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Meditazioni quotidiane con Krishnamurti


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Perché non sappiamo pensare?


Il pensatore pensa per abitudine, ripete, copia; tutto questo genera ignoranza e dolore. Qualsiasi abitudine implica mancanza di sensibilità. La consapevolezza genera ordine, non crea abitudini. Tendenze tenacemente radicate possono generare solo insensibilità. Perché siamo insensibili? Perché non siamo capaci di riflettere? Perché si fa fatica a pensare, si turbano delle abitudini, si incontrano delle resistenze, si può essere spinti ad agire contro modelli ormai istituzionalizzati. Pensare è sentire sul serio, scoprire una consapevolezza senza scelta, può condurre a profondità sconosciute: è la mente, posta di fronte all’ignoto, si ribella. Così si rifugia nel canpo del conosciuto e qui passa da una cosa nota ad un’altra cosa nota, da un’abitudine ad un’altra abitudine, da uno schema di pensiero ad un altro schema di pensiero. La mente che si aggrappa al conosciuto non lo abbandonerà mai per scoprire l’ignoto. Rendendosi conto che si fa fatica a pensare sul serio, il pensatore si rifugia nell’abitudine, nella copiatura di vecchi schemi; ha paura di pensare e quindi crea modelli che giustifichino la sua indolenza. Siccome il pensatore ha paura, anche le sue azioni nascono dalla paura; e quando il pensatore vede che le sue azioni sono scadenti, vorrebbe modificarle. Il pensatore teme le sue stesse creazioni; ma siccome egli non è diverso da queste, in realtà teme se stesso. Il pensatore è paura, è la causa dell’ignoranza e del dolore. Il pensatore può suddividersi in infinite categorie di pensiero, ma il pensiero rimane comunque una cosa sola col pensatore. Gli sforzi che il pensatore compie per essere o per diventare sono la vera causa del conflitto e della confusione.

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