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Sulla verità

Sulla verità
Titolo originale dell’opera: ON TRUTH (Harper, San Francisco)
Traduzione di Antonella Comba

La religione significa esplorare con dubbio, fare domande con scetticismo, investigare che cos’è la verità. Questa è la religione.

Ojai, 2 maggio 1981

Prefazione

Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895. All’età di tredici an­ni venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il vei­colo di quel “maestro del mondo” del quale stava annunciando l’av­vento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un maestro effi­cace, senza compromessi e difficilmente classificabile: i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in particolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un mes­sia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sofferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito intorno e di­chiarò che la verità è una “terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre grandi folle in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle discepo­li e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo inse­gnamento sta l’aver compreso che i cambiamenti fondamentali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi limitanti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krish­namurti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta della sua capacità di attrarre un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla sua morte, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dia­loghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa nuova collana di libri destinati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni libro della collana punta su un argomento particolarmente significativo per la nostra vita quotidiana.

1. Pune, 3 ottobre 1948

Domanda: Lei dice che la memoria è esperienza incompleta. Ho un ricordo e un’impressione vivida dei suoi discorsi precedenti. In che senso questa è un’esperienza incompleta? Per favore, ce lo spie­ghi nei particolari.

Krishnamurti: Cosa intendiamo per memoria? Andate a scuola, e vi riempite di fatti, di conoscenza tecnica. Se siete ingegneri, usate il ricordo della conoscenza tecnica per costruire un ponte. Questa è la memoria fattuale. C’è anche la memoria psicologica. Voi mi avete detto qualcosa di piacevole o spiacevole, e io me ne ricordo; e la prossima volta che vi vedrò, vi incontrerò con quel ricordo, il ricor­do di ciò che avete detto o che non avete detto.

Quindi ci sono due aspetti della memoria: l’aspetto fattuale e quello psicologico. Essi sono sempre correlati, e perciò non chiaramente distinti. Sappiamo che la memoria fattuale è indispensabile come mezzo di sostentamento. Ma la memoria psicologica è anch’es­sa indispensabile? E qual è il fattore che conserva la memoria psico­logica? Che cosa fa sì che ci si ricordi l’insulto o la lode? Perché si serbano alcuni ricordi e se ne scartano altri? Ovviamente, si conser­vano i ricordi piacevoli e si evitano quelli spiacevoli. Se osservate at­tentamente, vedrete che i ricordi dolorosi vengono messi da parte più rapidamente di quelli gradevoli. E la mente è ricordo, a qualsiasi livello, con qualunque nome la chiamiate; la mente è il prodotto del passato, è fondata sul passato, che è ricordo, uno stato condizionato.

Ora, con quel ricordo andiamo incontro alla vita, affrontiamo una nuova sfida. La sfida è sempre nuova, e la nostra reazione è sempre vecchia, perché è il risultato del passato. Così fare un’esperienza priva di ricordi è una situazione di un certo tipo, e fare un’esperienza accompagnata dai ricordi è una situazione di un altro tipo. Vale a dire, c’è una sfida, che è sempre nuova. La affronto con la reazione, con la condizione del vecchio. Che succede allora? Assimilo il nuovo senza capirlo, e l’esperienza del nuovo è condizionata dal passato. Pertanto c’è una comprensione parziale del nuovo, non c’è mai una comprensione completa. Solo quando c’è completa comprensione di qualcosa questo non lascia la cicatrice del ricordo.

Quando c’è una sfida, che è sempre nuova, voi la affrontate con la reazione del vecchio. La vecchia reazione condiziona la nuova e quindi la deforma, le fornisce un pregiudizio. Di conseguenza non c’è una comprensione completa del nuovo; perciò il nuovo è assorbito nel vecchio, e così lo rafforza. Può sembrare astratto, ma non è difficile da capire se lo esaminate a fondo e un po’ più attentamente. La situazione nel mondo al giorno d’oggi richiede un nuovo approc­cio, un modo nuovo di affrontare il problema del mondo, che è sem­pre nuovo. Siamo incapaci di affrontarlo perché lo facciamo con la nostra mente condizionata, con i pregiudizi nazionali, locali, familia­ri e religiosi. Vale a dire, le nostre esperienze precedenti fanno ostacolo alla comprensione della nuova sfida, così noi continuiamo a col­tivare e a rafforzare la memoria e di conseguenza non capiamo mai il nuovo; non facciamo mai completamente fronte alla sfida. Solo quando siamo capaci di affrontare la sfida in modo nuovo, ricominciando daccapo, senza il passato, questo porta frutto, arricchisce.

La domanda era: “Ho un ricordo e un’impressione vivida dei suoi discorsi precedenti. In che senso questa è un’esperienza incomple­ta?”. Ovviamente, è un’esperienza incompleta se è soltanto un’im­pressione, un ricordo. Se voi capite che cosa è stato detto e ne vedete la verità, quella verità non è un ricordo. La verità non è un ricordo perché è sempre nuova, nell’atto costante di trasformarsi. Voi avete un ricordo del discorso precedente. Perché? Perché state usando il discorso precedente come una guida, non lo avete capito completamente. Volete esaminarlo a fondo, e consciamente o inconsciamente esso viene conservato. Ma se capite qualcosa completamente, cioè vedete integralmente la verità di qualcosa, vi accorgerete che non ri­mane alcun ricordo.

La nostra educazione è la coltivazione della memoria, il rafforzamento della memoria. I vostri rituali e le vostre pratiche religiose, leletture e la conoscenza sono tutti un rafforzamento della memoria. Con ciò cosa intendiamo? Perché rimaniamo attaccati alla memoria? Non so se avete notato che, invecchiando, guardate al passato, alle sue gioie, alle sue sofferenze e ai suoi piaceri; e, se siete giovani, guardate al futuro. Perché facciamo questo? Perché i ricordi diven­tano così importanti? Per la semplice e ovvia ragione che non sap­piamo come vivere nel presente in modo pieno, completo. Stiamo usando il presente come un mezzo per il futuro, quindi il presente non ha significato. Non possiamo vivere nel presente perché lo stiamo usando come un punto di passaggio per il futuro. Poiché sto diventando qualcosa, non c’è mai una comprensione completa di me stesso, e la comprensione di me, di chi sono esattamente adesso, non richiede la coltivazione della memoria. Al contrario, il ricordo è un ostacolo alla comprensione di ciò che è.

Non so se avete notato che un pensiero nuovo, una nuova sensa­zione, sorge soltanto quando la mente non è catturata nella rete del ricordo. C’è un intervallo tra due pensieri, tra due ricordi, e quando si riesce a conservare questo intervallo, allora da esso proviene un nuovo modo di essere che non & più un ricordo. Abbiamo ricordi e coltiviamo la memoria come mezzo di continuità. Vale a dire, l’“io” e il “mio” divengono molto importanti finché esiste la coltivazione della memoria; e, dal momento che la maggior parte di noi è costituita dall’“io” e dal “mio”, il ricordo svolge un ruolo molto importante nella nostra vita. Se non aveste memoria, i vostri beni, la vostra famiglia, le vostre idee non sarebbero importanti in quanto tali; così, per dare forza all’“io” e al “mio”, coltivate la memoria. Ma se osservate, vedrete che c’è un intervallo tra due pensieri, tra due emozioni. In quell’in­tervallo, che non è il prodotto della memoria, c’è una libertà straor­dinaria dall’“io” e dal “mio”, e quell’intervallo è senza tempo.

Guardiamo il problema in un modo diverso. Sicuramente la memoria è tempo, non è vero? Cioè la memoria crea lo ieri, l’oggi e il domani. Il ricordo di ieri condiziona l’oggi e perciò dà forma al domani. In altre parole, il passato crea il futuro attraverso il presente. C’è un processo temporale in atto, che è la volontà di divenire. La memoria è tempo, e attraverso il tempo noi speriamo di conseguire un risultato. Al presente sono un impiegato e, con il tempo e con la possibilità, diverrò il direttore o il proprietario. Perciò devo avere tempo; e con la stessa mentalità diciamo: “Raggiungerò la realtà, mi avvicinerò a Dio”. Quindi devo avere tempo per realizzarmi, il che significa che devo coltivare la memoria, rafforzarla con la pratica, con la disciplina, per essere qualcosa, per raggiungere, ottenere, il che significa continuare nel tempo. Così attraverso il tempo noi spe­riamo di raggiungere il senza tempo, attraverso il tempo speriamo di giungere all’eterno. Potete farlo? Potete catturare l’eterno nella rete del tempo, attraverso la memoria, che appartiene al tempo?

Il senza tempo può esserci solo quando il ricordo, che è l’“io” e il “mio”, cessa. Se vedete la verità di tutto ciò (che attraverso il tempo il senza tempo non può essere capito o accolto) allora possiamo esami­nare a fondo il problema della memoria. Il ricordo delle nozioni tec­niche è essenziale; ma la memoria psicologica che conserva il sé, l’“io” e il ‘mio’, che genera l’identificazione e la continuità del sé, è del tutto dannosa per la vita e la realtà. Quando si vede la verità di tutto questo, il falso si dilegua; di conseguenza, non c’è ritenzione psicolo­gica dell’esperienza di ieri.

Vedete un bel tramonto, un albero magnifico in un campo, e quando lo vedete per la prima volta ne traete piacere in modo completo, assoluto; ma poi ritornate a esso con il desiderio di go­derne di nuovo. Cosa succede quando lo fate? Non c’è piacere, perché è il ricordo del tramonto di ieri che ora vi fa ritornare, che vi spinge, vi sollecita a provare piacere. Ieri non c’era ricordo, solo un apprezzamento spontaneo, una risposta diretta; ma oggi siete desiderosi di ritrovare l’esperienza di ieri. In altre parole, il ricordo interferisce fra voi e il tramonto; quindi non c’è godimento, né ric­chezza, né piena bellezza. Di nuovo, avete un amico che ieri vi ha detto qualcosa, un insulto o un complimento, e conservate quel ri­cordo; e con quel ricordo oggi incontrate il vostro amico. Non in­contrate realmente il vostro amico: portate con voi il ricordo di ie­ri, che interferisce; e andiamo avanti così, circondando noi e le no­stre azioni di ricordi, e di conseguenza non c’è novità, non c’è freschezza. Ecco il motivo per cui il ricordo rende la vita faticosa, noiosa e vuota.

Noi viviamo l’uno in antagonismo con l’altro perché l’“io” e il ‘mio’ si rafforzano attraverso la memoria. Il ricordo si risveglia attra­verso l’azione nel presente; diamo vita al ricordo attraverso il presen­te, ma quando non diamo vita al ricordo, esso si dissolve. E così il ri­cordo dei fatti, delle nozioni tecniche, è un’evidente necessità, ma lamemoria come ritenzione psicologica è dannosa alla comprensione della vita, alla comunione reciproca.

Domanda: Lei ha detto che quando la mente conscia è tranquilla, il subconscio proietta se stesso. Il subconscio è un’entità superiore? Non è necessario dare sfogo a tutto ciò che è nascosto nei labirinti del subconscio al fine di decondizionarsi? Come si può affrontare questo problema?

Krishnamurti: Mi chiedo quanti di noi sono consapevoli che c’è un subcon­scio, e che ci sono diversi strati nella nostra coscienza. Penso che la maggior parte di noi sia consapevole solo della mente superficiale, delle attività quotidiane, della coscienza superficiale che blatera in continuazione. Non siamo consapevoli della profondità, del valore e del significato degli strati nascosti; e saltuariamente, attraverso un so­gno, attraverso un accenno, attraverso un segno premonitore, diven­tiamo consapevoli che ci sono altri stati dell’essere. La maggior parte di noi è troppo affaccendata, troppo occupata con la propria vita, con i divertimenti, con i desideri sensuali, con la vanità, per essere consapevole di qualcosa che non sia superficiale. La maggior parte di noi passa la vita a lottare per il potere, politico o personale, per il posto, per il successo.

Ora, la domanda era: “Il subconscio è un’entità superiore?”. Que­sto è il primo punto. Esiste un’entità superiore separata dal processo del pensiero? Sicuramente, finché esiste il processo del pensiero, sebbene esso possa dividersi in superiore e inferiore, non ci può essere alcuna entità superiore, alcuna entità permanente separata da ciò che è transitorio. Allora dovremo esaminare questa domanda molto attentamente e capire il significato complessivo della coscien­za. Ho detto che quando avete un problema e ci avete pensato finché la vostra mente è stanca, ma non siete riusciti a trovare la rispo­sta, spesso succede che ci dormite sopra e al mattino avete la rispo­sta. Mentre la mente conscia è tranquilla, gli strati nascosti della mente inconscia sono al lavoro con il problema, e quando vi svegliate trovate la risposta. Sicuramente questo significa che gli strati na­scosti della mente non dormono quando voi andate a dormire, ma lavorano sempre.

Sebbene la mente conscia possa essere addormentata, quella inconscia, nei suoi diversi strati, è alle prese con quel problema, e naturalmente si proietta su quella conscia. Ora, la domanda è la seguente: si tratta di un’entità superiore? Ovviamente no. Cosa inten­dete per entità superiore? Intendete un’entità spirituale, un’entità che è oltre il tempo, non è vero? Siete pieni di pensieri, e un’entità a cui potete pensare non è certamente un’entità spirituale, è parte del pensiero; quindi, è figlia del pensiero, ancora all’interno del campo del pensiero. Chiamatela come volete, è ancora un prodotto del pensiero; pertanto è un prodotto del tempo, e non un’entità spirituale.

La domanda successiva è: “Non è necessario dare sfogo a tutto ciò che è nascosto nei labirinti del subconscio al fine di decondizio­narsi? Come si può affrontare questo problema?”. Come ho detto, la coscienza ha diversi strati. Innanzi tutto c’è lo strato superficiale, e sotto a questo c’è la memoria, perché senza memoria non c’è azione. Al di sotto di questa c’è il desiderio di essere, di diventare, il deside­rio di appagamento. Se andate ancora più in profondità, troverete uno stato di negazione totale, di incertezza, di vuoto. Questa totalità completa è la coscienza. Ora, finché c’è il desiderio di essere, di di­ventare, di raggiungere, di ottenere, c’è il rafforzamento dei numerosi strati di coscienza come l’“io” e il “mio”, il cui svuotamento può ve­rificarsi solo quando si capisce il processo del divenire. Vale a dire, finché c’è il desiderio di essere, di diventare, di raggiungere, la memoria è rafforzata, e da essa deriva l’azione, che condiziona ulteriormente la mente. Spero che tutto ciò vi interessi. Se non è così, non importa; ma andrò avanti, perché forse alcuni di voi sono consape­voli di questo problema.

La vita non è soltanto uno strato di coscienza, non è solo una fo­glia, solo un ramo: la vita è un processo completo, totale. Dobbiamo capire l’intero processo prima di poter capire la bellezza della vita, la sua grandezza, le sue pene, i suoi dolori e le sue gioie. Ora, per svuo­tare il subconscio, quindi per capire lo stato completo dell’essere, della coscienza, dobbiamo vedere di che cosa è fatto; dobbiamo essere consapevoli delle varie forme di condizionamento costituite dai ricordi di etnia, famiglia, gruppo, e così via, e dalle varie esperienze che non sono complete. Ora, questi ricordi si possono analizzare, si può prendere in considerazione ogni reazione, ogni ricordo, e distri­carlo, entrare completamente in esso e dissolverlo; ma per fare ciò sarebbe necessario un tempo infinito, pazienza e attenzione. Sicuramente esiste un approccio diverso al problema.

Chiunque ci abbia mai pensato conosce il processo che consiste nell’esaminare una reazione, analizzarla, seguirla e dissolverla, e fare così con ogni reazione; e se non si analizza completamente la reazio­ne, o si perde qualcosa in quell’analisi, allora si torna indietro e si passano lunghi giorni in questo processo infruttuoso. Ci deve essere un approccio diverso per decondizionare l’intera esistenza dei ricor­di, in modo che la mente possa essere nuova in ogni istante. Come bisogna procedere? Capite il problema? È questo: noi siamo abituati a incontrare la vita con vecchi ricordi, vecchie tradizioni, vecchie abitudini; incontriamo l’oggi con lo ieri. Ora, si può incontrare l’og­gi, il presente, senza il pensiero di ieri? Di certo questa è una nuova domanda, non è vero? Conosciamo il vecchio metodo di andare per gradi, analizzare ogni reazione, dissolverla attraverso la pratica, la di­sciplina e così via. Vediamo che un tale metodo richiede tempo; e quando usate il tempo come metodo per decondizionarvi, ovviamen­te esso non fa che rafforzare la condizione. Se uso il tempo come mezzo per liberarmi, in questo stesso processo divento condizionato.

Quindi cosa devo fare? Dal momento che è una nuova domanda, devo affrontarla in modo nuovo. Vale a dire, si può essere liberi im­mediatamente, istantaneamente? Ci può essere rigenerazione senza l’elemento del tempo, che non è altro che memoria? Io dico che la rigenerazione, la trasformazione, è ora, non domani, che tale trasfor­mazione può avvenire solo quando c’è completa libertà dallo ieri. Come si fa a liberarsi dallo ieri? Ora, quando pongo questa doman­da, che cosa sta succedendo alla vostra mente? Che cosa sta succe­dendo alla vostra mente quando vedete che la vostra mente deve essere nuova, che il vostro ieri deve andarsene? Quando comprendete questa verità, qual è lo stato della vostra mente? Se volete capire un dipinto moderno, non dovete ovviamente accostarvi a esso con la vo­stra formazione classica. Se lo ammettete come un dato di fatto, che cosa succede alla vostra formazione classica? La vostra formazione classica è assente quando c’è l’intenzione di capire un dipinto mo­derno: la sfida è nuova, e voi riconoscete che non potete capirlo attraverso lo schermo di ieri. Quando vedete la verità di ciò, allora lo ieri se n’è andato, c’è una purificazione completa da esso.

Dovete vedere la verità che lo ieri non può trasformare il presen­te. Solo la verità decondiziona completamente, e vedere la verità di ciò che è richiede un’attenzione enorme. Dal momento che non c’è completa attenzione finché c’è distrazione, che cosa intendiamo per distrazione? Quando avete svariati interessi fra i quali scegliete, e fis­sate la vostra mente su quello che avete scelto, allora chiamate di­strazione qualsiasi altro interesse che distolga la mente da quello centrale. Ora, potete scegliere un interesse e concentrarvi su di esso? Perché scegliete un interesse e scartate gli altri? Scegliete un interes­se perché è più proficuo; perciò la vostra scelta è basata sul profitto, sul desiderio di acquisizione; e, nel momento in cui avete il desiderio di acquisire, dovete resistere a tutto ciò che distoglie i vostri pensieri da quell’interesse centrale, in quanto distrazione. A parte i vostri ap­petiti biologici, avete un interesse centrale? Dubito veramente che abbiate un interesse centrale. Quindi, voi non siete distratti, state soltanto vivendo in una condizione priva di interessi.

Chi volesse capire la verità dovrebbe dedicarle la sua attenzione indivisa, e questa attenzione indivisa sorge soltanto quando non c’è scelta, e di conseguenza non c’è alcuna idea di distrazione. Non esi­ste la distrazione, perché la vita è un movimento, e occorre capire questo movimento globale, e non dividerlo in interessi e distrazioni. È quindi necessario osservare ogni cosa per vederne la verità o la fal­sità. Quando vedete la verità di tutto ciò, questo libera la coscienza dallo ieri. Potete verificarlo personalmente. Per vedere la verità sul nazionalismo e non rimanere coinvolti nelle argomentazioni pro e contro, dovrete esaminarlo a fondo ed essere aperti a tutti gli ele­menti di quel problema. Nell’essere consapevoli del problema del nazionalismo senza condanne o giustificazioni, nel vedere la verità che esso è falso, troverete che dall’intera questione deriva una li­bertà completa. Quindi solo la percezione della verità libera; e per vedere, per ricevere la verità, deve esserci la concentrazione dell’at­tenzione, il che significa che dovete dare il cuore e la mente per ve­dere e capire.

Dal resoconto del sesto discorso tenuto a Pune 13 ottobre 1948, nel quinto vo­lume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

2. Rajghat, 23 gennaio 1949

Presumibilmente, la maggior parte di noi ha un maestro di qualche genere, un guru di qualche genere, nell’Himalaya o dietro l’an­golo, una guida di qualche genere. Ora, perché ne avete bisogno? Ovviamente non ne avete bisogno per scopi materiali, a meno che non vi abbia promesso un buon lavoro per dopodomani. Allora pro­babilmente ne avete bisogno per motivi psicologici. Perché? Fondamentalmente, è chiaro, ne avete bisogno perché dite: “Sono confuso, non so come vivere in questo mondo, le cose sono troppo contrad­dittorie. C’è confusione, c’è infelicità, c’è morte, rovina, degrado, di­sintegrazione; e ho bisogno di qualcuno che mi consigli sul da farsi”. Non è questa la ragione per cui avete bisogno di un guru, il motivo per cui andate da lui? Dite: .”Essendo io confuso, ho bisogno di un maestro che mi aiuti a chiarire la confusione, o meglio che mi aiuti a dissolverla”. Così il vostro bisogno è psicologico. Non trattate il vo­stro presidente del consiglio come un guru, perché lui si occupa soltanto della vita materiale della società. Vi rivolgete a lui per le vostre necessità concrete, mentre in questo caso fate affidamento su un maestro per i vostri bisogni psicologici.

Ora, che cosa intendete con la parola bisogno? Ho bisogno della luce del sole, ho bisogno di cibo, di vestiti e riparo; ma è nello stesso modo che ho bisogno di un maestro? Per rispondere a que­sta domanda, devo scoprire chi ha creato questo orrendo caos intorno a me e dentro di me. Se sono io stesso responsabile della confusione, sono l’unica persona che può chiarirla, il che significa che devo capirla da solo; ma voi in genere andate da un maestro af­finché lui possa liberarvi dalla confusione, o mostrarvi la via, darvi istruzioni su come comportarvi riguardo a essa. Oppure dite: “Beh, questo mondo è falso, devo trovare la verità”. E il guru o il maestro dice: “Ho trovato la verità”, così andate da lui per condividere quella verità.

Può la confusione essere chiarita da un altro, per quanto capace? Sicuramente questa confusione esiste nei nostri rapporti; perciò dob­biamo capire il nostro rapporto con l’altro, con la società, con la proprietà, con le idee, e così via; ma può qualcuno darci la compren­sione di quei rapporti? Qualcuno può evidenziare, mostrare, ma de­vo essere io a capire i miei rapporti, dove mi trovo.

Vi interessa? La mia difficoltà è che sento che non vi interessa, perché state guardando qualcun altro che fa qualcosa. Quando fate una domanda, sentite l’importanza di ascoltare la risposta? La vita non è forse per voi qualcosa di importante, qualcosa di vitale, di creativo, che deve essere capito? Voi ascoltate per avere una conferma alla vostra ricerca di guru, o per rafforzare la vostra convinzione che i guru sono indispensabili. In questo modo non troviamo la ve­rità della questione. Potete trovare la verità del perché avete bisogno di un guru portando alla luce il vostro cuore.

Questa domanda ha numerose implicazioni. Molti sembrano pensare che la verità è statica, e quindi un guru può condurre a essa. Pensate che un guru possa guidarvi alla verità come qualcuno può condurvi alla stazione. Ciò significa che la verità è statica; ma è realmente statica? Vi piacerebbe che lo fosse; perché ciò che è statico è molto gratificante; almeno sapete che cos’è e potete restarci ag­grappati.

Quindi state veramente cercando una gratificazione. Volete sicu­rezza, volete la fiducia di un guru, volete che lui vi dica: vi state com­portando molto bene, andate avanti; volete che lui vi dia agio mentale, un cenno di incoraggiamento emotivo. Così andate da un guru che vi gratifica davvero, invariabilmente. Questo è il motivo per cui ci sono così tanti guru! E così tanti discepoli! Il che significa che voi non state veramente cercando la verità: volete gratificazione, e la persona che vi dà maggiore soddisfazione la chiamate il vostro guru. Questa soddisfazione è neurologica, cioè fisica, o psicologica; e voi pensate che in sua presenza sentite una grande pace, una grande quiete, un senso di comprensione. In altre parole, volete un padre o una madre idealizzati che vi aiutino a superare le difficoltà!

Siete mai stati seduti tranquillamente sotto un albero? Anche lì troverete una grande pace. Sentirete anche di essere capiti! In altre parole, in presenza di una persona molto tranquilla anche voi diven­tate tranquilli; e questa tranquillità la attribuite al maestro. Allora lo cingete con una ghirlanda, e prendete a calci il vostro domestico. Così, quando dite di aver bisogno di un guru, sicuramente tutte que­ste cose vi sono implicate, non è vero? È il guru che vi garantisce una via d’uscita, quel guru diventa il vostro bisogno.

Ora, la confusione esiste solo nel rapporto; ma perché abbiamo bisogno di qualcun altro che ci aiuti a capire questa confusione? Voi ora potete dire: “Ma che cosa stai facendo? Non ti stai comportando come il nostro guru?”. Io non mi sto sicuramente comportando come il vostro guru perché, innanzi tutto, non vi sto dando alcuna gra­tificazione, non vi sto dicendo che cosa dovete fare momento per momento, o giorno per giorno; sto soltanto mostrandovi qualche cosa; potete prendere o lasciare. Dipende da voi, non da me. Io non vi chiedo alcunché, né la vostra venerazione, né la vostra adulazione, né i vostri insulti. Dico che questa è una realtà, prendere o lasciare. La maggior parte di voi lascerà per l’ovvia ragione che non ci troverà alcuna gratificazione. Ma la persona che s’impegna veramente, che è realmente seria nella sua intenzione di apprendere, troverà nu­trimento sufficiente in quanto viene detto, cioè che la confusione esiste solo nel vostro rapporto; pertanto cerchiamo di capire questo rapporto.

Capire questo rapporto è esserne consapevoli, non per evitarlo, ma per vederne l’intero contenuto. La verità non è lontana, ma vici­na; la verità è sotto ogni foglia, in ogni sorriso, in ogni lacrima, nelle parole, nei sentimenti, nei pensieri che si hanno. Ma è così celata che dobbiamo toglierle il velo per vedere. Toglierle il velo è scoprire che cosa è falso; e, nel momento in cui sapete che cosa è falso, e questo si dilegua, c’è la verità.

Così la verità è una cosa che vive momento per momento, da sco­prire, non una cosa in cui credere, da citare, da formulare. Ma per vedere questa verità, la vostra mente e il vostro cuore devono essere estremamente duttili, attenti. Tuttavia la maggior parte di noi, sfor­tunatamente, non vuole una mente attenta, duttile e rapida; voglia­mo farci addormentare dai mantra, dai rituali. Ci facciamo addor­mentare in così tanti modi! Ovviamente abbiamo bisogno di un certo ambiente, di una certa atmosfera, di solitudine; non della ricerca dell’isolamento o della fuga da esso, ma di un certo star da soli in cui c’è piena attenzione; e questo star da soli, questa attenzione completa, c’è solo quando siete nei guai, quando i vostri problemi sono veramente gravi. E se avete un amico, qualcuno che può aiu­tarvi, andate da lui; ma, sicuramente, trattarlo come vostro guru è da immaturi, è evidentemente puerile. È come cercare le sottane della mamma.

Quando siamo in difficoltà, il nostro istinto è solo quello di rivol­gerci a qualcuno, alla madre, al padre, o a un padre idealizzato che chiamate maestro o guru. Ma se il guru è degno del proprio nome vi dirà di capire voi stessi nell’azione, il che è rapporto. Di sicuro voi siete di gran lunga più importanti del guru; siete di gran lunga più importanti di me, perché si tratta della vostra vita, della vostra infeli­cità, della vostra lotta, della vostra battaglia. Il guru, io o qualcun al­tro possiamo essere liberi, ma che valore ha questo per voi? La venerazione del guru è dannosa per la vostra comprensione di voi stessi. E c’è in tutto ciò una ragione particolare. Più mostrate rispetto per una singola persona, meno ne mostrate agli altri. Rendete omaggio con venerazione al vostro guru e prendete a calci il vostro sottopo­sto. Quindi il vostro rispetto ha pochissimo significato. Tutti questi sono fatti. Mi rendo conto che probabilmente alla maggior parte di voi non piace ciò che ho detto, perché la vostra mente vuole essere consolata, è stata profondamente ferita. È coinvolta in grandi diffi­coltà e infelicità, e dice: “Per amor di Dio, dammi qualche speranza, dammi un rifugio”.

Solo una mente disperata può trovare la realtà. Una mente del tutto insoddisfatta può balzare nella realtà, al contrario di una mente soddisfatta, e al contrario di una mente rispettabile, rinchiusa nelle convinzioni.

Così voi fiorite solo nel rapporto; fiorite solo nell’amore, non nel conflitto. Ma il nostro cuore è avvizzito; lo abbiamo riempito con le cose della mente, e così contiamo sugli altri per riempire la mente con le loro creazioni. Dal momento che non abbiamo amore, cer­chiamo di trovarlo con il maestro, con qualcun altro. L’amore è una cosa che non può essere trovata. Non potete comprarlo, non potete immolarvi a esso. L’amore viene in essere solo quando il sé è assente. E finché cercate una gratificazione, esso sfugge: rifiutando di capire la vostra confusione nei rapporti state soltanto mettendo in risalto il sé e quindi state negando l’amore.

Siete forse ipnotizzati dalla mia voce e dalle mie parole? Di certo, quello che ho detto deve avervi molto turbati. Se non vi ha turbati, c’è qualcosa che non va. Perché si sta attaccando l’intera struttura del vostro processo di pensiero, le vostre comode abitudini, e questo turbamento deve essere molto faticoso. Dobbiamo essere molto chiari su che cosa stiamo cercando di fare, voi e io. Probabilmente la maggior parte di voi dirà: “So già tutto; Shankara, Buddha, qualcun altro l’ha detto”. Questa affermazione indica che, avendo letto così tanto, e superficialmente, archiviate ciò che è stato detto in una delle caselle della vostra mente, e così ve ne disfate. È un modo comodo di disporre di quanto avete ascoltato, e significa che state ascoltando solo a un livello verbale, senza comprendere tutto il contenuto, che creerebbe in voi turbamento.

La pace non si può raggiungere senza molte ricerche; e ciò che voi e io stiamo facendo è portare alla luce la mente e il cuore al fine di scoprire cos’è vero e cos’è falso. E scoprire è dedicare energie e vita­lità; fisicamente dovrebbe essere altrettanto faticoso che zappare! Ma, sfortunatamente, molti si sono abituati ad ascoltare; molti sono solo spettatori che si divertono osservando ciò che un altro sta mettendo in scena; di conseguenza, voi non siete stanchi. Gli spettatori non sono mai stanchi, il che dimostra che non partecipano al gioco! Voi non siete gli spettatori, e io non sono il giocatore.

Non siete qui per ascoltare un canto. Quello che voi e io stiamo cercando di fare è trovare un canto nel nostro cuore e non ascoltare quello di un altro. Molti sono abituati ad ascoltare il canto di un al­tro, e così il loro cuore è vuoto, e lo sarà sempre, perché lo riempiono con il canto di un altro. Ma questo non è il vostro canto; in que­sto modo siete solo un giradischi che cambia disco secondo l’umore; non siete i musicisti. E specialmente in tempi di grande travaglio e difficoltà, ciascuno di noi deve essere il musicista; dobbiamo ricrearci con un canto, il che significa essere liberi, vuotare il cuore dalle cose con cui la mente lo ha riempito. Quindi dobbiamo capire le creazioni della mente, e vederne la falsità. Allora, quando il cuore è vuoto (non riempito di cenere), quando il cuore è vuoto e la mente è tranquilla, c’è un canto, un canto che non può essere distrutto o alterato, perché non è composto dalla mente.

Dal resoconto del secondo discorso tenuto a Rajghat il 23 gennaio 1949, nel quinto volume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krish­namurti Foundation of America.

3. Rajahmundry, 20 novembre 1949

Domanda: Lei dice che i guru non sono necessari, ma come posso trovare la verità senza il saggio aiuto e la saggia guida che solo un gu­ru può dare?

Krishnamurti: La domanda è se un guru è necessario o meno. Può la verità essere trovata attraverso un altro? Alcuni dicono di sì, altri di no. Vogliamo sapere la verità in proposito, e non la mia opi­nione contro quella di qualcun altro. Io non ho un’opinione al ri­guardo. O & possibile o non lo è. Se è essenziale che voi abbiate o meno un guru non è una questione di opinioni, per quanto profon­da, erudita, popolare o universale. La verità della questione deve essere trovata nei fatti.

Innanzi tutto, perché vogliamo un guru? Diciamo che abbiamo bisogno di un guru perché siamo confusi, e il maestro ci è utile. Ci mostrerà che cos’è la verità, ci aiuterà a capire, conosce la vita molto più di noi, sarà per noi come un padre, come un maestro che ci istruisce sulla vita. Lui ha una vasta esperienza, mentre noi ne abbia­mo poca; ci aiuterà mediante la sua grande esperienza, eccetera. Vale a dire, in sostanza, che andate da un maestro perché siete confusi. Se voi aveste le idee chiare, non andreste da nessuno. Ovviamente, se foste molto felici, se non ci fossero problemi, se capiste completamente la vita, non andreste da nessun guru. Spero che comprendiate il significato di tutto ciò.

Dal momento che siete confusi, cercate un maestro. Andate da lui perché vi mostri un modo di vita adatto a voi, per chiarire la vostra confusione, per trovare la verità. Scegliete il vostro guru perché siete confusi, e sperate che vi darà quello che chiedete. Vale a dire, scegliete qualcuno che soddisfi la vostra richiesta; scegliete secondo la gratificazione che vi darà, e la vostra scelta dipende dalla gratifica­zione. Non scegliete un guru che vi dice di dipendere da voi stessi. Lo scegliete secondo i vostri pregiudizi. Così, dato che lo scegliete in base alla gratificazione che vi dà, non state cercando la verità, ma una via d’uscita dalla confusione; e la via d’uscita dalla confusione è erroneamente chiamata verità.

Ma esaminiamo innanzi tutto questa idea che un guru possa chia­rire la nostra confusione. Può qualcun altro chiarire la nostra confu­sione, che è il prodotto delle nostre reazioni? Siamo noi che l’abbia­mo creata. Pensate che qualcun altro abbia creato questa infelicità, questa lotta a tutti i livelli dell’esistenza, all’interno e all’esterno? È il risultato della nostra mancanza di conoscenza di noi stessi. Poiché non capiamo noi stessi, i nostri conflitti, le nostre reazioni, le nostre sofferenze, andiamo da un guru che pensiamo ci aiuterà a liberarci da questa confusione. Possiamo capire noi stessi solo in rapporto al presente; e proprio questo rapporto è il guru, non qualcuno all’ester­no. Se io non capisco questo rapporto, qualsiasi cosa possa dire un guru è inutile, perché se non capisco i miei rapporti con la pro­prietà, la gente, le idee, chi può risolvere il conflitto in me? Per ri­solvere questo conflitto, devo capirlo da solo, il che significa che de­vo essere consapevole di me stesso nel rapporto. Per essere consa­pevole, non è necessario alcun guru. Se non conosco me stesso, a che serve un guru? Proprio come un leader politico viene scelto da coloro che sono nella confusione, e la cui scelta di conseguenza è al­trettanto confusa, così io scelgo un guru. Posso sceglierlo solo secondo la mia confusione. Pertanto lui, come il leader politico, è confuso.

Così ciò che è importante non è chi ha ragione (se ho ragione io, oppure coloro che sostengono la necessità di un guru), ma scoprire perché avete bisogno di un guru. I guru esistono per vari tipi di sfruttamento, ma questo è irrilevante. Vi dà soddisfazione se qual­cuno vi mostra i vostri progressi. Ma scoprire perché avete bisogno di un maestro, qui sta la chiave. Qualcun altro può mostrarvi la via; ma dovete fare tutto voi, anche se avete un guru. Poiché non volete affrontare la questione, addossate la responsabilità al guru. Il gu­ru diventa inutile quando c’è una particella di conoscenza di sé. Nessun guru, nessun libro o testo sacro può darvi la conoscenza di sé: essa viene quando siete consapevoli di voi stessi nel rapporto. Essere è essere in rapporto. Non capire il rapporto è infelicità e lotta.

Non essere consapevoli del vostro rapporto con la proprietà è uno dei motivi di confusione. Se non conoscete il rapporto corretto con la proprietà, ci sarà certamente un conflitto, che accrescerà i conflit­ti nella società. Se non capite il rapporto fra voi e vostra moglie, fra voi e vostro figlio, come può un altro risolvere il conflitto che scatu­risce da questo rapporto? Così pure per quanto riguarda le idee, le credenze, eccetera. Essendo confusi nei vostri rapporti con la gente, con la proprietà e le idee, cercate un guru. Se lui è un vero guru, vi dirà di capire voi stessi. Voi siete la fonte di ogni incomprensione e confusione; e potete risolvere questo conflitto solo quando capite voi stessi nel rapporto.

Non potete trovare la verità attraverso qualcun altro. Come potre­ste? Sicuramente la verità non è qualcosa di statico; non ha una fissa dimora; non è un fine, un obiettivo. Al contrario, è viva, dinamica, attenta, sensibile. Come può essere un fine? Se la verità è un punto fisso, non è più verità; in questo caso è solo un’opinione. La verità è lo sconosciuto, e una mente che cerca la verità non la troverà mai. Perché la mente è costituita dal conosciuto, è il risultato del passato, l’effetto del tempo, cosa che potete osservare da soli.

La mente è lo strumento del conosciuto, perciò non può trovare lo sconosciuto; può solo spostarsi dal conosciuto al conosciuto. Quando la mente cerca la verità, la verità di cui ha letto nei libri, quella « verità’ è autoproiettata, perché allora la mente è soltanto alla ricerca del conosciuto, un conosciuto più soddisfacente del precedente. Quando la mente cerca la verità, sta cercando la propria autoproiezione, non la verità. Dopo tutto, un ideale è autoproiettato; è fittizio, irreale. Ciò che è reale è ciò che è, non il contrario. Ma una mente che cerca la realtà, che cerca Dio, sta cercando il conosciuto. Quando pensate a Dio, il vostro Dio è una proiezione del vostro pensiero, il risultato di influenze sociali. Potete pensare solo al cono­sciuto; non potete pensare allo sconosciuto, non potete concentrarvi sulla verità. Nel momento in cui pensate allo sconosciuto, esso è solo il conosciuto autoproiettato. Quindi non è possibile pensare a Dio o alla verità. Se ci pensate, non è la verità. La verità non può essere cercata; essa viene da voi. Potete inseguire solo il conosciuto. Quando la mente non è torturata dal conosciuto, dagli effetti del cono­sciuto, solo allora la verità si può rivelare. La verità è in ogni foglia, in ogni lacrima; deve essere conosciuta momento per momento. Nessuno può guidarvi alla verità; e se qualcuno vi guida, può solo condurvi al conosciuto.

Dal resoconto del primo discorso tenuto a Rajahmundry il 20 novembre 1949, nel sesto volume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Kri­shnamurti Foundation of America.

4. Bombay, 12 marzo 1950

Domanda: Chiedersi che cos’è la verità è una domanda antica, a cui nessuno ha mai risposto in modo definitivo. Lei parla di verità, ma noi non vediamo in lei i tentativi o gli sforzi per raggiungerla che abbiamo visto nella vita di persone quali il Mahatma Gandhi e An­nie Besant. La sua amabile personalità è tutto ciò che vediamo. Vor­rebbe spiegarci perché la sua vita e quella degli altri ricercatori sono così diverse? Esistono forse due verità?

Krishnamurti: Volete una prova? E con quale criterio verrà giudi­cata la verità? C’è chi dice che lo sforzo e il tentativo sono necessari per la verità; ma può la verità essere acquisita in tal modo, per tenta­tivi? C’è chi lotta e fa sforzi coraggiosi, chi si impegna in modo straordinario, alla luce del sole, o quietamente, nelle grotte; ma tro­verà la verità? La verità è forse qualcosa da scoprire attraverso lo sforzo? C’è forse una via alla verità, la vostra e la mia via, la via di chi fa uno sforzo e la via di chi non lo fa? Ci sono due verità, o forse la verità ha molti aspetti?

Ora, questo è il vostro problema, voi dite: “Certe persone (due, parecchie o centinaia) hanno fatto sforzi, hanno lottato, hanno cer­cato la verità, mentre lei non fa sforzi, lei conduce una vita piacevole, modesta”. Così, voi volete fare confronti; vale a dire, avete un cri­terio, avete un’immagine dei vostri leader che hanno lottato per raggiungere la verità; e quando arriva qualcun altro che non rientra nel vostro schema, siete sconcertati, e quindi chiedete: “Qual è la ve­rità?”. Siete sconcertati: questo è l’importante, non se io ho la verità o se ce l’ha qualcun altro. L’importante è scoprire se potete perveni­re alla realtà attraverso lo sforzo, la volontà, la lotta, l’impegno. Questo conduce alla comprensione? Sicuramente la verità non è qualco­sa di remoto, ma è nelle piccole cose della vita di ogni giorno, in ogni parola, in ogni sorriso, in ogni rapporto, solo che non sappiamo come vederla; ma la persona che si mette alla prova, lotta con corag­gio, disciplina e controlla se stessa, vedrà la verità? La mente che è controllata, disciplinata, limitata dallo sforzo, vedrà la verità? Ovviamente no.

Solo la mente silenziosa vedrà la verità, non la mente che fa uno sforzo per vedere. Se state facendo uno sforzo per udire cosa sto di­cendo, mi sentirete? Solo quando siete tranquilli, quando siete veramente silenziosi, voi capite. Se osservate attentamente, ascoltate tranquillamente, allora udirete; ma se vi sforzate, se lottate per co­gliere tutto ciò che viene detto, la vostra energia si disperderà in que­sto sforzo. Perciò non troverete la verità mediante lo sforzo, non im­porta chi lo dica, le antiche scritture, i santi del passato o quelli mo­derni. Lo sforzo è la negazione stessa della comprensione; e solo la mente tranquilla, la mente semplice, la mente che è immobile, che non è affaticata dai suoi stessi sforzi, solo una mente simile capirà, vedrà la verità. La verità non è qualcosa in lontananza; non c’è un sentiero che conduca a essa, non c’è il vostro sentiero ne il mio; non c’è un sentiero della devozione, né un sentiero della conoscenza o dell’azione, perché per la verità non ci sono sentieri. Nel momento in cui avete un sentiero per la verità, la dividete, perché il sentiero è esclusivo; e ciò che è esclusivo all’inizio finirà con l’esclusività. La persona che segue un sentiero non può mai conoscere la verità perché vive nell’esclusività; i suoi mezzi sono esclusivi, e i mezzi sono il fine, non sono separati da esso. Se i mezzi sono esclusivi, anche il fi­ne lo è.

Quindi non esiste un sentiero per la verità, e non esistono due verità. La verità non è il passato o il presente, è senza tempo; la persona che cita la verità del Buddha, di Shankara, di Cristo, o che ri­pete soltanto quello che sto dicendo, non troverà la verità, perché la ripetizione non è verità. La ripetizione è una menzogna. La verità è uno stato dell’essere che sorge quando la mente che cerca di dividere, di essere esclusiva, che può pensare solo in termini di risultati, di successo, è giunta alla fine. Solo allora ci sarà la verità. La mente che fa sforzi, che si disciplina per raggiungere un fine, non può co­noscere la verità, perché il fine è la sua stessa proiezione, e la ricerca di questa proiezione, per quanto nobile, è una forma di autovenera­zione. Questo essere sta venerando se stesso, perciò non può cono­scere la verità.

La verità è conosciuta solo quando capiamo l’intero processo della mente, vale a dire quando non c’è conflitto. La verità è un dato di fatto, e il fatto può essere capito solo quando le varie cose che sono state messe tra la mente e il fatto vengono rimosse. Il dato di fatto è il vostro rapporto con la proprietà, con vostra moglie, con gli esseri umani, con la natura, con le idee; e finché non capite il dato di fatto del rapporto, la vostra ricerca di Dio aumenta solo la confusione, perché è una sostituzione, una fuga, e quindi non ha significato. Finché dominate vostra moglie o lei vi domina, finché possedete e siete posseduti, non potete conoscere l’amore; finché continuate a repri­mere, a sostituire, finché siete ambiziosi, non potete conoscere la verità. Non è la negazione dell’ambizione che rende la mente calma, e la virtù non è la negazione del male. La virtù è uno stato di libertà, di ordine, che il male non può dare; e la comprensione del male è l’in­staurarsi della virtù.

La persona che costruisce templi o chiese nel nome di Dio con il denaro che ha raccolto per mezzo dello sfruttamento, della frode, della furberia e dell’inganno, non conoscerà la verità; la sua parola può essere dolce, ma sarà più amara con il sapore dello sfruttamen­to, il sapore dell’afflizione. Conoscerà la verità solo chi non cerca, chi non si sforza, chi non tenta di raggiungere un risultato. La mente stessa è un risultato, e qualsiasi cosa produca è sempre un risultato. Ma colui che è contento di ciò che è, conoscerà la verità. L’appagamento non significa essere soddisfatti dello status quo, lasciando le cose come stanno: questo non è appagamento. L’appagamento, che è virtù, sta nel vedere un fatto secondo verità e nell’essere liberi da esso. La verità non è perenne, non ha un luogo in cui risiedere, può essere vista solo a momenti. La verità è sempre nuova, e quindi senza tempo. Ciò che ieri era verità oggi non lo è più, ciò che oggi è verità domani non lo sarà più. La verità non ha continuità. È la mente che vuole fare l’esperienza che chiama verità perenne, e una mente simile non conoscerà la verità. La verità è sempre nuova; è vedere lo stesso sorriso e vederlo in modo nuovo, vedere la stessa persona e vederla in modo diverso, vedere stormire le fronde degli alberi in modo nuo­vo, incontrare la vita in modo nuovo.

La verità non si può raggiungere con i libri, con la devozione o con l’autoimmolazione; viene conosciuta quando la mente è libera, quieta. E quella libertà, quella quiete della mente, viene solo quando la realtà dei propri rapporti è compresa. Senza capire i propri rapporti, qualsiasi cosa la mente faccia crea solo ulteriori problemi. Ma quando la mente è libera da tutte le sue proiezioni, c’è uno stato di quiete in cui i problemi cessano, e allora viene in essere soltanto il senza tempo, l’eterno. Allora la verità non è una questione di cono­scenza, non è una cosa da ricordare, non è qualcosa che deve essere ripetuto, stampato e diffuso all’estero. La verità è ciò che è. È senza nome, e perciò la mente non può avvicinarvisi.

Dal resoconto del quinto discorso tenuto a Bombay il 12 marzo 1950, nel sesto volume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright ©1991, Krishnamurti Foundation of America.

5. Londra, 23 aprile 1952

Krishnamurti: Per la maggior parte di noi, tutta la vita è basata sullo sforzo, su una volizione di qualche genere. E non possiamo concepire un’azione che non sia basata su di esso. La nostra vita so­ciale, economica e cosiddetta spirituale è una serie di sforzi, che cul­minano sempre con un certo risultato. Pensiamo che lo sforzo sia es­senziale. Così ora scopriremo se è possibile vivere in un modo diverso, senza questa battaglia costante.

Perché ci sforziamo? Detto in parole semplici, è per conseguire un risultato, per diventare qualcosa, per raggiungere un obiettivo, giusto? Se non facciamo uno sforzo, pensiamo che rimarremo inatti­vi. Abbiamo un’idea circa l’obiettivo per il quale lottiamo costantemente; e questa lotta è diventata parte della nostra vita. Se vogliamo cambiare, produrre un mutamento radicale in noi stessi, facciamo uno sforzo tremendo per eliminare le vecchie abitudini, per resistere alle influenze dell’ambiente, eccetera. Così siamo abituati a fare que­sta serie di sforzi per trovare o conseguire qualcosa, per vivere.

Ora, tutto questo sforzo non è forse l’attività del sé? Lo sforzo non e attività centrata su se stessi? E se facciamo uno sforzo dal cen­tro del sé, esso deve inevitabilmente produrre più conflitto, più confusione, più infelicità. Eppure continuiamo a fare uno sforzo dopo l’altro; e pochi fra noi si rendono conto che l’attività dello sforzo, centrata su se stessi, non risolve nessuno dei nostri problemi. Al con­trario, essa accresce in noi la confusione, l’infelicità e l’afflizione. Oppure ce ne rendiamo conto, e malgrado ciò continuiamo a sperare in qualche maniera di vincere questa attività centrata su se stessi dello sforzo, l’azione della volontà.

Questo è il nostro problema: è possibile capire qualcosa senza sforzo? E possibile vedere cos’è reale, cos’è vero, senza introdurre l’azione della volontà, che è fondamentalmente basata sul sé, sull’“io”? E se non facciamo uno sforzo, non c’è pericolo di deterio­rarsi, di addormentarsi, di intorpidirsi? Forse, mentre sto parlando, possiamo sperimentare individualmente tutto ciò, e vedere fino a che punto possiamo spingerci con questa domanda. Perché io sento che ciò che porta la felicità, la quiete, la tranquillità della mente, non giunge affatto con sforzo. Una verità non è percepita per mezzo di una volizione, né di un’azione della volontà. E se possiamo esami­narla a fondo con grande attenzione e diligenza, forse troveremo la risposta.

Come reagiamo quando ci si rivela una verità? Prendete, per esempio, il problema della paura. Ci rendiamo conto che la nostra attività, il nostro modo di essere e l’intera esistenza sarebbero fondamentalmente modificati se in noi non ci fosse alcun genere di paura. Possiamo vederlo, possiamo vederne la verità; e, come risultato di ciò, c’è la libertà dalla paura. Ma, per la maggior parte di noi, quan­do un fatto, una verità, ci vengono messi di fronte, qual è la nostra reazione immediata? Per favore, fate esperienza di quello che sto di­cendo; per favore, non limitatevi ad ascoltare. Osservate le vostre reazioni; e scoprite cosa succede quando una verità, un dato di fatto, vi vengono messi di fronte, come, per esempio, “qualsiasi dipenden­za nel rapporto distrugge il rapporto”. Ora, quando viene fatta un’affermazione di questo genere, qual è la vostra reazione? Ne ve­dete la verità, ne siete consapevoli, e così ha fine la dipendenza? O avete un’idea del fatto? C’è un’affermazione vera. Ne sperimentiamo la verità o creiamo un’idea su di essa?

Se riusciamo a capire questo processo di creazione dell’idea, allo­ra forse capiremo l’intero processo dello sforzo. Perché una volta che abbiamo creato l’idea, viene in essere lo sforzo. Allora sorge il problema di cosa fare, di come comportarsi. Vale a dire, noi vediamo che la dipendenza psicologica da un altro è una forma di autoappa­gamento, non è amore; in essa c’è conflitto, paura, desiderio di appa­gare se stessi mediante un altro, gelosia, e così via, che logorano. Vediamo che la dipendenza psicologica da un altro include tutte queste realtà. Poi procediamo a creare l’idea, giusto? Non sperimentiamo direttamente il dato di fatto, la sua verità, ma lo esaminiamo, e poi creiamo un’idea di come essere liberi dalla dipendenza. Vediamo le implicazioni della dipendenza psicologica, e quindi creiamo l’idea di come esserne liberi. Non sperimentiamo direttamente la verità, che è il fattore liberante. Ma, in base all’esperienza dell’esame di quel fatto, creiamo un’idea. Siamo incapaci di esaminarlo direttamente, sen­za ideazione. Allora, una volta creata l’idea, cominciamo a metterla in pratica. Poi proviamo a colmare il divario tra l’idea e l’azione, in cui è implicato lo sforzo.

Quindi non possiamo evitare di esaminare la verità senza creare idee? Per la maggior parte di noi è quasi istintivo: quando ci viene messo di fronte qualcosa di vero, ce ne facciamo immediatamente un’idea. E penso che se riuscissimo a capire il motivo per cui lo fac­ciamo in modo così istintivo, quasi inconscio, allora forse capirem­mo se è possibile essere liberi dallo sforzo.

Perché dunque creiamo idee sulla verità? Sicuramente è importante scoprirlo, vero? O vediamo la nuda verità così com’è o non la vediamo. Ma perché abbiamo un’immagine di essa, un simbolo, una parola, un’effigie, che ha bisogno di un rinvio, della speranza di un eventuale risultato? Allora possiamo in modo esitante e guardingo esaminare a fondo questo processo del perché la mente crea l’imma­gine, l’idea che “devo essere questo o quello, devo essere libero dalla dipendenza”, eccetera. Sappiamo benissimo che quando vediamo qualcosa in maniera molto chiara, quando la sperimentiamo direttamente, c’è una libertà da essa. È questa immediatezza che è vitale, non l’immagine o il simbolo della verità, su cui sono costruiti tutti i sistemi, le filosofie e le organizzazioni che si deteriorano. Di conseguenza, non è forse importante scoprire perché la mente, invece di vedere l’oggetto direttamente e semplicemente, e sperimentarne la verità in modo immediato, crea un’idea riguardo a essa?

Non so se ci avete pensato. Può forse essere qualcosa di nuovo. E, per trovarne la verità, per favore, non limitatevi a opporre resistenza. Non dite: “Cosa succederebbe se la mente non creasse l’idea? La sua funzione è creare idee, verbalizzare, richiamare ricordi, riconoscere, calcolare”. Lo sappiamo. Ma la mente non è libera; e solo quando la mente è capace di osservare la verità in modo totale e completo, sen­za alcun ostacolo, c’è la libertà.

Così il nostro problema è questo: perché la mente, invece di vedere la cosa con immediatezza e sperimentarla direttamente, si abbandona a tutte queste idee? Non è forse una delle abitudini della mente? Qualche cosa ci si manifesta, e immediatamente c’è la vecchia abitudine di creare un’idea, una teoria su di essa. E alla mente piace vivere secondo le abitudini. Perché senza le abitudini la mente è smarrita. Se non c’è una routine, una reazione consueta cui la mente è abituata, essa si sente confusa, incerta.

Questo è un primo aspetto. Inoltre, la mente non cerca forse un risultato? Perché nel risultato c’è stabilità. E la mente odia essere incerta. Cerca sempre sicurezza in forme diverse, mediante le creden­ze, mediante la conoscenza, mediante l’esperienza. E quando ciò è messo in dubbio c’è turbamento, inquietudine. E così la mente, evi­tando l’incertezza, cerca sicurezza per sé facendo sforzi per raggiun­gere un risultato.

Spero che voi stiate realmente osservando la vostra mente in fun­zione. Se non lo state facendo, allora non ne farete l’esperienza, la vostra mente rimarrà al livello verbale. Ma, se posso darvi un consi­glio, se riuscite a osservare la vostra mente in funzione e a guardare attentamente come essa pensa, come reagisce quando le viene messa di fronte una verità, allora sperimenterete passo dopo passo ciò di cui sto parlando. In quel momento ci sarà un’esperienza straordina­ria. E questo approccio diretto, questa esperienza diretta di cos’è la verità, è essenziale per produrre una vita creativa.

E così, perché la mente crea queste idee, invece di sperimentare direttamente? Perché la mente interviene? Come abbiamo visto, è un’abitudine. Inoltre la mente vuole conseguire un risultato. Tutti noi vogliamo conseguire un risultato. Nell’ascoltarmi, state cercan­do un risultato? Sì, vero? La mente sta cercando un risultato; vede che la dipendenza è distruttiva, e quindi vuole esserne libera. Ma il desiderio stesso di essere libera crea l’idea. La mente non è libera; ma il desiderio di essere libera crea l’idea di libertà come obiettivo per il quale essa deve lavorare. E in tal modo viene in essere lo sfor­zo. E questo sforzo è centrato su se stesso; non porta libertà. Invece di dipendere da una persona, voi dipendete da un’idea o da un’im­magine. Così il vostro sforzo è soltanto chiuso su se stesso; non è li­beratorio.

Ora, può la mente, rendendosi conto che è intrappolata nelle abi­tudini, essere libera dall’abitudine, cioè non avere l’idea che essa do­vrebbe acquistare la libertà come risultato finale, ma vedere la verità che la mente è intrappolata nelle abitudini, sperimentandola direttamente? E allo stesso modo, può la mente vedere che sta cercando senza sosta una stabilità per se stessa, un obiettivo che deve raggiun­gere, un dio, una verità, una virtù, uno stato dell’essere, o qualsiasi altra cosa, e di conseguenza che sta producendo questo atto di vo­lontà, con tutte le sue complicazioni? E quando lo vediamo, non è possibile sperimentare la verità di qualcosa direttamente, senza tutto l’armamentario della verbalizzazione? Voi potete vedere obiettivamente un fatto senza alcuna ideazione, alcuna creazione di idee, di simboli, di desideri. Ma soggettivamente, interiormente, è del tutto diverso. Perché lì noi vogliamo un risultato; c’è la brama di essere qualcosa, di ottenere, di diventare, nella quale nasce ogni sforzo.

Sento che vedere cos’è vero momento per momento, senza alcuno sforzo, ma sperimentandolo direttamente, & l’unica esistenza creativa. Perché solo nei momenti di completa tranquillità scoprite qualcosa, non quando state facendo uno sforzo, che sia sotto il microsco­pio o interiormente. È solo quando la mente non è agitata, non è in­trappolata nelle abitudini, non sta cercando di conseguire un risultato, non sta cercando di diventare qualcosa; è solo quando non sta fa­cendo queste cose, quando è veramente tranquilla, quando non c’è sforzo, non c’è movimento, che c’è una possibilità di scoprire qualcosa di nuovo.

Sicuramente, questa è libertà dal sé, questa è la rinuncia dell’“io”, e non i simboli esteriori, qualsiasi virtù possediate. Ma la libertà viene in essere solo quando capite i vostri processi, consci come pure inconsci. È possibile solo quando noi esaminiamo a fondo i vari processi della mente. E poiché la maggior parte di noi vive in uno stato di tensione, in uno sforzo costante, è essenziale capire la complessità dello sforzo, vedere la verità che lo sforzo non produce virtù, che lo sforzo non è amore, che lo sforzo non genera la libertà, la quale può essere data solo dalla verità, che è una sperimentazione diretta. Per questo si deve capire la mente, la propria mente, e non la mente di qualcun altro, non ciò che qualcun altro dice su di essa. Potete leg­gere tutti i volumi che siano mai stati scritti, ma essi saranno comple­tamen te inutili. Poiché voi dovete osservare la vostra mente, e comprenderla sempre più in profondità, e sperimentare la cosa direttamente a mano a mano che procedete. Perché là c’è la qualità vivente, non nelle cose della mente. E la mente, per scoprire i suoi processi,non deve essere chiusa nelle sue abitudini, ma deve essere di tanto in tanto libera di guardare. Quindi è importante capire l’intero proces­so dello sforzo. Perché lo sforzo non produce la libertà. Lo sforzo è soltanto sempre più autolimitante, sempre più distruttivo, esternamente come pure internamente, nei rapporti con una o con molte persone.

Domanda: Trovo che un gruppo che si riunisce regolarmente per discutere i suoi insegnamenti tende a generare confusione e ad an­noiare. È meglio riflettere su queste cose da soli o con altri?

Krishnamurti: Che cos’è importante? Non è forse importante apprendere, scoprire da soli ciò che vi riguarda? Se questa è la vostra necessità urgente, immediata e istintiva, allora potete farlo con una o con mol­te persone, da soli o con due o tre. Ma, quando questo manca, i gruppi diventano noiosi. Allora chi partecipa al gruppo è dominato da uno o due membri, che sanno tutto, che sono in diretto contatto con la persona che ha già detto queste cose. Così il singolo diventa l’autorità, e gradualmente sfrutta i molti. Conosciamo questo gioco fin troppo familiare. Ma la gente si sottomette a esso perché ama stare in gruppo. Ama parlare, ascoltare l’ultimo pettegolezzo o le ultime notizie. E così la cosa si deteriora rapidamente. Partite con un’in­tenzione seria, e diventa qualcosa di spiacevole.

Ma se sentiamo realmente, ripetutamente, il bisogno di scoprire da soli che cos’è vero, allora ogni rapporto diventa importante. Tut­tavia tali persone sono rare. Perché non siamo veramente seri; e così, alla fine, facciamo dei gruppi e delle organizzazioni qualcosa da evitare. Sicuramente ciò dipende dalla vostra reale onestà nello sco­prire queste cose da soli. E questa scoperta può avvenire in ogni momento, non solo in un gruppo, o non soltanto quando siete soli, ma quando siete consapevoli e sensibili agli indizi del vostro essere. Osservare voi stessi (il modo in cui parlate a tavola, il modo in cui parlate al vostro vicino, al vostro sottoposto, al vostro capo), sicuramente tutto ciò, se siete consapevoli, vi indica lo stato del vostro essere. Ed è questa la scoperta importante. Perché è questa scoperta che libera.

Domanda: Qual è il modo più creativo di affrontare un grande dolore e una perdita?

Krishnamurti: Cosa intendiamo con “affrontare”? Intendiamo come conside­rarlo, come agire riguardo a esso, come dominarlo, come esserne liberi, come trarne vantaggio, come imparare da esso in modo da evitare ulteriore sofferenza? Sicuramente questo è ciò che intendiamo con affrontare il dolore.

Ora, cosa intendiamo con “dolore”? È qualcosa di separato da noi? È qualcosa fuori di noi, internamente o esternamente, che stiamo os­servando, che stiamo sperimentando? Siamo solo gli osservatori che sperimentano? O il dolore è qualcosa di diverso? Sicuramente que­sto è un punto importante. Quando dico: “Io soffro”, cosa intendo? Sono diverso dalla sofferenza? Sicuramente questa è la domanda. Cerchiamo di capire.

C’è la sofferenza: non sono amato, oppure mio figlio muore. C’è una parte di me che pretende una spiegazione, le ragioni, le cause. Un’altra parte di me è tormentata per vari motivi. E c’è anche un’altra parte di me che vuole essere libera dalla sofferenza, che vuole su­perarla. Siamo tutte queste cose, giusto? Così, se una parte di me sta rifiutando la sofferenza e le oppone resistenza, se un’altra parte di me sta cercando una spiegazione, è intrappolata in teorie, e un’altra parte di me fugge dal fatto, come posso capirlo interamente? Solo quando sono capace di una comprensione integrata c’è una possibi­lità di libertà dalla sofferenza. Ma se sono lacerato in diverse direzio­ni, allora non ne vedo la verità.

Così è molto importante scoprire se io sono soltanto l’osservatore che prova sofferenza. Se sono soltanto l’osservatore che prova soffe­renza, allora nel mio essere ci sono due stati: colui che osserva, che pensa, che sente, e l’altro, che è osservato, che è l’esperienza, il pensiero. Quindi, finché c’è una divisione, non c’è libertà immediata dalla sofferenza.

Ora, per favore, ascoltate attentamente, e vedrete che quando c’è un fatto, una verità, c’è comprensione di esso solo quando io posso sperimentare l’intera cosa senza divisioni, e non quando c’è una se­parazione dell’“io” che osserva la sofferenza. Questa è la verità. Dun­que, qual è la vostra reazione immediata a ciò? La vostra reazione, la vostra risposta immediata, non è forse: “Come posso colmare il divario fra i due?”? Riconosco che in me ci sono entità diverse, colui che pensa e il pensiero, colui che sperimenta e l’esperienza, colui che soffre e colui che osserva la sofferenza. Finché c’è divisione, separa­zione, c’è conflitto. E solo quando c’è integrazione c’è libertà dalla sofferenza. Questa è la verità, questo è il fatto. Ebbene, come reagite a esso? Vedete la cosa immediatamente e la sperimentate direttamente, o vi ponete la domanda: “Come posso superare la divisione fra le due entità? Come devo produrre l’integrazione?”. Non è forse questa la vostra reazione istintiva? Se è così, allora non state veden­do la verità. La vostra domanda su come produrre l’integrazione non ha valore. Perché solo quando posso vedere la cosa completamente, pienamente, senza questa divisione in me stesso, c’è una possibilità di libertà dalla cosa che chiamo sofferenza.

Pertanto ognuno deve scoprire come guarda alla sofferenza. Non che cosa dicono i libri o qualcun altro, né l’opinione di un maestro o di un’autorità, ma come voi la considerate, come la affrontate istinti­vamente. Allora sicuramente scoprirete se questa divisione esiste davvero nella vostra mente. Finché c’è questa divisione, ci sarà soffe­renza. Finché c’è il desiderio di essere liberi dalla sofferenza, di opporsi alla sofferenza, di cercare spiegazioni, di evitare, allora la soffe­renza sarà l’ombra che vi insegue continuamente.

Di conseguenza, a questo riguardo è molto importante vedere come ciascuno di noi reagisce al dolore psicologico, quando subiamo una perdita, quando veniamo feriti, e così via. Non c’è bisogno qui di addentrarci nelle cause della sofferenza. Ma le conosciamo molto bene: la brama di isolamento; la paura della perdita, di non essere amati; l’essere frustrati; la perdita di qualcuno. Conosciamo anche troppo bene questa cosa chiamata sofferenza. E abbiamo molte spie­gazioni assai comode e soddisfacenti. Ma le spiegazioni non hanno come risultato la libertà dalla sofferenza. Possono dissimularla, ma la cosa continua. E noi stiamo cercando di scoprire come essere liberi dalla sofferenza, e non quale spiegazione è più soddisfacente. Ci può essere una tale libertà solo se c’è un’integrazione. E non possiamo capire cos’è l’integrazione finché non siamo consapevoli di come guardiamo alla sofferenza.

Domanda: Per chi è intrappolato nelle abitudini, sembra impossibile ve­dere istantaneamente la verità di qualcosa. Sicuramente ci vuole tem­po, tempo per distaccarsi dalla propria attività immediata e cercare veramente di esaminare a fondo cosa sta succedendo. Non è così?

Krishnamurti: Dunque, che cosa intendiamo con tempo? Per favore, faccia­mone l’esperienza ancora una volta. Ovviamente non intendiamo il tempo dell’orologio. Quando dite: “Ho bisogno di tempo”, che cosa significa? Che avete bisogno di tempo libero, di un’ora o di alcuni minuti tutti per voi? Sicuramente non è questo ciò che volete dire! Intendete: “Ho bisogno di tempo per conseguire un risultato”. Vale a dire: “Ho bisogno di tempo per liberarmi dalle abitudini che ho creato”.

Ora, il tempo è ovviamente un prodotto della mente; la mente è il risultato del tempo. Ciò che noi pensiamo, sentiamo, i nostri ricordi, sono fondamentalmente un risultato del tempo. E voi dite che il tempo è necessario per liberarsi da certe abitudini. Cioè, questa abi­tudine psicologica interiore è il risultato del desiderio e della paura, giusto? Vedo che la mente è intrappolata in esse, e dico: “Ho biso­gno di tempo per eliminarle. Mi rendo conto che queste abitudini sono ciò che mi impedisce di vedere le cose in modo immediato, di sperimentarle direttamente, e così devo avere tempo per eliminarle”.

Innanzitutto, come si produce un’abitudine? Attraverso l’educa­zione, le influenze dell’ambiente, i nostri ricordi. Inoltre, è comodo avere un meccanismo che funziona abitualmente, in modo che non sia mai incerto, oscillante, pieno di interrogativi, dubbioso, ansioso. Così, la mente crea lo schema che noi chiamiamo abitudine, routine. Ed essa opera al suo interno. E l’autore della domanda vuole sapere come eliminare questa abitudine, in modo che l’esperienza possa essere diretta. Vedete cos’è successo?

Nel momento in cui diciamo: “Come?”, abbiamo già introdotto l’idea di tempo. Ma se riusciamo a vedere che la mente crea le abitu­dini e opera all’interno delle abitudini, e che una mente limitata dai ricordi, dai desideri e dalle paure che essa stessa ha creato non può vedere o sperimentare direttamente alcunché, quando arriviamo a vedere la verità di ciò, allora c’è una possibilità di fare esperienza in modo diretto. La percezione della verità non è ovviamente una que­stione di tempo. Questa è una delle comodità della mente: alla fine, nella prossima vita, raggiungerò la perfezione, qualsiasi cosa io desi­deri. Quindi, essendo intrappolata, la mente comincia a dire: “Come posso essere libera?”. Non può mai diventare libera. Può essere libe­ra solo se vede la verità di come crea le abitudini con la tradizione, coltivando virtù allo scopo di essere qualcosa, cercando di avere sta­bilità, di avere sicurezza. Tutte queste cose sono ostacoli. In questa condizione, come può la mente vedere o sperimentare qualcosa direttamente? Se vediamo che non può, allora c’è una libertà immedia­ta. Ma, naturalmente, la difficoltà consiste nel fatto che alla maggior parte di noi piace andare avanti con le proprie abitudini di pensieri e sentimenti, con le proprie tradizioni, credenze e speranze. Di sicuro la mente è fatta di tutte queste cose. Come può una tale mente avere esperienza di qualcosa che non sia la sua stessa proiezione? Ovviamente non può. Così può solo capire i propri meccanismi e vedere la verità delle proprie attività. E allora c’è libertà da tutto questo, allo­ra c’è esperienza diretta.

Dal resoconto del quinto discorso tenuto a Londra il 23 aprile 1952, nel sesto volume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

6. Agli studenti della Rajghat School, 31 dicembre 1952

Alla maggior parte di noi interessa solo fare un piccolissimo cambiamento qua e là, e ne siamo soddisfatti. Quando invecchiamo, non vogliamo alcun cambiamento profondo, fondamentale, perché ab­biamo paura. Non pensiamo in termini di trasformazione, pensiamo solo in termini di cambiamento; e scoprirete, quando esaminerete a fondo la questione, che si tratta solo di un cambiamento relativo, non di una rivoluzione radicale, non di una trasformazione. Dovete affrontare tutte queste cose, dalla vostra felicità a quella degli altri, dalle vostre ricerche per trovare voi stessi e dalle vostre ambizioni a quelle degli altri, ai loro moventi, alle loro ricerche; dovete affrontare la competizione, la corruzione in voi e negli altri, il deteriorarsi della mente, il vuoto del cuore. Dovete sapere tutto questo, dovete affrontarlo, ma non siete preparati a farlo.

Cosa sappiamo quando ce ne andiamo da qui? Siamo ottusi, vuoti e superficiali come quando siamo arrivati; e i nostri studi, la vita nella scuola, i nostri contatti con gli insegnanti e i loro contatti con noi non ci hanno aiutato a capire il complesso problema della vita. Gli insegnanti sono ottusi, e noi diventiamo ottusi come loro. Loro hanno paura e noi abbiamo paura. Così il nostro problema, il vostro problema come pure quello degli insegnanti è fare in modo che voi andiate via con maturità, con la capacità di pensare, senza paura, in modo che possiate affrontare la vita con intelligenza. Sembra molto importante trovare una risposta a tutti questi problemi, ma non c’è risposta. Tutto ciò che potete fare è risolvere in modo intelligente questi problemi estremamente complessi nel momento in cui sorgono. Per favore, cercate di capire. Voi volete una risposta. Pensate che leggendo, seguendo qualcuno, studiando qualche libro, troverete una risposta a tutti questi problemi molto complessi e sottili. Ma non troverete risposte, perché questi problemi sono stati creati da esseri umani che possono essere stati come voi. La penuria, la crudeltà, la bruttezza, lo squallore, l’indifferenza spaventosa, la malvagità: tutto ciò è stato creato dagli esseri umani.

Così dovete capire il cuore umano, la mente umana, cioè voi stes­si. Limitarsi a cercare una risposta in un libro, o andare in una scuo­la per apprendere, o seguire una dottrina economica, per quanto possa essere promettente, o aderire a qualche assurdità o supersti­zione religiosa, seguire un guru, o compiere rituali, non vi aiuterà in nessun modo a capire questi problemi, perché sono creati da voi e da altri come voi. E poiché sono creati da voi, non potete capirli sen­za capire voi stessi; e per capire voi stessi, come vivete, momento per momento, giorno per giorno, anno dopo anno, avete bisogno di in­telligenza, di una gran quantità di comprensione profonda, amore e pazienza.

Dal resoconto del diciannovesimo discorso tenuto ai ragazzi e alle ragazze alla Rajghat School il 31 dicembre 1952, nel settimo volume di The Collected Works of Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

7. Bombay, 8 febbraio 1953

Domanda: Spesso ci sentiamo abbandonati da lei. Sappiamo che non ci ha accettati come discepoli, ma non può fare a meno di sottrarsi completamente alle sue responsabilità verso di noi? Non po­trebbe aiutarci?

Krishnamurti: Questo è un modo tortuoso di chiedere: “Perché non diventa il nostro guru?” (risate). Ora, il problema non è abban­donarvi o aiutarvi, perché noi dovremmo essere persone adulte. Fisi­camente siamo adulti; mentalmente abbiamo quattordici o quindici anni; e vogliamo una persona da glorificare, un salvatore, un guru, un maestro, che ci faccia uscire dall’afflizione e dalla confusione; che ci spieghi il nostro stato caotico; che ce lo spieghi, non che produca una rivoluzione nel nostro modo di pensare, ma che lo giustifichi. Questo è quanto ci preme.

Quando fate questa domanda, volete trovare una via d’uscita dalla confusione, essere liberi dalla paura, dall’odio, da tutte le meschinità della vita; e vi rivolgete a qualcuno affinché vi aiuti. Altri guru forse non sono riusciti ad addormentarvi con una dose di oppio, con una spiegazione, quindi voi vi rivolgete a questa persona e dite: “Per favore, aiutaci”. È questo il nostro problema: sostituire un vecchio guru con uno nuovo, un vecchio maestro con uno nuovo, un vecchio leader con uno nuovo? Per favore, ascoltate attentamente. Può qualcuno condurvi alla verità, alla scoperta della verità? È possibile la scoperta quando siete guidati a essa, ne avete avuto esperienza? Può qualcuno, chiunque sia, condurvi alla verità? Quando dite che dovete seguire qualcuno, questo non implica forse che la verità è statica, che la verità è là affinché voi siate condotti a essa, affinché voi la vediate e la afferriate?

Ma la verità è qualcosa a cui dovete essere guidati? Se lo è, allora il problema è molto semplice; troverete il guru o il leader più soddi­sfacente e lui vi condurrà a essa. Ma sicuramente la verità di ciò che state cercando è oltre la condizione di poter essere spiegata. Non è statica, deve essere sperimentata, scoperta, e voi non potete speri­mentarla mediante la guida di qualcuno. Come posso avere sponta­neamente esperienza di qualcosa di originale se mi viene detto: “Questo è originale, provalo”? I problemi sono l’odio, l’avidità, l’ambizione, la meschinità, e non la scoperta di cos’è la verità. Non potete trovare cos’è la verità con una mente meschina. Una mente che è superficiale, pettegola, stupida, ambiziosa: una mente simile non potrà mai vedere cos’è la verità. Una mente meschina creerà solo qualcosa di meschino, sarà vuota, creerà un dio superficiale. Così il nostro problema ora non è trovare, scoprire cos’è Dio, ma innanzi tutto vedere quanto siamo meschini.

Guardate, se io so che sono meschino, triste, infelice, allora posso affrontare la situazione. Ma se dico: “Io non devo essere meschino, devo essere grande”, allora sto fuggendo, il che è meschinità.

L’importante è capire e scoprire ciò che è, non trasformare ciò che è in qualcos’altro. Dopo tutto, una mente stupida, anche se sta cer­cando di diventare molto astuta, sveglia, intelligente, è pur sempre stupida, perché la sua vera essenza è la stupidità. Noi non ascoltia­mo. Vogliamo qualcuno che conduca la nostra meschinità a qualcosa di più grande, ma non accettiamo mai, non vediamo mai ciò che è, ciò che è realmente. La scoperta di ciò che è, la realtà, è importante; è l’unica cosa che importa. A qualsiasi livello, economico, sociale, re­ligioso, politico, psicologico, l’importante è scoprire esattamente ciò che è, non ciò che dovrebbe essere.

Dal resoconto del primo discorso tenuto a Bombay l’8 febbraio 1953, nel settimo volume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Krishnamurti Foundation of America.

8. Pune, 10 settembre 1958

Prima di assentire, rifiutare o criticare, dovete scoprire che cosa ha da dirvi chi sta parlando. Innanzi tutto dovete scoprire a cosa si riferisce, cosa intende. Può esagerare, può non dare la giusta enfasi, ma dovete comprendere tutto questo ascoltando. Allora voi e io po­tremo stabilire un rapporto corretto. Ho qualcosa da dire che credo butterà tutto all’aria, la tradizione e tutte queste cose. Ma, per favore, non cominciate a costruire una barriera difensiva prima di aver capito di che cosa realmente si sta parlando. Conservate per più tardi le reazioni a quanto devo dirvi, quando avrete il diritto di criticare, scartare, accettare o approfondire a vostro piacimento. Ma fino ad allora vi consiglio di non avere reazioni immediate. Ascoltate in modo amichevole ma con mente chiara, senza accettare, rifiutare o prendere quello che dico e opporvi citando qualche fonte autorevo­le, perché io non credo nelle fonti autorevoli.

La verità non si raggiunge per mezzo di una fonte autorevole. Deve essere scoperta momento per momento. Non è una cosa statica, durevole, continua. Deve essere trovata in ogni minuto, in ogni secondo. Ciò richiede una grande quantità di attenzione, una grande vigilanza della mente, e voi non potete capirlo, o permettere che ar­rivi a voi, se citate soltanto fonti autorevoli, se speculate soltanto sull’esistenza o meno di Dio. Dovete sperimentarlo come individui, o piuttosto permettere che questa cosa giunga fino a voi. Non potete assolutamente andare da essa.

Per favore, siamo chiari su questo punto: non potete con nessun processo, mediante nessuna disciplina, attraverso nessuna forma di meditazione, pervenire alla verità, Dio, o qualsiasi nome vi piacciadarle. È troppo vasta, non può assolutamente essere concepita; nes­suna descrizione la raffigurerà in modo esauriente, nessun libro può detenerla e nessuna parola la contiene. Così non potete raggiungerla con alcun metodo indiretto, con alcun sacrificio, con alcuna discipli­na o per mezzo di alcun guru. Dovete aspettarla, verrà da voi, non potete andare da essa. Questa è la cosa fondamentale da capire, che non c’è stratagemma della mente, controllo, virtù, coercizione, forma di repressione con cui la mente possa giungere alla verità.

“Tutto ciò che la mente può fare è essere quieta, ma non con l’intenzione di ricevere la verità. E questa è una delle cose più difficili in assoluto, perché noi pensiamo che la verità possa essere speri­mentata immediatamente, mediante il fare certe cose. La verità non può essere comprata più di quanto l’amore non possa essere com­prato. E se voi e io lo capiamo con grande chiarezza fin dall’inizio, allora ciò che devo dire avrà un significato molto diverso, assai pre­ciso. Altrimenti, sarete in uno stato di contraddizione con voi stes­si. Voi pensate che esista la verità, Dio, una condizione permanen­te, e la volete, perciò praticate una disciplina, fate varie forme di esercizi, ma essa non può essere comprata. Per quanto siano grandi, la devozione, il sacrificio, la conoscenza o la virtù non possono chiamarla in essere. La mente deve essere libera, non deve avere confini, frontiere, limitazioni, condizionamenti. Il desiderio di ac­quisizione deve nella sua totalità giungere al termine, ma non allo scopo di ricevere.

Se lo si capisse realmente, si vedrebbe che cosa straordinaria è questa creatività della mente. Allora capireste realmente come libe­rare la mente in modo che essa rimanga in uno stato di vigilanza consapevole, senza fare mai domande, senza mai cercare, senza mai pretendere.

Come ho detto, sto parlando all’individuo perché solo l’individuo può cambiare, non la massa; solo voi potete trasformare voi stessi; e quindi l’individuo ha grandissima importanza. So che va di moda parlare dei gruppi, delle masse, delle etnie, come se l’individuo non avesse alcuna importanza, ma in qualsiasi azione creativa è l’indivi­duo che importa. Qualsiasi azione vera, qualsiasi decisione importante, la ricerca della libertà, l’indagine sulla verità, può venire soltanto dall’individuo che capisce. Questo è il motivo per cui sto par­lando solo all’individuo. Probabilmente voi direte: “Cosa posso fare io, un individuo?”. Di fronte a questa complicazione enorme, le divi­sioni nazionali e religiose, i problemi della miseria, della morte per inedia, della guerra, della disoccupazione, che cosa può fare un indi­viduo riguardo a tutto questo? Nulla.

L’individuo non può affrontare la montagna dall’esterno, ma può dare inizio a una nuova corrente di pensiero che creerà diverse serie di azioni. Non può fare niente circa le condizioni mondiali, perché gli eventi storici devono fare il loro corso brutale, crudele, indiffe­rente. Ma se ci fosse una mezza dozzina di persone che potesse riflet­tere a fondo sull’intero problema, esse darebbero inizio a un atteg­giamento e ad azioni del tutto diverse, ed è per questo che l’indivi­duo è così importante. Ma se vuole riformare questa enorme confu­sione, questa montagna di disintegrazione, egli può fare molto poco; anzi, come stiamo mostrando, può non avere alcun effetto su di essa. Tuttavia, se uno di noi è davvero un individuo, nel senso che cerca di comprendere tutto il processo della sua mente, allora sarà un’entità creativa, una persona libera, incondizionata, capace di perseguire la verità per se stessa e non per un risultato.

Così, come ho detto, quella realtà che la mente non può in alcun modo concepire, sulla quale non può in alcun modo speculare o che non può ridurre a parole, quella verità deve giungere a voi come in­dividui. Voi non potete andare da lei. Dopo tutto, è abbastanza evidente che la mente individuale, che è anche la mente collettiva, è ri­stretta, meschina, brutale, brutta, egoista, arrogante. Come può una mente simile invitare il non conosciuto? Perché qualunque cosa essa pensi deve essere meschina, piccola, così come lo sono i suoi dei. Il vostro Dio è un’invenzione della mente. Potete rivestirlo, ma il vestito è vostro; è il vostro Dio, ma non è la verità, non è la realtà. Per quanto possiate fare, la realtà non può essere invitata; deve venire lei da voi. Perciò che cosa bisogna fare?

Come si può sperimentare quel qualcosa che non è soltanto creato dalla mente? Ciò è possibile soltanto quando la mente comincia a capire i propri processi, i propri percorsi. Sto usando la parola processo non nel senso di un mezzo per raggiungere un fine. Di solito, con questa parola intendiamo che, se voi fate certe cose, ci sarà un risultato: se mettete olio nella macchina, funzionerà bene, se seguite certe discipline, fate sacrifici, otterrete qualcosa in cambio. Non sto affatto usando la parola con questo significato. Sto usando la parola “processo” per indicare le operazioni della mente quando è in funzione, non quando cerca un risultato.

Così la mente deve giungere a questo stato in cui è libera da ogni sforzo; vorrei discutere l’intero problema dello sforzo e del conflitto, e capire se esiste uno stato che la mente può raggiungere senza con­flitto al fine di giungere alla verità. Perché solo quando la mente smette di essere in contraddizione con se stessa, e quindi smette di essere in conflitto, è capace di guardare e capire. È piuttosto eviden­te che una mente in conflitto non può mai capire alcunché, e così noi vogliamo scoprire perché la mente è in uno stato di contraddizione con se stessa. Di certo se riusciamo a capire il conflitto all’interno della mente stessa potremo andare molto lontano, perché ci rivelerà il motivo per cui c’è questa contraddizione al nostro interno. Se pos­siamo procedere lentamente, passo dopo passo, in questa faccenda, e se voi realmente la seguite, senza opporvi, allora forse giungerete a uno stato della mente in cui non c’è affatto conflitto. Ma voi non po­tete limitarvi ad accettare le mie parole, perché questo significa che dovete anche darvi da fare, non solo ascoltare, dovete diventare con­sapevoli delle operazioni della vostra mente. Sto solo fornendo spie­gazioni, ma sta a voi osservare la vostra mente all’opera.

Quindi, innanzi tutto, perché c’è conflitto nella nostra vita? In ge­nere diamo per scontato che debba essere così, che è inevitabile, che l’essere umano è nato nel conflitto; e cerchiamo di trovare modi e mezzi per risolverlo. Nei rapporti, in politica o in qualsiasi altro campo c’è un conflitto interno che produce contraddizione con se stessi; c’è anche una contraddizione esterna fra ciò che sentiamo di dover essere e ciò che siamo. Desidero scoprire perché esiste questa contraddizione. Non accetto che sia naturale, inevitabile, che non ci sia soluzione a essa e che quindi siamo costretti a fuggirla. Questo è un modo di pensare immaturo. Desidero capire, e perciò non fuggirò da essa, non la eviterò, non andrò da un guru o al cinema. Per me ricorrere a un libro, andare da un guru o immergersi in profonda meditazione quando si è in conflitto è esattamente lo stesso che darsi al bere. Ma io desidero capire se si può rimuovere questa contraddizione interna. Se questo è chiaro, possiamo procedere da qui, ma per favore non dite alla fine: “Perché non ci parla del controllo delle nascite?”, oppure: “Sono venuto qui per scoprire che cos’è la religione, se c’è un Dio”.

Una mente contraddittoria non può scoprire assolutamente nulla della verità. Pensateci un po’: come potete, essendo in contraddizio­ne, conoscere qualcosa che non sia contraddittorio? Come potete mai conoscere quello stato che non ha contrari, non ha divisioni, che è incommensurabile? Porrete a voi stessi questa domanda, e ne tro­verete la verità solo quando scoprirete se potete eliminare le con­traddizioni al vostro interno. E questo è essenziale. Ciò che al mo­mento state cercando non è l’eliminazione delle contraddizioni, ma la pace per voi stessi, uno stato in cui la mente non sia affatto disturbata. È come sedere in cima a un vulcano e dire: “Lasciatemi in pace”. Non ha alcun senso. Quindi io dico: esaminiamo cosa c’è dentro il vulcano, lasciamolo eruttare, il brutto, il bestiale, la bellezza, ogni cosa; lasciamolo venire su e lasciatemelo guardare, il che significa che la mente non deve avere paura. Perciò mettiamoci a scavare.

Ora, perché in noi c’è questo stato di contraddizione? Cominciamo dal livello più basso. Desidero il denaro, e allo stesso tempo non desi­dero il denaro perché penso che sia bene essere poveri. Non sto par­lando dell’uomo che, senza tentennamenti, dice: “Voglio essere ricco” e cerca di esserlo; per lui non c’è alcuna contraddizione. Quest’uomo è pieno di energia perché è aggressivo, brutale, spietato, corrotto, vio­lento; vuole il denaro, vuole farsi una posizione; così non c’è conflitto interiore. In Hitler, Chrukév, e tutti i leader del mondo, non c’è coscienza delle contraddizioni, perché vogliono una cosa e cercano di ottenerla, con mezzi corretti o scorretti. Anche a noi piacerebbe essere in questa situazione, ma sfortunatamente non lo siamo. Siamo in contraddizione e desideriamo uno stato della mente che sia pacifico in modo duraturo e che non sia contraddittorio. Oppure prendete colo­ro che sono veramente malati di mente. Per loro non c’è conflitto, perché dicono semplicemente: “Io sono Dio”, o “Io sono Napoleo­ne”, o identificano se stessi con qualche altra credenza, e quindi non c’è in loro alcun senso di contraddizione. Queste persone sono ciò che immaginano di essere, ed essendolo sono piene di energia.

Avete mai notato queste persone? Percorrono il paese in lungo e in largo facendo questo e quello, perché sono completamente prese da un’idea, totalmente assorbite. E anche a noi piacerebbe essere in quello stato. Così seguiamo varie idee, finché troviamo qualcosa che ci soddisfi, e là ci fermiamo. Quindi dobbiamo chiederci ancora una volta: perché c’è in noi questa contraddizione? La contraddizione èun conflitto, giusto? Se sono avido e non voglio essere avido, c’è im­mediatamente uno stato di contraddizione in me, che produce un conflitto. Ma se sono del tutto avido, non c’è conflitto. O se non sono affatto avido, non c’è conflitto. Ma perché c’è questa contraddi­zione che, se siamo intelligenti e se la nostra mente è attenta, diventa sempre più forte e non può essere eliminata facilmente? Più si è forti, attivi, appassionati, più si diventa energici, e la contraddizione diventa sempre più grande, finché, avendo generato una contraddizio­ne profonda e duratura, proviamo a sottrarci a essa dicendo che la vita è un processo di disintegrazione e di disincanto, e filosofeggia­mo indefinitamente. Invece io penso che questa contraddizione può essere completamente rimossa, non parzialmente, ma completamen­te. Quando amate qualcosa, quando siete interessati a qualcosa, non c’è sforzo nell’occuparsene.

Per la maggior parte di noi il lavoro è uno sforzo; andare in uffi­cio, fare varie cose che non volete fare, disciplinarvi, significa lavoro, significa sforzo. Ma se riuscite ad andare oltre le parole che stiamo usando per capire questa contraddizione, troverete uno stato dell’es­sere privo di sforzo. Prendiamo in considerazione la violenza e la non violenza. Siamo violenti e diciamo che non dobbiamo essere violenti. La non violenza è l’ideale; è la proiezione della mente che si sente violenta. Così fate della non violenza un ideale, e proseguite cercando di trasformare la violenza in quell’ideale. Ma la non violen­za non ha realtà! Nessun ideale ha realtà, ovviamente. In un primo tempo non potrete facilmente darmi ragione, perché è molto diffici­le espellere idee e ideali dalla mente, il che significa che la vostra mente è così condizionata dagli ideali che un’idea nuova non può essere accettata da essa. Siete ipnotizzati dall’ideale come il folle dalla sua fissazione. Non vi sto insultando; sto solo dicendo com’è diffici­le per la mente che pensa secondo le abitudini prendere in conside­razione un’idea nuova. Possiamo vedere con grande chiarezza come si creano gli ideali. Io sono qualcosa, violento, avido, o quello che volete, e voglio trasformare quel modo di essere nel suddetto ideale, l’opposto. Così creo l’ideale opposto rispetto a quello che sono realmente e comincio ad avere un’infinita varietà di conflitti. Sono que­sto e devo essere quello: ecco la fonte del conflitto. Nel momento in cui la mente dice: “Io non sono, ma devo essere”, avete dato inizio a tutto il processo del conflitto.

La maggior parte di voi penserà che se non fate uno sforzo vi rovinerete, vi ridurrete allo stato vegetale, e che se non ci fossero pres­sioni, conflitti, coercizioni, diventereste come bovini. Perciò allevate i vostri figli, come fa la società e il mondo intero, orientandoli allo sforzo di divenire qualcosa, il che implica questo moto perpetuo del conflitto. Di conseguenza posso constatare che finché c’è un ideale c’è conflitto, e che finché la mente è interessata al futuro, a ciò che dovrebbe essere, non è interessata a ciò che è. È piuttosto ovvio che non si può avere una mente divisa, con una parte rivolta alla non vio­lenza e un’altra rivolta alla violenza. Di conseguenza potete vedere che finché nella mente esiste un ideale di qualche genere ci sarà uno stato di contraddizione. Questo non significa che potete semplicemente accettare ciò che è, e limitarvi a rimanere inattivi.

La vera rivoluzione comincia quando riuscite a eliminare tutti i vostri ideali. Quanto è difficile! Siete stati educati con gli ideali. Tutti i libri, i santi, i professori, le persone erudite, tutti vi hanno detto che dovete avere ideali, e quel pensiero è diventato un’abitudine. È puramente un’abitudine. Siete aggrappati a molti ideali attraenti, e quando arriva qualcuno e vi dice quanto sono assurdi questi ideali, vi dice che essi non hanno alcuna realtà, allora per la mente il vedere realmente che le cose stanno in questo modo è conoscere la verità. La verità non è qualcosa di lontano, oltre le colline e le montagne. È la percezione della verità nelle cose semplici, e se vedete la verità di ciò che ora abbiamo detto, infrangerete l’abitudine degli ideali.

Ma per secoli siamo stati educati con ideali, l’ideale che voi dovete diventare qualcosa, o un dirigente o il primo ministro; e se non riu­scite a diventare uno di questi allora vi date da fare per diventare santi. Desiderate sempre diventare qualcosa, in questo mondo o nel cosiddetto mondo spirituale. Così avete ideali qui e ideali là. E quin­di avete preparato un vasto campo per il conflitto, che è l’abitudine. È diventata un’abitudine forte, incrollabile, e voi non ve ne siete resi conto.

È un’abitudine molto difficile da eliminare, perché avete paura di cosa vi potrà succedere. I vostri rapporti con le persone cambieran­no; non accetterete più facilmente tutto ciò che chiunque ha detto. Comincerete a fare domande. Potreste perdere il lavoro. Così la pau­ra entra e detta legge. La paura dice: “Non abbandonare i tuoi ideali, perché poi cosa succederà? Tua moglie crede negli ideali e, se tu liabbandoni, in casa ci saranno litigi continui. Chi sei tu per metterti contro tutte le autorità costituite? Che diritto hai di farlo?”. Così la società vi reprime, e inconsciamente siete impauriti, e dite: “Per fa­vore, io accetterò questi ideali solo a parole, perché so che non hanno significato”. Ma non avete risolto il problema del conflitto.

Il conflitto sorge perché l’uomo non ha mai affrontato il proble­ma di ciò che è, a prescindere da ciò che dovrebbe essere. Capire ciò che è richiede una grande quantità di attenzione, di ricerca in­tensa, di indagine profonda; invece seguire un ideale è molto facile, e non significa niente. Però se dite: “Sono violento e sto per trascu­rare tutte le sciocchezze idealistiche sulla non violenza e per capire la violenza”, la vostra posizione è chiara. Allora si pone la Domanda: “Dal momento che siete liberi dall’ideale, non cercherete più di cambiare ciò che è?”. In precedenza l’ideale agiva come una leva con cui cercavate di cambiare ciò che è. Pensavate che l’idea della non violenza agisse come un influsso mediante il quale potevate li­berarvi della violenza. Vale a dire, avendo creato una contraddizione mediante l’ideale, noi speriamo, attraverso il conflitto, di liberarci della violenza. Ma non siamo mai riusciti a farlo. Ciò si accompagna alla brutalità, evidente o repressa, e produce i propri risultati. Quindi posso essere lasciato solo con la violenza, senza aggrapparmi anche al suo opposto? Se è così, ho eliminato una delle cause del con­flitto, forse la più grande.

Essere liberi dagli ideali è più difficile, perché voi potete eliminarli esternamente, ma ci sono ancora gli ideali interiori, la cosiddetta esperienza interiore, che vi dice cosa fare. Potete respingere l’auto­rità esterna, e lo hanno fatto persone molto intelligenti, ma interiormente volete ancora essere qualcosa, non solo il capo della città o della scuola, volete anche essere spirituali, raggiungere uno stato della mente che sia perfettamente pacifico. Ma il desiderio di essere in pace indica che non siete in pace, così dovete affrontare ciò che è reale. Perciò, vedete la natura complessa delle contraddizioni! Seb­bene possiate dire consciamente quanto sono assurdi questi ideali, essi sono radicati nell’inconscio. Tutta la nostra etnia è impregnata di ideali. Non è solo questione di eliminarne alcuni assurdi, dovete capire l’intero processo della mente.

Una delle difficoltà per la maggior parte di noi è che non sembria­mo capaci di vedere l’intero. Vediamo solo la parte. Non dite immediatamente: “Come devo vedere l’intero?”. Non è questo il proble­ma. Il problema è che la nostra mente è così piccola che non sembra capace di abbracciare l’intero con lo sguardo. Non possiamo vedere tutta la montagna, perché la nostra mente, essendo piccola, essendo meschina, è assorbita dai dettagli, e una raccolta di dettagli non equivale all’intero. Per favore, chiedetevi perché la vostra mente non riceve la verità totalmente libera dalla falsità dell’intero processo di idealizzazione. Dobbiamo passare attraverso l’eliminazione di ogni ideale, uno per uno? Sarebbe un compito enorme, vero? Giorno do­po giorno, lottando, strappandoli via; sicuramente ci vorrebbero an­ni, per andare avanti passo dopo passo a prendere un ideale dopo l’altro e abbandonarlo. Allora, non posso semplicemente vedere la completa verità che gli ideali sono totalmente inutili? Non posso ve­derne l’immenso significato in un lampo, e permettere alla verità che ho visto di agire?

Tutti voi conoscete la verità che un cobra morde e che potete mo­rire a causa sua. Questo è un dato di fatto. Quindi che cosa fate? Quando andate nei boschi a passeggiare di notte siete naturalmente molto attenti. Non avete bisogno di dire: “Devo pensare ai cobra”. La paura di essere morsi è all’opera in voi. Oppure avete nel bagno una bottiglia con l’etichetta “veleno”. Il liquido è velenoso, e questo è un dato di fatto. E così, senza pensarci, la vostra mente è sempre attenta, anche al buio, e voi non prendete la bottiglia e non ne bevete il contenuto. Conoscete la verità che il veleno del cobra e quello nella bottiglia sono pericolosi e la vostra mente è attenta a ciò, non solo per un momento, ma sempre. Nello stesso modo, se riuscite a vedere la verità che gli ideali non hanno realtà, se riuscite a vederla nella sua interezza, completamente, allora la percezione della verità globa­le che gli ideali non hanno valore comincerà ad agire da sola. Voi non dovete agire. Essa deve agire.

Se vedete la verità di tutto ciò, allora non dovete fare uno sforzo per distruggere gli ideali uno a uno. Lo farà la verità. Quindi l’idea che vorrei chiarire è questa: non potete vedere immediatamente la totalità della verità di qualcosa, così come vedete la verità che un cobra è velenoso? Se vedete la verità che il conflitto deve terminare, e che il conflitto è prodotto dalla divisione fra ciò che penso di dover essere e ciò che sono, allora non dovete fare niente. La vostra mente conscia non può affrontare il vostro inconscio imponderabile, ma laverità che avete visto lo farà. Vi è successo? Vale a dire, vedete la ve­rità di tutto questo? Non tutte le implicazioni, perché questa è solo una questione di esplorazione e di tempo. Se ne sentite la verità, al­lora per il momento lasciamo da parte la questione e affrontiamo il problema di “ciò che è”, perché tutto il nostro sforzo consiste nell’eli­minare la contraddizione con noi stessi.

Per quanto riguarda la maggior parte delle persone, più c’è ten­sione nella contraddizione, più sono attive. C’è tensione nella con­traddizione. Io sono violento e non devo essere violento; questa opposizione crea una tensione, e in base a questa tensione voi agite, scrivete un libro, o cercate di fare qualcosa in relazione a essa. Que­sta, al momento, è tutta la nostra attività. In India dite di essere un’etnia non violenta. Dio sa cosa significa! Perché mi hanno detto che state preparando un esercito e spendete per questo il 37 per cen­to del vostro denaro. E guardate cosa vi sta facendo, non solo ai po­veri, ma all’etnia. Dite una cosa e fate completamente l’opposto. Perché voi dite: “Se non avessimo un esercito, il Pakistan ci attacche­rebbe”, e il Pakistan dice la stessa sciocchezza, e così continuate il gioco. Non solo in India, ma in tutto il mondo c’è la stessa contrad­dizione: siamo tutti gentili, amorevoli e pronti alla guerra! Così que­sta nazione, questa etnia, il gruppo, la famiglia, l’individuo, sono in uno stato di contraddizione, e più la contraddizione è intensa mag­giore è la tensione, e più è grande la tensione maggiore è l’attività. L’attività prende forme diverse, dallo scrivere un libro a diventare un eremita. Quindi ciascuno di noi è in qualche modo schizofrenico, in uno stato di contraddizione. E, non sapendo come uscirne, noi ci ri­volgiamo alla religione, o prendiamo droghe, o corriamo dietro alle donne, o andiamo al tempio, qualsiasi forma di attività che ci distol­ga da ciò che è. Riformiamo il villaggio, ma non affrontiamo mai questo problema fondamentale.

Di conseguenza desidero affrontare “ciò che è”, perché altrimenti vedo che sarò sempre in contraddizione. Un uomo in pace con se stesso non ha bisogno di dèi, perché può penetrare in sé molto in profondità e molto lontano, dove le frontiere del riconoscimento sono completamente chiuse. E queste frontiere devono finire prima che la mente possa ricevere ciò che è eterno. Non limitatevi a essere d’accordo, perché questa è una delle cose più difficili da fare e ri­chiede un enorme lavoro su di sé. Questo lavoro non è sforzo. Diventa uno sforzo, un conflitto, una contraddizione, solo quando volete ancora diventare qualcosa.

Così desidero esaminare “ciò che è”, cioè che io sono avido, sono violento. Sto esaminando ciò e vedo che non deve esserci un approc­cio contraddittorio. Devo osservare ciò che sono e capirlo, ma non in rapporto a ciò che dovrebbe essere. Ci posso riuscire? Ancora una volta vi accorgerete che questa è una delle cose più difficili da fare: esaminare ciò che è senza giudizi, senza confronti, senza accettare, senza condannare, perché nel momento in cui condannate entrate nel campo della contraddizione. Quindi, possiamo voi e io osservare la violenza senza introdurre l’elemento che crea contraddizione, l’elemento dell’accettazione o della negazione? Quindi, posso osser­vare la mia violenza? Qual è lo stato della mente che, avendo eliminato la contraddizione, osserva quella violenza? Vengo lasciato solo con ciò che è reale, vero? Con il semplice dato di fatto che sono vio­lento, avido o sensuale? Posso osservarlo?

Qual è lo stato della mente che esamina un dato di fatto? Avete mai osservato veramente una realtà, una donna, un uomo, un bambi­no, un fiore, un tramonto? Cosa fate quando osservate? State pen­sando a qualcos’altro, vero? Vi dite: “Quello è un bell’uomo e non devo guardarlo”, o “quella è una donna avvenente e vorrei che fosse mia moglie”. Non guardate mai senza una reazione. Osservate un tramonto e dite soltanto quanto è magnifico, o che non è bello come quello di ieri. Così non lo avete mai osservato. Il vostro ricordo di ieri distrugge la percezione di ciò che è oggi. Quanto straordinariamente difficile è per noi osservare qualcosa in modo chiaro, aperto, semplice! Ora esaminiamo un’altra realtà. Perché mi state ascoltando? Ovviamente mi state ascoltando perché sono famoso. Pensate che io possa fare qualcosa per voi. Pensate di dovermi ascoltare o perché vi diverte da un punto di vista intellettuale, o per qualche altra ragione, e così non state veramente ascoltando. Ciò che sta acca­dendo in realtà è che, poiché quello che dico è in contraddizione con quello che pensate, voi non ascoltate. Ascoltate solo ciò che pensate di sapere su di me, e in realtà non sapete niente! L’importante non è sapere qualcosa su di me, ma seguire veramente quello che dico, scoprire se ha un fondamento, una realtà, un senso, o se invece è assurdo, falso. Questa è l’unica cosa importante, e ciò che pensate di me come persona è completamente irrilevante.

Allora vi chiedo: avete mai osservato una realtà? Per favore, quan­do andate a casa provateci veramente, solo per divertirvi. Se avete un fiore in camera vostra, guardatelo, e osservate cosa fa la mente. Os­servate se la mente può limitarsi a vederlo o se invece dice immedia­tamente: “E una rosa”, o “è sfiorita”, e così via. Forse riuscite a guardare un fiore, vostra moglie o vostro figlio, ma è molto più difficile osservare voi stessi, totalmente, osservare voi stessi senza introdurre il fattore della contraddizione o dell’accettazione. Posso limitarmi a guardare la mia violenza senza alcun tipo di accettazione o rifiuto? Se ci provate, vi accorgerete che è straordinariamente difficile, perché sopravviene l’abitudine e dice ogni sorta di cose. Esaminare una realtà, sia essa politica, religiosa, o quella inconfutabile che ci sono persone che muoiono di fame, richiede attenzione, non uno stato di contraddizione. Non può esserci attenzione se c’è contraddizione.

Si muore di fame in molte parti del mondo, forse non in America, in Europa o in Russia, ma sicuramente in tutta l’Asia. Tutti ne parlano e non succede mai niente. Perché? I comunisti, i socialisti, i rifor­matori e i grandi uomini politici ne parlano, tutto il mondo ne parla, eppure non succede niente. Un dato di fatto è che esiste la fame nel mondo, e un altro dato di fatto è che ogni gruppo vuole che la solu­zione alla fame nel mondo sia in accordo con il proprio sistema, e dice: “Il mio sistema è migliore del vostro”. A causa delle divisioni na­zionali, delle manipolazioni della politica del potere, tutto ciò conti­nua senza sosta. Quindi la realtà è che nessuno vuole affrontare il problema della fame nel mondo. Tutti vogliono soltanto agire a mo­do loro. Queste sono tutte realtà. Allora, riuscite a scoprire come la mente osserva una realtà? Il vostro approccio alla realtà è molto più importante della realtà stessa, perché se vi avvicinate a essa correttamente, la realtà subisce un cambiamento enorme.

Dal resoconto del secondo discorso tenuto a Pune il 10 settembre 1958, nell’un­dicesimo volume di The Collected Works of J. Krishnamurti, copyright © 1991, Kri­shnamurti Foundation of America.

9. Brockwood Park, 18 maggio 1975 – da “Verità e realtà”

Krishnamurti: Stavo pensando al problema di che cos’è la verità e di che cos’è la realtà, e se c’è un rapporto fra di esse, o se invece sono separate. Sono eternamente scisse, o sono solo proiezioni del pensiero? E se il pensiero non fosse all’opera, ci sarebbe la realtà? Pensavo che la realtà viene da res, “cosa”, e che qualsiasi cosa su cui il pensiero agisca, o che costruisca, o su cui rifletta, è realtà. E il pensiero, pensare in una maniera distorta, condizionata, è illusione, è autoinganno, è deformazione. Qui mi sono fermato, perché deside­ravo lasciare che la questione si chiarisse da sé, piuttosto che ricercarne il chiarimento.

David Bohm: La questione del pensiero, della realtà e della verità ha impegnato i filosofi nei secoli. È molto complicata. Mi sembra che quanto lei dice sia fondamentalmente vero, ma ci sono molti punti che andrebbero risolti. Una delle domande che vengono in mente è questa: se la realtà è pensiero, ciò a cui il pensiero pensa, ciò che ap­pare nella coscienza, può andare oltre la coscienza?

Krishnamurti: I contenuti della coscienza sono realtà?

Bohm: Questo è il problema; e possiamo usare il pensiero come un equivalente della coscienza nella sua forma fondamentale?

Krishnamurti: Si.

Bohm: Mi chiedo se, per una questione di completezza, non do­vremmo includere nel pensiero anche il sentimento, il desiderio, la volontà e la reazione. Penso che dovremmo farlo, se stiamo esplo­rando il collegamento fra la coscienza, la realtà e la verità.

Krishnamurti: Sì.

Bohm: Uno dei punti che vorrei discutere è questo: c’è il pensiero,c’è la nostra coscienza, e c’è la cosa di cui siamo consci. E, come spesso lei ha osservato, il pensiero non è la cosa.

Krishnamurti: Sì.

Bohm: Dobbiamo capirlo bene, perché in qualche modo la cosa può avere una qualche realtà indipendente dal pensiero; non possia­mo arrivare al punto di negare tutto ciò. Oppure ci spingiamo fino al punto cui sono giunti alcuni filosofi, come Berkeley, che sosteneva che tutto è pensiero? Ora vorrei suggerire una distinzione probabil­mente utile fra la realtà che è in gran parte creata dal nostro pensie­ro, o dal pensiero del genere umano, e quella realtà che si può consi­derare come esistente indipendentemente da questo pensiero. Per esempio, lei direbbe che la natura è reale?

Krishnamurti: Sì, lo è.

Bohm: Ed essa non è solo i nostri pensieri.

Krishnamurti: No, ovviamente no.

Bohm: L’albero, tutta la terra, le stelle.

Krishnamurti: Naturalmente, il cosmo.

Bohm: Sì. L’altro giorno stavo pensando che l’illusione è reale, nel senso che è realmente qualcosa che sta accadendo a una persona che è in uno stato di illusione.

Krishnamurti: Per quella persona è reale.

Bohm: Ma anche per noi è reale, perché il suo cervello è in un determinato stato di attività elettrica e chimica, e lei agisce a partire dalla sua illusione in un modo reale.

Krishnamurti: In un modo reale, in un modo distorto.

Bohm: È distorto ma reale. Ora mi viene in mente che si potrebbe dire che anche il falso è reale, ma non vero. Può essere importante.

Krishnamurti: Capisco. Per esempio: Cristo è reale?

Bohm: È certamente reale nella mente delle persone che credono in lui, nel senso in cui abbiamo discusso.

Krishnamurti: Desideriamo scoprire la distinzione fra verità e realtà. Abbia­mo detto che tutto ciò che il pensiero pensa, che sia ragionevole o ir­ragionevole, è una realtà. Può essere distorta o ben argomentata, è pur sempre una realtà. Questa realtà, secondo me, non ha niente a che fare con la verità.

Bohm: Sì, ma dobbiamo anche dire che in qualche modo la realtà implica più del solo pensiero. C’è anche la questione dell’effettività. La cosa è effettiva? La sua esistenza è un fatto effettivo? Secondo il dizionario, “fatto” significa ciò che è effettivamente compiuto, ciò che accade effettivamente, ciò che è effettivamente percepito.

Krishnamurti: Sì, dobbiamo capire cosa intendiamo per “fatto”.

Bohm: Il fatto è l’azione che sta avendo luogo in modo effettivo. Supponga, per esempio, di passeggiare in una strada buia e di pensare di vedere qualcosa. Può essere reale, può non esserlo. A un certo momento sente che è reale e, nel momento successivo, che non è reale. Ma poi improvvisamente lo tocca ed esso oppone resistenza al suo movimento. Una volta compiuta questa azione è subito evidente che c’è un oggetto reale con cui è entrato in contatto. Ma se tale contatto non c’è, lei dice che l’oggetto non è reale, che forse era un’illu­sione, o almeno qualcosa che è stato erroneamente preso come reale.

Krishnamurti: Ma naturalmente quella cosa è pur tuttavia una realtà a cui il pensiero pensa. E la realtà non ha nulla a che fare con la verità.

Bohm: Ma ora andiamo avanti a discutere della “cosa”. Vede, la ra­dice della parola inglese thing è fondamentalmente la stessa della pa­rola tedesca bedingen, condizionare, porre condizioni o determinare. E, in effetti, dobbiamo ammettere che una cosa è necessariamente condizionata.

Krishnamurti: È condizionata. Accettiamolo.

Bohm: Questo è un punto fondamentale. Ogni forma di realtà è condizionata. Così, un’illusione è pur sempre una forma di realtà che è condizionata. Per esempio, la composizione del sangue di un uomo può alterarsi perché egli non è in una condizione di equilibrio. Sta travisando, può essere sovreccitato, e questa può essere la ragione per cui è intrappolato in un’illusione. Perciò ogni cosa è determinata da condizioni, e a sua volta condiziona ogni altra cosa.

Krishnamurti: Sì, proprio così.

Bohm: Tutte le cose sono interconnesse in un reciproco condizionamento, che noi chiamiamo influsso. In fisica è molto chiaro: tutti i pianeti esercitano un influsso l’uno sull’altro, come pure gli atomi fra loro, e vorrei suggerire che forse potremmo considerare il pensiero e la coscienza come parte di tutta questa concatenazione di influssi.

Krishnamurti: Proprio così.

Bohm: Cosicché ogni cosa può influenzare la coscienza, ed essa, a sua volta, può agire in senso inverso e influenzare la forma delle cose, quando fabbrichiamo oggetti. E allora si potrebbe dire che tutto ciò è realtà, e che quindi anche il pensiero è reale.

Krishnamurti: Il pensiero è reale.

Bohm: E una parte della realtà influenza un’altra parte della realtà.

Krishnamurti: Inoltre, una parte dell’illusione influenza un’altra parte dell’illusione.

Bohm: Sì, ma ora dobbiamo stare attenti, perché possiamo dire che c’è questa realtà che non è creata dall’uomo, dal genere umano. Ma anch’essa è limitata. Il cosmo, per esempio, così come lo vediamo, è influenzato dalla nostra esperienza e perciò limitato.

Krishnamurti: Proprio così.

Bohm: Tutto ciò che vediamo, lo vediamo attraverso la nostra esperienza, il nostro bagaglio culturale. Così questa realtà non può assolutamente essere del tutto indipendente dall’uomo.

Krishnamurti: No.

Bohm: Può essere relativamente indipendente. L’albero è una realtà relativamente indipendente, ma è la nostra coscienza che considera l’albero in maniera astratta.

Krishnamurti: Sta dicendo che la realtà dell’uomo è il prodotto di influssi e condizionamenti?

Bohm: Sì, di una reciproca interazione e reazione.

Krishnamurti: E tutte le sue illusioni sono pure un suo prodotto.

Bohm: Sì, sono tutte mischiate insieme.

Krishnamurti: E qual è il rapporto di un uomo assennato, razionale, in buona salute, integro, con la realtà e la verità?

Bohm: Sì, dobbiamo prendere in considerazione tutto ciò, ma pri­ma esaminiamo questo problema della verità. Penso che l’etimologia delle parole sia spesso molto utile. La parola “vero” in latino, verus, significa “ciò che è”, come l’inglese was e were, o il tedesco wahr. Ora, in inglese il significato della radice della parola true è onesto e fedele; vede, spesso diciamo che una linea è true, “allineata”, oppure che una macchina è true (“precisa”). Una volta lessi una storia su di un filo che correva true (“diritto”); si stava usando l’immagine di un filatoio con il filo che scorreva diritto.

Krishnamurti: Proprio così.

Bohm: E ora possiamo dire che il nostro pensiero, o la nostra coscienza, è fedele (true) a “ciò che è” se scorre diritta, se l’uomo è as­sennato e in buona salute. E altrimenti non lo è, è falso. Così la fal­sità della coscienza non è soltanto informazione errata, ma è uno scorrere in maniera tortuosa in quanto realtà.

Krishnamurti: Così lei sta dicendo che finché un uomo è assennato, in buona salute, integro e razionale, il suo filo è sempre diritto.

Bohm: Sì, la sua coscienza è su un filo diritto. Di conseguenza, la sua realtà...

Krishnamurti: ... è diversa dalla realtà di un uomo il cui filo è tortuoso, da un uomo irrazionale, nevrotico.

Bohm: Molto diversa. Forse quest’ultimo è anche pazzo. Lei può constatare come tutto sia diverso con i matti: talvolta non riescono neanche a vedere la stessa realtà.

Krishnamurti: E l’uomo assennato, in buona salute, integro, santo, qual è il suo rapporto con la verità?

Bohm: Se lei accetta il significato della parola, se lei dice che la ve­rità è ciò che è, così come essere fedeli a ciò che è, allora deve dire che egli è tutto ciò.

Krishnamurti: Così lei direbbe che l’uomo assennato, integro, è verità?

Bohm: Egli è verità, sì.

Krishnamurti: Un uomo simile & verità. Può pensare certe cose che sarebbero realtà, ma egli è verità. Non può pensare in modo irrazionale.

Bohm: Beh, non direi esattamente questo, direi che anche lui può fare un errore.

Krishnamurti: Naturalmente.

Bohm: Ma non persevera nell’errore. In altre parole, c’è l’uomo che ha commesso un errore e lo riconosce, e cambia.

Krishnamurti: Sì, proprio così.

Bohm: E c’è anche l’uomo che fa un errore, ma la sua mente non è retta e quindi lui continua a commetterlo. Ma dobbiamo ritornare alla domanda: la verità va oltre il singolo individuo? Comprende anche altre persone, come pure la natura?

Krishnamurti: Comprende tutto ciò che è.

Bohm: Sì, così la verità è una. Ma ci sono molte cose diverse nel campo della realtà. Ogni cosa è condizionata, l’intero campo della realtà e condizionato. Ma, chiaramente, la verità in sé non può essere condizionata o dipendere dalle cose.

Krishnamurti: Qual è, allora, il rapporto con la realtà dell’uomo che è verità?

Bohm: Egli vede tutte le cose e, così facendo, comprende la realtà. La parola “comprendere” significa contenere tutto insieme.

Krishnamurti: Egli non separa la realtà. Dice: “Io la comprendo, la contengo, la vedo”.

Bohm: Sì, è tutto un unico campo della realtà, se stesso e ogni cosa. Ma in esso ci sono cose che sono condizionate e lui comprende le condizioni.

Krishnamurti: E poiché comprende il condizionamento, ne è libero.

Bohm: Allora sembra chiaro che tutta la nostra conoscenza, essen­do fondata sul pensiero, è in effetti parte di questo unico campo condizionato della realtà.

Krishnamurti: Ora c’è un’altra domanda. Supponiamo che io sia uno studioso; sono pieno di questa conoscenza condizionata e condizionante. Come posso comprendere la verità nel senso di contenerla tutta in­sieme?

Bohm: Non penso che lei possa comprendere la verità.

Krishnamurti: Diciamo che ho studiato per tutta la vita, ho dedicato tutta la mia vita alla conoscenza, che è realtà.

Bohm: Sì, e concerne anche una realtà più grande.

Krishnamurti: E supponiamo che lei arrivi e dica: “La verità è da qualche altra parte, non è questo”. Io le do ragione, perché lei me lo dimostra, e quindi dico: “Per favore, mi aiuti a spostarmi da qui a lì”. Perché una volta che la raggiungo, la comprendo. Se vivo qui, allora la mia comprensione è sempre frammentata. Perciò la mia conoscenza mi dice: “Questa è realtà ma non è verità”. E supponiamo che lei arrivi e mi dica: “No, non lo è”. E che io le chieda: “Per favore, mi dica come spostarmi da qui a lì”.

Bohm: Be’, abbiamo appena detto che non possiamo spostarci...

Krishnamurti: La faccio breve. Cosa devo fare?

Bohm: Penso che dovrei vedere che tutta questa struttura della conoscenza è inevitabilmente falsa, perché la mia realtà è distorta.

Krishnamurti: Direbbe che il contenuto della mia coscienza è conoscenza?

Bohm: Sì.

Krishnamurti: Come posso svuotare quella coscienza e tuttavia conservare la conoscenza che non è distorta (altrimenti non potrei funzionare) e raggiungere uno stato, o qualunque cosa sia, che comprenda la realtà? Non so se mi sono spiegato.

Bohm: Sì.

Krishnamurti: La domanda che mi pongo è la seguente: la mia coscienza umana è il suo contenuto, che è conoscenza; è un caotico conglome­rato di conoscenza irrazionale e di qualche conoscenza corretta. Può la coscienza comprendere la verità, o introdurla in sé?

Bohm: No, non può.

Krishnamurti: Allora, può questa coscienza giungere a quella verità? Non può fare neppure questo. E dunque?

Bohm: Ci può essere una percezione della falsità in questa coscien­za. Questa coscienza è falsa, nel senso che non corre in linea retta. A causa del suo contenuto confuso non va diritta.

Krishnamurti: È contraddittoria.

Bohm: Confonde le cose.

Krishnamurti: Non “confonde le cose”: è confusione.

Bohm: È confusione, sì, nel modo in cui si muove. Ora, uno degli elementi principali della confusione è che, quando la mente riflette su se stessa, la riflessione ha questo carattere: è come se ci fosse uno specchio e la coscienza stesse guardando se stessa nello specchio, e lo specchio riflettesse la coscienza come se non fosse coscienza, ma una realtà indipendente.

Krishnamurti: Sì.

Bohm: Perciò, l’azione intrapresa dalla coscienza è sbagliata, perché cerca di migliorare la realtà apparentemente indipendente, mentre di fatto questa azione è solo confusione. Vorrei metterla in questi termini: la coscienza nella sua totalità è in qualche modo uno strumen­to che è collegato a un’energia più profonda. E finché la coscienza è collegata in questo modo mantiene il suo stato di azione errata.

Krishnamurti: Sì.

Bohm: Così, vedendo che questa coscienza sta riflettendo se stessa in modo errato, come se fosse indipendente dal pensiero, è necessa­rio in qualche modo scollegare l’energia della coscienza. La coscien­za nella sua totalità deve essere scollegata, in modo che, per così dire, essa riposi priva di energia.

Krishnamurti: Sta dicendo di non nutrirla. La mia coscienza è confusione, è disordinata, contraddittoria e tutto il resto. Ed è proprio la sua contraddizione, la sua confusione, a darle energia.

Bohm: Beh, io direi che l’energia non viene di fatto dalla coscienza, ma che finché l’energia arriva la coscienza mantiene la confusione.

Krishnamurti: Da dove viene?

Bohm: Dovremmo dire che forse l’energia viene da qualcosa di più profondo.

Krishnamurti: Se viene da qualcosa di più profondo, allora entriamo nel cam­po degli dèi, di un’entità esterna e così via.

Bohm: No, non direi che l’energia viene da un’entità esterna. Prefe­rirei dire che viene da me, in un certo senso.

Krishnamurti: Allora l’“io” è questa coscienza?

Bohm: Sì.

Krishnamurti: Così il contenuto crea la sua stessa energia. Direbbe questo?

Bohm: In un certo senso sì, ma il rompicapo è che sembra impossi­bile che questo contenuto crei la sua stessa energia. Sarebbe come dire che il contenuto è capace di creare la sua energia.

Krishnamurti: Di fatto, il contenuto crea la sua energia. Guardi, sono in contraddizione e proprio questa contraddizione mi dà vitalità. Ho desi­deri contrastanti. Quando ho desideri contrastanti ho energia, conflitto. Quindi è questo desiderio che crea l’energia, non Dio, o qualcosa di più profondo, è sempre il desiderio. Questo è l’inganno di tante persone. Dicono che c’è un’entità esterna, un’energia più profonda, ma poi si torna allo stesso punto. Tuttavia mi rendo conto che l’energia della contraddizione, l’energia del desiderio, della vo­lontà, della ricerca del piacere è il contenuto della mia coscienza; vale a dire, la coscienza sta creando la sua stessa energia. La realtà è questa; la realtà sta creando la sua energia. Posso dire: “Ricavo la mia energia dal profondo”, ma è sempre la realtà.

Bohm: Sì, supponiamo di ammetterlo, ma il punto è che vedendo la verità di ciò...

Krishnamurti: … è a questo che voglio arrivare. Questa energia è diversa dall’energia della verità?

Bohm: Sì.

Krishnamurti: È diversa.

Bohm: Ma proviamo a metterla così: la realtà può avere molti livelli di energia.

Krishnamurti: Sì.

Bohm: Ma una certa parte dell’energia ha deviato dalla linea retta. Diciamo che il cervello fornisce energia a tutti i processi del pensiero. Ora, se in qualche modo il cervello non fornisse energia al processo del pensiero che è confuso, allora la linea potrebbe raddrizzarsi.

Krishnamurti: È così. Se questa energia corre lungo una linea retta, è una realtà senza contraddizioni. È un’energia senza fine, perché non ha attriti. Ora, questa energia è diversa dall’energia della verità?

Bohm: Sì, sono diverse, e come abbiamo già detto ci deve essere una fonte comune più profonda.

Krishnamurti: Non ne sono sicuro. Sta suggerendo che entrambe nascono dalla stessa radice.

Bohm: È quanto suggerisco. Ma per il momento c’è l’energia della verità che può comprendere la realtà e...

Krishnamurti: ... nell’altra maniera non può.

Bohm: No, non può; ma sembra esserci qualche collegamento, nel senso che, quando la verità comprende la realtà, la realtà va diritta. Quindi sembra esserci almeno un collegamento a senso unico.

Krishnamurti: Giusto, un collegamento a senso unico: la verità ama questo, ma questo non ama la verità.

Bohm: Ma, una volta che è stato fatto il collegamento, allora la realtà va diritta e non spreca energia o fa confusione.

Krishnamurti: Vede, è a questo punto che interviene la meditazione. In genere, la meditazione è da qui a lì, con la pratica e tutto il resto. È spo­starsi da questo a quello.

Bohm: Spostarsi da una realtà all’altra.

Krishnamurti: Giusto. La meditazione è di fatto vedere ciò che è. Ma di solito la meditazione è considerata lo spostarsi da una realtà all’altra.

Da una conversazione con David Bohm a Brookwood Park il 18 maggio 1975, capitolo I di Truth and Actuality, copyright ©1977, Krishnamurti Foundation Tru­st Ltd. (trad. it. Verità e realtà, Astrolabio, Roma 1978).

10. Saanen, 1 agosto 1975

Qual è l’azione di un uomo che non è intrappolato nel tempo? Qual è il rapporto fra la realtà e la verità, ammesso che esista la ve­rità, e cosa deve fare un uomo che vive sempre nel mondo della realtà? Che cosa deve fare un essere umano intrappolato nel mondo della realtà verbale, immaginativa, il mondo delle conclusioni, delle ideologie, delle tirannie? Possiamo approfondire l’argomento? Qual è la differenza, o qual è il rapporto, fra la verità e la realtà? Abbiamo detto che la realtà è tutto ciò che il pensiero ha raccolto, tutto ciò su cui il pensiero riflette, tutto ciò che il pensiero ricorda come cono­scenza, esperienza e memoria. Il pensiero agisce in quel campo, vive in quel campo, e noi chiamiamo ciò realtà.

Stiamo dicendo che la radice della parola realtà è res, cosa. Così viviamo con delle cose, con delle cose che il pensiero crea sotto forma di idee, viviamo con cose chiamate conclusioni, che sono tutte verbali, e abbiamo varie opinioni, giudizi, eccetera. Questo è il mon­do della realtà. E qual è il suo rapporto con la verità? Come possia­mo scoprirlo? Questo era uno dei problemi degli antichi maestri in­duisti, e di alcuni filosofi e scienziati, sia antichi sia moderni: esiste la verità e, se esiste, è all’interno del campo della realtà oppure all’esterno della realtà? E se è all’esterno, qual è il suo rapporto con la realtà?

Qual è l’attività della realtà? Cosa avviene nel campo della realtà? Dovremmo cominciare da questo, e vederne il senso, il significato e il valore? E quando abbiamo capito completamente il campo della realtà, solo allora possiamo indagare l’altro, non l’opposto. Perché la mente può non essere capace di investigare la verità. Ma noi possiamo investigare il mondo della realtà, la sua attività, quanto essa sia distruttiva o costruttiva, eccetera. Quando siamo assolutamente chiari, logici, assennati e in buona salute riguardo al mondo della realtà, allora possiamo andare avanti a scoprire se c’è la verità. Non chiedete che cos’è la verità, perché allora speculiamo su di essa, e le nostre speculazioni sono valide quanto quelle di qualcun altro.

Quindi, che cos’è l’attività nel mondo della realtà, sia all’esterno sia all’interno, da un punto di vista psicologico? Nel mondo della realtà c’è sempre una dualità, l’“io” e il “tu”, noi ed essi. Questa dua­lità si esprime, agisce nel mondo della realtà sotto forma di naziona­lità, divisioni religiose, divisioni politiche, tirannie e dominazioni; tutto ciò sta di fatto accadendo. Di conseguenza, c’è questa attività della dualità, l’“io” e il ‘tu’, e l’“io” che separa se stesso dal reale ed è in conflitto con il reale.

Il mondo della realtà è creato dal pensiero. Il pensiero è movi­mento nel tempo e misura. Questo pensiero ha creato il centro; que­sto centro si separa dal pensiero, e poi questo centro crea la dualità sotto forma di “tu” e “io”. È possibile vedere la realtà di tutto ciò, non verbalmente, non intellettualmente, ma realmente? Questa è la ve­rità: il “ciò che è” è la verità. E io vedo “ciò che è”? Ovvero che il pensiero crea un centro, che questo centro acquista potere, domina e crea una divisione fra il centro e la periferia. Avendo il pensiero creato il centro, questo centro non solo diventa un processo coesivo, uni­tario, ma agisce anche come qualcosa che divide. Riuscite a vederlo chiaramente come vedete questa tenda? La tenda è reale, è stata creata dal pensiero; è indipendente dal pensiero ma è reale.

Così viviamo esternamente e internamente, psicologicamente, nel campo della realtà, che fondamentalmente non solo è frammen­tario ma crea divisione. Esso è duale, diviso. Questa è la nostra vita. Uno dei sintomi di questa divisione è il centro che cerca di controllare il pensiero, cerca di controllare il desiderio, cerca di controllare vari appetiti, varie reazioni. Così il centro diventa il fattore prin­cipale della divisione. È abbastanza semplice. Vale a dire, il conflit­to fa sempre parte del campo della realtà. Questo conflitto non è soltanto al mio interno, ma anche all’esterno, nel mio rapporto con gli altri.

Il conflitto è uno dei principi della realtà, come pure la divisione, e da questa divisione sorge il conflitto. Questo è un dato di fatto. Il centro si separa dalla violenza, e poi questo centro agisce sulla vio­lenza, controllandola, dominandola, cercando di trasformarla in non-violenza, eccetera; dal centro proviene sempre lo sforzo di controllare, di trasformare. Questo sta succedendo in politica, sia nel mondo democratico sia nel mondo tirannico dove i pochi dominano sui molti. I pochi sono il centro (non so se vedete la bellezza di tutto questo) e i pochi vogliono l’unità, e perciò devono dominare.

Così, nel campo della realtà, la divisione è uno dei principi fondamentali. Vale a dire, il centro cerca di controllare il pensiero. Fermiamoci un momento e cerchiamo di capire questo punto. Noi ci sforziamo di controllare la rabbia, cerchiamo di controllare vari tipi di desiderio, sempre dal centro, e il centro è ciò che è stato creato dal pensiero ed è divenuto permanente, o piuttosto si è attribuito la qualità della permanenza.

Domanda: Lei può fare ciò nell’intimità del pensiero.

Krishnamurti: Se lei è solo, può farlo, ma se è con altri, non può vivere una vita in cui non c’è controllo, è questo che intende dire? Non penso che lei si renda conto di quello che ha detto. Che se lei fosse solo forse potrebbe farlo, ma se deve vivere con altri non può farlo. Chi sono gli altri? Noi dividiamo con il pensiero il “tu” dall’“io”, ma la realtà è che tu sei me, io sono il mondo, e il mondo è me, il mondo è te. Mi chiedo se lei se ne rende conto.

Domanda: Questo non è vero.

Krishnamurti: Credo che sarebbe più corretto se lei usasse la parola scorretto, invece di dire che non è vero. Corretto significa cura, accurato; accu­rato significa cura. Lei dice che non è così. Ora cerchiamo di esami­nare la questione. Fondamentalmente, sia che viviamo in America, Francia, Russia, Cina o India, siamo gli stessi, abbiamo la stessa sof­ferenza, la stessa inquietudine, la stessa angoscia, arroganza, incer­tezza. Da un punto di vista ambientale, culturale, possiamo avere strutture diverse e quindi agire diversamente da un punto di vista su­perficiale, ma fondamentalmente siamo uguali agli esseri umani che vivono al di là dei confini della nostra terra.

Domanda: Io ho bisogno di intimità.

Krishnamurti: Oh, lei ha ancora bisogno di intimità. Chi glielo impedisce? Non capisco la domanda. Se lei dice: “Ho ancora bisogno di inti­mità”, intende che vuole ancora essere circondato da una casa, da un giardino, da un muro intorno alla casa, o circondato in modo da non essere ferito. Così lei dice: “Devo avere un muro intorno a me in modo da non essere ferito”.

Come stavamo dicendo, nel campo della realtà il conflitto e la dualità sono cose che di fatto accadono: il conflitto fra i popoli, il conflitto fra le nazioni, il conflitto fra gli ideali, il conflitto fra le cre­denze, il conflitto fra gli stati e gli armamenti, l’intero campo della realtà è questo. Non è un’illusione, maya, come direbbero gli indui­sti. In sanscrito ma significa “misura”, così essi dicono che nel campo della realtà c’è sempre misurazione, e perciò essa è illusoria, in quanto la misurazione è una questione di pensiero, la misurazione è una questione di tempo, da qui a li, eccetera. Essi dicono che è illu­sione. Ma il mondo che volevano era anch’esso un’illusione creata dal pensiero.

Quindi, nel campo della realtà, si può vivere senza alcun controllo? Non essendo permissivi, non facendo ciò che volete fare perché è troppo infantile. Perché non potete mai fare tutto quello che volete. È possibile vivere una vita senza l’ombra di un conflitto?

Domanda: Sembra che quando siamo consapevoli di tutti questi processi che il pensiero cerca di controllare ciò produca conflitti, e allora controllare il pensiero causi ancora più conflitti. Di conseguenza, perché controllarlo?

Krishnamurti: Nossignore, se posso approfondire un pochino. Ha mai provato ad agire senza controllo, o saputo come farlo? Lei ha dei desideri, desideri sessuali, sensoriali. Ha mai provato a vivere con questi desi­deri senza sottomettersi a essi, senza sopprimerli, senza controllarli, ma vedendoli e ponendo fine a essi non appena sorgono? Ci ha mai “provato”, o meglio, l’ha mai fatto?

Domanda: È impossibile.

Krishnamurti: Nossignore, glielo mostrerò. Non dica che non può fare nulla, la mente umana può fare qualsiasi cosa. Siamo andati sulla luna; pri­ma di questo secolo si diceva che fosse “impossibile”, ma siamo anda­ti sulla luna. Da un punto di vista tecnologico si può fare qualsiasi cosa, e quindi perché non da un punto di vista psicologico? Lo sco­pra; non dica: “Non posso, è impossibile”. Guardi, approfondisca passo dopo passo, e lo vedrà. Lei vede una bella casa, un giardino in­cantevole, sorge un desiderio, e come sorge questo desiderio? Qual è la natura del desiderio? E come sorge? Glielo mostrerò. C’è la per­cezione visiva di una casa con un bel giardino; è bella da un punto di vista architettonico, con proporzioni gradevoli, colori delicati, e lei la vede. Allora questa visione viene trasmessa al cervello; c’è la sensazione; dalla sensazione viene il desiderio; e il pensiero sopraggiunge e dice: “Devo averla”, o “non posso averla”. Non so se ha osservato tutto ciò. Quindi l’inizio del desiderio sta nell’inizio del pensiero. Il pensiero non è solo fisico ma anche chimico. C’è la percezione di quella casa, la sensazione, il contatto se la toccate, il desiderio e il pensiero. E questo che accade, sessualmente, visivamente, psicologi­camente, intellettualmente.

C’è quella bella casa, il vederla, la sensazione, il desiderio. Può questo desiderio cessare, non mettere in moto il pensiero di possede­re, eccetera? La percezione, la sensazione, il desiderio, e la conclu­sione. Senza che arrivi anche il pensiero e dica “io devo”: su ciò non c’è controllo. Sto chiedendo se può vivere una vita nel mondo della realtà senza controllo. Tutte le azioni provengono da un desiderio, da un motivo, da uno scopo, da un fine. Sicuramente questo è sem­plice, vero?

Lei mangia una buona frittata, saporita; che cosa succede? Il cer­vello registra il piacere, e chiede che quel piacere si ripeta domani. Ma quella frittata non sarà mai più la stessa. Quello che stiamo cer­cando di far notare è questo: gustare il piacere e non lasciare che sia registrato come un desiderio, come un ricordo, e porre fine a esso.

Domanda: Non siamo abbastanza veloci per fermare il pensiero.

Krishnamurti: Allora impariamo. Impariamo com’è, non come fare. Vedete, la mente, o il cervello, è tradizionalista. Dite continuamente: “Non posso, mi dica cosa fare”: questo è lo schema della tradizione. Ciò che stiamo dicendo è molto semplice: cioè il vedere, la sensazione, e il desiderio. Potete osservare il loro movimento in voi stessi, vero?

Quando vedete una bella macchina, una bella donna, o un bell’uo­mo, o qualsiasi altra cosa, sorge in voi la sensazione, e così pure il de­siderio. Ora state attenti a osservarlo, e vedrete che, se lo osservate, per il pensiero non c’è posto.

Sto sostenendo che nel campo della realtà il conflitto è la natura stessa della realtà. Perciò se in voi c’è una comprensione, un cambiamento radicale, se in un essere umano c’è la fine del conflitto, ciò ha effetto sull’intera coscienza dell’uomo, perché voi siete il mondo, e il mondo è voi. La vostra coscienza con il suo contenuto è il contenuto del mondo.

Quindi noi ci chiediamo: può un essere umano vivere nel mondo della realtà senza conflitto? Perché, se non può, allora la verità di­venta una fuga dalla realtà. Quindi deve capire l’intero contenuto della realtà, come funziona il pensiero, qual è la natura del pensiero.

Il campo della realtà è tutte le cose che il pensiero ha raccolto, consciamente o inconsciamente, e uno dei maggiori sintomi di que­sta realtà, una malattia di questa realtà, è il conflitto, fra gli individui, fra le classi, fra le nazioni, fra voi e me. Il conflitto, esternamente e internamente, è fra il centro che il pensiero ha creato e il pensiero stesso, perché il centro pensa di essere separato dal pensiero. C’è un conflitto di dualità fra il centro e il pensiero; e da ciò sorge l’impulso di controllare il pensiero, di controllare il desiderio.

Ora, è possibile vivere una vita in cui non ci sia controllo? Sto molto attento a usare la parola controllo, che non significa fare tutto quello che volete, il permissivismo, tutte le stravaganze moderne che sono diventate volgari, stupide, senza senso. Utilizziamo la parola controllo in un significato piuttosto diverso. Chi vuole vivere in completa pace deve capire questo problema del controllo. Il con­trollo è fra il centro e il pensiero, un pensiero che prende forme diverse, ha oggetti diversi e compie movimenti diversi. Uno dei fattori del conflitto è il desiderio, e il suo appagamento. Il desiderio viene in essere quando ci sono la percezione e la sensazione. È piuttosto semplice e chiaro. Ora, può la mente essere totalmente consapevole del desiderio e porre fine a esso, senza dargli fin dall’inizio la possi­bilità di muoversi?

Domanda: Non deve essere registrato nel cervello come ricordo, che poi dà continuità e vitalità al desiderio.

Krishnamurti: Giusto. Non so se afferrate questo punto. Vedo un bel quadro e una delle possibili reazioni è il desiderio di averlo. Oppure io pos­so non avere questa reazione, posso limitarmi a guardarlo e andarmene, ma se c’è la reazione di possederlo, allora la sensazione in quanto desiderio è registrata nel cervello, e il cervello ne chiede quindi il possesso e il godimento. Ora, potete guardare questo qua­dro, vedere il desiderio e porre fine a esso? Per favore, provate, è ve­ramente semplice una volta che avete capito tutto il movimento.

Domanda: Non riconosco di avere un desiderio fino al momento succes­sivo. In altre parole, non c’è nella mia mente un registratore che mi dice che sto avendo un desiderio.

Krishnamurti: Abbiamo detto che il conflitto sembra essere la natura stessa del mondo della realtà. E stiamo cercando di scoprire se è possibile vivere senza conflitto. E abbiamo detto che il conflitto sorge quando c’è dualità, l’“io” e il “tu”, il centro creato dal pensiero e il pensiero stesso. E il centro cerca di controllare, di plasmare il pensiero. In ciò consiste tutto il problema del conflitto. E il desiderio sorge attraver­so la sensazione, la percezione sensoriale. E la percezione sensoriale delle cose oggettive che implica la credenza è illusione. Io posso cre­dere di essere qualcosa mentre non Il sono; quindi c’è il problema del conflitto. Pertanto, è possibile vivere una vita totalmente priva di conflitti? Io non so se vi siete mai posti questa domanda. Oppure vi­viamo nel mondo della tradizione e accettiamo quel mondo, quel conflitto, come inevitabili?

Domanda: Io non sono consapevole di vivere nel conflitto.

Krishnamurti: Bene, allora lei dice: “Non sono consapevole di vivere nel con­flitto”. Stiamo analizzando insieme questo problema della realtà e della verità. Abbiamo cominciato così. Abbiamo detto che finché non si comprende completamente la natura della realtà con tutte le sue complessità, la mera indagine su che cos’è la verità è una fuga. E abbiamo detto di esaminare il mondo della realtà, il mondo della realtà che il pensiero, e nient’altro, ha creato. In questo mondo della realtà il conflitto è il movimento della vita. Posso non essere conscio di questo conflitto mentre sto seduto qui, ma inconsciamente, nel profondo, c’è un conflitto in atto. È abbastanza semplice.

Il conflitto assume molte forme, che chiamiamo nobili e ignobili. Se un uomo ha degli ideali e cerca di esserne all’altezza, il che è con­flitto, noi diciamo che è meraviglioso, che è un ottimo essere umano. Questi ideali sono proiettati dal pensiero. E il centro ricerca tutto ciò, e così c’è un conflitto fra l’ideale e il reale. È ciò che succede nel mondo della tirannia, della dittatura. I pochi credono che quello che pensano sia giusto e che siano gli altri a doverli seguire. Perciò si va avanti così. E lo stesso avviene per quanto riguarda l’autorità, l’auto­rità del dottore, dello scienziato, del matematico, dell’uomo istruito e dell’uomo non istruito. Il discepolo vuole ottenere ciò che ha il suo guru, ma ciò che ha il suo guru è ancora nel mondo della realtà. Il guru può parlare della verità, ma le sue azioni rimangono nel mondo della realtà, e usa i metodi della realtà, il che costituisce una divisio­ne fra lui e il discepolo. È evidente.

Dalla trascrizione del terzo dialogo pubblico tenuto a Saanen il 1 agosto 1975, copyright © 1975/1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

11. Saanen, 25 luglio 1976 – da “Verità e realtà”

Domanda: È necessario avere una particolare motivazione negli affari? Qual è la motivazione corretta nel guadagnarsi da vivere?

Krishnamurti: Quale pensa che sia un modo corretto per guadagnarsi da vivere? Non quale sia il più conveniente, non quale sia il più proficuo, pia­cevole, o remunerativo; ma quale sia un modo corretto per guadagnarsi da vivere. Ora, come fa a scoprire cos’è corretto? La parola corretto significa giusto, accurato. Non può essere accurato se fa qualcosa per il profitto o il piacere. E una cosa complessa. Tutto ciò che il pensiero ha raccolto è una realtà. Questa tenda in cui ci incontriamo è stata co­struita grazie al pensiero; è una realtà. L’albero non è stato creato dal pensiero; ma è una realtà. Le illusioni sono realtà, le illusioni che si hanno, l’immaginazione, tutto questo è realtà. E l’azione che proviene da queste illusioni è nevrotica, e anch’essa è realtà. Così quando lei po­ne la domanda: “Qual è un modo corretto per guadagnarsi da vivere?”, deve capire che cos’è la realtà. La realtà non è la verità.

Ora, cos’è l’azione corretta in questa realtà? E come fate per sco­prire cos’è corretto in questa realtà? Per scoprirlo da soli, senza che ve lo dica nessuno. Quindi dobbiamo scoprire cosa siano l’azione accurata, giusta, corretta o il modo corretto per guadagnarsi da vivere nel mondo della realtà, e la realtà comprende l’illusione. Non fuggite, non allontanatevi, la credenza è un’illusione, e le attività dettate da credenze sono nevrotiche; il nazionalismo e tutto il resto sono un’altra forma di realtà, ma illusoria. Pertanto, prendendo tutto que­sto come realtà, qual è qui l’azione corretta?

Chi ve lo dirà? Nessuno, ovviamente. Ma quando vedete la realtà senza illusioni, la percezione stessa di questa realtà è la vostra intelligenza, giusto? E in essa non c’è mescolanza di realtà e illusione. Così, quando c’è l’osservazione della realtà, la realtà dell’albero, la realtà della tenda, realtà che il pensiero ha costruito, comprese le im­maginazioni e le illusioni, quando vedete tutta questa realtà, la per­cezione stessa di ciò è la vostra intelligenza. Quindi la vostra intelli­genza vi dice che cosa dovete fare. L’intelligenza è percepire ciò che è e ciò che non è, percepire “ciò che è” e vedere la realtà di “ciò che è”, il che significa che non dovete avere alcun coinvolgimento psico­logico, alcuna pretesa psicologica, che sono tutte forme di illusione. Vedere tutto questo è intelligenza; e questa intelligenza agirà dovun­que voi siate. Quindi vi dirà che cosa fare.

Allora cos’è la verità? Qual è il collegamento fra la realtà e la ve­rità? Il collegamento è questa intelligenza, che vede la totalità della realtà e perciò non la riporta alla verità. E la verità allora agisce sulla realtà mediante l’intelligenza.

Dal settimo discorso tenuto a Saanen il 25 luglio 1976, capitolo X di Truth and Actuality, copyright © 1977, Krishnamurti Foundation Trust Ltd. (Trad. it. Verità e realtà, Astrolabio, Roma 1978).

12. Conversazione a Brookwood Park, 28 giugno 1979

Walpola Rahula: Vorrei chiederle una cosa. Tutti noi parliamo di verità, la verità assoluta, la verità ultima; parliamo di vederla e realiz­zarla; ne parliamo sempre. Secondo gli insegnamenti del Buddha, questi sono argomenti molto importanti, centrali, veramente l’essen­za. E il Buddha dice chiaramente che c’è solo una verità, non ce n’è un’altra. Ma essa non è mai definita in termini positivi. Questa verità è anche equiparata al nirvana. I termini “verità ultima” o “assoluta” ven­gono utilizzati come sinonimi di nirvana.

Il nirvana non è mai definito, eccetto in termini prevalentemente negativi. Se è descritto in termini positivi, lo è per lo più metaforicamente, in modo simbolico. E, come lei sa, ci fu prima l’insegnamen­to originale, autentico, del Buddha, chiamato Theravada, la “tradi­zione degli anziani”. Poi, intorno al I sec. a. C., cominciò a svilupparsi il Mahayana, un indirizzo più tardo, come libera interpretazione dell’insegnamento del Buddha. E c’è un testo molto bello del Mahayana, detto l’insegnamento del Bodhisattva Vimalakirti (Vima­lakirti Nirdesha Sutra). In occasione di una grande riunione di Bodhisattva e discepoli a casa sua, gli venne posta la domanda: “Che cos’è la nondualità?”. Vale a dire, la nondualità è un altro modo di indicare la verità assoluta, o nirvana. In sanscrito è chiamata advaya.

Krishnamurti: Advaita, in sanscrito, sì.

Rahula: No, advaita è diverso da advaya. Nella terminologia buddhi­sta advaya significa né esistenza né non-esistenza. Il Buddha dice: “Il mondo è dualità”, il che significa che o è o non è, o esiste o non esi­ste, o è giusto o è sbagliato, il che è advaya, secondo l’insegnamento buddhista. Il Buddha dice che il mondo dipende da questo. Ma il Buddha insegna senza cadere in questo errore. La domanda era: “Che cos’è l’advaya?”. E ci sono trentadue definizioni. Così l’assem­blea chiese a Vimalakirti la sua opinione. E i sutra dicono, cosa mol­to interessante, che Vimalakirti rispose alla domanda con un silenzio tonante.

Krishnamurti: Già.

Rahula: Se lei parla, non è non-dualità. Tempo fa feci una serie di conferenze e un professore a Oxford mi chiese: “Può formulare a parole questa nondualità o verità?”. Dissi che nel momento in cui la si formula a parole non è più non-dualità; diventa dualità nell’istante in cui la si formula a parole. Così, proprio come chi mi fece questa domanda tanto tempo fa, io oggi le chiedo: che cos’è la verità, che cos’è la verità assoluta, che cos’è la verità ultima, e che cos’è questa nondualità quale lei la vede? Ce lo dica. È una sfida!

Krishnamurti: Lei pensa che ci sia una differenza fra la realtà e la verità? E che la verità sia misurabile con le parole? Se potessimo distinguere fra cos’è la realtà e cos’è la verità, allora forse potremmo approfondi­re meglio la questione.

Che cos’è la realtà? La parola res significa “cosa”. Cos’è la cosa? Potremmo dire che tutto ciò che il pensiero ha creato è realtà, com­prese le illusioni, gli dèi, i vari mantra, i rituali, tutto il movimento del pensiero, tutto ciò che il pensiero ha prodotto nel mondo, le cat­tedrali, i templi, le moschee e il loro contenuto? Questa è realtà come lo è il microfono: è creata dal pensiero, è qui, è effettiva. E la na­tura non è creata dal pensiero. Essa esiste. Ma noi esseri umani ab­biamo usato la natura per produrre cose, come le case, le sedie, ecce­tera. Voglio dire, una bella cattedrale, un bel poema, un bel quadro sono tutti risultati del pensiero. Così, potremmo dire che tutto ciò che il pensiero ha creato, prodotto, messo insieme, è realtà?

Mary Zimbalist: Quando lei parla della bellezza dell’oggetto, intende dire che anche la sua qualità di bellezza è reale, o intende menzionare solo l’oggetto, e considera la bellezza come un’altra qua­lità? Vuole fare rientrare in questa categoria della realtà anche l’idea della bellezza dell’oggetto?

Krishnamurti: Sì, entrambi. Così, signori, possiamo dire che nella realtà sono comprese le illusioni da essa create, come pure gli oggetti materiali prodotti mediante la conoscenza tecnologica, eccetera? Possiamo dire che tutto ciò è realtà?

Rahula: Sì. Posso fare una piccola aggiunta? Secondo il pensiero buddhista, l’insegnamento del Buddha, c’è una verità o una realtà relativa.

Krishnamurti: Non usiamo le parole verità e realtà, solo...

Rahula: Sì, diciamo la realtà. La realtà è relativa e assoluta.

Krishnamurti: Naturalmente.

Rahula: Ciò che lei dice è pienamente accettato, è la realtà.

Krishnamurti: Vale a dire, ogni cosa che il pensiero ha creato è realtà. I sogni, tutte le reazioni sensoriali e sensuali, tutto il mondo tecnologico, tutte le cose che il pensiero ha raccolto, come letteratura, poemi, dipin­ti, illusioni, dèi, simboli, tutto ciò è realtà. Accetterebbe questa for­mulazione?

Feroz Mehta: Sì, ma la parola realtà ha una denotazione, un significato primario così come una connotazione. E attraverso i secoli la gente ha avuto la tendenza a parlare della realtà più che altro nei termini di una delle sue connotazioni, quella di realtà ultima.

Krishnamurti: Lo so, ma mi piacerebbe separare le due, verità e realtà. Altrimenti continuiamo sempre a fare confusione fra questi termini.

Mehta: Questo è vero.

Scott Forbes: Secondo lei, anche la natura fa parte della realtà?

Krishnamurti: No, quell’albero non è creato dal pensiero. Ma dall’albero l’uomo può ricavare le sedie, eccetera.

Forbes: Allora esiste una terza categoria di cose, che non sono né ve­rità né realtà? O lei chiama natura...

Krishnamurti: La natura non è creata dal pensiero. La tigre, l’elefante, il cer­vo e la gazzella non sono ovviamente creati dal pensiero.

Rahula: Questo significa che lei non considera l’albero come realtà.

Krishnamurti: Lo considero come realtà, certo che è realtà, ma non è creato dal pensiero.

Rahula: Questo è vero. Allora sta forse dicendo che secondo lei fanno parte della realtà solo le cose create dal pensiero?

Krishnamurti: Sì.

Rahula: Naturalmente, questa è la sua personale definizione.

Krishnamurti: No, cerco di essere chiaro circa la nostra comprensione dei due termini verità e realtà.

Rahula: Sì, capisco, lei lascia la parola verità per un altro scopo.

Krishnamurti: Non per un altro scopo, osserviamo la realtà: cos’è la realtà? Il mondo è realtà.

Rahula: Sì.

Krishnamurti: Queste lampade sono realtà. Lei che sta qui seduto, questa persona che sta qui seduta, siete realtà. Le illusioni che si hanno sono realtà effettiva.

Zimbalist: Mi scusi, ma la gente che sta qui seduta non è creata dal pensiero.

Krishnamurti: No.

Zimbalist: Così, potremmo più o meno formulare un’altra categoria che raccolga le creature viventi, la natura, gli alberi, gli animali, la gente?

Krishnamurti: Un essere umano non è creato dal pensiero. Ma ciò che lui crea...

Zimbalist: Sì. Così la categoria della realtà di cui lei sta parlando è prodotta dall’uomo, in un certo senso.

Krishnamurti: Prodotta dall’uomo. Così come la guerra è una realtà. Lei è un po’ esitante a questo proposito.

Mehta: Potremmo considerare tutto ciò che viene percepito attra­verso i sensi, e poi interpretato dal cervello, come realtà?

Krishnamurti: Va bene.

Forbes: A un certo momento, nel corso della discussione, abbiamo fatto una distinzione fra la realtà, cioè tutto ciò che è creato dalla mente, e l’effettività, cioè tutto ciò che può essere catturato dalla mente, tutto ciò che esiste nel tempo e nello spazio.

Krishnamurti: Sì.

Forbes: E poi c’è la verità. Ora, la realtà era parte dell’effettività. In altre parole, l’albero era un’effettività, non una realtà.

Krishnamurti: Perché vuole separare...

Forbes: Altrimenti diventa molto ambiguo, perché se noi diciamo, per esempio, che lei e io, come persone, non siamo create dal pensie­ro, allora noi non siamo realtà.

Krishnamurti: Lei vuole separare l’attualità, la realtà e la verità. È così?

Forbes: Beh, mi limito a offrire una definizione adeguata delle parole che abbiamo usato prima.

Krishnamurti: Potremmo dire che l’effettivo è ciò che sta accadendo adesso?

Mehta: Sì, questo è un buon modo di definirlo. Il problema che si pone è questo: siamo capaci di cogliere la totalità di ciò che ora sta accadendo? Ne cogliamo solo una parte.

Krishnamurti: Sì, ma questo è un problema diverso, possiamo approfondirlo. Tuttavia ciò che sta succedendo è effettivo. Questo è tutto. Non è il fatto di capirlo, comprenderlo del tutto o in parte, eccetera. È ciò che sta succedendo che è l’effettivo.

Mehta: Sì, questo è il dato di fatto.

Krishnamurti: Questo è un dato di fatto. Quindi, che cosa dite di tutto ciò, signori?

Rahula: Esito ancora, aspetto di vedere altro.

Krishnamurti: Per il momento, il problema non è se una mente può vedere l’effettivo, in modo completo o incompleto. Il problema è se la mente può cogliere, percepire, osservare o vedere che dalla realtà non si può raggiungere la verità.

Stephen Smith: Questo è un bel salto, probabilmente.

Krishnamurti: Potremmo dirlo anche in quest’altro modo. Come lei ha sottolineato, tutte le reazioni sensoriali sono l’inizio del pensiero. E il pensiero, con tutti i suoi movimenti complessi, è ciò che sta accadendo adesso, mentre parliamo. E ciò che sta accadendo è l’effettivo, e l’interpretazione o la comprensione di ciò che sta accadendo dipende dal pensiero. Tutto ciò, comprese le illusioni e l’intera attività a esse collegata, è la realtà.

Mehta: Sì, è così.

Krishnamurti: Se siamo d’accordo o accettiamo provvisoriamente questa affermazione, allora sorge la domanda: può la mente, che è la rete di tutti i sensi, delle effettività, eccetera, cogliere, vedere, osservare cos’è la verità?

Mehta: A patto che la mente possa essere libera da tutti i suoi condizionamenti.

Krishnamurti: Toccherò questo argomento fra poco. Ma questo è il proble­ma. Per scoprire cos’è la verità assoluta, si deve capire il pensiero: tutto il movimento e la natura del pensiero devono essere esaminati a fondo, osservati. E così esso riceve la sua collocazione relativa, e di conseguenza la mente diventa completamente calma, e forse in se­guito a ciò, in tale calma, si percepisce la verità, che non può essere misurata a parole.

Mehta: Sì, su questo sarei completamente d’accordo.

Rahula: Sì, concordo con questo.

Krishnamurti: Ora, ci sono queste due cose. Un essere umano è intrappolato nel movimento del pensiero. E questo movimento proietta ciò che è verità.

Mehta: Questo è l’errore commesso dall’uomo.

Krishnamurti: Naturalmente. Egli proietta da questo a quello, sperando di trovare che cos’è la verità. O proietta ciò che lui pensa sia verità. E la verità può essere espressa con parole diverse: Dio, Brahman, com’è chiamata in india, o nirvana o moksha, e via dicendo. Così la nostra prossima domanda è: può la mente smettere di misurare?

Mehta: Vale a dire, la mente nel modo in cui opera attualmente in ciascuno di noi come individuo.

Krishnamurti: Come essere umano. La misurazione è tutto il nostro condizionamento educativo, ambientale e sociale. Siete d’accordo?

Rahula: Sì.

Krishnamurti: Allora cos’è la misurazione?

Mehta: Limitazione.

Krishnamurti: No, cos’è la misurazione, misurare? Io misuro un pezzo di stoffa, o misuro l’altezza di una casa, misuro la distanza da qui a un certo luogo, e così via. Misurazione significa confronto.

Smith: Beh, c’è anche una misurazione psicologica in tutto questo.

Krishnamurti: Sì, c’è una misurazione fisica e una psicologica. Si misura se stessi, confrontandosi psicologicamente con qualcun altro. E così c’è questa continua misurazione costituita da confronti, sia esterni sia interni. Sto facendo una conferenza... qual è l’idea?

Rahula: Beh, rivolgo a lei la domanda. Come quelli rivolsero la domanda a Vimalakirti, così io la rivolgo a lei.

Krishnamurti: Qual è la domanda?

Rahula: Cos’è la non-dualità? Cos’è la verità?

Krishnamurti: Finché il pensiero misura, c’è dualità.

Rahula: Assolutamente, questo è un dato di fatto, è così.

Krishnamurti: Ora, come si è verificato questo condizionamento? Mi capi­sce? Altrimenti non possiamo passare da questo a quello. Come ha potuto questa continua misurazione, confronto, imitazione... capi­sce, tutto il movimento della misurazione: perché l’uomo è stato intrappolato in esso?

Rahula: Ogni misurazione è basata sul sé.

Krishnamurti: Sì, ma com’è avvenuta? Perché gli esseri umani, dovunque vivano, sono condizionati per mezzo di questa misurazione? Si vorreb­be scoprire qual è la fonte della misurazione. Mi segue?

Smith: Una parte di essa sembra essere conseguenza dell’osservazio­ne, perché voi osservate la dualità della vita in termini di notte e giorno, uomo e donna, cambiamento delle stagioni e questo genere di cose, che è in un certo senso un contrasto; c’è un contrasto evidente. Così può sembrare un passo naturale dire che c’è quindi un certo contrasto o confronto che è applicabile nella vita dell’uomo.

Krishnamurti: C’è tenebra e luce, tuono e silenzio.

Parchure: Sembra che il pensiero abbia bisogno di un punto fer­mo per misurare, mentre esso si muove in continuazione. In uno stato di flusso o moto continuo, esso non può misurare, così crea un punto fisso che è immobile, e che è preso come centro del sé. Solo da qui potete misurare.

Krishnamurti: Sì, signore. Voglio dire, le parole migliore (better), maggiore (greater), in lingua inglese corrispondono a una misurazione. Quindi il linguaggio stesso è coinvolto nella misurazione. Ora, si ha bisogno di scoprire qual è la fonte di questa misurazione, e perché l’uomo l’ha usata come mezzo per vivere, non vi sembra? Vediamo il giorno e la notte, un’alta montagna e vallate profonde, un uomo alto, un uo­mo basso, una donna, un uomo, un bambino, un vecchio... fisicamente ci sono tutte queste condizioni di misurazione. C’è anche una misurazione psicologica, questo è ciò di cui sto parlando, molto più che del mero movimento fisico della distanza, eccetera. Perché l’uo­mo è stato trattenuto in questa misurazione?

Smith: Probabilmente pensa che entro certi limiti sia un mezzo per progredire, perché se siete agricoltori e piantate una pianta in un certo modo, e ottenete uno scarso risultato, l’anno prossimo la pian­terete in un modo diverso e otterrete un risultato migliore.

Krishnamurti: Sì, così è tempo. Continui.

Smith: Comprende l’abilità a riflettere, ad avere esperienze, a riflet­tere sulle esperienze, a produrre qualcosa di meglio in seguito a quell’esperienza, probabilmente dal punto di vista di un concetto stabilito di cos’è vantaggioso, di qual è la cosa migliore da possedere, o qual è la giusta situazione delle cose.

Krishnamurti: Naturalmente, ma io vorrei proseguire ancora un poco oltre. Cioè, perché l’uomo ha usato il tempo come un mezzo di progresso? Intendo dire da un punto di vista psicologico, non del tempo neces­sario per imparare una lingua, per sviluppare una certa tecnologia, eccetera.

Parchure: Forse il bisogno di sicurezza del pensiero per se stesso.

Krishnamurti: No, il tempo, che è misurazione.

Mehta: Lei pensa che cominciando dai fatti, dai fatti fisici della differenza, della misura, della quantità e così via, la nostra tendenza sia quella di applicare la misurazione in modo analogico al processo psi­cologico?

Krishnamurti: Sì, questo è ciò cui voglio arrivare. Altrimenti, senza misura­zione, non ci sarebbe stata la tecnologia.

Mehta: Questo è vero.

Narayan: Nella scienza e nella matematica, a mano a mano che progrediscono, la misurazione diventa sempre più raffinata, e ogni perfezionamento porta a un’ulteriore fase di progresso, ai computer, eccetera. In un certo senso, la misurazione e il perfezionamento della misurazione portano effettivamente a un certo tipo di progresso, nella scienza e nella tecnologia.

Krishnamurti: Naturalmente.

Rahula: Ma non stiamo tanto parlando di misurazione fisica, quanto di misurazione psicologica.

Krishnamurti: Sì. Perché l’uomo ha usato il tempo psicologico come mezzo per migliorare se stesso, per incrementare il proprio potere? Egli lo chiama “diventare migliore”, diventare più nobile, raggiungere l’illu­minazione. Tutto ciò implica il tempo.

Narayan: Come dice Mehta, è qualcosa che viene riportato dalla misura­zione fisica della vita di ogni giorno al campo psicologico? Viene ri­portato, o esiste nel campo psicologico senza riferimenti all’altro campo?

Krishnamurti: Questo è l’argomento di cui stiamo discutendo. Se esista un’evoluzione psicologica.

Forbes: Possiamo dire che abbiamo cominciato ad applicare la misurazione al campo psicologico per abitudine, perché è ciò che abbiamo fatto per il campo fisico, ma potremmo anche aver fatto questo trasferimento perché è molto comodo pensare che ora sono nei guai ma più tardi starò bene?

Krishnamurti: Naturalmente. Cerchiamo di essere chiari su questo punto. A livello tecnologico, fisico, abbiamo bisogno del tempo. Abbiamo bi­sogno del tempo per imparare una lingua, per costruire una casa, per andare da qui a là, o per sviluppare la tecnologia o la scienza; in questi casi abbiamo bisogno di tempo. Allora cerchiamo di essere chiari su questo punto. Ma io sto chiedendo qualcos’altro. Abbiamo bisogno di tempo, psicologicamente?

Rahula: Che cos’è che crea il tempo?

Krishnamurti: Il pensiero, il pensiero è tempo.

Narayan: Quindi il pensiero non ha qualcosa a che fare con tutto ciò?

Krishnamurti: È quello che stiamo dicendo: il tempo è movimento. Così il pensiero è movimento, il tempo è movimento da qui a là; si è avidi, invidiosi, e si ha bisogno di tempo per liberarsi dall’avidità e dall’in­vidia. La distanza fisica e la distanza psicologica. Ci si sta chiedendo se questa non sia un’illusione, non la distanza fisica ma la distanza psicologica. Per dirla in modo molto sintetico, esiste, psicologicamente, il domani?

Mehta: Solo in termini di anticipazione.

Krishnamurti: Ah, perché il pensiero dice: “Io spero”.

Mehta: E, oltre al pensiero, c’è il dato di fatto della nostra esperien­za fisica, del giorno e della notte, e quindi le parole domani e oggi.

Krishnamurti: C’è lo ieri, l’oggi e il domani; è una realtà, ed è anche una misurazione. Ma, stiamo chiedendo, esiste davvero il tempo psicologico, oppure il pensiero ha inventato il tempo, il tempo psicologico, allo scopo di sentire che può raggiungere qualche genere di sicurezza o vivere in essa?

Rahula: Cos’è il tempo?

Krishnamurti: Il tempo è movimento.

Rahula: Sì, il tempo non è altro che la continuità ininterrotta della causa e dell’effetto. Questo è il movimento.

Krishnamurti: Il movimento, abbiamo detto. La causa, l’effetto, l’effetto diviene causa, e così via.

Rahula: Questo è il tempo. Diamo il nome tempo a questo movi­mento.

Krishnamurti: Sì, è movimento. Ora sono le dodici e cinque, c’è un movi­mento fino ad arrivare all’una. Questo è un aspetto del tempo. E c’è anche l’aspetto del tempo che è da qui, distanza fisica, a là. Devo andare a Londra e per andarci ci vuole tempo.

Rahula: Sì, questa è un’altra concezione del tempo.

Krishnamurti: Un altro tempo. Stiamo osservando i vari aspetti del tempo.

Rahula: Sì, un altro tempo.

Zimbalist: Lei direbbe che il pensiero in se stesso implica il tempo, perché l’azione della mente che consulta il pensiero, che passa attra­verso il processo del pensiero, richiede tempo, anche se è una quan­tità di tempo molto breve, scarsa?

Krishnamurti: Sicuramente, perché il pensiero è la reazione della memoria, e la memoria è tempo. Cerchiamo di attenerci a questo: c’è il tempo fi­sico, ieri, oggi e domani, il tempo come movimento.

Mehta: Ciò che noi chiamiamo tempo cronologico.

Krishnamurti: Chiamiamolo tempo cronologico. È anche il tempo per la distanza. È anche il tempo per la causa e l’effetto: la ghianda e l’albero. Scalare una montagna richiede tempo. Quindi stiamo dicendo che il tempo esiste fisicamente. È un’effettività, è una realtà. Ci stiamo chie­dendo se, psicologicamente, esista il tempo. O il pensiero ha inventato il tempo come mezzo per ottenere sicurezza o è troppo pigro per trasformare completamente se stesso. Così dice: “Dammi tempo”. Dammi tempo per essere forte psicologicamente. Dammi tempo psi­cologicamente in modo che possa liberarmi dalla rabbia, dalla gelosia, o da qualsiasi altra cosa, e ne sarò libero. Così il tempo è usato come mezzo per ottenere qualcosa da un punto di vista psicologico.

Zimbalist: Ma allora bisogna interrogarla sull’uso che lei fa della parola psicologico in questo esempio, perché, se ciò implica un processo del pensiero, e noi abbiamo appena detto che il tempo è implicito nel pensiero, come potete essere psicologicamente privi di pensiero?

Krishnamurti: Ci stiamo arrivando.

Zimbalist: Oppure in questa discussione il campo psicologico è all’esterno del pensiero, o è parte del pensiero, o potrebbe essere en­trambe le cose?

Krishnamurti: L’intera psiche non è tenuta insieme dal pensiero?

Smith: Sembra che ci sia una domanda a questo proposito, se lo sia o non lo sia.

Krishnamurti: Proceda con calma, sto chiedendo: l’intera psiche non è l’“io”’?

Smith: La psiche è questo?

Krishnamurti: Non è così? L’“io” è ciò che penso, ciò che voglio, ciò che non voglio, e così via; l’intero movimento centrato su se stesso dell’“io” è messo insieme dal pensiero.

Zimbalist: Se è così, come sarebbe possibile che il tempo non fosse coinvolto in ogni movimento psicologico?

Krishnamurti: Ci stiamo arrivando. Vorrei prima essere certo che le nostre domande siano state capite.

Narayan: Lei farebbe una distinzione fra speranza e aspirazione? Perché molte persone dicono che aspirare è qualcosa di nobile, mentre sperare...

Krishnamurti: Aspirare è tempo. Anche sperare è tempo.

Narayan: Ma nell’aspirazione sembra esserci l’idea di qualcosa di molto giusto.

Krishnamurti: Io aspiro a diventare Dio... è così sciocco.

Narayan: In tutto il mondo religioso c’è l’aspirazione. È d’accordo?

Rahula: Naturalmente, nelle tradizioni religiose c’è sempre l’aspira­zione. Penso che ciò che stiamo discutendo sia se potete vedere la verità senza il pensiero o il tempo, se la visione della verità è adesso, in questo momento, o se la rinviate fino a che non sarete divenuti migliori.

Krishnamurti: Ah, no.

Rahula: Questo è il problema.

Krishnamurti: Vale a dire, nel momento in cui cominciate a usare la parola migliore...

Rahula: Questo è ciò che sto dicendo. La verità è qualcosa che voi vedete ora.

Krishnamurti: No, non siamo ancora arrivati alla verità. Sono molto attento; non voglio ancora entrare nel mondo della verità. Bisogna chiarire se il proprio pensiero è logico, assennato, e razionale, o giunge a una conclusione che è illusoria. Così è necessario esaminare interamente la natura del tempo, psicologicamente. È di questo che sto parlando. Se da un punto di vista psicologico non c’è il domani, la nostra azio­ne nella sua totalità è diversa. Ma, psicologicamente, noi diciamo che il domani è importante. Domani io farò questo, domani spero di cambiare, psicologicamente. Mi sto ponendo questo problema, perché tutte le nostre aspirazioni, la speranza, ogni cosa, sono fondate sul futuro, che è tempo.

Narayan: Suppongo allora che lei dica che qualsiasi aspirazione, per quanto nobile, rientra nel campo della realtà.

Krishnamurti: Nel campo del pensiero, sì.

Mehta: Sì, perché è una formulazione.

Krishnamurti: Una formulazione fatta dal pensiero.

Mehta: Esattamente. Alllora avrei ragione a credere che lei è interessato a essere totalmente libero dal fattore tempo, in termini psicologici?

Krishnamurti: Sì. Altrimenti sono intrappolato, la nostra mente vive sempre in un cerchio.

Mehta: Sì, questo è vero. Siamo legati al passato, a ciò che si è fossilizzato.

Krishnamurti: Sì, il passato che modifica il presente e va nel futuro. Questo passato che modifica se stesso nel futuro è il tempo. Così, quando si dice: “Sarò migliore”, “capirò” o “ci proverò”, tutto ciò ha a che fare con il tempo. Così mi chiedo se non sia solo un’invenzione del pensiero per sé, qualunque sia la ragione, e se quindi sia illusorio, e perciò non ci sia domani.

Mehta: In termini psicologici.

Krishnamurti: Naturalmente, l’abbiamo detto con grande chiarezza. Se si è invidiosi, l’invidia è una reazione sensoriale, e di conseguenza il pensiero ha creato questa invidia. Ora, generalmente diciamo: “Dammi tempo per liberarmi dall’invidia”.

Mehta: Sì, a condizione che percepiamo che questa è invidia.

Krishnamurti: Oh, sì, sono invidioso, tu hai una casa più grande, sei vestito meglio, hai più denaro e tutto il resto, tutti vedono questa invidia, questa gelosia, questo antagonismo. Così, è possibile, se si è invidiosi, liberarsi dell’invidia istantaneamente, e non permettere al tempo di intervenire? La questione è tutta qui.

Mehta: Non è forse l’invidia la reazione psichica a quanto è percepi­to attraverso i sensi?

Krishnamurti: Sì, è esatto.

Mehta: E i sensi non funzionano...

Krishnamurti: ... effettivi.

Mehta: Sì, lo sono. Determinati dalle condizioni fisiche effettive?

Krishnamurti: Sì, ovviamente.

Mehta: Quindi la reazione fisica segue l’attività sensoriale. E questo implica lo stimolo del piacere/dolore dentro di noi.

Krishnamurti: Ovviamente. Qualcuno ti vede che guidi una grossa macchina. E io sto guidando una macchina piccola, così c’è il confronto.

Mehta: Sì, sorge il confronto, sicuramente, in parte attraverso ciò che gli altri ci hanno messo davanti, cioè che questo è migliore di quello. Questo è più piacevole o questo è meno piacevole. Così noi ci impegoliamo in un’abitudine psicologica.

Krishnamurti: Comincia tutto sin dall’infanzia. Non siete bravi come vostro fratello agli esami, e tutto il sistema educativo è basato su questa va­lutazione comparativa delle capacità di ciascuno. Ora noi stiamo andando, vedete, stiamo allontanandoci da...

Rahula: Sì.

Smith: Si, signore, non eravamo appena giunti alla conclusione che qualsiasi cosa sia coinvolta nella misurazione e nel pensiero non può liberarsi dalla misurazione e dal pensiero?

Krishnamurti: Deve prima rendersi conto dell’effettività di ciò. Non dire: “Si, l’ho capito”.

Forbes: Se ne rende conto con il pensiero?

Krishnamurti: No.

Forbes: Quindi qual è il...

Krishnamurti: Con calma, ci stiamo arrivando lentamente. Riusciamo a capire che abbiamo usato il tempo psicologicamente e che tale uso psico­logico del tempo è un’illusione? Prima voglio capire, dobbiamo essere chiari su questo punto. Raggiungerò il cielo, diventerò illuminato, otterrò alla fine, dopo molte serie di esistenze, o una vita, il nirvana, il moksha, ogni cosa. Tutto questo è tempo psicologico. Ci stiamo chiedendo se è un’illusione. E un’illusione se è parte del pensiero.

Forbes: Giusto. Ora noi non possiamo, non usiamo il pensiero per vedere tutto ciò.

Krishnamurti: No, aspetti. La nostra comprensione è anche verbale?

Forbes: Anche con il pensiero?

Krishnamurti: Con il pensiero. Ora la comunicazione avviene, fra di noi, attraverso le parole. Queste parole sono state accumulate e così via, e per il momento entrambi parliamo inglese e ne capiamo il significato. Ebbene, riusciamo a vedere, a vedere non mediante la discussio­ne, la spiegazione, la razionalizzazione, che il pensiero ha creato que­sto tempo psicologico come mezzo per ottenere qualcosa?

Zimbalist: Possiamo vedere ciò ancora all’interno del processo del pensiero, ancora all’interno dell’ambito del pensiero?

Krishnamurti: No, aspetti.

Zimbalist: È questo il vedere di cui sta parlando?

Krishnamurti: No, ci sto arrivando. Ci sto arrivando lentamente, vorrei accompagnarvi fino a esso, altrimenti non sarà chiaro. Sono sulla buo­na strada, riusciamo a seguirci l’un l’altro, signori, o no?

Rahula: Io sto seguendo.

Krishnamurti: È esatto?

Rahula: Non posso ancora dirlo. Perché io non so dove stiamo andando.

Krishnamurti: Neanch’io so dove stiamo andando! Ma questo è un dato di fatto.

Rahula: Sì, questo è vero. Cioè, sto osservando.

Narayan: Io penso che ci siano anche alcune difficoltà nel capire cosa lei sta dicendo, perché nella natura ci sono crescita e maturità mediante il tempo.

Krishnamurti: Abbiamo già parlato di questo, Narayan, non ritorniamoci.

Narayan: Non sto tornando su questo argomento, ma inconsciamente lei si identifica con esso. Ci sono maturità e crescita negli esseri umani mediante il tempo? Esiste una sorta di maturità attraverso il tempo.

Krishnamurti: L’abbiamo detto.

Narayan: Sì, si rimane bloccati da questo.

Krishnamurti: Si resta aggrappati, si è attaccati a questa idea di tempo come miglioramento di sé, non soltanto fisicamente ma anche psicologi­camente.

Narayan: Non dico neanche miglioramento di sé, ma maturità. Un tipo di crescita naturale, confrontando voi stessi con la natura, come ve­dete ovunque.

Krishnamurti: Sì, ma aspetti, che cosa intende per maturità? Possiamo avere diversi significati per la parola maturo. Un albero è mature (cresciu­to) a una certa età, un essere umano è fisicamente maturo (adulto) a un’altra età. E il formaggio è maturo (stagionato)!

Narayan: Sì, l’intero, il frutto dal bocciolo.

Krishnamurti: Sì, il frutto è maturo per essere colto. E così via. Ma esiste la maturità psicologica? Questo è il punto fondamentale.

Parchure: Forse esiste un fattore della vita, la maturità intellettuale, che è al livello mentale.

Zimbalist: All’interno del mondo illusorio, c’è psicologicamente una certa maturità, ma è ancora fondata sul pensiero e sul tempo.

Krishnamurti: Sì, ma sto solo chiedendo, Maria: capiamo chiaramente, anche verbalmente, e quindi intellettualmente, che abbiamo usato il tempo come un catalizzatore psicologico per produrre il cambiamento? È giusto? Io sto indagando su questo catalizzatore.

Mehta: Posso chiederle che cosa intende esattamente con la parola “vediamo” quando chiede: “Vediamo che il tempo psicologico è un’illusione?”?

Krishnamurti: Con la parola vediamo intendo osservare senza l’interferenza del pensiero.

Mehta: Il che significa essere completamente consci, essere completamente consapevoli del fatto che il tempo è un’illusione.

Krishnamurti: Sì, vederlo come si vede un serpente, e non lo si scambia per una corda.

Mehta: No. Accettereste che questo comporta una trasformazione completa del vostro modo di essere consapevoli, della vostra coscienza? Quando siete realmente consci di qualcosa, non dovete...

Krishnamurti: Ora, aspetti un attimo. Di nuovo, le parole coscienza e conscio...

Mehta: Queste sono parole difficili.

Krishnamurti: Queste sono parole difficili. Io vedo questo: posso vederlo e non chiamarlo un microfono? Non chiamarlo in alcun modo, ma ve­dere la sua forma, osservarlo soltanto senza alcuna riflessione?

Mehta: Sì, senza nominarlo.

Krishnamurti: Nominarlo e tutto il resto, analizzarlo.

Mehta: In altre parole, vedere è un vedere integrale, quasi nel senso di essere ciò che vedete.

Krishnamurti: No, no. Questo diventa allora una dualità, voi diventate que­sto. No.

Mehta: Voi non diventate questo nel senso che siete fusi in esso. Ma siete consapevoli nei termini di un tutto unitario.

Krishnamurti: Un attimo solo. Queste sono di nuovo parole piuttosto difficili.

Rahula: Non penso che sia ciò che lui intende.

Krishnamurti: Osservare implica... Innanzi tutto, cerchiamo di considerarlo com’è inteso di solito: per osservare un albero, gli do un nome. Mi piace o non mi piace, e così via. Ma ciò che intendiamo per osservare, vedere, è in primo luogo ascoltare e non trasformare un’astrazio­ne di esso in un’idea, e così è l’idea a vedere. Mi chiedo se vedete.

Rahula: Sì, sì.

Krishnamurti: Per esempio, poco fa ho detto che psicologicamente il tempo non esiste, il tempo psicologico è un’invenzione del pensiero, e può essere un’illusione. Ora bisogna ascoltare questo senza interpretarlo, senza pensare che cosa si intende, senza razionalizzare o dire “non capisco”, “capisco”, limitarsi ad ascoltare quell’affermazione e non farsene un’idea, ma solo ascoltare. Quando si ascolta in questo mo­do, nello stesso modo si osserva, si vede. Cosa ne dice?

Rahula: Vorrei chiederle: che cosa sta cercando di dirci?

Krishnamurti: Sto cercando di dire che la verità non può assolutamente essere percepita, vista, attraverso il tempo.

Rahula: Giusto.

Krishnamurti: Aspetti un attimo, lei non può essere d’accordo.

Rahula: Non d’accordo, io lo vedo. Questo è il motivo per cui aspet­tavo di chiederle che cosa stava cercando di dire.

Krishnamurti: Sto cercando di dire questo: non sto cercando, sto dicendo!

Rahula: Sì, naturalmente, ciò che lei vuole dire.

Krishnamurti: Mi scusi. Sto dicendo che l’uomo, mediante il confronto con il mondo esterno, ha creato il tempo psicologico come mezzo per otte­nere un fine desiderato, remunerativo.

Rahula: Sono d’accordo.

Krishnamurti: No, lo vede come un dato di fatto, un dato di fatto nel senso che è così?

Forbes: La capacità della mente che vede: ciò è la stessa capacità che vede la verità?

Krishnamurti: Guardi, Scott, innanzi tutto lei ascolta questa affermazione, non è vero?

Forbes: Si: Sì.

Krishnamurti: Come ascolta questa affermazione?

Forbes: Beh, innanzi tutto mi limito ad ascoltare.

Krishnamurti: Lei ascolta. Se ne fa un’idea?

Forbes: Spesso, in seguito, sì.

Krishnamurti: No, è un processo simultaneo. Lei ascolta e se ne fa un’idea, e l’idea non è l’osservazione effettiva. È questo che sto dicendo.

Forbes: Ma se c’è questo...

Krishnamurti: No, dal tempo dei greci e degli induisti, tutta la nostra struttu­ra è fondata sulle idee. E stiamo dicendo che l’idea non è un evento effettivo, che è ascolto effettivo.

Mehta: L’idea è solo un’immagine dell’ascolto effettivo.

Krishnamurti: Sì, il che è un’evasione, un evitare l’osservazione effettiva.

Mehta: Del fatto immediato.

Krishnamurti: Sì, guardare o ascoltare.

Smith: Allora ci deve essere qualcosa che evitiamo costantemente.

Rahula: Sì.

Smith: Dal momento che abbiamo parlato del pensiero e delle varie cose che ha escogitato per creare un qualche genere di libertà o libe­razione o salvezza o redenzione, mi piacerebbe suggerire che ci po­trebbe essere un fattore propulsivo che è parte del pensiero, o che ci potrebbe essere un fattore propulsivo che lo spiega, e che potrebbe essere il dolore.

Krishnamurti: Sì, la fuga dalla pena mediante una ricompensa.

Smith: Sembra applicarsi alle civiltà più sofisticate e alle più primiti­ve, a tutte quante.

Krishnamurti: Ovviamente. Perché tutto il nostro pensiero è fondato su que­sti due principi, la ricompensa e la punizione. La nostra ricompensa è l’illuminazione, Dio, il nirvana, o come lo volete chiamare, lontano dall’ansietà, dalla colpa, da tutta la pena dell’esistenza; sapete, l’infe­licità di tutto ciò.

Mehta: Non è possibile essere liberi dall’idea di ricompensa o puni­zione?

Krishnamurti: È quello che sto dicendo. Finché la nostra mente pensa in termini di ricompensa e punizione, questo è tempo.

Mehta: Come mai la nostra mente pensa in questo modo?

Krishnamurti: Perché è in questo modo che siamo stati educati.

Mehta: Sì, vero.

Krishnamurti: Siamo condizionati fin dall’infanzia, in Occidente fin dal tempo dei Greci, perché per loro la misurazione era importante, altrimenti non avreste potuto ottenere tutta questa conoscenza tecnologica.

Mehta: E lei direbbe che ciò è dovuto al fatto che siamo legati all’idea di un “io” separato? Supponendo che si veda, si oda, si toc­chi, eccetera, tutto nei termini di una globalità, una consapevolezza della globalità?

Krishnamurti: Non si può essere consapevoli della globalità finché non si è capito il movimento del pensiero, perché il pensiero è in se stesso li­mitato.

Mehta: Il pensiero, sì, naturalmente, il che significa l’intrusione della coscienza di sé come qualcosa di separato. Altrimenti non sa­rebbe qui.

Krishnamurti: Come è venuta in essere questa coscienza che separa se stessa?

Mehta: In primo luogo con il condizionamento.

Krishnamurti: È evidente.

Mehta: Io, lei, io.

Krishnamurti: Naturalmente, la misurazione.

Mehta: La misurazione, esatto. E ciò viene inevitabilmente trasferi­to all’ambito della psiche, all’ambito della mente...

Krishnamurti: Naturalmente.

Mehta: ... o qualsiasi esso sia.

Krishnamurti: Così siamo giunti a questo punto. Lei afferma che il tempo psicologico è stato usato dall’uomo come mezzo per ottenere la sua ricompensa. È evidente. E questa ricompensa è lontana dal dolore che lui ha patito. Perciò stiamo dicendo che questa ricerca della ri­compensa, o l’ottenimento della ricompensa, è un movimento del tempo. Ma esiste una cosa simile? L’abbiamo inventata, può essere un’illusione. E da questa illusione non posso giungere alla realtà, voglio dire, alla verità. Quindi la mente deve essere totalmente, completamente libera da questo movimento della misurazione. È possibile?

Mehta: Per rispondere in breve, direi semplicemente di sì.

Krishnamurti: Sì. Lei dice di sì o come conclusione logica, o come asserzione speculativa, o desiderio, o concetto, o è così.

Mehta: Sì, c’è un “naturalmente”. Se c’è un senso di “naturalmente”, naturalmente è così, allora c’è...

Krishnamurti: Allora io presumo che sia così, ma continuo per il resto della mia vita ad andare nella direzione opposta.

Mehta: Se si vede realmente...

Krishnamurti: Ah, è quello che stiamo dicendo.

Mehta: ... allora non si va nella direzione opposta.

Krishnamurti: Quindi è quello che stiamo dicendo, lo vediamo o pensiamo soltanto di vederlo?

Mehta: Proprio così.

Zimbalist: Possiamo tornare un attimo indietro? Lei ha detto che os­serva, ascolta l’affermazione, la osserva. In realtà, che cosa fa la mente in questo osservare?

Krishnamurti: Per favore, se così posso esprimermi: per favore, non limita­tevi ad accettare ciò che si sta dicendo, ma cerchiamo di scoprirlo. L’osservazione nel senso di vedere senza nominare, senza misurare, senza un motivo, senza un fine. Ovviamente questo è davvero ve­dere. La parola idea, che deriva dal greco, la parola stessa significa osservare.

Zimbalist: Ma probabilmente siamo tutti d’accordo su questo. E cosa agisce in quel momento? È una sorta di logica, penso, nella maggior parte delle persone.

Krishnamurti: No.

Zimbalist: Ciò che lei ha detto sembra molto evidente.

Krishnamurti: L’osservazione implica stare in silenzio e non concepire alcuna conclusione, limitarsi a osservare silenziosamente, senza alcuna reazione psicologica o sensoriale, tranne quella visiva o mentale, l’intui­zione senza le reazioni della memoria.

Rahula: Senza alcun giudizio di valore.

Krishnamurti: Sì.

Mehta: Direbbe che questo implica l’assenza di reazioni del cervello o dei sensi?

Krishnamurti: Sì, è questo. Aspetti, è una cosa pericolosa coinvolgere il cer­vello. Perché allora dobbiamo approfondire tutta la questione del cervello e per il momento non vorrei farlo. Tuttavia ciò implica che il pensiero rimane assolutamente quieto nell’osservare.

Mehta: Gli scienziati, per esempio, che hanno ispirazioni veramente nuove, straordinarie, o ancora i grandi artisti quando creano opere meravigliose... Questo accade quando tutto è tranquillo all’interno, il che permette al nuovo, al veramente nuovo, all’energia della creazio­ne, di emergere.

Krishnamurti: Sì, signore, ma questa intuizione è parziale. L’intuizione o la percezione dello scienziato è parziale.

Mehta: Parziale, sì. Vale a dire, è la formulazione di questa intui­zione.

Krishnamurti: Ah, la sua intuizione non è solo una formulazione, ma c’è il dato di fatto della sua intuizione, perché l’intuizione implica una tra­sformazione totale della sua vita quotidiana; non è soltanto che io sono uno scienziato e ho un’intuizione nella matematica, nella materia, nell’atomo. L’intuizione implica nella sua totalità il modo in cui l’uo­mo vive.

Rahula: È proprio così.

Mehta: E qualsiasi intuizione è una manifestazione particolare che affonda le radici nel sottofondo della globalità.

Krishnamurti: Ah, no, qui ci allontaniamo. Io non posso accettare... scusate, non è che non posso accettarlo, ma è piuttosto ambiguo. Parliamo un po’ dell’intuizione o del vedere. L’intuizione implica un’osserva­zione in cui non c’è il ricordo delle cose passate, perciò la mente è attenta, libera da tutti gli impedimenti e così via, e si limita a osservare. Solo allora avete un’intuizione. Ma questa intuizione di cui stia­mo parlando coinvolge tutta la vita dell’individuo, e non soltanto la sua vita in quanto scienziato, o in quanto artista. Questi hanno un’intuizione parziale.

Rahula: Questo è solo un piccolo frammento.

Krishnamurti: Un frammento di intuizione, ma non è ciò di cui stiamo par­lando. Quindi si tratta di questo.

Rahula: Ciò di cui stiamo parlando è la globalità dell’esistenza.

Krishnamurti: Naturalmente, l’esistenza dell’uomo.

Mehta: Così, in questo stato dell’osservazione di cui lei sta parlando, non c’è alcuna reazione.

Krishnamurti: Naturalmente, è ovvio. Non è una reazione di causa/effetto.

Mehta: Già, c’è libertà dalla causalità.

Krishnamurti: Naturalmente, è ovvio, altrimenti ritorneremmo alla vecchia causa come motivo e così via.

Rahula: E questo vedere è oltre il tempo. È oltre il tempo, questo vedere non è limitato dal tempo o intrappolato in esso.

Krishnamurti: E questa intuizione non è contenuta nel tempo.

Rahula: È esatto. E naturalmente non è né causa né effetto.

Krishnamurti: Sì. Ma attenda un attimo. Abbiamo avuto l’intuizione dell’invenzione psicologica del tempo da parte del pensiero come se fosse il conseguimento di un risultato? Avete l’intuizione, la vedete, o è solo a un livello verbale, ideologico?

Rahula: O forse è un dato di fatto che il tempo psicologico è neces­sario per vedere.

Krishnamurti: No, abbiamo già approfondito la questione. L’uomo ha inven­tato il tempo, psicologicamente, per ottenere un fine desiderato, uno scopo, una ricompensa. Si vede ciò come un’idea, è così? È eviden­te che è così. Allora come fa l’uomo, questo è il punto, come fa l’uo­mo, un essere umano, ad allontanarsi completamente da ciò, trasfor­mare completamente l’intero concetto di idea, di tempo? Io dico che è possibile solo quando avete un’intuizione dell’intera cosa che non comprende lo sforzo, che non comprende la concentrazione, tutto ciò. Questa è la vera meditazione.

Mehta: Di fatto, si limita a succedere.

Krishnamurti: È la vera meditazione.

Rahula: Certamente.

Forbes: C’è però un dilemma in cui credo che molte persone si tro­vino quando ascoltano queste parole; al fine di avere questa intui­zione...

Krishnamurti: Ah, lei non può averla.

Forbes: Beh, affinché questa intuizione si verifichi, deve esserci un’intuizione del pensiero. E sembra in qualche modo un circolo vizioso.

Krishnamurti: No. Il pensiero, come abbiamo detto, è la reazione della memoria, e la memoria è conoscenza, esperienza, e così il pensiero proviene dal passato, sempre dal passato, non è mai libero dal passato.

Forbes: E abbiamo detto che ci deve essere un vedere, un osservare senza...

Krishnamurti: Vedere quello.

Forbes: Giusto. Ora noi non possiamo vedere quello con il pensiero. Abbiamo detto che ci deve essere un vedere, un osservare, che è un’intuizione...

Krishnamurti: ... del pensiero.

Forbes: ... del pensiero.

Krishnamurti: Aspetti, si fermi. Ora, il pensiero è la reazione della memoria. Il ricordo, immagazzinato nel cervello mediante l’esperienza, è di­ventato conoscenza. Quindi la conoscenza è sempre il passato. E da ciò sorge il pensiero. È indiscutibile, voglio dire, è così.

Forbes: Sì.

Krishnamurti: Ora, è questa un’idea o un’effettività che voi stessi avete percepito? Riuscite a vedere da voi che l’ascesa dell’uomo mediante la conoscenza non è tale? L’uomo, da un punto di vista tecnologico, può forse soltanto migliorare, ma, psicologicamente, se continua ad accumulare conoscenza, è preso in trappola. Lo vedete? O ve ne fate un’idea e dite: “Che cosa intende con ciò?”, e così via?

Forbes: Ma mi scusi, anche solo per vederlo devo essere libero.

Krishnamurti: No, osservi, innanzi tutto ascolti.

Forbes: Sì.

Krishnamurti: Ascolti senza analisi, senza interpretazione, senza simpatie o antipatie, si limiti ad ascoltare. E se lei ascolta così, lo ha assimilato, ha assimilato il fatto che il pensiero è la reazione della memoria. Al­lora può procedere. Dunque può il pensiero liberarsi mai da sua ma­dre, dalle sue radici, dalla sua sorgente? Ovviamente no.

Smith: Ma il pensiero può essere consapevole della sua attività.

Krishnamurti: Naturalmente. Abbiamo già parlato di tutto ciò.

Zimbalist: Direbbe che, se l’intuizione viene in essere in quel momento, allora quella intuizione non ricade nel meccanismo del pensiero?

Krishnamurti: Oh, no, naturalmente no. Diciamo, per esempio, che avete un’intuizione e agite. Ora, cerchiamo di essere chiari. Intuizione significa azione istantanea, non avere un’intuizione e poi agire. La vera intuizione comprende l’azione e voi agite. Questa azione è sempre corretta, corretta nel senso di accurata, precisa, senza alcun rimpian­to, senza alcuno sforzo, senza alcuna ricompensa o punizione, è così.

Smith: Tuttavia questa azione non è necessariamente un fare qualco­sa. Può essere nonazione nel senso di fare cose all’esterno.

Krishnamurti: Può darsi che dobbiate agire, sia esternamente sia internamen­te. Se ho un’intuizione dell’attaccamento, attaccamento alle idee, at­taccamento alle conclusioni, attaccamento alle persone, attaccamen­to alla mia conoscenza, esperienza... Se ho un’intuizione di questo, l’intera cosa è abbandonata.

Rahula: E posso esprimerlo in un altro modo, non so se è d’accordo, vedere questa illusione, vedere questa illusione.

Krishnamurti: Sì, ma bisogna essere sicuri che è un’illusione.

Rahula: Che la chiamiate illusione o qualsiasi altro nome le diate, vedere...

Krishnamurti: “Ciò che è”. Questo è tutto.

Rahula: Sì, vedere “ciò che è”. Non dategli un nome.

Krishnamurti: No, vedere “ciò che è”.

Rahula: Vedere “ciò che è” è vedere la verità.

Krishnamurti: No, no, vedete, state cominciando a parlare della verità, non sono ancora pronto per questo.

Rahula: Vorrei arrivarci prima dell’una! Non vorrei rimandare, ma la sua tesi principale è di non collocarla nel tempo.

Krishnamurti: Sì, l’ho detto proprio ora.

Rahula: Sì, vedere “ciò che è” così com’è è vedere la verità. Questo è quanto vorrei aggiungere, per farla breve. E la verità non è lonta­na da...

Krishnamurti: Mi scusi, io non so cosa sia.

Rahula: Questo è quanto sto dicendo, vedere.

Krishnamurti: Io non so cosa vuol dire vedere. Mi avete detto che cosa signi­fica vedere, ma potrei non vedere. Potrei pensare di vedere.

Rahula: Sì, allora lei non sta vedendo.

Krishnamurti: Devo essere molto chiaro: io non sto pensando di vedere.

Rahula: No.

Krishnamurti: Tutta la mia vita è questo: io “penso” di vedere.

Rahula: Il che è diverso dal vedere.

Krishnamurti: Lei dice così, ma le persone ordinarie dicono “vedo”, “capisco”, sì. Cioè, “penso di vedere, di capire cosa stai dicendo”. Ma io non posso realmente vedere “ciò che è”. Io penso di vedere “ciò che è”.

Forbes: Questo può essere un problema semplice, ma lei dice che la persona ordinaria dice “capisco cosa stai dicendo” ma di fatto non lo capisce. Capisce qualcosa solo mentalmente o intellettualmente. Pos­siamo dire che cosa comporta per la persona ordinaria questo vedere corretto, questo vedere senza pensiero?

Krishnamurti: L’ho spiegato. Innanzi tutto devo ascoltare. Ma ascoltiamo veramente, oppure formuliamo ogni genere di conclusioni, e le nostre menti ne sono così piene che non sono capaci di ascoltare? Mi vedete e dite: “È un indiano, che diamine, mandatelo via, non sa niente”. Oppure dite: “Be’, è considerato così e così, questo o quello”. Così voi di fatto non ascoltate.

Rahula: Beh, allora la questione è la seguente (mi limiterei a cambiare la terminologia): cosa può determinare questo ascolto corretto?

Krishnamurti: È stato detto che potrebbe essere determinato dalla sofferenza, il che è una sciocchezza. È stato detto tramite lo sforzo, il che è un’assurdità. Voi ascoltate quando qualcuno vi dice “ti amo”, vero? Quindi potete fare la stessa cosa, ascoltare quello che voi pensate sia spiacevole?

Perciò veniamo ora alla questione della verità. Abbiamo una discussione questo pomeriggio? Possiamo allora indagare la verità?

Rahula: No, non voglio attendere la verità! (risate)

Krishnamurti: Lei vuole avere tutto in cinque minuti?

Rahula: In meno di cinque minuti.

Krishnamurti: In un minuto?

Rahula: In un minuto. Se non può farlo in un minuto, non può farlo in cinque ore.

Krishnamurti: Sono alquanto d’accordo. Va bene, signore, in un secondo. La verità non è percepibile attraverso il tempo. La verità non esiste quando il sé è qui. La verità non viene in esistenza se il pensiero si muove in ogni direzione. La verità è qualcosa che non può essere mi­surato. E senza amore, senza compassione, con la sua intelligenza, la verità non può essere.

Rahula: Sì, ancora una volta ora ne ha parlato in termini negativi, nella vera tradizione del Buddha.

Krishnamurti: Lei l’ha tradotto nei termini della tradizione, perciò si è allon­tanato dall’ascolto attuale di quello che ho detto.

Rahula: L’lo ascoltato, ho ascoltato molto bene.

Krishnamurti: Allora ne ha colto il profumo.

Rahula: Sì, ho colto il profumo di ciò che lei ha detto. E questa è la ragione per cui volevo tutto in un attimo.

Krishnamurti: Quindi, signore, qual è allora il rapporto della verità con la realtà? Stia attento. Voglio dire, questi due sono perennemente divisi?

Rahula: No.

Krishnamurti: No, no.

Rahula: No, non esito, non sto esitando. Essi non sono divisi.

Krishnamurti: Come lo sa?

Rahula: Lo so.

Krishnamurti: Nossignore. “Essi non sono divisi”. Ora, cosa intende con ciò?

Rahula: Questo è quanto ho detto, vedere.

Krishnamurti: No, un attimo. La verità e la realtà, lei dice, non sono divise. Questo significa che il pensiero e la verità sono sempre insieme. Se non sono divisi, se qualcosa non è diviso, separato, è insieme, un movimento unitario. Il pensiero...

Rahula: Non il pensiero.

Krishnamurti: Aspetti, la realtà, ecco perché ho approfondito questo argomento. Realtà è tutto ciò che il pensiero ha raccolto. Siamo tutti d’accordo su questo. Possiamo usare la terminologia, la parola realtà, come qualcos’altro, non m’importa, ma per ora diciamo che la realtà è tutte le cose che il pensiero ha raccolto, compresa l’illusione. E la verità non ha assolutamente nulla a che fare con ciò, non può averlo. E di conseguenza le due non possono stare insieme.

Rahula: Vedere questa illusione, o qualunque cosa possa essere, ve­dere “ciò che è”, è vedere la verità. “ciò che è” è la verità. Non c’è ve­rità a parte questa. “ciò che è” è la verità, ciò che non è è falso.

Krishnamurti: No, no. Abbiamo detto che la realtà è il movimento del pensiero. Giusto? E la verità è senza tempo. La verità è senza tempo, non è la tua verità, la mia verità, la sua verità, è qualcosa oltre il tem­po. Il pensiero appartiene al tempo, i due non possono stare insieme, è questo che sto dicendo.

Rahula: Quello che ho detto è che non ce ne sono due. Questa è di nuovo dualità, lei sta di nuovo separando.

Krishnamurti: No, non lo sto facendo. Sto rilevando, signore, posso sbagliarmi ma sto soltanto rilevando che il pensiero ha creato tale illusione, e ha prodotto tanta falsità, e può ingannare se stesso dicendo: « Sì, ho visto la verità’. Quindi devo essere molto chiaro, deve esserci chiarezza, in modo che non ci sia assolutamente alcuna falsità. E dico che la falsità esiste, esisterà inevitabilmente, se non capisco la natura della realtà.

Rahula: Penso che qui siamo giunti alla verità. Non so se lei...

Krishnamurti: Non sono giunto alla verità, non posso giungere alla verità.

Rahula: No, lei vede la verità.

Krishnamurti: Io non vedo la verità. C’è un’enorme differenza. Non posso giungere alla verità, non posso vedere la verità. La verità può solo esistere, può solo essere, oppure soltanto è, quando il sé non è.

Rahula: Questo è giusto.

Dalla trascrizione di una conversazione con studiosi buddhisti e membri del personale di Brockwood tenuta a Brookwood Park il 28 giugno 1979, copyright © 1975/1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

13. Ojai, California, 8 maggio 1980

Domanda: Di questi tempi prevale la presupposizione che tutto sia relativo, una questione di opinioni personali, e che non esista qualcosa come la verità o un fatto indipendente dalla percezione in­dividuale. Che risposta intelligente si può dare a questa credenza?

Krishnamurti: Forse che siamo tutti individualisti al punto che quello che io vedo, quello che voi vedete, è l’unica verità? Al punto che la mia opinione e la vostra sono gli unici dati di fatto che abbia­mo? Questo è quanto la domanda implica: che tutto è relativo; il bene è relativo, il male è relativo, l’amore è relativo. Se tutto è relativo, cioè non è l’intera e completa verità, allora le nostre azioni, le nostre emozioni, i nostri rapporti personali sono relativi, possono essere conclusi in qualsiasi momento vogliamo, in qualsiasi momento non ci soddisfano.

Esiste qualcosa come una verità separata dalle credenze personali, dalle opinioni personali? Esiste qualcosa come la verità? Nell’anti­chità questa domanda è stata posta dai greci, dagli induisti e dai buddhisti. Una delle particolarità delle religioni orientali è che il dubbio è stato sempre incoraggiato, dubitare, chiedere, mentre nella religione in Occidente è piuttosto soffocato, è chiamato eresia.

Mettendo da parte le opinioni, le percezioni, le esperienze perso­nali, che sono sempre relative, bisogna scoprire da soli se esista una percezione, un vedere, che sia la verità assoluta, non relativa. Come si può scoprirlo? Se si dice che le opinioni e le percezioni personali sono relative, allora non esiste la verità assoluta; tutto è relativo. Perciò il nostro comportamento, la nostra condotta, il nostro modo di vita, è relativo, casuale, incompleto, parziale, frammentario.

Come si può scoprire se esiste la verità assoluta, che è completa, che non cambia mai nella temperie delle opinioni personali? Come fa a scoprirlo la nostra mente, l’intelletto, il pensiero? Si sta investi­gando qualcosa che richiede una gran quantità di indagini, un’azione nella vita quotidiana, un mettere da parte ciò che è falso: è l’unico modo di procedere.

Se abbiamo un’illusione, una fantasia, un’immagine, un concetto romantico della verità o dell’amore, è proprio questo l’ostacolo che ci impedisce di andare avanti. Possiamo onestamente investigare cos’è un’illusione? Come viene in essere l’illusione? Qual è la sua origine? Non significa trastullarsi con qualcosa che non è effettivo?

L’effettivo è ciò che sta accadendo, che possa essere chiamato buono, cattivo o indifferente; è ciò che sta di fatto avvenendo. Quan­do si è incapaci di affrontare ciò che sta di fatto avvenendo dentro di sé, ci si crea l’illusione di sfuggirgli. Se si è riluttanti ad affrontare ciò che sta realmente accadendo, o se ne ha paura, proprio questo atto di evitare crea l’illusione, una situazione irreale, un movimento fittizio, lontano da ciò che è. Questa parola, illusione, implica l’allonta­narsi da ciò che è.

Si può evitare questo movimento, questa fuga dall’effettività? Che cos’è l’effettivo? L’effettivo è ciò che sta succedendo, comprese le reazioni, le idee, le credenze e le opinioni che si hanno. Affrontarle è non creare l’illusione.

Le illusioni possono esserci solo se c’è un moto di allontanamento dal dato di fatto, da ciò che sta succedendo, da ciò che di fatto è. Nella comprensione di ciò che è, non è l’opinione personale a giudi­care, ma l’osservazione effettiva. Non si può osservare ciò che sta ef­fettivamente accadendo se la propria credenza o il proprio condizio­namento qualificano l’osservazione; allora si evita la comprensione di ciò che è.

Se si potesse osservare ciò che sta di fatto accadendo, allora si eviterebbe qualsiasi forma di illusione. È possibile farlo? È possibile osservare realmente la propria dipendenza, la dipendenza da una persona, da una credenza, da un ideale, o da qualche esperienza che ha generato una gran quantità di agitazione? Questa dipendenza crea inevitabilmente illusione.

Così una mente che non crea più l’illusione, che non formula ipo­tesi, che non ha allucinazioni, che non vuole afferrare un’esperienza di ciò che è chiamato verità, ha messo ordine dentro di sé. È in ordi­ne. Non c’è la confusione provocata dalle illusioni, dagli inganni, dalle allucinazioni; la mente ha perso la sua capacità di creare illusio­ni. Allora che cos’è la verità? Gli astrofisici, gli scienziati, usano il pensiero per indagare il mondo materiale intorno a loro, vanno oltre la fisica, ma sempre muovendosi verso l’esterno. Ma se si dà inizio a un movimento verso l’interno, si vede che anche l’“io” è materia. E il pensiero è materia. Se si riesce ad andare verso l’interno, spostandosi da un fatto a un altro fatto, allora si comincia a scoprire ciò che è oltre la materia. Dunque, se questo processo viene portato a termine, esiste la verità assoluta.

Dalla trascrizione del secondo incontro di domande e risposte tenuto a Ojai in California l’8 maggio 1980, copyright © 1980/1995, Krishnamurti Foundation Tru­st Ltd.

14. Bombay, 3 febbraio 1985

Ora, se volete, discuteremo insieme a fondo la questione di cosa sia un modo di vivere olistico. La parola intero (whole) significa completo, non spezzettato in frammenti, frammenti come un uomo d’affari, un artista, un poeta, un sempliciotto religioso, eccetera, che è il modo in cui abbiamo diviso la nostra vita. Voi appartenete a un gruppo speciale, con ghirlande e strani vestiti, e un altro grup­po indossa qualche altro genere di costume. Categorizziamo co­stantemente mettendo le persone in un cassetto, in modo che siano questo o quello, comunisti, socialisti, capitalisti, e così via. Quindi la nostra vita, se osservate attentamente, è spezzata, frammentata. E perché noi, esseri umani, che abbiamo vissuto su questa terra meravigliosa per un milione di anni o per cinquantamila anni, sia­mo così?

Una delle cause principali di questa frammentarietà è che il cer­vello è schiavo del pensiero, e il pensiero è limitato. Dovunque c’è li­mitazione c’è frammentazione. Quando sono interessato a me stesso, al mio progresso, alla mia realizzazione, alla mia felicità, ai miei pro­blemi, faccio crollare l’intera struttura dell’umanità riducendola all’io. Quindi uno dei fattori per cui gli esseri umani sono frammen­tati è il pensiero.

Un altro dei fattori è il tempo. Avete mai riflettuto su che cos’è il tempo? Secondo gli scienziati, che sono interessati al tempo, esso è una serie di movimenti. Così il movimento è tempo. Il tempo non è solo misurato dall’orologio, cronologicamente. Il tempo è il sole che sorge, il sole che tramonta; il tempo è l’aurora, la neve sulle monta­gne e nelle vallate profonde, l’oscurità della notte e la luminosità delmattino. E c’è anche il tempo psicologico, il tempo interiore. Io sono questo, diventerò quello. Non conosco la matematica, ma un giorno imparerò tutto su di essa. Ciò richiede tempo. Imparare un nuovo linguaggio richiede una grande quantità di tempo: tre mesi, sei mesi o due anni. Anche questo è tempo. C’è il tempo per imparare, per memorizzare, e c’è anche il tempo come un’entità centrata su di sé che dice: “Diventerò qualcos’altro”. Così il divenire, psicologicamente, implica anche il tempo.

Stiamo quindi indagando su che cos’è il tempo? Non solo il tem­po per imparare un’abilità, ma anche il tempo che abbiamo svilup­pato come processo di realizzazione: “Non so come meditare. Mi siederò a gambe incrociate, e un giorno imparerò come controllare il mio pensiero. Un giorno otterrò ciò che la meditazione dovrebbe essere”. Così io pratico, pratico, pratico. E poi divento una scimmia meccanica. Perché qualsiasi cosa voi pratichiate, nel farlo diventate meccanici. Il tempo è il passato, il presente e il futuro. Il tempo è il passato, tutte le esperienze, la conoscenza che gli esseri umani hanno acquisito e che rimane nel cervello come memoria. È semplice. E questo passato agisce ora nel presente. Tutti i ricordi, la conoscenza, le esperienze, le tendenze, e così via, sono lo sfondo, e questo sfondo ora agisce. Così voi siete il passato. E il futuro è ciò che siete adesso, forse modificato, ma il futuro è il passato modificato. Il passato mo­dificato nel presente è il futuro.

La vostra tradizione di paese dotato di una certa cultura negli ul­timi tre o cinquemila anni, questa vasta accumulazione di conoscen­za, cultura, tutto ciò per cui gli esseri umani hanno lottato, che hanno investigato, su cui hanno discusso, tutto ciò nel presente viene distrutto, perché lo richiedono le condizioni economiche. Il passato è spezzato, modificato, e sta per diventare il futuro. Questo è un dato di fatto. Quindi, se non c’è alcun cambiamento radicale nel presente, domani sarete gli stessi di oggi. Di conseguenza il futuro è adesso. Il futuro, non il futuro dell’acquisire conoscenza, ma il futuro psicolo­gico, è che la psiche, l’“io”, il sé, è la memoria del passato, e questa memoria ora modifica se stessa e va avanti. Perciò il futuro e il passato sono nel presente. Pertanto tutto il tempo, il passato, il presente e il futuro, è contenuto nell’adesso. Non è complicato. È logico. Così, se il cervello umano non cambia adesso, all’istante, il futuro sarà ciò che siete, ciò che siete stati.

È possibile cambiare radicalmente, in modo sostanziale, adesso, non nel futuro? Questo è molto semplice. Non complicatelo. Siamo il passato. Non c’è dubbio al riguardo. E non c’è dubbio che il pas­sato si modifichi nelle reazioni, nelle sfide, in vari modi. E che diven­ti il futuro. Guardate, avete avuto in questo paese una civiltà per un periodo da tre a cinquemila anni. Questo è il passato. E le attuali cir­costanze richiedono che voi vi distacchiate dal passato. E ora non avete piùalcuna cultura. Potete parlare della cultura del passato, trarre soddisfazione dalla fama del passato e dai lunghi secoli trascorsi, ma tutto ciò è stato fatto saltare in aria, disperso dalle pretese del presente, dalla sfida del presente. E questa sfida, questa pretesa, sta cambiando in un’entità economica. Quindi il passato, sfidato dall’adesso, diventa il futuro.

Inoltre noi vogliamo avere radici, un’identificazione: l’identifica­zione con un gruppo, con una famiglia, con qualche guru, e questo è il motivo per cui indossate questi strani indumenti. So che non vor­reste privarvene, ma è il vostro compito. Perciò noi vogliamo identi­ficarci con un gruppo, con una famiglia, con una nazione, e così via. E la minaccia di una guerra è un fattore molto importante nella no­stra vita, perché la guerra può distruggere le nostre radici da un punto di vista psicologico; di conseguenza desideriamo uccidere gli altri. Inoltre vogliamo essere identificati. Capite? Identificati con un nome, identificati con una famiglia, e così via. Così questi sono i princi­pali fattori della nostra vita frammentata. Ora, ascoltate la verità di tutto ciò o ascoltate soltanto una descrizione di quanto viene detto, e ne diffondete la descrizione, anziché la verità? Ne diffondete l’idea, anziché l’effettività.

Per esempio, mettiamo che chi vi parla dica: “T’utto il tempo è adesso”. Se lo capite, è una verità meravigliosa. Ora, la ascoltate come una serie di parole, e quindi come un suono, una parola, un’idea, un’astrazione della verità come idea, oppure ne afferrate la verità, senza costruire un’astrazione? Quale delle due cose state facendo? Vivete con la realtà effettiva, o astraete l’idea dal dato di fatto e poi seguite l’idea, anziché il dato di fatto? Questo è ciò che fa l’intelletto. L’intelletto è necessario. Probabilmente abbiamo in ogni caso po­chissimo intelletto, perché ci siamo affidati a qualcuno. L’intelletto implica e richiede il raziocinio, la logica, e il vedere le cose in modo molto molto chiaro, il discernimento. Inoltre, la funzione dell’intelletto è raccogliere informazioni e agire in base a tali informazioni. E quando udite un’affermazione come “Tutto il tempo consiste nell’adesso” e “Siete l’intera umanità, perché la vostra coscienza forma un’unica entità con tutte le altre”, come ascoltate queste afferma­zioni? Ne fate astrazioni come idee? O ascoltate la verità, l’effetti­vità, la profondità, il senso di immensità che esse comportano? Le idee non sono immense. Ma un dato di fatto ha enormi possibilità.

Quindi una vita olistica non è possibile quando la causa è il pensiero, il tempo, e il desiderio di identificazione e di radici. Questi im­pediscono un modo di vita che sia intero, completo. Ora, quando udrete questa affermazione, chiederete: “Come farò a bloccare il pensiero?”. Una domanda ovvia, vero? “Come farò?”. So che il tem­po è necessario per apprendere un’abilità, un linguaggio, una disci­plina tecnologica, e così via. Il tempo è necessario per la ricerca. Ma ho appena cominciato a rendermi conto che il passaggio da “ciò che è” a “ciò che dovrebbe essere” richiede tempo e può essere completamente sbagliato. Può non essere vero. Così cominciate a fare doman­de, o forse dite: “Beh, non capisco di che cosa parli, ma sono d’ac­cordo”? Il che è quanto in realtà sta succedendo.

Vorrei che fossimo molto onesti con noi stessi. L’onestà, come l’umiltà, è una delle cose più importanti. L’umiltà coltivata da un uo­mo vanesio fa parte della sua vanità. L’umiltà non ha nulla a che fare con la vanità, con l’orgoglio. Essa è uno stato della mente, un cervel­lo che dice: “Non so, ma lasciatemi indagare”. Non dice mai: “Io so”. Così ora avete prestato ascolto al dato di fatto che tutto il tempo consiste nell’adesso, il dato di fatto. Potete non essere d’accordo o potete essere d’accordo. Questa è una delle cose per noi peggiori, assentire e dissentire. Perché dovremmo assentire o dissentire? È un dato di fatto che il sole sorge a est, è un fatto. Non assentite o dissentite. Il sole è tramontato. È un dato di fatto. Quindi possiamo in entrambi i casi osservare i fatti? Così non c’è divisione fra coloro che assentono e coloro che dissentono. C’è soltanto il vedere le cose come sono. Potete dire: “Io non vedo”, ma questa è un’altra cosa. In tal caso possiamo cercare di capire come mai non vedete, e così via. Ma quando entriamo nell’area dell’assenso e del dissenso, allora di­ventiamo sempre più confusi.

Pertanto chi vi parla ha affermato che la nostra vita è frammenta­ta. Questo è un dato di fatto. Il nostro modo di pensare è frammentato. Siete uomini d’affari, guadagnate molto denaro e poi andate a costruire un tempio o fate la carità. Osservate la contraddizione. E non siamo mai onesti verso noi stessi, profondamente onesti. Non onesti allo scopo di essere qualcos’altro o di capire qualcos’altro, ma per essere indiscutibilmente chiari, per avere un assoluto senso di onestà, il che significa essere privi di illusioni. Se dite una menzogna, dite una menzogna e lo sapete, e dite: “Ho detto una menzogna”. Senza dissimularla. Quando siete arrabbiati, siete arrabbiati. Dite che siete arrabbiati. Non cercate di fornire cause o spiegazioni o di trovare un modo per liberarvi dalla rabbia. Questo è assolutamente necessario se vi preparate a indagare cose molto più profonde, come ora facciamo. Non trasformate un fatto in un’idea, ma rimanete con il dato di fatto. Ciò richiede una percezione molto chiara.

Ora che abbiamo detto tutto ciò, diciamo: “Sì, lo capisco da un punto di vista logico, intellettuale”. Questo è ciò che direste. E inol­tre: “Come devo collegare all’azione ciò che ho capito da un punto di vista logico, intellettuale, ciò che ho udito? Qual è la verità?”. Così avete già creato una divisione fra la comprensione intellettuale e l’azione. Lo vedete? Quindi ascoltate, limitatevi ad ascoltare. Non fate niente a riguardo. Non dite: “Come posso ottenere qualcosa? Come posso porre termine al pensiero e al tempo?”, cosa che non potete fare, che sarebbe assurda perché siete il risultato del pensiero e del tempo. Perciò continuate a girare in tondo. Ma se ascoltate, non reagite, non dite “come?” ma ascoltate veramente, una bella musica, il richiamo di un uccello, ascoltate, che “il tempo è tutto nell’adesso”. E il pensiero è movimento, così il pensiero e il tempo sono sempre insieme. Non sono due movimenti separati, ma un mo­vimento costante. Questo è un dato di fatto. Ascoltatelo.

Allora c’è l’identificazione: volete identificarvi, perché identifican­dovi con un induista, un musulmano, un cristiano, o qualsiasi altra cosa, vi sentite protetti. Questo è un dato di fatto. E I’identificazione è una delle cause della frammentazione della nostra vita, come pure il tempo, il pensiero e anche il bisogno di sicurezza, e quindi mettia­mo radici in un paese particolare, in una famiglia, in una comunità, in un gruppo particolare. Ascoltate, non fate niente: questi sono i fattori della nostra frammentazione. Ora, se ascoltate molto attentamente, questo stesso ascolto crea la sua energia. Capite? Se ascolto la realtà di quanto è stato detto, e non c’è reazione perché mi limito adascoltare, allora ciò implica il raccogliere tutte le energie per ascoltare. Questo significa dare enorme attenzione all’ascolto. E questo stesso ascolto elimina i fattori della frammentazione o la sua causalità. Se fate qualcosa, state agendo in base alla realtà. Ma se c’è soltanto l’osservazione, senza travisamento, senza pregiudizio, quell’osservazione, quella percezione, che è grande attenzione, quella stessa attenzione consuma il senso del tempo, il pensiero.

Dalla trascrizione del secondo discorso tenuto a Bombay il 3 febbraio 1985, copyright © 1985/1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

15. Bombay, 7 febbraio 1985

Domanda: Mi scusi, vorrei un chiarimento. Lei ha detto proprio ora: un’affermazione vera o falsa. Che cos’è vero e che cos’è falso?

Krishnamurti: La verità? Che cos’è un’affermazione vera o un’affermazione falsa? Come lo scoprite? Da qualcun altro? Cos’è un’affermazione falsa? E cosa intendete per falsa? Prendete un esempio molto comune: molti approvano il nazionalismo come una realtà meravigliosa, ritengono che dobbiamo essere nazionalisti. Questa è un’affermazione vera o un’affermazione falsa? Come la considerate? Come lo scoprite? Sentite un po’, per esempio, la maggior parte di voi crede in Dio. No? Bene. Credete in Dio. È un’affermazione falsa o un’afferma­zione vera? Come lo scoprite? Potete credere in qualsiasi cosa vi piac­cia, in qualsiasi illusione, in qualsiasi concetto fantastico, immaginario, sentimentale. E la credenza non deve necessariamente essere vera. Nessuna credenza lo è. Così, come scoprite queste cose?

Come scoprite se esiste un Dio? Per scoprirlo dovete avere una mente libera, non una mente credente. Dovete avere una mente che sia capace di indagare, osservare, dubitare, porre domande, capace di non avere paura. La paura può trasformare in vero il falso, e in falso il vero. Questo è quanto succede nel mondo. Quindi, per sco­prire che cos’è vero, cos’è la verità, deve esserci una grande sensibi­lità, un senso di libertà; non solo l’idea della libertà, ma una libertà reale, la libertà dalla paura, e così via. La maggior parte di noi ha molte illusioni, e queste illusioni sono diventate verità, realtà. E libe­rarsi dall’illusione è il lavoro più necessario e arduo. Siate completamente liberi da tutte le illusioni; solo allora scoprirete che cosa è ve­ro e che cosa è falso.

Dalla trascrizione del secondo incontro di domande e risposte tenuto a Bombay il 7 febbraio 1985, copyright © 1985/1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

16. Bombay, 9 febbraio 1985

La nostra coscienza è condivisa, è tutt’uno con quella dell’uma­nità intera. Noi non ne vediamo la bellezza, l’immensità. Ritorniamo al nostro schema, pensando che siamo tutti individui, combattendo, sforzandoci, essendo competitivi, ciascuno desideroso di realizzare il suo orrendo piccolo sé. Dal momento che questo non significa nien­te per noi, ritorniamo al nostro vecchio modo di vivere. Così è molto meglio non ascoltare tutto ciò. Se ascoltate la verità e non agite in base a essa, essa agisce come un veleno. Ecco perché la nostra vita è così meschina e superficiale.

Dobbiamo discutere insieme a fondo la ragione per cui l’uomo non soltanto è vissuto nella confusione per migliaia e migliaia di an­ni, ma ha anche ricercato perpetuamente il piacere: il piacere nel possesso, nel successo, nel potere, nell’avere una posizione sociale, e non solo il piacere sessuale, che è mantenuto vivo pensando costan­temente al sesso, mediante ritratti della fantasia, o creando immagi­ni. Vale a dire, il pensiero dà piacere, la sensazione è trasformata in piacere.

Così dobbiamo capire che cos’è il piacere, e perché ricerchiamo il piacere. Non stiamo dicendo che è giusto o sbagliato. Non stiamo condannando il piacere, né stiamo condannando il desiderio. Il desi­derio è parte del piacere. L’appagamento del desiderio è la natura del piacere. Quindi dobbiamo discutere a fondo insieme non soltan­to la natura del piacere, ma anche cos’è il desiderio. Il desiderio può essere la causa della confusione, dal momento che ciascuno desidera soddisfare, realizzare il proprio particolare desiderio. Noi ci interes­siamo ad argomenti seri, non allo svago, non a giochi intellettuali, ma alla nostra vita, alla nostra vita quotidiana, monotona, noiosa, ba­nale e meschina.

Pertanto cercheremo insieme di capire se il desiderio è una delle cause principali della confusione. L’appagamento, la realizzazione del desiderio, in qualsiasi direzione, dà piacere, gratifica. Così dob­biamo indagare insieme, esplorare, che cos’è il desiderio. Senza condannarlo, senza fuggirlo, senza cercare, come ha fatto la maggior parte delle religioni, di sopprimerlo, il che è assurdo. Quindi osser­viamolo. Che cos’è il desiderio? Probabilmente la maggior parte di noi non ci ha pensato per niente. L’abbiamo accettato come un mo­do di vita, abbiamo ammesso che sia un istinto naturale dell’uomo o della donna, e ci chiediamo perché preoccuparcene. A eccezione di quelle persone che dicono di aver rinunciato al mondo (cosa che non hanno mai fatto), di coloro che vanno nei monasteri dove cercano di sublimare il desiderio con la venerazione di una persona, di un simbolo, e così via. Per favore, tenete a mente che non lo stiamo condannando. Stiamo cercando di scoprire insieme che cos’è il desi­derio, di scoprire perché l’uomo è rimasto catturato nella trappola del desiderio, nella rete del desiderio, per un milione di anni, non solo fisicamente, biologicamente, ma anche psicologicamente. Inda­gherete con chi vi sta parlando, oppure vi limiterete ad ascoltarlo, mentre lui indaga, esplora per conto suo?

Com’è facile rimanere intrappolati nelle spiegazioni, nelle descri­zioni, e noi ci accontentiamo dei commenti, delle descrizioni e delle spiegazioni. Ma non stiamo facendo questo. Dobbiamo spiegare, descrivere, mettere in evidenza, collocare il desiderio nella struttura delle parole. Il desiderio è una delle cose più complesse da capire, non intellettualmente, ma a un livello profondo. Spiegherò, ap­profondirò l’argomento, ma anche voi dovete approfondirlo, non solo essere d’accordo o dissentire, questo è sciocco. Dobbiamo scoprire la natura del desiderio, come viene creato, qual è la sua origine, il suo inizio. Ogni animale su questa terra ha desideri.

Ogni essere umano è catturato in questa rete dei desideri e si sen­te infelice quando i suoi desideri non sono soddisfatti, siano essi ideologici, religiosi, platonici, o soltanto fisici. Qual è l’origine, l’ini­zio del desiderio? Chi vi parla descriverà, non analizzerà. C’è una differenza fra analisi e percezione. L’analisi comporta qualcuno che analizza e un oggetto da analizzare, il che significa che chi analizza è diverso dalla cosa analizzata. Sono diversi? Supponiamo che io sia colui che analizza e sia invidioso, e cominci ad analizzare perché sono invidioso, come se io fossi diverso dall’invidia. Ma l’invidia è me. L’invidia non è separata da me. L’avidità, la competizione, il con­fronto, tutto ciò è me. Quindi noi non stiamo analizzando, ma os­serviamo, ascoltiamo e, nel corso del processo, impariamo. L’ap­prendimento non è solo una memoria che accumula. Questa è ne­cessaria, ma l’apprendimento è qualcosa di totalmente diverso, non è un processo di accumulazione. Siete in movimento, senza mai re­gistrare, freschi.

Osserviamo insieme che cos’è il desiderio, qual è l’origine del desiderio, perché gli esseri umani sono eternamente intrappolati in esso. Se avete un po’ di denaro, volete più denaro; se avete un po’ di potere, volete più potere. E il potere, qualsiasi forma assuma, che sia su vostra moglie o sui vostri figli, che sia un potere politico o religio­so, è una cosa malvagia, abominevole, perché non ha nulla a che ve­dere con la verità. Approfondiremo l’argomento.

Pertanto, qual è l’origine del desiderio? Noi viviamo mediante la sensazione. Se non ci fosse alcuna sensazione, sia biologicamente sia psicologicamente, saremmo esseri umani morti. Viviamo grazie alla sensazione. Il suono del richiamo di quella cornacchia agisce sul tim­pano, sui nervi; e il rumore è tradotto nel grido di una cornacchia. Questa è la sensazione. E la sensazione è provocata dall’udire o dal vedere, quindi dal contatto. Vedete un bel giardino, ben tenuto. È verde, ricco, perfetto, non ci sono erbacce. Un tappeto erboso che è stato curato per quattrocento anni è bello da vedere. Dapprima lo guardate, poi, se siete sensibili, andate a toccare l’erba. La vista, il contatto, e quindi la sensazione. Vedere un magnifico giardino, una bella macchina, un bell’albero, un bell’uomo o una bella donna. Vi­viamo tramite la sensazione. È necessaria. Se non siete sensibili, se siete ottusi, siete vivi solo per metà, com’è la maggior parte di noi.

Così c’è la sensazione, e poi che cosa succede? Prendete un esem­pio molto semplice: vedete un bel sari, o una camicia in un negozio. La vedete, entrate, la toccate, e c’è la sensazione di toccarla. Dite: “Accidenti, che bella stoffa”. Allora che succede? C’è il vedere, il contatto, la sensazione; dopodiché, cosa accade? State aspettando che ve lo dica? Se lo vedete da voi, senza che vi venga detto da qual­cun altro, allora diventerete il maestro e il discepolo. Ma se ripetete, ripetete, ripetete ciò che ha detto qualcuno, come chi vi sta parlando, allora rimarrete mediocri, privi di pensiero, ripetitivi. Quindi cerchiamo di approfondire l’argomento.

C’è il vedere, il contatto, la sensazione. Vedete una delle ultime auto provenienti dall’Europa, ne toccate lo smalto, il contorno, ne sentite la consistenza al tatto, e poi da questo sorge la sensazione. Al­lora sopraggiunge il pensiero e dice: “Come sarebbe bello se io po­tessi averla”. Come sarebbe bello se potessi entrare nell’auto e met­terla in moto. Quindi, cos’è successo? Il pensiero ha dato forma alla sensazione. Il pensiero ha dato alla sensazione l’immagine di voi che, seduti nella macchina, la mettete in moto. In quel momento, quando il pensiero crea l’immagine di voi che state seduti nella macchina, in quell’attimo nasce il desiderio. Il desiderio nasce quando il pensiero dà forma alla sensazione, quando dà un’immagine alla sensazione.

Ora, il problema è che la sensazione è il nostro modo di esistere, essere sensibili è parte dell’esistenza. E abbiamo imparato a reprimere i desideri, o a soggiogarli, o a conviverci, con tutti i problemi che comportano. Ora, se si capisce, non in modo intellettuale ma nella realtà dei fatti, che il pensiero dà forma attraverso l’immagine, e che in quell’attimo è presente l’origine del desiderio, allora sorge la domanda: è possibile vedere la macchina, toccarla, ma non lasciare che il pensiero crei l’immagine, e così mantenere una sospensione?

Bisogna anche scoprire che cos’è la disciplina. Quindi parliamo della disciplina e torneremo in seguito al desiderio. La parola disci­plina deriva dalla parola discepolo. L’origine etimologica di questa parola è qualcuno che impara, un discepolo che apprende dal suo maestro. Imparare, non conformarsi, non controllare, non reprimere, non seguire, non diventare obbediente. Al contrario: imparare dall’osservazione. Vale a dire, state imparando cos’è il desiderio, im­parando qualcosa su di esso, il che vuol dire non memorizzare.

La maggior parte di noi è allenata a disciplinarsi secondo uno schema: copiare, seguire, obbedire. Questo è ciò che tutti fate, spe­rando che la disciplina produrrà ordine. Ma se una persona sta im­parando, allora proprio quell’apprendimento diventa il proprio ordi­ne. Non dovete avere un ordine imposto dalla legge o da qualsiasi altra cosa.

Così, nel preciso momento in cui il pensiero dà forma alla sensa­zione fornendole un’immagine, nasce il desiderio. Potete imparare, scoprire se è possibile separarli, permettendo alla sensazione di fiorire senza che il pensiero interferisca con essa? Non avete mai fatto tutto questo. Allora scoprirete che il desiderio ha la sua corretta collocazione. Quando capite la natura del desiderio, non c’è conflitto ri­guardo a esso.

Dovremmo anche discutere insieme a fondo di cosa sono l’amore, la sofferenza e la morte. Andiamo avanti? Questo influisce sulla vo­stra vita quotidiana, non è qualcosa che prendete in considerazione da un punto di vista intellettuale. Riguarda il modo in cui vivete, la vostra vita, non la vita di qualcun altro. Dopo tutti questi milioni di anni, guardate che cos’è la nostra vita, quant’è vuota, superficiale, violenta, brutale, sconsiderata, sbadata. Osservatela. Tutto ciò ha creato nel mondo tanta confusione. Noi tutti vogliamo avere un’ele­vata posizione, ottenere qualcosa, diventare qualcosa. Osservando tutto ciò, c’è una grande sofferenza, vero? Forse che nel mondo ogni essere umano, sia di alto rango odi bassa estrazione, come un paesa­no incolto, non sperimenta grandi sofferenze? Egli può riconoscere la natura, la bellezza e la forza della sofferenza, ma subisce il dolore come voi, e il genere umano ha sperimentato la sofferenza per un milione di anni. Non abbiamo risolto il problema. Vogliamo fuggirlo. Vogliamo il problema già risolto.

E qual è il rapporto della sofferenza con l’amore e la morte? Può esserci una fine alla sofferenza? Questa è stata una delle domande che il genere umano si è posto per un milione di anni. Esiste una fine a tutto il dolore, le ansietà, la pena della sofferenza? La sofferenza non è solo la nostra particolare sofferenza, c’è la sofferenza del genere umano. Storicamente parlando, ci sono stati cinquemila anni di guerre, ogni anno qualcuno ha ucciso qualcun altro, per la tribù, per la religione, per la nazione, per la comunità, per la protezione indivi­duale, e così via. Vi siete mai resi conto di ciò che hanno fatto le guerre? C’è conflitto fra i musulmani, i pakistani e gli induisti. Avete mai approfondito il problema della distruzione creata dalle guerre, di quanti milioni di persone hanno pianto? Quanti milioni di persone sono state ferite, sono rimaste senza braccia, senza gambe, senza occhi, senza neppure un volto?

C’è dunque fine alla sofferenza e a tutto il dolore che c’è in essa? E che cos’è la sofferenza? Non conoscete la sofferenza? Vi vergognate a riconoscerlo? Quando vostro figlio o vostra figlia o qualcuno che pensate di amare vi viene portato via, non versate lacrime? Non vi sentite tremendamente soli? Avete perso per sempre un compagno. Non stiamo parlando della morte, ma di questa cosa immensa che l’uomo sperimenta, e per la quale non c’è mai una soluzione, una ri­sposta. Se non si pone fine alla sofferenza, non c’è amore. La soffe­renza è parte del nostro interesse per noi stessi, è parte della nostra attività egoistica centrata su noi stessi. Piango per un altro, per mio figlio, mio fratello, mia madre. Perché? Perché ho perso qualcosa a cui ero attaccato. Ho perso qualcosa che mi faceva compagnia, che mi era di conforto, e tutto il resto. E, con il venir meno di questa persona, mi rendo conto di quanto la mia vita sia totalmente vuota, o di quanto sia solitaria. E allora piango. E ci sono molte, molte mi­gliaia di persone pronte a consolarmi. E io scivolo molto facilmente in questa rete, in questa trappola della consolazione. Che sia la con­solazione di un Dio, vale a dire un’immagine costruita dal pensiero, che sia la consolazione di qualche concetto o idea illusoria: mi dà sollievo, e questo è tutto ciò che m’interessa.

Si ha bisogno di avere un letto confortevole, una sedia comoda, ma che cos’è l’impulso, il desiderio di conforto, da un punto di vista psicologico, interiore? Non ci chiediamo mai se esiste un tale confor­to in assoluto. È forse un’illusione che è diventata la nostra realtà? Un’illusione può diventare la nostra realtà. Dove c’è l’illusione che esista un Dio, quel Dio è stato creato dal pensiero, dalla paura. Se non avete paura, non c’è un Dio. Ma Dio è stato inventato dall’uomo a causa della paura, della solitudine, della disperazione, della man­canza di questo eterno conforto. Così non ci chiediamo mai se esiste il conforto in assoluto, che è profonda, duratura soddisfazione. Noi tutti vogliamo essere soddisfatti, non solo dal cibo che mangiamo, ma anche sessualmente, o acquisendo una posizione di autorità nella quale ci sentiamo comodi. Voi sapete tutto questo.

Dobbiamo chiederci se esiste in assoluto il conforto. Esiste qualcosa che sia gratificante, soddisfacente, dal momento in cui siamo nati fino alla morte? Non ascoltate me, scopritelo. Date la vostra energia, il vostro pensiero, il vostro sangue, il vostro cuore, per sco­prirlo. E se non c’è l’illusione, esiste il conforto? Se non c’è la paura, desiderate conforto? Il conforto è un’altra forma di piacere. Sì, que­sto è un problema molto complesso della nostra vita. Finché siamo così superficiali, vuoti, pieni della conoscenza ricevuta dalle altrepersone, dai libri, non siamo esseri umani indipendenti, liberi di sco­prire perché siamo schiavi. Questa non è una domanda retorica, è una domanda che ciascuno di noi deve porsi. Proprio nell’atto di chiedere e di dubitare sopraggiunge la libertà. E senza la libertà non c’è alcun senso di verità.

Dalla trascrizione del terzo discorso tenuto a Bombay i19 febbraio 1985, copyri­ght © 1985/1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

17. 21 luglio 1985 – da “Gli ultimi discorsi, Saanen 1985”

Quindi, che cos’è la verità? Esiste qualcosa come la verità? Esiste una cosa simile, una verità assoluta, irrevocabile, non dipendente dal tempo, dall’ambiente, dalla tradizione, dalla conoscenza, da ciò che disse il Buddha o da ciò che qualcuno ha detto? La parola non è la verità. Il simbolo non è la verità. La persona non è la verità. Perciò non c’è alcuna venerazione individuale. K non è affatto importante. Così stiamo cercando che cos’è la verità. Se ne esiste una. E se esiste qualcosa che sia oltre il tempo. La fine di tutto il tempo. E hanno detto che la meditazione è necessaria per arrivarci. Per avere una mente tranquilla. Approfondiremo l’argomento.

Che cos’è la meditazione? Secondo il dizionario, la parola signifi­ca ponderare, riflettere. Inoltre ha anche un significato diverso, sia in sanscrito che in latino, che è misurare, il che significa, naturalmente, confronto. Non c’è misurazione senza confronto. Pertanto, può il cervello essere libero dalla misurazione? Non la misurazione per mezzo del righello, del metro, in chilometri, miglia; ma può il cervello essere libero da tutte le misurazioni, dal divenire, dal non divenire, dal confrontare, dal non confrontare? Può il cervello essere libero da questo sistema di misurazione? Ho bisogno di misurare per farmi fare un abito. Ho bisogno della misurazione per andare da qui a un altro luogo; la distanza è misurazione, il tempo è misurazio­ne. Quindi, può il cervello essere libero dalla misurazione, cioè dal confronto, ed è possibile non fare alcun confronto, in modo che il cervello sia completamente libero? Questa è la vera meditazione. È possibile fare questo vivendo nel mondo moderno con tutto il ru­more, la volgarità, il circo che va avanti in nome della religione, guadagnando denaro, facendo sesso, allevando bambini? Si può essere liberi da tutto questo? Non allo scopo di ottenere qualcosa; di essere liberi.

Di conseguenza la meditazione non è una meditazione conscia. Non è una meditazione collettiva, una meditazione di gruppo, una meditazione solitaria, secondo i sistemi zen, buddhisti e induisti. La meditazione non può essere un sistema, perché allora voi praticate, praticate, praticate, e il vostro cervello diventa sempre più ottuso, sempre più meccanico. Quindi esiste una meditazione che non ha direzione, che non è conscia, intenzionale? Scopritelo.

Richiede grande energia, attenzione, passione. Inoltre proprio questa passione, questa energia, la sua intensità, è silenzio. Non un silenzio costruito. È il silenzio immenso in cui tempo e spazio non esistono. Allora c’è quello che non si può nominare, che è sacro, eterno.

Dal quinto discorso tenuto a Saanen il 21 luglio 1985, capitolo V di Last Talks at Saanen 1985, copyright © 1986, Krishnamurti Fomdation Trust Ltd. (Trad. it. Gli ultimi discorsi, Saanen 1985, Astrolabio, Roma 1987).

18. 25 luglio 1985 da “Gli ultimi discorsi, Saanen 1985”

Domanda: Come può il nostro cervello limitato cogliere l’illimita­to, che è bellezza, amore e verità? Qual è la causa della compassione e dell’intelligenza? Si può veramente manifestare a ciascuno di noi?

Krishnamurti: Come può il nostro cervello limitato cogliere l’illi­mitato? Non può, perché esso è limitato. Possiamo cogliere il signifi­cato, la profondità della qualità del cervello e riconoscere la realtà, la realtà e non l’idea, che il nostro cervello è limitato dalla conoscenza, dal ramo di una specializzazione, dalle particolari discipline, dall’ap­partenenza a gruppi, dal nazionalismo, che è interesse per se stessi camuffato, nascosto? La limitazione viene in essere essenzialmente quando c’è interesse per se stessi. Quando mi preme la mia felicità, il mio appagamento, il mio successo, proprio questo interesse per me stesso limita la qualità del cervello e l’energia del cervello.

Chi vi parla non è uno specialista nello studio del cervello, benché abbia parlato con diversi professionisti del settore. Ma il cervello è il cervello, non è solo il loro, ma è anche il vostro e il mio cervello. Questo cervello si è evoluto per milioni di anni, nel tempo e nel pensiero. Si è evoluto. L’evoluzione significa tutta una serie di avveni­menti nel tempo. Ci sono voluti due milioni e mezzo di anni, più o meno. Mettere insieme tutti i rituali religiosi richiede tempo. Così il cervello è stato condizionato, limitato dalla sua volontà, cercando la sua sicurezza, rimanendo nel suo ambito ristretto, dicendo: “Io cre­do, io non credo, sono d’accordo, non sono d’accordo, questa è la mia opinione, questo è il mio giudizio”, a causa dell’interesse per se stesso. Sia esso nella gerarchia della religione o fra i politici, o nell’uomo che ricerca il potere mediante il denaro, o nel professore con la sua enorme conoscenza scolastica, o in tutti i guru che parlano di bontà e di pace, esso è parte dell’interesse per se stessi. Affron­tate tutto ciò.

Così il nostro cervello è diventato molto, molto, molto piccolo, non nella forma o nella dimensione, ma ne abbiamo ridotta la qua­lità, l’immensa capacità. Esso ha migliorato la tecnologia, e ha anche l’immensa capacità di andare interiormente molto, molto in profon­dità, ma l’interesse per se stesso lo limita.

Scoprire da soli dov’è nascosto l’interesse per se stessi è un’opera­zione molto sottile. Può nascondersi dietro un’illusione, nella nevro­si, nella costruzione di credenze. Rivoltate ogni pietra, ogni filo d’er­ba per scoprirlo. O impiegate del tempo per scoprirlo, il che, ancora una volta, diventa un legame, oppure vedete la cosa, la cogliete, ne avete un’intuizione istantanea. Quando ne avete un’intuizione com­pleta, essa include tutto il campo.

Quindi la domanda era: “Come può il nostro cervello condizionato cogliere l’illimitato, che è bellezza, amore e verità? Qual è la causa della compassione e dell’intelligenza, e può manifestarsi a ciascuno di noi?”. State invitando la compassione? State invitando l’intelligenza? State invitando la bellezza, l’amore e la verità? State cercando di co­glierla? Ve lo chiedo. State cercando di cogliere la qualità dell’intelli­genza, della compassione, il senso immenso della bellezza, il profumo dell’amore e quella verità che non ha sentieri d’accesso? È questo che state cogliendo? Desiderate scoprire la causa da cui dipende? Può il cervello, che è limitato, coglierla? Non potete assolutamente coglierla, trattenerla. Potete fare ogni genere di meditazione, digiunare, torturarvi, diventare estremamente austeri, avere un solo abito, o una sola veste. Tutto ciò è stato fatto. Il ricco non può giungere alla verità, e neppure il povero. E neppure la persona che ha fatto voto di celibato, di silenzio, di austerità. Tutto ciò è determinato dal pensiero, tutto è creato in modo sequenziale “allo scopo di”. Tutto ciò è coltivazione del pensiero deliberato, dell’intenzione deliberata. Come qualcuno ha detto a chi vi parla: “Mi dia dodici anni e le farò vedere Dio”.

Così, dal momento che il cervello è limitato, potete fare qualun­que cosa, sedervi a gambe incrociate nella posizione del loto, andare in trance, meditare, stare capovolti appoggiandovi sulla testa o in piedi su una gamba sola: qualsiasi cosa facciate, non ne verrete mai a capo. La compassione non ci arriva.

Di conseguenza, bisogna capire che cos’è l’amore. L’amore non è sensazione. L’amore non è piacere, desiderio, appagamento. L’amore non è gelosia, odio. L’amore possiede simpatia, generosità e tatto, e così via. Ma queste qualità non sono amore. Capire questo, perveni­re fino a questo, richiede grande consapevolezza e apprezzamento per la bellezza. Non per la bellezza di una donna o di un uomo, o di una stella del cinema. La bellezza non è nelle montagne, nel cielo, nelle vallate o nel fiume che scorre. La bellezza esiste dove il sé non è. Potete vedere un albero annoso e imponente, vedere la maestosità di quell’albero e dire: “Com’è meraviglioso!”, ma il sé si nasconde die­tro quell’albero. Quindi la bellezza esiste solo dove c’è l’amore. E la bellezza, l’amore, è compassione. Non c’è una causa della compas­sione, non è a vostra disposizione. Questa bellezza, questo amore, questa verità è la forma più alta di intelligenza. Quando c’è questa intelligenza, c’è azione, chiarezza, un enorme senso di dignità. È qualcosa di inimmaginabile. E ciò che non deve essere immaginato, l’illimitato, non può essere espresso a parole. Può essere descritto: i filosofi l’hanno descritto, ma i filosofi che l’hanno descritto non sono ciò che hanno descritto.

Quindi per imbattersi in questa grande consapevolezza deve essere assente l’io, l’ego, l’attività egocentrica, il divenire. Dentro di noi deve esserci il grande silenzio. Il silenzio significa vuoto di ogni cosa. In esso c’è il vasto spazio. Dove c’è il vasto spazio c’è un’immensa energia, non un’energia interessata al sé, ma un’energia illimitata.

Dal terzo incontro di domande e risposte tenuto a Saanen il 25 luglio 1985, capi­tolo VII di Last Talks at Saanen 1985, copyright © 1986, Krishnamurti Foundation Trust Ltd. (Trad. it. Gli ultimi discorsi, Saanen 1985, Astrolabio, Roma 1987).

19. Brockwood Park, 29 agosto 1985

Krishnamurti: [leggendo una domanda] “K. dice che non c’è un sentiero per la verità”. Siete d’accordo? “La facoltà per rendermi conto di ciò è fuori di me? La mia coscienza e i miei mezzi di perce­zione sono tutti al mio interno. Come posso procedere senza alcun mezzo o strumento verso la meta sconosciuta? Che cosa mi darà il bisogno, l’energia, per muovermi in questa direzione?”. Questa domanda contiene molti elementi.

Innanzi tutto, la risposta non è all’esterno della domanda. La ri­sposta non è all’esterno del problema. La risposta è nel problema, nella domanda. Noi cerchiamo sempre di trovare una risposta soddi­sfacente, che sia conveniente, felice, piacevole, e così via, all’esterno del problema. Possiamo mettere da parte qualsiasi tentativo di fuggire il problema, e osservare insieme la domanda? “K. dice che non c’è un sentiero per la verità”. Perché gli credete? Perché siete d’accor­do? Perché ripetete quello che dice? “K. dice”. Chi è K. per dirlo? Che diritto ha di farlo? O è una reazione? Capite? Finché ci saranno esseri umani, avranno opinioni diverse. Quindi può non essere vero. Innanzi tutto cerchiamo di scoprirlo.

Ci sono le varie vie cristiane, quella cattolica, quella protestante e le innumerevoli suddivisioni del protestantesimo. E c’è la via buddhista, le diverse vie secondo il Buddha, sebbene non si sappia mai veramente che cosa il Buddha abbia detto in realtà, o che cosa abbia detto Cristo. Poi ci sono le vie buddhiste tibetane. Così ci sono le vie cristiane, buddhiste e musulmane, con le loro suddivisioni. Dinanzi a voi si dispiegano tutte queste vie alla verità, qualunque cosa questo possa significare, a Dio, all’illuminazione, al risveglio, e così via; ce ne sono dozzine. Come sceglierete? Come sceglierete la via giusta? Per favore, ditemelo.

Pubblico: Devi conoscere te stesso.

Krishnamurti: Qualcuno dice che dovete conoscere voi stessi. Quindi perché preoccuparsi delle vie? Perché preoccuparsi della verità? Perché preoccuparsi di quello che dice K.? Perché non conoscete voi stessi? E come conoscerete voi stessi? In che modo? In che modo osserve­rete voi stessi come se vi guardaste allo specchio? È facile dire: “Os­servate voi stessi”. Socrate e gli antichi greci, e prima di loro gli antichi israeliti, e prima di loro gli antichi egizi e gli antichi induisti hanno tutti detto in modi diversi: “Conosci te stesso”. E dinanzi a noi ci sono queste vie. E tutti noi vogliamo raggiungere la verità, qualsiasi cosa sia. E tutte queste vie conducono a essa. Questo significa che la verità è fissa. Deve esserlo, altrimenti non ci sarebbe alcuna via per giungere a essa. Deve essere statica, non deve avere movimenti, deve essere morta, e allora ci possono essere vie per raggiungerla. (Risate) No, non ridete, è questo ciò che facciamo.

Perciò a qualcuno piace che K. arrivi e dica: guardate, non preoccupatevi dei sentieri, potrebbe essere come se vi trovaste su una barca senza timone, e scopriste, vi muoveste, imparaste, continuaste ad andare avanti. Non diventate statici e non rendete la verità qualcosa di permanente. Ma noi vogliamo qualcosa di permanente. Come il rapporto permanente. Sono attaccata a mio marito, sono attaccato a mia moglie, vorrei che questo fosse permanente. Non ammettiamo alcun cambiamento. E noi cambiamo continuamente, sia biologicamente che psicologicamente, ma io vorrei rimanere con qualcosa che fosse del tutto soddisfacente, permanente, duraturo, che mi desse si­curezza. E, dal momento che mi accorgo che non c’è in realtà alcuna sicurezza, la verità diventa l’entità permanente verso la quale mi diri­go. E tutti i guru e i preti vi aiutano ad andarci.

Allora la domanda era: “Quali sono gli strumenti necessari a raggiungere la verità, che è priva di vie d’accesso?”. Nel momento in cui avete gli strumenti, avete già creato la via. Lo vedete? Nel mo­mento in cui io ho un mezzo per farlo, per raggiungerla, il mezzo di­venta lo strumento, e ho già ottenuto la verità per la quale mi sto adoperando. Quindi, nel momento in cui avete uno strumento, un mezzo, un sistema, sapete che cos’è la verità; di conseguenza, non ha senso avere uno strumento. Lo capiamo? O è troppo illogico? O troppo dannatamente ragionevole? Il mezzo è il fine, il mezzo non è diverso dal fine.

Voi dite: “La mia coscienza e i miei mezzi di percezione sono tutti al mio interno”. Cosa intendete con la parola coscienza? È diver­tente approfondire tutto questo. Non soltanto capire le capacità del proprio cervello, ma anche investigare. Scaviamo a grandi profon­dità per trovare il petrolio, affrontando grandi difficoltà, ma non vo­gliamo sprecare neanche un secondo per scavare in noi stessi, per noi stessi. Pertanto, cosa intendiamo con questa parola, coscienza? Questa coscienza è diversa dal “tu”, dall’“io”?

Cosa intendiamo per coscienza? Gli esperti hanno scritto libri e li­bri su questo argomento. Ma noi non siamo esperti. Dio non voglia! Stiamo soltanto rivolgendoci qualche domanda, come due amici. Cosa intendiamo per coscienza? Tutto ciò che siete, vero? La vostra coscienza è costituita da tutto il suo contenuto: rabbia, gelosia, fede, credenze, ansietà, aspirazioni, tutte le innumerevoli esperienze che avete avuto, tutto il cumulo di tutte le piccole cose della vita, e pure la sofferenza, il dolore, l’insicurezza, la confusione, e il desiderio di fuggire da tutto questo, e di trovare qualcosa di duraturo. In essa c’è anche la paura della morte, e il chiedersi che cosa c’è dall’altra parte. Tutto ciò, questo grande cumulo, è la nostra coscienza. Noi siamo la nostra coscienza. E il contenuto della coscienza costituisce la totalità della coscienza, sia della coscienza più elevata, sia di quella inferiore, sia del desiderio di espandere la coscienza, che è ancora all’interno del campo della coscienza. E questa coscienza è l’io. Non c’è alcun “io” senza di essa. Quando dite che l’“io” è diverso, che la mia coscienza è diversa, siete in lotta con essa, la combattete, siete in con­flitto, con tutto ciò che ne deriva.

La nostra domanda allora è la seguente: è possibile innanzi tutto scoprire da soli il contenuto della coscienza, vederlo? È piuttosto fa­cile: il modo in cui vi pettinate i capelli, il modo abituale di parlare, di pensare. E alquanto semplice osservarli, e inoltre divenire consa­pevoli dei propri condizionamenti in quanto inglesi, francesi, russi, e così via. È inoltre discretamente facile vedere le nostre varie inclina­zioni religiose: seguiamo il cattolicesimo, il protestantesimo, l’indui­smo, il buddhismo, o qualcos’altro; questo è abbastanza facile. Ma per scendere sotto la superficie di tutto ciò non abbiamo bisogno di un autorespiratore, però dobbiamo scendere molto in profondità, e per calarsi molto in basso si deve innanzi tutto capire cosa c’è in su­perficie e, se è possibile, essere liberi dalle influenze che ci condizionano. È possibile?

Scopritelo. Lavorateci, Metteteci la vostra enorme energia, avete un’enorme energia, non ve ne serve altra. Per venire qui vi ci è volu­ta molta energia. Se è possibile consigliarvelo rispettosamente, usate un po’ di. quell’energia per approfondire questo argomento. Quando volete qualche cosa, cercate di ottenerla. Questo significa che non si deve essere indolenti, bisogna essere un po’ attivi. E non c’è nessuno che vi aiuti, nessuno strumento, nessun mezzo, nessun leader, nulla che vi aiuti. Dovete veramente diventare privi di aiuto per trovare la cosa reale. Non so se lo capite. Se siete privi di aiuto, realmente iner­mi, questo significa che non c’è aiuto da nessuno, da nessun libro, da nessuna persona, da nessun ambiente. Quando siete in questo stato di vera mancanza di aiuto, qualcos’altro accade. Allora cominciate a vedere le cose.

La domanda era: “Che cosa mi darà il bisogno, l’energia, per muovermi nella direzione della verità?”. “La direzione della verità” significa che essa è già là (risate). Non sto ridendo. Non sono irrive­rente o cinico, ma è così; quando usiamo parole come direzione essa è già là, è già preconcetta, già esistente laggiù a causa delle vostre convinzioni, oppure perché ve l’ha detto qualcuno, e così via. La ve­rità è realmente una terra priva di vie d’accesso. E può esistere solo quando sono assenti la paura e tutto il resto.

I.: Io ho paura di cambiare. Se cambio, che cosa succederà in se­guito? Sono paralizzato da questa idea. Può parlare di questo pro­blema?

Krishnamurti: Ne sono lietissimo! “Ho paura di cambiare. Se cambio, che cosa succederà in seguito? Sono paralizzato da questa idea”. Perché si ha paura del cambiamento? Cosa intendete con la parola cambiamento? Qualcuno è vissuto in una casa dall’altro lato del prato per quasi vent’anni. Costui diventa attaccato a una particolare stanza, al suo arredamento gradevole. Si diviene attaccati. Questo significa che ciò cui siete attaccati è ciò che siete. Se siete attaccati a quel buon vecchio arredamento, siete quell’arredamento. Quindi abbiamo pau­ra di cambiare. Sono attaccato a questa stanza. Ma fortunatamente chi vi parla viaggia molto.

Pertanto, che cosa implica questa parola? Il cambiamento da ciò che è a ciò che dovrebbe essere, giusto? Questo è un primo tipo di cambiamento. Oppure il mutamento avviene secondo un mio vec­chio schema, ma rimango all’interno di tale schema, con uno spostamento minimo in un campo limitato. Dico che mi sono spostato, che sono cambiato, ma sono ancora all’interno dello stesso campo cir­condato di barricate, di filo spinato. Il cambiamento è andare a nord, est, ovest, sud. Perché usiamo questa parola? Biologicamente, ci viene detto che nel sangue c’è un cambiamento costante, un movi­mento costante, una cellula muore, un’altra cellula prende il suo po­sto, una serie di molecole, e così via. Fisicamente ha luogo questo costante cambiamento. E noi abbiamo paura di cambiare. Possiamo lasciar perdere la parola cambiamento? Il cambiamento comporta il tempo, giusto? Io sono questo, cambierò in quello. Oppure sono stato questo, e ci sarà, accadrà qualche fatto, e questo fatto mi cam­bierà, e così via. Il cambiamento comporta un movimento nel tem­po, giusto?

Quindi, se possiamo lasciar perdere queste parole, cambiamento, rivoluzione o mutamento, ciascuna delle quali è stata usata da chi vi sta parlando, allora ci troveremo di fronte soltanto a “ciò che è”. Non “ciò che dovrebbe essere”. Limitatevi a stare di fronte a “ciò che è”. Sono arrabbiato. Questo è “ciò che è”. Sono violento. Questo è “ciò che è”. Ma il diventare politicamente o religiosamente non violenti è un cambiamento. Divenire non violento quando sono violento ri­chiede tempo. Nell’intervallo io semino i semi della violenza. È tutto molto semplice.

Pertanto rimango con la violenza, non cerco di cambiarla. Sono arrabbiato. Questo è un dato di fatto. Non ci sono scuse per la rab­bia. Posso trovare una dozzina di scuse per l’odio e la rabbia, ma in­dagare il motivo per cui mi arrabbio è un’altra fuga dalla rabbia. Perché mi sono allontanato. Quindi il cervello rimane con “ciò che è”. Poi guardate cosa succede. Vale a dire, io sono geloso di te. Non io personalmente. Io sono geloso di te perché hai un aspetto più gradevole, più pulito, hai buon gusto, sei intelligente. Sono invidioso di te. Da questa invidia proviene l’odio. L’invidia è parte dell’odio. L’invidia è parte del confronto. Mi piacerebbe essere come te, ma non posso esserlo. Così divento alquanto irritato, mi sen­to violento verso di te. Quindi rimango con “ciò che è”. Cioè vedo che sono invidioso. Ecco, sono invidioso. Questa invidia non è diversa da me. L’invidia è me. Di conseguenza non posso farci niente. La tengo. Sto con essa. Rimarrete con essa? Non fuggite, non sco­pritene la causa, o la ragione, non superatela. Io sono l’invidia. E guardate cosa succede. Innanzi tutto non c’è conflitto; ovviamente, se sono invidioso sono invidioso. Il conflitto esiste soltanto quando non voglio essere invidioso.

Così se rimango con essa ho un’energia enorme. L’energia è come luce focalizzata su qualche cosa che poi diventa molto chiara. E ciò che è molto chiaro non vi fa paura, non vi paralizza. È così. Spero che capiate.

L’importante qui è non fuggire, non fare uno sforzo, ma limitarsi a rimanere con “ciò che è”. Se sono inglese, rimango con questo. Vedete cosa accade, quanto diventa angusto. Mi dispiace se siete inglesi, scusatemi, o se siete francesi, o russi, o di qualsiasi altra nazionalità. La cosa stessa comincia a mostrare tutto il suo contenuto.

Domanda: Come si affronta un’aggressione e un attacco psicologico da parte di un parente stretto cui non si può sfuggire? (Risate).

Krishnamurti: “Come si affronta un’aggressione e un attacco psicologico da parte di un parente stretto cui non si può sfuggire?”. Siamo tutti così? Non posso sfuggire al mio guru perché gli ho affidato me stesso o me stessa e gli ho consegnato tutto il mio denaro. Non ridete, ora sta succedendo questo.

Cosa significa essere attaccati psicologicamente, interiormente? Quando siete con un amico intimo o un parente stretto, fra di voi c’è sempre una pressione psicologica, interiore. Lo sapete, non ho biso­gno di dirvelo. Si cerca sempre di fare qualcosa all’altro, attaccandolo sottilmente, fisicamente, o mediante insinuazioni, mediante parole e gesti sottili, si cerca sempre di spingere l’altro in un certo sche­ma. Ora, la domanda è: “Che cosa bisogna fare?”. Vivo con te nella stessa casa e tu mi bersagli, io ti bersaglio, non solo con parole e ge­sti, ma anche con uno sguardo, con un sentimento di irritazione, e così via. Cosa farete per non essere feriti, per non essere tiranneggiati psicologicamente? Potete dipendere economicamente da questa persona. Potete dipendere da questa persona per vari motivi psicolo­gici. E, nel momento in cui dipendete, diventate schiavi. Nel mo­mento in cui siete attaccati, siete spacciati! Non osservate qualcun altro, osserviamo noi stessi.

Se sono attaccato a voi come pubblico, sono perduto. Allora dipendo da voi per la mia soddisfazione, il mio conforto, la mia repu­tazione, e anche per il mio benessere fisico. Ma se io non dipendo da voi, devo scoprire perché non dipendo da voi. Questo significa non solo che non dipendo da voi, ma che non dipendo da alcunché. Vor­rei scoprire se è vero. Non posso mostrarlo al mio parente stretto. Vorrei scoprire da solo se è possibile, vivendo nella stessa stanza, nella stessa casa, con il marito, la moglie, il parente, e così via, essere completamente inespugnabili. Non costruire un muro intorno a sé, il che è alquanto semplice. Posso costruire un muro intorno a me e dire che sono spiacente, essere molto educato al riguardo, gentile al ri­guardo, e molto affettuoso, ma è pur tuttavia un muro. Questo signi­fica limitazione. Quindi è possibile per me vivere in modo vulnerabi­le, eppure non essere ferito? Essere molto sensibile, ma non essere in alcun modo reattivo in base al mio attaccamento? Andate avanti, ri­fletteteci. E se si dipende da qualcun altro economicamente, questo diventa piuttosto pericoloso. La maggior parte di noi si trova in que­sta condizione.

Se dipendo economicamente da te, cosa succede fra noi? Sei tu al­lora ad avere il controllo della situazione. Non solo economicamen­te, ma approfondite la questione. È possibile vivere con un altro da cui dipendo economicamente e che sa che io dipendo perché non posso fare nient’altro? Non posso intraprendere una nuova profes­sione. Se fossi abbastanza giovane probabilmente potrei farlo, ma se ho cinquanta, sessanta, oppure settanta o novant’anni, non posso in­traprendere una nuova professione. Quindi cosa farò?

Perciò dove traccio la linea di confine della dipendenza? Non vor­rei dipendere psicologicamente. Per quanto riguarda me stesso, non vorrei dipendere da nessuno, da alcunché, o da alcuna esperienza passata. Non c’è dipendenza. Ma se si dipende economicamente, dove si traccia la linea di confine? Io devo sopportarlo, perché non posso intraprendere una nuova attività. Quindi quanto è profonda questa linea di confine? È solo superficiale? O ha una grande profondità? Pertanto, ciò che è importante nella questione, se la si intende correttamente, è la libertà. La libertà è assolutamente neces­saria. Dipendo dal lattaio, dal supermercato, dal postino, e così via, ma altrimenti, da un punto di vista psicologico, non dipendo. Devo essere molto chiaro su questo punto.

Domanda: Pare che alcune persone selezionino parti dei suoi discorsi che sono adeguate ai loro problemi o interessi, e poi lascino perdere il resto. Cosa ne dice?

Krishnamurti: Cosa ne dico? Non devo dire niente su questo argomento. Che cosa ne dite voi? Stiamo parlando insieme della vita nel suo com­plesso, non di una parte di essa. Il mondo psicologico è immenso, non consiste soltanto in reazioni fisiche e nervose, e ricordi, e così via. È parte della struttura psicologica, ma è molto più profondo di essa. Non stiamo parlando solo del mondo psicologico, ma della vio­lenza che esiste nel mondo. C’è una violenza tremenda in atto, l’uc­cidere fine a se stesso, per il divertimento di uccidere, la violenza perpetrata non solo con una pistola, ma anche la violenza che distrugge la gente quando obbedisce a qualcuno. Per favore, questo è un argomento tremendo. Non limitatevi a coglierne una parte e a dire che io sono contrario all’esercito. Stiamo parlando del fenomeno della vita nel suo complesso, non solo di singole parti di essa, come fanno gli scienziati, i medici, i preti e gli educatori. A noi interessa la totalità della vita umana. Se a voi piace sceglierne solo una parte, questo riguarda voi. È assolutamente corretto. Ma a noi interessa la totalità della vita, non solo la nostra vita individuale, ma anche la vita degli esseri umani in tutto il mondo. C’è una povertà immensa, inim­maginabile, che voi non conoscete, ci sono l’umiliazione e la corru­zione che derivano da essa. E ci sono tutti i circhi religiosi, mi dispiace di usare queste parole; ci sono tutte le assurdità religiose che prosperano nel mondo; è un grande affare con Rolls Royce e un’atti­vità imponente.

A noi interessa tutta l’umanità. Anche noi siamo umanità, non è che l’umanità sia là, e noi siamo diversi da essa; noi siamo l’umanità. Non siamo inglesi, francesi, russi; siamo innanzi tutto esseri umani, e in secondo luogo abbiamo una nazionalità o una professione. E noi, esseri umani, ci siamo separati, e questo è il motivo per cui nel mon­do c’è il caos. Qualcuno può dire: “Ma è solo una guerra in Libano, o in Estremo Oriente, in Afghanistan, o in qualsiasi altro posto, che importa!”. Ma profondamente sentite che siete tutta l’umanità, perché voi soffrite come soffrono loro, piangete come piangono loro. Siete ansiosi, ridete, provate dolore, e anche per loro è lo stesso, che siano ricchi o poveri. Loro sono corrotti e lo siamo anche noi, in mo­do diverso. Sono corrotti perché vogliono denaro, cibo, e faranno qualsiasi cosa per avere denaro e cibo, qualsiasi cosa.

Quindi noi siamo tutta l’umanità. Se vi rendete conto di questa cosa meravigliosa, che è la verità, non ucciderete qualcun altro, non ci sarà separazione fra un paese e l’altro, la vostra vita sarà diversa. Se volete scegliere una parte, fatelo. Nessuno sta premendo su di voi perché non scegliate una parte per soddisfare le vostre piccole richieste, o le vostre grandi richieste. Ma se si vede veramente, profondamente, onestamente, senza alcuna assurdità ideologica, l’autentica realtà che siamo tutta l’umanità (non credenti, musulma­ni, induisti, buddhisti, cristiani) noi siamo un tutt’uno. Tutti noi sperimentiamo immensi patimenti. Perciò questa ricerca della li­bertà individuale, del divenire individuale, e così via, diventa piutosto infantile.

Dalla trascrizione del secondo incontro di domande e risposte a Brookwood Park, 29 agosto 1985, copyright © 1985/1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd.

Nel 1969, in Gran Bretagna, Krishnamurti ha creato Brockwood Park, un’istituzione che comprende una scuola internazionale per giovani dai 14 ai 24 anni, un centro per ospitare persone che desiderano studiare i suoi insegnamenti e la fondazione, che distribuisce libri e audiovideocassette.

Chi desidera ricevere maggiori informazioni può scrivere alla

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Tel. 00441-9622771525

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