degli esseri umani non conosce affatto questo rapporto, il loro rapporto è fondato sul conflitto. Come nasce questo conflitto? È importante, esaminiamolo, perché vi è implicata la no­stra vita. Non sprechiamo la nostra vita, abbiamo solo questa. Qualunque sia la vita futura, se non cambiamo quello che siamo adesso lo riprodurremo in una forma diversa, ma non parlerò di questo argomento.

È molto importante comprendere il problema del rapporto, perché fa parte dell’autoconoscenza, della conoscenza di sé. Attraverso la comprensione del rapporto, che è l’esterno, potete passare all’in­terno. Siamo realmente collegati a qualcosa, alla natura, reciprocamente? Nei nostri rapporti intimi, privati, sessuali, nel rapporto tra madre e figlio, e così via, su che cosa si basa il rapporto? Esaminatelo da voi. Avete un marito, una ragazza, un ragazzo, siete madri di un bambino, tutto ciò fa parte della vostra vita. Perciò vi prego di seguire, siate seri per una volta nella vita.

Su che cosa si fonda questo rapporto? Ci sono due entità, due esseri umani profondamente interessati a se stessi, profondamente dediti alle proprie ambizioni, alle proprie preoccupazioni, alle proprie ansie, incertezze, confusioni, e queste due persone si in­contrano, un ragazzo e una ragazza, eccetera eccetera. Poi c’è l’intero problema del sesso, e poiché in questo rapporto ciascuno è interiormente separato, c’è conflitto. È ovvio. Giusto? Possiamo procedere?

Il conflitto è inevitabile quando ognuno è così profondamente preoccupato per se stesso, come in effetti siamo. In questa indagine dobbiamo essere assolutamente sinceri, altrimenti è un gioco che non vale la pena giocare. Il problema è: può esistere un rapporto senza tensione, senza questo continuo conflitto tra due esseri, e com’è un rapporto assolutamente privo di conflitto? Perché c’è con­flitto? Sembra che il conflitto sia causato dal fatto che ognuno dei due è incentrato su se stesso; da questo se stesso esce, da questo se stesso agisce, da questo se stesso dice: “Ti amo”, ma il suo centro è sempre l’“io”, il “me”. È chiaro, no? Stiamo descrivendo qualcosa di molto ovvio.

La domanda è: si può conoscere e distruggere questo centro? Altrimenti la vita, che è rapporto, sarà inevitabilmente una serie di scontri e di conflitti. È evidente. Perciò ci chiediamo: può questo centro essere osservato, compreso; può la sua natura, la sua struttu­ra essere vista e fatta cessare, non verbalmente ma realmente? Ecco la nostra domanda. Per fare ciò dobbiamo osservare con la massima libertà la natura e la struttura dell’io.

Sorgono così varie domande: “Che cosa sono? Chi sono?”; e, adeguandovi a ciò che dice il più recente psicologo, con le sue idee particolari e il suo nuovo modo di pensare, dite anche voi: “Per Giove, lo accetterò”. Noi invece diciamo di non accettare niente, perché in questo modo ripetete soltanto quello che lo psicologo dice che voi siete. Nell’osservazione di se stessi non c’è un’autorità. Spaz­zate via Freud, Jung e tutto il loro dannato mucchio, e iniziate, perché così ciò che scoprirete sarà nuovo, e non di seconda mano. Non è vero?

Dalla trascrizione del quinto dialogo pubblico tenuto a Saanen i1 31 luglio 1977, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

27. Ojai, 21 aprile 1979

Un eccellente architetto ha acquisito una grande quantità di conoscenza, ha costruito molte case, cattedrali, palazzi, e così via. Questa conoscenza è stata accumulata, ha letto, ha lavorato, ha studiato vari tipi di case, palazzi, eccetera. Attraverso quella conoscenza costruisce a sua volta. Questa conoscenza è ovviamente indispensabile. Ma la conoscenza psicologica, la conoscenza che consiste nel voglio questo, ho sperimentato questo, credo in questo, questa è la mia opinione, il residuo psicologico delle nostre esperienze personali e delle esperien­ze dell’umanità immagazzinate nel cervello, è diversa, perché da que­sta conoscenza proviene il pensiero e il pensiero è sempre limitato. E qualunque azione nata da tutto ciò sarà per forza limitata e quindi non armoniosa, ma contraddittoria, divisiva, conflittuale, e così via.

Psicologicamente, è il pensiero stesso che può essere la radice del disordine. Comprendete la bellezza, il lato divertente, e anche la lo­gica di ciò? Così ci si chiede: ha qualche ruolo il pensiero nel rapporto? Capite? Il nostro rapporto reciproco, intimo o superficiale, l’essere in contatto fisico, emotivo, intellettuale, si fonda sul pensie­ro? Ci stiamo ponendo questa domanda per esplorarla assieme con un’unica mente, per capire. Se il nostro rapporto si basa sul pensie­ro, che si basa sul ricordo, il nostro rapporto è necessariamente limi­tato. È ovvio. In questa limitazione c’è contrasto: voi e io, io e voi, le mie opinioni, le mie ambizioni, tu non soddisfi le mie richieste ses­suali ma mi fai opposizione, e così via. Vi prego, è una cosa seria, perché stiamo esplorando la natura dell’amore. Dobbiamo capire queste cose essenziali: il desiderio, il pensiero, e poi l’ordine. L’es­senza stessa dell’amore è ordine. Lo esamineremo.

Se il pensiero, essendo limitato, crea disordine, così come fa il desiderio, che ruolo può avere nel nostro rapporto? Non quando camminiamo, parliamo, guidiamo l’automobile, costruiamo una casa, guadagniamo denaro, ci procuriamo un riparo, abiti, ma nel nostro rapporto, tra uomini e donne, che ruolo ha il pensiero? Vi prego di indagare, di esaminare con me, non aspettate che sia io a rispondere. Se il pensiero è il fattore dominante nel nostro rapporto, essendo il pensiero limitato, anche il nostro rapporto sarà limitato, molto limi­tato, e perciò contraddittorio, conflittuale, distruttivo. Dunque: il no­stro rapporto si basa sul pensiero, sul ricordo? Se siete sinceri, la ri­sposta è sì. Ora chiediamoci: l’amore è soltanto un ricordo, un ricor­do sessuale? L’amore è la memoria di un piacere? Fate molta atten­zione, per l’amor di Dio, si tratta della vostra vita. Il modo in cui la parola amore viene usata in questo paese è così privo di senso.

Stiamo indagando assieme, perché abbiamo la stessa mente per capire, e perché ciò può portare ordine nella nostra vita. Allora vi­vremo con un senso straordinario di felicità. La felicità non è piacere, è ordine. Dall’ordine viene la libertà, e con la libertà c’è la re­sponsabilità. Perciò ci domandiamo: l’amore è un ricordo, l’amore è desiderio, l’amore è piacere, l’amore è attaccamento? Se è un ricor­do, in cui c’è attaccamento, c’è anche ansia, conflitto, gelosia, ira, odio. Non è così? E chiamate tutto ciò amore. Vero?

Ci stiamo chiedendo assieme: l’amore è mera soddisfazione del desiderio? Capite? Abbiamo già spiegato il desiderio. L’amore è la ricerca del piacere? È quello che volete tutti. Se si fonda sul ricordo c’è contraddizione. E limitato, quindi è disastroso per il rapporto, e così si crea una società profondamente distruttiva. Stiamo dicendo che l’amore non è desiderio, che l’amore non è ricerca del piacere, che l’amore non è ricordo; è qualcosa di completamente, totalmente diverso. L’amore, che è uno dei fattori della compassione, viene solo quando iniziate a capire l’intero movimento del desiderio, l’intero movimento del pensiero. Allora, dal profondo di questa compren­sione, di questo sentire, nasce una cosa completamente diversa che si chiama amore. Può darsi che non sia ciò che noi chiamiamo amore, ma una dimensione completamente diversa.

Dalla trascrizione del quinto discorso pubblico tenuto a Ojai il 21 aprile 1979, copyright © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

28. Brockwood Park, 2 settembre 1979

Il problema nasce quando i nostri rapporti, intimi o sociali, non sono compresi. Perché non abbiamo compreso il rapporto e non ne abbiamo visto la profondità? È un problema che evidentemente non abbiamo mai risolto. Lo sapete molto bene, non è vero? Perché? Perché amate, ma non siete amati? È questo il problema? Coraggio, è un grande problema! Oppure siete voi che non amate, e l’altro vi ama. Oppure, nel vostro rapporto con un altro siete possessivi, siete dominanti, siete dipendenti, volete qualcosa dall’altro: sesso, piacere, comodità. L’altro giorno hanno detto a chi vi parla: “Se la lascio, chi mi farà il bucato?”. Capite? Mi chiedo se capiate tutto ciò.

Che cos’è il rapporto, da cui abbiamo creato un così grande pro­blema? Rapporto significa essere collegati a un altro, a uno solo, a molti, o all’intera umanità. Non lo vedete! Perché in questo rappor­to non c’è pace, non c’è quella profonda comprensione reciproca che genera amore? Perché non c’è? Il rapporto sessuale tra due per­sone, un uomo e una donna, è chiamato amore. Giusto? Per amor di Dio, non siamo ipocriti, affrontiamo queste cose! È chiamato amore, ma è amore? O è richiesta di soddisfazione sensoriale, richiesta di compagnia, una richiesta nata dalla solitudine, una richiesta che dice: “Non posso stare solo. Non sopporto questa immensa solitudi­ne in me stesso, perciò devo avere qualcuno da cui dipendere psico­logicamente”. Abbiamo bisogno del portalettere, del portinaio, d’accordo, ma perché c’è questa tremenda divisione psicologica nel rapporto tra uomo e donna? Siete consapevoli di questa grande divisione tra voi e l’altro, che dite di amare? Dobbiamo esaminare tutto ciò? È necessario? Evidentemente sì.

Avete notato che il modo di pensare e di sentire di due persone non è mai uguale? Uno è ambizioso, e l’altro no; uno è possessivo, e l’altro no; uno è prepotente, e l’altro è docile. Che cosa significa? Che ciascuno è incentrato sulla propria attività. Giusto? Mi seguite? Osservatevi. Siete incentrati in voi stessi, anche l’altro è incentrato in se stesso, e così c’è divisione. Dove c’è divisione ci sono liti, c’è antagonismo, ci sono tutte le cose che avvengono tra due nazioni. Quando c’è divisione c’è caos, ma noi chiamiamo questa divisione amore. Non volete vederlo.

Per indagare qualcosa al di là del tempo deve esserci un senso di rapporto totale, che può prodursi solo quando c’è amore. Giusto? L’amore non e il piacere, ovvio. Significherebbe sminuirlo. L’amore non è desiderio, l’amore non è il soddisfacimento dei bisogni senso­riali. State seguendo?

Senza amore, fate pure qualunque cosa, mettetevi sulla testa o sedetevi in meditazione a gambe incrociate per il resto della vita, vesti­tevi da buffoni, fate tutto ciò che volete, ma senza amore non c’è niente. Se volete trovare qualcosa al di là del tempo dovete avere un rapporto corretto, così che non ci siano assolutamente più problemi. Ciò che invece deve esserci è questa qualità di grande affetto, l’amore, che non è un prodotto del pensiero.

Allora potremo procedere nella scoperta. Guardate com’è diffici­le. Siamo quasi tutti così indulgenti con noi stessi, così gretti, con punti di vista così meschini; perciò la vostra mente deve essere libera da tutti quei movimenti autocentrati e ansiosi. Perché è questo che crea il problema, e una mente piena di problemi non può assolutamente vedere con chiarezza. È una mente che chiacchiera in conti­nuazione, non è una mente silenziosa.

Dalla trascrizione del quarto discorso pubblico tenuto a Brookwood Park il 1 settembre 1979, copyright © 1992, Krishnamurtí Foundation Trust, Ltd.

29. Bombay, 25 gennaio 1981

La società è un’astrazione. Un’astrazione non è la realtà. Reale è il rapporto tra uomo e uomo. Il rapporto tra uomo e uomo ha creato quella che chiamiamo società. L’uomo è violento, l’uomo è egoista, l’uomo cerca il piacere, è spaventato, insicuro. In se stes­so è corrotto, e il rapporto che ha creato, intimo o no, ha prodot­to la cosiddetta società. È evidente, ovvio. Cerchiamo di cambiare la società, ma non l’uomo che ha creato la società in cui vive. Questa è logica pura e semplice. I socialisti, i comunisti, i capitalisti, e così via, hanno sempre cercato di cambiare questa cosa amorfa e astratta che chiamiamo società. Ma non hanno mai af­frontato il problema del rapporto tra uomo e uomo. Possiamo cambiarlo? Questo è il punto. Può il vostro rapporto con un al­tro, intimo, sessuale, teso al piacere, fondato sull’idea di essere separati dall’altro, con il conseguente conflitto tra di voi, può tut­ta questa struttura psicologica venire trasformata? Capite? Stiamo procedendo assieme? O state semplicemente seguendo una struttura verbale?

Chi vi parla non è un riformatore, un riformatore sociale. È es­senzialmente un uomo religioso. Non appartiene a nessuna società, a nessun gruppo di irascibili credenti religiosi. Non appartiene a nessuna nazione, non ha credo, non ha ideologia, ma affronta sem­plicemente ciò che accade e guarda se sia possibile cambiarlo radi­calmente. Se siete sufficientemente seri per indagare a fondo possia­mo procedere assieme, sapendo che la salvezza individuale promes­saci dalla struttura religiosa non ha alcun senso. Chi vi parla non offre una salvezza individuale. Chi vi parla afferma che c’è una fine della sofferenza, c’è una fine del conflitto tra uomo e uomo, e da ciò può nascere una nuova società. Vi interessa?

Chi ha creato la struttura sociale, e chi ha creato l’“io”, che è essenzialmente la struttura psicologica? Chiediamoci: chi è il respon­sabile dell’attuale stato del mondo? Dio non ha certo creato questo mondo attuale, l’attuale struttura sociale con le sue guerre, la sua spaventosa crudeltà, l’azione egoistica, la competizione. Certamente non è stato Dio a creare questa società, ma voi, gli uomini, avete creato Dio a vostra immagine. Siete spaventati, volete comodità, vo­lete sicurezza, stabilità, e così avete creato un’idea, un concetto chia­mato Dio che adorate. Vedete il paradosso, l’assurdità di tutto ciò? Dio è stato creato dall’uomo.

Qual è l’origine di tutto ciò? L’origine della natura, dell’universo, l’inizio di tutto? Chi è il responsabile? Molti di noi, o piuttosto mol­ti di voi, credono in qualcosa di rassicurante. Come l’origine di un fiume che nasce tranquillamente, all’inizio con piccoli rivoli d’ac­qua, e poi s’ingrossa scendendo dalle montagne e diventa a valle un’enorme massa d’acqua che va verso il mare, qual è l’origine di tutto ciò? L’uomo ha sempre cercato di trovare l’origine, e la cerca ancora attraverso i telescopi, andando sulla luna e su Saturno. È la ricerca del mondo occidentale. Ma scoprirlo, se siete seri e non ac­cettate ciò che è scritto nei libri, richiede un’enorme capacità di indagine e di energia. Richiede un cervello straordinariamente attivo, un cervello non impastoiato da nessun problema. Solo un cervello libero da problemi può risolvere il problema. E per scoprire, non solo individualmente, per scoprire la verità dell’origine, dobbiamo comprendere la natura della meditazione, la fine di tutti i conflitti. Solo allora si potrà scoprire l’origine, solo allora si vedrà il terreno da cui tutto ciò ha inizio.

Chi ha creato la struttura psicologica, capite?, la struttura chia­mata “io”, “tu”, “noi” e “loro”? Chi è il responsabile di tutto ciò, dell’angoscia, dell’ansia, dell’immensa sofferenza dell’umanità, non solo della sofferenza personale con le sue lacrime, ansie, depressione e solitudine, ma chi ha creato anche lo straordinario mondo della tecnologia che avanza a velocità incredibile? Chi ha creato questo sentire interiore, questo senso interiore di disperazione, ansia e sof­ferenza? Capite? Chi ha creato tutto ciò? Se credete che sia Dio, è un Dio decisamente strano. Se credete che sia il karma, le vite passate, significa che credete, che siete ingabbiati nell’idea di indivi­dualità, che è qualcosa che non esiste. Ma se iniziate a indagare, a esaminare scetticamente, senza accettare nessuna autorità, la Gita, le Upanishad, la Bibbia, il Corano, e così via, il vostro cervello è li­bero di vedere.

Chiediamoci: chi è il responsabile di questi due stati, la struttura psicologica più il mondo tecnologico in cui viviamo, computer, ro­bot, straordinaria rapidità di comunicazione, la medicina, la chirur­gia, e lo stato interiore dell’avidità, dell’invidia, dell’odio, della bru­talità e della violenza? Questi due mondi coesistono. Chi ne è il re­sponsabile? Chiedetevelo.

Il responsabile è il pensiero. Il pensiero ha creato il mondo della tecnologia. Il pensiero ha chiamato a raccolta enormi energie per andare sulla luna, il pensiero ha creato la rapidità di comunicazione, il pensiero ha creato i computer e i robot. Quindi, è stato il pensiero a creare il mondo tecnologico. Il pensiero ha anche creato i quadri, le poesie, la lingua che parliamo. Il pensiero ha creato meravigliose architetture, forse non qui a Bombay, le grandi cattedrali, le stupen­de moschee, i grandi templi dell’India, le sculture; tutto creato dal pensiero. E il pensiero ha creato anche la guerra. Ha diviso la gente in induisti e musulmani. Spero che stiate seguendo. La divisione in nazioni, che è veleno, è stata creata dal pensiero. I musulmani con il loro credo, i loro dogmi, la loro perenne ripetizione di questo o di quello, e gli induisti con i loro condizionamenti, con la loro ripeti­zione della Gita, e così via, sono stati entrambi programmati. En­trambi sono stati condizionati, il mondo islamico da un migliaio di anni, ma gli induisti da tremila. Entrambi sono stati condizionati. Quindi, il pensiero ha creato il mondo esterno, il mondo della tec­nologia, ma non la natura. Grazie a Dio, non è stato il pensiero a creare gli alberi. Non è stato il pensiero a creare quel meraviglioso animale che è la tigre, le gazzelle, i fiumi, l’oceano, il cielo. Ma è stato il pensiero a creare il nostro mondo psicologico con le sue paure, ansie e l’eterna ricerca della sicurezza. È un fatto. Il tempio è stato costruito dal pensiero, e anche ciò che si trova nel tempio è stato fatto dal pensiero; i rituali sono creati dal pensiero e tutto ciò che dicono i preti è creato dal pensiero. Non è vero? È un fatto. Potreste dire che è sacro, perché è stato tramandato da una generazione all’altra, ma è sempre movimento del pensiero. Il pensiero non è sacro, il pensiero è un processo materiale. Ed è qui la nostra difficoltà, perché il pensiero è un movimento nel tempo.

Lo esaminerò, e vedrete da voi stessi. Il pensiero è il risultato, la risposta della memoria. La memoria è immagazzinata nel cervello; la memoria è conoscenza, la conoscenza è esperienza. Quindi.: espe­rienza, conoscenza, memoria, azione; dall’azione si impara, e diventa così ulteriore conoscenza. L’uomo, il cervello, è imprigionato in que­sto processo: esperienza, conoscenza, memoria, pensiero e azione. Questo è il processo in cui tutti viviamo. Giusto? Non ha niente di illogico. Il pensiero ha creato il mondo tecnologico, e lo stesso pensiero ha creato il mondo psicologico, il mondo dell’“io”: mia moglie, mio marito, mia figlia, le mie ambizioni, le mie bramosie, la mia invi­dia, la mia solitudine, la disperazione, l’appetito sessuale, tutto ciò è prodotto dal pensiero. Non si può negarlo, negarlo sarebbe assurdo. Il guru che avete creato è il prodotto del vostro pensiero, e così se­guite una creazione del vostro stesso pensiero. Coglietene l’assur­dità, l’immaturità, l’infantilismo. So che ovviamente ascoltate e poi farete a modo vostro, perché sarà il modo più comodo, irrazionale e irriflessivo; ma la comodità indica che in realtà non vi curate di ciò che accade nel mondo, che non avete nessun affetto, nessun amore per l’umanità. Tutto ciò che vi interessa è il vostro piccolo benesse­re. Non è vero?

Se invece vogliamo indagare tutto ciò a fondo, dobbiamo esami­nare il rapporto che il pensiero ha costruito. Questo tipo di rappor­to ha creato la società in cui viviamo, una società così profondamen­te contraddittoria, alcuni che dispongono di immense quantità di denaro e altri che vivono in povertà, le guerre, le carneficine, e tutto quanto. Per portare un cambiamento radicale nella società, società che è un modello astratto del rapporto tra uomo e uomo, è il vostro rapporto con l’altro, il quale ha creato questo mondo mostruoso, che deve cambiare. Mi chiedo se capite, non accettandolo a livello teorico ma vedendolo in realtà, nella sua intima natura. Tutto sta diventando così pericoloso nel mondo: la sovrappopolazione, le divi­sioni locali e nazionali, tutto quello che accade! Il problema non può venire risolto da nessun politico, da nessuno scienziato, da nes­suna burocrazia; nessun guru potrà risolverlo. Si risolverà solo se voi riuscite a vedere il fatto fondamentale che in quanto esseri umani siete l’umanità nella sua interezza, e che vivere solo per voi stessi è la cosa più distruttiva, la causa di un conflitto che non ha fine. Se vedete realmente, non in teoria, non come idea, il fatto che psicologicamente siete il mondo intero, l’intera umanità, che cosa avviene? Av­viene che vi dà una vitalità e una forza immensa. Ma il condizionamento è così forte, in atto da migliaia di anni, che siete diventati esseri umani separati. La religione, i libri, tutto vi dice così, ma se lo accettate e vivete in questo modo sarete per sempre infelici, peren­nemente in conflitto.

Per arrivare al punto: perché gli esseri umani non cambiano mai? È una domanda fondamentale. Perché vivete nel conflitto, nell’infe­licità, nella confusione, nell’incertezza, litigando con vostra moglie o vostro marito, e tutto quello che avviene nelle famiglie, perché lo ac­cettate, perché vivete così? Perché? Capite la mia domanda? È perché siamo abituati a un determinato modello di pensiero, a un determinato modo di vivere, che siamo incapaci di infrangere quel mo­dello? È pigrizia, paura dell’ignoto, accettare ciò “che è” invece di spostarci da ciò “che è”? Il nostro cervello è diventato ottuso a causa dell’educazione che abbiamo ricevuto? Siete dottori, professori, cat­tedratici, e tutto il resto, ma i vostri studi vi condizioneranno per tutta la vita rendendovi incapaci di pensare a qualunque cosa che non sia costruire ponti e ferrovie? L’educazione sta distruggendo l’umanità?

Per amor di Dio, indagate a fondo! Che cosa cambierà l’uomo, ovvero che cosa cambierà il nostro rapporto con l’altro? Capite? Questa è la domanda fondamentale. Tutti vorremmo cambiare la so­cietà, con le sue brutture, la sua brutalità e i suoi orrori, ma non ci chiediamo mai perché non cambiamo noi, perché non cambiamo il nostro rapporto.

Che cos’è il rapporto? Che cos’è il vostro rapporto con vostra moglie, vostra sorella, vostra figlia, vostro marito, con chiunque al­tro? Che cos’è il vostro rapporto? Coraggio! È un rapporto basato su interessi egoistici, in cui ciascuno fa a modo suo? Capite? Dob­biamo esaminare la natura del nostro rapporto con grande attenzio­ne, e ovviamente senza dare niente per scontato. Se non compren­diamo il rapporto non porteremo mai nella società l’indispensabile rivoluzione.

Quindi, che cos’è il rapporto? Siamo davvero in rapporto gli uni con gli altri? Forse avete una moglie, o una ragazza, che è l’uso moderno. Forse avete un marito o varie amanti, ma su che cosa si basa il vostro rapporto? È soltanto piacere, è soltanto sessuale, comodità, convenienza, socialità? Indagate, vi prego. Abbiamo il coraggio di esaminare il nostro rapporto, o abbiamo paura di vedere? Capite la mia domanda? Ci spaventa guardare il nostro rapporto, con nostra moglie, nostra figlia, la nostra ragazza, nostro marito, l’intera struttura del rapporto familiare? Non dovremmo essere in grado di capire da noi qual è il vero rapporto? Indaghiamo, non accettate ciò che vi dice chi vi sta parlando. Sarebbe assurdo, non avrebbe alcun valo­re. Non avrebbe nessun effetto sulla vostra vita dire semplicemente: “Qualcuno ha detto così”. Ma se indagate, se esaminate il problema del rapporto, se lo osservate senza direzioni preconcette, senza sco­po, osservando e basta, che cos’è il rapporto? Per prima cosa osser­vate l’attuale realtà dei fatti. Si tratta di piacere sessuale, piacere della compagnia, piacere di avere qualcuno con cui parlare, da dominare, con cui litigare o da venerare, adorare? In questo rapporto c’è forse amore, o questa parola, questo sentimento è completamente assente? Inoltre, in questo rapporto voi avete un’immagine dell’altro e l’altro ha un’immagine di voi. È così? Il rapporto è tra due immagini create dal pensiero. Mi chiedo se riuscite a vederlo. Ho una mo­glie, un marito. Abbiamo vissuto assieme per un certo numero di anni e io mi sono creato un’immagine di lei, un’immagine sessuale, un’immagine di comodità, di incoraggiamento, di qualcuno a cui potermi affidare, la madre dei miei figli, e lei si è fatta un’immagine di me. Non temete, non sono sposato, grazie a Dio. Voi ridete, ma non vedete il dramma di tutto ciò.

Che cos’è quindi il vostro reale rapporto? La realtà è che non ne avete nessuno. Giusto? Potete avere una casa, una moglie e dei figli; potete andare in ufficio tutti i giorni dalle nove alle cinque o alle sei per i prossimi cinquant’anni, tornare a casa, letto, liti, tempo soltan­to per il denaro. Volete potere, posizione, status. Questa è la vostra vita: conflitto, e lo chiamate rapporto. È così? Non dite di sì. Guardate il fatto e osservate se la costruzione di immagini si può fermare. Capite? La maggior parte di noi vive di immagini, di se stesso e degli altri. L’immagine dell’uomo politico, l’immagine dello scien­ziato, l’immagine del guru, le immagini prodotte dalla mente e dalla mano. Viviamo di immagini. E l’importante diventa l’immagine, non più la vita.

La domanda è: può arrestarsi il meccanismo creatore di immagi­ni? Seguite ciò che sto dicendo? Procedete con me. Stiamo cammi­nando assieme, chi vi parla non vi sta ipnotizzando, perciò, per favore, non dormite. Stiamo percorrendo assieme il cammino, un cammino tortuoso, un cammino molto complesso, con molte curve, svolte pericolose, e insieme dobbiamo trovare un modo di vivere completamente diverso, per avere una società diversa, e la società può essere diversa solo se voi siete diversi. È un’equazione sempli­cissima. Possiamo vivere senza neppure un’immagine? Avete un’im­magine di voi stessi: avvocati, ingegneri, santi, guru, devoti. Qualun­que sia, avete un’immagine di voi stessi. Perché? L’immagine vi dà sicurezza? La nostra mente, il nostro cervello, è perennemente alla ricerca di sicurezza, e credete che vi sia sicurezza in un concetto, in un credo, finché arriva qualcuno a scuoterla.

C’è sicurezza nell’immagine che avete costruito di voi stessi? Non c’è sicurezza in una cosa viva, in movimento, attiva, ma pensiamo che vi sia sicurezza nell’immagine che abbiamo creato. Crediamo che nella conoscenza vi sia un’enorme sicurezza, lo sapete. Se siete un professore, un insegnante, un guru, un professionista di qualunque tipo, avete determinate conoscenze. Queste conoscenze vi danno un lavoro, una capacità, e pensate che in ciò vi sia una grande sicurezza. Non vi siete mai chiesti che cosa sia la conoscenza, al di là della co­noscenza tecnica. La conoscenza è inevitabilmente incompleta. Non potete sapere tutto di qualsiasi cosa. È un fatto. La conoscenza sta sempre all’ombra dell’ignoranza. Mandatelo giù: sta sempre all’om­bra dell’ignoranza! Perciò, qualunque azione scaturita dalla cono­scenza è incompleta. Essendo incompleta, crea inevitabilmente con­flitto. Anche la vostra conoscenza dell’altro all’interno del rapporto è incompleta, e quindi ogni azione fondata su quella conoscenza, che è l’immagine che avete costruito dell’altro, genera conflitto. È ovvio. Ma c’è un rapporto non fondato sulla conoscenza? Vi conosco in quanto mia moglie, vivo con voi da vent’anni, e so tutto di voi. È un’idiozia. La mia conoscenza di voi è l’immagine che il mio pensie­ro ha costruito su di voi. Capite?

Il meccanismo che è il movimento del pensiero nel rapporto crea l’immagine e quindi divisione. Dove c’è divisione c’è per forza conflitto: tra induisti e musulmani, tra India e Pakistan, arabi ed ebrei, socialisti e cattolici. È possibile mettere fine al conflitto all’interno del rapporto? Esaminate assieme a me la possibilità della fine totale del conflitto. Indaghiamo perché l’umanità, perché voi, un essere umano che è tutta l’umanità, vivete in conflitto nel rapporto. Il conflitto esiste per forza dove c’è divisione. Giusto? È una legge, ma se vedete il fatto di non essere un individuo ma tutta l’umanità, compresa vostra moglie, il cui volto vedete da vent’anni e vi è venuto a noia, può terminare il conflitto? Cioè, perché il pensiero entra in gioco nel rapporto? Cogliete il punto? Il pensiero divide inevitabilmente, crea inevitabilmente l’immagine: voi, e l’al­tro. Perché il pensiero entra in gioco nel rapporto? Il che significa: il pensiero è amore? Il pensiero è desiderio, il pensiero è il piacere nel rapporto?

Ci stiamo domandando perché il pensiero entra in gioco nel rapporto. Vi prego, indagate, esaminate. Il pensiero non ci divide, voi induisti e io musulmano, io comunista e voi socialisti? Conoscete tutta la faccenda. Ma perché dovrebbe entrare in gioco soprattutto nel rapporto? Ponetevi questa domanda, non solo superficialmente, non verbalmente o come un’idea astratta da esaminare: perché il pensiero deve insinuarsi nel mio rapporto con un altro? Che ruolo ha il pensiero, a parte il mondo della tecnologia? Capite la mia domanda? Nel mondo della tecnologia ho bisogno del pensiero per co­struire un computer, per costruire un robot. Per costruire qualun­que cosa, ad esempio una sedia, per piantare un albero, mi serve il pensiero. Per imparare una lingua mi serve il pensiero. Ma perché il pensiero dovrebbe entrare nel rapporto? Vi prego, guardate! È perché ha creato un’immagine dell’altro, così come ha creato un’imma­gine di se stesso, e l’immagine diventa più importante del rapporto reale? È perché preferiamo vivere nell’illusione che nella realtà? La realtà è così sgradevole che non vogliamo neppure guardarla?

Potete guardare il vostro rapporto quotidiano con vostra moglie, con il vostro capo? In questo rapporto voi, come entità incentrata su di sé, diventate la cosa più importante, e quindi il conflitto è inevita­bile. Potete vedere vostra moglie, vostro marito, senza lasciare che la parola interferisca? La parola è il pensiero, capite?, la parola è il simbolo. Dicendo “mia moglie”, guardate che cosa avete fatto: la pa­rola è diventata la cosa importante. In questa parola c’è tutta la struttura del possesso, del dominio, dell’attaccamento, e dove c’è at­taccamento c’è per forza corrompimento.

Voi mi state ascoltando, ma l’ascolto crea un’astrazione chiamata idea, o ascoltare vi fa vedere la verità? Che cosa avviene realmente nel vostro cervello: vede la realtà dei fatti, o ascolta creando un’idea astratta che diventa più importante del fatto? State realmente guardando il fatto e siete in grado, punto importantissimo, se posso indi­carvelo, siete in grado di rimanere con il fatto senza nessun movi­mento del pensiero? Se io mi sono fatto un’immagine di me stesso, seduto su un palco con un vasto pubblico, con una reputazione, le chiacchiere mondane che dicono che ho scritto dei libri, le lodi e le critiche, e tutto il resto, questa immagine può venire calpestata, può venire ferita. Qualcuno potrebbe dirmi: “Vecchio mio, tu sei niente in paragone al tal’altro”, e io mi sento ferito perché l’immagine viene ferita. Ma se di me non ho nessuna immagine, che nel mio caso corrisponde a verità, nessuno può calpestarla. Un rapporto con una persona del genere non si fonda sul pensiero, è un rapporto comple­tamente diverso. Ma questo riguarda chi vi sta parlando, e non ha importanza. Ciò che importa siete voi nel vostro rapporto. Siete in grado di vedere il fatto e di rimanere con il fatto, senza cercare scu­se, giustificarlo, reprimerlo o scappare, ma rimanere davvero con il fatto che voi siete un’immagine, e che questo è il fattore che crea conflitto con l’altro?

Se davvero rimanete fermi, senza nessun movimento, l’energia che altrimenti va sprecata nella repressione dissolve il fatto. Fatelo, verificatelo, e vedrete che il vostro rapporto con l’altro sarà comple­tamente diverso, e sarà completamente diversa la società. Questo terrificante concetto di individuo con i suoi fini, le sue meschine am­bizioni, e tutto il resto, finisce. Vivete in modo completamente diverso. Ciò significa che vivete con amore. Temo che in questo e in altri paesi, questa parola abbia perduto il suo significato, ma senza la bellezza dell’amore il rapporto è orribile.

Dalla trascrizione del primo discorso pubblico tenuto a Bombay il 25 gennaio 1981, copyright ©1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

30. Bombay, 24 gennaio 1982 – “Conformismo e libertà” – da “Commentaries on living, Second Series”

Vivere da soli richiede una grande intelligenza, vivere da soli e conservarsi flessibili è arduo. Vivere da soli, senza le mura isolanti delle gratificazioni, richiede un’estrema vigilanza, perché la vita soli­taria incoraggia l’indolenza, comode abitudini difficili da rompere. La vita solitaria incoraggia l’isolamento, e solo una persona saggia può vivere da sola senza danno per se stessa e per gli altri. La saggez­za è unica, ma un cammino solitario non conduce alla saggezza. Ui­solamento è morte, e la saggezza non sta nell’appartarsi. Non c’è via alla saggezza, perché tutte le vie sono separative, escludono. Per loro stessa natura, le vie possono portare soltanto all’isolamento, benché questi isolamenti vengano chiamati unità, uno, tutto, e così via. Una via è un processo che esclude, anche i mezzi escludono, e il fine è identico ai mezzi. Il mezzo non è separato dal fine, da ciò che ‘do­vrebbe essere”. La saggezza viene con la comprensione del proprio rapporto con l’ambiente, con chi si incontra, con i fluttuanti pensie­ri. Ritirarsi, isolarsi per trovare, è mettere fine alla scoperta. Il rapporto conduce a una unicità che non è isolamento. Deve esserci uni­cità, non della mente che rinchiude, ma della libertà. Ciò che è com­pleto è unico, e ciò che è incompleto cerca la via dell’isolamento.

Vogliamo cambiare la società. I comunisti hanno tentato, ci sono state rivoluzioni materiali, sempre materiali, che hanno sparso molto sangue. Tutti vogliamo cambiare la società perché è corrotta, immo­rale, priva del senso del contatto umano, ma non potete cambiarla finché il nostro rapporto con gli altri non sia totalmente, radicalmente cambiato. E davvero ovvio. Ma noi vogliamo cambiare l’esterno senza cambiare la struttura interna della mente umana. Stia­mo esaminando assieme, stiamo guardando, sentendo, per essere consapevoli di ciò che facciamo. È una conversazione seria, non qualcosa di intellettuale o di emotivo. Un uomo serio è un uomo re­ligioso. Siamo molto seri nel considerare i rapporti umani. Nel rapporto umano c’è conflitto, dolore, infelicità, e c’è il cosiddetto piacere, e noi stiamo indagando tutti questi problemi per capire se è pos­sibile cambiare radicalmente un rapporto in cui è difficile affermare che ci sia amore.

Ci stiamo chiedendo che cos’è il rapporto. Che cosa significa essere in rapporto con un altro? La domanda è posta da chi vi parla, ma la riflessione deve essere comune. I rapporti umani sono diventati un problema. La parola problema indica qualcosa che vi viene get­tato, lanciato contro, una sfida, qualcosa che dovete affrontare, che dovete capire. Una sfida esige un approccio corretto, perciò dobbia­mo capire qual è il nostro approccio a un problema. C’è il problema dei rapporti umani, un problema della vita di tutti; che ne siate con­sapevoli o no, esiste. Come affrontate questo problema? Capite la mia domanda? Il problema esiste. Come lo avvicinate, con che mente, con quale motivazione? In che modo entrate in stretto contatto con il problema? Il problema è qualcosa di diverso dall’osservatore che lo sta esaminando? Mi seguite? Probabilmente per la maggior parte di voi è molto difficile, perché non avete mai riflettuto su que­sti punti, perciò siate pazienti e proviamo a indagare.

Supponiamo che io abbia un problema. Come lo guardo, come lo esamino, qual è la mia risposta? Non è importante il problema, quanto il modo in cui lo affronto. È chiaro? Sono spaventato dal problema? Cerco di fuggirlo, reprimerlo, razionalizzarlo? Ho una motivazione che mi obbliga a risolverlo? Così mi avvicino al proble­ma con tutta la mia confusione, la mia incertezza, la mia paura. Dobbiamo capire qual è il nostro approccio, come lo affrontiamo. Qual è la vostra motivazione? Se siete consapevoli del problema, la motivazione è quella di risolverlo. Volete risolverlo perché è doloro­so. Se fosse piacevole, non sarebbe un problema. Ma quando diven­ta doloroso, fonte di confusione, causa di insicurezza, dovete guardarlo, esaminarlo. L’importante è quindi l’approccio al problema.

In che modo ascoltate un altro? Qual è il vostro modo di acco­glierlo? Ovviamente, udite attraverso le orecchie fisiche. Capite l’in­glese, e chi vi parla usa questa stessa lingua, capite le parole che udi­te attraverso le orecchie fisiche, ma c’è un udire al di là delle parole, al di là dell’interpretazione verbale. Ascoltare comprendendo imme­diatamente ciò di cui si parla è l’arte dell’ascolto. Ci stiamo doman­dando: in che modo affrontiamo il problema? È l’approccio che struttura e risolve il problema, perciò scoprite il vostro modo di accostarvi a qualunque problema. Se si tratta di un problema scientifi­co è semplicissimo: lo affrontate con tutte le conoscenze a vostra di­sposizione e cercate di ricavarne altre informazioni, sulla materia, sugli atomi, e così via. Se avete un problema, lo affrontate con tutte le conoscenze passate, con i ricordi passati, o lo affrontate come se fosse sempre la prima volta? Capite la mia domanda? Mi seguite?

Mettiamola in un altro modo: qual è realmente il rapporto tra uomo e donna? Oltre al rapporto sessuale, c’è un rapporto? O cia­scuno dei due procede separatamente per la propria strada, senza incontrarsi mai se non sessualmente? Il nostro rapporto è come due binari che non si incontrano mai, non è così? Quindi il nostro rapporto è un mero rapporto sensoriale, un rapporto sessuale, e la rela­zione reciproca è fondata sulle immagini che abbiamo reciprocamente costruito. Ne siete consapevoli? Qual è il vostro reale rapporto con l’altro? O non avete nessun rapporto, salvo quello sessuale? Se non avete nessun rapporto con gli altri, come temo sia la verità, che cos’è la vostra vita? La vita è rapporto. Senza rapporto non potreste esistere, ma abbiamo ridotto questo rapporto a semplici rispo­ste sensoriali. Mi chiedo se siete consapevoli della complessità del rapporto. Non potete sottrarvi diventando eremiti, sannyasi, mona­ci; non potete sottrarvi alle relazioni umane.

Perciò dobbiamo esaminare da vicino il motivo per cui gli esseri umani hanno perduto non solo il rapporto con la natura, ma anche il rapporto tra di loro. Capite? Perché? Come abbiamo detto, cercare la causa non porta alla soluzione del problema. Potete scoprire la causa, o posso indicarvela io, ma la comprensione della causa, l’ana­lisi della causa, non risolve il problema. Ad esempio, so che siamo egoisti, completamente incentrati su noi stessi, e la causa dell’egoi­smo è l’abitudine, la tradizione, l’educazione. “Siete un’anima indi­viduale, dovete cercare la vostra propria salvezza”, e così via. Que­sto accento sull’egoismo, sull’essere incentrati in se stessi, perdura da tempo immemorabile attraverso l’educazione, attraverso le pres­sioni. Questa è la causa di tutta l’infelicità. Intellettualmente lo sap­piamo, ma conoscere la causa non ci rende meno egoisti. Abbiamo detto che l’importante non è il processo analitico della scoperta della causa, ma il rimanere con il problema, con il fatto che siamo egoi­sti. Questa è la realtà, e per questo non abbiamo un vero rapporto con l’altro. Ognuno va per la propria strada. I divorzi si moltiplicano, in Europa come in America, e si stanno facendo strada anche qui in India: quando le donne riescono a guadagnarsi da sole da vivere, abbandonano gli uomini. A poco a poco, sta diventando sem­pre più un mondo in cui qualunque rapporto cessa di esistere. Di­ventiamo astuti, egoisti, alla ricerca dei nostri interessi. I nostri inte­ressi sono diventare qualcuno, diventare più ricchi, diventare diri­genti, diventare alti prelati, arcivescovi, e così via. Tutta questa lotta per diventare qualcosa, che è essenzialmente egoismo.

Avete sentito una cosa che tutti conosciamo molto bene. Quando udite un’affermazione del genere, come reagite? Lo ammettete, di­cendo: “Sì, ciò che dice è perfettamente vero”, e poi lo dimenticate? Oppure lo sentite, ne constatate la verità, e rimanete con questa ve­rità dandole modo di agire, senza agire voi, sull’egoismo? Capite ciò che sto dicendo?

Indaghiamo. Supponiamo che io sia egoista e mi dica che non devo esserlo. Il pensiero ha creato l’egoismo, ha strutturato l’egoi­smo, e lo stesso pensiero dice: “Non devo essere egoista”. Così na­sce il conflitto tra il fatto e ciò che il pensiero vorrebbe. Giusto? In­daghiamo. Supponiamo che io sia violento. Gli esseri umani sono violenti, perciò supponiàmo che anch’io sia violento. È un fatto. È così. Ma invento la non violenza, che è un non fatto. D’accordo? Sono violento, non so come fare, come affrontarlo. Posso continuare a esserlo, oppure posso esaminarlo, indagarlo. Concludo che mi può essere utile alimentare l’idea della non violenza, che questo paese ha predicato all’infinito senza nessun risultato. Così nasce il conflitto tra ciò “che è” e ciò che “dovrebbe essere”. Ciò “che è” è il fatto, ciò che “dovrebbe essere” è un non fatto. Possiamo abbandonare il non fatto, l’ideale, il “dovrebbe essere”, e occuparci esclusivamente di ciò “che è”, che è la violenza? Siete d’accordo? Questo è il problema. Un problema umano è volere la pace continuando a essere violenti. Il fatto è quindi che siamo violenti. Come lo affrontate? Come lo os­servate? Con che intenzione lo guardate? Se volete reprimerlo, fug­girlo o trascenderlo, significa che non state realmente affrontando il fatto: state cercando di scappare. Mi seguite? Perciò diciamo di ri­manere con il fatto, senza interpretarlo, senza scappare. Guardatelo, state con il fatto. Se state con il fatto, gli state dando tutta la vostra attenzione; ma se dite: “Devo trascenderlo”, “Devo liberarmene”, “Devo perseguire la non violenza”, state sprecando la vostra ener­gia. Mi seguite? Per questo diciamo di rimanere con il fatto che chiamate violenza. Comprendetelo, imparate. Ma si impara solo os­servando, giusto?

Ma, un momento: c’è una differenza tra imparare e memorizzare. A tutti noi è stato insegnato a memorizzare, che non è la stessa cosa di imparare. Imparare significa osservare e lasciare che ciò che os­serviamo ci racconti la sua storia.

La domanda che ci stiamo ponendo è: che cos’è il nostro rappor­to umano? Se siete sposati, se avete una ragazza, o qualunque cosa sia quello che avete, in che modo la guardate, o lo guardate? Qual è la vostra reazione quando guardate vostro marito, vostra moglie? Siete totalmente indifferenti? Oppure dite: “Sono responsabile ver­so di lei e verso i miei figli”? State seguendo? Qual è la vostra vera reazione interiore? State andando per la vostra strada e lei sta andando per la sua, in modo da non incontrarvi mai, perché siete am­biziosi, competitivi, volete più denaro, un lavoro migliore, eccetera eccetera, e anche lei ha le sue ambizioni, i suoi ideali? Non c’è nessun rapporto se due persone procedono in parallelo. Capite? Naturalmente! Se lo guardate, è semplicissimo.

Che cos’è quindi un rapporto in cui c’è solo piacere sessuale, e il piacere è amore? Vi sto facendo una domanda. Cercate di scoprirlo. L’amore è piacere sessuale? Il piacere è amore? Non ci chiederemo che cos’è l’amore, perché richiede una grandissima comprensione, grande sensibilità, apprezzamento della natura come bellezza, la bel­lezza di una forma, la bellezza di un volto, la bellezza del cielo. Sen­za questa sensibilità per la natura non scoprirete mai che cos’è l’a­more. Ma se avete ridotto la vita, il vivere in rapporto, al piacere ses­suale, e se ciascuno segue i suo interessi, vivrete il terribile conflitto, l’intollerabile contrasto in atto tra l’uomo e la donna.

Esaminando il nostro reciproco rapporto, intimo o no, comincia­mo a capire, a imparare e a scoprire se sia possibile per due persone, per un uomo e una donna, vivere assieme senza alcun conflitto. Essere vicendevolmente sensibili e non avere nessun conflitto nel rapporto, è possibile? Perché la nostra vita, la nostra continua vita quo­tidiana, giorno dopo giorno, è una serie di conflitti, conflitti intermi­nabili sino alla morte. Non conosciamo una vita con un solo mo­mento privo di conflitto, ma il conflitto è indispensabile al rappor­to? Finché voi avete un’immagine dell’altro, e l’altro ha un’immagi­ne di voi, c’è per forza conflitto. Giusto? Voi costruite un’immagine di lei, e lei di voi, attraverso l’abitudine, le liti, i rimproveri e gli in­coraggiamenti. Vi sostenete l’un l’altro attraverso le parole, l’adula­zione, gli insulti, e con tutto ciò costruite un’immagine di lei, e lei di voi. Ecco quello che facciamo, non è così? Ma è possibile vivere con un’altra persona senza nessuna immagine reciproca? Imparate su questo fatto. Io ho un’immagine di mia moglie; non sono sposato, ma immaginiamo che abbia un’immagine di mia moglie [risate]. Perché ridete quando dico che non sono sposato? Perché ridete? Ri­dete perché sono un uomo fortunato? Ridete perché ridere è un mo­do per sottrarvi a un fatto? Stiamo parlando di cose molto, molto serie, della vita, della nostra vita quotidiana. Non tentate di cavarvela ridendo. Dobbiamo affrontare questa terribile esistenza in cui non c’è felicità, non c’è amore.

Vedete che chi vi parla è profondamente interessato a portare una trasformazione nella mente umana. È il suo impegno. Lo sente come una tremenda responsabilità, e perciò ne parla. Vivendo nel modo in cui stiamo vivendo, totalmente egoista, insensibile, indiffe­rente, brutale, ci stiamo distruggendo a vicenda. Perciò ci doman­diamo: è possibile vivere in rapporto senza il minimo conflitto? Io affermo, chi vi parla afferma, che è possibile, perfettamente possibi­le. Anche se non è sposato, chi vi parla ha vissuto assieme a moltissi­me persone, in casa di amici e così via, senza mai costruire un’imma­gine di nessuno. Sapete che cosa ci vuole? Una mente molto rapida, non una mente intasata di conoscenza, intasata di ricordi, intasata di esperienze, ma una mente veloce, sveglia, vigile. Quando siete atten­ti a ciò che accade attorno a voi, per la strada, sull’autobus, in treno, in aereo, o quando camminate per strada osservando, vedendo, sen­sibili a tutto ciò che accade attorno a voi, diventate molto sensibili anche nei vostri rapporti. Quindi, è possibile vivere una vita assolu­tamente priva di conflitti?

Prima di tutto cercate di capire la domanda, la bellezza di questa domanda: vivere una vita, non idealmente, non come un ideale da raggiungere, ma il fatto reale di vivere senza il minimo conflitto. La domanda ha in sé una grande bellezza. La ponete perché siete sensibili, perché siete consapevoli dell’enorme conflitto tra gli esseri umani che sfocia nella guerra, nel divorzio, nel totale disinteresse per l’altro, nell’insensibilità, e così via. Ma se vi ponete la domanda se sia possibile vivere una vita in cui lo scontro, il conflitto, finiscono per sempre, se vi ponete questa domanda con serietà, la domanda comincia ad agire. La domanda solleva una montagna di problemi, e li dovete affrontare. Affrontandoli, non dovete avere nessuna fina­lità, non deve esserci sforzo per capire. Indaghiamo.

Siete mai stati in un museo? Sono sicuro di sì. Avete guardato un quadro, senza fare paragoni tra un dipinto di Rembrandt e la pittura moderna, ma semplicemente guardando un quadro senza paragonarlo a un altro? L’avete fatto, semplicemente stare con un quadro, se­dervi davanti e guardarlo? Allora il quadro vi narrerà la sua storia, ciò che l’artista intendeva trasmettere. Ma se vi avvicinate ad un quadro paragonandolo a un altro quadro, non lo state affatto guardando.

Allo stesso modo, voi siete la storia dell’umanità. In voi c’è ciò che resta di tutti gli sforzi umani, di tutta la sofferenza dell’uomo, ditutta la sua ansia. Osservate! Voi, in quanto esseri umani, non siete a se stanti, siete simili al resto dell’umanità: soffrite, provate dolore, cercate sicurezza, siete incerti, confusi, angosciati, come tutti gli uo­mini in Europa, in America, in Russia o in Cina. Voi siete la conti­nuazione del dolore umano. Voi siete il resto dell’umanità, voi siete l’umanità. Perciò non siete soli, non siete una coscienza separata, siete tutta quanta l’umanità. Voi non siete individui. Siete la totalità dell’umanità, perché l’umanità è passata attraverso infiniti dolori e sofferenze incalcolabili, con sporadici lampi di gioia e d’amore. Ec­co ciò che siete, ed è questo che dovete capire. La storia dell’uma­nità siete voi. Dovete imparare a leggere il libro dell’umanità, che siete voi stessi. Comprendetelo! Voi siete la storia dell’umanità, e voi dovete leggerne il libro. Che lo leggiate una pagina alla volta, sen­tendo tutta la sofferenza, il dolore, la gioia, il piacere, l’ansia e l’an­goscia tremenda, o saltando qua e là, direte: “Conosco tutto que­sto”. Basterà leggere il primo capitolo per conoscere tutto il libro.

Conoscere se stessi, che è autoconoscenza, è fondamentale nel rapporto. Se non vi conoscete, se non sapete chi siete, se non cono­scete i vostri problemi, le vostre ansie, le vostre incertezze, il deside­rio di sicurezza, se non comprendete tutto ciò, come potreste com­prendere vostra moglie o vostro marito? Rimarrebbero entità separate da voi. Rapporto non significa solo contatto fisico, sessuale, ma si­gnifica non avere nessuna immagine reciproca. Allora c’è un rappor­to immediato di sensibilità, in cui c’è amore. L’amore non è memoria. L’amore non è l’immagine che il pensiero costruisce dell’altro. Questo non è amore. L’amore non è piacere. Mi chiedo se capite.

Perciò è importante comprendere la natura e la struttura del rapporto. Per cambiare questa società corrotta, dovete cambiare radi­calmente voi stessi. Questo è il nostro unico interesse: portare un mutamento nella mente, nelle cellule stesse del cervello. Chi vi parla ha discusso con scienziati e neurologi se il cervello, che è stato con­dizionato nel corso del tempo a funzionare nella sfera del conosciu­to, possa venire cambiato radicalmente, e può cambiare radicalmen­te solo con un’intuizione totale dell’intero problema umano. L’intui­zione non è memoria. Non esaminerò questo punto, perché è trop­po complesso. Vi prego di capire invece il punto di cui tratta questa conversazione: il nostro rapporto reciproco. Come due amici che camminano lungo uno splendido viale pieno di alberi e di uccelli, ricchissimo di ombra, stiamo indagando assieme la natura del cer­vello, la mente, la natura del cuore, e se nella loro struttura può av­venire una totale trasformazione che ci renda esseri umani diversi, con una mente diversa, compassionevoli.

Perciò, di tanto in tanto, siate seri, non solo in questo momento, ma nella vita. Essere davvero profondamente seri significa essere re­ligiosi, non la religione che consiste nell’andare al tempio, alle ceri­monie in chiesa, e tutta la faccenda. Questa non è religione. L’uomo diligente nella sua serietà è un uomo realmente religioso.

Da “Conformismo e libertà”, in Commentaries on Living Second Series, copyright © 1958, Krishnamurti Writings Inc.

Dalla trascrizione del secondo discorso pubblico tenuto a Bombay il 24 gennaio 1982, copyri­ght © 1992, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

Nel 1969, in Gran Bretagna, Krishnamurti ha creato Brockwood Park, un’istituzione che comprende una scuola internazionale per giovani dai 14 ai 24 anni, un centro per ospitare persone che desiderano studiare i suoi insegnamenti e la fondazione, che distribuisce libri e audiovideocassette.

Chi desidera ricevere maggiori informazioni può scrivere alla

Krishnamurti Foundation

Brockwood Park, Bramdean

Hampshire S024 0LQ, UK

Tel. 00441-9622771525

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