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Sulla Libertà

Sulla Libertà
Titolo originale deli opera : ON FREEDOM
Traduzione di SERGIO TRIPPODO

Dal punto di vista economico, forse, potete organizzare il mondo in modo che l’essere umano possa avere maggiori comodità, più cibo, vestiario e abitazioni, e potreste pensare che sia questa la libertà. Sono cose necessarie ed essenziali; ma non rappresentano la libertà totale. La libertà è uno stato e una qualità della mente.

Paine, 21 settembre 1958

Prefazione

Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895 e, all’età di tredici an­ni, venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il vei­colo di quel “maestro del mondo” del quale essa stava annunciando l’avvento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un maestro efficace, senza compromessi e difficilmente classificabile; i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in particolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un messia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sof­ferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito attor­no e dichiarò che la verità è “una terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che gli altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre ampie cerchie di persone in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna auto­rità, non volle discepoli e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo insegnamento sta l’aver compreso che i cambiamenti fondamentali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo co­stantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi limitanti e settari dei condizionamenti reli­giosi e nazionalistici. Krishnamurti indicò sempre l’urgente biso­gno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta del suo impatto catalizzante su un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla morte, avvenuta nel 1986 all’età di novanta anni. I suoi discorsi e dialoghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta vo­lumi. Questa nuova collana di libri dedicati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni li­bro della collana punta su un argomento che ha particolare rile­vanza e urgenza nella nostra vita quotidiana.

Bombay, 7 marzo 1948

Come dobbiamo trasformarci per operare il cambiamento radicale dal divenire all’essere? Una persona che diventa e, quindi, si sforza, lotta, combatte con se stessa, una persona così, come deve fare per conoscere quello stato dell’essere che è virtù, che è li­bertà? Spero che la domanda sia chiara. Ovvero, ho lottato anni per diventare qualcosa: non essere invidioso, diventare non invi­dioso. E come devo fare per lasciar perdere, per abbandonare la lotta ed essere soltanto? Perché, finché lotto per diventare ciò che chiamo giusto, sto ovviamente mettendo in atto un meccanismo di chiusura di me stesso; e non c’è libertà nella chiusura. Quindi tutto ciò che posso fare è essere consapevole, passivamente consape­vole, del mio modo di divenire. Se sono superficiale, posso essere passivamente consapevole di essere superficiale, senza lottare per diventare qualcosa. Se sono in collera, se sono geloso, se sono spie­tato, invidioso, posso esserne semplicemente consapevole senza contrappormici. Nel momento in cui ci contrapponiamo a una ca­ratteristica, accentuiamo la lotta e rafforziamo il muro della resistenza. Questo muro di resistenza viene considerato un sentirsi dalla parte del giusto, e per un uomo che si sente nel giusto, non potrà mai esserci la verità. Soltanto all’uomo libero potrà apparire la verità ma, per essere libero, non può coltivare la memoria, che è sentirsi dalla parte del giusto.

Quindi, si deve essere consapevoli di questa lotta, di questa costante battaglia. Siate semplicemente consapevoli senza contrappo­sizioni, senza condanne, e se siete veramente attenti, passivamente consapevoli eppure vigili, scoprite che l’invidia, la gelosia, l’avidità, la violenza e tutte le cose del genere svaniscono e sopraggiunge l’ordine; quietamente, rapidamente, sopraggiunge un ordine che non è un sentirsi dalla parte del giusto, che non è una forma di chiusura. Dato che la virtù è libertà, non può essere un processo di chiusura. È soltanto nella libertà che la verità può venire alla luce. Quindi, è essenziale essere virtuosi, e non dalla parte del giusto, perché la virtù genera ordine. Solamente l’uomo che si sente nel giusto è confuso, in conflitto; soltanto l’uomo che si sente nel giu­sto nutre la propria volontà e ne fa un mezzo di resistenza, e un uomo volitivo non può mai trovare la verità, perché non è mai li­bero. L’essere, che vuol dire riconoscere ciò che è, accettarlo e vivere con esso – non cercare di trasformarlo, non condannarlo – genera virtù, e in questa c’è libertà. Soltanto quando la mente non coltiva la memoria, quando non cerca di essere dalla parte del giu­sto per farne un mezzo di resistenza, c’è libertà, e in questa libertà sopraggiunge la realtà, il cui stato di beatitudine va esperito.

Domanda: Non sembra che lei pensi che noi indiani abbiamo conquistato l’indipendenza. Secondo lei, quale sarebbe lo stato di vera libertà?

Krishnamurti: La libertà diventa isolamento quando è nazionali­stica, e l’isolamento porta inevitabilmente al conflitto, perché nien­te può esistere nell’isolamento. Essere è essere in rapporto, e il solo isolarvi entro i confini nazionali provoca confusione, dolore, inedia, conflitto, guerra: cosa che è stata provata più e più volte. Quindi, l’indipendenza in quanto Stato separato porta inevitabil­mente al conflitto e alla guerra, perché per la maggior parte di noi l’indipendenza implica isolamento. E quando vi siete isolati come entità nazionale, avete conquistato la libertà? Avete ottenuto li­bertà dallo sfruttamento, dalla lotta di classe, dalla fame, dalla reli­giosità conflittuale, dai preti, dalle lotte comuni, dal comando? Ovviamente no. Avete solamente cacciato lo sfruttatore bianco, e quello con la pelle scura ha preso il suo posto, probabilmente in un modo un po’ più spietato. Abbiamo le stesse cose di prima, lo stesso sfruttamento, gli stessi preti, la stessa religione organizzata, le stesse superstizioni e le guerre di classe. E questo ci ha dato la libertà? Il fatto è che non vogliamo essere liberi. Non prendiamoci in giro. Perché la libertà implica intelligenza, amore; la libertà im­plica il non sfruttamento, la non sottomissione all’autorità; la li­bertà implica una virtù straordinaria. Come ho detto, il sentirsi dalla parte del giusto è sempre un processo di isolamento, perché l’isolamento e il sentirsi dalla parte del giusto procedono di pari passo, mentre la virtù e la libertà coesistono. Una nazione sovrana è sempre isolata e, quindi, non può mai essere libera; è causa di continue lotte, di sospetti, antagonismi e guerre.

Sicuramente, la libertà deve iniziare dal singolo individuo, che è un processo totale e non antagonistico rispetto alle masse. L’indivi­duo è il processo totale del mondo e, se non fa altro che isolarsi nel nazionalismo o sentirsi dalla parte del giusto, è causa di disastri e sofferenze. Ma se l’individuo – che è un processo totale, che non è opposto alle masse, ma è il risultato delle masse, dell’insieme – se l’individuo trasforma se stesso, la propria vita, allora per lui c’è libertà. Ed essendo il risultato di un processo totale, quando si libera dal nazionalismo, dall’avidità, dallo sfruttamento, esercita un’azione diretta sull’insieme. La rigenerazione dell’individuo non è nel futuro, ma adesso, e se posticipate la vostra rigenerazione a domani, provocate confusione, rimanete presi nell’onda delle tene­bre. La rigenerazione è adesso, non domani, perché la comprensio­ne è soltanto nel presente. Non capite adesso perché non vi dedi­cate con il cuore e con la mente, con tutta la vostra attenzione, a ciò che volete capire: Se dedicate mente e cuore a comprendere, avrete la comprensione. Se dedicate mente e cuore a scoprire le cause della violenza, se ne siete pienamente consapevoli, siete nonviolenti in questo stesso momento. Ma, purtroppo, avete talmente condizionato la mente con le posticipazioni religiose e l’etica sociale da essere incapaci di osservare direttamente, e questo è un no­stro problema.

Dunque, la comprensione è sempre nel presente e mai nel futu­ro. La comprensione è ora, non nei giorni a venire. E la libertà, che non è isolamento, può venire alla luce solamente quando ognuno di noi capisce la propria responsabilità nei confronti dell’insieme. L’individuo è il prodotto dell’insieme; non è un processo separato, è il risultato dell’insieme. Dopotutto, siete il risultato di tutta l’India, di tutta l’umanità. Potete chiamarvi con qualsiasi nome vi piaccia, ma siete il risultato di un processo totale, che è l’uo­mo. E se non siete liberi in senso psicologico, come potete avere li­bertà all’esterno? Che significato ha la libertà esteriore? Potete avere diversi governi e, buon dio, questa è libertà? Potete avere un maggior numero di competenze, perché ogni persona vuole un la­voro, ma questa è libertà? Veniamo alimentati con parole senza molto contenuto; oscuriamo i discorsi con parole che non hanno alcun significato; ci hanno nutrito di propaganda, che è una men­zogna. Non abbiamo riflettuto da soli su questi problemi, perché la maggior parte di noi vuole essere guidata. Non vogliamo pensare e scoprire, perché pensare è molto penoso ed è causa di grandi delusioni. O pensiamo e diventiamo disillusi e cinici, oppure pensiamo e andiamo oltre. Quando si va al di là e al di sopra di ogni processo mentale, c’è libertà. E nella libertà c’è la gioia, c’è la crea­tività, una cosa che l’uomo che si sente dalla parte del giusto, un uomo isolato, non potrà mai capire.

Il problema, quindi, sta nel fatto che i nostri pensieri vagano in ogni direzione e che, naturalmente, noi vogliamo mettere ordine. Ma come si mette ordine? Ora, per capire come è fatta una macchina che ruota velocemente, dovete farla rallentare, no? Se volete capire una dinamo, è necessario farla rallentare e studiarla ma, se la fermate, è una cosa morta e una cosa morta non può mai essere capita. Soltanto una cosa vivente può essere compresa. Quindi, una mente che ha ucciso i pensieri con l’esclusione, con l’isolamen­to, non può avere nessuna comprensione, ma la mente può capire il pensiero se il processo mentale viene rallentato. Se avete visto un filmato al rallentatore, capite il meraviglioso movimento della muscolatura di un cavallo che sta saltando. C’è bellezza in quel lento movimento dei muscoli ma, siccome il cavallo salta in velocità e il movimento termina rapidamente, quella bellezza va perduta. In maniera analoga, quando la mente si muove lenta perché vuole capire ogni pensiero che sorge, c’è libertà dal pensiero, libertà dal pensiero controllato, disciplinato. Il pensiero è la risposta della memoria, quindi non può mai essere creativo. L’essere creativi esi­ste solamente quando si affronta il nuovo in quanto nuovo, la novità in quanto novità. La mente registra, raccoglie i ricordi e, finché la memoria è ravvivata dalla sfida, il processo mentale deve andare avanti. Ma se ogni pensiero viene osservato, percepito, compenetrato appieno e compreso in maniera completa, allora scoprirete che la memoria inizia a dissolversi. Stiamo parlando della memoria psicologica, non della memoria effettiva.

Bangalore, 18 luglio 1948

Stiamo cercando di discutere e di scoprire se la vita ha uno sco­po, e se questo scopo può essere valutato. Si può valutarlo soltanto in termini di conosciuto, di passato, e quando valuto lo scopo della vita in termini di conosciuto, lo faccio secondo le mie attrazioni e repulsioni. Di conseguenza, lo scopo è condizionato dai miei de­sideri e, quindi, cessa di essere lo scopo. Sicuramente questo è chiaro, non è vero? Posso capire qual è lo scopo della vita solamente attraverso il filtro dei miei pregiudizi, dei desideri e delle esigenze, altrimenti non riesco a giudicare, non è così? Dunque, la misura, il metro, la pietra di paragone, sono un condizionamento della mia mente, e deciderò qual è lo scopo secondo i dettami del mio condizionamento. Ma è questo lo scopo della vita? È creato da una mia esigenza e, quindi, non è sicuramente lo scopo della vita. Per scoprire lo scopo della vita, la mente deve essere libera dalle valutazioni, e soltanto allora potrà scoprirlo. Altrimenti state sem­plicemente proiettando una vostra esigenza. Questa non è una pu­ra intellettualizzazione e, se l’approfondite, ne capirete il significato. Dopotutto, è secondo il mio pregiudizio, la mia esigenza, il mio desiderio, la mia predilezione che decido quale deve essere lo sco­po della vita. Quindi, il mio desiderio crea lo scopo. Ma, sicuramente, questo non è lo scopo della vita. Cos’è più importante: sco­prire lo scopo della vita o liberare la mente stessa dal suo condizio­namento? E quando la mente è libera dal suo condizionamento, questa libertà in sé è lo scopo. Perché, dopotutto, è soltanto nella libertà che si può scoprire qualsiasi verità.

Quindi, il primo requisito è la libertà, non la ricerca dello scopo della vita. È ovvio che, senza libertà, non si può trovare lo scopo; se non ci si è. liberati dalle piccole e meschine esigenze, ricerche, ambizioni, invidie, e dal rancore, senza la libertà da queste cose, come è possibile indagare o scoprire qual è lo scopo della vita? Al­lora, non è forse importante, per uno che sta indagando sullo sco­po della vita, cercare prima di tutto di vedere se lo strumento dell’indagine è in grado di penetrare nel processo vitale, nelle com­plessità psicologiche del proprio essere? Perché questo è tutto ciò che abbiamo, no? Uno strumento psicologico fatto in modo da soddisfare i nostri bisogni. E siccome lo strumento è forgiato dai nostri desideri meschini – essendo il risultato delle nostre espe­rienze, delle preoccupazioni, delle ansie e del rancore – come può uno strumento simile scoprire la realtà? Non è dunque importante, se dovete indagare sullo scopo della vita, cercare prima di tutto di vedere se colui che indaga è in grado di capire o di scoprire cos’è quello scopo? Non sto rovesciando le posizioni, ma ciò è implicito nell’indagine sullo scopo della vita. Quando poniamo questa domanda, dobbiamo prima sapere se chi la pone, colui che indaga, è in grado di capire.

Pune, 31 gennaio 1953

Domanda: Anche dopo la fine del dominio britannico, non c’è stato nessun cambiamento radicale nel nostro sistema scolastico. Si cerca soltanto la specializzazione: istruzione tecnica e professiona­le. Come possiamo fare in modo che sia la scuola a portare verso la vera libertà?

Krishnamurti: Cosa intendiamo per vera libertà? La libertà poli­tica? Oppure la libertà di pensare ciò che vi pare? Potete pensare ciò che vi pare? E il pensiero conduce alla libertà? Tutti i pensieri non sono forse pensieri condizionati? Quindi, cosa intendiamo per vera libertà?

Per quanto ne sappiamo, l’istruzione è pensiero condizionato, non è così? L’unica cosa che ci preoccupa è ottenere un lavoro, oppure usare la conoscenza per la nostra vanità o per sentirci grandi, e farci strada nel mondo. Non è invece importante capire cosa intendiamo per vera libertà? Forse, se capiamo questo, l’apprendimento di qualche tecnica per la specializzazione professionale po­trebbe avere un suo valore. Ma la sola valorizzazione delle capacità tecniche, senza la comprensione di cos’è la vera libertà, porta alla distruzione, a maggiori guerre, e in realtà questo è ciò che sta acca­dendo nel mondo d’oggi. Quindi, cerchiamo di scoprire cosa intendiamo per vera libertà.

Ovviamente, la prima condizione per la libertà è che non ci sia paura: non soltanto la paura imposta dalla società, ma anche la paura psicologica dell’insicurezza. Potete anche avere un ottimo la­voro e salire la scala del successo, ma se c’è ambizione, se c’è la lotta per essere qualcuno, questo non comporta paura? E non implica che chi ha molto successo non è veramente libero? Dunque, la paura imposta dalla tradizione, dalla cosiddetta responsabilità degli editti sociali, o la nostra paura della morte, dell’insicurezza, delle malattie, tutto questo ostacola la vera libertà, non è così?

La libertà non è quindi possibile se c’è una qualsiasi forma di costrizione esterna o interiore. La costrizione nasce quando c’è un forte bisogno di conformarsi ai modelli della società, o a quelli che avete creato per voi stessi, come essere o non essere buoni. Il mo­dello è creato dal pensiero, che è il risultato del passato, della vo­stra tradizione, della vostra istruzione, di tutte le vostre esperienze basate sul passato. Finché c’è una qualche forma di costrizione – governativa, religiosa, o un modello creato da voi per mezzo del desiderio di arrivare, di diventare grandi – non ci sarà vera li­bertà. Non è una cosa facile da fare, né è facile capire cosa inten­diamo per vera libertà. Ma possiamo vedere che, finché c’è una qualsiasi forma di paura, non possiamo sapere cos’è la vera libertà.

Individualmente o collettivamente, se c’è paura, costrizione, non può esserci nessuna libertà. Possiamo speculare sulla vera libertà, ma la libertà reale è differente dalle idee speculative sulla libertà.

Quindi, finché la mente è alla ricerca di qualche forma di sicu­rezza – e questo è ciò che vuole la maggior parte di noi – finché la mente ricerca la permanenza in ogni forma, non può esserci li­bertà. Fintanto che cerchiamo individualmente o collettivamente la sicurezza, deve esserci guerra, il che è un fatto evidente, e questo è ciò che sta accadendo nel mondo d’oggi. Quindi, può esserci vera libertà solo quando la mente capisce l’intero meccanismo del desi­derio di sicurezza, di permanenza. Dopo tutto, questo è ciò che volete dalle vostre divinità, dai vostri guru. Dai rapporti sociali, dai governi, volete sicurezza; allora attribuite al vostro dio la sicurezza definitiva, che è al di sopra di voi; rivestite quell’immagine dell’idea che voi – in quanto esseri viventi – siete transitori e che, almeno li, avete permanenza. Così cominciate a desiderare di essere religiosamente permanenti e tutte le vostre attività politiche, re­ligiose e sociali, quali che siano, si basano sul desiderio di perma­nenza: avere sicurezza, perpetuarvi tramite la famiglia o la nazione o un’idea, oppure tramite vostro figlio. Come può una mente che è alla continua ricerca, consciamente o inconsciamente, di perma­nenza, di sicurezza, come può una tale mente essere mai libera?

In realtà noi non cerchiamo la vera libertà. Cerchiamo qualcosa di diverso dalla libertà; cerchiamo condizioni migliori, stati miglio­ri. Non vogliamo la libertà; vogliamo condizioni migliori, superiori, più nobili, e questa la chiamiamo istruzione. Può questa istruzione portare la pace nel mondo? Certamente no. Al contrario, sta dando luogo a sempre più guerre e sofferenze. Finché siete induisti, mu­sulmani, o dio sa cos’altro, scatenate delle lotte: per voi, per il vo­stro prossimo e per la nazione. Ce ne rendiamo conto? Guardate ciò che sta accadendo! Non devo dirvelo io, perché già lo sapete.

Invece di essere degli esseri umani integrati, voi pensate in modo da creare separazioni; le vostre attività sono frazionate, a pezzi, di­sintegrate, state tutti combattendo. Questo è il risultato della cosid­detta libertà e della cosiddetta istruzione. Dite di avere unità in sen­so religioso, ma in realtà state combattendo, state distruggendovi gli uni contro gli altri, perché non vedete il processo vitale nel suo in­sieme, perché siete interessati soltanto al domani o a trovare un la­voro migliore. Dopo aver ascoltato queste mie parole, uscirete e farete esattamente le stesse cose. Sarete dei settari che dimenticano il resto del mondo. Finché penserete in questi termini, avrete guerre, sofferenze, distruzione. Non sarete mai al sicuro, né voi né i vostri figli, sebbene vogliate essere al sicuro, e perciò pensate in termini ristretti e regionalistici. Finché sarete così, dovrete avere guerre.

Il vostro attuale modo di vivere indica che non volete avere ve­ramente la libertà; ciò che volete è semplicemente un miglior mo­do di vivere, maggiore sicurezza, maggior appagamento, essere sicuri del lavoro, essere sicuri della vostra posizione, in senso religio­so e politico. Persone del genere non possono creare un mondo nuovo. Non sono persone religiose. Non sono persone intelligenti. Pensano in termini di risultati immediati, come tutti i politici. E voi sapete che, finché lascerete il mondo nelle mani dei politici, avrete distruzioni, guerre, sofferenze. Signori, non sorridete. La responsabilità è vostra, non dei vostri leader; è la vostra responsabi­lità individuale.

La libertà è qualcosa di interamente diverso. La libertà nasce, non può essere ricercata. Nasce quando non c’è paura, quando nel vostro cuore c’è amore. Non potete essere amorevoli e pensare nei termini di un induista, di un cristiano, di un musulmano o di un parsi. La libertà nasce solo quando la mente non è più alla ricerca di sicurezza per sé, sia nella tradizione che nella conoscenza. Una mente paralizzata da tutto ciò che conosce o sovraccarica di nozio­ni non è una mente libera. La mente è libera solamente quando è in grado di affrontare la vita momento per momento, di affrontare la realtà rivelata da ogni avvenimento, da ogni pensiero, da ogni esperienza. E questa rivelazione non è possibile quando la mente è paralizzata dal passato.

È l’educatore ad avere la responsabilità di creare un nuovo essere umano, di generare un essere umano diverso, senza paura, indipendente, che creerà la sua società: una società totalmente dissimi­le dalla nostra, perché la nostra si basa sulla paura, sull’invidia, sull’ambizione, sulla corruzione. La vera libertà può sopraggiungere solamente quando sorge l’intelligenza, ossia la comprensione dell’insieme, il totale processo dell’esistenza.

Bombay, 8 marzo 1953

Domanda: Lei ha parlato di libertà. La libertà non comporta doveri? Qual è il mio dovere nei confronti della società e di me stesso?

Krishnamurti: La libertà e il dovere sono paragonabili? Può essere libero un figlio rispettoso dei doveri? Posso io essere rispettoso dei doveri nei confronti della società eppure essere libero? Pos­so essere rispettoso dei doveri eppure essere rivoluzionario nel sen­so buono del termine, non in senso economico? Se mi adeguo a un sistema, politico o religioso, potrò mai essere libero? Oppure non faccio altro che imitare, copiare? L’intero sistema non è forse imi­tazione? Essere un figlio rispettoso dei doveri, fare ciò che mio pa­dre vuole che io faccia, fare la cosa giusta secondo la società, que­ste cose non denotano da sole un senso di imitazione? Mio padre vuole che io sia un avvocato; è mio dovere diventare un avvocato? Mio padre dice che devo entrare a far parte di una certa organizza­zione religiosa; è mio dovere farlo?

Il dovere è compatibile con l’amore? È solamente quando non c’è amore, quando non c’è libertà, che la parola dovere diventa straordinariamente importante. E allora il dovere prende il posto della tradizione. Noi viviamo in questo stato, che è il nostro stato, non e vero? Io devo essere rispettoso dei doveri.

Qual è il mio dovere nei confronti della società? Qual è il mio dovere verso me stesso? La società esige da voi un gran numero di cose: dovete obbedire, dovete seguire, dovete celebrare determinate cerimonie, compiere certi rituali, dovete credere. La società vi condiziona a certe forme di pensiero, a determinate fedi. Se state cercando ciò che è vero – non ciò che è doveroso per la società, non il tentativo di conformarsi a un particolare modello – se state cercando di scoprire cos’è la verità, non dovete forse essere liberi?

Essere liberi non vuol dire che dovete scartare qualcosa, che do­vete essere in antagonismo a tutto; questa non è libertà. La libertà comporta una costante consapevolezza di pensiero; implica ciò che rivela le implicazioni del dovere e da cui sopraggiunge la libertà, ma non scartando una particolare libertà. Non potete capire tutte le tradizioni, non potete afferrare appieno il loro significato se vi condannate o giustificate o identificate con un particolare pensiero o con un’idea. Quando inizio a domandare qual è il mio dovere verso me stesso o verso la società, come posso venire a saperlo? Qual è il criterio? Qual è il metro di giudizio? Oppure dovremmo scoprire perché dipendiamo da queste parole? Con quale rapidità la mente che esplora, cerca, indaga, è attirata dalla parola dovere! Il padre che sta invecchiando dice al figlio: “È tuo dovere mante­nermi”, e il figlio lo sente come suo dovere. E anche se volesse fare qualcosa di diverso – dipingere quadri, il che non gli darebbe i mezzi per mantenere il padre e se stesso – dice che il suo dovere è guadagnare denaro e scartare ciò che in realtà vorrebbe fare, e ne è intrappolato per il resto della vita. Per il resto della vita è amareggiato, ha l’amaro nel cuore e dà i suoi soldi al padre e alla madre. Questa è la nostra vita, viviamo nell’amarezza e moriamo nell’amarezza.

Dato che in realtà non abbiamo amore e non abbiamo libertà, usiamo le parole per controllare i pensieri, per plasmare il cuore e i sentimenti, e siamo soddisfatti. Sicuramente, il cuore potrebbe essere la sola via della rivoluzione, ed è la sola via. Ma la maggior parte di noi si oppone alle rivoluzioni, non soltanto a quelle super­ficiali, economiche, ma anche alla rivoluzione più essenziale, più profonda e più significativa del pensiero, la rivoluzione dell’atto creativo. Siccome ci opponiamo a questo, continuiamo a riformarci in superficie, rappezzando qua e là con le parole, con le minacce, con le ambizioni.

Voi direte, alla fine, che non ho risposto alla domanda “Qual è il mio dovere nei confronti della società, di mio padre e di me stes­so?”. Io dico che la domanda è sbagliata. È una domanda posta da una mente che non è libera, una mente che non è in rivolta, una mente docile, remissiva, una mente che non ha amore. Una mente che è docile, remissiva, senza amore, con quell’ombra di amarezza, potrà mai essere rispettosa dei doveri nei confronti della società o verso se stessa? Può una mente simile creare un mondo nuovo, una nuova struttura?

Non scuotete il capo. Sapete che cosa volete? Non volete una rivolta, non volete una rivoluzione della mente, volete allevare i vo­stri figli alla stessa maniera in cui siete stati allevati voi. Volete con­dizionarli nello stesso modo a pensare secondo gli stessi criteri, a partecipare ai rituali religiosi, a credere a ciò in cui voi credete. Quindi, non li incoraggiate mai a scoprire. Come state distruggen­do voi stessi nel vostro condizionamento, così volete distruggere gli altri. Dunque, il problema non è: “Qual è il mio dovere nei confronti della società?”, ma: “Come faccio a trovare o a risvegliare l’amore e la libertà?”. Perché, una volta che c’è l’amore, potre­ste non tenere affatto conto dei doveri.

L’amore è la cosa più rivoluzionaria, ma la mente non riesce a concepire l’amore. Non potete coltivarlo, deve essere lì; non è una cosa da far crescere nel giardino di casa; è una cosa che nasce dall’indagine costante, dalla continua insoddisfazione e dalla rivolta, quando non seguite mai l’autorità, quando non avete paura, ossia quando siete in grado di commettere degli errori e di trovare la ri­sposta a partire da quegli errori. Una mente senza paura non è le­gata alle cose meschine, ed è capace di vera profondità; allora, una mente simile scoprirà cos’è l’amore, cos’è la libertà.

Con i bambini della Scuola del Rajghat Varanasi, 20 gennaio 1954

Domanda: Cos’è la libertà?

Krishnamurti: Mi chiedo se questa bambina vuole veramente sapere cos’è la libertà! Qualcuno di noi sa cos’è la libertà? Tutto ciò che sappiamo è che siamo nati per fare delle cose, siamo costretti dalle circostanze o dalle nostre stesse paure a fare delle cose, e vo­gliamo fuggirne. La fuga dalla restrizione, dall’obbligo, dalla paura o da qualcos’altro è ciò che chiamiamo libertà. Ascoltate.

Sottrarsi a una restrizione, sottrarsi a un ostacolo, sottrarsi a una qualche forma di costrizione, non è libertà. La libertà è qualcosa in sé, non qualcosa che si allontana da qualcos’altro. Cercate di capirlo. il prigioniero messo per qualche motivo in carcere vuole fuggirne ed essere libero. Pensa solamente in termini di fuga.. Se ho fame, sento che se soltanto potessi fuggire dalla fame, sarei libero. Se sono invidioso, il superamento dell’invidia non è libertà; la fuga, il superamento, la repressione sono semplicemente altri modi di esprimere la stessa cosa, che non è libertà. La libertà è in sé, non è libertà da qualcosa. L’amore per qualcosa in sé è libertà. C’è li­bertà quando dipingete perché amate dipingere, non perché la pittura vi dà la fama o una posizione. A scuola, quando amate dipin­gere, quello stesso amore è libertà, e ciò vuol dire una sorprenden­te comprensione di tutte le modalità della mente. Inoltre, è molto semplice fare una cosa per se stessa e non per ciò che può portarvi, sia come punizione che come ricompensa. Il semplice amore per la cosa in sé è l’inizio della libertà.

Durante le ore di lezione, passate dieci minuti a parlare di que­ste cose? Oppure vi immergete immediatamente nella geografia, nella matematica, nell’inglese e in tutto il resto? Che succede? Perché non lo fate per dieci minuti al giorno, invece di perdere tempo con qualche stupidaggine che non vi interessa sul serio ma che deve essere fatta? Perché non passate un po’ di tempo in classe con l’insegnante a discutere di questi argomenti? Vi aiuterà nella vita, anche se potrebbe non aiutarvi a diventare importanti, di successo o famosi. Se discutete di questi argomenti ogni giorno per dieci minuti, in maniera intelligente, senza paure, vi sarà d’aiuto per tut­ta la vita, perché vi farà pensare senza ripetere semplicemente le cose come i pappagalli. Quindi, vi prego di chiedere agli insegnan­ti di parlare di queste cose. Allora scoprirete che diventerete più intelligenti sia voi che l’educatore.

Piane, 21 settembre 1958

Ci sono sicuramente vari tipi di libertà: c’è la libertà politica; c’è la libertà che viene dalla conoscenza, quando sapete come fare le cose, il cosiddetto know-how; la libertà del ricco che può andare in giro per il mondo; la libertà dell’abilità, essere in grado di scrivere, di esprimersi, di pensare chiaramente. Poi c’è la libertà da qualcosa: libertà dall’oppressione, libertà dall’invidia, libertà dalla tradizione, dall’ambizione, e così via. E poi c’è la libertà ottenuta, come speriamo, alla fine – alla fine di una disciplina, alla fine dell’acquisizione di una virtù, alla fine di uno sforzo – la libertà ultima a cui speriamo di giungere facendo determinate cose. Dunque, la libertà data dall’abilità, la libertà da qualcosa e la libertà che supponiamo di ottenere al termine di una vita virtuosa, questi sono tipi di libertà che noi tutti conosciamo. Ora, queste diverse libertà non sono forse semplici reazioni? Quando dite: “Voglio essere libero dalla collera”, questa è una semplice reazione; non è la libertà dalla collera. E anche la libertà che pensate di ottenere al termine di una vita virtuosa, tramite le lotte, la disci­plina, è una reazione a ciò che è stato. Seguitemi con attenzione, perché sto per dire una cosa un po’ difficile, nel senso che non ci siete abituati. Esiste un senso di libertà che non è da una qualsiasi cosa, che non ha causa, ma che è uno stato dell’essere liberi. Vedete, la libertà che conosciamo è sempre generata dalla volontà, non è vero? Sarò libero; imparerò una tecnica; diventerò uno spe­cialista; studierò; e questo mi darà la libertà. Così usiamo la volontà come mezzo per raggiungere la libertà, vero? Non voglio essere povero e, quindi, faccio uso della mia abilità, della volontà,di qualsiasi cosa per diventare ricco. Oppure, sono vanitoso ed esercito la volontà per non esserlo. Così pensiamo di ottenere la libertà . Ma, al contrario, la volontà non porta libertà.

Come ho evidenziato, la libertà da qualcosa non è libertà. State cercando di liberarvi dalla collera; non dico che non dovreste essere liberi dalla collera, ma dico che questa non è libertà. Potrei essermi sbarazzato dell’avidità, della meschinità, dell’invidia o di decine di altre cose, eppure non essere libero. La libertà è una qualità della mente. Questa qualità non nasce da ricerche e inda­gini molto attente e oneste, da analisi molto accurate o dal met­tere insieme delle idee. Ecco perché è importante vedere la verità secondo cui la libertà che esigiamo continuamente è sempre libertà da qualcosa, come la libertà dalla sofferenza. Non che non esista libertà dalla sofferenza, ma l’esigenza di esserne liberi è una semplice reazione e, quindi, non vi libera dalla sofferenza. Sono stato chiaro? Soffro per varie ragioni, e dico che devo essere libero. L’impulso a essere libero dalla sofferenza scaturisce dal dolore. Soffro a causa di mio marito, di mio figlio o di qualcos’altro; non mi piace lo stato in cui mi trovo e voglio allonta­narmene. Questo desiderio di libertà è una reazione, non è libertà. È soltanto un altro stato desiderabile che voglio in contrapposi­zione a ciò che è. L’uomo che può viaggiare in tutto il mondo perché ha molti soldi non è necessariamente libero, né lo è chi è scaltro o efficiente, perché il suo desiderio di essere libero è ancora una volta una semplice reazione. Allora, posso non ren­dermi conto che la libertà, la liberazione, non può essere appresa, acquisita o ricercata per mezzo di una qualsiasi reazione? Di con­seguenza, devo capire la reazione, e devo anche capire che la libertà non proviene da uno sforzo di volontà. Volontà e libertà sono in contraddizione, come lo sono pensiero e libertà. Il pensiero non può produrre libertà perché è condizionato. Dal punto di vista economico, forse, potete organizzare il mondo in modo che l’essere umano possa avere maggiori comodità, più cibo, vestiario e abitazioni, e potreste pensare che sia questa la libertà.

Sono cose necessarie ed essenziali, ma non rappresentano la libertà totale. La libertà è uno stato ed una qualità della mente. Ed è questa qualità che stiamo indagando. Senza di essa – fate ciò che volete, coltivate tutte le virtù del mondo – non avrete questa libertà.

Bombay, 3 dicembre 1958

In ogni forma di comunicazione, le parole sono naturalmente molto importanti. Lo diventano ancor più quando affrontano pro­blemi astratti e piuttosto complicati, perché ognuno tradurrà ogni singola parola a seconda di come la capisce. La comunicazione è, quindi, molto difficile quando si vuole affrontare lo straordinario problema della vita, con tutte le sue complessità e sottigliezze. Le parole diventano veramente significative se riusciamo ad attenerci al loro significato letterale e anche quando ci permettiamo di anda­re al di là della semplice definizione, di qualsiasi mera conclusione che una parola può comunicare.

Prendiamo per esempio la parola libertà. Ognuno la tradurrà secondo le sue particolari necessità, esigenze, costrizioni e paure. Se siete ambiziosi, tradurrete questa parola come qualcosa di ne­cessario a realizzare le vostre ambizioni, a esaudire i vostri deside­ri. Per una persona legata a certe tradizioni, libertà è una parola da temere. A colui che indulge in ogni capriccio e desiderio, questa parola comunica la possibilità di indulgere ulteriormente. Le parole hanno, quindi, uno straordinario significato nella nostra vita, e non so se vi siete resi conto di quanto è profondo e intenso il si­gnificato della parola. Le parole dio, libertà, comunista, americano, induista, cristiano, e così via, non ci influenzano soltanto a livello neurologico, ma vibrano verbalmente nel nostro essere, provocan­do determinate reazioni. Non so se ve ne rendete conto ma, se ve ne rendete veramente conto, saprete che è molto difficile liberare la mente dalla parola. Siccome voglio discutere con voi di un pro­blema molto complesso, credo che dovremmo arrivarci con l’esitazione e la chiarificazione di una mente che non comprende soltan­to le parole e il loro significato, ma che è anche in grado di andare al di là della parola.

Possiamo vedere cosa accade in tutto il mondo al giorno d’oggi. Ovunque ci siano tirannie, la libertà è negata; ovunque ci sia la potente organizzazione della chiesa, della religione, la libertà è ancora negata. Benché usino la parola libertà, le organizzazioni religiose e politiche rifiutano la libertà. Si può anche vedere che dove c’è sovrappopolazione la libertà deve inevitabilmente venir meno, e che ovunque ci sia un eccesso di organizzazione, di co­municazione di massa, la libertà è negata. Quindi, vedendo tutto ciò, come può interpretare la libertà una persona come voi o come me? Vivendo, come si è costretti a questo mondo, in una società completamente legata a organizzazioni in cui i tecnici sono molto importanti, la mente diventa schiava di un determinato tipo di tecnica, di un metodo, di certe modalità. Allora a che livello, a quale profondità traduciamo la parola libertà? Se ve ne andate dall’ufficio, ciò non significa libertà: perderete semplicemente il lavoro. Se guidate contromano in autostrada, la polizia vi inse­guirà e la vostra libertà verrà limitata. Se fate quello che vi pare, o se vi arricchite,, lo Stato vi controllerà. Attorno a noi ci sono san­zioni, leggi, tradizioni, varie forme di costrizione e di domina­zione, e tutte impediscono la libertà.

Se, in quanto esseri umani, capite questo problema, che è un vero problema, da quale profondità state indagando? Oppure non ve ne importa niente? Temo che molti di noi non siano interessati; ciò che ci importa è il pane quotidiano, la famiglia, i piccoli pro­blemi, le gelosie, le ambizioni, ma non siamo interessati ai proble­mi più vasti e più grandi. E il solo interessamento alla soluzione di un problema non darà una soluzione. Potreste trovare una soluzio­ne immediata, ma creerà soltanto altri problemi, come ben sappiamo. Quindi, a che livello, a partire da quale profondità siete sensibili alla parola libertà?

Naturalmente, bisogna anche rendersi conto che la parola non è la cosa. La parola verità non è la verità. Ma per gran parte di noi la parola è sufficiente; non andiamo oltre la parola, non andiamo a indagare cosa ci sia al di là della parola. Vi prego di prendere in considerazione questo fatto. La stessa parola musulmano vi impedisce di guardare l’essere umano che la rappresenta. La risposta neurologica e quella psicologica a questa parola sono molto profonde, ed essa evoca in voi ogni genere di idee, credenze, pregiudizi. Ma se riusciamo a pensare in maniera molto profonda, ri­sulta evidente che si deve separare la parola dalla cosa reale. Nei nostri rapporti, molti malintesi nascono dal significato sbagliato che attribuiamo alle parole. Di conseguenza, è molto importante che voi e io, come due individui, stabiliamo una giusta comunica­zione per capirci allo stesso livello e allo stesso tempo. Non so se l’avete notato ma, quando si ama qualcuno, la comunicazione tra i due è immediata. Similmente, se riusciamo a stabilire una tale co­munione, credo che saremo in grado di esplorare questo problema molto complesso. La grande difficoltà nello stabilire la comunicazione sta nella parola, e voi e io dobbiamo penetrare nella parola e andare oltre se vogliamo entrare in comunione tra noi e condividere, prendere parte al problema che stiamo spiegando, scoprendo, discutendo.

Vediamo che il processo mentale è la risposta della memoria, che è sempre in azione come una macchina. Così ci chiediamo: “Cosa significa la libertà?”. Spero che voi comprendiate questa domanda e che io mi sia spiegato chiaramente. Se la mia mente, nel suo insieme, è il risultato del tempo, il risultato della tradizione, di varie culture, esperienze, condizionamenti, dell’avere il retaggio culturale della mia famiglia, della razza, della fede, del funzionare sempre nell’ambito del conosciuto, dov’è allora la libertà? Se mi muovo, come faccio, sempre entro i limiti della mia mente, che è piena di ricordi ed è il prodotto del tempo, come può la mente andare al di là di se stessa? Per una mente simile, la parola libertà non ha nessun significato – vero? perché non fa altro che tramutare la libertà in un’altra esigenza, dicendo: “Come posso essere libera?”. Seguitemi attentamente e capirete. Mi rendo conto, con­sciamente o inconsciamente, che la mia vita è molto limitata; c’è continua ansia, lotta, paura, infelicità, sofferenza e così via, e quin­di dico: devo essere libero; devo avere la pace della mente; devo sfuggire a questi limiti. Questo è ciò che ognuno di noi esige. Fuori, sotto la tirannia dei vari governi, non c’è libertà – vi dicono ciò che dovete fare e voi lo fate – e lo stesso problema continua den­tro. Qui, in questo paese che si dice democratico, siete più o meno liberi esternamente – più o meno – ma interiormente siete pri­gionieri, e vi chiedete cos’è la libertà. Maggiore è l’organizzazione di una chiesa o di una società, e maggiori sono l’efficienza e i mez­zi della comunicazione di massa, maggiori sono il conflitto e l’agi­tazione. Così siamo sempre in lotta con l’ambiente e con noi stessi. La lotta continua all’infinito e ci sono contraddizioni e infelicità: “Mia moglie non mi ama”, “Amo un altro”, “C’è la morte”, “Io credo, io non credo”. C’è sempre agitazione e irrequietezza, come nel mare.

Avete mai osservato il mare? Ci sono giorni in cui non c’è ven­to, neppure una brezza, e il mare riflette le stelle. C’è calma, l’aria immota e un senso di pace, ma sotto la superficie ci sono forti cor­renti, movimenti in profondità; le sue acque ricoprono un’area enorme e in realtà il mare non è mai fermo, è sempre in movimen­to, un movimento senza fine. Ogni brezza che sopraggiunge scuote la calma, la tranquillità. Anche la mente è così Siamo eternamente inquieti e, quando ne diventiamo consapevoli, diciamo: “Datemi la pace. Fatemi trovare dio. Voglio fuggire da questa infelicità e scoprire se c’è una pace, una beatitudine duratura”. Questo è tutto ciò che vogliamo, ed ecco perché combattiamo una battaglia tanto tremenda, nella tensione delle contraddizioni, un desiderio che combatte contro l’altro. L’ambizione genera frustrazione e senso di vuoto, e poi il desiderio da soddisfare porta nuovamente l’ombra della frustrazione. Non serve limitarsi a descrivere il nostro stato – ne siamo consapevoli, oppure no? – dallo stato di confusione, agitazione, infelicità, afflizione, allo stato in cui si ha un senso di breve felicità, si guarda di quando in quando il cielo e si dice: “Che meraviglia, che splendore!”, provando ogni tanto il sentimento dell’amore. Ma è tutto temporaneo, fugace, è tutto in un flusso continuo. Allora la mente dice: “Esiste uno stato di pace permanente?”, e continua ad attribuire la permanenza a un’idea di dio, di Verità. E tutte le religioni incoraggiano questa attribuzione della permanenza a un’idea. Ogni religione del mondo dice che c’è una permanenza, una beatitudine che dovete cercare, e che c’è una via per raggiungerla. Dicono che c’è un sentiero dall’inquietudine alla realtà. Capite? Nel momento in cui andate alla ricerca di uno stato che sarà permanente, dovete trovare una via che vi ci condu­ce: una fede, un metodo, un sistema, una pratica. Ora, secondo me, non c’è né permanenza né metodo. Non esiste alcun metodo per scoprire la realtà.

Bombay, 14 dicembre 1958

Il pensiero è sicuramente superficiale; è la risposta della memoria – le esperienze accumulate, il condizionamento – e secondo questo condizionamento, che è il nostro retaggio, il pensiero ri­sponde a qualsiasi sfida. Il pensiero è sempre legato alle esperienze accumulate, e la domanda è: “Può mai essere libero il pensiero?”. Perché è soltanto nella libertà che si può osservare, è soltanto nella libertà che si può scoprire, è soltanto in uno stato di spontaneità – in cui non c’è nessuna costrizione, esigenza immediata, solleci­tazione da parte degli influssi sociali – che è possibile una vera scoperta. Sicuramente, per osservare cosa state pensando, perché pensate e qual è l’origine e la motivazione del vostro pensiero, deve esserci un certo senso di spontaneità, di libertà, dato che ogni tipo di influsso altera l’osservazione. In ogni processo mentale, se c’è qualche costrizione o sollecitazione, il pensiero diventa tortuo­so. Quindi, potrà mai il pensiero rendere l’uomo libero, rendere la mente libera, e la libertà non è forse la condizione essenziale e ne­cessaria a scoprire ciò che è vero? Solitamente, ci sono due diversi tipi di libertà: c’è la libertà da qualcosa o la libertà di compiere, di essere qualcosa. Poi c’è anche la libertà, la libertà e basta. La mag­gior parte di noi vuole soltanto essere libera da qualcosa – libera dal tempo, da un parente – oppure vogliamo essere liberi di rea­lizzarci, di esprimerci. Tutte le nostre idee di libertà si limitano a queste due: la libertà da qualcosa e la libertà di essere qualcosa. Ora, sono entrambe reazioni, vero? Entrambe sono il risultato del pensiero, di qualche forma di costrizione interiore o esterna. Il pensiero è intrappolato in questo meccanismo; il pensiero cerca la libertà dalla tirannia, la libertà da un governo corrotto, la libertà da un particolare rapporto, la libertà da un senso di ansia e, liberandocene, speriamo di realizzarci in qualcos’altro. Quindi, pensia­mo sempre in termini di libertà da o libertà di essere, di compiere. E, a quanto sembra, pensare alla libertà soltanto in questi due mo­di è molto superficiale.

C’è, dunque, una libertà che non sia una semplice reazione, in cui non ci sia né un movimento da né un movimento verso? E può una tale libertà essere afferrata, concepita dal pensiero come idea? Perché, se siete solamente liberi da qualcosa, non siete veramente liberi e, se siete liberi nel senso che siete soddisfatti, c’è sempre ansia, paura, frustrazione e sofferenza. Può il pensiero liberare la mente in modo che la sofferenza e l’ansia cessino del tutto? Sicuramente, come per l’amore, la vera bontà non è coltivata dal pensie­ro; è uno stato in cui ci si trova, ma questo stato non può essere conseguito per mezzo della mente che dice a se stessa: “Devo essere buona”. Si può, dunque, scoprire cos’è la libertà ricercando tra i vari canali della mente? Può il pensiero svelare il vero significato della vita, rivelare la realtà? Oppure bisogna sospendere totalmen­te il pensiero perché la realtà appaia?

Mettiamola differentemente. Voi siete alla ricerca di qualcosa, è così? Se siete persone cosiddette religiose, state ricercando quello che chiamate dio, o siete in cerca di più denaro, più felicità, oppu­re volete essere buoni; state cercando di esprimere la vostra ambi­zione. Ognuno è alla ricerca di qualcosa.

Ora, cosa intendiamo per ricerca? Cercare implica sapere cosa si sta cercando. Quando dite che state cercando la pace della mente, deve voler dire che ne avete già fatto esperienza e volete che torni, oppure state proiettando un’idea verbale che non è una realtà ma una cosa creata dal pensiero. Quindi, la ricerca implica che avete già conosciuto o esperito ciò che cercate. Non potete cercare qualcosa che non conoscete. Quando dite che state cer­cando dio, vuol dire che sapete già chi è dio oppure che il vostro condizionamento ha proiettato l’idea dell’esistenza di dio. Dun­que, il processo mentale vi obbliga a cercare ciò che il pensiero stesso ha proiettato. Il pensiero, che è superficiale, il pensiero, il risultato di molte esperienze che si sono accumulate e che formano il vostro retaggio, a partire da quel pensiero proiettate un’idea e poi la cercate! E nella vostra ricerca di dio avete delle visioni, avete esperienze che non fanno altro che rafforzare la ricerca e vi spingono a seguire le proiezioni del vostro retaggio. Quindi, la ricerca è ancora un movimento del pensiero. Siamo in conflitto, in agitazione e, per sfuggire a questa agitazione, il pensiero inizia a proiettare un’idea secondo cui deve esserci pace, deve esserci una beatitudine permanente, e poi si mette a cercarla. Questo, in realtà, è ciò che avviene in ognuno di noi. Non com­prendiamo questa triste esistenza, questo caos senza fine, e vogliamo fuggire verso uno stato di beatitudine permanente. Ma questo stato è proiettato dalla mente e, avendolo proiettato, il pensiero dice: “Devo farmi aiutare per raggiungerlo”. E così se­guono i metodi, i sistemi, le pratiche. Il pensiero crea il problema e poi tenta di sfuggirgli per mezzo di vari sistemi, in modo da raggiungere l’idea proiettata di uno stato permanente. Così il pensiero insegue la propria proiezione, la propria ombra. Ora, la vera domanda è: “Può la mente sospendere il processo mentale e affrontare l’esperienza quotidiana a partire da una diversa qualità della mente?”. Ciò non vuol dire dimenticare o trascurare la memoria accumulata, l’esperienza accumulata. I tecnici, i genieri, gli scienziati, gli impiegati e così via, sono ovviamente necessari, ma è possibile, rendendosi conto che il processo mentale non è la solu­zione dei nostri problemi, sospendere il pensiero e osservare il problema? Non so se avete mai cercato veramente di guardare un problema senza l’agitazione, l’inquietudine, l’irrequietezza del pensiero. Il processo mentale crea una serie di moti di irrequie­tezza, di ansia, di richiesta impellente di una soluzione. Avete mai tentato di ignorare il pensiero, di sospendere il processo mentale e di limitarvi a osservare il problema? Provateci ora, mentre sto par­lando. Ascoltate cercando di osservare il problema senza l’agita­zione del pensiero.

Avete molti problemi – problemi di rapporto, di famiglia, pro­blemi di lavoro, le vostre responsabilità, problemi nella vita sociale, ambientale, politica – che siano immediati, pressanti oppure distanti. Prendete uno qualsiasi di questi problemi e osservatelo. Lo avete sempre osservato – non è vero? – con una certa agita­zione del pensiero che dice: “Devo risolverlo; che devo fare; è giu­sto questo oppure quello; è rispettabile o non è possibile?”, e via dicendo. Se esaminate il problema servendovi di questo pensiero irrequieto, ovviamente, qualsiasi soluzione troviate non è una vera risposta e non fa che creare altri problemi. È quanto avviene in realtà in ognuno di noi. Allora, riuscite a osservare il problema sospendendo il pensiero? Il pensiero è il risultato delle esperienze accumulate e questi ricordi sono responsabili del problema, ma riuscite a sospendere il pensiero in modo che, per il momento, la vostra mente non venga sollecitata, non si trovi sotto il peso di mille ieri? Non si tratta semplicemente di dire: “Non voglio pensare”. È una cosa impossibile. Ma se sapete riconoscere che una mente agitata, che si limita a reagire secondo il suo condizionamento, il suo retaggio, le sue esperienze accumulate, non riesce a risolvere o a capire il problema, se lo riconoscete nella sua totalità, allora capite che il pensiero non è lo strumento che risolverà i no­stri problemi.

In altre parole, sembra che, qualsiasi cosa l’uomo possa fare, può farla anche un’appropriata macchina elettronica. Oggi si sta scoprendo, e l’invenzione sarà perfezionata tra un decennio o due, che ciò che può pensare una mente umana può farlo anche una macchina, e in maniera alquanto efficiente. Probabilmente com­porrà musica e scriverà poesie, tradurrà libri, e così via. E nell’am­bito della chimica, vengono prodotte medicine per dare sollievo, pace, libertà dalle preoccupazioni, per tranquillizzare. Capite cosa sta per accadere? Sarà la macchina a sostituirvi nel lavoro e a farlo forse meglio, e sarà una medicina a darvi la pace mentale? Immagi­niamo che esistano medicine che possono essere assunte per ren­dere la mente straordinariamente calma, così da non dover mettere in atto discipline, controlli, esercizi di respirazione o altri espe­dienti. Allora la mente futile, la mente superficiale, la mente limita­ta che pensa soltanto a un passo da sé, non avrà più preoccupazio­ni, sarà in pace. Ma una mente simile è ancora futile, le sue fron­tiere sono riconoscibili e tutti i suoi pensieri sono superficiali. Seb­bene sia molto calma, grazie alle pillole, non ha abbattuto i propri limiti, vero? Una mente futile che pensa a dio, che va da un idolo all’altro, che dice una gran quantità di parole, che mormora tante preghiere, è ancora una mente futile. E così è per la maggior parte di noi. Quindi, il pensiero, che è sempre superficiale, sempre futi­le, sempre limitato, come si può sospendere questo pensiero in modo che non ci sia nessuna frontiera e che ci sia libertà, ma non la libertà da qualcosa o la libertà di essere qualcosa? Spero che comprendiate la domanda.

Vedete, si può sempre migliorare: si può pensare un po’ di più, applicarsi al proprio miglioramento, essere più gentili, più generosi, questo o quello, ma è sempre nell’ambito del sé, dell’io. E l’io che ottiene, diventa, e questo io è sempre riconoscibile come un accumulo di esperienze, di ricordi. E il problema è come scomporre, abbattere le frontiere dell’io. Quando dico “come”, non intendo un metodo, ma un’indagine. Perché tutti i metodi comportano il funzionamento del pensiero, il controllo del pensiero, la sostituzio­ne di un pensiero con un altro. Quando avete soltanto metodi, sistemi, discipline, non c’è indagine.

Vedendo tutto ciò, ossia che il pensiero è il risultato della memoria, dell’esperienza accumulata, che è molto limitato, e che la ri­cerca della realtà, di dio, della verità, della perfezione, della bellez­za è in realtà una proiezione del pensiero – in conflitto con il presente e in cammino verso un’idea del futuro – e vedendo che l’in­seguimento del futuro crea il tempo, vedendo tutto ciò, appare si­curamente evidente che il pensiero deve essere sospeso. Deve es­serci qualcosa, di sicuro, che il pensiero non riesce ad afferrare e a memorizzare, qualcosa di totalmente nuovo, di completamente inconoscibile, irriconoscibile. E come fate, con l’irrequietezza del vo­stro pensiero, a comprendere questo stato?

La comprensione è una questione di tempo? Lo capirete doma­ni, pensandoci sopra? Se avete un problema, sapete bene come il pensiero lo indaga, lo analizza, lo riduce in pezzi, ci si addentra più che può, eppure non trova nessuna risposta, perché è sempre legato all’ansia del problema. Poi ci rinuncia, lo lascia in sospeso, e siccome il pensiero si è dissociato dal problema cosicché il proble­ma non è più pressante per la mente, consciamente o inconsciamente, la risposta viene fuori. Vi sarà sicuramente capitato.

Allora, non riusciamo a penetrare in tutta questa faccenda del pensiero? Sapete quanto venerate l’intellettuale pieno di sapere che non è altro che parole e idee – ma che vive ancora a un livel­lo superficiale. Avete mai osservato quanto siete istintivamente attratti da un uomo che dice: “Io so”? Una volta visto tutto ciò, vi chiedo: si può sospendere il pensiero? Se avete compreso il problema, allora sarete in grado di seguire, ora che mi accingo a esa­minarlo ulteriormente.

C’è il problema della morte, il problema di dio, della virtù, dei rapporti; c’è il problema del conflitto in cui ci troviamo, del lavo­ro, della mancanza di denaro; c’è il problema della povertà, dell’inedia, e tutta la sofferenza della disperazione e della speranza. Non potete risolvere questi problemi uno alla volta; è impossibile. Dovete risolverli nella loro totalità, nel loro insieme, non poco per volta; altrimenti non li risolverete mai. Infatti, risolvendo un problema come se fosse dissociato dagli altri, non fate che creare un altro problema. Nessun problema è separato, isolato. Ogni proble­ma è in relazione a un altro problema, in modo superficiale o profondo, quindi dovete comprenderlo nella sua totalità. E il pensiero non potrà mai capirlo totalmente, perché è parziale, fram­mentario. Allora, come può la mente risolvere il problema? Non potete risolverlo come se fosse isolato; non potete trovare una so­luzione tramite un’astrazione intellettuale; non potete risolverlo per mezzo dei ricordi accumulati; non potete risolverlo rifugiandovi in un tempio, nell’alcol, nel sesso o in qualsiasi altra cosa. Deve essere compreso totalmente, capito totalmente, e questo può acca­dere solamente quando c’è la sospensione del pensiero. Quando la mente è calma e ferma, il riflesso del problema sulla mente è del tutto diverso. Quando il lago è molto calmo, riuscite a vederne la profondità, riuscite a vedere ogni pesce, ogni alga, ogni ondeggiamento; allo stesso modo, quando la mente è completamente ferma, riuscite a vedere molto, molto chiaramente. Ciò può avvenire solamente quando c’è una sospensione del pensiero, non per risolvere il problema, ma per vederne il significato, la natura frammentaria; e allora il pensiero diventa da solo calmo, fermo, non soltanto a livello conscio ma in profondità.

Ecco perché è necessaria la conoscenza di sé, perché èneces­sario imparare tutto di se stessi. Non potete impararlo se non guardate, o se guardate con la mente piena di nozioni accumulate. Per imparare, dovete essere liberi. Allora potete osservare il problema, non soltanto in superficie; allora ogni questione, ogni sfida è affrontata da una profondità che il pensiero non può raggiungere.

Una mente ferma, una mente calma, non è indebolita, morta, corrotta come lo è la mente che è stata resa calma da una medici­na, da un esercizio di respirazione o da qualsiasi altro sistema di autoipnosi. È una mente assolutamente vitale; ogni sua zona inesplorata viene illuminata, e da questo centro luminoso essa rispon­de, e non crea ombre.

Madras, 22 novembre 1959

Mi chiedo se siete davvero consapevoli di questa ossessione di far parte di qualcosa. Sono sicuro che la maggior parte di voi ap­partiene a qualche partito politico, a un certo gruppo o credo or­ganizzato; vi siete impegnati a pensare o a vivere in un particolare modo, e sicuramente questa è una negazione della libertà. Non so se avete esaminato questa ossessione di far parte, di identificarvi con una nazione, con un sistema, con un gruppo, con un determi­nato credo politico o religioso. E, chiaramente, se non comprendete questa ossessione, il semplice fatto di abbandonare un partito o un gruppo non significherà niente, perché vi impegnerete presto in un altro.

Non avete forse fatto proprio questo in particolare? Avete lasciato un “-ismo” e siete andati a cercarne un altro: cattolicesimo, co­munismo, movimento del Riarmo Morale,[1], e dio solo sa cos’altro. Passate da un impegno all’altro, spinti dall’ossessione di far parte di qualcosa. Perché? Credo che sia una domanda importante da porsi. Perché volete far parte di qualcosa? Di sicuro, la mente è in grado di ricevere ciò che è vero solamente quando se ne sta completamen­te sola, non quando si è impegnata in qualche partito o fede. Non pensate a questa domanda, ma entrateci in comunione nel vostro cuore. Perché volete far parte? Perché vi siete impegnati a far riferi­mento a una nazione, a un partito, a un’ideologia, a una fede, a una famiglia, a una razza? Perché avete il desiderio di identificarvi con qualcosa? E quali sono le implicazioni di questo impegno? Soltanto chi ne è completamente al di fuori può capire, non chi si è impe­gnato in un particolare gruppo, o chi è in movimento perpetuo da un gruppo all’altro, da un impegno all’altro.

Sicuramente volete far parte di qualcosa perché vi dà un senso di sicurezza: non soltanto sicurezza nell’ambito sociale, ma anche sicurezza interiore. Quando appartenete a qualcosa, vi sentite al sicuro. Appartenendo a quella cosa chiamata induismo, vi sentite so­cialmente rispettabili, interiormente salvi, sicuri. Così vi siete impe­gnati in qualcosa in modo da sentirvi salvi, sicuri; il che restringe ovviamente il margine di libertà, non è vero?

Noi, in maggior parte, non siamo liberi. Siamo schiavi dell’in­duismo, del comunismo, di una società o di un’altra, dei dirigenti, dei partiti politici, delle religioni organizzate, dei guru, quindi ab­biamo perso la nostra dignità di esseri umani. La dignità di un essere umano esiste solamente quando si è gustata, odorata, co­nosciuta quella cosa straordinaria chiamata libertà. La dignità umana nasce dal pieno sviluppo della libertà. Ma se non conoscia­mo questa libertà, siamo schiavi. È questo che accade nel mondo, vero? E credo che il desiderio di far parte, di impegnarci in qualcosa, sia una delle cause della limitazione della libertà. Per liberarsi dall’ossessione di far parte, dal desiderio di impegnarsi, si deve indagare sul proprio modo di pensare, si deve entrare in comunio­ne con se stessi, con il proprio cuore e i propri desideri. E questa è una cosa molto difficile da mettere in pratica. Richiede pazienza, una certa sensibilità nell’approccio, una costante e tenace ricerca in se stessi, senza condanne né consensi. Questa è vera meditazio­ne, ma non la troverete facile, e ben pochi di noi sono intenzionati a intraprenderla.

Quasi tutti noi scegliamo il facile sentiero dell’essere guidati, dell’essere condotti; facciamo parte di qualcosa e, di conseguenza, perdiamo la dignità umana. Probabilmente voi direte: “Bene, que­sto l’ho già sentito prima, sta affrontando il suo argomento preferi­to”, e ve ne andrete. Vorrei che vi fosse possibile ascoltare come se ascoltaste per la prima volta, come si guarda un tramonto o il viso di un amico per la prima volta. Allora imparereste e, imparando in questo modo, scoprireste da soli la libertà, che non è la cosiddetta libertà offerta da un altro.

Quindi, con pazienza e costanza, chiediamoci cos’è la libertà. Di sicuro soltanto un uomo libero può comprendere la verità, il che si­gnifica scoprire se c’è qualcosa di eterno oltre i limiti della mente, e un uomo gravato dal peso delle esperienze o della conoscenza non è mai libero, perché la conoscenza impedisce l’apprendimento.

Stiamo per entrare in comunione reciproca, per chiederci assie­me cos’è la libertà e come ottenerla. E per indagare in questo mo­do, la libertà deve ovviamente esserci fin dall’inizio, altrimenti non riuscite a indagare, vero? Dovete smettere assolutamente di far parte di qualcosa, perché soltanto allora la vostra mente sarà in grado di indagare. Ma se la mente è vincolata, trattenuta da qualche impegno che sia politico, religioso, sociale o economico – quello stesso impegno vi impedirà di indagare, perché per voi non c’è libertà.

Vi prego di ascoltare quanto dico e di vedere da soli che, fin dal primo impulso, l’indagine deve nascere dalla libertà. Non potete essere obbligati da un impegno e indagare a partire da quell’impe­gno, come un animale legato a un albero non può muoversi più di tanto. La vostra mente è schiava finché è impegnata dall’induismo, dal buddhismo, dall’islam, dal cristianesimo, dal comunismo o da qualcosa che ha inventato per se stessa. Quindi, non possiamo procedere assieme se non comprendiamo dall’inizio, da adesso in poi, che per indagare deve esserci libertà. Deve esserci l’abbando­no del passato; non controvoglia, a malincuore, ma un totale lasciar andare.

Dopo tutto, gli scienziati che hanno affrontato insieme il pro­blema del viaggio sulla luna erano liberi di indagare, per quanto potessero essere schiavi della loro nazione e di tutto il resto. Mi ri­ferisco esclusivamente alla particolare libertà di uno scienziato in un centro di ricerca. Almeno in quel momento, nel suo laborato­rio, è libero di indagare. Ma il nostro laboratorio è la vita, è l’inte­ro arco della vita giorno per giorno, mese per mese, anno per anno, e la nostra libertà di indagare deve essere totale, non può essere frammentaria, come lo è per i tecnici. Ecco perché, se dobbia­mo apprendere e capire cos’è la libertà, se dobbiamo scavare in profondità nelle sue dimensioni insondabili, dobbiamo abbando­nare fin dall’inizio ogni nostro impegno e rimanere soli. E questa è una cosa molto difficile da mettere in pratica.

L’altro giorno, in Kashmir, alcuni sannyasi[2] mi hanno detto: “Viviamo soli tra le nevi. Non vediamo mai nessuno. Nessuno viene mai da noi”. E io ho detto: “Siete veramente soli, oppure siete soltanto separati fisicamente dall’umanità?”. “Oh, certo!”, rispose­ro, “Noi siamo soli”. Ma stavano con i Veda e le Upanishad, con le loro esperienze e con le nozioni accumulate, con le loro meditazio­ni e pratiche. Portavano ancora il fardello del loro condizionamen­to. Questo non è essere soli. Uomini simili, dopo aver indossato le loro vesti color zafferano, dicono a se stessi: “Abbiamo rinunciato al mondo”. Ma non lo hanno fatto. Non potete mai rinunciare al mondo, perché il mondo è parte di voi. Potete rinunciare a qualche mucca, a una casa, una proprietà, ma rinunciare al vostro pas­sato ereditario, alla vostra tradizione, alle esperienze razziali accu­mulate, all’intero fardello del vostro condizionamento, richiede una vasta indagine, una ricerca che dà il via all’apprendimento. L’altra via – diventare un monaco o un eremita – è molto facile.

Quindi, considerate e vedete in che modo il vostro lavoro, il vo­stro andare ogni giorno da casa all’ufficio per trenta, quaranta o cinquanta anni, la vostra conoscenza tecnica di ingegnere, avvoca­to, matematico, lettore universitario: vedete in che modo tutto ciò vi rende schiavi. Ovviamente, a questo mondo si deve conoscere qualche tecnica e mantenere il proprio lavoro, ma considerate quanto queste cose restringono il margine di libertà. La prosperità, il progresso, la sicurezza, il successo: tutto limita la mente, che alla fine, ma anche adesso, diventa meccanica e continua a ripetere soltanto alcune cose che ha appreso.

Una mente che vuole indagare sulla libertà e scoprirne la bellez­za, la vastità, il dinamismo, la singolare caratteristica di non essere efficace nel senso comune del termine, fin dall’inizio una mente simile deve mettere da parte i suoi impegni, il desiderio di far parte di qualcosa e, con questa libertà, deve indagare. E ciò comporta molte domande. in quale stato della mente si è liberi di pensare? Cosa significa essere liberi dagli impegni? Un uomo sposato deve liberarsi dai propri impegni? Di sicuro, dove c’è amore, non ci sono impegni; voi non appartenete a vostra moglie, e vostra moglie non vi appartiene. Ma invece ci apparteniamo l’un l’altro, perché non abbiamo mai percepito quella cosa straordinaria chiamata amore, ed è questa la nostra difficoltà. Ci siamo impegnati nel ma­trimonio, proprio come ci siamo impegnati nell’apprendere una tecnica. L’amore non è un impegno ma, ancora una volta, questa è una cosa molto difficile da capire, perché la parola non è la cosa. Essere sensibili nei confronti di un altro, avere quel sentimento puro e non corrotto dall’intelletto, questo è sicuramente amore.

Non so se avete preso in considerazione la natura dell’intelletto. L’intelletto e le sue attività vanno bene a un certo livello, non è ve­ro? Ma quando l’intelletto interferisce con quel sentimento puro, ecco che si instaura la mediocrità. Conoscere la funzione dell’intel­letto ed essere consapevoli di quel sentimento puro, senza lasciare che i due si mischino e si distruggano vicendevolmente, richiede una consapevolezza molto chiara e netta.

Ora, quando diciamo che dobbiamo indagare su qualcosa, c’è davvero un’indagine da compiere, oppure c’è soltanto la percezio­ne diretta? Capite? Spero di spiegarmi chiaramente. Generalmen­te, l’indagine è un processo di analisi e di raggiungimento di una conclusione. Questa è la funzione della mente, dell’intelletto, vero? L’intelletto dice: “Ho fatto un’analisi e questa è la conclusione a cui sono giunto”. Partendo da questa conclusione, si muove verso un’altra conclusione, e così di continuo.

Quando il pensiero nasce da una conclusione, sicuramente non è più un processo mentale, perché la mente ha già concluso. Il processo mentale esiste solamente quando non ci sono conclusioni. Dovreste riflettere anche su questo, senza accettarlo né rifiutarlo, Se concludo che il comunismo, o il cattolicesimo, o qualche altro “-ismo” è in un certo modo, ho cessato di pensare. Se concludo che dio esiste, o che non c’è nessun dio, ho smesso di indagare. La conclusione assume la forma di una fede. Se devo scoprire l’esistenza di dio, o qual è la vera funzione dello Stato in rapporto all’individuo, non posso mai partire da una conclusione, perché la conclusione è una forma di impegno.

La funzione dell’intelletto è sempre quella di indagare, analizzare, ricercare; ma siccome vogliamo essere sicuri interiormente, in senso psicologico, siccome siamo timorosi, ansiosi di fronte alla vi­ta, giungiamo a qualche tipo di conclusione verso la quale ci sen­tiamo impegnati. Da un impegno procediamo a un altro, e io dico che una mente simile, un simile intelletto, essendo schiava di una conclusione, ha cessato di pensare, di indagare.

Non so se avete osservato che ruolo importante svolge l’intellet­to nella vostra vita. I quotidiani, i periodici, tutto attorno a noi in­siste sull’importanza della ragione. Non che io sia contro la ragio­ne. Al contrario, si deve avere la capacità di ragionare molto chia­ramente, con acume. Ma, se osservate, constatate che l’intelletto analizza in continuazione chiedendosi perché apparteniamo o non apparteniamo a qualcosa, perché dobbiamo estraniarci per scoprire la realtà, e così via. Abbiamo imparato un procedimento per analizzare noi stessi. C’è l’intelletto con la sua capacità di indagare, analizzare, ragionare, giungere a conclusioni, e c’è il sentimento, il sentimento puro che è sempre interrotto e modificato dall’intellet­to. E, quando l’intelletto interferisce con il sentimento puro, da questa interferenza si sviluppa una mente mediocre. Da una parte abbiamo l’intelletto, con la sua capacità di ragionare basata sulle attrazioni e repulsioni, sul condizionamento, sull’esperienza e la conoscenza, e dall’altra abbiamo il sentimento, che viene corrotto dalla società, dalla paura. E questi due riveleranno cos’è vero? Oppure c’è soltanto la percezione e niente altro? Temo di non essermi spiegato chiaramente. Spiegherò cosa voglio dire.

Secondo me c’è soltanto la percezione: ossia vedere immediatamente la falsità di qualcosa. La percezione immediata di ciò che è falso e di ciò che è vero è il fattore essenziale, non l’intelletto, con il suo ragionamento basato sull’astuzia, sulle nozioni, sugli impe­gni. Qualche volta deve esservi successo di vedere immediatamente la verità di qualcosa, come la verità secondo cui non potete appar­tenere a nessun oggetto. Questa è percezione: vedere la verità di qualcosa immediatamente, senza analisi, senza ragionamento, senza tutte le cose che l’intelletto crea in modo da posporre la percezio­ne. È del tutto diversa dall’“intuizione”, una parola che usiamo con facilità e disinvoltura. E la percezione non ha niente a che fare con l’esperienza. L’esperienza vi dice che dovete far parte di qualcosa, altrimenti verrete distrutti, perderete il lavoro, la famiglia, la pro­prietà, la posizione e il prestigio.

Così l’intelletto, con tutti i suoi ragionamenti, le sue astute valu­tazioni e il suo modo di pensare condizionato, dice che dovete far parte di qualcosa, che dovete impegnarvi per poter sopravvivere.

Ma se percepite la verità secondo cui l’individuo deve stare completamente solo, questa stessa percezione è il fattore liberatorio; non siete costretti a lottare per essere soli.

Secondo me c’è soltanto la percezione diretta, non il ragionamento, non il calcolo, non l’analisi. Dovete avere la capacità di ra­gionare; dovete avere una mente abile, acuta, per ragionare, ma una mente che si limita a ragionare e analizzare è incapace di per­cepire ciò che è vero. Dovete essere in grado di guardare nel profondo del cuore per percepire immediatamente la verità secon­do cui è pura follia appartenere a una qualsiasi organizzazione reli­giosa, per conoscerla pienamente, senza gli ostacoli creati dall’in­telletto. Se entrate in comunione con voi stessi, saprete perché ap­partenete, perché vi siete impegnati e, se vi spingerete oltre, vedre­te la schiavitù, la limitazione della libertà, la mancanza di dignità umana che l’impegno comporta. Quando percepite istantaneamen­te tutto ciò, siete liberi; non dovete sforzarvi per essere liberi. Ecco perché la percezione è essenziale. Tutti gli sforzi per essere liberi provengono dalle nostre contraddizioni. Facciamo uno sforzo perché ci troviamo in uno stato di contraddizione con noi stessi, e questa contraddizione, questo sforzo, genera molte vie di fuga che ci tengono incessantemente sotto la macina della schiavitù.

Mi sembra, quindi, che sia necessario essere molto seri, ma non voglio dire seri nel senso di essere impegnati in qualcosa. Le persone impegnate in qualcosa non sono affatto serie. Si sono perse in qualcosa per raggiungere i propri fini, per migliorare la propria posizione o per aumentare il prestigio. Persone simili, non le chia­mo serie. È serio chi vuole scoprire cos’è la libertà e, per far que­sto, deve sicuramente indagare sulla propria schiavitù. Non dite che non siete schiavi. Appartenete a qualcosa, e questa è schiavitù, sebbene i vostri capi parlino di libertà. Così ha fatto Hitler, così ha fatto Krusciov. Ogni tiranno, ogni guru, ogni presidente o vice presidente, ognuno in tutti gli ambiti religiosi e politici, parla di li­bertà. Ma la libertà è qualcosa di completamente diverso. È un frutto prezioso senza il quale perdete la dignità umana. È amore, senza il quale non troverete mai dio, la verità o quella cosa innomi­nabile. Fate ciò che volete – coltivate tutte le virtù, officiate sacri­fici, siate schiavi, cercate modi per servire l’uomo senza libertà, niente di questo vi porterà a far luce sulla realtà che si trova nelvostro cuore. Quella realtà, quell’incommensurabile qualcosa, so­praggiunge quando c’è libertà: la totale libertà interiore che esiste solamente quando non vi siete impegnati, quando non appartenete a qualcosa, quando siete in grado di rimanere completamente soli senza amarezza, senza cinismo, senza speranza né delusione. Soltanto una simile mente-cuore è in grado di ricevere ciò che è incommensurabile.

Bombay, 23 dicembre 1959

Per entrare dentro noi stessi, in profondità, pienamente, è ne­cessario sentirsi liberi, non alla fine, ma dall’inizio. Non chiedete come si giunge a questa libertà. Nessun sistema di meditazione, nessun libro, nessuna medicina, nessun espediente psicologico con cui prendervi gioco di voi stessi, vi darà la libertà. La libertà nasce dalla percezione della sua importanza essenziale. Nel momento in cui percepite che la libertà è essenziale, vi trovate in uno stato di rivolta, una rivolta contro questo mondo minaccioso, contro ogni ortodossia, contro la tradizione, contro la dirigenza, sia politica che religiosa. La rivolta entro la struttura della mente si inaridisce in breve tempo, ma c’è una rivolta durevole che nasce quando per­cepite da soli che la libertà è essenziale.

Sfortunatamente, la maggior parte di noi non è consapevole di sé. Non ci siamo mai dati pensiero delle modalità della mente quanto, invece, ce ne siamo dati delle tecniche e del nostro lavoro. Non abbiamo mai osservato veramente noi stessi; non abbiamo mai spaziato nelle nostre profondità senza calcoli, senza premedi­tazioni, senza cercare di ricavare qualcosa da queste profondità. Non abbiamo mai intrapreso il viaggio in noi stessi senza uno sco­po. Nel momento in cui si ha un motivo, uno scopo, se ne è schia­vi; non si può spaziare nella propria interiorità, perché si pensa sempre in termini di cambiamento, di miglioramento di sé. Si è le­gati al palo del proprio miglioramento, che è una proiezione della mente ristretta e meschina.

Vi prego di prendere in considerazione ciò che sto dicendo, non soltanto verbalmente, ma osservando la vostra mente, la realtà del vostro stato interiore. Finché siete schiavi, il vostro borbottio su dio, sulla verità, su tutte le cose che avete appreso dai libri sa­cri, non ha alcun significato e non fa che perpetuare la vostra schiavitù. Ma, se la mente comincia a percepire la necessità della libertà, creerà la propria energia che, poi, opererà senza che facciate sforzi calcolati per liberarvi dalla schiavitù.

Ci interessiamo, quindi, della libertà dell’individuo. Ma scoprire l’individuo è molto difficile, perché adesso non siamo individui. Siamo il prodotto dell’ambiente, della nostra cultura; siamo il prodotto del cibo che mangiamo, del clima, delle usanze, delle tradi­zioni. Sicuramente, questa non è individualità. Penso che l’indivi­dualità nasca solamente quando si è del tutto consapevoli dell’in­vadente meccanismo dell’ambiente e della tradizione che rende schiava la mente. Finché accetto i dettami della tradizione, di una particolare cultura, finché mi porto dietro il peso dei miei ricordi, delle mie esperienze – che dopo tutto sono il risultato del mio condizionamento – non sono un individuo, ma semplicemente un prodotto.

Varanasi, 24 gennaio 1960

Si può vedere, leggendo i giornali e osservando quanto accade nel mondo, che la libertà diminuisce sempre più; il margine di li­bertà sta restringendosi. Capite cosa voglio dire? La mente ha ben poche possibilità di essere libera, non è in grado di riflettere, di esaminare le probabilità, di scoprire, perché le religioni organiz­zate di tutto il mondo, con i loro credi dogmatici, hanno paraliz­zato il nostro pensiero; le superstizioni e le tradizioni hanno irre­tito la mente, hanno condizionato la mente. Siete induisti, cristiani o musulmani, oppure appartenete a qualche altra fede organizzata che vi è stata imposta fin dall’infanzia, e funzionate all’interno di questo cerchio di limitazione, stretto o ampio che sia. Quando dite di essere induista, musulmano o ciò che vi pare, osservate la vostra mente. Non state forse limitandovi a ripetere ciò che vi è stato det­to? Non lo sapete, e non fate altro che accettarlo, e accettate perché è conveniente. Socialmente, economicamente, vi dà sicurezza accettare e vivere all’interno del cerchio. Così la libertà viene nega­ta – non soltanto all’induista, al cristiano o al musulmano ma a tutti coloro che sono trattenuti dall’irretimento di una religione organizzata.

E, se osservate, vedrete che anche la professione che esercitate vi rende schiavi, qualsiasi essa sia. Come può essere libero un uo­mo che ha passato quaranta anni a esercitare una determinata pro­fessione? Guardate cosa succede a un medico. Dopo aver passato circa sette anni a studiare, per il resto della vita è un medico gene­rico o uno specialista, e diventa schiavo della professione. Sicuramente, il suo margine di libertà è molto ristretto. E lo stesso si puòdire dei politici, dei riformatori sociali, delle persone che hanno ideali, che hanno un obiettivo nella vita.

Se siete dunque degli osservatori, vedrete che ovunque nel mon­do il margine della libertà e della dignità umana diminuisce sem­pre più. Le nostre menti non sono altro che macchine. Impariamo un mestiere e, da quel momento in poi, ne siamo schiavi. E mi sembra che ci voglia molta comprensione, vera percezione, intro­spezione, per rompere il cerchio che la mente e la società hanno creato attorno a ognuno di noi. Per accostarsi a questa schiavitù in modo nuovo, per affrontarla dalle fondamenta, in profondità, radi­calmente, credo che si debba essere rivoluzionari; il che vuol dire pensare, percepire totalmente, e non solamente guardare le cose dal di fuori. E si deve avere un senso di umiltà, non è vero?

Non credo che l’umiltà sia una virtù da coltivare. La virtù colti­vata è un orrore perché, nel momento in cui la coltivate, cessa di essere una virtù. La virtù è spontanea, senza tempo, è sempre attiva nel presente. Una mente che si limita a coltivare la virtù non potrà mai conoscere la pienezza, la profondità, la bellezza di essere veramente umile e, se la mente non si trova in questo stato, non credo che possa apprenderlo. Può funzionare meccanicamente, ma l’apprendimento sicuramente non è un’accumulazione meccanica di conoscenza. Il meccanismo dell’apprendimento è qualcosa di completamente diverso. E per apprendere, la mente deve provare un senso di grande umiltà.

Voglio sapere cos’è la libertà, non la libertà speculativa, che si proietta come una reazione a qualcosa. Esiste una cosa come la ve­ra libertà, uno stato in cui la mente si libera realmente da tutte le tradizioni e dai modelli che le sono stati imposti per secoli? Voglio sapere cos’è quella cosa straordinaria per cui la gente ha lottato per millenni; voglio scoprire, imparare tutto su di essa. E come posso farlo se non ho alcun senso di umiltà? L’umiltà non ha asso­lutamente niente a che fare con la modestia che la mente impone a se stessa. L’umiltà non può essere coltivata, ed è sicuramente una delle cose più difficili da esperire perché ci siamo già stabiliti su determinate posizioni. Abbiamo certe idee, certi valori, abbiamo una certa quantità di esperienze, di conoscenze, e questo bagaglio detta legge alle nostre attività, ai nostri pensieri. Una persona di una certa età, che ha accumulato conoscenza tramite le sue esperienze e quelle altrui, e che è spinta dal bisogno di essere importante, di stabilirsi in una posizione di potere, di prestigio, come può una persona simile trovarsi in uno stato di umiltà e, quindi, venire a conoscenza della propria superficialità? Perciò mi sembra che dobbiamo essere estremamente riguardosi e profondamente consapevoli di questo senso di umiltà.

Ojai, 21 maggio 1960

Per quanti progressi possiamo fare in questo mondo, per quan­to lontano riusciamo ad andare nei cieli, a visitare la luna, Venere e tutto il resto, la vita di quasi tutti noi è vana, superficiale, sempre rivolta verso l’esterno. Ma è molto più difficile andare verso l’inte­riorità; non esiste una tecnica per questo, non c’è nessun docente che la insegni o laboratorio in cui si possa imparare a viaggiarci dentro. Non c’è insegnante che possa guidarvi e – vi prego di cre­dermi – non c’è autorità di alcun tipo che possa aiutarvi a indagare su quella complessa entità chiamata mente. Dovete farlo interamente da soli, senza dipendere da qualcosa. E siccome la civiltà moderna sta diventando sempre più complessa, sempre più rivolta verso l’esterno, progressista, abbiamo tutti la tendenza a vivere in modo ancor più superficiale, non è così? Andiamo a sentire sem­pre più concerti, leggiamo sempre più libri intelligenti, andiamo continuamente al cinema, ci riuniamo per discutere in maniera in­tellettuale, ci esaminiamo dal punto di vista psicologico con l’aiuto di un analista, e così via. Oppure, dato che viviamo una vita così superficiale, ci rivolgiamo alla chiesa e ci rimpinziamo la mente di dogmi, ragionevoli e irragionevoli, di credenze che hanno quasi dell’assurdo, o ci rifugiamo in qualche forma di misticismo. In altre parole, rendendoci conto che la nostra vita quotidiana è super­ficiale, quasi tutti noi ne fuggiamo via. Teniamo occupata la mente con filosofie speculative, o con quella che chiamiamo meditazione, contemplazione, che è una forma di autoipnosi o, se siamo davvero intellettuali, creiamo un mondo di pensiero tutto nostro in cui vi­viamo soddisfatti, intellettualmente appagati.

Vedendo l’intero meccanismo, mi sembra che il problema non sia cosa fare, come vivere, o quale azione immediata intraprendere di fronte a una guerra, alle catastrofi che stanno effettivamente accadendo nel mondo, ma che sia, invece, come indagare sulla li­bertà. Perché, senza libertà, non c’è atto creativo. Per libertà non intendo la libertà di fare quello che vi pare: salire in automobile e sfrecciare su una strada, pensare quel che vi pare o impegnarvi in una particolare attività. Mi sembra che, in realtà, queste forme di libertà non siano affatto la libertà. Ma esiste la libertà della mente? Siccome la maggior parte di noi non vive in uno stato di creatività, penso che sia imperativo per qualsiasi persona seria e riflessiva in­dagare in maniera profonda e convinta su questa domanda.

Se osservate, vedrete che il margine di libertà sta diventando molto, molto ristretto; dal punto di vista politico, religioso, tecno­logico, le nostre menti vengono modellate e nella vita quotidiana la qualità della libertà è in diminuzione. Più ci civilizziamo e meno li­bertà c’è. Non so se avete notato il modo in cui la civilizzazione ci trasforma in tecnici, e una mente costruita in base a una tecnica non è una mente libera. Una mente che viene modellata da una chiesa, dai dogmi, dalla religione organizzata, non è una mente libera. Una mente oscurata dalla conoscenza non è una mente libe­ra. Se ci osserviamo, diventa subito evidente che la nostra mente è oppressa dalla conoscenza, e sappiamo quanto lo è. La nostra mente è vincolata dai credi e dai dogmi che le religioni organizzate di tutto il mondo le hanno imposto. L’istruzione è in larga parte un processo di acquisizione di un maggior numero di tecniche per guadagnare di più, e tutto ciò che ci circonda modella la nostra mente, ogni tipo di influsso ci dirige, ci controlla, e il margine di libertà si restringe sempre più. Il tremendo peso delle convenzioni sociali, l’accettazione dell’opinione pubblica, le nostre stesse paure, ansie, tutte queste cose, se ne siamo ben consapevoli, stanno sicu­ramente facendo diminuire la qualità della libertà. E, forse, ciò che possiamo mettere in discussione e capire è questo: come possiamo liberare la mente e allo stesso tempo vivere in questo mondo, con tutte le sue tecniche, conoscenze ed esperienze? Credo che sia questo il problema, la questione centrale, non soltanto in questo paese, ma in India, in Europa e in tutto il mondo. Non siamo crea­tivi, stiamo diventando meccanici. Per creatività non intendo il semplice scrivere una poesia, dipingere un quadro o inventare una cosa nuova. Queste sono soltanto abilità di una mente dotata. Intendo uno stato che è in sé creazione.

Ma approfondiremo tutto questo quando avremo capito il pro­blema centrale: che la nostra mente è sempre più condizionata, che il margine di libertà diminuisce sempre più. Possiamo essere ame­ricani, con tutte le caratteristiche emotive e nazionalistiche dietro la bandiera, oppure possiamo essere russi, indiani, essere questo o essere quello. Siamo separati dalle frontiere, dai dogmi, da modi conflittuali di pensare, da differenti categorie di pensiero religioso organizzato; siamo separati dal punto di vista politico, religioso, economico e culturale. E, se esaminate l’intero meccanismo che è in atto attorno a noi, vedrete che valiamo ben poco come singoli esseri umani; siamo quasi una nullità.

Abbiamo molti problemi, sia individuali che collettivi. Indivi­dualmente, forse, dobbiamo essere in grado di risolverne qualcu­no, e collettivamente dobbiamo fare ciò che possiamo. Ma è certo che tutti questi problemi non sono la questione principale. Mi sembra che la questione principale sia liberare la mente, e non si può liberare la mente, o la mente non può liberarsi finché non ha capito se stessa. Di conseguenza, è essenziale la conoscenza di sé: conoscere se stessi. Ciò richiede un certo grado di consapevolezza; perché, se non ci si conosce, non c’è la base per ragionare, per pensare. Ma il conoscere e la conoscenza sono due cose differenti. Il conoscere è un processo costante, mentre la conoscenza è sem­pre statica.

Non so se questo punto è chiaro; se non lo è, posso chiarirlo mentre andiamo avanti. Ma ciò che voglio fare adesso è soltanto evidenziare alcune cose che potremo esaminare in un secondo mo­mento. Dobbiamo iniziare guardando il quadro generale, non concentrandoci su un punto in particolare, su un problema specifico o su una determinata azione, ma osservando la nostra esistenza nel suo complesso, per così dire. Una volta visto lo straordinario qua­dro di come siamo, possiamo prendere il libro di noi stessi e ad­dentrarci in esso, un capitolo dopo l’altro, una pagina dopo l’altra.

Dunque, secondo me il problema centrale è la libertà. La libertà non è da qualcosa; quella è soltanto una reazione. La libertà, per come la percepisco, è qualcosa di completamente diverso. Se sono libero dalla paura, è una cosa. La libertà dalla paura è una reazio­ne che genera soltanto un certo coraggio. Ma sto parlando della li­bertà che non è da qualcosa, che non è una reazione; e ciò richiede una buona comprensione.

Vorrei suggerire a chi sta ascoltando di dedicare un po’ di tempo a riflettere su quanto abbiamo discusso. Non stiamo rifiu­tando o accettando qualcosa, perché io non sono in alcun modo la vostra autorità; non sto proponendomi come insegnante. Dal mio punto di vista, non ci sono insegnanti, non ci sono seguaci; e, cre­detemi, lo dico molto seriamente. Non sono il vostro insegnante, e quindi voi non siete i miei seguaci. Nel momento in cui seguite qualcuno o qualcosa, siete legati, non siete liberi. Se accettate una teoria, siete legati a quella teoria; se mettete in pratica un sistema, per quanto complicato, antico o moderno possa essere, siete schiavi di quel sistema.

Ciò che stiamo tentando di fare è indagare, scoprire assieme. Non state semplicemente ascoltando ciò che io evidenzio ma, con il vostro ascolto, state cercando di fare una vostra scoperta, in mo­do da essere liberi. Chi vi parla non ha alcun valore, ma ciò che viene detto, che viene svelato, che scopriamo da soli, è della massima importanza. Qualsiasi culto della personalità, essere seguaci di qualcuno, mettere una persona in una posizione di autorità, è asso­lutamente nocivo. L’importante è ciò che scoprite mentre cercate di liberare la mente, in modo da essere creativi come esseri umani.

Dopotutto, la realtà, o quella cosa che non è esprimibile a parole, non può essere trovata da una mente che è impedita, oppressa. Credo che ci sia uno stato, chiamatelo come volete, che non è l’esperienza di un santo, un ricercatore o una persona che si sforza di trovarlo, perché ogni esperienza è in verità il perpetuarsi del passato. L’esperienza non fa che rafforzare il passato e, di conse­guenza, non libera la mente. L’elemento liberatorio è lo stato della mente che è in grado di esperire senza che ci sia colui che esperisce. Anche questo richiede qualche spiegazione, e andremo ad approfondire.

Per il momento, voglio dire che c’è una grande confusione, c’è molta incertezza, non soltanto a livello individuale, ma anche nel mondo, e a causa di questa confusione, di questa incertezza, è nato ogni genere di filosofia; la filosofia della disperazione, la filosofia del vivere nell’immediato, dell’accettare l’esistenza così com’è. C’è un allontanamento dalle tradizioni, dall’accettazione, e la formazio­ne di un mondo di reazione. Oppure abbandonate una religione per adottarne un’altra; se siete cattolici, rinunciate al cattolicesimo per diventare induisti o per unirvi a qualche altro gruppo. Sicuramente, nessuna di queste reazioni aiuterà in alcun modo la mente a liberarsi.

Per far nascere questa libertà, deve esserci la conoscenza di sé: conoscere il modo in cui pensate e scoprire in questo processo l’in­tera struttura della mente. Sapete, il fatto è una cosa, e il simbolo un’altra; la parola è una cosa, e ciò che la parola rappresenta è un’altra. Per la maggior parte di noi, il simbolo – il simbolo della bandiera, il simbolo della croce – ha assunto un’importanza straordinaria, per cui viviamo di simboli, di parole. Ma la parola, il simbolo, non è mai importante. E abbattere la parola, il simbolo, andando oltre, è un compito sorprendentemente arduo. Liberare la mente dalle parole “sei americano, sei cattolico, sei un democratico, un russo o un induista” è molto difficile. Eppure, per esaminare cos’è la libertà, dobbiamo abbattere il simbolo, la parola. I limiti della mente sono posti dalla nostra istruzione, dall’accet­tazione della cultura in cui siamo stati educati, dalla tecnologia che fa parte del nostro patrimonio ereditario, e penetrare in tutti gli strati che condizionano il nostro modo di pensare richiede una mente molto attenta, acuta.

Credo che sia di importanza capitale capire fin dall’inizio che questi discorsi non vogliono in alcuna maniera dirigere o controllare il vostro modo di pensare o modellare le vostre menti. Il nostro problema è troppo grande per poter essere risolto con l’appartene­re a qualche organizzazione, ascoltare un oratore, accettare una fi­losofia che viene dall’oriente, perdersi nel buddhismo zen, trovare una nuova tecnica di meditazione o avere nuove visioni per mezzo della mescalina o di qualche altra droga. Ciò di cui abbiamo biso­gno è una mente molto chiara: una mente che non ha paura di in­dagare, una mente in grado di stare sola, di affrontare la propria solitudine, la propria vacuità, una mente capace di distruggersi per giungere alla scoperta.

Vorrei, quindi, sottolineare a tutti voi l’importanza di essere ve­ramente seri; non siete giunti fin qui per divertimento o mossi dalla curiosità. Sarebbe una perdita di tempo. C’è qualcosa di molto più profondo, vasto, che dobbiamo scoprire da soli: come oltrepassare i limiti della nostra coscienza. Perché ogni coscienza è un limite, e ogni cambiamento nell’ambito della coscienza non è affat­to un cambiamento. E credo che sia possibile – non in senso mi­stico, non in uno stato illusorio, ma in realtà – andare al di là delle frontiere formulate dalla mente. Ma si può farlo solamente quando si è in grado di indagare sulla qualità della mente e di avere una conoscenza veramente profonda di se stessi. Senza cono­scervi, non potete andare lontano, perché vi perdereste in qualche illusione, vi rifugereste in idee bizzarre, in qualche nuova forma di settarismo.

Considerando, quindi, tutti i vari aspetti del nostro modo di vivere, il problema principale, per come lo vede chi vi parla, è quello della libertà. Perché è soltanto nella libertà che si può scoprire, è soltanto nella libertà che può esistere la mente creativa; è soltan­to quando la mente è libera che c’è energia senza fine, e proprio questa energia è il movimento della realtà.

Per concludere, vi suggerisco di considerare, di osservare, e di essere consapevoli della schiavitù della vostra mente. Quanto è stato detto finora non è altro che un abbozzo dei contenuti del libro ma, se vi contentate dell’abbozzo, del titolo dei capitoli, di poche idee, temo che non andrete molto lontano. Non è una questione di accettazione o rifiuto, quanto piuttosto di indagine dentro voi stes­si, il che non richiede nessuna forma di autorità. Richiede, invece, che non diventiate seguaci di nessuno, che siate la luce di voi stes­si; ma non potete essere la luce di voi stessi se vi siete impegnati a seguire un particolare modello di comportamento o una qualche forma di attività che è stata formulata come un modo di essere ri­spettabili, di essere religiosi. Si deve iniziare da molto vicino per arrivare molto lontano, e non si può andare molto lontano se non si conosce se stessi. Conoscere se stessi non dipende da nessun analista. Ci si può osservare mentre si procede in qualsiasi tipo di rapporto, ogni giorno, e senza questa comprensione, la mente non potrà mai essere libera.

Varanasi, 1 gennaio 1962

Credo che la maggior parte di noi consideri prive di importanza le azioni individuali, mentre pensa che c’è tanto bisogno di azioni collettive. Per quasi tutti noi, l’azione individuale è in genere con­trapposta all’azione collettiva. La maggior parte di noi ritiene che l’azione collettiva sia molto più importante e che, per quanto ri­guarda la società, abbia maggior valore rispetto a quella individuale. Per noi, l’azione individuale non porta da nessuna parte, non è sufficientemente significativa o abbastanza creativa da produrre un preciso cambiamento che conduca all’ordine, una determinata ri­voluzione nella società. Quindi, consideriamo l’azione collettiva molto più imponente, molto più impellente di quella individuale. Particolarmente in un mondo che sta diventando sempre più tecni­cizzato e meccanicizzato, l’azione individuale trova ben poco spazio e così, gradualmente, l’importanza dell’individuo diminuisce e diventa molto importante la collettività.

Si può osservare che ciò accade quando la mente di un uomo viene esautorata, collettivizzata – se posso usare questa parola – quando è obbligata a conformarsi molto più di prima. La mente non è più libera. Viene manipolata dalla politica, dall’istruzione, da dogmi e credi religiosi organizzati. In ogni parte del mondo, la libertà sta diminuendo sempre più, e l’individuo diventa sempre meno significativo. Dovete aver osservato, non soltanto nella vostra vita, ma anche in generale, che la libertà sta svanendo: la libertà di pensare in maniera indipendente, la libertà di prendere le difese di qualcosa che ritenete giusto, la libertà di dire “no” all’ordine stabilito, la libertà di scoprire, di mettere in discussione, di trovare da soli. Le posizioni di comando stanno diventando sempre più im­portanti, perché vogliamo che ci venga detto cosa fare, vogliamo essere guidati. E sfortunatamente, quando ciò avviene, la corruzio­ne è inevitabile, c’è il deterioramento della mente; non la mente in senso tecnico, non la capacità di costruire ponti, reattori atomici e via dicendo, ma il deterioramento della qualità della mente che è creativa. Sto usando il termine creativo in modo molto differente da quello solito. Non intendo dire creativo nel senso dell’essere in grado di scrivere una poesia, costruire un ponte o riprodurre in marmo o in pietra una visione che è stata còlta; queste sono sem­plici espressioni di ciò che si sente o si pensa. Stiamo invece par­lando di mente creativa in un senso piuttosto diverso: una mente che è libera, è creativa; una mente che non è vincolata dai dogmi, dalle fedi; una mente che non si è rifugiata nei limiti dell’esperien­za; una mente che abbatte le barriere della tradizione, dell’autorità, dell’ambizione; che non si trova più nella rete dell’invidia; una mente simile è una mente creativa. E mi sembra che sia necessaria una tale mente creativa, libera, in un mondo in cui ci sono minac­ce di guerra, in cui c’è un deterioramento generale.

È assolutamente, estremamente necessario mutare l’intero corso del pensiero umano, dell’esistenza umana, perché sta diventando sempre più meccanicistico. E non vedo come questa rivoluzione totale possa aver luogo, se non nell’individuo. La collettività non può essere rivoluzionaria; la collettività può soltanto seguire, adat­tarsi, imitare, conformarsi. Ma è soltanto l’individuo, il “tu”, che può distruggere, frantumare tutti i condizionamenti ed essere crea­tivo. Ed è la crisi di coscienza che esige questa mente, questa mente nuova. E, come risulta evidente da quanto può essere osservato, non si pensa mai secondo questi criteri, ma si pensa sempre che un ulteriore miglioramento – un miglioramento tecnologico, mecca­nicistico – farà nascere in qualche modo miracoloso la mente creativa, la mente che è libera dalla paura.

Quindi, non ci interesseremo del miglioramento dei procedimenti tecnici che sono necessari nel mondo collettivo dell’azione meccanicistica ma, invece, del modo in cui far nascere la mente creativa, la mente nuova. Perché in questo paese, come si può ve­dere, c’è un declino generale, eccetto forse nel campo industriale, nel fare più soldi, costruire ferrovie, dragare canali, dragare fiumi, lavorare il ferro, fabbricare una maggior quantità di prodotti; che sono tutte cose necessarie. Ma questo non sta facendo nascere una nuova civiltà. Porterà il progresso, ma il progresso, come si può osservare, non porta libertà all’uomo. Le cose sono necessarie, i prodotti sono necessari; un maggior numero di abitazioni, una mag­giore quantità di vestiario, di cibo, sono assolutamente necessari; ma c’è un’altra cosa altrettanto necessaria: l’individuo che dice “no”.

Dire “no” è molto più importante del dire “si”. Diciamo tutti “sì” e non diciamo mai “no” attenendoci a questo “no”. È molto difficile negare, ed è molto facile conformarsi, e la maggior parte di noi si conforma perché è talmente facile scivolare nel conformismo a causa della paura, del desiderio di sicurezza, e poi ristagnare e gra­dualmente disintegrarsi. Ma dire “no” richiede il più elevato modo di pensare, perché dire “no” implica il pensiero negativo, ossia ve­dere ciò che è falso. La sola percezione di ciò che è falso, la chia­rezza con cui si vede ciò che è falso, questa precisa percezione è l’azione creativa. Negare qualcosa, mettere in discussione qualcosa – per quanto sia sacro, potente, provato – richiede una profonda penetrazione, richiede la frantumazione delle proprie idee e tradi­zioni. E un individuo simile è assolutamente essenziale in un mondo moderno in cui la propaganda, la religione organizzata, le fin­zioni stanno prendendo il sopravvento. Non so se anche voi ne ve­dete l’importanza, non con le parole, in teoria, ma nella realtà.

Sapete che ci sono vari modi di osservare queste cose. O le osserviamo direttamente e facciamo esperienza della cosa che vedia­mo, oppure esaminiamo ciò che vediamo, verbalmente, intellet­tualmente, elaboriamo teorie su “ciò che è” e troviamo spiegazioni a “ciò che è”. Ma senza trovare spiegazioni, senza un mero giudizio, che verrà in un secondo tempo, percepire direttamente qualcosa come falso richiede attenzione, richiede tutta la vostra abilità. Ed evidentemente, soprattutto in questa sfortunata nazione in cui la tradizione, l’autorità e la cosiddetta saggezza antica governano e dominano, sembra mancare totalmente quella caratteristica stimo­lante che permette di vedere ciò che è falso, di negarlo e di atte­nersi a questa negazione. Ma indagare su ciò che è falso richiede una mente libera. Non potete porre domande se vi siete impegnati in una particolare forma di fede, in un particolare tipo di esperien­za, in una certa linea di azione. Se vi siete impegnati in un particolare modello governativo, non potete mettere in discussione, non osate mettere in discussione, perché perdereste la vostra posizione, la vostra influenza, le cose che temete di perdere. E anche quando vi siete impegnati in una particolare forma di religione in quanto induisti, buddhisti o altro, non osate mettere in discussione, non osate creare uno strappo, distruggere tutto per cercare di scoprire. Ma, sfortunatamente, la maggior parte di noi è impegnata dal punto di vista politico, economico, sociale o religioso, e a partire da lì, da quell’impegno, non mettiamo mai in discussione il centro vero e proprio, quella cosa specifica nella quale ci siamo impegnati. Di conseguenza, continuiamo a cercare la libertà nelle idee, nei libri, in una quantità di parole.

Se mi è permesso, vi suggerirei – mentre ascoltate – di non sentire soltanto le parole – che non sono altro che mezzi di co­municazione, simboli che hanno bisogno di essere interpretati da ognuno – ma anche di scoprire, tramite le parole, il vostro stato mentale, di scoprire da soli le cose alle quali siete legati mani e piedi, mente e cuore; scopritelo veramente e guardate se è possibile demolire le cose in cui vi siete impegnati, scoprire ciò che è vero. Perché non vedo in quale altro modo potrebbe aver luogo una ri­generazione nel mondo. Ci saranno sconvolgimenti sociali, ispirati al comunismo o ad altro; ci saranno più prosperità, più cibo, più aziende, più fertilizzanti, più macchinari e via dicendo. Ma, sicuramente, questa non è tutta la vita, è soltanto una parte della vita. Partecipare alle cerimonie religiose e vivere nella frammentarietà non risolve i problemi umani. C’è ancora sofferenza, c’è ancora morte, c’è ancora ansia, colpa, ci sono ancora i dolori dovuti a tante idee, speranze, disperazioni; sono tutte presenti.

Così, per quanto riguarda l’ascolto, suggerirei che dovrebbe essere piuttosto un ascolto della mente che sta esaminandosi, che sta esaminando i propri meccanismi invece di ascoltare le parole con le quali si trova in accordo o in disaccordo, il che ha ben poca im­portanza. Perché stiamo affrontando solamente dei fatti: il fatto che gli esseri umani stanno diventando sempre più ripetitivi; il fatto che c’è sempre meno libertà; il fatto che, quando c’è confusio­ne, si fa ricorso all’autorità; e il fatto che ci sono conflitti esterni, come le guerre, e conflitti interiori, come l’infelicità, la disperazio­ne, la paura. Questi sono tutti fatti da affrontare, non in teoria ma nella realtà. Quindi, ciò che importa è come operare un cambiamento – una rivoluzione radicale nell’individuo – in chi ascolta, perché è l’unico che può essere creativo, non il politico, non il ca­po, non il pezzo grosso; questi si sono impegnati, e si sono siste­mati seguendo una routine. E vogliono la fama, vogliono il potere, una posizione. Potreste volere anche voi queste cose, ma state an­cora cercando la via che vi ci porta, quindi c’è ancora qualche spe­ranza, perché non siete completamente impegnati, non siete gli uo­mini famosi della zona. Siete ancora gente comune, non siete dei dirigenti, non avete enormi organizzazioni delle quali essere a ca­po, siete soltanto uomini comuni, nella media. Ed essendo abba­stanza disimpegnati, avete ancora qualche speranza.

Potrebbe essere quindi possibile, anche se all’ultimo momento, operare un cambiamento in voi stessi. E questa & l’unica cosa che ci importa: come provocare una straordinaria rivoluzione in noi stessi.

La maggior parte di noi cambia a causa di una costrizione, di qualche influsso esterno, della paura, di una punizione o di una ri­compensa: soltanto questo ci farà cambiare. Seguite, osservate tutto ciò. Non cambiamo mai spontaneamente, cambiamo sempre per un motivo, e un cambiamento dovuto a un motivo non è affatto un cambiamento. Ed essere consapevoli dei motivi, degli influssi, delle costrizioni che ci obbligano a cambiare, esserne consapevoli e ne­garli vuol dire operare un cambiamento. Le circostanze ci fanno cambiare; la famiglia, la legge, le ambizioni, le paure provocano un cambiamento. Ma questo cambiamento è una reazione e, quindi, è in realtà una resistenza, una resistenza psicologica a una costrizione. Questa resistenza crea le proprie modifiche, i propri cambiamenti, e quindi non è affatto un cambiamento. Se io cambio o mi adatto alla società perché mi aspetto qualcosa da essa, è un cam­biamento? Oppure il cambiamento può esservi solamente quando guardo le cose che stanno costringendomi a cambiare, e ne vedo la falsità? Tutti gli influssi, buoni o cattivi, condizionano la mente, e limitarsi ad accettare un tale condizionamento vuol dire resistere interiormente a qualsiasi forma di cambiamento, a qualsiasi cam­biamento radicale.

Vedendo quindi, non soltanto in questo paese ma in tutto il mondo, una situazione in cui il progresso sta negando la libertà, in cui la prosperità sta facendo sì che la mente trovi sempre più sicurezza nelle cose, con la conseguenza che c’è sempre meno libertà, in cui le organizzazioni religiose assumono sempre più il controllo sulle confessioni di fede che faranno credere l’uomo in dio o in nessun dio, vedendo che la mente sta diventando sempre più mec­canicistica, e anche osservando che i cervelli elettronici e le co­noscenze tecnologiche moderne stanno dando all’uomo sempre più tempo libero – non ovunque, ancora, ma ci si arriverà – vedendo tutto ciò, dobbiamo cercare di scoprire cos’è la libertà, cos’è la realtà.

Non si può rispondere a queste domande con una mente che ragiona meccanicamente. Dobbiamo porre la domanda a noi stessi, a partire dalle fondamenta, in profondità, rivolti verso l’interiorità, e trovare la risposta da soli, sempre che ci siano risposte; il che vuol dire mettere realmente in discussione ogni autorità. Evidentemente, questa è una delle cose più difficili da fare. Non consideria­mo mai nemica la società. Consideriamo la società come qualcosa con cui dobbiamo vivere; ci conformiamo e ci adattiamo a essa; non pensiamo mai che sia veramente nemica dell’uomo, nemica della libertà, nemica della rettitudine. Pensateci su; osservatela. L’ambiente, ovvero la società, sta distruggendo la libertà. Non vuole un uomo libero, vuole santi, riformatori che modifichino, so­stengano, appoggino le istituzioni sociali. Ma la religione è qualco­sa di completamente diverso. L’uomo religioso è nemico della so­cietà. Il religioso non è un uomo che va in chiesa o si reca al tem­pio, che legge la Gita e celebra la puja[3] ogni giorno; questi non è affatto un religioso. Un uomo veramente religioso si è disfatto di ogni ambizione, invidia, avidità, paura, cosicché ha una mente gio­vane, fresca, nuova, che gli permette di indagare, di scoprire cosa c’è al di là di tutte le cose che l’essere umano ha messo assieme e che chiama religione. Tutto ciò richiede una vasta indagine su se stessi e dentro se stessi, una conoscenza di sé, ma senza queste fondamenta non riuscirete ad andare molto lontano.

Quindi è necessario un mutamento, una rivoluzione completa, non un cambiamento modificato ma un mutamento completo nella mente. Il problema è come operarlo. Vediamo che è necessario.

Qualsiasi persona che ci ha pensato, che ha osservato lo stato in cui si trova il mondo, che è sensibile a ciò che accade dentro e fuori di sé, deve esigere questo mutamento. Ma come si deve operarlo?

Ora, innanzitutto, esiste un “come”, un “come” che sia il metodo, il sistema, la via, la pratica? Se c’è una via, se c’è un metodo, se c’è un sistema, e se lo praticate al fine di operare un mutamento, la vostra mente è semplicemente schiava di quel sistema; la vostra mente è modellata da quel sistema, da quel metodo, da quella pra­tica e, di conseguenza, non potrà mai essere libera. È come dire: “Seguirò una disciplina in modo da essere libero”. Libertà e disci­plina non vanno d’accordo, il che non vuol dire che dobbiate diventare indisciplinati. Lo stesso atto di “ricercare la libertà” genera una sua disciplina. Ma la mente che si è disciplinata con un siste­ma, una regola, una fede, un’idea, una mente simile non potrà mai essere libera. Quindi, bisogna vedere fin dall’inizio che il “come” – che implica pratica, disciplina, seguire una regola – impedisce che avvenga il mutamento. Questa è la prima cosa da vedere, perché la pratica, il metodo o il sistema diventa l’autorità che nega la libertà e, quindi, il mutamento. Bisogna vedere veramente questo fatto, comprenderne la verità. Per vedere, non intendo comprendere intellettualmente, verbalmente, ma essere emotivamente in contatto con il fatto. Siamo emotivamente in contatto con il fatto quando vediamo un serpente; non c’è dubbio, c’è una sfida diretta e una risposta diretta. Allo stesso modo, si deve vedere che qualsiasi si­stema, per quanto ben meditato – non importa da chi – distrugge profondamente la libertà, blocca la creatività, perché i si­stemi implicano un vantaggio, un raggiungimento, un arrivo in qualche luogo, una ricompensa e, quindi, sono la negazione della libertà. Ecco perché seguite qualcuno: perché perseguite il mezzo tramite cui ottenere un vantaggio; e il mezzo è un qualche tipo di disciplina.

Ma bisogna rendersi conto che la mente deve essere assolutamente libera – che sia possibile o no, è un’altra questione – che deve esserci libertà: altrimenti si diventa puramente meccanici, come qualsiasi mirabile macchina. Bisogna vedere molto chiaramente che la libertà è essenziale. Ed è soltanto quando c’è libertà che po­tete scoprire se c’è o non c’è dio o qualcosa di immenso, al di là della misura umana. Allora comincerete a mettere in discussione ogni sistema, ogni autorità, ogni struttura sociale. E la crisi esige una mente così. Sicuramente, soltanto una mente simile può sco­prire ciò che è vero. Soltanto una mente simile può scoprire se c’è o se non c’è qualcosa al di là del tempo, delle cose che l’uomo ha messo assieme nel suo pensiero.

Tutto ciò richiede un’immensa energia, e l’essenza dell’energia è la negazione del conflitto. Una mente che si è persa nel conflitto non ha energia, e poco importa che il conflitto sia al proprio interno o fuori, con il mondo. Tutto ciò richiede un’indagine e una comprensione di vasta portata. E spero che potremo far que­sto: essere consapevoli del fatto, seguirlo fino alla fine e vedere se la mente, la nostra mente, la vostra mente, può essere veramente libera.

New Delhi, 14 febbraio 1962

Dobbiamo avere libertà, non libertà a parole, non libertà puramente politica né libertà dalle religioni organizzate. Credo che quasi tutte le persone che sono consapevoli della situazione mon­diale si sono allontanate da questi modi di vita istituzionalizzati; sebbene essi abbiano avuto un effetto superficiale sulle nostre vite, nel profondo non ne hanno avuto molto. Per scoprire cos’è la li­bertà, bisogna mettere in discussione tutto, ogni istituzione: la famiglia, la religione, il matrimonio, la tradizione, i valori che la so­cietà ci ha imposto, l’istruzione, l’intera struttura dell’organizzazio­ne sociale e morale. Ma noi non mettiamo in discussione per sco­prire ciò che è vero, bensì per trovare una via d’uscita, e, quindi, non siamo mai liberi in senso psicologico. Siamo più interessati alla resistenza che alla libertà. E credo che sia importante capirlo.

Saanen, 31 luglio 1962

L’altro giorno stavamo parlando di azione senza idee, perché, come stavo evidenziando, il pensiero è una risposta della nostra memoria; il pensiero è sempre limitato, condizionato dal passato e, quindi, non può mai generare libertà.

Credo che sia molto importante capirlo. Dal punto di vista psi­cologico, non può esserci nessuna libertà se non si comprende ap­pieno il meccanismo di difesa del pensiero. E la libertà – che non è una reazione o l’opposto della nonlibertà – è essenziale, perché è soltanto in libertà che si può fare una scoperta. Solo quando la mente è totalmente libera può esserci la percezione di ciò che è vero.

La verità non è qualcosa che ha continuità e che può essere mantenuta per mezzo della pratica o della disciplina, ma va vista in un lampo. La percezione della verità non sopraggiunge grazie a qualche forma di pensiero condizionato e, di conseguenza, il pensiero non ha la possibilità di immaginare, concepire o formulare ciò che è vero.

Per capire ciò che è vero nella sua totalità, deve esserci libertà. Per la maggior parte di noi, la libertà è soltanto una parola, una reazione o un’idea intellettuale che funge da via di fuga dai nostri legami, dalla nostra sofferenza, dalla noiosa routine quotidiana, ma questa non è affatto libertà. La libertà non sopraggiunge grazie a una ricerca; siccome non potete cercarla, la libertà non può essere trovata: sopraggiunge solamente quando comprendiamo l’intero processo mentale che crea le proprie barriere, i propri miti, le proprie proiezioni a partire da un retaggio condizionato e condizionante.

Per una mente veramente religiosa è molto importante capire ciò che sta al di là della parola, al di là del pensiero, al di là di ogni esperienza. E per capirlo, per essere con ciò che è al di là di ogni esperienza, per vederlo in un lampo nei suoi aspetti più profondi, la mente deve essere libera. Le idee, i concetti, le opi­nioni, i giudizi o qualsiasi disciplina codificata, impediscono la libertà della mente. E questa libertà genera la propria disciplina: non la disciplina del conformismo, della repressione o dell’adat­tamento, ma una disciplina che non è il risultato del pensiero, di un motivo.

Sicuramente, in un mondo confuso in cui esistono tanti conflitti e infelicità, è estremamente urgente capire che la libertà è il requi­sito fondamentale della mente umana: non il benessere, né un fu­gace momento di piacere, né la continuità del piacere, ma la li­bertà totale che sola può dare felicità. Non essendo la felicità un fi­ne in sé, essa è, come la virtù, un derivato della libertà. Una perso­na libera è virtuosa, ma un uomo che si limita a coltivare la virtù, conformandosi a un modello stabilito dalla società, non potrà mai sapere cos’è la libertà e, quindi, non potrà mai essere virtuoso.

Vorrei parlare della qualità della libertà e vedere se riusciamo a trovare una maniera comune di percepirla, ma non so in che modo state ascoltando quanto viene detto. Vi limitate ad ascoltare le parole? Ascoltate in modo da capire, in modo da farne un’esperien­za? Se ascoltate in uno di questi modi, ciò che viene detto avrà ben poca importanza. Ciò che è importante è ascoltare, non soltanto le parole, oppure con la speranza di esperire la straordinaria qualità della libertà, ma ascoltare senza sforzo, senza lotta, con l’animo tranquillo. Ma ciò richiede una certa attenzione. Per atten­zione intendo “esserci completamente”, con tutto il cuore e la mente. E allora scoprirete da soli, se ascoltate, che la libertà non è una cosa da perseguire; non è il risultato del pensiero o di esigenze emotive, isteriche. La libertà sopraggiunge senza che la ricerchiate, quando c’è totale attenzione. L’attenzione totale è la qualità della mente che non ha confini, frontiere, ed è quindi in grado di ricevere ogni singola impressione, di vedere e ascoltare ogni cosa. Ed è possibile farlo, non è una cosa tremendamente difficile. È difficile soltanto perché siamo intrappolati nelle abitudini, e questa è una delle cose di cui vorrei parlare.

Pensiamo di poter sbarazzarci gradualmente dell’invidia e fac­ciamo uno sforzo per metterla da parte un po’ alla volta, introdu­cendo così l’idea del tempo. Diciamo: “Tenterò di sbarazzarmi dell’invidia domani, o poco dopo”, e nel frattempo siamo invidiosi. Le parole tentare e nel frattempo sono l’essenza stessa del tempo e, quando introducete il fattore tempo, non può esserci libertà dall’abitudine. O interrompete immediatamente un’abitudine, oppure essa continuerà, offuscando gradualmente la mente e creando nuove abitudini.

Ora, è possibile alla mente sbarazzarsi all’istante dell’idea di ar­rivare gradualmente da qualche parte, di trascendere gradualmente qualcosa, di diventare gradualmente libera? Secondo me, la libertà non è una questione di tempo: non c’è un domani in cui sbaraz­zarsi dell’invidia o acquisire una virtù. E se non c’è domani, non c’è paura. C’è soltanto il vivere completamente nel momento presente; il tempo è totalmente cessato e, quindi, non si forma nessu­na abitudine. Dicendo nel momento presente, intendo nell’imme­diato, e questo stato di immediatezza non è una reazione al passato né un modo per evitare il futuro. C’è soltanto il momento della consapevolezza totale; tutta la propria attenzione è qui, nel mo­mento presente. Di sicuro, ogni esistenza è nel momento presente; se siete immensamente felici o provate una profonda sofferenza, o altro, questo avviene solamente nell’immediato. Ma la mente, per mezzo della memoria, accumula esperienza dal passato e la proiet­ta nel futuro.

Senza libertà dal passato non c’è affatto libertà, perché la mente non è mai nuova, fresca, innocente. Ed è soltanto la mente fresca, innocente a essere libera. La libertà non ha a che vedere con l’età, con l’esperienza, e mi sembra che l’essenza stessa della libertà stia nella comprensione dell’intero meccanismo dell’abitudine, sia conscio che inconscio. Non è questione di porre fine all’abitudine, ma di vederne la struttura nella sua totalità. Dovreste osservare come si formano le abitudini e come, resistendo a un’abitudine o ne­gandola, se ne crea un’altra. L’importante è essere totalmente coscienti dell’abitudine, perché allora, come vedrete da soli, non si forma più nessuna abitudine. Resistere all’abitudine, combatterla,negarla, non fa che darle continuità. Quando combattete una par­ticolare abitudine, le date vita, e allora proprio questa battaglia di­venta un’ulteriore abitudine. Ma se siete semplicemente consape­voli, senza resistenze, dell’intera struttura dell’abitudine, scoprirete che esiste la libertà dall’abitudine, e in questa libertà avviene un fatto nuovo.

Saanen, 11 luglio 1963

Sebbene parli di libertà, la maggior parte di noi non vuole essere veramente libera. Non so se avete osservato questo fatto. Nel mondo moderno – in cui la società è estremamente organizzata, in cui c’è sempre più “progresso” e la produzione di oggetti è così diffusa e facile – si diventa schiavi dei beni materiali, delle cose, e si trova sicurezza in essi. E la sicurezza è tutto ciò che vuole la maggior parte di noi – sicurezza fisica o emotiva – quindi, non vogliamo veramente essere liberi. Per libertà, intendo la libertà totale, non la libertà secondo una particolare linea di condotta, e cre­do che dobbiamo esigerla da noi stessi, con fermezza.

La libertà è diversa dalla rivolta. La rivolta è contro qualcosa: vi rivoltate contro qualcosa e siete a favore di qualcosa. La rivolta è una reazione, ma la libertà non lo è. Nello stato di libertà, non sie­te liberi da qualcosa. Nel momento in cui siete liberi da qualcosa, in realtà state rivoltandovi contro questo qualcosa; quindi, non sie­te liberi. La libertà non è “da qualcosa”, ma la mente è libera in sé. Essere libera in sé, conoscere la libertà per il proprio beneficio, è una sensazione straordinaria per la mente.

Ora, a meno che non si sia liberi, non vedo come si possa essere creativi. Non sto usando la parola creativo in senso limitativo, come quello di un uomo che dipinge un quadro, scrive una poesia o inventa una macchina. Secondo me, persone simili non sono affat­to creative. Possono essere ispirate in quel dato momento, ma la creatività è completamente diversa. L’atto creativo può aver luogo solamente quando c’è totale libertà. Nello stato di libertà c’è pie­nezza, e allora scrivere una poesia, dipingere un quadro o cesellare una pietra assume nell’insieme un diverso significato. In questo caso, non è un semplice modo di esprimersi, non è il risultato di una frustrazione, non è più un prodotto alla ricerca di un mercato: è qualcosa di completamente diverso. Mi sembra che dovremmo esi­gere di conoscere questa libertà completa, non soltanto in noi stes­si ma anche verso l’esterno.

Credo che, per prima cosa, dovremmo distinguere tra libertà, da una parte, e rivolta o rivoluzione, dall’altra. La rivolta e la rivo­luzione sono essenzialmente delle reazioni. C’è la rivolta dell’estre­ma sinistra contro il capitalismo, e la rivolta contro il predominio della chiesa. C’è anche la rivolta contro la polizia, contro il potere delle tirannie organizzate, ma al giorno d’oggi non serve a molto, perché vi liquidano molto tranquillamente, vi mettono da parte.

Per me la libertà è qualcosa di completamente diverso. La li­bertà non è una reazione, ma è invece lo stato mentale che sorge quando comprendiamo la reazione. La reazione è la risposta a una sfida; è piacere, collera, paura, sofferenza psicologica, e, compren­dendo la complessa struttura delle risposte, ci imbatteremo nella libertà. Allora scoprirete che la libertà non è libertà dalla collera, dall’autorità e via dicendo. È uno stato in sé, da esperire in sé, e non perché siete contro qualcosa.

La maggior parte di noi è interessata alla propria sicurezza. Vo­gliamo una compagnia e speriamo di trovare la felicità in un particolare rapporto; vogliamo essere famosi, creare, esprimerci, espan­derci, realizzarci; vogliamo avere potere, prestigio, una posizione nella vita. A un livello o a un altro, questo è in realtà ciò che inte­ressa la maggior parte di noi; mentre la libertà, dio, la verità, l’amore, diventano cose da cercare in un secondo tempo. Quindi, come ho detto, la religione è una cosa superficiale, una specie di passatempo che non svolge un ruolo molto importante nelle nostre vite. Ci accontentiamo delle banalità e, quindi, non c’è l’attenzio­ne, la percezione, necessaria a capire quel complesso meccanismo che chiamiamo vita. La nostra esistenza è una lotta costante, uno sforzo vano e continuo: e per cosa? È una gabbia in cui siamo pri­gionieri, una gabbia che abbiamo costruito con le nostre reazioni, con le paure, la disperazione, l’ansia. Tutto il pensiero è una rea­zione. Ne abbiamo discusso l’altro giorno, quando è stato chiesto: “Qual è la giusta funzione del pensiero?”. Abbiamo affrontato la domanda con molta attenzione, e abbiamo scoperto che tutto ciò che pensiamo è una reazione, la risposta della memoria. L’intera struttura della nostra coscienza, del nostro pensiero, è il residuo, il serbatoio delle nostre reazioni. Ovviamente, il pensiero non potrà mai generare libertà, perché la libertà non è il risultato di una rea­zione. La libertà non è il rifiuto di una cosa che ci causa dolore e non è neppure il distacco dalle cose che ci danno piacere e delle quali siamo diventati schiavi.

Ora, l’unica vera libertà è la libertà dal conosciuto. Vi prego di seguirmi un po’. È la libertà dal passato. Il conosciuto ha il suo po­sto, ovviamente. Devo conoscere certe cose in modo da agire effi­cacemente nella vita quotidiana. Se non sapessi dove vivo, mi per­derei. C’è poi l’accumulo di nozioni della scienza, della medicina, e ci sono numerose tecnologie alle quali viene aggiunto sempre qualcosa di più. Tutto ciò rientra nell’ambito del conosciuto e vi trova il suo posto. Ma il conosciuto è sempre ripetitivo. Ogni esperienza che avete fatto, nel lontano passato o soltanto ieri, si trova nell’am­bito del conosciuto e, a partire da questo retaggio, riconoscete ogni altra esperienza. Nell’ambito del conosciuto c’è attaccamento, con le sue paure, le sue disperazioni, e la mente che è trattenuta in questo ambito, per quanto esteso e vasto sia, non è mai libera. Può scrivere libri intelligenti, può sapere come andare sulla luna, può inventare le macchine più complesse e straordinarie – se ne avete vista qualcuna, sapete che sono veramente straordinarie – ma è sempre trattenuta nell’ambito del conosciuto.

Ora, la libertà da tutto ciò è libertà dal conosciuto; è lo stato di una mente che dice “Non so” e che non cerca una risposta. Una mente simile non è mai alla ricerca, in attesa di qualcosa, ed è soltanto in questo stato che potete dire: “Ho capito”. È l’unico stato in cui la mente è libera, e da questo stato potete osservare le cose conosciute; non in senso inverso. Partendo dal conosciuto, non po­tete assolutamente vedere il non conosciuto, ma una volta che avete compreso lo stato della mente che è libera – ossia la mente che dice “Non so”, che rimane senza risposte ed è quindi innocente – a partire da quello stato potete agire efficacemente, potete essere un cittadino, una persona sposata o quello che volete. Allora, ciò che fate ha attinenza e importanza nella vita. Ma noi rimaniamo nell’ambito del conosciuto – con tutti i conflitti, gli sforzi, le di­spute, le angosce – e da li tentiamo di trovare ciò che ci è scono­sciuto; quindi, non siamo veramente alla ricerca della libertà. Ciò che vogliamo è la continuazione, l’estensione della stessa vecchia cosa: il conosciuto.

Se ascoltate per la prima volta questa affermazione, secondo la quale dovete essere senza pensieri, potreste dire: “Poveretto, deve essere matto”. Ma se avete veramente ascoltato, non soltanto que­sta volta ma nei molti anni in cui qualcuno di voi ha forse letto tutto a riguardo, saprete che ciò che è stato detto ha una straordina­ria vitalità, è una verità penetrante. Soltanto una mente che si è svuotata del conosciuto è creativa. Questo è l’atto creativo. La cosa creata non ha niente a che fare con esso. lLa libertà dal conosciuto è lo stato di una mente in fase creativa. Come può una mente in fase creativa interessarsi a se stessa? Di conseguenza, per capire questo stato mentale, dovete conoscere voi stessi, dovete osservare il processo del vostro pensiero: osservarlo, non alterarlo o cambiarlo, ma semplicemente osservarlo come quando vi guardate allo specchio. Quando c’è libertà, allora sì che potrete usare il cono­sciuto ed esso non distruggerà l’umanità. Ma quando non c’è li­bertà e fate uso del conosciuto, causate infelicità a tutti, che vi tro­viate in Russia, in America, in Cina o da qualsiasi altra parte. Chiamo seria la mente che è consapevole del conflitto del conosciuto e non ne rimane intrappolata, che non cerca di modificare, di mi­gliorare il conosciuto; perché su quel sentiero non c’è fine alla sof­ferenza e all’infelicità.

Madras, 15 gennaio 1964

La libertà – essere liberi – sta diventando sempre più difficile. Mentre, da una parte, la società diventa sempre più complessa e l’industrializzazione si diffonde, penetra e si organizza sempre più, dall’altra c’è sempre meno libertà per l’essere umano. Come si può osservare, quando lo Stato diventa onnipotente, dove c’è il benes­sere sociale, l’attenzione dello stato sociale per il cittadino è talmente completa da far diminuire sempre più la libertà, all’esterno. E all’esterno si diventa schiavi della società, delle sollecitazioni so­ciali; in queste sollecitazioni dell’esistenza organizzata non c’è più un’esistenza tribale, ma un controllo industrializzato, organizzato, centralizzato. All’esterno, c’è sempre meno libertà. Quando c’è più “progresso”, c’è meno libertà. È evidente, come potete vedere in ogni società che diventa più complessa, più organizzata.

Quindi, all’esterno c’è la costrizione del controllo, la manipola­zione della mente dell’individuo, a livello tecnologico, industriale. Essendo così vincolati all’esterno, c’è naturalmente la tendenza a trincerarsi interiormente e psicologicamente dietro un particolare modello esistenziale. Anche questo è un fatto evidente. Quindi, per chi è abbastanza serio da cercare di scoprire se esiste una cosa come la realtà, di scoprire ciò che è vero – non la verità messa assieme dall’uomo con la paura e la disperazione; la verità che non è una tradizione, una ripetizione, uno strumento di propaganda – per scoprirlo, c’è bisogno di completa libertà. All’esterno, forse, può non esserci libertà; ma interiormente, deve esserci libertà assoluta.

E capire il problema della libertà è una delle cose più difficili. Non so se avete mai approfondito tutto questo o se ci avete almeno pensato. Sapete cosa vuol dire essere liberi? Per libertà non intendo la libertà o la liberazione in senso astratto, ideale: è troppo astratto, troppo lontano; potrebbe non avere alcuna realtà; potreb­be essere l’invenzione di una mente disperata, impaurita, angoscia­ta, che ha costruito verbalmente un modello nella speranza di raggiungere uno stato verbale, ma non una realtà. Stiamo parlando di libertà, non in maniera astratta ma reale; stiamo parlando della li­bertà quotidiana, interiore, nella quale non esiste, in senso psicolo­gico, nessun legame. È possibile? Teoricamente e idealmente po­trebbe essere possibile. Ma non ci interessano le idee, le teorie, le speranze della speculazione religiosa: ci interessano i fatti.

La realtà che viene manifestata da un altro, descritta da un altro o raccontata da un altro – per quanto possa essere saggio e intel­ligente – non è la verità. Dovete trovarla voi; dovete capirla voi. Ritiro la parola trovare: non potete trovare la verità; non potete ini­ziare la ricerca in maniera deliberata, cosciente. Dovete imbattervi nella verità misteriosamente, inconsapevolmente. Ma non potete imbattervici se la vostra mente, la vostra psiche, non è completamente e totalmente libera interiormente.

Per trovare qualcosa, anche nel campo scientifico, la mente deve essere libera. La mente non deve essere vincolata per vedere qualcosa di nuovo. Ma quasi tutte le menti, sfortunatamente, non sono fresche, giovani, innocenti, per vedere, osservare, capire. Sia­mo pieni di esperienze, non soltanto le esperienze accumulate di recente – quando dico di recente intendo negli ultimi cinquanta, sessanta o cento anni – ma anche l’esperienza senza tempo dell’essere umano. Siamo saturi di tutta la nostra conoscenza, conscia o inconscia; la conoscenza conscia è ciò che abbiamo acquisito con l’istruzione nel mondo moderno, al momento attuale.

Una mente che vuol capire ciò che è vero deve comprendere, non idealmente, il pieno significato della libertà. La libertà non è la liberazione in qualche mondo paradisiaco, ma è la libertà di ogni giorno, libertà dalla gelosia, libertà dall’attaccamento, libertà dall’ambizione, libertà dalla competitività, che è il “di più”, “devo essere migliore”, “sono questo e devo diventare quello”. Ma, quando osservate ciò che siete, non potete diventare qualcosa di diverso da ciò che siete; allora c’è un’immediata trasformazione di ciò che è.

Quindi, per andare molto lontano, la mente deve iniziare da molto vicino. Ma non potete andare molto lontano se non fate al­tro che definire a parole qualcosa che l’uomo ha creato e chiamato verità, dio. Dovete iniziare da molto vicino e porre le fondamenta. E anche per porre le fondamenta c’è bisogno di libertà. Di conse­guenza, ponete le vostre fondamenta sulla libertà, nella libertà. Dunque, non sono più fondamenta; è un movimento – non è qualcosa di statico.

Il conflitto cessa solo quando la mente ha capito la straordinaria natura della conoscenza, della libertà, dell’apprendimento; solo quando la mente diventa molto lucida, precisa. Non è presa dalle opinioni, dai giudizi; si trova in uno stato di attenzione e, quindi, in uno stato di totale energia e apprendimento. Solo quando è tranquilla la mente riesce a imparare; non “imparare che cosa?”. Soltanto una mente tranquilla può imparare, e l’importante non è ciò che impara, ma lo stato di apprendimento, lo stato di silenzio in cui apprende.

Bombay, 16 febbraio 1964

La parola libertà è sovraccarica di significati, in senso politico, religioso, sociale, e in ogni modo. Questa parola è veramente straordinaria e ha un’enorme importanza e profondità; noi l’abbia­mo sovraccaricata, come la parola “amore”, di ogni genere di signi­ficato. C’è la libertà politica, la libertà sociale, la libertà delle op­portunità di lavoro; c’è la libertà dai dogmi religiosi, dalle fedi; la libertà dalle responsabilità immediate, dai problemi, dalle ansie, dalle paure; la mente vuole essere libera da così tante cose. E noi abbiamo costruito una struttura verbale che ci offre l’apparenza della libertà, ma non sappiamo cosa vuol dire essere veramente li­beri, percepirlo, non discuterne, né definirlo, né dire: “Cosa si intende per libertà?”. Non ne conosciamo le qualità, la sensazione, l’esigenza; non a un particolare livello, ma in senso totale.

Senza libertà totale, ogni percezione, ogni considerazione obiet­tiva viene stravolta. Soltanto l’uomo totalmente libero riesce a guardare e a capire immediatamente. In realtà, la libertà implica il totale svuotamento della mente. Svuotare completamente l’intero contenuto della mente: questa è vera libertà. La libertà non è una semplice rivolta contro gli awenimenti, che genera ancora altri av­venimenti, altri influssi ambientali che rendono schiava la mente. Stiamo parlando di una libertà che sopraggiunge naturalmente, fa­cilmente, non richiesta, quando la mente è in grado di funzionare ai massimi livelli.

Il cervello di quasi tutti noi è pigro. Il nostro cervello è intorpi­dito, è stato reso ottuso dall’istruzione, dalla specializzazione, dal conflitto, da ogni forma di lotta psicologica interiore, come pure dalle costrizioni esterne. Il nostro cervello funziona solamente quando c’è un’esigenza immediata, quando c’è una crisi immedia­ta. Ma, altrimenti, viviamo in uno stato ipnotico una vita monoto­na, compiendo pigramente i lavori e i doveri; perciò il nostro cer­vello non è acuto, attento, sveglio, sensibile, funzionante al meglio delle sue capacità.

Se il cervello non funziona al meglio delle sue capacità, non è in grado di essere libero. Perché una mente ottusa, superficiale, li­mitata, ristretta, meschina, non fa che reagire all’ambiente e, tramite la reazione, diventa schiava dell’ambiente. E da ciò sorge il complesso problema di districarsi dall’ambiente e di non essere schiavi di ogni tipo di influsso, di indicazione, di incitamento. Quindi, l’importante è la qualità della percezione di essere comple­tamente liberi.

Ci sono due tipi di libertà: uno è la libertà da qualcosa, che è una reazione; l’altro non è una reazione, è “essere liberi”. La libertà da qualcosa è una risposta che dipende dalla nostra scelta, dal no­stro carattere, dal temperamento, da varie forme di condizionamento. Come un giovane che è in rivolta contro la società: vuole essere libero. O come un marito che vuole essere libero dalla mo­glie, o la moglie dal marito; oppure voler essere liberi dalla collera, dalla gelosia, dall’invidia, dalla disperazione. Queste sono tutte reazioni, risposte a determinate circostanze che vi impediscono di agire liberamente, agevolmente.

Vogliamo la libertà individuale. E questa libertà è negata in una società in cui le usanze, i costumi, le abitudini, le tradizioni sono estremamente importanti; allora c’è la rivolta. O c’è la rivolta contro la tirannia. Quindi, ci sono varie forme di rivolta, di risposte a esigenze immediate. In realtà questa non è affatto libertà, perché ogni reazione genera ulteriori reazioni, che creano altri ambienti a causa dei quali la mente diventa nuovamente schiava, quindi c’è una costante ripetizione della rivolta, dell’essere catturati dalle circostanze, della rivolta contro queste circostanze e così via, all’infinito.

Stiamo parlando di una libertà che non è una reazione. La mente libera non è schiava di niente, di nessuna circostanza o routine in particolare; sebbene si sia specializzata per adempiere a una cer­ta funzione, non ne è schiava, non è incanalata in questo solco; sebbene viva nella società, non vi appartiene. E una mente che si svuota di tutte le cose accumulate, delle reazioni quotidiane, in continuazione, soltanto una mente simile è libera.

Viviamo in azione. L’azione è d’obbligo, è necessaria. C’è l’azio­ne nata da un’idea e l’azione nata dalla libertà. Stiamo per adden­trarci in qualcosa che richiede da voi prontezza di cervello, non che siate o no d’accordo. La casa si è incendiata, il mondo si è in­cendiato, sta bruciando e distruggendosi, e deve esserci azione. E questa azione non dipende dall’idea che avete dell’incendio, dalle dimensioni del secchio o da ciò che farete. Entrate in azione per spegnere l’incendio. Per spegnere l’incendio, non potete starci su a speculare: chi ha dato fuoco alla casa, qual è la natura dell’incen­dio e così di continuo, a speculare sull’incendio. Deve esserci azio­ne immediata. Questo vuol dire che la mente deve sottoporsi a un mutamento completo.

Dal punto di vista biologico, l’essere umano è vissuto per circa due milioni di anni. Ha accumulato molte esperienze, molta cono­scenza, ed è sopravvissuto a molte civiltà, a molte sollecitazioni e tensioni. Voi siete quell’essere umano, che lo sappiate o no. Che lo riconosciate o no, siete quell’essere umano, siete il risultato di due milioni di anni. O continuate a evolvervi lentamente nel dolore, nella sofferenza, nell’ansia e in ogni genere di conflitto, all’infinito, oppure uscite da questa corrente nel suo complesso, in qualsiasi momento, come quando si scende da una barca sulla riva del fiume: potete farlo in qualsiasi momento. Ma soltanto la mente libera può farlo.

Per capire cosa sono la libertà e l’azione, dovete capire l’intero processo del vostro pensiero; vale a dire che dovete conoscere voi stessi. E questa è una delle imprese più difficili che possiate intraprendere. Perché conoscere se stessi implica una mente capace di osservarsi senza la conoscenza acquisita in precedenza. Se vi osser­vate per mezzo della conoscenza che avete, non fate altro che proiettare o tradurre ciò che vedete basandovi sul passato e, quin­di, non vi osservate. Osservarsi richiede, dunque, una mente fresca in ogni istante. Ed ecco dove sopravviene la difficoltà. Vi prego di capirlo. Perché, se non capite ciò che si sta dicendo ora, quando mi addentrerò nel problema della libertà, non sarete in grado di coglierlo e di addentrarvici.

Se ci osserviamo, scopriremo che la maggior parte di noi reagisce in base alla conoscenza, all’esperienza, al condizionamento che può avere un induista, un buddhista, un cristiano, un comunista, un tec­nico, un uomo sposato. Un tale uomo ha acquisito molta esperienza e, avendola accumulata, reagisce. E osserva se stesso per mezzo di questa conoscenza. Allora dice: “Questo è cattivo”, “Questo devo tenerlo”, “Questo devo rifiutarlo”. Quando lo fa, non sta osservan­do se stesso; sta semplicemente proiettando la sua conoscenza su ciò che vede, e sta traducendo o interpretando ciò che vede in termini di esperienza, di conoscenza e di condizionamento.

Osservatevi. Guardate quanto è diventata insensibile la vostra mente. Quando provate un senso di piacere o di dolore, di gioia spontanea per qualcosa, nel momento in cui lo percepite, la rispo­sta immediata è quella di nominarlo; gli date istantaneamente un nome. Seguite tutto questo, osservatelo in voi stessi. Perché, se non seguite tutto, quando parlerò di libertà, non avrà alcun signifi­cato per voi. Quando provate una sensazione, la nominate all’istan­te, le date un nome. E il fatto stesso di nominarla è lo stato di non-osservazione. La nominate in modo da fissarla nella memoria come esperienza e poi, il giorno dopo, la memoria, che è diventata meccanica, vuole ripeterla. Perciò, quando guardate il tramonto il gior­no seguente, non è più quella cosa che avevate osservato sponta­neamente il giorno prima. Quindi, il fatto di dare un nome a ogni sensazione, in qualsiasi osservazione, vi impedisce di guardare.

Conoscere voi stessi è il compito più arduo che possiate darvi. Potete andare sulla luna, potete fare di tutto nella vita ma, se non conoscete voi stessi, siete vuoti, ottusi, tardi. Potreste anche essere un primo ministro, un ingegnere di spicco o un tecnico geniale ma, se non conoscete voi stessi, non fate altro che funzionare meccani­camente. Quindi, percepite l’importanza, la serietà del conoscere voi stessi; non ciò che la gente ha detto di voi, non se siete il sé supremo o il piccolo sé. Cancellate tutte le cose che la gente ha det­to, osservate le vostre menti e i vostri cuori, e agite a partire da lì.

Tutti i nostri ideali – per quanto sublimi, attraenti e meravi­gliosi – non hanno alcun significato. Perché creano un conflitto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. L’importante è ciò che è, e non ciò che dovrebbe essere. Vi prego di comprendere questo semplicissimo dato di fatto psicologico: l’importante è ciò che è. Siete in collera, siete violenti, crudeli, odiate, disprezzate e proteg­gete a ogni costo la vostra sicurezza; questi sono fatti, non la vostra non-violenza, ahimsa, che è una pura assurdità. Quando osservate ciò che è, senza l’ideale – che è una distrazione da ciò che è, una fuga da ciò che è – allora potete dire: “Bene, accetto ciò che è e vivrò con esso, sarò infelice con esso”, oppure esercitate un’azione diretta su di esso o, ancora, esso esercita un’azione diretta su di voi. Quindi, l’importante è essere in grado di osservare realmente ciò che è: se siete in collera, o bramosi o desiderosi di questo e di quello. Sapete cosa sono gli esseri umani interiormente. Osservarlo senza nominarlo, senza dire “sono in collera, non devo esserlo”, ma semplicemente osservarlo, sapere cosa vuol dire, conoscerne la profondità, la sensazione straordinaria che si trova al di là di tutte le astuzie, di tutti i segreti: se osservate in questo modo, vedrete che da questa osservazione nasce la libertà, e dalla libertà sgorga immediatamente l’azione.

La mente innocente ha spazio, come un bambino nel grembo materno. Ma una mente affollata, appesantita dalle sue disperazio­ni, paure, gioie e dai suoi piaceri, una mente simile non è mai vuo­ta e, quindi, per essa non c’è mai niente di nuovo, niente di nuovo può sopraggiungere. Soltanto in quel vuoto può aver luogo una cosa nuova, un nuovo mutamento. Il vuoto, lo spazio, sono la li­bertà. E perché ci sia spazio, dovete capire l’intera struttura di voi stessi, sia il conscio che l’inconscio.

La libertà non è, dunque, una reazione. La libertà è un modo di essere. La libertà è una percezione. Dovete liberarvi, rendervi liberi, anche nelle piccole cose; voi che dominate vostra moglie, o vostra moglie che vi domina, o le vostre ambizioni, la vostra avi­dità, la vostra invidia. Quando date un taglio netto a tutto ciò, senza cercare di guadagnare tempo o di discuterne, vedrete che, senza analisi, senza stati d’animo introspettivi ne esigenze, osser­vare – vedere le cose come sono senza autocommiserazione, senza il desiderio di cambiare, niente altro che osservare – signi­fica avere spazio.

Nel momento in cui c’è uno spazio incontaminato dalla società, in questo stato, c’è un mutamento, avviene un mutamento. E, a questo mondo, avete bisogno di un mutamento, perché il mutamento è la nascita dell’individuo. E l’individuo è il solo a poter fare qualcosa in questo mondo, provocare una rivoluzione completa, un cambiamento completo, una trasformazione completa. Ciò di cui abbiamo bisogno nel mondo d’oggi è un individuo nato da questo vuoto.

Bombay, 1 marzo 1964

Ascoltate ciò che vi dico. Cerchiamo aiuto perché ci troviamo in uno stato di infelicità, confusione, conflitto, e vogliamo essere aiu­tati. Vogliamo che qualcuno ci dica cosa fare. Vogliamo una guida; nell’oscurità, vogliamo prendere la mano di qualcuno che ci conduca alla luce. Siamo talmente confusi da non sapere dove dirigerci. L’istruzione, la religione, i dirigenti, i santi, hanno tutti comple­tamente fallito, ciò nonostante, siccome soffriamo, siccome siamo confusi e in conflitto, cerchiamo qualcuno che ci aiuti. E probabil­mente questo è il motivo per cui quasi tutti voi siete qui, nella speranza di cogliere in qualche modo un barlume di realtà, nella spe­ranza di essere condotti in qualche modo alla meraviglia della vita.

Ora, se avrete la gentilezza di ascoltare con l’orecchio interiore, con chiarezza, vedrete che non c’è nessun aiuto. Chi vi parla non può aiutarvi; si rifiuta di aiutarvi. Vi prego di capire questo, di af­frontarlo con calma. Chi vi parla si rifiuta in modo totale e com­pleto di aiutarvi.

Ciò che volete è mantenere la corruzione, vivere nella corruzione e ricevere aiuto in questa corruzione. Volete essere aiutati un po’ per vivere comodamente, per continuare con le ambizioni, con i modi di fare, con le invidie, con le brutalità; per dare continuità alla vita quotidiana, pur modificandola un po’: diventare un po’ più ricchi, un po’ più rassicurati, un po’ più felici. Questo è tutto ciò che volete: un lavoro migliore, un’automobile migliore, una posizio­ne migliore. In realtà, non volete essere completamente, interamen­te, liberi dalla sofferenza. Non volete scoprire cos’è l’amore, la sua bellezza, la sua immensità. Non volete scoprire cos’è la creatività.

Ciò che volete, in realtà, è essere aiutati a continuare in modo diverso, in questo squallido mondo, con la bassezza delle vostre vite, con la brutalità delle vostre esistenze, con i vostri conflitti quo­tidiani. Questo è tutto ciò che sapete; vi ci aggrappate e volete che venga modificato. E pensate che qualsiasi persona vi aiuti a vivere in questo ambito sia un grand’uomo, un santo, un meraviglioso salvatore.

Perciò chi vi parla dice che non vi aiuterà. Se cercate aiuto da chi vi parla, siete perduti. Non c’è nessun aiuto da nessuno, di nes­sun tipo: è una cosa terribile di cui rendersi personalmente conto. Dovete rendervi conto del fatto spaventoso e tremendo che voi, in quanto esseri umani, dovete reggervi in piedi assolutamente da soli; non ci sono scritture, capi, non c’è niente che possa salvarvi; do­vete salvarvi da soli. Sapete cosa succede quando vi rendete conto di questo fatto? Perché è un fatto. Quando vi rendete veramente conto del fatto, o sprofondate ancora di più nella corruzione, oppure il fatto stesso vi dà una formidabile energia per aprirvi un varco nella rete della struttura psicologica della società, per scardi­nare, frantumare tutto. E poi non cercherete mai più aiuto, perché sarete liberi.

Un uomo libero – un uomo che non ha timori, che ha una mente limpida, un cuore vitale, forte, energico – non vuole aiuto. E noi, voi e io, dobbiamo reggerci in piedi assolutamente, totalmente da soli, senza l’aiuto di nessuno. Avete cercato aiuto nell’ambito politico, in quello religioso dai guru, in quello sociale in tutti i modi; ma vi hanno tutti tradito. Ci sono state delle rivolu­zioni, rivoluzioni politiche ed economiche, il comunismo, le rivoluzioni sociali. Ma non sono la risposta; non possono aiutarvi perché generano ulteriori tirannie, maggiore schiavitù.

Solamente quando esigete la completa libertà e la sostenete, scoprite la realtà, con un approccio attivo, e sarà questa realtà a rendere l’uomo libero, niente altro. E una delle cose più difficili è rendersi conto di dover stare completamente da soli, interamente per conto proprio.

Solamente un uomo libero è in grado di cooperare. Ed è l’uomo libero a dire: “Non coopererò”. La cooperazione, per come viene generalmente intesa, implica cooperare riferendosi a una persona, a un’idea, a un’utopia, all’autorità di una persona o all’autorità di un’idea come quella di Stato. A ben osservare, questo tipo di coo­perazione non è affatto cooperazione, è un beneficio reciproco; e quando cambia l’autorità, anche voi cambiate in modo da trarne un beneficio; quindi è una forma coercitiva di adattamento.

Stiamo parlando di una cooperazione che è del tutto differente, perché l’essere umano deve cooperare. Non possiamo vivere senza cooperazione. La vita è rapporto, la vita è cooperazione. Voi e io non possiamo esistere nel modo dovuto senza cooperazione. Ma per cooperare c’è bisogno di libertà. Voi dovete essere liberi e io devo essere libero per cooperare. Libertà non vuol dire fare quello che ci pare: essere crudeli e tutte le altre stupide reazioni connesse a questa parola. Soltanto l’uomo libero ama, colui che non prova gelosia, odio, che non vuole niente per sé, per la sua famiglia, per la sua razza, per il suo gruppo; soltanto l’uomo libero, che conosce il pieno significato dell’amore e della bellezza, può cooperare.

È quindi necessario capire questa libertà. Il pensiero non gene­ra libertà. Il pensiero non è mai libero. Il pensiero è una semplice reazione alla conoscenza accumulata come memoria, esperienza; di conseguenza, non potrà mai liberare l’essere umano. Eppure, tutto ciò che facciamo – ogni azione, ogni motivo, ogni impulso – è basato sul pensiero. Quindi, si deve vedere per proprio conto il significato del pensiero, quando è necessario e quando è un veleno. Un mutamento può aver luogo solo quando la mente è totalmente svuotata di ogni pensiero. È come il grembo materno: il bambino vi è concepito perché il grembo è vuoto, ed è a partire da questo vuoto che avviene una nuova nascita. Allo stesso modo, la mente deve essere vuota, solamente nel vuoto può avvenire una cosa nuova: una cosa totalmente nuova, non una cosa che conti­nua da millenni.

Allora, la domanda è: come svuotare la mente? Non il sistema; quando uso la parola come, non intendo dire “fate queste cose e svuoterete la mente”. Non c’è sistema, non c’è formula. Dovete ri­conoscere la verità che il mutamento è assolutamente necessario alla salvezza dell’essere umano, alla vostra e alla mia, alla nostra sal­vezza, alla nostra libertà, a essere completamente liberi dalla soffe­renza, dall’angoscia della vita.

Ci vuole un mutamento, dovete avere una mente che è comple­tamente diversa, che non è il prodotto dell’ambiente, della società, della reazione, della conoscenza, dell’esperienza; tutto ciò non por­ta all’innocenza, non genera libertà, non dà un immenso senso di spazio nella mente. È soltanto in questo spazio che ha luogo il mo­vimento del mutamento. E soltanto questo mutamento può salvare l’essere umano, perché è proprio esso a far nascere l’individuo.

Noi non siamo individui. Siamo nomi, nomi distinti. Avete un corpo separato dagli altri; forse, se siete abbastanza fortunati, avete un conto in banca; per il resto, non siete degli individui interiormente, in senso psicologico. Appartenete a una razza, a una comu­nità, a una tradizione, al passato e, quindi, avete smesso di essere creativi. Avete smesso di essere consapevoli dell’immensità, dell’ampiezza, della profondità e della bellezza della vita.

Siccome non siamo individui, non sappiamo cosa significa amare. Conosciamo solamente l’amore che contiene gelosia, odio, invi­dia e tutti i mali generati dalla mente. Se lo desiderate intensamen­te, osservate il vostro cosiddetto affetto; osservate voi stessi, l’affet­to che nutrite per vostra moglie e per la vostra famiglia. Non c’è un barlume d’amore; è un insieme di corruzione, attaccamento, dolore, gelosia, ambizione, dominio. Potete mettere al mondo dei figli, ma questo non è amore; è piacere. E quando c’è piacere, c’è dolore. E una persona che volesse capire quella cosa chiamata amore, dovrebbe prima capire cosa vuol dire essere liberi.

C’è poi la questione del sesso, che è un grande problema in tutto il mondo. Potreste esserne fuori per motivi di età o perché vi siete obbligati a starne fuori. Non avete vita sessuale perché volete trovare dio. Ma temo che non lo troverete. Dio vuole una persona libera, che ha vissuto, che ha sofferto, che è libera. Quindi, biso­gna che comprendiate la questione del sesso.

Vi prego di ascoltare ciò che vi dico. Potreste non arrivare del tutto alla fine del viaggio, ma ascoltate. Ascoltate senza condannare, senza giustificare, senza paragonare, senza far entrare in azione tutti i ricordi. Limitatevi ad ascoltare in maniera libera, rilassata. Perché, se sapete ascoltare, saprete anche quando la mente è vuo­ta. Non potete far niente per generare questo vuoto. Ogni azione da parte vostra è l’azione del passato, del pensiero, del tempo, e il tempo non vi dà la libertà. Ma ascoltate, siate veramente felici di ascoltare il canto di un uccello, unicamente il suono, ogni suono separato, distinto, vitale, chiaro; ascoltate quella cornacchia; ascoltate completamente chi vi parla: ogni parola, ogni affermazione senza interpretare, senza tradurre. Limitatevi ad ascoltare. E da questo ascolto trarrete energia, agirete in maniera completa, totale.

Noi non ascoltiamo. Ci sono troppi rumori attorno a noi, den­tro di noi, ci sono troppi discorsi, troppe domande, troppe esigen­ze, troppi impulsi, troppe costrizioni. Abbiamo tante cose, ma non ne ascoltiamo mai una completamente, totalmente, fino alla fine. Se avete la gentilezza di ascoltare, vedrete che, vostro malgrado, avverrà il mutamento, quel vuoto, quella trasformazione, la perce­zione di ciò che è vero. Non dovete fare qualcosa, perché ciò che fate interferirà, perché siete avidi, siete invidiosi, siete pieni di odio, di ambizioni e di tutti i mali che il pensiero riesce a creare.

Se riuscite, dunque, ad ascoltare in maniera rilassata, senza sfor­zi, forse in quel tranquillo e profondo silenzio saprete cos’è la ve­rità. E soltanto la verità dà la libertà, niente altro. Ecco perché dobbiamo rimanere completamente soli. Non potete ascoltare tramite un altro; non potete vedere con gli occhi di un altro; non po­tete pensare con i pensieri degli altri. Ciò nonostante voi ascoltate tramite gli altri, vedete tramite le attività, i santi, le affermazioni degli altri. Se riuscite a mettere da parte tutte queste cose di secon­daria importanza, le attività degli altri, a essere semplici, tranquilli, e ad ascoltare, allora giungerete alla scoperta.

Sapete, quando guardate un tramonto, un viso grazioso, una bella foglia o un fiore, quando li vedete veramente, in quel mo­mento c’è spazio tra voi e quel fiore, quella bellezza, quella grazia, oppure tra voi e l’infelicità, lo squallore che vedete. C’è spazio; non lo avete creato voi, è lì. Non potete far niente per rendere quello spazio vasto o limitato, è lì. Ma noi ci rifiutiamo di vederlo in maniera semplice, tranquilla, costante. In quello spazio proiettiamo le nostre opinioni, idee, conclusioni, formule e, di conse­guenza, non c’è più spazio. Quello spazio viene ricoperto dagli ie­ri, dai ricordi, dalle esperienze di ieri; quindi, non vediamo mai, non ascoltiamo mai, non siamo mai tranquilli. Se volete, ascoltate, non rimanendo ipnotizzati – sarebbe assurdo, sarebbe troppo da immaturi – ma senza accettare, senza negare. Abbiamo a che fare con la vostra vita, non con la mia; abbiamo a che fare con le vostre sofferenze, infelicità, autorità, disperazioni, con l’angoscia e la noia della vita.

Come stavamo dicendo, c’è la questione del sesso, che è diven­tata enormemente importante. Perché? Osservate la vostra vita. Perché? In primo luogo, non avete altri piaceri non controllati da regole esterne. Siete intellettualmente bloccati; ripetete all’infinito, dallinfanzia alla morte, ciò che altri hanno detto. Gli esami, l’istru­zione, l’informazione tecnologica: tutto ciò è ripetizione, ripetizio­ne. Siete intellettualmente bloccati. Non osate pensare in maniera indipendente. Non negate. Siete capaci di dire soltanto sì. Siete dei seguaci, degli adoratori dell’autorità. Di conseguenza siete intellettualmente bloccati e, quindi, avete solamente una cosa in cui siete liberi, originali: il sesso.

Anche dal punto di vista emotivo non siete liberi di esprimervi. Pure in questo caso, siete bloccati, impediti, repressi. Non vi godete mai un tramonto, non vedete mai l’albero, né siete con l’albero, nel pieno della gioia, della bellezza dell’albero. Quindi, dal punto di vista emotivo e intellettuale, siete inariditi, tagliati fuori, e la bel­lezza non significa niente per voi, niente. Altrimenti, questa nazio­ne sarebbe diversa. Avete separato la religione dalla bellezza. Non vi metterete mai a sedere, di sera, a guardare tranquillamente le stelle, la luna e i riflessi sull’acqua; voi avete la radio, la televisione, i libri, il cinema: tutto tranne che stare da soli con voi stessi a go­dervi ciò che vi circonda. Quindi, dal punto di vista emotivo, este­tico, nel profondo, siete completamente bloccati. Allora non vi ri­mane altro di vostro, di originale, e questo è il sesso.

E quando il sesso diventa l’unica cosa, distrugge la vita di una persona. E anche questo diventa ripetitivo, anche questo porta a varie forme di dominio, alla costrizione, all’agonia dei rapporti. Anche questo porta alla brutalità, all’intorpidimento della mente: questo piacere ripetitivo. Non c’è, quindi, amore; non c’è bellezza nelle nostre vite né libertà emotiva. E così non rimane altro che quella cosa chiamata sesso.

Allora, per voi, non c’è scoperta della realtà. Perché le religioni vi hanno reso seguaci, non indagatori, non esploratori, non gente che scoprirà. Siete semplicemente persone che ripetono in conti­nuazione, che vanno in chiesa o al tempio, o negano e si limitano a vivere superficialmente. Quindi, la religione non ha veramente si­gnificato, tranne quando avete paura o siete malati, o quando volete qualche tipo di conforto.

Ascoltate, non fatevi prendere dalla noia. Si tratta della vostra vita. Dovete affrontare queste cose. Alla base di tutto c’è la creati­vità – non il fare figli – la creatività che è al di là del tempo e della misura, che rende sempre nuova ogni cosa perché è fuori del tempo. Ma noi continuiamo ad andare alla ricerca di nuove forme di espressione nel mondo artistico, nel mondo dell’estetica. Nuove forme di espressione: ecco tutto ciò che ci interessa. Non siamo in­teressati alla creatività.

Questi sono i numerosi problemi che avete di fronte e dovete trovare da soli le risposte giuste. E c’è la risposta giusta, ovvero: deve esserci completa libertà per voi, completa libertà dalla struttura sociologica, dalla struttura psicologica della società, che è fatta di paura, avidità, invidia, ambizione, ricerca di potere, ricerca di una posizione, dipendenza dal denaro. La corruzione della società: bisogna esserne liberi. Eppure dobbiamo vivere in questo mondo con vitalità, forza, energia. E per farlo, dovete lavorare; dovete la­vorare interiormente, duramente, per spogliarvi di tutti i detriti della società, di tutta la corruzione della società. Quando vi rendete conto di dover farlo, completamente da soli, senza nessuno che vi aiuti, avete un’enorme energia. In quel momento prestate tutta la vostra attenzione a questo compito; in quel momento avete una mente e un cuore straordinariamente vivi, attivi.

La conoscenza di sé è, quindi, legata all’azione; non è una que­stione di fede; entra in funzione, ha effetto se la inseguite con fer­mezza, un giorno dopo l’altro. La consapevolezza proviene dalla conoscenza di sé: ovvero, essere consapevoli degli uccelli, degli al­beri, dello squallore, della sporcizia, della bellezza, del colore, di ogni cosa che vi circonda esternamente. Perché il movimento esterno vi conduce al movimento interiore. Non potete essere so­stenuti dal movimento interiore se non avete compreso quello esterno. Sono una cosa unica; sono un processo unitario, proprio come la marea che va e viene. E dovete fluttuare su questa marea senza compiere sforzi. Potete fluttuare su questa marea senza compiere sforzi quando osservate e ascoltate tutti i suggerimenti del pensiero e le implicazioni del vostro essere, quando non fate altro che ascoltare. Ciò non richiede analisi, introspezione, il che è insopportabile. Richiede soltanto che guardiate, ascoltiate, e che manteniate lo spazio tra l’osservatore e la cosa osservata. Se mantenete completamente vuoto questo spazio, non c’è né osservatore né cosa osservata; c’è soltanto movimento.

E dalla conoscenza di sé nasce una libertà che nessuno, nessun dio, nessun santo, nessuna società può darvi. Dovete avere questa libertà. Perché, altrimenti, le chiese con i loro dogmi e intratteni­menti organizzati prenderanno il sopravvento e voi vivrete in ma­niera ripetitiva, stupida, inutile. E da questa libertà sorge quello stato mentale in cui il cervello è estremamente sensibile, perché ha capito ogni movimento del pensiero, ogni ondata di sensazioni; perché il pensiero e la sensazione non sono due cose separate, sono un unico processo. E la mente è resa giovane, fresca, innocente da questa comprensione, da questa libertà. È soltanto a partire da questo vuoto che avviene il mutamento, e solamente a partire da li può esserci la salvezza dell’essere umano. Solo quando la mente ha capito del tutto questo straordinario mutamento fuori del tempo – non entro i limiti della società ma completamente al di fuori della società – e non diventando monaci, che è una cosa da immatu­ri – quando la mente ha capito l’intera struttura della società, os­sia di voi stessi, da questa comprensione nasce uno straordinario senso di solitudine.

In quel momento siete completamente, indissolubilmente soli. E soltanto allora, in quello stato di completa solitudine, avviene quel movimento che è inizio e fine di ogni cosa. Questa è religione, e niente altro. In quello stato c’è amore; c’è compassione e pietà infi­nita. E in quello stato non c’è né sofferenza né piacere, ma una vi­ta essenzialmente profonda, forte, vitale, chiara.

Saanen, 14 luglio 1964

L’altro giorno stavo parlando di quanto è necessaria la libertà, e con la parola libertà non intendo dire una libertà esterna o fram­mentaria a determinati livelli della propria coscienza. Stavo parlan­do dell’essere totalmente liberi, liberi fin nelle radici della propria mente, in tutte le attività, fisiche, psicologiche e parapsicologiche. La libertà comporta una totale assenza di problemi, non è vero? Infatti, quando la mente è libera, può osservare e agire con grande chiarezza; può essere ciò che è senza alcun senso di contraddizione. Secondo me, una vita piena di problemi – che siano di carattere economico o sociale, pubblico o privato – distrugge e impedisce la chiarezza. E si ha bisogno di chiarezza. Si ha bisogno di una mente che vede molto chiaramente ogni problema che sorge, una mente che riesce a pensare senza confusione, senza condizionamento, una mente che è caratterizzata dall’affetto, dall’amore, che non ha mini­mamente a che vedere con l’emotività o il sentimentalismo.

Per trovarsi in questo stato di libertà – che è estremamente difficile da capire e richiede una lunga serie di indagini – si deve avere una mente indisturbata, tranquilla, una mente che funziona nel complesso, non soltanto in periferia, ma anche al centro. Que­sta libertà non è un’astrazione, non è un ideale. Il movimento della mente in libertà è una realtà, mentre gli ideali e le astrazioni non hanno assolutamente a che vedere con esso. Questa libertà ha luo­go naturalmente, spontaneamente – senza alcun tipo di coercizio­ne, disciplina, controllo o persuasione – quando comprendiamo l’intero processo della nascita e della fine dei problemi. Una mente che ha un problema – che è veramente una forma di disturbo – e che è fuggita da quel problema, continua a essere paralizzata, le­gata; non è libera. Per la mente che non riesce a risolvere tutti i problemi man mano che si presentano, a ogni livello – fisico, psi­cologico, emotivo – non può esserci nessuna libertà e, quindi, nessuna chiarezza di pensiero, di vedute, di percezione.

Quasi tutti gli esseri umani hanno problemi. Per problema intendo il protrarsi di un disturbo creato dalla risposta inadeguata a una sfida – vale a dire, dall’incapacità di far fronte a una questione in maniera totale, con tutto il proprio essere – o dall’indifferenza che sfocia nell’abituale accettazione dei problemi e nella rassegna­zione. C’è un problema quando non si riesce a far fronte a ogni que­stione e a portarla a conclusione, non domani né in qualche data a venire, ma mentre si presenta, ogni minuto, ogni ora, ogni giorno.

Ogni problema a qualsiasi livello, conscio o inconscio, è un fattore che distrugge la libertà. Un problema è qualcosa che non comprendiamo completamente. Il problema potrebbe essere il dolore, il disagio fisico, la morte di qualcuno o la mancanza di dena­ro; potrebbe essere l’incapacità di scoprire da soli se dio è una realtà o semplicemente una parola senza fondamento. Ci sono i problemi dei rapporti, sia pubblici che privati, individuali come pure collettivi. il non capire la complessità dei rapporti umani ge­nera problemi; e quasi tutti noi abbiamo problemi del genere, che causano malattie psicosomatiche e paralizzano la mente e il cuore. Sovraccaricati da questi problemi, ci rivolgiamo a varie forme di fuga: abbiamo il culto dello Stato, accettiamo l’autorità, cerchiamo qualcuno che ci risolva i problemi, ci immergiamo nell’inutile ripe­tizione delle preghiere e dei rituali, cominciamo a bere, ci abban­doniamo al sesso, all’odio, all’autocommiserazione, e così via.

Così abbiamo organizzato con cura una rete di fughe – razio­nali o irrazionali, nevrotiche o intellettuali – che ci permette di accettare tutti i problemi umani che sorgono e, quindi, di rasse­gnarci. Ma questi problemi creano inevitabilmente confusione, e la mente non è mai libera.

Ecco perché ho detto fin dall’inizio che la libertà è una neces­sità. Persino Karl Marx – il dio dei comunisti – scrisse che gli esseri umani devono essere liberi. Secondo me, la libertà è assolu­tamente necessaria – libertà all’inizio, libertà nel mezzo, libertà alla fine – ma la libertà è negata quando mi porto dietro un proble­ma fino al giorno seguente. Ciò vuol dire che non devo solamente scoprire come sorge un problema, ma anche come porvi fine com­pletamente, chirurgicamente, in modo che non ci sia la ripetizione del problema, il portarselo dietro, la sensazione che ci penserò so­pra e troverò la risposta domani. Se mi porto dietro un problema fino al giorno seguente, gli ho fornito il terreno in cui mettere le radici, e l’eliminazione di quel problema diventa un altro proble­ma. Quindi, devo agire in maniera così drastica e immediata da porre completamente fine al problema.

Secondo me, come ho detto, la libertà è della massima impor­tanza. Ma la libertà non può assolutamente essere compresa senza intelligenza, e l’intelligenza può entrare in funzione solamente quando abbiamo capito, completamente e da soli, la causa originaria dei problemi. La mente deve essere pronta, attenta, deve tro­varsi in uno stato di ipersensibilità, in modo che ogni problema venga risolto appena si presenta. Altrimenti non c’è vera libertà; c’è una libertà frammentaria, esterna, che non ha nessun valore. È come un uomo ricco che dice di essere libero. Buon dio! È schiavo del bere, del sesso, delle comodità, di decine di cose. E il povero che dice: “Sono libero perché non ho soldi”, ha altri problemi. Quindi, la libertà e il mantenimento della libertà non possono essere una pura astrazione; devono essere un’esigenza assoluta da parte vostra, in quanto esseri umani, perché potete amare solamen­te quando c’è libertà. Come potete amare se siete ambiziosi, avidi, competitivi?

Varanasi, 26 novembre 1964

Conosciamo lo spazio solamente quando c’è l’osservatore, il centro, l’oggetto, che crea lo spazio. Un mobile crea spazio attorno a sé – come lo crea anche un muro, una casa – e questo è il solo spazio che conoscete: lo spazio che osservate con i vostri occhi quando guardate dalla terra verso la luna, verso le stelle.

Stiamo, quindi, per prendere in esame il problema dello spazio senza oggetto. E soltanto in questo spazio c’è libertà; lo spazio sen­za oggetto è libertà. Prendendo in esame lo spazio e la libertà, sco­priremo da soli anche cos’è l’amore. Perché senza amore non c’è libertà. L’amore non è sentimentalismo, l’amore non è emotività. L’amore non vuol dire trovarsi in uno stato emotivo o devozionale.

Quindi, ci apprestiamo a scoprirlo da soli. Per scoprire, dob­biamo creare spazio nella mente. Dobbiamo svuotare la mente, è evidente, in modo da dare spazio: non spazio in un ambito limi­tato del pensiero, ma spazio senza limiti e spazio all’interno – se possiamo dividerlo così – ossia, spazio nella mente e nel cuore; altrimenti non c’è amore, non c’è libertà. E senza amore e libertà, l’essere umano è perduto. Potete vivere agiatamente al quindice­simo piano di un grattacielo o vivere miseramente in un infimo villaggio, ma sarete perduti se non avrete questo spazio straordi­nario e illimitato all’interno della mente e del cuore, dentro tutto il vostro essere.

Madras, 16 dicembre 1964

Stiamo per chiederci se è mai possibile alla mente umana – che è così vincolata, che è il risultato di due milioni di anni di tempo, spazio e distanza, che è il risultato di così tante sollecitazioni – se a tale mente è possibile provocare un mutamento al di fuori del tempo e, quindi, all’istante. E per esaminare la questione dovete esigere libertà, perché non potete prenderla in esame se siete vincolati. Dovete avere una mente libera, una mente che non ha pau­ra, una mente che non ha fede, una mente che non proietta il pro­prio condizionamento, le speranze, i desideri.

Quindi, è soltanto con l’indagine che si giunge alla scoperta, e per indagare si deve essere liberi. La maggior parte di noi ha perso – o forse non ha mai avuto – l’energia per indagare. Siamo piut­tosto disposti ad accettare, a seguire il vecchio sentiero, ma non sappiamo come indagare. Lo scienziato nel suo laboratorio compie un’indagine. Ricerca, guarda, chiede, mette in discussione, in dubbio, ma fuori del laboratorio è esattamente come tutti gli altri, ha smesso di indagare. E indagare dentro se stessi non richiede soltanto libertà, ma un sorprendente senso di percezione, di visione.

Sapete, è relativamente facile andare sulla luna e oltre, come è stato dimostrato. Ma è sorprendentemente difficile andare verso l’interiorità. E per andare continuamente verso l’interiorità, la pri­ma cosa necessaria è la libertà; non libertà da qualcosa, ma l’atto liberatorio che è indipendente dal motivo e dalla rivolta. Quando la libertà diventa una rivolta, è una semplice reazione alla condi­zione in cui si trova; è una rivolta a qualcosa e, quindi, non è libe­ra. Posso rivoltarmi contro la società attuale. La società attuale può essere stupida, corrotta, inetta, inefficiente; posso rivoltarmi, ma questa rivolta è una semplice reazione, come il comunismo è una reazione al capitalismo. Quindi, questa rivolta non fa che pormi in una posizione modificata secondo lo stesso modello. Dun­que, non stiamo parlando della rivolta che è una reazione, ma stia­mo parlando della libertà che non è libertà da qualcosa.

Non so se avete mai percepito la natura della libertà – non per calcolo o per induzione – quando sentite all’improvviso di non avere più pesi, problemi, e la mente è estremamente viva e tutto il corpo il cuore e il sistema nervoso, tutto – è vigoroso, vibran­te, forte. Una tale libertà è necessaria. È evidente che soltanto la mente libera può veramente indagare, non una mente che dice “Ho fede e indagherò”, non una mente che teme ciò che le acca­drà durante l’indagine e che, quindi, smette di indagare.

Per indagine si intende l’indagine di una mente equilibrata, sa­na, che non è persuasa dalle proprie opinioni e da quelle altrui, cosicché è in grado di vedere ogni cosa molto chiaramente, minuto per minuto, mentre si muove, mentre fluisce. La vita è un movi­mento nei rapporti che è azione. E, a meno che non ci sia libertà, la semplice rivolta non ha alcun significato. Una persona veramen­te religiosa non è mai in rivolta. È una persona libera: libera, non dal nazionalismo, dall’avidità, dall’invidia e da tutto il resto; è sem­plicemente libera.

E per indagare, deve esserci la comprensione della natura e del significato della paura, perché una mente che teme a tutti i livelli del proprio essere non è evidentemente all’altezza del rapido movi­mento dell’indagine. Sapete, a causa della tradizione, a causa del peso dell’autorità, specialmente in India, la gente si vanta conti­nuamente di settemila anni di cultura e ne è molto orgogliosa! E la gente che parla in continuazione di questa cultura, forse non ha niente da dire, e perciò ne parla. Una mente che è vincolata dal peso della tradizione e dell’autorità non è una mente libera. Biso­gna andare al di là della civiltà e della cultura. Soltanto una mente simile è in grado di indagare e di scoprire ciò che è vero, e nessuna altra mente. La mente tradizionalistica può parlare di ciò che è ve­ro e avere infinite teorie a riguardo, ma la scoperta richiede una mente libera da ogni autorità e, quindi, da ogni paura.

Saanen, 18 luglio 1965

Abbiamo parlato della necessità di una rivoluzione fondamentale e radicale in noi stessi. Non stavamo parlando di una rivoluzio­ne in noi stessi in quanto individui – di salvare in modo specifico la nostra piccola anima – ma di una rivoluzione in noi stessi in quanto esseri umani in totale rapporto con tutti gli altri esseri umani. Possiamo separarci consciamente in piccole e insignificanti individualità, ma nel profondo, nell’inconscio, siamo l’esperienza umana ereditaria di tutti i tempi. E i semplici cambiamenti superfi­ciali a livello economico o sociale, sebbene possano dare un po’ più di comodità e di agiatezza, non sono produttivi in una società nuova. Non ci interessa soltanto la trasformazione dell’essere uma­no riguardo alla totalità della sua natura, ma anche la creazione di una società diversa, di una società buona, e una buona società non è possibile se non ci sono esseri umani buoni. Gli esseri umani buoni non prosperano in prigione. La bontà scaturisce dalla libertà, non dalla tirannia, né dai sistemi monopartitici, politici o re­ligiosi che siano.

La società ritiene che la libertà le rechi danno perché, quando è libero, l’individuo persegue i propri interessi specifici. Con l’inge­gnosità e l’astuzia, l’individuo domina quelli che hanno un minor spirito di iniziativa e, quindi, la sensazione, l’idea, il giudizio in ge­nerale è che la libertà è contraria a una società buona. Di conse­guenza, le tirannie cercano di controllare, nell’ambito religioso come pure in quello economico o sociale, la mente umana; esse pena­lizzano la mente, tentando di impedire che l’essere umano pensi liberamente. Nelle cosiddette società democratiche c’è evidentemente maggiore libertà, altrimenti non staremmo seduti qui a discutere. Una cosa che non sarebbe permessa in certi paesi. Ma la libertà viene negata anche nelle democrazie, quando assume la forma di una rivolta. Ora, però, non stiamo parlando di rivolta in senso po­litico ma, invece, di un completo sviluppo della bontà umana, che è la sola a poter creare una società creativa.

La bontà dell’essere umano può svilupparsi solamente nella li­bertà, nella libertà totale e, per capire la questione della libertà, bi­sogna addentrarvisi, non solamente in termini di ordine sociale, ma anche in termini di rapporti individuali nei confronti della società. La società sopravvive mantenendo una parvenza di ordine. Se si os­serva la società in cui si vive – che sia di sinistra, di destra o di cen­tro – si vede che essa esige ordine, rapporti sociali in cui l’indivi­duo non sfrutta in modo sfrenato gli altri. Ma l’ordine viene negato a causa della struttura vera e propria, della fondamentale struttura psicologica della società. Sebbene possa dichiararsi diversa, la so­cietà – per come la conosciamo – si basa sulla competitività, sull’avidità, sull’invidia, sulla ricerca aggressiva della propria realiz­zazione, dei propri scopi, e in una società simile non può esserci nessuna libertà e, quindi, nessun ordine. La società così come è, che sia di sinistra o di destra, è disordine, perché non è interessata alla fondamentale trasformazione della mente umana. Questa trasfor­mazione o rivoluzione interiore può aver luogo soltanto nella li­bertà, e per libertà non intendo una reazione, una libertà da qualcosa. La libertà da qualcosa è una reazione e non è affatto libertà.

Se la mente si limita a liberarsi da un certo modo di pensare, da certe idee o da certe forme di espressione, in questa libertà da qualcosa, che è una reazione, è spinta in un’altra forma di difesa, a partire dalla quale non c’è affatto libertà. Quindi, bisogna essere molto chiari sul significato che si dà alla parola libertà. So che il problema della libertà è stato discusso in un gran numero di libri; ha dato origine a filosofie, idee e concetti religiosi, e a innumerevo­li espressioni politiche. Ma vivendo, come viviamo, in un mondo distruttivo, pieno di sofferenza, di infelicità e di confusione, ed es­sendo dominati dai problemi, dalle frustrazioni, dalla disperazione, a meno che voi e io in quanto esseri umani in totale rapporto con gli altri esseri umani – non scopriamo da soli cos’è la libertà, non può svilupparsi la bontà. La bontà non è una semplice parola sentimentale, ma ha un’importanza straordinaria e, in sua mancan­za, non vedo come si possa agire senza reazioni, nelle quali c’è infelicità, paura e disperazione.

Credo, quindi, che la mente umana abbia la necessità di capire appieno cos’è la bontà. La parola bontà non è il fatto, la parola non è la cosa, e dovremmo stare molto attenti a non venir catturati dalla parola e dalla sua definizione. Dobbiamo invece trovarci in quello stato che e bontà, dobbiamo capirlo. La bontà non può svilupparsi e prosperare se non in libertà. La libertà non è una reazione, non è libertà da qualcosa, né è una resistenza o una rivolta contro qualco­sa. È uno stato mentale, e questo stato mentale che è libertà non può essere capito se non c’è spazio. La libertà esige spazio.

Nel mondo c’è sempre meno spazio; le città sono sempre più affollate. L’esplosione demografica sta negando spazio a tutti. La maggior parte di noi vive in una stanzetta circondata da innumere­voli altre stanzette, e non c’è spazio se non – forse – quando andiamo a fare un giro in campagna, lontano dai centri abitati, dal fumo, dalla sporcizia e dal rumore. In questo caso c’è una certa li­bertà, ma non può esserci libertà interiore se non c’è spazio interiore. Ancora una volta, la parola spazio è una cosa e la realtà è un’altra, quindi vi suggerirei di non attaccarvi a questa parola per non rimanere poi intrappolati nel tentativo di analizzarla o definirla. Potete facilmente cercare la parola spazio nel dizionario e vedere come è definita.

Ora, possiamo porci la domanda: “Cos’è lo spazio?” e fermarci lì, senza cercare di definire la parola, senza tentare di entrarci den­tro o di indagarla e, invece, vedere cosa significa da un punto di vista non verbale. La libertà e lo spazio vanno di pari passo. Per quasi tutti noi lo spazio è il vuoto attorno a un oggetto: attorno a una sedia, attorno a un edificio, attorno a una persona o attorno ai contorni della mente.

Dovete solo ascoltare quanto viene detto, non approvare né disapprovare, perché stiamo per addentrarci in qualcosa di molto sottile e difficile da esprimere a parole, ma dobbiamo addentrarci se vogliamo capire cos’è la libertà.

La maggior parte di noi conosce lo spazio soltanto in relazione a un oggetto. C’è un oggetto e, attorno, c’è ciò che chiamiamo spazio. C’è la tenda che vediamo, e all’interno e attorno c’è spazio.

C’è spazio attorno a quell’albero, attorno a quella montagna. Conosciamo lo spazio solamente entro le quattro mura di un fabbri­cato, o fuori del fabbricato, o attorno a qualche oggetto. Allo stes­so modo, conosciamo lo spazio interiore soltanto a partire dal cen­tro che l’osserva. C’è un centro, un’immagine – e, ancora una vol­ta, la parola immagine non è la cosa reale – e attorno a questo centro c’è spazio; quindi, conosciamo lo spazio solamente in rela­zione all’oggetto che si trova all’interno di quello spazio.

Ora, c’è spazio senza oggetto, senza il centro da cui voi, in quanto esseri umani, state guardando? Lo spazio, come sappiamo, ha a che fare con la forma, con la struttura; esiste nel rapporto tra una struttura e un’altra struttura, tra un centro e un altro centro. Ora, se lo spazio esiste solamente in relazione all’oggetto, o per il fatto che la mente ha un centro dal quale guardare verso l’esterno, questo spazio è limitato e, quindi, in esso non c’è libertà. Essere li­beri in una prigione non è libertà. Liberarsi di un determinato pro­blema entro le quattro mura dei propri rapporti – vale a dire en­tro lo spazio limitato della propria immagine, dei propri pensieri, delle proprie attività, idee, conclusioni – non è libertà.

Vorrei ancora una volta suggerirvi di osservare, attraverso le parole di chi vi parla, lo spazio limitato che avete creato intorno a voi in quanto esseri umani in rapporto con gli altri, come esseri umani che vivono in un mondo di distruzione e di brutalità, come esseri umani in rapporto a una determinata società. Osservate il vostro spazio, guardate quanto è limitato. Non voglio dire le dimensioni della stanza in cui vivete, per piccola o grande che sia, non sto par­lando di questo. Intendo lo spazio interiore che ognuno di noi ha creato attorno alla propria immagine, attorno al centro, attorno a una conclusione. Quindi, l’unico spazio che conosciamo è quello che ha un oggetto come centro.

Non so se sto spiegandomi chiaramente. Sto cercando di dire che, finché esiste un centro attorno al quale c’è spazio o un centro che crea spazio, non c’è affatto libertà. E quando non c’è libertà, non c’è né la bontà né lo sviluppo della bontà. La bontà può svi­lupparsi solamente quando c’è spazio: in uno spazio in cui non c’è immagine, non c’è centro.

Mettiamola differentemente. Sapete, è nella natura di una mente buona, sana, forte, esigere la libertà, non soltanto per sé ma per gli altri. Ma la parola libertà è stata tradotta in vari modi, religiosi, eco­nomici e sociali. In India è stata tradotta in un modo, e qui in Sviz­zera in un altro. Quindi, addentriamoci nella questione di cos’è la libertà per un essere umano. Isolarsi in un monastero, diventare un monaco itinerante o vivere in qualche fantastica torre di avorio, non è sicuramente libertà. Né è libertà identificarsi con un particolare gruppo religioso o ideologico. Quindi, indaghiamo su ciò che è la libertà e su come può esserci libertà in ogni rapporto.

Ora, per capire la libertà nei rapporti, si deve approfondire la questione di cos’è lo spazio, giacché la mente di quasi tutti noi è piccola, insignificante, limitata. Siamo fortemente condizionati, condizionati dalla religione, dalla società in cui viviamo, dall’istru­zione, dalla tecnologia; siamo limitati, obbligati a conformarci a determinati modelli, e vediamo che non c’è libertà entro questa area circoscritta. Ma esigiamo la libertà, la completa libertà, non soltanto una libertà parziale. Vivere in una cella carceraria per ventiquattro ore al giorno e andare ogni tanto nel cortile della prigio­ne a passeggiare non è libertà. Un essere umano che vive nella so­cietà odierna, con tutta la confusione, l’infelicità, i conflitti, le tor­ture, esige la libertà, e questa esigenza è una cosa sana, normale. Quindi, vivendo nella società – vivendo in rapporto con la fami­glia, con le proprietà, con le idee – che cosa significa essere libe­ri? La mente può mai essere libera se non ha uno spazio illimitato dentro di sé, non uno spazio creato dall’idea di spazio, creato da un’immagine che ha come centro un determinato spazio limitato attorno a sé? Sicuramente, l’essere umano deve scoprire il rappor­to che esiste tra libertà e spazio. Cos’è lo spazio? E c’è spazio sen­za un centro, senza l’oggetto che crea lo spazio?

State seguendo? È molto importante scoprire da soli cos’è lo spazio. Altrimenti non può esserci libertà e saremo sempre tor­mentati, saremo sempre in conflitto tra noi, e non faremo altro che rivoltarci contro la società, il che non ha il minimo significato. Smettere semplicemente di fumare, oppure diventare un beatnik, o dio solo sa cos’altro, non ha alcun significato, perché queste non sono altro che forme di rivolta all’interno della prigione.

Ora, stiamo cercando di scoprire se esiste una cosa come la li­bertà che non è rivolta, la libertà che non è una creazione concet­tuale della mente, ma un dato di fatto. E, per scoprirlo, bisogna indagare a fondo la questione dello spazio. Una mente meschina, piccolo borghese, del ceto medio – o una mente aristocratica, che è altrettanto meschina – può pensare di essere libera, ma non lo è perché vive entro i limiti del proprio spazio, lo spazio imprigionan­te creato dall’immagine in cui essa funziona. È chiaro? Quindi, non potete avere ordine senza libertà, e non potete avere libertà senza spazio. Spazio, libertà e ordine sono tutti e tre congiunti, non sono separati. Una società di estrema sinistra spera di creare l’ordine con la dittatura, la tirannia di un partito politico, ma non può creare l’ordine – in senso economico, sociale o in qualsiasi al­tro senso – perché l’ordine richiede la libertà interiore dell’uomo, non come singolo individuo che salva la sua piccola anima, sporca e meschina, ma come essere umano che è vissuto per due o più milioni di anni, con tutta la vasta esperienza dell’umanità.

L’ordine è virtù, e la virtù o la bontà non possono prosperare in una società che è sempre in contraddizione con se stessa. Gli influssi esterni – gli aggiustamenti economici, le riforme sociali, i progressi tecnologici, il viaggio su Marte e tutto il resto – non possono assolutamente produrre ordine. Ciò che produce ordine è l’indagine sulla libertà: non un’indagine intellettuale, ma un vero lavoro di smantellamento del nostro condizionamento, dei pregiu­dizi limitativi, della ristrettezza di idee, uno smantellamento dell’intera struttura psicologica della società, di cui facciamo parte. Se non si distrugge tutto ciò, non c’è libertà e, quindi, non c’è ordine. È come una mente limitata che tenta di capire l’immensità del mondo, della vita, della bellezza. Non ci riesce. Riesce a imma­ginare, a scrivere una poesia sull’argomento, a dipingere un qua­dro, ma la realtà è differente dalla parola, diversa dall’immagine, dal simbolo, dal quadro. L’ordine può nascere solamente dalla consapevolezza del disordine. Non potete creare l’ordine, pensateci bene. Potete essere consapevoli soltanto del disordine, sia esterno che interiore. Una mente disordinata non può creare l’ordine, perché non sa cosa significa. Può soltanto reagire a ciò che crede sia il disordine creando un modello che chiama “ordine”, per poi conformarvisi. Ma se la mente è cosciente del disordine in cui vive – il che significa essere consapevoli del negativo senza proiettare il cosiddetto positivo – l’ordine diventa qualcosa di straordinariamente creativo, mobile, vivo. L’ordine non è un modello da seguire un giorno dopo l’altro. Seguire un modello che voi stessi avete creato, metterlo in pratica ogni giorno, è disordine: il disordine dello sforzo, del conflitto, dell’avidità, dell’invidia, dell’ambizione, il disordine di tutti i piccoli esseri umani insignificanti che hanno creato la società attuale e ne sono rimasti condizionati.

Ora, si può diventare consapevoli del disordine, esserne consa­pevoli senza scegliere, senza dire: “Questo è disordine e quello è ordine”? Si può essere consapevoli del disordine senza compiere scelte? È una cosa che richiede una straordinaria intelligenza, sen­sibilità, e in questa consapevolezza senza scelte c’è anche una disci­plina che non è un puro conformismo.

Sto andando troppo in fretta? Sto mettendo troppe idee nel ce­stello, per così dire, presentandole tutte allo stesso momento?

Vedete, per la maggior parte di noi, la disciplina – che ci piac­cia o no, che la mettiamo in pratica o no, che ne siamo coscienti o no – è una forma di conformismo. Tutti i soldati del mondo – quei poveri disgraziati di esseri umani, di sinistra o di destra che siano – sono obbligati a conformarsi a un modello, perché si suppone che debbano fare determinate cose. E sebbene noialtri non siamo soldati addestrati a sterminare il prossimo e a proteg­gere noi stessi, la disciplina ci viene ugualmente imposta dall’ambiente, dalla società, dalla famiglia, dalle cariche che rico­priamo, dalla routine dell’esistenza quotidiana, oppure siamo noi stessi a disciplinarci.

Quando prendiamo in esame l’intera struttura e il significato della disciplina, che sia disciplina imposta oppure autodisciplina, vediamo che è una forma di conformismo esteriore o interiore, oppure un adattamento a un modello, a un ricordo, a un’esperienza. E ci rivoltiamo contro la disciplina. Ogni mente umana si rivolta contro la stupidità del conformismo, stabilito da dittatori, preti, santi, dèi o da chicchessia. Eppure riconosciamo che ci vuole una certa disciplina nella vita, una disciplina che non è puro conformi­smo, che non è un adattamento a un modello, che non si basa sulla paura e su tutto il resto; perché, se non c’è nessuna disciplina, non si riesce a vivere. Bisogna quindi scoprire se c’è una disciplina che non è conformismo, perché il conformismo distrugge la li­bertà, non la fa mai nascere. Osservate le religioni organizzate di tutto il mondo, i partiti politici. È evidente che il conformismo distrugge la libertà, e non abbiamo bisogno di approfondire la que­stione. O lo vedete, o non lo vedete: dipende da voi.

La disciplina del conformismo, che è creata dalla paura della so­cietà e fa parte della struttura psicologica della società, è immorale e portatrice di disordine, e noi ne siamo prigionieri. Ora, può la mente scoprire se c’è un certo meccanismo della disciplina che non è un procedimento di controllo, di manipolazione, di adeguamento? Per scoprirlo si deve essere consapevoli dello straordinario disordine, della confusione, dell’infelicità in cui si vive; ed esserne consapevoli – non in maniera frammentaria, ma totalmente e, quindi, senza scelte – è in sé disciplina.

Se sono pienamente consapevole di ciò che sto facendo, se sono inevitabilmente consapevole del movimento della mia mano, per esempio, questa stessa consapevolezza è una forma di disciplina in cui non c’è conformismo. È chiaro? Non potete capirlo semplicemente a parole, dovete farlo realmente, dentro di voi. L’ordine può nascere soltanto da quel senso di consapevolezza in cui non c’è scel­ta e che, quindi, è piena consapevolezza, totale sensibilità a ogni movimento del pensiero. Questa totale consapevolezza è in sé disci­plina senza conformismo; perciò, a partire dalla totale consapevo­lezza del disordine, c’è ordine. La mente non ha prodotto l’ordine.

Per avere ordine, che è la scaturigine della bontà e della bellez­za, deve esserci libertà, e non c’è libertà se non avete spazio.

Ora vi farò una domanda, ma vi prego di non rispondermi. Cos’è lo spazio? Ponetevi questa domanda, non con leggerezza, ma seriamente, come io sto ponendola a voi. Cos’è lo spazio? Adesso la vostra mente conosce soltanto lo spazio entro i limiti di una stanza, o lo spazio che un oggetto crea attorno a sé. Questo è l’unico spazio che conoscete. E c’è spazio senza l’oggetto? Se non c’è spazio senza l’oggetto, allora non c’è nessuna libertà e, quindi, non c’è ordine, bellezza, non si sviluppa la bontà. C’è soltanto una lot­ta incessante. Quindi, la mente deve scoprire – lavorando duramente, e non limitandosi ad ascoltare qualche parola – che esiste effettivamente lo spazio senza centro. Una volta scoperto questo, c’è libertà, c’è ordine, e in quel momento la bontà e la bellezza prosperano nella mente umana.

La disciplina, l’ordine, la libertà e lo spazio non possono esistere senza la comprensione del tempo. È molto interessante esaminare la natura del tempo: il tempo dell’orologio, il tempo inteso come ieri, oggi e domani, il tempo che dedicate al lavoro e al sonno. Ma c’è anche un tempo che non è segnato dall’orologio e che è molto più difficile da capire. Noi consideriamo il tempo come un mezzo per creare l’ordine. Diciamo: “Dateci qualche altro anno e saremo buoni, creeremo una nuova generazione, un mondo meraviglioso”. Oppure parliamo di creare un diverso tipo di essere umano, uno che sarà totalmente questo o totalmente quello. Quindi, consideriamo il tempo come un mezzo per creare l’ordine ma, se osserviamo bene, vediamo che il tempo non fa altro che generare disordine.

Saanen, 27 luglio 1965

Ciò che stiamo per fare adesso non è una questione di scambio di informazioni, ma sia voi che io stiamo per indagare, per entrare assieme in qualcosa che non conosciamo. Ma non aspettate che sia io a dirvelo o a condividere con voi ciò che non avete; non aspettate che sia io a darvi l’illuminazione o la libertà. Nessuno può darvi la libertà né può condividerla con voi. Tuttavia, la maggior parte di noi è abituata allo schema di uno che dà e un altro che riceve, un atteggiamento che crea una divisione nella vita e genera auto­rità, con tutti i mali che ne conseguono. In verità non esiste chi se­gue e chi guida, né chi insegna e chi impara, ed è una cosa meravi­gliosa, se ve ne rendete conto da soli. C’è una grande bellezza, c’è libertà, c’è la fine della sofferenza, perché dobbiamo lavorare, in­dagare, demolire, distruggere tutto ciò che è falso e, quindi, cercare di scoprire da soli. Adesso prenderemo in esame due cose che per la maggior parte di noi sono della massima importanza nella vita: l’amore e quella cosa chiamata morte. Per indagare, scoprire, svelare, c’è evidentemente bisogno di libertà: non la libertà alla fi­ne, ma la libertà dall’inizio. Senza libertà non potete guardare, non potete indagare, non potete muovervi nell’ignoto. Una mente che vuole indagare – nel difficile campo scientifico o nella complessa e misteriosa sfera della coscienza umana – ha bisogno di libertà. Non potete arrivarci con la conoscenza, con i pregiudizi, con le an­sie e le paure, perché questi fattori modellerebbero la vostra perce­zione, vi spingerebbero in diverse direzioni, e verrebbe quindi a cessare ogni vera indagine. Similmente, quando cerchiamo di vedere il significato di questa cosa straordinaria – la cosa che chiamiamo amore – non possiamo arrivarci per mezzo dei nostri pregiu­dizi, delle conclusioni, delle nozioni preconcette secondo le quali deve essere in questo modo o deve essere in quell’altro; non pos­siamo dire che l’amore deve esprimersi nella famiglia, tra moglie e marito, o che c’è l’amore profano e quello spirituale, perché tutto ciò ci impedisce di addentrarci nella questione in maniera profon­da, libera, e con un’intensa ricerca.

Per indagare abbiamo bisogno di libertà e, quindi, dobbiamo essere consapevoli fin dall’inizio di quanto siamo condizionati, pie­ni di pregiudizi; dobbiamo renderci conto che osserviamo la vita attraverso il desiderio del piacere e, di conseguenza, impediamo a noi stessi di vedere ciò che realmente è. E quando ci siamo liberati di queste cose, possiamo forse indagare su quella cosa straordina­ria chiamata amore.

Viviamo nel mondo e in rapporto con esso: i rapporti tra uomo e donna, tra amici, tra noi stessi e le nostre idee, ciò che possedia­mo, e via dicendo. La vita esige il rapporto, e il rapporto non può esistere quando la mente si isola in tutte le sue attività. Osservate questo meccanismo in voi stessi. Quando c’è attività egocentrica, non ci sono rapporti. Che stiate dormendo nello stesso letto con un’altra persona, o viaggiando in un autobus affollato, o guardan­do una montagna, finché la vostra mente è catturata dall’attività egocentrica, è evidente che ciò può portare soltanto all’isolamento e quindi non c’è rapporto.

Ora, è a partire dall’inquietudine dell’attività egocentrica che la maggior parte di noi inizia a indagare su cos’è l’amore, e ciò conti­nua a ostacolare una vera indagine, perché ogni azione egocentrica si basa sulla ricerca del piacere e sull’evitamento del dolore. Finché indaghiamo a partire da un centro che esiste per il proprio piacere, la nostra indagine è inutile e vana. Per indagare veramente bisogna essere liberi dall’attività egocentrica, e ciò è estremamente difficile. Richiede una notevole intelligenza, una notevole comprensione, una notevole introspezione, e perciò si deve avere un’ottima mente, una mente che non è sentimentale, emotiva, che non è trascinata dall’entusiasmo, una mente molto limpida, consa­pevole, sensibile a tutto. Soltanto una mente simile può cominciare a indagare su ciò che chiamiamo amore.

Roma, 10 aprile 1966

Se vogliamo scoprire cos’è la realtà, deve esserci una completa libertà dal condizionamento in cui vive l’essere umano, ossia dalla propaganda. Ogni giorno, fin dall’infanzia, ci viene detto chi è dio e chi non è, come trovarlo tramite il Redentore, il prete, i rituali. A meno che non riusciamo a essere veramente, seriamente consape­voli del nostro condizionamento e a sbarazzarcene, non alla fine, ma immediatamente, non c’è via di uscita. Per quanto possiamo capire, è sempre esistita l’idea secondo cui dio è fuori e dentro di noi. Personalmente, non mi piace usare la parola dio, perché è sovraccarica di significati. Dobbiamo scoprire se esiste una cosa, una verità, se esiste una realtà, un qualcosa di inimmaginabile, impen­sabile, incondizionato.

Domanda: C’è spazio dentro e fuori della casa.

Krishnamurti: Si, ho fatto questo esempio. La casa esiste nello spazio; crea lo spazio. Grazie alla casa, conoscete lo spazio. Non potete pensare allo spazio senza colui che pensa, e dovete scoprire se c’è spazio senza l’oggetto.

Ancora una volta, prendiamo per esempio l’amore. È una parola sovraccarica di significati, ma adesso non la usiamo nel senso sentimentale, emotivo, devozionale del termine. La usiamo in quello non sentimentale. Quando diciamo: “Amo il mio paese, mia moglie, la mia famiglia, il mio dio”, o qualsiasi altra cosa, c’è un oggetto da amare, che sia un’idea o un’entità. Quando l’oggetto si sposta, l’amore si ingarbuglia e diventa gelosia. Noi vogliamo sape­re se c’è amore senza l’oggetto. Né la bellezza, né lo spazio, né l’amore sono il risultato di un oggetto. Questa è un’indagine molto impegnativa. Per portarla avanti, dobbiamo avere ordine, e per ordine si intende una libertà in cui non c’è invidia, ambizione, avi­dità o culto del successo; altrimenti c’è disordine, e una mente di­sordinata non potrà mai fare delle scoperte.

Tutto ciò di cui abbiamo discusso non rende la mente isolata, ma decisamente sola. Bisogna essere soli, però non isolati come un monaco. Essere veramente soli richiede libertà. Non è la solitudine dell’autocommiserazione e della malinconia; è una cosa meravigliosa vedere chiaramente che siete soli. Quando tutti attorno a voi gridano slogan nazionalistici e agitano le bandiere, e pensate che sia una cosa insensata, siete soli.

New Delhi, 19 novembre 1967

Votarsi alla libertà e a scoprire cos’è l’amore, sono queste le uniche due cose che contino: la libertà e quella cosa chiamata “amore”. Senza libertà totale non può esserci assolutamente amore, e una persona seria si impegna soltanto in queste due cose e in niente altro. La libertà implica che la mente si liberi totalmente da ogni condizionamento. Vale a dire che, per decondizionarsi – dall’essere induista, sick, musulmana, cristiana o comunista – la mente deve trovarsi in completa libertà, perché la divisione degli esseri umani in induisti, buddhisti, musulmani, cristiani, o america­ni, comunisti, socialisti, capitalisti e via dicendo, ha portato disa­stri, confusione, infelicità, guerra.

Quindi, è innanzitutto necessario che la mente si liberi dal condizionamento. Potreste dire che non è possibile. Se dite che non è possibile, non c’è via di uscita. È come un uomo che vive in prigio­ne e dice: “Non posso uscirne”. Tutto ciò che può fare è decorare la prigione, lustrarla, renderla più confortevole, più comoda, limitare se stesso e le proprie attività all’interno delle quattro mura che ha costruito egli stesso. Molti dicono che non è possibile; tutto il mondo comunista dice che non è possibile, quindi bisogna condi­zionare la mente in un altro modo, prima facendo il lavaggio del cervello, e poi condizionandola secondo il sistema comunista. E i religiosi hanno fatto esattamente la stessa cosa, subiscono il lavag­gio del cervello fin dall’infanzia e vengono condizionati in modo da credere di essere induisti, sikh, musulmani, cattolici. Le religio­ni parlano di amore e di libertà, ma insistono sul condizionamento della mente. Quindi, se dite che l’essere umano non è in grado di liberarsi dal condizionamento, non avete problemi. Accettate la prigione e ci vivete dentro, con le guerre, la confusione, i conflitti, l’infelicità, l’angoscia e la solitudine della vita, con la sua violenza, brutalità e odio, il che è in realtà ciò che fate. Ma se dite: “Deve essere possibile decondizionare la mente”, allora possiamo adden­trarci nella questione; allora procediamo insieme – non c’è un’au­torità che vi guida, né un oratore che vi prende per mano e vi gui­da passo per passo – perché, quando c’è libertà, non c’è autorità. La libertà è sia all’inizio che alla fine e, se accettate l’autorità all’inizio, sarete sempre schiavi alla fine. Perciò dobbiamo indagare insieme sulla libertà; vorrei che lo capiste. Chi vi parla non sta di­cendovi cosa dovete fare, non sta mettendosi in una posizione di autorità – avete avuto delle autorità, tutte quelle che avete potuto mandar giù, con tutte le loro assurdità e immaturità – ma se state indagando (e non c’è autorità quando indagate), possiamo intraprendere il viaggio assieme, condividerlo, senza essere guidati. Un vero scienziato non si compromette con i governi; non ha naziona­lità; non ricerca un fine. Da scienziato puro, indaga obiettivamente fino alla fine, senza proiettare la sua personalità, la sua nazionalità, le sue ambizioni.

Indagate, quindi, sulla questione della libertà, non intellettual­mente, ma realmente, con il sangue, la mente e il cuore! Potete vivere soltanto in libertà, e solamente quando c’è libertà c’è pace. Allora, in questa libertà, la mente ha una pace immensa in cui vagare, ma una mente che non è libera, che è vincolata da una fede, vincolata dall’ambizione, vincolata dalla famiglia o da qualche insi­gnificante divinità di sua invenzione, una mente simile non potrà mai capire la straordinaria bellezza o l’amore che risulta dalla li­bertà. E la libertà può nascere soltanto con naturalezza, agevol­mente, quando cominciate a capire il condizionamento, e non po­tete essere consapevoli del condizionamento quando siete trattenu­ti a forza dalle quattro mura di una particolare religione o dalle vo­stre ambizioni. Essere consapevoli significa osservare, guardare, os­servare i vostri pensieri, la vostra fede, i vostri sentimenti. Ma, quando osserviamo, non facciamo a meno di condannare, giustifi­care o dire: “È una cosa naturale”. Non osserviamo senza fare scel­te; non siamo consapevoli del nostro condizionamento. Siamo con­sapevoli del nostro condizionamento con la scelta, con le attrazioni e repulsioni per ciò che è piacevole o non è piacevole. Ma non sia­mo realmente consapevoli del nostro condizionamento così com’è senza nessuna scelta.

Avete mai osservato un albero o una nuvola, oppure un uccello in un prato o posato su un ramo? Avete osservato cosa accade realmente? Cosa sentite, in realtà, quando vedete un albero, un uc­cello o una nuvola? Cercate di scoprirlo. Vedete un uccello e gli date un nome, oppure dite: “Non mi piace quell’uccello”, o “È meraviglioso quell’uccello”. Quando dite queste cose, in realtà non state affatto vedendo l’uccello; le vostre parole, i vostri pensieri – che vi piaccia o no – vi impediscono di guardare. Ma c’è una consapevolezza senza scelte che porta a osservare qualcosa senza tutte le interferenze di ciò che già conoscete. Dopotutto, essere in comunione con un altro è possibile solamente quando ascoltate senza accettazione o rifiuto, quando non fate altro che ascoltare. Osservatevi alla stessa maniera, come foste di fronte a uno spec­chio: cosa siete in realtà, non cosa dovreste essere o ciò che volete essere. Non osiamo guardare; se guardiamo, diciamo: “Quanto sono brutto”, o “Come sono in collera”, questo o quello. È possibile guardare, vedere e ascoltare solamente quando c’è libertà dai pensieri, dalle emozioni, dalle condanne e dai giudizi.

Probabilmente non avete mai osservato vostra moglie o vostro marito senza l’immagine che avete di lei o di lui. Vi prego di osser­varlo nella vostra stessa vita. Avete un’immagine di lui, oppure è lei ad avere un’immagine di voi, e il rapporto è tra queste due im­magini, e queste immagini sono state costruite in molti anni di piacere e di liti, di amarezza, collera, critiche, fastidi, irritazione, fru­strazione. E così osserviamo le cose attraverso le immagini che ab­biamo costruito attorno a esse. Voi state ascoltando chi vi parla, ma avete un’immagine di lui, quindi state ascoltando l’immagine e non siete in contatto diretto con lui, né con qualsiasi altra cosa al mondo. Quando si è in contatto diretto, sapete cosa accade? Lo spazio scompare, lo spazio tra le due persone scompare e, quindi, c’è una pace immensa, e ciò è possibile solamente quando c’è li­bertà, libertà dal costruire immagini, dai miti, dalle ideologie, per essere in contatto diretto. Allora, quando siete in contatto diretto con la realtà, avviene una trasformazione.

Sapete cosa sta accadendo nel mondo. La gente fa esperimenti, assume droghe, e quando assumete una certa droga, lo spazio tra osservatore e osservato scompare. Avete mai guardato un mazzo di fiori su un tavolo? Se lo avete osservato attentamente, avrete visto che c’è spazio tra voi e la cosa osservata. Lo spazio è tempo, e la droga rimuove chimicamente lo spazio e il tempo, quindi diventate straordinariamente sensibili e, essendo molto sensibili, avete una maggiore percezione perché in quel momento siete direttamente in contatto con quei fiori. Ma questo contatto è temporaneo, dovete continuare ad assumere droghe su droghe. Quando ci si osserva, si vede quanto è profondo il proprio condizionamento e a quante cose si crede, come un selvaggio che è troppo superstizioso per essere direttamente in contatto con le cose. Ma se sarete in contatto diretto, vedrete che non esiste nessun osservatore. È l’osservatore che crea la divisione.

Quando una persona è in collera, sembra che la collera sia qualcosa di diverso dal soggetto che dice: “Sono in collera”. La collera è, quindi, differente dall’osservatore. Ma è così? La collera non è l’osservatore stesso? E quando questa divisione finisce del tutto, l’osservatore è l’osservato e quindi la collera non può più esistere. La collera e la violenza esistono solamente quando c’è divisione tra l’osservatore e l’osservato. È una questione molto complessa che ri­chiede un’indagine, una penetrazione, un’introspezione approfon­dita. Solamente quando c’è libertà da ogni conflitto c’è pace, e l’amore scaturisce da questa pace. Ma non si può assolutamente conoscere la qualità dell’amore se la mente non è consapevole di sé, se non si è decondizionata ed è quindi libera.

New Delhi, 23 novembre 1967

L’altro giorno stavamo dicendo che, in sostanza, esistono soltanto due problemi per l’uomo, per l’essere umano: la libertà e l’amore. La libertà implica ordine. Ma l’ordine, l’ordine sociale, di questi tempi è caotico, contraddittorio; è disordine. Quando osser­vate la società in cui vivete, ciò che chiamate ordine è essenzial­mente disordine perché c’è violenza. Ogni essere umano è in com­petizione con un altro, e c’è brutalità, competizione per distruggere l’altro, e così via, il che è essenzialmente disordine. La guerra, l’odio, l’ambizione, sono disordine e noi accettiamo questo disor­dine come se fosse ordine, vero? Accettiamo la moralità, la mora­lità sociale, come se fosse ordinata ma, quando la osserviamo mol­to da vicino, è disordine. Credo che sia abbastanza chiaro, a meno di non essere totalmente accecati dalla tradizione, dalla propria convenienza, e via dicenddo.

Si può essere consapevoli e sapere se questa consapevolezza porterà a una rivoluzione radicale? Adesso! La libertà non è li­bertà da qualcosa; vorrei che comprendeste, stiamo affrontando cose piuttosto difficili e la spiegazione non è mai la cosa reale; purtroppo pensiamo che la spiegazione ci faccia capire qualcosa, ma non è così. La spiegazione è una cosa e la realtà è un’altra. La pa­rola albero non è l’albero, ma noi confondiamo la parola con l’al­bero. Lo stesso per la libertà; ciò che chiamiamo libertà è libertà da qualcosa: libertà dalla collera, libertà dalla violenza, libertà dalla disperazione assoluta. E quando siete liberi da qualcosa, siete veramente liberi? Vorrei che entraste in voi stessi e osservaste. Oppure la libertà è qualcosa di completamente differente e non è li­bertà da qualcosa? Essere liberi da qualcosa è una reazione e la reazione può continuare a ripetersi all’infinito. Ma la libertà di cui stiamo parlando è totalmente diversa, è la sensazione di essere completamente liberi, non da qualcosa. E la consapevolezza di ciò che comporta l’essere liberi da qualcosa, la consapevolezza dell’in­tera struttura, farà nascere con naturalezza una libertà che non è una reazione.

La consapevolezza è, quindi, la qualità della mente che osserva senza giustificazione o condanna, approvazione o disapprovazione, attrazione o repulsione, che si limita a osservare. E la cosa diventa piuttosto difficile quando siete emotivamente agitati, quando la vo­stra sicurezza, la vostra famiglia, quando le opinioni, le credenze, i giudizi che avete vengono scossi: e verranno scossi. Non esiste la benché minima cosa che sia sicura, ogni cosa muta e noi ci rifiutia­mo di accettare questo mutamento, e da qui nasce la lotta dentro di noi. Quando osservate con grande tranquillità voi stessi e il mondo che vi circonda, da questa osservazione viene la libertà, non la libertà da qualcosa. È abbastanza chiaro?

Non so se afferrate la questione. “Ho paura della morte”; è una cosa che accadrà domani, o dopodomani, a suo tempo. C’è distan­za tra la realtà presente e ciò che sarà. Il pensiero ha esperito que­sto stato, osservando la morte, e dice: “Sto per morire”. Il pensiero crea la paura della morte ma, se non lo fa, c’è ancora paura? Quindi la paura è il risultato del pensiero? Dato che il pensiero è vec­chio, la paura è sempre vecchia. Seguitemi attentamente. Il pensie­ro è vecchio, non esiste un pensiero nuovo. Quando riconoscete un pensiero nuovo, è già vecchio. Quindi, ciò che temiamo è la ri­petizione del vecchio; il pensiero che proietta nel futuro ciò che è stato. Dunque, il pensiero è responsabile della paura, ed è così; po­tete vedere da soli che, quando affrontate qualcosa di immediato, non c’è paura. Solamente quando subentra il pensiero si ha paura. Quindi, la domanda è: “Può la mente vivere in modo completo e totale nel presente così che non ci sia né passato né futuro?”. Soltanto una mente capace di questo non ha paura. Ma per capirlo dovete capire la struttura del pensiero, della memoria, del tempo. E se non lo capite – non intellettualmente, non verbalmente, ma realmente, con il cuore, con la mente – non c’è libertà. Ma, quan­do c’è totale libertà, la mente riesce a usare il pensiero senza creare paure.

La libertà dalla paura è, quindi, assolutamente necessaria. La li­bertà è assolutamente necessaria perché, se non c’è libertà, non c’è pace, non c’è ordine e, quindi, non c’è amore, e quando c’è amore potete fare ciò che volete. Allora non c’è nessun peccato, non c’è nessun conflitto. Ma, per capire la libertà e l’amore, si deve capire – non a parole – quella qualità della libertà che sopraggiunge quando viene compreso il disordine. Il disordine viene compreso quando capite la struttura e la natura del pensiero, non secondo chi vi parla o secondo qualche psicologo; quando capite in accor­do con loro, non capite voi stessi, capite secondo qualche autorità. Per capire voi stessi, dovete rigettare completamente ogni forma di autorità. Non approvate, l’approvazione è soltanto verbale, non ha nessun significato; ma guardate perché è importante: perché ogni forma di autorità, le scritture, i libri, i guru, i capi religiosi vi hanno condotto a questo terribile stato di completa disperazione, di solitudine, infelicità, confusione. Li avete seguiti, o almeno avete preteso di seguirli, e adesso dovete intraprendere il viaggio da soli; non c’è autorità che vi guidi, che vi conduca a una beatitudine che non si trova in nessun libro o tempio. Dovete intraprendere il viag­gio completamente da soli. Non potete avere fiducia in qualcuno; perché dovreste credere in qualcuno? Perché dovreste credere a qualche autorità? Voi dite: “Sono confuso”, “Non so”, “Lei lo sa, quindi me lo dica, per. favore”. Ma che vuol dire? State sfuggendo alla vostra stessa confusione e, per capirla, non potete andare in cerca di qualcuno che vi aiuti a uscirne. La confusione è nata a causa dell’autorità esterna. Pensateci bene, è talmente chiaro!

Sulla libertà e l’ordine

Non esiste libertà senza ordine; vanno entrambi di pari passo. Se non riuscite ad avere ordine, non potete avere la libertà: sono inseparabili l’uno dall’altra. Se dite: “Farò quello che mi pare. Ar­riverò a tavola per mangiare quando vorrò; verrò a lezione quando mi andrà”, create disordine. Dovete prendere in considerazione ciò che vogliono gli altri. Per far procedere le cose in maniera ar­monica, dovete arrivare in orario. Se fossi arrivato con dieci minuti di ritardo questa mattina, vi avrei fatto aspettare. Quindi, devo prenderlo in considerazione. Devo pensare agli altri. Devo essere educato, rispettoso, interessato alle altre persone. Da questo rispet­to, da questa sollecitudine, da questa attenzione, sia esterna che in­teriore, viene l’ordine e con l’ordine arriva la libertà.

I soldati di tutto il mondo vengono addestrati ogni giorno, gli viene insegnato cosa fare, come marciare in riga, e loro obbediscono agli ordini, implicitamente, senza pensarci. Sapete che cosa cau­sa questo all’essere umano? Quando vi viene detto cosa fare, cosa pensare, a cosa obbedire, cosa seguire, sapete cosa vi causa? La vo­stra mente diventa ottusa, perde iniziativa, rapidità. L’imposizione della disciplina dall’esterno istupidisce la mente, vi obbliga a conformarvi, a imitare. Ma se vi disciplinate osservando, ascoltan­do, essendo rispettosi e molto solleciti, da questa attenzione, dall’ascolto, dal rispetto per gli altri, deriva l’ordine. Dove c’è ordi­ne, c’è sempre libertà. Se state gridando, chiacchierando, non riu­scite a sentire ciò che gli altri hanno da dirvi. Riuscite a sentire con chiarezza solamente quando sedete tranquillamente, quando prestate attenzione.

Né potete avere ordine se non siete liberi di osservare, se non siete liberi di ascoltare, se non siete liberi di essere rispettosi. Il problema della libertà e dell’ordine è tra i più difficili e pressanti della vita. È un problema molto complesso. Richiede una riflessio­ne maggiore di quella richiesta dalla matematica, dalla geografia o dalla storia. Se non siete veramente liberi, non potrete mai svilup­parvi, non potrete mai essere buoni, non potrà esserci bellezza. Se un uccello non è libero, non riesce a volare. Se il seme non è libe­ro di germogliare, di uscire dalla terra, non riesce a vivere. Ogni cosa deve avere libertà, compreso l’uomo. Gli esseri umani temono la libertà. Non vogliono la libertà. Gli uccelli, i fiumi, gli alberi, esigono tutti la libertà, e anche l’essere umano deve esigerla, non con mezze misure, ma completamente. La libertà, avere la possibi­lità, l’indipendenza di esprimere ciò che si pensa, di fare ciò che si vuole fare, è una delle cose più importanti della vita. Essere liberi dalla collera, dalla gelosia, dalla brutalità, dalla crudeltà – essere veramente liberi interiormente – è una delle cose più difficili e pericolose.

Non potete avere la libertà semplicemente perché l’avete chiesta. Non potete dire: “Sarò libero di fare ciò che vorrò”. Perché ci sono anche altre persone che vogliono essere libere, che vogliono espri­mere ciò che sentono, che vogliono fare ciò che desiderano. Tutti vogliono essere liberi e vogliono anche esprimere la collera, la bru­talità, l’ambizione, la competitività, e così via. Quindi, c’è sempre conflitto. Io voglio fare una cosa e voi volete farne un’altra, e così entriamo in contrasto. Libertà non significa fare ciò che si vuole, perché l’essere umano non può vivere per conto proprio. Neppure il monaco, neppure il sanyasi è libero di fare ciò che vuole, perché deve lottare per ciò che vuole, deve combattere con se stesso, deve discutere con se stesso. Ed essere liberi richiede un’enorme intelli­genza, sensibilità e comprensione. Ed è tuttavia necessario che ogni essere umano, quale che sia la sua cultura, sia libero. Come potete vedere, la libertà non può esistere senza ordine.

Studente: Vuole dire che per essere liberi non dovrebbe esserci disciplina?

Krishnamurti: Ho spiegato accuratamente che non potete avere libertà senza ordine, e l’ordine è disciplina. Non mi piace usare la parola disciplina perché è carica di ogni genere di significato. Di­sciplina vuol dire conformarsi, imitare, obbedire; vuol dire fare ciò che vi viene detto, non è vero? Ma, se volete essere liberi e gli esseri umani devono essere completamente liberi, altrimenti non possono svilupparsi, altrimenti non possono essere veri esseri uma­ni – dovete scoprire da soli cosa significa essere ordinati, puntua­li, gentili, generosi, senza timori. La scoperta di tutto ciò è discipli­na. E la disciplina fa nascere l’ordine. Per scoprire dovete esaminare, e per esaminare dovete essere liberi. Se siete rispettosi, attenti, se siete disposti ad ascoltare, allora, dato che siete liberi, sarete puntuali, verrete a lezione regolarmente, studierete, sarete talmente attivi da voler fare le cose nel modo giusto.

Studente: Lei dice che la libertà è molto pericolosa per l’essere umano. Perché?

Krishnamurti: Perché la libertà è pericolosa? Sapete cos’è la società?

Studente: È un grande gruppo di persone che dice agli altri cosa fare e cosa non fare.

Krishnamurti: È un grande gruppo di persone che vi dice cosa fare e cosa non fare. È anche la cultura, le usanze, le abitudini di una determi­nata comunità; la struttura sociale, morale, etica e religiosa in cui vive l’essere umano è generalmente chiamata società. Ora, se ogni individuo di questa società facesse ciò che gli pare, sarebbe un pe­ricolo per la società stessa. Se voi, qui a scuola, faceste ciò che vi pare, che succederebbe? Sareste un pericolo per il resto della scuola. Non sarebbe così? Perciò la gente non vuole in genere che gli altri siano liberi. Un uomo che è veramente libero, non nelle idee, ma interiormente libero dall’avidità, dall’ambizione, dall’invi­dia, dalla crudeltà, è considerato un pericolo per la gente, perché è completamente diverso dall’uomo comune. Quindi, o la società lo venera, o lo uccide oppure lo ignora.

Studente: Lei ha detto che dobbiamo avere libertà e ordine, ma come facciamo a ottenerli?

Krishnamurti: Innanzi tutto, non potete dipendere dagli altri, non potete aspettarvi che qualcuno vi dia la libertà e l’ordine, che sia vostro padre, vostra madre, vostro marito o il vostro insegnante. È una cosa che dovete far nascere in voi stessi. Questa è la prima cosa di cui rendervi conto: che al vostro prossimo non potete chiedere al­tro che cibo, vestiti e un riparo. Non potete assolutamente chiedere o contare su qualcuno, sui guru e sugli dèi. Nessuno può darvi libertà e ordine. Quindi, dovete scoprire come creare ordine in voi stessi. Ossia, dovete osservare e scoprire da soli che significa far nascere la virtù dentro di voi. Sapete cos’è la virtù? È essere morali, buoni? La virtù è ordine. Dunque, dovete trovare in voi stessi il modo di essere buoni, di essere gentili, rispettosi. E a partire da questo rispetto, da questa attenzione, fate nascere l’ordine e, di conseguenza, la libertà. Voi dipendete dagli altri che vi dicono cosa dovreste fare, vi dicono che non dovreste guardare fuori della finestra, che dovreste essere puntuali, che dovreste essere gentili. Ma se voi doveste dire: “Guardo fuori della finestra quando voglio ma, quando studio, guardo il libro”, creereste ordine in voi stessi senza che siano gli altri a dirvelo.

Studente: Che cosa si guadagna a essere liberi?

Krishnamurti: Niente. Quando chiedete cosa ci si guadagna, state veramen­te pensando in termini utilitaristici, non è così? Farò questo e, in cambio, dammi qualcosa. Sono gentile con te perché ne traggo un vantaggio. Ma questa non è gentilezza. Finché pensiamo in termini utilitaristici, non c’è libertà. Se dite: “Se ottengo la libertà, sarò in grado di fare questo e quello”, non è libertà. Quindi, non pensate in termini di utilità. Finché pensiamo di usare qualcuno o qualco­sa, non è possibile nessuna libertà. La libertà può esistere solamen­te quando non ci sono motivi. Non amate qualcuno perché vi dà cibo, vestiti e riparo. Questo non è amore.

La libertà e l’ambito del conosciuto – Madras, 16 gennaio 1971

Ho capito: vedo che tutto questo interessamento alla libertà – la libertà che non è una formula, che non è una conclusione – non è libertà. Giusto? Quindi, la mente dice: “Se non è questa, al­lora cos’è la libertà?”. Poi dice: “Non lo so”.

Vedo che in questa nonconoscenza c’è l’aspettativa di conoscere. Quando dico di non sapere cos’è la libertà, c’è l’attesa, l’aspet­tativa di scoprirlo. Ciò significa che la mente non dice veramente di non sapere, ma sta aspettando che accada qualcosa.

Vedo questo e lo scarto.

Quindi, veramente non lo so.

Non sto attendendo o aspettandomi qualcosa. Non sto sperando che accada qualcosa, che giunga una risposta da qualche agente esterno. Non sto aspettandomi una cosa. Eccola qui. Ecco l’indizio.

So che non è “questa”. Qui non c’è libertà. C’è una riforma, ma non la libertà. Una riforma non può far mai nascere la libertà. L’essere umano si ribella all’idea di non poter essere mai libero, di essere condannato a vivere in questo mondo. Non è l’intelletto che si ribella, ma l’intero organismo, ogni percezione. Giusto? Dunque dice che, siccome non è “questa”, io non so cos’è la libertà. Non mi aspetto qualcosa, non spero o tento di scoprire cos’è la libertà. Ve­ramente non lo so. Questa nonconoscenza è libertà. La conoscen­za è una prigione. È logico.

Non so cosa accadrà domani. Sono quindi libero dal passato, li­bero da questo ambito.

La conoscenza di questo ambito è una prigione, ma anche la nonconoscenza di questo ambito è una prigione.

Guardate, conosco lo ieri. So cos’è accaduto ieri. La conoscenza di quanto è accaduto ieri è una prigione.

Quindi, la mente che vive in uno stato di nonconoscenza è una mente libera. Giusto?

I tradizionalisti hanno sbagliato a dire: “Non provate attaccamenti”. Vedete, hanno negato qualsiasi rapporto. Non riuscivano a risolvere il problema dei rapporti e hanno detto: “Non provate at­taccamenti”, e così sono fuggiti da ogni rapporto. Hanno detto: “Siate distaccati”, e quindi si sono ritirati nell’isolamento.

Vivere con la conoscenza di questo ambito è una prigione. E anche non conoscere la prigione non è libertà.

Quindi, una mente che vive nel conosciuto è sempre in prigio­ne. Ecco tutto.

Può la mente dire “Non so”, il che significa che lo ieri è finito? È la conoscenza della continuità a essere una prigione.

Domanda: Per arrivare a questo, ci vuole una certa durezza.

Krishnamurti: Non usate la parola durezza. Ci vuole un’enorme delicatezza. Quando dico di non saperlo veramente, proprio non lo so. Punto e a capo. Guardate che succede. Vuol dire una vera umiltà, un senso di austerità. Lo ieri è finito. Allora l’uomo che ha messo fine allo ieri sta veramente ricominciando. Perciò deve essere austero. Veramente, non lo so: che cosa meravigliosa! Non so se morirò domani. Dunque non c’è nessuna possibilità di giungere a una conclusione in un dato momento, il che vuol dire non avere mai fardelli. Il fardello è la conoscenza.

Domanda: Si può giungere a questo punto e rimanerci?

Krishnamurti: Non avete bisogno di rimanerci.

Domanda: La mente ha modo di tornare indietro. Le parole condu­cono soltanto fino a un certo punto. Non c’è possibilità di tornare indietro.

Krishnamurti: Andiamo piano. Non mettetela così. Ora vediamo. Vediamo l’uomo che parla di distacco, vediamo l’uomo che inventa l’atmaan. [4].

Arriviamo noi e diciamo: “Guarda, hanno torto entrambi. In que­sto ambito non c’è libertà”.

Poi chiediamo: “Esiste davvero la libertà?”, e io dico: “Veramente, non lo so”. Questo non vuol dire che ho dimenticato il pas­sato. Nel dire “Non lo so” non c’è nessuna inclusione del passato, o rifiuto del passato, o utilizzazione del passato.

Dico soltanto: “Nel passato non c’è libertà”. Il passato è cono­scenza; il passato è accumulazione; il passato è intelletto. E in esso non c’è libertà.

Quando chiede se esiste davvero la libertà, l’uomo dice: “Veramente, non lo so”.

Domanda: Ma la struttura delle cellule cerebrali rimane.

Krishnamurti: Diventano estremamente flessibili. Essendo flessibili, possono rifiutare, accettare; c’è movimento.

Domanda: Vediamo qualcosa come l’azione. Finora conosciamo soltan­to l’attività. Non possiamo mai rifiutare l’attività. L’attività va avanti. Mettendola a nudo, l’attività cessa di essere un ostacolo all’azione. La normale vita quotidiana è un processo che va avanti.

Krishnamurti: State chiedendo cos’è l’azione? Cos’è l’azione per un uomo che non sa? L’uomo che sa agisce a partire dalla conoscenza e la sua azione, la sua attività, è sempre all’interno della prigione e proietta questa prigione nel futuro. È sempre nell’ambito del co­nosciuto.

Brockwood Park, 9 settembre 1972

Come si può apprendere cos’è la libertà? Non la libertà dall’oppressione, la libertà dalla paura, la libertà da tutte le piccolezze delle quali ci preoccupiamo, ma la libertà dalla causa vera e pro­pria della paura, dalla causa stessa del nostro antagonismo, dalle radici profonde del nostro essere, dove ci sono terribili contrad­dizioni, la spaventosa ricerca del piacere e tutti gli dèi che abbia­mo creato, con le loro chiese e i loro preti; conoscete il resto di questo commercio. Quindi, mi sembra che ci si debba chiedere se volete la libertà alla periferia oppure al centro stesso del vostro essere. E se volete apprendere cos’è la libertà alla sorgente stessa di ogni esistenza, dovete apprendere cos’è il pensiero. Se la que­stione vi è chiara, non la spiegazione verbale né l’idea che mettete assieme a partire dalla spiegazione, ma se ciò che percepite è veramente una necessità assoluta, allora potremo viaggiare assieme. Perché, se potessimo capire questo, tutte le nostre domande trove­rebbero risposta.

Si deve, quindi, cercare di scoprire cos’è l’apprendimento. Innanzitutto, voglio apprendere se esiste la libertà dal pensiero: non come usare il pensiero, che è il prossimo quesito. Ma può mai la mente essere libera dal pensiero? Che significa questa libertà? Co­nosciamo soltanto la libertà da qualcosa: libertà dalla paura, libertà da questo o da quello, dall’ansia, da decine di cose. Esiste, però, una libertà che non è da qualcosa, ma è libertà di per sé, in sé? E quando rispondiamo alla domanda, la risposta dipende dal pensie­ro? Oppure la libertà è la nonesistenza del pensiero? Capite? E l’apprendimento significa percezione istantanea e, quindi, non richiede tempo. Non so se lo capite. È una cosa veramente importante e avvincente.

L’apprendimento implica tempo. Imparare una lingua, una tec­nica, un metodo, acquisire determinate informazioni e conoscenze riguardanti la meccanica, e via dicendo, richiede tempo, alcuni mesi, alcuni anni. Imparare il piano, il violino, una lingua, vale a dire memorizzare, praticare, acquisire conoscenze che possono essere tradotte in azione, ecco tutto ciò che ci interessa; tutti gli esseri umani si interessano soltanto a questo, perché dà loro potere, posi­zione, mezzi di sussistenza, e così via. E dico a me stesso che l’ap­prendimento deve essere istantaneo, che l’apprendimento è vedere e agire; non c’è il vedere, poi un’interruzione, e poi ancora l’agire. Ovvero: per imparare una lingua ci vuole tempo. Ma ci vuole tem­po anche per apprendere cos’è la libertà? Capite? C’è bisogno di tempo perché la mente veda che, finché funziona all’interno dei modelli di pensiero, non c’è libertà, per quanto sia espansa, per quanto siano validi e stupefacenti l’espansione e il contenuto di questa espansione? C’è bisogno di tempo per vedere questo, per apprendere la verità secondo cui la libertà non si trova entro i limiti di un modello? Giusto? Ovverosia: vi occorre tempo per vedere questa verità? Avete capito la domanda? Guardate, mi avete spie­gato cosa ha fatto il pensiero nel mondo, mi avete spiegato che un nuovo tipo di modello, anch’esso creato dal pensiero, contribuirà a mettere in atto un diverso comportamento. La vostra spiegazione e la mia accettazione della spiegazione, il processo logico, la comuni­cazione verbale, il riferimento a tutte le parole che avete usato e che mi sono tanto familiari: tutto ciò richiede tempo, giusto? E alla fine la mente non è ancora libera, resta chiusa nei limiti del mo­dello. Mi seguite come io seguo voi? E mi dite che l’apprendimen­to di ciò che è la verità è istantaneo, non richiede tempo, che il tempo è pensiero e non si usa affatto il pensiero per capire la li­bertà. Quindi, dico tra me e me, di cosa state parlando? Non capi­sco perché ho un solo strumento, che è il pensiero. E l’ho usato male, bene, in modo malizioso o nobile, ma è l’unico strumento che ho. E voi mi dite di metterlo da parte. Non imparate quali sono le attività del pensiero, che già conoscete, ma imparate – in maniera istantanea – a guardare. Imparate cos’è la libertà senza tempo. Mi seguite come io seguo voi? Capite cosa intendo? Voglio dire che la percezione è apprendimento e la percezione non richie­de tempo, e il tempo è essenzialmente il movimento del pensiero, e non potete apprendere cos’è la libertà tramite il pensiero. E per apprenderlo, il pensiero deve rimanere completamente in silenzio.

Domanda: Come può rimanere in silenzio?

Krishnamurti: Ascoltate. Non “come”; capite? Nel momento in cui dite “come”, volete un metodo, una pratica, che è ancora entro i limiti del modello del pensiero.

Quindi, mi ponete questo problema: il pensiero ha una sua fun­zione, altrimenti non potremmo comunicare tra noi. Ma per ap­prendere cos’è la comunicazione, devo imparare una lingua e, dato che voi e io conosciamo l’inglese, riusciamo a comunicare, ma per imparare l’inglese ci vuole tempo. La penetrazione introspettiva nella libertà non richiede tempo, e voi non potete avere questa in­trospezione se è in funzione il pensiero o se c’è il movimento del pensiero che dice: “Devo capire cos’è la libertà”, giusto? Allora sorge questo problema: sono abituato a usare il pensiero, che è il mio unico strumento, e sono stato allevato, educato a pensare, tutto il mio condizionamento e tutta la mia esistenza si basano su di esso, tutti i miei rapporti si basano sull’immagine creata dal pensie­ro. Poi arrivate voi e mi dite: “Non usare questo strumento, ma guarda, percepisci, apprendi, osserva introspettivamente”. E poi io dico: “Come posso avere un’introspezione se la mia mente è fortemente condizionata, appesantita da tutte le cose del pensiero, come posso liberarmene in modo da vedere il resto?”. Giusto? Avete posto il problema sbagliato. Se dite: “Devo liberarmene” – che è il processo meccanico del pensiero – avete espresso un problema sbagliato, perché non state imparando qualcosa di nuovo. Siete an­cora interessati al vecchio e, finché sarete interessati al vecchio, ri­marrete nel vecchio. Mi chiedo se afferrate tutto ciò.

Quindi, il vero problema è: Può la mente, conoscendo l’intero contenuto del passato, non interessarsene nel presente, giacché stiamo indagando su qualcosa in una dimensione totalmente diversa? E questa indagine richiede libertà, non che si debba capire il vecchio e trasportarlo, controllarlo, soggiogarlo, reprimerlo, ma bi­sogna distaccarsi completamente dal vecchio e apprendere cos’è il nuovo, il che non richiede tempo. Bene, avete afferrato? Sembra tutto contraddittorio e assurdo, ma non lo è.

Domanda: Il pensiero deve sicuramente precedere la percezione. Non si può fare a meno di pensare.

Krishnamurti: È proprio così. Non potete fare a meno di pensare.

Domanda: Non è qualcosa che cade dal cielo nel vuoto.

Krishnamurti: Capisco. Se volete vedere qualcosa di nuovo, cosa fate? Inventate, siete inventori. Conoscete tutto del vecchio e volete trovare qualcosa di nuovo, di totalmente nuovo. Cosa fate? Continuate con il vecchio? Il vecchio che vi è familiare, voi sapete cos’è il vec­chio, l’intero meccanismo del vecchio. Ma, se ve lo portate dietro, non potete trovare qualcosa di nuovo. Allora, cosa fate? Dovete abbandonare il vecchio. Deve esserci un’interruzione tra il vecchio e il nuovo che potrebbe nascere. Deve esserci un’interruzione. E l’interruzione ha luogo quando voi comprendete l’intero significato del vecchio, quando capite che il vecchio non può assolutamente far nascere il nuovo. Quindi, tutti noi vogliamo il nuovo perché siamo stufi, annoiati dal vecchio, e si sa cos’è il vecchio, ma quan­do vogliamo il nuovo non sappiamo spezzare la catena. Allora ecco i guru, gli insegnanti, e tutte quelle persone assurde che dicono: “Vi insegno a spezzare la catena”. E il loro modo di spezzare la ca­tena è ancora entro i limiti del modello del pensiero, giusto? Dicono: “Fate questo, non fate quello, seguite questo, pensate a quello”, e continuano a rimanere intrappolati nel sistema del pensiero. Ora, se lo capite, se ne avete una visione introspettiva, tale introspezione non richiede tempo. Non so se lo capite. Vedete all’istan­te quanto è assurda l’intera struttura religiosa, tutta l’organizzazio­ne che le sta attorno, i papi, i vescovi – mi seguite? – vedete l’as­surdità di tutto ciò? Persone adulte che giocano con cose infantili. Se ne avete una visione introspettiva, non resta più niente. Allora chiedete: “Come faccio ad avere l’introspezione?”. Il che vuol dire che, in realtà, non avete ascoltato. Vi tenete ancora attaccati alla vecchia sottana delle chiese, delle fedi e delle ideologie, e dite: “Non riesco a lasciarla perché ho paura”. “Che penseranno i vicini?”. “Forse perderò il lavoro”. Non volete ascoltare, ed è questo il problema, non come percepire la questione, come arrivarci tramite l’introspezione. Voi non date ascolto al pericolo di tutto ciò che è stato costruito dal pensiero. Ma per avere l’introspezione do­vete ascoltare, dovete lasciar andare e ascoltare. Se ascoltate quel piccione là fuori – il che vuol dire ascoltarlo senza dargli un nome, senza condannare, ascoltare veramente – quando ascoltate, avete l’introspezione. Giusto?

La libertà – la libertà assoluta, non relativa – la libertà assoluta è possibile solo quando la mente capisce il pensiero, qual è il suo posto e cos’è la libertà di pensiero, giusto? Allora, a che punto sia­mo arrivati, dopo aver detto tutte queste cose? Infatti, dopotutto, voi e io stiamo imparando insieme. Per venire qui avete speso tem­po, energie, soldi e tutto il resto, e questo soltanto per apprendere o memorizzare? Se vi limitate a imparare a memoria, non fate che ri­petere ciò che hanno detto gli altri e, quindi, diventate esseri umani di seconda mano. Invece di ripetere Lao Tse, Buddha, Marx o chi altro, adesso ripeterete ciò di cui sta parlando K., ma rimarrete sempre uomini di seconda mano; mentre, se aveste imparato, sare­ste già fuori dall’aula, lontano da tutte queste sciocchezze.

Allora, a che punto siamo? Esiste l’introspezione nella libertà, nella libertà dal pensiero? E quando c’è l’introspezione nella li­bertà dal pensiero, in questa libertà il pensiero riesce a funzionare in modo logico, sano, obiettivo, non personale. Quindi, come pos­so, io che sono così fortemente condizionato, che uso il pensiero dalla mattina alla sera, durante il sonno, il sogno e la veglia – la mente è continuamente impegnata a pensare – come può una mente simile avere un’introspezione nella libertà in cui non c’è pensiero? Vi prego di porvi questa domanda. E, quando ve la siete posta, il pensiero risponde alla vostra domanda? Se il pensiero ri­sponde alla domanda, allora non c’è libertà, ma quando vi porrete la domanda in maniera veramente seria, intensa, appassionata, quando vorrete scoprire, vedrete che esiste una libertà che non avete cercato. La ricerca è il movimento del pensiero.

Saanen, I agosto 1976

Domanda: Bisogna essere soli per essere liberi e, in questa li­bertà, cosa ne è dei rapporti con gli altri esseri umani? Non può esserci libertà nei rapporti umani?

Krishnamurti: La domanda è: La libertà implica solitudine? Bene, è questa la domanda che è stata posta? Il significato letterale della parola solo è “il tutto reso unico, tutt’uno”. [5]. Ora, come può esserci libertà se c’è attività egocentrica, che impedisce la solitudi­ne? Giusto? Se sono continuamente interessato a me stesso – ai miei problemi, alle mie preoccupazioni, a mia moglie, alla mia cu­cina, sapete, preoccupato, interessato soltanto a questo, occupato – se la mia mente, che è egocentrica, è occupata da molte cose, non può esserci solitudine, vero? Quindi, la libertà è una mente non occupata. Una mente che è occupata, non importa da cosa, da dio, dalle preoccupazioni, dal denaro, dal sesso, dal piacere, oc­cupata come quasi tutti noi che siamo occupati da una cosa o dall’altra – finché è occupata da qualcosa, è evidente che non può esserci libertà

E quando c’è la libertà, voi ponete la domanda: cosa ne è della vita di rapporto in questa libertà, se ha tale libertà? Abbiate innan­zitutto questa libertà, e poi cercate di scoprire. Ma, senza averla, chiediamo cos’è la vita di rapporto. Non sto tentando di sminuire la questione. Ma il fatto è che la nostra mente è occupata dalle chiacchiere, dalla vanità, dall’arroganza, da ogni genere di cose, dall’autocommiserazione e via dicendo. Può la mente liberarsi da tutto ciò? E quando è libera, non è forse sola? Perché è una cosa totalmente differente dalle altre che occupano la mente. Mi chiedo se lo capite. Fin qui ci siamo?

Se un uomo, un essere umano, è libero da questa enorme e con­tinua occupazione, quali sono i suoi rapporti? Può scoprirlo un essere umano? Per scoprirlo deve togliersi il peso di tutto il contenu­to dell’occupazione, del contenuto della sua coscienza, il che diven­ta in seguito libertà. Ma, poi, cosa accade se voi siete liberi e un al­tro non lo è? Voi, in quanto esseri umani, potete essere liberi da tutte le preoccupazioni e da tutte le occupazioni, ma un altro non lo è; allora, qual è il rapporto tra voi due? Qual è la responsabilità di un uomo che è libero nei confronti di un altro che non lo è?

Ora, volete parlare di amore. Che posto ha la libertà, ossia un uomo che non è occupato, appesantito dall’enorme occupazione, dai problemi e da tutto il resto, qual è il suo rapporto con un altro che non è libero? C’è amore in quel rapporto? Oppure è soltanto in quel caso che c’è amore? Ora guardate, cosa vogliamo dire con la parola amore? Fate attenzione! Separando la parola dal suo og­getto, che cos’è questo oggetto quando separate la parola dal sentimento? Voi amate un’altra persona, che cosa amate? Una persona ama un’altra, vero? Ama sua moglie, suo marito, la sua ragazza, il suo ragazzo o chiunque altro, ama. Che significato ha per voi que­sta parola, quando la usate? L’amore ha un motivo? Non scuotete il capo, perché per noi ce l’ha. Dato che si dà all’altro il sesso, gli si dà conforto, o gli si cucina il pasto, o si dipende da lui, lo si pos­siede, lo si domina, lo si incalza o la si incalza: possesso, attaccamento, tutto è implicito in questa parola. Viene fuori di tutto: gelosia, collera, odio, un senso di ansia, di paura, perché potrem­mo perdere quella persona – e lo chiamiamo amore. Giusto? Non siamo cinici, stiamo solamente osservando i fatti.

Per scoprire cosa significa amare, non si deve essere liberi da tutto ciò? Liberi dall’attaccamento; prendiamo questo, per il mo­mento. Quando uno prova attaccamento, a che cos’è attaccato? Supponiamo che uno sia attaccato a un tavolo, cosa implica questo attaccamento? Piacere, senso del possesso e utilità, sentire che è un tavolo meraviglioso e che si deve tenerlo, e via dicendo. Quindi, quando un essere umano è attaccato a un altro, cosa accade? Se qualcuno prova attaccamento per voi, qual è il sentimento dell’altra persona che vi è attaccata? Nell’attaccamento c’è l’orgoglio del possesso, un senso di dominio, di paura di perderlo, di perdere l’altra persona e, di conseguenza, c’è gelosia, e quindi maggiore at­taccamento, maggiore possessività, giusto? Affiora la gelosia, l’an­sia e tutto il resto. Ora, se non c’è attaccamento, vuol dire che non c’è amore, responsabilità? Capite la mia domanda? Per la maggior parte di noi amore significa un terribile conflitto tra esseri umani, e così il rapporto diventa un’ansia perenne – conoscete già queste cose, non devo essere io a spiegarvele – e questo lo chiamiamo amore. E, per sfuggire alla terribile tensione che chiamiamo amore, abbiamo ogni genere di intrattenimento: la televisione o – perdonate il termine – l’intrattenimento religioso. Che meraviglia! Liti­ghiamo e andiamo in chiesa o al tempio, poi torniamo e ricomin­ciamo. E tutto questo va avanti in continuazione.

Quindi, può un uomo, o una donna, essere libero da tutto ciò? Oppure è impossibile? Se non è possibile, la nostra vita è in un costante stato di angoscia dal quale nasce ogni genere di atteggiamenti, credenze e azioni di carattere nevrotico. Ora, è possibile essere liberi dall’attaccamento e da tutte le sue implicazioni? È possi­bile che un essere umano sia libero e, ciò nonostante, si senta re­sponsabile?

Essere liberi dall’attaccamento non vuol dire il suo contrario: il distacco. Mi seguite? È molto importante capirlo. Quando provia­mo attaccamento, conosciamo il dolore che provoca e l’ansia che ne consegue, e diciamo: “Per amor di dio, devo distaccarmi da tutto questo orrore”. Così inizia la battaglia del distacco, il conflitto. Al contrario, se osservate, se siete consapevoli del dato di fatto e della parola – la parola attaccamento e la libertà da questa parola, che è il sentimento – e poi osservate questo sentimento senza alcun giu­dizio – osservatelo – allora vedrete che, a partire da questa osser­vazione totale, ha luogo un movimento alquanto diverso che non è attaccamento né distacco. Capite? Lo state facendo mentre parlia­mo, oppure non fate che ascoltare un mucchio di parole? Sapete di provare attaccamento, vero? – non importa per cosa, per una cosa o l’altra, per una fede, un pregiudizio, una conclusione, una casa, una persona, qualche ideale – un tremendo attaccamento. L’attac­camento vi dà una grande sicurezza, che è un’illusione, giusto? È un’illusione essere attaccati a qualcosa, perché quel qualcosa po­trebbe andarsene via. Quindi, ciò a cui siete attaccati, è l’immagine della cosa che voi stessi avete creato. Mi chiedo se lo capite.

Potete essere liberi in modo che ci sia una responsabilità che non è un dovere? Cos’è l’amore quando non c’è attaccamento? Capite la mia domanda? Guardate: se siete attaccati alla naziona­lità, avete il culto dell’isolamento nazionalistico, che è una forma di tribalismo esaltato; ci siete attaccati. E questo cosa provoca? Manda tutto in pezzi, no? Sono fortemente attaccato alla mia na­zionalità indiana, e voi siete attaccati alla vostra nazionalità tede­sca, francese, italiana, inglese. Noi siamo separati. E, di conseguen­za, continuano le guerre e tutte le complicazioni che ne conseguono. Ora, se non c’è attaccamento, se non provate attaccamento, cosa succede? È amore questo? Mi chiedo se lo afferrate. Ci stia­mo comprendendo un po’?

Dunque, l’attaccamento separa, giusto? Io sono attaccato alla mia fede e voi alla vostra, quindi c’è una separazione. Limitatevi a guardarne le conseguenze, le implicazioni. Dove c’è attaccamento, c’è separazione e quindi c’è conflitto. Dove c’è conflitto non può assolutamente esserci amore. E cos’è un rapporto tra un uomo e una donna, o tra un uomo e qualsiasi altra cosa, cos’è il suo rapporto con un altro quando c’è libertà? Capite? La libertà dall’at­taccamento, con tutte le sue implicazioni. È l’inizio – sto solamente usando la parola inizio, non saltate alla conclusione – è l’inizio della compassione? Capite? Quando non c’è nazionalità e non c’è nessun attaccamento a nessuna fede, conclusione, ideale, l’essere umano è un essere umano libero. E i suoi rapporti con un altro scaturiscono dalla libertà, dall’amore, dalla compassione. Mi chiedo se afferrate tutto ciò.

Saanen, 13 luglio 1978

L’identificazione con il corpo, con le esperienze, con l’abitazio­ne, la famiglia, la nazione, con una particolare ideologia o fede ha dato molto risalto al sé, all’“io”, all’ego. E ha dato forza all’idea – uso la parola idea in senso proprio – all’idea di individuo, secon­do cui noi esseri umani siamo individui separati, distinti, indipen­denti da ogni altro. L’accento dato all’individualità ha causato molti danni. Ha distrutto famiglie – non so se ne siete consapevo­li – ha portato a un posto di primo piano le imprese, il successo, la tecnologia, ha dato maggior risalto alle iniziative di un particolare essere umano, del singolo individuo, dell’impresa individuale. Ma all’opposto abbiamo il complesso ideologico del totalitarismo. Abbiamo, quindi, due opposti. Da una parte la libertà, la cosiddet­ta libertà, e dall’altra nessuna libertà, tranne che per pochi. E, a ben osservare, in tutto il mondo la superiorità accordata al singolo individuo ha prodotto alcuni risultati positivi, non soltanto nel mondo della tecnologia, ma anche in quello dell’arte. Ma, sebbene pensi di essere libero, l’individuo è realmente libero? E sull’altro lato della medaglia c’è il totalitarismo, dove non esiste nessuna libertà, tranne che per pochi.

Ora, che c’è di vero in questo? È evidente che deve esserci li­bertà. Cosa vogliamo dire con la parola Libertà? Mettiamo ancora una volta ben in chiaro che stiamo ponendo la domanda su di noi, non la sta ponendo chi vi parla, siete voi a chiedere. Come abbia­mo detto, qui non c’è un oratore. Voi e io siamo gli oratori. Voi e io – la persona che parla – stiamo indagando assieme su questo problema: da una parte, c’è l’enorme importanza accordata all’individualità con tutto ciò che ne consegue: identificazione, nazione, abitazione, famiglia, capitalismo, socialismo e quant’altro; dall’altra, c’è l’identificazione con la società ideologica. In quest’ultimo caso, la società diventa la cosa più importante, secondo l’idea di pochi. E indagando su questo, dobbiamo innanzitutto chiedere, se mi è permesso suggerirlo, che cosa stiamo cercando di fare noi esseri umani. Che cosa noi esseri umani – non il Signor Tal dei Tali o la Signora Tal dei Tali – ma noi esseri umani senza etichette, senza nazionalità, senza tutta la robaccia che altri ci hanno ficcato in gola o che noi abbiamo ficcato nella gola altrui, che cosa noi esseri umani stiamo cercando di fare in questo mondo? Di cosa stia­mo andando alla ricerca, cosa stiamo cercando, cosa ci manca? È una delle domande implicite è: Cos’è la libertà? Pensiamo di essere liberi perché possiamo viaggiare, andare in America o dovunque ci piaccia, se abbiamo i soldi e l’inclinazione a viaggiare.

Allora cos’è la libertà? Forse la maggior parte di noi, almeno quelli seri e riflessivi, consapevoli, deve porsi la domanda: Cos’è la libertà? La libertà è forse fare individualmente quello che vi pare? È un’attività permissiva? Vale a dire, ognuno vuole fare ciò che vuole. Se vuole credere in dio, crede in dio. Se vuole andare in cerca di droghe, di sesso e di tutto il resto, è libero di andare per questa strada, se ha i soldi, se ha l’inclinazione e tutto ciò che gli serve. E noi abbiamo considerato una libertà questo genere di atti­vità: fare quello che ci pare, quello che vogliamo fare, quello che vogliamo compiere, oppure trovare l’identità nella libertà. Sapete di che si tratta. È dunque questa la libertà? Oppure la libertà è qualcosa di completamente diverso? Pensiamo che libertà signifi­chi essere liberi da qualcosa, dalla povertà, da una persona che avete sposato e che non volete più per essere liberi di divorziare, e tutto il resto. Liberi di scegliere la propria attività nel mondo del lavoro o in quello psicologico, o liberi di credere in ciò che si vuo­le credere, e via dicendo. Si pensa di essere liberi di scegliere se di­ventare cattolici o protestanti, oppure di non credere affatto. Sape­te di che si tratta.

Allora cos’è la libertà? Ponete questa domanda a voi stessi, non a me. Siete di fronte a uno specchio, a guardarvi, a indagare sulla vostra struttura psicologica nel suo complesso. Il nostro condizio­namento è consistito nel fare ciò che volevamo. E non abbiamo mai indagato su cosa ci spinge a fare, ad andare a sinistra, a destra, o in altre direzioni. E finché c’è identificazione con una nazione, con una famiglia, con un marito, con una ragazza, con questa fede, con quel dogma, quel rituale, quella tradizione, c’è forse libertà? Mi seguite? Siete voi a porre queste domande. Io sono soltanto il portavoce della vostra indagine. Va sottolineato ancora una volta che qui non c’è autorità, non c’è nessuno – per quanto riguarda chi vi parla – che abbia un qualsiasi senso di autorità, un qualsia­si senso di superiorità. Non c’è dogmatismo, non c’è fede. E se chi parla è un po’ enfatico, non è perché si esprime in maniera intran­sigente e aggressiva, ma perché questa è la sua natura.

Stiamo, quindi, indagando sulla possibilità che esista la libertà in senso assoluto, non da qualcosa a qualcos’altro, o da qualcos’al­tro a qualcos’altro ancora. Stiamo indagando sul senso di libertà, se esiste qualcosa del genere. E finché la mente, il pensiero, le sen­sazioni, le emozioni si identificano con un determinato oggetto, con un mobile, un essere umano, una fede, c’è libertà? Ovviamen­te no. Nel momento in cui vi identificate con qualcosa, negate la li­bertà. Se io, perché mi piace l’idea di un essere supremo e di tutto il resto, mi identifico con lui e lo prego, lo venero, c’è forse li­bertà? E così stiamo scoprendo che non c’è libertà finché è in atto un processo di identificazione, giusto?

Attenzione, le parole sono pericolose. Se posso suggerirvelo, non traducete ciò che è stato detto nei vostri termini, nel vostro linguaggio, secondo le vostre opinioni, ma ascoltate davvero le parole che stiamo usando, perché allora comunicheremo direttamen­te. Va bene, mettiamola in questo modo: il linguaggio – ossia l’uso delle parole, il significato delle parole, la sintassi – il lin­guaggio guida la maggior parte di noi, giusto? Quando dite: “Sono francese”, la parola agisce e ci costringe entro un certo modello. Quindi, il linguaggio ci usa, giusto? Non so se lo avete notato.

Quando usate le parole comunismo, socialismo, capitalismo o cattolico, protestante, induista, ebreo e così via, esse agiscono su di noi e ci obbligano a pensare in determinati modi, giusto? Il linguaggio, quindi, ci guida, ci usa. Non so se ne siete consapevoli. E se usate il linguaggio – senza permettere che vi guidi – usate le parole senza alcun contenuto emotivo. In quel caso c’è la possibilità di una comunicazione esatta. Stiamo giungendo a qualcosa, insieme?

Cercate di capire, perché stiamo per entrare in qualcosa che – credo, ma non ne sono sicuro – risulta da tutta la nostra indagine sulla libertà, dalla nostra consapevolezza del fatto che l’identifica­zione distrugge la libertà, la riduce, la limita. E se siete soddisfatti della limitazione della libertà, dovete anche essere consapevoli delle conseguenze, che sono la separazione, la continua mancanza di rapporti, lo sforzo, la guerra, la violenza e tutto il resto.

E quando indaghiamo in noi stessi, dobbiamo anche essere chiaramente consapevoli che non sia il linguaggio a guidarci; che, quan­do usiamo la parola comunismo, in un certo senso ce ne allontania­mo emotivamente. Se invece preferite il mondo capitalistico ameri­cano e via dicendo, è sempre la stessa cosa. Quindi, bisogna essere seriamente consapevoli – se volete penetrare in tutto ciò, cosa che non vi spingo a fare – che non sia il linguaggio a guidarci; allora potremo usare le parole nella loro semplicità, nel loro significato, senza contenuti emotivi. Allora voi e io saremo in costante comuni­cazione, giusto? Riuscite a farlo? Non domani, adesso! Allora pos­siamo procedere assieme, non a passo lento, ma al galoppo.

C’è libertà solamente quando c’è la totale nonidentificazione con qualcosa, con la chiesa, gli dèi, le fedi, con una statua – mi seguite? – con qualsiasi cosa! Mi dite qualcosa, usate parole cru­deli e mi insultate. Ne rimango offeso. E, in tutto il mondo, la maggior parte degli esseri umani viene offesa, non soltanto fisicamente, ma ancor più psicologicamente. Voi siete offesi, vero? E, a partire da questa offesa, facciamo ogni genere di cose: resistiamo, ci ritiriamo, abbiamo paura, diventiamo violenti o amareggiati, e così via, all’infinito. Questa offesa, se la esaminate da molto vicino, è il movimento del pensiero mentre forma l’immagine, giusto? il pensiero ha creato un’immagine di noi, secondo cui siamo bellissi­mi, intellettualmente meravigliosi, siamo questo o quello o quell’al­tro ancora. E quando usate una brutta parola, quando puntate il dito con rabbia, l’immagine viene offesa; vale a dire il pensiero – vi prego di seguire il tutto – il pensiero che ha creato un’immagi­ne di sé; questa immagine viene offesa. Si può vivere per tutta la propria vita senza essere mai offesi? Soltanto in questo caso c’è li­bertà, soltanto in questo caso la mente è sana.

Brockwood Park, 12 settembre 1978

Penso che quasi tutti noi siamo schiavi dei concetti religiosi, dei dogmi e dei simboli, o di qualche esperienza, o siamo schiavi delle istituzioni, dei concetti. Ed essendo prigionieri di tutto ciò, come si può essere la luce di se stessi? Se una persona è impegnata in un certo modello di vita, in un certo modo di vivere, se e un uomo di affari, uno scienziato o un filosofo, viene intrappolato dal modello, ne rimane completamente assorbito e il resto della sua vita scorre in quella maniera. Nelle nostre discussioni ci interessiamo alla vita nel suo complesso, non a parte di essa, a un segmento, a una particolare tendenza o alla professione di qualcuno. Ci si rende quindi conto – e mi ci metto anche io – che si è presi dalla routine, la quale naturalmente impedisce la libertà? Impedisce la libertà e, quindi, non si riesce mai a essere chiari dentro se stessi. Non si rie­sce mai a capire la propria profondità, quando si dipende da qualcosa; non si può essere la luce di se stessi.

L’intelligenza, i computer e la mente ripetitiva – Rishi Valley, 4 dicembre 1980

Possiamo passare a qualcos’altro, ossia al fatto che il piacere è sempre nel conosciuto? Non provo piacere oggi ma, dopodomani, potrebbe accadere. Mi piace pensare che accadrà. Non so se capite cosa voglio dire. Il piacere è tempo in movimento. Esiste un piacere che non si basi sulla conoscenza? Tutta la mia vita è il conosciu­to. Proietto il conosciuto nel futuro modificandolo, ma è sempre il conosciuto. E il computer rientra nell’ambito del conosciuto. Ora, il vero problema è se c’è libertà dal conosciuto. Questo è il vero problema perché nel conosciuto c’è piacere, c’è sofferenza, c’è paura, e il movimento della mente nel suo complesso è il conosciu­to. Può, quindi, esserci libertà dal conosciuto? Il conosciuto sta distruggendo l’essere umano. Gli astrofisici stanno andando nello spazio partendo dal conosciuto. Continuarlo a indagare nei cieli, nel cosmo, con strumenti costruiti dal pensiero, osservano tramite questi strumenti e vanno alla scoperta dell’universo, osservando che cos’è; e questo è sempre il conosciuto.

Domanda: Sono stata colpita, proprio adesso, da una cosa molto interessante. La mente dell’uomo di oggi, nel modo in cui funzio­na, è. minacciata. Sta per essere distrutta. O la macchina prende il sopravvento e la mente viene distrutta, oppure la libertà dal cono­sciuto distruggerà il suo attuale funzionamento. La sfida è molto più sottile.

Krishnamurti: Sì. Ho detto proprio questo. Giusto. Ciò che lei sta dicendo, se capisco bene, è che il conosciuto nel quale funzionano le nostre menti sta distruggendoci. Il conosciuto è anche, in proiezione futura, la macchina, i medicinali, la genetica, la dona­zione. Tutte cose nate sia dall’uno che dall’altra. Quindi, stanno entrambi distruggendoci.

Domanda: Quella donna dice anche che la mente umana si è sempre mossa nel conosciuto, alla ricerca del piacere. Ciò ha avuto come risultato la tecnologia che ci distruggerà. Poi dice che anche l’altro movimento, ossia la libertà dal conosciuto, distruggerà la mente per come la conosciamo.

Krishnamurti: Sì. Libertà dal conosciuto? Cosa?

Domanda: Quella donna dice che ci sono due movimenti. Il movimento del conosciuto porta sempre più verso la distruzione della mente. La via di uscita è la libertà dal conosciuto, che sta anch’essa distruggendo il movimento del conosciuto.

Krishnamurti: Un momento. La libertà non è da qualcosa. È uno stato con­clusivo. Mi seguite?

Domanda: Lei, signore, dice che la libertà dal conosciuto è per sua na­tura tale da non distruggere il movimento, dice che il pensiero vi trova posto, che la mente vi trova posto? Dice che in ciò c’è li­bertà?

Krishnamurti: Dico che c’è soltanto la libertà, ma non dal conosciuto.

Domanda: io dico che la mente funziona in una maniera particolare, ciò che chiamiamo la mente umana opera in un certo modo. E la mente umana subisce le pressioni del progresso tecnologico. Anche l’altra, la libertà dal conosciuto, è totalmente distruttiva riguardo al funzionamento della mente. Di conseguenza, una mente nuova – nata dalla tecnologia o libera dal conosciuto – è inevitabile. Sono le uniche due possibilità; quella attuale è superata.

Krishnamurti: Siamo chiari. O deve esserci una mente nuova, oppure la situazione attuale distruggerà la mente. Giusto? Ma la nuova mente può esistere soltanto nella realtà, non in teoria; può esistere solamente quando la conoscenza ha fine. La conoscenza ha creato la macchina, e noi viviamo di conoscenza. Siamo delle macchine; ma adesso stiamo separando le due cose. La macchina sta distruggen­doci. La macchina è il prodotto della conoscenza; noi siamo il prodotto della conoscenza. Quindi, è la conoscenza a distruggerci, non la macchina. Allora, la domanda è: “Può aver fine la conoscienza?” e non: “Può esserci libertà dalla conoscenza?”. In que­st’ultimo caso state evitando o fuggendo la conoscenza.

Domanda: La domanda è: può aver fine la conoscenza o l’azione nata dalla conoscenza? L’azione nata dalla conoscenza può finire. La conoscenza no.

Krishnamurti: Invece può.

Domanda: L’azione nata dalla conoscenza?

Krishnamurti: L’azione è libertà dalla conoscenza.

Domanda: La conoscenza non può aver fine.

Krishnamurti: Sì che può.

Domanda: Cosa intende quando dice che tutta la conoscenza ha fine?

Domanda: Esiste soltanto la conoscenza?

Krishnamurti: Esiste soltanto la conoscenza, non la fine della conoscenza. Non so se mi sto spiegando chiaramente.

Domanda: Quindi, c’è lo straordinario istinto di conservazione e c’è soltanto la conoscenza. E lei chiede se la conoscenza può aver fine, il che significa l’autoannientamento?

Krishnamurti: No, capisco cosa state dicendo. Per il momento lascio da parte la fine del sé. Sto dicendo che il computer, che comprende ogni tecnologia, e la mia vita, si basano sulla conoscenza. Quindi, non c’è divisione tra i due.

Domanda: La seguo.

Krishnamurti: Questa è una cosa straordinaria. E finché viviamo nella conoscenza, il nostro cervello è distrutto dalla routine, dalla macchina, e via dicendo. Quindi, la mente è conoscenza. È fuori questione dire che deve liberarsi dalla conoscenza. Cercate di capire. C’è soltanto la mente, che è conoscenza. Vi dirò una cosa. Vedete? Vi sie­te bloccati. Non dite che è impossibile. Se dite che è impossibile, non sarebbe stato inventato il computer. Cambiate direzione. Quando la mente dice che deve essere libera, qualsiasi cosa faccia, è sempre nell’ambito della conoscenza. Qual è, allora, lo stato della mente che è completamente consapevole, o conosce, o è informata del fatto che essa stessa è conoscenza?

Ho cambiato direzione, vedete? Allora, cos’è successo?

Evidentemente, la conoscenza è movimento. La conoscenza è stata acquisita tramite il movimento. Quindi, la conoscenza è mo­vimento. Anche il tempo, e tutto il resto, è movimento.

Domanda: Sta parlando di quello stato mentale in cui il tempo si arresta.

Krishnamurti: Questa è libertà. Il tempo è movimento. Che significato ha tutto ciò? È molto interessante. Lasciate che lo riassuma. La mente ha inventato il computer. Ho usato questa parola intendendo nel complesso la tecnologia, la genetica, la donazione, la chimica. Ciò è nato dalla conoscenza che l’essere umano ha acquisito. Ed è an­cora il conosciuto, il prodotto del conosciuto, con le sue ipotesi e teorie, con la refutazione delle teorie, e via dicendo. Anche l’essere umano ha fatto esattamente la stessa cosa della macchina. Quindi, non c’è divisione tra i due. La mente è conoscenza. Qualunque cosa faccia, nasce dalla conoscenza: gli dèi dell’uomo, i suoi templi sono nati dalla conoscenza. La conoscenza è movimento. Può arrestarsi il movimento?

Questa è veramente libertà. Il che vuol dire che la percezione è libera dalla conoscenza e che l’azione non scaturisce dalla cono­scenza. La percezione del serpente, il pericolo è azione, ma questa percezione si basa su secoli di condizionamento riguardo ai ser­penti. La percezione di essere induista, che è andata avanti per tremila anni, è lo stesso movimento. E noi viviamo sempre in questo ambito. Questo è distruttivo, non la macchina. A meno che non si fermi la macchina della mente – non il computer – noi stiamo per distruggerci.

Esiste, quindi, una percezione che non scaturisce dalla co­noscenza? Perché, quando questo movimento si arresta, deve es­serci azione.

Il futuro dell’essere umano – New Delhi, 5 novembre 7981

Nel mondo c’è molta irrequietezza, corruzione; la gente è mol­to, molto turbata. È pericoloso passeggiare per le strade. Quando parliamo di libertà dalla paura, vogliamo la libertà esteriore, libertà dal caos, dall’anarchia o dalla dittatura. Ma non ci chiediamo mai se esiste una libertà interiore, la libertà della mente, e non la esigia­mo. Questa libertà è reale o teorica? Consideriamo lo Stato come un impedimento alla libertà. I comunisti e gli altri totalitaristi dicono che non esiste una cosa come la libertà; lo Stato, il governo, è la sola autorità. E reprimono ogni forma di libertà. Quindi, che genere di libertà vogliamo? Quella lì, fuori? Fuori di noi? Oppure la li­bertà interiore? Quando parliamo di libertà, è la libertà di scegliere tra questo e quel governo, tra qui e lì, tra libertà esterna e inte­riore? La psiche interiore conquista sempre l’esterno. La psiche, ovvero la struttura interiore dell’essere umano – i pensieri, le emozioni, le ambizioni, le azioni, l’avidità – conquista sempre l’esterno. Allora, dove cerchiamo la libertà? Può esserci una libertà dal nazionalismo che ci dia un senso di sicurezza? Può esserci libertà da tutte le superstizioni, dai dogmi e dalle religioni? Una civiltà nuova può nascere soltanto tramite la vera religione, non con la superstizione, i dogmi o le religioni tradizionali.

Saanen, 10 luglio 1984

Dovremmo chiederci cosa sono la libertà, la salute e la qualità dell’energia che sorge quando si cattura, si vede, si percepisce la verità secondo cui tutto il tempo è contenuto nel momento presen­te. Giusto? Cos’è la libertà? Nei secoli, tutti gli esseri umani sono andati in cerca di qualche genere di libertà, dal punto di vista sto­rico, religioso o altro. E adesso la libertà viene interpretata come un fare ciò che si vuole, cosa che ovviamente tutti voi fate, o avere una scelta: si può scegliere di andare da un luogo all’altro, di pas­sare da un lavoro all’altro, a meno che uno non si trovi dove c’è una dittatura assoluta e tutto è tenuto sotto controllo. In questo caso, persino i pensieri e i sentimenti vengono plasmati secondo un modello. Negli stati totalitari c’è, quindi, il diniego della libertà e, di conseguenza, tali stati sono retrogradi, capite? Vanno indie­tro, non si muovono.

Dobbiamo chiederci cos’è la libertà. La possibilità di scelta è li­bertà? Scegliere tra due automobili, tra due materiali, andare dove si vuole, realizzarsi a discapito di tutti gli altri, giusto? Cercare di diventare molto più di ciò che siamo – migliori, più nobili, più saggi, acquisire una maggiore conoscenza – ossia l’intero mecca­nismo del diventare, che è chiamato realizzazione. “Devo realizzarmi”, “Devo mettere le radici da qualche parte”. Mi seguite? Tutto ciò implica il diventare. Non soltanto diventare in senso fisico, da impiegato a proprietario, da apprendista a maestro, ma anche sentire che sto diventando qualcosa interiormente. “Sono questo e sarò quello. Sono invidioso, avido, violento” – useremo la parola violento, perché siamo violenti – “un giorno raggiungerò la non-violenza”. Forse in un anno o due o, forse, alla fine della vita, quando starò per morire. giusto? E tutto ciò implica un diventare in senso psicologico. chiaro. E c’è libertà nel diventare? Capite la domanda? Oppure la libertà è qualcosa di completamente diverso? Stiamo indagando, esplorando insieme. Non è che io sto dan­do una spiegazione e voi la ricevete. Stiamo indagando insieme, il che richiede che esercitiate i vostri cervelli, non che accettiate una cosa, non che accettiate qualunque cosa dice chi vi parla. L’indagi­ne deve, dunque, essere vostra, non di chi vi parla. Chi vi parla non può fare altro che sottolineare, tradurre in parole, ma l’attività e la penetrazione devono essere vostre. Stiamo quindi condividen­do l’indagine, giusto? Non è che io propongo qualcosa con cui siete in accordo o in disaccordo, questo non implica alcuna condivi­sione. Ma sia voi che io indaghiamo, sondiamo, chiediamo, mettia­mo in dubbio tutto ciò che pensiamo e proviamo e la sua relazione nei confronti del tempo, e vediamo se questo diventare ostacola la libertà, giusto? Ci ritroviamo assieme in questo, almeno un poco? Posso spiegarlo meglio?

Vale a dire che se uno è un insegnante che vuole gradualmente diventare un docente universitario, o se è un apprendista di una qualsiasi disciplina, cerca continuamente di diventare qualcosa: di­ventare di più, diventare più esperto, con maggiori abilità, con maggiore conoscenza. L’energia data a un determinato oggetto è li­mitata e, quindi, nega la libertà. Capite? Ci ritroviamo un po’ as­sieme in questo?

Vedete che non esigiamo veramente la libertà. La si esige solamente entro l’area ristretta in cui devo fare ciò che mi sento, devo agire secondo le mie attrazioni e repulsioni perché in questa azione sono libero, posso scegliere tra te e un altro, e così via. Tutte que­ste attività sono, quindi, molto, molto limitate, e proprio questa li­mitazione nega la libertà. È evidente! Siamo limitati anche dal punto di vista verbale, linguistico. Cerchiamo di scoprire se il lin­guaggio limita la libertà. Chi vi parla usa l’inglese; questa lingua, le parole, condizionano il cervello che, di conseguenza diventa limi­tato. Il linguaggio condiziona il cervello, oppure non lo condizio­na, non lo limita? Ve lo chiedete? Approfondiamo insieme. Se stessero insieme soltanto una persona e chi vi parla, e non un folto pubblico come questo, soltanto una persona, un mio amico e io, potremmo discutere molto, molto intimamente. E sto facendo pro­prio questo, giusto? Vale a dire che voi rappresentate un mio amico e io rappresento colui che parla. Colui che parla e l’amico stanno discutendo della seguente questione: la libertà consiste nel di­ventare continuamente qualcosa? La libertà consiste nell’esprimere le proprie ambizioni? La libertà consiste nel soddisfare i propri de­sideri? E l’amico dice: “Non so proprio di che diavolo stai parlan­do. Siamo abituati a questo: questo è il nostro condizionamento, la nostra abitudine. Vogliamo sempre portare a compimento, diven­tare, sia nel mondo esterno che in quello interiore. Dobbiamo otte­nere qualcosa, altrimenti non c’è progresso”, e via dicendo. Il mio amico dice questo, contrapponendosi a ogni cosa che dico, che chi parla sta dicendo. E colui che parla gli dice di non prendersela tanto, di osservare assieme. Quando siete ambiziosi, sia nel mondo esterno che in quello psicologico, l’ambizione è la stessa, sia che abbiate l’ambizione di diventare immensamente ricchi o di raggiungere il Nirvana, il Paradiso o l’illuminazione, o di diventare tranquilli. E questa ambizione, dice chi parla all’amico, è limitata, non è libertà. E abbiamo abusato del termine libertà. Ogni persona cerca di affermarsi, persistendo aggressivamente sulle proprie opi­nioni, sui giudizi, le valutazioni, i dogmi, i credi, e via dicendo. E chiamiamo tutto ciò libertà. Ma è libertà questa? L’amico dice: “Comincio a capire di cosa stai parlando. Sono d’accordo”. Io dico: “Non essere d’accordo, ma renditi conto che è una realtà, una verità, giusto?”.

La libertà deve essere, quindi, qualcosa di completamente diverso. Ed è possibile arrivarci, realizzare questa libertà? Il che non è affatto essere ambiziosi. Approfondite la questione, il che non im­pedisce la passione di fare delle cose, giusto? Anche gli scienziati di tutto il mondo sono molto ambiziosi, come tutti noi. Vogliono otte­nere migliori armamenti contro i russi, e via dicendo. Giocano a questo gioco, a questo orrendo gioco. Quindi, ogni essere umano al mondo, per quanto incolto, stupido, tremendamente intellettuale, viene sempre catturato da questo meccanismo. E, in genere, questa la chiamiamo libertà. Ma chi vi parla dice che non è libertà. E l’amico dice: “Il linguaggio impedisce o favorisce l’attività limitata del cervello?”. State seguendo tutto? Vi interessa? Ne siete sicuri? Oppure per voi è solo un gioco? Il linguaggio condiziona il cervello?

Lo condiziona sicuramente, se le parole assumono importanza. Che siano parole inglesi, francesi, tedesche, italiane o russe, quando la parola ha perso la sua profondità, quando è usata con noncuranza, quando ha per ognuno un significato particolare, quando le parole diventano la struttura portante del cervello – capite? State seguendo? – in questi casi le parole condizionano il cervello. Giusto? Ma quando le parole vengono usate per comunicare – il che richiede una certa dose di sensibilità, attenzione, elasticità, affetto – possono essere usate senza la loro caratteristica limitativa. Allora il cervel­lo non è condizionato dalle parole. Ma, per come siamo adesso, le parole condizionano veramente il cervello. Quando dite “gli stati to­talitari”, ne avete immediatamente un’immagine. Vedete immediatamente vari dittatori in diverse parti del mondo, perché le loro immagini sono apparse su tutti i giornali degli ultimi cinquanta anni. Affiora un’immagine, e questa immagine condiziona il cervello. State seguendo tutto? Quando uso la parola guru (risate); ecco, avete immediatamente una reazione! O quando una parola come Cristo viene detta a un cristiano, immediatamente! Oppure quando si dice a un induista la sua parola sacra, o a un buddhista. Vi prego di capire l’importanza del condizionamento linguistico e di osservare se, in questo condizionamento, sorge ogni genere di dubbio, ogni ge­nere di conflitto – il conflitto tra induisti e musulmani, tra arabomusulmani ed ebrei, tra cristiani che credono in dio e atei totalitari, mi seguite? Accade questo.

È possibile allora liberarsi dalla prigione linguistica? Capite? Non ci mettete tutta la vostra attenzione. Giusto? Guardate se vi è possibile, a voi che adesso siete seduti qui, essere completamente liberi dall’immagine delle parole. Non c’è, dunque, libertà nel di­ventare. Non c’è libertà quando una persona, uomo o donna, è ambiziosa, avida, invidiosa. Potrebbe pensare di essere libera perché esprime le sue ambizioni, ma non c’è libertà nel diventare. E non c’è libertà quando il cervello è catturato o imprigionato dalle parole e dalle loro immagini.

Indagate, quindi, sulla libertà, sul significato della salute, perché se non siete sani non potete essere liberi, ne sarete impediti. Potrei essere paralizzato, ma ugualmente sano, capite? Potrei avere un solo occhio con cui vedere chiaramente, ma ciò non mi impedirebbe di essere sano. La salute viene distrutta dal continuo conflitto, dall’arrivismo, dal successo, dall’ambizione, dall’incertezza, dalla confusione, da tutto il dolore della vita. E l’energia, l’energia viene dissipata. Capite? Dissipata dalle chiacchiere, dai litigi, dal persi­stere in ciò che avete fatto e dal dire: “Questo va bene, mi ci atten­go fermamente”. Capite? L’energia implica un movimento costan­te, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, non in senso tecno­logico, ma psicologico. In modo che il cervello diventi straordina­riamente attivo e non dissipi l’energia. Quando avete energia, riu­scite a vedere i problemi, capite? E cercate di capire il tempo. Tutti i problemi sono a incastro, uno nell’altro, non sono separati. Si tratta di un unico, lungo e costante movimento.

Brockwood Park, 31 agosto 1985

Come abbiamo detto in precedenza, siamo alquanto seri, almeno chi vi parla lo è. Lo è stato negli ultimi settanta anni e più. Ma limitarsi ad ascoltare un paio di discorsi o a leggere parole stampate non risolverà i nostri problemi, non ci sarà di aiuto. E chi vi parla non sta cercando di aiutarvi. Siatene convinti, siate sicuri che chi vi parla non è un’autorità e, quindi, non è la persona alla quale potete rivolgervi per essere aiutati. Altri possono aiutarvi. E se volete essere aiutati, se posso farvelo notare con molto rispetto, allora voi lasciate che i vostri problemi vengano risolti dagli altri, ed essi li risol­veranno secondo i loro desideri e interessi personali, il loro potere, la loro posizione e tutto il resto della faccenda. Noi siamo, quindi, gente comune che parla insieme. Stiamo indagando insieme, affrontando i fatti, non le idee sui fatti, ma i fatti stessi. E non le ideologie, che sono prive di significato. Non le teorie, le speculazioni – chi è illuminato, chi non lo è, chi è ...cosa?... più vicino a dio di voi... ma stiamo approfondendo insieme la questione della libertà, che rapporto c’è tra libertà e tempo, e tra tempo, pensiero e azione. Siccome viviamo grazie all’azione, ogni cosa che facciamo è azione, non un’azione particolare nel mondo degli affari o in quello della scienza, o nel mondo delle speculazioni che chiamiamo filosofia. Ma, invece, stiamo osservando le cose per ciò che sono.

C’è una grande anarchia nel mondo, c’è molto caos, disordine, e chi lo ha generato? Questo è il nostro primo interrogativo. Chi è responsabile di tutta la confusione che c’è al mondo – in senso economico, sociale, politico e via dicendo e che porta alla guer­ra? Attualmente ci sono guerre in atto, guerre terribili. E si rendeconto ognuno di noi – non intellettualmente, ma realmente nella vita di tutti i giorni – nello stato in cui si trova la casa nella quale viviamo, non soltanto la casa costruita all’esterno dall’essere uma­no, ma la casa che ci circonda? Ci rendiamo conto di quanto è di­sordinata, contraddittoria, di quanta poca libertà abbiamo? La pa­rola libertà implica anche amore, non semplicemente la libertà di fare quello che vi pare, quando vi pare e dove vi pare. Ma noi vi­viamo su questa Terra, tutti noi, e ognuno è alla ricerca della pro­pria libertà, della propria espressione, realizzazione, della propria via all’illuminazione o di qualsiasi altra cosa: della propria partico­lare forma di religione, superstizione, credenza, fede e di tutte le cose che ne conseguono, l’autorità, l’autorità gerarchica, in senso politico, religioso, e così via. Quindi, abbiamo pochissima libertà. E questa parola, che è liberamente usata da ogni psicopatico e da ogni essere umano – che viva in Russia, dove la tirannia è spaven­tosa, o nel cosiddetto mondo democratico da ogni essere uma­no che interiormente, in modo conscio o inconscio, ha bisogno di libertà, come ogni albero al mondo, ha bisogno di libertà per crescere e per provare un senso di dignità, di amore.

E qual è il rapporto tra libertà e interesse personale? Stiamo discutendo la cosa insieme. Se posso evidenziarlo, non state ascoltan­do un oratore, un uomo sul palco. Quest’uomo non ha alcuna im­portanza. Ed essere oratori vuol dire proprio questo; chi vi parla, in sé, non è importante. Ma, forse, potreste prestare orecchio a ciò che dice come se due amici stessero discutendo di qualcosa con molta serietà. Stiamo chiedendo: Qual è il rapporto tra libertà e in­teresse personale? Dove tracciate la linea di confine tra libertà e Interesse personale? È così l’interesse personale? In che rapporto si trova rispetto al pensiero e al tempo? La libertà comprende tutte queste domande. Tenendo presente che la libertà non è la realizzazione delle proprie ambizioni, dell’avidità, dell’invidia e così vla, qual è ii rapporto tra interesse personale e libertà? Sapete cos’è l’interesse personale? L’interesse personale può nascondersi sotto ogni pietra della vostra vita, giusto? Stiamo parlando insieme. Siete sicuri che stiamo parlando insieme, non con qualcuno in posizione superiore, ma tutti noi seduti allo stesso livello?

Cos’è l’interesse personale? Possiamo chiedercelo coscientemen­te, deliberatamente? Quanto è profondo, quanto è superficiale, se è necessario, se non c’è completamente, assolutamente posto per esso? Capite la mia domanda? Stiamo ponendola assieme. L’inte­resse personale ha causato molta confusione nel mondo, molto disordine, tanta confusione, tanti conflitti. Anche se l’interesse personale è identificato con una nazione, una comunità, una famiglia, o con dio, i dogmi, le fedi e così via, si tratta sempre di interesse personale, la ricerca dell’illuminazione; buon dio, come se si potes­se ricercarla! Anche in questa ricerca c’è un interesse personale, e c’è interesse personale anche quando costruite una casa, firmate una polizza assicurativa, mettete un’ipoteca. L’interesse personale è incoraggiato commercialmente, e lo è anche da tutte le religioni che parlano di liberazione ma pongono sempre l’interesse personale al primo posto. E noi dobbiamo vivere in questo mondo, dob­biamo funzionare, guadagnare denaro, mettere al mondo dei figli, essere o non essere sposati. E, vivendo nel mondo del ventesimo secolo, quanto è profondo o superficiale il nostro interesse personale? È importante chiederselo. L’interesse personale divide le per­sone, giusto? Noi e loro, tu e io, il mio interesse contrapposto al tuo, i miei interessi familiari contrapposti ai tuoi, alla tua nazione, alla mia nazione nella quale ho investito tanti interessi emotivi e fi­sici, per la quale sono disposto a combattere e a morire, a fare la guerra. E investiamo il nostro interesse nelle idee, nella fede, nei dogmi, nei rituali e così via, in un ciclo che si ripete. E alla radice di tutto ci sono molti interessi personali.

Ora, si può vivere in questo mondo, ogni giorno, con chiarezza, con l’interesse personale quando è necessario – sto usando questa parola con molta attenzione – quando è fisicamente necessario, mentre è totalmente abbandonato dal punto di vista psicologico, interiore? È possibile? Capite? Ci siamo? È possibile che ognuno di noi viva in una società molto, molto complessa, competitiva, divisa da accordi e disaccordi, da una fede che si oppone all’altra, in questa grande e continua divisione, non soltanto individualmente ma anche collettivamente? Ed è possibile, vivendo in questo mon­do, tracciare in senso psicologico la linea di confine tra l’interesse personale e l’assenza di qualsiasi interesse personale? Riusciamo a farlo? Possiamo parlarne all’infinito, dato che ci piace andare a sentire i discorsi o le lezioni di qualcuno, ma in questa sede dob­biamo osservare insieme, non dobbiamo soltanto ascoltare reciprocamente le nostre parole, ma dobbiamo cercare di scoprire – profondamente, interiormente, ampiamente, nel complesso – in che consiste l’interesse personale in genere, non soltanto il mio in­teresse personale. E interiormente, dal punto di vista psicologico, si può vivere senza il minimo brontolio dell’interesse personale, del sé, dell’io, che è l’essenza dell’interesse personale? Un’altra perso­na non può spiegare o dire che questo è un interesse personale e quello non lo è, sarebbe terribile. Ma si può scoprirlo da soli, inda­gando molto attentamente, passo per passo, in maniera esitante, senza giungere a nessuna conclusione. Perché nessuno ci aiuterà. Credo che si debba essere assolutamente sicuri che nessuno verrà in nostro aiuto. Gli altri possono fingere e voi potete fingere di farlo, ma la realtà è che dopo due milioni e mezzo di anni, o quaran­tamila anni, siamo ancora alla ricerca di aiuto e bloccati. Stiamo quasi all’estremo delle nostre risorse.

E mentre indaghiamo sull’interesse personale, dobbiamo anche approfondire questo interrogativo: cos’è la libertà? E la libertà implica amore; libertà non vuol dire irresponsabilità, fare esattamente ciò che si vuole, il che ha creato tanta confusione nel mon­do. E dobbiamo anche chiederci che rapporto c’è tra interesse personale e pensiero. L’altro giorno ci siamo addentrati nel problema del tempo, e anche in quello del pensiero, del modo di pensare. Vogliamo approfondire brevemente la questione del tempo e del pensiero: ne abbiamo bisogno? Non serve ripeterlo in continuazio­ne, diventa piuttosto monotono, almeno per chi sta parlando. Quindi, chi vi parla deve variare le parole, la particolare fraseolo­gia, i silenzi tra una frase e l’altra. Ma se non fate altro che ascoltare parole, parole e parole, e non agite, allora non ci rimarranno che le nostre ceneri.

1. Il Moral Rearmament è un movimento pacifista nato in India agli inizi di questo secolo [N.d.T.].
2. Il sanyasi, o sanyasin, è un asceta che ha rinunciato al mondo [N.d.T.].
3. Letteralmente “ossequio” o “offerta”: è la cerimonia quotidiana che gli induisti officiano in casa o nel tempio [N.d.T.].
4. Nell’induismo, l’essenza o anima individuale contrapposta a quella unversale del Brahman [N.d.T.].
5. Letteralmente “ossequio” o “offerta”: è la cerimonia quotidiana che gli induisti officiano in casa o nel tempio [N.d.T.].
“Solo”, in inglese, è alone, cioè all (tutto) + one (uno) [N. d. T.].
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