Suggerimento
Subscribe to the Subscribe
And/or subscribe to the Daily Meditation Newsletter (Many languages)

                         Diaspora      rss 

Sulla Mente E Il Pensiero

Sulla Mente E Il Pensiero
Titolo originale dell’opera : ON MIND AND THOUGHT (Harper, San Francisco)
Traduzione di ANDREA ANASTASIO

L’intelligenza non è l’abile esposizione di un argomento, l’opporsi a contraddizioni o a opinioni diverse come se attraverso il vaglio di queste si potesse trovare la verità, che è impossibile ma è il comprendere che l’attività del pensiero, con le sue possibilità, le sue sottigliezze, la sua straordinaria e incessante attività, non è intelligenza.

Brockwoodd Park, 4 settembre 1982

Prefazione

Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895. All’età di tredici anni venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il veicolo di quel “maestro del mondo” del quale stava annunciando l’avvento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un maestro efficace, senza compromessi e difficilmente classificabile; i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in particolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un messia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sofferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito intorno e dichiarò che la verità è una “terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre grandi folle in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle discepoli e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo insegnamento sta l’aver compreso che i cambiamenti fondamentali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi limitanti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krishnamurti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta della sua capacità di attrarre un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla sua morte, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dialoghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa nuova collana di libri destinati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni libro della collana punta su un argomento particolarmente significativo per la nostra vita quotidiana.

1. Seattle, 23 luglio 1950

Il pensiero non è mai nuovo, mentre la relazione lo è sempre; e il pensiero si avvicina alla relazione, che è vitale, reale, nuova, con il retaggio del vecchio. Ecco, è così che accade: il pensiero cerca di comprendere il movimento del rapporto con l’ausilio dei ricordi, dei modelli mentali, dei condizionamenti del passato: da ciò scaturisce, conseguentemente, il conflitto. Prima che si possa comprendere il rapporto, si deve conoscere il contesto del pensatore, che significa essere consapevoli dell’intero processo del pensiero, senza scelta; ovvero, dobbiamo essere capaci di vedere le cose come sono veramente, senza tradurle in base ai nostri ricordi, alle nostre idee preconcette, che altro non sono che il risultato di condizionamenti passati.

Così, il pensiero è la reazione del contesto che fa da sfondo, del passato, dell’esperienza accumulata; è il reagire della memoria a livelli diversi, individuale e collettivo, del singolo e della razza, conscio e inconscio. Di tutto questo è fatto il nostro pensare. Per questo motivo, il nostro pensiero non potrà mai essere nuovo. Non può esserci un’idea nuova, perché l’azione del pensare non può rigenerarsi, non può essere un’azione fresca in quanto è sempre il reagire dello sfondo: i nostri condizionamenti, le nostre tradizioni, le nostre esperienze, i nostri accumuli, personali e collettivi. Perciò, quando osserviamo il pensiero nella funzione di strumento per la conoscenza del nuovo, ne vediamo l’assoluta futilità. Il pensiero può solamente scoprire le proprie proiezioni, non potrà mai trovare nulla di nuovo; può solo riconoscere ciò che ha già esperito, non può riconoscere ciò che non è parte del già vissuto.

Non c’è nulla di metafisico, di complicato, di astratto in quello che sto dicendo. Se l’osserverete un po” più da vicino, noterete che, finché c’è un “io”, (l’entità che è composta di tutti questi ricordi), che esperisce, non potrà mai esserci alcuna scoperta del nuovo. Il pensiero, che è “l’io”, non potrà mai esperire Dio, perché Dio, o la realtà, è l’ignoto, l’inimmaginabile, il non formulato: non ha etichette, né parole che lo definiscano. La parola Dio non è Dio. Perciò il pensiero non potrà mai esperire il nuovo, l’inconoscibile; può solo fare esperienza del conosciuto, può funzionare solo nel campo del conosciuto, e non oltre. Nel momento in cui il pensiero si attiva circa l’ignoto, la mente si agita: cerca di trascinare l’ignoto nel terreno del conosciuto. Ma l’ignoto non può essere trasportato nel già noto, e di conseguenza ecco nascere il conflitto tra il conosciuto e il non conosciuto.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Seattle il 23 luglio 1950, in Collected Works of Krishnamurti, vol. vi, copyright (c)1991, Krishnamurti Foundation of America.

2. Londra, 7 aprile 1952

Che cos’è il pensare? Quando diciamo “io penso”, che cosa vogliamo dire? Quand’è che siamo coscienti di questo processo definito come pensare? Di sicuro ne siamo consapevoli quando sorge un problema, quando ci sentiamo sfidati, quando ci viene posta una domanda, quando si manifesta un attrito. Allora ne diveniamo consapevoli percependolo come un processo autocosciente. Per favore non ascoltatemi come se fossi un conferenziere che procede nella sua comunicazione; voi e io stiamo esaminando le nostre modalità di pensiero, di cui ci serviamo a mo” di strumento nel nostro vivere quotidiano. Così mi auguro che stiate osservando il vostro stesso pensare, e non solo ascoltando ciò che dico, perché non sarebbe un bene. Se ascoltate solamente, invece d’osservare il vostro processo del pensiero, se non siete consapevoli del vostro stesso pensiero, osservando come sorge, il modo in cui viene a essere, allora non arriveremo da nessuna parte. Questo è ciò che stiamo cercando di fare, voi e io assieme, osservare cos’è questo processo del pensare.

Di sicuro pensare è una reazione. Se vi ponessi una domanda, voi rispondereste, e lo fareste in base alla vostra memoria, ai vostri pregiudizi, alla vostra educazione, all’intero sfondo dei vostri condizionamenti, inclusi quelli climatici. Proprio in base a questo insieme di dati, voi rispondereste, è in base a questi dati che voi pensate. Se siete cristiani, comunisti o induisti, o ciò che volete, quello sfondo risponde, ed è ovvio che proprio questo condizionamento crea problemi. Il centro di questo sfondo è l’io’, il “me” in azione. Fino a quando questo sfondo non è compreso, fino a quando questo processo del pensiero, questo sé che crea il problema, non è compreso e risolto, siamo destinati a vivere in conflitto, interiormente, con gli altri, nel pensiero, nelle emozioni, nell’azione. Nessuna soluzione di alcun tipo, anche la più astuta, quella formulata meglio potrà mai risolvere ed estinguere il conflitto tra uomo e uomo, tra voi e me. E quando comprendiamo questo, quando diveniamo consapevoli di come il pensiero sorge e da dove, ci chiediamo: “Può mai il pensiero cessare d’essere?”.

Questo è uno dei problemi, giusto? Può il pensiero risolvere i nostri problemi? Pensando al problema, l’avete risolto? Qualsiasi tipo di problema: economico, sociale, religioso, è stato mai risolto dal pensiero? Nella nostra vita quotidiana, più si pensa a un problema e più questo si fa complesso, intricato, confuso. Non è forse così nel nostro vivere quotidiano? Certamente, nel ponderare certi aspetti di un problema, potrete capire con più chiarezza il punto di vista di qualcun altro, ma il pensiero non può vedere la completezza, la pienezza del problema, lo può solo comprendere parzialmente; e una risposta parziale non è completa, quindi non è una soluzione.

Più pensiamo a un problema, più tempo passiamo a investigare, analizzare, discutere e più si fa complicato. È mai possibile guardare a un problema comprensivamente, interamente? E come si fa? A me sembra che questa sia la difficoltà maggiore. Perché i nostri problemi si sono moltiplicati (ci troviamo di fronte al rischio imminente di una guerra, nelle nostre relazioni incontriamo tutti i tipi di disturbo possibili) e come possiamo comprendere tutto ciò in modo esauriente, nella sua interezza? Ovviamente un problema può essere risolto solo quando possiamo osservarlo nella sua interezza, non dopo averlo frammentato e diviso. E quand’è che ciò è possibile? Nel modo più certo, è possibile solo quando il processo del pensiero, che è radicato nel “me”, nel sé, nello sfondo della tradizione, nel condizionamento, nel pregiudizio, nella speranza e nella disperazione, si è estinto. Allora, possiamo comprendere questo sé, non analizzandolo, ma osservando le cose così come sono, esserne consapevoli nei fatti e non in modo teorico? Non cercando di superare il sé in modo da raggiungere un risultato, ma osservando le sue attività, il movimento del “me”, costantemente in azione. Possiamo vedere tutto ciò senza alcun tentativo di eliminare o di incoraggiare alcunché? Questo è il problema, giusto? Se in ognuno di noi non esistesse il centro del “me”, con il suo desiderio di potere, di posizione, d’autorità, continuazione, sopravvivenza, di sicuro i nostri problemi terminerebbero!

Il sé è un problema che il pensiero non può risolvere. Deve esserci una consapevolezza che non sia del pensiero. Essere consapevoli, senza condannare o giustificare le attività del sé, solo essere consapevoli, è sufficiente. Perché se siete consapevoli al fine di risolvere il vostro problema o di mutarlo, di trasformarlo in un risultato, allora siete ancora all’interno del territorio del sé, del “me”. Fino a quando cerchiamo un risultato, che sia per mezzo dell’analisi, della consapevolezza, o attraverso la costante riesamina di ogni pensiero, ci troviamo ancora nel recinto del pensiero, che è il territorio del “me”, dell’”io”, dell’ego.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Londra il 7 aprile 1952, in Collected Works of Krishnamurti, vol. v1, copyright (c) 1991, Krishnamurti Foundation of America.

3. Rajghat, 23 gennaio 1955

Domanda: Quando parla, le sue idee nascono dal suo pensiero. Quando dice che tutti i pensieri sono condizionati, non comprende in essi anche le sue idee?

Krishnamurti: Ovviamente, il pensiero è condizionato. Il pensiero è il reagire della memoria, e la memoria è il risultato di conoscenze e di esperienze precedenti; in una parola: condizionamento. Pertanto, tutto il pensiero è condizionato. E l’interlocutore chiede: “Dato che tutto il pensiero è condizionato, non è forse condizionato anche quello che lei sta dicendo?”. E una domanda interessante, vero?

Per pronunciare certe parole bisogna usare la memoria, ovviamente. Per comunicare, voi e io, dobbiamo conoscere l’inglese, l’hindi, o un’altra lingua. Conoscere una lingua significa fare uso di memoria, la conoscenza di una lingua è memoria, e questo è un fatto. Ora, la mente di chi sta parlando, me stesso, è solamente impegnata nell’usare parole per comunicare, o è anche coinvolta nel processo di ricordare? C’è forse un ricordarsi non solo di parole ma anche di altri processi, e la mente è forse impegnata nell’usare parole per comunicare questi altri processi? È una questione molto importante, se la seguite con attenzione.

Vedete, il conferenziere ha a disposizione il suo bagaglio di informazioni, di conoscenze, e ne fa uso: cioè, ricorda. Ha raccolto informazioni, letto, messo assieme; si è fatto certe opinioni in base ai propri condizionamenti, ai pregiudizi, e poi usa il linguaggio per comunicare. Conosciamo tutti questo semplice processo. Ora, ci troviamo di fronte alla stessa cosa? Questo è ciò che l’interlocutore vuole sapere. La domanda, in effetti, è: “Se lei sta solamente ricordando le sue esperienze, le sue condizioni, e comunica questi ricordi, allora ciò che sta dicendo è condizionato”. Giusta osservazione.

Per favore, questo è un punto molto interessante, perché si tratta della rivelazione del modo in cui opera la mente. Se osservate la vostra mente, capirete ciò di cui sto parlando. La mente è il residuo della memoria, dell’esperienza, della conoscenza, e agisce in base a quel residuo; c’è uno sfondo e su quello sfondo la mente comunica. L’interlocutore vuole sapere se chi sta parlando possiede quello stesso sfondo e sta, quindi, semplicemente, ripetendo, o se sta parlando senza l’utilizzo del ricordo d’esperienze precedenti e si trova, perciò, nella condizione di esperire nel momento stesso in cui parla. Vedete, non state osservando la vostra mente. Investigare nel processo del pensiero è una questione delicata, è come guardare una creatura vivente al microscopio. Se non state osservando la vostra mente, siete come osservatori esterni che guardano (distrattamente) dei giocatori in un campo. Ma se noi tutti osserviamo le nostre menti, allora ciò che si sta dicendo acquista un significato straordinario.

Se la mente sta comunicando con l’utilizzo di parole un’esperienza ricordata, allora questa esperienza è condizionata, è ovvio; si tratta di qualcosa che non ha vita, che non si muove. Essendo ricordata, appartiene al passato. Tutta la conoscenza è del passato, giusto? La conoscenza non può mai essere del momento presente, sfuma sempre nel passato. Tornando all’interlocutore, egli vuole sapere se chi parla sta semplicemente pescando nel pozzo della conoscenza e ne sta tirando fuori delle cose. Se è così, allora ciò che egli sta comunicando è condizionato perché tutta la conoscenza è del passato. La conoscenza è statica, potete aggiungervi materiale, ma si tratta di cosa priva di vita.

Così, invece di comunicare il passato, è forse possibile comunicare l’esperienza stessa, mentre la si vive? Sicuramente, è possibile essere in uno stato di diretto esperire senza una reazione condizionata all’esperire stesso, e usare le parole per comunicare non il passato, ma quella cosa che vive e che si sta esperendo direttamente in quel momento.

Quando dite a qualcuno: “Ti amo”, state comunicando un’esperienza ricordata? Avete usato l’espressione ben conosciuta “ti amo”, ma quella comunicazione è una cosa che avete ricordato o è qualcosa di reale che voi comunicate immediatamente? Che significa, in realtà, può la mente smettere d’essere un meccanismo accumulativo, che raccoglie e conserva per poter poi ripetere ciò che ha imparato?

Domanda: Io sono terrorizzato dalla morte. Posso non temere un’inevitabile fine?

Krishnamurti: Perché dà per scontato che la morte sia o annientamento o continuità? Entrambe queste conclusioni sono il risultato di un desiderio condizionato, non è forse così? Un uomo infelice, frustrato, in uno stato miserevole, dirà: “Grazie a Dio, presto sarà tutto finito, non dovrò preoccuparmi più di nulla”. Egli confida nell’annichilimento totale. Ma l’uomo che dice: “Non ho ancora finito, voglio di più”, quest’uomo spererà nella continuità.

Ora, perché mai la mente suppone qualcosa, qualsiasi cosa, circa la morte? Dovremmo, a dire il vero, approfondire prima questo punto: perché la mente ha paura della morte? Ma lasciamo prima che la mente si liberi da qualsiasi conclusione rispetto alla morte. Solo allora potrete comprendere che cos’è la morte, è evidente. Se credete nella reincarnazione, che indica una speranza, una forma di continuità, allora non comprenderete mai cos’è la morte, non più di un materialista, di un comunista che crede nella cessazione completa. Non vi sto offrendo una risposta con il trucco. Se volete comprendere qualcosa, non potete avvicinarvici avendo già delle conclusioni. Se volete sapere cos’è Dio, non dovete ospitare alcun credo riguardo a Dio, dovete buttare via tutto e guardare con attenzione. Se qualcuno vuole sapere che cos’è la morte, allora la sua mente deve essere libera da qualsiasi conclusione positiva o negativa sulla morte stessa. Allora, può la mente essere libera da qualsiasi conclusione? E se ciò fosse possibile, ci sarebbe posto per la paura? Di sicuro sono le conclusioni che vi fanno temere, ed è per questo che si inventano filosofie.

Mi piacerebbe avere qualche altra vita per finire il mio lavoro, per perfezionarmi, e quindi comincio a sperare nella teoria della reincarnazione. Mi dico: “Sì, rinascerò e avrò un’altra opportunità”, e così via. Così, nel mio desiderio di continuità, formulo una teoria, o ne accetto un’altra già pronta, che diventa il sistema in cui la mia mente rimane catturata. Nel caso non volessi andare avanti, perché per me la vita è troppo dolorosa, allora mi rivolgo a un altro sistema di idee, che mi garantisce una fine certa e definitiva. Quello che sto indicando è un fatto evidente e molto semplice.

Ora, se la mente è sgombra e libera da queste due visioni, quale sarà il suo stato nell’affrontare questa cosa che chiamiamo morte? Se la mente non si radica in alcuna conclusione, c’è ancora la morte? Certamente sappiamo che qualsiasi macchina si consuma nel tempo, un certo organismo può funzionare per cent’anni, ma a un certo punto si consumerà. Non è certamente di questo che ci stiamo preoccupando qui. Ma interiormente, psicologicamente, noi vogliamo che l’”io” continui, e l’”io” è fatto di conclusioni, non è forse vero? La mente si è fatta tutta una serie di speranze, determinazioni, desideri, conclusioni: “Sono arrivato”, “Voglio continuare a scrivere”, “Voglio trovare la felicità”, e così pretende che queste conclusioni abbiano una continuità, perciò teme che possano giungere a una fine. Ma se la mente non ostenta alcuna conclusione, se non dice: “Io sono qualcuno”, “Voglio che il mio nome e le mie proprietà durino nel tempo”, “Voglio realizzarmi attraverso i miei figli”, e via dicendo con tutti i desideri, le conclusioni eccetera; allora, se la mente non è connotata da tutto ciò, non è forse in uno stato di continuo morire? E per una mente di questa natura, esiste la morte?

Non dovete essere d’accordo. Non si tratta di essere d’accordo su un argomento, né di condividerne una logica. Si tratta di un’esperienza reale. Quando vostra moglie muore, o vostro marito, o vostra sorella, quando perdete i vostri beni, le vostre proprietà, scoprite subito il modo in cui la vostra mente è aggrappata al conosciuto. Ma quando la mente è libera dal conosciuto, allora, non è forse la mente stessa l’ignoto? Dopo tutto, ciò di cui abbiamo paura è lasciare, perdere il conosciuto; quel conosciuto fatto dall’accumulo di conclusioni, giudizi, paragoni. Conosco mia moglie, la mia casa, la mia famiglia, il mio nome, ho coltivato certi pensieri, perseguito certe esperienze, certe virtù, e ora ho paura di lasciare che tutto ciò scompaia. In questo modo, fino a quando la mente riterrà qualsiasi forma di conclusione, fino a quando sarà intrappolata in un sistema di idee, in concetti, in formule, non potrà mai sapere cosa è vero. Una mente che crede è una mente condizionata, e che sia convinta di una continuità post mortem o di una fine completa, non potrà mai scoprire che cos’è la morte. Ed è solo ora, mentre state vivendo, non quando starete morendo e non sarete coscienti, che potete scoprire la verità di questa cosa straordinaria chiamata morte.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Rajghat i123 gennaio 1955, in Collected Works of Krishnamurti, vol. viii, copyright (c) 1991, Krishnamurti Foundation of America.

4. Rajghat, 6 febbraio 1955

È di grande importanza comprendere l’intero processo del nostro pensare, e la comprensione di questo processo non accade per mezzo dell’isolamento. Di fatto, non esiste nemmeno la possibilità di vivere in isolamento. La comprensione dell’intera modalità operativa del pensiero si manifesta quando ci osserviamo nelle relazioni quotidiane, nei comportamenti, nelle credenze, nel modo in cui parliamo, ci poniamo rispetto agli altri, trattiamo i nostri mariti, le nostre mogli, i nostri bambini. Le relazioni sono lo specchio in cui si riflettono e si rivelano i meccanismi del nostro pensare. Nella realtà della relazione risiede la verità, e non, al contrario, lontano da essa. Ripeto, è evidente che questa cosa chiamata isolamento non esiste. Possiamo darci molto da fare ed essere attenti nell’allontanarci fisicamente, in vari modi, dalle relazioni, ma la mente è ancora relazionata. L’esistenza stessa della mente implica il rapporto, e la conoscenza di sé risiede proprio nell’osservare le relazioni, così come sono, senza invenzioni, condanne, giudizi o giustificazioni. Nel rapportarsi la mente genera diverse valutazioni, giudizi, paragoni; essa reagisce alle sfide basandosi sul suo bagaglio mnemonico, e questa reazione viene definita come pensare: il pensiero. Quando la mente è semplicemente consapevole di questo intero processo, allora voi scoprite che il pensiero si arresta. Allora la mente diventa molto calma, ferma, senza incentivi, priva di movimenti in qualsiasi direzione, e in quella quiete la realtà viene a esistere.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Rajghat il 6 febbraio 1955, in Collected Works of Krishnamurti, vol. vili, copyright (c)1991, Krishnamurti Foundation of America.

5. Ojai, 21 agosto 1955

Domanda: La funzione della mente è pensare. Ho passato parecchi anni della mia vita a pensare alle cose che conosciamo tutti: il lavoro, la scienza, la filosofia, la psicologia, l’arte e così via, e ora passo parecchio tempo a pensare a Dio. Studiando ciò che i mistici e gli scrittori religiosi ci hanno lasciato, mi sono convinto che Dio esiste, e sono diventato capace di contribuire con le mie riflessioni a questo proposito. Cosa c’è di sbagliato in questo? Non è forse anche attraverso il pensiero di Dio che ci si può aiutare nel realizzarlo?

Krishnamurti: Lei può veramente pensare a Dio? E può veramente convincersi dell’esistenza di Dio attraverso la lettura di prove che lo confermerebbero? Anche l’ateo ha le sue prove: ha probabilmente studiato quanto lei, ed è giunto alla conclusione che Dio non esiste. Lei crede che Dio esiste e l’ateo crede nella sua non esistenza. Entrambi possedete dei credo, entrambi passate il tempo a pensare a Dio. Ma prima che pensiate a qualcosa che non conoscete, non vi sembra il caso di comprendere che cosa significhi pensare? Come potete pensare a qualcosa che non conoscete? Potrete aver letto la Bibbia, la Bhagavad Gita, o altri testi nei quali studiosi molto eruditi hanno descritto con molta cura che cosa è Dio, sostenendo questo e confutando quell’altro, ma fino a quando non conoscerete il meccanismo del vostro pensiero, ciò che pensate di Dio può essere misero e stupido, e generalmente lo è. Potrete raccogliere diverse prove sull’esistenza di Dio, potrete anche scriverci su degli articoli raffinati, ma certamente la domanda più ovvia continua a essere: come fate a sapere che ciò che pensate è vero? E ancora, può il pensiero farvi esperire ciò che non è conoscibile? Che non significa accettare emotivamente o sentimentalmente qualche stupida affermazione su Dio.

Non è quindi più importante constatare se la vostra mente è condizionata, piuttosto che cercare di trovare ciò che non è condizionato? Di sicuro, se la vostra mente è condizionata, e lo è, per quanto si sforzi di investigare circa la realtà di Dio, può solo raccogliere nozioni o informazioni compatibili con i suoi condizionamenti. Perciò, il vostro pensare a Dio è una gran bella perdita di tempo, è una speculazione priva di qualsiasi valore. Sarebbe come sedere qui, in questo boschetto, e desiderare di stare in cima a una montagna. Se veramente desidero sapere cosa c’è sulla montagna, allora devo andarci. Stare qui a sedere e speculare, costruire templi, chiese ed entusiasmarmene, non è certamente d’aiuto. Tutto ciò che devo fare è alzarmi, camminare, faticare, insistere, arrivare lì e scoprire; ma siccome la gran parte di noi non ha la minima intenzione di fare tutto ciò, ci si accontenta di stare seduti qui e di speculare sul conto di qualcosa che non conosciamo. E aggiungo che questo speculare è un impedimento, un deterioramento della mente; non ha alcun valore, aggiunge solo più confusione, più dolore all’umanità.

Dunque, Dio non è qualcosa di cui si possa discutere, non può essere descritto, non può essere tradotto in parole, perché deve rimanere sempre l’ignoto. Nel momento in cui il processo di riconoscimento prende forma, siete di nuovo tornati nel campo della memoria. Diciamo, per esempio, che fate una breve esperienza di qualcosa di straordinario. In quel preciso momento non c’è un pensatore che dice: “Devo ricordarmene”; c’è solo l’esperire in atto. Non appena quel momento passa, ecco che prende forma il processo di riconoscimento. La mente dice: “Ho provato un’esperienza meravigliosa, come vorrei che fosse durata di più, che accadesse ancora”. Così comincia la lotta del “di più”, dell’ancora’. L’istinto acquisitivo, il possessivo perseguire del “di più”, viene a manifestarsi per diverse ragioni: perché vi dà piacere, prestigio, conoscenza. Diventate un’autorità, con tutto il nonsense che l’accompagna.

La mente persegue ciò che ha esperito, ma ciò che è stato già esperito non è più, è finito, morto, passato, e per scoprire ciò che è, la mente deve morire a tutto ciò che è stato già esperito. E questo non è qualcosa che può essere coltivato giorno dopo giorno, materiale che può essere raccolto, trattenuto e poi fatto oggetto di discussioni o di scrittura. Tutto ciò che possiamo fare e constatare che la mente è condizionata e che, attraverso la conoscenza di sé, possiamo comprendere il processo (meccanismo) del nostro stesso pensare. Devo conoscermi, non per come mi piacerebbe idealmente essere, ma per come sono in realtà, che io sia spiacevole o gradevole, geloso, invidioso o avido. È molto difficile osservare ciò che si è senza desiderare d’essere diversi; e proprio quel desiderio d’essere diversi, di cambiare, è un’altra forma di condizionamento; e così ricominciamo daccapo, muovendoci da un condizionamento all’altro, e non facciamo mai esperienza di qualcosa che sia oltre il limitato.

Domanda: L’ho ascoltata per molti anni, e credo d’essere diventato bravo nell’osservare i miei pensieri e nell’essere consapevole delle cose che faccio. Ma non ho mai toccato le acque profonde o esperito la trasformazione di cui parla. Perché?

Krishnamurti: Io credo che sia abbastanza chiaro il perché nessuno di noi esperisce qualcosa oltre il mero osservare. Ci possono essere rari momenti di uno stato emotivo in cui vediamo, per così dire, il cielo chiaro tra le nuvole, ma io non mi riferisco a cose di questo genere. Tutte queste esperienze possibili sono momentanee e hanno poco significato. Chi pone la domanda vuole sapere perché, dopo tutti questi anni dediti all’osservare, non ha trovato acque profonde. Perché mai dovrebbe trovarle? Comprendete? Voi pensate che osservando i vostri pensieri sarete, un giorno, premiati: fate questo e otterrete quello. In realtà voi non state osservando affatto, perché la vostra mente è impegnata a guadagnarsi un premio. Voi pensate che osservando, che essendo consapevoli, voi diverrete più amorevoli, che soffrirete di meno, e che sarete meno irritabili, che otterrete qualcosa di speciale; ecco che il vostro osservare in realtà è un metodo d’acquisto. Con questa moneta comprate quello, che significa che il vostro osservare è una questione di predilezione, di scelta, e quindi non si tratta né di osservazione né di attenzione. Vedere significa osservare senza scegliere, vedere come siete senza il minimo desiderio di cambiare, che è una cosa estremamente ardua da compiere; questo non significa certo che rimarrete nello stato presente. Voi non potete sapere cosa accadrà se vi osservate come siete senza desiderare di apportare un cambiamento in ciò che vedete.

Farò un esempio e cercherò di spiegarmi meglio, così che possiate comprendere. Diciamo che sono un tipo violento, come molte persone. Tutta la nostra cultura è violenta, ma non farò qui l’anatomia della violenza, non si tratta del problema che stiamo affrontando ora. Sono violento e mi rendo conto di esserlo. Che cosa succede? La risposta immediata è che io devo fare qualcosa, non è forse così? Mi dico che devo diventare non violento. Questo è ciò che tutti i maestri religiosi ci hanno detto per secoli, che se uno è violento deve diventare non violento. Così mi esercito, e mi cimento con tutto l’apparato ideologico. Ma ora vedo l’intera assurdità della faccenda, perché l’entità che osserva la violenza e che desidera trasformarla in non violenza è ancora violenta. Perciò io mi occupo dell’entità stessa, invece di occuparmi dell’espressione di quell’entità.

Ora, mi chiedo, che cosa è quell’entità che dice: “Non devo essere violento”? Quell’entità è forse diversa dalla violenza che ha osservato? Si tratta di due condizioni diverse? Di sicuro, la violenza e l’entità che dice: “Devo trasformare la violenza in non violenza” sono la stessa cosa. Riconoscere questo fatto, significa mettere fine a tutti i conflitti, non è vero? Non c’è più il conflitto causato dal dover cambiare, perché ora vedo con chiarezza che proprio quel movimento mentale verso la non violenza è l’espressione della violenza.

Quindi, chi pone la domanda vuole sapere perché non riesce ad andare oltre tutti questi superficiali alterchi mentali. Per la semplice ragione che in modo conscio o inconscio la mente sta sempre cercando qualcosa, e che quella stessa ricerca genera violenza, competizione, e una sensazione di profonda insoddisfazione. È soltanto quando la mente è completamente quieta che si possono toccare acque profonde.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Ojai 21 agosto 1955, in Collected Works of Krishnamurti, vol. 1x, copyright (c) 1991, Krishnamurti Foundation of America.

6. Rajghat, 25 dicembre 1955

Domanda: La domanda è: dove finisce il pensiero e comincia la meditazione?

Krishnamurti: Va bene, signore. Dove finisce il pensiero? Aspetti un momento. Sto investigando su cos’è il pensiero e dico che questo stesso investigare è meditazione. Non è che prima c’è la fine del pensiero e successivamente l’inizio della meditazione. Per favore proceda con me, passo dopo passo. Se posso scoprire cos’è il pensiero, allora non chiederò mai come meditare, perché nel processo stesso di scoprire cos’è il pensiero si trova la meditazione. Ma questo significa che devo dare completa attenzione al problema, e non cavarmela con un po” di concentrazione, che in realtà è un’altra forma di distrazione.

Nel cercare di comprendere che cos’è il pensiero, io devo dare completa attenzione, senza sforzo o frizione, perché nello sforzo, nell’attrito, c’è distrazione. Se io sono veramente intenzionato a scoprire che cos’è il pensiero, quella stessa domanda genera un’attenzione nella quale non c’è distrazione, né conflitto, né la sensazione che io debba fare attenzione.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Rajghat il 25 dicembre 1955, in Collected Works of Krishnamurti, vol. 1x, copyright (c) 1991, Krishnamurti Foundation of America.

7. Bombay, 28 febbraio 1965

Vi prego di prestare ascolto a ciò che sto per dire. Fatelo mentre parlo. Non pensate a farlo, ma fatelo ora. Ecco, siate consapevoli degli alberi, delle palme, del cielo; ecco il corvo che gracchia; guardate la luce sulle foglie, il colore di quel sari, di quel volto, e poi tornate a voi, interiormente. Potete osservare, potete essere consapevoli incondizionatamente delle cose all’esterno, è molto facile. Ma portare l’attenzione a noi stessi ed essere ugualmente consapevoli, senza condannarci, né giustificarci, senza paragonarci a qualcun altro, è molto più difficile. Siate semplicemente consapevoli di ciò che accade dentro di voi, le vostre convinzioni, le paure, i dogmi, le speranze, le frustrazioni, le ambizioni e tutto il resto. Allora lo svelarsi del mondo conscio e inconscio comincia. Non dovete fare nulla.

Siate semplicemente consapevoli; questo è tutto ciò che dovete fare, senza giudizi, senza forzature, senza cercare di cambiare ciò di cui diventate consapevoli. Allora noterete che è come quando sale la marea, non potete impedire a una marea di arrivare; potete costruire un muro, potete fare quello che volete, ma la marea giungerà con la sua energia dirompente. Allo stesso modo, se siete consapevoli in modo incondizionato, l’intero campo della coscienza comincia a schiudersi. E mentre si schiude, dovete seguirlo, e ciò diventa incredibilmente difficile: seguire nel senso di stare con il movimento di ogni pensiero che sorge, di ogni sensazione, di ogni desiderio segreto. Diventa molto difficile nel momento in cui vi opponete, nel momento in cui dite: “Questo è spiacevole”, “questo è bene”, “questo è male”, “tratterrò questo”, “rifiuterò quest’altro”.

Perciò, cominciate con le cose all’esterno e poi muovete dentro di voi. Allora troverete, nell’interiorità, che esterno e interno non sono due cose diverse, che la consapevolezza di ciò che è all’esterno non è differente da quella rivolta all’interno, che entrambe sono la stessa cosa. Allora scoprirete che vivete nel passato; che non c’è mai un momento di vita attuale, presente; solo quando né il passato né il futuro vengono a esistere si è nel momento attuale. Scoprirete che vivete sempre nel passato, nei ricordi: ciò che avete vissuto, ciò che eravate, quanto eravate intelligenti, bravi, cattivi. Questa è la memoria. È per questo che dovete comprendere la memoria, non negarla, sopprimerla, o fuggirla. Se qualcuno ha fatto un voto di celibato, e si ricorda continuamente di quella decisione, quando smette di trattenere quel ricordo, o se ne scorda, si sente in colpa e questo soffoca la sua vita.

Allora voi cominciate a osservare ogni cosa, e per questo motivo diventate molto sensibili. Perciò, nell’ascoltare (cioè nell’osservare non solo il mondo esterno, i gesti esterni, ma anche la mente al suo interno, che vede e che, di conseguenza, sente, prova sensazioni), nell’essere così incondizionatamente consapevoli, allora non si genera alcuno sforzo. E di grande importanza comprenderlo.

Dai resoconto del discorso pubblico tenuto a Bombay il 28 febbraio 1965, in Collected Works of Krishnamurti, vol. xv, copyright (c) 1992, Krishnamurti Foundation of America.

8. Da La sola rivoluzione

È forse il sesso un prodotto dal pensiero? Il sesso, il piacere, la delizia, la compagnia, la tenerezza in esso implicita, tutto ciò è un ricordo rafforzato dal pensiero? Nell’atto sessuale vi è un senso di dimenticanza di sé, di abbandono, un senso di non presenza della paura, dell’ansia, delle preoccupazioni della vita. Ricordandovi di questo stato di tenerezza e di autoabbandono, e desiderandone la ripetizione, ci riflettete su, per così dire, fino all’occasione successiva. Si tratta di tenerezza o di un mero ricordo di qualcosa che non è più e che, attraverso la reiterazione, sperate di catturare nuovamente? Non è forse la ripetizione di qualcosa, per quanto piacevole possa essere, un processo distruttivo?

Il giovane immediatamente replicò: “Il sesso è un bisogno biologico, come lei stesso ha affermato, e se è distruttivo, allora, non è forse anche mangiare ugualmente distruttivo, dato che anche questa è una necessità biologica?”.

Se si mangia quando si è affamati, allora è una cosa, ma se si e affamati e il pensiero dice: “Devo provare il gusto di questa e di quell’altra pietanza”, allora questo non è appetito, è pensiero, ed è proprio questa la ripetizione distruttiva.

“Come si fa a sapere, nel sesso, quando si tratta di un bisogno biologico, come nel caso dell’appetito, e quando è una richiesta psicologica, come nell’ingordigia?”, riprese il giovane.

Perché divide in bisogni psicologici e biologici? E vorrei porle anche un’altra domanda, un quesito completamente diverso: perché separa il sesso dalla bellezza di una montagna, dall’incanto di un fiore? Perché dà questa enorme attenzione a una cosa e trascura completamente l’altra?

“Se il sesso è qualcosa di molto diverso dall’amore, come sembra che lei voglia dire, allora che bisogno c’è di fare qualcosa a proposito del sesso?”, chiese il giovane.

Non abbiamo mai detto che l’amore e il sesso sono due cose separate. Abbiamo detto che l’amore è intero, che non va frammentato, e che il pensiero, per sua stessa natura, è divisivo. Quando il pensiero domina, è ovvio che non c’è posto per l’amore. L’uomo generalmente conosce, forse conosce solamente, il sesso del pensiero, che altro non è se non il ruminare sul piacere e sulla sua ripetizione. Perciò, dobbiamo chiederci, esiste un’altra forma di sesso che non sia del pensiero o del desiderio?

Il sannyasi (monaco) aveva ascoltato fin qui con tranquilla attenzione e, a questo punto, prese la parola: “Io ho resistito al sesso, ho anche preso dei voti di castità, perché con l’aiuto della tradizione, e per averci ragionato su, ho potuto constatare che si ha bisogno di molta energia per una vita consacrata alla religione. Ma ora mi accorgo che questa resistenza ha assorbito una gran bella quantità d’energia. Ho passato più tempo a resistere, e sprecato più energia in questo sforzo, di quanta ne avrei potuta sprecare nel sesso. Ciò che lei ha detto, ovvero che un conflitto di qualsiasi tipo è uno spreco d’energia, ora diventa chiaro. Il conflitto e il resistere sono di gran lunga più inaridenti del vedere il volto di una donna, o forse del sesso stesso”.

C’è amore senza desiderio, senza piacere? C’è sesso senza desiderio, senza piacere? C’è un amore che sia intero, senza che il pensiero vi giochi un ruolo? Il sesso è qualcosa che appartiene al passato, o è qualcosa di nuovo, ogni volta? Il pensiero è ovviamente vecchio, perciò noi siamo sempre impegnati a contrastare il vecchio e il nuovo. Poniamo domande radicate nel passato, e cerchiamo risposte conformi al passato. Quindi, quando domandiamo se esiste il sesso senza l’intero meccanismo del pensiero che opera e agisce, non significa, forse, che non siamo ancora usciti dal passato? Siamo così condizionati dal passato che non riusciamo nemmeno a sentire che ci stiamo addentrando nel nuovo. Diciamo che l’amore è interezza, e che è sempre nuovo, nuovo non nel senso di opposto al vecchio, perché questo sarebbe di nuovo roba vecchia. Qualsiasi affermazione circa l’esistenza del sesso senza desiderio è priva di valore, ma se avete seguito con attenzione il significato completo del pensiero, allora, forse, potrete giungere anche alla comprensione di quella cosa. Se, in ogni caso, ciò che vi interessa è ottenere piacere a ogni costo, allora non ci sarà posto per l’amore.

Il giovane disse: “Quel bisogno biologico di cui ha parlato è esattamente questa richiesta, perché anche se può essere diverso dal pensiero genera sempre pensiero”.

“Forse posso rispondere al giovane amico”, disse il sannyasi, “perché io ho investigato a lungo in questa faccenda. Mi sono allenato per anni nel non osservare una donna e ho controllato in maniera spietata il bisogno biologico. La necessità biologica non genera pensiero, è il pensiero che la cattura, l’utilizza. Da questo bisogno il pensiero genera immagini, visioni, e a quel punto il bisogno è diventato schiavo del pensiero. È il pensiero che genera il bisogno, in gran parte dei casi. Come ho già detto, comincio ora a rendermi conto della straordinaria natura del nostro stesso ingannarci e della nostra disonestà. C’è un bel po’ di ipocrisia in noi. Non possiamo mai vedere le cose come sono, e dobbiamo sempre creare illusioni sul loro conto. Ciò che cerca di dirci, signore, è di guardare a tutto con chiarezza, senza la memoria di ieri; l’ha ripetuto così spesso nei suoi discorsi. Allora la vita non è più un problema. In tarda età, comincio appena a rendermene conto”.

Il giovane non sembrava completamente soddisfatto, voleva che la vita si modellasse alle sue condizioni, in base alle formule che con cura si era costruito.

Ecco perché è di assoluta importanza conoscere se stessi, senza riferirsi ad alcuna formula o senza rifarsi a qualche guru. Questa costante e incondizionata consapevolezza mette fine a tutte le illusioni e a tutte le ipocrisie.

Pioveva ora a torrenti, e l’aria era molto calma, c’era soltanto il suono della pioggia che cadeva sul tetto e sulle foglie.

Da The Only Revolution, copyright (c) 1970, J. Krishnamurti. (Trad. it. La sola rivoluzione, Astrolabio, Roma 1973).

9. Saanen, 23 luglio 1970

Dobbiamo, inoltre, scoprire qual è la funzione, il significato, la sostanza, qual è la struttura del pensiero, perché potrebbe essere il pensiero a dividere; e trovare una risposta per mezzo del pensiero, attraverso la ragione, significa, ovviamente, separare ogni problema e cercare di dare una risposta a ognuno di essi. Perché siamo sempre inclini a risolvere le nostre problematiche separatamente, come se queste non fossero correlate? Ci sono persone che sognano rivoluzioni fisiche che possano cambiare l’ordine sociale e generarne uno nuovo, e nel fare ciò dimenticano completamente l’intera natura psicologica dell’uomo. È per questo che bisogna porsi questa domanda: perché? E dopo averla posta, che tipo di risposta ci daremo? Sarà una risposta del pensiero, o sarà generata dalla comprensione della totalità di questa immensa, vasta struttura che è la vita umana?

Voglio scoprire perché esiste questa divisione. Abbiamo già affrontato tutto questo con le modalità degli osservatori intenti a esaminare qualcosa; dimentichiamoci di tutto, mettiamo tutto da parte e affrontiamo la questione in modo diverso. È il pensiero a generare questa divisione? E se scopriamo che è così, e il pensiero cerca di trovare una risposta a un particolare problema, questo continua a rimanere un problema separato da altri problemi. Stiamo camminando assieme? Per favore non dite di essere d’accordo, non si tratta di essere o di non essere d’accordo, piuttosto si tratta di scoprire da voi stessi la verità o la falsità di questo punto, non di accettarlo: non accettate, in nessuna circostanza, ciò che chi parla vi sta comunicando; mai. Quando parliamo assieme di questi argomenti, non c’è autorità, né voi, né chi parla possiede alcuna autorità. Siamo entrambi intenti nello scoprire, nell’osservare, nel guardare attentamente, nell’imparare e, quindi, non si tratta d’essere d’accordo o di non esserlo.

Bisogna scoprire se il pensiero, per la sua stessa natura e struttura, non divida la vita in tanti problemi. E se cerchiamo di dare una risposta per mezzo del pensiero stesso, sarà sempre una risposta isolata, e perciò destinata a generare ulteriore confusione, ulteriore sofferenza. Quindi, come prima cosa, bisogna scoprire da noi stessi, in modo libero, senza alcun giudizio o conclusione, se il pensiero opera in questo modo. Perché molti di noi cercano di trovare risposte intellettualmente, o emotivamente, o “intuitivamente”.

Quando usiamo la parola intuizione, dobbiamo essere particolarmente cauti, perché questa parola è estremamente fuorviante. Si possono avere intuizioni dettate dalle proprie speranze, paure, amarezze, desideri e da aspettative, quindi è meglio che quella parola non venga usata affatto. Tornando a noi, dicevamo che si cerca di dare risposte intellettualmente o emotivamente, come se l’intelletto fosse separato dalle emozioni e come se queste fossero, a loro volta, disgiunte dalle reazioni fisiche, e così via. E siccome tutta l’educazione che abbiamo ricevuto e la cultura in cui viviamo sono centrate su questo approccio intellettuale alla vita, tutte le nostre costruzioni filosofiche nascono da concetti dell’intelletto, ed è tutta spazzatura. La nostra intera struttura sociale è basata su questa divisione, così come il nostro sistema morale.

Quindi, se il pensiero divide, come fa a compiere questa divisione? Non intrattenetevi con questa affermazione, cercate di scoprirlo da voi stessi. È molto più coinvolgente, e vedrete che cosa straordinaria scoprirete da soli. Sarete una luce per voi stessi, diverrete degli esseri umani integri, che non vanno alla ricerca di qualcuno che dica loro cosa devono fare, cosa e come devono pensare.

Allora, il pensiero divide? E che cosa è il pensiero? Il pensiero può essere particolarmente ragionevole, può ragionare in modo consecutivo, e deve farlo in modo logico, obiettivo, in modo sano, perché deve funzionare perfettamente, come un computer con il suo ticchettare privo di resistenze o di conflitti. La ragione è necessaria, la sanità è parte di quella capacità raziocinante; allora, che cos’è questo pensare, cos’è il pensiero?

Può il pensiero essere mai nuovo, fresco? Perché ogni problema è nuovo, ogni problema dell’uomo, non quelli meccanici, scientifici, è un problema nuovo. La vita è sempre nuova, ed ecco che il pensiero cerca di comprenderla, di alterarla, di tradurla, di farci qualcosa. Allora, per questo motivo, dobbiamo scoprire da noi stessi che cos’è il pensiero e perché divide. Se noi potessimo sentire in modo profondo, amarci l’un l’altro, non in modo verbale ma nella realtà, cosa che può accadere solo quando scompaiono i condizionamenti, quando non sussiste più un centro, un “me” e un “te”, allora tutte le divisioni terminerebbero. Ma il pensiero, che è l’attività dell’intelletto, del cervello, non può amare, certamente. Può ragionare in modo logico, oggettivo ed efficiente; per andare sulla luna, il pensiero deve aver operato in modo straordinario: se poi ne valesse veramente la pena, questa è un’altra faccenda. Perciò il pensiero deve essere compreso. Ci siamo chiesti se il pensiero può vedere qualcosa di nuovo, o se possa esistere un pensiero nuovo: il pensiero è sempre vecchio? Se è così, allora quando esso affronta un problema della vita, che. è sempre nuova, non può avvertirne la novità, proprio perché cerca subito di tradurre la cosa che ha osservato nel linguaggio dei propri condizionamenti.

Allora, il pensiero è necessario, deve funzionare in modo logico, sano, salutare, in modo oggettivo, non emotivamente, né in modo personale, eppure, proprio quel pensiero divide tra “me” e non “me” e cerca di risolvere il problema della violenza come se questa non fosse correlata a tutti gli altri problemi dell’esistenza. Il pensiero è il passato. Il pensiero è sempre il passato, se non avessimo un registratore come il cervello, che ha accumulato ogni sorta di informazioni, di esperienze, personali e collettive, noi non saremmo capaci né di pensare, né di darci risposte. Vediamo tutto questo? Non verbalmente, ma nella sua attualità? Quindi, come il passato che incontra il nuovo, il nuovo deve tradurre usando modalità del passato, e questo determina divisione.

State chiedendo perché il pensiero divide, perché il pensiero interpreta. Se il pensiero è il risultato del passato, e il pensiero è proprio il risultato di ieri, con tutte le informazioni, tutta la conoscenza, l’esperienza, la memoria e via dicendo, esso opera sul problema e lo separa dagli altri, come se ne fosse diviso davvero. Giusto? È così? O non siete. sicuri di questa cosa? Cercherò di sciogliere l’insicurezza a tale proposito, non perché voglia impormi, che sarebbe stupido, o per mostrarvi che il mio ragionamento è migliore del vostro, che sarebbe ugualmente stupido, ma perché stiamo cercando assieme la verità su questo punto, “cosa è” nella realtà. Ora, lasciate tutto da parte, per il momento, e osservate il vostro modo di pensare. Il pensiero è la risposta del passato. Se voi non aveste un passato, non avreste alcun pensiero, vi trovereste in uno stato di amnesia. Il passato è pensiero, e perciò il passato, inevitabilmente, divide la vita in presente e futuro. Fino a quando ci sarà un passato come pensiero, quel passato stesso dividerà la vita in passato, presente e futuro.

Seguitemi in ciò che sto per dirvi. Avanzerò lentamente, passo dopo passo, non cercate di precedermi. Ho un problema con la violenza, voglio comprenderla interamente, totalmente, così che la mente possa essere completamente libera dalla violenza, e per far ciò l’unica opportunità è quella di comprendere l’intera struttura del pensiero. È il pensiero che genera violenza (la “mia” casa, la “mia” proprietà, “mia” moglie, “mio” marito, la “mia” nazione, il “mio” Dio, il “mio” credo), e tutto questo è assolutamente privo di senso. Chi è che compie questo, che crea questo eterno “me” opposto a tutto il resto? Chi è responsabile, chi è la causa di tutto ciò? L’educazione, la società, il sistema, la chiesa, sono tutti responsabili, in quanto io sono parte di tutto questo. E il pensiero, che è materia, che è il risultato della memoria, è parte della struttura stessa e delle cellule del cervello. La memoria è il passato, che è del tempo. E così, quando il cervello opera, psicologicamente o al livello sociale, economico, religioso, deve, invariabilmente, operare in termini di tempo, poiché il passato è in accordo con i suoi condizionamenti.

Il pensiero è essenziale, deve funzionare nel modo più logico possibile, in maniera completamente oggettiva, impersonale; ciò nonostante, vedo come il pensiero divide, psicologicamente, così come nel tempo. Il pensiero deve, inevitabilmente, dividere; guardatevi attorno e osservate cosa è accaduto. Il pensiero dice: “Il nazionalismo è cosa marcia, ha generato ogni sorta di guerra e di inganno, incoraggiamo la fratellanza, uniamoci l’un l’altro”. Così il pensiero fa nascere la Lega delle Nazioni, o l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma il pensiero continua a operare in modo divisivo e a mantenere la separazione: tu, che sei italiano, difenderai la tua sovranità, e via dicendo. Parlare della fratellanza e, allo stesso tempo, mantenere le divisioni, e ovviamente un’ipocrisia; e questa è una delle funzioni del pensiero, fare il doppio gioco con se stesso.

Il pensiero non può essere la via d’uscita, che non significa dire: uccidete la mente. Allora che cosa è che vede il sorgere di ogni problema come un problema totale? Se uno ha un problema sessuale, è un problema totale, relazionato alla cultura, al carattere, agli altri aspetti della vita, e non separato da tutto ciò. Ora, qual è la mente che vede ogni problema nella sua interezza e non come un frammento?

Le chiese, le varie religioni hanno detto: “Cercate Dio e ogni cosa sarà risolta”. Come se Dio, secondo le loro credenze, fosse separato dalla vita. Perciò si è costantemente manifestata questa divisione, e io che osservo questa realtà, dico a me stesso: “Non voglio leggere libri, ma voglio osservare la vita, perché in questa osservazione imparerò molto più che da qualsiasi libro, sia interiormente sia esteriormente, se saprò come osservare”. A questo punto, che cos’è che fa sì che si osservi la vita nella sua interezza? Stiamo procedendo assieme? Che cos’è? Conoscere la portata, l’efficienza, la vastità del pensiero e, allo stesso tempo, osservare, sapere che il pensiero, inevitabilmente, divide in “me” e “non me’, e che il cervello è il risultato del tempo, e quindi del passato, e che quando tutta questa struttura del pensiero è all’opera non può, nel modo più assoluto, osservare il tutto. Dunque, che cos’è che vede la vita come un’interezza, senza dividerla in frammenti? Avete compreso la mia domanda?

Domanda: Rimane ancora un’altra domanda.

Krishnamurti: Abbiamo compreso, ma rimane una domanda, resta ancora una domanda. Chi è che sta formulando questa domanda? Il pensiero? Inevitabilmente. È possibile che diciate d’aver compreso, e che, allo stesso tempo, vi rimanga ancora una domanda da formulare? Quando avete compreso cosa fa il pensiero, in modo completo, a ogni livello, alto e basso, quando vedete ciò che il pensiero compie e dite: “Ho compreso tutto questo molto bene”; quando poi dite che resta un’altra domanda, chi è che pone quella domanda? C’è solo una domanda, e cioè che questo cervello, l’intero sistema nervoso, la mente che permea tutto ciò dice: “Ho compreso la natura del pensiero”. Il passo successivo è: può questa mente guardare alla vita, con tutta la sua vastità, complessità, con il suo dolore apparentemente infinito, può la mente vedere la vita come una totalità? Questa è l’unica domanda possibile. E non è il pensiero che la sta ponendo: la mente formula questa domanda, perché ha osservato l’intera struttura del pensiero e conosce il valore relativo del pensiero, e quindi è capace di dire: “Può la mente osservare con un occhio che non è mai offuscato dal passato?”.

Ora, entrando nella questione, può la mente, il cervello (che è il risultato del tempo, dell’esperienza, di infinite forme di condizionamento, di conoscenza accumulata, di tutto ciò che è stato raccolto nel tempo come passato), può quella mente, quel cervello, essere completamente fermo e calmo per osservare gli eventuali problemi della vita? È una domanda molto seria, non un intrattenimento cerebrale. Bisogna dedicarle tutta la propria energia, le proprie capacità, vitalità, passione, la propria vita per trovare una risposta, e non starsene semplicemente lì seduti e fare delle domande a me. Dovete veramente impegnarvi a fondo, con tutta la vostra vita, per poter scoprire una risposta, perché quello è l’unico modo, l’unica possibilità per uscire da questa brutalità, violenza, dolore, degrado, da tutto ciò che è corrotto. Può la mente, il cervello, esso stesso corrotto dal tempo, può divenire tranquillo così da vedere la vita come una totalità e, di conseguenza, senza problemi? Quando vedete qualcosa nella sua interezza, come può esserci un problema? I problemi sorgono solamente quando vedete la vita in modo frammentato. Osservate la bellezza di questa realtà. Quando percepite la vita nella sua totalità, allora non sorgono problemi di alcuna natura. È solo quando una mente, un cuore, un cervello sono divisi in frammenti, che nascono i problemi. Il centro di questi frammenti è il “me”, e il “me” viene a esistere attraverso il pensiero, che non ha una realtà di per sé. Il “me”, la “mia” casa, i “miei” mobili, la “mia” amarezza, il “mio” disappunto, il “mio” desiderio di diventare qualcuno, tutto questo è il prodotto del pensiero. Il “mio” appetito sessuale, la “mia” acredine, la “mia” ansia, la “mia” colpa; il “me”, prodotto del pensiero, divide. E può la mente osservare senza il “me”? Non essendo capace di fare questo, quello stesso “me” dice: “Mi dedicherò a Gesù, a Buddha, a questo, a quello”; comprendete? “Diventerò comunista, e i problemi di tutto il mondo mi riguarderanno”. Il “me” che si identifica con ciò che crede essere più grande, più degno, è ancora l’espressione del “me”.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen 1123 luglio 1970, copyright (c) 1970/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

10. Saanen, 26 luglio 1970

Stiamo chiedendo alla mente di esaminarsi e di percepire le modalità della paura, il modo in cui si mette in moto, i suoi pericoli. Così ci occuperemo non solamente delle paure fisiche, ma anche di quelle paure estremamente complesse che giacciono in profondità, sotto la mente cosciente. Molti di noi hanno esperito paure fisiche, o il timore del ripetersi di malattie, con i loro contenuti di sofferenza e ansia, o hanno vissuto pericoli fisici. E quando si affrontano dei pericoli di natura fisica, c’è forse paura? Per favore, scopritelo, non dite: “Sì, certamente, c’è paura”, ma cercate di scoprirlo. In India, in Africa, e in alcune parti dell’America, se vi trovaste davanti a un orso, o a un serpente, o a una tigre, reagireste con un’azione immediata. Non è forse così? Quando vi trovate davanti a un serpente, c’è un’azione immediata: non si tratta di un’azione conscia, deliberata, ma di un’azione istintiva.

Ora, si tratta in quel caso di paura? O è intelligenza? Perché noi ci stiamo chiedendo qual è l’azione che nasce dall’intelligenza e qual è quella che deriva dalla paura. Se vi trovate di fronte a un serpente, si verifica una reazione fisica immediata. Correte via, sudate, cercate di fare qualcosa. Quella reazione è un riflesso condizionato, perché per generazioni e generazioni vi è stato detto di fare attenzione ai serpenti, agli animali selvatici. Si tratta di una risposta condizionata, così il cervello, i nervi, reagiscono istintivamente per proteggersi. Proteggersi è una risposta intelligente, naturale. State seguendo? Proteggere l’organismo fisico è necessario, un serpente è un pericolo e reagire in modo protettivo è un’azione intelligente.

Ora osserviamo un altro caso, quello del dolore fisico. L’anno scorso, o ieri, siete stati male, e ora avete paura che quel dolore possa tornare. Questa paura è generata dal pensiero. Pensare a qualcosa che è accaduto ieri o l’anno passato e temere che possa manifestarsi di nuovo domani, ecco, questa è una paura interamente generata dal pensiero. Andateci a fondo, per favore, stiamo osservando tutto questo assieme; che significa che voi state osservando le vostre stesse reazioni, ciò che le stesse vostre azioni sono state. In quel caso, dunque, la paura è il prodotto del pensiero, conscio o inconscio che sia, del pensiero, che è tempo; non il tempo cronologico, dell’orologio, ma quello del pensiero che pensa alle cose che sono accadute ieri o in passato e che teme che possano accadere nuovamente. Dunque, il pensiero è tempo, e il pensiero produce paura: potrei morire domani, o qualcosa che ho fatto in passato, che non voglio si sappia, potrebbe essere scoperto ora, e questo mi fa paura. È così che vi comportate? Avete provato dolore, avete fatto qualcosa che non volete far sapere, o volete raggiungere una meta, o avete dei progetti per il futuro e temete che non possano essere realizzati, tutto ciò è lavoro del pensiero, del tempo. Non è forse così che agite? La gran parte della gente si comporta così.

Ora chiediamoci, può questo movimento del pensiero che genera paura nel tempo, paura come tempo stesso, può tutto ciò terminare? Avete compreso la mia domanda? Abbiamo l’azione intelligente dell’autodifesa, necessità fisica per sopravvivere, che è un processo naturale, una risposta intelligente, e poi abbiamo l’altro movimento, il pensiero che pensa a qualcosa, e la possibilità che questa cosa possa ripetersi, o non ripetersi, genera paura. Dunque, la domanda è: può questo movimento del pensiero, così istintivo, immediato, insistente, così persuasivo, terminare in modo naturale? Non attraverso l’opposizione! Se vi ci opponete, siete ancora all’interno del pensiero, se esercitate la vostra volontà per contrapporre il pensiero, questo movimento è ancora il prodotto del pensiero stesso. Se dite: “Non permetterò a me stesso di pensare in quel modo”, qual è quell’entità che dice “non permetterò”? Si tratta ancora del pensiero, perché nel fermare quel movimento sperate di raggiungere qualcos’altro, che è sempre una creazione del pensiero. Perciò, il pensiero potrebbe proiettare nel futuro questo qualcosa e non essere capace di portarlo a compimento, e come risultato viene a manifestarsi la paura.

Ci stiamo chiedendo se il pensiero, che ha prodotto questa paura psicologica, non una paura sola, ma molte, moltissime paure, se l’intera attività del pensiero può, in modo naturale, con facilità, senza sforzo, terminare e cessare di generare paura. Perché se vi state sforzando, significa che il pensiero è ancora attivo e coinvolto e che, quindi, sta generando paura, e che siete ancora prigionieri del campo del pensiero. Perciò, bisogna che si trovi un modo per comprendere, per imparare a far sì che il pensiero possa terminare in maniera naturale e che non generi più paura. Stiamo condividendo tutto questo? Non lo so! Forse, verbalmente, avete capito con chiarezza, avete osservato la divisione di cui si è parlato, ma questo non è ciò che intendo. Noi non siamo qui per comunicare solo verbalmente, ma per avere a che fare con la vostra paura, la vostra vita quotidiana, questo è ciò di cui ci stiamo occupando, non della descrizione della vostra vita. Perché la descrizione non corrisponde al descritto, la spiegazione non è ciò che viene spiegato: la parola non è la cosa. Si tratta della vostra vita, della vostra paura; e non è chi sta parlando che sta portando in superficie i contenuti della vostra vita, ma voi stessi che, ascoltando, avete imparato a scoprire cos’è la paura e il modo in cui il pensiero la genera.

Ecco, quindi, che ora ci chiediamo se il pensiero, l’attività del pensiero, che genera, coltiva, sostiene e nutre la paura, può, in modo naturale, felicemente, con facilità, venire a cessare, senza alcuna determinazione, o resistenza, senza alcuna azione della volontà.

Ora, prima che si possa completare questa domanda, trovandone la vera risposta, dobbiamo anche indagare nel perseguimento, conscio o inconscio, del piacere, perché, di nuovo, è il pensiero che sostiene il piacere. Avete vissuto un piacevolissimo momento, ieri, quando guardavate il tramonto, avete detto: “che tramonto meraviglioso”, vi siete deliziati. Poi il pensiero entra in azione e dice: “Com’è stato bello, vorrei tanto riprovare anche domani la stessa cosa”. Che sia un tramonto, o qualcuno che vi ha fatto un complimento, che sia un’esperienza sessuale, o qualche altra esperienza che avete vissuto, desiderate che si ripeta. Il piacere non è solamente il piacere sessuale; si prova piacere nel processo di raggiungere, conquistare, ottenere qualcosa, nell’essere qualcuno, c’è il piacere del successo, del compimento, il piacere di ciò che farete domani, il piacere di un’esperienza artistica, o il piacere di altre cose, e il desiderio di ripeterle. Tutto questo è piacere. Anche la nostra moralità sociale è basata sul piacere, non è forse così? Le norme morali della società sono basate sul piacere, perciò non si tratta affatto di moralità, piuttosto di immoralità. State per scoprire tutto questo, che non significa che nel rivoltarvi contro l’immoralità della società diventate molto morali, facendo quello che vi pare, dormendo con chi volete eccetera: giocate con tutto ciò e poi vedrete.

Perciò, se vogliamo comprendere, e di conseguenza liberarci dalla paura, dobbiamo anche capire il piacere, perché queste due cose sono connesse. Che non significa rinunciare al piacere. Sapete, tutte le organizzazioni religiose, che sono state una vera sventura per le civiltà, hanno detto che non dovete perseguire il piacere, il sesso. Dio non lo permette, dovete avvicinarvi a Dio come esseri umani torturati, quindi non dovete guardare la donna, non dovete guardare l’albero, la bellezza del cielo, i bei contorni di una collina, che potrebbero ricordarvi il sesso e le donne. Non dovete provare piacere, che significa che non dovete desiderare. Perciò, quando il desiderio sorge, prendete la Bibbia, perdetevi nella lettura, o nella Gita, o ripetete delle parole, tutti quei nonsense.

Riprendiamo il nostro percorso: per comprendere la paura bisogna esaminare la natura del piacere. Se non potete provare piacere domani, cominciate a essere timorosi, frustrati. Avete provato piacere ieri, sessualmente o in un altro modo, e se non potete esser certi di riprovarlo domani vi arrabbiate, diventate nervosi, isterici: tutte queste sono espressioni della paura. Quindi, paura e piacere sono due facce della stessa medaglia, non potete liberarvi dell’una ed essere ancora schiavi dell’altro. So benissimo che volete provare piacere per tutto il resto della vostra vita e, allo stesso tempo, essere liberi dalla paura, questo è tutto ciò di cui vi preoccupate. Ma non volete capire che se non avrete piacere domani sarete frustrati, incompiuti, vi sentirete arrabbiati, ansiosi, colpevoli, e tutte le altre miserie psicologiche prenderanno forma. È per questo che dovete osservare entrambe queste realtà.

Nel comprendere il piacere dovete anche capire cos’è la gioia. Il piacere è forse la gioia? Il gioire? Il piacere è qualcosa di completamente diverso dalla piena delizia dell’esistenza? Scopriremo assieme tutto questo. Per prima cosa, dobbiamo chiederci se il pensiero, con tutte le sue attività, che generano e sostengono la paura, conscia e inconscia, può, in modo naturale, terminare, senza sforzo. Ci sono paure consce, così come paure inconsce, delle quali non siamo consapevoli. La paura di cui non si è consapevoli gioca un ruolo molto più potente nelle nostre vite rispetto alle paure delle quali si è a conoscenza. Ora, come andrete a scoprire le paure inconsce? Come farete a portarle alla luce? Con l’analisi? Chi è che analizza? Se dite “Analizzerò le mie paure”, chi è l’analista? Un pezzo dei frammenti della paura. Perciò l’analisi delle proprie paure non ha alcun senso. Non so se vedete questo punto. Se andate da un analista per analizzare le vostre paure, l’analista è come voi, condizionato dagli specialisti, da Freud, Jung, Adler, e da questo e da quell’altro. Analizza in base ai propri condizionamenti, giusto? Quindi, non vi aiuta affatto a liberarvi dalla paura. Come abbiamo già detto, tutte le analisi sono la negazione dell’azione.

Così, durante il giorno, potete osservare l’intero movimento delle vostre attività, dei vostri pensieri, delle vostre emozioni, senza interpretazioni, ma osservare semplicemente? Allora scoprirete che i sogni hanno poco significato, difficilmente sognerete. Se siete consapevoli durante le ore di veglia, e non mezzi svegli (se non siete catturaiti dalle opinioni, dai pregiudizi, dalle assurde piccole vanità e dagli orgogli, dalla piccola, misera conoscenza, ma se osservate l’intero movimento della vostra mente conscia e inconscia mentre è all’opera), non solo scoprirete che i sogni terminano, ma anche che il pensiero comincia a ritirarsi, non più impegnato a sostenere il piacere e a evitare la paura.

Non è, forse, la vostra mente divenuta un po’ più sensibile? Prima camminavate e basta, trascinandovi dietro questo peso della paura e del piacere. Nell’aver preso coscienza del peso di questa zavorra, non l’avete, forse, lasciata da parte? Non l’avete mollata? E ora non camminate con molta più attenzione? Se avete veramente seguito tutto ciò, ascoltato con cura, condiviso, imparato assieme, allora la vostra mente, nell’osservare tutto ciò (non con la determinazione e lo sforzo, ma semplicemente intenta nell’osservare), è diventata sensibile e quindi molto intelligente. Per favore, non dite d’essere d’accordo; se non è sensibile, non lo è, punto e basta, non giocate.

Allora, la prossima volta che la paura arriva, e arriverà, l’intelligenza non risponderà con la ricerca del piacere, non ripeterà il gioco della rimozione o della fuga. Questa mente sensibile, intelligente, che ha esaminato, ha compreso, ha visto la zavorra, l’ha accantonata, e quindi è diventata incredibilmente viva, sensibile, potrà formulare una domanda piuttosto diversa. E questa domanda sarà: “Se la ricerca del piacere non è il modo in cui vivere come invece lo e per molti di noi, allora la vita sarà sterile? Deserta? O allora qual è la differenza tra piacere e gioia? Tutto ciò significa che non posso mai gioire della vita?”. Per favore non siate d’accordo, scopritelo da soli. Prima apprezzavate la vita in termini di piacere e paura, il piacere immediato, il sesso, l’alcol, il cibo, cacciare e uccidere animali, riempirvi a sazietà di carne e tutto il resto: il piacere istantaneo. Questo è stato il modo in cui avete vissuto, e improvvisamente scoprite, indagando e osservando, che il piacere non è, nel modo più assoluto, la via, in quanto conduce alla paura, alla frustrazione, alla miseria, al dolore, alla sofferenza e ai disturbi, sia personali sia della società. Quindi, a questo punto vi ponete una domanda completamente diversa, vi chiedete: “Cos’è la gioia?”.

Esiste una gioia che non sia contaminata dal pensiero e dal piacere? Perché, se ha a che fare con il pensiero, allora torna a essere piacere e, quindi, paura. Allora, avendo compreso il piacere e la paura, esiste la possibilità di vivere la vita quotidiana in modo gioioso, che sia una vera partecipazione gioiosa, e non il trascinarsi dietro, di giorno in giorno, il piacere e la paura?

Sapete che cos’è la partecipazione gioiosa? Guardare quelle montagne, la bellezza delle valli, la luce sulle colline, e gli alberi, e i fiumi che scorrono e gioire di tutto questo. E quand’è che ne gioite? Quando la mente, quando il pensiero, non lo utilizza come fonte di piacere. Potete osservare quelle montagne, o il volto di una donna o di un uomo, i contorni della valle, il movimento degli alberi e provare un’enorme delizia. Quando l’avete fatto, finisce lì, ma se cercate di portarvelo dietro, allora cominciano il dolore e il piacere. Potete osservare e completarvi in questo? Siate molto attenti, fate molta attenzione a questo punto. Potete guardare la montagna, non essere assorbiti dalla sua bellezza nel modo in cui un bambino è assorbito da un giocattolo e poi torna alle sue birichinate, ma osservare la bellezza (e quello sguardo è sufficiente), la delizia che è in esso, e non cercare di protrarlo desiderando di riviverlo domani. Il che significa fare attenzione al pericolo d’ingannarsi; potete, infatti, provare un gran piacere e dire che è finito. Ma è finito davvero? Non è forse che la mente in modo conscio o inconscio ci sta costruendo sopra, tornandoci in continuazione su, pensandoci, nella speranza che quella cosa accada nuovamente e presto? Il pensiero non ha nulla a che vedere con la gioia, nel modo più assoluto. Per favore, questa è una scoperta di fondamentale importanza, che dovete compiere da soli, non basta sentirselo riferire da qualcuno. Allora, esiste una grande differenza tra delizia, partecipazione gioiosa, gioia, benedizione e piacere.

Quindi, potete osservare tutto ciò e scoprire la bellezza del vivere, e vi dico che esiste questa bellezza, in cui non c’è alcuno sforzo, bensì un vivere in una grande estasi nella quale il piacere, il pensiero e la paura non possono trovare posto.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen 26 luglio 1970, copyright (c)1972/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

11. Saanen, 18 luglio 1972

È incredibilmente bello e affascinante constatare che il pensiero è assente nel momento in cui si ha un insight. Il pensiero non può avere un insight. Solo quando la mente non opera meccanicamente nella struttura del pensiero voi potete avere un insight. Dopo averne fatto esperienza, il pensiero trae subito delle conclusioni, successivamente agisce e il pensiero, sappiamo, è meccanico. Allora, devo scoprire se sia mai possibile avere un insight profondo sulla mia interiorità, che significa sul mondo, e non trarne alcuna conclusione. Se formulo una conclusione, agisco su un’idea, su un’immagine, su un simbolo, e questa è la struttura del pensiero, in questo modo io sono costantemente impegnato nel prevenire me stesso dall’esperire un insight, dal comprendere le cose per quello che sono. Quindi, devo inoltrarmi in tutta questa faccenda del perché il pensiero, nel momento in cui si manifesta una percezione, interferisce e trae conclusioni.

Percepisco qualcosa di vero, percepisco che controllarmi – ascoltate con molta attenzione ciò che sto per dirvi – il controllarmi, appunto, genera una divisione in me stesso tra chi controlla e ciò che viene controllato, e di conseguenza un conflitto. Ho un insight profondo su questo punto, che mi dice che questa è la verità; ma la mia intera struttura di pensiero è condizionata dall’idea che io devo controllarmi: l’educazione, la religione, la società in cui vivo, la struttura della famiglia, tutti mi dicono che devo controllarmi, questa è la conclusione che è stata decisa e che mi è stata imposta, questa è la conclusione che io stesso ho accettato, e io mi comporto in sintonia con questa conclusione, e tutto ciò è molto meccanico. Di conseguenza, io vivo in un costante stato di lotta. Ora, ho un insight sull’intero problema del controllo, esperisco un insight che si è manifestato proprio quando la mente era non condizionata, libera di osservare, ciò nonostante l’intera struttura del condizionamento persiste. Così, ora abbiamo una mente che dice: “Per Giove! Ho visto questa cosa con molta chiarezza, ma sono ancora intrappolato nell’abitudine al controllo”. Quindi si genera un conflitto tra la parte meccanica e quella non meccanica. Perché mai il pensiero si attacca all’intera struttura del controllo? La risposta è che il pensiero stesso ha generato questa idea del controllo.

Che cosa significa controllare? Implica soppressione e divisione in noi stessi, ovvero, un segmento, una parte di me, dice: “Devo controllare le altre parti”. Questa divisione è generata dal pensiero. Il pensiero dice: “Devo controllarmi, altrimenti non mi adatterò all’ambiente, a quello che la gente dice, e via dicendo, quindi devo controllarmi”. Allora il pensiero, che è la risposta della memoria, (e sappiamo che la memoria è il passato, l’esperienza, la conoscenza, ovvero tutte cose meccaniche), acquista un immenso potere. Ed è così che si verifica un conflitto costante tra la percezione, l’insight e il condizionamento.

Ora, che cos’è che la mente deve fare? Questo è il nostro problema. Vedete qualcosa di totalmente nuovo, ma il passato è ancora lì, le vecchie abitudini, le vecchie idee, le convinzioni tutto ciò esercita un peso enorme. Come farà la mente a sostenere un insight senza formulare, in nessun momento, delle conclusioni? Perché, come abbiamo visto, se giungo a una conclusione, questa è necessariamente meccanica, risultato del pensiero, della memoria. Dalla memoria perviene una reazione sotto forma di pensiero, poi questo diviene meccanico, e quindi vecchio. Per favore provate assieme a me.

Si verifica un insight, si vede qualcosa di totalmente nuovo, in modo chiaro, bello, e poi arriva il passato con le sue memorie, le sue esperienze, la sua conoscenza, e da questo sorge il pensiero che è cauto, sospettoso, timoroso, che cerca il modo in cui trasportare il nuovo nel passato, nel vecchio. Ora, quando osservate questo processo con molta chiarezza, che cosa accade? Noi siamo il risultato del passato, e nonostante le giovani generazioni possano cercare di allontanarsene, pensando che sono libere di creare un mondo nuovo, esse, in realtà, non sono affatto libere dal passato. Esse reagiscono al passato, e quindi necessariamente gli danno continuità.

Allora, io vedo quello che il pensiero ha fatto e allo stesso tempo si verifica la chiara percezione che l’insight esiste solo quando c’è un’assenza di pensiero. Ora, come risolvete questo problema? Non so se ci avete mai pensato, o forse è la prima volta che vene rendete conto. Come reagite? Come risponde la mente a questo quesito?

Fatemi formulare questa domanda in modo diverso. La mente deve acquisire conoscenza: devo sapere dove vivo. Devo conoscere la lingua che si parla. Devo esercitare il pensiero, il pensiero, che è la risposta della memoria, dell’esperienza, della conoscenza, che è il passato. Il pensiero deve operare, altrimenti, se io non potessi pensare con chiarezza, non ci sarebbe comunicazione tra me e voi. Quindi, vedo che la conoscenza è necessaria per funzionare nel mondo pratico, che è meccanico. Tornare da questo posto al luogo dove risiedo, parlare la lingua in uso, fare affidamento sulla conoscenza, usufruire di tutte queste esperienze, tutto ciò è meccanico. E questo processo meccanico deve continuare, ha la sua ragion d’essere. Questo è il mio insight. L’avete afferrato? Perciò, nel momento in cui si verifica un insight, non c’è contraddizione tra il conosciuto e la libertà da esso.

L’insight che ho ora è che la conoscenza è necessaria, e allo stesso tempo c’è quell’altro insight che si verifica quando si è in assenza di pensiero. Così, c’è percezione e insight tutto il tempo, senza contraddizione.

Non so se percepite la difficoltà di mettere in parole ciò che voglio comunicarvi. Voglio farvi comprendere che una mente che per tutto il tempo cerca di operare per mezzo di conclusioni inevitabilmente diventa meccanica, e diventando meccanica deve necessariamente rifugiarsi in qualche tipo di illusione, di mitologia, in qualche tipo di pagliacciata religiosa. E voi esperite una percezione su tutto ciò evi dite: “Per Giove! Com’è vero, è proprio così!”. Ora, se da questo insight traete una conclusione, vi muovete sì su un altro piano, ma rimanete prigionieri della meccanicità. Quando, invece, vivete un costante insight e non ne traete alcuna conclusione, siete in uno stato mentale creativo; non la mente che è in conflitto e che usa quel conflitto per generare dipinti o libri. Quella mente non potrà mai essere creativa. Se comprendete, adesso, la verità di questo punto, questo è un insight, non è vero?

Sapete, in letteratura, nel mondo delle arti, si dice che quel tale è un grande artista, quell’altro uno scrittore di talento. Ora, se osservate l’autore, dietro la scrittura, vedrete che egli vive in un conflitto quotidiano, con sua moglie, con la sua famiglia, con la società, con le sue ambizioni, la sua ingordigia, il suo desiderio di potere, di posizione sociale, di prestigio. Allo stesso tempo è dotato di un certo talento per la scrittura. Attraverso le tensioni, i conflitti, egli può scrivere degli ottimi libri, ma non si può dire che sia creativo, nel vero senso della parola. E noi stiamo cercando di scoprire se possiamo essere creativi nel vero significato di questa parola, non nell’espressione, per esempio, nello scrivere un libro, un poema o cos’altro, ma nel vivere un insight e non trasformarlo in una conclusione, cosicché possiamo muoverci da un insight all’altro, da un’azione all’altra. Questa è la spontaneità.

Questa mente deve, ovviamente, essere sola, non nel senso di essere isolata. Conoscete la differenza tra isolamento e solitudine? Sono isolato quando costruisco un muro di resistenza attorno a me: resisto. Resisto a qualsiasi critica, a qualsiasi idea nuova, sono timoroso, voglio proteggermi, non voglio essere ferito. Questo contamina le mie azioni con un’attività egocentrata, che è un processo isolante. E chiaro? La gran parte di noi vive isolata. Sono stato ferito e non voglio esserlo di nuovo, la memoria di quell’offesa permane, e quindi io faccio resistenza. Oppure credo in Gesù o in Krishna, o chiunque altro sia, e rifiuto tutte le domande o i dubbi, qualsiasi cosa critichi le mie convinzioni, perché io provo una gran sicurezza in ciò in cui credo. Tutto questo isola. Questo isolamento può includere migliaia di persone, milioni, ma è ancora isolamento. Quando dico di essere cattolico, o comunista, o cos’altro, io mi sto isolando. E la solitudine è qualcosa di completamente diverso, non è l’opposto dell’isolamento – ascoltate con attenzione – ma avere un insight sull’isolamento: questo insight è solitudine.

Sapete, la morte è lo stato finale del completo isolamento. Lasciate tutto dietro di voi, tutti i vostri lavori, tutte le vostre idee: voi siete completamente isolati attraverso la paura di quella cosa. E questo isolamento è interamente diverso dal comprendere l’intera natura della morte. Se avete un insight profondo su questa realtà, siete soli.

Perciò, una mente che è libera vive insight in ogni minuto, una mente che è libera non genera alcuna conclusione e perciò non è meccanica. Questa mente è in azione, azione non meccanica, perché vede i fatti, ha insight profondi su ogni cosa, ogni momento. Per questo motivo si muove continuamente, è viva, e questo genere di mente è sempre giovane, fresca, e incapace d’essere ferita, offesa, mentre la mente meccanica è certamente prona all’essere offesa.

Dunque, il pensiero, sulla cui base tutte le civiltà sono costruite, diviene meccanico: tutte le nostre civiltà sono meccaniche, e quindi sono corrotte. Ne consegue che appartenere a qualsiasi organizzazione significa divenire corrotti, o permettersi d’esserlo. Ora, questo è un insight, non è forse così? Potete passare da questo a un altro insight e continuare a muovervi, cioè a vivere? Allora le relazioni diventano qualcosa di molto diverso. I nostri rapporti sono basati sulle conclusioni, non è così? Osservate, per favore, provate un insight su questo, e vedrete quale straordinario cambiamento accadrà nei vostri rapporti.

Prima di tutto, riconosciamo che i nostri rapporti sono meccanici, che significa che le nostre relazioni sono basate su idee, su conclusioni, su immagini. Io ho un’immagine di mia moglie, lei ne ha una di me, immagini nel senso di conoscenza, di conclusioni, di esperienze; e lei agisce in base a queste conclusioni, conoscenze, immagini e aggiunge, agendo, altre immagini, altre conclusioni, così come faccio io. Quindi il nostro rapporto è tra due conclusioni, e perciò è meccanico. Potete pure chiamarlo amore, potete dormire assieme, ma è meccanico; e proprio perché è meccanico, andate alla ricerca di eccitazioni, di ogni forma di intrattenimento, di fughe da questa relazione meccanica. Divorziate, cercate di trovare un’altra donna o un altro uomo che avrà qualcosa di nuovo, ma presto anche quel rapporto diventerà meccanico.

Dunque, le nostre relazioni sono centrate su questi processi meccanici. Ora, se avete un insight su questo, e lo vedete per quello che è: il piacere, il cosiddetto amore, il cosiddetto antagonismo, le frustrazioni, le immagini, le conclusioni che avete generato su lei o circa voi stessi, se percepite profondamente questo fatto, tutto ciò svanisce, non è forse vero? Non trattenete più un’immagine, che è una forma di conclusione. Allora la vostra relazione è diretta, non agìta da immagini. Ma i nostri rapporti sono basati sul pensiero, sull’intelletto, che è meccanico, e ciò non ha nulla a che vedere con l’amore, è ovvio. Potrò dire: “Amo mia moglie”, ma questa non è la realtà. Amo l’immagine che ho di lei, quando lei non mi ostacola. Allora, io scopro che rapporto significa libertà dalle immagini, dalle conclusioni, e perciò significa responsabilità e amore. Che non è una conclusione, comprendete?

Quindi, il mio cervello è un magazzino di conoscenza, di varie esperienze, di ricordi, di ferite, di immagini, che sono pensiero: giusto? Osservate questo fatto. E il mio cervello, che è anche il vostro, il mio cervello è condizionato dal tempo, dall’evoluzione, dalla crescita. La sua funzione è quella di vivere in completa sicurezza, con naturalezza, altrimenti non può funzionare. Così, costruisce un muro attorno a sé, fatto di convinzioni, di dogmi, di prestigio, di potere, di posizione sociale, di tutto questo, come sapete; costruisce tutto questo attorno a sé, per essere completamente sicuro. Avete osservato il vostro cervello mentre opera? Potrete scoprire che può funzionare molto bene, in modo logico, sano, quando non è spaventato, ovvero quando gode di completa sicurezza. Ora, esiste la completa sicurezza? Così, essendo incerto circa l’esistenza della completa sicurezza, il cervello procede, giungendo alla conclusione che deve esserci una sicurezza. Genera una conclusione, che diviene la sua sicurezza. Sono spaventato, vedo che posso operare, che il mio cervello può operare solo quando c’è una reale, bella e godibile sicurezza. Ma non posso goderne perché sono spaventato, potrei perdere il lavoro, mia moglie. Sono spaventato, e per la paura investo la mia energia in un credo, in una conclusione: questo diventa la mia sicurezza. Quella convinzione, quella conclusione, che sia un’illusione, un mito, un nonsense, non importa: & la mia sicurezza. La gente crede in tutta la faccenda delle chiese: si tratta assolutamente di miti, ma questa è la loro sicurezza. Così trovo sicurezza in un credo, o in qualche comportamento nevrotico, perché comportarsi nevroticamente è un’altra forma di sicurezza.

Dunque, il cervello può funzionare liberamente, completamente, solo in totale sicurezza. Deve avere sicurezza, vera o falsa che sia, illusoria o non esistente, se la inventerà. Ora, io vedo che non c’è sicurezza nei credo, nelle conclusioni, in nessuna persona, in nessuna struttura sociale, in nessun leader, vedo che non c’è sicurezza in tutto questo. Quindi la sicurezza è nel vedere, nell’avere un insight. C’è sicurezza nell’insight, non nelle conclusioni. Avete compreso? Non perché l’ho detto io, ma perché l’avete compreso da soli. L’avete afferrato? È diventata una cosa reale?

Allora, abbiamo questo problema della mente, o del cervello, che può operare solo in completo ordine, in totale sicurezza, in completa certezza; altrimenti impazzisce, diventa nevrotico. E perciò, io vedo che qualsiasi persona, incluso me stesso, che appartiene a qualsiasi organizzazione, che ha fede in un’organizzazione, o in un leader, agisce nevroticamente. Qual è la sicurezza che una mente prova, quando si e liberata di tutto questo? La sua sicurezza è nell’insight che genera intelligenza. La sicurezza è intelligenza. Non è la conoscenza, né l’esperienza, ma l’insight sul valore della conoscenza, che è la capacità di vivere con un’intelligenza sostenuta, e in questo c’è sicurezza. Perciò, quell’intelligenza, quell’insight non è mai soggetto a paure.

Sarebbe una cosa fantastica se tutti noi assieme potessimo comprendere questa sola cosa: la natura della consapevolezza, la natura della percezione, la natura dell’insight. Perché allora la mente sarebbe libera di vivere. Di vivere, non di vivere in conflitto, nella lotta, nel sospetto, nel timore d’essere feriti, e tutta questa sofferenza.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen il 18 luglio 1972, copyright (c) 1972/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

12. Saanen, 20 luglio 1972

Io credo che il problema centrale della nostra esistenza sia il pensiero, l’intero meccanismo del pensiero. La nostra civilizzazione, in Oriente così come in Occidente, è basata sul pensiero, sull’intelletto. Il pensiero è molto limitato, se ne può misurare l’ampiezza, e ha anche dato forma alle cose più straordinarie di questo mondo: tutto il mondo tecnologico, la discesa sulla luna, la possibilità di costruire case comode per tutti. Allo stesso tempo, il pensiero ha generato una grande quantità di danni: gli armamenti, la distruzione della natura, l’inquinamento della terra e anche, se si approfondisce l’osservazione, il cosiddetto pensiero religioso, in tutto il mondo. Il pensiero è stato l’artefice di tutta la mitologia cristiana, con il Salvatore, i papi, il clero, la salvezza, e tutto il resto. Il pensiero è anche responsabile d’aver dato vita a un particolare tipo di cultura, con il proprio sviluppo tecnologico e artistico, e anche la sua crudeltà, la brutalità nei rapporti, le divisioni di classe, e via dicendo. Questo processo del pensiero è meccanico, si traduce in una filosofia meccanica, in una fisica meccanica, e il pensiero ha diviso gli esseri umani in “me” e “non me’, in “noi” e “loro’, gli hindu, i buddhisti, i comunisti, i giovani e gli anziani, gli hippy, i non hippy, l’ordine stabilito e così via. Credo che ciò che è stato appena detto sia abbastanza evidente, che si tratti della sfera religiosa, secolare, politica o nazionale.

Il pensiero ha creato un mondo straordinario: città meravigliose, ora in declino, trasporti rapidi; e il pensiero ha anche diviso gli esseri umani nei loro rapporti. Il pensiero, che è la reazione della memoria, dell’esperienza, della conoscenza, divide gli esseri umani. Questa è la realtà: nelle nostre relazioni, il pensiero ha costruito, attraverso una serie di eventi, di attività, l’immagine del “me” e del “te”. Immagini che esistono attraverso la costante interazione dei rapporti; queste immagini sono meccaniche e quindi, anche le nostre relazioni diventano meccaniche.

Perciò, il pensiero è responsabile d’aver generato la divisione esistente nel mondo esterno, così come la scissione che è in noi. Allo stesso tempo, sappiamo che il pensiero è assolutamente necessario, altrimenti non potremmo tornare a casa, non potremmo scrivere libri, non potremmo parlare. Il pensiero è la reazione della memoria, dell’esperienza, della conoscenza, che è il passato. Il pensiero proietta il presente nel futuro, modificandolo, dandogli una forma, progettandolo come futuro.

Sappiamo che il pensiero, quando non è un’espressione personale, ha una funzione logica ed efficiente. Esiste la conoscenza raccolta sotto forma di scienza e tutto l’accumulo di idee. La conoscenza diviene importante, ma previene la mente dal muoversi oltre il presente e il futuro. Il pensiero può funzionare solo nel campo del conosciuto, sebbene sia anche capace di farsi un’immagine dell’ignoto attraverso l’utilizzo dei propri condizionamenti, di ciò che sa del conosciuto. Potete riscontrare questo fenomeno in tutto il mondo: l’ideale, il futuro, il “come dovrebbe essere”, ciò che deve accadere in base al contesto, ai condizionamenti, all’educazione, all’ambiente. Il pensiero è anche responsabile per il comportamento, la volgarità, la crudezza, la brutalità, la violenza in tutte le relazioni, e così via. Il pensiero è anche qualcosa la cui estensione può essere misurata.

L’Occidente è il risultato dello sviluppo della cultura dei greci, che pensavano in termini di misura. Per loro la matematica, la logica, la filosofia, erano il risultato della misurazione, che è pensiero. Senza la comprensione dell’intero meccanismo del pensiero, e del suo enorme significato, e del modo in cui diventa estremamente distruttivo, la meditazione non ha alcun significato. Fino a quando non avrete compreso realmente, fino a quando non avrete avuto una profonda percezione dell’intero meccanismo del pensiero, non potrete muovervi oltre. In Oriente, è stata l’India a influenzare tutta l’Asia. Non parlo dell’India moderna, ma di quella antica, gli indiani d’oggi sono esattamente come voi: romantici, volgari, superstiziosi, spaventati, avidi di soldi, desiderosi di posizione sociale, potere, prestigio, sono discepoli di qualche guru, sapete bene a cosa mi riferisco, succede in tutto il resto del mondo. Sono solo di un colore diverso, vivono in un clima diverso e condividono un insieme di norme morali parzialmente diverse dalle vostre. L’India antica diceva che la misura è un’illusione, perché si può misurare tutto ciò che è limitato; e se voi centrate tutta la vostra struttura, la vostra moralità, l’intera vostra esistenza sulla misura, che è pensiero, non potrete mai essere liberi. Perciò nell’India antica si diceva, almeno in base a ciò che ho potuto constatare, che l’immisurabile è reale e ciò che può essere misurato è irreale, e a questo diedero il nome di Maya.

Ma vedete, il pensiero (come intelletto, capacità di comprendere, di osservare, di pensare assieme in modo logico, di disegnare, di costruire) il pensiero, ha modellato la mente umana, il comportamento dell’uomo. In Asia dicono che per trovare ciò che non può essere misurato dovete controllare il pensiero, che dovete modellarlo attraverso il comportamento, la giusta condotta, attraverso varie forme di sacrificio personale, e via dicendo. E esattamente la stessa cosa che accade in Occidente. Anche in Occidente dicono: controllati, comportati bene, non aggredire, non uccidere, ma sia l’Oriente che l’Occidente hanno ucciso, si sono comportati miserevolmente e tutto il resto che sappiamo.

Non possiamo negare che il pensiero sia la questione centrale della nostra esistenza. Possiamo immaginare d’avere un’anima, che ci sia un dio, che esista il paradiso, l’inferno, ma tutte queste cose le abbiamo inventate con il pensiero: le nobili qualità e l’esistenza squallida sono entrambi prodotti del meccanismo del pensiero. Perciò, ci si chiede: se il mondo, l’esistenza nel mondo è il risultato di un pensiero meccanico, di una filosofia e di una fisica meccaniche, qual è il ruolo del pensiero nei rapporti, e che posto ha nell’indagare l’infinito, se esiste una dimensione infinita? Dovete scoprirlo, e questo è ciò che stiamo per condividere.

Voglio scoprire che cos’è il pensiero e che significato ha il pensare nell’esistenza. Se il pensiero è misurabile, e perciò molto limitato, potrà mai indagare in ciò che non è del tempo, dell’esperienza, della conoscenza? Capite la mia domanda? Può il pensiero indagare nell’incommensurabile, nell’ignoto, nel non conosciuto, nel senza nome, nell’eterno? Gli hanno dato mille nomi, inutilmente. Perché, se il pensiero non può farlo, che tipo di mente sarà, allora, quella capace di entrare in quella dimensione in cui non esistono parole? Giusto? Perché la parola è pensiero, usiamo parole per comunicare un’idea, un pensiero, un’emozione. Quindi il pensiero, che è occupato nel ricordare, nell’immaginare, nell’escogitare, nel pianificare, calcolare, e che perciò funziona da un centro, che altro non è se non la conoscenza accumulata sotto forma di “me”, il pensiero, quindi, può indagare in qualcosa che non può comprendere in alcun modo? Il pensiero può funzionare solo nel campo del conosciuto, altrimenti è disorientato, impossibilitato.

Allora, che cos’è il pensare? Voglio essere particolarmente chiaro con me stesso e scoprire cosa significa pensare, e qual è il suo giusto posto nella vita. Abbiamo detto che pensare è il reagire della memoria, dell’esperienza, della conoscenza accumulata nelle cellule del cervello. Perciò, il pensiero è il risultato dello sviluppo, dell’evoluzione, che è tempo. Quindi, il pensiero è il risultato del tempo e può funzionare solo nello spazio che crea attorno a se stesso. Quello spazio è molto limitato, quello spazio è il “me” e il “non te”. Il pensiero, l’intero meccanismo del pensiero ha il suo giusto posto, e il pensiero nelle relazioni, tra due esseri umani, diventa distruttivo. Vi è chiaro questo? Il pensiero: il prodotto della conoscenza, del tempo, dell’evoluzione, il risultato delle modalità meccaniche della filosofia, della scienza. Tutto è basato sul pensiero, nonostante, occasionalmente, si verifichi una scoperta in cui il pensiero non gioca alcun ruolo. Ecco, è così che stanno le cose: scoprite qualcosa di nuovo e quel qualcosa non è del pensiero, successivamente lo traducete nei termini del pensiero, del conosciuto. Un grande scienziato, malgrado il suo immenso sapere, nel momento in cui vede una cosa nuova, la vede senza quel sapere. Egli prova un insight su qualcosa di totalmente nuovo, successivamente lo trasferisce nel conosciuto, lo mette in parole, lo traduce in una frase, in una sequenza logica: questo è il pensiero necessario.

Perciò diciamo che la conoscenza è assolutamente essenziale. Potete ingrandirla o ridurla, ma la vastità della conoscenza è una necessità umana. Ora, è forse, questa conoscenza, necessaria nei rapporti tra gli esseri umani? Noi siamo in relazione l’uno con l’altro, siamo esseri umani, viviamo sulla stessa terra, è la nostra terra, non la terra dei cristiani, degli inglesi o degli indiani; è la nostra terra, la sua bellezza, la sua meravigliosa ricchezza, è la nostra terra, su cui dobbiamo vivere. Che ruolo ha il pensiero nei rapporti? Il pensiero, che è capace di ricordare, di immaginare, di inventare, di disegnare, di calcolare: qual è il suo ruolo nei rapporti? È davvero necessario che ne abbia uno? Per favore, stiamo indagando in noi stessi, e non altrove in modo meccanico.

Il pensiero è forse amore? Non dite di no, stiamo indagando, stiamo cercando di scoprirlo. Cosa sono i nostri rapporti, quando viviamo assieme, nella stessa casa, marito, moglie, amici: di che cosa sono fatti i nostri rapporti? Sono basati sul pensiero? Notate bene che pensiero è anche sensazione, queste due cose non possono essere separate. Se sono radicate nel pensiero, allora sono relazioni meccaniche: e per molti di noi questi sono i rapporti nei quali siamo coinvolti, meccanici. Con meccanico, intendo dire l’immagine di te e di me create dal pensiero. Le immagini che tutti creiamo, difendiamo, nel corso degli anni, o per periodi più brevi. Hai formulato un’immagine di me e io ne ho generata una di te, questo è il prodotto del pensiero. L’immagine diviene una difesa, una resistenza, un calcolo. Costruisco un muro attorno a me e un altro attorno a te e tu fai la stessa cosa, questo è ciò che chiamiamo relazione, questa è la verità.

Quindi, le nostre relazioni sono il prodotto del pensiero, che calcola, ricorda, immagina, inventa. Si possono forse chiamare relazioni? È facile rispondere che, di certo, non lo sono. Quando lo si vede in modo così chiaro, certamente, diciamo di no. Ma il fatto è che questi sono i nostri rapporti. Se non ci inganniamo, questa è la realtà. Non voglio essere ferito, non mi preoccupo di ferirti e perciò mi costruisco una difesa, e tu fai lo stesso. Questo modo di relazionarci diventa meccanico e distruttivo. Quando ci scopriamo coinvolti in rapporti meccanici e distruttivi, allora vogliamo fuggirne, consciamente o inconsciamente.

Quindi io scopro, ho un insight profondo del fatto che ogni tipo di interferenza del pensiero nei rapporti diventa meccanica. L’ho scoperto: per me questa è una verità immensa; quando il pensiero interferisce nei rapporti è tanto distruttivo e pericoloso quanto un serpente velenoso o un precipizio o l’incontro con un animale feroce. Vedo questa realtà: che cosa faccio? Vedo che il pensiero è necessario a un certo livello e che, nei rapporti, è la cosa più distruttiva che esista. Ecco, è così: mi hai ferito, mi hai detto delle cose cattive, o mi hai lusingato, mi hai dato piacere, sessualmente e in altri modi, mi hai tormentato, ti sei preso gioco di me, mi hai dominato, mi hai sommerso di frustrazioni; queste sono tutte le immagini, le conclusioni che io ho sviluppato su di te. Quando ti vedo, proietto tutto ciò, posso cercare di controllarlo, di sopprimerlo, ma è sempre li. Allora, che cosa bisogna fare? Lo vedo con chiarezza, ho una percezione chiara di come funziona questo meccanismo, l’intero meccanismo del pensiero, non solamente in una direzione, ma l’intero meccanismo del pensiero nell’esistenza umana, interiormente e nel mondo esterno: funziona sempre nello stesso modo. Se la mente deve andare oltre questo, lontano da tutto ciò, in che modo si può dare al pensiero il giusto spazio per operare senza portare con sé le sue frustrazioni? Allora, vedete la bellezza di tutto questo?

Perché senza la comprensione, senza il raggiungimento di quello stato che non può essere mai toccato dal pensiero, la vita diventa molto meccanica, ripetitiva, noiosa e stanca: sapete di che cosa sto parlando. Sapendo quanto isolata è la nostra vita, sgradevole, orribile, con solo qualche piacere o gioia occasionale, vogliamo fuggire, scappare da questo orrore. Di conseguenza immaginiamo, creiamo miti, e anche i miti giocano un certo ruolo. Il mito cristiano ha tenuto le genti unite, gli indiani possiedono grandi miti, e questi hanno generato una certa unità, poi, quando svaniscono, tutto torna a frammentarsi, ed è ciò che sta accadendo in questo momento, nel mondo. Se voi pensate con serietà a tutta questa faccenda, allora non credete in alcun mito, né in Gesù, né in Buddha, vi siete liberati di tutto ciò.

Quindi, qual è quella mente che genera un’armonia nella quale non esiste divisione tra il conosciuto, la conoscenza, il funzionamento del pensiero e la libertà da ciò? Queste due realtà che si muovono assieme, in perfetta armonia, in equilibrio, nella bellezza del movimento. Avete compreso? Per prima cosa, avete osservato la domanda? E la bellezza di questa domanda? Non stiamo parlando di un’integrazione di quelle due realtà, cosa impossibile, perché integrare significa mettere assieme delle parti, aggiungerne di nuove o sottrarne delle vecchie, azione che comporta l’esistenza di un’entità in grado di compiere queste operazioni, un elemento esterno inventato dal pensiero: l’anima, l’atman dell’India, e così via, si tratta ancora del pensiero all’opera. Quindi, la mia domanda è: possono quelle due realtà essere come due fiumi che confluiscono, che scorrono assieme? Il conosciuto e l’ignoto, la libertà dal conosciuto e una mente che ha un insight nella dimensione in cui il pensiero non accade affatto?

E possibile che ciò accada? O si tratta solamente di un’idea, di una teoria (anche se il dizionario ci dice che il significato di teoria è avere un insight, possedere la capacità di osservare all’istante la verità di qualcosa, di vederla)? Ora, questo è il problema: il pensiero e il non pensiero. Il pensiero: quando devo costruire un ponte, scrivere un libro, fare un discorso, calcolare la direzione da prendere, uso il pensiero; e non lo uso affatto nei rapporti, perché quello è amore. Ora, possono queste due dimensioni muoversi sempre assieme?

Possono queste due realtà vivere armoniosamente assieme, così che il comportamento non sia centrato sul pensiero, perché altrimenti diventerebbe meccanico, condizionato, un interagire di immagini? Può questo movimento della conoscenza, (e la conoscenza non è mai statica, bensì si muove in continuazione, voi l’arricchite in continuazione), avere luogo e, allo stesso tempo, coincidere con il movimento in cui il pensiero, come creatore di immagini, non si manifesta affatto? Se la domanda è chiara, allora osserverete il pensiero, che è ancora attivo, dire che per far ciò dovete avere la situazione sotto controllo. Capite? Dovete controllare il pensiero, dovete trattenerlo e non lasciare che operi nei rapporti, dovete costruire un muro. Il pensiero calcola, immagina, ricorda, ricorda ciò che qualcuno ha detto su queste due realtà che devono viaggiare assieme; e quindi il pensiero dice: “Lo ricorderò, è un’idea meravigliosa”, e perciò, detto questo, lo immagazzina nella memoria, e, proprio in base a quella memoria, agirà. Perciò dirà: “Devo controllare”. Le modalità meccaniche della filosofia, delle civilizzazioni, delle strutture religiose sono basate su questo “controllo”. Dopo che avrete controllato, sufficientemente soppresso, sarete liberi: questa è un’assoluta stupidaggine!

Dunque, il pensiero comincia a creare un modello comportamentale in modo da raggiungere quell’armonia: in questo modo la distrugge! Ora, io ho un insight sulla questione, e cioè che il controllo non è il giusto modo di procedere. Il controllo implica soppressione, un’entità che controlla, che è sempre pensiero sotto forma di controllore, di osservatore, di sperimentatore, di pensatore. Ho un insight di questa realtà: allora, cosa fa la mente?

Com’è che avete avuto quell’insight? Che cosa è un insight? Come accade? Sapete che cosa intendo per insight? Quando voi riconoscete il falso dal vero, lo vedete istantaneamente: lo fate in qualche occasione. Vedete qualcosa nella sua interezza e dite: “Per Giove! Com’è vero!”. Ora, qual è lo stato della mente che dice: “Lo so che è così”? Che non ha nulla a che vedere con il pensiero, né con la logica, né con la dialettica, che sono entrambe opinioni. Qual è lo stato della mente che vede questo fatto istantaneamente, e di conseguenza ne percepisce la veridicità? E ovvio che se colui che pensa è presente non si avrà alcuna percezione. Non è vero? Se il pensiero dice: “Raggiungerò uno stato straordinario attraverso la soppressione, il controllo, varie forme di rinuncia, di ascetismo, niente sesso, e tutto il resto”, non fa altro che indulgere in tutto ciò nella speranza di raggiungere “l’altro”. Si cerca l’altro perché questo (questa dimensione) è limitato, questo stanca, annoia, è meccanico, quindi il pensiero, nel suo desiderio di avere più piacere, più eccitazione, accetterà l’esistenza dell’”altro”.

Quindi, ci addentriamo ora nell’indagare che cosa significa osservare senza osservatore. Perché l’osservatore è il passato, è il terreno del conosciuto, perché è il risultato della conoscenza e quindi dell’esperienza e così via. Esiste un’osservazione senza osservatore, che è il passato? Posso guardarvi, guardare mia moglie, i miei amici, i miei vicini, senza le immagini che ho costruito nella relazione? Posso guardarti senza che tutto ciò si metta tra noi? E possibile? Mi hai ferito, hai detto delle cose molto spiacevoli sul mio conto, hai diffuso voci scandalose su di me. Posso guardarti senza trattenere tutto ciò nella memoria? Il che significa, posso guardarti senza che il pensiero intervenga a ricordarmi gli insulti, le ferite, oppure i complimenti? Posso guardare quell’albero senza la conoscenza dell’albero? Posso ascoltare il suono del fiume che scorre senza dargli un nome o riconoscerlo, ma semplicemente, ascoltare la bellezza del suono? Potete farlo? Forse potete ascoltare il fiume, riuscite a osservare le montagne senza alcuna premeditazione, ma riuscite a guardare voi stessi, con tutto il bagaglio conscio e inconscio, guardarvi con occhi che non sono mai stati toccati dal passato? Avete mai provato? Scusate, non avrei dovuto dire “provato”: provare è sbagliato. L’avete mai fatto? Avete mai guardato vostra moglie, la vostra fidanzata, il vostro fidanzato, o chiunque sia, senza un singolo ricordo del passato? Se lo farete, scoprirete che il pensiero è ripetitivo, meccanico, e le relazioni non lo sono, quindiscoprirete che l’amore non è il prodotto del pensiero. Per questo non esiste un amore divino o un amore umano, esiste solo l’amore.

In assenza della parola, esiste il pensiero? O forse la mente è così completamente asservita alle parole che non può vedere il movimento del pensiero in loro assenza? Ecco: posso io, può la mente osservare ‘me’, l’intero contenuto del “me”, senza la parola? Osservare ciò che sono, senza associazioni, le associazioni delle parole, della memoria, del ricordo, così che possa comprendermi senza che la memoria interferisca, senza che l’accumulo di conoscenza con i suoi contenuti di rabbia, gelosia, antagonismo, o desiderio di potere possa intervenire. Posso osservare me stesso, non io, può la mente osservare se stessa, senza il movimento delle parole? Perché la parola è il pensatore, la parola è l’osservatore.

Per osservare con tale chiarezza, la mente deve essere incredibilmente libera da qualsiasi attaccamento: a una conclusione, che è un’immagine, o a un’idea, che è un prodotto del pensiero (l’idea costruita con le parole, con le frasi, con i concetti), o attaccamento a qualsiasi principio, a qualsiasi movimento della paura e del piacere. Questa percezione stessa è la più alta forma di disciplina, disciplina nel senso di apprendimento e non dell’essere conformi alle regole.

Abbiamo cominciato con il condividere e l’indagare nei contenuti della domanda: qual è il posto del pensiero nell’esistenza? Perché la nostra vita, la nostra intera esistenza, com’è ora, è basata sul pensiero. Il pensiero può immaginare che le cose non stiano così, può credere che la vita sia radicata in una dimensione spirituale, ma questo è ancora frutto del pensiero. I nostri dèi, i nostri salvatori, i nostri maestri, i guru, sono il prodotto del pensiero. Quindi, qual è il posto del pensiero nella vita, nell’esistenza? Quando la conoscenza funziona senza l’interferenza del “me” che sta facendo uso della conoscenza, del “me” che dice: “Io sono uno scienziato migliore di quello”, “sono un guru migliore di quello”, allora il pensiero svolge il suo ruolo, in modo logico, sano, efficiente. Quindi la conoscenza, quando viene usata senza la comparsa del “me”, che è il prodotto del pensiero, che crea divisione tra “me” e “te”, è una cosa straordinaria e potrebbe far diventare il mondo un luogo migliore, strutturato in modo migliore, con una società migliore. Abbiamo abbastanza conoscenza per generare un mondo felice, dove tutti possano avere cibo, vestiti, abitazioni, lavoro, un mondo senza ghetti; ma tutto ciò viene negato perché il pensiero si è scisso in “me” e “te”, la mia nazione e la tua nazione, il mio dio odioso e il tuo, e noi stiamo continuamente in guerra, l’uno contro l’altro.

Quindi il pensiero, come memoria, ricordo, immaginazione, progetto, ha un ruolo ben preciso, logico e sano, ma non può mai entrare nei rapporti. Se capite questo, non attraverso la logica, in modo verbale, non con il senso del “sarò più felice se farò questo”, non attraverso le parole, con l’immaginazione, con le formule; se ne vedete la verità, allora, siete già arrivati. Allora non c’è conflitto. Accade naturalmente, come il frutto che matura sull’albero.

Domanda: Qual è il rapporto tra il corpo e la mente?

Krishnamurti: Se non avessi il corpo, sarei capace di pensare? Senza il corpo, l’intero organismo, con i suoi nervi, la sua sensibilità, tutti i meccanici processi operativi del sistema fisico, senza tutto ciò, ci sarebbe il pensiero? Se non avessi il cervello con le cellule che trattengono la memoria, che è collegato all’intero corpo attraverso i nervi, potrebbe mai verificarsi il pensiero?

Quando il corpo muore, che cosa accade al pensiero che abbiamo generato? Ho vissuto trenta, quaranta o cent’anni, passando la gran parte del mio tempo a lavorare in un ufficio, Dio sa il perché, guadagnandomi da vivere, combattendo, litigando, discutendo, con gelosia, ansia; sapete di cosa parlo: la mia vita, quella cosa spaventosa che vivo quotidianamente. Tutto questo è “me”. Questo “me” è forse diverso dal corpo? Fate molta attenzione a questa domanda, è quel “me” diverso dallo strumento? E ovvio che è diverso. Il “me” è il risultato del ricordo delle ferite, del dolore, del piacere, tutto questo: la memoria che è immagazzinata nelle cellule, sotto forma di pensiero. Quel pensiero se ne andrà quando il corpo muore? Voi fate questa domanda: quando mio fratello o il mio amico che ho ricordato, amato, con il quale ho camminato e con il quale ho gioito delle cose, morirà, lo ricorderò? Esisterà ancora? Gli sono attaccato e non voglio perderlo, l’ho perso fisicamente, ma non voglio perderlo; osservate cosa accade: non voglio perderlo, ho una gran bella quantità di ricordi, di esperienze piacevoli e dolorose condivise con lui o con lei, sono attaccato a tutto ciò e voglio trattenerlo.

Allora il pensiero dice: “Egli vive, ci incontreremo nella prossima vita, o ci incontreremo in paradiso, mi piace quest’idea, mi conforta”. Poi arrivate voi e mi dite: “Che sciocchezze, lei è soltanto un vecchio superstizioso”, e io vi combatto perché questo mi conforta. Quindi, ciò che io cerco è il conforto, non la verità su niente e nessuno, solo il conforto. Ora, se io non cerco conforto in nessun modo, quale sarà la realtà? Ho vissuto una vita meschina, piccola, gelosa, come milioni di individui fanno, che importanza ho io? Sono come il vasto oceano della gente: muoio, ma mi attacco alla mia piccola, misera vita, voglio che continui, nella speranza che un giorno, in futuro, sarò felice. E con questa speranza muoio, e sono come milioni d’altri nel vasto oceano dell’esistenza, senza significato, senza senso, senza bellezza, senza alcunché di reale. Se la mente esce fuori da questo enorme flusso, come deve, allora viene a manifestarsi una dimensione totalmente differente. Questo è il compimento dell’intero processo del vivere, (questa è l’essenza del vivere): uscire da questa corrente di bruttezza e di brutalità, e siccome non possiamo farlo, non avendo l’energia, la vitalità, l’intensità, l’amore necessario, seguiamo la corrente.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen 20 luglio 1972, copyright (c) 1972/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

13. Brockwood Park, 9 settembre 1972

Possiamo osservare che il pensiero, per quanto sottile possa essere, ha generato questa incredibile struttura umana fatta di relazioni, di comportamenti sociali, di divisioni: e dove c’è divisione, devono esserci, necessariamente, conflitto e violenza. Che sia una differenza linguistica o di classe, o la diversità generata da ideologie e sistemi, questo stato, in quanto divisivo, invariabilmente produce violenza. Fino a quando non si comprende in profondità come si è generata questa violenza, non solamente indagandone le cause, ma andando oltre, molto oltre le cause, non saremo mai liberi, almeno a me sem­bra, da questa straordinaria miseria, confusione, dalla violenza che è presente nel mondo.

Perciò mi chiedo, e noi tutti chiediamo a noi stessi: che cosa è la libertà, in relazione al pensiero e al comportamento umano? Perché è il nostro comportamento quotidiano che sta generando questo caos nel mondo. Quindi, può esserci libertà, completa libertà dal pensiero? E se c’è libertà dal pensiero, che posto prenderà il pensiero? Per favore, non stiamo filosofeggiando o intrattenendoci intellettualmente. Filoso­fia significa amore perla verità, non opinione speculativa, percezioni o conclusioni teoretiche. Il suo vero significato è amore per la verità nella nostra vita e nel nostro comportamento quotidiano. Per approfon­dire questo punto con serietà, e spero che lo facciate, bisogna indagare, imparare, senza opinioni, senza raggiungere conclusioni da memorizzare, perché, in questa indagine che stiamo compiendo assieme, non raggiungeremo nessuna conclusione. Al contrario, la verità non è una conclusione: si giunge a una conclusione solo quando il pensiero produce opinioni, verità dialettiche; con queste conclusioni, il pensie­ro diventa uno strumento di separazione.

Perciò, quello che dobbiamo fare è scoprire da soli, e quindi im­parare, che cos’è il pensiero, e se questo, per quanto razionale, logi­co, sano, oggettivo possa essere, può determinare una rivoluzione psicologica nel nostro comportamento. Il pensiero è sempre condi­zionato, perché il pensiero è la reazione della memoria, dell’espe­rienza, della conoscenza, dell’accumulo. Il pensiero sorge da questi condizionamenti, per questo motivo non potrà mai generare un comportamento giusto. Siamo capaci di capirlo? Sapete, ho incon­trato molti psicologi, in tutto il mondo, che osservando ciò che gli esseri umani sono nella realtà, quanto sia contraddittorio il loro comportamento e quanto siano miserevolmente infelici, dicono che bisognerebbe, per prima cosa, gratificarli, e poi condizionarli in ma­niera diversa. Dicono che, invece di punirli per il loro comportamento malvagio, bisognerebbe premiarli per le cose buone che fanno e dimenticare il resto. In questo modo, fin dall’infanzia siete condizionati: siete premiati per comportarvi bene, o ciò che si pensa essere bene (cioè in modo non antisociale). Vedete, affrontando tutto con il pensiero, per loro il pensiero è di straordinaria importanza e, così come i comunisti e molti altri, dicono che il pensiero deve essere rimodellato, condizionato in modo diverso, in modo che da que­sta diversa struttura possa manifestarsi un comportamento diverso. Come vedete, affrontano l’intera problematica, rimanendo, ancora, dentro i modelli del pensiero.

Anche nell’India antica si è cercato di fare la stessa cosa, lo hanno fatto i buddhisti; ogni religione, in realtà, ci ha provato. Ma il comportamento umano, con tutte le sue contraddizioni, le sue frammentazioni, è il risultato del pensiero e se vogliamo cambiare radicalmente questo comportamento, non perifericamente, nelle espressio­ni marginali dell’esistenza umana, bensì proprio nel nucleo del no­stro essere, allora dobbiamo scendere in profondità nella realtà del pensiero. Voi dovete farlo, non io. Voi dovete vedere la verità di ciò: che il pensiero deve essere compreso, che bisogna conoscerlo interamente. Questo deve essere di enorme importanza per voi, non perché ve lo dice chi sta parlando, perché egli non è importante, ma perché ciò che ha valore è quello che voi stessi imparate, non quello che memorizzate. Se state solo ripetendo le mie parole, sia che le ac­cettiate sia che le neghiate, vuol dire che non avete affatto affrontato il problema. Nel caso, invece, vi stia veramente a cuore risolvere questo problema tutto umano, scoprire come vivere in pace, con amore, senza paura, senza violenza, dovete allora affrontare l’intera questione del pensiero.

Allora come si può imparare cos’è la libertà? Non la libertà dall’oppressione, non la libertà dalla paura, da tutte le piccole cose di cui ci preoccupiamo, ma libertà dalla causa stessa della paura, dall’origine stessa del nostro antagonismo, dalla radice del nostro essere, dove la contraddizione è sconcertante e la ricerca del piacere è paurosa, dove risiedono tutte le divinità, gli dei che abbiamo creato, con tutte le loro chiese e i loro preti, e tutto il resto. Mi sembra che ci si debba chiedere se si desidera la libertà alla periferia o al centro del nostro essere; e se volete imparare che cos’è la libertà fin dall’origine dell’esistenza, allora dovete conoscere il pensiero. Se quella domanda è chiara, non la sua spiegazione verbale, non le idee che raccogliete dalla spiegazione, ma se quella domanda è qualcosa che percepite come un’assoluta necessità, allora possiamo viaggiare assieme, e se poteste comprendere questo, tutte le domande troverebbero risposta.

Perciò, bisogna scoprire che cosa significa imparare. Per prima cosa voglio imparare a scoprire se esiste la libertà dal pensiero, non come usare il pensiero, perché questa è una domanda successiva. Ma può la mente essere mai libera dal pensiero? Che cosa significa, che cosa implica questa libertà? Noi conosciamo solo la libertà da qualcosa, dalla paura, da questo o da quello, dall’ansia, da decine di cose; ma esiste una libertà che non sia da qualcosa? La libertà stessa, in se stessa? Una volta formulata questa domanda, è dal pensiero che dipenderà la risposta? O non è forse, la libertà, la non esistenza del pensiero? Imparare significa percepire istantaneamente, perciò imparare non richiede tempo, non so se lo capite: per favore, vi prego, è veramente affascinante vederne l’importanza.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Brookwood Park il 9 settembre 1972, copyright (c) 1972/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

14. Saanen, 15 luglio 1973

Spero che voi e io stiamo vedendo la stessa cosa, che stiamo comprendendo, non solamente in modo verbale, il fatto che, per risolvere questi problemi, siano questi di natura economica, sociale, religiosa o personale, abbiamo bisogno di una mente e di un cuore che non siano creati dal pensiero. Il pensiero non risolverà alcun problema, proprio perché questi problemi sono stati generati dall’attività stessa del pensiero; e il nostro problema principale è quello di dare vita a un cambiamento psicologico radicale, rivoluzionario, fondamentale.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen il 15 luglio 1973, copyright 1973/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

15. Saanen, 28 luglio 1974

Per porre fine al pensiero, devo prima approfondirne il meccanismo. Devo comprenderlo completamente dentro di me. Devo esaminare ogni singolo pensiero, evitando che anche uno solo possa sfuggire senza che sia stato completamente compreso; in modo che il cervello, la mente, l’intero organismo divenga estremamente attento. Nel momento in cui seguirò ogni pensiero alla sua radice, nella sua interezza, fino al suo completo esaurirsi, scoprirò che il pensiero si estingue da solo. Non devo fare assolutamente nulla, in quanto il pensiero è memoria. Il pensiero è il segno lasciato dall’esperienza, e fino a quando l’esperienza non è pienamente, interamente compresa, questa lascerà dei segni. Nel momento in cui l’avrò esperita completamente, l’esperienza non lascerà alcun segno. Quindi, se andiamo a fondo in ogni pensiero e troviamo un segno, rimaniamo con quel segno e lo vediamo per quello che è, un fatto; allora, proprio questo fatto si schiuderà e porterà a termine quel particolare processo del pensiero che lo ha generato, così che ogni pensiero, ogni sensazione venga compresa. In questo modo il cervello e la mente sono liberati da una massa di ricordi. Questo richiede un’attenzione straordinaria, non solo l’essere attenti agli alberi e agli uccelli, ma dentro di noi, attenti nel vedere che ogni pensiero venga compreso.

Può la mente svuotarsi del passato e raggiungere quello spazio al suo interno che non è toccato dal pensiero? Vedete, finora abbiamo operato solo nell’area del pensiero, della conoscenza. Esiste un’altra zona, un’altra area della mente, che include il cervello, che non sia toccata dalla continua lotta dell’uomo, dal suo dolore, dall’ansia, dalla paura, e da tutta la violenza che egli ha generato attraverso l’uso del pensiero? La scoperta di quell’area è la meditazione. Questo implica scoprire se il pensiero può cessare, pur continuando ad operare quando necessario nel campo della conoscenza. Abbiamo bisogno della conoscenza, altrimenti non potremmo funzionare, non potremmo parlare, scrivere e tutto il resto. La conoscenza è necessaria per operare, e il suo funzionamento diventa nevrotico quando il ruolo sociale diventa la cosa più importante, ovvero, l’entrata in scena del pensiero sotto forma di “me”, di ruolo sociale. Quindi, la conoscenza è necessaria, ciò nonostante la meditazione è lo scoprire, il trovare, l’osservare un’area libera dal movimento del pensiero. Possono queste due dimensioni coesistere armoniosamente nel nostro quotidiano vivere? Questo è il problema, non il respiro, sedersi con la schiena dritta, ripetere mantra, pagare centinaia di dollari per imparare qualche piccola, stupida parola, e poi ripeterla finché non crediate d’essere in paradiso: stupidità trascendentale!

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen il 28 luglio 1974, copyright (c) 1974/1993, Krishnamurti foundation Trust, Ltd.

16. Saanen, 24 luglio 1975

Perché è stata costruita la struttura chiamata “me”? Perché il pensiero ha fatto questo? È realmente una domanda di straordinaria importanza, perché si tratta della nostra vita. Dobbiamo affrontare tutto ciò con enorme serietà. Perché il pensiero ha generato il “me”? Sia che vediate questo fatto, che il pensiero ha costruito il “me”, sia che diciate che il “me” è qualcosa di divino, qualcosa che esisteva prima ancora dei tempi, (cosa che, infatti, molti dicono), dobbiamo procedere e indagare.

Per quale motivo il pensiero ha creato il “me”? Perché? Non lo so, e voglio scoprirlo. Per quale motivo credete che il pensiero abbia creato il “me”?

Ci sono due punti da prendere in considerazione: uno è che il pensiero richiede stabilità; solo quando c’è sicurezza il cervello è soddisfatto. Ecco, quando c’è sicurezza il cervello opera meravigliosamente, che lo faccia in modo ragionevole o nevrotico. Quindi, una delle ragioni è che il pensiero, essendo esso stesso insicuro, frammentato, frantumato, ha generato il “me” come qualcosa di permanente; il “me” che è poi divenuto separato dal pensiero, e quindi da questo percepito come permanente. Questo permanere è definito attraverso l’attaccamento: la mia casa, il mio carattere, i miei desideri, le mie volontà, tutto ciò dà al “me” un completo senso di sicurezza e di continuità. Non è forse così? L’altro punto è dato dall’idea che il “me” sia qualcosa che esiste già prima del pensiero: è così? E chi può dire che esistesse prima ancora del pensiero? Se fate questa affermazione (come molti fanno), qual è la sua motivazione? Su quale base asserite ciò? Si tratta di un’affermazione della tradizione, una convinzione, una credenza, un non voler riconoscere che il “me” è un prodotto del pensiero, e non qualcosa di meravigliosamente divino, che è ancora una volta una proiezione del pensiero che il “me” sia permanente?

Avendo osservato tutto ciò, si abbandona l’idea che il “me” sia eterno, eternamente divino, o come lo si voglia definire, che è troppo assurda. Si può vedere con chiarezza che il pensiero ha creato il “me”, che il “me” è diventato indipendente, che ha acquisito conoscenza, il “me” che è l’osservatore, il “me” che è il passato. Il “me” che è il passato transita attraverso il presente e si modifica come futuro: si tratta ancora del “me” creato dal pensiero, e quel “me” è diventato indipendente dal pensiero stesso. Giusto? Vogliamo procedere da qui? Per favore, non accettate questa descrizione, le parole, ma osservate la verità di questa cosa. Nello stesso modo in cui vedete la realtà di questo microfono, così capite la realtà di questa cosa. Quel “me” ha un nome e una forma. Quel “me” possiede un’etichetta, si chiama K o John, e ha una forma, si identifica con il corpo, il volto, l’intera struttura. Quindi esiste l’identificazione del “me” con un nome e una forma, che sono la struttura, e con gli ideali che vuole perseguire, o il desiderio di cambiare quel “me” in un’altra forma di “me”, con un altro nome. Questo è il “me”. Questo “me” è il prodotto del tempo e, conseguentemente, del pensiero. Questo “mc” è la parola; togliete la parola: che cos’è il “me”?

Allora, questo “me” soffre, il “me”, come “te”, soffre. Perciò il “me” che soffre è “te”. Il “me” nella sua grande ansia è la grande ansia del “te”: per questo motivo tu e io siamo comuni. Questa è l’essenza che è alla base: malgrado tu sia più alto, più basso, più intelligente, di diverso temperamento, con un carattere diverso, tutto ciò è dato dal periferico movimento della cultura, ma in profondità, alla radice, siamo uguali.

Quindi il “me” si muove in correnti di avidità, in percorsi egoistici, nei sentieri della paura, dell’ansia e via dicendo, e questo accade, esattamente nello stesso modo, per “te”. Ecco, è così: tu sei egoista e un altro è egoista, tu sei spaventato e un altro lo è, essenzialmente tu soffri, provi dolore, piangi, sei avido, invidioso: è ciò che tutti gli esseri umani hanno in comune. Questo, adesso, è il flusso in cui viviamo, questo è il flusso in cui tutti noi siamo catturati. In altre parole, noi tutti viviamo in quella corrente di egoismo, e in questa parola sono racchiuse tutte le descrizioni del “me” che abbiamo appena fatto.

Quando moriamo quell’organismo muore, ma quella corrente dell’ego continua.

Fatela questa considerazione! Ho vissuto una vita estremamente egoistica, radicata in attività egocentrate: i miei desideri, l’importanza dei miei desideri, le ambizioni, la brama, l’invidia, l’accumulo di proprietà, l’accumulo di conoscenza, di tutte le cose che ho raccolto (tutto quello che ho definito egoistico). Questo è ciò in cui vivo, questo è il “me” e questo siete anche voi, e nei rapporti è esattamente la stessa cosa. Così, nel nostro vivere, noi tutti fluiamo in questa corrente di egoismo. Questa è la realtà, non la mia opinione o una mia conclusione. Se osservaste, capireste ciò di cui sto parlando. Andate in America e vedrete lo stesso fenomeno, così in India, come in Europa, magari modificato dai diversi contesti, da pressioni diverse, ma nell’essenza vedrete la stessa cosa, lo stesso flusso di egoismo; e quando il corpo muore, quel movimento continua.

Quindi, questo vasto flusso egoistico, se posso riassumere in questa espressione tutte le cose che esso implica, è il movimento del tempo; e quando il corpo muore, questo movimento continua. Viviamo quotidianamente in quella corrente fino a quando moriamo; noi moriamo e quel flusso continua. Quel flusso è il tempo. Quello è il movimento del pensiero, che ha creato sofferenza, che ha creato il “me”, dal quale il “me” ha definito se stesso come essere indipendente, separandosi da te, ma quel “me”, quando soffre, è la stessa cosa che te. Quindi il “me” è la parola, il “me” è la struttura immaginata dal pensiero, in se stessa non ha realtà, è ciò che il pensiero ha generato, perché il pensiero ha bisogno di sicurezza, di certezza, e ha investito nel “me” tutte le sue certezze, In tutto ciò è implicita la sofferenza; mentre viviamo, siamo trasportati da questa corrente, dal flusso dell’egoismo e quando moriamo, quel movimento continua.

È possibile che quel flusso si arresti? Muoio fisicamente, questo è ovvio, mia moglie può piangere, ma il fatto è che io muoio, il corpo muore, mentre questo movimento del tempo, di cui facciamo tutti parte, continua. Ecco perché il mondo è me, e io sono il mondo. Ci sarà mai una fine a quel flusso? Esiste la manifestazione di qualcosa che sia completamente diverso da quel flusso? In altre parole, può mai l’egoismo, con tutte le sue sottigliezze, giungere a una fine completa? Quella fine è la fine del tempo e li si manifesta una dimensione totalmente diversa, che non è affatto centrata nell’ego.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen il 24 luglio 1975, copyright 1975/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

17. Saanen, 13 luglio 1976

Stiamo parlando del movimento del pensiero, del modo in cui ha costruito il mondo moderno, tecnologicamente e psicologicamente, di quali sono le sue conquiste nel campo scientifico e in quello della psicologia. E del modo in cui ha formulato religioni diverse, sette, fedi, dogmi, rituali, salvatori, guru e tutto l’armamentario che conoscete bene. Abbiamo detto che il pensiero ha il suo spazio, limitato, frammentato e che non può, nel modo più assoluto, comprendere, capire o scoprire l’interezza. Il pensiero non può mai scoprire ciò che è senza tempo, né scoprire se esiste una realtà, una verità. In nessuna circostanza il pensiero può trovare quell’immensità; e senza la comprensione di quella totalità, di quella dimensione in cui il tempo come pensiero e come misura non esiste, il pensiero deve trovare il suo giusto posto e limitarsi a quello.

Vorrei, ora, se me ne date il permesso, affrontare il problema dell’osservazione di se stessi. Quando ci osserviamo, non ci stiamo isolando, o dando dei limiti, o diventando egocentrici, perché, come abbiamo potuto vedere, noi siamo il mondo e il mondo è noi. Questo è un dato di fatto, e quando noi, come esseri umani, esaminiamo l’intero contenuto della nostra coscienza, di noi stessi, stiamo, in realtà, indagando nell’intera umanità, che sia in Asia, in Europa o in America. Quindi non stiamo parlando di un’attività egoistica; ripeto, nell’osservarci, non diventiamo egocentrati, o più nevrotici o più disturbati. Al contrario, quando guardiamo in noi stessi, esaminiamo l’intera problematica umana della sofferenza, del conflitto, delle cose sconcertanti che l’uomo ha fatto per sé e per gli altri. Quindi è molto importante comprendere questo fatto, che noi siamo il mondo e il mondo è noi. Potrete essere superficiali, comportarvi con leggerezza, ma, essenzialmente, tutti gli esseri umani in questo mondo sfortunato passano attraverso la sofferenza, la confusione, l’agitazione, la violenza, la disperazione, l’agonia. Quindi, esiste un terreno comune sul quale noi tutti possiamo incontrarci, è per questo motivo che, quando ci osserviamo, osserviamo gli esseri umani.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Saanen il 13 luglio 1976, copyright (c) 1976/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

18. Madras, 31 dicembre 1977

Perché il pensiero è diventato così straordinariamente importante? Se il pensiero crea la paura, se ha generato il passato, che è la conoscenza, così incredibilmente importante, sarà mai possibile dargli un giusto ruolo, così che non entri in altri territori? Stiamo comunicando tra noi?

Dunque, che cos’è il pensiero? Quando vi faccio questa domanda, state pensando o state ascoltando? Cos’è che fate? Dare al pensiero il suo giusto posto vi libera dalla paura. State veramente ascoltando questa affermazione? O vi state dicendo: “Come faccio a dare al pensiero il suo giusto posto, per favore ci dica come fare?”. Se le cose stanno così, allora non state ascoltando, avete spento l’attenzione, giusto?

Per favore, ascoltate, scoprite, imparate l’arte di dare a ogni cosa il suo giusto posto nella vita: al sesso, alle emozioni, a ogni cosa. Ci stiamo chiedendo se il pensiero può realizzare se stesso e le sue attività e quindi trovare il suo spazio. Comprendete? Il pensiero ora si muove in tutte le direzioni, e una di queste è la paura. Quindi, per comprendere la paura, voi dovete comprendere lo spazio del pensiero, non arrestarlo. Potete provarci, ma non potete fermare il pensiero; ma se potete dargli il suo giusto posto, o meglio, non voi, ma quando il pensiero stesso trova il suo giusto ruolo, allora esso stesso si comprende, conosce i suoi stessi limiti, percepisce la sua capacità di ragionare in modo logico, e così via, rimanendo nello spazio che gli compete. Quindi, ci chiediamo: “Potete voi, può il pensiero, osservarsi, vedere i propri limiti, le sue capacità e dirsi: questa ragione, questa capacità ha il suo giusto posto e, al di fuori di questo, non ha alcuna validità?”. Perché l’amore non è pensiero, giusto? E forse l’amore un prodotto del pensiero, del ricordo?

Il ricordo dei vostri piaceri sessuali, o di altri piaceri, è forse amore? Stiamo dicendo che dovete imparare, non memorizzare, non ripetere ciò che chi parla vi sta comunicando, ma nella realtà scoprire da soli se il pensiero può trovare il suo giusto posto, e se, dopo che l’ha trovato, può risiedervi senza muoversi in altre direzioni, e scoprire se in questa dimensione esiste ancora la paura. Ciò richiede applicazione, non l’accettazione verbale, ma verifiche quotidiane, così che possiate comprendere, non “voi”, perché è il pensiero che ha creato il “voi”, giusto? E il pensiero che vi ha fatto diversi da voi stessi, e questo è uno dei nostri problemi. L’origine del pensiero è l’inizio del ricordo. Che si tratti dell’uomo primitivo o di scimmie antropoidi, il ricordo è l’inizio del pensiero. Così come un nastro registra, nello stesso modo il cervello registra, che significa che ricorda, e l’origine del pensiero è il ricordo. È molto semplice, si tratta di un fatto ordinario. Così il pensiero può diventare consapevole di se stesso, conoscersi come l’origine della paura e dire: “Conosco il mio giusto posto”. Sapete, questo non richiede concentrazione, ma una grande consapevolezza delle implicazioni dell’intero movimento della paura, la comprensione del movimento del pensiero.

Vedete, se fate questo, se il vostro pensiero lo comprende, ciò ha a che fare con la vera meditazione; non potete, infatti, meditare se la vostra vita non è in ordine. Se la vostra vita quotidiana non è perfettamente in ordine, la meditazione sarà una misera fuga, una ricerca illusoria e senza senso. Ecco perché diciamo che se deve esserci una vera meditazione, nel vero significato di quella parola, con la profondità di quello stato, con la sua bellezza, la sua chiarezza e compassione, dovete cominciare con il mettere ordine nella vostra vita. Poiché questo è molto difficile, ve ne andate a sedervi sotto un albero, o a trattenere il respiro e a impegnarvi in ogni sorta di cose, pensando che state meditando.

Ora, esiste una straordinaria possibilità di essere completamente liberi dalla paura, se avete ascoltato con molta attenzione ciò che è stato detto, perché noi stiamo viaggiando assieme, camminiamo assieme condividendo la nostra esplorazione. È per questo motivo che non si impara niente da nessuno; imparate mentre avanzate, mentre esplorate. Non c’è autorità. Perciò, adesso, il pensiero ha compreso il suo spazio? Meditate su questo. Pensateci. Andateci a fondo. Dedicate mezz’ora della vostra vita a scoprirlo: non mezz’ora, date la vostra vita per scoprirlo! Perché allora vedrete da voi stessi, come esseri umani che rappresentano l’umanità e le cui coscienze sono la coscienza dell’umanità, che quando non c’è paura in quella coscienza voi, che avete compreso e siete andati oltre, cambiate la coscienza dell’umanità. È un fatto. Quindi, se posso, vi chiedo: “Avete voi ha il pensiero appreso l’arte di stare nel posto giusto?”. Allora, una volta fatto ciò, le porte del paradiso si apriranno.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Madras il 31 dicembre 1977, copyright (c) 1977/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

19. Madras, 7 gennaio 1978

Stiamo cercando di trovare la natura più intima del sé, perché tutte le nostre attività sono basate sul sé, prima il “me”, poi il “te”. In tutti i nostri rapporti, in tutte le nostre attività lavorative, sociali, nel nostro interagire reciproco, l’attività egocentrata è sempre presente, anche quando meditiamo, quando supponiamo d’essere religiosi. Dunque, che cos’è il sé? Sfortunatamente, molti di voi avranno già fatto letture filosofiche o letto testi sacri, (e non li chiamerò sacri perché sono solamente dei libri), o qualcuno, un guru, la vostra guida religiosa, vi avrà detto che il sé è qualcosa di straordinario, di immortale.

Quindi, noi ora ci poniamo una domanda di grande semplicità, che proprio per questo e incredibilmente complessa. Il modo in cui si affronta la questione è di grande importanza: se siete timorosi, o se siete già giunti a una conclusione, o se state già accettando l’autorità degli altri, state limitando l’approccio, l’avete già circoscritto; o se, invece, capite che per indagare bisogna necessariamente essere liberi. Se avete dei pregiudizi, o un ideale da raggiungere, una conclusione, dei desideri da realizzare, allora tutto ciò condizionerà la vostra ricerca. Quindi, se posso farvi questa domanda, potete essere liberi di approfondire questa ricerca, con grande attenzione, in modo logico, sano e, soprattutto, liberamente, per scoprire la natura e la dimensione più intima del sé? Nonostante la sua forma, il suo nome, possano essere diversi, l’individuo, l’identità di un essere umano che sente o pensa d’essere separato dal resto, sono veramente separati? Le sue peculiarità, il suo carattere, le sue eccentricità, le sue tendenze, le sue qualità sono il risultato della cultura in cui egli è nato, o forse lo sviluppo del carattere è una reazione alla cultura? Questo è molto, molto importante.

Prima di tutto, che cosa siete? Le vostre attività sono radicate nel sé; attività centrate nell’“io” dalla mattina alla sera. Che cosa è questo centro dal quale voi agite, il centro dal quale meditate, se meditate (spero di no), il centro dal quale tutte le vostre paure, ansie, dolori, dispiaceri, sofferenze e affetti sorgono, il centro dal quale voi cercate la felicità, l’illuminazione, Dio, o la verità, o cos’altro; il centro dal quale voi dite: “Prendo il voto d’essere monaco”, il centro dal quale, se siete in affari, cercate di diventare più potenti, più ricchi. Questo è il centro che stiamo investigando, il sé. Che cosa è questo sé e come si è formato? È possibile conoscere se stessi per ciò che si è realmente, e non per ciò che si pensa di essere, ciò che si spera di essere? È possibile conoscere completamente la propria essenza, ed è possibile trascendere tutte le attività frammentate del sé?

È il pensiero che crea questo centro, il sé? Per favore, pensateci e cominciate a indagare; ragionateci come se fosse la prima volta nella vostra vita che ci pensate, allora in quella freschezza potete procedere nell’indagine. Ma se dite: “So già cos’è il sé, ho già delle idee su questo punto”, allora vi precludete qualsiasi opportunità di indagine.

Allora, che cos’è il sé? Che cosa siete? Non chi siete, ma realmente cosa siete? C’è una differenza tra “chi siete” e “cosa siete”. Quando dite chi siete, vi mettete a indagare su qualcuno che vi porterà sempre più lontano dal centro; ma se invece dite ciò che siete, “ciò che è”, allora avete a che fare con il momento presente, l’attuale, ovvero ciò che realmente accade. Quindi, che cosa siete voi? Siete un nome, una forma, il risultato della società, di una cultura che per secoli ha enfatizzato il fatto che voi siete separati, qualcosa di identificabile sempre, giusto? Avete il vostro carattere, le vostre tendenze particolari, siete aggressivi o arrendevoli; non è forse, tutto questo, creato dalla cultura che e stata generata dal pensiero? È molto difficile per la gente accettare un’indagine molto semplice, logica, perché si vuole continuare a credere che il sé sia qualcosa di veramente eccezionale. Noi stiamo mostrando che il sé non è altro che parole e ricordi. Quindi il sé è il passato; e conoscere se stessi significa osservarsi, ciò che voi siete nella realtà, nei vostri rapporti con gli altri. Allora le reazioni del sé si manifestano nei nostri rapporti, che siano intimi o che non lo siano. Solo allora potete cominciare a vedere ciò che siete, le vostre reazioni, i pregiudizi, le conclusioni, gli ideali, il vostro questo e quest’altro. Non è forse tutto ciò una conseguenza? Ciò che è una conseguenza deve avere una causa; è forse la causa una serie di ricordi, di memorie, e quindi un centro che è stato creato dal pensiero e al quale il pensiero si aggrappa?

Quindi, che cos’è l’amore? E qual è il vero significato della meditazione? E lo svuotarsi di questa coscienza con tutti i suoi contenuti: paura, avidità, invidia, nazionalità, il mio Dio e il tuo Dio, i miei rituali e le mie proprietà, lo svuotarsi di tutto ciò? Questo significa affrontare, osservare il nulla. Quel nulla è “nessuna cosa”, sapete, “niente” significa “non una cosa” [In inglese nothing, “not a thing’.]; una cosa è ciò che è stato creato dal pensiero, mi chiedo se capite di cosa vi sto parlando. La natura non è stata messa assieme dal pensiero; gli alberi, le stelle, i mari e i fiumi, e le notti incantevoli e la bellezza della luce solare non sono stati messi lì dal pensiero. Ma il pensiero ha fatto dell’albero una sedia, un tavolo, quella è una cosa. Quindi, quando diciamo “nulla”, significa non una cosa messa lì dal pensiero, non si tratta di una negazione.

Allora, che cos’è l’amore? E una cosa del pensiero, una questione frammentata; oppure, quando non c’è il pensiero, allora c’è l’amore? E che rapporto c’è tra l’amore e il dolore e tra il dolore e la passione? E qual è il significato della morte? Amore è “non una cosa” costruita dal pensiero. Se il pensiero fosse amore, allora quell’amore sarebbe frammentario, qualcosa che il pensiero in forma di desiderio avrebbe reso accettabile, in forma di piacere, di natura sensoriale, sessuale o altro. Quindi, se l’amore non è pensiero, allora qual è la relazione tra l’amore e la compassione? La compassione si manifesta con la fine del dolore? E che cosa significa dolore? Per favore, dovete comprendere, si tratta della nostra vita, è della nostra vita quotidiana che stiamo parlando. Perché tutti noi soffriamo molto: il dolore della morte di qualcuno, o altre forme di dolore, di agonia, di solitudine, di grande disperazione, di mancanza di speranza. Come credete che tutta quella povera gente senza alcuna speranza...?

Quindi bisogna esplorare la questione del dolore e capire se è possibile farlo terminare completamente. L’umanità intera, nel corso dei secoli, ha cercato di comprendere il dolore, di accettarlo, trascenderlo, razionalizzarlo o spiegarlo con l’utilizzo di termini sanscriti o, come hanno fatto i cristiani, portando a simbolo dell’intero dolore una sola persona. Se non scegliete nessuna di queste fughe, allora vi trovate da soli di fronte al vostro dolore. Non conoscete forse il dolore della solitudine? Il dolore della frustrazione, la sofferenza di un amore non corrisposto, o quella che arriva quando una persona amata se ne va; il dolore che ciascuno prova nel sentirsi interiormente vuoto, inutile e non autosufficiente. Conoscete tutti le varie forme del dolore. Il dolore è autocommiserazione? Ho perduto una persona cara e questo mi provoca un gran senso di agonia. In quell’agonia c’è autocompiacimento, solitudine, assenza di rapporti, la sensazione di essere rimasti completamente senza forza, privi di vitalità e di indipendenza: siete profondamente soli. Conosciamo tutti questo tipo di dolore; poi con le razionalizzazioni, le spiegazioni, le scappatoie, cosa che noi tutti facciamo, ci intrappoliamo nel meccanismo delle fughe. Se non fuggite, perché comprendete la futilità delle scappatoie, delle rimozioni, del cercare rifugio nei templi e di tutto il nonsense che vi è implicito, allora siete soli di fronte al fatto e da lì non vi muovete. Capite? “Non vi muovete”. Il pensiero vuole fuggire da questa situazione, ma voi rimanete lì e osservate questo processo mentre cresce, fiorisce e appassisce. Questo può accadere solo quando osservate, quando vi prendete cura di quella cosa che chiamate dolore.

Sapete, quando qualcosa vi sta a cuore, la osservate con grande tenerezza, con cura e grande attenzione. Una madre che accudisce il proprio bambino, si sveglia nel cuore della notte, molte volte, è esausta ma, allo stesso tempo, si prende cura di lui, lo osserva! Così, se nello stesso modo, con la stessa cura e con lo stesso affetto, vi metteste a osservare questa cosa chiamata dolore, vedreste che non c’è possibilità di fuga, e che quella cosa che è stata sempre chiamata in quel modo si trasforma in qualcosa di completamente diverso, che è passione, non desiderio smodato ma passione; e senza passione la vita non ha significato.

Così, il sé e la struttura del sé si basano sul nulla. La più intima profondità del sé è assolutamente nulla (non-una-cosa), e la bellezza, la grandiosità dell’amore diviene possibile solo quando il pensiero si rende conto che non ha alcun ruolo nelle relazioni, è allora che c’è l’amore.

Continuando, la cosa successiva da scoprire è la relazione tra l’amore e la morte. Qual è la relazione della nostra esistenza con la morte? Siamo terribilmente preoccupati di ciò che accade dopo la morte, mai di ciò che la precede. Non ci preoccupiamo mai di come viviamo le nostre vite ma di come le terminiamo. Ora, invertite questo processo e osservate come vivete l’esistenza quotidiana, e se è possibile che in questa ci sia una fine, una fine al vostro attaccamento. Conoscete già la vostra vita, non è vero? È una battaglia dal momento in cui nascete fino alla vostra morte, una serie di conflitti infiniti, di sforzi senza speranza che non portano da nessuna parte, se non all’avere più soldi, più piacere, più cose (e tra queste includete anche i vostri dèi, perché ve li siete fatti con le vostre mani, con la vostra mente, che è l’attività del pensiero, dell’ansia, della depressione, dell’euforia, della confusione, dell’incertezza, sempre alla ricerca di sicurezza, senza mai trovarla). Questa è la vostra vita quotidiana, il controllo di voi stessi, il controllo o l’indulgere nel sesso, nell’ambizione, nella brama, nel potere, nella posizione. Non è forse vero? Questa è la vostra vita quotidiana, orrenda e brutale. L’’abbellite dandole diversi nomi, e diversi significati, ma nella realtà questa è la vostra vita quotidiana, e voi temete di lasciarla andare. Sarete obbligati a lasciarla quando morirete, non potete mettervi a fare questioni con la morte. La morte che arriva con un incidente, per malattia o per età, sapete, dovrete affrontare tutto ciò.

Quindi, questa è la vostra vita, e noi stiamo dicendo che è di gran lunga più importante della morte, non alla fine, ma ora. Morte significa – per favore ascoltate con attenzione – terminare. So bene che vorreste che ci fosse una continuazione, alcuni credono che ci sia una reincarnazione, ma che questo accada o no, che ci sia una vita dopo la morte o che non ci sia, è assolutamente irrilevante. Ciò che invece è molto rilevante è come vivete ora e se potete cambiare il modo in cui vivete, ora. Anche nel caso in cui crediate nella reincarnazione, che cosa si reincarna, chi rinasce? Il vostro “io”, la vostra brama, l’invidia, la vostra brutalità, la vostra violenza modificata? E se credete in tutto questo, allora ciò che fate ora è di enorme importanza, ma voi, in realtà, non andate così a fondo nelle cose, giocate con le idee, siete avidi, invidiosi, brutali, competitivi.

Quindi, ci chiediamo se la morte significa che il cervello, senza ossigeno, senza sangue, si disgrega e finisce d’essere. Ora, potete far terminare, mentre siete in vita, la cosa a cui siete più attaccati, che è il vostro sé? Potete mettere fine all’attaccamento? Farlo finire, senza questioni, fatelo e osservate cosa accade. Se mettete fine a tutte le cose come l’avidità, l’invidia, l’ansia, la solitudine, adesso, la morte assumerà un significato totalmente diverso. Allora non ci sarà più morte, vivrete con la morte in ogni momento. La morte è vita, la fine è un nuovo inizio. Se continuate a trattenere la stessa cosa, non ci sarà mai nulla di nuovo. È solo quando c’è una fine, il terminare di qualcosa, che si manifesta una fioritura: capite? Fatelo, vi prego, nelle vostre vite. Provate. Ecco che cosa intendo quando dico che dovete essere seri. Solamente colui che è serio vive; serio nel senso che sa di essere spaventato, avido, conosce i propri particolari piaceri, e senza polemiche, senza soppressioni, ci mette un punto, con facilità, con grazia, in modo bello. Allora, assisterete a un nuovo inizio, di gran lunga differente da ciò che conoscete, perché ci sarà un reale stare di fronte al nulla, che è la morte, che è l’invitare la morte mentre si è in vita. Questo invito è la fine di tutti i vostri attaccamenti.

Allora, da ciò nasce un fattore diverso, strano, il fattore dell’intelligenza suprema. Quell’intelligenza è radicata nella compassione e nella chiarezza, e per via di questa intelligenza si manifesta una grande capacità. Se siete seri, allora agite, fatelo, non inseguite una teoria o un ideale, ma mettete fine a qualcosa a cui siete particolarmente attaccati: la vostra ambizione. Che sia di natura spirituale, fisica o lavorativa, metteteci un punto, terminatela. Allora scoprirete da soli che si manifesterà una nuova fioritura.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Madras il 7 gennaio 1978, copyright (c) 1978/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

20. Ojai, 15 maggio 1980

Domanda: In che modo attenzione e pensiero sono correlati? C'è tra di essi un divario?

Krishnamurti: Questa è una buona domanda, perché ci riguarda da vicino. Ecco: che cos'è l'attenzione? Qual è la relazione tra pensiero e attenzione? C'è libertà nell'attenzione? Noi sappiamo cos’è la concentrazione, molti di noi, fin dall'infanzia sono stati educati a es-sere concentrati. Ciò che quella concentrazione implica è la focaliz­zazione di tutte le nostre energie in un punto particolare e il mante­nimento di quello stesso punto. Un bimbo a scuola sta guardando fuori dalla finestra uno scoiattolo che si arrampica sull'albero, e l'in­segnante dice: “Guarda, non sei attento, concentrati sul libro; ascol­ta ciò che ti sto dicendo!”. Questo fa sì che la concentrazione diven­ga più importante dell'attenzione. Se fossi nei panni di quell'inse­gnante, aiuterei il bambino ad osservare lo scoiattolo in modo com­pleto, ad osservare il movimento della coda, le mandibole. Allora, se impara a osservare ciò con attenzione, sarà attento al libro! In questo modo non si verificheranno contraddizioni.

L'attenzione è uno stato della mente in cui non c'è contraddizio­ne. Non c'è alcuna entità, centro o punto che dice: “Devo essere attento”. Si tratta di uno stato in cui non c'è spreco di energia, mentre nella concentrazione è sempre in atto il controllo: devo concentrarmi su una pagina ma il pensiero se ne va altrove, e allora lo trascino di nuovo sulla pagina, in una battaglia costante. Mentre con l'attenzio­ne è veramente tutto molto semplice; quando qualcuno dice: “Ti amo”, e lo dice sul serio, voi siete attenti. Non cominciate a chiedergli: “Mi ami perché sono bello, o perché sono ricco, o per ragioni le-gate al sesso?”, e così via.

Quindi, l'attenzione è qualcosa di profondamente diverso dalla concentrazione.

Ora, chi pone la domanda chiede qual è la relazione tra l'attenzio­ne e il pensiero. Ovviamente, nessuna. La concentrazione è in rela­zione al pensiero solo perché il pensiero dirige: “Devo imparare, de­vo concentrarmi per poter controllare me stesso”. Il pensiero dà una direzione da un punto all'altro, mentre, nella realtà, nell'attenzione il pensiero non ha alcun ruolo: io sono attento e basta.

C'è forse un divario tra l'attenzione e il pensiero? Una volta che avrete afferrato l'intero movimento del pensiero, non formulerete questa domanda. Comprendere cos'è il pensiero è diverso dal sentirvelo riferire da qualcuno, si tratta di vedere che cosa è il pensiero, come si manifesta.

Se si verificasse un'amnesia totale, non ci sarebbe alcun pensiero. Ma noi non siamo in uno stato di amnesia e vogliamo scoprire che cos'è il pensiero, e qual è il suo ruolo nella nostra vita. Il pensiero è una reazione alla memoria. La memoria si attiva in risposta a una sfi­da, a una domanda, a un'azione o, ancora, in relazione a qualcosa, a un'idea, a una persona. Potete vedere tutto questo nella vita. Così, ci si chiede: che cos'è la memoria? Quando calpestate un insetto e que­sto vi punge, quel dolore viene registrato e riposto nel cervello, que­sta è la memoria. Quel dolore, che diventa un ricordo, non è un dolore reale. Il dolore è finito, ma la memoria rimane, così la prossima volta fate attenzione. C'è un'esperienza del dolore, che è trasformata in conoscenza e quella stessa conoscenza/esperienza, viene immagaz­zinata in forma di memoria; e proprio quella memoria risponde al pensiero. La memoria è pensiero, e la conoscenza, per quanto sia va-sta, profonda, estesa deve, sempre, essere limitata: la completa cono­scenza non esiste.

Quindi, il pensiero è sempre parziale, limitato, divisivo, perché non è completo in se stesso, né potrà mai esserlo; può pensare alla completezza, può pensare alla totalità, al tutto, ma il pensiero stesso non è intero, quindi, qualsiasi cosa genera, filosoficamente o religio­samente, è ancora parziale, limitato, frammentario, perché la cono­scenza è parte dell'ignoranza. Siccome la conoscenza non potrà mai essere completa, essa sarà sempre accompagnata dall'ignoranza, e se si comprende la natura del pensiero e che cos'è la concentrazione, allora si vede che il pensiero non può essere attento, perché attenzione significa dare tutte le vostre energie senza resistenza alcuna. Se in questo momento siete attenti, che cosa accade? Non esiste un “te” che è attento, non c’è un centro che dice: “Devo essere attento”. Siete attenti perché è la vostra vita, il vostro interesse. Se non siete interessati, è una faccenda diversa. Ma se siete seri e attenti, scoprirete che tutti i vostri problemi si sono dissolti, almeno per il momento.

Quindi, risolvere i problemi significa essere attenti: non è una trovata!

Sono state inviate più di duecentocinquanta domande, e tutte, in un modo o in un altro, non hanno a che fare con la realtà di chi pone la domanda. Non chiedete: “Perché la mente chiacchiera senza sosta?”. Ve lo siete mai chiesto, perché siete così irrequieti, sempre in movimento da una cosa all’altra, alla ricerca di continuo intrattenimento? Perché la vostra mente chiacchiera tutto il tempo? E che cosa farete a tale proposito? La vostra risposta immediata è di controllarla, vi dite: “Devo smettere di chiacchierare”. E questo, che cosa significa? Che colui che controlla è il chiacchierare. C’è un controllore che dice: “Non devo chiacchierare”; ma esso stesso è parte del chiacchiericcio. Osservate la bellezza di questa cosa! Allora, che cosa fate?

Non so se avete notato che la mente, l’intera struttura del cervello, deve essere occupata con qualcosa: con il sesso, con i problemi, con la televisione, con il calcio, con la messa. Perché deve essere occupata? Se non lo fosse, non sareste forse piuttosto insicuri, spaventati dall’idea del non essere indaffarati? Vi sentite vuoti, non è vero? Vi sentite perduti, cominciate a rendervi conto di quello che siete, scoprite che, interiormente, c’è una grande solitudine, e per evitare questa profonda solitudine, con tutte le sue agonie, la mente chiacchiera, si occupa di tutto meno che di quello. Allora, questo diviene la sua occupazione; se non sono occupato con tutte le cose esterne, come cucinare, lavare, pulire la casa, e così via, essa dice: “Sono sola, come posso risolvere questa cosa, devo parlare della sofferenza in cui sono”, ed è di nuovo nel chiacchiericcio. Ma perché la mente chiacchiera? Fatevi questa domanda. Perché la vostra mente conversa in continuazione, senza un momento in cui è quieta, senza un momento in cui è completamente libera da tutti i problemi?

È forse questa occupazione frutto della nostra educazione, della natura sociale della nostra vita? Queste sono, ovviamente, tutte scuse; ma rendetevi conto che la vostra mente chiacchiera continuamente e osservatela, lavorateci, state lì. Se la mia mente sta conversando, la osservo, dico: “Va bene, chiacchiera”, e allo stesso tempo sono molto attento, che significa che non sto cercando di non far chiacchierare la mente. Non sto dicendo che non devo metterci un punto, sto solamente attento al chiacchiericcio. Se lo fate, vedrete cosa accade. Allora la vostra mente sarà chiara, libera da tutto questo, e probabilmente questo è lo stato di un sano e normale essere umano.

Dal resoconto dell’incontro pubblico di domande e risposte tenuto a Ojai il 15 maggio 1980, copyright (c) 1980/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

21. Dialogo con David Bohm a Brockwood Park, 14 settembre 1980

Krishnamurti: Allora, la domanda è: c’è qualcosa oltre tutto questo caos che non è mai toccato dal pensiero umano, dalla mente?

David Bohm: Sì, questo è un punto difficile, non toccato dalla mente umana, ma il pensiero può oltrepassare la mente.

K: E ciò che voglio scoprire.

DB: Allora, che cosa intende per mente, solo pensiero, sensazione, desiderio, volontà, o qualcosa di più?

K: No, per adesso diciamo che la mente, la mente umana, è quello.

DB: La mente, ora, viene considerata limitata.

K: Fino a quando la mente dell’uomo è catturata da tutto questo, è limitata.

DB: Sì, ma la mente umana ha potenziale.

K: Un enorme potenziale.

DB: Che adesso non si rende conto di avere, è imprigionata nel pensiero, nelle sensazioni, nel desiderio, nella volontà eccetera.

K: Esattamente.

DB: Allora, possiamo dire che ciò che è oltre questo non è toccato da questa specie limitata di mente. Quindi, che cosa intendiamo con una mente che è oltre questo limite?

K: Prima di tutto, chiediamoci se una mente di questo tipo esiste davvero.

DB: Giusto, questa è la prima domanda.

K: Esiste una mente che può dire, nel vero senso della parola, nei fatti, non teoricamente o fantasticando, d’aver vissuto tutto questo?

DB: Vuol dire d’aver visto tutto ciò che è limitato?

K: Sì, e avendolo vissuto, di aver chiuso con tutto ciò: esiste una mente simile? O forse, poiché essa pensa d’aver chiuso con tutto ciò, crea l’illusione che esista qualcosa d’altro? Io non accetterò nulla di questo genere. Come essere umano, una persona, o “X’, dice: “Ho compreso, ho visto e capito la limitatezza di tutto questo, l’ho vissuto e ne sono venuto a capo”. Questa mente, avendo terminato quel processo, non è più una mente limitata. Esiste una mente che sia completamente senza limiti?

DB: Sì, ora si pone il problema di come il cervello possa essere in contatto con la mente. Qual è la relazione tra questa mente senza limiti e il cervello?

K: Ora ci arrivo. Prima di tutto, e voglio essere molto chiaro su questo punto, che è molto interessante, nel momento in cui lo approfondiamo, questa mente, l’intera mente, la sua intera natura e struttura, incluse le emozioni, il cervello, le reazioni e le risposte fisiche, ha vissuto nel disordine, nel caos, nella solitudine, e ha compreso tutto ciò, ha avuto un profondo insight di questa realtà e, proprio grazie a questo, ha “sgombrato il campo”. Questa mente, non è più quella mente.

DB: Sì, non è più la mente limitata con la quale si è cominciato.

K: Sì, non è più quella mente limitata e danneggiata, ecco, usiamo questo termine, danneggiata.

DB: Quella mente con la quale si è cominciato.

K: Mente danneggiata, usiamo questa parola così appropriata, danneggiata.

DB: Mente danneggiata, ma anche cervello danneggiato, l’operato della mente ha danneggiato il cervello.

K: Sì, va bene, mente danneggiata significa emozioni danneggiate, cervello danneggiato.

DB: Le cellule stesse non sono in ordine.

K: Sì, proprio così. Ma quando si verifica questo insight profondo, e conseguentemente le cose tornano in ordine, il danno viene riparato, non so se è d’accordo su questo punto.

DB: Sì, certamente, ragionandoci su, quello che sta dicendo risulta essere logico. Può infatti affermare che il danno era stato provocato da pensieri disordinati e sensazioni che sovreccitano le cellule, sconvolgendole. Ora, grazie a questo insight, questo meccanismo si arresta e viene a manifestarsi un nuovo processo.

K: Sì, è proprio come se una persona, dopo essersi mossa in una direzione per cinquant’anni, improvvisamente si rendesse conto che quella è la direzione sbagliata, e allora l’intero cervello cambia.

DB: Cambia alla radice e quindi la struttura malata viene smantellata e guarita. Lei ha detto che questo processo può prendere del tempo.

K: Esattamente.

DB: Ma l’insight di cui...

K:... è il fattore che causerà il cambiamento.

DB: Si, quell’insight non necessita di tempo, ma implica che l’intero processo cambi la sua origine.

K: Giusto! La mente, quella limitata, con tutta la sua coscienza e tutti i suoi contenuti, dice che quella parte è finita. Ora, se questo è un fatto, se è vero che la mente, quella mente che è stata limitata, ha un insight di queste limitazioni e perciò se ne distanzia, non è forse una cosa straordinariamente rivoluzionaria? Mi segue? Quindi, non è più la mente umana, mi perdoni. se uso questa parola.

DB: Bene, penso che dovremmo chiarire questo punto, cosa intendiamo per mente umana.

K: Mente umana con la sua coscienza limitata.

DB: Sì, appunto, quella coscienza limitata che è condizionata e non libera.

K: Ecco, questa mente termina.

DB: Sì, questa è la coscienza generale che non è presente solo negli individui, ma è diffusa tutto attorno.

K: Certamente, non sto, infatti, parlando di un individuo in particolare, sarebbe stupido.

DB: Si, ma credo che abbiamo già discusso questo punto, che, cioè, l’individuo è il risultato della coscienza generale, un risultato particolare, piuttosto che un’entità indipendente. Vede, questa è una delle difficoltà.

K: Sì, questa è una delle confusioni.

DB: La confusione è data dal fatto che noi diamo per scontato che la mente individuale sia un fatto concreto. In passato abbiamo già discusso del bisogno di considerare questa mente generale come una realtà dalla quale la mente individuale si forma.

K: Sì, quel punto è molto chiaro.

DB: Ma ora, lei sta dicendo che ci allontaniamo anche dalla mente generale, che cosa significa, in modo più specifico?

K: Sì, lontano dal generale e dal particolare.

DB: Dalla mente particolare.

K: Ora, se ci si allontana completamente da tutto ciò, che ne è della mente?

DB: Sì, e che cos’è la persona, l’essere umano? Giusto?

K: Allora, che cosa ne è dell’essere umano? E quale sarà la relazione tra la mente che non è prodotta dall’uomo e quella che invece ne è il prodotto? Non so se sono sufficientemente chiaro su questo.

DB: Bene, siamo d’accordo sul chiamarla mente universale? O preferisce evitare questo termine?

K: Non mi piace quest’espressione, mente universale, un’infinità di persone l’hanno usata, scegliamo, invece, una parola molto più semplice.

DB: Potremmo definirla come mente non prodotta dall’uomo.

K: Credo sia più semplice definirla così, sì, scegliamo questa espressione, una mente non prodotta dall’uomo.

DB: Né individualmente, né in generale.

K: Al livello generale o individuale, non è fatta dall’uomo. Senta, può un individuo osservare, nella realtà, in profondità, senza alcun pregiudizio e tutto ciò che ne consegue, se questo tipo di mente esiste? Comprende ciò che sto cercando di dire?

DB: Sì, cerchiamo di vedere cosa significa osservare questo fatto. Credo che ci siano delle difficoltà di ordine linguistico, perché diciamo: “Uno deve osservare”, o “Si deve osservare”, e cose di questo genere, mentre...

K: Io l’osservo, io osservo.

DB: Chi e che l’osserva, vede, questo è uno dei problemi che sorgono.

K: Abbiamo visto già tutto questo. Non c’è separazione nell’osservazione. Non “io osservo”, ma “c’è solo osservazione”.

DB: L’osservazione accade.

K: Sì.

DB: Direbbe che accade in un cervello particolare, per esempio, o che un cervello particolare prende parte all’osservazione?

K: Capisco la trappola insita in questa affermazione. Nossignore, non si verifica in un cervello particolare.

DB: Sì, ma sembra che un cervello particolare possa rispondere.

K: Certamente, ma non si tratta del cervello di “K’.

DB: No, non intendo dire questo. Ciò a cui mi riferisco con cervello particolare è che, dati i particolari di dove un certo essere umano si trova nel tempo e nello spazio, o qualunque sia la sua forma, senza doverlo necessariamente nominare, potremmo dire che egli è distinto da un altro che potrebbe trovarsi lì.

K: Guardi, cerchiamo di essere chiari su questo punto. Noi viviamo in un mondo fatto dall’uomo, in una mente fatta dall’uomo, siamo il risultato di menti prodotte dall’uomo, i nostri cervelli con tutte le loro risposte e via dicendo.

DB: Ebbene, il cervello stesso non è fatto dall’uomo, ma è stato condizionato, da condizionamenti generati dall’uomo.

K: Condizionato dall’uomo, certamente, questo è ciò che intendo dire. Ora, può questa mente decondizionarsi in modo così completo da non essere più prodotta dall’uomo? Questa è la domanda, formuliamola in questo modo semplice: può quella mente, fatta dall’uomo, così come è adesso, raggiungere quel limite, liberarsi così completamente da se stessa?

DB: Sì, certamente, si tratta di un’affermazione in un certo senso paradossale.

K: Certamente. Paradossale, ma è reale, è proprio così. Ripercorriamo assieme questo processo, dall’inizio, ancora una volta. Uno osserva che la coscienza dell’umanità è data dai suoi contenuti, e che i suoi contenuti sono tutte cose fatte dall’uomo: ansia, paura e tutto il resto. E così non solamente nel particolare ma anche in generale. Avendo avuto un insight di questo fatto, se ne libera, purificandosi.

DB: Bene, questo implica che, potenzialmente, la mente è sempre stata più di ciò che era e che questo insight la libera da ciò che era. È questo che intende?

K: Quell’insight, non direi che è potenziale.

DB: Ebbene, siamo in presenza di una piccola difficoltà linguistica. Se lei dice che il cervello o la mente hanno avuto un insight sulla natura dei propri condizionamenti, allora sta quasi dicendo che sono diventati qualcosa di diverso.

K: Sì, sto dicendo questo, sto proprio dicendo questo. L’insight trasforma la mente fatta dall ‘uomo.

DB: Giusto, quindi essa non è più la mente prodotta dall’uomo.

K: Non è più la mente fatta dall’uomo, quell’insight significa gettare via il contenuto della coscienza, giusto? Ma non pezzo per pezzo, bensì nella sua totalità, e quell’insight non è il risultato di un perseverare umano.

DB: Va bene, ma allora, questo sembra far nascere la domanda circa la sua origine: da dove arriva?

K: Certo, da dove viene? Sì, nel cervello stesso, nella mente stessa.

DB: Dove, il cervello o la mente?

K: La mente, mi riferisco alla sua interezza. Aspetti un momento, signore, procediamo lentamente, è tutto molto interessante. La coscienza è fatta dall’uomo, in generale e nel particolare, e in modo logico, ragionevole, uno vede le limitazioni di questa realtà. A questo punto la mente è andata molto oltre. Poi arriva a un punto in cui dice: “Può tutto ciò essere gettato via in un sol colpo, in un solo movimento?”. E quel movimento è la visione profonda, quel movimento è l’insight. Si trova ancora nella mente ma non è il risultato di quella coscienza. Sono stato chiaro?

DB: Sì, allora, sta dicendo che la mente ha la possibilità, il potenziale di muoversi oltre la coscienza.

K: Sì.

DB: Ma finora non abbiamo sfruttato molto questo potenziale.

K: Ovviamente. Deve essere una parte del cervello, una parte della mente.

DB: Il cervello, la mente può farlo, ma, generalmente, non è stato fatto.

K: Sì, ora, avendo percorso tutto questo, c’è una mente che non è generata dall’uomo, che non può essere concepita dall’uomo, né creata e che non è un’illusione? Esiste una mente simile? Non so se mi spiego.

DB: Credo che ciò che lei sta dicendo è che la mente, essendosi liberata...

K: Dal particolare e dal generale...

DB: Liberandosi dalla generale e particolare struttura della coscienza dell’umanità, dai suoi limiti, questa mente è ora molto più vasta. Ora, lei dice che questa mente sta ponendo una domanda.

K: Sì; questa mente sta formulando una domanda.

DB: Qual è questa domanda?

K: Primo, è quella mente libera dalla mente generata dall’uomo? Questa è la prima domanda.

DB: Potrebbe trattarsi di un’illusione.

K: Un'illusione, questo è il punto dove voglio arrivare, bisogna essere molto chiari. No, non si tratta di un'illusione, perché egli vede che la misura, il parametro, è un'illusione, egli conosce la natura dell'illusione e sa che lì dove c'è desiderio necessariamente deve es­serci illusione. E le illusioni generano necessariamente limitazioni e così via. Non solamente egli ha compreso questo fatto, ma l'ha anche trasceso.

DB: Egli è libero dal desiderio.

K: Libero dal desiderio. Questa è la natura, non voglio formularlo così brutalmente: libero dal desiderio.

DB: Ma la mente è piena di energia.

K: Sì, così questa mente, che non è più né generale né particolare, e di conseguenza non più limitata, dato che l'insight ha spezzato ogni limite, non è più la mente condizionata. Allora che cos'è quella mente? L'essere consapevole che non è più catturata dall'illusione.

DB: Sì, ma lei stava dicendo che questa mente stava formulando una domanda circa l'esistenza di qualcosa di più vasto.

K: Sì, ecco perché sto ponendo questa domanda.

DB: Qualunque essa sia.

K: Si, esiste una mente che non sia generata dall'uomo? E se esi­ste, qual e la relazione con la mente fatta dall'uomo? Questo è molto difficile da afferrare. Vede, qualsiasi forma di asserzione, qualsiasi definizione verbale non corrisponde a verità. Giusto? Quindi, non stiamo chiedendo se esiste una mente che non sia generata dall'uo­mo. E io penso che questa domanda può essere formulata solo quando l'altra mente, quando le limitazioni vengono superate, altrimenti diventa solo una domanda folle.

DB: Sarà sempre la stessa cosa.

K: Una perdita di tempo, intendo dire che quella domanda diven­ta oziosa, un vero nonsense.

DB: Parte della struttura generata dall'uomo.

K: Naturalmente, naturalmente, quindi bisogna essere assolutamente... uno deve essere...

DB: Credo che, facendo molta attenzione, si possa usare la parola assoluto.

K: Molto attentamente, sì. Assolutamente liberi da tutto questo, solo allora potrete formulare quella domanda. Esiste una mente che non sia prodotta dall'uomo? E se esiste, qual è la sua relazione con la mente condizionata? Per prima cosa, esiste una mente simile? Ov­viamente sì, ovviamente signore. Senza essere dogmatici o personali eccetera eccetera.

DB: Giustissimo!

K: Perché Dio... abbiamo già visto tutto questo.

DB: Sì, fa parte della struttura prodotta dall'uomo.

K: Che ha generato caos nel mondo. Quindi, una mente così c'è. Allora la domanda successiva sarà: se esiste una mente simile, e qual­cuno sta dicendo che esiste davvero, qual è il rapporto con la mente generata dall'uomo?

DB: Sì, quella generale.

K: Quella generale e quella particolare. C'è una qualche relazione?

DB: Bene, questa domanda è difficile perché lei potrebbe dire che la mente fatta dall'uomo è pervasa di illusioni, e molto del suo conte­nuto non è reale.

K: No, mentre quest'altra è reale.

DB: Sì, effettiva, o come la si voglia definire.

K: Useremo la parola reale nel senso di effettivo. Mentre l'altra è misurabile, confusa: questa ha qualche relazione con quella? Ovviamente no.

DB: Ebbene, direi che si è in presenza di una relazione superficia­le, nel senso che la mente generata dall'uomo ha qualche contenuto reale, a un certo livello, a quello tecnico, diciamo, il sistema televisi­vo e così via.

K: Bene...

DB: Allora in tal senso potrebbe esserci una relazione in quell'a­rea da lei definita come molto ristretta; però, fondamentalmente...

K: La mente fatta dall'uomo non ha alcun rapporto con quell'al-tra, ma quella può essere in rapporto con questa.

DB: Sì, ma non alle illusioni che sono all'interno della mente generata dall'uomo.

K: Aspetti un momento, che questo sia molto chiaro. La mia men­te è la mente generata dall'uomo, connotata da illusioni, da desideri e tutto il resto; e c'è l'altra mente che non ha nulla di tutto questo, che è oltre tutte le limitazioni. La mente illusoria, quella fatta dall'uomo, è costantemente alla ricerca di quell'altra.

DB: Sì, e questo è il problema maggiore.

K: Questo è il guaio peggiore. Essa misura, avanza, ci si avvicina, procede e tutto il resto, e questa mente, prodotta dall’uomo, e costantemente alla ricerca di quell’altra dimensione e perciò genera ancor più inganno, ancor più confusione. Questa mente artificiale non ha alcuna relazione con quell’altra.

DB: Sì, perché, infatti, ogni tentativo di raggiungere quell’altra è fonte di illusione.

K: Necessariamente, è così, è ovvio. Allora, ha quella una qualche relazione con questa?

DB: Ebbene, quello che stavo suggerendo era che se prendiamo le illusioni che sono in questa mente, come desiderio e paura eccetera, non v’è alcuna relazione con quell’altra, perché, in ogni caso, queste sono finzioni.

K: Si, compreso.

DB: Ma quella può avere una relazione con la mente generata dall’uomo nel comprendere la sua vera struttura.

K: Sta forse dicendo che quella mente ha una relazione con quella dell’uomo nel momento in cui si allontana dalle limitazioni?

DB: Sì, dico che nel comprendere quelle limitazioni, questa mente se ne allontana.

K: Sì, se ne allontana, allora questa ha una relazione con quella.

DB: Allora, ha una relazione genuina con ciò che questa mente limitata è veramente, non con le sue illusioni riguardo alla natura della mente limitata.

K: Cerchiamo di essere chiari.

DB: Bene, dobbiamo adoperare le parole nel modo giusto: la mente che non è limitata, giusto, che non è fatta dall’uomo, non può rapportarsi alle illusioni che sono nella mente generata dall’uomo.

K: No, d’accordo.

DB: Ma deve essere collegata alla fonte, per così dire, alla reale natura della mente fatta dall’uomo, che risiede oltre l’illusione.

K: Che è... su cosa è basata la mente costruita dall’uomo?

DB: Su tutte queste cose che abbiamo appena detto.

K: Sì, che è la sua natura. Perciò come può quella avere una relazione con questa, anche solo basilarmente?

DB: La sola relazione è nel comprendere questo, così che possa manifestarsi una comunicazione, una trasmissione, una possibilità di comunicare con un’altra persona...

K: No, io sto mettendo in discussione questo punto.

DB: Perché lei stava dicendo che la mente non generata dall’uomo può essere in relazione con quella limitata e non viceversa.

K: Io sto dubitando anche di questo.

DB: Dubitandone, intende dire che può essere così, e che potrebbe non esserlo.

K: Sì, lo sto mettendo in discussione.

DB: Va bene.

K: Allora, qual è la relazione tra l’amore e la gelosia? Non ce nessuna.

DB: Non con la gelosia stessa, che è un’illusione, ma con l’essere umano che è geloso potrebbe esserci.

K: No. Prendiamo amore e odio, due parole, amore e odio. Amore e odio non hanno alcuna relazione tra loro.

DB: No, decisamente.

K: No, decisamente.

DB: Vede, io penso che l’amore può comprendere le origini dell’odio.

K: Ah, potrebbe, sì, sì.

DB: In quel senso penserei che ci sia una relazione.

K: Capisco. Lei dice che l’amore può comprendere le origini dell’odio e come esso sorga e tutto il resto. Davvero l’amore comprende tutto ciò?

DB: Ebbene, in un certo senso io credo che comprenda le sue origini nella mente generata dall’uomo, che avendo osservato questa mente e l’intera sua struttura se ne allontani...

K: Stiamo forse dicendo, signore, che l’amore, – useremo questa parola, per il momento, – che l’amore ha una relazione con ciò che non è amore?

DB: Solo nel senso che lo dissolve.

K: Non ne sono sicuro. Dobbiamo essere tremendamente cauti su questo punto. O non si tratta, piuttosto, del suo estinguersi...?

DB: Quale delle due?

K: L’altro è la fine dell’odio, non: l’altro ha una relazione con la comprensione dell’odio.

DB: Sì, bene, vede però, dobbiamo allora chiederci come inizia tutto ciò.

K: E molto semplice.

DB: No, intendo dire, supponiamo che diciamo d’esperire odio.

K: Provo odio, supponiamo che io provi odio, ne posso vedere le origini, perché lei mi ha insultato.

DB: Bene, questa è una nozione superficiale delle origini, intendo dire che l’origine più profonda è il perché uno agisce in modo così irrazionale. Vede, questo non è reale: se lei dice semplicemente che mi ha insultato, io dico: per quale motivo dovrei reagire all’insulto?

K: Perché l’intero mio condizionamento è fatto di tutto questo.

DB: Esatto, e questo è ciò che intendo per “comprendere le origini”....

K: Capisco, ma l’amore mi può aiutare a comprendere l’origine dell’odio?

DB: No, ma io credo che se qualcuno che prova odio ne comprende le origini e se ne allontana...

K:...allora c’è l’altra mente. L’altra non può aiutare quel movimento.

DB: No, ma la domanda è: supponiamo che una persona, se preferisce metterla in questo modo, possieda questo amore e quell’altra no, può la prima comunicare qualcosa che farà avviare il movimento nella seconda?

K: Cioè se A può influenzare B?

DB: Non influenzare, ma intendo dire che uno potrebbe far sorgere la domanda, per esempio sul perché mai qualcuno debba parlare di tutto questo?

K: Questa è una faccenda diversa. No, la questione, signore, è: può l’odio essere disperso dall’amore?

DB: No, questo no.

K: Oppure con la comprensione dell’odio e la sua cessazione c’è il manifestarsi dell’altra mente?

DB: Sì, è così, ma ora, se diciamo che qui in A ora c’è amore, giusto? A ha raggiunto questo stato.

K: Sì.

DB: A ha raggiunto l’amore e vede B...

K: E B possiede l’altra mente.

DB: Ora, noi stiamo dicendo, che cosa farà? Vede, questa è la domanda.

K: Qual è la relazione tra i due?

DB: È la stessa domanda.

K: Sì, la stessa domanda.

DB: Chiedersi che cosa farà è un altro modo di porla.

K: Io credo... aspetti un minuto, signore. Io odio, un altro ama. Mia moglie ama, io odio. Ella può parlarmi, può farmelo notare, l’irragionevolezza e così via, ma il suo amore non trasformerà la radice del mio odio.

DB: Questo è chiaro, sì, certamente, a meno che il suo amore non sia l’energia che sottende le parole.

K: Sì, le sottende.

DB: L’amore in sé non potrà arrivare a dissolvere l’odio.

K: Certo che no, questo è romanticismo. Così, l’uomo che odia e che raggiunge un insight delle radici dell’odio, della sua causa, del suo agire e ne è fuori, ottiene l’altra mente.

DB: Sì, stiamo dicendo che A è l’uomo che ha visto tutto ciò e che ora ha l’energia di passarlo a B. Poi, sarà B responsabile di ciò che accadrà.

K: Sì, certamente, credo che questo punto sia ora più chiaro.

Dal resoconto di una conversazione con David Bohm a Brookwood Park il 14 settembre 1980, copyright (c) 1980/1993, Krishnanturd Foundation Trust, Ltd.

22. Ojai, 3 maggio 1981

La crisi non è nella politica, non è nei governi, che siano totalitari o cosiddetti democratici; la crisi non è nemmeno tra gli scienziati o nelle rispettabili e affermate religioni. La crisi è nelle nostre coscienze, che significa nella nostra mente, nei nostri cuori, nei nostri comportamenti e nelle nostre relazioni. E questa crisi non può essere capita nella sua interezza, e forse non può essere affrontata totalmente, fin quando non comprendiamo la natura e la struttura della coscienza, che è tenuta assieme dal pensiero.

In questo modo noi stiamo conoscendo o osservando i nostri stati mentali: qui è dove comincia la vera educazione, l’autoeducazione. Abbiamo sempre imparato molto dagli altri su noi stessi, siamo sempre alla ricerca di qualcuno che ci guidi, non solo nel mondo esterno, ma soprattutto a livello psicologico, interiormente. Non appena si verifica un problema, un disturbo, corriamo appresso a qualcuno che ci aiuterà a fare chiarezza. Siamo assuefatti alle istituzioni e alle organizzazioni, nella speranza che risolvano i nostri problemi, o che facciano chiarezza nelle nostre menti. In questo modo noi dipendiamo sempre da qualcuno, e questa dipendenza, inevitabilmente, genererà corruzione. Quindi, eccoci qua, senza dipendere da nessuno, neanche da chi sta parlando adesso, anzi, in modo particolare da chi vi sta parlando, perché non c’è alcuna intenzione di convincervi a pensare in una direzione piuttosto che un’altra o di stimolarvi con parole o teorie curiose. Piuttosto, osservate ciò che accade nel mondo, e tutta la confusione interiore, e, nell’osservare, non formulate alcuna astrazione, non trasformate ciò che osservate in un’idea. Per favore, dobbiamo essere molto chiari su questo punto. Quando osserviamo un albero, la parola albero è un’astrazione, non è l’albero: spero che questo sia chiaro. La parola, la spiegazione, la descrizione, non è la realtà della cosa, non è “ciò che è”. Perciò dobbiamo essere chiari fin dall’inizio in proposito. Quando siamo immersi nell’osservazione di ciò che accade nel mondo e nelle profondità della nostra coscienza, quell’osservazione può rimanere pura, diretta, chiara senza astrazione alcuna, senza che l’oggetto dell’osservazione venga trasformato in un’idea. Molti di noi vivono con le idee, che non sono fatti. Allora le idee diventano molto importanti, più importanti del reale. I filosofi usano le idee in vari modi, ma noi non ci stiamo occupando di idee. Noi siamo solamente interessati all’osservazione di ciò che sta accadendo nella realtà, effettivamente, non teoricamente, senza dipendere da particolari modelli del pensiero, ma intenti a osservare ciò che è; e nell’osservazione di ciò che è, fare grande chiarezza. L’astrazione di ciò che è, la sua trasformazione in un’idea, non può che generare altra confusione.

Come abbiamo già detto, la crisi è nella nostra coscienza, e questa coscienza è il terreno comune a tutta l’umanità, non si tratta di una particolare coscienza, non è la tua o la mia coscienza, è la coscienza dell’uomo, dell’essere umano, perché, ovunque voi andiate, in Estremo Oriente, in Medio Oriente, in Occidente, in tutto il mondo gli esseri umani soffrono, provano dolore, vivono nell’incertezza, nella solitudine, nella disperazione, catturati da concetti religiosi più o meno bizzarri che non hanno alcun significato nella realtà. Quindi, questo è il terreno comune all’umanità. Vi prego di percepire questo punto con chiarezza. Non si tratta della vostra coscienza, è la coscienza di tutta l’umanità che è sottoposta a sofferenza, conflitto, miseria, che vuole identificarsi con qualcosa, con la nazione, con un simbolo religioso o con un concetto.

Per favore afferrate il significato di questa realtà. È di grande importanza comprendere perché ci siamo separati dal resto, percependoci come individui, cosa che in realtà non siamo. Noi siamo il risultato di milioni di anni e siamo stati incoraggiati ad accettare l’idea dell’individuo. Ma quando osservate da vicino, voi non siete degli individui, psicologicamente siete come il resto dell’umanità. Questa è una cosa molto difficile da percepire, in quanto la grande maggioranza di noi è attaccata all’idea, a questa idea che siamo tutti individui separati con le nostre ambizioni personali, con la nostra ingordigia, con l’invidia, la sofferenza, la solitudine. Ma quando osservate, vi rendete conto che è ciò che capita a ognuno di noi, e il concetto di individuo ci rende ancora più egoisti, egocentrati, nevrotici e competitivi: e la competizione sta distruggendo l’uomo. Dunque, il mondo siete voi e voi siete il mondo. Se realmente lo comprenderete, proverete una sensazione meravigliosa, in essa c’è una grande vitalità e percezione, una immensa bellezza. Non mi riferisco alla bellezza di una pittura, di un poema o di un piacevole volto. Noi siamo il mondo e quel mondo è voi, è me.

In questa parte di mondo la libertà è usata in modo improprio, come nel resto del mondo, d’altronde, perché ognuno di noi vuole raggiungere, vuole essere, vuole divenire. Di conseguenza il contenuto della nostra coscienza risulta essere un costante sforzo, una battaglia continua per essere, per diventare, aver successo, ottenere potere, posizione sociale, status; e questo potete raggiungerlo solo se avete denaro, talento o capacità in una particolare direzione. Quindi, capacità, talento, tutto ciò incoraggia l’individualità; ma se guardate con attenzione, quell’individualità è costruita dal pensiero.

Quindi, osservando tutto ciò, si capisce che la crisi è nella natura stessa del pensiero. Il mondo esterno e quello interiore sono messi assieme dal pensiero. Il pensiero è un processo materiale; il pensiero ha costruito la bomba atomica, le navicelle spaziali, il computer, il robot, e tutti i vari strumenti di guerra. Il pensiero ha anche costruito meravigliose cattedrali e chiese, e tutto ciò che esse contengono. Allo stesso tempo non c’è nulla di sacro nel movimento del pensiero. Ciò che il pensiero ha generato come simbolo che voi venerate, non è sacro, è semplicemente messo lì dal pensiero. I rituali, tutte le divisioni religiose e nazionali, sono tutti risultato del pensiero. Per favore pensateci con molta attenzione, non stiamo cercando di persuadere nessuno, né di condannare o di incoraggiare, stiamo solo osservando: questo è un fatto, una realtà.

Quindi, la crisi è nella natura stessa del pensiero, e, come abbiamo detto, il pensiero è il risultato delle origini dei sensi, delle risposte sensoriali, delle esperienze, dell’incontro con qualcosa che viene registrato come conoscenza, come memoria, e da quella memoria sorge il pensiero. Questo è il processo e la natura del pensiero, è stato così per innumerevoli anni. Tutte le culture, dall’antico Egitto e da prima ancora, sono basate sul pensiero, e il pensiero ha creato questa confusione esterna e interiore. Per favore, osservatelo da voi stessi, non ve lo sto insegnando io, non sto dando spiegazioni, chi parla sta solo trovando le parole per comunicare ciò che ha osservato. Noi, assieme, stiamo osservando la natura e la struttura del pensiero. Cioè reazioni sensoriali, quando vi imbattete in qualcosa che è definibile come esperienza, quella stessa esperienza viene registrata come conoscenza, e quella conoscenza diventa memoria, e quella memoria agisce in forma di pensiero. Quindi da quell’azione voi imparate di più, accumulate più conoscenza. Così l’uomo ha vissuto per milioni di anni in questo processo: esperienza, conoscenza, memoria, pensiero, azione, in questa sequenza. Mi chiedo se ciò è chiaro.

La nostra crisi, quindi, è nella natura stessa del pensiero. Voi direte: “Come possiamo agire senza conoscenza, senza pensiero?”. Non è questo il punto. Prima di tutto osservate la natura del pensiero, con molta chiarezza; senza alcun pregiudizio, senza alcuna direzione preposta, e vedrete che è come ho detto. Il nostro cervello, che vive in questo cerchio fatto d’esperienza, di conoscenza, di azione, memoria, d’ulteriore conoscenza, ha problemi perché la conoscenza è sempre limitata. In questo modo il nostro cervello è addestrato per risolvere problemi; si tratta di un cervello-risolvi-problemi, non è mai libero da problemi. Spero che capirete la differenza. Il nostro cervello è stato addestrato per risolvere problemi sia nel mondo scientifico che in quello psicologico, nel mondo delle relazioni. Sorgono i problemi, e noi cerchiamo di risolverli, la soluzione è sempre cercata nel campo della conoscenza.

Come abbiamo detto, la conoscenza è sempre incompleta, questo è un fatto. Si tratta di un punto molto importante da osservare, con sensibile consapevolezza: quella conoscenza in nessuna circostanza sarà mai completa.

Guardiamo a qualcosa di diverso, per esempio: che cos’è la bellezza? Perché c’è così poca bellezza nel mondo? Fatta eccezione per la natura, per le colline, i boschi, i fiumi, gli uccelli e le cose della terra, per quale motivo c’è così poca bellezza nelle nostre vite? Andiamo al museo ad ammirare pitture, sculture e le opere straordinarie che l’uomo ha creato, poemi, letterature, architetture meravigliose; ma quando guardiamo al nostro interno troviamo così poca bellezza.

Desideriamo bei volti, vogliamo dipingerli, ma nel profondo, (stiamo di nuovo osservando, non negando o accettando), troviamo così poco senso della bellezza, della quiete, della dignità. Perché? Perché l’uomo è diventato questo? Per quale motivo gli esseri umani, che sono così brillanti, eruditi in tutti i campi, che vanno sulla luna a piantarci un pezzo di stoffa, che creano macchine straordinarie, perché tutti noi siamo diventati quello che siamo: volgari, chiassosi, mediocri, pieni di vanità per le nostre piccole carriere, arroganti nelle nostre piccole conoscenze. Perché? Che cosa è accaduto all’umanità? Che cosa vi è accaduto?

E questa, credo, è la crisi. E noi la evitiamo, non vogliamo osservarci con chiarezza. L’autoeducazione è l’inizio della saggezza, non quella dei libri, o che risiede in qualcun altro, ma quella che ci fa comprendere le nostre attività egoiste, meschine, distorte, che proseguono giorno dopo giorno, giorno dopo giorno. La crisi è nei nostri cuori, nelle nostre menti, nel nostro cervello. E così come la conoscenza è sempre limitata, e noi siamo sempre attivi in quel contesto, ci troviamo in eterno conflitto. Questo deve essere compreso con grande chiarezza. Cerchiamo di risolvere i problemi: politici, religiosi, relazionali e così via; e tutti questi problemi non vengono mai risolti. Provate a risolverne uno e la risposta stessa a un problema ne genera altri, che è ciò che sta succedendo nel mondo politico. E quindi vi rivolgete alla fede, alle confessioni. Non so se avete mai osservato come credere atrofizza il cervello. Guardate, osservate questo meccanismo. La costante asserzione “credo in Dio”, “credo in questo”, “credo in quello”, la ripetizione, che è ciò che accade nelle chiese, nelle cattedrali, nei templi, nelle moschee, gradualmente atrofizza il cervello, privandolo di nutrimento. Quando una persona è attaccata a un credo, a un’altra persona, o a un’idea, ciò che accade è che in quell’attaccamento si verifica conflitto, paura, gelosia, ansia, e tutto questo ei parte dell’atrofia del cervello, questa continua reiterazione. Sono americano, inglese, hindu e tutto quel nazionalistico nonsense. La reiterazione di tutto ciò, se osservate, priva il cervello di nutrimento, e questo diventa sempre più stolto, come avrete già notato in quelle persone che ripetono all’infinito l’esistenza di un solo salvatore, Buddha, Cristo, quello e quell’altro.

Se vi osservate, noterete che questo attaccamento a una fede è parte di un desiderio di sicurezza, e che questo desiderio di una qualsiasi forma di sicurezza psicologica genera atrofia del cervello; da ciò sorge ogni tipo di comportamento nevrotico. Molti di noi preferirebbero rifiutare questo fatto, perché è troppo disorientante da osservare: questa è l’essenza della mediocrità. Quando vi rivolgete a un guru, a un prete, o andate in chiesa, e ripetete, ripetete, ripetete, e la vostra meditazione è una forma di ripetizione, trovate sicurezza, un senso di salvezza, e così, via via, il vostro cervello si atrofizza, diventa piccolo, si rinsecca. Osservatelo da soli. Non ve lo sto insegnando, lo potete osservare da soli nella vostra vita. Questa osservazione della crisi che è nella mente, nei cuori e nella coscienza, genera sempre conflitto perché non siamo mai capaci di risolvere un singolo problema senza farne sorgere altri. Quindi osservate cosa ci succede; problema dopo problema, crisi dopo crisi, incertezza dopo incertezza.

Può, quindi, il cervello, la mente, essere mai libera dai problemi? Per favore fatevi questa domanda. È una domanda fondamentale che bisogna porsi. Purtroppo il cervello è così addestrato a risolvere problemi che non sa cosa significa esserne libero. Il punto è che, essendo libero, il cervello può risolvere problemi, ma non viceversa.

Se questo è davvero chiaro, allora si può iniziare a indagare e scoprire se esista un altro strumento che libererà il cervello da tutti i problemi, così che questo possa affrontarli. Vedete la differenza? Solo una mente libera, un cervello libero che non ha problemi, può andare incontro ai problemi e risolverli immediatamente. Ma il cervello addestrato alla soluzione dei problemi, tale cervello sarà sempre in conflitto. E allora sorge la domanda: com’è possibile essere liberi dal conflitto se, come abbiamo detto, il pensiero è lo strumento che crea i problemi?

Osservate bene da un altro punto di vista. Abbiamo problemi nei rapporti tra uomini e donne, o tra uomini e uomini (nei rapporti omosessuali) in questo paese e altrove. Guardate con molta attenzione, osservate senza tentare di cambiare o di dare una direzione all’osservazione; non ditevi che non deve essere in questo modo o in quell’altro, non fuggite a cercare aiuto, osservate e basta. Non potete cambiare il profilo di quella montagna, il volo di un uccello, il fluire rapido di un fiume, state a osservare semplicemente e ne vedete la bellezza. Ma se osservate e cominciate a dire che quella montagna non è bella come quella che avete visto ieri, voi non state osservando, state solamente comparando.

Perciò, andiamo a vedere da vicino, con molta attenzione, la questione del rapporto, della relazione. La relazione è vita, non si può esistere senza relazione; potete negarla, potete sottrarvi dall’essere in relazione, perché fa paura, perché in essa si manifestano conflitti, perché ci si ferisce. Per questo motivo molti di noi, nei rapporti, si costruiscono dei muri attorno. Ma osserviamo con attenzione, non stiamo imparando, non c’è nulla da imparare, bensì solo da osservare. Vedete la bellezza insita in questo? Perché noi vogliamo sempre imparare e immagazzinare nella categoria del sapere. Solo allora ci sentiamo in salvo, mentre se voi osservate senza alcuna direzione, senza motivazioni, senza alcuna interferenza del pensiero, ma osservate solamente, non solo visivamente, con gli occhi, ma con la mente, con il cuore, con il cervello, che sono liberi di osservare senza pregiudizio alcuno, allora scoprirete da soli la bellezza della relazione. Ma noi non abbiamo quella bellezza. Osserviamola allora con maggiore attenzione.

Che cos’è la relazione? Essere in relazione, non parlo dei legami di sangue, ma l’essere in relazione con un’altra persona. Siamo mai in relazione con qualcuno? Psicologicamente, interiormente, in profondità, siamo mai in rapporto con qualcuno? O desideriamo fortemente esserlo ma non sappiamo come fare? E perciò i nostri rapporti sono pieni di lacrime, di gioia occasionale, a volte di piacere e del ripentivo piacere sessuale.

Quindi, se osservate, chiedetevi se siete mai in relazione con qualcuno. O, piuttosto, vi rapportate agli altri attraverso il pensiero, attraverso l’immagine che il pensiero ha generato di vostro marito o di vostra moglie, l’immagine che avete di lei o di lui? Allora, le relazioni sono tra le immagini che voi avete dell’altro e quelle che l’altro ha di voi. E ognuno si porta dietro questa immagine e ognuno se ne va per la propria direzione: ambizione, avidità, invidia, competizione, ricerca di potere, di posizione sociale. Sapete bene cosa accade nelle relazioni, ognuno si muove nella direzione opposta, o, a volte, parallela, senza mai incontrarsi. Questa & la civiltà moderna, questo è ciò che voi avete da offrire al mondo. In questo modo si vive in costante lotta, conflitto, divorzio, cambiando i cosiddetti partnee. Sapete tutti che cosa succede.

Quando si osserva tutto ciò, si rimane spaventati, e questa viene chiamata libertà. Ma quando osservate la realtà, se osservate il fatto con molta attenzione, senza motivazioni e senza direzioni, allora esso comincia a cambiare, perché voi state dando la vostra completa attenzione all’osservazione. Mi seguite? Quando date completa attenzione a qualcosa, portate luce su quel soggetto. Allora quella luce chiarisce e quella chiarificazione dissolve ciò che è osservato. Capite cosa sto dicendo? Ci intendiamo? Il fatto è che esiste un’immagine che è stata generata in cinque, venti, o trenta giorni, o dieci anni. E anche l’altro ha un’immagine e ognuno è ambizioso, avido, desideroso di appagarsi sessualmente, in questo modo o in quell’altro; sapete, tutta quella confusione che finisce nelle cosiddette relazioni; e voi osservate questo, la pura osservazione di questo fatto. È solo quando volete fuggirne che tutta la faccenda delle nevrosi comincia a verificarsi: allora avete tutti gli psicologi a disposizione per aiutarvi a diventare ancor più nevrotici. Affrontate il problema, osservatelo, dategli la vostra completa attenzione. Quando voi date questa attenzione completa, con il vostro cuore, il vostro cervello, il vostro sistema nervoso, con tutto quello che avete, quando date tutta l’energia all’osservazione, solo allora in quella attenta osservazione ci sarà chiarezza; e ciò che è chiaro non è più un problema. Allora la relazione diventa qualcosa di completamente diverso.

Dunque la vita, per la grande maggioranza di noi, sta diventando un enorme problema, perché la vita è relazione. Se noi non siamo in relazione, e non lo siamo, allora assisteremo al sorgere di tutti i problemi. Abbiamo creato una società che è radicata nella mancanza di relazione. I comunisti, i socialisti, tutti i politici stanno cercando di cambiare la natura e la struttura della società. La cosa più importante è avere la giusta relazione con un altro. Se l’avrete con una persona, allora l’avrete con tutti, con la natura, con tutta la bellezza della terra.

Quindi è necessario capire in profondità perché il pensiero ha generato questo disastro nelle nostre vite, dal momento che è stato il pensiero a creare questa immagine di mia moglie e di me stesso, o di me e di un’altra persona. Non potete fuggire da tutto ciò finché non lo risolvete, finché non lo osservate. Andare in chiesa, pregare, tutto ciò è troppo infantile, estremamente immaturo, perché non risolve nulla. Per andare lontano bisogna cominciare da ciò che è molto vicino. Iniziare da vicino significa osservare la nostra relazione con l’altro, chiunque sia: con il vostro capo, il vostro falegname, il vostro superiore, vostro marito, perché la vita è un movimento in relazione. Abbiamo distrutto quella relazione con il pensiero. E il pensiero non è amore. L’amore non è il piacere, non è il desiderio, ma noi abbiamo ridotto tutto a quello.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Ojai 13 maggio 1981, copyright (c) 1981/7.993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

23. Rajghat, 25 novembre 1981

Per prima cosa, dobbiamo indagare e chiederci non solo cos’è la religione, ma cos’è il pensiero, cos’è il pensare. Tutte le nostre attività, tutto ciò che immaginiamo, tutto ciò che è scritto nelle Upanishad, o in altri testi religiosi, è creato dal pensiero. L’architettura, la straordinaria tecnologia nel mondo, tutti i templi e le cose in essi contenute, che siano templi hindu, moschee, chiese, è tutto risultato del pensiero. Tutti i rituali, le puja, le venerazioni, è tutto inventato dal pensiero. Nessuno può negarlo. Tutte le nostre relazioni sono basate sul pensiero, la struttura economica, le divisioni nazionalistiche sono il risultato del pensiero. Vedete, abbiamo sempre indagato nelle cose esterne, ma non ci siamo mai chiesti: “Che cos’è il pensiero?”, “Quali sono le radici e quali le conseguenze del pensiero?”. Non ciò che voi pensate a proposito di qualcosa, ma piuttosto il movimento del pensiero, non il risultato del pensiero, che è ben diverso dall’investigare nel pensiero stesso. Stiamo procedendo assieme?

Pensare è un’attività comune a tutta l’umanità. Il pensiero non è il mio pensiero, c’è solo pensiero, non quello orientale o occidentale, est e ovest, c’è solo il pensare.

Ora spiegheremo che cos’è il pensiero, ma la spiegazione non è la reale consapevolezza di come il pensiero sorga in voi stessi. Chi parla può analizzarlo, descriverlo, ma la spiegazione non è la vostra comprensione delle origini del pensiero. La descrizione verbale non è la vostra reale scoperta, ma, attraverso la comunicazione verbale, voi stessi scoprite: questo è molto più importante delle spiegazioni di chi vi parla.

Chi parla ha fatto una gran bella quantità di discorsi in tutto il mondo, in questi ultimi sessant’anni. Così hanno inventato un termine e parlano dei “suoi insegnamenti” (risate). Aspettate un momento. Gli insegnamenti non sono qualcosa di reperibile lì fuori, in un libro; quello che gli insegnamenti dicono è: “Guarda in te stesso, procedi dentro te stesso, indaga in ciò che lì trovi, comprendilo, trascendilo”, e così via. Gli insegnamenti sono solo un mezzo per indicare, per spiegare, ma voi dovete comprendere, non gli insegnamenti, ma voi stessi. È chiaro? Perciò, per favore, non cercate di capire ciò che chi parla sta dicendo, ma comprendete che ciò di cui vi sta parlando funge da specchio nel quale voi potete osservare voi stessi. Quando guardate voi stessi con molta attenzione, allora lo specchio non è più importante, lo gettate via. Ed è ciò che stiamo facendo.

Che cos’è il pensiero, dal quale voi tutti dipendete per la vostra sopravvivenza, nelle vostre relazioni, nella vostra ricerca di qualcosa che lo trascenda? È molto importante comprendere la natura del pensiero. Chi parla ha discusso questa materia con molti scienziati occidentali, che hanno studiato a lungo il cervello. Noi usiamo una piccolissima parte dell’intero cervello. Potete osservarlo in voi stessi se approfondite; fa parte della meditazione, scoprire da voi stessi se il cervello sta operando, o se solo una piccola parte di esso è attiva. Questa è una delle domande. Il pensiero è la risposta della memoria, la memoria è stata immagazzinata attraverso il sapere, il sapere è costruito con l’esperienza. Ecco, esperienza, conoscenza, memoria accumulata nel cervello, poi il pensiero, poi l’azione; da quell’azione voi apprendete ancora di più, ecco, appunto, accumulate ancora più esperienza, più conoscenza, e immagazzinate ancor più memoria nel cervello, e poi agite e da quell’azione apprendete ancora di più. Quindi l’intero processo è basato su questo movimento: conoscenza, memoria, pensiero, azione.

Questo è il nostro modello esistenziale, che è pensiero. Non c’è modo di controbattere questo punto. Accumuliamo una grande quantità di informazioni per mezzo della nostra esperienza, o attraverso l’esperienza di altri, immagazziniamo questo sapere nel nostro cervello, dal quale sorge il pensiero, e agiamo. L’uomo ha fatto così per milioni d’anni, catturato in questo ciclo che è il movimento del pensiero. All’interno di quest’area abbiamo la possibilità di scegliere, possiamo andare da un angolo all’altro e dire: “Questa è la nostra scelta, questa è la nostra libertà di movimento”; ma è sempre all’interno di quest’area ristretta del sapere. Quindi funzioniamo sempre all’interno del campo del conosciuto, e la conoscenza è sempre accompagnata dall’ignoranza, in quanto non ci sarà mai completa conoscenza su nulla. Quindi noi ci troviamo sempre in questo stato contraddittorio: conoscenza e ignoranza. Il pensiero è incompleto, frammentato, perché la conoscenza non può mai essere completa, quindi il pensiero è limitato, condizionato. Inoltre, il pensiero ci ha creato migliaia di problemi.

Il sapere è necessario in una certa direzione, e la conoscenza è la cosa più pericolosa di cui disponiamo interiormente. Lo capite? Stiamo accumulando un’infinità di conoscenza: sull’universo, sulla natura di qualsiasi cosa, scientificamente, archeologicamente, e via dicendo, stiamo accumulando un sapere infinito. Questo sapere può impedirci di agire come esseri umani interi, completi. E questo è uno dei nostri problemi. Ecco, il computer può superare l’uomo nel pensare, può superarlo nell’apprendere, può correggersi, può imparare a giocare a scacchi, padroneggiare la tecnica e batterlo in sole quattro o cinque mosse; inoltre, stanno lavorando a una macchina intelligente.

Il computer può acquisire, di gran lunga, molta più conoscenza di qualsiasi essere umano. In uno spazio grande quanto un’unghia si può immagazzinare l’intera Enciclopedia Britannica, tutta! Comprendete? Dunque, che cos’è l’uomo? L’uomo finora ha vissuto per mezzo dell’attività del suo cervello, lo ha mantenuto attivo perché ha lottato per sopravvivere, per accumulare conoscenza con abilità, in modo da essere sicuro, salvo. Ora che le macchine stanno facendo tutto questo, che cosa siete voi? La macchina, il computer, con il robot, costruisce macchine. Il computer dice al robot cosa deve fare; e, se il robot commette un errore, il computer lo corregge e il robot continua.

Dunque, che cosa ne è dell’uomo? Qual è il futuro dell’uomo se la macchina può sostituirlo in tutte le operazioni che il pensiero compie ora, e lo fa molto più velocemente, imparando con maggiore rapidità, competendo nel fare tutto quello che l’uomo può fare? Ovviamente, il computer non può osservare le stelle della sera e vederne la bellezza, la straordinaria quiete, la fermezza, l’immensità. Il computer non può sentire nulla di questo, ma potrebbe; stanno, infatti, lavorando alacremente a questo obiettivo.

Allora, che cosa succederà alla nostra mente, al nostro cervello? Il nostro cervello è arrivato fin qui lottando per sopravvivere attraverso la conoscenza; quando la macchina lo sostituirà che cosa gli succederà? Ci sono solo due possibilità: o l’uomo si dedicherà completamente all’intrattenimento esterno, con il calcio, gli sport, o a quello religioso, andando al tempio, sapete, dilettandosi con tutte quelle cose; oppure volgerà lo sguardo all’interno, perché il cervello è dotato di capacità infinite, è davvero infinito. Queste capacità sono, al momento, usate in campo tecnologico, e presto la macchina avrà su di esse completo dominio. Queste capacità sono state usate per raccogliere informazioni, conoscenza, sia scientifica che politica, sociale e religiosa; improvvisamente dette capacità sono state fatte proprie dalla macchina che atrofizzerà il cervello. Se io non uso continuamente il mio cervello, questo si atrofizza. Allora, se il cervello non è attivo, non lavora, non pensa (cose che la macchina può ormai fare meglio dell’uomo), cosa mai accadrà al cervello dell’uomo? O l’intrattenimento o la ricerca interiore, che è senza fine.

Abbiamo detto che il pensiero è l’espressione o la reazione della memoria, e che la memoria è il risultato della conoscenza, che è esperienza, e che l’uomo è rimasto intrappolato in questo ciclo. In questo campo il pensiero inventa dèi, può inventare di tutto, e la macchina lo sta sostituendo; quindi, o indago in me stesso, e questo è un movimento infinito, o mi getto nell’intrattenimento. Molte religioni sono intrattenimento, tutti i rituali, le puja, sono forme di intrattenimento. Per questo motivo dobbiamo chiederci che cos’è la religione. Ecco, dobbiamo chiederci se possiamo mettere ordine nella nostra casa, la nostra casa, quella dentro di noi: la struttura, le lotte, il dolore, l’ansia, la solitudine, l’aggressività, la sofferenza, la pena, tutto questo è l’enorme disordine che è in noi. Da questa confusione, da questo disordine, noi cerchiamo di portare ordine lì fuori, in politica, in economia, socialmente, senza avere ordine dentro di noi. È impossibile aspettarci di trovare ordine lì fuori, senza averne dentro: osservatene la logica. In questo paese, che sta velocemente degenerando: (anarchia, totale disordine, corruzione, tutte le forme immaginabili di sporchi trucchi con i quali possiamo giocare dall’inizio alla fine, la nostra casa è nel completo disordine). Chiediamo che ci sia ordine al nostro esterno; chiediamo ai politici: “Per favore, fate ordine”. Non ci diciamo mai che l’ordine deve cominciare prima qui, nella nostra casa: solo allora potremo portare ordine al nostro esterno.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Rajghat il 25 novembre 1981, copyright (c) 1981/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

24. 20 giugno 1983: da The Future of Umanity

Krishnamurti: Non dovremmo, forse, come prima cosa, distinguere tra cervello e mente?

David Bohn: Bene, quella distinzione è stata fatta, ma non è ancora chiara. Ovviamente ci sono diverse opinioni al riguardo. Una è che la mente è solo una funzione del cervello, ed è il punto di vista materialista. C’è un altro punto di vista che dice che la mente e il cervello sono due cose diverse.

K: Sì, io credo che siano due cose diverse.

DR: Ma, deve esserci...

K: ... un contatto tra di esse, una relazione.

DB: Sì, noi non implichiamo necessariamente una divisione tra le due cose.

K: No, per prima cosa cerchiamo di osservare il cervello. Io non sono un esperto della struttura del cervello né mi occupo di questo tipo di cose, ma si può osservare dentro se stessi, osservare partendo dall’attività del cervello, che è veramente come un computer, programmato per ricordare.

DB: Certamente, una grandissima parte dell’attività è di questo tipo, ma non si è certi del fatto che l’intera attività sia di questo tipo.

K: No, e c’è da aggiungere che il cervello è condizionato dalle generazioni passate, dalla società, dai giornali, dai periodici, da tutte le attività e dalle pressioni esterne. È condizionato.

DB: Ora, può dire cosa intende per condizionamento?

K: Il cervello è programmato, è fatto per adeguarsi a un determinato modello, vive interamente in base al passato, modificando se stesso con il presente e così via.

DB: Ci siamo trovati d’accordo nel constatare che una parte di questo condizionamento sia utile e necessario.

K: Naturalmente.

DB: Ma il condizionamento che determina il sé, determina la...

K: ... la psiche. Per il momento, chiamiamola psiche, il sé.

DB: Il sé, la psiche, questo condizionamento è ciò di cui lei sta parlando, non solo può non essere necessario, ma può essere dannoso.

K: Sì, l’enfasi sulla psiche, sul dare così tanta importanza al sé, sta creando un grande danno al mondo, perché si tratta di un’attività separativa e perciò costantemente in conflitto, non solamente con se stessa, ma con la società, con la famiglia, e via dicendo.

DB: Ed è anche in conflitto con la natura.

K: Con la natura, con l’intero universo.

DB: Abbiamo detto che il conflitto sorge perché...

K:... a causa delle divisioni...

DB: La divisione sorge perché il pensiero è limitato. Essendo basato su questo condizionamento, sulla conoscenza e sulla memoria è conseguentemente limitato.

K: Sì, l’esperienza è limitata, di conseguenza la conoscenza e limitata, e anche la memoria e il pensiero lo sono; e il movimento del pensiero, il movimento del pensiero nel tempo è la struttura e la natura stessa della psiche.

DB: Sì, ora vorrei porre una domanda. Ha discusso del movimento del pensiero, ma non mi sembra chiaro cos’è che si muove. Vede, se io parlo del movimento della mia mano, si tratta di un vero movimento: risulta del tutto chiaro cosa si intende dire, ma quando parliamo del movimento del pensiero, mi sembra che ci dedichiamo a qualcosa che ha le caratteristiche di un’illusione, perché lei ha detto che il movimento del pensiero è divenire.

K: È esattamente ciò che intendo dire, il movimento è divenire.

DB: Ma voi dite anche che il movimento, in qualche modo, è illusorio, non è forse così?

K: Sì, certamente.

DB: È come il movimento proiettato sullo schermo. Noi diciamo che non ci sono oggetti che si muovono sullo schermo, ma che l’unico reale movimento è quello del proiettore. Possiamo, allo stesso modo, dire che il vero movimento risiede nel cervello che proietta tutto ciò che ci condiziona?

K: È quello che vogliamo scoprire, proviamo ad approfondire questo punto. Siamo entrambi d’accordo, o vediamo, che il cervello è condizionato.

DB: Intendiamo dire che è stato condizionato fisicamente e chimicamente...

K: Anche geneticamente, così come psicologicamente.

DB: Qual è la differenza tra fisico e psicologico?

K: Psicologicamente, il cervello è centrato nel sé, – giusto? – e la costante asserzione del sé è il movimento, il condizionamento, un’illusione.

DB: Ma c’è un reale movimento che accade interiormente. Il cervello, per esempio, sta facendo qualcosa. È stato condizionato fisicamente e chimicamente, e qualcosa accade sia al livello fisico che chimico mentre stiamo pensando al sé.

K: Sta forse chiedendo se il cervello e il sé siano due cose diverse?

DB: No, sto dicendo che il sé è il risultato del condizionamento del cervello.

K: Si, il sé condiziona il cervello.

DB: Ma il sé esiste?

K: No.

DB: Ma il condizionamento del cervello, così come lo vedo io, è il coinvolgimento con un’illusione che noi chiamiamo sé.

K: Osservazione giusta. Può quel condizionamento essere dissipato? Questa è la vera domanda.

DB: Deve realmente essere dissipato in qualche modo, che sia fisico, chimico o neurofisiologico.

K: Si.

DB: Ora, la prima reazione di qualsiasi scienziato sarebbe di scetticismo nel pensare che quel sé possa essere dissolto dal tipo di cose che stiamo facendo. Vede, qualcuno potrebbe pensare che forse scopriremo sostanze chimiche o mutazioni genetiche, o raggiungeremo una conoscenza più approfondita della struttura del cervello. Forse proprio in quest’ultima direzione potremmo essere d’aiuto, credo che quest’idea sia diffusa per alcuni.

K: E servirà a cambiare il comportamento umano?

DB: Perché no? Credo che alcuni pensino che questo potrebbe accadere.

K: Aspetti, questo è il punto: potrebbe, ovvero nel futuro.

DB: Sì, fare queste scoperte richiederebbe tempo.

K: Nel frattempo, l’uomo si distruggerà.

DB: Forse sperano che la scoperta venga fatta in tempo. Le stesse persone potrebbero criticare quello che stiamo facendo, dubitando dei risultati. Vede, non sembra che questo influenzi qualcuno, e certamente non in tempo per fare una grande differenza.

K: Noi due siamo molto chiari su questo punto: in che modo può riguardare l’umanità?

DB: Pensa che coinvolgerà l’umanità in tempo per salvare...

K: Ovviamente no.

DB: Allora, per quale motivo dovremmo impegnarci a farlo?

K: Perché è la cosa giusta da fare, indipendentemente, non ha nulla a che vedere con l’essere premiati o puniti.

DB: E nemmeno con un obiettivo: facciamo la cosa giusta anche quando non sappiamo quale sarà il risultato?

K: Esatto.

DB: Sta dicendo che non c’è altra via?

K: Sì, è così, stiamo dicendo che non c’è un’altra possibilità.

DB: Ebbene, dovremmo chiarire bene questo punto. Per esempio, qualche psicologo penserebbe che indagando in questo tipo di cose noi potremmo generare una trasformazione evolutiva della co scienza.

K: Siamo tornati al punto che con il tempo speriamo di cambiare la coscienza. Ci stiamo interrogando su questo.

DB: Ora, possiamo dire che la stessa cosa vale per quegli scienziati che stanno tentando di raggiungere lo stesso obiettivo per mezzo di ritrovati chimici, o con l’ausilio di mutazioni fisiche, psicologiche, strutturali; possiamo, dunque, dire che essi stessi sono ancora intrappolati, che con l’impiego di tempo stanno cercando di divenire migliori?

K: Sì, i ricercatori, gli sperimentatori, gli psicologi e noi stessi, stiamo tutti cercando di diventare qualcosa.

DB: Sì, nonostante possa non sembrare evidente a prima vista. Può sembrare che gli scienziati siano davvero disinteressati, osservatori senza pregiudizi, intenti a lavorare a questo problema. Ma, in profondità, si scorge che esiste un desiderio di divenire migliori da parte di queste persone che indagano in questo modo.

K: Divenire, certamente.

DB: Lo scienziato non è libero da questo.

K: E esattamente così.

DB: E quel desiderio genererà autoinganno e illusione, e via dicendo.

K: Dunque, facciamo il punto della situazione. Qualsiasi forma di divenire è un’illusione, e il divenire implica il passare del tempo, il tempo necessario perché la psiche cambi. Ma noi stiamo dicendo che il tempo non è necessario.

DB: Ora, questo si collega all’altra questione della mente e del cervello. Il cervello è un’attività nel tempo, nel senso di processo fisico, chimico complesso.

K: Io credo che la mente sia separata dal cervello.

DB: Che cosa intende con separata? Mente e cervello sono in contatto?

K: Separati nel senso che il cervello è condizionato, la mente no.

DB: Diciamo che la mente ha una certa indipendenza dal cervello. Anche se il cervello è condizionato...

K: ... l’altra non lo è.

DB: Non è necessario che sia...

K: ... condizionata.

DB: Su quale base dice questo?

K: Non cominciamo a parlare di “basi”!

DB: Bene, che cosa le fa dire questo?

K: Fin quando il cervello sarà condizionato, non sarà libero, mentre la mente è libera.

DB: Sì, questo è ciò che sta dicendo. Ma, vede, un cervello non libero significa un cervello non libero di indagare in assenza di pregiudizi.

K: Voglio approfondire questo punto, investighiamolo assieme. Che cos’è la libertà? La libertà di ricercare, la libertà di indagare. È solo nella libertà che esiste un insight.

DB: Si, questo è chiaro, perché se non sei libero di indagare, o se hai pregiudizi, allora sei limitato, in modo arbitrario.

K: Quindi, fino a quando il cervello sarà condizionato, la sua relazione con la mente sarà limitata.

DB: Abbiamo la relazione del cervello con la mente, e anche il contrario.

K: Sì, ma la mente, essendo libera, ha una relazione con il cervello.

DB: Sì, ora diciamo che la mente è libera, in qualche modo non soggetta al condizionamento del cervello.

K: Sì.

DB: Qual è la natura della mente? È situata nel corpo, o è nel cervello?

K: No, non ha nulla a che vedere con il corpo e con il cervello.

DB: Ha a che fare con lo spazio e con il tempo?

K: Spazio... aspettate un momento! Ha a che fare con lo spazio e con il silenzio. Questi sono i due fattori del...

DB: Non il tempo?

K: Non il tempo, il tempo appartiene al cervello.

DB: Lei dice spazio e silenzio; ora, che tipo di spazio? Non si tratta dello spazio in cui vediamo la vita muoversi.

K: Spazio. Partiamo da un altro punto: il pensiero può inventare lo spazio.

DB: Inoltre, abbiamo lo spazio che vediamo, ma il pensiero può inventare ogni tipo di spazio.

K: Anche lo spazio che c’è da qui a lì.

DB: Sì, quello è lo spazio in cui ci muoviamo.

K: Anche lo spazio tra due rumori, tra due suoni.

DB: L’intervallo tra due suoni.

K: Si, l’intervallo tra due suoni, tra due pensieri, due note, lo spazio tra due persone.

DB: Sì, lo spazio tra due muri.

K: E così via, ma tutti questi tipi di spazio non sono lo spazio della mente.

DB: Lei dice che è senza limiti?

K: Esattamente, anche se non volevo usare la parola limiti.

DB: Tuttavia è implicita. Non è nella natura di quel tipo di spazio essere circoscritto da qualcosa.

K: No, non è circoscritto dalla psiche.

DB: È circoscritto da qualcos’altro?

K: No. Allora, il cervello, con tutte le sue cellule condizionate, può cambiare?

DB: Abbiamo spesso discusso su questo punto. Non è certo che tutte le cellule siano condizionate. Per esempio, alcuni pensano che solo una piccola parte delle cellule cerebrali sia attiva, e che il resto sia inattivo, addormentato.

K: Raramente usate, o occasionalmente sfiorate.

DB: Sì, occasionalmente sfiorate. Ma quelle cellule che sono condizionate, qualsiasi cosa possano essere, evidentemente ora dominano la coscienza.

K: Sì, possono quelle cellule essere cambiate? Stiamo dicendo che è possibile per mezzo dell’insight, essendo questo fuori dal tempo e non il risultato di un ricordo, di un’intenzione, di un desiderio o di una speranza. Non ha nulla a che fare con il tempo o con il pensiero.

DB: Sì. Chiediamoci ora se l’insight è proprio dalla mente, è della natura della mente, o è una sua attività.

K: Sì.

DB: Perciò, lei sta dicendo che la mente può agire sulla materia del cervello.

K: Sì, l’abbiamo già detto.

DB: Ma, vede, questo punto, cioè come la mente sia capace di agire in questa materia, è difficile da comprendere.

K: È capace di agire sul cervello. Per esempio, prendete una crisi o un problema; il significato della parola problema, come sapete, è “qualcosa che vi viene gettato contro”. Noi gli andiamo incontro con tutti i ricordi del passato, con i giudizi e così via, e in questo modo il problema si moltiplica. Potete risolvere un problema, ma nella sua stessa soluzione vengono a sorgere altri problemi, così come succede in politica e in altri campi. Ora, affrontare un problema, o percepirlo senza memorie e pensieri che interferiscano o proiettino...

DB: Questo implica che anche quella percezione è della mente...

K: Si, è così.

DB: Sta forse dicendo che il cervello è una specie di strumento della mente?

K: È uno strumento della mente quando questa non è autocentrata.

DB: Ogni condizionamento potrebbe essere definito come un’autosollecitazione del cervello, che si mantiene restando sempre in questo programma, occupando, in questo modo, tutte le sue capacità.

K: Sì, tutti i giorni.

DB: Si potrebbe definire il cervello come una radio che può generare il suo proprio brusio ma non può leggere alcun segnale.

K: No, non direi così, cerchiamo di capirlo meglio. L’esperienza è sempre limitata, posso ingigantirla e farne qualcosa di fantastico, per poi, magari, farne mercanzia da negozio; ma quell’esperienza è limitata. Anche la conoscenza è limitata, sempre, e questo sapere opera nel cervello, questa conoscenza è il cervello. Il pensiero è parte del cervello e anch’esso è limitato. Quindi, il cervello opera in un’area molto, molto ristretta.

DB: Sì, è vero, ma cos’è che gli impedisce di operare in un’area più vasta, illimitata?

K: Il pensiero.

DB: Ma a me sembra che il cervello funzioni per suo conto, con il suo programma.

K: Sì, proprio come un computer.

DB: Essenzialmente, ciò che lei sta dicendo è che il cervello dovrebbe rispondere alla mente.

K: Può rispondere solo se è libero da ciò che è limitato, dal pensiero, che è limitato.

DB: Ma allora il cervello non è dominato dal programma, vedete, avremo sempre bisogno di quel programma.

K: Ovviamente, ne abbiamo bisogno per...

DB:... per molte cose, ma l’intelligenza è della mente?

K: Sì, l’intelligenza è la mente.

DB: E la mente.

K: Dobbiamo prendere un’altra strada. Poiché la compassione è in relazione con l’intelligenza, non c’è intelligenza senza compassione; e la compassione può esserci solo quando c’è l’amore, che è completamente libero da tutti i ricordi, dalle gelosie personali, e così via.

DB: La compassione, l’amore, sono anche della mente?

K: Della mente, non potete essere compassionevoli se siete attaccati a una qualsiasi esperienza o a un ideale particolare.

DB: Sì, questo fa ancora parte del programma.

K: Sì, per esempio ci sono persone che vanno nei tanti paesi poveri e lavorano, lavorano, lavorano, e la chiamano compassione. Il punto è che sono legati a qualche forma particolare di fede religiosa e, conseguentemente, la loro azione è mera pietà o simpatia: non si tratta di compassione.

DB: Sì, credo che qui ci troviamo di fronte a due cose che possono essere, in una certa misura, indipendenti. C’è il cervello e c’è la mente, nonostante si contattino; poi abbiamo detto che la provenienza dell.’intelligenza e della compassione è oltre il cervello. Vorrei, quindi, ora, approfondire questo punto e comprendere come cervello e mente si contattano.

K: Il contatto tra la mente e il cervello può accadere solo quando il cervello è quieto.

DB: Sì, questo è il requisito, il cervello deve essere quieto.

K: La quiete non si ottiene con l’allenamento, né con un conscio desiderio di silenzio perseguito con la meditazione. È un risultato naturale della comprensione del proprio condizionamento.

DB: E si può osservare che il cervello, quando è calmo, può ascoltare qualcosa di più profondo.

K: Sì, è così; allora, se è quieto, è in relazione con la mente, e in questo modo la mente può funzionare attraverso il cervello... Allora, in questo modo possiamo rimanere con “ciò che è’, non con “ciò che dovrebbe essere”, “ciò che deve essere”, non con ideali inventati e via dicendo?

DB: Sì, potremmo, però, tornare sulla faccenda della mente e del cervello? Ora stiamo dicendo che non si tratta di una divisione.

K: Oh no, non si tratta di una divisione.

DB: Sono in contatto, giusto?

K: Abbiamo detto che sono in contatto quando il cervello è silenzioso e ha spazio.

DB: Quindi stiamo dicendo che, nonostante siano in contatto e niente affatto divisi, la mente può ancora avere una certa indipendenza dal condizionamento del cervello.

K: Dunque, facciamo molta attenzione: supponiamo che il mio cervello sia condizionato, per esempio, programmato come un hindu, e conseguentemente tutta la mia vita e le mie azioni siano condizionate dall’idea che “io sono un hindu”; la mente, è ovvio, non ha rapporto con quel condizionamento.

DB: Sta usando il termine mente, non la “mia” mente.

K: Mente, non è “mia”.

DB: È universale o generale.

K: Sì, allo stesso tempo non è neanche il “mio” cervello.

DB: No, però c’è un cervello particolare, questo o quel cervello. Direbbe che c’è una mente particolare?

K: No.

DB: Si tratta di una differenza importante. Lei sta dicendo che la mente è realmente universale.

K: La mente è universale, se vogliamo usare questa brutta parola.

DB: Illimitata e indivisa.

K: Non è inquinata, non è contaminata dal pensiero.

DB: Io credo che per molte persone risulti difficile constatare su quale base noi poggiamo la conoscenza di questa mente. Sappiamo solamente che la “mia” mente è la prima sensazione, giusto?

K: Non può chiamarla la “sua” mente, lei ha solo il suo cervello, che è condizionato. Lei non può dire: “E la “mia” mente”.

DB: Ma, qualsiasi cosa accada in me, ho la sensazione che sia mio, ed è molto differente da ciò che accade in qualcun altro.

K: No, io metto in discussione questa differenza.

DB: All’apparenza, sembra essere differente.

K: Si, io dubito che ciò che accade in me, come essere umano, sia diverso da ciò che accade in lei, come altro essere umano. Entrambi attraversiamo ogni sorta di problemi, soffriamo, abbiamo paura, siamo ansiosi, soli, e via dicendo. Abbiamo i nostri dogmi, credenze, superstizioni, e tutti quanti hanno questo tipo di cose.

DB: Possiamo dire che è tutto molto simile, ma ognuno di noi sembra isolato dall’altro.

K: Nel pensiero. Il mio pensiero ha generato l’idea che io sia di verso da lei, perché il mio corpo è diverso dal suo, il mio volto è di verso dal suo, e perciò estendiamo questa diversità alla dimensione psicologica.

DB: Ma ora, se dicessimo che forse la divisione è un’illusione:

K: No, non forse! Lo è.

DB: È un’illusione, d’accordo, nonostante non sia così evidente quando una persona ci pensa perla prima volta.

K: Ovviamente.

DB: In realtà, anche il cervello non è diviso, in quanto noi stiamo dicendo che non solo siamo tutti simili, ma anche realmente connes si. E diciamo anche che oltre tutto ciò c’è la mente, che non ha alcuna divisione.

K: È incondizionata.

DB: Si, sembrerebbe quasi significare, allora, che fin quando uno percepisce se stesso come un essere separato, è molto poco in contatto con la mente.

K: Sì, giusto, è quello che abbiamo detto.

DB: Niente mente.

K: E per questa ragione che è molto importante comprendere non la mente, ma i nostri condizionamenti, e osservare sei nostri condizionamenti di esseri umani possano mai dissolversi: questa è la vera domanda.

Prendiamo un problema come esempio, risulterà più facile comprendere. Prendiamo la sofferenza. Gli esseri umani hanno sofferto in continuazione, a causa di guerre, malattie, cattivi rapporti. Ora, può tutto questo finire?

DB: Direi che è difficile che tutto questo finisca, in quanto è nel programma, noi siamo condizionati da tutto ciò.

K: Sì, questa storia è andata avanti così per secoli.

DB: Quindi si tratta di qualcosa di profondamente radicato.

K: Molto, molto profondamente. Ma ora, può quella sofferenza terminare?

DB: Non posso porvi fine con un’azione del cervello.

K: Con il pensiero.

DB: Perché il cervello è catturato nella sofferenza, e non può prendere un’iniziativa per porre fine alla propria sofferenza.

K: Ovviamente, non può, è per questo che il pensiero non può mettere fine alla sofferenza: è il pensiero stesso ad averla generata.

DB: Sì, il pensiero l’ha creata e non è capace di gestirla.

K: Il pensiero ha creato le guerre, la sofferenza, la confusione, ed è divenuto prominente nelle relazioni.

DB: Sì, va bene, però io penso che la gente potrebbe essere d’accordo con questo, e nonostante ciò continuare a credere che, come il pensiero ha generato cose cattive, può crearne di belle.

K: No, il pensiero non può fare del bene o del male, è pensiero: quindi limitato.

DB: Il pensiero non può controllare questa sofferenza, ecco, è così: risiedendo la sofferenza nel condizionamento fisico e chimico del cervello, il pensiero non ha alcuna possibilità, nemmeno quella di sapere di cosa si tratta.

K: Intendo dire, perdo mio figlio e sono...

DB: Sì, ma attraverso il pensiero non capisco cosa sta accadendo dentro di me. Non posso cambiare la sofferenza che è in me perché il pensiero non mi mostrerà di cosa si tratta. Ora, lei sta dicendo che “intelligenza è percezione”.

K: Ma stiamo chiedendoci se la sofferenza possa mai terminare: questo è il problema.

DB: Sì, ed è chiaro che il pensiero non può farla cessare.

K: Il pensiero non può farlo, questo è il punto. Se ho un insight a riguardo...

DB: Dunque, questo insight avverrà per mezzo dell’azione della mente, attraverso l’intelligenza e l’attenzione.

K: Quando si è in presenza di quell’insight, l’intelligenza spazza via la sofferenza.

DB: Sta dicendo che, grazie a questo insight, si verifica un contatto tra la mente e la materia che rimuove l’intera struttura fisicochimica che ci fa vivere nella sofferenza.

K: Esattamente, in questo porre fine accade una mutazione delle cellule cerebrali.

DB: È così, e questa mutazione spazza via l’intera struttura che ci fa soffrire.

K: Sì, è proprio così. Perciò è come se, avendo seguito una certa tradizione, improvvisamente io cambiassi quella consuetudine, e questo provocasse un cambiamento nell’intero cervello; si è sempre mosso verso nord, e ora va verso est.

DB: È ovvio che stiamo affermando cose che sono, dal punto di vista delle idee tradizionali nelle scienze, radicalmente diverse. Se accettiamo che la mente è diversa dalla materia, allora la gente potrebbe trovare difficile affermare che la mente possa in realtà...

K: Non direbbe che la mente è pura energia?

DB: Be’, potremmo metterla in questo modo, però anche la materia è energia.

K: Ma la materia è limitata, il pensiero è limitato.

DB: Stiamo, forse, dicendo che la pura energia della mente è capace di raggiungere l’energia limitata della materia?

K: Sì, corretto; e cambia anche le limitazioni.

DB: Rimuove alcune delle limitazioni.

K: Quando si è in presenza di un fatto complesso, di un problema, di una sfida che si sta affrontando.

DB: Potremmo anche aggiungere che tutti i modi tradizionali per risolvere questo punto non possono funzionare...

K: No, non hanno mai funzionato.

DB: Bene, non è abbastanza. Dobbiamo dire, affinché le persone cessino di continuare a sperare di cambiare in quel modo, che non è assolutamente possibile farcela.

K: Non possono farcela.

DB: In quanto il pensiero non può giungere nelle cellule, alle proprie radici fisiche e chimiche, e non può compiere nulla che possa cambiarle.

K: Sì, il pensiero non può generare un cambiamento in se stesso.

DB: Allo stesso tempo, nonostante questo, tutto quello che l’uomo ha cercato di fare è basato sul pensiero. È ovvio che esiste una particolare dimensione dove questo funziona, ma noi non possiamo fare nulla circa il futuro dell’umanità da questo approccio abituale.

K: Quando si ascoltano i politici, che sono così attivi nel mondo, si nota che creano problemi su problemi e che per loro il pensiero, gli ideali, sono le cose più importanti.

DB: Generalmente parlando, nessuno conosce niente di diverso da questo.

K: Esattamente. Stiamo dicendo che il vecchio strumento del pensiero è liso, fatta eccezione per alcune aree.

DB: Non è mai stato adeguato, a eccezione di quelle poche aree.

K: Ovviamente.

DB: Inoltre, fin da quando la storia esiste, l’uomo è stato sempre nei guai.

K: L’uomo è stato sempre nei guai, nel tormento, nella paura. Mettendosi di fronte a tutta la confusione del mondo, può mai esserci una soluzione a tutto ciò?

DB: Questo ci riporta alla domanda che vorrei riformulare. Sembra che esistano pochissime persone che parlano di questo problema, e forse pensano di sapere, o forse meditano, e così via. Ma come può questo avere un reale effetto sulla vasta corrente dell’umanità?

K: Probabilmente, molto poco. Ma perché dovrebbe avere un effetto? Potrebbe e non potrebbe, ma allora ci si può chiedere quale sia la sua vera utilità.

DB: Esattamente, questo è il punto. Credo che si verifichi una sensazione istintiva che fa formulare questa domanda.

K: Ma io credo che sia la domanda sbagliata.

DB: Vede, il primo istinto è quello di dire: “Cosa si può fare per arrestare questa tremenda catastrofe?”.

K: Si, ma ognuno di noi, chiunque ascolti, vede la verità che il pensiero, nella sua attività, sia all’esterno che interiormente, ha creato una confusione tremenda, un’enorme sofferenza; allora ci si deve inevitabilmente chiedere se ci sarà mai una fine a tutto ciò. Se il pensiero non può portare a termine questa situazione, cosa potrà farlo?

Quale sarà il nuovo mezzo che metterà fine a tutta questa sofferenza? Vede, c’è un nuovo strumento che è la mente, che è intelligenza, ma la difficoltà risiede nel fatto che la gente non darà attenzione a tutto questo. Sia gli scienziati che la gente comune come noi sono tutti giunti alla conclusione che non daranno ascolto a tutto ciò.

DB: Sì, bene, questo è proprio quello che intendevo quando dicevo che poche persone non sembrano avere un gran peso sugli altri.

K: Naturalmente. Dopotutto, io penso che poche persone hanno cambiato il mondo: migliorandolo o peggiorandolo, non è il punto. Hitler, ma anche i comunisti, l’hanno fatto, ma hanno tutti seguito lo stesso modello, ancora una volta. La rivoluzione fisica non ha mai cambiato psicologicamente la condizione umana.

DB: Lei pensa che sia possibile che un certo numero di cervelli che vengono in contatto con la mente in quel modo siano capaci di influenzare l’umanità, oltre l’immediato, evidente effetto della loro comunicazione? Intendo dire, ovviamente, che chiunque cambi può comunicare con gli altri nel modo consueto, e che ciò avrà un piccolo effetto; ma ora siamo di fronte alla possibilità di qualcosa di completamente diverso.

K: Esattamente, è così. Ma come può lei comunicare, (ci ho pensato spesso), questo sottile e, al tempo stesso, complesso argomento a un’altra persona che è radicata nella tradizione, che è condizionata e che non spenderà nemmeno il tempo per ascoltarla, o per prendere in considerazione ciò che lei sta dicendo?

DB: Ebbene, questo è il punto. Vede, lei può dire che questo condizionamento non è assoluto, che non può essere un blocco assoluto, altrimenti non esisterebbe alcuna possibilità di uscirne, si potrebbe pensare che il condizionamento abbia un certo grado di permeabilità.

K: Intendo dire, dopotutto, il papa non ci ascolterebbe, ma il papa ha un’influenza enorme.

DB: È possibile che ogni persona abbia qualcosa da ascoltare, se potesse scoprirlo?

K: Se avesse un po’ di pazienza. Ma chi è che ascolta? I politici non ascolterebbero, gli idealisti nemmeno, i fanatici non ascolterebbero, e nemmeno le persone profondamente condizionate religiosamente. Quindi, forse, una persona cosiddetta ignorante, non altamente educata o condizionata dalla propria carriera, o dai soldi, il pover’uomo che dice: “Sto soffrendo, per favore smettiamola”.

DB: Ma neanche lui ascolta, vede, vuole solo trovare un lavoro.

K: Ovviamente, egli dice: “Prima sfamatemi”. Abbiamo analizzato la questione per sessant’anni. L’uomo povero non ascolterà, il ricco nemmeno, e neanche l’educato e il credente profondamente condizionato dai dogmi religiosi. Forse è come un’onda nel mondo: potrebbe afferrare qualcuno. Credo che domandarsi se questo avrà un risultato nel mondo sia sbagliato.

DB: Sì, va bene. Diciamo che questo introdurrebbe il tempo e quindi il divenire. Porterebbe in questione la psiche e il processo del divenire nuovamente.

K: Sì, ma se lei dice... deve avere un effetto sull’umanità...

DB: Sta forse suggerendo che ha un effetto sull’umanità attraverso la mente, direttamente, piuttosto che attraverso...

K: Sì, potrebbe non rivelarsi immediatamente nell’azione.

DB: Sta prendendo molto seriamente ciò che ha detto in precedenza sulla mente che è universale, non collocata nel nostro spazio ordinario, che non è separata...

K: Sì, ma c’è un pericolo nell’affermare che la mente è universale. È ciò che alcuni affermano sulla mente, ed è diventata una tradizione.

DB: Ovviamente, uno può trasformarlo in un’idea.

K: È proprio questo il pericolo, questo è ciò che sto dicendo.

DB: Sì, ma in realtà il punto è che noi dobbiamo venire in diretto contatto con questo, affinché diventi reale. Giusto?

K: Sì, è così. Possiamo venire in contatto con ciò solo quando il sé non è presente. Per dirlo molto semplicemente, quando non compare il sé c’è bellezza, silenzio, spazio; solo allora quell’intelligenza, che è nata dalla compassione, opera nel cervello: è molto semplice.

Da The Future of Humanity, copyright (c) 1986, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

25. Saanen, 25 luglio 1983

Domanda: Potremmo parlare del cervello e della mente? Il pensiero prende forma, materialmente, nelle cellule cerebrali; ecco, possiamo definirlo così: il pensiero è un processo materiale. Se l’attività del pensare si ferma e si è in presenza di una percezione priva di qualsiasi pensiero, che cosa accade al cervello? Sembrerebbe che lei dica che la mente trova il suo posto fuori dal cervello, ma dov’è che il movimento della percezione pura prende forma se non in qualche parte del cervello? E come sarà mai possibile che una mutazione possa manifestarsi nelle cellule cerebrali se la percezione pura non ha alcun tipo di rapporto con il cervello?

Krishnamurti: Avete compreso tutti la domanda? Per prima cosa, chi pone la domanda differenzia la mente dal cervello, poi chiede se la percezione accade del tutto fuori dal cervello, che significa che il pensiero non è il movimento della percezione; e chiede anche cosa accade alle cellule cerebrali stesse, che sono condizionate dal passato, se la percezione avviene fuori dal cervello, ovvero fuori dal processo pensante, mnemonico. Ci sarà mai una mutazione nelle cellule cerebrali se la percezione è fuori da queste? E chiaro?

Cominciamo, dunque, con il cervello e la mente. Il cervello è una funzione materiale, è un muscolo d’accordo? come lo è il cuore, e le cellule cerebrali contengono tutta la memoria. Per favore, non sono uno specialista del cervello, non ho nemmeno studiato il lavoro degli esperti, ma ho vissuto a lungo e osservato molto, non solo le reazioni degli altri, (cosa dicono, cosa pensano, cosa vogliono dirmi), ma anche il modo in cui il cervello reagisce. Il cervello si è evoluto nel tempo da una singola cellula, impiegando milioni di anni, fino a raggiungere la forma dei primati e, successivamente, ancora per milioni di anni fino a giungere all’uomo eretto e al cervello umano. Il cervello è contenuto nella scatola cranica, ma può andare oltre il suo contenitore. Potete sedere qui e pensare alla vostra terra, alla vostra casa, ed essere immediatamente lì, con il pensiero, è ovvio, non fisicamente. Il cervello è dotato di straordinarie capacità, tecnologicamente ha compiuto le cose più straordinarie.

Quindi, il cervello ha davvero enormi capacità. È stato condizionato dalle limitazioni del linguaggio, non il linguaggio in sé, ma le limitazioni del linguaggio. E stato condizionato dal clima in cui vive, dal cibo che mangia, dalla società in cui vive (e questa stessa società è stata generata dal cervello); la società non è diversa dalle attività cerebrali. È stata condizionata da milioni d’anni d’esperienza, di conoscenza accumulata e basata su quell’esperienza, che è la tradizione. Sono inglese, tu sei tedesco, lui è hindu, l’altro è nero, lui è questo, lui è quello, (tutte le divisioni nazionalistiche, che sono divisioni tribali), e i condizionamenti religiosi. Il cervello è condizionato in questo modo, ha una straordinaria capacità, ma è stato condizionato e quindi è limitato. Non è limitato nel campo tecnologico, con i computer e tutto il resto, ma è molto, molto limitato a proposito della psiche. I saggi hanno detto: “Conosci te stesso”, fin dai tempi dei greci, degli antichi hindu, e via dicendo. Hanno studiato la psiche degli altri, ma non hanno mai studiato la propria. Si studiano i roditori, i piccioni, le scimmie e quant’altro, ma non si dice mai: “Voglio osservare me stesso. Sono ambizioso, avido, invidioso, competo con il mio vicino, con i miei colleghi scienziati...”. Si tratta della stessa psiche che è esistita per migliaia d’anni; nonostante tecnologicamente, lì fuori, siamo nel mondo delle meraviglie, interiormente siamo dei primitivi. Giusto?

Quindi, il cervello, nel mondo della psiche, è limitato, primitivo. Si può infrangere questa limitazione? Può questo limite che è il sé, l’ego, il “me”, l’interesse autocentrato, può tutto ciò essere spazzato via? Che significa che il cervello, a quel punto, è incondizionato: capite cosa sto dicendo? Allora non ci sarà paura. Adesso, la gran parte di noi vive nella paura, è ansiosa, terrorizzata da quello che potrebbe accadere, spaventata dalla morte, da dozzine e dozzine di cose. Si può gettare via tutto questo ed essere freschi? In questo modo il cervello sarebbe libero e il suo rapporto con la mente sarebbe completamente diverso. Questo significa far sì che non ci sia l’ombra del sé, ed è straordinariamente arduo: far sì che il “me” non entri in nessun campo. Il sé si nasconde in mille modi diversi, sotto ogni pietra, può nascondersi nella compassione andare in India a occuparsi di persone povere perché il sé è attaccato alle idee, alla fede, alle conclusioni, alle credenze, che fanno sì che io sia compassionevole perché amo Gesù, o Krishna, e andrò in paradiso. Il sé ha molte maschere, la maschera della meditazione, quella del conquistate il massimo, la maschera dell’“io sono illuminato”, dell’“io so di che cosa sto parlando”. Tutta questa preoccupazione circa l’umanità è un’altra maschera. Per questo motivo si deve essere dotati di un cervello straordinario, sottile, veloce, in modo da vedere dove il sé si sta mascherando. C’è bisogno di grande attenzione, osservazione, osservazione, osservazione: voi non farete nulla di tutto ciò. Probabilmente siete troppo pigri o vecchi e dite: “Per l’amor del cielo, non ne vale la pena, lasciatemi in pace”. Ma se si vuole approfondire tutto ciò, bisogna osservare come falchi, ogni singolo movimento del pensiero, ogni movimento reattivo, così che il cervello possa essere libero dal suo stesso condizionamento. Chi sta parlando, lo fa per se stesso e non per qualcun altro. Potrebbe ingannarsi, potrebbe pretendere di sapere una cosa piuttosto che un’altra: capite? Potrebbe essere così, voi non potete saperlo. Quindi siamo molto scettici, dubbiosi e facciamo domande, senza accettare quello che uno dice.

Dunque, tornando al nostro argomento, quando il cervello non è condizionato, non degenera più. Quando invecchiate, non parlo di voi, ma diciamo generalmente, quando le persone diventano sempre più vecchie, cominciano a perdere la memoria, i loro cervelli cominciano a perdere colpi, cominciano a comportarsi in modo strano, sapete di cosa sto parlando. La degenerazione non è un fenomeno meramente americano, la degenerazione inizialmente prende forma nel cervello. E quando il cervello è completamente libero dal sé e, quindi, non più condizionato, solo allora ci si potrà chiedere: “Che cos’è la mente?”.

Gli antichi hindu indagavano nella mente e hanno formulato diverse affermazioni; ma se facciamo piazza pulita di tutto ciò, senza dover dipendere da niente e da nessuno, per quanto antichi o facenti parte della tradizione, che cos’è la mente?

Il nostro cervello è costantemente in conflitto e perciò è nel disordine. Questo cervello non può comprendere che cos’è la mente; la mente, (non la mia mente, ma la mente, la mente che ha creato l’universo, che ha creato le cellule, la mente che è pura energia e intelligenza), può relazionarsi al cervello solo quando questo è libero. Ma se il cervello è condizionato, non può esserci alcuna relazione. Non dovete credere a tutto ciò. L’intelligenza è l’essenza di quella mente, non l’intelligenza del pensiero, non l’intelligenza del disordine. Essa è puro ordine, pura intelligenza e quindi pura compassione. Quella mente ha una relazione con il cervello, quando questo è libero.

State ascoltando voi stessi o ascoltate me? State facendo entrambe le cose? State osservando le vostre stesse reazioni, il modo in cui il vostro cervello funziona? Ecco cos’è che accade, azione, reazione, avanti e indietro, avanti e indietro, e perciò non state ascoltando affatto. Ascoltate veramente solo quando questo movimento d’azione e reazione si ferma: e allora c’è solo un puro ascoltare. Guardate, il mare è in costante movimento, un’alta marea segue una bassa e così via, questa è la sua azione. Anche gli esseri umani vivono in questa azionereazione. Una mia reazione ne produce un’altra e così via, avanti e indietro. Perciò, quando c’è questo andare e tornare, naturalmente non c’è alcuna quiete. Nella quiete voi potete ascoltare il vero e il falso, non quando siete in preda dell’andare avanti e indietro. Almeno intellettualmente, a livello logico cercate di vedere che se c’è un costante movimento non potete ascoltare. Come potete ascoltare? Solo quando c’è il più assoluto silenzio potete ascoltare, giusto? Vedete la logica di questo fatto. È mai possibile arrestare questo movimento in avanti e indietro? Chi sta parlando dice che è possibile quando avete studiato voi stessi, quando siete scesi in voi stessi, molto profondamente; comprendetevi, solo allora potrete dire che quel movimento si è davvero estinto.

Tornando alla domanda, in essa si chiede: se la mente è all’esterno, non contenuta nel cervello, come può la percezione, che si manifesta solo quando non c’è attività del pensiero, generare una mutazione nelle cellule cerebrali, che sono parte di un processo materico?

Guardate, bisogna essere molto semplici. Questa è una delle nostre difficoltà, non affrontiamo mai le cose complesse in modo semplice. Si tratta di una domanda molto complessa, e noi dobbiamo cominciare in modo molto semplice per poter comprendere qualcosa di molto vasto. Quindi, iniziamo nel modo più semplice possibile. Nella tradizione, avete perseguito un certo sentiero, religiosamente, economicamente, socialmente, moralmente e così via, vi siete diretti sempre in una direzione per tutta la vita. Immaginiamo che io abbia fatto questo. Voi mi venite vicino e mi dite: “Guardi, la direzione che ha preso non porta da nessuna parte, genererà ancora più problemi, continuerete all’infinito a uccidervi l’un l’altro, avrete enormi difficoltà economiche”; e mi date anche delle belle spiegazioni logiche, con esempi e tutto il resto. Ma io dico: “No, scusate, ma questo è il mio modo di fare le cose”, e continuo a camminare nella stessa direzione. Gran parte della gente fa proprio così, il novantanove per cento delle persone si comporta così, inclusi i guru, i filosofi, quelli appena realizzati, gli illuminati. Voi mi venite incontro e mi dite: “Guardi, quello è un sentiero pericoloso, non si muova in quella direzione, cambi completamente direzione”. Allora mi convincete, me ne mostrate la logica, la ragione, quanto sia sano, e quindi io mi giro e cambio completamente direzione. Che cosa è accaduto al cervello? Siate semplici. Essendo andato sempre in quella direzione, improvvisamente la cambia e in questo mutare le stesse cellule cerebrali sono cambiate. Capite? Ho rotto con la tradizione. E molto semplice. Ma la tradizione è così forte, le sue radici affondano nella mia esistenza presente e voi mi chiedete di fare qualcosa che mi fa ribellare contro di esse, e quindi non ascolto. O, invece, ascolto per comprendere se ciò che state dicendo sia vero o falso; voglio sapere la verità della questione, non i miei desideri, i miei piaceri, voglio conoscere la verità e perciò, essendo molto serio, ascolto con tutto me stesso e osservo che voi avete ragione. Mi sono mosso, giusto? In quel movimento c’è una mutazione delle cellule cerebrali: è esattamente e semplicemente così.

Guardate, supponiamo che io sia un cattolico praticante o un hindu, e voi venite e mi dite: “Senta, non sia sciocco, tutto questo è privo di senso, si tratta solo di tradizioni, parole prive di significato, nonostante le parole abbiano, nel tempo, accumulato significato”. Comprendete? Voi mi indicate questo fatto e io vedo che state dicendo la verità, mi muovo, sono libero da quel condizionamento, quindi si verifica un cambiamento, una mutazione nel cervello. Sono stato cresciuto nella paura, noi tutti siamo stati educati a conviverci, non con la paura specifica di qualcosa, ma con il timore. Arrivate da me e mi dite che questa situazione può essere cambiata; istintivamente io dico: “Mostratemelo, procediamo assieme, scopriamolo assieme”. Voglio scoprire se quello che dite è vero o falso, se la paura può veramente terminare. Quindi, passo del tempo a parlare con voi, voglio scoprire, imparare, così che il mio cervello sia attivo e faccia delle scoperte da solo, senza che gli venga detto cosa deve fare. Dunque, nel momento in cui comincio a indagare, a lavorarci su, a guardare, osservare l’intero movimento della paura, allora lo accetto e mi dico: “Bene, mi piace vivere nella paura”, oppure mi muovo, cambio direzione. Quando vedete questo con chiarezza, si verifica una mutazione nelle cellule cerebrali.

È così semplice, se solo poteste guardare queste cose con molta semplicità. Quando c’è percezione, per farla un pochino più complicata, proprio nelle cellule cerebrali, senza alcuno sforzo, senza desiderio o alcuna motivazione particolare, si verifica una mutazione. La percezione accade quando c’è un’osservazione senza il movimento del pensiero, quando c’è l’assoluto silenzio della memoria, che è tempo, che è pensiero. Osservate qualcosa senza il passato, fatelo. Guardate chi vi sta parlando senza tutti i ricordi che avete accumulato su di lui, guardatelo, o guardate vostro padre, vostra madre, vostro marito, moglie, ragazza e così via. Non è importante cosa state osservando, ma fatelo senza che alcun ricordo, o ferita, o alcun senso di colpa vengano a intromettersi. Osservate semplicemente. Quando osservate senza pregiudizio, allora c’è libertà da ciò che è stato.

Dal resoconto dell’incontro pubblico di domande e risposte tenuto a Saanen 25 luglio 1983, copyright (c) 1983/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

26. Brockwood Park, 30 agosto 1983: da The World of Peace

Tutto ciò che stiamo dicendo è: il pensiero è necessario in alcune aree, non lo è in altre. Capire dove il pensiero non è necessario richiede un gran lavoro d’osservazione, d’attenzione, di cura. Siete d’accordo? Ma noi siamo così impazienti, vogliamo raggiungere tutto subito, velocemente, è come prendere una pillola per il mal di testa: non scopriamo mai le cause del mal di testa.

Da The World of Peace, incontro pubblico di domande e risposte tenuto a Brockwood Park il 30 agosto 1983, copyright (c) 1985, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

27. Brockwood Park, 25 agosto 1984

Chi vi sta parlando sta, forse, raccontando favole? O sta descrivendo la realtà? E questa realtà è che non c’è amore. Si può parlare dell’amore: “Oh, l’amo così tanto!”, conoscete questa faccenda molto bene, la dipendenza, l’attaccamento, la paura, l’antagonismo, la gelosia crescente, l’intero meccanismo delle relazioni umane, con tutta la sua agonia, timore, perdita, guadagno, disperazione, depressione. Come può tutto questo finire, così che si possano avere delle relazioni reali tra noi, tra uomini e donne? Con la conoscenza reciproca? Per favore, osservate questo punto, prendetelo in considerazione. “Conosco mia moglie”, che cosa significa? Quando dite: “La conosco, è mia moglie”, che cosa intendete dire? O la mia ragazza, o chiunque sia, si tratta forse di tutto il piacere, il dolore, l’ansia, la gelosia, lo sforzo, la lotta per conquistare quei pochi momenti fugaci di tenerezza? Tutto questo è parte dell’amore? L’attaccamento è amore? Vi sto facendo queste domande, approfonditele, scoprite di che cosa si tratta. Si è attaccati alla propria moglie, enormemente attaccati; che cosa è implicito nell’attaccamento? Non ce la faccio da solo, quindi devo dipendere da qualcuno, che sia la moglie, il marito, o lo psichiatra o un guru e tutte quelle fesserie! Dove c’è attaccamento, c’è il timore della perdita, un senso di possesso profondo e, conseguentemente, una paura costantemente nutrita. Sapete di cosa sto parlando.

Possiamo metterci di fronte alla realtà dei nostri rapporti e scoprire da soli quale sia il ruolo che vi gioca il pensiero? Come abbiamo detto, il pensiero è limitato, questo è un fatto; se nei nostri rapporti il pensiero è un fattore prominente, essendo questo limitato, le nostre relazioni stesse saranno limitate, e quindi inevitabilmente destinate al conflitto. C’è conflitto tra arabi e israeliani perché ognuno è attaccato ai propri condizionamenti, che significa essere programmati: ogni essere umano è programmato come un computer. Suona crudele, ma si tratta di un fatto, una realtà. Quando fin dall’infanzia vi si dice che siete indiano e che appartenete a una certa confessione e a un ceto sociale, vi si condiziona, e così, per il resto della vostra vita, sarete indiani, inglesi, francesi, russi o cos’altro.

Le nostre relazioni, che dovrebbero essere la cosa più straordinaria della vita, diventano la causa prima del suo spreco: stiamo sprecando la vita nei nostri rapporti. Quando osservate realmente questa cosa, le date attenzione, allora comprendete in profondità la natura del pensiero e del tempo, che non ha nulla da spartire con l’amore. Il pensiero, il tempo, sono un movimento del cervello, e l’amore è fuori dal cervello. Per favore, approfondite questo punto con grande cura, perché ciò che è nella scatola cranica è molto importante, il suo funzionamento, identificarne i blocchi, la causa del suo limite, capire perché vi sia una perenne sensazione di chiacchericcio, pensiero dopo pensiero, una serie di associazioni, reazioni, risposte, l’intero magazzino della memoria; e la memoria, ovviamente, non è amore. Dunque, l’amore non può essere, e non è, nel cervello, nella scatola cranica, e quando noi viviamo meramente all’interno del cervello tutto il tempo, tutti i giorni della nostra vita, a pensare, pensare, pensare, problema dopo problema, in altre parole viviamo dentro le limitazioni, allora siamo destinati al conflitto e alla sofferenza.

Dal resoconto del discorso pubblico tenuto a Brookwood Park il 25 agosto 1984, copyright (c) 1984/1993, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

28. Madras, 2 gennaio 1983: – da Mind Without Measure

Che cos’è la compassione? Non la sua definizione, che potete trovare sul vocabolario. Qual è la relazione tra l’amore e la compassione, o sono lo stesso movimento? Quando si usa la parola “relazione”, viene a essere implicata una dualità, una separazione, ma noi stiamo chiedendo qual è il ruolo che l’amore ha nella compassione, o è forse l’amore l’espressione più alta della compassione? Come potete essere compassionevoli se appartenete a una religione, o se siete seguaci di un guru, se credete in qualcosa, nelle scritture e così via, o se siete attaccati a una conclusione? Quando accettate il vostro guru, avete raggiunto una conclusione; e quando credete fortemente in Dio, o in un salvatore, questo o quello, può esserci compassione? Potrete essere impegnati in lavori per la comunità, aiutare i poveri, mossi dalla pietà, dalla simpatia, dalla carità, ma tutto questo è amore e compassione? Nel comprendere la natura dell’amore con quella particolare qualità data dalla mente nel cuore, c’è intelligenza. L’intelligenza è la comprensione o la scoperta di cos’è l’amore. L’intelligenza non ha nulla a che vedere con il pensiero, con l’abilità o con il sapere. Potreste essere molto abili nei vostri studi, nel vostro lavoro, capaci di discutere con destrezza, ragionevolmente, ma questa non è intelligenza. L’intelligenza è con l’amore e con la compassione, e non potete giungervi come individui. La compassione non è mia o tua, non più di quanto il pensiero sia tuo o mio. Quando c’è intelligenza, non c’è “me” e “te”, essa non risiede nella tua o nella mia mente. Quell’intelligenza, che è suprema, è ovunque. È quell’intelligenza che muove la terra e i cieli e le stelle, perché quella è la compassione.

Da Mind Without Measure, copyright (c) 1983, Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.

Except where otherwise noted, content on this site is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International license.
Feedback
Web Statistics